Processi

  • In attesa di Giustizia: 1984

    Ci mancava solo questa: a distanza di anni, salta fuori un nastro, sul quale è incisa la voce di un magistrato – purtroppo (od opportunamente, a seconda dei punti di vista) deceduto e quindi impossibilitato a confermare o smentire – che racconta a Berlusconi e a qualcun altro che la sentenza dell’agosto 2013 fu dettata da ragioni politiche e non giuridiche.

    Non c’è niente da fare, meritiamo di morire di intercettazioni perché viviamo di intercettazioni: aveva ragione Orwell, il grande fratello come oggi  lo conosciamo è arrivato forse un po’ dopo il 1984 ma ormai è tra noi e ci  osserva senza tregua.

    Poniamo l’attenzione, per un istante, su una serie di ovvietà e proviamo a trovare una sintesi a margine di questa ennesima, sconcertante, vicenda:

    1. quella sentenza non convinceva e neppure la premura con cui venne disposta la discussione del ricorso in periodo feriale senza che vi fossero reali ragioni di urgenza;
    2. il sospetto vi è sempre stato che le azioni giudiziarie contro Silvio Berlusconi (e il modo in cui erano condotte) non fossero del tutto immuni da condizionamenti metagiuridici (fermiamoci qui, il rischio querele inizia a corrersi un po’ troppo spesso);
    3. è molto singolare che un magistrato confessi il più grave tra i peccati giudiziari al diretto interessato;
    4. perché attendere che il magistrato fosse morto per svelare il contenuto del colloquio?
    5. perché tutto questo capita oggi, in piena bufera per il caso Palamara?
    6. la causa civile intentata a Milano da cui è emersa questa “verità rivelata” non sarà stato un espediente per ottenere proprio questo risultato?
    7. chi ha deciso la causa civile, peraltro, appartiene all’ordine giudiziario esattamente come coloro che condannarono Berlusconi.

    Ovvietà che ci fanno intendere come la questione vada presa con le molle, in ogni caso.

    Resta, però, il fatto che, ancora una volta, tutto nasce (e muore) in una intercettazione, occulta o compiacente che sia e che, attraverso il contenuto di un nastro (o di un file), emergano fatti o verità di cui nessuno sapeva niente e che dipendono esclusivamente da quel nastro.

    Moriremo di intercettazioni. Anzi: ci intercetteremo tutti, precostituendoci prove da usare, prima o poi, pro o contro qualcuno. E nessuno crederà più a nulla, o saremo tutti dannati.

    D’altra parte, siamo sulla strada giusta: la credibilità dei magistrati è compromessa; i processi si fanno in tv; le vicende giudiziarie non si chiudono mai.

    Ci mancava solo questa: è il trionfo del relativismo di cui parlava quel sant’uomo di Ratzinger.

    E, intanto, l’attesa di giustizia continua.

  • In attesa di Giustizia: chi entra, chi esce

    Storie di questi giorni, apparentemente diverse ma con un minimo comune denominatore: si tratta di un arresto ed una scarcerazione, entrambe fanno scalpore ed entrambe fanno gridare all’ingiustizia ma – in realtà –  c’è giustizia in entrambi i casi.

    Emilio Fede stava scontando una condanna definitiva in regime di detenzione domiciliare nella sua abitazione di Milano. Essendo un beneficio consentito dall’ordinamento penitenziario, aveva chiesto al Magistrato di Sorveglianza di potersi recare a Napoli per incontrare la moglie che non vede da tempo e festeggiare con lei il suo ottantanovesimo compleanno.

    Dando per scontata l’autorizzazione (in effetti l’istanza era priva di controindicazioni), il giornalista si organizza la trasferta: Frecciarossa, pernottamento in un albergo sul lungomare e una cena romantica con vista sul Borgo dei Pescatori. Senza aspettare che gli venga notificato quel permesso cui aveva diritto, Emilio Fede esce di casa e parte in direzione Napoli: una città che, con la sua struggente bellezza, può essere complice di amori mai sopiti o da ritrovare.

