mostra

  • ‘Uniform into the work/out of the work’, la divisa da lavoro nelle immagini di 44 fotografi

    Oltre 600 gli scatti di grandi fotografi internazionali che raccontano le molteplici tipologie di abbigliamento indossate dai lavoratori in contesti storici, sociali e professionali differenti in mostra alla Fondazione Mast di Bologna. UNIFORM INTO THE WORK/OUT OF THE WORK, visitabile fino al 3 maggio 2020, comprende una mostra collettiva sulle divise da lavoro nelle immagini di 44 fotografi e un’esposizione monografica di Walead Beshty, che raccoglie centinaia di ritratti di addetti ai lavori del mondo dell’arte incontrati dall’artista per i quali l’abbigliamento professionale è segno distintivo, una sorta di tacito codice dell’anti-uniforme.

    Nate per distinguere chi le indossa, le uniformi da un lato mostrano l’appartenenza a una categoria, ad un ordinamento o a un corpo, senza distinzioni di classe e di censo, dall’altro possono evidenziare la separazione dalla collettività di chi le porta. Le parole “uniforme” e “divisa” rivelano, allo stesso tempo, inclusione ed esclusione. In tutto il mondo si distingue ancora oggi tra “colletti blu” e “colletti bianchi”, due espressioni che si sono imposte in molte lingue della società industrializzata. Ispirandosi all’abbigliamento da lavoro, si opera una distinzione tra diverse forme e categorie professionali e poi sociali: da un lato la casacca o la tuta blu degli operai delle fabbriche, dall’altro il colletto bianco quale simbolo del completo giacca e pantaloni, camicia bianca e cravatta di coloro che svolgono funzioni amministrative e direttive.

    La mostra collettiva “La divisa da lavoro nelle immagini di 44 fotografi” raccoglie gli scatti di 44 artisti tra cui Manuel Alvarez Bravo, Walker Evans, Arno Fischer, Irving Penn, immagini tratte da album di collezionisti sconosciuti e otto contributi video di Marianne Müeller. Ecco così scorrere le casacche da lavoro e i grembiuli dei ‘piccoli mestieri’, quali il pescivendolo e il macellaio, e le tute degli scaricatori di porto e degli operai.

    La mostra monografica “Ritratti industriali” del fotografo americano Walead Beshty raccoglie 364 ritratti, suddivisi in sette gruppi di 52 fotografie ciascuno: artisti, collezionisti, curatori, galleristi, tecnici, altri professionisti, direttori e operatori di istituzioni museali. Sono fotografie di persone con cui l’artista è entrato in contatto nel suo ambiente di lavoro, mentre realizzava la sua arte o preparava le mostre. L’obiettivo di Behsty è quello di rappresentare le persone nel loro ambiente di lavoro (che è anche il suo), la loro funzione e il ruolo professionale che svolgono nel mondo e nel mercato dell’arte. Da qui il titolo della sua opera “Industrial Portraits”. I 364 ritratti evidenziano la riluttanza dei protagonisti per l’uniformità dell’abbigliamento professionale che crea omologazione e uniformità ma, sebbene ciascun ritratto miri a mostrare una presenza e un’immagine unica, personale e originale, i protagonisti sembra rimangano dipendenti dal contesto, prigionieri del loro atteggiamento individualistico.

     

  • La vita del popolo sahiwaliano raccontata attraverso gli scatti Sohail Karmani

    Frammenti di vita quotidiana in cui i volti si intrecciano con i riti, i rituali e le cerimonie di un territorio dove è ancora parzialmente intatta la naturalità della condizione umana. Sono gli scatti racchiusi in The Spirit of Sahiwal di Sohail Karmani, professore ordinario presso la New York University di Abu Dhabi e appassionato fotografo che ha sviluppato nel tempo un proprio linguaggio narrativo incentrato sulla gente, i viaggi, la strada e la fotografia documentaria.

