Putin

  • Confini balcanici

    Nulla è più complicato della sincerità.

    Luigi Pirandello

    Durante l’udienza con il Corpo Diplomatico del 7 gennaio scorso, Papa Francesco, tra l’altro, ha messo in evidenza che nel periodo tra le due guerre mondiali “le propensioni populistiche e nazionalistiche prevalsero sull’azione della Società delle Nazioni”. Papa Francesco, in seguito, riferendosi al suo “Messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace”, ha ribadito che “il buon politico non deve occupare spazi, ma avviare processi. Egli è chiamato a far prevalere l’unità sul conflitto”. E il presidente Sergio Mattarella, nel suo messaggio inviato a Papa Francesco, in occasione della Giornata Mondiale della Pace che si è celebrata il 1° gennaio scorso, ha scritto che “Per rendere più giusta e sostenibile la stagione che si è chiamati a governare, una politica responsabile e lungimirante non alimenta le paure, non lascia spazio alla logica del nazionalismo, della xenophobia, della guerra fratricida”.

    Nazionalismi che si stanno risvegliando minacciosi ultimamente anche nei Balcani. Attualmente lì si sta evidenziando una ripresa di azioni e di dichiarazioni che spingono verso un nazionalismo pericoloso. Soprattutto in un contesto geopolitico molto incandescente. Proprio in quei Balcani dove ancora sono fresche le piaghe causate dalla disintegrazione dell’ex Repubblica Socialista Federale della Jugoslavia.

    La regione balcanica è stata definita come la polveriera dell’Europa. Per capire meglio la fragile e preoccupante realtà balcanica, bisogna ricordare anche la presenza delle missioni militari di pace, come in Bosnia ed Erzegovina e in Kosovo. Ma nel sud del Kosovo, dal 1999, sono presenti anche militari statunitensi, in una loro propria base. Dall’altra parte, sono pubblicamente noti i buoni rapporti multidimensionali tra la Serbia e la Russia. Rimanendo nell’ambito di possibili alleanze militari, nel giugno scorso, riferendosi all’agenzia russa delle notizie TASS, si sono svolte nel sud della Russia (regione di Krasnodar) le esercitazioni tattiche congiunte chiamate “Fratellanza slava 2018”. Già il nome è un programma. Hanno partecipato la Russia, la Bielorussia e la Serbia, con delle truppe scelte di paracadutisti. La loro missione era quella di contrastare una presa del potere simulato, o un’insurrezione in uno Stato fittizio dell’Europa orientale. Queste manovre sono state svolte mentre la NATO effettuava una sua importante esercitazione navale.

    Un altro fatto merita di essere evidenziato, sempre nell’ambito delle mire geopolitiche delle grandi potenze nei Balcani. Nella primavera del 2018 si sono riattivati gli attriti tra la Serbia e il Kosovo, dopo gli episodi di violenza avvenuti a Mitrovica, nel nord del Kosovo. All’inizio di aprile del 2018, secondo credibili fonti mediatiche russe, c’è stata una telefonata tra il presidente russo Putin e quello della Serbia, Aleksandar Vučić. Sempre da quelle fonti mediatiche risulterebbe che Putin abbia rassicurato Vučić di non dubitare perché avrebbe inviato forze immediate se necessario. “Non lascerò senza difesa il mio partner e alleato più importante in Europa (la Serbia; n.d.a.)”! Mentre, riferendosi ai media serbi, risulterebbe che durante il colloquio telefonico, Putin abbia detto al suo omologo serbo che “Nell’eventuale tentativo, da parte delle forze speciali albanesi, di occupare la parte settentrionale del Kosovo, o di un nuovo pogrom contro i serbi, la Russia invierà immediatamente un significativo contingente militare”. Secondo gli analisti geopolitici specializzati, questo involverebbe l’invio di una brigata aerotrasportata russa con tutti i mezzi. Gli analisti ribadiscono che tutto ciò potrebbe essere possible, perché secondo la risoluzione ONU 1244, la Russia è una parte garante della “sicurezza” dell’ex provincia jugoslava (il Kosovo; n.d.a.). Ragion per cui Putin rassicurava il presidente serbo che “La Federazione Russa è pienamente impegnata nei confronti dei serbi del Kosovo, con tutti i mezzi, per difenderli da un possibile attacco”.

