Russia

  • Armi dall’Europa alla Russia attraverso gli ex Stati dell’Urss

    Il Kirghizistan dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 è entrato nella classifica dei maggiori importatori d’armi e di munizioni dall’Europa. Secondo l’Organizzazione no-profit Brookings Institution, in quattro anni le vendite al Kirghizistan dalla Germania sono passate dai 10 agli 80 milioni di dollari, dalla Spagna da 10 a 50, dall’Austria da 10 a 80, dalla Romania da 8 a 68. Crescita esponenziale dal Belgio, dall’Olanda, dalla Slovenia e pure dall’Italia, dove l’export d’armi leggere nel Kirghizistan, fra il 2021 e il 2025, è cresciuto da un milione a oltre 50 milioni di dollari. E ancora: secondo l’Istituto tedesco di ricerca economica (Ifo), negli ultimi tre anni le armi esportate in Kirghizistan da Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria, sono passate da zero a decine di milioni di euro.

    Come molti pezzi dell’ex Urss, il Kirghizistan appartiene all’alleanza militare russa Csto (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) creata nel 1992, ospita una base militare di Mosca ed è legato al Cremlino dall’Unione Economica Eurasiatica. Di fatto l’etichetta, appiccicata sulle casse che dall’Europa arrivano nella capitale kirghiza Biškek, è solo un indirizzo di copertura: la destinazione finale di tutte quelle armi è la Russia. L’inviato europeo per le Sanzioni, David O’ Sullivan, ha detto il 26 febbraio che «l’Ue sospetta che il Kirghizistan stia riesportando merci europee in Russia». E le armi sono fra queste merci.

    L’Europa ha scelto di garantire forniture militari per l’Ucraina e negare invece qualsiasi aiuto a Mosca: dai tempi dell’annessione della Crimea (2014) nessun’arma può entrare in Russia e dal 2023 è proibito «vendere, trasferire, fornire o esportare in Russia armi da fuoco, loro parti e componenti essenziali e munizioni, anche se si tratta di armi a uso civile». In Italia la legge 185 del 1990 vieta di vendere materiale militare o «dual use» (cioè tecnologie civili che possano essere trasformate in armamenti) ai Paesi in guerra o che violino i diritti umani.

    Il problema, ovviamente, sta nell’implementazione dei divieti, cioè nei controlli. Tanto in Italia quanto nel resto d’Europa, i controlli dei container avvengono a campione. E così oggi, nonostante 20 pacchetti di sanzioni alla Russia e divieti d’esportazione che coprono 42 diverse categorie di prodotti militari, molti produttori aggirano limiti e divieti, vendendo a governi Ue che a loro volta esportano dove non ci sono sanzioni alla Russia: oltre al Kirghizistan ci sono il Kazakistan, l’Uzbekistan, la Turchia, l’Armenia. E solo in Armenia, fra il 2021 e il 2023, l’Italia ha aumentato le esportazioni del 1.133%.

    Secondo l’Ifo, il 36% dei componenti militari europei arriva sul mercato russo attraverso la Turchia, la Cina (23%), Hong Kong (16%) e gli Emirati arabi (10%): in gran parte, vengono utilizzati nella produzione dei droni russi Geran-2. L’intero Caucaso e tutta l’Asia Centrale sono coinvolti in questo business. Il Kazakistan, per esempio: legato a Mosca da accordi militari ed economici è oggi uno dei primi 40 importatori d’armi al mondo. E in Europa compra strumenti per la lavorazione dei metalli necessari per la produzione di armamenti, componenti elettronici, radio, apparecchi per comunicazioni nei droni e in altri sistemi d’arma, pistole e fucili di precisione Beretta, Sako e Tikka. E poi droni turchi Bayraktar Tb2, Bayraktar Akıncı, droni Tai Aksungur e Tai Anka, sistemi missilistici S-300 e Pechora-2Bm, blindati emiratini, fucili da cecchino, pistole, lanciagranate, razzi.

    Dal 2023 a oggi sono cresciute tutte le aziende europee che fabbricano armi e munizioni. Dopo l’invasione dell’Ucraina, solo dall’Italia sono arrivate in Russia 6.254 armi e un milione 107mila munizioni. Pistole semiautomatiche, fucili da caccia e di precisione in dotazione alle forze speciali. Nell’ottobre 2023, un anno e mezzo dopo l’inizio della guerra, all’esposizione internazionale OrelExpo di Mosca era possibile ancora acquistare pistole austriache Glock, fucili tedeschi Blaser, carabine americane Barrett, semiautomatiche Beretta.

