Parlamento

  • Il ruolo e le idee dei liberali italiani

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, pubblicato sul ‘Corriere della Sera’ il 21 luglio 2021.

    Caro direttore,

    tutti gli elementi a disposizione portano a ritenere che nessuna intesa sarà possibile in questo scorcio di legislatura per il varo di una nuova legge elettorale, pur indispensabile alla luce dello sciagurato referendum costituzionale che, insensatamente, ha tagliato il numero dei parlamentari.

    La Fondazione Luigi Einaudi in quell’occasione ha dato un segnale preciso, portando, praticamente da sola, oltre il 30% degli italiani a votare contro quello scempio di democrazia. Quel seme darà i suoi frutti.

    E forse è possibile partire proprio da lì. Li c’è un’Italia che vuol voltare pagina.

    Oggi abbiamo una sinistra che vorrebbe tenere tutto insieme, senza una visione del futuro, in nome del pericolo rappresentato dalle «destre al potere», e una destra che continua a chiedersi «che cosa è», visto che è tutto e il contrario di tutto: europeista e sovranista, garantista e giustizialista, liberista e statalista.

    E poi c’è un’area centrale dell’elettorato, che potremmo definire liberale o per comodità «draghiana», su cui si incentrano le attenzioni di molti analisti politici.

    Dall’osservatorio privilegiato della Fondazione Einaudi scrutiamo sogni, ambizioni e velleità di questo mondo, che pur ci appartiene. Dicevo della legge elettorale, cioè delle regole del gioco. E le regole sono importanti, anche se non determinanti. Cercherò di spiegare il perché. Determinante è esistere, indipendentemente dalle regole del gioco, che in Italia cambiano anche troppo spesso.

    Primum vivere… i liberali tedeschi (Fdp) in questi decenni sono stati alternativamente al governo, presenti in Parlamento, ma anche al di fuori per non aver raggiunto la soglia di sbarramento (in Germania del 5%). Ma sono sempre loro, sono presenti e rappresentano una fetta di elettorato, anche un insediamento sociale ben individuato e indipendente dalle fortune elettorali. In Italia per tutta la cosiddetta seconda Repubblica un soggetto di tal fatta non è esistito.

    Dopo questa necessaria premessa torniamo alle «regole del gioco». Siamo ben consapevoli che anche se hai undici Maradona in squadra e quando entri sul terreno di gioco trovi i canestri del basket le buschi da chiunque. Ora i liberali italiani sono in una condizione anche peggiore: hanno undici leader che si credono ognuno un Maradona e che, nella maggior parte dei casi, non sono neanche Comunardo Niccolai (ricordo solo per i più anziani). Con l’aggravante che invece di giocare di squadra non solo non si passano la palla, ma quando passa vicino un compagno gli tirano un calcione. In queste condizioni è veramente difficile costruire alcunché.

    A chi quotidianamente chiede un intervento risolutivo alla Fondazione Einaudi rispondiamo sempre alla stessa maniera: siamo una fondazione culturale, vogliamo continuare ad occuparci di storia e cultura liberale, provvedano altri a svolgere il compito.

    Se si dovesse palesare qualcosa di serio e credibile all’orizzonte, la Fondazione Einaudi farà la sua parte. Fornirà idee, donne, uomini, docenti, professionisti di vaglia e progetti. Lo auspichiamo vivamente. Altrimenti, faremo di tutto per assicurare comunque la presenza di una pattuglia autenticamente liberale prima nel Parlamento italiano e, successivamente, nel 2024 nel Parlamento europeo.

    Non ha importanza come. Alleati con chiunque e a una sola condizione: che gli eletti si relazionino direttamente con il gruppo di Renew Europe e con il partito dei liberali europei (ALDE), inevitabilmente sempre più transnazionale. Insomma offriamo il meglio del nostro mondo a chi degli schieramenti in campo prospetterà le condizioni migliori, senza alcuna mediazione sulle nostre idee che sono e resteranno sempre le stesse: un europeismo senza se e senza ma; un garantismo intransigente; un economia di mercato in cui lo Stato faccia il suo, senza limitare concorrenza e innovazione affinché siano valorizzate le capacità di individui liberamente diseguali.