    Di origini pakistane, nel 2010 si è recato per la prima volta a Sahiwal, città di suo padre, nel distretto centro orientale di Punjab, meglio conosciuto come il sito dell’Antica Civiltà della Valle dell’Indo risalente al terzo millennio a.C. e ha fatto dei colori vividi, dei volti e delle storie di quei luoghi i protagonisti dei suoi scatti che altro non sono che un omaggio alla bellezza, all’umanità, alla dignità e allo straordinario spirito di resilienza di quel popolo. Lungi dal volere rappresentare la miseria e la sofferenza, il libro di Karmani regala uno spaccato della società sahiwaliana in cui i contrasti cromatici e la luce intensa si innestano nella vitalità di una natura umana feconda e autentica, cristallizzata in immagini capaci di generare grande coinvolgimento emotivo con lo spettatore.

     

  • “Tutte le ore del mondo”: la vita di una comunità multietnica negli scatti del grande fotografo Gerald Bruneau

    26 scatti per raccontare tutti i colori del mondo, concentrati in un solo comune alle porte di Milano, attraverso la vita quotidiana dei bambini. Con la mostra “Tutte le ore del mondo – Ritratti di accoglienza, relazione e cura nella Baranzate multietnica” visitabile fino al 30 giugno prossimo presso il Centro Diagnostico Italiano, in via Saint Bon 20 a Milano, il fotografo Gerald Bruneau ci fa trascorrere un’ipotetica giornata con dodici famiglie italiane e straniere i cui protagonisti sono i loro bambini.

    Ideata e curata da Fondazione Bracco insieme all’Associazione La Rotonda, la mostra valorizza “Kiriku – A scuola di inclusione”, un progetto nato a Baranzate, per contrastare la povertà educativa, selezionato da ‘Con i bambini’ nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile.

    Il viaggio, pur essendo ambientato a Baranzate, tocca tutto il mondo: dall’Ecuador all’Italia, dal Marocco al Perù, dalla Romania al Salvador, dal Senegal alla Somalia e allo Sri Lanka. Colori, lingue, abitudini e costumi completamente diversi, uniti dalla voglia di mettere radici in un luogo globale attraverso i più piccoli e i loro legami. Scorrendo il catalogo della mostra, ogni azione della giornata è raccontata da una coppia di fotografie che unisce due famiglie di nazionalità differenti in un dialogo immaginario, da cui emerge il desiderio di conoscenza e inclusione.

    Dal risveglio, alla colazione, alla scuola, dalla visita dal pediatra, ai giochi al parco, alle fiabe, alla cena e così via, “Tutte le ore del Mondo” racconta la forza di una comunità con storie diverse che non si arrende ma rinasce in un luogo, forse diverso da quello sognato, ma che le offre un’identità.

    “Kiriku – A scuola di inclusione” è un progetto triennale partito nel 2018, rivolto ai bambini dagli 0 ai 6 anni e ai lori genitori, e promosso da una rete di partner pubblici e privati, tra cui l’Associazione “La Rotonda”, Fondazione Bracco, Centro Diagnostico Italiano (CDI), Comune di Baranzate, Istituto Comprensivo “Gianni Rodari” di Baranzate, Politecnico di Milano – TIRESIA, Museo Poldi Pezzoli e Parrocchia “Sant’Arialdo” di Baranzate, con il sostegno dell’impresa sociale ‘Con I Bambini’. Le attività su cui i partner hanno scelto di agire sono: la salute, l’apprendimento e la cultura, l’autonomia e la partecipazione. Finora sono stati coinvolti 371 bambini oltre ai loro genitori e insegnanti.

