Processi

  • In attesa di Giustizia: toglietegli il fiasco

    “Punire un errore per correggerne cento” è uno sloga attribuito a Mao Zedong, come motto della Rivoluzione culturale del 1966 e come giustificazione ideologica delle azioni violente delle Guardie Rosse per presunte esigenze formative e deterrenti. In Italia, il motto divenne celebre per il suo utilizzo da parte delle Brigate Rosse nel sequestro Macchiarini del 1972, quando il dirigente della Sit-Siemens Idalgo Macchiarini fu fotografato con un cartello al collo che recitava “Mordi e fuggi. Niente resterà impunito. Colpiscine uno per educarne cento. Tutto il potere al popolo armato”.

    Insomma, un motto da non prendere preferibilmente ad esempio, non fosse altro che per i precedenti è stato evocato dal Ministro degli Affari Esteri e Vice Premier Antonio Tajani mentre era in visita al Villaggio della Legalità e non al bar dopo il terzo bicchiere, lamentando una supposta eccessiva indulgenza dei giudici nei confronti degli arrestati in flagranza dalle Forze dell’Ordine.

    Tajani ha ricordato “a tutti i magistrati che decidono sugli arresti che è vero che c’è un problema di carceri sovraffollate, ma dobbiamo anche dare dei segnali che garantiscano ai cittadini il fatto che i ceffi non possono agire impuniti. Qualche segnale va dato, insomma, colpirne uno per educarne cento credo che serva. E credo che anche alcuni magistrati debbano mettersi la mano sulla coscienza. Grazie.”

    Il problema non è soltanto il linguaggio ma – se non siamo già ben oltre il terzo bicchiere – l’abissale ignoranza giuridica che quel linguaggio rivela: i giudici non devono “dare segnali” e non devono neppure tenere qualcuno in carcere per gratificare le forze di polizia che lo hanno arrestato. E soprattutto non si può privare una persona della libertà per intimidirne altre cento.

    La custodia cautelare non è una pena anticipata, ha presupposti stabiliti dalla legge, che il giudice deve verificare nel singolo caso. La persona arrestata non diventa colpevole perché la polizia l’ha arrestata: fino alla condanna definitiva opera la presunzione di non colpevolezza.

    Quello di Tajani è stato una sorta di crescendo rossiniano: prima l’uscita sulla derivazione araba del suo cognome, poi le dichiarazioni – alla kermesse politica “Itaca”, facendo l’ardita metafora con un partito politico moderato – sulle caratteristiche di una donna seria ed affidabile tra le quali spicca la gonna “un po’ più lunga”, adesso queste sulla necessità di pene esemplari.

    Se le prime inducono al sorriso per la loro innocua inconsistenza, le ultime appaiono particolarmente gravi soprattutto perché pronunciate da chi ha l’onere e l’onore di rappresentare l’Italia nel mondo e quello che sta criticando non è perdonismo, neppure indulgenza. E’ legge e Costituzione.

  • In attesa di Giustizia: quelli della superiorità morale

    I numeri sono impietosi: due maxi inchieste coordinate da Nicola Gratteri quando guidava la Direzione Antimafia di Catanzaro sono arrivate a sentenza proprio mentre si discute alla Camera di istituire una Giornata della memoria dedicata alle vittime di errori giudiziari. La prima, “Maestrale-Olimpo-Imperium”, del 2023 descriveva non solo le cosche ma una vasta “zona grigia” di imprenditori, professionisti, funzionari e dirigenti pubblici ritenuti collegati alla ‘ndrangheta: il primo grado si è chiuso con 79 condanne ma anche 99 assoluzioni (più della metà degli imputati) e 3 proscioglimenti per prescrizione. La seconda inchiesta è del 2022 ed ipotizzava infiltrazioni mafiose nella filiera del legname e l’impiego illecito di rifiuti.

    Furono arrestate 31 persone: la sentenza di primo grado, pronunciata anch’essa da poche settimane, è di condanna solo per otto imputati su 61, gli altri 53 sono stati assolti.

    Si tratta solo di due esempi, molto recenti e ravvicinati tra di loro, che rendono più che mai incomprensibile la scelta di astensione della sinistra sulla proposta di istituire una Giornata dedicata agli errori giudiziari: è davvero difficile commentare quando si tratta di affermare un principio elementare – ricordare chi ha pagato con la libertà, la reputazione e la vita errori dello Stato – prevale da un lato la logica politica dall’altro la sudditanza culturale nei confronti di una parte della magistratura.

    Come se riconoscere che la giustizia possa sbagliare significhi indebolirla, anziché renderla più credibile.

    Il garantismo è un principio che vale sempre, soprattutto quando è scomodo.