    Giuseppe Benedetto

    Presidente Fondazione Luigi Einaudi

  • Premio LUX: il pubblico e i deputati europei scelgono il film europeo dell’anno

    Ancora più film europei e un accesso ancora maggiore alla produzione cinematografica del nostro continente, con il nuovo Premio LUX del Parlamento europeo.

    Il premio cinematografico, creato 13 anni fa dal Parlamento europeo per sostenere la distribuzione dei film europei, è stato rinnovato per offrire ancora più opportunità ai creatori europei. Da quest’anno il pubblico sarà chiamato a scegliere direttamente il vincitore. Sempre da quest’anno il Premio sarà dato in collaborazione con la European Film Academy, per raggiungere un pubblico ancora più vasto.

    Il primo segno di questo profondo cambiamento è nel nome: “LUX- Premio del pubblico per il cinema europeo”. Ci saranno inoltre più film sottotitolati in tutte le 24 lingue ufficiali dell’Unione, cinque. Solo quest’anno i finalisti saranno tre, a causa dell’impatto che la pandemia ha avuto anche sull’industria del cinema.

    Il nome completo del nuovo riconoscimento riflette questa partnership: “LUX – Premio del pubblico per il cinema europeo, conferito dal Parlamento europeo e dalla European Film Academy – in collaborazione con la Commissione europea e Europa Cinemas”.

    Il nuovo iter che porterà alla proclamazione dei film vincitori sarà il seguente:

    Autunno: una giuria composta da professionisti del cinema sceglie i film in gara, che vengono sottotitolati nelle 24 lingue ufficiali dell’Unione;

    12 dicembre 2020 a Berlino: i tre film nominati vengono annunciati durante la cerimonia degli European Film Awards;

    Dicembre 2020 – 23 maggio 2021: i film vengono distribuiti nelle sale e online, per il pubblico europeo;

    Fino al 23 maggio 2021 – Il pubblico e gli eurodeputati votano sul sito www.luxaward.eu. Ciascun gruppo conta per il 50% del risultato finale;

    9 giugno 2021: il film vincitore viene annunciato durante una cerimonia al Parlamento europeo

    Il premio LUX promuove co-produzioni europee che trattano i temi politici e sociali dell’attualità e incoraggiano un dibattito sui nostri valori. Questo impegno continua, così come quello di rendere il cinema europeo accessibile, sottotitolando in 24 lingue i film in gara.

    Naturalmente registi e interpreti ritroveranno il tappeto rosso al Parlamento europeo, visto che la premiazione avverrà come di consueto durante una sessione plenaria. Cambia solo la stagione: invece che a novembre, il premio verrà assegnato in primavera, in aprile.

    “Siamo l’unico parlamento al mondo che conferisce un premio al cinema”, ha detto il Presidente David Sassoli in un video messaggio mandato al Festival di Venezia, che ha aggiunto: “Il nuovo premio è un passo avanti nel sostegno ai lavoratori della cultura e alle produzioni duramente colpite dalla pandemia”

  • Minniti va a lavorare per Leonardo, ennesimo cervello in fuga dal Parlamento

    Il primo a lasciare il seggio a Montecitorio, a un anno esatto dall’avvio della legislatura, era stato Guido Crosetto. Al terzo tentativo, il 13 marzo del 2019, era riuscito a far accettare all’Aula le sue dimissioni da deputato di Fratelli d’Italia. Sulla stessa strada, negli ultimi mesi lo hanno seguito Pier Carlo Padoan e Maurizio Martina. E ora la ‘fuga di cervelli’ dal Parlamento prosegue con Marco Minniti. L’ex ministro dell’Interno del governo Gentiloni, si trasferisce a Leonardo, dove dirigerà, secondo la notizia anticipata da Repubblica, la fondazione Med-or.

    Tra cambi di casacca, responsabili, costruttori e parlamentari in lite con i loro partiti l’assetto dei gruppi di Camera e Senato varia continuamente, e non solo in questa legislatura. Ma a modificarlo non sono sempre questioni politiche. Pier Carlo Padoan ha lasciato la Camera (dove era stato eletto come indipendente) il 4 novembre scorso dopo due anni di mandato e dopo l’esperienza come titolare del Mef nei governi Renzi e Gentiloni, per tornare ad occuparsi direttamente di economia. Siede nel consiglio di amministrazione di Unicredit dove ha portato le sue capacità maturate al Fondo monetario e all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo internazionale. Anche Maurizio Martina è rimasto alla Camera per meno di una legislatura, ma la sua esperienza politica data dalla gioventù. Lombardo, a settembre ha compiuto 42 anni, Martina ha affiancato alla passione per la politica quella per i temi dell’ambiente e dell’agricoltura. E’ stato segretario del partito democratico dal marzo al novembre del 2018 e ministro delle Politiche agricole nei governi Renzi e Gentiloni. Alle ultime primarie dem è arrivato secondo con il 22% delle preferenze dietro al Nicola Zingaretti e davanti a Roberto Giachetti. Il 20 gennaio ha ufficializzato le dimissioni da deputato per accettare l’incarico di vicedirettore della Fao.

