ONU

  • Guerra in Medio Oriente: Libano, Turchia, Israele

    È risaputo che tra i vari Stati dell’area medio-orientale le amicizie, così come le ostilità, sono estremamente labili. A volte, le alleanze e le inimicizie più o meno dichiarate convivono tra loro e tra gli stessi soggetti, declinandosi secondo la convenienza del momento. Un caso che sembrerebbe contraddire questa ambivalenza è il rapporto tra i palestinesi e gli israeliani. Se ci sono due popoli, o forse più precisamente due governi, che si odiano da decenni pur fingendo più volte di voler arrivare a un accordo sono proprio loro. Entrambi hanno commesso e ricevuto atti di terrorismo da parte dell’antagonista, entrambi, in diverse occasioni, hanno dichiarato formalmente di voler convivere pacificamente ma entrambi hanno contraddetto con i fatti ogni ipotesi di intesa. Chi sostiene che uno tra i due abbia tutte le ragioni per giustificare il proprio comportamento e l’altro i torti si sbaglia. In realtà, sia i palestinesi che pretendono il riconoscimento della propria indipendenza sia gli israeliani che puntano a garantirsi la sicurezza di continuare ad esistere come Stato hanno delle buone ragioni, ma entrambi hanno anche torto. Tel Aviv non ha mai sinceramente accettato che potesse nascere ai propri confini uno Stato palestinese che non assomigliasse a un bantustan e, dall’altra parte, non solo Hamas e Hezbollah ma anche l’OLP non hanno mai onestamente riconosciuto la decisione dell’ONU che aveva deciso la creazione di Israele. I due gruppi armati sopra menzionati sono nati addirittura con l’obiettivo preciso (e dichiarato) che Israele dovesse sparire dalle carte geografiche e che la terra che va fino al mare fosse naturalmente loro e solo loro. I nazionalisti e gli ultra religiosi ebrei pensano la stessa cosa, ma con segno inverso. I primi credono di essere stati ingiustamente derubati, i secondi che tutto quel territorio sia la “terra promessa” donata a loro da Dio in persona.

    Proprio questa ultima leggenda prevede, come suggerisce una certa interpretazione del Deuteronomio, che in tutta quella terra “assegnata” agli ebrei non ci debba essere posto per “alcun altro essere vivente” ed è esattamente ciò che sta dietro ai farneticanti disegni di alcuni ministri e forze politiche che sostengono il governo Netanyahu. Non a caso, qualche componente dell’attuale governo di Tel Aviv ha affermato a gran voce che Gaza deve tornare a ospitare insediamenti israeliani e la Cisgiordania deve essere lasciata tutta ai coloni. In altre parole formalmente si chiede che Hamas e Hezbollah disarmino ma ciò a cui si punta davvero è lo scacciare verso altri lidi i milioni di palestinesi che ancora vi risiedono. Quale possa essere la destinazione di questo forzato esilio non è un problema che tocca i governanti di Tel Aviv. È con questa volontà di “eliminazione” che si spiega la determinazione criminale con cui l’IDF sta agendo affamando, derubando, uccidendo e occupando abusivamente case e terreni di chiunque ancora “occupi” quei territori. Non è detto che tutti gli israeliani e, forse, nemmeno la maggioranza appoggino questa politica (lo vedremo però alle prossime elezioni) ma se questa è il punto di partenza è impossibile intravedere qualunque soluzione praticabile e tantomeno l’esistenza dei due Stati.

    Al conflitto bilaterale, già di per sé complesso, si aggiungono anche gli interessi degli altri Paesi dell’area che, ognuno per proprio conto, puntano ad approfittare della crisi più che decennale per ritagliarsi un proprio spazio egemonico o vantaggi economici. Prima del 7 Ottobre 2023 il governo saudita era pronto a sottoscrivere il cosiddetto “Patto di Abramo” che avrebbe garantito una stretta alleanza politica ed economica tra Israele e i Paesi del Golfo in funzione anti-iraniana e avrebbe rinforzato la posizione di Israele nei confronti dell’atteggiamento ostile turco. L’operazione fallì perché, dopo la reazione delle truppe israeliane a Gaza e le crescenti prepotenze dei coloni in Cisgiordania le opinioni pubbliche arabe non l’avrebbero accettato. Oggi accade il contrario: turchi, sauditi e pakistani hanno stretto un patto di mutua difesa in caso di attacco da terzi e cioè proprio in funzione anti-israeliana.  Quando finirà la stupida guerra (stupido aver pensato che l’Iran fosse come il Venezuela) lanciata dagli israeliani e gli americani contro l’Iran, non è nemmeno da escludere (anche se per ora sembrerebbe fantapolitica) che perfino l’Iran possa parteciparvi. Pensare, tuttavia, che il futuro del Medio-Oriente sia limpido e prevedibile sarebbe illudersi.

    Come si diceva poco sopra, ognuno è, contemporaneamente, amico e nemico e lo dimostra il rapporto della Turchia con la Siria. Dopo aver contribuito in modo determinante alla nascita a Damasco del Governo di un ex (?) terrorista aiutandolo nel conflitto contro Assad e gli stessi Hezbollah, c’è da interrogarsi su quale sia oggi il vero rapporto di Ankara con questo ultimo gruppo. Il recente passato lascerebbe pensare che

    Ankara appoggi Ahmed al-Sharaa in tutto e per tutto e costui di essere vorrebbe eliminare Hezbollah dalla faccia, eppure, seppur non ci siano prove certe, qualcuno sostiene che le armi di cui questo gruppo continua a godere nonostante l’Iran non possa più rifornirlo via Siria continuino ad arrivare dall’Iran ma questa volta via Turchia. Ovviamente, se ciò sta avvenendo, non si tratterebbe di un transito ufficiale, bensì di rifornimenti clandestini verso i quali i turchi chiuderebbero un occhio. Perché la Turchia dovrebbe accettare che il nemico di ieri continui ad armarsi addirittura con la sua complicità? Per la questione libanese.

