risparmio

  • La politica monetaria e la depatrimonializzazione del risparmio

    Prima della creazione di un mercato globale successivo all’ingresso della Cina all’interno del Wto le politiche monetarie portate avanti dalle singole banche centrali nazionali, in concerto con la direzione politica governativa, potevano sortire degli effetti nel breve e forse nel medio termine.

    In questo senso basti pensare, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, alla svalutazione competitiva tanto richiesta dalla classe politica e dirigente che assicurava un “plus” all’export come semplice applicazione della svalutazione della lira. Nessuno allora, come del resto oggi tra i sostenitori del ritorno alla Lira, e di conseguenza ad una politica di svalutazione, prese in considerazione la depatrimonializzazione dei beni mobili ed immobili che venivano ovviamente espressi nella valuta soggetta alla perdita di valore (svalutazione).

    All’interno di un mercato globale, viceversa, le politiche monetarie che vengono portate avanti dalla Bce e dalla statunitense Fed si pongono l’ambizioso obiettivo di giungere ad un punto di equilibrio tra il sostegno alla crescita (quantitative easing, Ttlro e Tassi minimi) e, soprattutto in Europa, ad una copertura finanziaria e quindi alla sostenibilità del crescente debito in particolare dei paesi del Sud Europa.

    Il diverso esito di queste politiche monetarie sostenute dalla BCE e dalla Fed, riscontrabile tra Europa, dove la crescita continua a rimanere troppo bassa in rapporto all’immissione di nuove risorse finanziarie, e Stati Uniti risulta molto semplicemente in buona parte legato al raggiungimento dell’indipendenza energetica dell’economia statunitense.

    In Europa, tuttavia, questa politica monetaria fortemente espansiva della quale hanno beneficiato soprattutto gli stati a forte debito, come l’Italia, sta riportando ad una situazione paradossale relativa al risparmio, e di conseguenza per i risparmiatori, già evidenziata e simile ai tempi della svalutazione competitiva.

    I tassi negativi attraverso i quali determinati stati e aziende riescono a finanziarsi, se rappresentano un reale sostegno alla sostenibilità del debito sovrano per i primi e allo sviluppo per i secondi, tuttavia creano un danno patrimoniale per il risparmio privato. In altre parole, il valore nominale espresso in euro o altra valuta risulta sempre stabile ma all’interno di un eccesso di liquidità perde progressivamente valore in rapporto e come diretta conseguenza della immissione di nuove risorse finanziarie nel mercato. Prova ne siano le bassissime marginalità che le gestioni del risparmio privato riescono ad assicurare ai propri sottoscrittori.

    Quindi ogni politica monetaria presenta dei costi che non vengono mai valutati al momento della  propria introduzione, come negli anni ottanta e novanta avvenne per la svalutazione competitiva.

    Non  fu valutata la perdita di ricchezza complessiva legata alla depatrimonializzazione dei beni immobiliari e mobiliari espressi nella valuta oggetto della perdita di valore: la lira. Allo stesso modo ora la politica monetaria fortemente espansiva offre uno scenario, nel breve termine, di sostenibilità tanto al debito degli Stati quanto un minimo sostegno alla crescita economica finanziando le imprese, non tiene, tuttavia, in alcuna considerazione la perdita del valore del risparmio privato e soprattutto della propria redditività.

    Due esempi a distanza di quasi quarant’anni che dimostrano ancora una volta come la politica monetaria possa assicurare un approccio finanziario con un orizzonte vantaggioso solo ed esclusivamente nel brevissimo termine. I costi tuttavia di tale strategia monetaria si riverberano completamente all’interno del variegato settore del risparmio privato. La politica monetaria, in altre parole, rappresenta una scelta di minimo respiro i cui costi vengono scaricati interamente nel medio lungo termine sulle spalle dei risparmiatori. O ci si illude ancora che “stampare moneta” non presenti alcun costo come taluni ancora oggi affermano?

     

  • Il nuovo socialismo 4.0: disprezzo per lavoro e risparmio

    Gli ultimi tre governi che si sono succeduti alla guida del nostro Paese dal 2015 in poi saranno ricordati come i peggiori della storia repubblicana.

    Il governo Renzi nel 2015 riuscì a raddoppiare la velocità di  crescita del debito rispetto al PIL dilapidando anche i 30 miliardi di minor esborso dei costi al servizio del debito pubblico (passato senza alcun merito del governo da 93 a 63 miliardi/anno) frutto insperato degli effetti del Quantitative Easing varato dalla BCE. Si scelse, invece, di aumentare la spesa pubblica attraverso l’elargizione degli ottanta euro (10 miliardi), il finanziamento di industria 4.0, quasi interamente a vantaggio della grande industria ed ovviamente non delle PMI. Scelte di politica economica legittime ma che tuttavia non giustificano il raddoppio della velocità di crescita del debito rispetto al PIL il cui progresso risultava assolutamente legato esclusivamente alla domanda internazionale in forte aumento. In questo contesto infatti si collocava il desiderio inespresso e inconfessabile di Padoan e Calenda relativo ad un aumento dell’IVA che avrebbe portato nel breve periodo ad un aumento del valore nominale del PIL stesso la cui differenza tra crescita ed inflazione sarebbe risultata interamente a carico dei consumatori attraverso una perdita del potere di acquisto.