    Non doveva e non poteva andare così: l’impazienza doveva essere contenuta e misurata sul provvedimento del Magistrato e, attenzione, perché da noi, quando vuole la Giustizia sa essere implacabile e rapidissima: più che altro, in questo caso, l’evasione viene scoperta – perché tale, tecnicamente è – in quanto Emilio Fede aveva avvisato i Carabinieri di Milano che sarebbe partito; viene così individuato senza difficoltà, definirlo latitante è pure tecnicamente corretto e quindi viene  prelevato da ben quattro uomini delle Forze dell’Ordine che lo riconducono in albergo con obbligo di permanervi fino a nuove determinazioni dell’autorità giudiziaria. Per tutta una serie di ragioni, anche queste corrette, che per brevità vengono omesse non viene condotto in carcere. A quasi novant’anni, per una pizza annunciata insieme alla moglie sarebbe stato anche un po’ troppo…

    Giustizia, dunque è fatta non senza richiamare il brocardo dura lex sed lex: qualcuno su questa vicenda ci ridacchia e passa oltre, qualcuno sicuramente pensa che “se l’è cercata e gli sta bene”.

    L’altra storia, invece, è quella che ha sgomentato il Guardasigilli facendo gridare allo scandalo uno stuolo di indignati in servizio permanente effettivo: Massimo Carminati, imputato principale del processo c.d. Mafia Capitale è stato scarcerato perché si è fatto cinque anni e sette mesi di custodia cautelare, senza che nei suoi confronti sia intervenuta una sentenza irrevocabile di condanna. Lo prevede la legge, prima ancora la Costituzione: non si può restare detenuti in eterno nell’attesa di una sentenza definitiva, ci sono dei termini e non sono nemmeno brevi. Quando la condanna di Carminati diventerà irrevocabile tornerà in carcere, sempre che la Corte d’Appello di Roma gli infligga una condanna ad un periodo di reclusione superiore alla carcerazione già subita, dal momento che la Cassazione ha detto quello romano non era un aggregato mafioso. Implacabile anche lui, il Ministro della Giustizia ha subito mandato gli Ispettori per verificare cosa fosse successo ma in fondo bastava procurarsi un codice di procedura, pochi articoli dal 303 in avanti e se per l’Eccellenza Bonafede un codice è troppo, per calcolare la durata massima della carcerazione preventiva può bastare qualcuno che gliela spiega e un calendario. Morale? Due storie tanto diverse e tanto simili, come si diceva all’inizio anche se un po’ complicate da capire per i non addetti ai lavori che, forse, su queste colonne si è contribuito a comprendere verificando che, nonostante tutto, conserviamo un barlume di Stato di diritto, pure per i malacarne.  Ancora difficile da comprendere per i giacobini de noantri? Può darsi e viene in mente il pensiero di un vecchio, grande, avvocato: il diritto è una materia ostica per me, figuratevi per voi.

  • Carminati, la democrazia ed i giudici

    E’ assolutamente detestabile ed insopportabile il fatto che all’interno di un “presunto” stato di diritto un personaggio come Carminati possa uscire di galera dopo CINQUE anni e SETTE mesi di carcerazione preventiva.

    In altre parole, in (ripeto) cinque anni e sette mesi, un paese che si “definisce” democratico come l’Italia non è riuscito ad istruire e a portare a termine un processo contro questo personaggio. Il sistema giudiziario, nella sua articolata complessità, ha dimostrato ancora una volta la propria inefficienza ed insufficiente produttività anche per reati gravi come quelli imputati a Carminati.

    Il problema non è rappresentato, quindi, dalla polizia o da una delinquenza sempre più invasiva, ma da un sistema giudiziario e dalle “professionalità” che lo rappresentano, cioè i giudici ai quali non vengono imposti parametri temporali entro i quali istruire un processo e portarlo a termine.

    Nello specifico la completa responsabilità va attribuita ai giudici se Carminati dopo 5 anni e 7 mesi di carcerazione preventiva (degna del peggior stato dittatoriale dell’America Latina) ritrovi la possibilità di assaporare il gusto della libertà e magari di delinquere ancora.

  • In attesa di Giustizia: un anno bellissimo, ma anche no

    Tra le promesse post elettorali il Governo aveva formulato quella di un anno bellissimo a venire dopo l’insediamento a Palazzo Chigi: il pronostico era riferito all’economia e non è questa la sede per commentarlo, in questa rubrica parliamo di giustizia e siccome anche questo ambito rientra nelle priorità di intervento dell’esecutivo, qualche considerazione – invece – si può fare.

