mare

  • Oltre 7500 migranti non sono mai arrivati a destinazione, decessi in calo rispetto al 2024

    Almeno 7.667 persone sono morte o risultano disperse lungo le rotte migratorie nel 2025, pari a una media di 21 vittime al giorno, secondo i nuovi dati diffusi dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). L’agenzia delle Nazioni Unite ha sottolineato che, sebbene il dato sia inferiore ai quasi 9.200 decessi registrati nel 2024, il calo riflette sia una riduzione dei movimenti irregolari in alcune regioni, in particolare nelle Americhe, sia le difficoltà di accesso alle informazioni e i vincoli di finanziamento che limitano la documentazione delle morti lungo diverse rotte.

    “Le continue perdite di vite umane lungo le rotte migratorie rappresentano un fallimento globale che non possiamo accettare come normale”, ha dichiarato la direttrice generale dell’Oim, Amy Pope. “Queste morti non sono inevitabili. Quando i canali sicuri sono fuori portata, le persone sono costrette a intraprendere viaggi pericolosi e a finire nelle mani di trafficanti e reti di contrabbando”.

    Le traversate marittime restano tra le più letali. Nel 2025 almeno 2.185 persone sono morte o risultano disperse nel Mediterraneo, mentre 1.214 sono state registrate lungo la rotta dell’Africa occidentale verso le Isole Canarie. L’Oim ritiene che il bilancio reale sia più alto: almeno altre 1.500 persone sono state segnalate come disperse in mare, ma i casi non hanno potuto essere verificati a causa delle restrizioni nell’accesso alle informazioni sulle operazioni di ricerca e soccorso. Secondo l’agenzia, nel 2025 almeno 270 resti umani sono stati rinvenuti sulle coste del Mediterraneo senza poter essere collegati a naufragi noti. Tre imbarcazioni con i resti di 42 persone sono state trovate alla deriva verso il Brasile e i Caraibi dopo aver tentato la traversata verso le Canarie.

    La tendenza preoccupante prosegue anche nel 2026. Nei primi due mesi dell’anno, il Mediterraneo ha registrato 606 morti o dispersi fino al 24 febbraio, a fronte di un calo degli arrivi in Italia da 6.358 a 2.465 nello stesso periodo. Nelle ultime due settimane, 23 corpi sono stati rinvenuti sulle coste dell’Italia meridionale e della Libia. Nelle Americhe, 409 decessi sono stati registrati nel 2025, il totale annuo più basso dall’avvio della raccolta dati nel 2014, verosimilmente per la diminuzione dei passaggi irregolari attraverso aree ad alto rischio come la giungla del Darien (al confine tra Panama e Colombia) o la frontiera tra Stati Uniti e Messico. In Asia, oltre 3.000 persone hanno perso la vita lungo le rotte migratorie, rendendo il 2025 l’anno più letale mai registrato per il terzo anno consecutivo. Tra queste, 1.540 erano cittadini afghani.

    La cosiddetta rotta orientale, dal Corno d’Africa verso lo Yemen e i Paesi del Golfo, ha registrato 922 morti, contro i 558 dell’anno precedente. Quasi tutte le vittime erano etiopi, molte delle quali decedute in tre naufragi di massa che hanno causato oltre 180 morti ciascuno. L’Oim ha chiesto un rafforzamento urgente delle operazioni coordinate di ricerca e soccorso, maggiori risorse per la raccolta dati e un’intensificazione della cooperazione internazionale per smantellare le reti criminali che sfruttano i migranti, oltre all’ampliamento di canali di migrazione sicuri e regolari per prevenire ulteriori perdite di vite umane.

  • La Cina arruola i pescatori per controllare i mari di suo interesse. Intanto litiga con le Filippine

    Nelle ultime settimane, la Cina ha silenziosamente mobilitato migliaia di pescherecci per formare enormi barriere galleggianti lunghe almeno 200 miglia, dimostrando un nuovo livello di coordinamento che potrebbe offrire a Pechino maggiori possibilità di imporre il controllo nei mari contesi. Lo scrive il “New York Times”, in riferimento a due recenti operazioni passate inosservate. Un’analisi dei dati di tracciamento delle navi condotta dal quotidiano rivela che, lo scorso 11 gennaio, circa 1.400 imbarcazioni cinesi hanno interrotto le loro consuete attività di pesca o hanno lasciato i loro porti di origine per radunarsi nel Mar Cinese Orientale, formando come un rettangolo in mare lungo oltre 200 miglia.