    Durante il governo Gentiloni nel 2018 (anno in cui si manifestano gli effetti della finanziaria del 2017) a conferma di tale declino i consumi risultano “aumentati” del +0,3% a fronte di un’inflazione al +1,2%, quindi logica conseguenza è una contrazione dei primi del -0,9% nonostante il debito continuasse a correre.

    Ora il presidente della Consob Savona, espressione dell’intelligentia del governo Conte sostenuto da Lega e 5 stelle, afferma senza pudore come  il debito pubblico sia sostenibile fino a 200% del PIL (riproponendo il modello Made in Japan)inserendo nella complessa valutazione dello stesso come “garanzia” anche il risparmio privato. In altre parole i contribuenti non solo versano le tasse per sostenere la spesa pubblica ma devono ora offrire in più una sorta di “garanzia impropria ed imposta” attraverso il proprio risparmio, frutto di sacrifici e di rinunce.

    Francamente mai si era  arrivati ad un tale disprezzo da parte della politica nel suo complesso per il lavoro che ha reso questo “monte  risparmio” uno dei più importanti al mondo e che invece meriterebbe una tutela aggiuntiva. Va inoltre ricordato come il risparmio complessivo degli italiani ammoniti a 10.200 miliardi, metà dei quali circa è fatto di investimenti immobiliari mentre la seconda è rappresentata da liquidità investita in prodotti finanziari che una circolare della Banca d’Italia della primavera del 2017 giudicò ad alto rischio e scarsa liquidabilità.

    A questa visione assolutamente fantasiosa da parte del  presidente della Consob fa da contraltare  lo schieramento politico Cottarelli il quale intenderebbe attuare una finanziaria incentrata sul varo di una patrimoniale che potesse riportare il rapporto debito/PIL al 100%. In questo senso si ricorda che per riportare i due valori ad un simile rapporto percentuale sarebbero necessari circa 510 miliardi per arrivare al rapporto indicato da Cottarelli. Una finanziaria quindi che si trasformerebbe in un prelievo del 5% del risparmio totale in immobili e prodotti finanziari dei contribuenti italiani, al cui confronto il prelievo forzoso del 6 x1000 del 1992 risultato ridicolo. Ovviamente dimenticando quanto diceva Luigi Einaudi il quale affermava che una patrimoniale potesse essere sostenibile solo con un sistema fiscale equo e successivamente con un abbassamento della pressione fiscale (https://www.ilpattosociale.it/2019/05/13/lillusione-patrimoniale/).

    In questo contesto di articolazione della spesa pubblica una patrimoniale assolutamente insostenibile aprirebbe un respiro di soli tre/cinque anni per ritrovarsi nella medesima situazione attuale in quanto non interesserebbe minimamente i meccanismi della spesa stessa.

    Savona come Cottarelli dimostrano in questo modo l’assoluto disprezzo per il frutto del lavoro dei contribuenti italiani, che già finanziano la spesa pubblica attraverso il versamento delle tasse (ed una pressione fiscale insopportabile specialmente se rapportata ai servizi resi dalla PA), i quali ora invece dovrebbero ulteriormente contribuire per eliminare i disavanzi della spesa pubblica che hanno portato ad un debito  ormai insostenibile.

    Centro destra e centro sinistra in altre parole hanno come obiettivo il risparmio dei contribuenti italiani per porre rimedio alla propria incapacità di intervenire sui meccanismi della spesa pubblica dei quali il debito ne risulta l’espressione. Entrambi rappresentano la nuova visione del socialismo  4.0 la cui massima espressione si manifesta nella affermazione della “superiorità degli interessi dello Stato MA soprattutto di coloro che in suo nome operano” rispetto al lavoro degli imprenditori, dei lavoratori e dei professionisti italiani che formano il parco buoi dei contribuenti.

    Una superiorità degli interessi dello Stato e delle persone che operano in questo senso tale da  determinare  come inevitabile conseguenza il disprezzo per il frutto del sacrificio dei cittadini italiani i quali vengono chiamati a rispondere attraverso il proprio risparmio dell’incapacità degli ultimi vent’anni dei governi alla guida nostro Paese ed in particolare degli ultimi tre, dal 2015 ad oggi.

    Dopo il declino culturale nel quale siamo immersi da oltre due decenni  le volontà e le tesi di Cottarelli e Savona uniti nel voler utilizzare il risparmio privato risultano i più fulgidi esempi della ormai conclamata  metastasi culturale.

