Parlamento

  • Ursula von der Leyen è il nuovo presidente eletto della Commissione europea

    Ursula von der Leyen, attuale ministro della Difesa tedesco, ha ottenuto il sostegno di un numero sufficiente di membri del Parlamento europeo per essere nominato presidente eletto della Commissione europea.

    Tedesca nata a Bruxelles, stretta collaboratrice della cancelliera Angela Merkel, ha ricevuto 383 dei 733 voti necessari per ottenere la maggioranza assoluta per la sua candidatura. Succederà all’attuale Presidente Jean-Claude Juncker quando scadrà  il suo mandato, il prossimo 31 ottobre.

    Confida nella collaborazione reciproca delle Istituzioni europee perché solo se si lavorerà in modo costruttiva, ne è convinta, sarà possibile un’Europa unita.

    Con il voto, von der Leyen diventa la prima donna eletta come presidente della Commissione europea.

    I risultati del voto rivelano che von der Leyen, membro della Christian Democratic Union tedesca, ha ottenuto il sostegno dei 182 deputati europei del Partito popolare europeo e dei 108 liberali di Renew Europe – numeri che l’hanno portata a una distanza di 374 voti necessario per ottenere una maggioranza assoluta nella camera.

    I Conservatori e Riformisti europei, un gruppo anti-federalista di centro-destra, il cui maggior partito in termini di numero di deputati al Parlamento europeo è il partito di Giustizia e Giustizia della Polonia, hanno appoggiato von der Leyen.

    Contrari, invece, per quel che riguarda l’Italia, i deputati europei del Movimento 5 Stelle.

  • Non certa la nomina di Ursula von der Leyen alla presidenza della commissione europea

    Martedì prossimo, 16 luglio, alle ore 18, il Parlamento europeo ha all’ordine del giorno la votazione per la presidenza della Commissione europea. Come è noto, il Consiglio europeo, cioè l’organo che riunisce i capi di stato o di governo dell’UE, ha proposto la candidatura del ministro tedesco della Difesa Ursula von der Leyen. Questa proposta, come prevedono i trattati, deve essere approvata a maggioranza dal Parlamento europeo. In caso contrario, il Consiglio europeo dovrà proporre un’altra candidatura. Il nome della Von der Leyen era stato accolto all’inizio con un sospiro di sollievo, dopo i ritiri di Manfred Weber, presidente del gruppo del Ppe, di Frans Timmermans, socialista olandese, già vice presidente della Commissione europea, e della liberale Margrethe Vestager, commissaria danese alla Concorrenza. Tutte e tre queste personalità erano spitzencandidaten, cioè “candidati di punta” dei tre più importanti gruppi politici del Parlamento. Fino a ieri, era tradizione che il candidato alla Commissione europea fosse lo spitzencandidat del gruppo più votato, in questo caso il bavarese Weber. Ma il presidente francese Macron ha posto un veto all’applicazione di questo metodo e dopo un negoziato abbastanza inconcludente, alla fine è improvvisamente spuntato il nome della Von der Leyen, accettato da tutto il Consiglio europeo. Se il nome del ministro della Difesa tedesco ha accontentato i capi di Stato e di Governo, altrettanto non si può dire dei parlamentari, che si sono visti sottrarre  il principio dello spitzencandidat, da loro scelto nel passato e che aveva dato buona prova, rendendo più facili e meno complicati i negoziati per l’assegnazione delle altre candidature, nel rispetto dell’equilibrio fra nazionalità e tendenze politiche. Secondo le opinioni emerse in questi ultimi giorni la nomina della Von Leyen non è data così sicura come sembrava in un primo momento. I motivi di questa incertezza sono rappresentati da almeno tre ostacoli. Il primo è appunto quello dei parlamentari che considerano negativo l’aver accantonato il meccanismo dello spitzencandidat da parte dai capi di Stato o di Governo, secondo il quale il nuovo presidente deve essere scelto fra i “candidati di punta” espressi dai partiti europei prima delle elezioni. Il secondo ostacolo è di natura istituzionale. Il compromesso su Von der Leyen è stato trovato in Consiglio dagli staff dei capi di stato e di governo, ma molti parlamentari europei si considerano indipendenti dai governi, soprattutto quelli eletti con partiti che non sostengono il governo del proprio Paese e rivendicano di votare come meglio credono. In più, pur sapendo che le scelte in Europa rimangono influenzate dai gruppi politici, non sempre tra le due istituzioni: Consiglio europeo e Parlamento, il coordinamento fra i membri della stessa tendenza  funziona perfettamente. I capi di governo dei Popolari, ad esempio, potrebbero su diverse questioni, avere un’opinione diversa dei parlamentari del Ppe. Nel caso in questione,  molti parlamentari, anche tedeschi, non hanno accettato che il loro presidente fosse sacrificato in modo così sbrigativo da Macron e soci. Il terzo ostacolo è di natura politica e riguarda il programma della nuova Commissione. Sono in corso da giorni gli incontri della candidata con le varie famiglie politiche per raggiungere accordi che permettano un voto favorevole. Il caso dei Verdi è emblematico. Avevano chiesto alla Von der Leyen la riduzione delle emissioni di gas serra del 55 per cento rispetto ai valori del 1990, come proposto dall’intero Parlamento europeo nel 2018. Ma la Von der Leyen è passata da un iniziale 40% a un 50%, non andando oltre. I Verdi non hanno ceduto, e per questa ragione le voteranno contro. I Popolari hanno invece dichiarato che la sosterranno, mentre le altre due principali famiglie politiche europee, quella dei socialisti e quella dei liberali, stanno ancora trattando e non hanno ancora raggiunto un compromesso. L’incontro con i socialisti non è andato troppo bene, tanto che la capogruppo spagnola Iratxe Gercia ha precisato che il suo gruppo ha avanzato proposte molto concrete, ma che non ha avuto risposte sufficienti. Anche i parlamentari italiani Calenda e Toia hanno spiegato che la candidata tedesca è sembrata piuttosto deludente su temi fondamentali come il superamento di Dublino, la flessibilità per gli investimenti, lo stato di diritto e migration compact. Una certa ostilità alla candidatura della von der Leyen è stata espressa anche tra i socialisti belgi, olandesi e greci. Molto critici i socialisti tedeschi che in un documento di due pagine spiegano perché a parere loro la candidata è inadeguata per l’incarico di presidente della Commissione europea. Anche i liberali europei, in una lettera resa pubblica, insistono sull’introduzione di un meccanismo di sanzioni per i paesi che non rispettano le leggi europee sulla stato di diritto e sulla nomina della loro ex candidata di punta Margrethe Vestager a vice presidente della Commissione.