    La formazione, scrive il “Nyt”, si è rivelata così fitta che alcune navi cargo in avvicinamento hanno dovuto aggirarla o procedere a zig-zag, come mostrato dai dati di tracciamento delle navi. L’esercitazione dell’11 gennaio ha fatto seguito a un’operazione simile organizzata il giorno di Natale, quando circa 2 mila pescherecci cinesi si sono riuniti in due lunghe formazioni parallele, sempre nel Mar Cinese Orientale. Ognuna di queste si estendeva per 290 miglia (oltre 466 chilometri) – pari alla distanza che separa Roma da Cosenza – formando una forma a L rovesciata, come indicano i dati sulla posizione delle navi. Secondo l’esame di esperti marittimi e militari le manovre suggerirebbero che la Cina stia rafforzando le sue unità marittime, formate in questo caso da pescherecci civili addestrati a partecipare a operazioni militari. Gli esercizi così monitorati dimostrerebbero che Pechino è in grado di radunare rapidamente un gran numero di imbarcazioni nei mari contesi.

    Il 13 gennaio l’ambasciata cinese nelle Filippine ha respinto con fermezza le ultime affermazioni del Consiglio nazionale marittimo filippino sulla situazione nel Mar Cinese Meridionale, accusando Manila di “affermazioni infondate e fuorvianti” e di aver “tratto in inganno l’opinione pubblica” confondendo deliberatamente acque territoriali e zona economica esclusiva (Zee). In una dichiarazione diffusa nella serata di ieri, la rappresentanza diplomatica cinese ha sottolineato che nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) “non esiste alcun concetto di ‘zona marittima’”, ma solo regimi giuridici come mare territoriale e Zee. Secondo Pechino, “per lungo tempo le Filippine hanno deliberatamente offuscato la distinzione tra mare territoriale e Zee”, descrivendo come “pattugliamenti illegali” attività cinesi considerate normali in acque rivendicate come zona economica esclusiva da entrambe le parti.

    La Cina ha inoltre ribadito la propria posizione secondo cui l’arbitrato avviato unilateralmente dalle Filippine è “nullo e privo di effetto fin dall’inizio”, ricordando che nel 2006 Pechino ha escluso, ai sensi dell’articolo 298 dell’Unclos, le dispute sulla delimitazione marittima dai procedimenti arbitrali senza consenso. Nel ricostruire l’origine delle tensioni, la dichiarazione punta il dito contro Manila. Viene citato l’episodio del 1999, quando una nave militare filippina fu “illegalmente incagliata” a Ren’ai Jiao, con successivi rifornimenti di materiali da costruzione “nel tentativo di trasformarla in un avamposto militare permanente”. Più recentemente, secondo Pechino, dal secondo semestre del 2023 le Filippine avrebbero inviato ripetutamente navi della guardia costiera e pescherecci nelle acque territoriali di Huangyan Dao, “costringendo la Cina ad adottare misure necessarie di tutela”.

    La nota richiama anche la presenza, tra aprile e settembre 2024, di una nave della guardia costiera filippina nella secca di Sabina (Xianbin Jiao) per quasi cinque mesi, sollevando il sospetto di un possibile nuovo “incagliamento”. L’ultimo episodio citato risale al 12 dicembre 2025, quando, secondo la Cina, Manila avrebbe “organizzato e orchestrato” l’ingresso illegale di numerose imbarcazioni nella stessa area.

  • Italiani pronti a indebitarsi pur di mettersi al sole

    L’Italia è una Repubblica fondata sulle ferie e pur di mettersi in mutande sotto il sole gli italiani sono disposti anche a restare in mutande. L’estate 2025 conferma una tendenza in costante crescita: quando non hanno la liquidità per permettersela sempre più italiani scelgono di finanziare le vacanze a rate, anche quando le condizioni economiche personali non lo permetterebbero.

