risparmio

  • Per i propri soldi gli italiani preferiscono il materasso piuttosto che il mercato

    Più della metà degli intervistati (56 per cento) risparmia, con una propensione media dell’11,9 per cento del reddito. Il risparmio è ritenuto indispensabile dal 28 per cento degli intervistati, ai massimi della serie storica. Tra le motivazioni dichiarate prevale la prevenzione (40 per cento) ma cresce, pur con piccoli numeri, anche il risparmio destinato a investire (sei per cento). Il ratio di avversione al rischio raggiunge nel 2026 il record di 33,6 (era 20,5 nel 2025 e 8,1 nel 2017). I più restii sono i giovani tra i 18 e i 24 anni (84), per le cicatrici degli shock vissuti negli anni della formazione. È quanto emerge dall’indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026 presentata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi. Alla presentazione hanno preso parte Gian Maria Gros-Pietro (Presidente di Intesa Sanpaolo), Gregorio De Felice (Chief Economist della Banca), Giuseppe Russo e Stefano Firpo (rispettivamente, Direttore e membro del Comitato Direttivo del Centro Einaudi). La ricerca, condotta su un campione di 1.800 capifamiglia titolari di un conto corrente, analizza le dinamiche degli investimenti finanziari delle famiglie italiane e ne mette in luce i comportamenti e le opinioni. L’edizione 2026 è accompagnata da un focus che indaga sulla relazione tra investitori e tecnologia, realizzato attraverso un sovracampionamento di 300 individui.

    Nonostante la volatilità, nel 2026 gli intervistati che dichiarano di aver acquistato obbligazioni, azioni e fondi negli ultimi 12 mesi superano i venditori; il risparmio gestito registra la soddisfazione più alta tra le asset class. La casa rimane il fulcro della ricchezza familiare: pesa due terzi del patrimonio medio, stimato in circa 320 mila euro. Il 79 per cento degli intervistati vive in abitazioni di proprietà. La previdenza complementare resta ferma al 22 per cento del campione; l’assicurazione è la “gamba più corta” della protezione familiare, con coperture sanitarie al 16,9 e long-term care al 13,9 per cento.

    Il Focus che accompagna l’Indagine 2026, centrato sulla relazione tra i risparmiatori e la tecnologia, fa emergere un quadro polarizzato: se il 28,2 per cento degli intervistati non utilizza internet, un altro 27,9 per cento l’impiega in modo pienamente integrato in tutte le attività. A separare i due gruppi sono soprattutto età, istruzione e reddito. La fiducia negli strumenti digitali è il vero spartiacque: circa un terzo degli intervistati non si fida affatto e uno solo dichiara di fidarsi “molto”. La preoccupazione dominante è la sicurezza: il rischio di truffe e la protezione dei dati sono citati dal 76,5 per cento. La visione generale è quella di un sistema ancora ibrido, in cui strumenti innovativi e relazioni incardinate nella banca tradizionale coesisteranno a lungo. L’adozione del digitale è selettiva: lo si sceglie come supporto operativo, ma per le decisioni rilevanti conta ancora la supervisione umana.

  • (N) euro digitale: conversazione con l’AI

    Secondo la Banca Centrale Europea (BCE), l’obiettivo principale dell’euro digitale è affiancarsi al contante per offrire ai cittadini una moneta pubblica elettronica sicura, gratuita e accettata ovunque nell’area euro. La “motivazione” di fondo, sempre addotta dalla BCE, è rappresentata dalla “necessità di adeguare la moneta pubblica all’era digitale”, così proteggendo l’autonomia economica dell’Europa dall’avanzata di grandi società tecnologiche estere e criptovalute private, in particolare statunitensi.

    Personalmente come “economista indipendente” (così vengo definito dalla AI), quindi senza nessun riferimento politico da servire, rimango molto scettico rispetto a queste argomentazioni formali. Ho avviato quindi una conversazione relativa all’Euro digitale proprio con Gemini AI in quanto il dibattito rimane sempre condizionato da posizioni politiche ed ideologiche. Riporto di seguito alcuni brani maggiormente importanti della conversazione.

    FP: “Quali sono le motivazioni dell’Euro digitale …”

    Gemini: “Evitare che il sistema dei pagamenti europeo diventi dipendente da operatori privati extra-europei o da colossi tecnologici (Big Tech), garantendo l’autonomia strategica dell’UE”.

    FP: “Tuttavia avendo un limite di 3.500 è evidente che non può sostituire i servizi delle carte di credito statunitense…”

    Gemini: “Hai perfettamente ragione. Con un limite massimo consigliato (che gli esperti stimano intorno ai 3.000 o 3.500 euro per cittadino), l’euro digitale non nasce per fare la guerra alle carte di credito tradizionali sui grandi acquisti. Questo limite di 3.500 euro ha la funzione di salvare le banche. Se non ci fosse un limite, le persone potrebbero svuotare i propri conti correnti bancari per mettere tutti i risparmi nell’euro digitale (che è molto più sicuro, essendo garantito dallo Stato). Questo causerebbe una fuga di depositi dalle banche normali, che si ritroverebbero senza soldi da prestare a famiglie e imprese per mutui e finanziamenti”.

    FP: “Questo limite allora definisce automaticamente un diverso obiettivo”

    Gemini: “Il suo scopo è un altro: sostituire l’uso quotidiano del contante, non i servizi finanziari complessi”.

