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  • Ampio turnover tra le aziende di e-commerce italiane

    In Italia l’e-commerce si conferma un comparto vitale ma sempre più selettivo: nel 2026 sono entrate nel panorama digitale 21.717 nuove aziende (di cui quasi 12.000 società di capitale le nuove società di capitale), ma nello stesso periodo 23.211 realtà attive nel 2025 non sono più presenti. L’analisi fotografa un totale di 87.000 aziende italiane attive nell’e-commerce, registrando un calo del 4,4% rispetto al 2025, secondo i dati dell’Osservatorio sui siti e-commerce italiani realizzato da Netcomm, il Consorzio del Commercio Digitale in Italia, in collaborazione con Cribis – società del Gruppo CRIF che fornisce informazioni, soluzioni e consulenza alle imprese. Di queste, oltre il 90% sono micro e piccole imprese. I settori più inclini alla digitalizzazione, ovvero con la maggiore incidenza di e-commerce rispetto al totale delle aziende del proprio comparto, sono la Cosmetica (35,3%), l’Industria dei Giocattoli (33,5%) e l’Editoria (24,7%).

    Queste alcune delle evidenze presentate nel corso della XXI edizione di Netcomm Forum, l’evento di riferimento dell’e-commerce e Digital Retail, intitolato “Value Commerce – The New Era of Digital & Omnichannel Experience”, e realizzato con il supporto tecnico di TIG – The Innovation Group, il 6 e 7 maggio 2026 presso l’Allianz MiCo di Milano.

    “I dati dell’Osservatorio Netcomm in collaborazione con Cribis evidenziano un passaggio chiave: l’e-commerce italiano entra in una fase di maturità selettiva, in cui non conta più solo la crescita del numero di operatori, ma la sostenibilità dei modelli di business”, commenta Roberto Liscia, Presidente di Netcomm. “Il saldo negativo di circa 4.000 società di capitale e la contrazione nei numeri registrata rispetto al 2025 mostrano chiaramente che il mercato sta evolvendo verso modelli di business più complessi e paradigmi differenti.  Oggi non basta essere online: è necessario sviluppare competenze, efficienza operativa e capacità di investimento per competere in un contesto sempre più complesso, dove il valore si costruisce nel tempo attraverso relazione, fiducia e integrazione tra canali.”

    Marco Preti, amministratore delegato di Cribis riceve che “i dati dell’Osservatorio evidenziano la straordinaria vitalità delle micro e piccole imprese italiane che, in uno scenario in costante evoluzione, rappresentano il 90% del totale di aziende che sono oggi dotate di un e-commerce. A livello settoriale, è il manifatturiero a mostrare i trend di crescita più interessanti e, nello specifico, i comparti dell’arredamento, della cosmetica e dei giocattoli. Ma i dati mostrano anche un mercato sempre più competitivo e polarizzato, con un calo nel numero complessivo di quelle che hanno un canale di vendita online rispetto allo scorso anno. Per restare sul mercato, e cogliere le opportunità offerte dagli spazi virtuali, è dunque necessario rafforzare ulteriormente gli investimenti in persone e tecnologie ed ottimizzare l’attività di tutta la rete di vendita. Sia quella digitale che, dove presente, quella fisica.

    Il forte turnover del mercato – 21.717 nuovi ingressi a fronte di 23.211 uscite – è un segnale di evoluzione. Le società di capitale con e-commerce sono 47.000, pari al 54% del totale, ma generano il 96,1% del fatturato complessivo: un dato che evidenzia come il mercato si stia progressivamente concentrando attorno a operatori più strutturati e capaci di sostenere modelli di business digitali nel lungo periodo.

    Sul piano dimensionale, il riassestamento è significativo: le micro imprese crescono del 37,7%, mentre le grandi registrano un calo del 14,3%. L’e-commerce italiano si conferma così un ecosistema capillare e frammentato, con il 68,4% del tessuto composto da micro imprese e il 23% da piccole.

    A livello settoriale, il mercato mostra dinamiche opposte. Crescono i comparti dell’Arredamento (+6,5%), della Cosmetica (+5,9%) e dei Giocattoli (+4,5%), mentre registrano cali marcati il Turismo (-29,7%), il Ticketing (-21,2%) e l’Editoria (-11,9%). Fashion e Food & Beverage restano i settori più rappresentati in valore assoluto, rispettivamente con 5.728 e 4.712 Società di Capitale attive nell’e-commerce.

    In un confronto europeo, in Italia il numero di aziende con e-commerce e la percentuale sul totale aziende (1,3%, che sale a 2,6% per le società di capitali) è simile alla Germania – che conta 89.000 aziende con e-commerce – ma inferiori ai paesi best player (2,1% in Svizzera).

