Regioni

  • Il tallone di Achille dell’Autonomia Differenziata è l’incostituzionalità

    Non ci vuole un dottorato in diritto costituzionale per capire che l’impianto giuridico dell’Autonomia Differenziata è una selva di violazioni della Carta Costituzionale, impossibile da attuare specialmente sul terreno della gestione delle risorse.

    Cionondimeno, fino ad oggi, pur a fronte di dubbi e qualche incidente velocemente insabbiato, come l’analisi del Servizio Bilancio del Senato, che appunto ne metteva in discussione lo scorso maggio l’insostenibilità finanziaria e il conseguente rischio di vulnerare il principio di equità ed eguaglianza dei diritti dei cittadini, ha potuto continuare senza troppe scosse il suo iter.

    Però si tratta di una barca che galleggia grazie ad una enorme bolla d’aria, ma con grandi buchi nella carena, priva di vela e senza motore, inevitabilmente destinata ad affondare appena evaporerà la bolla di bugie, falsità e irreparabili anticostituzionalità che la caratterizzano.

    Ad aiutare a fare chiarezza, hanno senz’altro contribuito le dimissioni dal Comitato per l’individuazione dei LEP e del fabbisogno di quattro dei suoi più autorevoli componenti, che ne hanno rilevato appunto l’incostituzionalità, con la violazione in merito proprio al rispetto dei termini sanciti per garantire in tutto il territorio nazionale i diritti civili e sociali a tutti gli italiani e nella esigenza di eliminare, o quanto meno ridurre, le distanze tra regioni ricche e fragili del Paese.

    I quattro saggi Amato, Bassanini, Gallo e Pajno, ritengono che non solo l’impostazione della legge non consente di adempiere a tali fondamentali obiettivi, ma anche che le modalità per stabilire i costi dei LEP non prevedono meccanismi per valutare una definizione puntuale del costo degli stessi, tale da assicurare standard adeguati anche nei territori che oggi ne sono sprovvisti e, conseguentemente, della definizione dei maggiori costi che, appunto, non sono previsti.

    Ma, soprattutto, secondo i quattro dimissionari, rimangono irrisolti alcuni problemi di fondo come l’incoerenza di consentire alle commissioni paritetiche regionali il diritto di decidere i nuovi LEP, e i relativi costi standard, materia per materia e con il solo vincolo della disponibilità delle risorse erariali nel proprio territorio, senza che prima venga costruito l’intero complesso dei LEP per i diritti civili e sociali in tutta Italia, onde evitare il rischio dell’esaurimento delle risorse a disposizione.

    Inoltre eccepiscono l’inconcepibile esclusione del Parlamento nel ruolo centrale che gli compete, come organo di elaborazione dei costi standard dei LEP.

    Una esclusione del Parlamento che viola l’art. 117 lett. m) della Costituzione (competenza legislativa esclusiva), ma anche perché spettano al Parlamento – e non alle commissioni paritetiche regionali – le decisioni sulla allocazione delle risorse pubbliche.

    Fin qui le corrette valutazioni dei quattro dimissionari che danno uno spaccato ben preciso alla incostituzionalità del disegno di legge sull’Autonomia Differenziata, ma nei fatti c’è molto di più.

    Infatti, oltre alla citata violazione degli art. 116 e 117, secondo comma lett. m) della Costituzione, risultano ulteriori violazioni gravi della Carta Costituzionale, tra cui quella dell’art. 117, comma 2 lettera e) che sancisce la legislazione esclusiva dello Stato in merito alla perequazione delle risorse finanziarie; nonché quella ancora più inaccettabile, dell’art. 119, comma 3 e cioè l’eliminazione di fatto del Fondo Perequativo.

    Quest’ultima violazione, in pratica sostituisce il Fondo Perequativo con le parole “Misure Perequative”, ricorrendo dunque a una locuzione generica, peraltro riportata solo nel titolo dell’articolo 9 del ddl Calderoli, che di fatto elimina ogni forma di solidarietà delle regioni ricche nei confronti delle regioni fragili, anche perché  prevede di “perequare” attraverso l’individuazione dei Fondi strutturali dell’Unione Europea e quelli della coesione nazionale, da sempre già disponibili per le regioni fragili. Quindi una perequazione inesistente, ma con l’aggravante di un aumento della platea che fino ad oggi ha avuto accesso a tali risorse, per l’estensione alle regioni fragili del Centro e del Nord.

