risparmio

  • La Commissione propone di migliorare l’infrastruttura energetica dell’UE per ridurre le bollette e promuovere l’indipendenza

    La spina dorsale del sistema energetico europeo sarà modernizzata e ampliata per liberare tutto il suo potenziale. Il pacchetto “Reti europee” della Commissione e l’iniziativa “Autostrade dell’energia” consentiranno all’energia di fluire in modo efficiente in tutti gli Stati membri, integrando energia pulita più economica e accelerando l’elettrificazione. Ciò contribuirà a ridurre i prezzi dell’energia e a sostenere prezzi accessibili per tutti gli europei. Garantirà un approvvigionamento sicuro e affidabile man mano che l’Europa si allontanerà dalle importazioni di energia dalla Russia per raggiungere l’indipendenza energetica.

    Il pacchetto sulle reti segna un nuovo approccio alle infrastrutture energetiche, offrendo una prospettiva veramente europea in materia di pianificazione delle infrastrutture, accelerando nel contempo le procedure di autorizzazione e garantendo una più equa ripartizione dei costi per quanto riguarda i progetti transfrontalieri. Il nuovo approccio consentirà di utilizzare al meglio le infrastrutture energetiche esistenti e, parallelamente, di accelerare lo sviluppo delle reti e di altre infrastrutture energetiche fisiche in tutta l’UE.

    Per rendere l’infrastruttura di rete adeguata alle esigenze future, la Commissione propone ulteriori modalità di finanziamento, la ripartizione dei costi e l’aggregazione sono esempi di questo tipo. Il raggruppamento dei progetti infrastrutturali può anche facilitare i finanziamenti, ad esempio attraverso la creazione di società veicolo, attirando in tal modo ulteriori investimenti.

  • A Natale ogni famiglia italiana spreca mediamente cibo per 90 euro

    Il Natale è il momento delle tavole imbandite, dei piatti della tradizione e dei pranzi trascorsi all’insegna della convivialità. È però anche il periodo dell’anno in cui il rischio di sprecare cibo aumenta sensibilmente.

    Secondo le stime, durante le festività il costo “invisibile” dello spreco alimentare può raggiungere i 90 euro per famiglia. Per vivere un Natale più attento, gustoso e sostenibile, Too Good To Go propone una guida antispreco ricca di consigli e suggerimenti pratici per celebrare le feste con un approccio davvero “spreco zero”.

    Già nel 2023, un sondaggio condotto da Too Good To Go in collaborazione con YouGov mostrava come l’86% degli italiani dichiarasse di sprecare cibo durante le feste natalizie, con il 37% che affermava di gettarne via oltre un quarto rispetto a quanto acquistato.

    Le analisi più recenti confermano che questo trend si mantiene anche nel 2024. Dal punto di vista economico, il periodo natalizio si distingue per una spesa rilevante: solo per il pranzo e il cenone del 25 dicembre le famiglie italiane spendono in media 108 euro[footnoteRef:1] e, secondo le stime di Ener2Crowd.com, il costo dello spreco alimentare durante le festività si aggira intorno ai 90 euro per nucleo familiare. Complessivamente, tra la Vigilia e Capodanno in Italia si sprecherebbero circa 575.000 tonnellate di cibo, per una perdita economica che supera i 9 miliardi di euro. [1: Fonte: Coldiretti/Ixe]

    Questi dati dimostrano come lo spreco alimentare nel periodo festivo rimanga un problema persistente, con impatti non solo economici, ma anche ambientali e sociali. La vera sfida è trasformare questa criticità in un’opportunità per adottare comportamenti più consapevoli e sostenibili, soprattutto nei momenti di festa.

    «Questi dati ci ricordano che il cibo che finisce nella spazzatura non rappresenta solo una perdita economica per le famiglie, ma anche un danno per l’ambiente e per la società” commenta Mirco Cerisola, Country Director di Too Good To Go Italia. “Il cibo non è un ornamento da esporre a tavola e poi buttare: sprecarlo significa perdere valore, risorse e occasioni di condivisione. A Natale possiamo scegliere di evitare questo costo nascosto e celebrare con consapevolezza. La scelta è nelle nostre mani».

    Too Good To Go invita a vivere le feste con attenzione e originalità. Dalla lista della spesa, alla pianificazione dei pasti, al riuso degli avanzi: ogni gesto può ridurre gli sprechi e valorizzare le risorse. Proprio per questo, il Natale è un’occasione per sperimentare nuove ricette, attuare comportamenti più attenti e reinventare tradizioni in chiave responsabile. In questo modo, il Natale diventa non solo attento, ma anche più divertente e sorprendente.

    Prima di acquistare, è bene controllare cosa si ha già a disposizione: spesso qualche ingrediente dimenticato può rivelarsi prezioso per le ricette delle Feste. E attenzione alla sindrome del buon padrone di casa, quella sensazione che spinge a comprare più del necessario per paura di non fare bella figura. Frigo e dispensa vanno orgnizzati con ordine: ciò che scade prima va davanti. Basta un semplice spostamento per evitare sprechi ed evitare di comprare troppo cibo.