  • Numeri da record per la mostra ‘Anthropocene’ che ha chiuso dopo otto mesi

    Ha chiuso i battenti con un successo oltre le aspettative, domenica 5 gennaio, la mostra Anthropocene in programma al MAST di Bologna dal 16 maggio 2019. Il grande afflusso di pubblico, ben 155.000 visitatori, ha costretto gli organizzatori a prorogarla per due volte e dagli originari quattro mesi previsti l’esposizione è durata otto mesi. 15.500 gli studenti coinvolti, soprattutto di istituti secondari di primo e secondo grado, che hanno effettuato 600 visite guidate curate dai mediatori culturali della Fondazione MAST, 620 le visite guidate organizzate per il pubblico cui hanno partecipato 15.800 persone. Parte integrante della mostra è stato il pluri-premiato film “Anthropocene: the Human Epoch” (ANTHROPOCENE: l’Epoca Umana), codiretto da tre artisti – Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal and Nicholas de Pencier – e narrato dal premio Oscar Alicia Vikander. Il film testimonia un momento critico nella storia geologica del pianeta, proponendo una provocatoria e indimenticabile esperienza dell’impatto e della portata della nostra specie. Il film, che è stato proiettato tutti i giorni al MAST.Auditorium, è distribuito in Italia da Fondazione Stensen e Valmyn.

    “Stupefacente, sorprendente e inaspettato. Un anno fa immaginavamo che il tema del clima sarebbe diventato sempre più dominante, ma in pochi mesi tutto è cambiato: è arrivata Greta, sono iniziate le manifestazioni Friday for Future e nell’opinione pubblica è cresciuta la consapevolezza sui temi legati all’ambiente al cambiamento climatico, che sono al centro della mostra e del film”, commenta Urs Stahel (PhotoGallery e collezione di Fondazione MAST), che ha curato l’allestimento della mostra con  Sophie Hackett e Andrea Kunard, rispettivamente curatrici della Fotografia dell’Art Gallery of Ontario di Toronto e della National Gallery of Canada di Ottawa.

    La mostra è stata completata nel corso dei mesi dai MAST. Dialogues on Anthropocene: 77 tra talk, incontri e proiezioni (queste ultime in collaborazione con Cineteca di Bologna, Human Right Nights e Fondazione Stensen), appuntamenti gratuiti aperti al pubblico con scienziati, antropologi ed esperti, dedicati all’ambiente e al cambiamento climatico.

    Il progetto, basato sulla ricerca del gruppo internazionale di scienziati ‘Anthropocene Working Group’ impegnato nel raccogliere prove del passaggio dall’attuale epoca geologica – l’Olocene – all’Antropocene (dal greco anthropos, uomo), documenta i cambiamenti che l’uomo ha impresso sulla terra e gli effetti delle attività umane sui processi naturali attraverso la combinazione di arte, cinema, realtà aumentata e ricerca scientifica.

    Anthropocene ha debuttato in Canada nell’autunno del 2018 con il film “Anthropocene: The Human Epoch” proiettato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival e con la mostra allestita in contemporanea all’Art Gallery of Ontario di Toronto (AGO) e alla National Gallery of Canada di Ottawa (NGC) organizzata in partnership con la Fondazione MAST. La mostra si sposta ora al Museo Marittimo e della Tecnologia di Malmö, in Svezia, dove inaugurerà il 15 febbraio.

  • Come eravamo creativi: ‘Milano Anni 60’ la mostra per rivivere un decennio irripetibile