    Questo accadeva nell’aprile 2018. Mentre il 7 gennaio scorso, per testimoniare la solida alleanza tra la Russia e la Serbia, nonché la stima per il presidente serbo Aleksandar Vučić, Putin ha conferito a quest’ultimo il prestigioso premio “Alexander Nevsky”. Premio che testimonia anche i legami stretti tra i due paesi. Premio che, secondo gli osservatori, è stato conferito ad alcuni massimi dirigenti di paesi, dove non si rispettono i valori democratici. Perciò, il conferimento di questo premio prestigioso della Federazione Russa, allinea Vučić a fianco dei dirigenti di Turkmenistan, Tagikistan, Kirgizstan, Kazakistan e Bielorussia.

    In una simile realtà molto delicata geopolitica nei Balcani, dall’agosto scorso, una irresponsabile dichiarazione del presidente del Kosovo, sta agitanto molto le acque. Dichiarazione “strana e inaspettata” che riapre pericolosamente il capitolo di una nuova delimitazione dei confini tra il Kosovo e la Serbia, fatta su basi etniche. Dichiarazione che ha trovato subito vaste e trasversali forti reazioni contrarie, sia in Kosovo che in Albania. La maggior parte dei politici e degli opinionisti, in tutti e due i paesi, sono seriamente preoccupati di un simile inatteso sviluppo. Sviluppo considerato come pericoloso anche da molti noti media e opinionisti internazionali (Patto Sociale n.329).

    Mentre, durante una congiunta riunione dei governi dell’Albania e del Kosovo, il 26 novembre scorso a Peja (Kosovo), il primo ministro albanese è ritornato alle sue “minacce nazionalistiche”. Minacce che fa sempre quando si trova in difficoltà per via degli innumerevoli scandali. In quell’occasione lui ha espresso la sua convinzione sull’unione “del Kosovo con l’Albania nel 2025, con o senza l’Unione europea” (Patto Sociale n.335). Non solo, ma durante una conferenza stampa, lui ha considerato “somari” tutti coloro, in Kosovo e in Albania, che erano contro l’iniziativa [sopracitata] del presidente del Kosovo! Così facendo lui è uscito, per la prima volta, allo scoperto, in difesa della nuova delimitazione dei confini tra il Kosovo e la Serbia.

    Ma il 26 novembre scorso a Peja, il primo ministro albanese parlò, per la prima volta, anche di un inspiegabile rapporto strategico dell’Albania con la Serbia! Alcuni anni fa, appena diventato primo ministro, lui aveva dichiarato di considerare la Turchia come un alleato strategico, con tutte le seguenti conseguenze, ormai note a tutti. Il primo ministro albanese, senza batter ciglio, dichiarò che “il nostro rapporto con la Serbia è strategico e a lungo termine. L’Albania è determinata a costruire un’alleanza strategica con la Serbia”! Chissà se hanno ragione le cattive lingue, secondo le quali dietro tutto ciò c’è lo zampino di George Soros…

    Chi scrive queste righe valuta sia utile ricordare quanto ha detto il presidente francese François Mitterrand, durante il suo ultimo discorso, pronunciato al Parlamento di Strasburgo il 17 gennaio 1995. Egli disse, tra l’altro, che “era nato durante la prima guerra mondiale, aveva fatto la seconda guerra, per poi essere giunto alla conclusione, basandosi nella sua lunga esperienza di vita, che il nazionalismo è la guerra”. Allo stesso tempo, chi scrive queste righe condivide la convinzione di Luigi Pirandello, che in questi tempi nulla è più complicato della sincerità. Aggiungendo che nulla può essere più pericoloso dell’irresponsabilità di quelli che governano. Nei Balcani e altrove.