    Secondo gli ultimi dati disponibili, solo nel primo trimestre dell’anno sono stati richiesti oltre 100 milioni di euro in prestiti personali destinati esclusivamente ai viaggi, con un incremento del +18% rispetto al 2024. I più esposti sono i giovani: l’età media dei richiedenti è 37 anni, con un picco tra gli under 30. Il prestito medio richiesto è di circa 5.900 euro e riguarda principalmente viaggi in Italia, con un aumento della domanda soprattutto tra gli uomini.

    La vacanza a rate è diventata una soluzione sempre più diffusa, spinta da promozioni, pubblicità mirate e dalla pressione sociale. Ma dietro l’apparente leggerezza di una settimana al mare o in montagna, si nasconde spesso una trappola pericolosa: rate che durano anni, bilanci familiari già fragili, e un indebitamento che si accumula silenziosamente. Tra gennaio e maggio, i prestiti per vacanze hanno raggiunto oltre 220 milioni di euro, con durata media di circa 4 anni. Un prestito per vacanze può sembrare una soluzione innocua ma può trasformarsi in un problema serio quando si tratta di saldarlo e non si è in grado.

    Nel frattempo, oltre 8 milioni di italiani rinunceranno alle vacanze per motivi economici. Il 69% di chi resta a casa lo fa per l’impossibilità di sostenere i costi, mentre una parte crescente cerca comunque di partire, anche a costo di indebitarsi. Il credito al consumo diventa così una scorciatoia che, in molti casi, porta dritto al sovraindebitamento.

    «Riceviamo sempre più richieste di aiuto da persone che hanno iniziato con piccoli prestiti, spesso per spese non essenziali, e che oggi non riescono più a uscire dal tunnel del debito» – spiegano i professionisti di Legge3.it, ai quali si devono i dati sopra riportati. «Il problema non è fare le vacanze, ma farle senza una reale sostenibilità economica. La serenità non si compra a rate. E non può essere il prezzo della libertà finanziaria» ha dichiarato Gianmario Bertollo di Legge3.it.

  • Il Commissario Kadis in Italia per incontrare rappresentanti delle città costiere

    Il Commissario Costas Kadis sarà in visita ufficiale in Italia per due giorni, dal 13 al 15 marzo. La visita rientra negli sforzi della Commissione volti a istituire un dialogo con le comunità costiere e le parti interessate prima dell’adozione del patto europeo per gli oceani prevista a giugno, a sottolineare l’importanza di questa iniziativa faro. Kadis, tra i vari appuntamenti, incontrerà appresentanti del settore della pesca italiano, per vagliare le sfide e le opportunità del settore e il Direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO). Prevista anche una visita all’Università Politecnica delle Marche.

  • Trasporto marittimo cresciuto del 2,2% nel 2023

    Il trasporto marittimo sta mostrando una “notevole resilienza” nonostante le difficoltà del momento storico acuite dalla crisi del Mar Rosso che ha avuto notevoli ricadute sul commercio marittimo. Nel 2023 il commercio via mare globale “è aumentato del 2,2 per cento raggiungendo 12,3 miliardi di tonnellate” e le previsioni per l’immediato futuro sono “positive”. Il commercio via mare, si prevede, “crescerà del 2,4 per cento al 2024 e del 2,6 per cento al 2025”. Nelle sede delle Gallerie Italia in via Toledo a Napoli, l’undicesimo Rapporto Annuale “Italian Maritime Economy”, elaborato da Srm (Centro studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo) e intitolato quest’anno “Le nuove sfide dei porti dell’area euro-mediterranea.

    La crisi nel Mar Rosso e le trasformazioni imposte dai modelli green”, analizza l’impatto delle crisi sul commercio marittimo, tra criticità e possibilità. E le possibilità maggiori sembrano destinate ad essere colte dal Mediterraneo e in particolar modo dal Sud Italia. Si parte da un dato fermato nel rapporto: “Nel 2023 i porti italiani hanno tenuto. Alcuni settori sono cresciuti”, ha evidenziato Deandreis. Tra questi Ro-Ro, eccellenza italiana, che nel decennio ha fatto registrare “una crescita del 56 per cento”. “I containers invece hanno avuto dei cali”, ha proseguito Deandreis. “I porti del Sud – ha detto il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro – svolgono una importante funzione al servizio di tutta l’economia nazionale, assicurandone l’interscambio con il resto del mondo.