    I dolci natalizi come panettone e pandoro risultano tra le specialità più sprecate durante le feste. Per evitare sprechi, basta un po’ di creatività: il panettone avanzato può diventare un crumble, la base per un tiramisù alternativo o una colazione golosa. Il pandoro invece può diventare un french toast natalizio o ad esempio un ingrediente per un gustoso budino al cioccolato o un classico trifle inglese. Un’attenzione in più va prestata anche al pane: si stima che ogni persona ne sprechi in media un panino a settimana. Il pane avanzato può avere nuova vita: si possono preparare gustose zuppe per i giorni successivi, oppure tostarlo e utilizzarlo per realizzare bruschette, crostini o canapè. Può anche diventare un ingrediente versatile per passatelli, canederli polpette o ripieni.

    Per oltre un italiano su tre (36%) a Natale “regalo” fa rima con cibo e prodotti gastronomici. A confermarlo è un recente sondaggio condotto da Too Good To Go tra gli utenti della propria community, dove il 74% afferma che è solito regalare cibo a Natale, spesso prodotti tipici regionali (22%) o con cesti natalizi con prodotti tipici per le festività (19%). Questa tendenza è accompagnata però da una necessità per gli italiani di contenere le spese per i regali: un terzo dei rispondenti al sondaggio ha infatti affermato che la spesa media per regalo a persona è tra i 10 e i 20 euro, mentre il 36% ha come budget tra i 20 e i 50 euro.

  • Chi si porta il pranzo da casa risparmia oltre 3.200 euro all’anno, a Milano anche di più

    Guadagnare due mensilità in più? Per alcuni è possibile, basterebbe solo rinunciare al pranzo fuori, che può arrivare a costare addirittura circa il 20% del reddito lordo mensile. Una questione a volte più di educazione finanziaria che di sacrifici. Chi sceglie di prepararsi il pranzo – la famosa “schiscia” – può risparmiare in media 263 euro al mese, quasi 3.200 euro su base annua. Se lo confrontiamo con lo stipendio medio netto mensile – che in Italia si attesta tra 1.700 e 1.850 euro (Fonte Istat) – la cifra equivale a quasi due mesi di busta paga in più.

    La differenza in termini di spesa è enorme: basti considerare che un piatto di pasta, un’acqua, un caffè fuori costano in media 16 euro al Nord, 13 al Sud. A casa, appena 1,7. Portarsi il pranzo a lavoro non fa bene quindi solo alla salute ma anche al portafogli. È quanto emerge dall’analisi di Bravo – fintech leader nella gestione del debito, che ha messo a confronto il costo della pausa pranzo fuori con quello del pranzo preparato a casa.

    Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Liguria e Trentino-Alto Adige sono le regioni dove potenzialmente si può risparmiare di più (a circa 3.500 euro). In fondo alla classifica troviamo Puglia, Sicilia, Sardegna, Molise e Abruzzo (tutte poco sotto i 2.800 euro), con un divario di quasi 670 euro all’anno rispetto al Nord. Tra le prime 20 città per risparmio assoluto dominano Lombardia (6 città), Emilia-Romagna (4), Piemonte e Veneto (3 ciascuna). Le regioni meridionali sono quasi del tutto assenti nella parte alta della classifica, complici le retribuzioni più basse e i costi inferiori della ristorazione. La situazione si ribalta però analizzando il risparmio in percentuale sulla busta paga.

    In termini assoluti, le città dove portarsi il pranzo da casa fa risparmiare di più sono concentrate al Nord. Milano, Monza-Brianza, Parma, Modena e Bologna guidano la classifica con un risparmio annuo di 3.630 euro ciascuna. Milano, con una retribuzione mensile lorda di circa 2.780 euro (la più alta d’Italia), rappresenta il caso emblematico di come il peso della spesa alimentare quotidiana resti rilevante anche con stipendi più alti. Sul fronte opposto, tutte le città del Sud e alcune del Centro si attestano sui 2.760€ all’anno di potenziale risparmio. Il minor risparmio in valore assoluto è dovuto principalmente al costo più basso del pranzo fuori, che rende la differenza con la schiscia meno marcata in termini monetari, ma comunque significativa rispetto al reddito locale.

    Infatti, se si analizza il risparmio non in valore assoluto, ma in percentuale sulla retribuzione mensile lorda, la classifica si ribalta completamente. Vibo Valentia conquista il primo posto: qui chi si porta il pranzo da casa risparmia il 22,3% della propria busta paga mensile, circa 243 euro su 1.090 di retribuzione lorda. Seguono Grosseto (21,5%) e Imperia (21%). Queste sono le città dove rinunciare al pranzo fuori ha l’impatto più significativo sul bilancio familiare in termini relativi. Milano, nonostante sia in testa per risparmio assoluto, si posiziona ultima nella classifica percentuale con appena il 10,8%: pur essendo il risparmio elevato in valore assoluto, pesa meno rispetto a una busta paga più alta. In molte città del Sud e in alcuni centri più piccoli del Centro-Nord, l’incidenza della schiscia sul budget mensile è decisamente più rilevante.