    Sono molti i punti non chiariti negli incontri di questa settimana. Ci sarà ancora tempo per giungere a compromessi che permettano un voto favorevole? Ne dubitiamo. Ma le ragioni politiche sono forti tanto nel senso di una approvazione della candidatura, quanto in quello contrario di un respingimento. Martedì sera sapremo come sarà andata a finire.

  • Accordo del Consiglio europeo sulle nomine

    Nel tardo pomeriggio di ieri l’accordo sulle nomine in seno al Consiglio europeo è stato faticosamente e felicemente raggiunto. Faticosamente, perché in fasi successive, sono state eliminate due candidature di “spitzencandidaten”, il democratico cristiano bavarese del PPE, Manfred Weber, e il socialista olandese Frans Timmermans. Ad entrambi i candidati erano collegate candidature per la presidenza del Consiglio europeo e per la banca Centrale europea, che erano state annullate a seguito della scomparsa delle due candidature di punta. Era stata chiusa inoltre la sessione del 30 giugno senza risultati. Felicemente perché, con le nuove candidature, il risultato è stato a portata di mano ed approvato dal Consiglio europeo. Ecco le nuove nomine:

    1. Ursula von der Leyen, attuale ministro tedesco della Difesa, alla presidenza della Commissione europea, al posto di Jean-Claude Juncker.
    2. Christine Lagarde, attuale direttore generale del Fondo Monetario internazionale, alla Banca Centrale europea, al posto di Mario Draghi.
    3. Josef Borrell, attuale ministro socialista per la Affari europei nel governo Spagnolo ed ex presidente del Parlamento europeo, è stato indicato come Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza, in sostituzione dell’italiana Federica Mogherini.
    4. Charles Michel, Primo ministro del Belgio, liberale, alla presidenza del Consiglio europeo, al posto del polacco Donald Tusk.