    Non avere il coraggio di difenderlo davanti agli errori giudiziari dimostra di considerarlo un bene negoziabile e l’appartenenza al campo largo della gogna e delle manette facili che, peraltro, ultimamente perde colpi con imbarazzanti

    inchieste costruite facendo leva sul moralismo, che presentano il conto: dal caso di Ranucci – il moralizzatore moralizzato dalle sue amicizie esplosive – che si è ritrovato a dover condannare la stessa cultura del sospetto che per anni ha alimentato con i metodi del suo “Report”  è solo l’ultimo tassello di un mosaico più grande in cui  si trovano altre storie: per esempio quella delle indagini sull’urbanistica a Milano il cui primo filone arrivato a giudizio ha esitato, il 16 giugno, otto imputati assolti su otto dalle accuse di abuso edilizio e lottizzazione abusiva ed anche la Corte dei Conti ha prosciolto i tre funzionari comunali accusati di danno erariale…e come dimenticare che è stato archiviato l’ennesimo filone su Dell’Utri e Berlusconi  – presunti mandanti occulti delle stragi del 1993 – ritenendo mancanti elementi concreti sui rapporti diretti con Cosa Nostra per quella specifica ipotesi.

    A tutto questo naturalmente va aggiunto il dramma vissuto dagli indignati in servizio permanente effettivo con la vicenda della grazia a Nicole Minetti con la quale hanno tentato di buttare fango persino sul Quirinale ricevendone in cambio sputtanamento in dosi massicce: basterebbero questi esempi ma se ne potrebbero fare molti altri, più o meno recenti, per ricordare  all’opposizione che non basta un algoritmo, lo stare tutti insieme contro qualcuno, per essere un’alternativa,  alla magistratura che non basta una vittoria del No al referendum per non ragionare sui limiti dell’irresponsabilità di un pubblico ministero ed al partito della gogna che avere una giustizia giusta, con meno cultura del sospetto, con meno indagini trasformate in sentenze, con meno schizzi di fango fatti volteggiare nell’aria, non è un tema legato a chi vuole prendere le parti degli accusati: è un tema che riguarda un bene comune che si chiama giusto processo, Stato di diritto, cultura delle garanzie.

  • In attesa di Giustizia: grandi vecchi, poteri occulti e mandanti

    Un’indagine condotta con solerzia e – pare – con efficace fiuto investigativo ha condotto all’arresto dei presunti attentatori di Ranucci ma non ha sopito le attese dei cercatori di ectoplasmi, perché non bastano i nomi, non bastano gli arresti, non basteranno neppure i processi e le sentenze di condanna (se vi saranno): i dietrologi vogliono «la verità», che tradotto significa che vogliono quella loro, una verità orrifica fatta di retroscena inquietanti in cui si muovono mandanti cauti ed insidiosi che vestono i grembiulini dei massoni, le barbe finte di servizi segreti deviati, ma anche potenze straniere ed ostili e un immancabile grande vecchio, che non si comprende a cosa debba la sua grandezza, perché sia vecchio ed alla sua età non vada a godersi la pensione.

    Parliamo di soggetti che sono tutt’altro che professionisti che con le loro teorie del complotto infestano la politica e la cronaca: non hanno mai scoperto nulla, il loro contributo al giornalismo e alla verità resta al di sotto dello zero, ma questa verità ricercata ossessivamente per loro continua a essere una priorità che non deve scoraggiare se difficile da svelare perché si colloca ad un piano superiore, forse, due, magari tre, poi in soffitta, in orbita… a livelli occulti, deviati, indicibili: anche se poi, con il loro linguaggio diventa dicibile e narrabile: perché quella del mandante è una funzione narrativa che serve a non chiudere (mai) una storia, proprio come fanno a Report.

    Sia chiaro: massima solidarietà a Ranucci, vittima di un attentato ma nessuna al suo metodo di fare giornalismo. Giustizia ed indagini sono un’altra cosa…

    In questi giorni le reazioni agli sviluppi investigativi sembravano proprio i contenuti di una puntata delle sue: un parlamentare grillino ha invitato subito a «risalire ai mandanti», un capogruppo dei Verdi alla loro «individuazione» e al biasimo per i «continui attacchi della destra contro Report».

    Tra i tanti merita menzione l’uomo con la scorta più inutile d’Italia: Sandro Rutolo, ex reggicoda di Michele Santoro oggi teoricamente «responsabile informazione, cultura e memoria» (chissà “responsabile della memoria” cosa significa…) di Elly Schlein che  ha fatto un comunicato in cui ha avuto il buongusto di citare anche se stesso quale improbabile obiettivo della camorra (come Ranucci) per via di un suo servizio del 2013 poi rivelatosi falso («Inferno atomico» che ipotizzava che in Campania avessero sepolto scorie nucleari) che indignò tanta gente normale, ma anche un camorrista che, sfortunatamente intercettato, lo minacciò.

