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  • Detective stories: tradire senza essere scoperti

    Contrariamente a quanto ritenuto dalla maggior parte delle persone, le investigazioni sulle infedeltà coniugali rappresentano solo una piccola parte del lavoro di una agenzia investigativa, tuttavia negli ultimi anni ho potuto assistere ad un trend molto interessante, ovvero l’aumento di soggetti infedeli che si sono rivolti a me per paura di essere scoperti dal proprio coniuge.

    La principale preoccupazione di questo tipo di clienti è quella che, in seguito alla scoperta di un tradimento, il partner possa organizzarsi per raccogliere prove utili ad una separazione con addebito, o che possa ottenere l’affidamento dei figli, ed è per questo motivo che molto spesso i partner infedeli decidono di tutelarsi giocando d’anticipo.

    Al fine di prevenire situazioni spiacevoli è fondamentale capire quali siano i maggiori ambiti di rischio:

    1. Amicizie – Fare molta attenzione alle persone con le quali vengono condivise notizie circa eventuali frequentazioni extra coniugali, specie se si tratta di un amico/conoscente comune al partner. Oltre all’imbarazzo che una situazione del genere potrebbe generare, il mantenimento di un segreto è soggetto ad equilibri molto sottili e volubili nel tempo. Oggi un “amico” potrebbe fornire copertura ed alibi, ma un domani, in seguito ad una lite o per altri motivi più o meno gravi, potrebbe decidere di raccontare tutto al vostro partner.
    1. Luoghi frequentati – Lo scenario peggiore sarebbe quello di essere colti in flagrante dal vostro coniuge, con eventuali sceneggiate in pubblico annesse… tuttavia si tratta di una situazione più improbabile, dato che certamente verrebbero prese tutte le precauzioni necessarie per evitare di imbattersi nel coniuge. Il pericolo principale è quello di essere notati da una conoscenza comune che possa riferire al partner quanto visto. Anche senza riportare dettagli particolarmente scabrosi una situazione del genere potrebbe far crollare il vostro alibi.
    1. COVID – Qualora esposte a contagi, l’eventuale registrazione presso hotel, ristoranti e strutture, potrebbe svelare incidentalmente informazioni critiche al partner.
    1. Cellulare – Le password possono essere facilmente scoperte, spesso vengono utilizzate le date di nascita dei figli o variazioni di esse nel formato gg/mm/aa. Un atteggiamento troppo protettivo nei confronti del proprio cellulare potrebbe generare dei sospetti nel partner, mentre utilizzare un secondo cellulare anche di tipo non smartphone, potrebbe generare grandissimi sospetti qualora venisse scoperto. La timeline di Google Maps può fornire indicazioni precise sugli spostamenti. Se il partner dovesse conoscere e/o indovinare la password del vostro account Google potrà conoscere tutto circa i vostri spostamenti.
    1. Programmi spia – Hanno costi relativamente bassi e possono essere facilmente installabili, basta lasciare il proprio cellulare o pc incustodito per pochi minuti ed il partner potrà scoprire conversazioni e chat senza essere un hacker.
    1. Microspie ambientali – Solitamente installate in bagno o in auto (che di regola sono i luoghi dove ci si sente più isolati ed al sicuro). Servono per ascoltare le conversazioni telefoniche a livello ambientale e sono di difficile individuazione. Evitate se non altro di parlare con il vivavoce.
    1. Tracker gps – Sull’ auto potrebbe essere stato installato un dispositivo di localizzazione gps. In questo modo, grazie ad una apposita app, il partner può conoscere gli spostamenti del veicolo in tempo reale.
    2. Pedinamento – In caso di sospetti, il coniuge potrebbe rivolgersi ad un professionista o ad un conoscente per fare seguire e documentare spostamenti e/o frequentazioni del partner.

    Rosa, (nome di fantasia), sposata da 22 anni con Alberto, uomo dedito ad alcool e droghe, si era rivolta a me per tutelare la propria storia con Simone (nome di fantasia), vedovo e sua amante da circa 3 anni.

    Un giorno Rosa si accorse di essere stata notata da un amico comune mentre beveva un caffè con Simone, e pur non essendoci atteggiamenti intimi tra i due, la loro complicità non passò certamente inosservata. Insospettita da alcuni cambiamenti nell’atteggiamento di Alberto, Rosa dopo alcuni giorni mi contattò tramite una sua amica per evitare di utilizzare il proprio telefono e mai tale intuizione fu più corretta.