    È sotto gli occhi di tutti la strage che le truppe israeliane stanno conducendo indiscriminatamente contro civili libanesi e, anche se formalmente la ragione è solo quella di voler disarmare totalmente Hezbollah, il vero obiettivo di Tel Aviv è di eliminarlo anche come soggetto politico e poter poi esercitare una forte influenza sul futuro governo di Beirut. Questa possibilità è fumo negli occhi di Erdogan non solo perché, via Siria, ipotizza di esercitare un qualche potere sul Libano del futuro e magari controllare il porto di Tripoli, ma anche per motivi più strettamente economici legati al fatto che la Turchia vuole essere e rimanere l’unico hub energetico tra l’Europa ed il Medio Oriente. A questo proposito, va ricordato che ad Atene il 2 Gennaio 2020 Israele Grecia e Cipro firmarono un accordo per il gasdotto Eastmed che si dovrebbe estendere per 2000 chilometri tra le coste israeliane, Cipro e Creta per raggiungere la Grecia continentale e poi il resto d’Europa. Quel gas e il relativo petrolio giacciono nelle acque tra i tre Paesi e il Libano ma Ankara rivendica tutta quell’area come propria e ne pretende lo sfruttamento esclusivo. Come non bastasse, la Commissione Europea ha finanziato con 657 milioni di euro un progetto “strategico” di 1,9 miliardi di euro pensato per collegare le reti elettriche di Grecia, Cipro e Israele. Il progetto, chiamato Great Sea Interconnector, prevede un cavo elettrico sottomarino di circa 1200 chilometri che porterebbe anche Cipro all’interno di una interconnessione elettrica europea. Nel 2024 le autorità greche dovettero rinviare alcune fasi del programma dopo che navi militari turche erano state dispiegate in aree in cui era previsto operassero le navi di ricerca. In merito all’elettricità Ankara ha invece deciso di sviluppare un proprio progetto di collegamento elettrico sottomarino tra la Turchia e la repubblica Turca di Cipro del nord per poi possibilmente vendere elettricità anche alla Cipro europea.

    Cosa c’entra in tutto questo il Libano? C’entra perché Eni e Total avevano lanciato nel 2020 un progetto chiamato Cronos che prevedeva la fornitura di gas libanese-cipriota-israeliano all’Europa a partire dal 2028. Questo gas era il frutto di un accordo già siglato tra Cipro, Israele e Libano per lo sfruttamento del gas e del petrolio che si trovano nelle acque prospicienti i tre. L’accordo tra i governi, tuttavia, non fu mai ratificato da Beirut proprio per l’opposizione di Hezbollah che lo impedì in funzione anti-israeliana. Qualora Hezbollah dovesse sparire come soggetto politico in Libano e soprattutto se Israele fosse in grado di imporre le proprie condizioni a qualunque futuro governo libanese, l’accordo raggiunto potrebbe tornare di attualità implicando la fine del monopolio turco sul passaggio di gas e petrolio dall’oriente verso l‘Europa. Se la Cipro europea diventasse un hub per il gas del mediterraneo orientale aumenterebbe la diversificazione europea, la Grecia rinforzerebbe la sua funzione di passaggio e l’Italia potrebbe poter contare su una nuova fonte di forniture via tubo in sostituzione di quella russa abbandonata per motivi politici. Anche Qatar e Stati Uniti ne uscirebbero penalizzati perché il loro gas liquefatto, visto il suo costo più elevato di quello che arriverebbe via tubo, sarebbe del tutto fuori mercato.

    Come spesso succede, le motivazioni vere dietro certe malefatte e certe guerre non sempre coincidono con quelle dichiarate ma non per questo sono meno decisive.

  • Australia’s coal and gas exports violate our human rights, group says in new UN case

    A group of Australians have accused the government of violating their human rights by continuing to export coal and gas and are asking the UN to take action.

    The group say their lives have been harmed due to extreme weather in Australia – bushfires, floods, heatwaves, rising sea levels and toxic algal blooms – and the government’s support of fossil fuel companies is to blame.

    It is the first legal claim taken to an international body or court since 2025’s ruling by the International Court of Justice (ICJ) that countries can be sued over climate change.

    Any decision by the UN is not legally binding but Australia – one of the world’s largest coal and gas exporters – would be expected to respond.

    The BBC has contacted Environment Minister Murray Watt for comment.

    Dr Barry Traill, a wildlife ecologist and volunteer firefighter, is one of the ten litigants.

    In 2009, several of his friends died during the devastating Black Saturday bushfires in Victoria, despite being prepared and experienced, he said.

    “That deeply changed me,” Traill said, and “it became clear that the old rules around fires and survival no longer applied”.

    In 2019, he was on the frontlines battling severe blazes in Queensland during the so-called Black Summer fires where he saw that climate change was not a future problem.

    “It is already killing people and hurting lives, landscapes and communities across Australia,” he said.

    “Continuing to allow coal and gas companies to increase pollution, while people face worsening disasters, is a profound failure of responsibility.”

    Brendon Donohue has also joined the legal claim, describing how he was trapped in his home for 10 days in 2022 when floods in Brisbane damaged the power supply of his apartment block, meaning the lifts, intercom and exits were not accessible.

    “Because I live with blindness and mobility challenges, climate impacts affect me differently and can make everyday life much harder to navigate safely,” he said.

    Another case is that of Prof Anne Poelina, an Indigenous woman from the Kimberley region in Western Australia, who describes being displaced from the area around the Fitzroy River, one of the state’s most important waterways, because of catastrophic flooding.

    “When the river is healthy, our people are healthy,” she said, and “when the river suffers, our people suffer.”

