Moneta

  • 20 anni con l’euro in tasca

    20 anni fa, il 1º gennaio 2002, 12 paesi dell’UE davano l’addio alle proprie banconote e monete nazionali per passare all’euro, dando vita al maggior cambio di valuta di tutti i tempi. In questi due decenni l’euro ha contribuito alla stabilità, alla competitività e alla prosperità delle economie europee. Ma soprattutto ha migliorato la vita delle persone e ha agevolato le attività commerciali in tutta Europa e oltre. Grazie all’euro è diventato molto più facile risparmiare, investire, viaggiare ed esercitare attività imprenditoriali. Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, ha dichiarato: “Sono ormai 20 anni che noi europei ci portiamo l’Europa in tasca. L’euro non è solo una delle valute più solide al mondo. È soprattutto un simbolo dell’unità europea. Le nostre banconote raffigurano su un lato dei ponti e dall’altro una porta: è proprio quello che l’euro simboleggia. L’euro è la valuta del futuro, e nei prossimi anni diventerà anche una moneta digitale. Inoltre l’euro rispecchia i nostri valori, il mondo in cui vogliamo vivere. È la valuta globale degli investimenti sostenibili. Ne possiamo andare tutti orgogliosi”.

    Fonte: Commissione europea

  • Il web trasforma il coronavirus in un business

    Criptovalute che fanno guadagnare sul numero di morti per coronavirus sono state segnalate dalla testata indiana Business Today. Il meccanismo funzionerebbe sulla base di una divisa virtuale simil-Bitcoin: girando sulla piattaforma Blockchain, si impernia su un sistema di ‘token’, gettoni, che si bruciano nella misura in cui aumentano i decessi. Più token si bruciano, maggiore è il valore della ‘moneta’, battezzata ‘Corona-coin’. Il numero totale di token sarebbe pari, secondo quanto dichiarato dagli sviluppatori, alla popolazione mondiale, ossia circa 7,5 miliardi di persone (e quindi di token).

    Ma c’è tutto un mondo della speculazione che ruota attorno a eventi catastrofici, ad esempio i cosiddetti ‘Cat-Bond’, obbligazioni istituite dalla Banca mondiale per dare risorse al Pandemic Emergency Financing Facility (Pef), uno strumento per veicolare i finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo soggetti a rischio pandemia. Che ancora, però, non è stata dichiarata come tale dall’Organizzazione mondiale della sanità per quanto riguarda il coronavirus. In ogni caso, chi opera con questi strumenti, sa che si ‘scommette’ sul verificarsi di un certo fatto: a seconda che accada o meno, si guadagnano o si perdono cifre notevoli.

    Fra gli esperti del settore c’è chi vede il lato positivo del ‘Corona coin’ e nelle discussioni sulle chat di riferimento c’è chi sottolinea la ricaduta positiva che questo sistema può apportare all’healthcare. Non mancherebbe, inoltre, un tocco di solidarietà, che renderebbe il tutto, a dir poco, meno moralmente discutibile: il 20% dei ricavi, secondo quanto riferito dagli sviluppatori della piattaforma, verrebbe devoluto alla Croce Rossa. Qualcuno si spinge a sostenere che le criptovalute ‘a tema’, in questo caso sanitario, contribuirebbero a diffondere la consapevolezza su problematiche specifiche. In ogni caso, uno dei siti in questione, ‘coronatoken.org’ si presenta con una grafica inequivocabile: sullo sfondo, tanti piccoli ‘coronavirus’ con al centro un logo stilizzato che richiama l’idea di valuta, a metà tra il dollaro e l’euro. Il tutto collegato da uno schema ‘a rete’ che culmina con un claim da toccar ferro: “La prima crypto al mondo sostenuta da attestato di morte”. Segue una sorta di ‘libro bianco’ sul funzionamento del ‘CoronaCoin’. In inglese e francese, per non sbagliare.

  • Modelli economici: l’indebitamento digitale

    Le strategie economico politiche di sviluppo nascono viziate da una legittima impostazione ideologica che determina ma soprattutto condiziona persino la semplice interpretazione dei dati oggettivi proposti da obiettive rilevazioni statistiche. La semplice sintesi, quindi, di questi approcci parziali dalle analisi alla elaborazione delle strategie e dei successivi provvedimenti legislativi trova nella politica economica dei diversi governi che si sono succeduti alla guida del nostro Paese degli esempi eclatanti e contemporaneamente inquietanti.

