Russia

  • Kenyoti in Russia

    Recentemente il primo ministro del Kenya, Musalia Mudavadi, si è recato a Mosca per ottenere che la Russia si astenga definitivamente dal reclutare cittadini kenyoti per arruolarli e mandarli al fronte nella guerra contro l’Ucraina, dopo averli fatti espatriare con fasulle promesse di attività lavorative.

    Per il Kenya è un reato, punibile con un massimo di 10 anni di carcere, arruolarsi o farsi arruolare in eserciti stranieri. Secondo il governo kenyota la Russia ha arruolato illegalmente 252 suoi cittadini, ma l’intelligence keniota sostiene che siano state molte di più le persone tratte in inganno.

    I kenyoti sono stati attirati con la promessa di lavori civili ben retribuiti e si sono invece ritrovati al fronte in Ucraina, a combattere. Il primo ministro kenyota ha negoziato un accordo e concederà un’amnistia se la Russia immediatamente farà rimpatriare i cittadini del Kenya inviati al fronte ma le autorità russe sembra si rifiutino di assumersi i costi del rimpatrio.

    Il Kenya non è l’unico Paese dal quale la Russia ha recuperato, con l’inganno, carne da cannone, cioè persone da mandare in prima linea sotto il fuoco nemico. Tutto questo dimostra ancora una volta la sempre più evidente difficoltà di Putin di trovare russi disponibili a farsi ferire ed ammazzare in una guerra che ha portato centinaia di migliaia di morti sacrificati al delirio di onnipotenza dello zar del Cremlino.

  • Apertura culturale

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Da molto tempo la sempre più diffusa conoscenza delle lingue straniere e l’incremento enorme dei viaggi internazionali hanno reso il mondo più “piccolo” e hanno creato le condizioni per una potenziale apertura di orizzonte culturale. Ciò nonostante, educati sin da bambini a guardare tutto il mondo dalla nostra prospettiva, a studiare la storia da un punto di vista nazionale o, al massimo, europeo, a pensare che quelli che crediamo essere i “nostri valori” siano naturalmente “universali”, non ci rendiamo conto che possano esistere anche altre realtà ben diverse da quelle che noi immaginiamo essere uniche. Non è solo il cittadino qualunque a negarsi una prospettiva più ampia ma ciò che è drammatico è che anche la maggior parte dei nostri intellettuali (o pseudo-tali) e, ancora peggio, dei nostri politici non riesce a immaginare che il mondo sia diverso da ciò che secoli di imperialismo politico e culturale ispano-franco-anglo-sassone hanno dipinto e continuano a fare.

    Purtroppo questo egocentrismo formativo ci induce a non considerare il pensiero e le prospettive altrui, finendo con indurci verso errori i le cui conseguenze politiche possono diventare per noi molto negative.

    Uno degli effetti che si dimostreranno sempre più contrari ai nostri interessi presenti e futuri è il rapporto con il mondo arabo. A nessuno di noi sfugge quanto sia stato, ed è, importante il rapporto con Israele, ma gli atti criminali del governo Netanyahu che noi sottovalutiamo continuando a minimizzarli e a mantenere con Tel Aviv rapporti sostanzialmente formali ci hanno alienato la simpatia di tutte le popolazioni arabe. I rapporti di Arab Barometer, un’organizzazione con sede presso la Princeton University negli Stati Uniti, a seguito di un’indagine condotta in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Marocco, Palestina, Siria e Tunisia dimostrano che la stragrande maggioranza degli intervistati hanno perso ogni fiducia in un ordine regionale guidato dall’Occidente e dagli USA in particolare. Quando le domande riguardavano quale Paese proteggesse maggiormente la libertà, la maggior parte ha scelto Cina, Iran e Russia piuttosto che un qualunque Paese occidentale. Il nostro problema non è con i governi autoritari di questi Stati che, si sa, sarebbero disposti a dimenticare ogni torto subito dai palestinesi e a non vedere i massacri compiuti dai sionisti a Gaza, nei Territori e in Libano, bensì con le loro popolazioni. Ogni governo, per quanto autoritario, è preoccupato dalla prospettiva di proteste di massa ed è limitato nelle proprie azioni dall’opinione pubblica. Una dimostrazione è che Riad era già pronta ad un accordo con Israele aderendo al Patto di Abramo ma, dopo la reazione spropositata israeliana a Gaza, ha dovuto fermarsi e rinunciare. Le politiche estere di Trump quasi ovunque in quei paesi trovano un apprezzamento popolare che mai supera il 24% e in Giordania è addirittura del solo 12%. In Egitto ben il 66% pensa che perfino Biden fosse migliore di Trump e più o meno è quanto si nota anche negli altri paesi arabi. Tra i paesi europei, solo la Spagna raccoglie un qualche consenso mentre la Cina, seguita dalla Russia, è di gran lunga preferita quasi ovunque. Perfino l’Iran, storico nemico dei governi arabi sunniti, raccoglie, salvo in Siria, una simpatia crescente. Noi ci riempiamo la bocca con la fola del “diritto internazionale” ma che sia una copertura fittizia di una nostra ipocrisia basata sul doppio standard è così chiaro all’egiziano medio (ricordiamo che l’Egitto è tra i migliori alleati degli USA tra i Paesi non-NATO) che il 58% afferma che chi meglio lo rappresenta è la Cina.