  • Formiche o cicale?

    Se lo chiede il Wall Street Italia del 5.11.18 in un articolo di Alessandra Caparello.

    Durante la 94esima Giornata mondiale del Risparmio, di cui Il Patto Sociale ha parlato qualche giorno fa (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/02/italiani-popolo-di-risparmiatori-malgrado-il-futuro-incerto/), un’indagine realizzata dall’Acri, ovvero dall’Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio insieme all’Ipsos, ha fatto emergere come la propensione degli italiani al risparmio resta alta, ovvero all’86% come lo scorso anno.

    Ebbene, ora altri dati mostrano il contrario, almeno paragonando la capacità degli italiani di economizzare  con quella dei colleghi europei. Se nel 1995 il 16% del reddito lordo delle famiglie italiane veniva risparmiato, ventidue anni dopo, nel 2017, tale percentuale è crollata al 2,4%. Questi i dati raccolti dall’Ocse e riportati oggi in un articolo de Il Sole 24 Ore.  E’ vero che le condizioni economiche in ventidue anni sono profondamente cambiate, vuoi per l’abbassamento del costo del denaro, la creazione della moneta unica e la crisi economica che ha colpito duramente dieci anni fa, contribuendo tutti insieme a cambiare le abitudini delle famiglie.

    Tuttavia, il confronto con altri paesi è molto deludente: Francia e Germania, che, pur con diversi esiti, hanno avuto le stesse condizioni dell’Italia, sono riuscite nel mantenere tassi di risparmio più o meno sugli stessi livelli, al 10% circa del reddito lordo disponibile.

    In ogni caso la media dei paesi che adottano la moneta unica presenta un valore doppio del tasso di risparmio rispetto all’Italia. L’immagine che spesso si ha della famiglia del nostro bel paese “previdente”, che mette da parte una parte consistente dei guadagni del proprio lavoro, è solo un ricordo. Oggi i campioni del risparmio, le famiglie “formichine”  – almeno tra i paesi Ocse – si trovano oramai in Svizzera, Cina e Svezia.

  • Italiani, popolo di risparmiatori malgrado il futuro incerto

    L’Acri – Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio, in occasione della 94esima edizione  della Giornata Mondiale del Risparmio, ha organizzato il convegno “Etica del risparmio e sviluppo” in cui, tra l’altro, ha presentato i risultati dell’indagine sugli Italiani e il Risparmio, che da diciotto anni realizza insieme a Ipsos per questa occasione.

    Dall’indagine emerge come gli italiani stiano attraversando una fase di incertezza, consapevoli di elementi di miglioramento rispetto al passato e sperando in una situazione più positiva per il futuro, anche se in maggioranza ritengono che la crisi durerà ancora qualche anno. I più positivi risultano i giovani fino ai 30 anni nel Centro Sud, lo sono molto meno i 31-44enni del Nord Est, per i quali si registra un calo di fiducia. Le prospettive dell’Italia sembrano fortemente legate all’Europa: se da una parte è forte la delusione per i progressi del processo di unificazione europea (il 53% ha una bassa fiducia), dall’altra, ancor più che in passato, si ritiene fondamentale la scelta europeista del Paese (il 66% è contro ogni ipotesi di uscita, in crescita rispetto al 61% del 2017; chi vuole uscire scende dal 17% al 14%, gli altri non hanno opinioni definite).

    In questo contesto si cerca di correre al risparmio – atteggiamento che da sempre ha contraddistinto gli italiani rispetto ad altre popolazioni – con segnali di ulteriore rafforzamento, soprattutto in un’ottica cautelativa. Cresce anche il valore sociale che al risparmio viene attribuito: l’80% degli italiani ritiene, infatti, che sia utile per lo sviluppo sociale e civile del Paese. ll numero di italiani propensi al risparmio rimane assai elevato: sono l’86% (come nel 2017); di questi sono il 38% quelli che non vivono tranquilli senza mettere da parte qualcosa (erano il 37%), il 48% coloro che ritengono sia bene fare dei risparmi senza troppe rinunce (erano il 49%).

    Diminuisce lievemente la quota di coloro che preferiscono godersi la vita senza pensare a risparmiare: sono il 10% (-2 punti percentuali sul 2017). Il 4% non sa decidersi. Aumenta (e ritorna maggioritaria) di 2 punti percentuali la quota di italiani che affermano di aver risparmiato negli ultimi dodici mesi, passano dal 37% del 2017 al 39% attuale, mentre diminuiscono coloro che consumano tutto il reddito (il 37%, erano il 41% nel 2017). Al contempo aumentano lievemente le famiglie in saldo negativo di risparmio: dal 21% del 2017 al 22% attuale; in quest’ambito decresce il numero di coloro che intaccano il risparmio accumulato (dal 16% dello scorso anno al 14% attuale), ma aumentano coloro che ricorrono a prestiti (sono l’8% contro il 5% del 2017).