    A Bari, tanto per cominciare, alle soglie dell’estate si era verificata l’inagibilità del Tribunale: criticità affrontata inizialmente con la celebrazione delle udienze (non tutte, sia chiaro) in una sorta di accampamento tendato esposto a temperature elevate non meno che alle piogge, e sarebbero i problemi minori. Da allora la situazione non è molto migliorata: gli uffici giudiziari sono stati sottratti alle tensostrutture per essere trasferiti in vari plessi che vanno da un ex palazzo della Telecom a sedi giudiziarie circumvicine chiuse perché soppresse; il tutto con una quotidiana, necessitata, transumanza di fascicoli, magistrati, cancellieri, avvocati e imputati con quanto ne consegue in termini di dignità delle persone, dei ruoli ma anche di efficienza e salvaguardia degli atti processuali che rischiano continuamente di andare smarriti, degradati per l’incuria o confusi tra loro. Si teme che anche quest’anno verrà decretata la sospensione dei processi penali per i tre mesi estivi con blocco della prescrizione, che in questo caso è incostituzionale. Come dire, la soluzione è nel non fare qualcosa intanto che ci si arrangia.

    Proseguiamo: la Corte Costituzionale, oltre un anno fa, aveva invitato il legislatore a por mano alla legge sugli stupefacenti perché prevedeva pene minime ritenute irragionevoli, quindi in contrasto con l’articolo 3, per i reati “di confine” tra le ipotesi di minore gravità e quelle ordinarie non aggravate. Ovviamente, un legislatore sensibile solo al tema della certezza della pena, confuso con quello della sua durata, si è ben guardato dal seguire le indicazioni del Giudice delle Leggi che, così, nel mese di marzo è dovuto intervenire nuovamente dichiarando l’incostituzionalità di quelle sanzioni non senza rimarcare, tra le righe della sentenza, una colpevole inerzia da parte di chi avrebbe dovuto provvedervi da tempo.

    Un’altra “legge manifesto” è stata quella a contrasto dei reati contro la Pubblica Amministrazione, il cosiddetto Decreto Spazzacorrotti che prevedeva – tra l’altro – l’esclusione immediata dei condannati, anche per fatti anteriori alla sua entrata in vigore,  dalla possibilità di ottenere taluni benefici previsti dall’Ordinamento Penitenziario. Proprio di questa norma il Guardasigilli andava molto fiero, senonché sono già almeno quattro le ordinanze di altrettanti Tribunali di Sorveglianza di trasmissione alla Corte Costituzionale per non manifesta infondatezza di eccezioni di costituzionalità sollevate.

    Pochi giorni fa, dopo lunghissima riflessione, il Capo dello Stato ha promulgato la riforma della legittima difesa accompagnandola con un fattore eccezionale: una missiva ai Presidenti delle Camere e del Consiglio dei Ministri con la quale da un lato si invita il legislatore a colmare immediatamente evidenti lacune tecniche del testo e dall’altro interpretando la complessiva disciplina in termini che la propongono come del tutto superflua, non diversamente dal commento che su queste colonne era stato offerto qualche settimana addietro.

    In ultimo, la Commissione Europea ha censurato pesantemente il “sistema giustizia” italiano, maglia nera tra i Pesi UE, per lentezza e inefficienza. Allora, forse, non sono quegli Azzeccagarbugli degli avvocati (così definiti da Bonafede) la causa di tutti i mali della Giustizia che impone il previsto blocco della prescrizione dal 2020.

    Il Ministro a tale autorevole critica ha già risposto che in uno dei prossimi Consigli verrà proposto il piano di intervento per dimezzare i tempi dei processi: se la tecnica normativa sarà analoga agli esempi proposti non c’è da stare tranquilli e l’unico anno bellissimo di cui favoleggiare è possibile che resti quello cantato da Lucio Dalla.

  • In attesa di Giustizia: giustizia e gestanti

    Che si sappia, era già successo un anno fa circa a Livorno: un’avvocata (come si usa dire adesso) di Pisa in stato di gravidanza considerata a rischio aborto aveva presentato con buon anticipo un’istanza di rinvio di udienza per legittimo impedimento rappresentando l’impossibilità di indicare un sostituto poiché si trattava di un incombente importante cui avrebbe dovuto presenziare lei in quanto titolare dell’incarico difensivo.

