Processi

  • In attesa di Giustizia: comici involontari

    Uno dei più subdoli principi su cui fondare la responsabilità degli accusati fu teorizzato ai tempi di Mani Pulite e da allora largamente condiviso e applicato: soprattutto in presenza di qualcuno da condannare a tutti i costi pur senza avere uno straccio di prova.

    Qualcosa, tuttavia, sembra stia cambiando: la Procura di Latina indaga sulle presunte malefatte di una cooperativa i cui amministratori avrebbero malversato fondi pubblici, golosamente intascati invece di distribuirli come salario ai dipendenti ed impiegarli a vario titolo per la corretta gestione della attività. Del dovuto riserbo e del rispetto del segreto istruttorio neanche a parlarne, e fin qui niente di nuovo: di questo aspetto dovremo riparlare.

    La grande novità cui si deve plaudire è  proprio il superamento in questo caso del principio del “non poteva non sapere” a vantaggio di uno stivalato difensore dei braccianti, dei poveri e degli oppressi sebbene sia legato da strettissimi vincoli con le indagate principali che, non solo lo lascia indenne da informazioni di garanzia (e di ciò, nel rispetto delle regole, vi è da compiacersi), ma provoca alternati sussulti di inatteso garantismo da parte di quella sinistra che vi aveva abdicato ab immemorabile. Bene ma non benissimo posto che l’autodifesa – di avvocati per ora sembra non esserci bisogno – non si è basata sulla strenua negazione dell’illegalità ma sulla assoluta inconsapevolezza di quanto pare accadesse all’interno dei componenti dello stato di famiglia ed è culminata con la illustrazione di un diritto che, sino ad ora, non risulta canonizzato né da codici né da pensatori illuminati e progressisti come – tanto per citarne uno –  Martin Luther King: il diritto all’eleganza. Insomma, la moglie di Cesare è un modello al di sopra di ogni sospetto che non conosce oblio e c’è chi tra lacrimevoli sfoghi riesce a regalare momenti di involontaria comicità.

    Questa settimana, poi, il Ministro della Giustizia ha osato preannunciare lo stimolo ad alcune riforme di matrice apertamente liberale subito intese come una dichiarazione di guerra alla magistratura, risultando in particolare intollerabili le affermazioni a proposito di separazione delle carriere tra giudicanti ed inquirenti e buon governo dello strumento delle intercettazioni.

    L’indomita reazione è stata affidata – tra i primi – al Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati il quale ha pianto per le bestemmie alla Costituzione uscite dalla bocca del Guardasigilli, dimenticando che – sia pure timidamente ma in maniera chiara – la nostra Carta fondamentale all’articolo 107 già delinea la netta distinzione tra Giudici e P.M.;  per non farsi mancare nulla, a proposito di intercettazioni, ha ricordato che una legge intesa a regolarne la pubblicità e punire chi ne fa oggetto di indebita divulgazione. Peccato che abbia omesso di rilevare che i casi di indagine e condanna per questo illecito uso di materiale investigativo siano statisticamente irrilevanti: un’altra pièce comica che si risolve in straordinario assist per un finale da avanspettacolo con Macario affidato al Direttore del quotidiano che, non a caso, ha come azionisti di riferimento proprio un comico in pensione oltra ad un impomatato leguleio.

    Tuona Marco Travaglio, dalle colonne de Il Fatto Quotidiano, chiama alle armi il popolo dei giusti e degli onesti per fronteggiare con adeguata durezza e la proverbiale profondità di pensiero qualsivoglia iniziativa intesa a stravolgere le riforme volute dal migliore Ministro della Giustizia degli ultimi trent’anni nei cui confronti si è consumato l’estremo oltraggio…e chi sarà mai? Claudio Martelli, Giovanni Conso? Nossignori: Alfonsino Bonafede, e non siamo su scherzi a parte.

    Con ciò, il buonumore accompagnerà tutti nelle prossime Festività.

  • In attesa di Giustizia: No Martini, No Party

    Bisogna ammettere che, come esordio del Governo in materia di giustizia, c’era da aspettarsi di meglio: trascurando per questioni di spazio oltre che di complessità tecnico giuridica quanto deciso circa il rinvio della entrata in vigore della “Riforma Cartabia”, stretta nella morsa tra impreparazione degli Uffici Giudiziari a mandarla a regime ed il rispetto dei tempi per conseguire i fondi del PNRR, ed i limiti da porre all’ergastolo ostativo, è il decreto anti rave party che merita commento fatta la premessa maggiore che, curiosamente ma non troppo, proviene dal Ministero dell’Interno e non da quello della Giustizia e sembra proprio scritto da uno di quei questurini di altri tempi che facevano carriera nell’Ufficio Affari Riservati.

