Regioni

  • Sanità

    La sanità è uno dei problemi più urgenti dei quali il governo si deve occupare. Non perché le opposizioni ne parlano spesso, senza proporre soluzioni o dando notizie vuoi parziali, vuoi infondate, ma perché i cittadini hanno necessità di risposte rispetto alla carenza di medici di famiglia, assolutamente sotto numero rispetto alle esigenze dei territori, alle settimane, quando non mesi, di attesa per gli esami clinici, e alla mancanza di cure in alcuni settori, come ad esempio l’odontoiatria.

    La carenza di medici di famiglia, che ha anche portato all’intasamento delle strutture di pronto soccorso con conseguente necessità di aprire piccoli centri ad hoc (che spesso non funzionano), impedisce ai pochi medici presenti sul territorio quelle visite domiciliari che loro competono, specie per i loro pazienti più anziani, senza considerare che alcuni medici non le fanno comunque!

    Aver inoltre imposto ai medici di famiglia un plafond per la prescrizione di esami specialistici, salvo incorrere in sanzioni, sta negando alla popolazione, che è sempre più anziana, tutte quelle iniziative di prevenzione che, non essendo attuate, aggravano le malattie e perciò creano danno sia al singolo soggetto malato sia al costo complessivo della sanità nazionale. Dove non c’è prevenzione, infatti, poi occorre curare.

    Mentre la sanità pubblica non è più in grado di sopperire alle esigenze di chi ha bisogno di visite e di cure, continuano ad aprirsi piccoli e medi centri privati, ai quali si rivolge chi ha veramente bisogno, non appena può permetterselo, con il rischio, sempre più evidente, che lentamente la sanità pubblica vada ad esaurirsi e proliferi sempre più quella privata: poliambulatori, studi specialistici, centri diagnostici nascono anche in Comuni di 4/5 mila abitanti e il loro continuo proliferare attesta chiaramente che i cittadini sono contenti di questo servizio, anche perché non hanno quello pubblico, e chi li apre  ne ha un evidente  beneficio economico oltre che professionale, se no chiuderebbe.

    Sorge pertanto una domanda: se in un centro privato, per esempio, una lastra viene a costare 60 euro e il privato che ha aperto il centro ci guadagna anche affrontando tutte le spese che la prestazione comporta, perché mai nell’ospedale pubblico, allo Stato, questa lastra costa molto di più e soprattutto non è eseguita in tempo utile rispetto alle esigenze terapeutiche del paziente?

    Da anni sappiamo che gli stessi presidi sanitari, da una valvola per il cuore a una siringa per una puntura, acquistata dal pubblico ha un prezzo diverso in Lombardia o in Campania, in Emilia o in Sicilia. Questo dimostra come vi sia qualcosa di molto poco chiaro sul sistema acquisti delle strutture pubbliche.

    Perciò non è vero quanto sostiene Massimo Fabi, assessore regionale emiliano, che le risposte non ci sono perché le risorse sono state ridotte; in verità le risorse sono male utilizzate e la nomina politica dei responsabili delle Asl, una nomina spesso fatta non per merito tecnico e competenza, è uno dei tanti motivi della malasanità pubblica che ha anche il torto di pagare non adeguatamente i propri dipendenti, dall’infermiere al primario, e poi si trova, per supplire alle ovvie carenze di organico, a pagare gettoni astronomici a personale che arriva, anche dall’estero, per attività di 2-3 giorni.

    Un’ultima considerazione riguarda alcune grandi strutture sanitarie private convenzionate che da qualche anno invece di assumere direttamente i propri medici li recluta con contratto professionale. Molti medici di grandi ospedali privati convenzionati sono quindi liberi professionisti non sufficientemente tutelati nella struttura nella quale operano né dal punto di vista professionale né da quello economico.

    Queste poche osservazioni solo per ricordare al Presidente del Consiglio, al Ministro della Sanità e a tutto il governo che i tempi sono più che maturi per affrontare seriamente l’emergenza sanità in Italia.

  • Referendum: l’illusione geografica di una vittoria e la realtà economica

    L’esito referendario, al di là dei soliti commenti e delle conseguenze politiche che questo sta generando, nasconde tuttavia una realtà ben più complessa di quanto non si creda. I numeri possono essere interpretati con l’obiettivo di esprimere una differente realtà da quella che viene raccontata tanto dai vincitori quanto dai perdenti.

    Indubbiamente questi sono i risultati principali: NO 53,7% circa 14 milioni di voti, SÌ 46,2%, affluenza definitiva 58,9%. In considerazione del fatto che in Italia il numero di elettori è di 51 milioni, 47 milioni (47.331.428 alle europee 2024), ai quali aggiungere gli elettori all’estero, circa 4,8 – 5 milioni di cittadini iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE), vuol dire che sono andati a votare poco più di 30 milioni di elettori.

    Un numero certo importante, che inverte un trend preoccupante legato al sempre minore afflusso alle urne, ma la sua rappresentazione geografica non nel dovuto risalto è un aspetto fondamentale.

    Emerge in modo molto chiaro come in sole tre regioni, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, la maggioranza degli aventi diritti si sia espressa a favore del Sì al quesito referendario. E nonostante la distribuzione geografica la vittoria del No risulta molto meno schiacciante di quanto le forze politiche contrarie alla Riforma proposta dal governo intendano affermare, in quanto non andrebbe dimenticato come queste tre regioni rappresentino oltre il 34% del Pil  nazionale, quindi le loro legittime aspettative relative alle tematiche di diritto e di competitività che la giustizia dovrebbe assicurare per attirare investimenti, pesino all’interno delle politiche economiche molto più di quanto questa cartina non riesca a dimostrare.