    Nella mattinata di oggi il Parlamento europeo ha eletto alla sua presidenza il socialista italiano David Sassoli, in sostituzione di Antonio Tajani. Tutto fatto, dunque? No, bisognerà aspettare che il Parlamento voti per l’approvazione della nomina della presidente della Commissione e per i Commissari. Non è vero che la Commissione – come affermano ad alta voce gli euroscettici nostrani – sia una istituzione antidemocratica perché composta da burocrati non eletti. A votarla in secondo grado sono i rappresentanti di più di mezzo miliardo di cittadini europei che sono stati eletti in primo grado nelle elezioni europee del 26 maggio scorso. Il Parlamento può votare contro certi candidati proposti, come è successo all’on. Rocco Buttiglione nel 2004. Allora il presidente del Parlamento europeo era Josef Borrell, lo spagnolo oggi indicato come Alto Rappresentante per la politica estera. La scelta di due donne per incarichi così prestigiosi ci fa bene sperare. La loro esperienza politica e la qualità del lavoro svolto fino ad ora ci rassicurano sul loro equilibrio e sul loro rifiuto per i giochi di corrente o della politica “politicante”. Chi sembra aver perduto peso in tutto questo lungo negoziato è il gruppo del PPE, il cui presidente è stato respinto come candidato alla presidenza della Commissione e come presidente del Parlamento europeo, al quale sembrava destinato dopo la prima fase dei negoziati. La Germania ha avuto in eredità la presidenza della Commissione, ma ha perso la BCE, alla quale da due anni sembrava fosse destinato il presidente della Bundesbank. Bisognerà vedere se alla presidenza del gruppo del PPE rimarrà Weber, o se sarà sostituito. Il gruppo nel suo insieme lo ha sostenuto nel corso dei negoziati, ma è stato un sostegno che non è servito a nulla. La Francia di Macron, alla fine, ha avuto partita vinta contro il principio dei “candidati di punta”, ma ha perso l’efficacia dell’esperienza di Michel Barnier, il capo negoziatore dell’UE per la Brexit. Dell’Italia è meglio non parlare. Dei tre posti di grande prestigio da noi detenuti nella legislatura appena terminata, ne è rimasto uno solo, quello della presidenza del Parlamento europeo. Ma il merito spetta al gruppo socialista europeo e non al governo italiano. Noi avremo, a detta di Tusk, una vicepresidenza della Commissione europea da lui perorata con insistenza, Ma per averne conferma bisognerà attendere le nomine dei Commissari. Così come attendiamo che il nostro governo proponga il nome del commissario che dovrà rappresentarci. Speriamo che tra una litigata e l’altra trovi il tempo di presentarlo in tempo utile, e non in prorogatio, come siamo abituati a chiedere.

  • La crisi d’identità dell’Europa

    In attesa che i leader europei raggiungano un accordo sulle nomine alle quattro più importanti e prestigiose cariche dell’Unione europea (Consiglio europeo, Commissione, Parlamento, Banca centrale), viene naturale chiedersi le ragioni del fallimento che ha incontrato fino ad ora il Consiglio europeo, l’istituzione incaricata di presentare i candidati. Siamo consapevoli della complessità dell’operazione e degli elementi che entrano in gioco per il raggiungimento di un equilibrio politico e di nazionalità. Per quanto riguarda il primo, da due legislature funzionava un metodo, detto dello “spitzencandidat”, che garantiva la presidenza della Commissione europea al partito che aveva raggiunto il maggior numero di seggi alle elezioni. Il metodo era stato scelto dal Parlamento e semplificava di parecchio le trattative per le altre tre presidenze. Ma con l’arrivo di Macron, il presidente francese, questo metodo è stato considerato obsoleto e non più rispondente alle esigenze dell’attualità. Per questo è stata rifiutata subito la candidatura del presidente del gruppo del PPE, il bavarese Manfred Weber, che con 179 deputati ha il maggior numero di seggi. Il principio democratico della vittoria elettorale doveva essere sacrificato all’esperienza di governo e alla notorietà, che non caratterizzavano la carriera politica di Weber. I fatti hanno dimostrato subito che il rifiuto del principio dello spitzencandidat era un pretesto, poiché Macron, con la Merkel, i socialisti e gli spagnoli hanno presentato la candidatura dello spitzencandidat socialista Frans Timmermans, olandese. Il che sta a dimostrare che Macron non voleva un democratico cristiano, non uno spitzencandidat. L’atteggiamento equivoco della Merkel che accetta il rifiuto di un candidato della sua parte politica e della sua nazionalità si spiega con la sua preferenza per la presidenza della Banca Centrale Europea da affidare a Jens Weidmann, attuale presidente della Deutsche Bundesbank. I giochi non sono ancora fatti. Circolano vari nomi, come è normale, ma il cerchio non è ancora chiuso e le divisioni tra i 28 governi possono riservare sorprese. Ma non ci meraviglia che i negoziati vadano per le lunghe. Gli equilibri da raggiungere sono delicati e toccano gli interessi di oltre 120 partiti nazionali rappresentati al Parlamento europeo e riuniti nei sette gruppi politici. E’ normale che ciascun gruppo cerchi il maggior spazio possibile. Quel che però non convince è il muoversi a vuoto, l’agitarsi per il posto da occupare, senza una visione generale da perseguire, senza un obiettivo chiaro e distinguibile che riguardi il bene comune e l’interesse di oltre mezzo miliardo di cittadini europei. Quale Europa? Quale suo posto nel mondo? In quali valori identificarsi? Tutti questi traguardi ci paiono assenti nelle trattative negoziali di questi giorni. Ecco, a noi pare che questa Europa, con la sua crisi attuale, sia il risultato di una mancanza di identità precisa, specifica, facilmente individuabile e perciò avvertita e vissuta dalla stragrande maggioranza degli europei. No, questa identità non c’è più, ammesso che ce ne fosse una con le Comunità europee, o non c’è ancora, se vogliamo partire da Maastricht e dalla fondazione dell’Unione europea. “Stiamo finalmente vivendo – scrive lo storico David Engels su l’European Conservative del maggio scorso – le conseguenze di un pericolo che Robert Schuman, il padre fondatore della Ceca, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, ha avvertito più di mezzo secolo fa – e cioè che un’Europa unificata non deve rimanere solo un’impresa economica e tecnocratica, ma ha bisogno di un’anima, di una consapevolezza delle sue radici storiche e dei suoi obblighi presenti e futuri”. Senza un’identità comune, nessuna solidarietà europea è possibile in tempi difficili come i nostri di oggi. Tale identità, tuttavia, deve basarsi non solo sull’idea di diritti umani universali, ma deve anche tener conto di ciò che l’Europa e gli europei hanno in comune: una visione occidentale dell’uomo profondamente radicata nella tradizione e nella storia. Se un tale sforzo dovesse fallire, ci sono solo due possibilità: ricadere negli stati nazionali, che saranno poi in balia di potenze come la Cina, la Russia, il mondo musulmano o gli Stati Uniti, o scendere ulteriormente in un centralismo burocratico e senza anima. Sono due rischi che Schuman aveva già avvertito quando scriveva: “La democrazia (europea) sarà cristiana o non sarà. Una democrazia anticristiana è destinata a diventare una caricatura che si disintegra in tirannia o in anarchia” (….) L’Europa è molto più della semplice somma delle persone che attualmente vivono nelle nostre terre. Deve rimanere fedele all’eredità dei suoi antenati assicurando un rapporto positivo con la tradizione classica e cristiana, proteggendo l’ideale occidentale della famiglia e favorendo un sano orgoglio per l’unicità della propria ricca eredità. Se deve esserci l’obbligo morale di affrontare i crimini della propria storia, allora c’è anche il dovere di commemorare le grandi conquiste e i grandi risultati della nostra civiltà”. Condividiamo le opinioni di Engels e ci chiediamo con apprensione se i leader europei stanno lavorando anche per ridefinire un’identità a questa Europa in crisi. Temiamo invece che questa crisi sia sistemica, non congiunturale, sia l’inizio di quanto temuto da Schuman sessant’anni fa. Se così è, i nomi scelti per le nomine ci dicono poco. La ricerca dell’identità deve diventare invece l’obiettivo massimo per chi sarà chiamato e presiedere le istituzioni europee.