    Insomma una legge fortemente anticostituzionale, che viola le norme di corretta gestione della contabilità pubblica, laddove non prevede alcun monitoraggio dei flussi finanziari Stato-Regioni, man mano che le commissioni paritetiche delibereranno in merito ai nuovi LEP e stabiliranno in maniera autonoma e arbitraria, unicamente in base alle rispettive disponibilità erariali, i nuovi costi standard, il cui effetto sarà il veloce prosciugamento delle disponibilità finanziarie dello Stato, che verrà inevitabilmente svilito nel suo ruolo e, con esso, ogni principio di reale valore patriottico a discapito della stessa Unità Nazionale.

    Ecco perché è fondamentale fermare questo disegno di legge e puntare ad una sua profonda modifica, con l’introduzione di criteri di equilibrio, monitoraggio, perequazione e garanzia di sostanziale parità dei LEP e dei costi standard per tutti gli italiani, nel rigoroso rispetto delle norme costituzionali.

    *Presidente di Europa Nazione

  • Superficialità, ignoranza e collusione dell’Autonomia Differenziata

    Riceviamo dall’On. Nicola Bono un articolo che volentieri pubblichiamo

    I termini della polemica tra Schifani e Fontana sull’Autonomia Differenziata confermano il dubbio sulla reale conoscenza della legge.

    Sin dall’inizio di questa vicenda, le manipolazioni per non fare capire l’esatta portata di questa legge sciagurata, che rischia di marginalizzare definitivamente e senza speranza ogni territorio fragile del Paese, hanno intossicato il dibattito e manipolato la buona fede della quasi totalità degli italiani, convinti che i LEP (Livelli Essenziali di Prestazione) e i costi standard sarebbero stati davvero realizzati su scala nazionale a garanzia di tutti i cittadini.

    Una bugia che ha portato lo stesso Schifani a polemizzare sulla questione, sottolineando con rude cipiglio che “se non ci saranno adeguate garanzie per i LEP in tutti i campi principali dei diritti, a partire dalla Sanità, non ci sarà il suo assenso finale” e che “su questo saremo molto rigorosi e vigili”.

    Un atteggiamento sicuramente apprezzato da tutti gli oppositori dell’Autonomia Differenziata, ma che purtroppo è del tutto sterile perché quello che pretende Schifani, in base alla legge che lui stesso ha approvato in sede di Conferenza Unificata, probabilmente senza avere approfondito la vera posta in gioco, già oggi prevede l’esatto contrario e, cioè, la totale disparità dei LEP, da Regione a Regione, perché non c’è e, soprattutto, non c’è mai stata, all’interno della legge Calderoli, alcuna possibilità di garantire i LEP a tutti i cittadini italiani.

    Quella di Calderoli è una legge truffa, che ha come obiettivo unicamente l’egoistica trattenuta, a favore delle regioni ricche, delle risorse erariali pagate dai cittadini che, fino ad oggi, sono state devolute a Roma e poi parzialmente redistribuite a tutte le regioni.

    Schifani, nella sua polemica, ignora che sarà proprio dopo la fissazione dei LEP, da parte della cosiddetta Cabina di regia, e dopo l’emanazione dei decreti, da parte del Consiglio dei ministri, che inizierà l’operazione di prosciugamento delle risorse statali, attraverso il lavoro delle Commissioni paritetiche regionali, le quali prenderanno il posto della Cabina di regia. Tali commissioni, nelle regioni ricche, decideranno sia i nuovi LEP sia soprattutto i nuovi costi standard, in modo da appropriarsi delle risorse erariali dei rispettivi territori regionali e, conseguentemente, condannare le regioni e i territori fragili, che non sono solo al Sud, alla definitiva marginalizzazione economica e sociale.

