mostra

  • Pio XI, una grande storia italiana

    Tra le iniziative in corso per il Giubileo 2025, trova un posto significativo il ‘Giubileo dei Pontefici’, un progetto speciale per unire i luoghi natali dei Papi lombardi e veneti del Novecento con un cammino tra fede, memoria e cultura.

    Pio X, nato a Riese nella provincia di Treviso, ha avviato il processo di modernizzazione della Chiesa, Pio XI, il Papa di Desio, ha promosso pace e dialogo in un contesto segnato dall’instabilità mondiale. In anni più recenti, Papa Giovanni XXIII, arrivato dalla piccolissima comunità di Sotto il Monte, ha indetto il grande Concilio Ecumenico Vaticano II, un punto di svolta per la Chiesa. Dopo di lui Paolo VI, nato a Concesio, nel bresciano, ha incarnato la volontà di proseguire nel rinnovamento, mentre Giovanni Paolo I, di Canale d’Agordo nella provincia di Belluno, pur nel breve pontificato, ha rappresentato un simbolo di continuità dei princìpi avviati dai suoi predecessori.

    Pio XI, il Papa brianzolo, rappresenta una grande storia lombarda: ha predicato senza cedimenti la necessità della pace, ha combattuto i totalitarismi offrendo la chiesa del suo tempo come faro di speranza e di riconciliazione, ha creduto nel futuro senza temere il progresso. Ad Achille Ratti – Pio XI la sua terra natale e le associazioni che ne tengono viva la memoria hanno dedicato uno straordinario percorso espositivo all’interno di Villa Cusani Traversi Tittoni, il settecentesco monumento del Piermarini oggi patrimonio della città di Desio. È un viaggio che attraverso diciotto sezioni narra con le più moderne tecniche comunicative la storia del Pontefice di Desio a partire dal percorso di sacerdote e di studioso. Ma c’è spazio anche per la grande passione per l’alpinismo, il segno delle sue radici lombarde: nel 1889 e ’90. Achille Ratti, affrontando condizioni proibitive, scala le cime del Monte Rosa, del Bianco e del  Cervino, aprendo nuove vie. L’evento allestito in villa Tittoni a Desio ne celebra il ricordo trasportando i visitatori in alta montagna con una stanza immersiva a 360°. Non è l’unica emozione del percorso espositivo che ha per titolo ‘Costruirò la Casa della Pace’: in un panorama di immagini, testi, di preziosi reperti museali e oggetti scenici, si incontra un touch wall da sfiorare con la mano per aprire un focus sulla vita di Pio XI, si attivano monitor e proiezioni murali con cinegiornali d’epoca, si sfoglia un grande libro digitale che narra il Rinascimento del Vaticano voluto da Papa Ratti, e nella cappella settecentesca, da un sorprendente ologramma tridimensionale ad alta suggestione, Pio XI in viva voce saluta i visitatori. Una sequenza di emozioni per una storia che appartiene a pieno titolo all’identità italiana.

    ‘Costruirò la Casa della Pace’  è certamente una proposta che vuole farsi ricordare: non una mostra statica di reperti ma una passeggiata dinamica nel tempo e tra i grandi episodi che hanno visto Pio XI protagonista, una novità rispetto alle tradizionali esposizioni relative a tematiche religiose. La condivisione della proposta è sollecitata anche da alcuni segni concreti, come la sintesi di due encicliche di Papa Ratti offerte gratuitamente al visitatore.

    Il significato dell’evento ‘Costruirò la Casa della Pace’ è ben sintetizzato in una frase di Agostino Gemelli, il fondatore dell’Università Cattolica inaugurata a Milano nel 1921 proprio dal cardinale Achille Ratti. Scrive Gemelli che con l’elezione di Pio XI “è la cultura che sale al soglio di Pietro. È la scienza che ci appare rivestita dalle vesti pontificali. È il sapere che celebra il suo connubio con la fede”.

    Oltre al merito di aver voluto con i Patti Lateranensi la Città del Vaticano con l’unico fine di garantire alla Chiesa la sua missione tra i popoli, l’intento delle opere del Papa di Desio è sempre stato di unire opere, cultura e bellezza. Per Pio XI la bellezza è un buon motivo di conversione.