    1. Apprendiamo ora che il ministro della Difesa tedesco, esponente di punta della CDU, Ursula von derLeyen, entra nella corsa per la presidenza della Commissione europea. Allieva della scuola europea di Bruxelles, madre di sette figli, a lei i nostri migliori auguri, con l’auspicio che i timori di Schuman possano rappresentare un impegno di lavoro.
  • Tagliare i parlamentari taglia la democrazia

    La riforma voluta dal governo e, inizialmente, appoggiata anche da FI che taglia 345 parlamentari (230 alla Camera e 115 al Senato) potrebbe diventare legge nei prossimi giorni. Da molti anni si parla di diminuire il numero dei parlamentari, a nostro avviso se da un lato può essere utile diminuire il numero di parlamentari, per snellire il Parlamento, dall’altro preoccupa che la riforma non abbia affrontato alcuni punti chiave necessari a ottenere per l’Italia la realizzazione di una democrazia parlamentare effettiva e compiuta. Ridurre il numero dei parlamentari dovrebbe andare di pari passo con la possibilità, anche per le formazioni più piccole, di fare gruppo, con la rivisitazione della soglia di sbarramento (in caso contrario solo i grandi partiti avranno possibilità di eleggere rappresentati) e soprattutto e prioritariamente con una legge elettorale che ridia ai cittadini il diritto di scegliere, con la preferenza, i propri rappresentanti. Se tutte queste osservazioni non saranno tenute in conto e la riforma sarà solo un taglio secco di deputati e senatori il risultato sarà evidente e cioè il governo avrà un controllo totale su Camera e Senato e la voce delle opposizioni diventerà ininfluente. Non solo: infatti a legge elettorale immutata continueranno ad essere i capi di partito a scegliere i parlamentari con la conseguenza, come ormai avviene da anni, che diventeranno parlamentari non tanto i più preparati e coloro che intendono rappresentare effettivamente i cittadini quanto gli yesmen e gli amici fidati dei leader. Che M5s e Lega, tra le tante cose oggettivamente più urgenti, si siano dedicati alla decurtazione dei parlamentari, senza dare vita a un minimo di riforma istituzionale, dimostra ancora una volta che vi sono forze politiche le quali hanno tutto l’interesse a delegittimare una parte delle istituzioni e ad appropriarsi delle altre. Il valore della democrazia si comprende appieno solo quando questa è messa a rischio o addirittura si perde. Che la democrazia italiana sia ancora incompiuta e fragile è noto, come diventa chiaro e preoccupante che chi è al governo invece di affrontare riforme per snellire quella burocrazia che sta affossando l’attività imprenditoriale e la vita dei singoli privati cittadini, si dedichi invece a una riduzione dell’organo legislativo e cioè il Parlamento. D’altra parte è da molto tempo che il Parlamento è considerevolmente depauperato dei suoi poteri attraverso la legislazione d’urgenza, che i tanti governi di questi anni hanno utilizzato, invocando più del necessario la fiducia, delegittimando di fatto il Parlamento e perciò il potere dei cittadini che, attraverso i parlamentari da loro eletti, dovrebbero legiferare.