    Non avere capito questo meccanismo ed avere dato imprudentemente il proprio assenso ad una norma che spaccherà il Paese e che provocherà la fine dell’Unità nazionale, evidenzia la leggerezza e la superficialità di una classe politica che non ha né il senso dello Stato, né la capacità di tutelare i propri territori.

    La responsabilità in tal senso della classe politica nazionale e soprattutto meridionale è enorme, perché pochi hanno letto questa legge e, tra chi l’ha letta, molti non l’hanno capita e i pochi che conoscono la vera posta in gioco sono, per lo più, complici consapevoli di una manovra contro il Paese e contro tutti gli italiani, non solo quelli delle regioni fragili, ma anche quelli del Nord, che pagheranno inevitabilmente anch’essi la destrutturazione dell’Unità nazionale.

    E tutto questo solo per soddisfare l’egoismo infinito e deleterio della classe dirigente di un partito, la Lega, che ha sempre operato contro lo Stato unitario e che oggi gode anche della complicità incomprensibile e contraddittoria di F.d.I., partito promotore di un concetto di patriottismo che è l’esatto contrario di ciò che determinerà, se non sarà fermata, l’attuazione dell’Autonomia Differenziata.

  • L’Autonomia Differenziata non dividerà il Paese solo a condizione che vengano applicate le regole già previste nella Costituzione