    C’è infine una interessante ex repubblica sovietica, il Turkmenistan, che non vende e non compra, eppure ospita gli uffici di tutti i maggiori player mondiali del mercato delle armi: stanno tutti lì perché è lì che si negozia. Vladimir Putin, dopo avere convertito molte delle industrie alla produzione bellica, può permettersi anche di vendere: il 3 febbraio ha annunciato orgoglioso che nel 2025 Mosca ha «esportato armamenti per 15 miliardi di dollari in 30 Paesi». Se il dato è vero, si tratta dello stesso budget che la Russia aveva prima della guerra e questo, secondo il centro di ricerche Defense News, significa due cose: gli affari non si sono mai fermati e le sanzioni non hanno mai funzionato.

  • Mosca finanzia corsi di giornalismo pro-Cremlino

    Nel 2024, Reporter senza frontiere (Rsf) ha denunciato l’apertura di scuole di giornalismo finanziate dallo Stato, destinate a formare giovani reporter “allineati” con la narrativa ufficiale. La più nota è la Shkola Voenkora di Tomsk, in Siberia, che offre corsi online gratuiti per futuri “corrispondenti di guerra” da inviare nei territori occupati. Gli insegnanti provengono da Rt (Russia today), Ria Novosti e Izvestia. «È una fabbrica di propagandisti», afferma Jeanne Cavalier, responsabile Rsf per l’Europa orientale. «L’obiettivo è reclutare giovani reporter disposti a diffondere il messaggio del Cremlino senza vincoli etici». Tra i promotori figurano il propagandista Sergej Mardan (Komsomolskaya Pravda) e Alexander Malkovich, deputato e fondatore di media filorussi in Ucraina, legato al defunto Evgenij Prigožin, capo del gruppo paramilitare Wagner.

    Il modello si esporta anche all’estero. Nel 2023 nasce a Mosca l’African Initiative, agenzia finanziata da Viktor Lukovenko, anche lui vicino alla macchina propagandistica di Prigožin. L’organizzazione opera in Mali, Burkina Faso e Repubblica Centrafricana, formando giovani giornalisti e diffondendo la narrativa pro-Cremlino nel continente africano. Secondo Rsf, tra i volti occidentali associati a questa rete figura l’italiano Vittorio Nicola Rangeloni, già reporter nel Donbass e autore del documentario “Africa Che”, che celebra «un’Africa liberata dall’Occidente». Per Cavalier, la presenza di giornalisti occidentali come Rangeloni serve a legittimare la propaganda del Cremlino, utilizzando voci percepite come indipendenti e linguaggi giornalistici apparentemente neutrali, ma ideologicamente orientati e privi di codici deontologici. In Italia, la penetrazione della narrativa filo putiniana si muove attraverso una rete di associazioni culturali e diplomatiche.

    Tra le più attive, secondo il Center for Countering Disinformation di Kiev, ci sono Russia, Emilia-Romagna e Vento dell’Est, che si presentano come promotori di dialogo e cultura, ma agiscono come piattaforme di propaganda. Eventi, convegni e iniziative di “diplomazia culturale” veicolano una narrazione centrata sull’“amicizia con la Russia” e sulla presunta russofobia occidentale. «Le parole costano poco» – osserva Boyechko – «ma alla lunga possono costare un’intera generazione».

  • Putin combatte l’Ucraina a partire dalle scuole dei territori occupati

    In alcune scuole della Russia e dei territori occupati in Ucraina, i bambini imparano a smontare un fucile d’assalto prima ancora di aprire un libro. Tra le strutture più attive di questo sistema educativo parallelo c’è la Yunarmiya (Giovane Armata), fondata nel 2015 dall’allora ministro della Difesa Sergej Šojgu. Oggi conta 1,8 milioni di membri e 89 centri regionali. Lo stesso Šojgu, nel maggio scorso, ha dichiarato che le autorità russe stanno «sviluppando programmi di educazione militare e patriottica per preparare i giovani al futuro servizio in difesa della Russia».

    Il leader del movimento è Vladislav Golovin, nome in codice Struna (“corda”), ex marine della Flotta del Mar Nero e oggi capo di stato maggiore della Yunarmiya. Decorato come Eroe della Russia dopo essere rimasto gravemente ferito dall’esplosione di una mina durante la battaglia di Mariupol, Golovin è diventato una figura centrale nella costruzione del mito patriottico russo. In un’intervista all’agenzia Tass, ha affermato che la Yunarmiya collabora con altri programmi patriottici, come Zarnitsa 2.0, Movimento dei Primi e persino con un videogioco, Squad 22: ZOV, ambientato nella città occupata di Mariupol.