    Tecnica redazionale ed impiego della lingua italiana a parte, una norma che preveda come reato «l’invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica e la salute pubblica consiste nella invasione arbitraria di terreni … allo scopo di organizzare un raduno quando dallo stesso può derivare un pericolo per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica» è il trionfo delle ovvietà inutili. Inutili anche perché esistono già altre figure di reato applicabili ed aderenti all’ipotesi concreta di un rave party e soprattutto per il motivo che così come descritte le condotte rimproverabili sono pericolosamente generiche e sottratte al principio costituzionale di tassatività della norma. Tanto è vero che si è dovuti subito intervenire offrendo una prima interpretazione (il decreto è legge in vigore fino ad avvenuta conversione o mancata tale nel termine previsto) che tranquillizzi gli organizzatori di addii al celibato, autorizzi contests di barbecue all’aperto, consenta la celebrazione delle sagre di paese con somministrazione di vini sfusi e salamelle artigianali. Chissà, poi, a chi e come spetterà il compito di attestare il numero dei partecipanti (che, per integrare il nuovo crimine, non devono essere inferiori a 50) da cui, pure, dipende l’illegalità degli eventi verbalizzando il conteggio e distinguendoli da eventuali passanti o curiosi, umarell, come si dice a Milano,…o magari agenti sotto copertura della narcotici.

    Non è finita: questo nuovo reato viene addirittura fatto rientrare nel catalogo di quelli previsti nel codice antimafia ai fini della applicabilità di misure di prevenzione personale: il che, tradotto, significa che ad un rave party è riconosciuto il potenziale genetico dello stesso allarme sociale di una cosca mafiosa, di una associazione finalizzata alla tratta di esseri umani o di un sequestro di persona a scopo di estorsione.

    Vedremo che destino avrà il decreto in sede di dibattito parlamentare mentre già si levano i primi mea culpa insieme ad auspici e promesse che venga migliorato in Aula. Non sarebbe male se ciò avvenisse metabolizzando il canone costituzionale che all’articolo 17 sancisce la libertà di riunione dei cittadini, e che limita il potere di veto da parte dello Stato, previo avviso dell’evento all’Autorità, esclusivamente a “comprovati motivi di sicurezza ed incolumità pubblica” che sono cosa ben diversa dai motivi di “ordine pubblico”: categoria giuridicamente molto più ampia della “sicurezza pubblica”.

    Detta tutta, quei raduni, di cui generalmente si ha notizia anticipata, sono l’apoteosi della illegalità, durante i quali accade di tutto a prescindere dalla occupazione abusiva di terreni e luoghi: spaccio di droga, mescita di alcolici ai minorenni, violenze di varia natura. Cose che succedono – tra l’altro e quotidianamente – nelle zone della “movida” di città grandi e piccole e rispetto alle quali è necessaria innanzitutto la prevenzione, questa sì affidata alle Forze dell’Ordine con gli strumenti di cui già dispongono e quale che sia il contesto in cui si registrano situazioni simili.

    Iniziare meglio era sicuramente più facile che partorire un esempio di muscolare sciatteria normativa insensibile ai limiti costituzionali: e quanto all’arsenale punitivo è più che bastevole quello già esistente, nel caso con qualche minimo ritocco evitando di arricchire il codice penale con un reato da sbirri da operetta alla cui formula manca solo la causa di non punibilità per chi si presenti senza una bottiglia di spumante da condividere: no Martini? No rave party.

  • In attesa di Giustizia: carenze d’organico

    Qualche settimana addietro, questa rubrica si è occupata delle scoperture di organico dei funzionari amministrativi di Tribunali e Procure: nessuna riforma della Giustizia – né quella appena licenziata a firma Cartabia, né altre future – potranno ottenere risultati se non si rimedia a questa criticità non meno che a quella analoga che riguarda i ruoli dei magistrati, recentemente stigmatizzata dal  vice Presidente del CSM, le cui parole sono chiarissime: «Nonostante i concorsi già banditi, considerati i magistrati annualmente in uscita per anzianità, dimissioni o altro, e il fatto che ai prossimi vincitori di concorso saranno conferite le funzioni non prima del 2024, si arriverà presto ad una scopertura di oltre il 20%».

    L’Italia si colloca tra gli ultimi Paesi in Europa per numero di magistrati ogni centomila abitanti ed aggiungendo a questi dati le ricordate carenze – se possibile ancora più gravi – del personale amministrativo, appaiono evidenti le ragioni del disastro della giustizia italiana in termini di irragionevole durata dei processi.

    Questa situazione endemica non sembra tuttavia preoccupare più di tanto la politica (ovviamente c’è anche un problema di fondi da destinare agli stipendi, così opportunamente evitato) ed, anzi, sotto stimolo della stessa magistratura, si preferisce affrontare gli interventi sulla durata dei giudizi intervenendo sulle regole processuali, in particolare su quelle poste a garanzia dei diritti di difesa sostenendo che la lentezza del sistema – ogni riferimento è principalmente rivolto al processo penale –  sarebbe frutto di superflue regole ipergarantiste, cui occorre porre un limite. Per esempio, quelle brutte persone che sono gli avvocati si ostinano a pretendere che il giudice che pronuncia la sentenza sia il medesimo che ha sentito i testimoni:  un principio fissato dal codice che impone, se cambia il giudice, la ripetizione della istruttoria per una regola di buon senso prima ancora che di garanzia. Troppo complicato e allora ci ha pensato la giurisprudenza a “riscrivere” quella norma e, di regola, in caso di mutazione del giudice, non si ripete un bel nulla, salvo cervellotiche eccezioni. Avrà ben più diritto il giudice di cambiare sezione, o funzione, o Foro, del cittadino ad essere giudicato dal medesimo giudice che ha istruito il processo, giusto?