    «A volte l’educazione finanziaria non riguarda investimenti o grandi prestiti, ma anche le piccole scelte quotidiane – ha dichiarato Santiago Onate Verduzco, Country Manager di Bravo in Italia. Portarsi il pranzo da casa invece di mangiare fuori può sembrare un gesto banale, ma nell’arco di un anno si traduce in un risparmio di quasi due mesi di stipendio. È esattamente il tipo di consapevolezza che in parte manca nel Paese. Spesso il sovraindebitamento nasce proprio da qui, dall’accumulo di piccole spese che sembrano irrilevanti ma che nel tempo diventano insostenibili. Non si tratta di fattori culturali o di scarsa istruzione, ma di una banale mancanza di consapevolezza sulle spese quotidiane e dell’assenza di una pianificazione chiara degli obiettivi di risparmio. Oltre ad aiutare nel concreto le persone a uscire da situazioni di sovraindebitamento, abbiamo ampliato il nostro impegno attraverso le Bravo Academy: percorsi di educazione finanziaria con cui vogliamo portare i nostri clienti a prendere decisioni più consapevoli, a partire dalle abitudini quotidiane. Perché la vera libertà finanziaria inizia dal controllo delle proprie spese, anche quelle apparentemente insignificanti».

  • Aumentano gli italiani che chiedono un finanziamento, calano gli importi richiesti

    Nonostante un contesto economico che risente del clima di incertezza globale, le famiglie italiane non hanno smesso di rivolgersi agli istituti di credito per sostenere i propri consumi e gli investimenti sulla casa.

    Per fotografare la dinamica in atto, Mister Credit – l’area di Crif che si occupa dello sviluppo di soluzioni e strumenti educational per i consumatori – ha presentato l’aggiornamento relativo al I semestre 2025 della Mappa del Credito, lo studio sull’utilizzo del credito rateale da parte degli italiani. Dall’analisi dei dati disponibili in Eurisc, il sistema di informazioni creditizie gestito da CRIF emerge come nei primi sei mesi dell’anno si sia ulteriormente allargata la platea di italiani che risulta avere almeno un contratto di credito rateale attivo, pari al 59,6% della popolazione maggiorenne (+13,1% rispetto al 2024). La dinamica in atto riflette la ripresa dei consumi e degli acquisti sostenuti da un finanziamento e anche dello sviluppo dei prestiti small ticket.

    A livello pro-capite, nel primo semestre dell’anno in corso la rata media rimborsata ogni mese è pari a 278 euro (stabile rispetto a un anno fa), mentre l’esposizione residua – intesa come somma degli importi pro-capite ancora da rimborsare in futuro per estinguere i contratti in essere – è pari a 31.637 euro (in calo del -10,0% rispetto al primo semestre del 2024).

    Osservando in particolare i mutui, notiamo una sostanziale stabilità della rata media, di poco inferiore ai 600 euro, mentre risulta in calo l’esposizione residua, che supera di poco i 97.000 euro. Per quanto riguarda i prestiti finalizzati, cresce leggermente la rata mensile, che si attesta a 135 euro, mentre cala l’esposizione residua (-7,5%), che rimane comunque contenuta e di poco superiore a 5.500 euro. In leggera crescita (+1,5%) la rata media dei prestiti personali, che si attesta a 254 euro, con un’esposizione residua intorno ai 16.200 euro, in calo del -7,9%.

    “In questa prima parte dell’anno, risulta in crescita del +13,1% la quota di soggetti che ricorrono al credito, probabilmente a causa del calo graduale dei tassi che lo ha reso più accessibile e conveniente sia per le famiglie che per le imprese, ma con un’attenzione all’esposizione residua, che infatti cala del -10%” – commenta Beatrice Rubini, Direttrice della linea Mister Credit di Crif. “Nel complesso, l’incidenza dei mutui oggi rappresenta il 23,6% del totale dei finanziamenti attivi, mentre la quota di prestiti personali arriva al 29,3%. Sono però i prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi quali auto, moto, elettronica ed elettrodomestici, articoli di arredamento, viaggi, ecc. a risultare la forma di finanziamento più diffusa, con una quota del 47,1% del totale. Volendo fare una classifica delle tipologie di beni e servizi per cui si ricorre maggiormente al credito, al primo posto troviamo le spese relative alla casa (34,9%), seguite dai mezzi di trasporto (30,2%) e da elettronica ed elettrodomestici (20%)”.

    Dall’ultima rilevazione prodotta da Assofin, Crif e Prometeia, il rischio di credito relativo al totale dei prestiti alle famiglie è stabile all’1,4% a marzo 2025. Si tratta di livelli di rischiosità contenuti, che non sembrano destare allarmi. Le politiche di concessione dei prestiti rimangono prudenti, riflettendo anche l’incertezza legata alle tensioni geopolitiche e commerciali e il loro impatto sulla capacità di rimborso dei richiedenti.