    Un approccio culturale alle tematiche economiche tipico tanto per gli schieramenti “progressisti” quanto per i “sovranisti”, viziato fin dalle prime considerazioni dei sistemi reali.

    Da anni lo schieramento politico “progressista” della nomenclatura economica e politica continua a proporre la tracciabilità di tutti i pagamenti come unica soluzione all’evasione fiscale (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/) e come espressione di un modernismo anche se a tutt’oggi gli effetti acquisti risultano assolutamente sconosciuti soprattutto ai proponenti.

    Il modello Nord europeo da sempre viene indicato come quello più avanzato proprio perché buona parte delle transazioni avviene attraverso la moneta elettronica. In poco più di dieci anni in Finlandia, a fronte di un 70% di pagamenti in contanti sono passati all’80% attraverso la moneta elettronica (fonte WSJ). Contemporaneamente il venire meno del controllo fisico e giornaliero dei pagamenti in contanti ha portato ad un aumento dell’indebitamento dei consumatori. Come logica conseguenza attualmente circa il 7% della popolazione non è più in grado di pagare le bollette dell’utenza domestica: un dato allarmante cresciuto negli ultimi dieci del 33%.

    In altre parole, anche all’interno di una società considerata evoluta e moderna, come quella del nord Europa, lo strumento digitale si sta rivelando non una opportunità ma una vera e propria sciagura se non supportata da un sistema parallelo informativo per le persone meno alfabetizzate sotto il profilo digitale.

    Questa situazione di fatto pone a rischio l’equilibrio finanziario dei consumatori finlandesi e lo stesso se applicato dalla classe politica italiana ma con un maggiore massimalismo ideologico produrrà i medesimi effetti anche per l’utenza italiana la quale gode tuttavia di un “risparmio e una giacenza sui conti correnti” maggiori.

    Forse il vero obiettivo di questa adozione della moneta elettronica oltre a consentire delle laute rendite di posizione agli Istituti bancari attraverso le commissioni rappresenta l’ennesima ed implicita strategia per accedere ai risparmi depositati sui conti correnti.

    Qualsiasi possa essere lo schieramento politico (sovranisti o progressisti), questo ha la medesima responsabilità di quelle disgraziate politiche fiscali ed economiche (si pensi alla ridicola lotteria degli scontrini) tendenti alla esclusione progressiva del circolante a favore della moneta elettronica per evidenti proprie lacune culturali o torbidi interessi con il sistema bancario.

    In una democrazia liberale si lasciano liberi i diversi sistemi di pagamento offrendo l’opportunità ai cittadini di scegliere le forme che considerano maggiormente vantaggiose o idonee. Nei regimi socialisti invece lo Stato decide per i propri cittadini.

    In Italia viene quindi adottata la versione di stato socialista ma rigorosamente “ad insaputa” della stessa classe politica e dirigente che continua a definirsi democratica e liberale.

     

    Francesco Pontelli

     

  • Moneta elettronica: dai “tempi e metodi” alla deriva sudamericana della lotteria

    L’ accreditamento di un pagamento eseguito da un cliente attraverso una carta di credito o di debito sul proprio conto corrente richiede mediamente circa 48 ore ma talvolta può arrivare anche a quattro  giorni. Sono quindi necessari come minimo due giorni mediamente per ottenere la disponibilità della risorsa finanziaria legata ad un pagamento effettuato da un cliente attraverso “carte di credito o debito”. Questo intervallo tra la vendita di un bene o l’erogazione di un servizio e la disponibilità del giusto corrispettivo si traduce in un gap negativo interamente a carico dell’operatore economico.

    Potrebbe anche sembrare un fattore marginale, tuttavia, in relazione all’aumento dell’utilizzo della  moneta elettronica questi (minimo) due giorni dovrebbero venire applicati in aggiunta a

    tutte le scadenze alle quali risultano sottoposti i fruitori di  pagamenti con moneta elettronica. Altrimenti questo gap negativo si tradurrebbe nella semplice riduzione di (minimo) due giorni della tempistica per ottemperare ad ogni scadenza con la pubblica amministrazione (che incentiva proprio la moneta elettronica) e gli stessi operatori privati, a tutto svantaggio degli operatori economici.