    Nell’incontro che per ovvi motivi effettuammo al di fuori dei nostri uffici, le proposi di svolgere una analisi tecnica sul proprio cellulare ed un servizio di contro pedinamento finalizzato a notare l’eventuale presenza di soggetti intenti a seguirla.

    Come era facile immaginare, sul cellulare Android di Rosa era stato installato un programma spia, con molta probabilità da parte di Alberto in uno dei suoi rari momenti di lucidità, invece l’attività di contro pedinamento confermò la presenza assidua da parte di due soggetti (che in seguito scoprimmo essere pregiudicati), albanesi “assoldati” da Alberto per seguire Rosa e raccogliere informazioni, ovviamente in maniera grottesca e per nulla professionale.

    Dopo aver raccolto prove sufficienti, supportai Rosa nel documentare le violenze domestiche che subiva da Alberto continuamente. Fu il primo passo che le consentì di divorziare, tutelando il proprio diritto alla felicità e ad una vita normale. 

    Sembra paradossale, e forse poco professionale, tuttavia, per quanto il tradimento non sia mai giustificabile, in tutti i casi di questo tipo che ho affrontato finora si è sempre trattato di situazioni particolari, dove il partner infedele fuggiva spesso da realtà difficili di abusi e violenza familiare, anni di incomprensioni e vessazioni continue. In scenari di questo tipo il nuovo partner può rappresentare la cosiddetta “isola felice” ed un momento di affetto che spesso esula dalla sola ricerca di piacere fisico e può servire da collante per la propria autostima e sanità mentale.

    Chi siamo noi per giudicare?

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubrica: d.castro@vigilargroup.com

  • Detective stories: privacy vs security, alcune riflessioni

    La notizia dello spygate di H&M ha suscitato molto clamore. La società svedese difatti è stata condannata dal garante per la protezione dei dati di Amburgo al pagamento di una multa superiore ai 35 milioni di euro per aver “spiato” i propri dipendenti invadendo la loro privacy.

    Come sempre il tema della privacy è molto controverso e di fronte ad una notizia del genere è più che mai doveroso fare alcune precisazioni distinguendo fra lo “spiare” un soggetto e lo svolgere una attività di analisi su elementi raccolti da fonti aperte.

    Nel caso H&M difatti, pare che le informazioni siano state reperite dai datori di lavoro nell’ambito di colloqui anche informali ed inserite in schede personali dei vari dipendenti dal 2014 ad oggi. Ciò che non è stato spiegato invece sono le motivazioni che hanno spinto alcuni responsabili dell’azienda svedese a compiere tali azioni, con l’ovvia conseguenza di fare ricadere poi le colpe sui vertici della società.

    Secondo la normativa sulla privacy il datore di lavoro non può raccogliere informazioni su un dipendente circa il suo orientamento politico, sessuale e religioso e ciò è assolutamente corretto da un punto di vista etico in quanto previene l’insorgenza di eventuali situazioni discriminatorie, pertanto rappresenta un successo dal punto di vista della tutela della privacy, ma forse un po’ meno da quello della sicurezza.

    Bisogna accettare il fatto che i modi di comunicare siano radicalmente cambiati negli ultimi anni e proprio per questo trovo assurdo che una grande azienda non possa tutelarsi dai rischi di condotte estreme e potenzialmente pericolose dei propri dipendenti monitorando in maniera lecita il proprio personale.

    Non parlo di pedinamenti, intercettazioni telefoniche o situazioni degne di scenari spionistici hollywoodiani, bensì di una semplice attività di monitoraggio sulla presenza web/social dei propri dipendenti, magari focalizzata sull’identificazione di alcune parole chiave che facciano scattare degli alert. Tutto ciò, grazie alle tecnologie moderne sarebbe realizzabile anche in maniera automatizzata.

    Al di là dei vari curriculum vitae, titoli di studio e sorrisi di circostanza, le persone con cui abbiamo a che fare, possono cambiare nel tempo così come le loro personalità nascondere molte insidie.

    La rete è diventata il nuovo diario dove poter esprimere le nostre emozioni, i nostri sfoghi, lasciare le nostre tracce. In determinate situazioni è giusto analizzarle per individuare dei campanelli di allarme. Basti pensare all’estremismo religioso, a quello politico ed alle conseguenze di un attacco terroristico dentro ad un negozio, oppure al classico soggetto insospettabile che uccide una collega per gelosia etc etc.