    Nonostante fosse corredata di certificato medico la richiesta è stata ritenuta inammissibile perché sarebbe stato indicato solo genericamente il rischio cui si esponeva la professionista. Tale provvedimento aveva determinato una risoluta presa di posizione da parte delle Camere Penali locali e della Associazione dei Giovani Avvocati.

    Non è dato sapere che sviluppi abbia avuto questa vicenda né se ve ne siano state altre (una sarebbe già di avanzo…) almeno fino a pochi giorni fa quando la storia si è ripetuta a Roma davanti al Tribunale Civile che, dopo aver differito un’udienza senza fornire spiegazioni del motivo ha rigettato la richiesta di rinvio presentata da un’avvocata perché la nuova data coincideva sostanzialmente con quella per lei prevista per il parto. O meglio, il Giudice nel suo provvedimento ha riservato ogni valutazione “all’esito delle determinazioni della controparte attesa la natura del procedimento e gli interessi sottesi”. Come dire: se ne parlerà direttamente quel giorno senza che la richiedente il rinvio possa partecipare al contraddittorio.

    Quello che non si è detto è che si trattava di una ordinaria causa di separazione tra coniugi.

    L’accaduto ha generato indignazione ed una durissima risposta del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma che in una nota ha ricordato al Tribunale (che le norme le dovrebbe conoscere) che proprio la legge di bilancio del 2018, coordinandosi con i codici di procedura civile e penale, ha disciplinato la possibilità per gli avvocati in stato di gravidanza di chiedere rinvii nei due mesi anteriori alla data del parto e nei tre successivi.

    Fatto sta che, se non altro, in questo caso vi è stata una retromarcia e il rinvio è stato concesso senza nulla togliere all’obbrobrio della prima determinazione.

    Questi episodi ne richiamano alla mente un altro, di qualche anno fa, sempre “romano”: ancora una volta un’avvocata apprende, di domenica, della scomparsa improvvisa della madre che viveva a Chieti: prima di partire per l’Abruzzo avverte i suoi collaboratori dell’accaduto e passa dallo studio per lasciare tre istanze di rinvio per altrettante udienze del lunedì subito successivo. Risultato: un’udienza rinviata, un’altra no perché non era stato documentato il decesso del genitore, la terza nemmeno perché tardivamente richiesta.

    Come dire: in questo Paese, in perenne attesa di una Giustizia che viaggia a passo di lumaca, si può essere persino privati del diritto di coltivare salute e  sentimenti. Siano essi quello di una vita in arrivo da tutelare o un dolore lancinante e improvviso.

  • In attesa di Giustizia: siamo nelle mani di Dio

    In solo una settimana è successo di tutto e di più e questa rubrica per trattarne adeguatamente dovrebbe occupare per intero un numero de Il Patto Sociale.

    Una necessaria selezione ha condotto a focalizzare tre episodi, uno dei quali tenuto per ultimo in un soggettivo crescendo di rilevanza, sicuramente è il più inquietante.

    Non c’è chi non abbia avuto notizia della diffusione delle immagini a luci rosse della deputata grillina Giulia Sarti: francamente, a parte il diritto che deve riconoscersi a chiunque di comportarsi come ritiene nella sua intimità laddove non sia nocivo ad altri, è sgomentevole come la rete possa diventare territorio di caccia ed utile strumento per volgari regolamenti di conti, ricatti e trasferendo sul piano personale, con il pretesto di ergersi a censori della morale,  motivi diversi di contrasto.

    L’accadimento ha però suscitato l’interesse ad approfondire chi sia Giulia Sarti, e qui arriva una sorpresa che genera qualche riflessione: laureata in giurisprudenza nel 2012, deputato M5S dal 2013, è ora Presidente della Seconda Commissione Giustizia della Camera. La domanda sorge spontanea: sarà bravissima ed ottima persona ma quale esperienza, competenza, specializzazione ed autorevolezza – al di là, magari, di ottime votazioni negli esami e di laurea – si può avere poco dopo il diploma per assurgere ad un ruolo così delicato in sede legislativa senza  nemmeno  avere mai esercitato una professione forense? Un segno evidente di quanto i compromessi politici nella spartizione delle poltrone possano incidere sulla sensibilissima attività di normazione in materia di giustizia.