    Politico di lungo corso, Marco Minniti si sposta dalle aule del Parlamento agli uffici di Leonardo. Eletto per 5 legislature, è stato per quattro volte deputato e per una senatore. E’ stato sottosegretario alla presidenza del consiglio con Massimo D’Alema dal 1998 al dicembre del 1999, sottosegretario alla Difesa con Amato, vice ministro dell’Interno con Prodi e nuovamente sottosegretario a Palazzo Chigi prima con Enrico Letta e poi con Matteo Renzi. Paolo Gentiloni lo ha voluto ministro dell’Interno del suo governo. Anche per lui, quando l’Aula di Montecitorio accetterà le sue dimissioni, le dispute interne al Pd e gli scontri in Parlamento saranno un ricordo

  • Draghi e la mancata discontinuità

    La profonda delusione legata alla scelta dei nuovi ministri nasce da due considerazioni oggettive ed assolutamente sconfortanti.

    Era ovviamente chiaro come per ottenere l’appoggio all’interno del parlamento il primo ministro incaricato avrebbe dovuto destinare alcuni ministeri a rappresentanti delle varie aree politiche come contropartita del loro appoggio al governo stesso. In questo contesto e proprio per dare un segno chiaro di discontinuità rispetto ai governi precedenti ci si aspettava che i partiti stessi risultassero in grado di proporre delle figure professionali e competenti e che non fossero compromesse con incarichi di governo precedenti.

    Mai come in questo caso l’occasione di dimostrare una vera discontinuità confermata dalla scelta del Presidente del Consiglio incaricato avrebbe dovuto trovare un riscontro nella rosa  dei rappresentanti dei diversi dicasteri. Viceversa, i rappresentanti ministeriali delle singole aree politiche che rispondono ai vari partiti risultano elementi di perfetta continuità tanto con il governo Conte quanto addirittura con precedenti compagini governative. Caratteristiche e background entrambi espressione di quella classe governativa i cui risultati disastrosi  avevano costretto il Presidente della Repubblica ad un incarico a Draghi come elemento di assoluta discontinuità con la classe politica.

    E questo rappresenta il primo elemento sconcertante che emerge da una prima analisi della compagine ministeriale. Successivamente, ed arriviamo al secondo aspetto decisamente più preoccupante in prospettiva della gestione dell’emergenza sanitaria dei prossimi mesi, con la conferma del medesimo Ministro della Sanità del precedente  governo Conte  viene completamente ed implicitamente “premiata”

    la disastrosa strategia sanitaria e della gestione pandemica del precedente governo. Quest’ultimo forse rappresenta l’elemento più imbarazzante e preoccupante soprattutto in prospettiva di un già ampiamente conclamato e disastroso piano vaccinale interamente attribuibile all’incompetenza del ministro Speranza e del suo commissario Arcuri.

    La prima discontinuità che il governo Draghi avrebbe dovuto dimostrare e pretendere dagli stessi partiti doveva trovare la sua prima espressione nella consapevolezza di poter richiedere un ministro della Sanità magari della stessa area politica ma non già ampiamente compromesso per i disastrosi risultati fin qui ottenuti con il governo precedente.

    Due elementi, quindi, che lasciano molto perplessi sulla capacità di invertire radicalmente la rotta di una classe governativa la cui inadeguatezza aveva portato il Presidente della Repubblica alla scelta di Draghi.

    Mai come ora la discontinuità nasce e si dimostra attraverso la scelta dei diversi ministri. Il presidente Draghi come l’intero insieme dei partiti che lo appoggiano hanno perso la prima occasione per dimostrarsi migliori di chi li avesse preceduti ma soprattutto di avere compreso le reali aspettative degli elettori e dei cittadini italiani in relazione ad una chiara inversione di tendenza delle strategie governative.