    Nel 2019 il governo (di sinistra) preannunciò la revoca della scorta a Ruotolo per inattualità del rischio e l’inferno atomico lo fecero il sindacato unitario giornalisti, Articolo 21, pezzi del Pd e grillini non mancando di incolpare pure la «bestia» salviniana.

    Così la scorta è ancora lì, a fare status. Ma chi voleva togliere la scorta a Ruotolo? Fuori i mandanti, si sveli il grande vecchio marionetta della sezione Operazioni Coperte della CIA e sia fatta giustizia.

  • In attesa di Giustizia: vinca il peggiore

    Altro che diritto di cronaca, quello che ormai viene definito circo mediatico poco o nulla ha a che fare con il dovere di informazione e con il controllo dei cittadini sull’andamento della giurisdizione (La legge è amministrata in nome del popolo italiano…): come ha osservato la Corte d’Assise d’Appello di Milano nel caso di Alessia Pifferi questo fenomeno costituisce un vero e proprio corto circuito giuridico e culturale che perviene sino alla soglia della lapidazione verbale dell’accusato nell’ambito di quella metamorfosi del processo penale che lo ha trasformato in un genere televisivo di intrattenimento: una spettacolarizzazione che distrugge i principi di civiltà giuridica.

    L’ultima vittima di questo indegno fenomeno di costume è stata la madre di Andrea Sempio che ha tentato il suicidio: una reazione inquietante, estrema, ma pur sempre comprensibile dopo la devastazione della vita del figlio e di tutta la famiglia, due anni di scempio di ogni regola umana, costituzionale, penale e giornalistica.

    Garlasco è uno strano caso ma sta diventando anche il benchmark della cronaca nera e giudiziaria in crowdsourcing, affollato di Youtuber, podcaster, influencer ed improbabili esperti (anche di qualche improbabile leguleio) che alimenta la tradizionale catena di demonizzazione.

    Stasi e Sempio, grazie anche alla contrapposizione dei ruoli tra condannato senza prove e presunto colpevole senza processo, sono diventati il pretesto ideale per dare vita ad una battaglia senza quartiere tra vecchi e nuovi padrini e padroni del linciaggio mediatico, è il sonno della ragione che genera mostri trasmutando financo il principio costituzionale secondo il quale le sentenze vengono pronunciate in nome del popolo Italiano nelle aule di giustizia e non dal Popolo Italiano con il televoto nel corso di sguaiati talk show.

    Siamo di fronte ad una deriva che – tristemente – non mostra segni di recupero, tutt’altro, con buona pace del giusto processo cui ha diritto ogni imputato ma che in certi casi soffre l’impatto distorsivo dei mass media che esercitano una pressione alla quale è estremamente difficile sottrarsi evitando gli effetti della ignobile gara per ottenere il maggior numero di like, di ascolti, di copie vendute

    Vincerà, come sempre, il peggiore: il più spietato.

  • In attesa di Giustizia: lezioni di burlesque

    L’ultima trovata dell’Associazione Nazionale Magistrati è stata quella di presentare, all’interno del Palazzo di Giustizia di Napoli, il Comitato per il No in vista del referendum sulla riforma separazione delle carriere che, verosimilmente, si terrà in primavera.

    La scelta appare del tutto inopportuna per una serie di ragioni, prima di tutte che i Palazzi di Giustizia sono edifici istituzionali per eccellenza, simboli dell’autorità dello Stato che destina quegli spazi all’amministrazione della giustizia in nome del popolo italiano: di tutti i cittadini indifferentemente dal voto espresso alle elezioni o di quello che verseranno nell’urna alla prossima consultazione popolare mentre non sono e non possono essere il proscenio tribune di parte, destinate a ospitare iniziative dal chiaro contenuto politico ed elettorale.

    All’interno di quei Palazzi si applicano le leggi, non si svolgono campagne referendarie e manifestare in quei luoghi ostilità aperta verso una riforma, ormai giunta quasi al termine dell’iter parlamentare, significa tradire il principio di neutralità delle istituzioni e compromettere la fiducia che deve potersi riporre in chi amministra la giustizia…che già veleggia ai minimi storici.

    Per comprendere l’inopportunità di una simile scelta basta rispondere ad una semplice domanda: i partiti possono fare propaganda nei Palazzi di Giustizia, l’hanno mai fatta? La risposta è incontrastabilmente no ed a maggior ragione non possono farla coloro che dovrebbero rappresentare la terzietà e l’equilibrio del potere giudiziario.

    L’immagine dell’Associazione Nazionale Magistrati, che è una libera associazione e non un organo dello Stato, assumendo questa iniziativa, offre all’opinione pubblica l’immagine  di una magistratura che confonde il proprio ruolo istituzionale con un’azione politica, generando un pericoloso equivoco tra il potere giudiziario ed una parte ideologicamente schierata e la percezione di un Ordine Giudiziario “proprietario” dei luoghi ove dovrebbe solo amministrare giustizia che giammai possono trasformarsi in arene di azione politica, tanto più in assenza di contraddittorio: del resto ad ANM piace suonarsela e cantarsela da sola evitando per quanto possibile il confronto dialettico con gli antagonisti.