    La riduzione del numero di imprese è sintomatica di uno spostamento del mercato verso paradigmi più sostenibili e competitivi. Le aziende attive mostrano infatti una solidità finanziaria superiore: nel 2024, il 77,7% delle società di capitale con e-commerce ha registrato un utile di esercizio, contro il 74,2% della media delle società di capitale. L’analisi evidenzia inoltre una rischiosità commerciale inferiore: solo il 17,2% delle società di capitale con e-commerce presenta una rischiosità elevata, a fronte del 30,1% registrato mediamente dalle società di capitale italiane che non vendono online.

    Dall’Osservatorio emerge inoltre una progressiva crescita della Digital Attitude tra le imprese italiane: nel 2026, il 24,5% delle aziende registra un livello medio-alto di maturità digitale, in aumento rispetto al 22,7% del 2025.

    Il dato più eclatante emerge però dal confronto tra modelli di business: il 63,9% delle società di capitale con e-commerce raggiunge un livello di Digital Attitude elevato, contro appena il 7% delle società di capitale che non operano online: un divario che conferma come la presenza nel commercio digitale sia ormai un indicatore strutturale di innovazione e solidità aziendale.

    Anche sul fronte dell’innovazione, il livello si attesta su standard medio-alti, con un picco nel settore dell’elettronica, dove il 47,8% delle imprese mostra una spiccata propensione tecnologica. Tuttavia, la sfida resta aperta sul fronte dell’internazionalizzazione: il 55% del campione totale presenta ancora un livello di proiezione estera basso o Medio-Basso. In questo scenario, l’Elettronica si conferma ancora una volta il comparto più dinamico e orientato ai mercati globali, vantando un tasso di internazionalizzazione alto nel 55,3% dei casi.

    In Italia, il 2,6% del totale delle società di capitali ha implementato un canale e-commerce, con una distribuzione geografica che vede in testa il Sud (31,5%), seguito dal Nord-Ovest (25,8%) e dal Centro (23,2%). A livello provinciale, i principali hub del commercio digitale si confermano Milano (9,4%), Roma (9,3%) e Napoli (6,7%). Sotto il profilo dimensionale, il tessuto è composto prevalentemente da Micro imprese (68,4%) e Piccole (23%). L’anzianità aziendale si attesta tra i 6 e i 25 anni: rispetto al 2025 si osserva un innalzamento dell’età media, segnale di una consolidata maturità del comparto e di una stabilizzazione delle imprese che operano nel digitale.

    Sul fronte della comunicazione, i social media sono ormai un elemento imprescindibile: l’83,4% delle aziende con e-commerce è presente su almeno una piattaforma, in crescita rispetto all’82,7% dell’anno precedente. Sebbene Facebook resti tra i più utilizzati (pur perdendo circa 2 punti percentuali), si registra il boom di Instagram, che passa dal 69,6% al 73,8%. L’Osservatorio evidenzia infine una forte specializzazione strategica: YouTube è il canale privilegiato per l’Elettronica, Pinterest domina nell’Arredamento e X si conferma il punto di riferimento per l’Editoria.

    L’analisi delle Società di Capitale con e-commerce rivela un mercato ancora fortemente focalizzato sull’ambito nazionale: il 76,6% delle aziende offre infatti un sito in un’unica lingua, mentre solo il 16% prevede la possibilità di scelta tra due lingue.

    Emerge dai dati una progressiva diversificazione degli strumenti di pagamento, segnale di una crescente attenzione verso la customer experience. La maggioranza delle imprese (79,1%) offre oggi più di un metodo di pagamento, mentre solo il 20,8% del campione rimane ancorato a un’unica opzione. PayPal si conferma lo strumento più diffuso sia per le aziende con metodo unico sia per quelle con opzioni multiple, seguito da Un dato di rilievo riguarda l’ascesa delle soluzioni Buy Now Pay Later: nelle configurazioni con oltre 4 metodi di pagamento si segnala la forte crescita di Klarna. Analizzando la dimensione aziendale, PayPal domina tra le Micro e Piccole imprese, mentre le Grandi aziende puntano maggiormente su Carta di credito/debito e Pagamento alla consegna. Klarna trova la sua maggiore diffusione proprio tra le Micro imprese, a conferma di una forte spinta all’innovazione anche nei piccoli operatori.

    Su un totale di 87.000 realtà che hanno integrato il commercio elettronico nel proprio modello di business in Italia, ad oggi sono circa 40.000 le imprese individuali e società di persone. Anche in questo caso risentono di differenze regionali: a prevalere è il sud e le isole con il 31,2% di aziende con un e-commerce, a seguire il nord ovest con 26,3% trainato dalla Lombardia e il nord est con 21,8%. Le tre province più popolose di aziende con e-commerce sono Milano (5,3%), Roma (5,1%) e Napoli (4,8%). Sotto il profilo della longevità aziendale, la fascia d’età più rappresentata è quella compresa tra gli 11 e i 25 anni di attività. Ciò indica una crescente maturità del settore e una stabilizzazione delle imprese che, nate in contesti tradizionali, hanno saputo consolidare la propria presenza nel digitale nel lungo periodo. Per quanto riguarda le categorie merceologiche, il mercato è dominato dal Fashion, seguito dal Food & Beverage, che si confermano i comparti trainanti per la piccola impresa italiana online.

