risparmio

  • Nei primi tre mesi del 2021 gli italiani hanno affidato 30 miliardi ai gestori dei risparmi

    Vola la raccolta dell’industria del risparmio gestito che nel primo trimestre mette a segno sottoscrizioni nette per 30 miliardi di euro. Il doppio sull’intero 2020 che pur impattato dall’onda lunga del Covid, si era ugualmente chiuso con un dato positivo per 14,5 miliardi.

    La consueta mappa di Assogestioni mette anche in evidenza il nuovo record per il patrimonio gestito che ammonta a 2.469 miliardi, con le gestioni collettive che superano le gestioni di portafoglio. Le prime si attestano a 1.242 miliardi mentre le seconde a 1.226 miliardi.

    Nel dato trimestrale emergono in particolare i fondi aperti che raccolgono quasi 19 miliardi e registrano il loro miglior dato dall’ultimo trimestre del 2017. Ben 13 miliardi si riferiscono ai fondi di lungo termine azionari. Tra le gestioni di portafoglio, il cui dato di raccolta complessivo è positivo per circa 10 miliardi, le gestioni prodotti assicurativi fanno registrare flussi in entrata per 3 miliardi mentre le gestioni di portafoglio retail si posizionano a 2,5 miliardi. Tra i fondi aperti, i prodotti favoriti dai risparmiatori sono gli azionari (+13,1 miliardi), i bilanciati (+4,3 miliardi), gli obbligazionari (+2,8 miliardi) ed i monetari (+1,4 miliardi).

    La mappa trimestrale, infine, analizza per la prima volta l’universo dei fondi aperti in relazione alla Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR) entrata in vigore lo scorso 10 marzo. Su un patrimonio promosso dei fondi aperti pari a complessivi 1.063 miliardi, 276 miliardi – il 25,9% del totale – considerano le variabili ambientali e sociali nella politica di investimento. Il 90% di tale patrimonio promuove caratteristiche ambientali e/o sociali e rientra nell’art.8, mentre il 10% ha specifici obiettivi di sostenibilità ed è classificabile come prodotto art. 9. I fondi aperti sostenibili sono complessivamente 1.205 e la loro raccolta ammonta nel primo trimestre a 18 miliardi.

    “Il peso crescente e già significativo degli investimenti sostenibili sul totale mostra come gli investitori italiani siano pronti a contribuire con i propri risparmi alla sfida della transizione ecologica”, sottolinea Manuela Mazzoleni, direttore Sostenibilità di Assogestioni. Numeri destinati ad aumentare, e velocemente, nel tempo se si considera che tra inizio anno e fine marzo la raccolta dei fondi aperti sostenibili in termini di patrimonio promosso è stata superiore ai 18 miliardi su un totale di 15,7 miliardi, permettendo, dunque, non solo una conclusione del trimestre in territorio positivo ma contribuendo in modo decisivo al dato di raccolta complessivo dell’industria.

  • Obiettivo: il risparmio privato

    La democrazia rappresenta un sistema che esprime e tutela determinati valori e principi all’interno dei quali i sistemi politici cercano di adattarvisi per raggiungere i propri obiettivi ed attuare l’agenda politica. Questi Valori democratici definiscono il perimetro all’interno del quale gli obiettivi programmatici delle diverse forze politiche devono rimanere nell’ arco temporale della evoluzione storica di un paese: ovviamente tanto più risultano radicati questi principi tantomeno possono venire messi in dubbio.

    Il nostro Paese viene considerato una democrazia ormai consolidata, grazie alla separazione dei poteri legislativo, giurisdizionale ed esecutivo. Un consolidamento democratico, ora forse anche politico, caratterizzato quindi anche da un buon livello di alternanza alla sua guida, dopo decenni di “una democrazia bloccata” legata agli effetti della contrapposizione tra il blocco occidentale e quello sovietico, a livello internazionale, i cui effetti si manifestavano nella impossibilità di inserire il PCI come una reale alternativa per la guida dell’Italia. Dopo la caduta del muro di Berlino i due schieramenti di centrodestra e centro-sinistra, entrambi espressione di partiti costituzionalmente democratici, si contendono la guida del Paese nella democratica competizione elettorale.

    In due occasioni, tuttavia, nel novembre del 2011 e nel febbraio del 2021, la politica ha alzato bandiera bianca lasciando la guida nostro Paese prima a Monti ed ora al prof. Draghi. La democrazia italiana al di là delle diverse rotte politiche sostanzialmente si è sempre basata sulla “divisione operativa” dei poteri, una vera e propria diarchia, all’interno della quale la politica gestisce la spesa pubblica mentre il sistema bancario il settore creditizio (26.11.2018 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/).

    Come logica conseguenza di questa “divisione” dei poteri la storia della politica italiana ci dimostra come mai nessun governo, anche se espressione dei più diversi accordi di coalizione politica, si sia rivelato in grado di ridurre la spesa pubblica. Anzi, nella sua articolata complessità l’intera classe governativa ha sempre inserito nuovi capitoli di spesa per raggiungere quegli obiettivi di consenso politico che in una democrazia permettono il raggiungimento oppure il mantenimento del potere.