    Nel precedente tentativo di attuazione dell’Autonomia Differenziata, con i referendum plebiscitari di Lombardia, Veneto ed Emilia e Romagna e l’accordo tra Governo Gentiloni e Governatori delle tre regioni referendarie, l’operazione non funzionò perché chiaramente basata sull’aggiramento delle norme preesistenti. Infatti quella proposta violava i principi costituzionali ed inventava una procedura mai codificata da nessun provvedimento legislativo, con un unico obiettivo, e cioè di concedere l’agognata scissione finanziaria alle ricche regioni del Nord, a discapito delle più povere regioni del Sud. In cosa consisteva la truffa? Semplicemente sulla inversione dei termini già codificati di prevedere la definizione dei LEP (Livelli Essenziali delle Prestazioni) ed i loro costi standard, nonché la costituzione del fondo perequativo tra le Regioni, proprio a garanzia della solidarietà tra Regioni di diversa condizione economica. Una impostazione chiara e corretta che però era impattata sulla mancata definizione negli anni appunto dei costi standard dei LEP, necessari per l’avvio solidale della norma, eliminando qualsiasi pericolo di divisione del Paese. Ma i promotori evidentemente più che all’Autonomia Differenziata ambivano alla secessione finanziaria e, piuttosto di chiedersi perché non erano stati determinati i costi standard dei LEP, pensarono bene di aggirare la norma inventando una procedura mai passata dal Parlamento, basata su non meglio definite “intese bilaterali” tra Governo Gentiloni, ed i Governatori Fontana, Zaia e Bonaccini che attribuiva subito le nuove competenze alle regioni, e rinviava i LEP e i costi standard entro i tre anni successivi. Una vera furbata arricchita da altri vantaggi inediti come il diritto di Lombardia e Veneto di trattenere tutti i surplus di finanziamenti ottenuti per i pagamenti dei servizi e, soprattutto la clausola che, se nei tre anni previsti non si fosse riuscito a concordare i costi standard (dimostrando che non ci credevano neanche loro) si sarebbe proceduto a garantire i servizi a costi pari alla media nazionale. Un vero colpo di genio che, aggiunto alla inesistenza di qualsivoglia ipotesi di costituzione del fondo perequativo tra le Regioni, di fatto diventava, se approvato, il delitto quasi perfetto con cui la Lega avrebbe realizzato i suoi obiettivi di scissione finanziaria e quindi i presupposti per una inevitabile spaccatura del Paese. Per fortuna quella operazione non fu perfezionata, perché giuridicamente insostenibile e siamo arrivati all’attuale proposta, che però non sembra lontanissima da quella fallita nel 2019. Ha un bel dire il Ministro Calderoli che non tollera chi lo accusa di avanzare proposte che potrebbero spaccare il Paese, visto che non aiuta né quello che dice, né quello che scrive. Infatti basta leggere la sua intervista al Corriere della Sera del 17 gennaio 2023, dove fa due affermazioni che smentiscono clamorosamente tutte le sue rassicurazioni. La prima è la risposta, abbastanza inverosimile, proprio alla domanda se stia proponendo una legge contro il Sud alla quale replica chiedendo di indicare un solo punto una riga o un comma della legge in cui si affermi il danneggiamento delle regioni meno ricche e, in tal modo conferma il contrario, poiché mai nessuno scriverebbe esplicitamente una legge con tali presupposti, mentre i danni sono evidenti dalla analisi del combinato disposto del contenuto delle norme stesse. Ma è la seconda affermazione che costituisce una confessione perché alla domanda di dove sia il fondo perequativo, afferma di avere lavorato sul tema con il Ministro Fitto e lo immagina implementato con le risorse europee destinate alla coesione e, quindi, con risorse già disponibili dalle Regioni del Sud. Una gaffe enorme nel furbesco tentativo di glissare il principio costituzionale che al contrario lo vede come un fondo perequativo tra le Regioni con finalità di riequilibrio economico delle disparità tra Nord e Sud. E che dire in merito alle previsioni dei costi standard che prevede il lavoro per un anno di una commissione composta dal gotha nazionale di esperti? Che accadrà se passato l’anno i costi standard non fossero definiti? Esattamente la stessa cosa del 2019 e cioè che l’Autonomia differenziata partirebbe ugualmente e in tutte le materie, e ogni regione, in base alle sue ricchezze, affronterebbe autonomamente la gestione delle sue nuove competenze spaccando il Paese. Ecco perché non si possono effettuare né consentire fughe in avanti, ma piuttosto attuare in maniera rigorosa le norme costituzionali vigenti, senza scorciatoie né furbizie truffaldine, perché la posta in gioco è altissima e non consente errori. Per questo dopo oltre vent’anni, nel corso dei quali un solo LEP è stato definito in termini di costi standard e cioè quello degli asili nido, si proceda senza indugio a definire analiticamente gli stessi, essendo fondamentali per la realizzazione del dettato costituzionale e la definizione dei criteri e delle risorse da destinare al fondo perequativo, che non potrà mai essere finanziato con i fondi di coesione. Allo stesso modo appare una pretesa del tutto ingiustificata della Lega, la richiesta di approvazione urgente da parte del Consiglio dei Ministri della Autonomia Differenziata, quale grazioso cadeau prima delle elezioni regionali, poiché è più che evidente l’impossibilità di approvare alcuna norma sull’Autonomia senza avere prima fissato i costi standard dei LEP, come sancisce la costituzione. C’è da auspicare che, fino a quando non saranno realizzati questi adempimenti propedeutici, nessun Consiglio dei Ministri approvi alcunché, perché ogni fuga in avanti in materia sarebbe ragione di sospetto sulle vere intenzioni che si vogliono perseguire e, conseguentemente una minaccia alla unità Nazionale.

  • I dati del Mef sulle regioni per il 2018

    Sulla base dei dati raccolti grazie ai modelli 730 per il 2018 compilati da 21,2 milioni di contribuenti nonché dei 9,6 milioni di modelli Reddito Persone Fisiche e dei 10,6 milioni di CU compilati dai sostituti d’imposta risulta che la regione con reddito medio complessivo più elevato è la Lombardia (25.670 euro), seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano (24.760 euro), mentre agli antipodi la Calabria detiene il reddito medio più basso (15.430 euro). “Anche nel 2018 rimane cospicua la distanza tra il reddito medio delle regioni centrosettentrionali e quello delle regioni meridionali”, sottolinea testualmente il Mef.

    Il reddito complessivo totale dichiarato ammonta a circa 880 miliardi di euro (+42 miliardi rispetto all’anno precedente, +5%) per un valore medio di 21.660 euro, in crescita del 4,8% rispetto al reddito complessivo medio dichiarato l’anno precedente. L’incremento del reddito complessivo è dovuto all’aumento dei redditi da pensione, lavoro dipendente e lavoro autonomo.