    Passiamo ad altro e anche di ciò si è ampiamente trattato sui media ma, se fosse sfuggito, ecco l’accaduto: la Cassazione ha, giustamente, annullato una sentenza della Corte di Appello di Ancona che aveva mandato assolti i presunti autori di una violenza sessuale (precedentemente condannati in primo grado di giudizio) adducendo la ragione che la vittima sarebbe – per usare un eufemismo – non così avvenente da stimolare appetiti sessuali. Può essere che gli imputati non siano davvero responsabili di quel crimine ma la motivazione è inaccettabile e, facendo un passo oltre l’impatto sensazionalistico della notizia, ci fa comprendere come la legge (sperando che sia fatta bene) possa essere uguale per tutti ma la giustizia assolutamente no.

    In ultimo, qualcosa che solo alcuni addetti ai lavori hanno appreso: dopo che il Ministro della Giustizia ha annunciato l’intenzione di riformare il processo penale, anticipando alcune linee di intervento, la Associazione Nazionale Magistrati si è accodata formulando le sue proposte e l’Unione delle Camere Penali ha ritenuto giustamente di aprire un tavolo di concertazione per condividere le iniziative che, non sempre, erano convincenti dal punto di vista del rispetto delle garanzie.

    Ebbene, nel corso di una riunione con i suoi iscritti, il Presidente dell’A.N.M. – dimentico di essere registrato e ripreso da Radio Radicale – ha spiegato senza mezzi termini in che modo avrebbe fatto il gioco delle tre tavolette con gli avvocati penalisti: e cioè facendo credere loro di essere d’accordo su una specifica riforma (qui non interessa sapere esattamente quale ma è una di significativo rilievo) mostrando il testo di un possibile disegno di legge salvo poi farne avere un altro, diverso e meno garantista, al Ministro quando si fossero trovati a quattr’occhi. Ogni commento è riservato ai lettori.

    Insomma, l’attesa di Giustizia, con questi presupposti, sembra essere un momento ancora di là da venire e non può essere che motivo di preoccupazione considerare che, in questo delicatissimo settore, siamo tutti soltanto nelle mani di Dio.

  • In attesa di Giustizia: gli ossimori di via Arenula

    Chi si ricorda di Soccorso Rosso? Era una struttura nata negli anni di piombo per offrire – tra l’altro –  assistenza legale ed economica ai militanti della sinistra extraparlamentare.

    Ora, nel terzo millennio, prende vita “Soccorso Rousseau”, chiamiamolo così per assonanza con la piattaforma internet del M5S su cui si esprimono e scambiano idee e proposte anche legislative; invero si tratta dello Scudo della rete: funzione che si propone di garantire la difesa ad iscritti e rappresentanti eletti del Movimento raggiunti da iniziative legali che il Ministro della Giustizia ritiene che non di rado siano avviate a scopo intimidatorio.

    Il Guardasigilli, attraverso il sito, si è rivolto agli avvocati in generale e con toni confidenti li ha sollecitati a mettersi a disposizione assicurando la migliore assistenza, purché a costi contenuti indipendentemente dalla complessità della causa.

    A prescindere da possibili aspetti di rilevanza deontologica di cui non è il caso di interessarsi in questa sede, del fatto che un Avvocato con la A maiuscola è votato e tenuto a dare sempre il massimo, secondo le proprie competenze effettive una volta accettato un incarico, ciò che stupisce è l’ondivaga valutazione dei professionisti e del substrato delle  imputazioni.

    Ma come? Gli avvocati non erano tutti azzeccagarbugli (parole dell’On. Bonafede) da sottoporre al vaglio di una misteriosa filiera etica per accertarne i valori morali essendo presuntivamente sospetti di prossimità con il crimine organizzato (proposta del Presidente a Cinque Stelle della Commissione Parlamentare Antimafia)?

    E dei processi non ne vogliamo parlare? Questo non è forse il Paese dove non esistono innocenti ma solo colpevoli che “l’hanno fatta franca” secondo l’autorevole opinione di un Magistrato molto apprezzato dal Movimento per la sua visione della Giustizia?

    Allora c’è speranza,  il tessuto sociale non è del tutto marciscente! Si sappia che esistono potenziali vittime di persecuzione giudiziaria, di liste di proscrizione, cittadini accusati ingiustamente perché colpevoli solo di essere seguaci di Grillo.

