ospedali

  • Vogliono distruggere la famiglia tradizionale

    La famiglia durerà quanto l’uomo. Essa è la culla dell’umanità.

    Giuseppe Mazzini

    La vita sul nostro pianeta, riferendosi a diversi studi scientifici, risulterebbe essere cominciata da alcuni miliardi di anni. Ovviamente all’inizio sono apparsi i microrganismi e poi altri organismi più sviluppati. Alla fine è apparsa anche la specie umana, prima con l’Homo habilis (Uomo abile), circa 2.4 milioni di anni fa, e poi con l’Homo sapiens (Uomo sapiente), molto simile a noi, apparso nell’Africa orientale meno di 300.000 anni fa.

    Ebbene, sempre riferendosi a molti studi scientifici, risulta che ogni specie vivente, partendo dalle più semplici cellule e fino al genere umano, sia riuscita a sopravvivere per milioni di anni solo e soltanto perché una cellula maschile ed una femminile si accoppiano e generano uno o più simili nuovi rappresentanti della specie, compresa quella umana. Le scienze biologiche spiegano meglio ed in dettagli anche le procedure e i meccanismi di queste procreazioni. Ma le scienze biologiche affermano che mai e poi mai questo può accadere con l’accoppiamento di due cellule o individui dello stesso sesso.

    In Albania, però, alcune settimane fa ci sono stati degli sviluppi riguardanti una diabolica e molto pericolosa strategia sulle persone transgender (persone la cui identità di genere non corrisponde al sesso biologico assegnato alla nascita). Una strategia che da anni è stata ben ideata, programmata ed attuata. Il suo obiettivo è la distruzione della famiglia tradizionale. Una strategia ben finanziata, anche in molti altri Paesi del mondo, dalle Fondazioni della Società Aperta (Open Society Foundations; n.d.a.), istituite a partire dal 1984 dal noto multimiliardario e speculatore di borsa George Soros. La rete si è poi sviluppata a livello globale, strutturandosi nel 1993 come Open Society Institute (Istituto della Società Aperta; n.d.a.), per poi ribattezzarsi, in seguito, con il nome attuale e cioè le Fondazioni della Società Aperta.

    Il 28 aprile scorso in Albania è stata resa pubblica un’ordinanza del Ministero della Salute e della Protezione sociale. Quell’ordinanza stabilisce che tutte le persone che desiderano modificare il proprio corpo, attraverso la terapia ormonale, per adattarsi alla propria identità di genere (che non necessariamente corrisponde al sesso biologico), avranno il diritto di ricevere questo trattamento presso il reparto di endocrinologia del Centro ospedaliero universitario ‘Madre Teresa’ a Tirana. Il protocollo prevede il trattamento per gli adulti e anche per gli adolescenti, a partire dai 16 anni, dopo una valutazione medica e l’approvazione della famiglia. La terapia ormonale sarà disponibile sia per gli uomini transgender, tramite il testosterone, che per le donne transgender tramite gli estrogeni e antiandrogeni. L’ordinanza del Ministero della Salute e della Protezione sociale stabilisce altresì che il trattamento ormonale sarà finanziata da fondi pubblici.

    Bisogna però evidenziare che da anni ormai il sistema sanitario pubblico in Albania sta subendo le gravi conseguenze dei mancati finanziamenti a diversi servizi indispensabili per la salute dei pazienti. Conseguenze legate direttamente all’abuso di appalti pubblici che sono sempre stati assegnati soltanto ad alcune ditte prescelte dai massimi livelli politici ed istituzionali, ovviamente sempre con l’approvazione del primo ministro.

    Una situazione molto grave da anni ormai si sta presentando nell’ospedale di Oncologia presso il Centro ospedaliero universitario ‘Madre Teresa’ a Tirana. Una grave e molto preoccupante situazione generata dalla mancanza dei fondi finanziari pubblici. Da anni ormai mancano spesso i medicinali, soprattutto i farmaci usati per la chemioterapia. Mentre i macchinari indispensabili per il trattamento dei pazienti, come l’acceleratore di radioterapia, ma anche altri, sono spesso fuori uso, per “mancanza di fondi”!

    In altre strutture del Centro ospedaliero universitario ‘Madre Teresa’ a Tirana, da alcuni mesi, oltre il 20 di ogni mese, non si possono fare più le analisi! Una diretta e grave conseguenza di un contratto abusivo con una ditta privata! Queste sono solo alcune delle “incapacità” del sistema sanitario pubblico. E tutto ciò mentre il primo ministro, già dall’inizio del suo primo mandato, aveva promesso un servizio sanitario pubblico gratuito (Sic!). Una promessa come molte, moltissime altre, che non sono mai state mantenute. Invece adesso si trovano i fondi per garantire l’attuazione della terapia ormonale per le persone transgender!

    La drammatica situazione del sistema sanitario pubblico è causata anche dalla mancanza di posti letto negli ospedali, la carenza di attrezzature, la carenza di personale medico e paramedico, nonché la mancanza di infrastrutture adeguate per la diagnosi dei pazienti. Il sistema sanitario pubblico soffre quotidianamente e da tempo dei mancati finanziamenti pubblici, con tutte le derivanti conseguenze, che subiscono i pazienti.