    “What concerns me most is the intergenerational loss of cultural knowledge,” she added as “so much of our knowledge is not written down”, but passed on by being physically present on the land.

    One of the lawyers helping the group with their claim said that “climate harm caused by Australia’s coal and gas doesn’t stop at a border, and neither does Australia’s responsibility for it”.

    “They are asking the United Nations Human Rights Committee to declare that it’s unlawful for Australia to continue approving and subsidising coal and gas for export without a plan to protect people from dangerous climate change,” said Hannah White, senior lawyer with Environmental Justice Australia.

    Last July, the ICJ – considered the world’s highest court with global jurisdiction – ruled that countries can sue each other for climate change, including over historic emissions of planet-warming gases.

  • Tre nomi per il prossimo segretario generale dell’Onu. Usa e Cina al lavoro per la nomina

    Con il mandato di Antonio Guterres in scadenza il 31 dicembre 2026, la corsa alla segreteria generale delle Nazioni Unite entra nella fase più delicata. Il processo è formalmente aperto dal 25 novembre scorso, quando i presidenti del Consiglio di sicurezza e dell’Assemblea generale hanno inviato la consueta lettera congiunta di invito alle candidature. Ma dietro la facciata di una procedura sempre più trasparente, con audizioni pubbliche, dichiarazioni programmatiche e rendiconti finanziari delle campagne, si consuma una partita geopolitica il cui esito dipende in ultima istanza dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza: Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito e Francia. Un solo veto è sufficiente ad affossare qualunque candidato. E sullo sfondo di questa competizione si staglia sempre più chiaramente la rivalità strutturale tra Washington e Pechino per il controllo delle istituzioni che governano l’ordine internazionale, un sistema che la Cina ha scalato metodicamente nel corso degli ultimi due decenni, conquistando posizioni di vertice in un numero crescente di agenzie.

    Al momento le candidature formalmente depositate sul sito delle Nazioni Unite sono tre. Il primo a scendere in campo è stato l’argentino Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) dal 2019, candidato da Argentina, Italia e Paraguay il 26 novembre 2025. A marzo si sono aggiunti Rebeca Grynspan, ex vicepresidente della Costa Rica e attuale segretaria generale della Conferenza Onu sul commercio e lo sviluppo (Unctad), e l’ex presidente senegalese MackySall, nominato dal Burundi. Due candidature hanno già subito battute d’arresto significative. L’ex presidente cilena Michelle Bachelet, nominata congiuntamente a febbraio 2026 da Cile, Brasile e Messico, ha perso il sostegno di Santiago il 24 marzo, dopo che il governo conservatore del nuovo presidente José Antonio Kast ha ritirato il proprio appoggio, citando la “dispersione delle candidature” latinoamericane e le difficoltà di percorribilità della corsa. La candidatura dell’argentina Virginia Gamba, ex rappresentante speciale Onu per i bambini e i conflitti armati, è invece caduta il 25 marzo quando le Maldive, suo unico sponsor, hanno ritirato la nomina.

    La norma informale della rotazione geografica pesa su tutta la competizione. Nessuna donna ha mai ricoperto l’incarico, e diversi Paesi hanno sostenuto con forza che dopo ottant’anni sia giunto il momento di una segretaria generale. A questo si somma la questione regionale: per tradizione il mandato dovrebbe ora spettare all’America latina. Con l’uscita di scena di Bachelet e Gamba, Grynspan si trova nella posizione più forte per incarnare entrambe le istanze, ovvero donna e latinoamericana, e la sua candidatura ha guadagnato slancio nelle ultime settimane. Grossi resta tuttavia il candidato con il profilo più alto sul piano tecnico-diplomatico. La sua gestione dell’Aiea negli anni più caldi della crisi nucleare iraniana e del dossier di Zaporizhzhia, in Ucraina, gli ha garantito maggiore visibilità. Ma proprio questo bagaglio lo espone al rischio del veto: la Russia potrebbe usare il proprio potere contro di lui per via delle sue posizioni sul conflitto contro Kiev e sul controllo del sito nucleare ucraino. Grossi è inoltre l’unico candidato a non essersi dimesso dal proprio incarico per candidarsi, continuando a guidare l’Aiea durante la campagna.

    La candidatura di Sall rispecchia le ambizioni del continente africano, che non presenta un segretario generale dal 1996, quando l’egiziano Boutros Boutros-Ghali fu estromesso dopo un solo mandato per il veto degli Stati Uniti, contrari al suo attivismo indipendente e alla sua gestione delle crisi in Somalia e Ruanda. Gli Usa promossero al suo posto la figura del ghanese Kofi Annan, che esercitò un doppio mandato dal 1997 al 2006. La candidatura di Sall, tuttavia, soffre di una base di sostegno fragile. La nomina è arrivata dal Burundi, non dall’Unione africana nel suo complesso, e il governo del Senegal ha esplicitamente dichiarato di non sostenere la sua candidatura, rivelando nuovamente le tensioni irrisolte tra Sall e le nuove autorità di Dakar guidate dal presidente Bassirou Diomaye Faye e dal premier Ousmane Sonko.

    È però sul versante della rivalità sino-americana che la corsa assume la sua dimensione più profonda. Washington si trova in una posizione inedita rispetto al 2016: l’amministrazione del presidente Donald Trump ha avviato un ridimensionamento aggressivo del multilateralismo onusiano, accompagnato da tagli ai finanziamenti e da una crociata contro il linguaggio della “diversità di genere” nelle agenzie Onu. Il rappresentante statunitense all’Onu, Mike Waltz, ha dichiarato di voler contrastare la penetrazione cinese nell’apparato burocratico delle Nazioni Uniti, puntando a inserire più funzionari statunitensi nei livelli iniziali della carriera diplomatica per farli crescere nel sistema e competere con Pechino sul terreno delle nomine interne. È una dichiarazione di guerra burocratica a bassa intensità, che segnala come lo scontro tra Washington e Pechino sul Palazzo di vetro non si esaurisca nella scelta del segretario generale, ma si estenda al controllo capillare dell’apparato tecnico-amministrativo.