  • In attesa di Giustizia: al bivio dell’ignoranza

    Messa fortunatamente alle spalle la buriana della campagna referendaria, per questa rubrica non sono certo venuti meno gli spunti di riflessione, tutt’altro! Questa settimana, per esempio, bruciava la penna dal desiderio di raccontare quella volta che Gratteri ed i suoi accoliti fecero finire in galera decine di persone perché non avevano saputo prima leggere e poi distinguere, in lingua italiana, un aggettivo da un sostantivo…ma ne parleremo. L’alternativa, che ha sbaragliato la concorrenza al bivio dell’ignoranza, è stata individuata nell’ emendamento al decreto sicurezza attualmente in esame alle Camere – con scadenza imminente dei termini di conversione – che, nei procedimenti a carico di immigrati clandestini con patrocinio a spese dello Stato, prevede un compenso per l’avvocato soltanto qualora il cittadino straniero assistito presenti domanda di “rimpatrio volontario” e venga effettivamente rimpatriato.

    In tal modo, allettandolo, si trasforma il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione ma non è solo questo il punto: già faceva rabbrividire l’idea originaria di privare del tutto gli immigrati clandestini del patrocinio gratuito con una violazione degli articoli 3 e 24 della Costituzione (parità di trattamento davanti alla legge, inviolabilità del diritto di difesa e di ammissione al patrocinio per i non abbienti) di cui si sarebbe avveduto anche uno studente di terza media alle prese con l’educazione civica. Qualcuno deve averlo sussurrato all’orecchio dei parlamentari della coalizione di Governo ed ecco servita la classica pezza peggiore del buco con una previsione che questa volta oltre ad essere incompatibile con gli articoli 3 e 24 della Costituzione lo è anche con i con i principi più elementari della deontologia forense: l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato, ma deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza; ragione fondante per cui, nel nostro Paese, non esiste e non può esistere un ufficio del Public Defender sul modello americano perché un difensore d’ufficio dipendente dello Stato non offre garanzie di autonomia rispetto alla sua controparte processuale, il P.M., che rappresenta quello Stato che è anche il suo datore di lavoro.

    Per una volta si è mobilitato in anticipo anche il Quirinale con dei rumours che lasciano intendere che la promulgazione di una legge siffatta è tutt’altro che scontata ed il Sottosegretario Mantovano è accorso al Colle per parlarne nel tentativo di sventare un secondo sonoro ceffone alla maggioranza in materia di giustizia.

    Non ce la farà, non ce la potrebbe mai fare perché questa previsione, oltretutto, tradisce un’idea di avvocatura servente, subordinata agli obiettivi del potere e retribuita in funzione del risultato richiesto dall’amministrazione: è semplicemente irricevibile,  inaccettabile e sorprende (ma ormai non più di tanto) il silenzio – assenso di Carlo Nordio, uno che non solo è stato sempre uno schietto garantista ma proviene da una stirpe di avvocati penalisti mentre per tutti gli altri presunti giureconsulti, soprattutto quelli in salsa verde/tricolore, l’invito non può essere che quello di offrire, come meritano, le proprie braccia per la prossima campagna del grano.

