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  • Il Pentagono e i cambiamenti climatici

    “L’obiettivo del rapporto sui futuri cambiamenti climatici è quello di comprendere le gravi implicazioni che avranno sulla sicurezza nazionale e sulle strategie da adottare per contrastarli”. Così concludeva l’introduzione al rapporto del Pentagono denominato ‘Lo scenario di un improvviso cambiamento climatico e le sue implicazioni per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti’ datato 2003 e reso pubblico dalla rivista The Observer nel febbraio del 2004. Il Rapporto è stato commissionato dall’allora consigliere per la difesa del Pentagono Andrew Marshall ed è stato redatto da Peter Schawartz, consulente della Cia, e Doug Randall, analista del Global Business Network. Non si tratta, dunque, di un documento scientifico, come quelli redatti dall’Intergovernanmental Panel on Climate Change (IPCC) ma di dati e prospettive nati in seno alla più nota (e forse più grande) agenzia di spionaggio civile del mondo.

    E a quali conclusioni sono arrivati vent’anni fa questi esperti?

    Il rapporto inizia con il puntualizzare che i cambiamenti climatici rappresenteranno certamente un serio e sempre maggiore rischio per il futuro del nostro pianeta e che il loro impatto avrà conseguenze disastrose sull’ambiente e sulla biodiversità andando a modificare radicalmente intere regioni del Pianeta. Di conseguenza, lo stile di vita di moltissime popolazioni sarà profondamente modificato creando nuovi e ingenti flussi migratori. E nello specifico ipotizza che nel ventennio 2010-2030:

    • In alcune aree del Pianeta le temperature medie annuali potranno aumentare fino a 2°C mentre in altre aree, potranno diminuire fino a 3°C.
    • Le aree soggette a fenomeni di siccità e infertilità dei terreni aumenteranno esponenzialmente;
    • Alcuni venti, da secoli più moderati, aumenteranno di intensità, specialmente in Europa occidentale e nel Pacifico settentrionale;
    • Uragani, tornado e improvvise tempeste aumenteranno di numero su tutto il globo terrestre;
    • Aumenteranno per numero ed intensità i conflitti armati per la carenza di cibo, la diminuzione della disponibilità e della qualità dell’acqua potabile e la difficoltà di accesso alle risorse energetiche (idrocarburi, minerali, etc.).

    E in ambito geopolitico e militare? Cosa prevedevano per il ventennio 2010-2030?

    In Europa (in ordine di tempo):

    • Sempre più tensioni tra gli Stati per la gestione delle risorse primarie (come acqua e cibo) ed energetiche;
    • Aumento dell’approvvigionamento delle risorse energetiche e chimiche dalla Russia con la possibilità che la Russia chieda di far parte dell’Unione Europea;
    • Aumento delle migrazioni interne;
    • Forte aumento dell’immigrazione dall’Africa;
    • Rischio di collasso dell’Unione Europea;
    • Emigrazione di circa il 5% dei popoli europei verso altri Paesi.

    In Asia (in ordine di tempo):

    • Conflitti crescenti e persistenti nel sud est Asiatico;
    • Sempre più tensioni tra Cina e Giappone per l’energia Russa;
    • L’instabilità della regione porta i paesi più potenti a incrementare politiche di riarmo (anche di testate atomiche);
    • Aumento delle relazioni tra Cina e Russia per contrastare le varie crisi geopolitiche ed ambientali;

    E negli Stati Uniti?

    • Sempre più tensioni con il Messico per i flussi migratori clandestini;
    • Aumento del fenomeno migratorio dall’Europa (in prevalenza dei benestanti);
    • Conflitto con l’Unione Europea;
    • Aumento del prezzo del petrolio per l’instabilità dell’area medio orientale e russa;
    • Rischio di conflitto tra Cina e Stati Uniti per le risorse petrolifere e la difesa dei propri alleati.

    Lo scenario è certamente quello di un mondo ridotto alla fame e sull’orlo di decine di conflitti in ogni parte del globo.

    Che dire? Oltre al fatto che al Pentagono avevano analisti veramente in gamba, se teniamo conto che la maggior parte degli eventi ipotizzati hanno avuto luogo, sulla base di queste previsioni non si sarebbe potuto fare qualcosa in più per evitarli?

    E quali sono state le conclusioni di questo rapporto? Quali sono stati i consigli di questi esperti per la tutela della sicurezza nazionale?