    La pandemia da covid-19 ha così visto il nostro Paese presentarsi nel febbraio 2019 con un debito pubblico al 135% sul PIL mentre buona parte delle altre nazioni non raggiungevano il 100% e la Germania il 69%. Numeri che indicano la responsabilità di tutti i governi che si sono susseguiti negli ultimi 20 anni alla guida nostro Paese e che hanno portato ad un aumento del +85% della spesa pubblica. In questo contesto l’emergenza pandemica di fatto ha reso necessario il reperimento di nuovi fondi straordinari distruggendo così questo fragile equilibrio espressione di tale diarchia.

    L’assoluta insufficienza della disponibilità finanziaria dello Stato per far fronte alle emergenze economiche e finanziarie legate alle chiusure forzate delle attività economiche ha offerto l’occasione per avanzare da parte del sistema degli istituti di credito, appoggiato da buona parte della classe politica, ad individuare come ultima chance operativa strategica il risparmio privato. In questo senso va ricordato come l’ammontare totale raggiunto dal risparmio privato attualmente vada oltre i 10.000 miliardi di euro mentre le risorse liquide “giacenti” sui conti correnti risultino di circa 1.740 miliardi, pari sostanzialmente al valore annuale del PIL italiano.

    Con questi valori le strade che si aprono ad una classe politica e dirigente italiana in difficoltà nel reperire nuove risorse finanziarie ed avendo già aumentato dall’inizio della pandemia ad oggi il debito pubblico di 25 punti percentuali (135% al 160%/Pil mentre la Germania dal 69% al 75% sono sostanzialmente due: la prima rappresentata da una patrimoniale (1) ed una seconda più articolata.

    La patrimoniale venne imposta ai contribuenti italiani nel 1992 dal governo Amato sotto forma di prelievo forzoso del 6×1000 sui conti correnti per una crisi di liquidità. Come scelta strategica di finanza straordinaria presenta comunque un orizzonte di breve termine oltre a dovere presentare come contropartita una semplificazione e una riduzione della pressione fiscale (L. Einaudi).

    La seconda opzione, invece, torna a porre al centro dell’attenzione il risparmio privato in continua crescita. Questo fenomeno risulta evidente da oltre 10 anni e si manifesta con una espressione cristallina della insicurezza del contribuente italiano nei confronti degli esiti della gestione pubblica delle risorse, quindi come logica conseguenza della mancanza di fiducia della cittadinanza nei confronti della propria classe politica.

    Con la pandemia questo senso di insicurezza ha trovato nuove motivazioni. In questo contesto la classe politica e dirigente italiana, che rappresentano la principale causa di questa situazione di incertezza, intendono penalizzare gli effetti della propria inadeguatezza in perfetta sintonia con il sistema degli istituti di credito. L’idea individua nella penalizzazione delle “giacenze” di liquidità (superiori a 50.000 euro?) a causa dell’emergenza sanitaria ed economica e conseguentemente finalizzarla verso consumi ed investimenti (2).

    All’interno, invece, di un sistema democratico consumi ed investimenti devono rappresentare la libera scelta di un consumatore e di un risparmiatore ed entrambi possono venire influenzati da sgravi fiscali e non certo penalizzati attraverso penalizzazioni fiscali.

    Anche il solo pensiero progettuale di appropriarsi del risparmio privato rappresenta la limpida espressione di uno Stato che intende sacrificare i principi costitutivi della democrazia per la “banale” ricerca di nuova liquidità straordinaria.

    Le risorse economiche rappresentano, anche nella semplice forma di liquidità depositata presso gli istituti di credito, il frutto legittimo delle attività professionali e dei sacrifici dei contribuenti. Queste già vengono mantenute all’interno del sistema bancario con l’obiettivo di trasformarsi in credito al sistema produttivo e così favorire la crescita economica.

    La pandemia ha evidenziato come tali risorse anche se in forma di liquidità non risultino più sufficienti non tanto alla crescita economica ma quanto al finanziamento complessivo della stessa diarchia. Sostanzialmente questa seconda opzione risulta finalizzata al finanziamento, ancora una volta, della spesa pubblica anche se in un momento di emergenza pandemica e magari contemporaneamente fornire risorse aggiuntive al sistema bancario stesso con l’obiettivo di acquistare anche i titoli del debito pubblico.

    Il frutto quindi di un comportamento virtuoso del quale il risparmio ne presenta l’espressione diventa adesso l’oggetto del desiderio dei soggetti titolari della diarchia i quali non esitano a bypassare senza ritegno anche gli elementari principi democratici a tutela del risparmio e del lavoro.

    L’Italia, e non da oggi, rappresenta un sistema di interessi politici ed economici nel quale la ragione di Stato esprime priorità sempre superiori anche ai principi costitutivi di un vero Stato democratico dal quale passo dopo passo il nostro Paese si sta irrimediabilmente allontanando.