    La fotografia che si ricava dall’ultimo aggiornamento della Mappa del Credito mostra una situazione estremamente composita a livello territoriale, che rispecchia i fattori economici e sociali quali, ad esempio, la propensione a fare ricorso al credito per finanziare l’acquisto di un’abitazione o le proprie spese correnti, la capacità reddituale e di risparmio delle famiglie, il diverso costo degli immobili o la tendenza ad allungare la permanenza nell’abitazione di famiglia, la diversa intensità della ripresa dei consumi e del mercato immobiliare, la maggiore abitudine a rivolgersi alla cerchia familiare o amicale per pianificare gli acquisti rispetto agli istituti di credito, ecc..

    Nel complesso, la regione con la quota più elevata di popolazione maggiorenne con almeno un rapporto di credito attivo è la Toscana, con il 67,8% del totale, seguita dalla Valle d’Aosta (con il 67,2%) e dal Lazio (con il 66,4%).

    All’estremo opposto del ranking si colloca il Trentino-Alto Adige, regione in cui solamente il 32,5% della popolazione risulta avere almeno un rapporto di credito attivo, preceduto dalla Basilicata (con il 47,8%) e dalla Campania (con il 52,7%).

    Nel primo semestre 2025, le regioni in cui i cittadini ogni mese sostengono la rata più elevata sono il Trentino-Alto Adige, con 405 euro di media, la Lombardia (317 euro) e il Veneto (305 euro). Seguono l’Emilia-Romagna e il Friuli-Venezia Giulia, rispettivamente con 299 e 295 euro.

    Per interpretare questa dinamica va però considerato che in queste regioni si rileva una elevata incidenza dei mutui, che presentano un importo da rimborsare più alto rispetto alle altre forme tecniche considerate, senza considerare il valore degli immobili che potrebbe risultare superiore alla media. Inoltre, in queste regioni il reddito disponibile risulta tendenzialmente più elevato della media e, di conseguenza, i consumatori possono permettersi di rimborsare una rata più elevata senza intaccare la sostenibilità degli impegni finanziari.

    Nel complesso, è al Sud e nelle Isole che troviamo le rate mensili più leggere, soprattutto in Calabria, in Sardegna e in Sicilia, dove si attestano a 237 euro di media in virtù di una maggiore incidenza dei prestiti finalizzati, che hanno un importo più contenuto rispetto alle altre forme tecniche.

    Per quanto riguarda l’esposizione residua ancora da rimborsare, per estinguere i finanziamenti in corso, troviamo il Trentino-Alto Adige in vetta al ranking nazionale, con 49.226 euro (in calo rispetto ai 52.059 euro del 2024), seguito dalla Lombardia, che si colloca al 2° posto della graduatoria con 40.294 euro. Seguono l’Emilia-Romagna, che con 38.274 euro supera di poco il Veneto, con 38.232 euro, e il Friuli-Venezia Giulia, con 36.602 euro.

    All’estremo opposto della classifica, con 19.292 euro, i cittadini della Calabria risultano avere un debito residuo pari a meno della metà di quello dei Trentini, in virtù di un peso dei mutui casa inferiore alla media. Insieme alla Sicilia e al Molise, sono le sole 3 regioni in cui il valore che rimane ancora da rimborsare risulta inferiore ai 22.000 euro.

    Sono soprattutto gli appartenenti alle fasce di età dai 30 ai 60 anni ad avere finanziamenti in corso. Infatti, sono oltre 4 persone su 5 nella fascia dai 41 ai 50 anni, mentre solo il 30,2% nella fascia dai 18 ai 30 anni. Nelle fasce di età “centrali” si concentra chiaramente la maggior parte della popolazione attiva, che potendo contare su un reddito da lavoro può avere maggior propensione ad accendere finanziamenti.

    Per quanto riguarda il genere, sono in maggioranza gli uomini (59,1%) ad essere attivi nel mondo del credito, mentre per il 40,9% sono donne. Gli uomini hanno la tendenza ad utilizzare più frequentemente il credito rispetto alle donne, con una media di contratti attivi pari a 1,1.

    La quota delle donne si alza però se guardiamo ai mutui, arrivando al 45,7%, anche perché probabilmente per poter sostenere le rate più elevate (tipiche di questa tipologia di finanziamenti rispetto alle altre) è preferibile suddividerle tra più soggetti. In tutte le tipologie, gli importi medi delle rate sono più bassi per le donne rispetto agli uomini.

    I giovani dai 18 ai 30 anni sono più attivi sui prestiti finalizzati, che rappresentano una possibilità meno impegnativa di approcciare il mondo del credito rispetto ai mutui o ai prestiti personali; mentre gli over 60, in generale, utilizzano meno il credito rispetto alla media della popolazione – con una percentuale di utilizzatori pari al 41,9% – ed hanno una maggior propensione all’utilizzo dei prestiti personali.