    Pechino ha infatti costruito nel tempo una posizione di influenza sistemica all’Onu che va ben al di là della singola nomina. La Cina controlla quasi un terzo delle principali agenzie specializzate delle Nazioni Unite, avendo espresso i direttori generali dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Uitu), dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (Unido) e dell’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (Icao). Per fare un confronto, Francia, Stati Uniti e Regno Unito guidano un’agenzia specializzata ciascuno, pur contribuendo al bilancio onusiano tre volte tanto rispetto a Pechino. La ricerca accademica mostra che la Cina costruisce coalizioni con Stati più deboli per controllare le nomine del personale dirigente, e che le agenzie guidate da funzionari cinesi tendono ad allineare il proprio linguaggio istituzionale a quello di Pechino. Il vero strumento di influenza cinese, tuttavia, è il voto africano: le nazioni africane, il blocco regionale più numeroso all’Assemblea generale con il 28 per cento del peso complessivo, hanno svolto un ruolo cruciale nel sostenere l’ascesa della Cina nelle istituzioni multilaterali, in cambio di decenni di investimenti, cooperazione allo sviluppo e presenza diplomatica capillare attraverso la Nuova via della seta (Belt and road initiative, Bri).

    Sul segretario generale, la posizione cinese è storicamente orientata a favorire un candidato del Sud globale che non ponga problemi sul fronte dei diritti umani o di Taiwan. Criteri che escludono di fatto qualunque profilo marcatamente occidentale. Grynspan, con la sua esperienza all’Unctad e la sua provenienza latinoamericana, potrebbe incontrare meno resistenze a Pechino rispetto a Grossi, il cui curriculum all’Aiea lo lega indissolubilmente a dossier più sensibili. Il risultato di questa partita dipenderà, in ultima analisi, da chi tra i candidati saprà costruire la coalizione più ampia tra i membri permanenti: non soltanto evitando i veti, ma risultando sufficientemente neutro da non provocarli. Il Consiglio di sicurezza condurrà scrutini segreti a più turni — nel 2016 ne furono necessari sei — fino a quando un candidato non emergerà senza raccogliere alcun veto. Solo allora si procederà al voto formale per raccomandare il candidato all’Assemblea generale, il cui ruolo è sostanzialmente quello di ratificare la scelta del Consiglio. La procedura dovrebbe concludersi tra la tarda estate e l’autunno di quest’anno, con il nuovo segretario generale in carica dal primo gennaio 2027. Prima di arrivare a quel momento, la settimana del 20 aprile si terranno a New York i dialoghi pubblici tra i candidati e gli Stati membri, trasmessi in diretta. Ciascun candidato avrà tre ore per presentare il proprio programma e la propria visione. È la fase più visibile del processo, ma anche quella meno decisiva: la vera trattativa avverrà, come sempre, a porte chiuse.

  • UN votes to recognise slavery as ‘gravest crime against humanity’

    The United Nations General Assembly has voted to recognise the slave trade as “the gravest crime against humanity”, a move advocates hope will pave the way for healing and justice.

    The resolution – proposed by Ghana – called for this designation, while also urging UN member states to consider apologising for the slave trade and contributing to a reparations fund. It does not mention a specific amount of money.

    The proposal was adopted with 123 votes in favour and three against – the United States, Israel and Argentina.

    Fifty-two countries abstained, including the United Kingdom and European Union member states.

    Countries like the UK have long rejected paying reparations, saying today’s institutions cannot be held responsible for past wrongs.

    Before the vote, Samuel Okudzeto Ablakwa, Ghana’s foreign minister, told the BBC’s Newsday programme: “We are demanding compensation – and let us be clear, African leaders are not asking for money for themselves.

    “We want justice for the victims and causes to be supported, educational and endowment funds, skills training funds.”

    The campaign for reparations has gained significant momentum in recent years – “reparatory justice” was the African Union’s official theme for 2025 and Commonwealth leaders have jointly called for dialogue on the matter.

    Ablakwa also said that, with the resolution, Ghana was not ranking its pain above anyone else’s, but simply documenting a historical fact.

    Between 1500 and 1800, around 12-15 million people were captured in Africa and taken to the Americas where they were forced to work as slaves. It is estimated that over two million people died on the journey.

    The resolution, backed by the African Union and the Caribbean Community, states that the consequences of slavery persist in the form of racial inequalities and underdevelopment “affecting Africans and people of African descent in all parts of the world”.

    Ablakwa told the BBC: “Many generations continue to suffer the exclusion, the racism because of the transatlantic slave trade which has left millions separated from the continent and impoverished.”

    Ghana, one of the main gateways for the trade, has long been a leading advocate for reparations.

    Forts, where tens of thousands of enslaved Africans were once held under inhuman conditions, remain standing along the West African country’s coast.

    The resolution also calls for cultural artefacts stolen during the colonial era to be returned to their countries of origin.

    “We want a return of all those looted artefacts, which represent our heritage, our culture and our spiritual significance. All those artefacts looted for many centuries into the colonial era ought to be returned,” Ablakwa said.

    Ghana’s President John Dramani Mahama told the UN on Tuesday that the resolution was “historic” and “a safeguard against forgetting”.

    He also criticised Donald Trump’s administration for “normalising the erasure of black history”.

    Since returning to power, the US president has targeted American cultural and historical institutions for promoting what he calls “anti-American ideology”.

    Trump’s orders have led to moves such as the restoration of Confederate statues and an attempt to dismantle a slavery exhibit in Philadelphia.