    In altre parole la vittoria del No, che ha potuto contare sul 27,5% degli aventi diritto, anche se ha determinato una vittoria legittima va, tuttavia, valutata nel suo peso specifico specialmente in considerazione delle legittime aspettative di chi rappresenta oltre un terzo del Pil nazionale ed ha votato Sì, anche se circoscritto in tre sole regioni.

    Solo il senso di responsabilità dell’intero arco politico parlamentare dovrebbe essere in grado di esprimere la volontà di dare una risposta a queste legittime aspettative, di chi rappresenta oltre un terzo dell’economia nazionale (34%), quindi ben oltre il risultato in termini percentuali della vittoria del No (27.5%) in relazione agli aventi diritto.

  • Gli spostamenti tra Regioni per motivi di salute hanno toccato il valore di 5,15 miliardi

    Nel 2023, la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto la cifra record di 5,15 miliardi di euro, il livello più alto di sempre, in aumento del 2,3 per cento rispetto al 2022 (5,04 miliardi di euro). Le analisi della Fondazione Gimbe confermano il progressivo ampliamento dello squilibrio tra Nord e Sud, con un enorme flusso di risorse economiche in uscita dal Mezzogiorno verso il Nord. In particolare, verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, che si confermano le Regioni più attrattive.

    “Questi numeri – afferma il presidente Nino Cartabellotta – indicano che la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità. Quando miliardi di euro e centinaia di migliaia di pazienti convergono verso poche Regioni, significa che l’offerta dei servizi non è omogenea e che il diritto alla tutela della salute non è garantito in maniera equa su tutto il territorio nazionale e richiede spostamenti che hanno anche un rilevante impatto economico sui bilanci delle famiglie”. Un principio recentemente ribadito anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, il 28 febbraio scorso, ha ricordato come “il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, deve trovare uniforme applicazione sull’intero territorio nazionale”, sottolineando che permangono disomogeneità territoriali non più accettabili. Il Report Gimbe sulla mobilità sanitaria 2023 si basa su tre fonti ufficiali: i dati economici aggregati dal Riparto 2025; i flussi dei Modelli M trasmessi dalle Regioni al Ministero della Salute; i dati del Report Agenas sulla mobilità sanitaria.

    Nel 2023, la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto la cifra record di 5,15 miliardi di euro, il livello più alto di sempre, in aumento del 2,3 per cento rispetto al 2022 (5,04 miliardi di euro). E’ quanto si legge in una nota di Fondazione Gimbe, in occasione dei suoi 30 anni. Le analisi della Fondazione Gimbe confermano il progressivo ampliamento dello squilibrio tra Nord e Sud, con un enorme flusso di risorse economiche in uscita dal Mezzogiorno verso il Nord. In particolare, verso Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, che si confermano le Regioni più attrattive. “Questi numeri – afferma il presidente Nino Cartabellotta – indicano che la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità. Quando miliardi di euro e centinaia di migliaia di pazienti convergono verso poche Regioni, significa che l’offerta dei servizi non è omogenea e che il diritto alla tutela della salute non è garantito in maniera equa su tutto il territorio nazionale e richiede spostamenti che hanno anche un rilevante impatto economico sui bilanci delle famiglie”. Un principio recentemente ribadito anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, il 28 febbraio scorso, ha ricordato come “il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, deve trovare uniforme applicazione sull’intero territorio nazionale”, sottolineando che permangono disomogeneità territoriali non più accettabili. Il Report Gimbe sulla mobilità sanitaria 2023 si basa su tre fonti ufficiali: i dati economici aggregati dal Riparto 2025; i flussi dei Modelli M trasmessi dalle Regioni al Ministero della Salute; i dati del Report Agenas sulla mobilità sanitaria.

  • Calderoli e gli avvoltoi

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Nicola Bono, Presidente dell’Associazione ‘Europa Nazione’