    Il percorso espositivo multimediale ‘Costruirò la Casa della Pace’ è a ingresso gratuito ma con prenotazione obbligatoria. Tutte le informazioni si possono trovare sul sito www.papadidesio.it.

  • Architetture e visioni. Il racconto fotografico di Alberto Lagomaggiore in mostra a Villa Ghirlanda

    Inaugurerà sabato 17 maggio nelle sale di Villa Ghirlanda a Cinisello Balsamo (MI) la mostra personale di Alberto Lagomaggiore “Fotografie di architettura 1994-2024”, a cura di Maria Fratelli e Giorgio Olivero, che ripercorre trent’anni di fotografia d’architettura del noto fotografo, allievo di Gabriele Basilico. Un centinaio le fotografie in mostra, tra bianco e nero e colore, realizzate da Lagomaggiore perlopiù con fotocamera analogica di grande formato, a partire dalla metà degli anni Novanta sino ad oggi. Alle prime immagini che raccontano le profonde trasformazioni urbanistiche che hanno interessato grandi città come Milano e Genova, e delle quali Lagomaggiore è stato diretto testimone visivo, si aggiungono i lavori, realizzati a partire dalla fine degli anni Novanta, per riviste e cataloghi di note aziende del settore del design industriale. Una sezione della mostra è dedicata alle fotografie, inedite e non ancora mai pubblicate, del cantiere di restauro del 2004 di Villa Belgiojoso Bonaparte (Villa Reale) in via Palestro a Milano, uno dei principali monumenti del Neoclassicismo milanese, sede della Galleria d’Arte Moderna. Una galleria di immagini suggestive e ricche di fascino che, attraverso uno sguardo inconsueto e originale, si muovono tra spazi architettonici e opere d’arte. Completano l’excursus sull’attività trentennale di Lagomaggiore le immagini di ricerca personale dedicate all’edilizia “minore”, spesso non vincolata e degradata, come la serie dedicata alle Cascine di Milano, significativi manufatti edili cerniere tra il tessuto urbano e la campagna circostante, ed anche agli edifici testimoni della trasformazione delle città, come la serie di immagini sui Cantieri di Milano. A conclusione della mostra vengono presentati i due recenti lavori “Cuneo Zone di Confine” e “MILANO OVER”, entrambi del 2020, confluiti in due volumi fotografici, dove emergono tutti gli elementi delle principali tematiche indagate negli anni da Lagomaggiore come l’analisi urbanistica delle città, il racconto del tessuto urbano nelle sue varie declinazioni di edilizia abitativa e industriale, la dettagliata indagine delle trasformazioni dello spazio proiettato dalle architetture.

    La mostra sarà visitabile fino all’8 giugno.

  • ‘Morandi 1890-1964’: Milano dedica all’artista bolognese una delle mostre più importanti degli ultimi anni

    Pochi giorni ancora per visitare la mostra Morandi 1890 – 1964, a Palazzo Reale di Milano fino al 4 febbraio. A più di trent’anni dall’ultima rassegna il capoluogo meneghino dedica al grande pittore bolognese un’esposizione che celebra il suo rapporto elettivo con la città. Erano lombardi o vivevano a Milano, infatti, i primi grandi collezionisti di Morandi come Vitali, Feroldi, Scheiwiller, Valdameri, De Angeli, Jesi, Jucker, Boschi Di Stefano, Vismara – parte delle cui raccolte furono donate alla città – e milanese era la Galleria del Milione, con la quale il pittore intrattenne un rapporto privilegiato.

    Per estensione e qualità delle opere la mostra è tra le più importanti e complete retrospettive sul Maestro bolognese realizzate negli ultimi decenni, un corpus espositivo di circa 120 opere che ripercorre la sua intera opera – cinquant’anni di attività, dal 1913 al 1963 – attraverso prestiti eccezionali da importanti istituzioni pubbliche e da prestigiose collezioni private.