    “These policies are becoming a template for other governments as well as some private institutions,” Mahama said.

  • Fronte Polisario pronto a dialogare col Marocco sul Sahara occidentale

    A pochi giorni dalla discussione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sul rinnovo del mandato della missione Minurso, il Fronte Polisario ha presentato al segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, una nuova proposta ampliata di soluzione politica, definita come un gesto di “buona volontà” e in risposta alla risoluzione 2756 (2024). L’iniziativa giunge in un momento di forte fermento diplomatico, mentre i membri del Consiglio negoziano una bozza di risoluzione che, per la prima volta, riconoscerebbe la proposta di autonomia del Marocco del 2007 come “base più credibile e realistica” per una soluzione duratura del conflitto nel Sahara Occidentale. La proposta del Polisario, trasmessa da Brahim Ghali, presidente dell’autoproclamata Repubblica araba sahrawi democratica (Rasd), è intitolata “Proposta del Fronte Polisario per una soluzione politica reciprocamente accettabile che preveda l’autodeterminazione del popolo del Sahara occidentale e il ripristino della pace e della stabilità regionale”. Il documento riafferma la disponibilità del movimento sahrawi a negoziare direttamente con il Regno del Marocco, “sotto gli auspici delle Nazioni Unite e in conformità con la Carta dell’Onu e l’Atto costitutivo dell’Unione africana”.

    Secondo la rappresentanza del Polisario a New York, la proposta mira a “permettere al popolo sahrawi di esercitare il proprio diritto inalienabile all’autodeterminazione attraverso un referendum libero e supervisionato dalle Nazioni Unite e dall’Unione africana”. Ghali sottolinea inoltre la volontà della parte sahrawi di “condividere i costi della pace” e di costruire “un futuro basato sul rispetto reciproco, sul buon vicinato e sulla cooperazione regionale”. Il comunicato del Polisario descrive l’iniziativa come una risposta diretta all’appello del Consiglio di sicurezza a “superare lo stallo negoziale” e ad “ampliare le proprie posizioni”. “Crediamo che una soluzione pacifica, giusta e duratura del conflitto sia non solo urgente, ma anche possibile, se esiste una volontà politica autentica di superare lo status quo e le imposizioni unilaterali”, si legge nella nota.

    Il rilancio della via referendaria da parte del Polisario sembra tuttavia collocarsi in un quadro diplomatico che si sta muovendo in direzione opposta. La bozza preliminare di risoluzione che sarà discussa nei prossimi giorni a New York introduce infatti un cambio di paradigma: proroga il mandato della Minurso fino al 31 gennaio 2026, ma ne ridefinisce le priorità politiche, indicando il piano di autonomia marocchino come la “base più fattibile” per una soluzione di compromesso. Secondo quanto appreso da “Agenzia Nova”, il testo – promosso dagli Stati Uniti – invita Marocco, Fronte Polisario, Algeria e Mauritania ad avviare “negoziati immediati e senza precondizioni”, con l’obiettivo di giungere entro tre mesi a un’intesa politica “che garantisca una genuina autonomia all’interno dello Stato marocchino, in conformità con i principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto all’autodeterminazione”.

    Si tratta di un passaggio che segna un chiaro cambio di tono rispetto alle precedenti risoluzioni, recependo le raccomandazioni avanzate dall’inviato personale del segretario generale, Staffan de Mistura, che lo scorso 10 ottobre ha sollecitato un calendario realistico e vincolante per il rilancio del dialogo. La bozza menziona inoltre il sostegno espresso da diversi Stati membri al piano di Rabat, presentato nel 2007 al segretario generale dell’Onu come quadro di riferimento per un’autonomia del Sahara sotto sovranità marocchina, e lo definisce “la via più realistica e credibile per una soluzione giusta e duratura”. Una formulazione che conferma la convergenza crescente della comunità internazionale verso la posizione di Rabat, sostenuta apertamente da Washington, Parigi e Madrid. La bozza elogia anche “la leadership statunitense nel dossier” e riconosce “l’impegno del presidente Donald Trump” nella ricerca di una soluzione, richiamo che potrebbe tuttavia generare riserve da parte di Russia e Cina. Entrambi i Paesi, pur avendo recentemente aperto alla possibilità di un sostegno al piano marocchino, hanno vincolato la loro posizione al rispetto del principio di autodeterminazione del popolo sahrawi e alla necessità di una soluzione accettata da tutte le parti, inclusa l’Algeria.

    Per il Polisario, al contrario, l’iniziativa statunitense rappresenta un “pericoloso arretramento politico e giuridico”, poiché – secondo i sahrawi – ometterebbe qualsiasi riferimento al processo di decolonizzazione riconosciuto dall’Onu fin dal 1963. Il movimento teme inoltre che il testo riduca di fatto la Minurso a un mero strumento tecnico di monitoraggio, escludendo il referendum dall’agenda e trasferendo la mediazione sotto l’egida diretta di Washington. “Il destino del popolo sahrawi non è nelle mani né degli Stati Uniti né della Francia, ma nelle sue stesse mani”, ha dichiarato il rappresentante del Polisario all’Onu, Sidi Mohamed Omar, ribadendo che “l’unica via legittima resta il referendum di autodeterminazione”. Il risultato della prossima sessione a New York potrebbe quindi segnare una svolta storica e un nuovo punto di equilibrio (o rottura) per la regione del Maghreb.