    Gli esempi potrebbero proseguire a lungo ma non è il caso di avvilire i lettori oltre un certo limite; vale, piuttosto, la pena considerare, sulla scorta della denuncia proveniente dai vertici del CSM, che se pure il nuovo Governo decidesse il giorno dopo il suo insediamento una corposa implementazione degli organici, dovremmo attendere alcuni anni per averne i primi benefici.

    Una soluzione non definitiva ma di qualche utilità immediata potrebbe consistere nel fatto che il nuovo Governo eviti di richiedere al CSM la messa fuori ruolo di quei circa 200 magistrati che, come accade sistematicamente da decenni, vengono immancabilmente trasferiti presso i Ministeri.

    Si tratta di una pratica sconosciuta – certamente con queste dimensioni e questa sistematicità – in ogni altro Paese civile e la ragione risiede nel fatto che le democrazie funzionano solo se si garantisce la più rigorosa separazione dei poteri. Qui invece abbiamo una commistione fisica tra quello  giudiziario e l’esecutivo, con evidente squilibrio verso il primo cui la Magistratura italiana tiene moltissimo con i governi che a secondo del proprio colore prediligono questa o quella corrente, ed i magistrati che, acquisendo ruoli apicali di decisivo peso politico (capo di Gabinetto, capo dell’Ufficio legislativo, capo del personale, ecc.) entrano a piedi uniti nella concreta gestione e nel reale orientamento della politica giudiziaria del Paese.

    Ma come faranno le esangui casse dello Stato a fronteggiare anche i costi del reclutamento accessorio di magistrati? Questo sarà il vero problema: qualcosina si risparmia sulle indennità dei capi dipartimento e di gabinetto dei ministeri – più o meno 12.000 euro netti al mese moltiplicati per 13 e per quei 200 fortunati circa di cui si è detto – ed anche sui generosi incentivi economici applicati allo stipendio base di coloro che, invece, restano in ruolo e vengono destinati alle cosiddette sedi disagiate, cioè Tribunali con significative scoperture di organico, che non è detto siano luoghi dimenticati da Dio e dagli uomini, ma – per esempio – Venezia o Mantova.

    L’attesa di giustizia, ancora una volta,  è servita.

  • In attesa di Giustizia: accadde diciotto anni fa

    E’ molto interessante una recentissima sentenza della Corte Costituzionale (l’ultima pronunciata sotto la Presidenza di Giuliano Amato) che ha riconosciuto un perimetro più ampio ai danni risarcibili come conseguenza di quella responsabilità civile dei magistrati che è  già molto parsimoniosamente riconosciuta.

    Evitando ai lettori i dettagli tecnici, la Corte ha stabilito che le vittime di un ingiusto processo o di una ingiusta indagine hanno diritto, oltre che al risarcimento dei danni patrimoniali, a quello dei danni non patrimoniali derivanti dalla lesione di fondamentali diritti della persona diversi – ecco la novità – dal diritto alla libertà personale. In sostanza, la decisione rileva che un cittadino “messo alla gogna” da una accusa ingiusta, anche se non arrestato, subisce egualmente la compressione di diritti non meno importanti quali quello alla dignità, alla reputazione personale e professionale ed alla salute fisica e mentale.

    Vediamo cosa è successo partendo dal presupposto che la Corte Costituzionale, generalmente, si pronuncia sulla costituzionalità di una legge laddove un’Autorità Giudiziaria abbia sollevato la questione durante un processo…e la legge in discussione è una delle meno applicate e meno ancora “digerite” dalla magistratura italiana. Scritta (malissimo) nella originaria versione da Giuliano Vassalli dopo il vergognoso massacro giudiziario di Enzo Tortora ed il conseguente referendum, fu poi blandamente rafforzata nel 2015.