  • Il 2020 è stato d’oro per la grande distribuzione, Conad s’aggiudica la maggior fetta di mercato

    Il 2020 della distribuzione moderna è atteso chiudere con un progresso del 5%, di cui l’1% attribuibile all’esplosione del canale on-line. Incrementi molto marcati per i discount (+8,7%), i super (+6,8%) e i drugstore (+6,6%). L’intero sistema dovrebbe ripiegare dell’1,6% nel 2021, cumulando nel biennio un aumento del 3,3%. Continua la crisi delle grandi superfici che si prevede perderanno il 4,8% nel biennio 2020-21. L’e-commerce (+60% nel 2021) potrebbe arrivare al 3% del mercato già nel 2021, due anni in anticipo rispetto al 2023 previsto prima della pandemia. Si tratta tuttavia di un segmento che continua a registrare margini negativi per oltre il 10%.  E’ quanto emerge dai dati dell’Osservatorio sulla Gdo italiana e internazionale a prevalenza alimentare dell’Area studi di Mediobanca.

    Nel 2020 la concentrazione del mercato italiano è in aumento: la market share dei primi 5 retailer è del 57,5% dal 52,8% del 2019. Il mercato italiano supera così quello della Spagna (50%), ma resta frammentato rispetto a Francia (78,1%), Gran Bretagna (75,3%) e Germania (75,2%). Nel 2020 Conad detiene la maggiore quota di mercato con il 14,8%, seguita da Selex al 13,7% e dalle Coop al 12,9%. Il Roi del sistema è calato al 4,9% del 2019 dal 5,6% medio del 2015-2017. Il trend discendente interessa tutti i segmenti che pure segnano livelli molto diversi: i discount dal 20,1% al 16,6%, la distribuzione organizzata dall’8,8% al 7,8% e la grande distribuzione dal 6,7% al 4%. Dinamica analoga per l’ebit margin: dal 2,5% del 2015-2017 al 2,1% del 2019, con i discount in questo caso in lieve crescita dal 4,7% al 4,9%, la distribuzione organizzata in calo dal 2,8% al 2,4% e la grande distribuzione in flessione dal 2,9% all’1,9%. Per Conad la traiettoria è’ dal 2,5% all’1,8%, mentre le Coop segnano sull’intero quinquennio un margine negativo che si fissa al -1,4% nel 2019. Crescono i 32 drugstore italiani che hanno realizzato nel 2019 vendite per 3,6 miliardi +5,1% sull’anno precedente. L’ebit margin è al 4,6%, il Roi al 12,3%. La forza lavoro complessiva sfiora le 13mila unità.

    Lidl Italia è campione di crescita delle vendite tra il 2015 e il 2019: +8,7% medio annuo, seguita da Eurospin e Agorà appaiate al +7,6%. Segue il trio Lillo-MD (+6,9%), Ve’Ge’ (+5,3%) e Crai (+5,2%). In termini di redditività del capitale investito (Roi) primeggia Eurospin (20,2%), seguita da Lillo-MD (16,5%), Agorà e Lidl Italia al 12,9% e Crai all’11,9%. Tutti i restanti operatori sono sotto la doppia cifra, capeggiati da Ve’Ge’ al 9,1%.

    Supermarkets Italiani si conferma regina di utili cumulati tra il 2015 e il 2019: 1.340 milioni, seguita da Eurospin a 1.016 milioni, Conad a 879 milioni e Ve’Ge’ a 839 milioni. Carrefour ha cumulato perdite per 603 milioni, Coop per 252 milioni. Coop Alleanza 3.0 è la maggiore cooperativa italiana con vendite nel 2019 pari a 4.043 milioni, seguita da PAC 2000 A (Gruppo Conad) a 2.851 milioni e Conad Nord Ovest a 2.586 milioni che precede Unicoop Firenze a 2.320 milioni. Il prestito soci del sistema Coop appare in costante declino dagli 11,1 miliardi del 2014 agli 8 miliardi del 2019. Negli ultimi 5 anni le Coop hanno realizzato proventi finanziari netti per 1.233 milioni e subito svalutazioni finanziarie per 845 milioni.

  • Crescono i depositi bancari, ma si teme una nuova ondata di crediti deteriorati

    Un paradossale ‘circolo vizioso’ rischia di frenare la ripresa italiana nei prossimi mesi: famiglie e imprese che se lo possono permettere stanno aumentando molto il risparmio ma questo dato, normalmente positivo, non si traduce in risorse disponibili all’investimento e deprime ancora più i consumi già in frenata a causa dei lockdown e dei timori per il futuro. Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha certificato così un allarme che già da alcune settimane faceva capolino dai dati di settore: la liquidità erogata dalle banche soprattutto alle imprese, grazie anche alle garanzie statali, resta parcheggiata nei depositi e nei conti correnti. Lo ha fatto proprio alla Giornata del Risparmio, l’appuntamento organizzato dall’Acri, quest’anno tenuto in maniera solo virtuale. L’allarme è stato condiviso dal ministro dell’economia Roberto Gualtieri che ha chiesto appunto di “incanalare tali risorse verso l’economia reale” e dal padrone di casa Francesco Profumo. In un telegramma anche il capo dello Stato Sergio Mattarella ha posto l’accento sulle risorse del risparmio che “se adeguatamente utilizzate, potranno contribuire a sostenere una rapida ripresa di consumi e investimenti, una volta domata la pandemia e ridotta l’incertezza sulle prospettive future. È indispensabile creare le condizioni utili a ristabilire un clima di fiducia” ha ammonito il Presidente della Repubblica che ha indicato anche l’utilizzo delle risorse in arrivo dalla Ue per gli investimenti che devono essere mirati a “ridurre i divari, per un Paese che torni a offrire opportunità, per un futuro dignitoso, specie alle giovani generazioni”.