    Per il 64% degli italiani risparmio significa attenzione alle spese superflue e agli sprechi: cercare le offerte, differire i consumi non sono atteggiamenti diffusi. Si risparmia soprattutto per tutelarsi personalmente da rischi futuri (37%) o per accumulare risorse per un progetto da realizzare (26%); altri ritengono che risparmiare sia eticamente corretto, a prescindere dalla propria personale situazione (14%), altri ancora sentono la tensione al risparmio innata, parte della propria indole (13%).

    Altro dato che emerge dall’indagine è che 8 famiglie su 10 riuscirebbero a far fronte a una spesa imprevista di 1.000 euro con risorse proprie (il 78%, dato in calo di 2 punti percentuali rispetto al 2017); ma se la spesa imprevista fosse maggiore, 10.000 euro (ossia un furto d’auto, una complessa operazione dentistica, la sistemazione di un tetto o una cartella esattoriale non attesa), potrebbero farvi fronte con le sole proprie forze poco più di 1 famiglia su 3 (il 36%, 2 punti percentuali in più rispetto al 2017). In questa situazione abbastanza stabile si evidenzia come aumentino sia le famiglie in grado di avere almeno 10.000 euro da parte, sia quelle in maggiore difficoltà.

    Fonte: Wall Street Italia del 31 ottobre 2018

  • La Ue lancia un sondaggio sull’ora legale

    La Commissione Ue ha avviato una consultazione aperta a tutti i cittadini e alle parti interessate sull’ora legale, per verificare se vada aggiornata la direttiva del 2000 che regola lo spostamento delle lancette dell’orologio 2 volte l’anno. Fino al 16 agosto all’indirizzo https://ec.europa.eu/info/consultations/2018-summertime-arrangements_it#questionnaire si può trovare il relativo questionario, in tutte le lingue dell’Ue.

    L’iniziativa fa seguito a una risoluzione sul tema votata a febbraio dal Parlamento europeo e alle richieste giunte a Bruxelles da parte di di alcuni Stati membri. La direttiva Ue stabilisce che per sfruttare al massimo la luce naturale disponibile e garantire il corretto funzionamento del mercato interno, le lancette degli orologi siano regolate durante le ultime domeniche di marzo e ottobre. Tuttavia, il Parlamento Ue a febbraio si è fatto portavoce di varie iniziative civiche e studi secondo i quali l’ora legale potrebbe avere effetti negativi sulla salute umana, chiedendo alla Commissione di condurre una “valutazione approfondita” sul tema.

  • Sei mesi al gennaio 2019

    Solo sei mesi, questi sono gli ultimi sei mesi del 2018 in cui l’Italia potrà giovarsi del Quantitative Easing che ci ha permesso di vivere in assoluta sospensione dalla valutazione dei nostri parametri economici e finanziari, quindi in sospensione dalla realtà. Una situazione assolutamente anomala, nata dalla crisi finanziaria del novembre 2011 e protrattasi fino a tutto il 2018 e  che ci ha permesso di creare 346 (!) miliardi di nuovo debito pubblico non per finanziare la ripresa o fattori competitivi ma semplicemente per sgravi fiscali lasciando completamente inalterata le dinamiche della pubblica amministrazione che rappresentano il vero problema della mancanza di crescita italiana. E qualcuno ha pure il coraggio di affermare che l’Italia viveva in un clima di austerità imposto dall’Europa quando gli ultimi sette anni dimostrano essenzialmente come siano le modalità della spesa e non la spesa in quanto tale ad essere il problema italiano.

    In altre parole, esattamente come quando la Banca d’Italia finanziava il debito pubblico per legge (una visione tanto cara i nuovi sovranisti del ritorno alla Lira), dal 2011 in poi la Bce ha acquistato  a scatola chiusa e senza batter ciglio il nostro debito pubblico ad interessi progressivamente inferiori grazie all’inondazione di  nuova liquidità sui mercati finanziari. Una condizione favorevole ed assolutamente nuova dal dopoguerra ad oggi per i vari governi in carica che avrebbe dovuto spingere i governi Letta, Renzi e Gentiloni, grazie ai risparmi sul costo al servizio del debito, ad utilizzare appunto tali risparmi per la riduzione debito stesso. Invece di ridurre il debito il governo Renzi è riuscito addirittura a raddoppiare la velocità di crescita del debito pubblico rispetto al governo precedente: da 2230 euro/secondo ai 4463, sempre al secondo.