    Il caso in questione ha una particolarità: la vittima della ingiusta ed infamante inchiesta giudiziaria all’origine della causa di responsabilità è a sua volta un magistrato. La vicenda origina in Calabria ed ha come protagonista negativo, l’allora PM Luigi De Magistris – meglio noto come Gigi Flop per il miserevole score delle sue indagini – in buona compagnia con il Procuratore Capo Mariano Lombardi di Catanzaro ed al collega di Ufficio, Mario Spagnuolo: alle 5 di mattina del lontano 11 novembre 2004 costoro mandano la Guardia di Finanza a perquisire l’abitazione del dott. P.A.B., magistrato di origini calabresi in servizio presso la Corte di Cassazione con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa; il magistrato non riuscì nemmeno a comprendere il senso della incolpazione provvisoria confusamente descritta nel decreto di perquisizione e sequestro e non solo perché scioccato visto che l’estensore era De Magistris, noto altresì come “Il Pubblico Mistero”, uomo aduso a formulare ipotesi delittuose che forse lui stesso faticava a comprendere. Dopo questa incursione, tranne lo sputtanamento, non accadde più nulla: nemmeno una convocazione per essere interrogato. Nulla di nulla, e siamo sempre nell’ambito di diffusi (mal)costumi giudiziari di questo Paese, e di alcune sue Procure in particolare. Quando finalmente, dopo due anni, la posizione di questo sventurato venne trasmessa all’Autorità competente (già: erano anche territorialmente incompetenti), cioè la Procura di Roma, chi lesse le fumisterie incomprensibili della imputazione provvisoria  richiese subito, ottenendola, l’archiviazione e il dott. P.A.B. diede avvio al giudizio nei confronti dello Stato per la sua responsabilità sussidiaria ed ottenendo la liquidazione dei danni patrimoniali, ma non quelli morali perché il dott. P.A.B. non era stato arrestato. Si va avanti ed infine la terza sezione civile della Cassazione ritiene di sottoporre la questione alla Corte Costituzionale: ora la vittima di quella ingiustizia avrà diritto anche al risarcimento dei danni non patrimoniali.

    Tuttavia mi sembra di sentire che ciascuno di voi, letta questa storia, si stia chiedendo: ma se la vittima non fosse stato un magistrato, sarebbe andata nello stesso modo? La stessa domanda che mi stavo ponendo anche io, al netto dei diciotto anni di attesa di giustizia.

  • In attesa di Giustizia: non ci resta che piangere

    Verrebbe persino da ridere con talune letture se non fosse che si tratta delle decisioni – e ancor più delle motivazioni – di talune sentenze del C.S.M. in materia disciplinare: in realtà,  non ci resta che piangere.

    Vediamone qualcuna: per esempio non commette illecito disciplinare il magistrato che, avendo saputo di essere indagato ed avvalendosi di relazioni di ufficio con il personale di cancelleria, si fa consegnare il fascicolo che lo riguarda ancorchè secretato. E perché mai, direte voi? Il motivo, secondo il Consiglio Superiore risiede nel fatto che il poverello era evidentemente turbato e, in ogni caso, il fatto deve considerarsi di lieve entità perché ha pure restituito il fascicolo medesimo dopo averlo diligentemente fotocopiato per intero.

    Provateci voi a fare una cosa del genere – più o meno turbati e legati da vincoli amicali con i funzionari di cancelleria – e troverete i Carabinieri ad attendervi fuori dalla copisteria e non certo per ringraziare di non avere dato fuoco alle carte.

    Non è illecito neppure il comportamento del giudice che, giustamente preoccupato per il destino della propria moglie, ne discute amabilmente con il P.M. che la sta inquisendo chiedendo notizie: e che sarà mai? In fondo si tratta solo di un modesto gossip giudiziario, probabilmente scriminato anche dal valore sacramentale del matrimonio.

    Ah! Naturalmente, se si appartiene all’Ordine Giudiziario, ci si può mettere al volante ubriachi ed essere pure condannati per guida in stato di ebbrezza senza incorrere in altre sanzioni: basta che le circostanze del caso inducano a ritenere che il fatto sia di scarsa lesività e non abbia compromesso il prestigio della magistratura: forse perché – ormai – è a livelli talmente bassi che non è un bicchiere di vino in più a fare la differenza. Vi è, tuttavia, da sperare, la sbronza non sia una consuetudine e sia stata smaltita prima di andare in udienza o di mettersi a scrivere una sentenza: ma questi sono solo sospetti e  cattivi pensieri  di noi che siamo brutte persone.

    Sembra scontato, poi, che – senza tema di conseguenze – si possa imputare qualcuno e mandarlo sotto processo per un reato che neppure esisteva al momento della commissione del fatto: suvvia, basta un minimo di elasticità mentale per rendersi conto che, di fronte ad atti complessi, possa esservi qualche innocua disattenzione.

    E voi lettori avete mai saputo di qualcuno cui sia consentito andare nei cinema a luci rosse a molestare adolescenti? Si può, ma solo se sei un magistrato e vivi uno stato confusionale perché durante i lavori di ristrutturazione della casa ti è caduto in testa un legno.

    Si sappia, infine (ma potremmo non finire qui) che va benissimo anche lasciare in galera – persino per un paio di mesetti – qualcuno che dovrebbe, invece, essere scarcerato se il povero giudice è afflitto da non meglio specificati motivi di famiglia: un po’ come capitava a noi quando i genitori ci facevano la giustificazione per le assenze da scuola e non farci incappare in valutazioni negative della condotta.