  • I membri della Commissione rinnovano l’impegno dell’UE a favore del multilateralismo all’80a Assemblea generale delle Nazioni Unite

    Dal 21 al 26 settembre una delegazione di alto livello dell’Unione europea si recherà a New York per prendere parte all’80a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (UNGA). L’80° anniversario delle Nazioni Unite rappresenta l’occasione opportuna per rinnovare l’impegno collettivo a favore della cooperazione globale e per plasmare un’ONU che sia pronta per il futuro. L’UE e gli Stati membri si uniranno alla comunità internazionale per inviare un chiaro messaggio di fermo sostegno al multilateralismo, con l’ONU al centro. Durante la settimana l’impegno dell’UE si concentrerà sull’approfondimento dei partenariati tra le regioni, sulla mobilitazione di azioni collettive per la pace e la sicurezza, sulla promozione dello sviluppo sostenibile e sulla difesa dell’universalità dei diritti umani.

    La Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, l’Alta rappresentante/Vicepresidente Kaja Kallas e il Presidente del Consiglio europeo António Costa ospiteranno o parteciperanno a eventi e incontri con leader da tutto il mondo.

  • La Commissione propone di firmare e ratificare la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità informatica

    La Commissione europea ha proposto di firmare e ratificare la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità informatica. La convenzione riguarda sia il diritto penale sostanziale sia la cooperazione giudiziaria. Per la prima volta, uno strumento globale configurerà come reato i comportamenti connessi al materiale pedopornografico, l’adescamento di minori a fini sessuali e la diffusione non consensuale di immagini intime. La convenzione comprende anche misure di cooperazione internazionale, tra cui l’estradizione dei sospetti e lo scambio di prove elettroniche. Ciò rafforzerà la capacità dell’UE di combattere i reati in aumento, come le frodi online e gli attacchi ransomware, in cui criminali spesso in paesi terzi lontani prendono di mira persone e imprese dell’UE. Ai sensi della convenzione, la cooperazione si fonda sul rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, compresi i diritti alla protezione dei dati e della vita privata.

    Spetta ora al Consiglio adottare le decisioni che autorizzano la Commissione, a nome dell’UE, a firmare e, con l’approvazione del Parlamento europeo, a concludere la convenzione. Gli Stati membri dovranno inoltre firmare e ratificare la convenzione, conformemente alle rispettive procedure nazionali.

  • La Ue terrà fino al 2027 la sua flotta di difesa davanti alla Libia

    Il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di estendere fino al 31 marzo 2027 il mandato della missione militare EuNavFor Med-Irini, attiva nel Mediterraneo nell’ambito della Politica di sicurezza e difesa comune (Psdc). La decisione è stata presa a seguito della revisione strategica condotta dal Comitato politico e di sicurezza dell’Ue. Oltre alla proroga, il Consiglio ha anche deciso di ampliare il mandato dell’operazione, aggiungendo nuovi compiti alle sue attività. Oltre a contrastare il traffico di armi e le esportazioni illecite di petrolio dalla Libia, Irini sarà ora incaricata di sorvegliare e raccogliere informazioni su altre attività illecite nella regione, nonché di monitorare le infrastrutture marittime critiche e supportare la pianificazione di eventuali interventi di emergenza. Questa nuova competenza “rafforzerà la capacità dell’Ue di avere una maggiore consapevolezza situazionale marittima nel Mediterraneo”, riferisce il Consiglio in una nota. Per sostenere le operazioni della missione, l’Ue ha stanziato 16,35 milioni di euro per il periodo dal primo aprile 2025 al 31 marzo 2027.

    L’operazione Irini (che in greco significa “pace”) è stata lanciata il 31 marzo 2020 con l’obiettivo di sostenere il processo di pace in Libia, attuando le restrizioni imposte dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (risoluzione 1970 del 2011). Dopo la prima Conferenza di Berlino, il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di lanciare, il 31 marzo 2020, l’operazione militare denominata EuNavFor Med–Irini, principalmente marittima e incentrata sull’attuazione dell’embargo delle Nazioni Unite sulle armi alla Libia. Irini fa parte dell’approccio integrato europeo alla Libia che prevede sforzi politici, militari, economici e umanitari per portare stabilità e sicurezza nel Paese. I compiti dell’operazione sono: contrastare il traffico illegale di armi, sostenendo l’attuazione dell’embargo sulle armi nei confronti della Libia sulla base delle pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (compito principale); raccogliere informazioni sul contrabbando di petrolio, in particolare per le sue conseguenze sull’economia libica e il suo possibile utilizzo per finanziare il mercato delle armi; contribuire all’interruzione del modello commerciale del traffico di migranti raccogliendo informazioni con mezzi aerei e condividendole con Frontex e le autorità nazionali competenti; sostenere lo sviluppo della capacità di ricerca e soccorso delle pertinenti istituzioni libiche attraverso la formazione. In particolare, quest’ultima attività non è stata ancora attuata.

    Nel mese di gennaio 2025, la missione aeronavale dell’Unione europea incaricata di applicare l’embargo Onu sulle armi in Libia ha svolto dieci ispezioni a bordo con il consenso dei comandanti (contro le quattro di dicembre per un totale di 702 cosiddetti “approcci amichevoli” da inizio mandato) e indagato 381 navi mercantili tramite chiamate radio (a ottobre erano 501, per un totale di 17.142). L’operazione ha inoltre monitorato 52 voli sospetti (a dicembre erano 44, 1.750 in totale) e ha continuato a vigilare su 25 aeroporti e 16 porti e terminali petroliferi. In base all’ultimo rapporto disponibile, dal lancio della missione il 31 marzo 2020, EuNavFor Med–Irini ha sequestrato carichi violatori dell’embargo in tre occasioni, dirottando le navi verso porti dell’Unione europea. Irini ha prodotto 68 rapporti per il Panel di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia, la maggior parte dei quali riguarda violazioni dell’embargo sulle armi e attività di contrabbando di petrolio. Attraverso la Cellula di informazione sulla criminalità, integrata nella missione, sono state emesse 92 raccomandazioni per ispezioni in porti europei (di cui una emessa a dicembre 2024), con 73 ispezioni effettivamente condotte dalle autorità competenti.