    Incremento degli investimenti nella ricerca militare e in quella geoingegneristica; un graduale aumento degli approvvigionamenti militari; la manipolazione del clima globale attraverso l’immissione di determinati gas o minerali nell’atmosfera e l’intensificazione dei controlli dei confini. Non una parola sulla riduzione dei consumi degli agenti o delle azioni concause dei cambiamenti climatici o sulla proposta di accordi con altri stati per fronteggiare insieme eventi e fenomeni di tale gravità. Giusto per fare solo un paio di esempi perché si potrebbero dire molte più cose al riguardo. E nel mentre stiamo vivendo il tragico scenario previsto con oltre vent’anni di anticipo, chissà cosa staranno ipotizzando gli attuali analisti del Pentagono e di tutte le agenzie di spionaggio del Mondo e, soprattutto, chissà quali soluzioni proporranno. A noi comuni mortali non resta che pregare che diano consigli più saggi e ragionevoli di vent’anni fa e, nel mentre, cercare solo di sopravvivere.

  • Inaugurato in Italia un nuovo supercomputer europeo di prim’ordine

    La Commissione ha inaugurato, insieme all’impresa comune europea per il calcolo ad alte prestazioni (impresa comune EuroHPC), al Ministero italiano dell’Università e della Ricerca e al consorzio CINECA, il più recente supercomputer europeo: LEONARDO, situato presso il Tecnopolo di Bologna.

    LEONARDO è un sistema di supercalcolo fra i migliori al mondo, sviluppato e assemblato in Europa. Quando sarà pienamente operativo, avrà una potenza di calcolo di quasi 250 petaflop (250 milioni di miliardi di calcoli al secondo). LEONARDO è attualmente il quarto supercomputer più potente al mondo. È il risultato di un investimento congiunto di 120 milioni di €, di cui la metà proviene dalla Commissione e l’altra metà dal Ministero italiano dell’Università e della Ricerca e dal consorzio CINECA, composto da altri cinque paesi partecipanti all’EuroHPC (Austria, Grecia, Ungheria, Slovacchia e Slovenia).

    LEONARDO è il secondo supercomputer europeo pre-esascala ad essere messo in funzione, dopo LUMI a Kajaani, Finlandia. Esso combina componenti all’avanguardia per il calcolo ad alte prestazioni e l’uso dell’intelligenza artificiale per svolgere compiti estremamente complessi. In quanto tale, consentirà di condurre un’attività senza precedenti di ricerca sul cancro e scoperta di farmaci, permetterà di comprendere il funzionamento del cervello umano, scoprire tecnologie energetiche pulite, elaborare modelli climatici più precisi, nonché contribuire alla previsione e al monitoraggio delle catastrofi naturali e delle pandemie.

    Il sistema di supercomputer LEONARDO si concentra sulla sostenibilità ambientale ed è dotato di strumenti che consentono un adeguamento dinamico del consumo energetico, garantendo così un equilibrio intelligente e ottimale tra risparmio energetico e prestazioni. Utilizza inoltre un sistema di raffreddamento ad acqua per una maggiore efficienza energetica.

    I servizi di calcolo forniti da CINECA con LEONARDO saranno ulteriormente rafforzati dall’integrazione di un computer quantistico, dato che CINECA è stato anche selezionato come soggetto ospitante per uno dei primi computer quantistici di costruzione europea.

  • I ghiacci Groenlandia accelerano il proprio scioglimento

    I ghiacci della Groenlandia nord-orientale si stanno sciogliendo 6 volte più velocemente di quanto previsto finora: se il trend continuerà, entro il 2100 faranno innalzare il livello globale del mare tra i 13,5 e i 15,5 millimetri, la stessa quantità d’acqua persa dall’intera Groenlandia negli ultimi 50 anni. Lo afferma un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature e guidato dall’Università Tecnica della Danimarca (Dtu), che ha combinato osservazioni da satellite, modelli matematici e dati ottenuti grazie ad una rete di stazioni Gps che si estende fino a 200 chilometri nell’entroterra, in una delle zone più remote e ostili del pianeta.