  • Regioni: se il pericolo è nazionale vanno accettate le risposte del Governo nazionale

    Caro Direttore

    desidererei esprimere delle considerazioni sulle dichiarazioni del nostro Presidente del Consiglio Conte in merito alla Sua avversione alla nomina di un “Commissario super poteri” nell’affrontare la lotta al Corona virus in quanto (per Lui) le Regioni hanno già il potere per risolverla.

    Bene, abbiamo visto e toccato i risultati e le lotte tra Regioni per dimostrare chi è più efficace e brava, pensando solo a se stessa (Almirante parlò, se non ricordo male, per 29 ore alla Camera contro l’istituzione delle Regioni: aveva ragione!). Mi chiedo, quando è scoppiato il caso, si è costituita una commissione tecnica tra tutte le Regioni per scambiarsi conoscenze e proposte per una linea comune di comportamento? Allo stesso modo, si è proposto uguale commissione tra le Nazioni europee? Ed ultimo, non si è imposta alla Cina una commissione che andasse a studiare la situazione con i Cinesi stessi?

    Io credo che le Regioni abbiano sì la libertà di organizzare la propria risposta sanitaria sul proprio territorio, ma quando ci si trova ad affrontare una situazione di pericolo nazionale come questa credo anche che debbano fare un passo indietro ed accettare dal Governo nazionale le risposte più consone.

    Infine, nei confronti degli anziani di fronte alla lettera dell’Associazione degli anestesisti che sottolineava la necessità di curare prima le persone più giovani, ignorandoli, nessuna Regione si è espressa. Ma nel momento in cui qualche anziano si è manifestato favorevole è cominciata la gara a negare che non li si curi. Gli anziani avendo figli e nipoti non hanno bisogno di avere trattamenti speciali, sono già da soli disposti a sacrificarsi.

    Questa è l’immagine dei politici italiani, ma non solo loro…

    *ex Assessore alla Sanità di Regione Lombardia

  • Il Comitato europeo delle Regioni chiede all’UE una maggiore politica di innovazione sociale

    In occasione della Settimana europea delle Regioni e delle Città di quest’anno, la Piattaforma di Scambio di Conoscenze (Knowledge Exchange Platform)ha riunito esperti a livello locale ed europeo per discutere di come l’innovazione sociale può aiutare le città e le regioni a creare nuovi servizi in grado di rispondere ai bisogni sociali. Il presidente del comitato, Karl-Heinz Lambertz, ha sottolineato come molti progetti di innovazione sociale iniziano con il sostegno delle autorità locali. In questo contesto, il Comitato ha presentato alcuni esempi di successo, come quello della capitale croata, Zagabria, che ha adottato l’inclusività per migliorare l’accessibilità in tutti i settori, dall’assistenza all’infanzia ai trasporti pubblici e ai servizi sociali. Un altro esempio proposto è quello del Friuli Venezia Giulia, che mira a trasformare l’invecchiamento della popolazione in un’opportunità di sviluppo sociale ed economico, introducendo misure contro la solitudine. Il Comitato ha invitato la Commissione a rendere l’innovazione sociale uno dei criteri per le domande di fondi dell’UE e ad aprire i suoi programmi a istituzioni non tradizionali.

  • In Veneto e Trentino Alto Adige le migliori condizioni di salute d’Italia

    Un’analisi dell’Istat, compiuta dal 2005 al 2015 sulla base di diversi indicatori (dalla speranza di vita in buona salute all’ospedalizzazione) evidenzia che la miglior tutela della salute si registra in Veneto e Trentino Alto Adige, mentre la peggiore in Campania e, a sorpresa, in Val d’Aosta. «Le condizioni ottimali del Veneto e del Trentino Alto Adige – si legge nell’analisi – si contrappongono alle condizioni più critiche della Valle d’Aosta e della Campania, caratterizzate da comportamenti profondamente atipici rispetto al contesto generale».