    E se da un lato le banche registrano un boom dei depositi, nei prossimi mesi dovranno fare i conti con l’inevitabile aumento dei crediti deteriorati. Al momento la situazione è ‘congelata’ grazie alle moratorie che verranno peraltro prorogate assieme alle garanzie sui prestiti oltre la scadenza di dicembre come ha assicurato Gualtieri. E però, ha ribadito Visco ripetendo quanto già detto qualche settimana fa, e anche qui in sintonia con il Mef questo deve spingere le banche a prepararsi per tempo per evitare “l’accumulo” dei crediti nei bilanci. La vigilanza è flessibile ma vuole evitare che si ripeta quanto accaduto nel 2012 quando dovette intervenire a furia di ispezioni e sotto la spinta della Bce per far aumentare coperture e accantonamenti a un settore bancario non convinto.

    Il governatore non vuole “un’azione indiscriminata” ma che le banche facciano quello che è il loro dovere: “sostenere i progetti imprenditoriali meritevoli, riconoscere senza indugio le perdite derivanti da esposizioni per cui si prevede un’elevata probabilità di insolvenza, ristrutturare i prestiti dei debitori in situazione di difficoltà”. Tre eterni principi validi anche nell’attuale situazione di emergenza.

    Peraltro, in base ai dati Banca d’Italia, le rettifiche fino a ora sono state portate avanti da poche banche di grandi dimensioni e “diverse banche, sia tra quelle significative sia tra quelle meno significative, presentano tassi di copertura sui crediti in bonis molto inferiori alla media del sistema. È necessario che questi divari siano colmati” ha detto Visco.

    Se il sistema bancario ha quindi, dopo qualche iniziale lentezza, sostenuto le misure straordinarie (i prestiti sono a 100 miliardi e le moratorie a 300), lavorando “notte e festivi” compiendo “quasi miracoli” come ha rivendicato il presidente Abi Antonio Patuelli, deve ora mantenere la sua solidità. Banche in crisi o comunque in difficoltà potrebbero mettere ulteriore sabbia in una ripresa ancora incertissima. Gualtieri ha indicato quale una delle soluzioni, le aggregazioni fra banche “promosse dai mercati e basate su solidi piani industriali, che siano in grado di consentire il conseguimento di economie di scala e di diversificazione e i necessari investimenti in tecnologia e innovazione”.

  • L’incertezza dovuta al Covid frena gli investimenti, boom di depositi

    L’incertezza sulla profondità e la durata della crisi Covid paralizza gli investimenti e spinge aziende e famiglie ad accumulare liquidità, magari quella ottenuta tramite i finanziamenti garantiti dallo Stato, nelle banche in caso di difficoltà. L’ultimo rapporto dell’Abi fotografa una situazione comprensibile e per certi versi anche positiva ma che rischia di diventare un grosso freno alla ripresa nei prossimi mesi perché ‘il cavallo non beve’. La raccolta bancaria (conti correnti e pronti contro termine) continua a macinare aumenti a fronte di prestiti sicuramente in crescita ma a un tasso più ridotto. Nel mese di settembre il balzo è stato dell’8% contro un +4,8% degli impieghi, soprattutto alle imprese grazie al fondo di garanzia statale che oramai viaggia sui 100 miliardi di euro di richieste. Un aumento frutto appunto dell’incertezza che sta colpendo le aziende, le quali ritardano o minimizzano gli investimenti e trattengono spesso lì la liquidità, alimentata anche dai mancati pagamenti fiscali. “Il risparmio non è di per sé negativo – sottolinea il vice dg Abi Giafranco Torriero – è chiaro che si sono comportamenti cautelativi che inducano a creare dei buffer di risorse per fare fronte a eventuali criticità. Ma se la crescita dei depositi a causa dell’incertezza diventa un comportamento strutturale, fa venire meno delle risorse aggregate per l’economia Certo giova il prolungamento delle misure di garanzia che fornisce una prospettiva più sicura per i prossimi mesi ma una spinta decisiva, aggiunge Torriero, deve venire dalle politiche economiche statali ed europee oltre, ovviamente dall’andamento della pandemia.