    Il ministero degli Esteri ucraino sostiene che Mosca abbia destinato 66 miliardi di rubli (circa 733 milioni di dollari) alle politiche giovanili, con l’obiettivo di portare la percentuale di giovani “patriotticamente orientati” dal 40 al 70 per cento entro il 2030. Il colonnello americano Ray Finch, autore dello studio “Young Army Movement: Winning the Hearts and Minds of Russian Youth”, descrive questa strategia come un processo di “memorializzazione militare” per trasformare la guerra in un rito di appartenenza, un simbolo identitario più che un trauma collettivo. La ricercatrice Jonna Alava, della National Defence University finlandese, evidenzia nel suo rapporto “Russia’s Young Army – Raising New Generations into Militarized Patriots” che la Yunarmiya include anche molte ragazze, ma in ruoli rigidamente tradizionali. Le cerimonie ne esaltano la “purezza e dolcezza”, mentre ai ragazzi è richiesto di incarnare la forza e la virilità. Un dualismo, sostenuto dalla Chiesa ortodossa russa, che lega il patriottismo all’idea di famiglia patriarcale come fondamento della “nazione eterna”. Nei territori occupati, le autorità russe hanno sostituito docenti, rimosso libri in lingua ucraina e introdotto lezioni dedicate alla gloria dell’esercito russo. «Vogliono che quei bambini crescano convinti di essere russi», avverte Boyechko.

    Il 3 marzo 2022, pochi giorni dopo l’invasione, quando nelle scuole russe si tiene una lezione per spiegare le ragioni dell’ ”operazione militare speciale”, come la definisce il Cremlino, e le relative colpe della Nato. Poco dopo arrivano l’alzabandiera del lunedì, il canto dell’inno e i “colloqui sui temi importanti” (Razgovory o vazhnom), formalmente extracurriculari ma oggi quotidiana routine nella vita degli istituti. È la cornice del nuovo programma scolastico, la Federalnaya osnovnaya obrazovatelnaya programma (Fop), imposto dal ministero dell’Istruzione in tutto il Paese e reso ancora più esplicito nelle regioni di confine con l’Ucraina, come Belgorod e Kursk. Da allora le lezioni ordinarie cedono spazio ad attività che nobilitano la guerra: i bambini scrivono lettere ai soldati, imbracciano armi, costruiscono reti mimetiche e, nei casi più controversi, incontrano combattenti della Wagner, invitati a raccontare la loro esperienza sul fronte.

    Dalla sua introduzione con la legge 371-FZ, il programma restringe ulteriormente il già scarso margine di autonomia degli insegnanti, e aggrava le spese che le famiglie devono sostenere per la formazione dei bambini e ragazzi.  A descriverne gli effetti è il report “L’istruzione nelle scuole russe, 2022–2025”, il primo ampio studio indipendente sul sistema scolastico russo dopo l’invasione dell’Ucraina, realizzato da un gruppo di ricerca non governativo e anonimo, basato su analisi normative, dati compresi nel periodo 2021-2025 e interviste a docenti e famiglie. Un insegnante della regione di Rostov racconta: «Se prima c’era un esame al mese, o persino uno a trimestre, ora ce ne sono diversi ogni mese, a volte due a settimana». Una docente di Penza descrive invece un carico ormai saturo di attività paramilitari: «Negli ultimi due anni mi sembra che abbiamo smesso di far studiare i ragazzi. Abbiamo ormai solo attività extrascolastiche per i bambini, quasi tutte incentrate sulla guerra in Ucraina o sull’attività fisica».

    A reggere questo nuovo impianto sono proprio i docenti, su cui ricadono attività extracurriculari, nuove lezioni ideologiche, e altri incarichi formalmente volontari, ma difficili da rifiutare senza il via libera dell’amministrazione. Se poi il rifiuto diventa dissenso politico, il rischio cresce: testimonianze e dati parlano di sanzioni, licenziamenti, pressioni e denunce. In questo clima, tra il 2021 e il 2024 il numero dei docenti è diminuito di 19 mila unità, mentre aumentano i carichi per chi resta, insieme alla paura di dire la cosa sbagliata.

    La riforma non ha inciso solo sugli insegnanti, ma anche sulle famiglie. Secondo il sondaggio condotto sui genitori nell’ambito della ricerca tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, l’80 per cento degli intervistati dichiara di aver speso oltre 10 mila rubli per preparare i figli all’inizio dell’anno scolastico; nelle aree rurali, il 70 per cento supera i 15 mila. A questi costi si aggiungono le spese per la formazione dei bambini, in gran parte occupata dalle nuove pratiche patriottiche introdotte dal ministero, con circa il 60 per cento degli studenti delle classi 9-11 che dichiara di prepararsi agli esami con ripetizioni private.

  • Kim Jong Un praises troops who ‘self-blasted’ to avoid capture by Ukraine

    Kim Jong Un has praised North Korean soldiers who killed themselves by detonating their grenades while fighting for Russia against Ukraine, confirming a long-suspected battlefield policy.

    In a speech this week, the North Korean leader said those who “unhesitatingly opted for self-blasting, suicide attack, in order to defend the great honour” were “heroes”.

    South Korea estimates at least 15,000 North Koreans have been sent to help Russia recapture parts of western Kursk, and more than 6,000 have been killed so far. Neither Pyongyang nor Moscow have confirmed the numbers.