    Poiché al peggio non c’è limite, questo evento – per il tramite dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Campania –  è stato promosso nelle scuole statali e paritarie di secondo grado attraverso una comunicazione ufficiale indirizzata ai Dirigenti Scolastici/Coordinatori educativi, che invita gli studenti a partecipare alla “Giornata della Giustizia”… ma quello non è un momento formativo e di dibattito sulla giustizia bensì un incontro politico di parte, uno spettacolo di burlesque…tranne che non si voglia pensare che questo evento sia l’occasione per ascoltare una lectio magistralis di diritto costituzionale di Fiorella Mannoia (che è tra gli intrattenitori programmati) o un’analisi serena sulle riforme possibili da parte di Giovanni Floris, Conchita Sannino o Nicola Gratteri che, dal punto di vista dell’orientamento politico e della visione sullo stato della giustizia stanno tutti sulla stessa barca. O a bordo della medesima Flottilla che dir si preferisca.

    Roba da imbonitori, da venditori di pentole, quelli che una volta proponevano la gita a Portofino a quattro soldi e poi tiravano fuori le casseruole alla fine della giornata; diranno pure – ormai con gli argomenti si sta grattando il fondo del barile – che con la separazione delle carriere Ranucci sarebbe già morto stecchito? Che importa, basta vendere le pentole. O il no alla separazione delle carriere.

  • In attesa di Giustizia: circo Medrano a tre piste

    Venghino Signori, venghino! Lo spettacolo della giustizia italiana oggi propone l’ingesso in scena dei clown per la gioia ed il diletto di grandi e piccini: ed ecco a voi il Presidente dell’A.N.M., quello che auspicava che venissero ammazzati un paio di magistrati per ridare lustro all’Ordine Giudiziario, con la sua mirabile interpretazione della separazione dell’Uomo dalla Realtà farneticando – tanto per cambiare – della temutissima separazione delle carriere: “In tutti i Paesi in cui c’è la separazione delle carriere c’è il controllo del P.M. da parte del Governo” dimenticandosi di osservare che in Italia, se mai, è dimostrato proprio il contrario con la unicità della giurisdizione. Così dicendo lo spassoso Dottor Parodi sostiene implicitamente che in Nazioni come la Gran Bretagna, la Svezia, la Spagna e il Portogallo non c’è Stato di Diritto…ed è proprio contro il Portogallo che vengono scagliati gli strali più feroci soggiungendo che “in Portogallo c’è un controllo dell’esecutivo pericoloso anche per i politici perché il Governo può perseguitare gli oppositori!”. In realtà, in Portogallo, i P.M. non dipendono dall’esecutivo ma rispondono al Consiglio Superiore del Pubblico Ministero, più o meno come prevede la riforma che da noi è in cantiere, e non più tardi del 2023 il Premier Socialista Antonio Costa – attuale Presidente del Consiglio Europeo –  si dimise in seguito ad una indagine (poi risultata piena di anomalie e persino errori di omonimia) a tutto vantaggio della opposizione…e giù risate mentre il macchiettista lascia il proscenio ai successivi performers.

    Applausi e standing ovation! Entra ora in scena la Troupe del Garlasco Show mettendo in pista ex ufficiali dei Carabinieri che dopo aver fatto le prime indagini ora scendono in campo come consulenti della difesa del nuovo indagato, ex magistrati di Cassazione che sostengono di aver fatto il loro lavoro in scienza e coscienza dimenticando quale obbrobrio sia mettere le basi per una condanna dopo una “doppia conforme” di assoluzione che – da noi ci si impiega sempre un po’ ad assicurare garanzie basilari – dal 2017 non è più possibile neppure impugnare. Il gran finale è assicurato dalla Procura Generale di Milano che chiede di revocare la semilibertà ad Alberto Stasi perché, dopo aver informato le autorità penitenziarie, ha reso un’intervista nella quale altro non ha fatto che continuare a proclamarsi innocente, quasi che non fosse un suo diritto oltretutto mentre si trovava al di fuori del carcere: cala il sipario mentre qualcuno degli interpreti sorseggia un grappino preparandosi alla prossima boutade a ‘Chi l’ha Visto’, da Vespa con i rispolverati plastici in studio o a ‘Quarto Grado’.