    La maggioranza governativa, con i suoi voti, riesce ad approvare in Parlamento qualsiasi proposta di legge presentata del governo, o la modifica di una legge già in vigore. Così è successo anche con l’introduzione nei programmi scolastici, compresi quelli del ciclo elementare, comunemente nota come scuola primaria. Tra le diverse “novità” della nuova legge c’era anche quella legata alla definizione dei genitori. Riferendosi ai genitori naturali, invece di essere chiamati padre e madre, come si fa da migliaia di anni ormai, la nuova legge, nei programmi scolastici, identifica il padre e la madre come “genitore 1” e “genitore 2”, senza nessuna ulteriore specifica!

    Tornando all’ordinanza del Ministero della Salute e della Protezione sociale del 28 aprile scorso, bisogna sottolineare che si tratta di una decisione che è in palese contrasto sia con la fisiologia, che con la maturità sessuale e ormonale dei bambini. Una decisione che è in pieno contrasto anche con la capacità intellettuale e psicologica del minore di prendere tali decisioni con la necessaria e dovuta responsabilità. Perchè si tratta di decisioni che avranno conseguenze per tutta la vita.

    Bisogna sottolineare altresì che la sopracitata ordinanza è parte integrante della strategia che da anni è stata fortemente sostenuta e ben finanziata in diversi Paesi del mondo dalle Fondazioni della Società Aperta. Una strategia che ha come obiettivo la distruzione della famiglia tradizionale. Ma è molto importante evidenziare che la decisione del 28 aprile scorso del Ministero della Salute e della Protezione sociale non è stata prima discussa e consultata con i gruppi d’interesse, come prevede la legge. Non è stato organizzato nessun dibattito professionale tra i rappresentanti del ministero e gli specialisti del settore. Ovviamente questa non è stata una “casuale dimenticanza”.

    Il 1o giugno scorso la coalizione “Pro Famiglia e Vita” in Albania ha organizzato una protesta contro la decisone del Ministero della Salute sui trattamenti ormonali. La coalizione ha presentato anche alcune richieste al governo, che riguardano l’abrogazione della legge sulla parità del genere, il divieto di terapie ormonali e interventi chirurgici sui bambini e l’esclusione dell’ideologia di genere dai programmi scolastici. Ma sicuramente il governo non reagirà a queste richieste.

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro albanese, un ubbidiente sostenitore dell’occulto clan Soros, ha fatto tutto quello che gli è stato ordinato per attuare in Albania la diabolica strategia che ha come obiettivo la distruzione della famiglia tradizionale. Quella famiglia che è stata sempre, da molti secoli ormai, un forte punto di riferimento. Contro quella strategia gli albanesi devono però mettersi tutti insieme e contestarla con determinazione, anche perché, come affermava Giuseppe Mazzini, la famiglia durerà quanto l’uomo. Essa è la culla dell’umanità.

  • La riorganizzazione della sanità italiana non può più aspettare

    Lunedì, dopo i dati definitivi del referendum, avremo ancora qualche giorno di polemiche, battute e tutto quanto contraddistingue la politica partitica.

    Sperando che tutto questo si esaurisca in poco tempo e tenendo conto che la guerra e le sue conseguenze, di ogni tipo, continueranno ancora per un po’, speriamo poco, ci auguriamo comunque che finalmente qualcuno cominci, seriamente, ad occuparsi dei problemi legati alla salute, o meglio alle malattie, degli italiani.

    Non è un mistero, da tempo, che non solo mancano i medici ma che molte realtà sanitarie sono diventate inefficienti anche per ingerenze partitiche.

    I medici di base sono, in gran numero, inferiori al necessario e, in troppe occasioni, irreperibili, demotivati, stressati dalla mancanza di altri colleghi il che procura, ai pochi presenti, un super lavoro, latitanti sulle visite a domicilio, in sintesi non c’è il servizio adeguato e garantito, sulla carta, sia dalla Costituzione che dalla riforma sanitaria.

    La carenza del servizio sul territorio porta al superaffollamento dei pronto soccorsi e non sono certo servite le cosiddette case della salute che continuano, in troppi casi, a non funzionare o a essere chiuse per ristrutturazione dei locali.

    Prenotare un esame diagnostico in ospedale è più difficile che vincere un terno al lotto visto che le attese, anche per necessità urgenti, sono spesso di mesi.

    Se a questi problemi aggiungiamo quelli di coloro che vivono in zone collinari, o di montagna o in piccole realtà, comprendiamo bene perché alcuni rinunciano a curarsi ed altri, quelli che possono, si rivolgono alla sanità privata.

    Basta girare nei paesi, nelle varie realtà delle province italiane e si vedrà subito come, negli ultimi anni, sia in continuo aumento l’apertura di più o meno piccoli ambulatori privati che offrono la presenza e l’assistenza  di medici di diverse specialità e di professionisti della riabilitazione, con apparecchiature moderne e prezzi accettabili.

    Ora se il privato, che giustamente lavora ed investe per guadagnare, può offrire questi servizi perché invece il pubblico è così carente nonostante tutto quello che gli italiani pagano per l’assistenza sanitaria?