    La decisione della Consulta di non autorizzare il Referendum abrogativo della legge Calderoli in merito all’Autonomia Differenziata appare a molti una forzatura per impedire il diritto di espressione del popolo italiano sul tema referendario, specialmente in riferimento all’affermazione, non chiarita, che “il Referendum abrogativo avrebbe avuto un fine poco chiaro e si sarebbe trasformato in un <sì> o in un <no> all’Autonomia Differenziata, principio che però è già in Costituzione e per essere espunto necessiterebbe di una revisione della carta”. Ma è chiaro a tutti che la legge Calderoli è di attuazione dell’Autonomia Differenziata, e un referendum su una legge di attuazione non potrebbe mai inficiare in alcun modo il principio contenuto nella Carta Costituzionale, che appunto è modificabile unicamente con le procedure previste dalla Costituzione. Sarebbe stata forse più significativa una analisi della Consulta sui contenuti di una legge di attuazione priva di previsioni di spesa, rinviati furbescamente all’attuazione delle “Intese”, al riparo dai controlli del Parlamento, che a fronte di decine di possibili e corrette attuazioni dell’Autonomia Differenziata, non a caso ha visto privilegiare un  criterio per ottenere il trasferimento della quasi totalità del residuo fiscale dallo Stato alle Regioni ricche, infischiandosene di cancellare tutti i principi di sussidiarietà, solidarietà, uguaglianza dei diritti tra i cittadini italiani, oltre che dell’equilibrio del Bilancio dello Stato. Più convincente appare la osservazione che la Consulta si era già pronunciata sulla legge Calderoli, evidenziando ben 7 profili di incostituzionalità, tra cui la gestione dei LEP (Livelli Essenziali di Prestazione) di fondamentale competenza del Parlamento, oltre alla interpretazione in modo costituzionale orientato di ben altre cinque previsioni della legge, tra cui il potere di emendamento delle Camere sulle Intese, i limiti alle compartecipazioni al gettito dei tributi erariali, e l’esigenza che al momento della conclusione dell’Intesa, e dell’individuazione delle relative risorse, si tenga conto del quadro generale della Finanza Pubblica, degli andamenti del ciclo economico e del rispetto degli obblighi eurounitari. La sentenza della Consulta del 14 novembre 2024, ha quindi posto un fermo chiarissimo alla legge Calderoli, che è stata totalmente smantellata, come conferma il neo Presidente della Consulta Amoroso, che non solo precisa l’esigenza che sia il Parlamento a definire i LEP, ma che intervenga anche per le materie non LEP, perché è evidente che c’è da ricostruire questa fase, che è a fondamento di tutto l’impianto della legge per l’attribuzione di specifiche funzioni di materia. Ecco perché la mancata conferma del Referendum abrogativo dell’Autonomia Differenziata non è un male per almeno due motivi, il primo perché malgrado l’evidente adesione alla raccolta firme in tutto il Paese per l’abrogazione della legge, il raggiungimento del quorum per ottenere questo risultato sarebbe stato estremamente complicato e, in caso di sconfitta, immancabilmente i sostenitori dell’Autonomia avrebbero strumentalizzato il risultato, al fine di svuotare anche la sentenza del 14 novembre 2024 e tornare al testo originario; e il secondo motivo perché la sentenza è più che chiara ed esaustiva negli obiettivi di smantellare totalmente l’impostazione della norma con buona pace di Calderoli, Zaia e quanti altri sostengono che “basterà qualche modifica del parlamento per soddisfare le decisioni della Corte Costituzionale”. Il ministro Calderoli, che ha tirato un respiro di sollievo per la mancata approvazione del referendum, ed ha detto che “finalmente potrà lavorare in pace senza più avvoltoi che gli girano sopra la testa” dovrebbe prendere atto che nella vicenda che egli ha creato, il primo a meritare il riconoscimento di avvoltoio oggettivamente è proprio lui, perché non ha pensato ad una legge sull’Autonomia differenziata, ma unicamente ad un modo per dirottare decine di miliardi di risorse erariali dallo Stato alle Regioni Ricche, con tenace rapacità, e mentendo più volte sulle reali conseguenze della norma e, dopo la sentenza di novembre, insistendo sulla sostanziale minimizzazione delle decisioni della Consulta, secondo lui facilmente superabili. Perché non lo sono. E’ infatti del tutto strumentale fare dichiarazioni del tipo “andiamo avanti e portiamo a compimento l’Autonomia Differenziata”, cercando di nascondere la polvere sotto il tappeto, laddove la sentenza della Consulta chiarisce a caratteri cubitali, il rispetto dei principi dell’Unità della Repubblica, della solidarietà tra le regioni, dell’eguaglianza e della garanzia dei diritti dei cittadini, la corretta gestione paritaria dei LEP, l’obbligatorietà dell’equilibrio di bilancio e del rispetto del principio di sussidiarietà, tutte cose che nell’attuazione di come è stata impostata la legge Calderoli sarebbero state definitivamente cancellate, con la conseguenza  dell’implosione del Paese, Nord compreso, distrutto da una norma egoista e incostituzionale.

  • Le decisioni della Corte Costituzionale sull’Autonomia Differenziata

    Ovvero un sostanziale giudizio negativo della Consulta sull’Autonomia Differenziata, che, così com’è, non è compatibile con il dettato Costituzionale.

    Finalmente l’attesa decisione che conferma l’incostituzionalità della norma in così tanti punti che, di fatto, equivalgono quasi ad una totale abrogazione.

    Calderoli, come sempre quando è a corto di argomenti, ha appena dichiarato che la Corte Costituzionale ha dato un complessivo giudizio positivo alla legge (?), chiedendo la modifica di alcuni aspetti della stessa (?), per le quali saranno presto trovati i correttivi in Parlamento (?).

    Affermazioni propagandistiche e bugiarde per nascondere la polvere sotto il tappeto. In realtà la Corte Costituzionale ha fatto un ottimo lavoro, individuando una lunga serie di incostituzionalità che hanno demolito totalmente la legge, e non sarà per niente facile apportare modifiche alla stessa, anche perché l’obbiettivo principale della norma, e cioè il mantenimento nei territori delle regioni ricche delle risorse erariali versate dai contribuenti, ne esce totalmente devastato.

    Fine della storia, con buona pace di chi ha tentato l’assalto alla diligenza delle risorse erariali dello stato.

    Tornando alla decisione della Consulta, non è facile dedurre i particolari da un comunicato stampa, essendo possibile ogni doveroso approfondimento solo dopo che saranno depositate nel dettaglio le decisioni della sentenza.

    Ma dal comunicato emergono con chiarezza alcune questioni che erano state al centro delle critiche sulla legge di attuazione dell’Autonomia Differenziata, e motivo di scontri politici e accuse di volere favorire le regioni opulente del Nord, a discapito del resto del Paese.