    Tutti assolti, dunque? Ma certo che no, anche se le decisioni sfavorevoli sono – di solito – di manica extra large e consistono prevalentemente nell’ammonimento o la censura, più di rado nella perdita di anzianità (e, quindi, anche di scatti di aumento dello stipendio). Rarissime sono le rimozioni dall’Ordine Giudiziario.

    Per questa settimana è tutto, e sembra che basti e avanzi.

  • In attesa di Giustizia: scandalo!

    Una recentissima decisione della Corte di Appello di Torino ha provocato indignazione generalizzata:, la Boldrini – tra gli altri – ha subito commentato che si tratta di una sentenza scandalosa  perché, riformando una condanna del Tribunale per violenza sessuale, ha assolto  l’imputato.

    Vi è da dubitare che, come la Boldrini, molti altri commentatori (se non tutti) ignorino il contenuto del fascicolo e neppure la competenza tecnica per fare valutazioni giuridiche: è, piuttosto, ben possibile che si siano affidati a brandelli di motivazione pubblicati dai giornali alla ricerca di incongruenze argomentative. Neppure alla redazione de Il Patto Sociale conosciamo la vicenda e tantomeno i giudici: è, però, noto che la Corte fosse presieduta da una donna (il che, qualcosa può significare) e, come di consueto, in questa rubrica  non si tratterà  di processi senza cognizione di causa ma di ben altro.

    E’, invero, opportuno riflettere su quella che è la  coazione a ripetersi di un corto circuito mediatico che in tema di processi per violenza sessuale segue un copione immodificabile.

    Una prima riflessione è che in questo Paese la notizia di una assoluzione, in generale, desta allarme, non parliamo poi se ciò accade in appello dopo una condanna in primo grado,  per quegli stessi fatti ed in base al medesimo materiale probatorio: tutto ciò è percepito come il segno di una grave anomalia.

    Avviene, invece il contrario se si è condannati  nel secondo grado di giudizio dopo una prima  assoluzione: in questo caso è la giustizia che ha trionfato, una stortura è stata raddrizzata. Questo riflesso forcaiolo è moltiplicato se il processo ha, per l’appunto, ad oggetto una accusa di violenza sessuale e si espongono al pubblico ludibrio dei giudici che hanno osato assolvere, si scava nella motivazione, la si riduce a brandelli, raspollando ogni locuzione eventualmente infelice utile a dimostrare che il proscioglimento è frutto esclusivo di un modo di ragionare maschilista e misogino.

    Naturalmente, qualcosa di simile può sempre accadere ed è sicuramente accaduto in passato, va detto senza infingimenti, con responsabilità equamente divise tra avvocati e giudici asserviti a becere considerazioni del tipo: “era lei ad essere vestita in modo provocante, dove se ne andava in giro di sera conciata in quel modo, le è piaciuto”, e via dicendo. Sempre più raramente, per fortuna, si ascoltano avvocati che si affidano a simili bassezze, e giudici che mostrino di condividerle.

    E’ intollerabile ed incivile, invece,  che siano giudicati gli esiti di un processo da qualche frase estrapolata qui e là. Anni fa fece storia, in proposito, una sentenza della Corte di Cassazione di cui si valorizzò una frase incidentale che ragionava, tra mille altri e ben più corposi argomenti, anche su quanto fossero stretti i jeans della presunta vittima e come potessero essere stati tolti senza impiegare violenza: si  scatenò subito il linciaggio contro una decisione  molto ben strutturata e meditata basandosi su un dettaglio ininfluente.

    Nulla sembra essere cambiato oggi, e se è sacrosanta la condanna di comportamenti sessuali  alimentati da una subcultura misogina ed ottusamente maschilista, nemmeno si può pretendere, che vi sia una sorta di statuto speciale della prova per i reati di violenza sessuale. Si è disposti ad accettare il dubbio su un omicidio, ma non su una violenza sessuale. Tema invece, quest’ultimo, delicatissimo quando essa si colloca in quella zona grigia nella quale occorre accertare rigorosamente sia la certezza della mancanza di  consenso al rapporto sessuale, quanto la  percezione di un dissenso da parte di chi avanza l’approccio. Sono dati cruciali, che il giudice deve ricostruire in via induttiva da ogni possibile dettaglio; e se quella ricostruzione pone in crisi l’esistenza dell’uno o l’altro elemento della condotta, si impone l’assoluzione come per qualunque altro reato, anche il più efferato. Il Giudice deve essere libero da ipoteche ideologiche o da ricatti culturali, perché è chiamato semplicemente a ricostruire un fatto. Se lo fa male, c’è il rimedio delle impugnazioni, per fortuna. Ma non si può accettare l’idea che il giudice sia sospetto di aver fatto male il proprio mestiere solo quando assolve: questa sì, è la notizia che dovrebbe allarmare.

  • In attesa di Giustizia: tutto il mondo è paese

    Tutto il mondo è paese: non che il “mal comune mezzo gaudio” debba essere davvero motivo di consolazione ma è corretto registrare che anche altrove l’amministrazione della giustizia alimenta polemiche di ogni genere.