    Ma lo spettacolo continua e dalla valle dei Templi ecco sopraggiungere ed inchinarsi al pubblico il Procuratore della Repubblica di Agrigento, l’uomo succeduto a quel Patronaggio (promosso Procuratore Generale a Cagliari) che, ipotizzando un sequestro di persona ad opera del Ministro dell’Interno salì  sulla nave Diciotti della Guardia Costiera ed invece di liberare i presunti “ostaggi” come la legge gli avrebbe imposto strinse un po’ di mani e tornò in ufficio a meditare il da farsi (eccezione fatta per l’ipotesi di arrestarsi da solo per non avere impedito l’evento nel rispetto del codice penale). Ed ecco il “nuovo che avanza”, Giovanni Di Leo che approfitta dell’arresto di un dirigente dell’ufficio di vigilanza e controllo del Comune di Licata per diffondere un comunicato stampa nel quale più che illustrare l’indagine si lamenta delle leggi approvate dal Parlamento sproloquiando della impossibilità di fare intercettazioni per reati contro la Pubblica Amministrazione (il che non è vero: ancora una separazione dalla realtà) e soprattutto di non poterle fare in eterno usando come “spia” un abuso di ufficio (abrogato) – anche inventato di sana pianta secondo le necessità – per vedere se qualcosa resta impigliato nella rete: il tutto con buona pace dell’equilibrio, della sobrietà e del self restraint delle toghe tante volte auspicati anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

    Sipario.

  • In attesa di Giustizia: il vizio della memoria

    Era una mattina del tardo autunno del 1989, il codice di procedura penale era entrato in vigore da pochi giorni ed aveva comportato una modifica degli arredi nelle aule di Tribunale, non da tutti gradita, con il banco del P.M. che – nel rispetto della proclamata parità tra le parti – era stato spostato dal pretorio a fianco di quelli dei difensori: il rappresentante dell’accusa, in attesa che iniziasse l’udienza borbottava il suo dissenso non facendo mistero dell’avversione a quella novità e non è ben chiaro se dipendesse dall’allontanamento dai giudici o dalla maggiore prossimità con gli avvocati, probabilmente da entrambe le cose.

    E’ una storia vera, un ricordo legato a quel primo timido tentativo di affermare, sia pure solo visivamente, la terzietà del giudicante che solo dieci anni dopo sarà conclamata dalla modifica dell’art. 111 quando il dibattito sulla separazione delle carriere, visto come necessario passaggio per una completa attuazione del processo di impostazione anglosassone, aveva già iniziato ad infuocarsi.

    Il borbottio di un magistrato di quel giorno si è trasformato nel tempo in un’accanita battaglia di retroguardia contro ogni ipotesi di separazione anche solo delle funzioni già – peraltro – sancita dall’articolo 107 della Costituzione e la protesta è divampata dopo che l’ora segnata dal destino ha bussato sui cieli della Magistratura Associata con l’approvazione, in prima lettura, del disegno di legge su quella delle carriere: un iter che potrebbe concludersi entro l’estate considerato l’appoggio di alcune forze politiche esterne alla maggioranza che garantisce i numeri per l’approvazione di una norma di rango costituzionale a dispetto della indignazione manifestata in Aula dagli sherpa delle Procure.

    Nel mentre l’A.N.M. ha dissotterrato l’ascia di guerra preannunciando uno sciopero e manifestazioni di dissenso in occorso della inaugurazione dell’Anno Giudiziario con l’ostentazione di cartelli inneggianti a valori di una Costituzione asseritamente tradita, di coccarde tricolori sulla toga e minacciando anche di uscire dall’Aula durante l’intervento del Guardasigilli. Tutto molto scenografico ma non si tiene conto dell’inconsistenza di timori che la riforma sia servente a porre il Pubblico Ministero alle dipendenze dell’Esecutivo.

    Si tratta di un rischio non postulato dal disegno di legge e si potrebbe ottenere solo modificando altri articoli della Costituzione tra cui il 108 e il 109: quest’ultimo previsto per evitare che ciò che è uscito dalla porta rientri da una finestra…del Viminale.

    E’ il vizio della memoria: se si vuole ricordare la Costituzione è necessario farlo per intero e se si vogliono commentare – il che è legittimo – riforme in corso d’opera è indispensabile farlo esaminandole prive di interpolazioni non contemplate dal testo e neppure dalla relazione di accompagnamento

    E’ il vizio della memoria, non bisognerebbe dimenticare neppure un altro dettaglio: che una proposta normativa sulla separazione delle carriere è stata oggetto di una raccolta di firme largamente superiore al minimo richiesto il che offre una chiave di lettura non trascurabile.

    La rivolta dei magistrati, alla stregua di queste considerazioni si propone non solo come contro il Governo ed il Parlamento ma contro quel popolo italiano cui spetta il controllo sulla giurisdizione, quei cittadini il cui gradimento nei confronti dell’Ordine Giudiziario è ai minimi storici grazie agli inquietanti backstages  rivelati da Luca Palamara ed a qualche altra marachella conosciuta per vie diverse.