    Dopo questa conversazione, sempre da Gemini: “L’economista Francesco Pontelli definisce la “guerra al contante” come uno strumento puramente ideologico e politico, sostenendo che le limitazioni al denaro fisico non servano davvero a fermare neppure la grande evasione fiscale. Secondo la sua visione, si tratta di una strategia fallimentare che toglie libertà ai cittadini e favorisce unicamente il sistema bancario. Ecco i punti principali che riassumono la netta posizione di Francesco Pontelli su questo tema:

    Lo “strumento ideologico”, falsa bandiera: per Pontelli, la lotta al denaro fisico è diventata una bandiera politica sbandierata da partiti ed economisti distanti dalla realtà.

    Nessun legame con la vera evasione: L’economista evidenzia come la grande evasione non avvenga con le mazzette di banconote, ma tramite complessi meccanismi finanziari e societari internazionali, portando ad esempio i grandi gruppi che patteggiano cifre milionarie con il fisco per la sede legale all’estero.

    Il favore fatto alle banche – Più potere ai banchieri: Limitare il denaro contante costringe i cittadini a far transitare ogni singola risorsa economica dentro i circuiti elettronici.

    I guadagni del sistema: In questo modo, le banche ottengono enorme liquidità nei conti correnti a interessi minimi o nulli e guadagnano cifre colossali grazie alle commissioni sulle transazioni digitali.

    Tornando quindi alla realtà non digitale, in buona sostanza anche se la giustificazione attuale addotta dalla BCE come dall’Unione Europea per l’introduzione dell’euro digitale sembrerebbe quella di preservare l’unità monetaria europea, ancora una volta la realtà ci dimostra che la motivazione principale rimane quella della guerra contante come forma di libertà ma soprattutto come espressione di pluralità politica anche nei pagamenti (https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-vero-obiettivo-della-guerra-al-contante/; https://www.ilpattosociale.it/attualita/il-vero-obiettivo-della-guerra-al-contante/ – 2018)

    La libertà dell’individuo dovrebbe essere tutta nata anche nella scelta delle forme di pagamento evitando in questo modo un controllo sempre più oppressivo (https://www.ilpattosociale.it/attualita/gli-strumenti-ideologici-il-contante/ – 2022)

    In buona sostanza l’euro digitale diventa lo strumento di controllo perfetto quando invece bisognerebbe spostare il controllo dalle forme di pagamento alle forme di accumulo di determinate ricchezze e disponibilità finanziarie. In più rimane assolutamente invariato il monopolio dei servizi finanziari alle Major finanziarie statunitensi il cui potere non viene minimamente intaccato da questa invenzione digitale della BCE.

  • Milano al primo posto in Italia per l’attenzione a non sprecare alimenti

    Lo spreco alimentare continuo in Italia è pari a 8,1 milioni di tonnellate di cibo gettate ogni anno (fonte: Eurostat 2023), con un costo medio stimato di 378 euro a persona. Too Good To Go, app per il contrasto allo spreco alimentare cha ha contribuito a salvare ad oggi più di 33 milioni di pasti nel nostro Paese, ha realizzato una mappa delle città italiane che si sono maggiormente distinte nella lotta allo spreco alimentare nell’ultimo anno.

    Milano, la città che ha registrato il maggiore impatto complessivo nella riduzione dello spreco alimentare, consolida il proprio ruolo di punto di riferimento grazie all’elevata partecipazione di utenti e attività commerciali e al significativo numero di pasti salvati. Seguono Roma, che si distingue per l’ampia e consolidata adozione della soluzione antispreco, e Firenze che, pur essendo soltanto la nona città italiana per numero di abitanti, sale sul podio delle città per impatto nella riduzione dello spreco alimentare. Torino e Bologna, confermano infine il proprio impegno nel tempo attraverso risultati costanti e un approccio sempre più radicato alla lotta contro lo spreco alimentare. Tra i centri di medie dimensioni si distinguono diverse città dell’Emilia-Romagna, come Modena, Reggio Emilia e Rimini, e realtà del Veneto, come Verona e Padova, a testimonianza della crescente sensibilità di utenti e attività commerciali anche al di fuori delle grandi metropoli. Nel Sud Italia, Napoli si distingue come il caso più significativo in termini di impatto generato. All’ombra del Vesuvio si registrano segnali incoraggianti nella riduzione dello spreco alimentare: il coinvolgimento di un numero crescente di attività commerciali e la risposta positiva degli utenti contribuiscono a un aumento percentuale a doppia cifra dei pasti salvati. Nella mappa di Too Good To Go emergono alcune realtà che nel 2025 si sono distinte per la più forte crescita nella consapevolezza e nell’azione contro lo spreco alimentare rispetto all’anno precedente. Tra queste spiccano in particolare città come Cuneo, Varese e Trento. Si tratta di città di piccole dimensioni che stanno accelerando il coinvolgimento della community di utenti e delle attività commerciali.

    L’impatto generato si traduce anche in un beneficio economico concreto. In un contesto caratterizzato dall’aumento del costo della vita (+2,8% ad aprile su base annua) e dal continuo incremento dei prezzi alimentari, soluzioni come Too Good To Go rappresentano non solo uno strumento efficace per ridurre lo spreco, ma anche un’opportunità per accedere a cibo di qualità a prezzi convenienti e generare un risparmio tangibile per i consumatori. Dal suo lancio ad oggi, l’app di Too Good To Go ha infatti contribuito a far risparmiare ai suoi utenti oltre 310 milioni di euro. Solo nel 2025, ha salvato 7.8 milioni di pasti registrando una crescita del 13% rispetto all’anno precedente, con oltre 2 milioni di nuovi utenti che hanno scaricato l’app. Secondo le stime della piattaforma, l’utilizzo regolare dell’app può anche tradursi in un risparmio potenziale superiore agli 800 euro annui per persona.

