parità

  • La pandemia rallenta il percorso verso la parità di genere

    Lo shock pandemico, con il duro colpo inflitto alla partecipazione femminile al lavoro, allontana di ulteriori 36 anni il momento in cui il mondo dovrebbe vedere l’uguaglianza di genere: “nonostante si stiano creando condizioni di parità in termini di educazione e condizioni sanitarie, le donne non hanno le stesse opportunità, fronteggiano ostacoli economici, un peggioramento della partecipazione politica e difficoltà nel mantenere il posto di lavoro”.

    A tracciare il bilancio della situazione globale delle disparità di genere è il World Economic Forum nel suo Gender Gap Report, che come ogni anno fa il conto, sulla base delle condizioni attuali, degli anni che in prospettiva ci vorranno per arrivare alla parità. Un bilancio nettamente peggiorato nell’anno segnato dal Covid, che ha colpito l’occupazione, inasprito le disparità familiari con incombenze mediamente ricadute soprattutto sulle madri, falcidiato opportunità per le ragazze: dai 99,5 calcolati nella precedente edizione, ora ce ne vogliono 135,6. “La pandemia ha fortemente l’eguaglianza di genere, sia nel posto di lavoro che a casa, riportando indietro le lancette dopo anni di progressi”; spiega Saadia Zahidi, Managing Director del World Economic Forum.

    In testa alla classifica della parità di genere si mantengono i Paesi nordeuropei, a partire da Islanda, Finlandia, Norvegia e Svezia, quest’ultima preceduta dalla Nuova Zelanda e seguita dalla Namibia. Gli Usa sono solo 30esimi. Pur con tutte le difficoltà vissute dalle donne in Italia, nient’affatto immuni al trend globale che le ha viste pagare il prezzo più salato dell’impatto socio-economico della pandemia insieme ai giovani, la Penisola segna un miglioramento degli indicatori calcolati dall’organizzazione di Ginevra. La posizione dell’Italia migliora infatti di 14 posizioni, al 62esimo posto su 156 economie prese in considerazione: nel 2020 era 76esima: va meglio, ma resta distanza dalle vicine Germania (11esima) e Francia (16esima). E’ al 41esimo posto nella scala dell’emancipazione politica femminile, 33esima quanto a numero di donne con posizioni ministeriali.  Più indietro, tuttavia, al 55esimo posto sul fronte dell’educazione, con strada da fare in particolare nella partecipazione femminile ai corsi di studio con più futuro: come le materie Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) da dove provengono solo il 15,7% delle laureate, quasi la metà rispetto ai maschi (33,9%). E ancora, parità di genere lontana nel lavoro part time (49,9% delle donne, contro il 21,4% degli uomini) e nei redditi: la media femminile è del 42,8% più bassa rispetto agli uomini, e persino quando svolgono mansioni simili, le donne soffrono ancora un gap di ben il 46,7% rispetto agli stipendi degli uomini.

  • La Veterinaria al femminile va oltre gli stereotipi

    Le donne Veterinarie sono il 51,8% della categoria professionale. Sono soprattutto libere professioniste, titolari di Partita Iva o a regime agevolato/forfettario, e ritengono “irrinunciabile” l’indipendenza economica (95%). Ma giudicano il proprio reddito “insoddisfacente” (44%) e per questo chiedono allo Stato politiche di sostegno economico-finanziario. Soprattutto per la maternità.

    E’ l’istantanea di una consultazione condotta dall’ANMVI (v. nota) sulla professione veterinaria al femminile, dalla quale emerge una questione di genere concreta e priva di luoghi comuni.

    In attività– La maggioranza delle partecipanti (90%) è in attività professionale e il settore prevalente è la medicina veterinaria per animali da compagnia. Ha un’età compresa fra i 30 i 50 anni (il 64% del campione) ha almeno un figlio (48%) e vorrebbe più tempo da dedicare alla famiglia attuale o di origine (70%).

    La carriera- Le Veterinarie chiedono di non dover essere costrette a scegliere fra vita extra-professionale e carriera professionale. Carriera professionale che le vede prevalentemente (42%) in posizioni di collaborazione presso realtà societarie o associative delle quali sono ancora poche quelle al vertice come direttrici sanitarie, comproprietarie di quote o titolari (23%).