    Ora da dicembre, o meglio da gennaio 2019, il presidente Mario Draghi ha confermato che sospenderà il Q.E., magari riducendolo gradualmente aggiungiamo noi. Allora l’Italia tornerà sulla terra e verrà di nuovo sottoposta all’analisi dei fondamentali economici in rapporto alla sostenibilità del debito. In questo ritrovato contesto di normalità risulterà interessante capire e vedere chi finanzierà il nostro debito pubblico e soprattutto quali saranno gli interessi che verranno richiesti agli operatori finanziari, anche in considerazione del fatto che dall’otto giugno 2018 i titoli del debito pubblico vengono considerati più a rischio di quelli della Grecia!

    Un fatto di una gravità epocale che non ha suscitato nessuna reazione del mondo politico, sia espressione della maggioranza che dell’opposizione. Ancora oggi si illude il Paese parlando di  riforme relative alla flat Tax, al ritorno alla Lira, alla riduzione delle accise e al mantenimento dell’Iva attuale quando il contesto macroeconomico relativo alla sostenibilità del debito pubblico italiano si sta deteriorando davanti ai nostri occhi. Basteranno sei mesi per comprendere quale sia la reale situazione economico-finanziaria del nostro Paese che già ora viene percepito come a rischio in quanto i tassi di interesse sul finanziamento al nostro debito continuano a crescere.

    Logica conseguenza di questa situazione che si aggraverà progressivamente e renderà necessaria sicuramente, se non alla fine di quest’anno ma nei primi tre mesi all’anno successivo, una ulteriore manovra correttiva che permetta di trovare la copertura finanziaria per sostenere l’aumento dei tassi di interesse sul debito.

    Sei mesi. Solo sei mesi per il ritorno alla realtà economica ordinaria. Sei mesi che seguono vent’anni di ordinaria follia.

  • La continuità fiscale

    Una recente rilevazione statistica ha stabilito come dal 1996 al 2016 le entrate fiscali risultino aumentate del 80% mentre l’indice dei prezzi attorno al 41%. Una progressione della pressione fiscale che coinvolge nella sua responsabilità tutti i governi degli ultimi vent’anni e che ha portato il Total tax rate al 62% attuale. Già con questi numeri è evidente come la pressione fiscale sia assolutamente divenuta il problema centrale della mancanza di sviluppo del nostro paese unita ad  una pubblica amministrazione che non fornisce servizi per i quali la tassazione viene imposta. A questi numeri a dir poco sconvolgenti si aggiungono anche delle considerazioni e relative alla gestione delle politiche fiscali degli ultimi cinque anni.

    Gli 80 euro del governo Renzi  altro non sono se non un rimborso fiscale “venduto” ai cittadini come un bonus (si pensi alla differenza rispetto ai bonus aziendali elargiti per premiare la produttività come i risultati delle aziende). L’origine infantile di tale iniziativa era quella di ricreare un nuovo sostegno economico alla domanda interna. Viceversa non si è ottenuto tale obiettivo e per di più ha introdotto anche un risvolto drammatico, nella malaugurata ipotesi infatti che si esca dalla soglia minima degli 8.000 euro stabilita per ottenere appunto questi fantastici 80 (una situazione legata per esempio alla perdita del posto di lavoro per un fallimento o per la chiusura dell’azienda presso la quale si lavora). Passando così di fatto alla soglia inferiore la normativa varata dal governo Renzi stabilisce addirittura l’obbligo di rimborsare questi 80 euro  percepiti ma non secondo i parametri fiscali minimi indicati.

    In più il governo Gentiloni in questo regime fiscale già insopportabile, che per un’attività commerciale con  un fatturato di 50.000 ne chiede oltre 34 mila di tasse ed anticipi relativi all’anno successivo, ha introdotto anche la flat tax per le rendite finanziarie. La scelta dell’aliquota si è rivelata del 26% e favorisce ovviamente i redditi oltre i 700.000 euro penalizzando ancora una volta i piccoli risparmiatori ed investitori che continuano ad essere considerati “il parco buoi”.

    Non soddisfatto, successivamente lo stesso governo inserisce una sorta di cedolare secca di 100.000 per qualunque titolare di redditi milionari che intenda trasferire la propria residenza fiscale in Italia. L’effetto quindi per una persona che dall’estero sposti la propria residenza fiscale in Italia e dichiarasse un reddito di un milione per effetto di questa nuova normativa fiscale pagherebbe appunto 100.000 euro, quindi un’aliquota pari al 10%.

    Ancor meglio andrebbe se il nuovo “residente fiscale” potesse contare su di un reddito di 5 milioni che abbasserebbe l’aliquota al 5% ma risulterebbe miracolosamente dell’1% per i detentori di redditi di e oltre 10 milioni. Mentre gli altri Stati utilizzano le diverse politiche di incentivazione fiscale per attrarre investimenti industriali, il governo Gentiloni usa la flat tax per offrire una dimora fiscalmente attrattiva per i singoli detentori di redditi milionari: ulteriore idea della politica economica di sviluppo dei governi Renzi e Gentiloni.