  • Il risiko bancario in una prospettiva più “generali”

    Con la dichiarazione di Unicredit di volere acquisire il 10% della quota azionaria di Delfin in Generali, probabilmente appare più chiara la strategia che sottende il Risiko bancario dell’ultimo periodo.

    Da anni il sistema bancario europeo ed italiano in particolare è interessato da un processo di concentrazione sempre più intenso. Fusioni, acquisizioni e aggregazioni vengono generalmente giustificate con la necessità di creare campioni nazionali ma soprattutto europei in grado di competere all’interno di un mercato globale dominato da operatori di dimensioni sempre maggiori, comprendendo anche ovviamente i private equity. Questa strategia parte certamente da dichiarazione corrente, ma si rischia di non cogliere il significato più inconfessabile delle dinamiche finanziarie attualmente in corso.

    La crescita dimensionale degli istituti di credito ha infatti progressivamente modificato la natura stessa del sistema bancario nazionale. Le banche territoriali, le popolari e il credito cooperativo svolgevano storicamente una funzione essenziale: raccogliere il risparmio locale che successivamente veniva trasformato in investimenti produttivi a favore imprese e credito alle famiglie. La loro progressiva assimilazione all’interno di gruppi più grossi ha ridotto il collegamento tra finanza ed economia reale, favorendo invece un modello nel quale il valore viene generato sempre più attraverso attività finanziarie, gestioni patrimoniali, servizi di investimento e commissioni. Questi rappresentano i termini essenziali del fenomeno della finanziarizzazione dell’economia, un processo che negli ultimi decenni ha progressivamente spostato il baricentro del sistema creditizio dal sostegno alla crescita economica alla gestione della ricchezza finanziaria esistente.

    Per comprendere il significato del cosiddetto “risiko bancario” italiano occorre quindi andare oltre le semplici operazioni societarie e osservare quale sia il vero asset strategico attorno al quale ruotano gli interessi dei diversi protagonisti.

    In altre parole, sarebbe opportuno individuare il vero obiettivo che adesso viene rappresentato dalla gestione del risparmio. In questa diversa prospettiva, si potrebbe individuare all’orizzonte il “Palazzo sede a Trieste delle Generali”. Il gruppo triestino non rappresenta soltanto una delle più importanti compagnie assicurative europee. Attraverso le proprie attività di asset, management e gestione patrimoniale amministra una massa enorme di risorse finanziarie che costituisce uno dei principali patrimoni di risparmio privato presenti nel continente (905 Mld).

    In un contesto, quindi, nel quale il potere e la resa economica derivano sempre più dalla capacità di indirizzare i flussi finanziari e dalla loro gestione, la possibilità di creare “valore aggiunto” attraverso il controllo di tali risorse assume un valore strategico che va ben oltre il settore assicurativo.

    Le numerose tensioni che negli ultimi anni hanno interessato la governance di Generali non possono quindi essere interpretate esclusivamente come una normale dialettica tra azionisti. Dietro lo scontro emerge una questione più ampia relativa a chi debba esercitare l’influenza su una delle principali concentrazioni di capitale finanziario italiano, all’interno del quale esiste una contrapposizione tra interessi italiani e francesi inseriti all’interno di questa società.

    Non andrebbe dimenticato, infatti, come il progetto di integrazione tra Generali e BPCE, attraverso la controllata Natixis, nel settore del risparmio gestito avrebbe dato vita a uno dei maggiori operatori mondiali del comparto.

    Questa operazione venne bloccata a causa delle profonde divergenze relative alla governance proprio dall’alleanza tra la Delfin e Caltagirone. Entrambi esprimevano la preoccupazione che il controllo effettivo delle attività di gestione potesse progressivamente spostarsi al di fuori dei confini nazionali italiani.

    In fondo, questo schema finanziario aveva già avuto un precedente nell’operazione del 2016 nella quale proprio UniCredit (quella che ora vuole acquisire le quote di Delfin) aveva sottoscritto un accordo vincolante per cedere Pioneer Investments alla società francese Amundi per un corrispettivo in cassa di 3,545 miliardi di euro.

    Di conseguenza ora il risiko bancario non può venire considerato come una strategia di semplice aggregazione bancaria, ma l’ennesima espressione di una competizione che da anni interessa alcuni dei principali centri finanziari europei sempre più in lotta tra loro anche in rapporto alle bandiere nazionali.

    Ecco, quindi, che l’intenzione della famiglia Del Vecchio (Delfin) di acquisire la quota di Generali di Unicredit rappresenta la conferma dell’avventatezza dimostrata dall’erede di Leonardo Del Vecchio nel tentativo di acquisizione delle quote azionarie dei propri fratelli.

    Dopo un iniziale sostegno del sistema bancario ora l’arretramento degli istituti finanziari nel fornire gli strumenti per concludere l’operazione di acquisizione delle quote dei fratelli da parte di Leonardo Del Vecchio Jr. assume un valore diverso e potrebbe essere interpretato anche con la volontà di indebolire la stessa finanziaria Delfin all’interno del gruppo azionario di Generali.