    Ed è questo il punto che la Corte Costituzionale ha indicato come incostituzionale e cioè la violazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione che deve essere interpretato nel contesto della forma di Stato italiana, e cioè che ogni provvedimento adottato, come ad esempio l’autonomia differenziata, deve essere rispettoso dei principi dell’unità della Repubblica, della solidarietà tra le regioni, dell’eguaglianza e della garanzia dei diritti dei cittadini, oltre che dell’equilibrio di bilancio.

    Calderoli e compagni hanno fatto l’esatto contrario con questa legge, mettendo a rischio la solidarietà tra le regioni, l’eguaglianza e la garanzia dei diritti dei cittadini, gli equilibri di bilancio e soprattutto i principi di Unità della Repubblica.

    Da qui la Corte costituzionale ha ritenuto che la distribuzione delle funzioni legislative e amministrative tra i diversi livelli territoriali di governo, in attuazione dell’articolo 116, terzo comma, non debba corrispondere all’esigenza di un riparto di potere tra i diversi segmenti del sistema politico, ma debba avvenire in funzione del bene comune della società e della tutela dei diritti garantiti dalla nostra Costituzione. Quindi, a tal fine, individua nel principio costituzionale di sussidiarietà la regola fondamentale di distribuzione delle funzioni tra Stato e regioni.

    Da qui le diverse cause di incostituzionalità individuate:

    In merito alle intese tra Stato e Regioni, insieme alla successiva legge di differenziazione nel trasferimento delle nuove materie, la devoluzione delle materie da specifiche funzioni legislative non può prescindere da specifiche funzioni legislative e amministrative e deve essere giustificata, in relazione ad ogni singola regione, alla luce del principio di sussidiarietà;

    In merito alla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP) concernenti i diritti civili e sociali, occorre che siano prima definiti idonei criteri direttivi, con la conseguenza che la decisione sostanziale deve essere rimessa nelle mani del governo, il che limita il ruolo costituzionale del Parlamento,

    La determinazione dell’aggiornamento dei LEP non può essere effettuata da un decreto (DPCM) del Presidente del Consiglio;

    Così come è incostituzionale la procedura prevista dalla legge n. 197 del 2022 (legge di bilancio per il 2023), per la determinazione dei LEP con DCPM, fino all’entrata in vigore dei decreti legislativi per definire i LEP;

    Va eliminata la possibilità di modificare con decreto ministeriale le aliquote della compartecipazione al gettito dei tributi erariali per finanziare le funzioni trasferite, in caso di scostamento tra il fabbisogno di spesa e l’andamento dello stesso gettito;

    Va eleminata la facoltatività, piuttosto che la doverosità, da parte delle regioni destinatarie della devoluzione, del concorso agli obiettivi di finanza pubblica, con conseguente indebolimento dei vincoli di solidarietà e unità della Repubblica;

    Va eliminata la parte in cui nella legge dell’Autonomia Differenziata prevede una procedura per le regioni a Statuto speciale, che invece, per ottenere maggiori forme di autonomia, possono ricorrere alle procedure previste dai loro statuti speciali;

    La Corte Costituzionale ha inoltre interpretato in modo costituzionalmente orientato altre previsioni della legge e ribadito che spetta al Parlamento colmare i vuoti derivanti dall’accoglimento di alcune delle questioni sollevate dalle regioni ricorrenti.

    Insomma, un parere assolutamente condivisibile che costituisce un vincolo difficilmente superabile per la copertura dei vuoti derivanti dalla sentenza.

    L’impianto della norma prevede infatti l’obiettivo di impoverire l’erario nazionale, a favore degli interessi delle regioni ricche di diventare ancora più opulente, con la trattenuta delle risorse erariali versate dai propri abitanti allo Stato, ed è proprio questo aspetto ad essere stato di fatto del tutto smantellato dalle varie incostituzionalità.

    La possibilità quindi di “colmare i vuoti” appare del tutto impossibile stando così le cose, e Calderoli non credo abbia strumenti per superare tale impedimento.

    Il referendum abrogativo a questo punto appare chiaro che non si terrà, mentre occorre mantenere il massimo di attenzione e vigilare sule intenzioni di come vorrà procedere la maggioranza di governo su ciò che resta del provvedimento, che così com’è non produrrà alcun processo di Autonomia Differenziata, ma in compenso grazie alla Consulta sono stati restituiti in pieno i valori, i principi ed i diritti Costituzionali all’intero Paese.

  • La crisi economica rappresenta l’elemento di “coesione” nazionale

    Novecentoquindici sono i chilometri che costituiscono la distanza tra lo stabilimento Bosch di Bari e quello di Quero, in provincia di Belluno. Queste due realtà economiche e occupazionali, tuttavia, risultano molto più vicine di quanto la lunga distanza possa far pensare. Entrambi gli stabilimenti, infatti, rientrano all’interno di un articolato piano di ristrutturazione industriale e conseguente riduzione del personale che la tedesca Bosch sta attuando per affrontare la crisi del settore Automotive.

    In questo drammatico contesto sociale esplode per l’ennesima volta la questione di una presunta legittimità relativa al progetto di autonomia regionale, per la quale il 22 ottobre 2017 era stato istituito un referendum nel quale la maggioranza dei veneti dimostrò il proprio consenso.