  • Le ragioni di Trump per liquidare l’accordo Usa-Urss sulle armi atomiche

    Il presidente Trump ha annunciato la sua intenzione di porre fine al trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF) del 1987, un importante trattato di controllo degli armamenti stipulato tra Usa e Urss e che ha eliminato un’intera categoria di armi nucleari negli ultimi anni della guerra fredda. Il ritiro, rileva INSS Insight, fa seguito alle continue accuse statunitensi di violazioni del trattato da parte della Russia, dapprima testando e successivamente (presumibilmente) schierando un numero limitato di missili vietati dal trattato. L’opinione degli esperti negli Stati Uniti sul ritiro previsto è divisa, in quanto la decisione avrebbe un impatto significativo sulla struttura di sicurezza nucleare tra Stati Uniti e Russia.

    Ma, prosegue INSS Insight, dietro l’annuncio c’è anche il fatto che pure l’emergere della Cina come una potenziale minaccia desta preoccupazione. La Cina, che non fa parte del trattato INF, ha schierato missili a terra a medio raggio e il ritiro dall’INF permetterebbe agli Stati Uniti di sviluppare i mezzi per contrastare questi missili con missili a terra.

    Gli Stati Uniti, la Russia e la Cina stanno tutti modernizzando le loro forze nucleari e questo – conclude l’analisi di INSS Insight – rende necessario un nuovo modello multilaterale per limitare le minacce nucleari: «La Cina e la Russia, insieme agli Stati Uniti, dovranno svolgere un ruolo di primo piano nell’elaborazione del nuovo controllo degli armamenti e dell’architettura del disarmo come mezzo per raggiungere un nuovo paradigma di stabilità strategica. Rimane aperta la questione dell’impatto che la multilateralizzazione dell’architettura di controllo delle armi nucleari USA-Russia avrà su altri stati, incluso Israele».

  • L’Ucraina chiede sanzioni Ue contro Schroeder

    L’Ucraina sta facendo pressioni affinché l’Ue imponga sanzioni contro l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, per le sue attività di lobbying pro-russo. In un’intervista al quotidiano Bild, il ministro degli esteri ucraino Pavlo Klimkin ha definito Schroeder «il più importante lobbista dei progetti di Putin in tutto il mondo, ecco perché l’Unione europea dovrebbe analizzare le sue possibili azioni».

    Divenuto presidente di Nord Stream, una società a maggioranza controllata dal gruppo energetico russo Gazprom, poco dopo aver lasciato il Bundeskanzlerant nel 2005, Schroeder, da capo del governo tedesco aveva autorizzato il controverso gasdotto Nord Stream per spedire il gas russo direttamente in Germania attraverso il Mar Baltico, bypassando così Polonia e Ucraina (non proprio grandi amici di Mosca). E l’anno scorso Schroeder è diventato presidente di Rosneft, altro gigante petrolifero russo di proprietà statale.

    Sostenitore del gasdotto, Nord Stream 2, ma contrario a qualsiasi progetto di bypassare l’Ucraina, il governo di Angela Merkel ha cercato in passato di prendere le distanze da Schroeder (visto abbracciare il presidente russo Vladimir Putin poco dopo che la Russia aveva invaso l’Ucraina e poi annessa la Crimea nel 2014).

    Di recente, Mosca si è rifiutata di vendere gas all’Ucraina, ma gli Stati dell’Ue, inclusa la Germania, hanno alleviato il boicottaggio russo sull’Ucraina condividendo con essa il gas importato dalla stessa Russia.