    Stimare la quantità di ghiaccio perso e fino a che punto nella calotta glaciale si verifica il processo non è affatto facile. L’interno del ghiacciaio Zachariae Isstr›m, protagonista della ricerca, si sposta infatti di meno di un metro all’anno ed è quindi molto difficile da monitorare per fare previsioni accurate. I ricercatori, guidati da Shfaqat Abbas Khan, sono riusciti a superare questo ostacolo grazie all’alta precisione dei dati Gps che avevano a disposizione, che hanno permesso di rilevare anche lievissimi cambiamenti nella velocità del ghiaccio. “È davvero sorprendente che siamo stati in grado di osservare variazioni così piccole”, commenta Mathieu Morlighem dello statunitense Dartmouth College, co-autore dello studio. I ricercatori si sono così resi conto che le precedenti valutazioni sulla perdita di ghiaccio in Groenlandia nord-orientale erano ampiamente sottostimate. “I dati ci hanno rivelato che lo scioglimento che avviene nella parte frontale del ghiacciaio si sta propagando in realtà anche molto più all’interno”, dice Khan. “L’intero ghiacciaio si sta assottigliando e la velocità superficiale con cui si muove sta accelerando. Ogni anno i ghiacciai che abbiamo studiato si sono ritirati sempre più nell’entroterra – prosegue il ricercatore – e prevediamo che ciò continuerà nei prossimi decenni e secoli. È difficile pensare come questa ritirata possa fermarsi, date le attuali condizioni climatiche”.

    La Groenlandia nord-orientale è un cosiddetto deserto artico: le precipitazioni in alcuni punti sono di appena 25 millimetri all’anno, perciò la calotta glaciale non può rigenerarsi abbastanza da mitigare lo scioglimento. Nel 2012 la parte che si estendeva nel mare del ghiacciaio Zachariae Isstr›m è collassata: da quel momento, il ghiacciaio si è ritirato nell’entroterra a un ritmo accelerato e, sebbene l’inverno 2021 e l’estate 2022 siano stati particolarmente freddi in quelle zone, i ghiacciai continuano a ritirarsi. “È possibile che ciò a cui stiamo assistendo nel Nord-Est della Groenlandia – aggiunge Morlighem – stia avvenendo anche in altri settori della calotta glaciale”.

  • Il compleanno di Marie Skłodowska-Curie dà il via a un anno di attività scientifiche nelle scuole

    In occasione del 155° anniversario della nascita di Marie Skłodowska-Curie, la prima persona e l’unica donna ad aver ricevuto due volte il premio Nobel, la Commissione coglie l’occasione per celebrare la curiosità scientifica e i risultati che l’hanno contraddistinta lanciando diverse iniziative volte a rafforzare i legami tra il mondo della scienza e dell’istruzione.

    Attraverso le iniziative “Science is Wonderful!” e “Ricercatori nelle scuole” (recentemente lanciata), entrambe finanziate dalle “Azioni Marie Skłodowska-Curie” (MSCA) della Commissione, gli insegnanti e gli alunni di tutta Europa potranno scoprire le meraviglie e il valore della scienza interagendo con ricercatori e innovatori di spicco.

    Quest’anno, “Science is Wonderful!” offrirà anche agli insegnanti un’opportunità unica di collaborare con i principali ricercatori MSCA in tutta l’UE per creare insieme nuove risorse di apprendimento. Le iscrizioni sono aperte alle scuole e ai ricercatori MSCA fino al 1° dicembre 2022.

    Nel marzo 2023, “Science is Wonderful!” ospiterà una fiera scientifica a Bruxelles, in Belgio, invitando 100 ricercatori provenienti da tutta Europa a presentare le proprie ricerche attraverso presentazioni, esperimenti pratici, giochi e quiz e offrendo agli studenti la possibilità di apprendere e di porre domande.

    Nei prossimi due anni, l’iniziativa “Ricercatori nelle scuole” consentirà a 2.400 scuole primarie e secondarie e a 225.000 studenti in molti paesi di scoprire il lavoro dei ricercatori attraverso attività pratiche e divertenti, come le visite ai laboratori, e altro ancora. Grazie alla possibilità di lavorare a stretto contatto con i ricercatori, gli studenti sperimenteranno direttamente l’importanza pratica della ricerca e avranno diverse opportunità di sperimentare le meraviglie della scienza.