    Dietro una riforma che apparentemente parla di risparmio e funzionalità si nasconde ancora una volta il volere di chi è al governo di decidere senza un vero controllo delle Camere. Renzi ci aveva provato eliminando il Senato, M5s e Lega fanno un tentativo simile decurtando il numero dei parlamentari ma senza rinunciare all’uso eccessivo della legislazione d’urgenza e senza abbinare a questa riforma quelle necessarie a garantire che il sistema democratico non si tramuti prima in un sistema oligarchico e poi nel potere assoluto di chi governa.

  • Siamo alla vigilia delle Elezioni europee

    Mancano 13 giorni alle elezioni del Parlamento europeo e non si ha l’impressione d’essere in campagna elettorale. E’ vero che rispetto al passato i metodi propagandistici sono cambiati. Niente più comizi, o quasi. Niente manifesti appiccicati da tutte le parti. Niente volantini nelle buche delle lettere, casa per casa. Nemmeno la televisione pubblica, che poi è una televisione dei partiti al governo, riserva programmi speciali ogni sera per presentare i candidati delle varie liste. Sono nate, invece, molte iniziative sul web. Richiami continui ad andare a votare si succedono a immagini che ricordano fatti significativi del passato. Ma non si pubblicizzano programmi e temi in particolare, che potrebbero rappresentare altrettanti capitoli d’impegno per il futuro. I partiti sono restii ad impegnarsi su questo terreno. Quasi tutti invece parlano di cambiamento. Bisogna cambiare questa Europa, vogliamo un’Europa diversa. Nessuno però dice che cosa deve cambiare e quali proposte i partiti presentano. L’Europa diversa che auspicano, in che cosa deve diversificarsi. Lo immaginiamo: nella gestione dell’immigrazione, nella modifica dell’austerità, nel lasciare più spazio agli Stati che spendono oltre il dovuto, ecc. Sono lamentele che sentiamo da anni. Ma in che cosa deve consistere la diversità? Nel lasciare maggiore autonomia agli Stati in ordine alla politica di bilancio?  Perché allora non presentare proposte concrete per modificare gli articoli dei trattati che si riferiscono a questo argomento, o per cambiare le direttive o i regolamenti che impongono queste norme restrittive? Dire che bisogna cambiare è semplice e facile. Troppo facile! Dire invece come e che cosa, richiede una maggiore conoscenza della questione e una capacità politica che riesca ad aggregare altri Paesi alle proposte che si formulano. Già è difficile emendare le norme esistenti. Ancor più difficile, per non dire impossibile, immaginare che l’attuale governo italiano riesca ad aggregare consensi tra i 27 Paesi membri per delle riforme che non sono ancora concertate e che forse non esistono ancora nemmeno nelle menti dei partiti che parlano di Europa diversa o da cambiare. Sono penosi i discorsi che ogni tanto si sentono sull’Europa. Quelli che sono contrari, non hanno il coraggio di dichiararlo apertamente, dato che i sondaggi indicherebbero una maggioranza a favore del rimanere nell’Unione europea e del mantenimento dell’euro. Quelli che sono a favore non dicono quali sono i vantaggi dello stare insieme e quelli ottenuti con l’uso della moneta comune. C’è una certa reticenza da entrambe le parti. Da un lato, nel non dire tutto il male che si pensa dell’Europa, anche quando questo male esiste (la mancanza di una politica estera, per es.); dall’altro nel non dichiarare esplicitamente che l’UE si deve trasformare in Unione politica, in modo da essere in grado di gestire una politica estera comune, insieme ad una politica di difesa e di sicurezza. Il che presuppone un finanziamento europeo della politica di difesa e una riduzione del finanziamento della protezione americana. Quindi maggiori spese a carico dell’Europa in questo settore, dato per scontato che le alleanze militari nell’ambito della Nato rimarrebbero agibili. Un’Europa con una sua voce autonoma e sovrana nell’ambito della politica internazionale presuppone una sua capacità autonoma di difesa, sia pure nel rispetto delle alleanze e dei trattati sottoscritti. E’ già difficile da raggiungere una sovranità europea. Immaginiamo un attimo quali potrebbero essere le difficoltà oggettive di una sovranità nazionale. Siamo sovranisti, ma per una sovranità europea da raggiungere il più rapidamente possibile. Quella nazionale renderebbe impossibile quella europea e con la sua eventuale realizzazione dalla padella si cascherebbe nella brace. Il futuro dell’Europa passa da questi traguardi ambiziosi. Ma bisogna essere ambiziosi per immaginarli e per volerli. Temiamo che i capi dei nostri partiti in competizione per le europee di ambizione di questo tipo, invece, ne abbiano poca. Ne hanno molta, moltissima per il potere, che purtroppo, all’Europa serve ben poco. Non ci rimane che sperare nella saggezza del popolo elettore, il quale non andrà certamente a votare nella proporzione dell’85,6 per cento, come nelle prime elezioni europee del 1979, ma che potrebbe non fare sfigurare l’Italia e votare per quei partiti favorevoli al sovranismo europeo. Avrà questa legittima ambizione l’elettore italiano?