    L’80% delle partecipanti non ha mai ricoperto ruoli di vertice in ambito veterinario. E tuttavia, gli incarichi di rappresentanza non sembrano attrarre: il criterio dell’equilibrio di genere introdotto dalla riforma degli Ordini delle professioni sanitarie (cd Legge Lorenzin) è valutato positivamente dal 33%, ma è indifferente per il 59%.

    Gender o a-gender? – Le Veterinarie non danno una connotazione di genere alla professione medico veterinaria in sé, ma spostano il focus sulle condizioni di esercizio in quanto donne. Anche il sorpasso di genere fra gli iscritti all’albo nazionale non vale come rivendicazione, ma è principalmente un dato “neutro”.

    Maternità e tempo– La dimensione donna entra davvero in gioco quando si tratta di maternità e genitorialità. L’88% chiede sostegni strutturali allo Stato più che alle organizzazioni di categoria. Il 51,5% vorrebbe sostegni al lavoro domestico per poter ridurre il carico di lavoro extra professionale. Conciliare il tempo professionale con quello extra-professionale è un’abilità che riesce a poche (16%). Solo il 19% auspica una riduzione del carico professionale. E per il 52% delle rispondenti il tempo da dedicare all’aggiornamento professionale è “insufficiente”.

    Una professione adatta alle donne– Per il 60% delle Veterinarie la professione è adatta alle donne. Che le donne abbiano un proprio peculiare approccio- sia al cliente che al paziente in cura- è vero “a volte” per la maggioranza delle rispondenti (36%) e non lo è per il 17%. Percentuali che diluiscono e la connotazione di genere, guardando alla professionalità come ad un valore a-gender.

    Discriminazione– Quando c’è discriminazione (23% sì, 22% a volte) verso la Veterinaria donna, essa proviene soprattutto dai clienti (33%): in generale, la discriminazione verso la donna Veterinario è dovuta principalmente a pregiudizi sulle capacità professionali (66%) e alla resistenza culturale a guardare alla donna come al “dottore” e non a una figura ausiliaria. Raggiunge la significativa percentuale del 45% la quota di Veterinarie che intravvede una esposizione al rischio di discriminazione e di violenza di genere.

    I rapporti con i Colleghi- Nei rapporti con i più stretti Colleghi di lavoro, le Veterinarie si confermano ben poco influenzate dal genere, a prevalere nei giudizi è un equidistante “dipende” (42%) seguito da un 37% di rispondenti per le quali “non c’è differenza” di genere. Nei commenti liberi, le partecipanti stigmatizzano però che la maternità, in atto o potenziale, è un fattore sfavorevole nei colloqui di lavoro o per il mantenimento dei rapporti di lavoro. Ma il gender gap, per il 63%, è un problema culturale generale universale, che va oltre lo specifico della Veterinaria (solo il 15% pensa che la mancanza di pari opportunità per le donne Veterinarie dipenda da fattori endogeni della Categoria). Un 10% attribuisce delle responsabilità alle stesse donne.

    Superare gli stereotipi- Superare gli stereotipi di genere e favorire la sensibilità di genere sono due priorità culturali, accanto ad un cambio di mentalità e allo sviluppo di una maggiore coesione fra i sessi.

    NOTA – “Essere Veterinarie, essere Donne Consultazione sulla dimensione professionale femminile” – Questionario e commenti liberi somministrato nel periodo settembre- novembre 2020. Rispondenti 2.246 Veterinarie – ©ANMVI 2020

    Ufficio Stampa ANMVI – Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani- 0372/40.35.47

  • Solo con l’educazione si può conquistare la parità di genere

    Le leggi, le numerose prese di posizioni, gli appelli e le condanne, che le parole esprimono con decisione, non modificano la realtà: l’uccisione di donne aumenta e viviamo in una società maschilista non perché il Pd non ha ministri donna ma perché, dall’educazione scolastica a quella famigliare, non si insegna il rispetto dell’altro e le donne ne subiscono le conseguenze.