    Intelligence agencies and defectors have said the soldiers were under Pyongyang’s orders to kill themselves rather than be taken prisoner by Ukraine.

    “Their self-sacrifice expecting no compensation, and the devotion expecting no reward… This [is] the definition of the height of loyalty of our army,” Kim said in Pyongyang on Monday as he unveiled a memorial for fallen troops, state media KCNA reported.

    Russian Defence Minister Andrey Belousov and the speaker of Russia’s parliament, Vyacheslav Volodin, were among those who attended the event.

    In North Korea, soldiers are taught that being captured is an act of treason.

    Earlier this year, South Korean broadcaster MBC aired a programme featuring two North Korean prisoners of war in Ukraine, one of whom said on camera he regretted not taking his own life.

    “Everyone else blew themselves up. I failed,” the prisoner said.

    Seoul’s National Intelligence Service said last year they found memos on deceased North Korean soldiers that point to this extreme practice.

    In his speech on Monday, Kim also praised those who died in combat.

    “Those who fell in the vanguard of charges and those who writhed in frustration at the failure to fulfill their duties as soldiers who were given orders, rather than in pain in their bodies torn by bullets and shells – they too can be called the party’s faithful warriors and patriots,” Kim said.

    In June 2024, Russian President Putin and Kim signed a deal pledging that their countries would help each other in the event of “aggression” against either country. At the time, Kim hailed the treaty as the “strongest ever”.

    Besides sending soldiers, North Korea also promised to send thousands of workers to help rebuild Kursk.

  • Il boomerang di Putin

    Mandando il suo accolito Vladimir Solovyev, giornalista noto per la violenza e l’ignoranza dei suoi interventi, ad insultare, dalla televisione russa, la Premier italiana Putin ha nuovamente mostrato la debolezza di chi ormai sente vacillare il suo impero.

    I fatti sono evidenti, tra gli altri: 1) l’amico Trump non ha tempo da dedicargli, ha dovuto mandare famigliari e famigli ad occuparsi della guerra con l Iran, che gli sta costando quel po’ di credibilità che gli restava dopo anni di dichiarazioni, smentite, tracotanze ed errori, 2) l’Ucraina continua a difendersi, con estremo coraggio della popolazione e dell’esercito e lo zar non riesce più ad avanzare mentre, con un dissennato lancio di missili e droni uccide sempre più i civili, l’operazione speciale ha il fiato corto ed il dissenso interno ormai serpeggia  chiaramente, 3) la sconfitta di Orban ha tolto a Putin un alleato fedele ed una spina nel fianco alla coesione dell’Unione Europea che ora potrà finalmente fare arrivare a Kiev gli aiuti economici da tempo promessi, 4) l’Iran non è più in grado di aiutarlo con droni ed armi varie e la Cina pensa a come utilizzare il contesto internazionale a suo favore, 5) l’Ucraina ha rafforzato la sua immagine con la messa a punto di strumenti di difesa all’avanguardia e creando nuove alleanze e sinergie con gli Stati del Golfo.

    Ecco allora il tentativo, patetico, tutto rivolto all’audience interno russo, di screditare, insultandola, la Premier italiana.

    Il classico boomerang che nasce dall’arroganza maschilista e dalla ignoranza delle conseguenze che derivano da azioni sconnesse e vili, infatti gli insulti a Giorgia Meloni hanno ottenuto il risultato, per altro che sarebbe stato evidente a chi non fosse stato obnubilato dall’ira e dalla paura della sconfitta, contrario ai desideri putiniani: le forze politiche, gli italiani in genere, l’Europa, dopo i disgustosi attacchi ed insulti, sono con Giorgia Meloni.

    Congratulazioni presidente Putin, il nuovo autogol del tuo regime ci fa veramente sperare che i tempi siano maturi per un cambio radicale, difficile pensare che possa ancora per molto continuare a governare chi si serve di personaggi così stupidi, dopo gli assassini sanguinari della Wagner e del capo ceceno Kadyrov, dopo le blasfeme preghiere di Kirill ora il futuro dell’operazione speciale è affidata all’idiozia di un giornalista?

    Quanto al gas mettiamoci tutti tranquilli, prima di parlarne Putin dovrà porre fine alla guerra che ha iniziato e rendere conto delle sue azioni.

  • UE, Ucraina e Canada co-organizzeranno un incontro di alto livello sul ritorno dei bambini ucraini

    L’UE, insieme all’Ucraina e al Canada, co-organizzerà un incontro di alto livello della Coalizione internazionale per il ritorno dei bambini ucraini l’11 maggio a Bruxelles.

    L’Alta rappresentante/Vicepresidente Kaja Kallas e la Commissaria per l’Allargamento Marta Kos, a nome dell’UE, il Ministro degli Affari esteri dell’Ucraina Andrii Sybiha e la Ministra degli Affari esteri del Canada Anita Anand co-organizzeranno l’incontro di alto livello per sostenere gli sforzi dell’Ucraina nel rintracciare, riportare e reintegrare i bambini, garantendo al contempo l’assunzione di responsabilità per i crimini commessi dalla Russia.