    Un racconto fotografico, a metà strada tra nostalgia e speranza, lungo un decennio in cui Milano vive il miracolo economico che la porterà ad essere la grande metropoli che conosciamo. A Palazzo Morando, nel cuore del capoluogo meneghina, fino al 9 febbraio 2020 sarà possibile vistare la mostra Milano Anni 60 che con immagini, fotografie e manifesti di un decennio irripetibile farà rivivere quello spirito di creatività, vitalità ed entusiasmo che percorse tutta la città che voleva scrollarsi di dosso per sempre le bruttezze e le violenze della guerra. Un periodo che parte con le sfide urbanistiche e le infrastrutture futuristiche, in cui vedono la luce la Torre Velasca, il Grattacielo Pirelli, la Torre Galfa mentre Bob Noorda progetta la linea 1 della metropolitana Milanese e gli  studi di architetti e designer come Marco Zanuso, Bruno Munari, Vico Magistretti, Achille Castiglioni ridefiniscono lo stile cittadino. Milano in quegli anni è tutta un fermento, ovunque nelle strade si respira un un’aria di creatività completamente nuova, il quartiere di Brera è un brulicare di idee, aprono nuove gallerie d’arte e compaiono sulla scena artisti provocatori e innovativi come Lucio Fontana e Piero Manzoni e dal canto suo Salvatore Quasimodo racconta Milano sotto una nuova luce. Non solo arte e design ma anche musica e spettacolo con i cabaret e i locali che diffondono musica jazz. Sono gli anni in cui a Milano arrivano i Beatles, i Rolling Stones e Billy Holiday e la scena locale vede emergere due geni assoluti: Giorgio Gaber e Enzo Jannacci.

    Ma quello degli anni ’60 è anche il decennio che si conclude con le manifestazioni di piazza e gli scioperi in difesa del lavoro e dei diritti dei lavoratori nelle fabbriche, un decennio che inizia con i colori e la fantasia e che si chiude tragicamente il 12 dicembre del 1969 con la strage di piazza Fontana, di cui quest’anno ricorre il 50 anniversario, che segna per i milanesi e l’Italia in generale la perdita dell’innocenza, il risveglio dai sogni e l’inizio di un periodo cupo, ancora oggi avvolto da tanti misteri e verità nascoste.

  • A Mendrisio in mostra i capolavori dell’arte indiana antica

    Culla di tre religioni – buddismo, induismo e giainismo – ancora oggi in vigore, l’India ha un patrimonio culturale estremamente ricco, anche se si è preservato solo quello composto da materiali durevoli. A questa terra dalla storia millenaria, ancora misteriosa e piena di contraddizioni, il Museo d’arte di Mendrisio dedica la mostra INDIA ANTICA Capolavori dal collezionismo svizzero.

    Visitabile fino al 26 gennaio 2020 l’esposizione arriva dopo quelle dedicate all’arte giapponese, all’arte africana e alle antichità classiche greche e romane, con le quali il Museo vuole mettere in luce tesori di grandi civiltà antiche, al di fuori della tradizione europea del moderno. La mostra sulle opere indiane racconta di una civiltà in simbiosi con l’ultraterreno dal quale si sente governata. Non è un caso, infatti, che la religione in India abbia una molteplicità di divinità alle quali sono attribuiti atteggiamenti vivi e mai statici. A questo mondo variegato la mostra di Mendrisio, curata da Christian Luczanits, esperto di arte indiana alla London School of Oriental and African Studies, dedica un racconto artistico fatto di trasformazioni che le divinità subiscono, dalle prime rappresentazioni figurative alle più tarde forme espressive esoteriche (tantriche). E così se una yakṣī, una sorta di spirito naturale femminile responsabile della fertilità e del benessere, può chiacchierare con un pappagallo per evitare che riveli ciò che è successo la sera precedente, al contrario, un Budda seduto e riccamente decorato allude a un risveglio che è stato reinterpretato dal punto di vista del buddismo esoterico.

    Pur non avendo la pretesa di rappresentare la totalità dell’antica arte indiana, la mostra copre aree essenziali. Gli oggetti esposti – oltre 70 sculture di piccole, medie e grandi dimensioni – riflettono l’interesse occidentale per l’arte indiana, dove predominano temi buddisti e pacifici.

    Il percorso espositivo si compone di nove capitoli: Metafore poetiche; Animali leggendari; Tradizioni a confronto; Storie edificanti; Poteri femminili; Diramazioni esoteriche; Miracoli; Coppia divina; Divinità cosmica e comprende sculture provenienti da diverse regioni dell’India, Pakistan e Afghanistan, coprendo un arco temporale di quattordici secoli, dal II secolo a. C. al XII secolo d. C.