  • A voi il giudizio…

    Fra gli errori ci sono quelli che puzzano di fogna, e quelli che odorano di bucato.

    Indro Montanelli

    Sono partiti da Bruxelles tutti e sette, quelli che il 27 e 28 febbraio scorso sono venuti in una missione ufficiale a Tirana. Un gruppo che potrebbero ricordare, ma soltanto come associazione di idee, i famosi personaggi dei due film altrettanto famosi, con lo stesso titolo, “I magnifici sette” (di John Sturges – 1960 e di Antoine Fuqua – 2016). E invece no. Erano semplicemente dei rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo. La loro missione era soltanto quella di raccogliere dati e informazioni attendibili, ben verificati e verificabili sulla reale situazione socio-politica albanese. Tutto ciò, in vista delle decisioni da prendere, a fine giugno 2019, riguardo al processo dell’adesione dell‘Albania nell’Unione europea. Ma la loro visita, prevista da tempo, ha coinciso con un periodo per niente tranquillo e normale in Albania. Da tre settimane decine di migliaia di cittadini, a più riprese, stanno manifestando nelle piazza di Tirana e di altre città. Le più imponenti manifestazioni sono state quelle di fronte ai palazzi del potere. Si protesta contro tutte le malefatte del governo. Si protesta e si continuerà a protestare contro l’allarmante corruzione, contro la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e altri raggruppamenti occulti e contro tanto altro. Queste sono delle realtà vissute e sofferte quotidianamente e da alcuni anni ormai, su tutto il territorio del paese. E siccome i ministri del governo albanese sono soltanto dei pupazzetti nelle mani del primo ministro puparo, allora chi protesta chiede le dimissioni del primo ministro, come primo passo e come conditio sine qua non verso la normalizzazione. Per poi dare vita, al più presto, alla costituzione di un governo transitorio, con poche e ben definite missioni e con l’unico obbiettivo: quello di garantire, a tempo debito, elezioni libere e oneste, non condizionate e manipolate. Delle elezioni come in tutti i paesi evoluti, compresi quelli dell’Unione europa, da dove provenivano anche i sette rappresentanti in missione ufficiale a Tirana il 27 e 28 febbraio scorso.

    Il 28 febbraio, i sette rappresentanti del Parlamento europeo dopo aver incontrato, come previsto, tutti i fattori politici locali, hanno finito ufficialmente la loro missione con una altrettanto prevista conferenza stampa. Durante quella conferenza stampa, hanno dichiarato le loro opinioni, conclusioni e suggerimenti. A conferenza stampa finita e dopo essere stati resi pubblici i contenuti delle loro dichiarazioni ufficiali, sono stati in tanti quelli che sono rimasti delusi, disgustati, offesi e indignati. Perché quanto hanno dichiarato i sette rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo non aveva quasi niente in comune con la vera e vissuta realtà in Albania. Se avesse parlato il primo ministro non avrebbe detto altre cose. Con l’unica differenza però che da tempo il primo ministro non viene più preso sul serio. Sì perché, ogni giorno che passa, lui è diventato incredibile e ridicolo con le sue sfacciataggini, le sue bugie e le sue buffonate. Ragion per cui, anche le dichiarazioni dei sette rappresentanti del Parlamento europeo si devono prendere seriamente in considerazione e agire di conseguenza.

    I rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo hanno dichiarato che “le elezioni (parlamentari del 25 giugno 2017; n.d.a.) erano libere e oneste”. Se loro, prima di fare queste dichiarazioni, fossero stati dovutamente e seriamente informati su quanto è accaduto realmente durante quelle elezioni, allora dovrebbero avere ben più “importanti e convincenti” ragioni per fare simili dichiarazioni. Ed era loro obbligo istituzionale farlo. Se loro avessero, per lo meno, letto e/o seguito, soltanto in questi ultimi mesi, quanto è stato scritto da diversi e importanti giornali internazionali e/o quanto è stato trasmesso da altrettanti e noti canali televisivi internazionali sulla massiccia, diffusa e significativa compravendita dei voti, allora dovrebbero avere un bel coraggio a fare simili dichiarazioni e prendersi una simile responsabilità. Perché ormai sono documentati e di dominio pubblico tanti fatti accaduti ed evidenziati che dimostrano il diretto, l’attivo e il diffuso coinvolgimento della criminalità organizzata per condizionare e/o manipolare significativamente il risultato delle sopracitate elezioni, dietro “accordi occulti e prestabiliti” con il potere politico al governo.