    Le imprese stanno comunque beneficiando delle misure per ‘comprare tempo’ varate dal governo e dalle autorità. Le moratorie e le misure di regolamentazione rallentano l’emersione automatica dei crediti deteriorati seppure dalla vigilanza si spronano le banche a iniziare a fare le pulizie proprio per evitare l’emergere di picchi improvvisi. Molto dipenderà da quanto durerà la crisi e se appunto le inadempienze probabili (Utp) si trasformeranno in crediti inesigibili. Per ora le sofferenze continuano a scendere. Sono tornate ai livelli di 11 anni fa a 24,4 miliardi e ci si aspetta un ulteriore decremento a fine anno grazie all’operazione di cessione di Mps.

  • Sofferenze bancaria a quota 385 miliardi nel 2021

    Una nuova ondata di crediti deteriorati è in arrivo nel 2021 per effetto del Covid, ma non sarà una tempesta come nella crisi dei mutui subprime del 2011. Dai 338 miliardi previsti per l”anno in corso si salirà del 5% a quota 385 miliardi secondo l’amministratore delegato di Banca Ifis Luciano Colombini, che ha fatto il punto al tradizionale convegno d’autunno sul settore, che si è tenuto quest’anno nell’incantevole cornice di Villa Erba a Cernobbio (Como).

    Una previsione confermata dalla stessa Abi, il cui direttore generale Giovanni Sabatini non ha negato l’incremento in arrivo dovuto agli effetti della “grave crisi economica, conseguenza della pandemia, i cui effetti sono da determinare”. Una scure che si abbatte nonostante lo “sforzo enorme per ridurre l’accumulo dei crediti deteriorati che si erano determinati negli anni della grande crisi finanziaria”.  Sforzo che Bankitalia ha quantificato oggi in 170 miliardi di euro dal 2016 a fine anno, prevedendo anche per il 2020 cessioni per circa 20 miliardi.

    Quanto alle stime di Banca Ifis, il tasso di deterioramento dei crediti salirà dall’1,3% del 2020 al 2,8% del 2021, mentre il rapporto tra Npe (l’insieme dei crediti deteriorati, che comprende le sofferenze, gli incagli e i crediti scaduti) e il totale dei crediti erogati salirà dall’attuale 6,2% al 7,3% del 2021.

    Per Colombini “l’onda si sta gonfiando, ma Venezia non è ancora allagata”. “L’acqua alta – ha detto il banchiere – arriverà l’anno prossimo, quando il default rate sarà raddoppiato”. Una situazione comunque migliore rispetto alla crisi del 2011. Secondo l’Ad di Banca Ifis “i risultati negativi di questa crisi sono inferiori alla crisi precedente, quando il default rate fu al 4,5%”. “In questa crisi – ha sottolineato – ci sono stati interventi importanti da parte dei Governi e delle Banche centrali”. Non tutto funziona come dovrebbe però. L’incaglio in questo caso si chiama Amco, il gestore pubblico dei crediti deteriorati. “La vediamo bene – ha puntualizzato Colombini – ma con una condizione imprescindibile, che sia un operatore di mercato e dai primi segnali che abbiamo non sembrerebbe che sia proprio così”. “L’industria degli Npl servicer, che ha superato gli 8mila dipendenti con operazioni effettuate per diversi miliardi di euro va tutelata”, ha precisato sottolineando che Amco dovrebbe intervenire nei salvataggi, mentre, se opera sul mercato “i miliardi di intervento pubblico avrebbero un effetto distorsivo e graverebbero sulle spalle del contribuente”.

    Gli ha replicato Giuseppe De Martino, consulente del Mes, socio unico di Amco. A suo avviso i timori espressi a Cernobbio dagli operatori privati del settore “non hanno forti ragioni di esistere”. “Il punto di forza di Amco – ha sottolineato – è avere un azionista paziente che non vuole ritorni a doppia cifra sul breve periodo”, cosa che “consente di conciliare obiettivi di profitto nell’ambito di logiche di mercato con profili di interesse pubblico”.

  • Dall’oro alla Patria ai titoli irredimibili

    Il 18 dicembre 1935 il regime di Mussolini invitò i propri cittadini a “portare” il proprio oro alla Patria. Una vera e propria donazione per risollevare le finanze disastrate del regime fascista in previsione di tempi bui come poi si rivelarono con la Seconda Guerra Mondiale.

    Nel difficile periodo odierno molti osservatori, nella definizione degli effetti economici e sociali della pandemia legata alla diffusione del covid-19, assimilano questo momento storico a quelli causati da un evento bellico. Il mix devastante tra trend economici in caduta libera ed incapacità del governo nella gestione emergenziale del nostro Paese uniti ad una assoluta irresponsabilità dei governi precedenti che avevano portato già a febbraio 2020 il rapporto debito/PIL al 135% sicuramente rendono comparabili i due nefasti momenti storici, quantomeno in considerazione delle devastanti ricadute sociali ed economiche.

    In questo contesto di incertezza strategica e di una diffusa percezione di insufficienza degli atti governativi esplode l’intervento del presidente della Consob Savona con le sue altrettanto imbarazzanti strategie di gestione della crisi.