  • Le famiglie del Belpaese hanno patrimonio alto e debiti contenuti

    Nel 2024 il valore della ricchezza netta detenuta dalle famiglie europee ha raggiunto i 70.200 miliardi di euro, in crescita del 4,4 per cento rispetto all’anno precedente. Lo evidenzia uno studio dell’Associazione bancaria italiana (Abi) sui più recenti dati pubblicati dalla Banca centrale europea. Il 29 per cento di tale ricchezza è delle famiglie tedesche, il 20 per cento di quelle francesi, il 16 per cento di quelle italiane e il 13 per cento di quelle spagnole; la quota restante (22 per cento) è distribuita tra gli altri paesi dell’area. Le famiglie italiane si confermano tra le più solide dal punto di vista patrimoniale. In Italia la ricchezza netta delle famiglie è di 8 volte il reddito disponibile, superiore alla media dell’area dell’euro (7,5 volte), ai dati francesi (7,4) e a quelli tedeschi (7,2), mentre è 8,6 volte per gli spagnoli. L’indebitamento delle famiglie italiane si mantiene tra i più bassi nell’area dell’euro. Le passività finanziarie rappresentano in Italia l’8,4 per cento del totale, a fronte dell’11,3 per cento nell’area dell’euro, del 9,7 per cento in Germania e del 12,8 per cento in Francia e con il 7,9 per cento in Spagna.

    La composizione della ricchezza delle famiglie evidenzia che gli immobili residenziali risultano la componente principale. In Italia la quota delle abitazioni, sebbene maggioritaria, risulta contenuta nel confronto europeo (43,9 per cento in Italia contro 51,6 per cento della media di area) e rispetto ai dati degli altri principali paesi (52,2 per cento in Francia, 53,2 per cento in Germania e 60,6 per cento in Spagna), anche a motivo del forte aumento dei prezzi degli immobili negli altri paesi dell’area dell’euro. I depositi in Italia rappresentano l’11,2 per cento del totale delle attività delle famiglie mentre nell’area dell’euro tale quota sale al 12,4 per cento. In Italia, risulta più elevata della media europea la liquidità (1,6 per cento contro una media di area dell’1,1 per cento). Le attività delle famiglie produttrici – tra cui le partecipazioni in imprese non quotate e i beni non finanziari ad uso produttivo – costituiscono il 20,2 per cento del portafoglio complessivo delle famiglie italiane, quasi 6 punti percentuali in più rispetto alla media dell’area.

  • Sprechi alimentari in aumento in Italia

    Negli ultimi anni sono incrementate le campagne di comunicazione per sensibilizzare i consumatori sullo spreco alimentare, ma la strada è purtroppo ancora lunga per l’Italia. I dati recenti parlano di un incremento dello spreco settimanale di alimenti del 17,9% negli ultimi 12 mesi, con in media 667,4 grammi di cibo pro capite che finiscono nel cestino della spazzatura (Fonte: Osservatorio internazionale Waste Watcher). Dati che evidenziano le dimensioni sempre più allarmanti del problema anche nel nostro Paese, con percentuali poco lusinghiere. Proprio in estate, lo spreco alimentare tende ad aumentare a causa di diversi fattori, tra cui le alte temperature, l’aumento dei pasti fuori casa, anche in riferimento al maggior afflusso di turisti, la maggiore disponibilità di cibi freschi e facilmente deperibili. È necessario rafforzare le politiche di educazione alimentare e stimolare comportamenti virtuosi da parte dei consumatori e degli operatori della ristorazione.

    Il tonno in scatola è un valido alleato contro lo spreco alimentare. Solo l’1% che utilizziamo finisce nel cestino: non si butta praticamente mai (Fonte: Doxa per Ancit/Anfima (Associazione Nazionale Fabbricanti Imballaggi Metallici e Affini). In Italia 6 persone su 10 lo portano in tavola almeno una volta alla settimana (59.9% – Fonte: AstraRicerche 2025). I tre motivi principali di questa scelta sono il gusto (42.7%), l’immediatezza del consumo (42.7%) e la sua lunga conservazione (42.2%). Il 34.8% dichiara di averne aumentato il consumo negli ultimi 2-3 anni proprio perché è pronto all’uso (35.1%), quindi non richiede dispendio di energia per la sua preparazione, ed è anti-spreco (26.1%). Quest’ultima caratteristica si conferma anche nella scelta dei materiali di imballaggio da parte di produttori: la scatoletta d’acciaio/alluminio, così come il vetro, mantengono inalterate le caratteristiche nutrizionali del prodotto, sono riciclabili al 100% e per infinite volte, e aiutano a conservare al meglio il tonno. Infine, l’olio può essere riutilizzato in cucina come condimento o ingrediente perché contiene Vitamina D e Omega 3 che prende dal tonno.