    La tecnologia ci consentirebbe quindi di “prevedere” in determinati casi l’insorgenza di alcuni comportamenti a rischio? Assolutamente sì. Svolgere verifiche di questo tipo sarebbe contro la privacy? Probabilmente sì. La privacy è più importante della nostra sicurezza? A quanto pare sì secondo il garante.

    Personalmente credo che le esigenze di privacy non debbano necessariamente escludere quelle di sicurezza, ed il mio auspicio è che un giorno entrambe possano coesistere senza escludere l’un l’altra.

    Ad oggi purtroppo, in una società con pochissima cultura per la sicurezza dove l’attitudine generale non è mai quella di prevenire il male, ma di correre ai ripari non appena l’evento si scatena in tutta la sua violenza, siamo noi a pagarne le conseguenze, ma forse un domani le cose potranno cambiare in meglio.

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubrica: d.castro@vigilargroup.com

  • Pratiche scorrette di geolocalizzazione: l’Australia fa causa a Google

    L’Australia porta Google in tribunale per le pratiche adottate per raccogliere i dati di geolocalizzazione.
    L’Australian Consumer Commission (ACC) ha intentato infatti un’azione legale accusando il colosso dell’elettronica perché indurrebbe in errore il pubblico sulle modalità con le quali vengono raccolti, conservati e utilizzati i dati sulla posizione. In particolare, la società non ha informato i consumatori della necessità di cambiare due impostazioni Android qualora desiderassero che la società interrompesse il monitoraggio della propria posizione. Oltre alla “Cronologia delle posizioni”, anche “Attività web e app” può segnalare la posizione.
    Google ha risposto che la società sta esaminando il caso e non ha affrontato le accuse nella sostanza. La prima udienza è prevista per il 14 novembre.

  • Facebook metterà il suo nome accanto a WhatsApp e Instagram

    Presto i nomi ufficiali di Instagram e Whatsapp, entrambi posseduti da Facebbok, diventeranno Instagram from Facebook e WhatsApp from Facebook, affinché chiunque capisca chi ne è il titolre.

    «Vogliamo essere più chiari per quanto riguarda i prodotti e i servizi che fanno parte di Facebook» ha spiegato l’azienda, ma la scelta di cambiare la denominazione pare aver creato sorpresa e confusione nei dipendenti. Perché infatti cambiare il marchio di un servizio molto noto e popolare, col rischio che cambi anche la percezione degli utenti (magari in peggio)?

    Facebook non gode di ottima fama per quanto riguarda il rispetto della privacy degli utenti e menzionarne il nome rischia di risultare non troppo gradito a quanti finora non sapevano che  Instagram e WhatsApp fanno capo ad esso. Secondo alcuni commentatori, potrebbero essere però proprio motivi legati alla privacy la base per questa mossa: Facebook, in questo modo, starebbe cercando di mostrare alle varie autorità che si occupano di tutelare i dati degli utenti che non ha alcuna intenzione di nascondersi dietro marchi certamente noti ma apparentemente non legati al social network in blu. D’altra parte, è anche possibile che si tratti semplicemente di un’ulteriore parte del piano che porterà gli account Facebook, Instagram e WhatsApp a essere sempre più integrati tra loro, un’operazione sulla quale Facebook non ama sbilanciarsi troppo, almeno pubblicamente.

  • I siti della pubblica amministrazione italiana sono più pericolosi di Facebook per la privacy

    Altro che Facebook, la vera minaccia per la tutela dei nostri dati sono i siti web dello Stato italiano! Cinquantaquattro compagnie che si occupano di pubblicità online hanno infatti accesso ai dati di quanti utilizzano le pagine web di strutture pubbliche, dal Ministero dell’Economia e Finanze al Comune di Milano. A segnalare il pericolo, che rappresenta anche una violazione del regolamento europeo sulla tutela dei dati personali Gdpr, è l’azienda danese Cybot che ha passato in rassegna pagine web di 22 siti della pubblica amministrazione italiana. La strutturazione di tali siti, secondo l’indagine, è stata fatta con estrema imperizia: nel cercare di facilitare la navigazione all’utente si sono lasciate aperte possibilità di accesso che non dovrebbero esserci e che risultano ignote (o ignorate) agli enti a cui i siti fanno capo. Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e Agenda Digitale risultano di contro siti che tutelano pienamente la privacy di chi vi accede.