  • I medici in corsia nel 2032 saranno fin troppi

    Da ‘categoria in estinzione’, o quasi, a settore in sovrannumero. Appare essere questo il destino dei medici ospedalieri, stando ai numeri dell’ultimo studio del sindacato di categoria Anaao-Assomed: fino al 2027, infatti, si potrà ancora parlare di carenza di specialisti negli ospedali del Ssn, stimata in circa 20/25.000 unità. Ma lo scenario potrebbe radicalmente cambiare negli anni successivi quando, almeno fino al 2032, si potrebbe sviluppare il fenomeno contrario, cioè quello della pletora medica con ben 60.000 neolaureati. Un numero “assolutamente superiore a quello necessario a coprire i pensionamenti” e destinato a rimanere “in cerca di lavoro”. Si creerà dunque, avverte il sindacato, un esercito di camici bianchi pronto a foraggiare la sanità privata o i sistemi sanitari di mezza Europa.
    “Chi si illude – commenta Pierino Di Silverio, segretario nazionale Anaao Assomed – che la soluzione più efficace sia aumentare i posti nelle Facoltà di Medicina e Chirurgia, moltiplicando a dismisura il loro numero o quello dei Corsi di Laurea, pubblici e privati, senza prima risolvere le criticità del sistema, dimostra una pericolosa superficialità con il rischio di favorire uno sperpero di risorse pubbliche in mancanza di prospettive occupazionali all’interno del Servizio sanitario nazionale”.  Questo perchè, rileva, “gli interventi limitati all’offerta formativa appaiono sostanzialmente inefficaci nel fermare l’esodo dal sistema sanitario pubblico”, mentre è “cruciale rendere attrattivo il lavoro nell’ospedale e nei servizi territoriali per cercare di accrescere l’opzione in favore del Ssn da parte dei medici specialisti e specializzandi”. Ecco perchè, secondo il sindacato, all’offerta formativa deve essere abbinato un sistema di incentivi e di valorizzazione del lavoro medico in termini di riconoscimento sociale ed economico, oltre che di ruolo all’interno delle aziende. “Il medico oggi abbandona il Ssn perché male retribuito, aggredito, esposto a rischi di contenzioso medico-legale e privato del tempo necessario per dedicarsi senza ostacoli alla vita sociale e familiare”.
    Un ulteriore elemento che emerge dallo studio è legato all’aumento del bisogno di salute conseguente al progressivo invecchiamento della popolazione. Dal 2002 al 2022, l’età media è passata da 41,9 a 46,2 anni, gli over 65 sono passati dal 18,7% al 23,8%, gli over 80 dal 4,38% al 7,6% in rapporto alla popolazione totale. Eppure i medici in questo ventennio, si legge nello studio, “non sono aumentati così come ci si aspetterebbe, ma sono addirittura diminuiti rispetto all’anno di massima espansione delle dotazioni organiche, il 2009, e nel confronto con la media europea in rapporto a 1000 abitanti over 75”.
    Affrontare questa situazione senza interventi adeguati, sottolinea ancora Di Silverio, “è semplicemente impossibile. Non si può pensare di affrontare una richiesta di cure notevolmente più alta di 20 anni fa con una ridotta forza lavoro, stimata in 24.797 medici, tenendo conto della maggiore domanda da parte dei cittadini con oltre 75 anni di età”. Da qui le proposte dell’Anaao-Assomed, tra le quali aumentare subito il numero di medici nel Ssn facendo in modo che i giovani specialisti abbiano la possibilità di essere assunti.
    Ed ancora: “Bisogna abbattere il tetto alla spesa del personale e investire miliardi sul capitale umano, vero motore della sanità italiana”, afferma il leader sindacale. Infine, la retribuzione (con il contratto 2019/21 mediamente circa 85.000 euro lordi/anno) “deve stare al passo con i paesi europei similari: attualmente siamo fanalino di coda in Europa (media europea circa 145.000 euro), assieme a Portogallo e Grecia. Gli altri (Lussemburgo, Islanda, Olanda e Belgio per esempio) – conclude Di Silverio – viaggiano oramai sui 180.000/200.000 euro lordi/anno”.

  • Non trascuriamo chi lavora in modo flessibile

    Uno dei temi centrali, soprattutto per l’Italia, è la questione lavoro: retribuzioni a volte troppo basse, costo della vita eccessivo in alcune aree, disparità retributiva tra uomini e donne sono temi noti a tutti. Quello che invece sembra non essere abbastanza noto né al governo né ai sindacati e alle parti sociali in genere, è il problema legato al lavoro ed alla retribuzione di chi opera con alcune agenzie.

    Vi sono decine di migliaia di persone in Italia che lavorano per vere o presunte cooperative, associazioni con scopo di lucro, specie per quanto riguarda il lavoro nell’ambito sanitario o domestico, lavorativi che ricevono molto meno di quanto il richiedente la prestazione paga alla cooperativa o ad altro soggetto analogo.

    Il problema più grave riguarda le molte migliaia di persone che lavorano, su incarico di agenzie, per svolgere diverse attività: controllo qualità nei negozi, acquisti per campionature, verifica degli standard operativi di strutture e infrastrutture (dai servizi pubblici alla vendita retail), interviste e sondaggi per misurare la soddisfazione dell’utenza, exit poll e proiezioni dai seggi in occasione di elezioni, ricerche di mercato e data collection in generale, sono solo alcuni esempi di attività svolte da una platea di lavoratori che non sono inquadrati in alcun modo.

    Questi lavoratori, oltre a non essere inquadrati, sono retribuiti, per il loro specifico lavoro, di volta in volta e cioè dopo tre mesi dallo svolgimento del lavoro stesso. E sempre dopo tre mesi sono pagati per le spese sostenute nello svolgimento di tale lavoro, compreso l’eventuale acquisto che è stato commissionato per la campionatura dei prodotti o le spese di spostamento.

    In diverse occasioni questi lavoratori, che, ripetiamo, sono pagati dopo tre mesi sia per le spese sostenute che per il loro lavoro, si vedono rinviato ulteriormente il pagamento e, in alcuni casi, anche per cifre modeste, non sono pagati affatto.

    Ovviamente trattandosi di cifre non elevate non vi è la possibilità per il lavoratore, per l’esborso economico che ne conseguirebbe, di rivolgersi a un avvocato per ottenere interamente quanto dovuto.

    Lavorano in questi settori più persone di quanto si creda e anche agenzie estere, che peraltro sembrano più corrette nei pagamenti, si rivolgono ad italiani che, per motivi vari e ben intuibili a tutti, non hanno trovato un contratto a tempo indeterminato e neppure a termine.