    Come inizio è molto ma veramente molto  al di sotto delle minime aspettative.

  • Draghi e l’urgenza di riforme necessarie per il Paese

    L’incarico a Draghi, che in molti da tempo speravamo, può finalmente aprire il percorso di rifondazione del quale l’Italia ha urgenza, rifondazione del sistema democratico, che in questi anni è stato più volte appannato, rifondazione dell’assetto istituzionale e rifondazione del concetto di politica e del peso della finanza sull’economia reale. Oltre alle emergenze sanitarie, dal diffondersi del covid alla campagna vaccinale, che non ha bisogno di padiglioni fatti a primula, alla crisi occupazionale e psicologica di tanti, abbiamo necessità di riformare il rapporto Stato, Regioni, territorio, partendo dalla sanità e dalla prevenzione, di sconfiggere il morbo che si è impadronito di parte della magistratura togliendo, in troppi casi, le aspettative di libertà e giustizia, di far ritornare i partiti alla loro corretta funzione di raccordo tra le istituzioni ed i cittadini partendo dalla necessità che gli stessi abbiano democrazia interna controllata e bilanci verificati dalla Corte dei Conti. Occorrono leggi elettorali che riconsegnino agli elettori il diritto di scegliere i propri rappresentanti ridando centralità al parlamento, bisogna riformare in modo chiaro ed equo il sistema fiscale e ricreare solidarietà tra tutte le componenti della società, dai più giovani ai più anziani. Il sistema bancario deve vedere eliminate le sperequazioni ed i gravi problemi creati dalla mancanza di diversificazione tra banche di risparmio e di investimento e l’economia verde, diventata un’urgenza improrogabile, deve trovare misure adeguate nei rapporti con il commercio internazionale. Né può essere trascurata la necessità, da affrontare con il resto del mondo, di una strada più corretta per l’utilizzo delle risorse informatiche. Draghi ha di fronte un impegno difficile non solo per i tanti problemi da affrontare nel breve tempo ma specialmente perché in Italia da troppo tempo si sono incancrenite situazioni di potere ed interesse che contrastano con le necessità del Paese ma vogliamo sperare che il coraggio, la pazienza e la determinazione che lo hanno guidato nel passato siano di esempio e di sprone ai molti che, a parole, sostengono di volere il bene degli italiani.

  • La rana e la prostituzione istituzionale

    Il segno più cristallino del declino di un paese, al di là delle opinioni legittime relative alle diverse forme di sistema elettorale, viene rappresentato oggi dalla proposta di mercimonio avanzata dal Presidente del Consiglio al Parlamento.

    Quando un Presidente del Consiglio in carica offre in cambio dell’appoggio al proprio governo il cambiamento del sistema elettorale in proporzionale netto, assicurando così l’ingresso in Parlamento anche a forze politiche residuali, si raggiunge il livello più basso della democrazia parlamentare e rappresentativa.

    La logica conseguenza di questa “proposta indecente” ma soprattutto del ragionamento che sottende questa offerta trova la propria indicazione nel come il sistema elettorale rappresenti ora un fattore funzionale al sistema politico e come tale venga utilizzato.

    Lo strumento democratico e la sua complessa articolazione di conseguenza diventa una merce politica spendibile per un accordo di maggioranza.

    Questa assolutamente vergognosa mercificazione della democrazia e dei suoi strumenti proposta dal presidente Conte mette a nudo trent’anni anni di scellerate riforme elettorali il cui obiettivo dichiarato veniva indicato nella vicinanza ma soprattutto nella più limpida espressione delle manifestazioni ed intenzioni di voto dei cittadini.

    Oggi, invece, ancora una volta, il sistema elettorale e le sue diverse articolazioni vengono trasformate in un fattore funzionale al mantenimento in essere delle attuali compagini governative e parlamentari.

    Un altro pilastro, così, della democrazia parlamentare, cioè quello della massima rappresentatività dei voleri espressi con il voto dai cittadini viene trasformato in uno strumento di mantenimento del potere e per questo oggetto di trattativa tra le diverse forze politiche. Diventa quindi funzionale ad assicurare il mantenimento o l’accesso al seggio parlamentare bypassando clamorosamente anche la rispondenza con le intenzioni degli elettori.