    Lo scorso mese di gennaio 2025, il Consiglio di sicurezza Onu ha aggiornato il regime di sanzioni sulla Libia, esentando alcune attività dall’embargo sulle armi. In particolare, il Consiglio ha deciso che il suddetto embargo sulle armi non si applicherà a nessuna assistenza tecnica o formazione fornita dagli Stati membri alle forze di sicurezza libiche, intesa esclusivamente a promuovere il processo di riunificazione delle istituzioni militari e di sicurezza libiche. Inoltre, il Palazzo di vetro ha affermato che tale embargo sulle armi non deve essere applicato ad aeromobili militari o navi militari temporaneamente introdotti nel territorio libico esclusivamente per consegnare articoli o facilitare attività altrimenti esentate o non coperte dall’embargo.

  • L’Onu stanzia 110 milioni di dollari per le crisi umanitarie

    Con i finanziamenti umanitari globali ridotti drasticamente, le Nazioni Unite hanno stanziato 110 milioni di dollari dal Fondo centrale di risposta alle emergenze (Cerf) per incrementare l’assistenza salvavita in 10 delle crisi più sottofinanziate e trascurate al mondo in Africa, Asia e America latina. È quanto affermato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli aiuti umanitari in un comunicato, secondo cui oltre 300 milioni di persone in tutto il mondo hanno urgente bisogno di aiuti umanitari ma i finanziamenti sono diminuiti ogni anno, con i livelli di quest’anno destinati a scendere a un minimo storico. “Per i Paesi colpiti da conflitti, cambiamenti climatici e turbolenze economiche, i tagli brutali ai finanziamenti non significano che le esigenze umanitarie scompaiano”, ha affermato Tom Fletcher, sottosegretario generale per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti di emergenza. “L’attuale stanziamento del fondo di emergenza convoglia rapidamente le risorse dove sono più necessarie”, ha aggiunto. Un terzo dei nuovi finanziamenti del Cerf sosterrà il Sudan, che è alle prese con violenza, sfollamenti e fame, e il vicino Ciad, dove molti sono fuggiti. I fondi rafforzeranno anche la risposta umanitaria in Afghanistan, Repubblica Centrafricana, Honduras, Mauritania, Niger, Somalia, Venezuela e Zambia. I fondi sosterranno anche iniziative salvavita per proteggere le persone vulnerabili dagli shock climatici, rese possibili dal Climate Action Account del Cerf.

    Due volte l’anno il Fondo stanzia risorse per emergenze sottofinanziate come allerta globale per evidenziare la necessità di finanziamenti aggiuntivi da parte degli Stati membri, del settore privato e di altri. Alla fine del 2024 sono stati erogati 110 milioni di per aiutare oltre 3 milioni di persone in emergenze sottofinanziate in Burkina Faso, Burundi, Camerun, Etiopia, Haiti, Malawi, Mali, Mozambico, Myanmar e Yemen. Quest’anno, la comunità umanitaria sta cercando quasi 45 miliardi di dollari per raggiungere 185 milioni di persone tra le più vulnerabili coinvolte in crisi in tutto il mondo. Ad oggi, è stato ricevuto solo il 5 percento di questi finanziamenti, lasciando un divario di oltre 42 miliardi di dollari. Il Cerf è uno degli strumenti di finanziamento più rapidi disponibili per aiutare le persone colpite da crisi. Gestito dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari per conto del Segretario generale delle Nazioni Unite, il Cerf consente un’azione umanitaria tempestiva, efficace e salvavita da parte delle agenzie delle Nazioni Unite e di altre per avviare o rafforzare le risposte di emergenza ovunque siano necessarie. Le decisioni di finanziamento per le emergenze sottofinanziate si basano su un’analisi dettagliata di oltre 90 indicatori umanitari e su un’ampia consultazione con i partner.

  • Totale disorientamento diplomatico di un regime corrotto

    Dove sono troppi a comandare nasce la confusione.

    Luigi Einaudi

    Il 24 febbraio scorso ricorrevano tre anni dall’inizio dell’aggressione russa sull’Ucraina. Un’aggressione voluta ed ordinata personalmente dal dittatore russo. Un’aggressione che ha causato, ad ora, decine di migliaia di vittime e tante, tantissime sofferenze. Basta fare riferimento al drammatico massacro di Bucha per rendere l’idea della crudeltà e l’efferatezza dei militari russi, nell’ambito di quella che il dittatore russo ha sempre chiamato “un’operazione speciale”.

    E proprio il 24 febbraio scorso, alla ricorrenza del terzo anniversario dell’aggressione, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato due risoluzioni sull’Ucraina. Una delle due risoluzioni, presentata dalla stessa Ucraina ed appoggiata dall’Unione europea, affermava che l’aggressione russa “ha continuato per tre anni e continua ad avere delle ripercussioni distruttive a lungo termine non solo per l’Ucraina, ma anche per altre regioni e la stabilità globale”. Questa risoluzione ha ottenuto 93 voti a favore, 65 astensioni e 10 voti contrari, tra cui quelli degli Stati Uniti d’America e della Russia. Mentre la seconda risoluzione, presentata dagli Stati Uniti d’America e nominata “Path to Peace” (La via verso la pace; n.d.a.), in poche righe si riferiva ad una rapida fine del conflitto e ad una “pace duratura” tra l’Ucraina e la Russia. Ma in quella risoluzione non si faceva mai riferimento alla tutela dell’integrità territoriale dell’Ucraina, mentre la Russia non veniva mai considerata come il Paese aggressore.