    I porti del Mezzogiorno – ha aggiunto – consentono inoltre all’Italia di essere ponte tra Nordafrica ed Europa nei flussi energetici, che in futuro arriveranno in misura crescente da fonti rinnovabili. E’ infatti dal Nord Africa che l’Europa potrà importare energia di origine solare ed eolica e con cui dovrà sviluppare una cooperazione fruttuosa, anche manifatturiera, su tutta la filiera delle rinnovabili – ha spiegato -. Sempre al Sud sono stanziati oltre 2,8 miliardi di investimenti riferiti ai porti, tra Pnrr e altri fondi, pari al 33 per cento del totale italiano, una iniziativa senza precedenti. Dalle analisi di Srm, il Mezzogiorno e tutte le sue potenzialità emergono chiaramente come area strategica per l’Italia”.

    Stringendo l’obiettivo sui porti della Campania, i numeri dicono che “complessivamente il porto di Napoli – ha spiegato Deandreis – sta tenendo, mettendo insieme anche Salerno. I primi mesi dell’anno hanno avuto un segnale molto positivo per le grandi sfide che sono poi anche quelle del PNRR, che destina risorse importanti, miliardi per l’implementazione delle infrastrutture nei porti. E’ evidente che quando si parla di successo del PNR si parla anche di vedere il miglioramento di quell’indice della competitività dei porti italiani. Quindi noi quando ci auguriamo che il Pnrr venga implementato, il nostro Paese lo realizzi nei tempi stretti previsti, non lo facciamo solo in termini generali, ma anche perché questo significa misurare l’impatto positivo”. E, tuttavia, per far sì che il Mediterraneo diventi l’area di maggiore interesse sul fronte dei porti c’è bisogno di interventi legislativi mirati. Lo ha sottolineato Paolo Scudieri, presidente di Srm (Centro studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo), nel suo intervento: “Il Mediterraneo cresce nel numero di scambi del tre per cento, mentre il resto del mondo si attesta sul 2,5 per cento, ma i porti del Nord Europa e dell’Africa sono molto attrattivi perché e molto veloci nelle operazioni degli scambi e dunque degli sdoganamento degli scambi”. Ecco perché, ha aggiunto Scudieri, la sfida è “reagire utilizzando le stesse leve: sburocratizzazione, propensione agli investimenti e abolire quei vincoli e quei laccioli che ci vincolano ai maggiori dragaggi per ospitare navi di tonnellaggio maggiore, che ci stoppano lavori infrastrutturali dei retroporti che invece sono determinante”.

    “Dobbiamo essere veementi e determinati a rappresentare le necessità di un qualcosa che è ancora conveniente, ancora attratti che non può vivere sugli allori ma deve necessariamente evolversi, leggendo numeri e dati che con competenza Srm sa fornire per una giusta traiettoria”, ha detto Scudieri.

    C’è molto da fare e ci sono molte “sfide strategiche” che, come sottolineato da Gros-Pietro, “logistica e portualità devono affrontare”, come quella “della transizione energetica, che significa trovare strade innovative per decarbonizzare tutta la filiera del mare”. “L’utilizzo di carburanti alternativi – si legge nel rapporto – ha continuato a progredire, con il 6,5 per cento della flotta in navigazione in grado di utilizzare nuovi propellenti meno inquinanti. Percentuale che raggiungerà il 25 per cento al 2030. Il 50,3 per cento di tutti gli ordini a luglio 2024 è relativo a navi che utilizzano combustibili alternativi (nel 2017 questa quota era solo del 10,7 per cento)”.

    Deandreis ha avvertito sulla necessità di adeguare i porti per far si’ che questa sfida dei carburanti alternativi sia vinta: “I porti devono essere attrezzati, quindi c’è ad esempio il tema del bunkeraggio – ha sottolineato il direttore generale Srm nell’analizzare il rapporto -. I porti oggi non sono più luoghi dove partono e arrivano merci, sono hub energetici potenti. I porti devono essere funzionali a produrre energia rinnovabile”. Ha fatto eco sul punto Emanuele Grimaldi, ceo di Grimaldi group e presidente Ics (International chamber of shipping): “Gli aspetti più importanti di cui parliamo nelle associazioni di categoria sono quelli della decarbonizzazione che ci sta a cuore, non è qualcosa che possiamo fare noi da soli. Noi armatori dobbiamo avere dei porti che possano essere totalmente decarbonizzati”.