    Sia ben chiaro, la separazione delle carriere non sarà la soluzione di tutti i mali, serviranno un graduale cambio di mentalità e di tradizioni (e le nostre affondano nella storia della Colonna Infame come rammenta Cordero in uno splendido saggio) però è ineludibile: l’A.N.M. se ne faccia una ragione, è un primo passaggio e non è voluto solo da un pugno di deputati e senatori ma da milioni di italiani…e la memoria non tradisca riguardando alla nostra Costituzione che è una vecchia signora un po’ rigida che quei cittadini tutela e coinvolge nella vita pubblica ed è ricca di principi che costituiscono un baluardo per la distinzione dei Poteri dello Stato che nessuno è intenzionato a stravolgere.

  • In attesa di Giustizia: zone rosse

    Chissà perché ogni tanto si cambiano i nomi di apparati dello Stato o branche della Pubblica Amministrazione che già esplicitano perfettamente a quali funzioni siano destinate: per esempio la Pubblica Sicurezza. Chi si ricorda quando la Polizia di Stato si chiamava così illustrando senza equivoci il compito affidatole?

    Compito che il mutar della denominazione non ha fatto venir meno: la Polizia, lo Stato, deve assicurare la prevenzione delle attività illecite prima ancora che la loro repressione…e, nei limiti in cui dispone di uomini e risorse, deve assolvere a questo compito ad ampio spettro a tutela di tutti i cittadini.

    Adesso, però, le Autorità Locali sono tenute ad individuare Zone Rosse, cioè a dire luoghi di esposizione a maggiori rischi per la presenza di possibili malintenzionati destinando la Polizia…a quel presidio che già dovrebbe garantire.

    In queste zone è vietato sostare a coloro che dovessero assumere atteggiamenti aggressivi, minacciosi o insistentemente molesti pena una tipologia particolare di daspo nel caso siano pregiudicati per droga, furto con strappo, rapina, detenzione abusiva di armi…se una volta allontanati tali soggetti non rispetteranno la zona rossa le Forze dell’Ordine saranno tenute ad allontanarli immediatamente e a denunciarli all’Autorità Giudiziaria. Pena fino a tre mesi di carcere oltre ad una multa: sai che paura per un rapinatore o un pusher.

    Diciamo la verità: è poco più che uno spot governativo; c’era bisogno di provvedimenti di questo genere per aumentare l’allerta di Polizia e Carabinieri nei pressi della Stazione Centrale di Milano, o delle altre due principali per fare degli esempi banali? Provate invece a farvi due passi nella elegantissima via della Spiga dopo l’orario di chiusura dei negozi destinati al saccheggio da parte di abbienti turisti: non c’è un esercizio pubblico aperto, strada deserta come altre adiacenti e dove quasi quotidianamente avvengono aggressioni e rapine preferibilmente di orologi di pregio. Non vedrete nemmeno un agente a piedi, per sbaglio, che ritorna verso la Questura Centrale che dista poche centinaia di metri. Erano meglio la vecchia, cara, Pubblica Sicurezza…diffusa sul territorio, seguendo l’intuito personale e soffiate degli informatori e i piedipiatti che scarpinavano lungo le strade con occhio allenato e attento agli accadimenti che non rischiavano di dover intervenire perché un venditore di rose cingalese appariva insistentemente molesto con una coppia di fidanzati.

    In compenso, tra Firenze e Bologna negli ultimi tre mesi sono stati effettuati circa 14.000 controlli in zone considerate a rischio esitando solo 105 denunce a piede libero. Percentualmente un po’ poche rispetto al lasso temporale ed al numero complessivo di interventi per poter parlare di zone a rischio…vuoi vedere che quei furbacchioni dei malintenzionati si sono defilati in altre aree della città diverse da quelle dove vengono concentrati uomini e mezzi lasciando scoperte altre porzioni di territorio? Ma chi l’avrebbe mai detto!

    Una curiosità, poi, assale il giurista: come saranno motivati i provvedimenti di allontanamento? Perché non basta un verbale, serve un decreto del Questore e la memoria va ad un tempo ormai lontano quando venivano arrestati coloro che venivano ritrovati a soggiornare sul territorio di un Comune da cui erano stati diffidati (qualcosa cui si rifà il nuovo daspo): la maggior parte venivano assolti e scarcerati, non prima di avere intasato il lavoro degli uffici giudiziari perché il Pretore disapplicava il provvedimento amministrativo – di solito redatto e firmato da non si sa chi “per il Questore” –  in quanto viziato all’origine da eccesso di potere e mancanza di motivazione che il più delle volte non andava molto oltre una giustificazione apparente del tipo che il soggetto era brutto e cattivo.