  • Kenyoti in Russia

    Recentemente il primo ministro del Kenya, Musalia Mudavadi, si è recato a Mosca per ottenere che la Russia si astenga definitivamente dal reclutare cittadini kenyoti per arruolarli e mandarli al fronte nella guerra contro l’Ucraina, dopo averli fatti espatriare con fasulle promesse di attività lavorative.

    Per il Kenya è un reato, punibile con un massimo di 10 anni di carcere, arruolarsi o farsi arruolare in eserciti stranieri. Secondo il governo kenyota la Russia ha arruolato illegalmente 252 suoi cittadini, ma l’intelligence keniota sostiene che siano state molte di più le persone tratte in inganno.

    I kenyoti sono stati attirati con la promessa di lavori civili ben retribuiti e si sono invece ritrovati al fronte in Ucraina, a combattere. Il primo ministro kenyota ha negoziato un accordo e concederà un’amnistia se la Russia immediatamente farà rimpatriare i cittadini del Kenya inviati al fronte ma le autorità russe sembra si rifiutino di assumersi i costi del rimpatrio.

    Il Kenya non è l’unico Paese dal quale la Russia ha recuperato, con l’inganno, carne da cannone, cioè persone da mandare in prima linea sotto il fuoco nemico. Tutto questo dimostra ancora una volta la sempre più evidente difficoltà di Putin di trovare russi disponibili a farsi ferire ed ammazzare in una guerra che ha portato centinaia di migliaia di morti sacrificati al delirio di onnipotenza dello zar del Cremlino.

  • Apertura culturale

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Da molto tempo la sempre più diffusa conoscenza delle lingue straniere e l’incremento enorme dei viaggi internazionali hanno reso il mondo più “piccolo” e hanno creato le condizioni per una potenziale apertura di orizzonte culturale. Ciò nonostante, educati sin da bambini a guardare tutto il mondo dalla nostra prospettiva, a studiare la storia da un punto di vista nazionale o, al massimo, europeo, a pensare che quelli che crediamo essere i “nostri valori” siano naturalmente “universali”, non ci rendiamo conto che possano esistere anche altre realtà ben diverse da quelle che noi immaginiamo essere uniche. Non è solo il cittadino qualunque a negarsi una prospettiva più ampia ma ciò che è drammatico è che anche la maggior parte dei nostri intellettuali (o pseudo-tali) e, ancora peggio, dei nostri politici non riesce a immaginare che il mondo sia diverso da ciò che secoli di imperialismo politico e culturale ispano-franco-anglo-sassone hanno dipinto e continuano a fare.

    Purtroppo questo egocentrismo formativo ci induce a non considerare il pensiero e le prospettive altrui, finendo con indurci verso errori i le cui conseguenze politiche possono diventare per noi molto negative.

    Uno degli effetti che si dimostreranno sempre più contrari ai nostri interessi presenti e futuri è il rapporto con il mondo arabo. A nessuno di noi sfugge quanto sia stato, ed è, importante il rapporto con Israele, ma gli atti criminali del governo Netanyahu che noi sottovalutiamo continuando a minimizzarli e a mantenere con Tel Aviv rapporti sostanzialmente formali ci hanno alienato la simpatia di tutte le popolazioni arabe. I rapporti di Arab Barometer, un’organizzazione con sede presso la Princeton University negli Stati Uniti, a seguito di un’indagine condotta in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Marocco, Palestina, Siria e Tunisia dimostrano che la stragrande maggioranza degli intervistati hanno perso ogni fiducia in un ordine regionale guidato dall’Occidente e dagli USA in particolare. Quando le domande riguardavano quale Paese proteggesse maggiormente la libertà, la maggior parte ha scelto Cina, Iran e Russia piuttosto che un qualunque Paese occidentale. Il nostro problema non è con i governi autoritari di questi Stati che, si sa, sarebbero disposti a dimenticare ogni torto subito dai palestinesi e a non vedere i massacri compiuti dai sionisti a Gaza, nei Territori e in Libano, bensì con le loro popolazioni. Ogni governo, per quanto autoritario, è preoccupato dalla prospettiva di proteste di massa ed è limitato nelle proprie azioni dall’opinione pubblica. Una dimostrazione è che Riad era già pronta ad un accordo con Israele aderendo al Patto di Abramo ma, dopo la reazione spropositata israeliana a Gaza, ha dovuto fermarsi e rinunciare. Le politiche estere di Trump quasi ovunque in quei paesi trovano un apprezzamento popolare che mai supera il 24% e in Giordania è addirittura del solo 12%. In Egitto ben il 66% pensa che perfino Biden fosse migliore di Trump e più o meno è quanto si nota anche negli altri paesi arabi. Tra i paesi europei, solo la Spagna raccoglie un qualche consenso mentre la Cina, seguita dalla Russia, è di gran lunga preferita quasi ovunque. Perfino l’Iran, storico nemico dei governi arabi sunniti, raccoglie, salvo in Siria, una simpatia crescente. Noi ci riempiamo la bocca con la fola del “diritto internazionale” ma che sia una copertura fittizia di una nostra ipocrisia basata sul doppio standard è così chiaro all’egiziano medio (ricordiamo che l’Egitto è tra i migliori alleati degli USA tra i Paesi non-NATO) che il 58% afferma che chi meglio lo rappresenta è la Cina.