    Probabilmente in California non è mai giunta l’eco delle prodezze e dei programmi di intervento di Pubblici Ministeri come Piercamillo Davigo (“rivolteremo l’Italia come un calzino”) ma, tant’è, vi è stata recentemente una vera e propria sollevazione contro quella che si è definita “politica permissiva” di alcuni Procuratori distrettuali, come quello di Los Angeles che è stato addirittura destituito attraverso un referendum popolare: cosa possibile, perché nel sistema americano, i pubblici ministeri sono un organo politico eletto direttamente dal popolo e il popolo ai referendum va a votare.

    Al “District Attorney” della Città degli Angeli è stato attribuito l’aumento della criminalità di strada – quella maggiormente percepita dalla popolazione – perché con la sua politica avrebbe ridotto la sicurezza pubblica.

    Come? Alleggerendo, per esempio, i requisiti per la cauzione e in tal modo rendendo più facile per i presunti autori di reati tornare liberi ed anche rifiutandosi di perseguire determinati reati, come il vagabondaggio o la prostituzione: altra cosa possibile, sì,  perché, sempre nel sistema americano, l’azione penale è facoltativa e non obbligatoria come da noi, dove Travaglio – per un’iniziativa simile – avrebbe scatenato  una sorta di guerra civile.

    Eppure è un dato statistico costante che, in America, negli Stati dove vige la pena di morte il tasso di criminalità è addirittura più elevato rispetto a quelli dove quella massima è l’ergastolo.

    Anche oltre Oceano, quindi, il denominatore comune del populismo è lo stesso che da noi: più repressione uguale più sicurezza.

    Forse non sarebbe sbagliato riconsiderare che il problema non nasca  da un facilitato accesso  alla libertà su cauzione ma vi sia un rapporto causa/effetto nella coincidenza temporale fra l’inizio della pandemia e l’aumento della criminalità di strada. Il populista medio, però, fa un uso normalmente contenuto della elaborazione del pensiero.

    Tutto il mondo è paese: è cronaca di questi giorni il susseguirsi di reati contro il patrimonio tipicamente “da strada”, soprattutto a Milano e – forse non a caso – in coincidenza con la fiera del mobile e del design; evidentemente vi è un malessere diffuso, un problema sociale che non può essere risolto attraverso il sistematico ricorso al diritto punitivo ed il tintinnare delle manette che non svolgono alcuna reale funzione deterrente…e giustizia e sicurezza sono concetti adiacenti ma non analoghi ed i rigori della prima non possono essere la soluzione della seconda per la quale il rimedio è la prevenzione.

    Prevenzione che – a certi livelli – si realizza anche con interventi che pertengano la salvaguardia dell’occupazione e l’adeguatezza della retribuzione dei lavoratori. L’impoverimento è la prima causa di devianza, particolarmente della microcriminalità  e non si contrasta né con il carcere né con misure quali il reddito di cittadinanza che non è una cura ma un cerotto su una ferita.

    Indipendentemente dall’esito dei referendum nostrani di sicurezza e di problemi della giustizia si continuerà a parlare perché la verità è che la politica tende ad ignorarli sebbene si abbattano sui cittadini e che ai magistrati interessa più la loro politica interna, correntizia, piuttosto che quella del Palazzo. E la prova è che tutti parlano da sempre dei mali dell’amministrazione dei tribunali senza che sia mai stata trovata una soluzione. Anzi,  l’impressione è che, più se ne parla, meno si fa e più i mali della giustizia si aggravano. Prendiamo il sovraffollamento carcerario che si ripropone a cadenze regolari di qualche anno o la lunghezza dei processi che sembravano eterni già negli anni Settanta ed oggi durano ancora di più. La ragione di tutto questo? Sciatteria, è la prima parola che viene in mente.

  • In attesa di Giustizia: cronaca di un flop annunciato

    Lunedì 16 maggio avrebbe dovuto essere il gran giorno: quello della mobilitazione dei magistrati, indetta dalla Associazione Nazionale, per protestare contro la riforma proposta dalla Ministra Cartabia: se proprio dobbiamo dirla tutta, contro quella porzione che prevede regole più stringenti per le valutazioni in vista dei progressi in carriera (e in busta paga…).

    Deludente il risultato in termini di adesione, a macchia di leopardo nelle diverse sedi giudiziarie con una media nazionale che non raggiunge il 50%. L’ultima volta che ce ne fu uno, molti anni fa, il riscontro fu plebiscitario con un 85% ma c’è da dire che erano altri tempi e, soprattutto, lo sciopero era indetto contro iniziative del Governo Berlusconi.

    L’iniziativa era stata lanciata da quella che fu la roccaforte della magistratura: Milano e l’opinione corrente era che per non parlare di flop sarebbe stata necessaria una partecipazione intorno all’80%: poco più di 4.000 tra P.M. e giudici su un totale di 8.884 non è gran cosa.