  • Bruxelles punta alla prima centrale atomica da 500 megawatt

    Dopo i recenti successi di Jet (Joint European Torus) e i progressi nella costruzione del potente reattore sperimentale Iter, l’Europa rilancia ancora gli obiettivi per l’energia del futuro e punta alla prima centrale a fusione nucleare capace di generare fino a 500 megawatt. E’ Demo (Demonstration Fusion Power Reactor), un progetto annunciato oggi a Bruxelles dal Consorzio EUROfusion in occasione della conferenza di lancio di Horizon EUROfusion e che punta ad essere realizzato in circa 30 anni.

    L’annuncio di Demo arriva a pochi mesi dal record ottenuto da EUROfusion – il consorzio di cui fanno parte anche 21 organizzazioni italiane coordinate da Enea, tra cui l’Istituto per la scienza e tecnologia dei plasmi del Consiglio nazionale delle ricerche (Istp – Cnr) e il Consorzio RFX – quando a febbraio il progetto europeo ‘apripista’ per la fusione nucleare denominato Jet aveva replicato le reazioni che avvengono all’interno delle stelle producendo l’equivalente di 11 megawatt. Una quantità di energia ovviamente molto lontana per utilizzi concreti, ma che ha segnato un passo in avanti fondamentale per questa promettente fonte di energia pulita.

    “Ottenere energia elettrica in forma vantaggiosa e pulita dalla fusione nucleare è ancora lontano, ma sarà realtà se continueremo a lavorare insieme”, ha detto Rosalinde van der Vlies, direttrice del Direttorato Clean Planet, DG Research & Innovation della Commissione Europea.

    Fondamentali saranno gli sviluppi di Iter, il grande impianto sperimentale in fase di costruzione in Francia, a Cadarache, frutto di un progetto internazionale e che dovrebbe diventare operativo nel 2034, destinato a segnare altri fondamentali passi in avanti.

    Demo rappresenta ora un nuovo ancor più ambizioso obiettivo: realizzare il prototipo della prima vera centrale elettrica a fusione nucleare utilizzabile per scopi commerciali e capace di generare in modo sicuro e sostenibile tra 300 e 500 MW di energia elettrica, il necessario per soddisfare i consumi annuali di circa 1,5 milioni di famiglie. “Si tratta di un passo importante che traghetterà la ricerca sulla fusione da un ambito puramente sperimentale alla produzione vera e propria di energia elettrica”, ha detto Alessandro Dodaro, direttore del Dipartimento Enea di Fusione e tecnologie per la sicurezza nucleare. “Per farlo – ha aggiunto – Demo dovrà adottare le più avanzate tecnologie per ‘controllare’ il plasma e generare elettricità in modo sicuro e continuo operando con un ciclo del combustibile chiuso”. Progetto che vedrà importanti partecipazioni italiane attraverso molte industrie e centri di ricerca, come il laboratorio Divertor Tokamak Test (Dtt) presso il Centro Ricerche di Frascati dove verranno testati anche i sistemi per lo ‘smaltimento’ del calore in eccesso.

    “Per conseguire questo obiettivo con successo – ha commentato Daniela Farina, direttrice Istp-Cnr – è importante che la ricerca della comunità scientifica prosegua attivamente sui temi scientifici e tecnologici tuttora aperti in un’ottica più ampia possibile, sui quali il Cnr sta lavorando in sinergia con gli altri enti e istituzioni italiani e nel quadro di una straordinaria collaborazione mondiale”.

  • Dall’Ue 624 milioni ai 253 ricercatori, 27 dei quali italiani

    Il Consiglio Europeo della Ricerca (Erc) ha assegnato nuovi finanziamenti a ricercatori già affermati che lavorano in campi innovativi (Advanced grants): 624 milioni di euro destinati a 253 ricercatori attivi nei Paesi europei. Tra i vincitori ci sono 27 italiani, che sono infatti al terzo posto per nazionalità dopo Germania e Regno Unito, ma solo 15 di questi lavorano in Italia.

    Delle 1.735 proposte presentate all’Erc, il 20,8% sono firmate da donne, una percentuale che ha visto una costante crescita a partire dal 2014, anno in cui la percentuale si aggirava intorno al 10%. I nuovi progetti di ricerca, rileva l’organizzazione europea, porteranno anche alla creazione di circa 2.300 nuovi posti di lavoro per personale di ricerca, dottorandi e borsisti.