    Le cose non vanno meglio per noi in Asia, in Africa e in sud-America ove incontriamo le maggiori critiche quando affrontiamo il tema dei rapporti con la Russia. In quei Paesi non è solo l’ormai evidente “doppio standard” da noi applicato che ci viene rimproverato, ma c’è anche chi allude alla “stupidità” di noi europei che abbiamo politici totalmente asserviti a interessi americani con il risultato di distruggere le nostre economie. In particolare il riferimento è all’atteggiamento europeo nella guerra in Ucraina. Già molti pensatori occidentali importanti quali l’ex diplomatico americano George Kennan o l’australiano Owen Harris avevano avvertito, decenni orsono, che l’allargamento della NATO verso est avrebbe infine provocato una reazione russa. Il presidente brasiliano Lula Da Silva nel maggio 2022 disse pubblicamente: “Putin non avrebbe dovuto invadere l’Ucraina. Ma non è solo Putin a essere colpevole. Anche gli Stati Uniti e l’UE sono colpevoli. Qual è stata la ragione dell’invasione dell’Ucraina? NATO? Allora gli USA e l’Europa avrebbero dovuto dire: l’Ucraina non entrerà nella NATO. Questo avrebbe risolto il problema”. Oggi è ancora peggio. Trump ha capito che l’azione americana in Ucraina fu un errore e ha cercato di cambiare strada puntando a un accordo con Mosca ma i leader europei hanno cercato da subito di far fallire i suoi sforzi incoraggiando Zelensky a non scendere a compromessi per un accordo di pace. L’UE si è poi macchiata di ridicolo e perfino un noto anti-russo come il leader polacco Tusk lo ha ammesso: “500 milioni di europei stanno implorando protezione da 300 milioni di americani contro 140 milioni di russi che non sono riusciti a sconfiggere 50 milioni di ucraini per tre (oggi quattro) anni”.

    Kishore Mahbubani, un diplomatico di Singapore che rappresentò il suo Stato anche all’ONU tra il 1984 e il 1989, tra il 1998 e il 2004, fu Presidente del United Nations Security Council nel 2001 e 2002 ed è professore di geopolitica in varie università asiatiche e statunitensi, scrive: “La triste verità è che l’Occidente non sembra disposto ad ascoltare il Sud globale. I Paesi del Sud globale non condividono tutti le prospettive occidentali dominanti sull’ordine mondiale…Molti dei 3,3 miliardi di persone che non sono cinesi insieme a molti dei circa 1,5 miliardi di persone che vivono in Africa e oltre 600 milioni che vivono in America Latina, vedono la Cina e la Russia in modo diverso”. E continua: “I leader dell’UE sono rimasti per lo più in silenzio mentre Israele distruggeva Gaza. Non solo molti più civili sono morti a Gaza che in Ucraina ma le azioni militari israeliane potrebbero aver causato la morte del 5/10 percento della popolazione di Gaza prima della guerra (cita stime pubblicate su Foreign Affairs), una cifra esponenzialmente superiore al bilancio della guerra russa in Ucraina”. E aggiunge: “Nessuno rispetta un prete adultero che predica in chiesa la fedeltà coniugale. Ma è così che i leader europei sono visti nel Sud globale”.

    Oltre alla ostilità verso la Russia, l’Europa ha anche criticato la Cina per motivi “morali “(sic!) in merito a mancanza di democrazia e rispetto dei diritti umani ma si dimentica che il tanto vituperato Partito Comunista Cinese attuale (verso il quale non nutro alcuna particolare simpatia politica-N.D.A.) in quarant’anni ha portato il Paese dall’essere un produttore insignificante a livello mondiale a coprire oggi più del 30% dei beni commerciati a livello globale. Contemporaneamente va ricordato che nel 1990 il livello di povertà assoluta in Cina era stimato essere del 99,7% e oggi, secondo l’ONU, è pari allo 0%. In altre parole, oltre 800 milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema dal 1990. Come conseguenza il PCC gode di un grande rispetto e legittimità agli occhi dei cinesi e in molti Paesi asiatici. Eppure, noi continuiamo ad auspicare un “cambio di regime”! Continua Mahbubani: “(i leader occidentali) non si rendono conto di apparire perfettamente ridicoli agli occhi dell’88% della popolazione mondiale che vive fuori dall’Occidente”.