    Il discorso del presidente Conte in questo senso è di una gravità inaudita perché di fatto mina alle fondamenta il principio della rappresentatività di una repubblica democratica delegata parlamentare. Esattamente come per la teoria della rana che viene lasciata nella pentola e piano piano si aumenta la temperatura dell’acqua fino a farla bollire senza che lei se ne accorga, con la medesima tecnica questa nefasta classe politica poco alla volta sta smontando passo dopo passo e principio dopo principio la nostra democrazia.

    Mai prima si era raggiunto un così infimo livello di prostituzione istituzionale e parlamentare, segno cristallino di una metastasi democratica di chi opera non in nome della democrazia ma semplicemente per conseguire i propri privati obiettivi.

  • Prorogare lo stato di emergenza non basta se il governo non mantiene le promesse fatte

    Sembra ormai scontato che il Governo chieda al Parlamento la proroga dello stato di emergenza fino al 31 gennaio portando così ad un anno il potere del Presidente del Consiglio di emanare i famosi DPCM. Ovviamente la decisione del Governo dovrà ottenere il voto favorevole del Parlamento. Lo stato di emergenza prolungato per così tanti tempo preoccupa, giustamente, molti sia perché di fatto da mesi il Parlamento è esautorato di molti dei suoi compiti sia perché non sempre le scelte del Presidente del Consiglio si sono rivelate idonee, inoltre l’esecutivo non è stato in grado di far rispettare le molte promesse fatte.

    Vale ricordare che tutt’ora una rilevante parte degli italiani non ha ricevuto la cassa integrazione, che i contributi per biciclette e monopattini (questi ultimi rivelatisi anche molto pericolosi) non sono ancora stati varati ma solo annunciati creando gravi disagi in coloro che hanno fatto gli acquisti credendo all’esecutivo, che la scuola è ancora nel caos e che troppi uffici di interesse pubblico sono ancora chiusi con i conseguenti problemi per i cittadini. In modo avventato furono aperte le discoteche lasciando chiusi i tribunali e le tanto promesse riduzioni delle bollette si sono tramutate, dai prossimi giorni, in un aumento considerevole dei costi delle utenze.

    Per queste e molte altre ragioni riteniamo che lo stato di emergenza non debba essere prolungato così a lungo e che comunque vada introdotta una norma che sottoponga comunque alla firma del Presidente della Repubblica i decreti del Presidente del Consiglio, in caso contrario rischiamo che lo stato di emergenza si tramuti in una dieta di potere assoluto di Conte che ha rappresentato due coalizioni di governo completamente opposte e che non ha mai avuto, dal voto popolare, alcun mandato. Oltre al Covid vi sono molti altri gravi problemi che attanagliano il nostro Paese, non ultimo la tenuta della democrazia.

  • La necessità di solidarietà nella politica di asilo dell’UE

    Primo cambio di rotta nell’Ue sulla questione accoglienza dei migranti, almeno nelle intenzioni. Il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato che gli Stati membri che adempiono i loro doveri in i termini di accoglienza dei richiedenti asilo e quelli più esposti devono poter contare sulla solidarietà dell’intera UE. Ha anche sottolineato che il nuovo sistema di asilo dell’UE “dovrebbe includere la ricerca di nuove forme di solidarietà e dovrebbe garantire che tutti gli Stati membri apportino contributi significativi “. Parole e concetti ripresi anche dalla vicepresidente Margaritis Schinas, che ha affermato che il nuovo patto di asilo e migrazione, presentato il 23 settembre 2020, includerebbe un “sistema di solidarietà permanente ed efficace” per distribuire i richiedenti asilo tra i paesi dell’UE. Il Parlamento europeo ha chiesto costantemente un meccanismo automatico e vincolante per un’equa distribuzione di richiedenti asilo tra tutti gli Stati membri dell’UE e per i limiti di accesso ai fondi dell’UE per i paesi non cooperativi, anche nella sua relazione in prima lettura dell’ottobre 2017 sulla rifusione del regolamento di Dublino.