    In un momento di forte rallentamento del sistema creditizio ed economico ovviare a tale problematica si dimostrerebbe un atto di buon senso e finalmente attraverso questo adeguamento una concreta e tangibile manifestazione di sensibilità nei confronti degli operatori privati.

    Inoltre sarebbe il primo e per ora unico incentivo all’utilizzo della moneta elettronica. Un adeguamento che riporterebbe finalmente il nostro Paese e  la sua politica fiscale nel perimetro del diritto rispetto alla ridicola ed imbarazzante deriva sudamericana espressione della scelta dei legislatori di avviare la lotteria degli scontrini con il fine di favorire la moneta elettronica.

  • Il dollaro da solo non basta più

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ‘ItaliaOggi’ il 13 settembre 2019.

    Alla recente riunione di banchieri a Jackson Hole il governatore della Bank of England, Mark Carney, ha proposto di sostituire il dollaro, come moneta di riferimento negli scambi commerciali e nelle riserve internazionali, con la Synthetic Hegemonic Currency (Shc), una nuova valuta, non più fisica ma digitale. Un’idea temeraria, come lui stesso ammette. Secondo noi, si tratta di una proposta che potrebbe rendere ancor più instabile il già precario sistema monetario internazionale.

    Il governatore centrale inglese prende come esempio la moneta digitate Libra, recentemente proposta da facebook.com, che dovrebbe diventare il nuovo strumento di pagamento per le transazioni commerciali fatte sempre più online. Libra dovrebbe essere la nuova moneta privata che sostituirebbe le valute nazionali finora utilizzate, a cominciare dal dollaro. Sarebbe utilizzata da acquirenti e altri clienti privati che operano con strumenti telematici.

    La Shc, invece, dovrebbe essere emessa dall’autorità pubblica, cioè dalle banche centrali attraverso una loro rete di monete digitali. L’intento britannico sembra essere soprattutto volto a opporsi alla tendenza egemonica dello yuan cinese che, come Carney afferma, dal 2018 avrebbe già superato la sterlina nei contratti petroliferi. Naturalmente la nuova moneta digitale ridurrebbe anche l’influenza dominante del dollaro stesso. Un mondo con due monete competitive di riserva, afferma il governatore, renderebbe instabile l’intero sistema monetario mondiale. La Grande depressione del ’29, aggravata dalle tensioni tra la sterlina e il dollaro, dovrebbe essere d’insegnamento.

    La nota di Carney rivela che la Bank of England è consapevole di ciò che avviene a livello globale. Del resto egli sottolinea che «la City è il principale centro finanziario internazionale». La conclusione della Bank of England è sicuramente azzardata. Le sue analisi di fondo, però, meritano una certa considerazione.

    Il governatore afferma che la globalizzazione ha accresciuto l’impatto e i riverberi degli eventi internazionali sulle varie economie. Di conseguenza, il sistema del tasso d’inflazione flessibile e dei tassi d’interesse fluttuanti, adottato dalle banche centrali, non regge più. Ciò ha determinato destabilizzanti asimmetrie nel sistema monetario internazionale. Infatti, mentre l’economia mondiale è passata attraverso processi di aggiustamenti, il ruolo del dollaro, invece, è rimasto uguale a quello che aveva quando il sistema di Bretton Woods nel 1971 collassò. È innegabile il fatto che le decisioni monetarie della Federal Reserve stiano producendo effetti negativi in molti paesi, anche in quelli che hanno pochi rapporti economici con gli Usa.

    Egli afferma giustamente che «un sistema unipolare non è adatto per un mondo multipolare». Ricerche ufficiali dimostrano come una rivalutazione del dollaro dell’1% comporterebbe una contrazione dello 0,6% nei volumi di commercio nel resto del mondo. Si ricordi che metà delle transazioni commerciali mondiali è effettuata ancora in dollari! Ma la quota delle importazioni Usa è solo un quinto del totale dell’import mondiale. Perciò, a nostro avviso, anche la riforma delle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), è sempre più necessaria.