    Da allora sono passati sette anni caratterizzati da:

    . il covid

    . l’esplosione dei costi energetici

    . perdita del potere di acquisto delle famiglie per l’inflazione esogena

    . inflazione dei beni alimentari

    . la guerra Russo Ucraina

    . il PNRR

    . la consueta esplosione della spesa pubblica

    . crescita esponenziale del debito pubblico

    . la conseguente crescita dei costi di   servizio al debito

    . inflazione relativa alla crescita della tassazione sui carburanti e bollette energetiche

    . la crisi arabo israeliana

    . le elezioni statunitensi

    Ed ancora oggi, dopo sette anni, ci si ritrova al punto di partenza con la solita contrapposizione politica, per di più  relativa alla interpretazione di quanto deciso dalla Corte Costituzionale (la cui sentenza verrà pubblicata a dicembre), mentre una pletora di esponenti istituzionali continuano a contrapporsi semplicemente in ragione degli schieramenti politici ed ora più che mai si dimostrano lontani dalle allarmanti aspettative della Working Class, quella che negli Stati Uniti ha votato Donald Trump.

    Sarebbe carino capire se per le quaranta famiglie di Quero, poco più di tremila anime in provincia di Belluno, a 109 chilometri da Cortina d’Ampezzo sede delle prossime olimpiadi invernali del 2026, sia più importante la diatriba giuridica che dimostra come il progetto iniziale presentato dalla regione sia, ancora oggi, soggetto ad una serie di sette correzioni fondamentali da parte della Corte Costituzionale, oppure il mantenimento del proprio posto di lavoro. In più, dopo  venti mesi di sospensione dalla realtà, di fronte alle continue e consecutive flessioni della produzione industriale, oltre un anno e mezzo, l’intero mondo della politica nazionale e veneta, come tutte le associazioni di categoria tanto industriali quanto sindacali, hanno dimostrato di  sottostimare negli effetti immediati come nel medio termine.

    Ora, invece, siamo all’interno di una crisi senza precedenti dal dopoguerra ad oggi e che potrà avere degli effetti talmente devastanti molto simili a quelli  di un conflitto nucleare.

    Francamente vedere ancora una volta tutti questi personaggi che da oltre sette anni continuano a rimpallarsi le  responsabilità relative  ad un possibile mancato raggiungimento della autonomia del Veneto diventa veramente non solo stucchevole ma soprattutto insultante per quelle persone che stanno perdendo al posto di lavoro.

    Il vero problema ora non è più l’autonomia ma la competenza di chi l’ha proposta come di chi l’ha combattuta in questi termini, entrambi espressione  di un mondo e di un  modello politico completamente assenti ed ignoranti della realtà circostante.

    Il  mondo del lavoro si trova ora in una situazione di una difficoltà senza precedenti, mentre la politica, per nulla interessata, continua a  considera la propria contrapposizione politica primaria rispetto al futuro delle famiglie investite dalla crisi economica ed occupazionale.

    In ultima analisi è decisamente paradossale come, più della contrapposizione squisitamente ideologica tra favorevoli e contrari al progetto di autonomia regionale, il vero elemento di coesione del territorio italiano venga rappresentato dalla crisi economica ed occupazionale.

  • La sagra delle manipolazioni e delle menzogne sull’Autonomia Differenziata per nascondere la polvere sotto il tappeto

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Nicola Bono, Presidente di Europa Nazione

    La riforma dell’Autonomia Differenziata nel corso della sua approvazione ha già integrato 26 violazioni della Costituzione, 12 forzature di legge e 42 truffe e manipolazioni che, per un disegno di legge di appena 11 articoli, costituiscono un record mondiale di mala politica, ed evidenziano una totale assenza di etica, moralità e correttezza di una classe politica incapace di vedere al di là dei propri interessi, le conseguenze gravissime di una triade di riforme che nulla hanno a che vedere con il bene comune e il rafforzamento della serenità e dell’unità del Paese, ma semmai l’esatto contrario.

    Ottenuta l’approvazione, la preoccupazione crescente sulla presa di coscienza dei cittadini italiani, specialmente del Sud, sta sollecitando molti soggetti politici a rivestire il ruolo di difensori d’ufficio della sciagurata riforma, con un florilegio di ulteriori bugie e manipolazioni, nonché insulti ai cittadini, senza avere mai letto il testo, e ancora meno capito, la tragedia che cercano di difendere e di trasformare in presunta opportunità per le vittime della congiura delle tre riforme.

