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Detective stories: privacy vs security, alcune riflessioni

La notizia dello spygate di H&M ha suscitato molto clamore. La società svedese difatti è stata condannata dal garante per la protezione dei dati di Amburgo al pagamento di una multa superiore ai 35 milioni di euro per aver “spiato” i propri dipendenti invadendo la loro privacy.

Come sempre il tema della privacy è molto controverso e di fronte ad una notizia del genere è più che mai doveroso fare alcune precisazioni distinguendo fra lo “spiare” un soggetto e lo svolgere una attività di analisi su elementi raccolti da fonti aperte.

Nel caso H&M difatti, pare che le informazioni siano state reperite dai datori di lavoro nell’ambito di colloqui anche informali ed inserite in schede personali dei vari dipendenti dal 2014 ad oggi. Ciò che non è stato spiegato invece sono le motivazioni che hanno spinto alcuni responsabili dell’azienda svedese a compiere tali azioni, con l’ovvia conseguenza di fare ricadere poi le colpe sui vertici della società.

Secondo la normativa sulla privacy il datore di lavoro non può raccogliere informazioni su un dipendente circa il suo orientamento politico, sessuale e religioso e ciò è assolutamente corretto da un punto di vista etico in quanto previene l’insorgenza di eventuali situazioni discriminatorie, pertanto rappresenta un successo dal punto di vista della tutela della privacy, ma forse un po’ meno da quello della sicurezza.

Bisogna accettare il fatto che i modi di comunicare siano radicalmente cambiati negli ultimi anni e proprio per questo trovo assurdo che una grande azienda non possa tutelarsi dai rischi di condotte estreme e potenzialmente pericolose dei propri dipendenti monitorando in maniera lecita il proprio personale.

Non parlo di pedinamenti, intercettazioni telefoniche o situazioni degne di scenari spionistici hollywoodiani, bensì di una semplice attività di monitoraggio sulla presenza web/social dei propri dipendenti, magari focalizzata sull’identificazione di alcune parole chiave che facciano scattare degli alert. Tutto ciò, grazie alle tecnologie moderne sarebbe realizzabile anche in maniera automatizzata.

Al di là dei vari curriculum vitae, titoli di studio e sorrisi di circostanza, le persone con cui abbiamo a che fare, possono cambiare nel tempo così come le loro personalità nascondere molte insidie.

La rete è diventata il nuovo diario dove poter esprimere le nostre emozioni, i nostri sfoghi, lasciare le nostre tracce. In determinate situazioni è giusto analizzarle per individuare dei campanelli di allarme. Basti pensare all’estremismo religioso, a quello politico ed alle conseguenze di un attacco terroristico dentro ad un negozio, oppure al classico soggetto insospettabile che uccide una collega per gelosia etc etc.

La tecnologia ci consentirebbe quindi di “prevedere” in determinati casi l’insorgenza di alcuni comportamenti a rischio? Assolutamente sì. Svolgere verifiche di questo tipo sarebbe contro la privacy? Probabilmente sì. La privacy è più importante della nostra sicurezza? A quanto pare sì secondo il garante.

Personalmente credo che le esigenze di privacy non debbano necessariamente escludere quelle di sicurezza, ed il mio auspicio è che un giorno entrambe possano coesistere senza escludere l’un l’altra.

Ad oggi purtroppo, in una società con pochissima cultura per la sicurezza dove l’attitudine generale non è mai quella di prevenire il male, ma di correre ai ripari non appena l’evento si scatena in tutta la sua violenza, siamo noi a pagarne le conseguenze, ma forse un domani le cose potranno cambiare in meglio.

Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubrica: d.castro@vigilargroup.com

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