    Sempre per il giurista rimane opinabile il rispetto della Costituzione di norme, regolamenti e provvedimenti che limitano la libertà, quantomeno di movimento, di cittadini sulla base di meri sospetti: ma anche questo sappiamo che un risalente vizio del nostro legislatore è non leggere la Costituzione o, in ogni caso, non capire cosa c’è scritto.

    Finirà che, almeno a Milano, Polizia, Carabinieri, Municipale, Reggimento Folgore, Reparti Mobili della Cavalleria Corazzata dedicheranno più tempo a multare fumatori distratti e troppo poco distanti dal passante più vicino mentre in Montenapoleone qualche ben informato grassastore rapina il Richard Mille di un principe ereditario saudita.

  • In attesa di Giustizia: le audaci corbellerie dei solito noti

    Probabilmente aveva ragione il Prof. Gaetano Pecorella quando, a chi gli domandava come mai avesse spostato il suo asse politico dalla estrema sinistra a Forza Italia, rispondeva che lui non si era mai mosso da quello che considerava l’unico credo: le garanzie processuali, un patrimonio disperso dall’area progressista transitata al più bieco giustizialismo e – nel tempo – divenute cavallo di battaglia (un po’ per opportunità, bisogna ammetterlo) del centrodestra, con le dovute eccezioni che confermano la regola…

    Con la riforma sulla separazione delle carriere al momento silenziata e passata in secondo piano rispetto a quella sul premierato, la madre di tutte le battaglie è diventato il contrasto alla proposta di legge volta ad istituire la giornata del ricordo delle vittime di ingiustizia da mettere in calendario il 17 giugno, giorno dell’arresto di Enzo Tortora.

    A dare il via ad una congerie di corbellerie ci ha pensato, da par suo, il Presidente della Associazione Nazionale Magistrati il quale ha pontificato contestando che quello di Tortora possa definirsi un caso di malagiustizia perché in appello è stato assolto e perché istituire una simile ricorrenza contribuirebbe a creare un clima di sfiducia nella magistratura.

    Sua Eccellenza Santalucia, probabilmente, dimentica che oltre alla categoria degli errori giudiziari riferibili solo alle revisioni di condanna divenute definitive esiste quella delle ingiuste detenzioni: il caso di chi arrestato, in ultimo, viene assolto e risarcito dallo Stato. Santalucia, inoltre, pare non essersi accorto che, riferito all’Ordine Giudiziario, l’indice di gradimento del popolo italiano, già adesso, è simile a quello che si può avere per un gattino attaccato alle gonadi. Infine quanto al presunto, finale, trionfo della Giustizia Santalucia farebbe bene a documentarsi sulla sterminata serie di abusi, soprusi, dimostrazioni di iattante disinteresse per il rispetto della legge che hanno caratterizzato il calvario di Enzo Tortora a partire dalla studiata spettacolarizzazione delle immagini, trasmesse a reti unificate, del presentatore condotto via in manette da una caserma dei Carabinieri. E siccome al peggio non c’è limite, con sprezzo del ridicolo, Giuseppe Santalucia è stato capace persino di affermare che la proposta legislativa dia un messaggio in controtendenza rispetto alle numerose giornate in memoria della legalità come se l’arresto e la via crucis fatta patire a qualsiasi innocente possano costituire le note su cui comporre un inno al crimine.

    A quelli come Santalucia servirebbe di lezione (o forse no…) ascoltare Raffale Della Valle –  l’ultimo dei grandi penalisti italiani – che si commuove quando racconta di aver pensato persino di abbandonare la professione quando si è sentito un orpello inutile, indesiderato e quasi deriso durante la difesa di Enzo Tortora, di essersi rivolto per disperazione ad Enzo Biagi che raccolse il suo grido di dolore tramutandolo in una lettera aperta al Presidente della Repubblica pubblicata in prima pagina sul Corriere, denunciando quanto stava accadendo a Napoli grazie a chi veniva definito “Il Maradona del diritto”…stic****, forse in Procura intendevano quel Maradona dell’indimenticabile gol con la mano.

    Obbedisco! Scattano sugli attenti gli sherpa dell’ANM con il PD a dettare la linea in Commissione Giustizia della Camera dove si doveva, tra l’altro, soltanto discutere della unificazione dei tre diversi disegni di legge presentati sulla istituzione della giornata delle vittime di ingiustizia: con comica vigliaccheria la scelta è stata quella dell’astensione dal voto per non essere stati approvati gli alati pensieri che i giuristi vicini al Campo Largo avevano elucubrato per definire la nozione di errore giudiziario senza indispettire i sodali togati.

    Vero è anche che, al di là dei buoni propositi, la cultura della giustizia della attuale maggioranza sembra risiedere nella raffica di nuovi reati (molti dei quali totalmente inutili) introdotti nell’ordinamento in un paio d’anni, nella ignavia rispetto alla tragedia dei suicidi in carcere e delle condizioni di vita nei penitenziari: una cultura che viene plasticamente descritta dalla intima gioia che la masturbazione mentale regala al sottosegretario Andrea Delmastro al pensiero di detenuti che soffocano nei nuovi blindati della Polizia Penitenziaria.