    Vale la pena ricordare come sin dall’inizio degli anni 2000 si manifestò evidente una corrente di pensiero capitanata allora dal ministro Tremonti la quale individuava nel risparmio privato la garanzia di solvibilità del sistema paese ed in particolare in relazione alla sostenibilità del debito pubblico italiano. In altre parole, la irresponsabilità della classe politica che negli ultimi vent’anni aveva sempre aumentato la spesa pubblica, a partire dall’inizio del terzo millennio propone di limitare i devastanti  effetti di tale irresponsabilità attraverso “i frutti dei sacrifici dei cittadini privati”  di cui  “il risparmio ne è la massima espressione”.

    In questo contesto giova ricordare che il risparmio privato è esploso negli ultimi 10 anni come la  limpida espressione dello stato di incertezza dei cittadini nei confronti della politica e quindi dei governi nell’affrontare le tematiche di sviluppo nel breve e nel medio e lungo termine. La crescita del  risparmio dei cittadini risulta perciò assolutamente attribuibile ad una giustificata percezione della incapacità della classe politica dirigente di offrire un quadro potenziale di sviluppo. All’interno di un’economia circolare risulta altrettanto evidente come queste risorse risparmiate vengano così  sottratte al consumo ed alla sottoscrizione di piani di investimento assumendo le connotazioni di un denaro inerte (https://www.ilpattosociale.it/2019/11/25/il-denaro-inerte-lacqua-che-non-macina/).

    Tornando quindi alle strategie per reperire le necessarie risorse finanziarie con il fine di attutire i devastanti impatti economici e sociali del covid 19 il risparmio privato torna ad essere centrale e a suscitare appetiti vergognosi da parte della classe politica.

    In un’economia normale, gestita con normali competenze economiche con il fine di invitare e quindi allettare i risparmiatori a sottoscrivere dei titoli del debito pubblico, si individuerebbe la soluzione  nell’offerta di rendimenti superiori rispetto alla media di altre possibilità di investimento.

    Il presidente della Consob, invece, ignaro o semplicemente indifferente alla sostanza ed alle ragioni  di questo risparmio lancia l’idea di emettere un titolo di stato del debito pubblico irredimibile, (“prestito in cui è esclusa la possibilità di riscatto…QUINDI CONSOLIDATO“, dal Devoto Oli) che dovrebbero venire sottoscritti dai risparmiatori italiani.

    In buona sostanza per questi titoli irredimibili, come esprime il termine stesso, non viene previsto il rimborso del prestito e quindi tanto meno può essere usato a garanzia di altre operazioni finanziarie. In questo delirio di onnipotenza politica in pratica viene attuato un consolidamento exante del debito pubblico italiano, un evento di natura epocale dal dopoguerra ad oggi.

    In altre parole, esattamente come con Mussolini e la sua  richiesta di donare l’oro detenuto dalle famiglie alla Patria così il presidente della Consob suggerisce la medesima operazione che rappresenta un reale furto di Stato finanziario in quanto i risparmiatori verrebbero depredati da quella classe politica che ha creato queste condizioni di un rapporto debito pubblico/Pil assolutamente insostenibile per le sole finanze pubbliche.

    L’indifferenza con la quale questa tesi è stata accolta offre il senso della democrazia espressa dalla nostra classe politica e dirigente.

    Mussolini come Savona risultano, in epoche considerate politicamente opposte, espressione della medesima volontà totalitaria ed antidemocratica di appropriarsi delle ricchezze delle quali non possiedono alcuna titolarità: volontà di una classe politica allora e ancor più oggi assolutamente indegna.

  • La politica monetaria e la depatrimonializzazione del risparmio

    Prima della creazione di un mercato globale successivo all’ingresso della Cina all’interno del Wto le politiche monetarie portate avanti dalle singole banche centrali nazionali, in concerto con la direzione politica governativa, potevano sortire degli effetti nel breve e forse nel medio termine.

    In questo senso basti pensare, a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, alla svalutazione competitiva tanto richiesta dalla classe politica e dirigente che assicurava un “plus” all’export come semplice applicazione della svalutazione della lira. Nessuno allora, come del resto oggi tra i sostenitori del ritorno alla Lira, e di conseguenza ad una politica di svalutazione, prese in considerazione la depatrimonializzazione dei beni mobili ed immobili che venivano ovviamente espressi nella valuta soggetta alla perdita di valore (svalutazione).

    All’interno di un mercato globale, viceversa, le politiche monetarie che vengono portate avanti dalla Bce e dalla statunitense Fed si pongono l’ambizioso obiettivo di giungere ad un punto di equilibrio tra il sostegno alla crescita (quantitative easing, Ttlro e Tassi minimi) e, soprattutto in Europa, ad una copertura finanziaria e quindi alla sostenibilità del crescente debito in particolare dei paesi del Sud Europa.

    Il diverso esito di queste politiche monetarie sostenute dalla BCE e dalla Fed, riscontrabile tra Europa, dove la crescita continua a rimanere troppo bassa in rapporto all’immissione di nuove risorse finanziarie, e Stati Uniti risulta molto semplicemente in buona parte legato al raggiungimento dell’indipendenza energetica dell’economia statunitense.