    Una mostra straordinaria, con opere di grande pregio, che permette di conoscere i tesori di una cultura millenaria che da sempre affascina l’Occidente.

  • Dopo trent’anni la Madonna Litta di Leonardo torna a Milano

    E’ tra gli scrigni più belli e preziosi di Milano il Museo Poldi Pezzoli e per onorare la sua fama, forse non giunta come dovrebbe davvero alle orecchie dei milanesi, dal prossimo 7 novembre al 10 febbraio 2020 ospiterà Leonardo e la Madonna Litta, una mostra di grandissimo rilievo, in cui sarà esposto eccezionalmente nel capoluogo meneghino, per la prima volta dopo quasi trent’anni, il celebre dipinto dell’Ermitage di San Pietroburgo, fra i massimi capolavori del museo nazionale russo. L’esposizione viene organizzata grazie al sostegno di Fondazione Bracco, Main Partner, cui si affiancano Regione Lombardia e Comune di Milano, è curata da Pietro C. Marani e Andrea Di Lorenzo e rientra fra le celebrazioni nazionali dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci promosse e sostenute dal MiBACT – Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, e tra quelle promosse dal comitato territoriale di Milano e della Lombardia e nel palinsesto Milano Leonardo 500, promosso dal Comune di Milano | Cultura.

    La Madonna Litta è strettamente legata alla città di Milano: eseguita nel capoluogo lombardo nel 1490 circa, mostra notevoli affinità stilistiche con la seconda versione della Vergine delle rocce conservata alla National Gallery di Londra. Nel Ducato milanese il dipinto oggi all’Ermitage conobbe una notevole fortuna, come dimostra il grande numero di copie e derivazioni eseguite da artisti lombardi che ci sono pervenute. Nell’Ottocento, inoltre, era l’opera più rinomata di una delle più importanti collezioni di opere d’arte milanesi, quella dei duchi Litta (da cui deriva il soprannome con cui è conosciuta in tutto il mondo) ed era conservata nel grande palazzo di Corso Magenta; l’Ermitage l’acquistò nel 1865 dal duca Antonio Litta Visconti Arese.

    Nella mostra la Madonna Litta sarà affiancata ad un altro capolavoro nato da una raffinata composizione di Leonardo, la Madonna con il Bambino del Museo Poldi Pezzoli: il dipinto, eseguito verso il 1485-1487 da Giovanni Antonio Boltraffio, con ogni probabilità sulla base di studi preparatori messi a punto dal maestro, è accostabile, dal punto di vista stilistico, alla prima versione della Vergine delle rocce del Louvre. Nella prima metà dell’Ottocento anche la Madonna con il Bambino apparteneva alla collezione dei duchi Litta (fu acquistata da Gian Giacomo Poldi Pezzoli nel 1864): sarà quindi un’importante occasione poter riunire nuovamente a Milano, dopo oltre un secolo e mezzo, questi due straordinari e affascinanti dipinti leonardeschi raffiguranti la Madonna con il Bambino.

    Insieme alla Madonna Litta verrà presentato un nucleo selezionatissimo di opere – una ventina tra dipinti e disegni di raffinata qualità – provenienti dalle collezioni pubbliche e private di tutto il mondo, eseguiti da Leonardo e dai suoi allievi più vicini (da Giovanni Antonio Boltraffio a Marco d’Oggiono, dall’ancora misterioso Maestro della Pala Sforzesca a Francesco Napoletano) negli ultimi due decenni del Quattrocento, quando il maestro viveva ed era attivo a Milano, presso la corte di Ludovico il Moro.

    Un evento straordinario, quindi, da non perdere assolutamente!