    Il percorso espositivo segue un criterio cronologico con accostamenti mirati e inediti che documentano l’evoluzione stilistica e il modus operandi del pittore, nella variazione dei temi prescelti – natura morta, paesaggio, fiori e solo raramente figure – e delle tecniche – pittura, acquaforte e acquerello. A metà percorso, una suggestiva installazione video, realizzata in collaborazione con il Museo Morandi del Settore Musei Civici Bologna, ripropone al visitatore la camera-studio di Via Fondazza a Bologna, oggi museo, dove Morandi visse e lavorò fino ai suoi ultimi giorni, accompagnata da frammenti audio di una radio-intervista al pittore di Peppino Mangravite, insegnante alla Columbia University (1955).

    Il percorso si suddivide in 34 sezioni che documentano il primo contatto con le avanguardie, tra cézannismo, cubismo e futurismo (1913-1918), il personale accostamento alla metafisica (1918-1919, il ritorno al reale e alla tradizione (1919-1920, le sperimentazioni degli anni ’20 (1921-1929), l’incisione e la conquista della pittura tonale (1928-1929, la maturazione di un linguaggio tra senso costruttivo e tonale e la variazione dei temi negli anni ’30 (1932-1939), negli anni ’40 (1940-1949, e negli anni ’50, in direzione di una progressiva semplificazione (1950-1959), l’acquerello (1956-1963, infine, la tensione tra astrazione e realtà negli anni conclusivi (1960-1963, in cui è toccata l’essenza della realtà, la sostanza di una ricerca durata tutta una vita.

    Morandi era convinto che “le immagini e i sentimenti suscitati dal mondo visibile, che è un mondo formale” fossero “inesprimibili a parole”. “Il compito è quello di far cadere quei diaframmi”, “quelle immagini convenzionali” che si frappongono tra l’artista e la realtà. Ed è per questo che il suo universo simbolico è costituito da oggetti tra i più comuni, scelti per la loro immutabilità.

    Morandi 1890-1964, è ideata e curata da Maria Cristina Bandera, promossa da Comune di Milano, prodotta da Palazzo Reale, Civita Mostre e Musei e 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE, in collaborazione con Settore Musei Civici Bologna | Museo Morandi.

  • Storie dall’Ucraina: a Milano la mostra fotografica sulla vita durante la guerra

    Dal 15 settembre al 15 ottobre, dopo la prima tappa a Roma, sarà aperta al pubblico la mostra fotografica “CONTRA SPEM SPERO. Storie dell’Ucraina”, allestita al Palazzo delle Stelline (Milano, Corso Magenta 61), che raccoglie i progetti documentaristici e artistici di 11 fotografi di nazionalità ucraina, prodotti durante la guerra di aggressione russa.

    Il titolo della mostra fa riferimento a un testo della poetessa classica ucraina Lesia Ukrainka, scritto nel 1890, un monologo dell’autrice che proclama lo spirito di speranza e di opposizione a tutti i problemi anche nelle circostanze più difficili. La mostra è divisa in tre parti – la lotta, la speranza e l’indomani – che parlano ognuna della nuova realtà e dell’adattamento alla vita durante la guerra, della lotta per l’esistenza del Paese, delle esperienze traumatiche e della speranza che li spinge a continuare a vivere.

    Curata da Kateryna Radchenko dell’Odesa Photo Days Festival (Odesa, Ucraina), organizzata dall’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania in Italia e dalla Fondazione Stelline con il supporto della Rappresentanza della Commissione europea in Italia, in collaborazione con l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, l’Ambasciata di Spagna in Italia (Presidenza del Consiglio dell’Unione europea), l’Ambasciata di Svezia in Italia e l’Ambasciata d’Ucraina in Italia, la mostra ha il patrocinio di Regione Lombardia e Comune di Milano.

    “Promuovere queste testimonianze ci aiuta a riflettere insieme sulle varie fasi dell’aggressione – la lotta, la speranza e il dopo – che ci vede tutti coinvolti anche se in modo diverso. Anche nelle sere più buie, la speranza ci è amica, perché ci indica il cammino”, il commento di Claudia Colla, Capo della Rappresentanza della Commissione europea a Milano.