    A costoro, tuttavia, bisognerà garantire un giusto processo che – forse – non è quello auspicato nei più recenti proclami e subitaneamente sostenuto con proposte inascoltabili dell’Associazione Nazionale Magistrati volte – più che altro – a eliminare di fatto il giudizio di appello. E se un militante 5 Stelle fosse condannato per errore? Può succedere, la giustizia degli uomini è per sua natura fallace: pazienza, in un sistema penale da Antico Testamento forse potrà contare sul perdono di Dio, il Dio che atterra e suscita, che affanna e che consola.

    Ossimori…è vero che, a rigore, il termine esprime contrasto all’interno della medesima frase ma – in fondo – anche nel nostro caso caratterizza una linea di pensiero di origine unitaria che, altrettanto, esprime mancanza di senso logico.

    Tempi duri per la Giustizia e chi ne resta in attesa. E se, alla fine, ci sarà chi si lamenta ma nelle urne si è espresso in un certo modo, ricordi che di questa politica non è vittima ma complice.

  • In attesa di Giustizia: i miserabili

    Il titolo di questa rubrica è “in attesa di Giustizia”, attesa che a volte si rivela molto lunga, a volte del tutto vana, altre – invece – mostra inattesa efficienza e un volto, più che austero, truce come accade a Salerno dove si sta celebrando l’incidente probatorio in un procedimento “collettivo” per estorsione: vale a dire che, ancora nella fase delle indagini, si anticipa l’acquisizione di prove testimoniali davanti a un Giudice in contraddittorio tra difese e P.M.: le deposizioni saranno poi utilizzabili nel dibattimento vero e proprio, alleggerendone il carico di lavoro e assicurandosi che la prova non vada dispersa per una successiva irreperibilità o indisponibilità (magari per motivi di salute o simili) dei testi.

    Il procedimento di cui parliamo è a carico di numerosi parcheggiatori abusivi che nel richiedere una mercede per il servizio prestato, proprio a causa della loro condizione che non la legittimava, avrebbero commesso il reato di estorsione punito con la reclusione fino a dieci anni.

    Onore, dunque, alla Procura salernitana che, con un’operazione di polizia del luglio scorso, ha sgominato questa congrega di ignobili malfattori, risolvendo la piaga sociale del parcheggio abusivo e dando vita a un memorabile maxi processo di cui, inspiegabilmente, le cronache diverse da quelle locali nulla riferiscono.

    Si sono ascoltati moltissimi testimoni, provenienti da ogni parte d’Italia, soggetti che si erano trovati a subire le intollerabili vessazioni dei parcheggiatori senza titolo: uno per l’altro hanno riferito di avere versato 50 centesimi, a volte un euro, visti più che altro come un gesto di carità e che le deposizioni precedenti non rispecchiavano per nulla il loro pensiero, avendo sottoscritto i verbali con la premura di chi vuole esaurire nel più breve tempo possibile un impiccio.

    Il P.M. di udienza a sentir ciò ha lasciato in un primo momento intendere che avrebbe messo sotto processo i testimoni per aver detto il falso, salvo poi rendersi conto che sarebbe stato quanto meno molto originale un altro maxi processo contro decine di persone per falsa testimonianza in un siffatto contesto.

    In qualche modo anche questa vicenda avrà un esito cercheremo di sapere quale: forse, però, la scelta migliore sarebbe stata, fin dall’inizio, chiedere l’archiviazione – come è possibile fare – per particolare tenuità del fatto: cioè a dire che il reato c’è ma talmente marginale da rendere il comportamento dell’autore irrilevante sotto il profilo penale.

    Invece, no: si è pensato che fosse meglio mostrare i muscoli dell’implacabile potere punitivo dello Stato contro quei poveretti ridottisi a mendicare qualche centesimo facendo i parcheggiatori abusivi e che ricordano “I Miserabili” di Victor Hugo: persone cadute in miseria, ex forzati, prostitute, monelli di strada, studenti in povertà.

    Un processo del genere allo Stato costa, e non poco, sia in termini economici che di impiego di risorse umane. Ai testimoni tempo sottratto al lavoro, alle famiglie, allo svago: ma è un dovere civico e un obbligo di legge andare a deporre…anche per una questione di centesimi.