  • Il mistero di alcuni Sì

    Molte sono state le dichiarazioni e le spiegazioni per il Sì e per il No al Referendum, quello che resta, apparentemente, un mistero è come leader di partiti, quali Fratelli d’Italia e Lega oltre al Pd, nonostante il parere contrario di molti loro simpatizzanti, elettori ed anche dirigenti, si ostinino a fare propaganda per il Sì. La vittoria del Sì imporrà il cambio della Costituzione che, in un paese democratico, dovrebbe essere fatta o da una costituente ad hoc o da un parlamento appena eletto con un governo guidato da un Presidente del Consiglio votato dai cittadini. La Costituzione rappresenta il presente ed il futuro di tutti noi e non può essere modificata per piccoli o grandi interessi di parte perché la democrazia è un bene comune che va difeso oggi più che mai.

    La vittoria del Sì comporta la perdita, per molti territori, dei propri rappresentanti e perciò sarà particolarmente complesso varare quella nuova legge elettorale che deve garantire a tutti una adeguata rappresentanza e sarà difficile trovare un accordo tra partiti così divisi sul sistema di voto e tutti convinti a non voler ridare ai cittadini il diritto di scegliersi il proprio rappresentante. Se infatti la preferenza richiede regole certe e particolari attenzioni, per evitare che alcuni acquisiscano in modo scorretto i voti, è altrettanto vero che la nomina dei parlamentari, che di fatto avviene da anni da parte dei capi partito, ha ridotto il Parlamento ad un organismo non più in grado di svolgere la sua funzione legislativa, come dimostra il silenzio di questa legislatura.

    Anche Cottarelli ha convintamente ricordato che la vittoria del Sì non darà nessun risparmio economico, ci sarà invece la perdita secca di un altro po’ di libertà mentre a passi rapidi si va verso un’oligarchia che non rappresenta certo l’élite culturale, morale e politica dell’Italia. Siamo in un momento, non breve, di particolare difficoltà per la salute e per l’economia e andrà ripensata la nostra società nel suo complesso ma una cosa è certa la democrazia, la vita di una nazione, nel contesto europeo ed internazionale, non si difende con populismi di varia natura, come troppi stanno facendo.

    Votare No al Referendum è l’inizio di un nuovo cammino che potranno intraprendere insieme tutti coloro che, venendo anche da esperienze culturali e politiche diverse, credono che l’Italia debba essere una repubblica democratica, parlamentare, basata su un sistema economico che sappia coniugare la libertà d’impresa con le necessarie riforme sociali che ancora mancano.

  • Le ragioni del No

    Per garantire che la modifica della Costituzione, necessaria immediatamente se dovesse passare il Sì al Referendum, corrisponda alle reali esigenze dell’Italia e non di singole forze politiche o gruppi di interesse, questa dovrebbe avvenire tramite i lavori di un’assemblea costituente. L’indizione di una costituente, in grado di ammodernare la Costituzione nata nel 1948 e che ha reso possibile la vita democratica in questi anni, richiede un accordo tra forze politiche che ad oggi dimostrano, nei fatti, di non avere la stessa visione di repubblica democratica, lo stesso rispetto per la funzione legislativa ed il ruolo del parlamento, la stessa considerazione per il diritto di scelta che dovrebbe spettare ai cittadini.

    Da lungo tempo il parlamento è esautorato dalle sue prerogative costituzionali e inesorabilmente siamo approdati ad una sistema oligarchico, per altro privo di quelle menti illuminate e colte che potrebbero, eventualmente, per un periodo breve di emergenza, giustificare che a pochi, anche non eletti dal popolo, sia consentito decidere in autonomia e scavalcando, di fatto, l’ordinamento costituzionale.

    Il problema non è diminuire il numero degli eletti ma impedire che i capi partito continuino a nominare i deputati impedendo, con le sciagurate leggi elettorali che abbiamo da troppo tempo, che i cittadini possano scegliere chi dovrà rappresentarli. Il problema è l’impreparazione, il pressapochismo, l’ignoranza di troppi parlamentari e la mancanza di norme che consentano la punizione esemplare e senza indugi di chi sbaglia e usa il suo mandato per affari illeciti.

    Votare No al Referendum è l’unico modo per riportare al tavolo della discussione il futuro della nostra democrazia, per stanare chi vuole, nascondendo i veri obiettivi dietro una falsa possibilità di risparmio, rendere sempre più ristretta e incontrollata la compagine di potere. Dire No al Referendum significa tentare di dare finalmente vita ad una stagione non solo di riforme ma anche di trasparenza, quella trasparenza che i 5 Stelle avevano tanto sbandierato e che si è tramutata nella pagina opaca del nostro presente.

    Un No convinto per difendere la Repubblica.

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