    È evidente che c’è più di qualcosa che non funziona e che è urgente e necessario che il governo se ne occupi approfonditamente e con soluzioni innovative ed i certi casi drastiche, parole ne abbiamo sentite anche troppe.
    Tra i progetti che andrebbero seriamente considerati vi è anche l’istituzione di una nuova categoria di medici, tipo medici del territorio, che potrebbero avere funzioni in quelle aree scoperte dai medici di base, un progetto che prenda ad esempio, in chiave moderna e con meno compiti, quello che era il ruolo del medico condotto.

    In sintesi la riorganizzazione della sanità italiana non può più aspettare.

  • Lettera aperta rivolta al Presidente della Regione Emilia-Romagna e ai rappresentanti istituzionali che ho contribuito a eleggere con il mio voto

    Viene da chiedersi se molti di loro siano realmente consapevoli del funzionamento attuale del sistema sanitario regionale o se siano piuttosto assorbiti da altri interessi. Per questo motivo, ritengo necessario richiamare brevemente un principio fondamentale, troppo spesso evocato in modo selettivo: quello sancito dall’articolo 32 della Costituzione.

    La norma stabilisce chiaramente che la salute è un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività, garantito dallo Stato: un diritto che i cittadini finanziano quotidianamente attraverso il proprio lavoro e il prelievo fiscale, e che dovrebbe essere assicurato a tutti senza distinzione.

    Eppure, la realtà che mi trovo a vivere racconta altro.

    Recentemente mi sono rivolto alla pediatra di mio figlio per una visita di routine, in vista dell’inizio della scuola primaria. Tra i vari controlli richiesti, mi è stato prescritto un esame ortottico per la valutazione della motilità oculare. Nulla di straordinario, se non fosse che, al momento della prenotazione presso un CUP della Regione Emilia-Romagna, mi sono sentito rispondere che le liste sono chiuse per un anno e che avrei dovuto ripresentarmi nel marzo 2027.

    Una situazione che appare in evidente contrasto con le normative nazionali introdotte proprio per limitare la chiusura delle liste d’attesa.

    Purtroppo, non si tratta di un caso isolato. Personalmente, sono già in attesa da oltre 13 mesi per una visita e un intervento precedentemente prenotati: tempi che, più che eccezioni, sembrano ormai diventati la regola.

    Anche per una semplice radiografia non va meglio: infatti, anche qui le liste di prenotazione risultano chiuse e, per prenotare, bisognerebbe richiamare tra almeno sei mesi.

    Nel tentativo di trovare una soluzione, mi sono rivolto al mio nuovo medico di base, assegnato dopo che il precedente ha cessato la convenzione. Anche qui, un’ulteriore difficoltà: appuntamenti disponibili solo dopo una settimana, salvo casi ritenuti “gravi”.

    Ma cosa si intende per “grave”? Una patologia oncologica del sangue, se già trattata, non lo è; nemmeno la necessità urgente di un farmaco essenziale come la levotiroxina — fondamentale per la regolazione della tiroide — viene considerata tale. Il risultato è che un paziente si trova costretto ad attendere, con il rischio concreto di un peggioramento delle proprie condizioni e l’insorgenza di sintomi debilitanti.

    Di fronte a tutto questo, è inevitabile porsi delle domande. I rappresentanti istituzionali che abbiamo eletto conoscono davvero queste situazioni? Le loro famiglie si affidano al servizio sanitario pubblico o hanno accesso a canali alternativi?

    E ancora: per vedere tutelato un diritto costituzionale, è necessario rivolgersi all’autorità giudiziaria?

    Il sistema sanitario pubblico, oggi, appare esso stesso malato. E, mentre emergono inchieste, segnalazioni e casi di mala gestione, resta un interrogativo fondamentale: che fine fanno le risorse, i miliardi di euro provenienti dalle tasse dei cittadini?

    In attesa di risposte concrete, continuerò a osservare e informarmi, con la speranza che alle parole seguano finalmente i fatti.

  • L’UE stanzia 145,5 milioni di euro per rafforzare la cibersicurezza europea, anche per gli ospedali e i prestatori di assistenza sanitaria

    La Commissione europea mette a disposizione 145,5 milioni di euro per consentire alle PMI e alle pubbliche amministrazioni di implementare soluzioni di cibersicurezza e adottare i risultati della ricerca sulla cibersicurezza. A tal fine, la Commissione ha pubblicato due inviti a presentare proposte.

    Il primo invito fa parte del programma Europa digitale e ha una dotazione di 55 milioni di euro. Di questo importo, 30 milioni di euro miglioreranno la cibersicurezza degli ospedali e dei prestatori di assistenza sanitaria, aiutandoli a rilevare, monitorare e rispondere alle minacce informatiche, in particolare i ransomware. Ciò rafforzerà la resilienza del sistema sanitario europeo, in particolare nell’attuale contesto geopolitico, allineandolo al piano d’azione dell’UE sulla cibersicurezza negli ospedali e nell’assistenza sanitaria.

    Il secondo invito, nell’ambito del programma Orizzonte Europa, dispone di un bilancio di circa 90,5 milioni di euro. Sosterrà l’uso e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale generativa per le applicazioni di cibersicurezza, nuovi strumenti e processi avanzati per la cibersicurezza operativa, tecnologie che migliorano la privacy e la crittografia post-quantistica.