    Una fonte europea ha affermato che è giuridicamente possibile imporre il congelamento dei beni e il divieto di visto dell’Ue a cittadini dell’UE, come Schroeder. Il divieto di visto significherebbe che non avrebbero il permesso di lasciare il loro paese di origine per recarsi in altri Stati dell’Unione. L’Ue ha già congelamenti di beni e divieti di viaggio in atto su diversi cittadini francesi, tedeschi e britannici e cittadini con doppia nazionalita, per via dei loro legami con Al-Qaeda.

  • Storie di spie e di influenze

    Dove men si sa, più si sospetta

    Niccolò Machiavelli

    Domenica scorsa si sono svolte le elezioni presidenziali in Russia. Vladimir Putin ha vinto il suo quarto mandato presidenziale con un significativo risultato di 76,6% e con un’affluenza alle urne di circa 67% degli aventi diritto. Una sfida per Putin, che ha superato se stesso, riferendosi alle precedenti elezioni. Ma anche perché il suo avversario, l’oppositore Aleksei Navalny, il quale non poteva candidarsi a causa di una sua precedente condanna, ha chiesto ai suoi sostenitori di boicottare le elezioni. L’opposizione russa e alcune organizzazioni non governative hanno denunciato dei brogli, che sono stati considerati come non significativi da parte della Commissione Centrale Elettorale. Un risultato che rispecchia l’attuale realtà russa. Realtà che per molti noti analisti e opinionisti, nonché per i rappresentanti delle cancellerie occidentali e delle specializzate istituzioni internazionali, merita serie riflessioni e la massima attenzione. Soprattutto adesso, in un periodo in cui si stanno sviluppando diversi intricati scenari internazionali. Con la certezza dell’esito delle elezioni, Putin ha parlato davanti ai suoi sostenitori a Piazza del Maneggio, fuori dal Cremlino. Riferendosi al risultato raggiunto, lui vedeva “…il riconoscimento per quello che è stato fatto negli anni recenti, in condizioni molto difficili, vedo – ha aggiunto – la fiducia e la speranza del nostro popolo, che lavoreremo allo stesso modo duramente, responsabilmente e in modo più efficiente”.

    Le elezioni in Russia si sono svolte in un periodo durante il quale si stanno appesantendo le accuse reciproche tra la Gran Bretagna e altri Paesi occidentali e la Russia stessa. Il motivo è l’avvelenamento di una spia russa e di sua figlia. Accadeva il 4 marzo scorso a Salisbury, in Gran Bretagna. Si presume che i servizi segreti della Russia abbiano usato una sostanza chimica, chiamata Novochok, un agente nervino. Le reazioni da parte dei più alti livelli della politica internazionale sono state immediate e forti. La premier britannica Theresa May dichiarava il 7 marzo scorso in Parlamento che “…è altamente probabile che Mosca sia responsabile del tentato omicidio di Serghej Skripal nel centro di Salisbury”. Ferma è stata la May, anche riferendosi al futuro dei rapporti con la Russia, dichiarando “…mai più affari come al solito [business as usual; n.d.a.] con la Russia!”. Il 13 marzo scorso la stessa premier May ha chiesto alla Camera dei Comuni severe misure nei confronti della Russia, mentre il segretario agli Esteri britannico, Boris Johnson, ha accusato il Cremlino, dichiarando che l’avvelenamento di Salisbury “…è un modo per dire alle persone: ecco cosa succede a opporsi al nostro regime”. In seguito sono arrivate anche le decisioni, sia della Gran Bretagna prima, che della Russia subito dopo, dell’espulsione di 23 diplomatici russi dall’Inghilterra e di altrettanti diplomatici britannici dalla Russia. Nel frattempo a fianco della Gran Bretagna si sono schierati la Francia, la Germania, gli Stati Uniti e altri Paesi europei. Trump firma insieme con Macron, Merkel e Theresa May una dichiarazione che accusa Mosca di aver “…avvelenato con gas nervino l’ex spia russa Sergej Skripal e la figlia Yulia a Salisbury” il 4 marzo scorso.