    Naturalmente è intervenuta la difesa d’ufficio del Presidente dell’ANM, Santalucia che – dovendo ammettere la dèbacle – giustifica il risultato con una spaccatura generazionale: “Direi che la magistratura, specie i colleghi più anziani, sono un corpo disilluso. Molti pensano che poco può cambiare e che sopravviveremo anche a questa riforma”.

    Tradotto: bene ma non benissimo, in fondo è da sempre che ci autoassolviamo e che riusciamo a superare qualsiasi possibile intralcio alla limitazione dei nostri poteri e privilegi, ce la faremo anche questa volta.

    Non si è persa l’occasione di “mostrare i muscoli”, se non una certa diffusa maleducazione: quasi nessuno ha anticipato se avrebbe aderito allo sciopero con ciò costringendo avvocati, testimoni, parti offese, periti, imputati a organizzarsi comunque – anche per trasferte più o meno lunghe – in vista di udienze che, poi, non si sono celebrate, apprendendo la mattina  stessa prevista per l’incombente le ragioni di rinvio.

    Si tenga conto che quando vi sono astensioni degli avvocati, la legge prevede che l’adesione sia comunicata con giorni di anticipo “per meglio organizzare la gestione del ruolo ed evitare la citazione superflua di testimoni e consulenti” ed è necessario garantire la presenza anche solo di un sostituto per consentire le operazioni di rinvio. Ma si sa: la legge è uguale per tutti solo nelle scritte che campeggiano nelle aule e per le Signorie Loro non ce n’è neppure una a regolamentare la materia.

    Ormai non diciamo nulla di nuovo: proprio in questi giorni sono usciti i dati relativi alle riparazioni economiche per ingiuste detenzioni relative al 2021 che registrano un aumento di oltre il 10% rispetto all’anno precedente e l’uso improprio delle manette è costato allo Stato quasi venticinque milioni di euro; in tutto ciò, la giustizia del C.S.M. si segnala per avere “assolto” tutti, non uno escluso, i magistrati sottoposti a procedimento disciplinare per abuso del potere cautelare e la responsabilità di quei milioni costati allo Stato non grava, dunque, in capo a nessuno.

    Del resto, lo disse Enzo Tortora – che qualcosa ne sapeva – con una efficace esemplificazione: “In Italia solo tre categorie di persone non rispondono dei loro crimini: i bambini, i pazzi e i magistrati”.

  • In attesa di Giustizia: all’armi, all’armi!

    La riforma della Giustizia “a firma” della Ministra Cartabia, oggettivamente, non è entusiasmante e Carlo Nordio, non uno qualunque, l’ha definita “il minimo sindacale per conseguire i fondi europei del PNRR”.

    Marta Cartabia ed il suo staff, d’altro canto, hanno un limite insuperabile che è quello della necessaria approvazione delle iniziative di legge di origine governativa da parte del Parlamento: e qui iniziano i guai perché ciò significa raggiungere equilibri anche improbabili nella prospettiva di vedersela con i voti, ahinoi ancora numerosi, delle truppe cammellate del giullare che l’ha preceduta nel ruolo di Guardasigilli offrendo, quando ha tentato di parlare di diritto, involontari momenti di ilarità.

    Un giullare, dunque, assai diverso da quelli di shakespeariana memoria che nell’”Enrico IV”, piuttosto che in “Re Lear” incarnano una sensibilità diversa che li porta ad esprimere con inattesa saggezza la propria verità di fronte alle vicende umane e che – oltretutto – non si valgono del consenso di comici veri prestati alla politica o del sostegno dottrinale dell’avvocato Conte. Non Paolo, il jazzista: quello lo si ascolta sempre volentieri.

    Frutto, quindi, di implacabili esigenze di compromesso, la riforma nasce criticata da più parti e ferocemente contrastata dall’Associazione Nazionale Magistrati che ha persino acquistato pagine di quotidiani per gridare il proprio dissenso ai cittadini: non bastando la qual cosa, l’Assemblea Generale del sindacato delle toghe ha proclamato uno sciopero (in data da destinarsi) non per protestare ma per essere ascoltati.

    Ma, cos’è che turba tanto l’Ordine Giudiziario? Forse l’insufficienza di garanzie o che non si siano adottati strumenti per contrastare l’eccessiva durata dei processi, magari l’inadeguatezza dell’organico e delle strutture? E, per essere ascoltati, non basterebbe avere una credibilità un filo maggiore a quella attuale?

    No! Le preoccupazioni sono ben altre: prima fra tutte sembra essere la istituzione di un fascicolo per ogni magistrato (Giudice o P.M. che sia) che ne raccoglie i dati dello sviluppo professionale e delle performances, una più rigida separazione delle funzioni tra giudicanti ed inquirenti e – naturalmente – lo sbarramento al rientro in magistratura dopo esperienze di natura politica.

    Tradotto: nessuno mi può giudicare nemmeno tu (riferito al nuovo C.S.M.) come cantava Caterina Caselli nel lontano 1966, pochi anni anteriormente alla approvazione della legge c.d. “todos caballeros” che prevede l’automatismo nel progresso in carriera – e nello stipendio – in virtù del semplice ed inesorabile decorso del tempo e di accordi correntizi al posto di una disamina della qualità del lavoro svolto.