    Il termine per la presentazione delle candidature al primo invito è il 7 ottobre, mentre per il secondo è il 12 novembre. I criteri di ammissibilità e tutti i documenti relativi agli inviti sono disponibili sul portale Finanziamenti e appalti.

  • I medici in corsia nel 2032 saranno fin troppi

    Da ‘categoria in estinzione’, o quasi, a settore in sovrannumero. Appare essere questo il destino dei medici ospedalieri, stando ai numeri dell’ultimo studio del sindacato di categoria Anaao-Assomed: fino al 2027, infatti, si potrà ancora parlare di carenza di specialisti negli ospedali del Ssn, stimata in circa 20/25.000 unità. Ma lo scenario potrebbe radicalmente cambiare negli anni successivi quando, almeno fino al 2032, si potrebbe sviluppare il fenomeno contrario, cioè quello della pletora medica con ben 60.000 neolaureati. Un numero “assolutamente superiore a quello necessario a coprire i pensionamenti” e destinato a rimanere “in cerca di lavoro”. Si creerà dunque, avverte il sindacato, un esercito di camici bianchi pronto a foraggiare la sanità privata o i sistemi sanitari di mezza Europa.
    “Chi si illude – commenta Pierino Di Silverio, segretario nazionale Anaao Assomed – che la soluzione più efficace sia aumentare i posti nelle Facoltà di Medicina e Chirurgia, moltiplicando a dismisura il loro numero o quello dei Corsi di Laurea, pubblici e privati, senza prima risolvere le criticità del sistema, dimostra una pericolosa superficialità con il rischio di favorire uno sperpero di risorse pubbliche in mancanza di prospettive occupazionali all’interno del Servizio sanitario nazionale”.  Questo perchè, rileva, “gli interventi limitati all’offerta formativa appaiono sostanzialmente inefficaci nel fermare l’esodo dal sistema sanitario pubblico”, mentre è “cruciale rendere attrattivo il lavoro nell’ospedale e nei servizi territoriali per cercare di accrescere l’opzione in favore del Ssn da parte dei medici specialisti e specializzandi”. Ecco perchè, secondo il sindacato, all’offerta formativa deve essere abbinato un sistema di incentivi e di valorizzazione del lavoro medico in termini di riconoscimento sociale ed economico, oltre che di ruolo all’interno delle aziende. “Il medico oggi abbandona il Ssn perché male retribuito, aggredito, esposto a rischi di contenzioso medico-legale e privato del tempo necessario per dedicarsi senza ostacoli alla vita sociale e familiare”.
    Un ulteriore elemento che emerge dallo studio è legato all’aumento del bisogno di salute conseguente al progressivo invecchiamento della popolazione. Dal 2002 al 2022, l’età media è passata da 41,9 a 46,2 anni, gli over 65 sono passati dal 18,7% al 23,8%, gli over 80 dal 4,38% al 7,6% in rapporto alla popolazione totale. Eppure i medici in questo ventennio, si legge nello studio, “non sono aumentati così come ci si aspetterebbe, ma sono addirittura diminuiti rispetto all’anno di massima espansione delle dotazioni organiche, il 2009, e nel confronto con la media europea in rapporto a 1000 abitanti over 75”.
    Affrontare questa situazione senza interventi adeguati, sottolinea ancora Di Silverio, “è semplicemente impossibile. Non si può pensare di affrontare una richiesta di cure notevolmente più alta di 20 anni fa con una ridotta forza lavoro, stimata in 24.797 medici, tenendo conto della maggiore domanda da parte dei cittadini con oltre 75 anni di età”. Da qui le proposte dell’Anaao-Assomed, tra le quali aumentare subito il numero di medici nel Ssn facendo in modo che i giovani specialisti abbiano la possibilità di essere assunti.
    Ed ancora: “Bisogna abbattere il tetto alla spesa del personale e investire miliardi sul capitale umano, vero motore della sanità italiana”, afferma il leader sindacale. Infine, la retribuzione (con il contratto 2019/21 mediamente circa 85.000 euro lordi/anno) “deve stare al passo con i paesi europei similari: attualmente siamo fanalino di coda in Europa (media europea circa 145.000 euro), assieme a Portogallo e Grecia. Gli altri (Lussemburgo, Islanda, Olanda e Belgio per esempio) – conclude Di Silverio – viaggiano oramai sui 180.000/200.000 euro lordi/anno”.