  • Un po’ di Persia a Milano

    Lusso, opulenza, sfarzo, mondanità, moda e arte: in una parola bellezza. La bellezza immaginifica che nel secolo scorso veniva evocata quando si parlava di Persia, un luogo lontano e per questo affascinante che giovedì 4 maggio sarà raccontato nella mostra “Splendida Persia”, una collettiva di quattro artisti persiani, Hoda Pishraft, Nadia Shokraie, Ladan Tofighi Niaki e Babak Monazzami, ospitata nell’atelier milanese di Fiorella Ciaboco, in via Via Gaspare Rosales, 9. Musica, profumi, proiezioni, dipinti creeranno una magica atmosfera durante la quale, a partire dalle 13, si potrà conversare con gli artisti, ammirare le loro opere e le creazioni sartoriali della padrona di casa, Fiorella Ciaboco.

    Dopo le 18, uno degli artisti, Babak Monazzami, farà una breve presentazione geografica e storica dell’Iran, spiegherà simbolismo e disegni dei tappeti persiani e farà anche un breve cenno alla storia del costume in Iran.

    Un assaggio di cucina persiana completerà l’immersione in una cultura millenaria che si desidera tenere viva. Un modo alternativo per tenere alta l’attenzione sui fatti accaduti in Iran, lasciando quindi i giovani persiani liberi di esprimersi con la loro arte e ricordando le loro origini.

    Grazie a Tania Kuznetsova, titolare della cantina toscana Poggio del Moro, che dal 2007 appoggia progetti e mostre, gli assaggi di abgusht, kate, hummus e ferni saranno accompagnati da tre vini: il Rosso Toscana I.G.T. , Galio Toscana I.G.T. Rosato, Pet Nat Spumante Bianco I.G.t.

    La mostra è ideata dalla rivista EMME22 (www.emme22.it), curata dalla gallerista Olga Panova e allestita da Nino Carè.

  • Riparte Brafa, arte e antichità tornano a Bruxelles

    Antichità, arte moderna e lusso. Bruxelles rilancia Brafa, la celebre fiera d’arte della capitale belga, che ha riaperto le porte ai visitatori dopo gli anni difficili della pandemia. Tornano così sotto le volte della fiera di Bruxelles, a pochi passi dall’Atomium, i migliori mercanti d’arte del Belgio e dell’Europa intera, con i loro pezzi migliori, alcuni accessibili al grande pubblico altri invece riservati a grandi collezioni e musei.

    La pandemia e poi la guerra però hanno modificato leggermente il mix degli avventori, fanno sapere gli organizzatori: meno cinesi e russi. E così tornano centrali i collezionisti del vecchio continente come l’aristocrazia industriale fiamminga e l’alta borghesia francese o tedesca. Clienti duri che non si lasciano affascinare da ciò che luccica ma cercano oggetti ricercati, e la fiera si adatta riducendo leggermente lo spazio all’arte contemporanea e puntando su antiquariato e sull’oggettistica di valore.

    Da sempre Brafa è una fiera eclettica e ne fa il suo vanto: anche quest’anno le cose non cambiano, a fianco della Tentazione di Sant’Antonio del pittore fiammingo Pieter Huys infatti ci si imbatte nei celebri pois di Yayoi Kusama, artista giapponese ormai in collaborazione semi-stabile con Louis Vuitton di cui Brafa ospita uno dei pezzi più cari dell’esposizione, un quadro in vendita per 2,2 milioni di euro.

    Tanta anche l’arte classica italiana dal negoziato a porte chiuse su un dipinto del XV secolo di Sebastiano del Piombo, portato dalla galleria Cappuzzo dopo tre anni di studi e accertamenti sull’origine, ad una croce cesellata d’oro all’incirca dello stesso periodo e proveniente dall’Opera del Duomo di Firenze e riscoperta dalla galleria Dei Bardi Art e offerta attorno ai cinquantamila euro. Nonostante i prezzi non siano quelli di tutti i giorni la maggior parte dei clienti è qui principalmente per trovare oggetti per le loro case, spiegano dal team di Brafa sottolineando la cura e l’attenzione tradizionale della borghesia belga, che ancora costituisce il 40% dei clienti della fiera, per le collezioni domestiche.