    Da mesi ormai negli Stati Uniti d’America i massimi vertici politici e non solo si stanno accusando a vicenda di coinvolgimento in quello che è stato chiamato “Russiagate”. Si tratta di presunte influenze dei servizi segreti russi nelle elezioni presidenziali staunitensi dell’8 novembre 2016. Ma si parla anche di altre interferenze e di rapporti occulti, tra alti esponenti politici del Cremlino e dei servizi russi, con delle persone molto vicine, sia del presidente Trump, che di Hillary Clinton, sua rivale alle ultime elezioni del novembre 2016. Sullo scandalo “Russiagate” sta indagando da mesi anche il procuratore speciale Robert Mueller. Indagini che continuano, mentre tutti attendono l’esito. Nel frattempo però, la Commissione per i Servizi di Intelligence del Congresso statunitense, riferendosi sempre allo scandalo delle influenze russe, ha dichiarato il 12 marzo scorso che “…non è stato trovato nessun fatto o prova che poteva dimostrare l’interferenza russa nella campagna [elettorale] di Trump e, perciò, la fase delle domande in questa indagine è stata conclusa”. Sempre nello stesso ambito, la scorsa settimana il segretario del Tesoro statunitense accusava i vertici dei servizi segreti militari russi di “…aver inquinato la campagna elettorale del 2016” e di “…aver condotto attacchi informatici devastanti contro infrastrutture strategiche degli Stati Uniti”. Ma allo stesso giorno il procuratore speciale Mueller imponeva alla “Trump Organization” di consegnare tutti i documenti che, in qualche modo, potrebbero essere collegati con le influenze russe. Ovviamente che il caso continuerà ad essere sotto inchiesta negli Stati Uniti, fino ad un definitivo chiarimento di quanto sia veramente accaduto.

    In Albania, da più di una settimana, alcuni media controllati dal primo ministro, nonché la propaganda governativa e alcuni alti rappresentanti del partito socialista al potere, stanno accusando il partito democratico, il maggior partito dell’opposizione, di pagamenti illeciti per un’attività lobbistica negli Stati Uniti d’America. Attività avviata nel marzo 2017 e che avrebbe mirato all’appoggio dell’amministrazione Trump al partito democratico albanese e al suo capo, durante le elezioni politiche del giugno 2017. Sono state rese pubbliche anche le copie di alcuni contratti, pubblicati da una rivista dell’ultra sinista statunitense, finanziata anche da George Soros, un noto sostenitore politico e non solo, dell’attuale primo ministro albanese. Secondo la propaganda governativa, in quei contratti ci sarebbero degli occulti appoggi finanziari russi per influenzare gli sviluppi politici in Albania. Sempre e ovunque i russi! Una buona scelta per attirare e/o spostare l’attenzione. Naturalmente si tratta di un caso che, se risultasse vero, sarebbe uno scandalo e un grave colpo per l’opposizione albanese. Ma ovviamente saranno le indagini della procura e il tribunale, senza “condizionamenti” dal governo, a valutare e giudicare la veridicità delle accuse sopracitate. E non certo la propaganda governativa e i media controllati del primo ministro. Anche perché quest’ultimo sta passando un brutto periodo, dopo tanti scandali resi noti pubblicamente che lo coinvolgerebbero direttamente, almento per responsabilità istituzionali. Gli sviluppi del caso, a tempo debito, saranno oggetto di altre analisi.

    Chi scrive queste righe valuta, però, che sono non poche le incongruenze legate alle sopracitate accuse. Ma lui è altrettanto convinto che l’opposizione, invece di pagare ingenti somme per delle attività lobbistiche, che come risultato hanno una fotografia con il presidente degli Stati Uniti, potrebbe fare ben altre cose per essere veramente un’opposizione convincente. Finora e da qualche tempo, purtroppo, non lo sta facendo. Chi gode di tutto ciò è il primo ministro e il “mondo di mezzo” che gli sta attorno.

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