    In un suo libro (L’ultima possibilità dell’Occidente) il Presidente della Finlandia Alexander Stbb scrive: “I governi dell’Occidente globale possono mantenere la loro fiducia nella democrazia e nel mercato ma senza insistere che siano applicabili universalmente; in altri posti possono prevalere modelli differenti”.

    A proposito dell’Occidente, chiediamocelo: cosa è esattamente? O almeno: cosa è diventato? Abbiamo una cultura in comune veramente molto sentita? E qual è oggi? Ciò che veramente ci accomuna, oltre a subire una tradizione geopolitica radicata nell’imperialismo anglo-sassone, è di aver subordinato la politica all’economia e l’economia alle oligarchie finanziarie. Siamo diventati estranei a ogni spiritualità, a ogni filosofia, a ogni forma artistica. Siamo oramai alieni da ogni concetto che vada oltre il rapporto costi-benefici. E continuiamo a pensare di poter insegnare al mondo i nostri “valori”? Magari di imporli con le armi?

    La nostra totale cecità, la faziosità stupida, l’inconsapevolezza della realtà del mondo odierno è ben raffigurata dalle affermazioni idiote del pur colto Presidente francese Macron quando, mentre gli israeliani e gli americani bombardano l’Iran costui chiama il Presidente iraniano al telefono per chiedergli di “smettere di attaccare i Paesi regionali”. In altre parole gli dice che anche se i bombardamenti partono dai Paesi del Golfo senza preavviso o dichiarazioni di guerra per la seconda volta in meno di un anno, loro, gli iraniani, devono farsene una ragione e smetterla di reagire. Il meno colto Merz (forse non a caso ex dirigente di Blackrock per l’Europa), a sua volta, dimostra la piccineria intellettuale dei leader europei affermando: “Il diritto internazionale non si applica più efficacemente all’Iran…Non è il momento di fare la predica agli Stati Uniti e a Israele sulla legalità delle loro azioni…Anni di sanzioni e condanne contro Teheran non hanno prodotto risultati tangibili”. Evidentemente, non ci resta che bombardarli? O, come affermato da Trump, distruggere totalmente la loro millenaria civiltà°?

    Ci dobbiamo dunque stupire se il resto del mondo sta cominciando a prendere le distanze da noi “Occidentali” e guardare altrove?

  • La simbologia della guerra

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Dall’inizio dell’attacco Russo nella Guerra russo ucraina, l’intera Unione Europea si dichiarò favorevole ad una politica di aiuto nei confronti dell’Ucraina, adottando delle sanzioni economiche assolutamente inutili nei confronti dell’economia russa e finanziando direttamente l’esercito ucraino. Per avvalorare questa strategia attraverso la rievocazione di riferimenti storici che rendessero ancora più pesante lo scenario bellico, i sostenitori degli aiuti a Zelensky affermarono come questi fossero necessari per bloccare l’avanzata di Putin fino al Portogallo, rievocando, inoltre, la certezza che si potesse rinnovare quel modello bellico del XX secolo facendo un esplicito riferimento alla seconda guerra mondiale. Persino le più alte cariche dello Stato (*) avevano avvicinato le strategie di Putin a quelle della Germania nazista di Hitler, quindi indicando come questo rappresentasse, al pari del Fuhrer, un pericolo per la stessa sopravvivenza della vita democratica in Europa, in quanto si affermava che l’obiettivo finale del leader russo fosse rappresentato, sempre secondo gli analisti europei ed italiani, dal rovesciamento dell’equilibrio mondiale partendo dal controllo totale del continente europeo.

    Se così fosse stato, allora, e se queste fossero state le reali intenzioni del leader russo, cioè sovvertire quanto meno in Europa gli equilibri nati dal dopoguerra, proprio ora scatenerebbe l’attacco finale all’Ucraina, capitalizzando così il vantaggio strategico determinato dalla crisi mediorientale.

    L’equilibrio mondiale, invece, si dimostra, e si spera solo temporaneamente, messo a dura prova dal maggiore esponente politico della prima potenza mondiale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale non solo ha deciso di riavviare una guerra contro il regime iraniano assieme ad Israele, che altro non è se non la riattivazione della guerra dei 12 giorni del giugno 2025(**). Lo stesso presidente, trovatosi ora ancora una volta dopo le pessime esperienze in Vietnam e in Afghanistan nell’ennesimo “Pantano Vietnamita” (***), annaspa in cerca di una soluzione estemporanea.