     

  • In attesa di Giustizia: Roma caput mundi

    La notizia sarà probabilmente sfuggita ai più ma nei giorni scorsi, a Roma, ancora a Roma, si è annotato un episodio particolarmente grave: sono state intercettate conversazioni telefoniche di un avvocato in spregio del diritto assoluto alla riservatezza che assiste il rapporto tra il professionista e il cliente. Tranne che non siano presunti complici…ma non è questo il caso.

    La regola vuole che in queste situazioni gli addetti all’ascolto interrompano la captazione e che quanto eventualmente già registrato sia espunto dagli atti di indagine e – comunque – non sia utilizzabile. Invece, no: si è andati avanti e senza porsi alcun problema e, anzi, le conversazioni sono state trascritte e per non farsi mancare nulla anche commentate in una informativa finale della Polizia Giudiziaria che ha persino offerto considerazioni opinando che, in quei colloqui, l’indagato apparisse preoccupato.

    La dinamica delle intercettazioni vuole che le stesse – salvo deroghe autorizzate da un giudice – siano eseguite presso gli impianti in dotazione alle singole Procure e presso di esse installati: ciò per assicurare una più agevole supervisione da parte dell’Autorità Giudiziaria di un metodo di indagine tecnica molto invasivo al fine di evitarne abusi. Autorità Giudiziaria, il Pubblico Ministero nello specifico, che poi riceve costanti aggiornamenti dagli agenti sull’esito degli ascolti, i brogliacci, le annotazioni di servizio; Autorità Giudiziaria che in questo caso (purtroppo non è l’unico divenuto noto) si è serenamente disinteressata di arginare una gravissima violazione del codice di procedura e del diritto di difesa come postulato dalla Costituzione.

    Sarà perché ormai dobbiamo considerarci tutti, in qualche modo, sotto intercettazione e, perciò, sfuma il disvalore dell’invasione nella sfera privata? Telecamere, carte di credito, bancomat, palmari, navigatori, telepass, persino le carte fedeltà dei supermercati tracciano ormai ogni momento della quotidianità e raccontano dove si è stati, cosa ci piace, cosa si è fatto, con chi e per quanto tempo. Tuttavia, se c’è un presidio rigoroso a garanzia di un diritto così sensibile come quello di difesa, la indifferenza di chi dovrebbe assicurarne il rispetto allarma e – senza dimenticare che sono moltissimi coloro che svolgono le loro funzioni con lealtà, competenza e impegno – contribuisce ad un calo di fiducia nella Magistratura.

    Sono passati i tempi degli striscioni che, per le strade di Milano, inneggiavano a Di Pietro e anche L’Italia dei Valori, figlia di quel consenso, sembra essersi disciolta.

    Un recente sondaggio Ipsos rileva che a seguito della vicenda Palamara/CSM solo un italiano su tre (35%) dichiara di aver fiducia nella Magistratura mentre il 55% non ne ha: escludendo coloro che non esprimono un giudizio è il valore più basso di sempre.

    In un sistema che, come ricorda il titolo di questa rubrica, non garantisce certo il massimo dell’efficienza non si sentiva certo il bisogno di un danno reputazionale che investe l’intero settore compromettendone la credibilità e alimentando per il futuro il dubbio che le regole siano fatte per essere infrante o che una qualsiasi inchiesta o sentenza che coinvolga uno o più politici possa essere considerata dall’opinione pubblica come frutto di un conflitto tra poteri dello Stato.

    Insomma, ci mancava solo che l’attesa di Giustizia si trasformasse, potenzialmente, in attesa di ingiustizia.

  • Per ottenere un visto per gli Usa si dovranno indicare i propri profili social

    Per richiedere un visto per gli Stati Uniti si dovranno indicare anche i propri profili social indicando i nomi utente usati sui social network, gli indirizzi email e i numeri di telefono. Il Dipartimento di Stato americano ritiene infatti queste informazioni importanti per «rafforzare il processo di controllo delle richieste e la conferma della loro identità», al fine di garantire «la sicurezza nazionale». Ergo: i richiedenti un visto inoltre dovranno indicare non soltanto i social network attivamente usati al momento di compilare il modulo, ma fornire una panoramica completa di tutti i social media adoperati negli ultimi 5 anni.

    La decisione del Dipartimento di Stato, preannunciata da tempo, non è stata accolta pacificamente, soprattutto dai paladini della privacy: molte associazioni per i diritti civili hanno già elevato le loro proteste, sostenendo che tutto ciò non risolverà alcun problema di sicurezza ma fornirà soltanto una scusa al governo americano per curiosare più a fondo nelle vite dei viaggiatori, in barba Primo Emendamento alla Costituzione USA.