    La Francia, uno dei cinque Paesi con il diritto al veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha presentato però due emendamenti al testo della risoluzione statunitense. Il primo emendamento chiedeva “….una pace giusta, duratura e complessiva tra Ucraina e Federazione Russa”. Tutto nell’ambito ed in pieno rispetto “della Carta dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e i principi di sovranità, eguaglianza e integrità territoriale degli Stati”. Mentre con il secondo emendamento si chiedeva l’impegno per garantire “… la sovranità, l’indipendenza, l’unità e l’integrità territoriale dell’Ucraina all’interno dei suoi confini internazionalmente riconosciuti, comprese le sue acque territoriali”. E siccome l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato i due emendamenti presentati dalla Francia, il Paese proponente della risoluzione, gli Stati Uniti d’America, durante il voto finale, hanno deciso di astenersi. Il testo modificato della risoluzione presentata dagli Stati Uniti d’America è stato approvato con 93 voti favorevoli, 73 astensioni (tra cui anche quello statunitense) e 8 contrari.

    Bisogna sottolineare che le risoluzioni approvate dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite non sono vincolanti per i 193 Paesi membri. Invece le decisioni prese dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sono vincolanti per tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite. Bisogna sottolineare, altresì, che il Consiglio di Sicurezza è l’organo esecutivo delle Nazioni Unite ed è composto da 15 Paesi. Cinque sono i Paesi membri permanenti con il diritto di veto (Stati Uniti d’America, Russia, Cina, regno Unito e Francia), mentre gli altri dieci hanno solo un mandato di due anni.

    Ebbene, gli Stati Uniti d’America hanno ripresentato, nel pomeriggio del 24 febbraio scorso, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la loro breve risoluzione sull’Ucraina. Questa volta il Consiglio ha approvato la risoluzione statunitense, in cui si chiedeva “una rapida fine della guerra”, con 10 voti a favore e cinque astensioni (Regno Unito, Francia, Slovenia, Danimarca e Grecia). Il Consiglio di Sicurezza ha così adottato la risoluzione riproposta dagli Stati Uniti d’America, che chiede una pace in Ucraina senza riconoscerne “l’integrità territoriale” del Paese. Nel testo della risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si afferma, tra l’altro, che bisogna “ribadire che lo scopo principale delle Nazioni Unite è mantenere la pace e la sicurezza internazionale e risolvere pacificamente le controversie”. In più si chiede di “implorare una rapida fine del conflitto e sollecitare inoltre una pace duratura tra l’Ucraina e la Federazione Russa”. Dopo la votazione nel Consiglio di Sicurezza, l’ambasciatore della Russia presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite ha dichiarato che “…la risoluzione è un passo che va nella giusta direzione”, mentre, riferendosi agli emendamenti presentati dai rappresentanti europei, dopo aver dichiarato per due volte il suo veto, ha affermato che si trattava “dell’ennesimo ultimatum anti-russo”.

    Durante le sopracitate votazioni del 24 febbraio scorso, sia nell’Assemblea generale, che poi nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, si è verificato anche un confuso e del tutto ridicolo comportamento della delegazione dell’Albania presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Lo confermano fonti mediatiche ben informate. Secondo quelle fonti, che non sono state né smentite e neanche contestate in seguito, l’ambasciatrice albanese presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite si è trovata e non solo una vota, in situazioni molto imbarazzanti. Prima delle votazioni del 24 febbraio scorso, la delegazione albanese è stata tra le rappresentanze diplomatiche che hanno sostenuto la risoluzione dell’Ucraina prima della votazione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il che significherebbe che anche durante la votazione della stessa risoluzione la delegazione albanese dovrebbe dare il suo consenso. E ovviamente quello non era l’opinione e la convinzione personale dell’ambasciatrice albanese. Erano proprio le direttive arrivate da chi di dovere in Albania. E secondo le stesse fonti mediatiche, visto l’importanza del caso, niente poteva essere fatto senza il beneplacito del primo ministro. Di colui che pubblicamente si era schierato dalla parte dell’Ucraina e dell’Unione europea. Di colui che si vantava pubblicamente di aver fortemente contestato, a settembre scorso, l’ambasciatore russo presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite, durante l’ultima sezione dell’Assemblea generale.

    Ma dopo l’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti d’America il 20 gennaio scorso, il primo ministro albanese sta facendo di tutto per essere “ben visto” dalla nuova amministrazione statunitense. Anche perché, come si sa pubblicamente, lui è una persona sponsorizzata e sostenuta in tutto e per tutto da Geroge Soros. E siccome il nuovo presidente statunitense ha dichiarato guerra a tutto campo a Soros, il primo ministro albanese sta cercando, costi quel che costi, di presentarsi come un forte sostenitore del presidente statunitense, negando il suo benefattore. Ma non solo; il primo ministro albanese risulterebbe coinvolto in atti corruttivi sui quali stanno indagando alcune commissioni del Congresso e del Senato statunitense. Ragion per cui lui adesso sta cercando di essere “collaborativo” con la nuova amministrazione, così com’è anche con il genero dell’attuale presidente statunitense. Il nostro lettore, a tempo debito, è stato informato di questa “collaborazione”.

    Ebbene, siccome la risoluzione dell’Ucraina non ha avuto l’appoggio degli Stati Uniti, e siccome loro avrebbero presentato un’altra risoluzione, allora l’ambasciatrice albanese è stata ordinata di sostenere la risoluzione statunitense come proponente. Come aveva fatto prima con la risoluzione dell’Ucraina. E questo radicale cambiamento di comportamento solo nell’arco di poche ore!

    Chi scrive queste righe considera il sopracitato comportamento della delegazione albanese come un totale disorientamento diplomatico di un regime corrotto. E siccome adesso il primo ministro albanese deve “ubbidire” a molti, allora diventa attuale quanto affermava Luigi Einaudi. E cioè che dove sono troppi a comandare, nasce la confusione. E il primo ministro albanese attualmente, non è solo confuso, è soprattutto spaventato per tutto quello che ha fatto.

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