    Tra i tanti che esaltano l’Autonomia Differenziata emergono, per inconsistenza degli argomenti, figure come quella del Presidente della Regione Siciliana Renato Schifani e del Ministro per la Protezione Civile e le politiche del Mare Nello Musumeci che, dopo 17 mesi di processo approvativo della legge, con i loro interventi, se in buona fede, dimostrano di non avere capito nulla di questo provvedimento. In particolare Schifani nell’accusare nientemeno di “terrorismo politico” gli attacchi all’Autonomia, dichiara fideisticamente (ma senza avere letto una riga del provvedimento legislativo) “di rifiutarsi di pensare che questo governo possa approvare intese pericolose per il Sud”, e conclude la sua esternazione sostenendo la sua tesi, del tutto infondata, sul principio che “se non ci saranno i Livelli Essenziali di Prestazione l’Autonomia non partirà”. Gli fa eco il Ministro Musumeci che, dall’alto delle sue note competenze legislative e giuridiche, messe in atto nei cinque anni di gestione della Regione Siciliana dove ha risolto miracolosamente ogni problema, con il cipiglio che gli è tipico, insulta i meridionali e li sprona a smetterla di piangere. Ed aggiunge una affermazione criptica “Noi abbiamo bisogno di competere con il Nord, sapendo che i nostri obiettivi sono diversi da quelli delle regioni settentrionali”; per concludere “Io ho votato il provvedimento al Senato e non avrei mai votato un provvedimento che potesse pregiudicare l’unità d’Italia”, con ciò confermando che non ha letto, o non ha capito il provvedimento approvato.  Questi due campioni della politica siciliana si assumono la responsabilità di difendere una norma indifendibile, incuranti del destino di 20 milioni di italiani del Sud, venduti a logiche di interessi personali e partitici, che di colpo vengono privati dei loro diritti costituzionali, del loro futuro e del doveroso rispetto dovuto al popolo sovrano. Come si fa a non capire che con l’approvazione della legge, nessuno potrà fermare il processo di trasferimento dei fondi dallo Stato alle regioni ricche, che lo otterranno con le intese che saranno operative nel giro di 4-5 mesi al massimo? Il procedimento previsto nei 24 mesi dall’approvazione del disegno di legge dei decreti legislativi per la determinazione dei LEP non riguarda le regioni ricche, che hanno le commissioni paritetiche, e quindi da subito potranno aumentare a loro piacimento i costi del LEP. Sono soltanto le Regioni fragili che dovranno aspettare i 24 mesi, e poi eventualmente per l’aumento dei costi dei LEP: prima dovranno aspettare altri tre anni, e poi anche il finanziamento dello Stato, che nel frattempo le regioni ricche avranno svuotato, e quindi non ci saranno le risorse necessarie a sostenere tali spese. Quindi Schifani e Musumeci, e tutti coloro che hanno votato questa riforma, specialmente se eletti nel Sud, con questo provvedimento hanno tradito non solo i diritti costituzionali dei cittadini del Sud, ma la logica stessa della solidarietà come principio fondativo della Patria comune. Il Sud è stato sacrificato sul terreno della disparità dei diritti e l’Autonomia Differenziata è la prima legge della Repubblica Italiana a legittimare tale disparità con l’avere sostituito lo Jus Civitatis con lo Jus domicili, banalizzando di fatto l’art. 3 della Costituzione Italiana sulla parità dei diritti, e concedendo ogni possibile beneficio solo in base alla residenza che, per i cittadini delle regioni ricche comporterà vantaggi e prebende, a discapito dello Stato e delle regioni povere, che dovranno sopravvivere in condizioni di assoluta assenza di solidarietà e perequazione. Non è accettabile che si restituisca il residuo fiscale alle Regioni ricche, che non ne hanno alcun diritto, essendo il pagamento delle imposte erariali un dovere nei confronti delle Stato, e quindi impedire alle regioni povere di avere risorse e trasferimenti dallo Stato, come fosse una condanna alla presunta incapacità di non essere diventate anch’esse ricche. Perché la perequazione tra i territori (che non c’è nella riforma malgrado imposta dalla Costituzione) e i principi di solidarietà, prescindono dal passato e dalle eventuali responsabilità, ma incidono sul futuro, ed appare incredibile che una destra di governo possa concepire una norma così assurdamente penalizzante e divisiva, da smuovere anche l’allarme della Commissione UE che sostiene come “la devoluzione di ulteriori competenze alle regioni comporta rischi per la coesione e le finanze pubbliche del Paese”. Un’ultima domanda a Schifani, Musumeci e ai difensori d’ufficio di questo sciagurato provvedimento che non sarà dimenticato dagli italiani: quando lo Stato rimarrà senza risorse, per averle date alle regioni ricche, chi pagherà il Debito Pubblico, il Sud?

    *Presidente di Europa Nazione

  • Perché il disegno di legge sull’Autonomia Differenziata deve essere fermato

    Ci voleva l’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per esprimere le preoccupazioni della gran parte del Paese per un imminente rischio di “Una separazione delle strade tra territori del Nord e territori del meridione che recherebbe gravi danni agli uni e agli altri”.

    Un appello forte del Capo dello Stato, per ricordare a quanti da mesi sostengono che l’Autonomia Differenziata non si farà mai, che il pericolo è ormai alle porte.

    Basta con le dichiarazioni, ultimo in ordine di tempo Cirino Pomicino, ma preceduto dai Galvagno, Schifani, Meloni, Zaia, Calderoli e migliaia di altri a sostenere la narrazione di LEP uguali per tutti, che il partito dei patrioti alla fine non consentirà questa sciagura, che i soldi non ci sono e quindi non se ne farà nulla e così via,  tentando di sminuire un disegno che invece sta per raggiungere la meta, grazie all’ignoranza sulla pericolosità dei suoi obiettivi, e alla superficialità delle analisi di chi non ha letto la legge o non l’ha capita.

    La verità è che non ci sono, né mai ci saranno LEP uguali per tutti.

    Che l’approvazione di questo disegno di legge consentirà di dare alle regioni ricche le risorse erariali pagate nei loro territori e sottratte allo Stato, che diventerà più povero ed impotente rispetto al resto del territorio nazionale.

    Che le Regioni fragili, avranno LEP finti, calcolati sulla spesa storica, già oggi al di sotto dei costi reali e tali resteranno perché lo Stato, che sarà impoverito, non potrà finanziare gli aggiornamenti dei LEP che, comunque, non potranno esserci prima del 2029.