    Una giungla che ovviamente rende sempre più precaria la vita di questi lavoratori, dando sempre più margine di guadagno ai committenti. Sotto l’aspetto economico e anche sociale, queste persone si trovano alle prese con vari problemi come quello di non poter accedere a un mutuo e, in generale, non avere la sicurezza il mese dopo di mantenere se stessi e la propria famiglia.

    La questione non può continuare ad essere ignorata da governo e forze sociali e in questa sede non si vuole tanto fare una denuncia quanto rivolgere un appello proprio al governo e alle parti sociali perché in questo settore ci siano un minimo di garanzie per i lavoratori. Ci potrebbe essere ad esempio uno sportello regionale o nazionale al quale gli stessi potrebbero rivolgersi, nel caso di inadempienza del loro committente, per avere un’assistenza legale gratuita, già questo sarebbe un deterrente che inviterebbe le agenzie che affidano questi lavori ad essere più puntuali e rispettose degli obblighi presi nell’assegnazione dell’incarico. Inoltre bisogna ottenere che le agenzie paghino il lavoro svolto, e le eventuali spese sostenute, entro 30 giorni.

  • Il ticket d’ingresso a Venezia partirà nel 2024

    Dal prossimo anno chi vorrà visitare Venezia dovrà pagare un biglietto d’ingresso. E’ quanto ha stabilito la giunta comunale tenendo a battesimo il regolamento che governerà il contributo di accesso una volta approvato dal Consiglio comunale. L’obiettivo, neppure troppo nascosto, è quello di disincentivare il turismo giornaliero in alcuni periodi per evitare che la città venga soffocata e diventi invivibile per ospiti e residenti. La sperimentazione per il 2024 sarà di circa 30 giornate, che verranno stabilite nelle prossime settimane. In linea generale, si concentrerà sui ponti primaverili e sui week end estivi. Il meccanismo, almeno sulla carta, è abbastanza semplice e prevede deroghe per chi risiede nel comune o vi lavora.

    Il ticket, inizialmente di 5 euro, dovrà essere corrisposto da ogni persona fisica, di età superiore ai 14 anni, che acceda alla città per una visita giornaliera. Saranno esclusi coloro che soggiornano in strutture ricettive situate all’interno del territorio comunale, i residenti nel Veneto, i bambini fino ai 14 anni di età, chi ha necessità di cure, chi partecipa a competizioni sportive, forze dell’ordine in servizio, il coniuge, il convivente, i parenti o affini fino al terzo grado di residenti nelle aree in cui vale il contributo di accesso. Anche i veneti, peraltro, non avranno vita facile: nella delibera saranno chiarite anche le modalità di prenotazione obbligatoria per alcune categorie che rientrano nell’esenzione, in modalità smart e telematica. In questo caso non pagheranno alcun contributo, ma avranno l’obbligo di prenotarsi sul portale apposito.

    «Ci poniamo come apripista a livello mondiale – dice l’assessore al turismo Simone Venturini – consapevoli dell’urgenza di trovare un nuovo equilibrio tra i diritti di chi a Venezia ci vive, ci studia o ci lavora e di chi visita la città».  Per la Serenissima, dunque, è una questione di sopravvivenza. «La prenotabilità non è uno strumento per fare cassa (anzi, permetterà di coprire solo i costi del sistema) ma garantirà ai residenti  – conferma Venturini – una qualità della vita migliore e ai turisti pernottanti una visita in grado di regalare emozioni più vivide. Dopo un lungo e difficile iter è arrivato il momento di agire concretamente, come siamo abituati a fare».

    Soddisfatti sono gli albergatori. La tassa va bene, sostengono,  basta che non finisca per ricadere su chi a Venezia ci soggiorna e spende. Il presidente di Confturismo Veneto, Marco Michielli, lo dice senza giri di parole: «A patto che non venga fatta pagare ai turisti residenti, quelli che alloggiano nelle strutture ricettive per intenderci, perché già pagano la tassa di soggiorno. Anzi, pensandoci bene, considerati gli introiti garantiti dal contributo d’accesso – rilancia – si potrebbe abolire la tassa soggiorno».

  • Per le banche europee 80 miliardi dalle commissioni sul digitale

    Un mercato ancora piccolo rispetto all’Europa e al peso dell’economia italiana ma in decisa crescita e con iniziative delle singole banche o circuiti per abbattere le commissioni e i costi dei micropagamenti sotto i 5 e i 10 euro. Il panorama dei pagamenti digitali in Italia, al centro delle polemiche politiche di questi giorni, è in forte evoluzione con una spinta avvenuta durante la pandemia Covid e che proseguirà ancora.

    Il giro d’affari delle commissioni delle banche e delle società finanziarie e tecnologiche sui pagamenti digitali in Europa, secondo un recente studio della Banca centrale austriaca, è di circa 80 miliardi che dovrebbe salire entro il 2030 a 140 miliardi. La stima vede il nostro paese ancora indietro con soli 9,5 miliardi visto l’alto uso del contante. La parte del leone è della Francia con 21,1 miliardi seguita dalla Germania che nonostante il pil (anche qui per l’alto utilizzo di banconote e monete) è ferma a 20,1). Significativo il caso dell’Olanda a 5,2 miliardi. Lo studio ricorda peraltro come questi ammontari vadano sia alla banca beneficiaria che a quella pagatrice oltre ai circuiti (internazionali e non) di carte di credito e di debito sotto forma di commissioni e affitto Pos.