    I rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo hanno dichiarato che “il parlamento [albanese] è legittimo”. Perciò anche “il governo [albanese] è legittimo”! Ma come può essere considerato “legittimo” un parlamento costituito dopo simili elezioni?! Un parlamento che, guarda caso, ha come presidente proprio l’ultimo ministro degli Interni della dittatura comunista, avendo lui, tra l’altro sulla coscienza anche tante vite umane in quel periodo. Perciò come può essere legittimo un governo votato da un simile Parlamento?!

    Invece, per quanto riguarda le accuse dell’opposizione sulle significative manipolazioni delle elezioni, i rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo hanno dichiarato che sono delle accuse che devono essere trattate “dai tribunali e non dal parlamento”! Ma quali tribunali, quando tutto il sistema della giustizia, dati ed incontestabili fatti alla mano, sono ormai sotto il diretto controllo del primo ministro e/o di chi per lui?! Credere ad un simile “suggerimento” dei rappresentanti europei sarebbe una bella e buona offesa all’intelletto dei cittadini albanesi! Come minimo.

    I rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo, riferendosi alla massiccia rassegnazione dei mandati parlamentari dei deputati dell’opposizione, hanno però dichiarato che “la rassegnazione dei mandati […] non è accettabile”! Cioè, secondo loro, in una simile e grave situazione, l’opposizione doveva continuare a fare la facciata di un “parlamento pluralista”, mentre la continua arroganza del primo ministro e della sua maggioranza non lascia il ben che minimo spazio d’azione all’opposizione. Così è stato dal 2013 in poi. Lo sapevano loro?

    Quelle erano soltanto alcune delle insensate, irresponsabili e vergognose dichiarazioni fatte pubblicamente e ufficialmente il 28 febbraio scorso a Tirana da “I magnifici sette” rappresentanti della Commissione per gli Affari Esteri del Parlamento europeo. E quasi sempre cadendo in palesi contraddizioni logiche. Ma loro sanno qual era la loro vera missione. E anche perché si sono comportati in quel modo. Le cattive lingue stanno dicendo questi giorni in Albania, che il “potere” del primo ministro albanese e del suo tutore, un miliardario speculatore di borsa statunitense, fanno miracoli. Anche tra e con i rappresentanti dell’Unione europea. Ma quella non è e non può essere l’Europa Unita ideata dai suoi Padri Fondatori.

    Chi scrive queste righe avrebbe molte altre cose da commentare e farle pubbliche, ma lo spazio è limitato. Lui si chiede semplicemente chi sono veramente, chi e cosa rappresentano realmente e a che gioco stanno giocando alcuni rappresentanti internazionali in Albania. E pensa di sapere anche la risposta. Per lui, a volte, meglio soli che male accompagnati. A voi il giudizio!

  • La decrescita infelice, pensieri e pensierini

    Mentre l’anno volge alla fine e speriamo che finiscano anche le tante idiozie che abbiamo sentito, nel fare a tutti noi i più caparbi  auguri per il nuovo anno non posso non rammentare a noi stessi  la necessità di qualche momento di meditazione. Ne abbiamo viste tante in questi anni e non riesco a ricordare un governo che abbia saputo affrontare con dignità ed onestà i problemi politici, economici e sociali del nostro Paese e del contesto internazionale col quale, comunque, l’Italia si deve confrontare e misurare. La Prima Repubblica è crollata nelle tangenti, la Seconda per le incapacità, la Terza sta distruggendo gli ultimi rimasugli di democrazia. Intanto le povertà, le paure, le insicurezze e le ingiustizie aumentano. Renzi ,con la sua arroganza, è caduto perché voleva decurtare la democrazia, già traballante, attraverso una riforma che, abolendo il Senato, avrebbe cancellato una pagina storica e imprescindibile per un sistema democratico, il Senato appunto. Oggi quegli stessi che hanno detto no a quella sciagurata riforma non solo ripercorrono la stessa strada, programmando la drastica riduzione del Parlamento, ma  rendono nei fatti cancellata la nostra Costituzione eliminando i passaggi parlamentari che sono, per legge, necessari all’approvazione del  bilancio e non solo.

    Mentre la nostra Costituzione viene stravolta le cronache sono piene di notizie vitali quali la colazione di Salvini con la Nutella e la presenza  a Natale di lorsignori, Salvini Di Maio e Conte, alle mense dei poveri. Natale ormai è passato perciò lasciate che in me, ora, monti l’ira di chi, dopo aver contrastato per anni, gli Andreotti, i Berlinguer, i Craxi e quanti altri, si trova  a dover dire che la loro statura politica, per quanti errori abbiano fatto, era incommensurabilmente superiore all’arrogante impreparazione e supponenza sia di chi ci governa sia di chi sta all’opposizione, avvitato su problemi elettorali che nulla hanno a che vedere con le necessità degli italiani. Mai come oggi l’ignoranza regna sovrana. Ricordo una poesia dedicata a Giuseppe Mazzini “e un popol morto dietro a lui di mise” ma Mazzini non c’è, resta solo un popolo morto di panciafichisti illusi che nel caos generale troveranno comunque una tetta alla quale attaccarsi. 