    Che le regioni ricche, non appena fatta la legge, entro cinque mesi, e quindi al più tardi entro ottobre 2024, avranno via libera sulla determinazione dei costi reali dei LEP, e potranno concedere aumenti di stipendio anche triplicandone gli importi, e procedere ad ogni ulteriore modifica, acquisendo da subito e poi annualmente le risorse erariali dello Stato, alla faccia di chi ancora pensa che dovrebbero passare non meno di due anni per l’approvazione dei decreti legislativi.

    Che questa riforma viola ben 26 norme della Costituzione, che tra l’altro hanno finora consentito di non istituire il Fondo di Perequazione, ed addirittura aggirare gli obblighi di copertura finanziaria della norma, con il truffaldino criterio di rinviare la quantificazione dei LEP al momento della elaborazione delle Intese e non nella fase di approvazione della legge.

    Che ci sono ben 42 manipolazioni in 11 articoli di legge, che evidenziano la superficialità e mala fede nella elaborazione di una riforma, che passerà alla storia come la prima legge della Repubblica Italiana che discriminerà legalmente i diritti costituzionali degli italiani in base allo Ius domicili (cioè in base alla residenza), piuttosto che allo Ius civitatis (e cioè in base ai principi di uguaglianza garantiti dal diritto di cittadinanza).

    Le forzature sono state continue e perniciose sin dall’inizio, ed in ultimo con l’arroganza del potere di violare le regole parlamentari, imponendo la ripetizione della votazione su un emendamento dell’opposizione, che non doveva essere approvato.

    Perché sin dall’inizio questa fretta di approvare una riforma di tale rilevanza, con forzature gravi delle regole parlamentari e prepotenza ingiustificata?

    Questa corsa disperata all’approvazione prima delle elezioni europee è la spia che, qualunque questione riguardi la politica italiana, l’unico vero interesse è finalizzato alla caccia ai voti, e non al rispetto dei diritti e delle regole, che dovrebbero costituire la garanzia e la base delle decisioni al servizio dei cittadini di uno Stato di diritto e democratico.

    Ecco perché questa legge va fermata prima del voto delle elezioni europee, per consentire la verifica della compatibilità degli obiettivi con l’interesse generale del Paese, per eliminare o correggere le ripetute manipolazioni soprattutto in materia costituzionale e finanziaria, per garantire i diritti costituzionali a tutti i cittadini, ma anche perché, se fosse approvato prima dell’8 e 9 giugno, oltre a dare la prova di una coalizione di governo sotto ricatto, costretta all’approvazione dalle minacce di una Lega disperata, non ci sarebbero più i margini per impedire l’assalto alla diligenza dello Stato, in quanto, già dal prossimo mese di ottobre, inizierebbero i trasferimenti delle risorse erariali dallo Stato alle Regioni sottoscrittrici delle Intese e, quindi, l’avvio del processo di implosione dello Stato e la fine dell’Unità Nazionale.

    E il conseguente addio ai sogni di gloria del Premierato.

    In tal caso, con la legge approvata prima delle elezioni, gli elettori italiani, e soprattutto meridionali, dovrebbero valutare seriamente di negare il consenso elettorale ai partiti della coalizione di governo e ricordarlo con estrema chiarezza nei giorni dell’8 e 9 giugno.

  • L’Autonomia Differenziata legalizza la discriminazione territoriale degli italiani

    E’ giunto il momento di dire basta alle manipolazioni e alle bugie, alla luce del testo del Senato sull’Autonomia Differenziata, che si presenta perfino peggiorata rispetto al disegno di legge iniziale.

    In primo luogo che fine hanno fatto gli emendamenti di FdI che “avrebbero migliorato la legge Calderoli e confermato il diritto alla parità sui LEP?” Spariti, nelle parti che avrebbero dovuto garantire LEP uguali per tutti, mentre rimangono solo le affermazioni di pura propaganda, prive di contenuti reali.

    In realtà la riforma è stata incredibilmente peggiorata nelle parti che penalizzeranno il Sud, ma farà pagare un prezzo altissimo anche al Nord.

    Per raggiungere l’obiettivo della “scissione dei ricchi” e consentire alle Regioni sottoscrittrici delle Intese di tenersi le risorse erariali nel proprio territorio, Calderoli ha creato il sistema dei “due binari a velocità differenziata”, che sono il vero strumento con cui si sancisce con legge dello Stato la discriminazione dei diritti degli Italiani del Sud, e non solo.

    Infatti, premesso che non è mai stata prevista alcuna uguaglianza dei cittadini sui LEP, anche perché non ci sarebbe mai stata la disponibilità finanziaria per garantirli, quantificata in non meno di 80-100 miliardi l’anno, la discriminazione che crea i Paria nel nostro Paese è nella modalità mortificante con cui il Disegno di legge stabilisce, in base alla ricchezza, i “due binari a velocità differenziata”. E quindi, con il “binario dell’Alta velocità”, garantire il conseguente diritto delle Regioni sottoscrittrici delle Intese di gestire da subito ed in totale autonomia, nonché rinnovare ogni anno, i LEP; mentre, con il “binario dei treni regionali”, le altre Regioni non sottoscrittrici delle Intese saranno condannate a ben altre tempistiche e, soprattutto per lungo tempo, e forse per sempre, alla spesa storica.