    L’effetto di tali decisioni, innanzitutto politiche oltre che economiche, dimostra quale possa essere  la considerazione per i piccoli risparmiatori nel primo caso e nel confronto con le aliquote applicate al reddito per i “nuovi residenti”, nel secondo il valore delle stesse diventa offensivo.

    Viceversa la proposta della flat tax, che viene inserita in un quadro di “rinnovamento” definito addirittura “rivoluzionario” per le ricadute economiche per il ceto medio, dimostra finalmente i primi numeri. Considerando che il reddito medio delle famiglie è di 20.680 euro alcuni dati possono venire in aiuto al fine di comprendere la ricaduta effettiva di tale “rivoluzione”. Da zero a 15.000 euro di imponibile si registra una percentuale del 44,9% della popolazione, mentre dai 15.000 ai 29.000 euro di imponibile un altro 35,6%, sempre dei cittadini italiani. La somma di queste due fasce di contribuenti che vanno da un reddito da 1  a 29.000 euro racchiude l’80,5% dei cittadini.

    Viceversa i titolari di “reddito dichiarato” da 29.000 a 55.000 euro rappresentano il 15,2% dei contribuenti, che diventano il 2,1% per i percettori di reddito nella fascia da 55.000 a 75.000 euro, mentre per chi dichiara un reddito ancora superiore rimane la quota residuale del 2,2%.

    Da questi dati emerge come circa l’80,5% dei contribuenti versi il proprio contributo per finanziare i servizi dello Stato attraverso l’applicazione di aliquote che vanno dal 23 al 27%. In questo caso allora l’introduzione della Flat Tax (unica al 25% proposta dall’Istituto Leoni o doppia per il Governo, quindi attorno al 15% per le fasce reddituali più basse) porterebbe un vantaggio in termini economici piuttosto risibili in quanto il differenziale di aliquote risulta minimo (dal 23-27% attuali al 15% proposto) e per di più va calcolato per imponibili relativamente bassi (al massimo fino a 29.000 euro). Viceversa, nel caso non si scegliesse la versione dell’Istituto Bruno Leoni, la seconda aliquota del 25% come aliquota unica (anche per l’IVA da non dimenticare) per i redditi superiori ai 29.000 euro che ora “contribuiscono” attraverso l’applicazione di  aliquote che vanno dal 38% al 41,5 fino al 43% a seconda delle diverse fasce reddituali ma venisse adottata una aliquota fissa anche del 28-30% (quindi superiore a quelle proposte nei programmi elettorali) comporterebbe un differenziale sul calcolo delle imposte da versare molto alto.

    In quanto la differenza tra l’aliquota Flat (28-30 già di per sé bassa ma che risulterebbe assolutamente indegna se si scegliesse la versione del 23%) e quelle odiernamente applicate risulta sicuramente superiore rispetto alle altre fasce di reddito (80,5%) e per di più tale differenziale andrebbe calcolato su importi di imponibili molto alti.

    La considerazione conclusiva che ne scaturisce dal semplice confronto di tali cifre è molto semplice. Come negli ultimi vent’anni ed ancor più degli ultimi cinque, ora anche in previsione dell’applicazione della Flat tax, si rileva una “CONTINUITA’ FISCALE” volta a penalizzare continuamente il ceto medio, quello che per altro ha maggiormente  pagato la crisi che si protrae da oltre un decennio in più, aggravata dal continuo aumento della pressione fiscale. Questa CONTINUITA’ FISCALE, qualora venisse esplicitamente dichiarata e giustificata con argomentazioni politiche ed economiche potrebbe persino assumere i connotati di una strategia economico-fiscale  legittima da parte di un ceto politico ed economico che perlomeno si  assumerebbero le proprie responsabilità. Nel caso odierno invece si predica esattamente il contrario di quanto poi i numeri evidenziano.

    Un ultimo aspetto, non per questo meno importante, emerge dal fatto che tutte queste “rivoluzioni fiscali”, al di là degli effetti descritti precedentemente, uniscono un ulteriore aggravio per i contribuenti italiani in quanto le coperture risultano calcolate a debito o attraverso ipotetici condoni fiscali. Quindi oltre al danno anche la beffa di vedere aumentato il debito pubblico per delle riforme che vanno contro la maggioranza dei contribuenti. La disonestà intellettuale si manifesta attraverso la distonia tra le dichiarazioni e gli effetti reali delle scelte di questa classe politica ed economica degli ultimi vent’anni. In questo poi confermata anche da quella nuova classe governativa dei “riformatori rivoluzionari” dell’ultimo periodo: tutti insieme dipingono il quadro del nostro declino culturale del quale quello economico ne rappresenta solo una triste espressione.