  • Negli ultimi tre anni un milione di italiani migrati al Nord dal Sud e dalle isole per cure mediche. La Lombardia tra le principali destinazioni

    Migrazione sanitaria, impatto della tecnologia digitale come risorsa per affrontare il fenomeno, efficienza e sostenibilità dei percorsi di assistenza sul territorio: sono stati i temi al centro dell’evento che si è tenuto alla Società Umanitaria di Milano ‘Migranti della salute nell’era digitale: quali prospettive?’ organizzato da CasAmica ODV e Fondazione Roche, con il patrocinato di Rotary distretto 2041 di Milano.Partendo dai risultati della survey ‘Studio sui migranti sanitari’ realizzata da EMG Different per CasAmica su un campione rappresentativo di cittadini di età compresa tra i 35 e i 65 anni residenti in Calabria, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna, da cui è emerso che sono un milione gli italiani residenti al Sud e nelle isole che negli ultimi tre anni sono stati costretti a spostarsi dalla propria regione di residenza per sottoporsi a cure mediche, l’evento è stato una occasione di confronto tra terzo settore e istituzioni focalizzato sul presupposto che la chiave per ridurre l’impatto economico e psicologico di chi si sposta per ricevere cure risiede nelle nuove tecnologie. Occorre, infatti, un cambio di paradigma concreto che partendo dall’implementazione della digitalizzazione, in primis della telemedicina, integrata con servizi di assistenza sanitaria territoriale, permettano di ottimizzare l’equità e l’accesso ai migliori percorsi di diagnosi e cura.

    “Quasi il 70% dei migranti della salute intervistati ha scelto il Lazio e Lombardia1. Le cause di questa ‘migrazione’ sono da ricercare nei motivi legati all’opportunità di ottenere una migliore offerta sanitaria (51%) e medici più preparati (39%) o addirittura nella concreta impossibilità di ricevere cure adeguate alla propria patologia nella regione di provenienza (32%) – ha dichiarato Stefano Gastaldi, Direttore generale CasAmica ODV – Tutto questo ha un impatto economico notevole sulla vita dei malati e delle famiglie. Il 60% denuncia costi alti per gli spostamenti e gli alloggi e il 58% avrebbe avuto bisogno di prezzi calmierati. Oltre all’aspetto puramente economico, i migranti della salute hanno espresso anche altre esigenze come la necessità di un supporto psicologico per sé o per la propria famiglia (49%) e mezzi di trasporto per raggiungere l’ospedale (43%)”.

  • Abusi scandalosi con la salute dei cittadini

    Le istituzioni passano attraverso tre periodi:

    quello dei servizi, quello dei privilegi, quello degli abusi.

    François René de Chateaubriand

    “Giuro per Apollo medico e Asclepio e Igea e Panacea e per gli dèi tutti e per tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che eseguirò, secondo le forze e il mio giudizio, questo giuramento e questo impegno scritto”. Così cominciava il Giuramento scritto da Ippocrate tra il V ed il IV secolo avanti Cristo. Egli giurava, tra l’altro, “Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa”. E poi garantiva: “In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi”. Il testo del Giuramento finiva con l’affermazione: “E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro”. Si trattava di un giuramento che doveva essere fatto da tutti coloro che si prestavano ad esercitare la professione del medico. Nel corso dei secoli il testo del Giuramento di Ippocrate è stato modificato, senza però cambiare la sostanza degli impegni solennemente presi. Il testo attualmente in vigore comincia con l’affermazione: “Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro….”. Un medico giura anche di attenersi “…ai principi morali di umanità e solidarietà nonché a quelli civili di rispetto dell’autonomia della persona”. Il medico finisce il suo giuramento affermando: “E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato degli uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro”. Così giurano i nuovi medici, ovunque, prima di iniziare la loro professione, prima di impegnarsi a salvare vite umane.

    Questo giuramento lo hanno fatto tutti i medici che esercitano anche in Albania. Ma non tutti loro, purtroppo, hanno rispettato il giuramento fatto. Sono stati molti i casi in cui i pazienti sono stati costretti a pagare quello che doveva essere coperto/rimborsato dai fondi statali. E questo non era un fatto sconosciuto. Anzi! Lo testimonia anche quanto è stato reso pubblicamente noto martedì scorso, 25 giugno. Alcuni medici e specialisti dell’ospedale oncologico della capitale sono stati accusati del reato di abuso d’ufficio. Risulterebbe che loro, invece di trattare i pazienti oncologici presso l’ospedale, li orientavano presso delle strutture private. Disgraziatamente molti pazienti terminali sono stati costretti a pagare un servizio e delle cure che dovevano essere rese gratuitamente dall’ospedale pubblico. In più è stato reso noto che mancavano quasi tutti i medicinali che dovevano essere disponibili presso le strutture pubbliche. Mentre nelle cliniche private, dove esercitavano alcuni dei medici accusati, i medicinali non mancavano. Anzi! Però si doveva pagare caro. Purtroppo, non tutti i pazienti potevano affrontare simili spese, perciò sono state tante le fatali conseguenze. Risulterebbe che, addirittura, spesso i medicinali necessari per la chemioterapia, ma non solo, arrivavano nelle cliniche private anche dall’ospedale pubblico. Ma risulterebbe anche un altro fatto clamoroso che non poteva essere stato attuato solo dall’abuso dei medici. Si tratta dell’apparecchio per la cobaltoterapia. Un apparecchio che era stato installato presso l’ospedale oncologico della capitale nel 2021. Ma purtroppo, da allora ad oggi, risulterebbe che quell’apparecchio non sia stato mai messo in funzione. E non solo. In piena violazione delle normative internazionali per le sorgenti radioattive di cui è munito, l’apparecchio è stato messo in un ambiente non protetto dalle radiazioni. E tutto questo non poteva, mai e poi mai, accadere senza l’approvazione dei dirigenti. E non solo di quelli dell’ospedale, ma anche di quelli del ministero della Sanità. Come mai e chissà perché?! Ma le cattive lingue da anni parlano e dicono quello che è stato reso noto la scorsa settimana. Le cattive lingue non hanno parlato però solo di quello che accadeva presso l’ospedale oncologico. Hanno parlato e parlano tuttora anche di quello che accade in tutti gli ospedali pubblici, e non solo nella capitale albanese. Ma coloro che sono stati e sono i veri responsabili, a tutti i livelli, del funzionamento normale delle strutture ospedaliere ed ambulatorie in Albania non hanno fatto niente perché tutto ciò non si verificasse e non accadesse. E le conseguenze di una simile irresponsabilità, così come dell’irresponsabilità dei medici, anche se non di tutti loro, sono state spesso fatali per i semplici cittadini albanesi. Per tutti coloro che non potevano affrontare le spese presso le cliniche private dove lavoravano e/o erano proprietari anche medici del servizio pubblico.