    Il dollaro, in quanto moneta dominante del commercio mondiale, è anche la valuta principale di riserva e di riferimento per la maggior parte dei titoli emessi nei paesi emergenti. Per circa due terzi del totale. Ciò ha inevitabilmente indotto queste economie a creare delle misure di sicurezza, aumentando le loro riserve in dollari e contribuendo così a creare quello che da tempo è chiamato «carenza mondiale di risparmi». Si stima che le riserve monetarie dei paesi emergenti potrebbero raddoppiare nei prossimi dieci anni, con un aumento di ben 9.000 miliardi di dollari.

    Noi riteniamo che la nuova moneta digitale Shc non sia la soluzione giusta. Essa, di fatto, annullerebbe progressivamente il ruolo, anche di controllo, delle banche centrali e degli stessi governi. Una questione, affatto secondaria, riguarda la sicurezza e le garanzie monetarie: chi sarebbe il «prestatore di ultima istanza»?

    Finora, e lo abbiamo visto nella Grande Crisi anche se con ritardi e lacune, il garante finale è stato la banca centrale dei vari paesi coinvolti. Il dollaro, da solo, non è oggettivamente più in grado di sostenere l’intero sistema monetario, finanziario, economico e commerciale mondiale. Riteniamo perciò che sia giunto il tempo per la creazione di un sistema monetario multipolare basato su un paniere di monete importanti e per l’attivazione di una nuova «moneta di conto» simile ai Diritti Speciali di Prelievo.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La nuova moneta, il Monopoli ed il sottobicchiere

    In previsione di una rallentamento della crescita economica per il 2019 che renderà necessaria una manovra correttiva (o un maggiore ricorso al debito), il delirio della dottrina sovranista/monetarista  degli spin doctor economici appoggiati e condivisi dalla maggioranza di governo sembra non conoscere sosta né orrore di sé.

    Con grande orgoglio gli “economisti” di area 5Stelle – Lega annunciano il progetto pilota di avviare il conio di una moneta per i comuni di Torino e di Roma (a guida Cinque Stelle) con l’obiettivo di aumentare la base circolante e addirittura si afferma di “voler sostenere gli investimenti delle piccole medie imprese”. Il delirio nasce dalla inconsapevolezza o meglio dalla mancanza assoluta di ogni competenza relativa al concetto di come si giunga alla determinazione del valore di una valuta.

    Il 15 agosto del 1971 il Presidente degli Stati Uniti Nixon sospese la convertibilità del dollaro in oro. Successivamente i valori delle valute (allitterazione inevitabile) vennero determinati dalle libere trattazioni degli operatori finanziari in relazione alla valutazione dei parametri economici fondamentali della nazione titolare della valuta. In tal senso si ricorda come il valore della valuta venga modificato in rapporto ai flussi commerciali solo in una percentuale del 2-3%.

    Precedentemente vengono elaborati report che tengono in considerazione il rapporto ma soprattutto l’evoluzione dello stesso tra debito e PIL e la previsione dell’andamento dei parametri economici, quali esportazione, occupazione e consumi assieme ad altri sociali (invecchiamento della popolazione) come l’istruzione universitaria e la considerazione per la classe politica e dirigente (il rischio paese).

    Il solo concetto di inserire in un contesto tanto complesso ed articolato nel quale nessuna autorità politica e finanziaria può esercitare il controllo assoluto (non il Fmi, non la Bce o la Federal Reserve) una moneta priva di qualsiasi requisito economico-finanziario, come quella ideata per i Comuni di Roma e Torino, rappresenta la negazione del principio economico-finanziario che sottende la valutazione stessa delle valute. In altre parole, si torna al concetto infantile di cambio fisso tra le valute, tipico del gioco del Monopoli. In più nella realtà si aggiunga anche l’assoluta non convertibilità della stessa moneta in altre valute.

    Nella complessa realtà finanziaria il valore dell’Euro, come del dollaro o dello Yen, viene modificato in rapporto alle condizioni economico-finanziarie continentali e mondiali del singolo stato o dell’Unione Europea o del Giappone in rapporto al contesto mondiale di crescita economica.