    Nel suo intervento Grimaldi ha anche perorato la causa dei marittimi: “Non hanno alcuna considerazione, durante il Covid non hanno avuto alcuna ospedalizzazione, non hanno potuto parlare con le loro famiglie perché spesso le navi non erano connesse. Bisogna intervenire per migliorare le condizioni di vita dei marittimi a bordo delle navi e per portare la connettività a bordo”. Ma di lavoro da compiere ce n’è molto. “Il Mediterraneo nonostante le crisi resta sempre al centro del commercio marittimo mondiale e l’Italia è ben posizionata, però restiamo ancora al 19esimo posto nel Logistic Performance Index – ha avvertito Deandreis -. Significa che abbiamo grandi paesi competitors commerciali davanti e questo ci dà veramente l’indicazione sul fatto che il Paese deve fare uno sforzo in più in termini di investimento nelle infrastrutture”.

  • Il 92% degli italiani non rinuncia alle ferie, ma fa vacanze più corte

    Secondo l’Osservatorio Findomestic rispetto allo scorso anno sono diminuiti (dal 12% all’8%) gli italiani che rinunciano a fare le vacanze. Si parte soprattutto con i familiari per cercare relax e benessere più che cultura. La spesa media prevista è di quasi 1.800 euro a famiglia, il 15% in più rispetto al 2023. I rincari maggiori percepiti per bar, ristoranti e alberghi.

    Il 92% degli italiani ha già programmato le vacanze (62%), o pensa comunque di farle (30%), ma per meno tempo rispetto alla scorsa estate. Secondo il focus dedicato al turismo dell’Osservatorio Findomestic (Gruppo Bnp Paribas), il 41% degli intervistati partirà per una settimana (era il 51% nel 2023), mentre il 27% solo per qualche weekend (9 punti percentuali in più rispetto all’ultima estate). Rimane stabile al 30% la percentuale di chi andrà in vacanza per due settimane e anche oltre. Solo l’8% degli italiani (era il 12% nel 2023) non farà, invece, alcun giorno di vacanza, soprattutto (per 1 famiglia su 2) a causa di una diminuzione del proprio reddito.

    “Gli italiani – commenta Claudio Bardazzi, Responsabile Osservatorio Findomestic – non vogliono rinunciare a godersi qualche giorno di riposo nonostante il momento incerto dal punto di vista economico: partiranno soprattutto per l’Italia (80%) e per il mare che resta la meta prediletta (72%), seguita dalle città d’arte (24%) e dalla montagna (18%). Si andrà in compagnia della propria famiglia (82%) più che tra amici (15%), si cercherà più benessere e relax (61%) che cultura o divertimento (24%)”.

    Gli italiani che pensano di partire per le ferie prevedono una spesa media intorno ai 1.785euro, in aumento del 15% rispetto ai 1.560 euro del 2023. Le famiglie con 4 o più persone riescono a contenere maggiormente l’aumento dei costi: prevedono un budget medio di 1.923 euro, 73 in più (+4%) rispetto ai 1.850 euro dello scorso anno. Nel complesso, quasi 7 famiglie su 10 (68%) pensano di spendere fino a 2.000 euro, il 15% tra 2.000 e 3.000 e soltanto il 7% oltre i 3.000 euro. “Il 68% dei vacanzieri di questa estate – continua Bardazzi – nota un aumento dei prezzi superiore a quello che si osserva in altri settori e i rincari più evidenti sono percepiti nei ristoranti e bar (65%), alberghi (58%), trasporti aerei e spiagge (41%)”. “Per contrastare la crescita dei prezzi e il calo del potere d’acquisto chi parte si propone di fare ferie “intelligenti”: il 72% cercherà di spendere il meno possibile, il 69% eviterà le mete più ambite e il 65% ha prenotato con largo anticipo per risparmiare, evitando nel 59% dei casi i periodi più centrali”.