    “Gli Advanced grants dell’Erc supportano ricercatori all’avanguardia in tutta Europa e danno ai nostri talenti la possibilità di realizzare le loro idee innovative”, commenta Mariya Gabriel, Commissario europeo per l’Innovazione, la Ricerca, la Cultura, l’Educazione e i Giovani. “Il loro lavoro pionieristico contribuirà a risolvere le sfide sociali, economiche e ambientali più urgenti”.

    Per la presidente dell’Erc, Maria Leptin, “seguendo la loro curiosità scientifica, questi ricercatori stanno spingendo le frontiere della nostra conoscenza in una vasta gamma di campi. È essenziale finanziare questo tipo di ricerca – rileva – per mantenere l’Europa all’avanguardia scientifica”.

    Nella classifica dei Paesi vincitori, il gradino più alto del podio è occupato dalla Germania, con 61 progetti vincitori, seguita da Regno Unito (45) e Paesi Bassi (27). L’Italia è quinta dopo la Francia, con 15 ricerche finanziate. Tra le istituzioni premiate, le Università di Padova e Trento, che si affermano la primo posto per numero di Advanced grant aggiudicati, seguite da Verona, Bologna e Genova, Politecnico di Milano, Libera Università Internazionale degli Studi Sociali (Luiss)’Guido Carli’ di Roma, Istituto Clinico Humanitas e Istituto Universitario Europeo di Firenze.

    Fra i progetti italiani vincitori, 1 dei 3 dell’università di Padova prevede di utilizzare cervelli in miniatura (organoidi) per studiare le cause e i meccanismi associati all’insorgenza delle patologie dello sviluppo del cervello; sempre a Padova si lavora a una nuova di terapia genica per le malattie neurometaboliche ereditarie. Al Politecnico di Milano si studiano piattaforme innovative per capire come progrediscono i tumori incurabili e nuovi concetti di calcolo per ridurre il consumo energetico nel machine learning (apprendimento automatico).

    Fuori dall’Italia, la ricerca dell’Università slovena di Lubiana intende sfruttare le prime osservazioni fatte dal nuovo telescopio spaziale James Webb per cercare nuovi indizi sulla nascita di stelle, galassie e  buchi neri. Misurare la biodiversità nelle le isole è l’obiettivo della ricerca del Consiglio Superiore delle Ricerche Scientifiche (Csic) spagnolo, e modelli matematici per somministrare antibiotici e chemioterapia sono alla base del progetto guidato della francese École Polytechnique.

  • Unione europea della salute: nuove norme per migliorare le sperimentazioni cliniche nell’UE

    Da lunedì 31 gennaio i processi di valutazione e vigilanza per le sperimentazioni cliniche saranno armonizzati in tutta l’UE, in particolare mediante un sistema informativo sulle sperimentazioni cliniche (CTIS) gestito dall’Agenzia europea per i medicinali. Dallo stesso giorno si applicherà il regolamento sulle sperimentazioni cliniche, che migliorerà le modalità di conduzione di tali sperimentazioni nell’UE, garantendo i più elevati standard di sicurezza per i partecipanti e una maggiore trasparenza delle informazioni.

    Accogliendo con favore questo importante progresso, Stella Kyriakides, Commissaria per la Salute e la sicurezza alimentare, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Il regolamento sulle sperimentazioni cliniche segna un passo importante e positivo per i pazienti europei e ci avvicina a un’Unione europea della salute più forte. Ci consentirà di autorizzare più rapidamente le sperimentazioni cliniche in tutti gli Stati membri, migliorando così l’efficienza della ricerca clinica nel suo complesso. Allo stesso tempo, saranno rispettati gli elevati standard di qualità e sicurezza già previsti per tali sperimentazioni. Sebbene nell’UE vengano già condotte quasi 4 000 sperimentazioni cliniche ogni anno, il regolamento accrescerà ulteriormente i benefici della ricerca essenziale per i ricercatori e i pazienti che più dipendono da sperimentazioni rapide e affidabili.

    Fonte: Commissione europea

  • L’Unione europea lancia un fondo da un miliardo per lo spazio

    Un fondo di un miliardo dall’Europa per sostenere le nuove imprese impegnate nello spazio, un settore in piena crescita e nel quale i soli servizi da satellite alimentano un mercato che nel 2021 ha superato 200 miliardi e che promette di raggiungerne 500 entro dieci anni. Previsioni rosee anche per lo sviluppo del settore in Italia, in particolare per la Space economy, il cui mercato globale è valutato in 370 miliardi di euro da una ricerca del Politecnico di Milano.