    Costringendo da una parte l’erede a cercare il sostegno finanziario presso il private equity Apollo il quale tuttavia ha delle finalità molto diverse da quelle del sistema bancario che avrebbe dovuto finanziare l’intera operazione. In secondo luogo questo cambiamento del sistema bancario rende più debole lo stesso controllo della EssilorLuxottica, in quanto i grandi fondi di investimento, viceversa, rispondono invece a logiche differenti. La loro strategia principale consiste nell’acquisizione di partecipazioni societarie e nella valorizzazione finanziaria degli asset detenuti.

    L’eventuale ingresso di operatori come Apollo Global Management nelle dinamiche relative al controllo di importanti gruppi industriali evidenzia proprio questa differenza di approccio tra finanza bancaria e finanza d’investimento. Questo rappresenta esattamente lo scenario che si sta delineando nel tentativo di acquisizione dell’erede di Leonardo Del Vecchio delle quote societarie dei fratelli.

    All’interno della visione complessiva tuttavia anche la vicenda Del Vecchio Jr, può essere interpretata come una strategia finalizzata all’ottenimento da parte di Unicredit del controllo delle grandi masse di risparmio e delle strutture attraverso cui esse vengono amministrate. Per questa ragione il risiko bancario non può essere letto esclusivamente come una competizione tra banche. Esso rappresenta piuttosto una più ampia battaglia per l’influenza sui principali centri di accumulazione del capitale finanziario italiano.

    Generali, sotto questo profilo, costituisce il punto di convergenza di interessi economici, industriali e geopolitici destinati a incidere sugli equilibri futuri della finanza nazionale. In ultima analisi la questione centrale non può essere solo interpretata come la volontà di determinare il destino di una compagnia assicurativa o l’esito di una singola operazione societaria all’interno del sistema bancario. Riguarda soprattutto chi eserciterà il controllo su di una quota significativa del risparmio degli italiani e quale ruolo l’Italia sarà in grado di mantenere all’interno dei nuovi assetti finanziari europei. Ora è su questo terreno che si sta giocando la partita più importante.

  • 1935: l’oro per la Patria di Mussolini, 2026: il risparmio per Ursula von der Leyen e Blackrock

    Nel 1935 (dicembre) i cittadini italiani vennero chiamati a portare il proprio “oro alla Patria” per sostenere le spese della guerra in Etiopia e contrastare le sanzioni economiche.

    Nel 2026 la Commissione Europea, sotto la guida di Ursula von der Leyen, ha lanciato l’iniziativa “Savings & Investments Union” (SIU), volta a canalizzare parte dei circa 10.000 miliardi di euro di risparmi privati europei “fermi” nei conti correnti per sostenere gli investimenti in economia reale. L’obiettivo dichiarato dovrebbe essere quello di trasformare la liquidità “parcheggiata” presso gli Istituti bancari in investimenti produttivi, startup e progetti strategici ma molto probabilmente soprattutto nel settore della Difesa

    Il progetto prevede la creazione di un patto tra il settore finanziario, investitori istituzionali, i cittadini finalizzato a creare degli strumenti finanziari dedicati, come anticipato prima, anche al settore della Difesa.

    Sembra incredibile come per giustificare una necessità di risorse finanziarie l’Unione Europea, nella persona di Ursula Von del Leyen, arrivi a definire i depositi del risparmio dei cittadini sui conti correnti come risorse “inattive”.

    Andrebbe ricordato ai vertici europei come quasi il 50% della liquidità depositata presso gli Istituti bancari venga utilizzata come finanziamento alle imprese mentre un’altra forte percentuale sia destinata all’acquisto di titoli di stato e prestiti alle famiglie sotto forma di credito al consumo e mutui e solo una minima parte rimanga presso l’Istituto bancario come coefficienti di riserva obbligatoria (1% fissato dalla BCE).

    In più desta qualche sospetto la contemporaneità della iniziativa europea con quella, solo di qualche settimana addietro, del CEO di Blackrock (la più grande società di gestione patrimoniale del mondo con un patrimonio gestito che ha superato i 14.000 miliardi di dollari) il quale ha lanciato un medesimo appello sull’utilizzo sempre dei depositi presso i conti correnti degli Istituti bancari.

    Larry Fink, Ceo di Blackrock, ha infatto invitato i risparmiatori a spostare i propri risparmi dai conti correnti ai fondi di investimento gestito con l’obiettivo di finanziare la ripresa economica e magari appunto gli investimenti in difesa. La contemporaneità della strategia finanziaria dei vertici istituzionali europei con il più grande fondo di gestione privata risulta assolutamente imbarazzante. E certifica, ancora una volta, come l’obiettivo rimanga quello del risparmio privato come ultima risorsa per accrescere ulteriormente i finanziamenti ad obiettivi altrimenti difficilmente giustificabili e soprattutto condivisibili con i cittadini e gli elettori europei.

    Certamente i termini e le stesse modalità della richiesta di risorse finanziarie da parte delle istituzioni europee come dei vertici finanziari potranno risultare molto lontani da quelli di Mussolini del 1935. Nella sostanza, tuttavia, le differenze svaniscono in quanto nulla è cambiato da quella richiesta di oro per la Patria che l’Unione Europea adesso si appresta a chiedere in forma di gestione dei risparmi.

    Certamente rimane la speranza che questi due iniziative, tra loro molto simili, non siano anche nel secondo caso, come avvenne nel primo, propedeutica ad una guerra mondiale.

  • BlackRock

    Il settore del credito privato sta affrontando una fase di scarsa liquidità e crescenti preoccupazioni sulla qualità del credito.