    L’aumento delle transazioni digitali con carta sta facendo scalare alcune posizioni al nostro paese che resta però pur sempre 24esimo con 114 transazioni rispetto alla media Ue di 172. Le commissioni medie, come rilevano i dati dell’Oss Innovative Payments del Politecnico di Milano, nel nostro paese sono in media dell’1,5% e sono variabili, non fisse, ma sono da registrarsi diverse iniziative private delle grandi banche (Unicredit, Intesa), di Nexi e Pagobancomat per azzerare i micropagamenti fino a 5 e 10 euro e ridurre o eliminare i costi di attivazione del Pos.

    Come ha sottolineato in un intervento su Il Sole24 ore nei giorni scorsi il presidente dell’Abi Antonio Patuelli “è molto cresciuto l’uso dei pagamenti elettronici, sospinto anche da una fortissima concorrenza, con continue evoluzioni tecnologiche che concorrono a ridurre i costi complessivi dei pagamenti”. “Concorrenza e innovazione hanno ridotto e ridurranno ulteriormente i costi delle transazioni” ha sottolineato invitando gli esercenti a una “crescente consapevolezza e diligenza” in modo da “scegliere le più idonee forme di pagamento elettronico per le attività di ciascuno”.

    Ma non ci sono solo i pagamenti con carte o bancomat. Il minor uso del contante passa anche per i bonifici e gli addebiti diretti, comprendendo i quali, le transazioni digitali totali salgono a 320 in media in Europa.

    E poi ci sono i nuovi strumenti come le app, i sistemi di trasferimento diretto da conto a conto o bracciali. I dati di una ricerca Mastercard evidenziano come il 74% degli intervistati ha infatti fatto uso di almeno un metodo di pagamento emergente, mostrando una particolare preferenza per i pagamenti Account to Account (35%) e le app di money transfer (25%).

  • l business della sicurezza stradale

    I recenti e ripetuti incidenti stradali che hanno visto quasi sempre giovani vittime, stanno suscitando l’ennesimo ipocrita confronto politico privo di ogni competenza e motivato semplicemente dall’infantile narcisismo dei protagonisti.

    La nostra rete stradale complessivamente è articolata in 167.365 km, tra strade urbane ed extraurbane, lungo la quale si trovano 8.073 autovelox (dati anche questi non aggiornati) ai quali aggiungere i semafori T-red.

    Nella vicina Francia, che presenta una rete stradale di 1.028.260 km (62% urbana ed il 38% extraurbana), si trovano 2.406 postazioni con autovelox. In Germania, lo Stato delle Autobahn senza limiti di velocità, se ne trovano 3.813 di rilevatori di velocità.

    La prima evidente considerazione dimostra come questa impressionante rete di autovelox non sia in grado di prevenire alcun incidente,ma anzi venga utilizzata dalle amministrazioni locali come una vera e propria tassa di passaggio, anche in considerazione del loro posizionamento lungo le direttrici a forte scorrimento.

    L’ipocrisia che rende la sicurezza stradale una volgare opportunità viene certificata dalla rilevazione e gestione delle stesse sanzioni spesso appaltate a società private.

    Per gli enti locali e per lo Stato, quindi, la sicurezza stradale diventa solo un business finalizzato ad accrescere le entrate, in più neppure utilizzandole, all’80% come invece prevedrebbe la legge, non per investimenti in sicurezza stradale ma semplicemente per il finanziamento della spesa corrente.

    Emerge evidente come l’approccio tecnologico alla sicurezza stradale non abbia determinato alcun effetto sostanziale se non quello di foraggiare i bilanci degli enti locale e statali.

    Parallelamente sono state inasprite le norme penali con l’introduzione del reato di omicidio stradale, il cui effetto deterrente risulta ancora irrilevabile in considerazione dei recenti incidenti.  Un percorso, del resto, molto simile a quello avvenuto con l’introduzione del reato di femminicidio che non ha di certo diminuito le aggressioni e tanto meno gli omicidi verso le vittime femminili.

    Ora, poi, sull’onda emozionale suscitata dalle troppe vittime della strada, ecco uscire un viceministro che vorrebbe introdurre l’adeguamento delle sanzioni amministrative al livello del reddito. Una sciocchezza di dimensioni epocali in quanto spesso proprio le vittime sono ragazzi giovani e studenti, quindi privi di reddito.

    Le giovani vittime dei recenti incidenti dovrebbero invece suscitare una riflessione reale relativa all’approccio tecnologico insufficiente per assicurare un minimo livello di sicurezza ma soprattutto alla necessità di ripristinare il controllo fisico delle pattuglie lungo le strade.