    Il fondo di investimento per lo spazio, chiamato ‘Cassini’, è stato lanciato a Bruxelles dalla Commissione europea nella Conferenza dedicata allo spazio. “L’Europa ha un vivace ecosistema di start-up con idee e tecnologie dirompenti, ma molte di loro non riescono ad ottenere investimenti cospicui quando devono espandersi e non hanno altra scelta che rivolgersi a investitori terzi. E’ per questo che il fondo Cassini rappresenterà una svolta”, ha detto il commissario europeo per il Mercato interno, Thierry Breton. Il fondo, che sarà integrato da uno strumento della Bei per garantire che le start-up possano accedere a prestiti, fa parte di una più ampia strategia europea per rafforzare la sua presenza nello spazio, affrancandosi sempre più dalla dipendenza dagli Stati Uniti.

    I principali strumenti di questo passaggio, ha detto Breton, sono il sistema Galileo per la navigazione satellitare e il programma Copernicus per l’osservazione della Terra, gestito da Commissione Ue e Agenzia Spaziale Europea (Esa). In proposito, una ricerca dell’Agenzia dell’Unione europea per il programma spaziale (Euspa) indica che nel 2031 le spedizioni globali di ricevitori per la navigazione satellitare potranno raggiungere un volume di 2,5 miliardi di unità l’anno.

    Altri punti di forza dello spazio europeo sono la sicurezza delle comunicazioni, con il progetto di una costellazione di satelliti che l’Ue si prepara a presentare nelle prossime settimane, e la nuova strategia per la sicurezza e la Difesa che l’Ue intende presentare nei prossimi mesi, ha detto l’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell.

    Ha un ruolo di primo piano anche la Space economy, che secondo lo studio del Politecnico di Milano, nel mondo conta su investimenti governativi compresi fra globale tra 86,9 miliardi e 100,7 miliardi di dollari. Per entità di spesa, il 2021 ha visto l’Europa (con 11,48 miliardi di dollari) seconda nel mondo dopo gli Stati Uniti (43,01 miliardi di dollari); seguono Cina, Russia, Giappone e India.

    Si punta anche al trasporto spaziale, con nuovi lanciatori, come quello presentato da ArianeGroup: “Maia sarà un mini lanciatore per costellazioni di piccoli e nano satelliti” e potrà “accelerare lo sviluppo di tecnologie necessarie alla nuova famiglia di lanciatori europei”, ha detto Morena Bernardini, direttore Strategia e Innovazione di ArianeGroup.

    L’Italia ha le carte per essere protagonista di questa nuova pagina dello spazio europeo, grazie ai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). “Molto fiducioso sugli obiettivi del Pnrr” si è detto il ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale, Vittorio Colao. “Attraverso il Pnrr possiamo diventare un Paese ancor più importante nel settore”, ha detto Massimo Claudio Comparini, amministratore delegato di Thales Alenia Space Italia, intervenuto a Milano, dove il Politecnico ha presentato i risultati di una ricerca sulla Space economy nel nostro Paese. “Ma è una corsa contro il tempo”, ha detto Giulio Ranzo, amministratore delegato di Avio. “Le risorse del Pnrr – ha aggiunto – dovranno essere impiegate entro il 2026, ora è il momento di puntare sulla semplicità e tradurre le idee in contratti”.

  • Ipotesi scientifica: un batterio intestinale fa la differenza nella resistenza al Covid

    Il Giappone sembrerebbe fornire un modello da seguire nella lotta contro il coronavirus. Il paese del Sol Levante ha infatti avuto uno dei tassi di mortalità per Covid-19 più bassi del mondo. La spiegazione di questo incredibile risultato è in un recentissimo studio pubblicato sulla rivista scientifica PLOS One, un team giapponese guidato da  Masaaki Hirayama, professore associato alla Graduate School of Medicine della Nagoya University Graduate School of Medicine e di altri istituti giapponesi, ha suggerito che il batterio “Collinsella intestinale” può ridurre gli effetti delle infezioni da Covid-19 e quindi spiegare i differenti tassi di mortalità tra i diversi paesi asiatici ed Europei. Lo studio, basato su dati del febbraio 2021, prova che i Paesi come Corea del Sud, Giappone e Finlandia hanno una fetta della popolazione con la flora intestinale contenente il batterio Collinsella, tra il 34% al 61%, hanno anche i più bassi tassi di mortalità dovuta al coronavirus. Al contrario, Messico, Italia, Stati Uniti, Regno Unito e Belgio, che comprendono solo dal 4% al 18% delle popolazioni con Collinsella, hanno mostrato alcuni tra i tassi di mortalità più elevati dalla pandemia. La correlazione negativa scoperta dai ricercatori nipponici, collega una scarsa presenza nella flora intestinale del batterio Collinsella e le morti per Covid. Questo potrebbe essere attribuito alla capacità dei batteri di produrre ursodeossicolato, che inibirebbe il legame del virus e l’enzima di conversione dell’angiotensina 2 (ACE2), il principale punto di ingresso nelle cellule per molti coronavirus.