     

  • Liu Bolin in Bocconi

    Ha fatto da prologo alla mostra di scatti selezionati a lui dedicata, visitabile all’Università Bocconi di Milano fino al 15 gennaio 2020, la performance di fotografia mimetica dell’artista cinese Liu Bolin e riservata alla comunità dell’Ateneo.  Esposta nel campus Bocconi, la mostra personale dell’artista “La Forma Profonda del Reale” è organizzata in collaborazione con MIA Photo Fair. Le fotografie ritraggono proprio la sua sagoma mimetizzata nei luoghi che ha deciso di immortalare. Bolin, definito ‘l’uomo invisibile’, assai popolare, geniale e sorprendente ha cominciato ad effettuare le sue performance a seguito della distruzione del villaggio in cui viveva, a nord-est di Pechino, avvenuta su ordine delle autorità governative nel 2005. Da quel momento Bolin fa ricorso alla matrice prospettica per creare l’immagine che ha dato origine alla serie di scatti intitolata Hiding in the city (Nascondersi nella città). Tracciando sul proprio corpo le linee delle macerie del suo quartiere, ottiene un’immagine in cui l’elemento perturbativo dello spazio, costituito dalla sua sagoma, costringe lo spettatore a soffermare lo sguardo su quella esatta porzione di realtà. Il significato che dà l’artista al suo celarsi nello spazio è proprio questo: attirare l’attenzione su determinati luoghi e paesaggi, rendendosi quasi invisibile. La mostra, ad ingresso libero e gratuito, è visitabile dal lunedì al venerdì dalle ore 9 alle 20 e il sabato dalle ore 10 alle 18 nel piano seminterrato di via Sarfatti, 25.

  • Le memorie di Palmira

    Sarà inaugurata mercoledì 2 ottobre, alle ore 18, alla ‘Fabbrica del Vapore’ di Milano (Via Procaccini, 4), dopo essere stata ospitata alla ‘Sconci Art Gallery’ di Dubai, la mostra Dal deserto alla tela – Memorie di Palmira di Michela Zasio. Prodotta da ‘Vento&Associati’, allestita dall’architetto Giuliana Zanella e visitabile fino al 24 novembre, dal lunedì al venerdì, dalle ore 10 alle 19, la personale dell’artista romana rappresenta l’urgenza di fermare il ricordo prima che scompaia del tutto. La città siriana di Palamira, tra i più importanti siti archeologici del mondo, tra il 2015 e il 2017 infatti è stata distrutta e depredata dai miliziani dell’Isis. Allo scempio è stato posto fine solo quando unità militari russe e siriane hanno definitivamente debellato le truppe dello Stato Islamico. La terribile violenza che Palmira aveva subito era stata testimoniata dalle immagini satellitari dell’Onu che confermavano la notizia, diffusa il 30 agosto del 2015, della distruzione del tempio di Bel alla quale era seguita quella del  Tempio di Baalshamin.

    Non una scelta casuale quella della Fabbrica del Vapore perché i quattordici grandi gli oli su tela della Zasio, che ricordano la storia millenaria e la bellezza della città siriana prima di cadere sotto i colpi della furia iconoclasta dell’Isis, ben si sposano con gli ampi ambienti di archeologia industriale di un luogo che un tempo era sede di fiorente attività e produttività meneghina. E così i resti del Teatro, il Tempio di Bel, l’Arco monumentale del Grande Colonnato, il Temenos, visitati anni prima dall’artista e impressi nei suoi ricordi, sopravvivono in queste tele sconfiggendo la follia di chi ha cercato di cancellarli dalla memoria dell’umanità. Fermati per sempre sulla tela con mano sapiente, rivivono oggi davanti allo spettatore forti del loro carattere eterno. “Quando ho potuto ammirare i recenti lavori di Michela Zasio dedicati ai templi palmireni distrutti dall’ISIS – scrive Andrea Vento nella prefazione al catalogo – non ho avuto dubbi sulla necessità di produrre ed ospitare questa bella mostra presso lo Spazio V&A alla Fabbrica di Vapore di Milano. Una mostra che potremmo dedicare a Khaled Al-Asaad, archeologo e custode del Parco Archeologico di Palmira che fu ucciso dai sicari dell’ISIS per non aver voluto rivelare dove aveva nascosto importanti cimeli. Forse non a caso – conclude Vento – il volto di Al-Asaad è ritratto in un bel murale del perimetro della Fabbrica del Vapore”.