    Nel dettaglio, la Campania si distingue in negativo per 30,4 decessi negli adulti ogni 10mila imputabili alle «maggiori cause» (tumori maligni, il diabete mellito, le malattie cardiovascolari e le malattie respiratorie croniche), cui si aggiunge la più alta propensione alla mortalità prematura, che supera i 315 anni di vita perduta ogni 10 mila nonché gli alti valori della mortalità e delle dimissioni per tumore. Valori molto alti anche per la Valle d’Aosta, in cui «il quadro di vulnerabilità generale è confermato dai valori significativi della mortalità prematura, misurata in 292 anni di vita perduta (APVP) ogni 10 mila, che lo posiziona al secondo posto in ordine di gravità».

    In mezzo a questi due estremi, l’analisi individua due macroaree, la prima al centronord (Toscana, Umbria e Marche, Piemonte, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna) con condizioni di salute «discrete», la seconda al centrosud (Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Abruzzo e Lazio), con «condizioni di fragilità generale» e valori peggiori rispetto agli altri ad esempio nella mortalità prematura e nella mobilità ospedaliera.

  • Conte2 taglierà le ambasciate delle Regioni?

    La diplomazia delle Regioni italiane costava 70 milioni di euro l’anno, nel 2012. In quell’anno, il governo Monti, allora in carica, prese in considerazione l’ipotesi di razionalizzare gli uffici di rappresentanza che le varie Regioni avevano aperto, in parallelo a quelli dello Stato centrale, tramite il ministero degli Esteri, in varie parti del mondo. Nel 2017 la situazione risultava tuttavia immutata né abbiamo sentito, durante il primo governo di Giuseppe Conte, parlare di una razionalizzazione delle spese di rappresentanza delle Regioni.  E questo la dice lunga su quello che avrebbe dovuto essere il governo del cambiamento. Dal governo Lega-M5s, che tuonando contro l’Europa auspicava sempre maggior autonomia, almeno per alcune Regioni, non risulta ci sia stato alcun intervento ad hoc per tagliare le spese inutili ed ora, se prenderà effettivamente vita il governo Conte 2, M5s e Pd, ci sarà qualcuno che affronterà questo problema?

    Tanto per rinfrescare a tutti la memoria nel 2012 a Bruxelles, accanto alla rappresentanza nazionale italiana, operavano 21 rappresentanze regionali (2 per il Trentino-Alto Adige, una della provincia autonoma di Trento e l’altra della provincia autonoma di Bolzano), alle quali se ne affiancavano altre due rispettivamente per conto dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani e dell’Unione delle province italiane. Allora peraltro la rappresentanza della Basilicata non risultava operativa e nel 2018 quella della Calabria è rimasta sprovvista di personale.

    L’apertura internazionale delle Regioni non si è limitata a fare della partecipazione all’Unione europea l’unica occasione per aprire centri rappresentanza e (di conseguenza) di spesa. Infatti, il Veneto vantava 61 sportelli all’estero, la Lombardia 16 ‘Lombardia Point’, l’Emilia Romagna un ufficio presso la Tongil University di Shanghai, le Marche un paio di uffici in Indonesia e Cina, l’Abruzzo due in Romania e Brasile, il Molise un’agenzia nell’antistante Croazia, la Puglia uno sportello nell’antistante Albania.

    Accanto a tutte queste sedi, tutte le Regioni suddette, come pure le altre, hanno aperto uffici di rappresentanza non solo a Bruxelles ma anche a Roma. Nella capitale italiana sono stati infatti censiti 22 uffici di rappresentanza regionale (perchè l’esteso Molise ha valutato che gliene occorressero due).

    Il nuovo governo, qualunque esso sarà, vorrà finalmente abbassare i toni su Twitter e occuparsi seriamente delle spese inutili che quotidianamente aumentano il nostro deficit? Forse anche questo sarebbe un segnale che i cittadini e la Ue apprezzerebbero.

  • L’Autonomia Differenziata e i suoi segreti

    Nella complessa vicenda dell’Autonomia Differenziata c’è la chiara sensazione che si stia preparando la “patacca” alle regioni centro-meridionali, malgrado le ripetute assicurazioni sul presunto mantenimento del rispetto dei principi di equità nella distribuzione delle risorse in “pedissequa applicazione del dettato costituzionale”.