    È da sottolineare che lo studio in questione è stato sottoposto a una revisione paritaria completa ed è stato pubblicato sulla rivista americana di scienza e medicina ad accesso aperto su “Plos One”, tra le più importanti riviste medico scientifiche a fine novembre. Il professor Hirayama ha scoperto che l’azione del “batterio Collinsella” trasforma gli acidi biliari dell’intestino in “acido ursodeossicolico”, che ha la capacità di recedere il legame del coronavirus al suo recettore e inibire la risposta immunitaria potenzialmente mortale chiamata tempesta di citochine. L’importanza del cd “bioma intestinale” per il nostro sistema immunitario è studiata da anni e oggetto di centinaia di pubblicazioni scientifiche. Probabilmente è una delle manifestazioni più affascinanti della grande capacità di adattamento della nostra specie “Homo Sapiens” che in questo modo può adattarsi anche ad ambienti dove sono endemici virus e malattie mortali, acquisendo una sorta di “simbiosi” con questi batteri e microorganismi che si stabiliscono e riproducono nel nostro intestino.  Un approccio simile esiste nelle piante che da milioni di anni vivono in simbiosi con batteri e funghi micorrizici che le aiutano ad assorbire i diversi nutrienti e difendersi da malattie e predatori.

  • Università e ricerca

    La formazione rimane un nodo centrale nel sistema di sviluppo di un paese avanzato e in Italia l’offerta formativa è sempre stata molto alta con un livello di offerta didattica di alto profilo sin dai licei e poi negli Atenei, cosa questa che produce un gruppo di giovani italiani ben formati, adeguatamente preparati e sostenuti, come sempre nella tradizione italica, da molto entusiasmo, idee innovatrici e fantasia creativa. Anzitutto, soprattutto nell’ambito scientifico ci vorrebbe un cambio di marcia e una inversione di tendenza nelle regole di ammissione alle Università: non numero chiuso, non test di ammissione spesso ineseguibili e senza un senso logico, ma ammissione libera a tutti con vincoli poi meritocratici di avanzamento e di sgravio contributivo di iscrizione sulle tasse accademiche (chi non riesce a sostenere almeno il 70% degli esami previsti per quell’anno accademico non può proseguire nel percorso).

    Una volta completato il ciclo è necessario investire sull’assorbimento universitario e tecnologico dei giovani formati per evitare che fuggano all’estero per realizzare le proprie linee di ricerca. Non è un caso che l’European Research Council (da una recente ricerca di Mondo Economico) su 327 progetti ne assegni ben 47 agli italiani ma solo 17 scelgono di condurre le proprie ricerche in Italia, fuggendo soprattutto in UK, Germania, Olanda, Francia e Stati Uniti. Ma i posti universitari spesso non solo non vengono banditi (l’Italia ha 9.000 dottorati di ricerca all’anno contro i 15.000 francesi e 28.000 tedeschi) ma risentono di pochi fondi per sopperire alle ricerche. In Italia infatti l’investimento annuo per cittadino in ricerca pubblica è di 150 euro contro i 250 francesi e 400 tedeschi. Sarebbe quindi importante che il Governo capisca questa esigenza di investimento di sapere e tecnologico perché esso è direttamente proporzionale non solo all’innalzamento del prestigio tricolore a livello internazionale, ma anche e soprattutto per permettere uno sviluppo tecnologico che faccia da motore allo sviluppo economico pubblico e privato che dovrebbe sempre più poter entrare con regole più semplici nel possibile sostentamento e finanziamento della ricerca che è e deve rimanere pubblica.

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