    La parità di genere non si conquista se non attraverso l’educazione che i bambini dovrebbero ricevere fin dalla culla, che i maschi adulti dovrebbero apprendere dalla società che li circonda, società che invece sulle disuguaglianze discetta molto per non eliminarle quasi mai. Educazione, cultura, costume anche per insegnare alle donne a rispettarsi di più, a non cedere alle lusinghe di droga o denaro facile, a sapere che la libertà ha anche il prezzo di rendersi il prima possibile autonome e capaci di gestire la propria vita, a prescindere da quanto possa essere difficile, faticoso accettare una momentanea solitudine piuttosto che un rapporto poco chiaro o violento. Bisogna pensare meglio a come prevenire situazioni che troppo spesso si tramutano in fatti di sangue. Il covid ha fatto più chiaramente emergere le troppe violenze, fisiche e morali, che troppe volte si consumano in ambito domestico. Il legislatore, prima della tanto attesa ed urgente riforma della giustizia, deve occuparsi subito almeno di tutto quanto riguarda i crimini di violenza contro donne e bambini, sia per quanto riguarda gli interventi immediati da fare dopo segnalazioni e denunce, sia per le corsie celeri, che devono portare a decisioni rapide per isolare gli uomini violenti, che per dare concrete ed immediate opportunità di vita alle donne che devono fuggire dalla violenza. Forse anche questo aspetto economico e sociale dovrebbe essere affrontato con i fondi europei perché le poche strutture, prive di sufficienti mezzi, che esistono oggi non sono in grado di arginare il sangue che bagna le mimose.

  • Giornata Internazionale della donna: “Ti piace la versione covid di te stessa?”

    L’Ufficio del Parlamento europeo a Milano promuove un evento digitale in occasione della Giornata Internazionale della donna.  L’evento, organizzato in collaborazione con Radio Popolare, sarà trasmesso giovedì 4 marzo alle ore 17, in diretta Facebook sulle pagine di Radio Popolare e Parlamento europeo in Italia.

    Il tema di quest’anno, scelto dalla Commissione Donne del Parlamento europeo per la Giornata Internazionale della Donna, è “Empowerment e leadership femminile ai tempi del COVID-19”. Si tratta di un tema che si declina in diverse possibili direzioni quali: sostenere l’uguaglianza di genere attraverso l’inclusione delle donne nei media, utilizzare le nuove tecnologie per difendere i diritti delle donne e per diffondere dibattiti di genere, comunicare idee e azioni dei movimenti femminili nel nuovo scenario digitale. Le donne sono state particolarmente colpite dal Covid-19: la pandemia ha messo a dura prova una condizione già spesso fragile e oberata di compiti.  Le statistiche sulla disoccupazione dicono molto in questo senso. Eppure, proprio le donne sono considerate elemento chiave della ripresa in chiave europea. Non solo, l’argomento è sentito dall’opinione pubblica tanto che la parità di genere, secondo un recente sondaggio, è al primo posto tra i valori che gli italiani vogliono che il Parlamento europeo difenda.

    Con la sua iniziativa, l’Ufficio del Parlamento europeo a Milano intende favorire il dibattito su questi temi e, al tempo stesso, diffondere la conoscenza presso il pubblico delle attività promosse dalla nostra Istituzione, dalle associazioni che si occupano della tutela delle donne e della promozione dell’uguaglianza di genere.

    L’evento sarà moderato dalla giornalista e speaker radiofonica Florencia Di Stefano-Abichain che creerà un dialogo con eurodeputate e prestigiose ospiti su lavoro, vita privata e rappresentazione femminile, trattando i problemi messi a nudo e esasperati dalla pandemia.

    Quali soluzioni per far crescere l’occupazione delle donne? Come alleggerire il carico domestico e familiare? In che modo TV e cinema plasmano l’immagine del femminile? E in tutto questo, quale ruolo ha l’UE nel costruire un’Europa più equa?

    Ospiti del dibattito saranno: Monica D’Ascenzo, giornalista Sole24Ore, responsabile di Alley Oop, Francesca Dellisanti, presidentessa YoungWomen Network, Maurizio Molinari, direttore Ufficio del Parlamento europeo a Milano, Marina Pierri, critica, saggista e direttriceartistica del Festival delle serie, Giusy Sica, fondatrice del think tank Re-Generation Y-outh e volontaria della community del Parlamento europeo, insieme-per.eu, Patrizia Toia, eurodeputata Vicepresidente Commissione parlamentare ITRE, Isabella Tovaglieri, eurodeputata membro Commissione parlamentare FEMM

  • Il Parlamento europea approva la strategia per la parità di genere 2020-2025

    Il 21 gennaio scorso il Parlamento Europeo ha approvato con 464 voti favorevoli, 119 contrari e 93 astensioni la nuova strategia UE per la parità di genere, presentata il 5 marzo 2020 dalla Commissione europea. I parlamentari chiedono però ulteriori azioni e obiettivi specifici e vincolanti.