    “Il tonno in scatola appartiene a quella categoria di prodotti ‘time saving’ ed è un problem solver del pasto: sarà anche perché non va cotto, non va refrigerato e non va condito – commenta Luca Piretta, Gastroenterologo e Nutrizionista, Università Campus Bio-medico di Roma – In estate, poi, quando il caldo toglie l’appetito e si rischia di fare un pasto non adeguatamente nutriente, riesce a fornire elementi importanti come proteine di elevato valore biologico e grassi buoni come gli omega 3 in un piccolo volume di cibo, con una conseguente riduzione di calorie. Questo lo rende un alimento ideale per chi vuole tenersi in forma o pratica sport. È ricco di potassio, un minerale che d’estate si perde in abbondanza con il sudore e la cui carenza è responsabile di crampi muscolari notturni e di disturbi cardiovascolari. La concomitante presenza di una adeguata quantità di sodio fa sì che il tonno in scatola possa essere considerato un alimento ottimale per compensare gli aumentati fabbisogni estivi di questi minerali. Infine, si consuma a temperatura ambiente e questo aiuta a non gravare sull’aumento della temperatura corporea soprattutto quando si consuma il pasto in condizioni di calore elevato come può essere in spiaggia, naturalmente prevedendo l’apertura della scatoletta o del vasetto al momento dell’uso”. Quindi, è perfetto per occasioni di consumo “fuori casa” come una gita in barca a vela, il pranzo in spiaggia o un trekking in montagna, ma è ideale anche nelle cene last minute da soli o tra amici. Non manca mai nella cambusa di un buon marinaio ed è ideale per gli amanti dell’aria aperta che praticano trekking o camping.

    La scatoletta del tonno è comoda, di facile apertura e conservazione. Pratica, versatile e gustosa, ha una durabilità che può arrivare a diversi anni dal momento del confezionamento e questo consente di non sprecare prodotto e di non generare rifiuti alimentari ed è disponibile in confezioni che evitano lo spreco del pesce. Proprietà condivise anche dai vasetti di vetro, materiale virtuoso che caratterizza soprattutto i formati premium e che, come l’acciaio, è riciclabile al 100% e infinite volte senza perdere qualità. L'”imballaggio virtuoso” si riferisce all’utilizzo responsabile e sostenibile di questi materiali, privilegiando il riciclo e riducendo l’impatto ambientale.

    Grazie al miglioramento del tasso di riciclo degli imballaggi, nel 2024 hanno trovato una seconda vita più di 435.500 tonnellate di acciaio e quasi 2 milioni e 103.000 di vetro (Fonte: CONAI), riuscendo a superare, rispettivamente con l’86,4% e l’80,3%, il tasso di riciclo (minimo 70%) chiesto dall’Unione Europea entro il 2025.

  • Qualche risparmio con la riduzione dei parlamentari, ma la democrazia non è mera contabilità

    Produrre di più, o almeno lo stesso, con meno risorse è la ricetta dell’efficienza. Nel caso della macchina pubblica l’efficientamento è difficoltoso e secondo alcuni anche controproducente in termini di democrazia, ma la riduzione dei parlamentari ha dato qualche frutto, almeno in termini di costo. A fronte di una dotazione di 943 milioni sia nel 2021 (quando non era ancora scattata la riduzione dei parlamentari) che nel 2023 (a riduzione scattata), la Camera dei Deputati ha registrato spese in lieve calo, da 1,241 a 1,234 miliardi, entrare in aumento, da 1,240 a 1,284 miliardi, e un saldo di esercizio passato da 8,4 milioni a 59 milioni.

    Ne è valsa la pena? In termini di democrazia, che non è mera contabilità, il dubbio resta aperto. L’attività del Parlamento nel suo complesso, tra sedute d’aula e lavori di commissione, è rimasto sostanzialmente lo stesso, ma sempre più, come attestano le analisi della Fondazione Openpolis sui lavori parlamentari, le Camere si stanno riducendo a un ruolo notarile, di passacarte del governo più che di proposizione e propulsione dell’attività di governo. Anzitutto sotto il governo Conte, il Parlamento ha dedicato la sua attività alla conversione in legge di decreti legge emananti dall’esecutivo (è bene sottolineare che si tratta di decreti legge, non dei regolamenti amministrativi coi quali quel governo governò durante il Covid, facendo ampio ricorso ad atti che, pur determinando quanto i cittadini potevano o non potevano fare, non richiedevano di essere valutati dal Parlamento vista l’opportunità di ridurre anche le sedute parlamentari all’epoca della pandemia).

    La subalternità del Parlamento al governo invero trova le sue cause in radici più profonde della riduzione del numero di rappresentanti nelle due Camere, anche se certamente meno eletti significa meno voci, e anzitutto alla sempre maggior necessità di celerità delle decisioni in ambito internazionale, nel quale sono i governi ad accordarsi tra loro perché i rispettivi Stati assumano una posizione o misure comuni di fronte alla varie problematiche globali, ma il loro accordo vale e produce effetti solo se i rispettivi Parlamenti lo approvano.

  • 2024-1957: è ufficiale, si torna indietro

    Dalle ultime rilevazioni risultano 387.600 auto e furgoni commerciali prodotti nei primi nove mesi nell’anno in corso a differenza dei 567.525 del 2023. Un dato che riporta il Paese al lontano 1957. Contemporaneamente i lavoratori sono passati dai 52.000 del 1989 ai 15.000 attuali.