    Anche la stessa mancanza di personale adibito al controllo risulta figlia di una classe politica che ha sempre ridotto la spesa per le forze dell’ordine privilegiando gli investimenti in strumenti di controllo da remoto.

    Mai come ora la situazione della sicurezza stradale meriterebbe una riflessione, invece che dell’ennesimo inasprimento di pene e sanzioni partorite dalle solite menti governative infantili e prive di una minima competenza.

  • In attesa di Giustizia: un popolo di farabutti, evasori, di mercanti infedeli e riciclatori

    Giustizia, economia e politica si intrecciano nel commento di questa settimana ed il titolo potrebbe suggerire il testo di un nuovo bassorilievo, “modello EUR”, da scolpire, magari, sul portone di ingresso di Palazzo Chigi a perenne memento del Governo delle più retrive caratteristiche degli italiani e di cui tenere conto nell’amministrarli.

    Lo spunto è offerto dalla polemica sull’impiego del contante, che si è rinfocolata dopo la proposta di elevare nientemeno che a 60 euro la soglia fino alla quale quei malvissuti di baristi, tabaccai, norcini e fruttaroli possono evitare il pagamento cashless (che detto così fa anche molto fine) accettando – pensate che vergogna – banconote e spicci che non sono quelli del Monopoli bensì vili denari emessi dalla Banca d’Italia. E sempre sia lodato Romano Prodi per il tasso di cambio della lira negoziato a suo tempo.

    E’ questo un dettaglio che sembra sfuggire agli ayatollah del bancomat dimentichi del fatto che sulle banconote della compianta liretta campeggiava la scritta “pagabili al portatore” seguita dalla firma del Governatore ad imperituro ricordo del valore e della validità per gli scambi commerciali della moneta circolante che, molto semplicemente, non può essere rifiutata a pareggio di una transazione, perlomeno nei limiti della ragionevolezza.

    Ora sembra che la panacea di tutti i mali che affliggono il sistema economico di questo Paese risieda nell’impedire di spendere più di mille euro in contanti e di costringere all’acquisto di cappuccino e cornetto con l’American Express così debellando criminali piaghe bibliche quali il riciclaggio, l’evasione e – mai sia che ci si dimentichi – la corruzione.

    Gli epigoni di questa soluzione sembrano – tra le tante cose – dimenticare che una delle principali risorse dell’economia nazionale è il turismo e che il turismo alto spendente è in massima parte quello straniero: e francamente,  per fare un esempio, non è un problema nostro se il russo (di tempi andati) a casa sua paga le imposte o se si guadagna da vivere vendendo casse di Kalashnikov sottobanco, quello che conta è che vengano correttamente scontrinate le bottiglie di Cristal che prosciuga al Quisisana a Capri non tanto la corresponsione del prezzo estraendone il controvalore da un fascio di banconote. Basta avere un minimo di conoscenza dei principi contabili per sapere che quelle bottiglie non possono essere state acquistate altrimenti che contro fattura e bolla di accompagnamento, caricate a magazzino e, per avere una quadra di bilancio deve esserci corrispondenza tra acquisto e successiva vendita ricavabile proprio dall’incrocio tra prezzo di carico, listino prezzi ufficiale dell’esercizio e scontrinatura. Questo, almeno, nelle grandi strutture commerciali, nei negozi delle grandi firme, nei ristoranti stellati e nelle catene alberghiere dove circolano cifre sostanziose: forse, nei chiringuiti di Capalbio le cose vanno diversamente.

    Il rischio di evasione, quella che fa la differenza anche per il singolo contribuente, pertanto, rimane sostanzialmente invariato ed il contrasto al fenomeno passa attraverso ben altri strumenti che non mortificano il libero commercio; altrettanto deve dirsi del riciclaggio che – a regola – riguarda ben altri e milionari importi il cui “lavaggio” viene operato tramite complesse triangolazioni bancarie (sovente estero su estero) a monte e reimpiego in attività produttive lecite a valle.

    Molto altro potrebbe considerarsi in argomento, lo spazio è tiranno ma consente un’ultima riflessione. Manca solo l’esortazione implicita al ricorso al diritto penale, magari con la creazione di nuove figure di reato, o ad elevare le pene per quelli già previsti e fors’anche – ciliegina sulla torta – affiancare alla Guardia di Finanza una nuova Forza dell’Ordine: la Polizia Morale.

  • Il divario di genere a livello di istruzione si sta riducendo, ma le donne continuano a essere sottorappresentate nella ricerca e nell’innovazione

    Negli ultimi anni il numero di studentesse, incluse quelle che hanno conseguito una laurea di primo livello, una laurea magistrale o un dottorato, è aumentato costantemente, ma le donne continuano a essere sottorappresentate nella ricerca e nell’innovazione. Queste sono alcune delle principali conclusioni della relazione She Figures 2021 della Commissione europea, che dal 2003 monitora il livello dei progressi verso la parità di genere nella ricerca e nell’innovazione nell’Unione europea e altrove.