    L’attuale primo ministro albanese ha cominciato il suo primo mandato nel settembre 2013, dopo aver vinto le elezioni il 23 giugno dello stesso anno. Uno dei “punti forti” della sua campagna elettorale allora era “il servizio sanitario gratuito”. Fatti accaduti da allora in poi, fatti tutti documentati e pubblicamente noti alla mano però, testimoniano la falsità di questa promessa. Anzi, tra i primi scandali con gli appalti pubblici, clientelistici e milionari ci sono stati proprio quelli effettuati nel sistema della sanità pubblica. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito di tali scandali. Nel novembre scorso il nostro lettore veniva informato che “…Nelle ultime settimane sono stati resi noti altri dati e fatti che riguardano alcuni altri scandali clamorosi nel settore della sanità pubblica. […]. Si tratta di scandali milionari che hanno privato i poveri cittadini albanesi dei servizi sanitari di prima necessità. Servizi vitali che loro non possono permettersi, finanziariamente, per averli nelle strutture private. Si tratta di scandali che da molti anni ormai stanno arricchendo gli amici sia del primo ministro che di alcuni ministri della Sanità. Tra i più noti e clamorosi ci sono lo scandalo del controllo sanitario, conosciuto come il servizio “Check up”, e quello degli sterilizzatori” (Misere bugie per nascondere clamorosi abusi quotidiani ed altro; 27 novembre 2023). Alcuni anni fa, trattando l’irresponsabilità dei massimi rappresentanti governativi, primo ministro compreso, l’autore di queste righe scriveva per il nostro lettore: “Un altro peccato madornale quello loro, che invece di gestire responsabilmente un settore così importante come quello della Sanità pubblica, hanno parlato soltanto di immaginari successi e hanno sperperato i fondi pubblici devoluti alla Sanità, dividendoli con certi oligarchi, loro sostenitori elettorali” (Dio salvi l’Albania e gli albanesi!; 16 marzo 2020).

    Oggi, di fronte ad una simile e molto evidente realtà, il primo ministro albanese ha cercato di nuovo, come sempre, di scaricare le sue colpe ad altri. Oggi ha scelto i medici. Una preda facile, dopo lo scandalo sopracitato. Ma i medici hanno abusato, beneficiando di quello che il sistema corrotto, capeggiato proprio dal primo ministro, permette. Oggi, il primo ministro ha scoperto che quello che hanno fatto i medici dell’ospedale oncologico era “un crimine non semplicemente contro i malati, ma [contro] tutta l’umanità” (Sic!). Chissà come si dovrebbe chiamare allora quello che lui, il primo ministro ed i suoi collaboratori fanno ogni giorno contro i cittadini albanesi?!

    Chi scrive queste righe è convinto che alcuni medici hanno disonorato il Giuramento di Ippocrate.  Ma il primo ministri ha consapevolmente violato e disonorato la Costituzione della Repubblica, sulla quale ha giurato fedeltà. E, non a caso, durante questi anni si sono verificati anche degli abusi scandalosi con la salute dei cittadini. Aveva ragione François René de Chateaubriand: le istituzioni passano attraverso tre periodi: quello dei servizi, quello dei privilegi, quello degli abusi.

  • Bruxelles avvia verifiche sugli appalti della Cina per rifornirsi di apparecchiature mediche

    La Commissione europea ha deciso di avviare un’indagine su presunte misure e pratiche della Repubblica popolare cinese che danno luogo a gravi e ricorrenti restrizioni dell’accesso degli operatori economici, dei beni e dei servizi dell’Unione al mercato degli appalti pubblici dei dispositivi medici della Repubblica popolare cinese. È quanto si legge nella Gazzetta ufficiale dell’Ue.

    Le pratiche e le misure restrittive sulle importazioni “creano uno svantaggio significativo e sistemico per gli operatori economici, i beni e i servizi dell’Unione, in quanto favoriscono sistematicamente l’acquisto di prodotti nazionali a scapito di quelli importati o rendono soggetta a procedure discriminatorie la partecipazione degli operatori economici dell’Unione agli appalti, impedendo l’acquisto di dispositivi medici importati tranne quando, ad esempio, i dispositivi da acquistare non sono disponibili nel territorio della Repubblica popolare cinese. Tali restrizioni e pratiche all’importazione privano i produttori dell’Unione di dispositivi medici di qualsiasi opportunità commerciale, o almeno di opportunità significative, nel mercato degli appalti della Cina”, si legge ancora nella Gazzetta ufficiale dell’Ue.