    In Europa, tuttavia, questa politica monetaria fortemente espansiva della quale hanno beneficiato soprattutto gli stati a forte debito, come l’Italia, sta riportando ad una situazione paradossale relativa al risparmio, e di conseguenza per i risparmiatori, già evidenziata e simile ai tempi della svalutazione competitiva.

    I tassi negativi attraverso i quali determinati stati e aziende riescono a finanziarsi, se rappresentano un reale sostegno alla sostenibilità del debito sovrano per i primi e allo sviluppo per i secondi, tuttavia creano un danno patrimoniale per il risparmio privato. In altre parole, il valore nominale espresso in euro o altra valuta risulta sempre stabile ma all’interno di un eccesso di liquidità perde progressivamente valore in rapporto e come diretta conseguenza della immissione di nuove risorse finanziarie nel mercato. Prova ne siano le bassissime marginalità che le gestioni del risparmio privato riescono ad assicurare ai propri sottoscrittori.

    Quindi ogni politica monetaria presenta dei costi che non vengono mai valutati al momento della  propria introduzione, come negli anni ottanta e novanta avvenne per la svalutazione competitiva.

    Non  fu valutata la perdita di ricchezza complessiva legata alla depatrimonializzazione dei beni immobiliari e mobiliari espressi nella valuta oggetto della perdita di valore: la lira. Allo stesso modo ora la politica monetaria fortemente espansiva offre uno scenario, nel breve termine, di sostenibilità tanto al debito degli Stati quanto un minimo sostegno alla crescita economica finanziando le imprese, non tiene, tuttavia, in alcuna considerazione la perdita del valore del risparmio privato e soprattutto della propria redditività.

    Due esempi a distanza di quasi quarant’anni che dimostrano ancora una volta come la politica monetaria possa assicurare un approccio finanziario con un orizzonte vantaggioso solo ed esclusivamente nel brevissimo termine. I costi tuttavia di tale strategia monetaria si riverberano completamente all’interno del variegato settore del risparmio privato. La politica monetaria, in altre parole, rappresenta una scelta di minimo respiro i cui costi vengono scaricati interamente nel medio lungo termine sulle spalle dei risparmiatori. O ci si illude ancora che “stampare moneta” non presenti alcun costo come taluni ancora oggi affermano?

     

  • Il nuovo socialismo 4.0: disprezzo per lavoro e risparmio

    Gli ultimi tre governi che si sono succeduti alla guida del nostro Paese dal 2015 in poi saranno ricordati come i peggiori della storia repubblicana.

    Il governo Renzi nel 2015 riuscì a raddoppiare la velocità di  crescita del debito rispetto al PIL dilapidando anche i 30 miliardi di minor esborso dei costi al servizio del debito pubblico (passato senza alcun merito del governo da 93 a 63 miliardi/anno) frutto insperato degli effetti del Quantitative Easing varato dalla BCE. Si scelse, invece, di aumentare la spesa pubblica attraverso l’elargizione degli ottanta euro (10 miliardi), il finanziamento di industria 4.0, quasi interamente a vantaggio della grande industria ed ovviamente non delle PMI. Scelte di politica economica legittime ma che tuttavia non giustificano il raddoppio della velocità di crescita del debito rispetto al PIL il cui progresso risultava assolutamente legato esclusivamente alla domanda internazionale in forte aumento. In questo contesto infatti si collocava il desiderio inespresso e inconfessabile di Padoan e Calenda relativo ad un aumento dell’IVA che avrebbe portato nel breve periodo ad un aumento del valore nominale del PIL stesso la cui differenza tra crescita ed inflazione sarebbe risultata interamente a carico dei consumatori attraverso una perdita del potere di acquisto.

    Durante il governo Gentiloni nel 2018 (anno in cui si manifestano gli effetti della finanziaria del 2017) a conferma di tale declino i consumi risultano “aumentati” del +0,3% a fronte di un’inflazione al +1,2%, quindi logica conseguenza è una contrazione dei primi del -0,9% nonostante il debito continuasse a correre.

    Ora il presidente della Consob Savona, espressione dell’intelligentia del governo Conte sostenuto da Lega e 5 stelle, afferma senza pudore come  il debito pubblico sia sostenibile fino a 200% del PIL (riproponendo il modello Made in Japan)inserendo nella complessa valutazione dello stesso come “garanzia” anche il risparmio privato. In altre parole i contribuenti non solo versano le tasse per sostenere la spesa pubblica ma devono ora offrire in più una sorta di “garanzia impropria ed imposta” attraverso il proprio risparmio, frutto di sacrifici e di rinunce.

    Francamente mai si era  arrivati ad un tale disprezzo da parte della politica nel suo complesso per il lavoro che ha reso questo “monte  risparmio” uno dei più importanti al mondo e che invece meriterebbe una tutela aggiuntiva. Va inoltre ricordato come il risparmio complessivo degli italiani ammoniti a 10.200 miliardi, metà dei quali circa è fatto di investimenti immobiliari mentre la seconda è rappresentata da liquidità investita in prodotti finanziari che una circolare della Banca d’Italia della primavera del 2017 giudicò ad alto rischio e scarsa liquidabilità.