    La pubblicazione di She Figures 2021 evidenzia che, in media, per quanto riguarda la laurea di primo livello e magistrale le studentesse e le laureate sono più numerose dei loro compagni uomini (costituiscono rispettivamente il 54% e il 59%) e che si raggiunge quasi un equilibrio di genere a livello di dottorato (48 %). Persistono tuttavia disparità tra i vari campi di studio: le donne ad esempio rappresentano ancora meno di un quarto dei dottorandi nel settore delle TIC (22%), mentre sono il 60 % o più nella sanità e nei servizi sociali e nell’istruzione (rispettivamente il 60 % e il 67%).

    Inoltre solo circa un terzo dei ricercatori sono donne (33%). Ai livelli più alti del mondo accademico, le donne continuano a essere sottorappresentate e tra i professori ordinari sono solo un quarto (26%). Hanno inoltre meno probabilità di essere impiegate come scienziati e ingegneri (41%) e sono sottorappresentate tra i liberi professionisti nel settore delle scienze, dell’ingegneria e delle TIC (25%).

    She Figures è uno studio triennale che monitora la parità di genere nella ricerca e nell’innovazione (R&I): pubblicato per la prima volta nel 2003, segue il percorso di ricercatori e ricercatrici, a partire dal periodo in cui studiano e si laureano, esaminandone la partecipazione al mercato del lavoro in qualità di ricercatori e le condizioni di lavoro, l’avanzamento di carriera e il coinvolgimento in posizioni decisionali e i risultati di R&I (compresa la paternità di invenzione). I corrispondenti statistici degli Stati membri e dei paesi associati contribuiscono alla raccolta dei dati.

    Diverse politiche e programmi di finanziamento dell’UE mirano a promuovere la parità di genere nella ricerca e nell’innovazione. Con la sua comunicazione del 2020 su un nuovo Spazio europeo della ricerca la Commissione ha rinnovato il suo impegno a favore della parità di genere e dell’integrazione di questa dimensione nella ricerca attraverso l’ampliamento delle priorità e delle iniziative esistenti.

    Orizzonte Europa ha inoltre rafforzato il sostegno alla parità di genere nella ricerca e nell’innovazione grazie a:

    • un nuovo criterio di ammissibilità ai finanziamenti di Orizzonte Europa, in quanto gli enti pubblici, gli organismi di ricerca e gli istituti di istruzione superiore devono disporre di un piano per la parità di genere;
    • l’integrazione di una dimensione di genere nei contenuti della ricerca e dell’innovazione come requisito di base in tutto il programma;
    • il finanziamento di azioni a sostegno dell’elaborazione di piani per la parità di genere negli Stati membri dell’UE e nei paesi associati e l’attuazione dell’agenda politica per lo Spazio europeo della ricerca;
    • misure e attività volte a promuovere la parità di genere nell’ambito del Consiglio europeo per l’innovazione; e
    • un forte incoraggiamento dell’equilibrio di genere nelle équipe di ricerca.

    La Commissione europea ha anche approvato la dichiarazione di Lubiana sulla parità di genere nella ricerca e nell’innovazione.

    Fonte: Commissione europea

  • Moneta elettronica: dai “tempi e metodi” alla deriva sudamericana della lotteria

    L’ accreditamento di un pagamento eseguito da un cliente attraverso una carta di credito o di debito sul proprio conto corrente richiede mediamente circa 48 ore ma talvolta può arrivare anche a quattro  giorni. Sono quindi necessari come minimo due giorni mediamente per ottenere la disponibilità della risorsa finanziaria legata ad un pagamento effettuato da un cliente attraverso “carte di credito o debito”. Questo intervallo tra la vendita di un bene o l’erogazione di un servizio e la disponibilità del giusto corrispettivo si traduce in un gap negativo interamente a carico dell’operatore economico.

    Potrebbe anche sembrare un fattore marginale, tuttavia, in relazione all’aumento dell’utilizzo della  moneta elettronica questi (minimo) due giorni dovrebbero venire applicati in aggiunta a

    tutte le scadenze alle quali risultano sottoposti i fruitori di  pagamenti con moneta elettronica. Altrimenti questo gap negativo si tradurrebbe nella semplice riduzione di (minimo) due giorni della tempistica per ottemperare ad ogni scadenza con la pubblica amministrazione (che incentiva proprio la moneta elettronica) e gli stessi operatori privati, a tutto svantaggio degli operatori economici.

    In un momento di forte rallentamento del sistema creditizio ed economico ovviare a tale problematica si dimostrerebbe un atto di buon senso e finalmente attraverso questo adeguamento una concreta e tangibile manifestazione di sensibilità nei confronti degli operatori privati.

    Inoltre sarebbe il primo e per ora unico incentivo all’utilizzo della moneta elettronica. Un adeguamento che riporterebbe finalmente il nostro Paese e  la sua politica fiscale nel perimetro del diritto rispetto alla ridicola ed imbarazzante deriva sudamericana espressione della scelta dei legislatori di avviare la lotteria degli scontrini con il fine di favorire la moneta elettronica.

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