    La fortuna vuole che io non abbia nulla da chiedere se non che quella per un Parlamento eletto direttamente dai cittadini, un Parlamento di persone oneste ma capaci, sia una battaglia degli italiani per l’Italia. Non ho posti da conservare o da chiedere, la libertà che mi sono conquistata, grazie a chi ha condiviso le mie scelte, mi da l’obbligo di non tacere e fosse anche la mia una voce che apparentemente chiama nel deserto non smetterò di credere che altri voci siano pronte ad unirsi. Non c’è maggior vigliacco ed ipocrita di chi specula sulle paure e racconta menzogne per ingannare i deboli. Chi rapina il treno d’oro è un bandito geniale, chi ruba le pensioni, chi attrae i deboli con promesse ingannevoli, chi parla di onestà e non è onesto, chi inganna col sorriso rassicurante, chi si  fa forte con i deboli e debole con i forti è solo un pericoloso mascalzone, un truffatore abile che sotto un’apparenza sorridente e paciosa ci sta rubando il bene più prezioso che abbiamo: la liberta garantita dalla nostra Costituzione. 

    E’ tempo che i Berlusconi ed i Renzi tacciano perché rinasca la speranza di far tacere chi, passo dopo passo, cerca di farci tacere con un consenso manipolato dalla disperazione. Chi oggi non parla è connivente.

  • Quasi un europeo su 3 vuole ‘svecchiare’ il Parlamento europeo

    Il 31% dei cittadini della Ue desidera che vi sia un maggior numero di candidati giovani alle elezioni europee. Lo rivela un nuovo sondaggio Eurobarometro diffuso in occasione del convegno sui diritti fondamentali che la Commissione europea ha organizzato a Bruxelles il 27 e il 28 novembre. In Italia la percentuale sale al 39%.

    Dalla nuova indagine emerge inoltre che il 43% dei cittadini Ue intervistati vorrebbe ricevere maggiori informazioni sull’Unione europea e sul suo impatto sulla vita quotidiana. Il Italia il dato è pari al 34%.

    Alle elezioni europee del 2014, rivela il sondaggio, il 42% degli europei si è recato alle urne. La Commissione Juncker – precisa una nota – ha lavorato attivamente per avvicinare l’Ue ai suoi cittadini lanciando diverse campagne, tra cui quella EU Protects e la campagna EU e Me, che si rivolge alle generazioni più giovani. In vista delle elezioni a maggio 2019 l’esecutivo comunitario insieme al Parlamento europeo condurrà campagne di sensibilizzazione per mobilitare i cittadini al voto.

    La maggioranza dei cittadini dell’Unione è preoccupata che le campagne di disinformazione, le violazioni dei dati e gli attacchi informatici interferiscano con i processi elettorali. Secondo Eurobarometro, il 61% è preoccupato che le elezioni possano essere manipolate attraverso attacchi informatici (In Italia il 65%), il 59% che attori stranieri e gruppi criminali possano influenzare il voto (in Italia 66%) ed infine il 67% che i dati personali online possano essere usati per messaggi politici (Italia 72%).

  • Liberalizzata la circolazione dei dati non personali tra Stati della Ue

    Via libera del Parlamento europeo alla libera circolazione dei dati non personali nell’Ue per sviluppare l’economia digitale europea e consentire alle aziende di competere di più a livello globale. Le nuove regole sono state approvate a Strasburgo con 520 voti a favore, 81 contrari e 6 astensioni. Grazie alle nuove norme, che dovranno essere adottate il 6 novembre dal Consiglio, i dati non personali come quelli commerciali, sull’agricoltura di precisione per monitorare l’uso di pesticidi o sulla manutenzione dei macchinari industriali, potranno essere archiviati e utilizzati ovunque nell’Ue senza restrizioni non giustificate.

    «Questo regolamento definisce di fatto i dati come la quinta libertà» dell’Ue, ha sottolineato l’eurodeputata del Ppe Anna Maria Corazza Bildt, che ha condotto i negoziati con il Consiglio sul testo. Le nuove regole, ha aggiunto, «rappresentano un punto di svolta» con possibili «enormi guadagni in termini di efficienza per aziende e autorità pubbliche».

    Restano eccezioni sui requisiti per la localizzazione dei dati solo in materia di pubblica sicurezza. Le autorità competenti inoltre avranno accesso ai dati elaborati in un altro Stato membro per attività di controllo.

Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.