    BlackRock, il più grande gestore patrimoniale al mondo, con un patrimonio in gestione (AUM) record che ha superato i 14.000 miliardi di dollari all’inizio del 2026, tuttavia ha limitato i prelievi da uno dei suoi principali fondi di credito privato a seguito di un’impennata delle richieste di rimborso, con gli investitori che si stanno ritirando da questa classe di attività e l’intensificarsi dei dubbi sulla qualità del credito.

    Ed ecco il CEO del fondo individuare nei risparmi dei privati cittadini italiani uno strumento di crescita dell’economia italiana se investite, guarda caso, con i fondi piuttosto che parcheggiati in banca.

    Andrebbe ricordato a Larry Fink come la Costituzione italiana all’articolo 47 incoraggi e tuteli il risparmio in tutte le sue forme mentre non fa menzione per fortuna dei fondi di investimento.

    Ancora una volta, dopo il tentativo di Tremonti, allora ministro dell’Economia del governo Berlusconi, di utilizzare il risparmio privato per alleggerire il rapporto debito/PIL, l’amministratore delegato del più importante fondo privato mondiale, il quale ha bloccato il riscatti degli investimenti alla soglia del 5%, riscopre la centralità delle risorse espresse dal risparmio privato (https://www.ilpattosociale.it/attualita/obiettivo-il-risparmio-privato/ – 2021).

    Gli sciacalli della politica come quelli dei fondi privati da sempre cercano di impossessarsi del patrimonio rappresentato dal risparmio privato. L’obiettivo rimane quello di usufruire del suo ammontare attraverso una singola operazione finanziaria (miglioramento del rapporto debito/Pil) oppure acquisirne la gestione per aumentare il capitale da investire.

    Questa continua ricerca di impossessarsi di tale patrimonio rappresenta la classica aberrazione di un sistema finanziario incapace di creare ricchezza e, di conseguenza, costretto ad appropriarsi, senza avere i titoli, di altre espressioni patrimoniali (*), giustificando con un ipotetico sviluppo che questo nuovo impiego garantirebbe.

    Siamo di fronte ad una forma più elegante e politicamente corretta del vecchio metodo Ponzi.

    (*) https://www.aurumitalia.com/obiettivo-il-risparmio-privato/ – 2022

  • La Commissione propone di migliorare l’infrastruttura energetica dell’UE per ridurre le bollette e promuovere l’indipendenza

    La spina dorsale del sistema energetico europeo sarà modernizzata e ampliata per liberare tutto il suo potenziale. Il pacchetto “Reti europee” della Commissione e l’iniziativa “Autostrade dell’energia” consentiranno all’energia di fluire in modo efficiente in tutti gli Stati membri, integrando energia pulita più economica e accelerando l’elettrificazione. Ciò contribuirà a ridurre i prezzi dell’energia e a sostenere prezzi accessibili per tutti gli europei. Garantirà un approvvigionamento sicuro e affidabile man mano che l’Europa si allontanerà dalle importazioni di energia dalla Russia per raggiungere l’indipendenza energetica.

    Il pacchetto sulle reti segna un nuovo approccio alle infrastrutture energetiche, offrendo una prospettiva veramente europea in materia di pianificazione delle infrastrutture, accelerando nel contempo le procedure di autorizzazione e garantendo una più equa ripartizione dei costi per quanto riguarda i progetti transfrontalieri. Il nuovo approccio consentirà di utilizzare al meglio le infrastrutture energetiche esistenti e, parallelamente, di accelerare lo sviluppo delle reti e di altre infrastrutture energetiche fisiche in tutta l’UE.

    Per rendere l’infrastruttura di rete adeguata alle esigenze future, la Commissione propone ulteriori modalità di finanziamento, la ripartizione dei costi e l’aggregazione sono esempi di questo tipo. Il raggruppamento dei progetti infrastrutturali può anche facilitare i finanziamenti, ad esempio attraverso la creazione di società veicolo, attirando in tal modo ulteriori investimenti.

  • A Natale ogni famiglia italiana spreca mediamente cibo per 90 euro

    Il Natale è il momento delle tavole imbandite, dei piatti della tradizione e dei pranzi trascorsi all’insegna della convivialità. È però anche il periodo dell’anno in cui il rischio di sprecare cibo aumenta sensibilmente.

    Secondo le stime, durante le festività il costo “invisibile” dello spreco alimentare può raggiungere i 90 euro per famiglia. Per vivere un Natale più attento, gustoso e sostenibile, Too Good To Go propone una guida antispreco ricca di consigli e suggerimenti pratici per celebrare le feste con un approccio davvero “spreco zero”.

    Già nel 2023, un sondaggio condotto da Too Good To Go in collaborazione con YouGov mostrava come l’86% degli italiani dichiarasse di sprecare cibo durante le feste natalizie, con il 37% che affermava di gettarne via oltre un quarto rispetto a quanto acquistato.

    Le analisi più recenti confermano che questo trend si mantiene anche nel 2024. Dal punto di vista economico, il periodo natalizio si distingue per una spesa rilevante: solo per il pranzo e il cenone del 25 dicembre le famiglie italiane spendono in media 108 euro[footnoteRef:1] e, secondo le stime di Ener2Crowd.com, il costo dello spreco alimentare durante le festività si aggira intorno ai 90 euro per nucleo familiare. Complessivamente, tra la Vigilia e Capodanno in Italia si sprecherebbero circa 575.000 tonnellate di cibo, per una perdita economica che supera i 9 miliardi di euro. [1: Fonte: Coldiretti/Ixe]

    Questi dati dimostrano come lo spreco alimentare nel periodo festivo rimanga un problema persistente, con impatti non solo economici, ma anche ambientali e sociali. La vera sfida è trasformare questa criticità in un’opportunità per adottare comportamenti più consapevoli e sostenibili, soprattutto nei momenti di festa.