  • I PIR: conoscerli per investire in modo consapevole

    Approdati sulla scena italiana con la legge di bilancio per il 2017, i PIR possono rappresentare una valida alternativa per i piccoli risparmiatori italiani. A più di un anno dal loro varo, ai più sono ancora sconosciuti in tutto o in parte comportando potenziali distorsioni nel loro utilizzo. Cercheremo, con questo breve intervento, di colmare tale lacuna tratteggiandone i caratteri salienti, evidenziandone le opportunità e i rischi.

    Innanzitutto, sebbene per il nostro Paese rappresentino una novità, lo stesso non può dirsi in termini assoluti avendo noi mutuato l’istituto da Paesi stranieri quali la Francia e il Regno Unito dove strumenti analoghi hanno visto la luce parecchi anni or sono. I Piani Individuali di Risparmio, da cui l’acronimo PIR, dovrebbero consentire di veicolare una parte del risparmio delle famiglie verso le aziende a media capitalizzazione operanti in Italia con un duplice obiettivo: incentivare il risparmio e garantire risorse finanziarie alle PMI italiane, notoriamente sottocapitalizzate e dipendenti dal sistema bancario, che sono state particolarmente sferzate dagli anni di crisi e dal protrarsi dei fenomeni di credit crunch che hanno caratterizzato l’ultimo lustro.

    I PIR sono quindi un “contenitore” che raccoglie al suo interno investimenti in strumenti finanziari qualificati. Il contenitore può assumere svariate configurazioni: OICR, fondo comune, assicurazione…; gli strumenti finanziari raccolti al loro interno vengono definiti “qualificati” se rispettano determinati parametri. A questo punto l’algoritmo è completo e discendono importanti agevolazioni fiscali: detassazione dei redditi di capitale e dei redditi diversi di natura finanziaria.

    I soggetti beneficiari della disciplina di favore sono le persone fisiche residenti nel territorio dello Stato italiano che detengono le partecipazioni nel PIR non in regime di impresa (detto in altri termini: i risparmiatori italiani).

    Quanto agli aspetti oggettivi, il PIR per essere “conformi” alla normativa e garantire i benefici fiscali deve rispettare i seguenti parametri:

    1. L’importo che il risparmiatore destina al PIR non può eccedere i 30.000 euro annui fino alla somma complessiva di euro 150.000;
    2. L’investimento deve essere mantenuto per almeno 5 anni. E’ possibile disinvestire durante l’holding period purchè si proceda a reinvestire in uno strumento qualificato entro i successivi 90 giorni;
    3. Il patrimonio complessivamente investito dal PIR per almeno 2/3 dell’anno deve rispettare i seguenti vincoli di destinazione:
      1. Almeno il 49% in strumenti finanziari qualificati (equity o debt) di imprese residenti in Italia o in stati membri UE o in Stati SEE con stabili organizzazioni italiane;
      2. Almeno il 21% in strumenti qualificati di imprese italiane non negoziate nel FTSE MIB (o indici esteri equivalenti) o di imprese estere (UE o SEE) con stabili organizzazioni in Italia;
      3. Il restante 30% può essere investito anche in strumenti non qualificati di imprese estere (UE o SEE) anche senza stabile organizzazione in Italia.
    4. Le somme o i valori destinati nel piano non possono essere investiti per una quota superiore al 10% del totale in strumenti finanziari di uno stesso emittente o stipulati con la stessa controparte o con altra società appartenente al medesimo gruppo emittente.

    Da un punto di vista squisitamente pratico, il risparmiatore, per investire in PIR dovrà rivolgersi ad un intermediario abilitato (banche, assicurazioni, OICR) che possa garantire l’applicazione del regime fiscale del risparmio amministrato. Tipicamente le somme saranno segregate e investite nel rispetto dei vincoli illustrati. A questo punto, essendo il PIR conforme, consentirà, alla maturazione del quinquennio, di conseguire l’esenzione dalle imposte sui redditi di capitale o sui redditi diversi realizzati (l’eventuale decesso del risparmiatore durante l’holding period non comporta la tassazione dei redditi maturati sino alla data di apertura della successione).

    Non di poco conto sono quindi le agevolazioni concesse considerando che l’imposta sostitutiva su questo tipo di redditi è del 26%. Se ciò è vero, per valutare attentamente la reddittività con strumenti alternativi, occorre contrapporre i rendimenti (netti per definizione essendo esclusi da imposte) ai costi complessivi di gestione che possono raggiungere soglie significative (i valori medi sono: commissione di gestione 1.5%, commissione di ingresso del 2.5% – fonte sole 24 ore 12 febbraio 2018) per non parlare delle commissioni di performance che, laddove previste, si attestano in un range compreso tra il 10% e il 20%.