    La specificità italiana della crisi dell’automotive si inserisce all’interno dell’Unione Europea con un delirio ideologico che vede colpire l’intero settore industriale dell’automobile (che vale circa 12 milioni di posti di lavoro il 12% del PIL e 1.000 di tasse) per l’applicazione di protocolli ambientalistici assolutamente irraggiungibili i quali, per contro, tendono a favorire la sola Cina. Questa, va ricordato, come non solo finanzi le prime cinque case automobilistiche cinesi ma fornisce loro un’energia a basso costo prodotta dalle centrali a carbone, in quanto interpreta l’auto elettrica come un elemento decisivo per conseguire l’obiettivo di allargare all’Europa la propria ingerenza politica ed economica.

    Ammesso, allora, che ci sia ancora la possibilità di invertire questo trend, quali potrebbero essere le prime scelte operative e strategiche da adottare?

    In puro ordine numerico:

    1. Rinvio di cinque anni dell’introduzione delle normative Euro7.
      2. Annullamento immediata del divieto di vendita e produzione di motori endotermici nell’Unione Europea fissata al 2035, anche in considerazione che si è passati dal cavallo al motore a scoppio non certo attraverso un decreto regio
    2. Sostegno fiscale a tutte quelle aziende che diminuiscano, per unità di prodotto, l’energia utilizzata indipendentemente dalla sua natura.
    3. Abbandono dell’utopia di una decarbonizzazione a favore di una riduzione fiscalmente incentivata dell’utilizzo di ogni forma di energia, in quanto anche quella cosiddetta green richiede una quantità di risorse finanziarie pubbliche, e quindi di un costo sociale insostenibile e che drena risorse al bilancio statale riducendo la stessa spesa sociale.
    4. L’adozione di un protocollo sulla base del quale ogni iniziativa economica e strategica in Europa venga giudicata in rapporto ai posti di lavoro creati a tempo indeterminato e con una retribuzione dignitosa, piuttosto che sulla base di deliranti visioni politiche ed ideologiche.
      6. Incentivazione fiscale per ottenere progressivamente nel giro di 5/10 anni un parco macchine circolante di automobili Euro 5 o Euro 6 il quale permetterebbe la riduzione del 50% dell’attuale quantità di CO2 emessa dalle auto, pari al solo 1% delle emissioni complessive del nostro Paese.
      7. La distruzione della filiera del tessile abbigliamento in Italia ed in Europa successivamente alla sospensione dell’accordo Interfibre dovrebbe suggerire lo scenario futuro riservato al settore Automotive europeo esposto ad una totale transizione verso una insensata mobilità elettrica di pura genesi ideologica ed interesse politico.
      8. Considerare la Cina come un partner commerciale ma non certo un alleato e, viceversa, favorire ogni alleanza politiche e strategica con l’India la quale rappresenta l’unico contrappeso politico ed economico all’interno dei Brics.
      9. Riportare il sistema industriale al centro dello sviluppo in quanto, seppur ancora oggi in termini energetici venga considerato energivoro, presenta un fabbisogno energetico decisamente inferiore a quello richiesto dalle sole Major dell’economia digitale.
      10. Colpire l’automobile credendo di diminuire le emissioni offre lo spessore della “ideologica competenza” in quanto in Irlanda i Data System inquinano più delle abitazioni mentre Google e Microsoft inquinano quanto la Croazia.
    5. In termini europei, in più, solo il riconoscimento delle specificità economiche dei diversi paesi che compongono l’Unione può assicurare un supporto decisivo al conseguimento dei traguardi di sviluppo e sostenibilità, e non certo attraverso un’unica ed onnicomprensiva politica economica ma solo attraverso diverse politiche specifiche per ogni realtà economica.

    Ma soprattutto, e siamo al punto 12, riportare il concetto del lavoro, e la dignità che è in grado di assicurare, al centro dell’attenzione della politica come elemento fondamentale per assicurare una vita democratica ad ogni cittadino europeo.

    N.B. si fa notare come il termine “dazi” non si stato usato in quanto, pur rappresentando un legittimo strumento di difesa, certifica troppo spesso il ritardo, da verificare se colposo o peggio doloso, di una intera classe politica e dirigente nella comprensione delle dinamiche di mercato ampiamente prevedibili.

  • L’acqua scarseggia, ma l’intelligenza artificiale aiuta a non sprecare quella che c’è

    Il 22 marzo si è celebrato il World Water Day, la Giornata mondiale dell’acqua, istituita dalle Nazioni Unite nel 1992 per sensibilizzare sul valore di questa preziosa risorsa, ancora difficilmente accessibile per 2 miliardi di persone.

    Al di là del valore umanitario della giornata proclamata dall’Onu, il problema dell’acqua riguarda anche l’Italia. Nel 2021 l’Istat fotografava un’Italia con 286 giorni senza pioggia all’anno, un dato in costante crescita dal 2015. E lo scorso febbraio il Centro internazionale di monitoraggio ambientale ha denunciato una carenza di neve su Alpi e Appennini del 63%, mentre le regioni del Centro e del Sud, in particolare Sicilia e Sardegna, rimangono tuttora a secco. Certo, a marzo Giove Pluvio non ha mancato di manifestarsi ma la siccità appare ormai non più un’emergenza bensì un fenomeno strutturale che richiede strategie di lungo periodo. Secondo la Fao è causa del 34% di tutte le catastrofi naturali che si verificano a livello globale.