    «Questi dati ci ricordano che il cibo che finisce nella spazzatura non rappresenta solo una perdita economica per le famiglie, ma anche un danno per l’ambiente e per la società” commenta Mirco Cerisola, Country Director di Too Good To Go Italia. “Il cibo non è un ornamento da esporre a tavola e poi buttare: sprecarlo significa perdere valore, risorse e occasioni di condivisione. A Natale possiamo scegliere di evitare questo costo nascosto e celebrare con consapevolezza. La scelta è nelle nostre mani».

    Too Good To Go invita a vivere le feste con attenzione e originalità. Dalla lista della spesa, alla pianificazione dei pasti, al riuso degli avanzi: ogni gesto può ridurre gli sprechi e valorizzare le risorse. Proprio per questo, il Natale è un’occasione per sperimentare nuove ricette, attuare comportamenti più attenti e reinventare tradizioni in chiave responsabile. In questo modo, il Natale diventa non solo attento, ma anche più divertente e sorprendente.

    Prima di acquistare, è bene controllare cosa si ha già a disposizione: spesso qualche ingrediente dimenticato può rivelarsi prezioso per le ricette delle Feste. E attenzione alla sindrome del buon padrone di casa, quella sensazione che spinge a comprare più del necessario per paura di non fare bella figura. Frigo e dispensa vanno orgnizzati con ordine: ciò che scade prima va davanti. Basta un semplice spostamento per evitare sprechi ed evitare di comprare troppo cibo.

    I dolci natalizi come panettone e pandoro risultano tra le specialità più sprecate durante le feste. Per evitare sprechi, basta un po’ di creatività: il panettone avanzato può diventare un crumble, la base per un tiramisù alternativo o una colazione golosa. Il pandoro invece può diventare un french toast natalizio o ad esempio un ingrediente per un gustoso budino al cioccolato o un classico trifle inglese. Un’attenzione in più va prestata anche al pane: si stima che ogni persona ne sprechi in media un panino a settimana. Il pane avanzato può avere nuova vita: si possono preparare gustose zuppe per i giorni successivi, oppure tostarlo e utilizzarlo per realizzare bruschette, crostini o canapè. Può anche diventare un ingrediente versatile per passatelli, canederli polpette o ripieni.

    Per oltre un italiano su tre (36%) a Natale “regalo” fa rima con cibo e prodotti gastronomici. A confermarlo è un recente sondaggio condotto da Too Good To Go tra gli utenti della propria community, dove il 74% afferma che è solito regalare cibo a Natale, spesso prodotti tipici regionali (22%) o con cesti natalizi con prodotti tipici per le festività (19%). Questa tendenza è accompagnata però da una necessità per gli italiani di contenere le spese per i regali: un terzo dei rispondenti al sondaggio ha infatti affermato che la spesa media per regalo a persona è tra i 10 e i 20 euro, mentre il 36% ha come budget tra i 20 e i 50 euro.

  • Chi si porta il pranzo da casa risparmia oltre 3.200 euro all’anno, a Milano anche di più

    Guadagnare due mensilità in più? Per alcuni è possibile, basterebbe solo rinunciare al pranzo fuori, che può arrivare a costare addirittura circa il 20% del reddito lordo mensile. Una questione a volte più di educazione finanziaria che di sacrifici. Chi sceglie di prepararsi il pranzo – la famosa “schiscia” – può risparmiare in media 263 euro al mese, quasi 3.200 euro su base annua. Se lo confrontiamo con lo stipendio medio netto mensile – che in Italia si attesta tra 1.700 e 1.850 euro (Fonte Istat) – la cifra equivale a quasi due mesi di busta paga in più.

    La differenza in termini di spesa è enorme: basti considerare che un piatto di pasta, un’acqua, un caffè fuori costano in media 16 euro al Nord, 13 al Sud. A casa, appena 1,7. Portarsi il pranzo a lavoro non fa bene quindi solo alla salute ma anche al portafogli. È quanto emerge dall’analisi di Bravo – fintech leader nella gestione del debito, che ha messo a confronto il costo della pausa pranzo fuori con quello del pranzo preparato a casa.

    Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Liguria e Trentino-Alto Adige sono le regioni dove potenzialmente si può risparmiare di più (a circa 3.500 euro). In fondo alla classifica troviamo Puglia, Sicilia, Sardegna, Molise e Abruzzo (tutte poco sotto i 2.800 euro), con un divario di quasi 670 euro all’anno rispetto al Nord. Tra le prime 20 città per risparmio assoluto dominano Lombardia (6 città), Emilia-Romagna (4), Piemonte e Veneto (3 ciascuna). Le regioni meridionali sono quasi del tutto assenti nella parte alta della classifica, complici le retribuzioni più basse e i costi inferiori della ristorazione. La situazione si ribalta però analizzando il risparmio in percentuale sulla busta paga.

    In termini assoluti, le città dove portarsi il pranzo da casa fa risparmiare di più sono concentrate al Nord. Milano, Monza-Brianza, Parma, Modena e Bologna guidano la classifica con un risparmio annuo di 3.630 euro ciascuna. Milano, con una retribuzione mensile lorda di circa 2.780 euro (la più alta d’Italia), rappresenta il caso emblematico di come il peso della spesa alimentare quotidiana resti rilevante anche con stipendi più alti. Sul fronte opposto, tutte le città del Sud e alcune del Centro si attestano sui 2.760€ all’anno di potenziale risparmio. Il minor risparmio in valore assoluto è dovuto principalmente al costo più basso del pranzo fuori, che rende la differenza con la schiscia meno marcata in termini monetari, ma comunque significativa rispetto al reddito locale.