    In conclusione, se in qualche modo può definirsi la bagarre scatenatasi intorno a questa proposta di legge è che stiamo assistendo alla festa della ipocrisia e della viltà bipartisan.

  • In attesa di Giustizia: Milano, provincia di Trani

    Ci risiamo: ancora una volta un Pubblico Ministero che occulta (in questo caso non verbalizzando) prove a discarico degli indagati al fine di poterne chiedere ed ottenere l’arresto; si tratta dell’ex P.M. di Trani, Michele Ruggiero, condannato in primo grado dall’Autorità Giudiziaria di Lecce ed è la seconda sentenza dopo quella – ormai definitiva –  inflitta per i metodi di interrogatorio dei testimoni da Procura della Repubblica delle banane di cui si è interessata in precedenza proprio questa rubrica.

    Tre anni e nove mesi e, se sarà confermata la responsabilità nei successivi gradi di giudizio, la sommatoria delle pene garantiranno a Ruggiero una discreta e meritata permanenza nelle patrie galere: nel frattempo, il nostro pregiudicato (perché tale è a tutti gli effetti), pur trasferito di sede e funzioni ha continuato ad esercitare la giurisdizione nel settore civile e continuerà a farlo salvo un sussulto di dignità della disciplinare del C.S.M.. Alzi la mano chi sarebbe entusiasta se, anche solo per una bega condominiale che lo riguardi, dovesse trovarsi al cospetto di siffatto campione del diritto e delle garanzie costituzionali.

    Per come sono emersi e sono stati ricostruiti i fatti Michele Ruggiero avrebbe omesso di verbalizzare dichiarazioni testimoniali strutturalmente importanti senza le quali si giungeva ad una sintesi non corrispondente al tenore effettivo di domande e risposte che autorizzavano conclusioni ben lontane dalla realtà ed in base alle quali dei cittadini sono stati arrestati, rinviati a giudizio e ne è stata chiesta la condanna.

    La Procura di Trani, purtroppo, non è nuova a scandali di questo genere e viene da domandarsi se, paradossalmente, l’aria di mare che si respira dal Palazzo di Giustizia affacciato sull’Adriatico non risulti nociva per i Pubblici Ministeri e se è vero che una distinzione deve sempre farsi tra la Magistratura e i singoli magistrati il comportamento di alcuni di questi ultimi – non tutti, ma comunque troppi – si riflette inesorabilmente. sull’immagine e la credibilità delle istituzioni e non aiuta nemmeno annotare che, per quanto formalmente corretta sia nella sostanza irragionevole la censura da pochi giorni inflitta da un C.S.M.  (solerte e rigoroso quando vuole) al Dott.  Paolo Storari per essere disperatamente intervenuto al fine di impedire una condanna ingiusta.

    E’ un altro capitolo dell’arcinota vicenda dei verbali secretati consegnati a Davigo: sono state violate delle regole ma, sia pure con un comportamento irrituale, Storari ha onorato la funzione di organo di giustizia che deve riconoscersi al P.M.: in un clima di contrasto, ostilità intestine alla Procura di Milano, sfiducia reciproca, opinabili metodi usati e opaca gestione dell’indagine ENI – NIGERIA il cui finale è noto a tutti e più che mai ai lettori di questa rubrica.

    Grazie allo scomposto ma coraggioso intervento di questo magistrato è emerso lo spaccato inquietante di come possano malamente gestirsi le funzioni inquirenti. Da un lato il “modello De Pasquale” affine al “modello Ruggiero” e dall’altra il “modello Storari”, uno che si è adoperato in tutti i modi per convincere i suoi colleghi a depositare le prove a favore delle difese che stavano imboscando e a dissuaderli dal tentativo di usare un calunniatore professionista per delegittimare il Presidente del Collegio giudicante perché la Procura (così si è espresso Paolo Storari) “non poteva permettersi di perdere il processo ENI”… anche a costo di far perdere la giustizia.

    Per un rompiscatole ignorato, tacciato di creare un clima sfavorevole all’accusa, l’ultima spiaggia divenne rivolgersi a Davigo, sbagliando a fidarsi di lui ma – in ultimo – consentendo di scoprire un verminaio che, dopo aver perso il processo, ha definitivamente fatto perdere la faccia alla Procura.

    Milano provincia di Trani? C’è da augurarsi di no a fronte di un unico (sarà davvero tale?) per quanto grave episodio rispetto alla recidiva reiterata e specifica della Procura pugliese ma c’è da augurarsi una volta di più che abbia torto Davigo quando dice che non ci sono innocenti ma solo colpevoli che la fanno franca.

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