    Ai parcheggiatori abusivi tutto ciò comporta l’ansia e la pena anticipata di un processo che si poteva evitare, mentre alla comunità, ai cittadini di una regione ad alta densità criminale, francamente non viene offerto nessun sollievo.

    E noi, da ultimi, ci interroghiamo se congratularci perché tutto ciò conferma che la legge è veramente uguale per tutti, perché la Giustizia di cui siamo in costante attesa infine è arrivata anche in questo caso o perché un fenomeno delinquenziale di questa portata è stato debellato e non affligge più il salernitano…ma anche no.

     

  • In attesa di Giustizia: Brucia, dannato!

    E’ dai tempi di Mani Pulite che l’animo forcaiolo del Paese si è manifestato in tutta la sua preoccupante dimensione, da quando crocchi di cittadini festanti si affollavano nella piazza antistante il carcere di San Vittore per assistere ed applaudire allo spettacolo quotidiano – o quasi – delle auto delle Forze dell’Ordine che portavano a destinazione gli arrestati, da quando l’esecuzione delle ordinanze di custodia doveva essere rinviata perché sotto casa del politico/imprenditore di turno era arrivato prima di tutti il Gabibbo e le telecamere attendevano di riprendere la gogna delle manette. Basti dire che l’immagine drammatica di Enzo Carra, deputato di area democristiana, trascinato nemmeno con i braccialetti, ma – come Amatore Sciesa dagli austriaci – con gli schiavettoni (ora non più in dotazione) perché accusato di avere fornito informazioni reticenti al P.M. fu trattamento ritenuto giusto – secondo un sondaggio – dal 63% dei milanesi.

    Enzo Carra, per la cronaca, fu poi condannato per il reato che gli era stato attribuito, non gravissimo e perciò sanzionato con una pena condizionalmente sospesa. Come dire che, facendo una agevole prognosi, non avrebbe dovuto mai essere privato della libertà prima ancora che della dignità.

    Noi siamo ciò che siamo stati, e se questo è lo spirito giustizialista che anima l’opinione pubblica c’è da felicitarsi che il nostro sistema non preveda il processo con giuria “all’americana”.

    Soprattutto non c’è da meravigliarsi se, accade in Friuli in questi giorni, si arriva a fare una raccolta di firme per sollecitare l’autorità giudiziaria a trasformare la misura degli arresti domiciliari in quella della custodia in carcere per un imputato condannato in primo grado e – quindi – ancora assistito dalla presunzione di non colpevolezza.

    Non deve stupire che si propongano modifiche al codice di procedura penale volte a limitare le possibilità di avere trattamenti premiali e cioè a dire con pene ridotte a fronte di particolari scelte processuali fatte dall’imputato: “sconti” generalmente collegati alla rinuncia a specifiche garanzie, dunque, non regalie di una Giustizia debole: il plauso accompagna simili opzioni normative insieme a quelle che comportano l’inasprimento delle pene.

    Rimane invece inascoltata, comunque relegata ai margini delle cronache, la voce autorevole del Presidente della Corte Costituzionale, Giorgio Lattanzi, che ha ricordato come la Costituzione non è mai nemica dei cittadini ma indispensabile strumento per impedire abusi e che nessuna legge può porre limiti insuperabili alla funzione rieducativa della pena a detenuti che meritano di essere valutati nei loro cambiamenti.

    Forse, nel ragionare su questo giustizialismo dilagante e dominante una riflessione sulla pena di morte può sembrare eccessiva, legata ad un problema lontano che non ci tocca ma è proprio l’aspetto paradossale che – forse – aiuta a capire quale sia il punto di equilibrio che deve raggiungere la bilancia della Giustizia nella irrogazione delle pene.

    “Brucia, lo sento!”: queste le ultime parole del più recente detenuto giustiziato in Texas con una iniezione letale di Pentobarbital. Se questo è un metodo ritenuto più “umano” rispetto ad arrostire un uomo sulla sedia elettrica si può comprendere sino a che soglia si sia pericolosamente abbassata la soglia di tolleranza all’interno della società, quel consorzio umano un cui campione è autorizzato ad assistere allo spettacolo offerto dal boia.  L’immagine è terrificante: un uomo uccide un altro uomo nella convinzione ma non nella certezza che sia colpevole e il condannato che con le sue ultime parole denuncia la disumanità del supplizio.