    Infatti, se si analizza il risparmio non in valore assoluto, ma in percentuale sulla retribuzione mensile lorda, la classifica si ribalta completamente. Vibo Valentia conquista il primo posto: qui chi si porta il pranzo da casa risparmia il 22,3% della propria busta paga mensile, circa 243 euro su 1.090 di retribuzione lorda. Seguono Grosseto (21,5%) e Imperia (21%). Queste sono le città dove rinunciare al pranzo fuori ha l’impatto più significativo sul bilancio familiare in termini relativi. Milano, nonostante sia in testa per risparmio assoluto, si posiziona ultima nella classifica percentuale con appena il 10,8%: pur essendo il risparmio elevato in valore assoluto, pesa meno rispetto a una busta paga più alta. In molte città del Sud e in alcuni centri più piccoli del Centro-Nord, l’incidenza della schiscia sul budget mensile è decisamente più rilevante.

    «A volte l’educazione finanziaria non riguarda investimenti o grandi prestiti, ma anche le piccole scelte quotidiane – ha dichiarato Santiago Onate Verduzco, Country Manager di Bravo in Italia. Portarsi il pranzo da casa invece di mangiare fuori può sembrare un gesto banale, ma nell’arco di un anno si traduce in un risparmio di quasi due mesi di stipendio. È esattamente il tipo di consapevolezza che in parte manca nel Paese. Spesso il sovraindebitamento nasce proprio da qui, dall’accumulo di piccole spese che sembrano irrilevanti ma che nel tempo diventano insostenibili. Non si tratta di fattori culturali o di scarsa istruzione, ma di una banale mancanza di consapevolezza sulle spese quotidiane e dell’assenza di una pianificazione chiara degli obiettivi di risparmio. Oltre ad aiutare nel concreto le persone a uscire da situazioni di sovraindebitamento, abbiamo ampliato il nostro impegno attraverso le Bravo Academy: percorsi di educazione finanziaria con cui vogliamo portare i nostri clienti a prendere decisioni più consapevoli, a partire dalle abitudini quotidiane. Perché la vera libertà finanziaria inizia dal controllo delle proprie spese, anche quelle apparentemente insignificanti».

  • Aumentano gli italiani che chiedono un finanziamento, calano gli importi richiesti

    Nonostante un contesto economico che risente del clima di incertezza globale, le famiglie italiane non hanno smesso di rivolgersi agli istituti di credito per sostenere i propri consumi e gli investimenti sulla casa.

    Per fotografare la dinamica in atto, Mister Credit – l’area di Crif che si occupa dello sviluppo di soluzioni e strumenti educational per i consumatori – ha presentato l’aggiornamento relativo al I semestre 2025 della Mappa del Credito, lo studio sull’utilizzo del credito rateale da parte degli italiani. Dall’analisi dei dati disponibili in Eurisc, il sistema di informazioni creditizie gestito da CRIF emerge come nei primi sei mesi dell’anno si sia ulteriormente allargata la platea di italiani che risulta avere almeno un contratto di credito rateale attivo, pari al 59,6% della popolazione maggiorenne (+13,1% rispetto al 2024). La dinamica in atto riflette la ripresa dei consumi e degli acquisti sostenuti da un finanziamento e anche dello sviluppo dei prestiti small ticket.

    A livello pro-capite, nel primo semestre dell’anno in corso la rata media rimborsata ogni mese è pari a 278 euro (stabile rispetto a un anno fa), mentre l’esposizione residua – intesa come somma degli importi pro-capite ancora da rimborsare in futuro per estinguere i contratti in essere – è pari a 31.637 euro (in calo del -10,0% rispetto al primo semestre del 2024).

    Osservando in particolare i mutui, notiamo una sostanziale stabilità della rata media, di poco inferiore ai 600 euro, mentre risulta in calo l’esposizione residua, che supera di poco i 97.000 euro. Per quanto riguarda i prestiti finalizzati, cresce leggermente la rata mensile, che si attesta a 135 euro, mentre cala l’esposizione residua (-7,5%), che rimane comunque contenuta e di poco superiore a 5.500 euro. In leggera crescita (+1,5%) la rata media dei prestiti personali, che si attesta a 254 euro, con un’esposizione residua intorno ai 16.200 euro, in calo del -7,9%.

    “In questa prima parte dell’anno, risulta in crescita del +13,1% la quota di soggetti che ricorrono al credito, probabilmente a causa del calo graduale dei tassi che lo ha reso più accessibile e conveniente sia per le famiglie che per le imprese, ma con un’attenzione all’esposizione residua, che infatti cala del -10%” – commenta Beatrice Rubini, Direttrice della linea Mister Credit di Crif. “Nel complesso, l’incidenza dei mutui oggi rappresenta il 23,6% del totale dei finanziamenti attivi, mentre la quota di prestiti personali arriva al 29,3%. Sono però i prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi quali auto, moto, elettronica ed elettrodomestici, articoli di arredamento, viaggi, ecc. a risultare la forma di finanziamento più diffusa, con una quota del 47,1% del totale. Volendo fare una classifica delle tipologie di beni e servizi per cui si ricorre maggiormente al credito, al primo posto troviamo le spese relative alla casa (34,9%), seguite dai mezzi di trasporto (30,2%) e da elettronica ed elettrodomestici (20%)”.