    Un altro aspetto che il risparmiatore deve attentamente ponderare è il circoscritto perimetro di investimento del PIR che comporta un’elevata concentrazione del rischio in una circoscritta area geografica. A tale proposito, per una corretta diversificazione del rischio del proprio portafoglio, sarà opportuno affiancare altri strumenti finanziari in grado di bilanciare opportunamente l’esposizione.

    Si segnala ancora come non sia imposto dalla legge nessun obbligo di disclosure alle aziende target con riferimento ai propri programmi di investimento. Lacuna, questa, che sarà necessariamente colmata dal mercato che, efficientemente, privilegerà gli investimenti nelle realtà sane, maggiormente competitive, che garantiscano visibilità sui propri programmi di investimento, sui propri budget e sui relativi scostamenti con i risultati conseguiti. In pratica sarà verosimile che i gestori dei PIR analizzeranno con attenzione le prospettive delle varie aziende privilegiando gli investimenti in quelle con maggiori rendimenti attesi.

    Anche le aziende di medie dimensioni dovranno quindi aggiornarsi per poter beneficiare dei capitali esterni che i PIR potranno apportare realizzando, in maniera compiuta e definitiva, quel salto di qualità “manageriale” che, ancora oggi, in alcune realtà del nostro Paese manca.

    Per concludere: bene i PIR che consentono di convogliare risorse alle PMI, opportunità per i risparmiatori che possono beneficiare di risparmi di imposta, ma non si lascino, questi ultimi, abbagliare e confrontino i rendimenti attesi con i costi e soprattutto non dimentichino il rischio, più o meno elevato, insito in questi strumenti finanziari.

  • Lo Stato obbliga le banche a servire lui anziché chi versa i propri averi

    I trasferimenti tra privati di denaro contante e di titoli al portatore (ad esempio assegni senza indicazione del beneficiario) dai 3mila euro in su dovranno avvenire solo tramite banche o altri operatori finanziari, in base alla modifica del decreto legislativo n. 231 del 2007 sulla prevenzione del riciclaggio dei proventi derivanti da attività criminose e di finanziamento del terrorismo. Inoltre gli assegni bancari, circolari o postali di importo pari o superiore a 1.000 euro devono riportare – oltre a data e luogo di emissione, importo e firma – l’indicazione del beneficiario e la clausola “non trasferibile”. Chi non rispetta tali indicazioni rischia una sanzione variabile da 3.000 a 50.000 euro.

    Chi vuole utilizzare assegni in forma libera, per importi inferiori a 1.000 euro, può farlo presentando una richiesta scritta alla propria banca e per ciascun assegno rilasciato o emesso in forma libera e cioè senza la dicitura “non trasferibile” è previsto dalla legge il pagamento a carico del richiedente l’assegno di un’imposta di bollo di 1,50 euro che la banca versa allo Stato. E vietato inoltre aprire conti o libretti di risparmio in forma anonima o con intestazione fittizia ed è anche vietato il loro utilizzo anche laddove aperti in uno Stato estero, fino a libretti di deposito, bancari e postali, possono essere emessi solo in forma nominativa e cioè intestati ad una o più determinate persone.

    Infine per chi detiene ancora libretti al portatore è prevista una finestra di tempo per l’estinzione, con scadenza il 31 dicembre 2018, resta comunque vietato il loro trasferimento.

  • Il Grande Fratello fiscale si fa ancora più intrusivo col Risparmiometro

    Equità fiscale, ridistribuzione, solidarietà sociale, partecipazione della cittadinanza, si può girare la torta come si vuole ma tutti sanno che il fisco è il Grande Fratello. Una sensazione? No, la realtà: è infatti in arrivo il Risparmiometro, strumento con cui il fisco potrà effettuare controlli ove ritenga che risparmi e reddito sembrano incongruenti..

    L’idea alla base di questo strumento è quella di individuare il denaro percepito in nero e mai versato in banca (perché sui conti correnti il fisco ha già accesso e dunque versare il nero non conviene, perché agevola il fisco a verificare l’incongruenza della dichiarazione dei redditi), sulla base del volume dei risparmi annui del contribuente.

    Il risparmiometro dovrebbe analizzare conti correnti, conti deposito titoli e/o obbligazioni, conti a deposito a risparmio libero vincolato, rapporti fiduciari, gestioni collettive del risparmio, gestioni patrimoniali, certificati di deposito e buoni fruttiferi, conti terzi individuali e globali, carte di credito, prodotti finanziari emessi dalle assicurazioni e acquisti e vendita di oro e metalli preziosi. In sostanza serve a valutare tutti i rapporti finanziari riconducibili ai contribuenti tramite codice fiscale presente in anagrafe tributaria. È già in vigore?

    Il nuovo strumento è in via di sperimentazione, nel 2018 verranno effettuati i primi controlli selettivi sui contribuenti persone fisiche relativamente ai redditi dichiarati nel 2013-2014, per poi passare alle società nel 2019.

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