    A livello globale, per ottenere acqua potabile si contano oltre 16mila desalinizzatori, di cui i più noti sono quelli di Barcellona e in Israele.  L’Italia ha a sua volta intrapreso la via della desalinizzazione ma appare più capace a recuperare acqua potabile tramite la depurazione delle acque di scarto. In Emilia-Romagna un progetto dell’Università di Bologna e di Enea sulla depurazione delle acque di scarto ha permesso di coprire il 70% del fabbisogno idrico regionale, con vantaggi soprattutto per l’agricoltura (il settore che la Fao indica come il responsabile della maggior parte del consumo di acqua destinata all’uomo).
    Sistemi di intelligenza artificiale, internet of things e droni che permettono di gestire meglio l’irrigazione dei campi consentono di procedere alla valutazione dell’umidità del terreno, attraverso sensori meteorologici e di suolo, e al monitoraggio costante dello stato di salute della pianta, per poter intervenire tempestivamente, ridurre l’uso di fertilizzanti e rendere l’irrigazione più efficiente e mirata, abbattendo gli sprechi.

  • Quale scenario di guerra

    L’escalation delle tensioni internazionali ha introdotto il concetto di “economia di guerra” nel lessico istituzionale all’interno del quale cambiano radicalmente le priorità di spesa dei governi, le quali si orientano ovviamente a favore del rafforzamento degli arsenali e all’aggiornamento degli armamenti uniti al mantenimento dell’esercito quali principali settori da finanziare attraverso le spesa pubblica.

    All’interno del contesto attuale a questo tipo di economia e soprattutto alle sue difficoltà si possono aggiungere le difficoltà di rifornimento e di approvvigionamento delle materie prime essendo venute meno proprio le filiere energetiche e produttive.

    Tuttavia, la leggerezza con la quale viene introdotto tanto dai politici quanto dai media il concetto di una inevitabile metamorfosi dell’economia attuale ad una ben più complessa da scenario di guerra non tiene assolutamente in conto della situazione che per i cittadini italiani una guerra sia decisamente cominciata oltre trent’anni addietro.

    Andrebbe ricordato come l’Italia rappresenti ad oggi l’unico Paese in Europa che ha visto ridurre il proprio reddito disponibile del -2,9% mentre contemporaneamente in Germania lo stesso risulti cresciuto del +33,7 ed in Francia di oltre +31%.

    Un andamento così disastroso delle retribuzioni, confermato anche della ennesima diminuzione del -0,1% nell’ultima rilevazione relativa all’ultimo trimestre 2023, espressione di una sintesi essenzialmente individuabile in due determinati e precisi motivi.

    Il primo è rappresentato dalla scelta monetaria che ha visto affidarsi sempre e solamente per la crescita dei fatturati alla svalutazione competitiva la quale ha favorito le esportazioni ma non i redditi come la domanda interna e tantomeno gli asset economici. Il secondo è individuabile nella scellerata strategia di abbandono di ogni politica industriale (definita old economy) negli ultimi trent’anni a favore di un’illusoria visione di economia dei servizi e legata al turismo.

    Il principale effetto di questa differenza dell’andamento delle retribuzioni determina, in più, una forbice tra le diverse tariffe e costi nei Paesi che può raggiungere il +40% a sfavore dell’utenza nazionale italiana.

    A questo scenario già di per sé drammatico si aggiungano i dati relativi alla povertà assoluta che è cresciuta dello +0,2% nel 2023, raggiungendo la cifra dell’8,5% di famiglie che vivono in assoluta povertà, cioè circa 5,7 milioni di italiani.

    Una crescita che ha come cause aggiuntive probabilmente l’annullamento di determinati ammortizzatori sociali ma soprattutto l’esplosione dei costi energetici, i quali, con la soppressione delle tariffe del mercato agevolata e lo scellerato aumento dell’Iva dal 5 al 22% (*), porteranno ad un maggiore costo di 1.700 euro a famiglia. Questi dati sono l’espressione di una economia di guerra all’interno della quale la spesa pubblica quanto il debito pubblico sono stati utilizzati non certo per rendere fruibili servizi alle fasce di reddito più basse, ma come sostegno delle diverse riserve elettorali sostenute finanziariamente da ogni governo dei più diversi orientamenti politici.

    Ora, qualsiasi possa dimostrarsi l’evoluzione della crisi internazionale sarebbe opportuno ricordare come l’Italia non abbia più risorse, in quanto una guerra la cittadinanza italiana la sta già combattendo contro la propria classe politica e dirigente da oltre trent’anni.

    (*) sconto Iva introdotto dal governo Draghi, come quello sulle accise per i carburanti anche questo azzerato dal governo in carica

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