    Ma come funziona il sistema dei “due binari a velocità differenziata”? Semplice, le regioni firmatarie delle Intese, appena definita la procedura e pubblicati i disegni di legge di approvazione delle Intese, da subito, grazie al combinato disposto degli articoli 3, 5 e 8 del disegno di legge, potranno definire i propri LEP e operare il loro assalto alla diligenza delle risorse erariali dello Stato. E potranno aumentarne il valore, modificarli e inserire nuovi LEP con cadenza annuale. Questo, come è noto, provocherà la riduzione delle risorse erariali statali e, quindi, la fine di ogni principio di solidarietà e di perequazione, in pratica la fine dell’Unità Nazionale. Come un ritorno al passato, all’Italia preunitaria. Le altre Regioni, non sottoscrittrici delle Intese, invece dovranno attendere l’adozione dei decreti legislativi, quindi 24 mesi dall’approvazione della riforma, e cioè verso marzo-aprile 2026, e che saranno basati sulla Spesa Storica dei costi e fabbisogni Standard, mentre le regioni ricche avranno aumentato i loro LEP già per due anni consecutivi. Ma non finisce qui, perché l’aggiornamento dei costi e fabbisogni standard, per le regioni non sottoscrittrici delle Intese, è previsto a cadenza triennale e a condizione che prima o contemporaneamente alla emissione dei decreti DPCM siano stati emessi i decreti di stanziamento delle risorse per consentire tali aggiornamenti. Il che vuol dire che, se non ci saranno tali disponibilità finanziarie (cosa del tutto probabile), non ci sarà neanche l’aggiornamento. Un po’ come, parafrasando i condannati all’ergastolo, “fine attesa mai”. Ma ciò che in assoluto appare indecente è la inaccettabile disparità tra Regioni che avranno tutto con cadenza annuale, a differenza di decine di milioni di italiani, non solo del Sud, che dopo i 24 mesi iniziali, dovranno attendere almeno altri tre anni, e cioè non prima di marzo-aprile del 2029, l’aggiornamento dei LEP, ma solo se a quella data ci saranno anche le necessarie risorse a copertura dei costi di aggiornamento. Questa non è una riforma, ma una condanna alla marginalizzazione di quasi la metà della popolazione italiana, che non può e non deve subire questa mortificazione.

    Se a ciò si aggiunge che tale riforma ha almeno dieci violazioni della Costituzione, prima fra tutti l’abolizione del Fondo di Perequazione imposto dall’Articolo 119, terzo comma della Costituzione, e che non risulta dimostrata la copertura finanziaria del provvedimento, come evidenziato nel dossier della Camera, si ha evidente l’impossibilità di approvare una norma che non si comprende e, alla luce di tali carenze, come possa essere stata approvata dal Senato. L’approvazione di questa riforma in pratica, nel violare svariati principi costituzionali, contabili, etici e di ragionevolezza oltre che di doverosa e umana solidarietà, sarebbe la prima norma di legge della Repubblica italiana a sancire legalmente il principio della discriminazione su base territoriale dei cittadini italiani, e questo sarebbe un reato da Corte Internazionale di Giustizia. In ogni caso appare evidente che nessun parlamentare eletto nelle Regioni non sottoscrittrici delle Intese, di qualsiasi componente politica, può ignorare tali gravissime penalizzazioni dei diritti costituzionali dei cittadini del Sud, e non solo, e quindi operare con doverosa coscienza nel rispetto dei suoi doveri costituzionali, di rappresentanza e difesa dei cittadini italiani e dei territori a rischio di gravissima discriminazione dei loro diritti Costituzionali.

  • I tre asset istituzionali

    La maggioranza di governo persegue due obiettivi programmatici ambiziosi e considerati compatibili.

    Il primo è rappresentato dal riconoscimento di una maggiore autonomia per le regioni del Veneto(*),  Lombardia ed Emilia Romagna. Il secondo, viceversa, prevede una forte riforma istituzionale e contemporaneamente della divisione di poteri attraverso l’elezione diretta del Presidente del Consiglio o in subordine del Presidente della Repubblica

    Nel caso in cui queste due importanti riforme venissero entrambe approvate dai due rami del Parlamento ci troveremmo di fronte a un asset istituzionale caratterizzato da un insostenibile terzetto di istituzioni locali. in quanto alle cinque regioni a statuto autonomo si dovrebbero aggiungere altre tre dotate di una maggiore autonomia amministrativa sulle materie delegate ed infine una terza rappresentata dalle regioni a statuto ordinario.

    In questo contesto la stessa elezione diretta del Presidente del Consiglio rappresenterebbe per gli abitanti delle tre tipologie di regioni prerogative ed aspettative decisamente differenti proprio in rapporto al livello di autonomia conseguito dalla propria regione di residenza.

    Uno stato federale, infatti, non si può reggere su tre diversi asset istituzionali la cui differenza si basa sul riconoscimento di tre tipologie di autonomia amministrativa e fiscale.  Viceversa, tutti gli asset istituzionali basati sul riconoscimento del federalismo trovano la propria ragione costitutiva quando esprimono un stato centrale più o meno titolare di prerogative, in aggiunta al riconoscimento dei poteri locali demandati ai singoli Stati o alle regioni.

    Al di là, quindi, delle dichiarazioni formali della maggioranza, emerge evidente come molto probabilmente verranno disattese le legittime aspettative di maggiore autonomia amministrativa da parte dei veneti  e  contemporaneamente si abbandonerà una qualsiasi riforma verso un presidenzialismo anche se spurio.

    La realtà politica attuale dimostra come nessuno di questi obiettivi di “riforme istituzionali” sia nella realtà raggiungibile in quanto il vero l’obiettivo di queste “visioni istituzionali” rimane quello di sostenere un alto interesse che rappresenta la molla per mantenere il proprio consenso elettorale.

    (*) A fronte anche di un referendum dall’esito plebiscitario

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