  • Da Van Gogh a Picasso: in mostra a Milano ‘Guggenheim. La collezione Thannhauser’

    Per la prima volta a Milano, terza e conclusiva tappa di un tour europeo che è partito dal Guggenheim di Bilbao per approdare poi all’Hotel de Caumont di Aix-en-Provence, la mostra Guggenheim. La collezione Thannhauser, da Van Gogh a Picasso. Dal 17 ottobre 2019 al 9 febbraio 2020, infatti, Palazzo Reale ospiterà circa cinquanta capolavori dei grandi maestri impressionisti, post-impressionisti e delle avanguardie dei primi del Novecento, tra cui Paul Cézanne, Edgar Degas, Paul Gauguin, Édouard Manet, Claude Monet, Pierre-Auguste Renoir, Vincent van Gogh e un nucleo importante di opere di Pablo Picasso. Promossa e prodotta dal Comune di Milano Cultura, Palazzo Reale, MondoMostre Skira e organizzata in collaborazione con The Solomon R. Guggenheim Foundation, New York, la mostra è curata da Megan Fontanella, curatrice di arte moderna al Guggenheim ed è stata presentata in anteprima il 9 luglio, per la sua importanza e unicità, alla presenza, tra gli altri, del sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e Karole P.B. Vail., Direttrice della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia.
    La mostra racconta la straordinaria collezione che negli anni Justin K. Thannhauser costruì per poi donarla, nel 1963, alla Solomon R. Guggenheim Foundation, che da allora la espone in modo permanente in una sezione del grande museo di New York. Per la prima volta i capolavori usciranno dagli Stati Uniti permettendo così a cultori, esperti, neofiti e amanti dell’arte di ammirare una delle collezioni più prestigiose del mondo. Tra le opere presenti a Milano ci saranno due dipinti di Pierre-Auguste Renoir, Donna con pappagallino e Natura morta: fiori; quattro dipinti di Georges Braque, tra cui Paesaggio vicino ad Anversa, Chitarra, bicchiere e piatto di frutta su un buffet, Teiera su fondo giallo; sei opere di Paul Cézanne, tra cui i due paesaggi Dintorni del Jas de Bouffan e il magnifico Bibémus. Spazio anche per Edgar Degas con tre splendide sculture in bronzo realizzate tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento: Ballerina che avanza con le braccia alzate, Danza spagnola e Donna seduta che si asciuga il lato sinistro; e poi il paesaggio Haere Mai di Paul Gauguin, opere di Monet (Il Palazzo Ducale, visto da San Giorgio Maggiore) e Manet (Davanti allo specchio e Donna col vestito a righe). Attesissimi Le viaduc, Paesaggio innevato e Montagne a Saint-Rémy di Vincent van Gogh e ben 13 opere di Pablo Picassom tra le quali Le Moulin de la Galette, Il torero, Al Caffè e Il quattordici luglio.
    Insieme alle magnifiche opere della collezione Thannhauser, la Guggenheim Foundation ha scelto, per arricchire maggiormente la mostra e dimostrare la profonda convergenza tra le due collezioni, di esporre alcuni altri prestigiosi lavori degli stessi celebri artisti o di altri grandi maestri. A Milano saranno perciò presenti: di Henri Rousseau Gli artiglieri e I giocatori di football; di Georges Seurat Contadine al lavoro, Contadino con la vanga e Contadina seduta nell’erba; di Robert Delaunay La città; di André Derain Ritratto di giovane uomo; di Juan Gris Le ciliegie, di Vasily Kandinsky, Montagna blu; di Paul Klee Letto di fiori; di Franz Marc Mucca gialla, di Henri Matisse Nudo, paesaggio soleggiato.
    Insomma, una meraviglia da non perdere assolutamente!

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