    L’albergo è la struttura prescelta dal 34% degli intervistati (3 punti percentuali in più rispetto al 2023), ma anche le case in affitto e i residence risultano una soluzione molto gradita (30%, in linea con l’anno scorso). Al terzo posto troviamo i bed&breakfast con il 22% delle preferenze. “La necessità di cercare relax e benessere – ha aggiunto Bardazzi – emerge anche dalla scelta della destinazione: oltre 3 persone 10 per evitare complicazioni o brutte sorprese andranno in posti dove sono già stati o vanno di solito e il 25% sceglie nuove destinazioni solo affidandosi ai consigli degli amici”.

  • La libertà

    La  libertà rappresenta, ancora oggi, un valore sconosciuto.

    Nella medesima spiaggia del veneziano solo qualche settimana addietro era possibile imbattersi in una famiglia musulmana con la moglie al bagno con il burkini e a solo a poche centinaia di metri trovare delle persone adulte che praticavano il naturismo.

    Queste due forme di approccio sicuramente sono agli antipodi nella interpretazione della vita in riva al mare, ma dimostrano come contemporaneamente possano coesistere due filosofie di costume ed espressione di valori etici e religiosi diversi, in quanto non hanno intenzione di imporre il proprio codice alla parte “avversa”.

    In altre parole, la lezione veneziana esprime la superiorità valoriale del codice occidentale che proprio per la propria forza riesce a contenere nell’alveo democratico le più diverse espressioni di costume umano.

    Viceversa, l’idea di vietare l’accesso ad una spiaggia pubblica ad una donna  per il solo motivo del costume indossato, come intenderebbe imporre la sindaca di Monfalcone, rappresenta l’espressione della peggiore retroguardia culturale.

    Innanzitutto tutto perché ghettizzare una donna che forse esprime la propria situazione con il burkini impedisce alla stessa di venire a contatto con una realtà diversa da quella del proprio ambito familiare e religioso e conseguentemente emanciparsi.

    Ed in secondo luogo una democrazia cresce anche attraverso la consapevolezza della priorità forza che parte dalla uguaglianza tra donna e uomo, quindi non vieta nessuna, perché un divieto rappresenta una forma di debolezza ed  investe nel progresso culturale forte della propria consapevolezza.

    A Monfalcone, la scelta della sindaca esprime solo una triste debolezza culturale ed una povertà umana che nulla hanno in comune con il valore occidentale della libertà.

  • Will the Gulf Stream really collapse by 2025?

    The Gulf Stream system of warm ocean currents could collapse as early as 2025, a scientific study has warned.

    The end of the system, which drives the Atlantic’s currents and determines western Europe’s weather, would probably lead to lower temperatures and catastrophic climate impacts.

    But leading scientists have reservations about the study and say it is not established science.

    It is far from certain the system will shut down this century, they say.

    The most recent assessment by the Intergovernmental Panel on Climate Change concluded that Amoc would not in fact collapse so quickly.

    The latest study’s author, Prof Peter Ditlevsen at the University of Copenhagen, told BBC News that other scientists had warned about the potential for collapse of the system, known as the Atlantic Meridional Overturning Circulation (Amoc).

    “There’s been worries that this current is weakening for as long as we have had measurements of it – since 2004,” he said.

    The Amoc is a complicated set of currents that bring warm water north towards the pole, where it cools and sinks.

    But as global temperatures rise with global warming, fresh water is pouring into the Amoc from the melting Greenland ice cap and other sources.

    It if collapses, it could lower temperatures by up to 10 or 15 degrees in Europe and lead to rising sea levels in the eastern US. It would also disrupt rain that billions rely on for agriculture.

    The last time Amoc stopped and restarted was during Ice Ages about 115,000 to 12,000 years ago.

    The new study, published in Nature Communications, used sea surface temperature data stretching back to 1870 as a way of assessing the change in strength of Amoc currents over time.

    It estimates Amoc could collapse between 2025 and 2095.

    The analysis is based on greenhouse gas emissions rising as they have done so far. If emissions started to reduce, the world would have more time to keep temperatures below the point at which Amoc would collapse.

    But scientists including Ben Booth at the Met Office Hadley Centre say the paper’s conclusions “are far from settled science”.

    “We just don’t have the evidence to state that it has declined,” says Prof Penny Holliday at the National Oceanography Centre.

    “We know that there is a possibility that Amoc could stop what it’s doing now at some point, but it’s really hard to have certainty about that,” she says.