    No, l’uomo non può pensare che la soluzione al crimine sia la rinuncia al tentativo di recuperare il condannato arrogandosi il diritto di far del male sicuro in nome di un bene presunto. E “buttare la chiave” come da più parti si invoca non è la scelta più convincente per una maggiore sicurezza sociale: l’unica certezza è che, quando le porte del carcere verranno riaperte (perché prima o poi avviene quasi per tutti i condannati) si avranno solo dei disperati in libertà animati da spirito di rivalsa e nessuna possibilità, forse neppure desiderio, di reinserirsi ma solo di vendicarsi a loro volta nei confronti di quella società che ha precluso ogni forma di reale Giustizia mandandoli a bruciare nell’inferno dei vivi senza futuro.

     

  • In attesa di Giustizia: Ipocrisia

    Giovanni Falcone ebbe in vita molti critici e non pochi avversari che ne condizionarono il percorso professionale ma nessuno ebbe mai l’ardire di sostenere che fosse inadeguato al ruolo che ricopriva  – prima all’Ufficio Istruzione e poi alla Procura della Repubblica di Palermo – perché era siciliano, perché riuscì a far collaborare Tommaso Buscetta parlandogli in dialetto e convincendolo perché sapeva come ragionare con lui conoscendone la mentalità.

    Il contesto è diverso, il paragone con un grandissimo magistrato martire non vuole neppure apparire quasi irriverente ma qualcosa di simile sta accadendo nelle ultime settimane in Lombardia dove la Regione ha inteso istituire una Commissione formata da esperti del settore che si occupi e studi i fenomeni di criminalità organizzata sul territorio.

    Tra i candidati, o meglio, tra i soggetti indicati per l’incarico provenienti da differenti aree politiche vi è anche un’ eccellente avvocato donna di origine calabrese ma che esercita principalmente a Milano: Maria Teresa Zampogna, segnalata dal centro destra.

    Tale proposta ha scatenato il fuoco di sbarramento da parte di tuttologi, professionisti dell’antimafia, soloni, censori dell’ultim’ora e pseudo tecnici della materia: sarà un caso ma tutti appartenenti al versante politico dell’opposizione in ambito regionale.

    Questa è una vicenda di cui un po’ si sono già occupati gli organi di informazione ma su cui è calato poi il silenzio in corrispondenza con il periodo di ferie estive: tutti al mare e se ne riparlerà tra poco nelle sedi competenti ma forse senza gli onori della cronaca: la critica rivolta all’Avv. Zampogna consiste essenzialmente nel fatto che il suo curriculum professionale segnala molteplici impegni in processi di grande criminalità, tra l’altro attribuendole pure in maniera imperfetta incarichi difensivi.

    In sostanza, l’inadeguatezza della candidata risiederebbe proprio nel fatto che ha maturato esperienza nel settore di cui si dovrebbe interessare in veste di componente di una struttura tecnica di emanazione politica: ragionamento zoppicante la cui zoppia esprime i molteplici fattori negativi retrostanti: dall’evidente preconcetto politico alle ragioni di inidoneità che sono tutt’altro che in conflitto proprio con la funzione designata e che soprattutto sottendono l’abusata e inaccettabile assimilazione tra il difensore e i propri assistiti.

    Quest’ultimo aspetto è quello che forse maggiormente inquieta perché non è un caso isolato, perché troppo spesso e del tutto immotivatamente si omologa l’avvocato al criminale – o meglio, presunto tale – che difende dimenticando volutamente che il suo ruolo è quello di custode delle garanzie che il codice di procedura penale assegna a chi sia soggetto alla pretesa punitiva dello Stato.

    Ma c’è un altro aspetto deteriore in questa vicenda che non può essere trascurato: l’ipocrisia che sorregge la tesi avversa alla nomina dell’ Avv. Zampogna e che è volta a mascherare – almeno a parere di chi scrive – becere questioni di appartenenza politica in un conflitto tra poteri dello Stato che sembra non avere mai fine, agevolata e stimolata dalle esondazioni della Magistratura dal proprio ambito istituzionale. E come diceva Piero Calamandrei, quando per la porta della Magistratura entra la politica, la giustizia – quella di cui noi siamo in attesa – esce dalla finestra.

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