    Dov’è il trucco?

    Tutto nella procedura, che è stata letteralmente capovolta dalle regioni referendarie con l’avallo iniziale del Governo Gentiloni e a seguire del governo giallo-verde che, nel vuoto legislativo, hanno concordato un inedito iter, non supportato da nessuna norma, che consentirebbe ad esecutivo nazionale e regioni di decidere su questioni delicatissime, tagliando fuori il Parlamento da ogni ruolo e sancendo l’inizio della fine dello Stato Unitario. In una Repubblica Parlamentare come è l’Italia l’emarginazione del potere legislativo senza una formale modifica della costituzione cos’è se non un vero e proprio Golpe?

    Ma soprattutto perché?

    Perché il vero obbiettivo della Lega e dei suoi governatori non è l’Autonomia Differenziata, ma realizzare il sogno leghista primigenio della “scissione economica di fatto”, trattenendo la quasi totalità delle risorse fiscali nei propri territori, senza alcun vincolo di riequilibrio né di solidarietà su base nazionale.

    Infatti, le norme vigenti che sono state volutamente aggirate, impongono prima di qualsiasi attribuzione di nuovi poteri alle regioni, di definire i livelli essenziali di prestazione (lep), i costi standard dei servizi da trasferire e la fissazione dei criteri per il fondo perequativo regionale, e cioè l’ABC del federalismo, proprio per garantire equità nella ripartizione delle risorse e solidarietà tra tutti i territori dello stato.

    A fronte dell’assenza di qualsiasi norma di attuazione della procedura prevista, l’Autonomia Differenziata è la “furbata” che tenta di capovolgere i tempi e le modalità a garanzia dell’Unità del Paese, stabilendo di dare luogo al passaggio delle competenze dallo Stato alle regioni con semplici intese bilaterali tra Governo Nazionale e singoli Presidenti di Regione, rinviando l’approvazione dei costi standard entro i tre anni successivi al trasferimento dei poteri.

    Come dire che intese impossibili da raggiungere da 18 anni a questa parte, dovrebbero miracolosamente essere sancite a posteriori, e soprattutto, dopo avere ottenuto il premio delle agognate competenze.

    Ma l’aspetto truffaldino più evidente è che, in base all’attuale contenuto dell’Autonomia Differenziata, a parte la clausola che garantisce il diritto di Lombardia e Veneto di trattenere tutti gli eventuali surplus di finanziamenti ottenuti per i pagamenti dei servizi, se entro i tre anni non si riuscisse a concordare i costi standard (non ci credono neanche loro), nessun problema perché dovrebbero essere comunque garantiti i servizi a costi pari alla media nazionale. Ciò vuol dire che le regioni ricche potranno pagarsi i costi reali dei servizi anche a valori molto al di sopra della media nazionale, grazie alle proprie cospicue entrate tributarie, mentre le regioni più povere potrebbero non avere le risorse neanche per pagare i costi al valore della “media nazionale”, anche perché nulla dice il provvedimento circa il fondo perequativo tra le regioni, di cui nessuno parla, mentre è chiaro che più spese avranno le regioni ricche, meno risorse resteranno per la solidarietà.

    Questa è la verità sull’Autonomia Differenziata che dimostra, oltre al tradimento delle reali intenzioni manifestate da Salvini agli italiani del centro-sud, cui aveva promesso di costruire una lega nazionale, che la Lega non è un partito di destra perché è priva del sentimento nazionale, al posto del quale ha l’istinto tribale della ottusa tutela degli interessi dei territori di origine, e perché non capisce, a causa della visione miope della politica sovranista e anti UE, che in un mondo ostaggio delle tre superpotenze, un Paese da solo non ha nessuna prospettiva di reale indipendenza.

    Per fortuna l’imminente tornata di elezioni europee ha consigliato il rinvio dell’approvazione di questo provvedimento, che deve essere assolutamente fermato, non per l’autonomia in se, ma per le conseguenze devastanti che investirebbero il Paese.