    La moneta coniata nei due comuni viceversa nasce e trae la propria “forza” solo ed esclusivamente dal patto implicito che questa venga sempre accettata per pagare un servizio od un prodotto, con il medesimo supporto finanziario di un pagamento in natura o in noci di cocco.

    In altre parole in questi due comuni si troveranno in circolazione una “valuta forte” (l’euro, la cui forza nasce dalla credibilità della stessa Ue e dell’Italia) assieme ad un’altra “moneta debole” la cui forza verrà meno nel  momento in cui un solo cittadino rifiutasse di accettare il pagamento in questa valuta debole: automaticamente crollerà tutto l’impianto fiduciario legato alla moneta coniata dai comuni.

    Si possono facilmente intuire i risultati nefasti che potrebbe ottenere la medesima moneta nell’ambito del finanziamento delle PMI, che implicherebbe l’allargamento del perimetro di rapporto fiduciario tra operatori economici situati ben oltre i confini urbani: ridicolo il solo pensarlo. In più esiste un aspetto paradossale e che ridicolizza ancora di più tale strategia che con difficoltà si potrebbe definire monetaria, in rapporto, ma soprattutto considerando gli effetti economici per nulla duraturi legati alle ingenti risorse finanziare erogate dalla Bce attraverso il Quantitative Easing che non ha assicurato alcuna ripresa sostanziale, come dimostrano i dati attuali del rallentamento della crescita e della sua previsione.

    Questo dimostra ancora una volta come all’interno di un mercato complesso ed articolato la sola  politica monetaria abbia perso buona parte della propria capacità di fornire un sostegno alle politiche di sviluppo, in particolar modo per i paesi a forte indebitamento pubblico. Già questa semplice valutazione dimostra come un ulteriore conio di una moneta che dovrebbe diventare un  fattore di  politica espansiva monetaria (ma con una valuta debole) risulti destinata ad avere un insuccesso clamoroso portando in breve tempo il valore della moneta stessa a quello di  un sottobicchiere in cartone di una  birra.

    La negazione della conoscenza economica e finanziaria come base “culturale” di  tali operazioni  risulta imbarazzante per gli “economisti” che la sostengono ma soprattutto preoccupante per le sorti del nostro povero paese per il crescente supporto che ottengono.

  • Gli Stati africani pensano a un loro euro, ma la Nigeria si chiama fuori

    Una moneta unica per l’Africa, forse anche digitale, è stata proposta dal presidente sudafricano Cyril Ramaphosa a seguito di una riunione dell’Unione africana in Ruanda, dove 44 Paesi si sono dati appuntamento per firmare il trattato sull’area continentale di libero scambio africana.

    «Siamo più che mai determinati ad avere una sola moneta nella regione», ha dichiarato il presidente del Ghana, Nana Akufo-Addo, il quale ha ospitato lo scorso febbraio i capi di Stato africani con i vari governatori delle rispettive Banche centrali. «Vogliamo facilitare il commercio, ridurre i costi delle transazioni e dare una spinta alle attività economiche fra i 15 Paesi membri. Tale politica economica – ha continuato Akufo-Addo – sarà fondamentale per migliorare i livelli di vita di milioni di persone, razionalizzando le diverse istituzioni esistenti e riducendo i criteri economici di convergenza nella regione». Anche il presidente attuale dell’Ecowas (la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), il togolese Faure Gnassingbé, ha dichiarato di sostenere il progetto. La Nigeria però intanto ha deciso di rimanere fuori dalla ‘zona di libero scambio’ (Zlec) lanciata nel summit nella capitale ruandese, Kigali per eliminare le tasse doganali e aumentare il livello degli scambi intra-africani di circa il 60% entro il 2022. «Avere una moneta unica entro il 2020 potrebbe essere una mossa troppo affrettata», ha affermato uno scettico Godwin Emefiele, governatore della Banca centrale nigeriana.

    Attualmente, ci sono oltre 40 valute diverse in Africa e il continente ha dovuto affrontare innumerevoli difficoltà economiche, tra cui la più notevole è stata quella dello Zimbabwe. Da qui l’idea delle valute digitali che sta cominciando a decollare in Africa, con il Sudafrica in testa.

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