    E le collezioni private possono permettersi anche di osare qualcosa nello stile e infatti a due passi dall’iperclassico busto di marmo dell’imperatore Commodo attribuito allo scultore Bartolomeo Cavaceppi e presentato dalla galleria Desmet si nota l’impressionante scala modulare anni 70 in poliestere rosso del designer francese Georges Ferran, su cui ruota lo stand della galleria Morentz. A ognuno il suo insomma. Il mondo delle fiere d’arte è fermo da anni e ciò che importa alla fin fine è che la gente ricominci a comprare, e a Brafa le premesse ci sono tutte.

  • ‘Costruire Cattedrali con gioia’, la mostra di Valentina Chiappini alla Fabbrica del Vapore di Milano

    E’ stata inaugurata il 15 febbraio nei locali dell’Associazione Corte Sconta, alla Fabbrica del Vapore di Milano, e sarà visitabile fino alla fine del mese, la personale dell’artista Valentina Chiappini dal titolo Costruire cattedrali con la gioia. La mostra prende nome da una delle opere esposte che ritrae la popolare figura di Mickey Mouse associata all’immagine di un muro di mattoni in costruzione sul quale è poggiata una cazzuola da muratore, simbolo esoterico associato alle azioni edificatrici della beneficenza e della bontà attiva. Pertanto, il titolo dell’opera (Costruire cattedrali con la gioia) può essere letto come un riferimento alla virtù della carità, richiesta agli iniziati sulla via della conoscenza mistica.

    Le immagini di Valentina Chiappini sono caratterizzate dalla compresenza di figure e talvolta anche di parole e cancellature che ricordano la struttura dei dipinti di Jean Michel Basquiat trasmettendo una costruzione problematica dell’immagine.
    Questi dipinti raccontano tutti una sorta di percorso personale, quasi filosofico, a tratti anche spirituale.

    Valentina Chiappini, nota per la sua ricerca che incrocia l’indagine filosofica e umanistica con una espressione artistica assolutamente originale, è pittrice e performer di origine siciliana, classe 1980. Dopo la formazione classica, ha frequentato “l’Accademia Italiana” Arte/Moda/Design a Firenze, quindi l’Accademia di Belle Arti di “Brera” a Milano. Attraverso l’uso di lame, tratta il colore per sottrazione. Fra le sue esposizioni personali e collettive: Studio Piero Manzoni (Brera, Milano), Arca Mexico (San Ildefonso) Città del Messico, Rivoli 59 Parigi, Fabbrica del Vapore (Brera/Rivoli59) Milano, Agora Gallery (Chelsea) New York.

  • A Milano ‘Andy Warhol. La pubblicità della forma’, la mostra sull’artista simbolo della pop art americana

    Ancora poco più di un mese per visitare Andy Warhol. La pubblicità della forma, la spettacolare mostra dedicata al grande artista americano, simbolo indiscusso della pop art, alla Fabbrica del Vapore di Milano, promossa e prodotta da Comune di Milano–Cultura e Navigare e curata da Achille Bonito Oliva con Edoardo Falcioni per Art Motors, Partner BMW e Hublot. Fino al 26 marzo sarà possibile ammirare oltre trecento opere, per la maggior parte uniche, divise in sette aree tematiche e tredici sezioni: dagli inizi negli anni Cinquanta quando Warhol era illustratore commerciale sino all’ultimo decennio di attività negli anni Ottanta connotato dal rapporto con il sacro. Un vero e proprio viaggio nell’universo artistico e umano di uno degli artisti che hanno maggiormente innovato la storia dell’arte mondiale e influenzato un’intera generazione di artisti come Basquiat, Haring, Scharf che lo considerano il loro padre spirituale. Tele, carte, sete, latte con le famose ed uniche Polaroid, per arrivare agli acetati unici che fanno parte della seconda fase del suo lavoro.

    Senza dimenticare la storica Factory, dove Warhol accolse attori, musicisti, scrittori, tutto il mondo creativo newyorchese, creando i primi film come i The Velvet Uderground & Nico, per cui realizza anche la copertina del celebre LP.

    La grande intuizione di Wharol, da giovane pubblicitario di successo, fu quella di ripetere una immagine più e più volte, in modo da farla entrare per sempre nella mente del pubblico. Thirty Are Better Than One, la sua prima Monna Lisa ripetuta ben trenta volte, viene trasformata in un’opera di tutti e per tutti, trasformando il linguaggio della pubblicità in arte e ridefinendo il compito dell’artista che non più quello di creare ma di riprodurre.