    Ciò che rimane è l’amara considerazione di come una fascia crescente di elettori del Sud si sia potuta convincere che la lega potesse diventare interlocutore politico a difesa degli interessi meridionali e nazionali, mentre continuava a pensare che il “prima gli italiani” si riferisse a quelli del nord, e solo se avanza qualcosa anche agli “utili idioti” degli italiani del sud.

    Anche per questo appare sbagliata la posizione del vice governatore siciliano Gaetano Armao e dell’intero governo regionale che non può, per motivi di colleganza politica e di oggettiva sudditanza con la Lega, condividere e perfino esaltare una strategia di fortissima penalizzazione dell’Isola, e ritenere l’Autonomia Differenziata una “grande opportunità”, invece di opporsi con tutte le forze alla realizzazione di un disegno esiziale per la Sicilia e per ciò che fino ad oggi è stata l’Italia, per come l’abbiamo conosciuta e amata.

    *Già Sottosegretario ai Beni e alle Attività Culturali

  • Sperperi e incongruenze delle Regioni

    La Regione Emilia Romagna, unica regione del nord ad avere proibito in città la circolazione dei diesel euro 4, a fronte delle tante proteste di sindaci, lavoratori e cittadini, si è adeguata alle altre regioni per le quali il divieto di circolazione arriva all’euro 3. Per qualche giorno decine di migliaia di abitanti in Emilia Romagna hanno avuto interdetto l’utilizzo della loro macchina e gli abitanti delle altre regioni del nord, possessori di diesel euro 4, non hanno potuto venire a lavorare in Emilia Romagna. Come fa una nazione, governata attualmente da un governo sovranista, ad accettare così gravi differenze e penalizzazioni di suoi cittadini, dovute solo al fatto di abitare in una regione invece che in un altra?

    Le incongruenze del sistema regione, in  Italia, sono note da anni, dagli scandali economici alle inadempienze ed anche in questi giorni i dati sui costi dei dispositivi  sanitari per il diabete dimostrano come questo sistema non funzioni, con buona pace delle sempre più forti autonomie da sempre invocate dalla Lega. Solo per il diabete si parla di uno sperpero di 215 milioni mentre se si affronta il problema complessivamente si arriva ad un miliardo di euro sprecato per acquisti ingiustamente onerosi in alcune regioni. Un miliardo che potrebbe tramutassi, se fossero state applicate, e si applicassero ora, le norme contenute nel decreto salva Italia, varato nel 2011, in una nuova opportunità. Infatti le regioni e il paese con il risparmio di un miliardo, avrebbero la possibilità, finalmente, di dare ascolto alle tante necessità inevase del nostro sistema sanitario. Pensiamo alle lunghe permanenze nei pronto soccorsi, per mancanza di spazio e di medici, alle attese infinite per esami salva vita, con la conseguenza che spesso, quando sono finalmente eseguiti, la malattia è andata troppo avanti per essere fermata. Pensiamo a strumenti diagnostici che, se si assumesse il personale medico e tecnico necessario, potrebbero funzionare a pieno ritmo almeno per 12/18 ore al giorno, pensiamo ai macchinari abbandonati negli scantinati, agli ospedali ultimati e non utilizzati, ai pazienti di alcune regioni del sud che devono portarsi da casa quanto manca in ospedale, pensiamo alle tante persone che negli ultimi anni hanno dovuto rinunciare a curarsi per i costi troppo alti di ticket, di interventi e visite non contemplati dal servizio sanitario. Pensiamo, con crescente preoccupazione, all’allarme da tempo lanciato per la penuria di medici a fronte dei tanti che nei prossimi anni andranno in pensione ed alla consolidata mancanza di tecnici di radiologia ed infermieri.

    Non basta parlare di tagli, come in alcune occasioni ha dichiarato Salvini, bisogna dire che saranno gli sprechi, e quali sprechi, ad essere eliminati per far funzionare meglio la sanità e dare le giuste attenzioni ai malati, specie a quelli che non possono rivolgersi a strutture a pagamento. Bisogna mettere mano al sistema regioni perché il diritto all’autonomia non può tramutarsi nel diritto a rendere diversi gli italiani o a sperperare i soldi dei contribuenti.

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