    “Tale impatto negativo è ulteriormente inasprito dalla definizione di obiettivi di acquisto nazionale per le amministrazioni aggiudicatrici. Inoltre, anche quando è concesso l’accesso a tale mercato, vengono spesso imposte condizioni che privano i produttori dell’Unione di un’equa possibilità di partecipazione, come l’obbligo di dare accesso alle loro tecnologie. Infine le pratiche adottate nel quadro dell’appalto centralizzato di dispositivi medici inducono gli offerenti a presentare offerte anormalmente basse che non sono sostenibili per imprese a scopo di lucro”, continua l’analisi della Commissione europea. La valutazione preliminare della Commissione “è pertanto che le misure e pratiche di cui sopra danno luogo a gravi e ricorrenti restrizioni, di diritto e di fatto, dell’accesso degli operatori economici, dei beni e dei servizi dell’Unione al mercato degli appalti pubblici dei dispositivi medici della Repubblica popolare cinese”.

    L’indagine della Commissione determinerà adesso se le presunte misure e pratiche della Cina siano effettivamente esistenti e diano luogo a gravi e ricorrenti restrizioni dell’accesso degli operatori economici, dei beni e dei servizi dell’Unione al mercato degli appalti pubblici dei dispositivi medici della Repubblica popolare cinese. A norma del regolamento Ipi (lo strumento per gli appalti internazionali), il governo della Cina è adesso invitato a presentare il proprio parere e a fornire informazioni pertinenti in merito alle presunte misure e pratiche. Il governo cinese è inoltre invitato ad avviare consultazioni con la Commissione al fine di eliminare o porre rimedio alle presunte misure e pratiche. Se, a seguito dell’indagine, la Commissione concluderà che le misure applicate dalla Cina sono discriminatorie per il mercato, potrà adottare forme di riduzione della possibilità di aggiudicarsi la gara d’appalto o addirittura escludere le aziende cinesi dalle gare di fornitura europee.

  • Record di trapianti in Italia nel 2023

    Nel 2023 in Italia è stato raggiunto il record di 4.462 trapianti, ben 586 in più rispetto al 2022, un anno già considerato molto soddisfacente dal centro nazionale trapianti che coordina le donazioni e gli interventi realizzati in tutti gli ospedali italiani. Il dato, come sottolinea Il Post nel riferirlo, certifica un’organizzazione efficiente e soprattutto una maggiore sensibilità delle persone che grazie alla donazione contribuiscono a salvare migliaia di vite ogni anno.

    L’aumento di trapianti del 2023 ha riguardato tutti gli organi: 2.245 trapianti di rene, il 10,4% in più rispetto al 2022, 1.696 di fegato (+14,7%), 186 di polmone (+33,8%), 40 di pancreas (+5,3%) e 370 trapianti di cuore, un aumento del 46,2% rispetto ai 253 del 2022.

    La regione con più trapianti è stata la Lombardia con 827, mentre in rapporto alla popolazione la prima è stata il Veneto, con 140,9 trapianti ogni milione di abitanti. Seguono Piemonte ed Emilia-Romagna, mentre nelle ultime posizioni ci sono le regioni del sud. Tra queste, l’unica che ha registrato una crescita incoraggiante è la Puglia, passata da 29,7 a 46,9 trapianti per milione di abitanti. I trapianti sono ovviamente possibili solo grazie alle donazioni, anche queste aumentate rispetto agli ultimi anni: per la prima volta sono state oltre 2.000, in aumento dell’11,6% rispetto al 2022.

    Secondo i coordinatori del centro nazionale trapianti, questi risultati sono stati favoriti in particolare da due elementi nuovi rispetto al passato. La prima novità riguarda l’aumento delle segnalazioni di potenziali donatori fatte dai reparti di terapia intensiva. L’aumento è stato stimolato dai sistemi sanitari regionali che hanno applicato con insistenza il piano nazionale delle donazioni studiato cinque anni fa con l’obiettivo di organizzare meglio i trapianti. Tra le altre cose, sono raddoppiati i corsi per formare operatori sanitari che si occupano di trapianti: soltanto nel 2023 ne sono stati formati 14mila. La seconda novità che spiega la crescita dei trapianti avvenuta nel 2023 riguarda la cosiddetta donazione a cuore fermo, cioè quella che viene fatta dopo che è stata accertata la morte per assenza di attività cardiaca: questo tipo di donazione è stato introdotto stabilmente solo da pochi anni. È conosciuta a livello internazionale come donation after cardiac death, o DCD, e ha regole diverse a seconda dei paesi, soprattutto sul tempo che deve trascorrere dall’arresto cardiaco per poter procedere al trapianto.