    A questa visione assolutamente fantasiosa da parte del  presidente della Consob fa da contraltare  lo schieramento politico Cottarelli il quale intenderebbe attuare una finanziaria incentrata sul varo di una patrimoniale che potesse riportare il rapporto debito/PIL al 100%. In questo senso si ricorda che per riportare i due valori ad un simile rapporto percentuale sarebbero necessari circa 510 miliardi per arrivare al rapporto indicato da Cottarelli. Una finanziaria quindi che si trasformerebbe in un prelievo del 5% del risparmio totale in immobili e prodotti finanziari dei contribuenti italiani, al cui confronto il prelievo forzoso del 6 x1000 del 1992 risultato ridicolo. Ovviamente dimenticando quanto diceva Luigi Einaudi il quale affermava che una patrimoniale potesse essere sostenibile solo con un sistema fiscale equo e successivamente con un abbassamento della pressione fiscale (https://www.ilpattosociale.it/2019/05/13/lillusione-patrimoniale/).

    In questo contesto di articolazione della spesa pubblica una patrimoniale assolutamente insostenibile aprirebbe un respiro di soli tre/cinque anni per ritrovarsi nella medesima situazione attuale in quanto non interesserebbe minimamente i meccanismi della spesa stessa.

    Savona come Cottarelli dimostrano in questo modo l’assoluto disprezzo per il frutto del lavoro dei contribuenti italiani, che già finanziano la spesa pubblica attraverso il versamento delle tasse (ed una pressione fiscale insopportabile specialmente se rapportata ai servizi resi dalla PA), i quali ora invece dovrebbero ulteriormente contribuire per eliminare i disavanzi della spesa pubblica che hanno portato ad un debito  ormai insostenibile.

    Centro destra e centro sinistra in altre parole hanno come obiettivo il risparmio dei contribuenti italiani per porre rimedio alla propria incapacità di intervenire sui meccanismi della spesa pubblica dei quali il debito ne risulta l’espressione. Entrambi rappresentano la nuova visione del socialismo  4.0 la cui massima espressione si manifesta nella affermazione della “superiorità degli interessi dello Stato MA soprattutto di coloro che in suo nome operano” rispetto al lavoro degli imprenditori, dei lavoratori e dei professionisti italiani che formano il parco buoi dei contribuenti.

    Una superiorità degli interessi dello Stato e delle persone che operano in questo senso tale da  determinare  come inevitabile conseguenza il disprezzo per il frutto del sacrificio dei cittadini italiani i quali vengono chiamati a rispondere attraverso il proprio risparmio dell’incapacità degli ultimi vent’anni dei governi alla guida nostro Paese ed in particolare degli ultimi tre, dal 2015 ad oggi.

    Dopo il declino culturale nel quale siamo immersi da oltre due decenni  le volontà e le tesi di Cottarelli e Savona uniti nel voler utilizzare il risparmio privato risultano i più fulgidi esempi della ormai conclamata  metastasi culturale.

  • Formiche o cicale?

    Se lo chiede il Wall Street Italia del 5.11.18 in un articolo di Alessandra Caparello.

    Durante la 94esima Giornata mondiale del Risparmio, di cui Il Patto Sociale ha parlato qualche giorno fa (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/02/italiani-popolo-di-risparmiatori-malgrado-il-futuro-incerto/), un’indagine realizzata dall’Acri, ovvero dall’Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio insieme all’Ipsos, ha fatto emergere come la propensione degli italiani al risparmio resta alta, ovvero all’86% come lo scorso anno.

    Ebbene, ora altri dati mostrano il contrario, almeno paragonando la capacità degli italiani di economizzare  con quella dei colleghi europei. Se nel 1995 il 16% del reddito lordo delle famiglie italiane veniva risparmiato, ventidue anni dopo, nel 2017, tale percentuale è crollata al 2,4%. Questi i dati raccolti dall’Ocse e riportati oggi in un articolo de Il Sole 24 Ore.  E’ vero che le condizioni economiche in ventidue anni sono profondamente cambiate, vuoi per l’abbassamento del costo del denaro, la creazione della moneta unica e la crisi economica che ha colpito duramente dieci anni fa, contribuendo tutti insieme a cambiare le abitudini delle famiglie.

    Tuttavia, il confronto con altri paesi è molto deludente: Francia e Germania, che, pur con diversi esiti, hanno avuto le stesse condizioni dell’Italia, sono riuscite nel mantenere tassi di risparmio più o meno sugli stessi livelli, al 10% circa del reddito lordo disponibile.

    In ogni caso la media dei paesi che adottano la moneta unica presenta un valore doppio del tasso di risparmio rispetto all’Italia. L’immagine che spesso si ha della famiglia del nostro bel paese “previdente”, che mette da parte una parte consistente dei guadagni del proprio lavoro, è solo un ricordo. Oggi i campioni del risparmio, le famiglie “formichine”  – almeno tra i paesi Ocse – si trovano oramai in Svizzera, Cina e Svezia.

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