    Malgrado l’UE sia un leader globale nella parità di genere e abbia compiuto notevoli progressi negli ultimi decenni, la violenza e gli stereotipi di genere persistono: una donna su tre nell’UE ha subito violenze fisiche e/o sessuali. Le laureate superano numericamente i laureati, ma guadagnano in media il 16 % in meno degli uomini; le donne rappresentano appena l’8 % degli amministratori delegati nelle principali imprese dell’UE.

    Per affrontare questo problema, la strategia per la parità di genere 2020-2025 delinea le azioni principali da intraprendere nei prossimi 5 anni e si impegna a garantire che la Commissione includa una prospettiva di uguaglianza in tutti i settori di azione dell’UE. La strategia illustra il modo in cui la Commissione darà seguito alla promessa della Presidente von der Leyen di realizzare un’Europa che offra le stesse opportunità a tutti coloro che condividono le stesse aspirazioni.

    Finora nessuno Stato membro dell’UE ha realizzato la parità tra donne e uomini. I progressi sono lenti e i divari di genere persistono nel mondo del lavoro e a livello di retribuzioni, assistenza e pensioni. Per colmare questi divari e per consentire all’Europa di sviluppare il suo pieno potenziale nelle imprese, nella politica e nella società, la strategia delinea una serie di azioni fondamentali, tra cui: porre fine alla violenza e agli stereotipi di genere; garantire una parità di partecipazione e di opportunità nel mercato del lavoro, compresa la parità retributiva; e conseguire un equilibrio di genere a livello decisionale e politico.

    1. Nell’UE il 33 % delle donne ha subito violenze fisiche e/o sessuali e il 55 % ha subito molestie sessuali. Le donne in Europa devono essere libere dalla violenza e dagli stereotipi dannosi. A questo scopo la strategia invoca misure giuridiche per qualificare come reato la violenza contro le donne. La Commissione intende in particolare estendere le sfere di criminalità in cui è possibile introdurre un’armonizzazione in tutt’Europa a forme specifiche di violenza contro le donne, tra cui le molestie sessuali, gli abusi a danno delle donne e le mutilazioni genitali femminili. Proporrà inoltre una legge sui servizi digitali per chiarire quali misure si attendono dalle piattaforme per contrastare le attività illegali online, compresa la violenza online nei confronti delle donne.
    2. Le donne nell’UE guadagnano in media il 16 % in meno rispetto agli uomini e continuano a incontrare ostacoli all’accesso e alla permanenza nel mercato del lavoro. La parità di genere è una condizione essenziale per un’economia europea innovativa, competitiva e prospera. Date le sfide demografiche e le transizioni verde e digitale, aiutare le donne a trovare lavoro in settori caratterizzati da carenze di competenze, in particolare il settore tecnologico e quello dell’intelligenza artificiale, avrà un’incidenza positiva sull’economia europea. Per contrastare la disparità sul piano salariale la Commissione avvia oggi una consultazione pubblica sulla trasparenza retributiva e intende proporre misure vincolanti entro la fine del 2020. Per consentire alle donne di realizzarsi pienamente nel mercato del lavoro, la Commissione intende inoltre raddoppiare il suo impegno per mettere in atto le norme dell’UE sull’equilibrio tra vita professionale e vita privata, in modo che donne e uomini abbiano un’autentica ed uguale libertà di scelta per quanto riguarda il loro sviluppo sia sul piano personale che su quello lavorativo. La parità di genere nel mercato del lavoro, e in materia di inclusione sociale e di istruzione, continuerà a essere monitorata nell’ambito del semestre europeo.
    3. Le donne continuano a essere sottorappresentate nelle posizioni dirigenziali, fra l’altro nelle principali imprese dell’UE, in cui rappresentano solo l’8 % degli amministratori delegati. Affinché le donne possano svolgere ruoli guida anche nelle imprese, la Commissione insisterà per l’adozione della proposta del 2012 sull’equilibrio di genere nei consigli di amministrazione. Promuoverà inoltre la partecipazione delle donne all’attività politica, in particolare alle elezioni del Parlamento europeo del 2024, anche tramite finanziamenti e la condivisione delle migliori pratiche. Per dare l’esempio, la Commissione cercherà di raggiungere, nell’ambito del suo personale, un equilibrio di genere del 50 % a tutti i livelli dirigenziali entro la fine del 2024.
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