    Per esempio, prima di allora, un magistrato che intendesse passare di grado da Giudice di Tribunale a Consigliere di Corte d’Appello vedeva valutati gli esiti proprio in Corte d’Appello delle sentenze da lui redatte. Se venivano in gran numero riformate, beh, che non meritasse il “passaggio di livello” risultava abbastanza chiaro e condivisibile.

    Anche la stretta sulla separazione delle funzioni – al di là di comici lamenti circa la conseguente soggezione all’Esecutivo dei Pubblici Ministeri, impedita da almeno tre articoli della Costituzione – appare non graditissima forse perché non consentirebbe l’allegro zampettare dalla giudicante alla requirente e viceversa a seconda delle sedi o posti semi direttivi o direttivi più appetibili a disposizione.

    E poi, e poi…il divieto di reingresso in magistratura dalla politica: giammai! E se uno non viene rieletto, poverello, cosa fa, resta senza lavoro o se ne deve cercare un altro? Una condizione straziante da prevenire con indomita energia.

    Vedremo cosa deciderà in ultimo la Giunta esecutiva dell’ANM che dovrà riunirsi per definire data e programma della protesta: riunione che, forse, se Palamara non la smette di chiacchierare e la Procura di Brescia di indagare, potrebbe tenersi durante l’ora d’aria al carcere di San Vittore.

  • In attesa di Giustizia: Venerdì Santo

    Siamo, è vero, in periodo di Quaresima ma per talune amministrazioni dello Stato, il venerdì è sempre da santificare come a Pasqua.

    Prendiamone uno qualsiasi, a caso: 25 marzo, una tiepida giornata di primavera più che mai suggestiva per una gita fuori porta, una boccata d’aria buona senza mascherina che, al chiuso, invece è ancora d’obbligo.

    Ecco allora che si può assistere alla desertificazione dei Palazzi di Giustizia; anche in questo caso prendiamone uno a campione, ma che sia un campione significativo: il tribunale penale di Roma, per esempio, che è il più grande d’Europa con dieci sezioni, più di cento magistrati addetti, e personale delle cancellerie in numero imprecisabile ma almeno il quadruplo. Sono tanti, poverelli, e si farà fatica a pagarli ad aprile con la eliminazione temporanea delle accise sulla benzina per finanziare le guerre Puniche; giusto, quindi che si prendano un po’ di meritato riposo. C’è anche il caso che tutto ciò sia dovuto all’apprezzabile intenzione di meglio garantire l’integrazione di migranti di fede musulmana, mostrando loro che anche da noi il venerdì è di festa.

    Roma, per intenderci, è la sede giudiziaria nella quale solo durante il primo lockdown, quello tosto di inizio pandemia, in un paio di mesi si è assistito al rinvio di oltre 25.000 processi. Ma venerdì 25 marzo c’era il sole e la situazione (con la pioggia, probabilmente, nulla sarebbe cambiato) proponeva quindici aule rigorosamente sbarrate: altre decine di processi che non si faranno mai…salvo poi sostenere che è colpa degli avvocati che si inventano ogni possibile nequizia per ritardarli e fare prescrivere i reati.

    Reati che, con la geniale riforma del buffo Guardasigilli del Governo grillino, potrebbero non prescriversi mai: e, allora, perché celebrarli? Tanto c’è tempo e c’è il sole di primavera.

    Il Paese reale, tuttavia, offre anche esempi di implacabile dedizione al lavoro anche durante il week end, mostrando insensibilità assoluta alle lusinghe del clima mite. Prendiamo un altro esempio a caso: Pavia.

    Solerti servitori dello Stato, infatti, hanno notificato ai difensori la citazione a giudizio di un morto: Lazzaro, alzati e cammina, senza fretta mi raccomando, tanto l’udienza sarà a febbraio 2023.

    E, si badi bene, il morto non è uno qualsiasi, ma un morto piuttosto famoso proprio a Pavia: Youns El Boussettaoui, ucciso il 20 luglio scorso a Voghera durante una misteriosa colluttazione con l’assessore Massimo Adriatici…misteriosa anche perché il Pubblico Ministero non voleva mettere a disposizione degli avvocati della famiglia della vittima i filmati delle telecamere di sorveglianza che, per ottenerle, si sono dovuti rivolgere al Giudice per le Indagini Preliminari che ne ha ordinato la consegna: e poco ci è mancato che dovessero intervenire i Carabinieri perché il Pubblico Ministero non voleva proprio mollare la presa su quelle riprese nemmeno di fronte a un provvedimento giudiziario.

    Cosa ci sarà mai in fotogrammi così gelosamente custoditi? Forse lo sapremo quando si farà il processo. Certo…se mai si farà, se il buon Dio, in attesa di Giustizia ci avrà conservato in questo mondo.

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