    In altre parole, l’amministrazione americana paga il fallimento colossale dell’intelligence anche israeliana relativa alla capacità di risposta militare della teocrazia iraniana, e non avendo ora nessuna idea o strategia per uscire da questa empasse, ed in presenza di un possibile rifiuto da parte degli alleati di fornire un supporto anche solo logistico, si è dichiarata intenzionata ad abbandonare questa organizzazione internazionale di difesa.

    Il vero destabilizzatore di un equilibrio già precario non è più tanto Putin, il  quale casomai vorrebbe ricostruire la vecchia URSS e così poter tornare ai due grandi blocchi contrapposti occidentale e orientale, quanto il presidente statunitense Donald Trump, il quale ha avviato una politica di espansione che lo dovrebbe portare ad ottenere i monopolio del mercato del petrolio anche sotto il profilo logistico e che nel suo delirio narcisistico considera la sua una missione messianica appoggiata anche dagli evangelici. In questo modo sarebbe in grado di imporre la propria maniacale visione politica al mondo intero, estendendo l’area di ingerenza statunitense.

    Sarebbe carino capire se finalmente anche in Europa si sia compreso come l’interpretazione della strategia militare e politica di Putin risultasse assolutamente lontana dalla volontà di distruzione di un equilibrio e quindi assimilabile alla follia nazista, che invece rappresenta la caratteristica più evidente di quella di Donald Trump.

    (*) il Presidente della Repubblica italiana si avventurò in una simile similitudine in una dichiarazione durante una visita in Francia.

    (**) La guerra Iran-Israele, sostenuta anche dagli Stati Uniti e che viene definita come la guerra di 12 giorni, ha come data di inizio il 13 giugno 2025.

    (***) Rappresenta l’immagine di un conflitto inestricabile che logora risorse e consenso rendendo il ritiro politico e militare molto problematico

  • Gli aiuti di Seul a Kiev indispettiscono Mosca. E ora anche Volkswagen pensa di darsi alle armi

    La Russia sarà costretta ad adottare misure di ritorsione contro la Corea del Sud se quest’ultima fornirà armi al regime di Kiev. Lo ha dichiarato il viceministro degli Esteri russo Andrej Rudenko in un’intervista all’agenzia “Tass”. “Abbiamo costantemente comunicato alla controparte sudcoreana, attraverso vari canali, la posizione di principio della Russia sull’inammissibilità della partecipazione della Corea del Sud alla fornitura diretta o indiretta di armi letali al regime di Kiev, anche nell’ambito dell’iniziativa Purl. In caso contrario, le relazioni bilaterali tra Russia e Corea del Sud potrebbero essere gravemente danneggiate e saremmo costretti ad adottare misure di ritorsione. Spero che non dovremo ricorrere a tali misure”, ha affermato il viceministro degli Esteri, commentando le notizie secondo cui la Corea del Sud starebbe valutando la possibilità di partecipare al programma Purl (Prioritaised Ukraine Requirements List). “Nel costruire relazioni con Seul, teniamo conto del suo crescente avvicinamento alla Nato in ambito militare, nell’ambito del quale la Corea del Sud fornisce assistenza per il riarmo a diversi Paesi membri dell’Alleanza che a loro volta forniscono assistenza militare all’Ucraina”, ha aggiunto Rudenko.

    Il gruppo automobilistico tedesco Volkswagen valuta un possibile ingresso nel settore della produzione militare, con contatti in corso con aziende della difesa, tra cui l’israeliana Rafael Advanced Defense Systems, per la riconversione di uno stabilimento in Germania. Lo ha dichiarato l’amministratore delegato del gruppo, Oliver Blume, intervenendo a un evento organizzato dal quotidiano “Frankfurter Allgemeine Zeitung” a Francoforte. L’Ad ha spiegato che “siamo in contatto con diverse aziende della difesa” e che questa opzione “potrebbe essere una soluzione anche per Osnabrueck”. Le dichiarazioni sono state riprese dall’emittente “Al Arabiya”. Secondo quanto riferito dal quotidiano britannico “Financial Times”, Volkswagen sarebbe in trattative con Rafael per convertire parte della produzione verso componenti destinati al sistema di difesa aerea “Iron Dome”.

    Il progetto includerebbe l’adattamento di linee industriali attualmente dedicate al settore automobilistico, con un possibile avvio della produzione entro 12-18 mesi, con il sostegno del governo tedesco. L’iniziativa si inserisce in un contesto di crescente integrazione tra industria civile e difesa in Europa, accelerato dall’aumento delle spese militari e dalle tensioni geopolitiche. In questo quadro, gruppi industriali tradizionalmente attivi nel settore civile stanno valutando opportunità di diversificazione verso la produzione dual use o direttamente militare. Fondata nel 1937, Volkswagen rappresenta il principale costruttore automobilistico europeo e uno dei maggiori al mondo. Durante la Seconda guerra mondiale il gruppo fu coinvolto nella produzione di mezzi militari, per poi riconvertire completamente le proprie attività verso il settore civile nel dopoguerra.

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