    Gli unici indicatori rimasti invariati rispetto al 2022 sono quelli relativi ai tassi di opposizione al prelievo. L’opposizione alla donazione può avvenire in due modi. Il primo caso riguarda le persone che muoiono in ospedale, soprattutto nei reparti di terapia intensiva: ci sono medici che hanno il compito di parlare con i famigliari e informarli della possibilità di consentire la donazione degli organi.

    Si può dichiarare la propria volontà di donare o di opporsi alla donazione degli organi anche in vita, nel momento del rinnovo della carta d’identità. È una possibilità garantita dal 2015. Nel 2023 la percentuale di chi ha rifiutato la donazione in rianimazione è leggermente salita: circa un terzo risulta essersi opposto, principalmente perché si era dichiarato contrario in vita nel momento del rinnovo dei documenti.

    Soltanto lo scorso anno negli uffici anagrafe dei comuni sono stati raccolti 2,4 milioni di consensi alla donazione, ma anche 1,1 milioni di rifiuti che si rivelano decisivi quando le persone vengono ricoverate in rianimazione in condizioni irreversibili. È una scelta spesso sottovalutata, presa senza molte informazioni. Da anni il centro nazionale trapianti promuove campagne di sensibilizzazione per convincere le persone a donare. Nonostante i buoni risultati, in Italia sono ancora circa ottomila le persone inserite nelle liste d’attesa per un trapianto.

  • Sos ospedali: mancano 100mila posti letto

    ‘Salvare gli ospedali’. E’ l’appello che 30 società scientifiche indirizzano alla premier Giorgia Meloni, sulla scorta di numeri che non lasciano dubbi circa la criticità della situazione: nel Servizio sanitario nazionale mancano 30.000 medici ospedalieri, 70.000 infermieri e circa 100.000 posti letto. In 10 anni (2011-2021), in Italia, sono stati chiusi 125 nosocomi, ben il 12%. E in soli 12 mesi eliminati quasi 21.500 posti letto. Il diritto alla salute, averte Francesco Cognetti, coordinatore del Forum delle Società Scientifiche dei clinici ospedalieri e universitari italiani (Fossc), “è in grave pericolo”.

    I medici innanzitutto: oggi sono 130mila, 60mila unità in meno della Germania e 43mila in meno della Francia. Si assiste, inoltre, a un consistente esodo di medici neolaureati e specializzandi, più di 1.000 l’anno, perché all’estero gli stipendi e le condizioni di lavoro sono nettamente migliori. In particolare, nei Pronto Soccorso la carenza di personale è quantificabile in 4.200 camici bianchi (in sei mesi, da gennaio a luglio 2022, se ne sono dimessi 600, circa 100 al mese). A fronte di ciò, sul versante economico la previsione della spesa sanitaria sul Pil per il periodo 2023-2026 registrerà già nel 2024 il ritorno al valore del 6,3% rispetto ad una media dell’8,8% dei 37 Paesi dell’Ocse e del 10% circa di Francia e Germania. Per questo, in conferenza stampa, i rappresentanti delle 30 Società Scientifiche riunite in Fossc si sono rivolti direttamente alla presidente Meloni per chiedere la completa revisione dei parametri organizzativi degli ospedali sanciti dal Decreto Ministeriale 70.

    “Vogliamo far sentire la nostra voce. Servono interventi tempestivi. Rivolgiamo le nostre richieste alla premier: più risorse per assumere personale e assicurare migliori condizioni di lavoro – afferma Cognetti -. La crisi del sistema ospedaliero, a causa delle politiche deliberatamente anti ospedaliere dei precedenti governi, paradossalmente ignorata dal Pnrr, è innegabile ed ha raggiunto livelli critici”. Tuttavia, sottolineano le società scientifiche, “abbiamo appreso con estremo interesse le intenzioni della presidente del Consiglio di voler cambiare l’indirizzo e i campi d’applicazione del Pnrr e riteniamo che questa sarebbe un’occasione unica per la sanità di impiegare una quantità cospicua di fondi”. Non bastano infatti, avvertono, “le 1350 Case di Comunità previste dal Pnrr a risolvere i problemi della sanità, se non si affrontano i nodi centrali della crisi profonda degli ospedali e delle risorse per il reclutamento del personale”. Anche l’Ocse, ricordano clinici e universitari, si è dichiarata molto preoccupata per nuove crisi sanitarie nei Paesi che investono minori risorse in sanità e per l’Italia prevede un investimento pari ad almeno l’1,4% in più rispetto al Pil 2021, che equivale ad un aumento annuo di ben 25 miliardi di euro. In questa situazione, afferma ancora il Forum, “riteniamo sia impensabile distrarre personale dai nosocomi verso le strutture territoriali previste dal Pnrr, cioè Case od Ospedali di comunità”.

    La recente Conferenza della Sanità del G7, che si è svolta in Giappone, ha prodotto un documento finale in cui viene rilanciato l’impegno a rafforzare i sistemi sanitari. Anche Papa Francesco e il presidente della Repubblica hanno più volte dichiarato la loro viva preoccupazione, lanciando moniti e raccomandazioni per sostenere il sistema sanitario pubblico. “Ci auguriamo – concludono le società scientifiche – che il governo ascolti questi moniti ed i clinici che ogni giorno curano i cittadini negli ospedali”.

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