    Dall’ultima rilevazione prodotta da Assofin, Crif e Prometeia, il rischio di credito relativo al totale dei prestiti alle famiglie è stabile all’1,4% a marzo 2025. Si tratta di livelli di rischiosità contenuti, che non sembrano destare allarmi. Le politiche di concessione dei prestiti rimangono prudenti, riflettendo anche l’incertezza legata alle tensioni geopolitiche e commerciali e il loro impatto sulla capacità di rimborso dei richiedenti.

    La fotografia che si ricava dall’ultimo aggiornamento della Mappa del Credito mostra una situazione estremamente composita a livello territoriale, che rispecchia i fattori economici e sociali quali, ad esempio, la propensione a fare ricorso al credito per finanziare l’acquisto di un’abitazione o le proprie spese correnti, la capacità reddituale e di risparmio delle famiglie, il diverso costo degli immobili o la tendenza ad allungare la permanenza nell’abitazione di famiglia, la diversa intensità della ripresa dei consumi e del mercato immobiliare, la maggiore abitudine a rivolgersi alla cerchia familiare o amicale per pianificare gli acquisti rispetto agli istituti di credito, ecc..

    Nel complesso, la regione con la quota più elevata di popolazione maggiorenne con almeno un rapporto di credito attivo è la Toscana, con il 67,8% del totale, seguita dalla Valle d’Aosta (con il 67,2%) e dal Lazio (con il 66,4%).

    All’estremo opposto del ranking si colloca il Trentino-Alto Adige, regione in cui solamente il 32,5% della popolazione risulta avere almeno un rapporto di credito attivo, preceduto dalla Basilicata (con il 47,8%) e dalla Campania (con il 52,7%).

    Nel primo semestre 2025, le regioni in cui i cittadini ogni mese sostengono la rata più elevata sono il Trentino-Alto Adige, con 405 euro di media, la Lombardia (317 euro) e il Veneto (305 euro). Seguono l’Emilia-Romagna e il Friuli-Venezia Giulia, rispettivamente con 299 e 295 euro.

    Per interpretare questa dinamica va però considerato che in queste regioni si rileva una elevata incidenza dei mutui, che presentano un importo da rimborsare più alto rispetto alle altre forme tecniche considerate, senza considerare il valore degli immobili che potrebbe risultare superiore alla media. Inoltre, in queste regioni il reddito disponibile risulta tendenzialmente più elevato della media e, di conseguenza, i consumatori possono permettersi di rimborsare una rata più elevata senza intaccare la sostenibilità degli impegni finanziari.

    Nel complesso, è al Sud e nelle Isole che troviamo le rate mensili più leggere, soprattutto in Calabria, in Sardegna e in Sicilia, dove si attestano a 237 euro di media in virtù di una maggiore incidenza dei prestiti finalizzati, che hanno un importo più contenuto rispetto alle altre forme tecniche.

    Per quanto riguarda l’esposizione residua ancora da rimborsare, per estinguere i finanziamenti in corso, troviamo il Trentino-Alto Adige in vetta al ranking nazionale, con 49.226 euro (in calo rispetto ai 52.059 euro del 2024), seguito dalla Lombardia, che si colloca al 2° posto della graduatoria con 40.294 euro. Seguono l’Emilia-Romagna, che con 38.274 euro supera di poco il Veneto, con 38.232 euro, e il Friuli-Venezia Giulia, con 36.602 euro.

    All’estremo opposto della classifica, con 19.292 euro, i cittadini della Calabria risultano avere un debito residuo pari a meno della metà di quello dei Trentini, in virtù di un peso dei mutui casa inferiore alla media. Insieme alla Sicilia e al Molise, sono le sole 3 regioni in cui il valore che rimane ancora da rimborsare risulta inferiore ai 22.000 euro.

    Sono soprattutto gli appartenenti alle fasce di età dai 30 ai 60 anni ad avere finanziamenti in corso. Infatti, sono oltre 4 persone su 5 nella fascia dai 41 ai 50 anni, mentre solo il 30,2% nella fascia dai 18 ai 30 anni. Nelle fasce di età “centrali” si concentra chiaramente la maggior parte della popolazione attiva, che potendo contare su un reddito da lavoro può avere maggior propensione ad accendere finanziamenti.

    Per quanto riguarda il genere, sono in maggioranza gli uomini (59,1%) ad essere attivi nel mondo del credito, mentre per il 40,9% sono donne. Gli uomini hanno la tendenza ad utilizzare più frequentemente il credito rispetto alle donne, con una media di contratti attivi pari a 1,1.

    La quota delle donne si alza però se guardiamo ai mutui, arrivando al 45,7%, anche perché probabilmente per poter sostenere le rate più elevate (tipiche di questa tipologia di finanziamenti rispetto alle altre) è preferibile suddividerle tra più soggetti. In tutte le tipologie, gli importi medi delle rate sono più bassi per le donne rispetto agli uomini.

    I giovani dai 18 ai 30 anni sono più attivi sui prestiti finalizzati, che rappresentano una possibilità meno impegnativa di approcciare il mondo del credito rispetto ai mutui o ai prestiti personali; mentre gli over 60, in generale, utilizzano meno il credito rispetto alla media della popolazione – con una percentuale di utilizzatori pari al 41,9% – ed hanno una maggior propensione all’utilizzo dei prestiti personali.

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