    Per far questo Warhol adotta una speciale tecnica di serializzazione, con l’ausilio di un impianto serigrafico, che facilita la realizzazione delle opere e riduce notevolmente i tempi di produzione. Su grosse tele riproduce moltissime volte la stessa immagine alterandone i colori: usando immagini pubblicitarie di grandi marchi commerciali o immagini di impatto come incidenti stradali o sedie elettrice, riesce a svuotarle del significato originario. L’arte deve essere “consumata” come qualsiasi altro prodotto.

    La tecnica della serigrafia viene usata da Warhol già nel 1962 per realizzare la serie Campbell’s Soup Cans. Lo stesso fa con i ritratti delle celebrità dell’epoca: Marilyn Monroe, Mao Zedong, Che Guevara, Michael Jackson, Elvis Presley, Elizabeth Taylor, Brigitte Bardot, Marlon Brando, Liza Minnelli, Gianni e Marella Agnelli, le regine Elisabetta II del Regno Unito, Margherita II di Danimarca, Beatrice dei Paesi Bassi, l’imperatrice iraniana Farah Pahlavi, la principessa di Monaco Grace Kelly, la principessa del Galles Diana Spencer.

    La mostra milanese vuole documentare questo avvincente percorso: dagli oggetti simboli del consumismo di massa, ai ritratti dello star system degli anni ’60; dalla serie Ladies & Gentlemen degli anni ’70 dedicata alle drag queen, i travestiti, simbolo di emarginazione per eccellenza e considerati alla pari di star come Marilyn, sino agli anni ’80 in cui diviene predominante il rapporto col sacro: cattolico praticante, ne era stato in realtà pervaso per tutta la vita.

    Nella mostra milanese sono esposte quasi tutte opere uniche come tele, serigrafie su seta, cotone e carta, oltre a disegni, fotografie, dischi originali, T-shirt, il computer Commodore Amiga 2000 con le sue illustrazioni digitali – i primi NFT della storia – , la BMW Art Car dipinta da Warhol con il video in cui la realizzò, la ricostruzione fedele della prima Factory e una parte multimediale con proiezioni di film da vedere con gli occhialini tridimensionali.

    Andy Warhol muore nel 1987 per una infezione alla cistifellea. Le sue icone, i suoi personaggi, i suoi soggetti sono riprodotti ovunque, in tutto il mondo, su vestiti, matite, poster, piatti, zaini. Ha anticipato i social network e la globalizzazione degli anni Duemila, ha cambiato per sempre la storia dell’arte, è ancora attualissimo e amato da un pubblico trasversale.

    La mostra rappresenta una occasione imperdibile per godere della sua arte unica, coraggiosa, innovativa e traboccante di idee.

  • Giovanni Giusti non solo un fotografo

    La mostra “Anime pure” di Giovanni Giusti, inaugurata il 27 agosto nella Torre dell’Orologio di San Polo d’Enza, si concluderà sabato 15 ottobre, ancora pochi giorni per potere apprezzare le foto che l’artista ha scattato in uno dei suoi ultimi viaggi a Goa.

    “Anime pure” perché ogni foto rappresenta la purezza, la dignità di bambini che guardano avanti, non sono semplici ritratti o spaccati di vita presi a caso per commuovere o per fissare attimi fuggenti. Nelle sue foto Giovanni Giusti cerca e trova l’anima di chi è fotografato per poi parlare alle anime di chi osserva.

    Una ricerca la sua, quasi una missione che continua da anni, un lavoro costante di ricerca e di condivisione, il tentativo, ripetuto con passione e dedizione, di fare percepire a noi, così lontani dalle spiagge, dove alcuni vivono intensi periodi di turismo e molti altri, specie i bambini, rischiano ogni giorno di non vedere il giorno dopo, sensazioni e vite reali.

    Nessuna immagine violenta, cruda, angosciante ma solo realtà semplici e pure, quella purezza che non dovrebbe mai essere strappata ai bambini e che dovremmo, almeno un po’, conservare da adulti.