  • Italiani ignoranti in tema di protezione dei dati personali sul web

    L’Italia, insieme alla Grecia e al Belgio, è tra i Paesi della Ue dove si registra minor consapevolezza sull’esistenza del Regolamento generale della protezione dei dati personali (Gdpr), peggio fa solo la Francia. Emerge da un Eurobarometro diffuso dalla Commissione europea, in occasione dell’anniversario dell’entrata in vigore del Regolamento generale della protezione dei dati (Gdpr). Secondo il rilevamento i Paesi dove i cittadini sono più informati sono Svezia (90%); Olanda (87%); Polonia (86%); Cechia (85%) e Slovacchia (83%). Nella parte finale della graduatoria si trovano invece: Grecia e Cipro (58% ciascuno); Belgio (53%); Italia (49%); e Francia (44%). Dallo studio emerge inoltre che il 57% degli europei è a conoscenza che nel proprio Paese c’è un’Autorità responsabile per la protezione i loro diritti sui dati personali: il 20% in più rispetto a febbraio 2015.

    Più consapevolezza tra i cittadini «è un segnale molto incoraggiante. Quasi sei persone su 10 sanno che esiste un’autorità per la protezione dei dati personali nel loro Paese. E’ un aumento significativo rispetto al 2015, quando erano 4 persone su 10. Il Gdpr fornisce alle autorità gli strumenti per combattere le violazioni. In un anno, il neo-costituito comitato europeo per la protezione dei dati ha registrato oltre 400 casi transfrontalieri in Europa. E questo conferma il vantaggio supplementare offerto dal regolamento, poiché la protezione dei dati non si ferma ai confini nazionali», hanno sottolineato in una dichiarazione congiunta il vicepresidente della Commissione europea al Mercato unico digitale Andrus Ansip e la responsabile della Giustizia Vera Jourová.

  • Alexa registra le conversazioni domestiche, ma glielo si può impedire

    Non è un magistrato e origlia le conversazioni domestiche senza bisogno né di imputazioni né di autorizzazioni a intercettare, ma Alexa, l’assistente domestico di Amazon può essere controllato o escluso, di modo da sapere cosa abbia registrato o da impedire del tutto le registrazioni. Per verificare le registrazioni effettuate e/o per cancellarle basta utilizzare l’app di Alexa o accedere alla pagina web www.amazon.it/alexaprivacy, scegliendo la voce impostazione e poi Account Alexa e infine Privacy Alexa. Per impedire ad Alexa di effettuare registrazioni (che poi possono essere ascoltate dai dipendenti di Amazon), basta cercare la voce Account Alexa, poi Privacy Alexa, poi Gestisci il modo in cui i tuoi dati migliorano Alexa ed infine disattivate il pulsante accanto ad Aiuta a sviluppare nuove funzionalità. Naturalmente è anche possibile farsi registrare apposta, per fare  scherzi o dispetti, magari nel bel mezzo di attività ludiche e rilassanti, così da far ‘rosicare’ chi in Amazon è al lavoro ed è in ascolto di quanto Alexa registra e trasmette.

  • L’hacker che ha rubato milioni di dati in Italia è finito nella rete, degli investigatori

    E’ finito nelle rete degli investigatori ed è stato arrestato il 24enne hacker che  è riuscito ad accedere nei server di ItaliaOnline rubando i dati di 1,4 milioni di utenti dei servizi mail Libero e Virgilio: è un giovane studente di Giurisprudenza che voleva ottenere la ricca ricompensa in Bitcoin promessa da un canale Telegram. L’hacker si era recato presso la sede di ItaliaOnLine ad Assago e tramite un portatile e una antenna capace di agganciare il Wi-Fi di ItaliaOnLine, una volta ottenuti i privilegi per il download è riuscito a trafugare i dati sensibili per i quali era stata promessa la ricompensa.

    Per gli utenti dei servizi che sono stati penetrati il consiglio è quello di cambiare la password utilizzata per il servizio mail, soprattutto ove utilizzino la stessa password per altri servizi (carte di credito anzitutto). Italiaonline ha fatto sapere che «allo stato, non ci sono utenti che abbiano segnalato accessi indesiderati alla propria posta» ma comunque ha notificato a tutti quelli coinvolti di procedere al cambio delle password delle mail. Il Garante della privacy ha provveduto, come prevede il nuovo regolamento UE, a effettuare una ispezione presso la sede dell’azienda che ha subito l’attacco.

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