    “If my neighbour asked me if I should worry about heatwaves or the Amoc collapse, I’d say worry about temperatures. We know that is already happening and will get worse,” she said.

    The reasons for many scientists’ reservations is that they say the study’s authors made a series of assumptions about how to understand Amoc.

    But the climate system is extremely complex and experts do not have all the evidence they need to fully understand the Amoc.

    The predictions that it could collapse as early as 2025 or by 2095 should be taken with a large grain of salt, says Jon Robson at the National Centre for Atmospheric Science, University of Reading.

    But It does not mean that the study is not important or that the possibility of Amoc shutting down should be dismissed, they say.

    “We do still have to take the idea seriously that there could be abrupt changes in the North Atlantic climate system,” says Prof Robson.

    “But the exact predictions that it will happen and within this time frame – you have to take that with some scepticism,” he adds.

  • La qualità delle acque di balneazione europee resta elevata

    Secondo l’ultima relazione annuale sulle acque di balneazione appena pubblicata, nel 2022 la maggior parte dei siti di balneazione in Europa è risultata all’altezza dei più severi standard di qualità dell’UE, meritandosi la classificazione di “eccellente”. La valutazione, elaborata dall’Agenzia europea dell’ambiente in collaborazione con la Commissione, segnala ai bagnanti dove possono trovare le acque di balneazione più pulite in Europa questa estate.

    La qualità delle acque dei siti costieri, che rappresentano i due terzi delle zone di balneazione, è generalmente migliore di quella dei fiumi e dei laghi delle zone interne. Nel 2022 la qualità dell’88,9% dei siti di balneazione costieri dell’UE è stata considerata “eccellente” rispetto al 79,3% dei siti interni.

    Nel 2022 il 95% delle acque di balneazione a Cipro, in Austria, Grecia e Croazia è stato classificato come “eccellente”. Va aggiunto che nello stesso anno tutte le acque di balneazione sottoposte a valutazione a Malta, in Bulgaria, Romania, Slovenia e Lussemburgo hanno soddisfatto almeno lo standard minimo di “qualità sufficiente”.

    Dall’adozione della direttiva sulle acque di balneazione nel 2006, la percentuale di siti di qualità “eccellente” è aumentata, stabilizzandosi negli ultimi anni tra l’85% e l’89% per le acque di balneazione delle zone costiere e tra il 77% e l’81% per quelle interne. Nel 2022 questo livello è stato raggiunto dall’85,7% di tutte le acque di balneazione dell’UE, mentre il 95,9% rispondeva agli standard minimi di qualità.

    Più dell’8% delle acque di balneazione europee si trova in città con più di 100.000 abitanti, principalmente in Grecia, Francia, Italia e Spagna, svolgendo un ruolo importante nella qualità della vita nelle città oltre a garantire benefici ecosistemici.

  • Sicurezza marittima: un trasporto più pulito e moderno

    La Commissione ha presentato cinque proposte legislative intese ad aggiornare le norme dell’UE sulla sicurezza marittima e a prevenire l’inquinamento idrico causato dalle navi.

    Poiché il 75% del commercio estero dell’UE avviene via mare, il trasporto marittimo è non solo l’arteria di un’economia globalizzata, ma anche un fattore vitale per le isole e le regioni marittime periferiche e remote dell’UE.

    Il livello di sicurezza marittima nelle acque dell’UE è attualmente molto elevato: negli ultimi 20 anni non si sono verificate maree nere, anche se si segnalano ancora oltre 2 000 incidenti in mare ogni anno.

    Le proposte odierne mirano a dotare l’UE di nuovi strumenti per ridurre il numero di incidenti e garantire un trasporto marittimo più pulito e moderno. Allineeranno le norme dell’UE alle normative internazionali, garantendo tra l’altro parità di condizioni per il settore e un’armonizzazione delle norme per il controllo e le indagini sugli incidenti marittimi.

    L’aumento dell’uso di strumenti informatici e una maggiore collaborazione tra gli Stati membri garantiranno inoltre l’attuazione e il controllo dell’applicazione di queste norme.

    All’Agenzia europea per la sicurezza marittima sarà attribuito un mandato più ampio, che rispecchi il ruolo sempre più importante che riveste.

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