  • Marc Chagall, una storia tra due mondi

    Si intitola “Marc Chagall. Una storia di due mondi” la mostra dedicata ad uno degli artisti moderni più popolari e amati allestita al Mudec di Milano e visitabile fino al 31 luglio.

    Prodotto da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE, promosso dal Comune di Milano-Cultura e curato dall’Israel Museum di Gerusalemme il progetto espositivo affronta l’opera di Marc Chagall da un punto di vista nuovo, collocandolo nel contesto del suo background culturale, grazie alla straordinaria collezione nell’Israel Museum, che presenta in mostra una selezione di oltre 100 opere donate per la maggior parte dalla famiglia e dagli amici di Chagall. In particolare il focus è sui lavori grafici dell’artista e sulla sua attività di illustratore editoriale.

    La mostra ripercorre alcuni temi fondamentali della sua vita e della sua produzione: dalle radici nella nativa Vitebsk (oggi Bielorussia), descritta con amore e nostalgia nella serie Ma vie, all’incontro con l’amata moglie Bella Rosenfeld, della quale illustrò i libri Burning Lights e First Encounter, dedicati ai ricordi della vita di Bella nella comunità ebraica, pubblicati dopo la morte prematura della donna e di cui in mostra sono esposti i disegni originali.

    Il progetto espositivo mette in relazione queste opere con il contesto culturale da cui nacquero: la lingua, gli usi religiosi e le convenzioni sociali della comunità ebraica yiddish, così come i colori e le forme che Chagall assimilò da bambino ed espresse al meglio da adulto, il rapporto esistente nell’opera di Chagall tra arte e letteratura e tra linguaggio e contenuto.

    I lavori esposti riflettono dunque l’identità poliedrica dell’artista, che è al tempo stesso il bambino ebreo di Vitebsk; il marito che correda di immagini i libri dell’amata moglie; l’artista che illustra la Bibbia, volendo rimediare così alla mancanza di una tradizione ebraica nelle arti visive; e infine l’originale pittore moderno che, attraverso l’uso dell’iconografia cristiana, piange la sorte toccata nel suo secolo al popolo ebraico.

    Divisa in quattro sezioni la mostra racconta il volto umano di Chagall e il carico evocativo della sua storia. La prima sezione abbraccia il tema della Cultura ebraica e Yiddish. La seconda sezione della mostra è dedicata al tema della Nostalgia, evidente in molte sue opere, dalle radici nella nativa Vitebsk, descritta con amore e nostalgia nella serie Ma vie, all’incontro con la prima moglie Bella Rosenfeld.

    La terza sezione descrive le Fonti di ispirazione di Chagall. La mostra presenta le sue illustrazioni della Bibbia: disegni e stampe su temi che esercitarono sempre un grande fascino su di lui e che rivelano un’interpretazione straordinariamente “umanista” delle Scritture; la Bibbia Ebraica (quella che racconta l’Antico Testamento) è infatti rappresentata come un ciclo di incontri storici tra l’uomo e Dio.

    Infine, l’ultima sezione ci porta in Francia, la nuova patria. Il ricco cromatismo che si suole associare ai dipinti e alle stampe di Chagall emerse solo nel momento in cui egli lasciò la Russia per la Francia. Stabilitosi a Parigi, Chagall abbracciò la sua nuova, colorita patria assimilando tutte le risorse culturali che essa gli offriva.

    Nel corso della sua straordinaria carriera, Chagall ha prodotto numerose opere grafiche – disegni, incisioni, litografie – dimostrando di essere un maestro della linea e della superficie oltre che un eccellente colorista. Probabilmente rimane ineguagliato nell’abilità di tradurre il colore in un mezzo esclusivamente bianco e nero, mantenendo le gradazioni dei toni. Nelle illustrazioni per i libri – dall’autobiografia alla Bibbia – rimane fedele al testo accompagnandolo con immagini che di solito non si limitano a illustrare particolari episodi.

    Dal bianco e nero al colore. La joie de vivre degli anni della sua formazione trova espressione nell’arte di Chagall in colori vivaci e in immagini ricche ed evocative, ora malinconiche ora gioiose: temi archetipici di tutto il suo lavoro, immediatamente riconoscibili da spettatori appartenenti alle più diverse culture.

Pulsante per tornare all'inizio