    Le cose non vanno meglio per noi in Asia, in Africa e in sud-America ove incontriamo le maggiori critiche quando affrontiamo il tema dei rapporti con la Russia. In quei Paesi non è solo l’ormai evidente “doppio standard” da noi applicato che ci viene rimproverato, ma c’è anche chi allude alla “stupidità” di noi europei che abbiamo politici totalmente asserviti a interessi americani con il risultato di distruggere le nostre economie. In particolare il riferimento è all’atteggiamento europeo nella guerra in Ucraina. Già molti pensatori occidentali importanti quali l’ex diplomatico americano George Kennan o l’australiano Owen Harris avevano avvertito, decenni orsono, che l’allargamento della NATO verso est avrebbe infine provocato una reazione russa. Il presidente brasiliano Lula Da Silva nel maggio 2022 disse pubblicamente: “Putin non avrebbe dovuto invadere l’Ucraina. Ma non è solo Putin a essere colpevole. Anche gli Stati Uniti e l’UE sono colpevoli. Qual è stata la ragione dell’invasione dell’Ucraina? NATO? Allora gli USA e l’Europa avrebbero dovuto dire: l’Ucraina non entrerà nella NATO. Questo avrebbe risolto il problema”. Oggi è ancora peggio. Trump ha capito che l’azione americana in Ucraina fu un errore e ha cercato di cambiare strada puntando a un accordo con Mosca ma i leader europei hanno cercato da subito di far fallire i suoi sforzi incoraggiando Zelensky a non scendere a compromessi per un accordo di pace. L’UE si è poi macchiata di ridicolo e perfino un noto anti-russo come il leader polacco Tusk lo ha ammesso: “500 milioni di europei stanno implorando protezione da 300 milioni di americani contro 140 milioni di russi che non sono riusciti a sconfiggere 50 milioni di ucraini per tre (oggi quattro) anni”.

    Kishore Mahbubani, un diplomatico di Singapore che rappresentò il suo Stato anche all’ONU tra il 1984 e il 1989, tra il 1998 e il 2004, fu Presidente del United Nations Security Council nel 2001 e 2002 ed è professore di geopolitica in varie università asiatiche e statunitensi, scrive: “La triste verità è che l’Occidente non sembra disposto ad ascoltare il Sud globale. I Paesi del Sud globale non condividono tutti le prospettive occidentali dominanti sull’ordine mondiale…Molti dei 3,3 miliardi di persone che non sono cinesi insieme a molti dei circa 1,5 miliardi di persone che vivono in Africa e oltre 600 milioni che vivono in America Latina, vedono la Cina e la Russia in modo diverso”. E continua: “I leader dell’UE sono rimasti per lo più in silenzio mentre Israele distruggeva Gaza. Non solo molti più civili sono morti a Gaza che in Ucraina ma le azioni militari israeliane potrebbero aver causato la morte del 5/10 percento della popolazione di Gaza prima della guerra (cita stime pubblicate su Foreign Affairs), una cifra esponenzialmente superiore al bilancio della guerra russa in Ucraina”. E aggiunge: “Nessuno rispetta un prete adultero che predica in chiesa la fedeltà coniugale. Ma è così che i leader europei sono visti nel Sud globale”.

    Oltre alla ostilità verso la Russia, l’Europa ha anche criticato la Cina per motivi “morali “(sic!) in merito a mancanza di democrazia e rispetto dei diritti umani ma si dimentica che il tanto vituperato Partito Comunista Cinese attuale (verso il quale non nutro alcuna particolare simpatia politica-N.D.A.) in quarant’anni ha portato il Paese dall’essere un produttore insignificante a livello mondiale a coprire oggi più del 30% dei beni commerciati a livello globale. Contemporaneamente va ricordato che nel 1990 il livello di povertà assoluta in Cina era stimato essere del 99,7% e oggi, secondo l’ONU, è pari allo 0%. In altre parole, oltre 800 milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema dal 1990. Come conseguenza il PCC gode di un grande rispetto e legittimità agli occhi dei cinesi e in molti Paesi asiatici. Eppure, noi continuiamo ad auspicare un “cambio di regime”! Continua Mahbubani: “(i leader occidentali) non si rendono conto di apparire perfettamente ridicoli agli occhi dell’88% della popolazione mondiale che vive fuori dall’Occidente”.

    In un suo libro (L’ultima possibilità dell’Occidente) il Presidente della Finlandia Alexander Stbb scrive: “I governi dell’Occidente globale possono mantenere la loro fiducia nella democrazia e nel mercato ma senza insistere che siano applicabili universalmente; in altri posti possono prevalere modelli differenti”.

    A proposito dell’Occidente, chiediamocelo: cosa è esattamente? O almeno: cosa è diventato? Abbiamo una cultura in comune veramente molto sentita? E qual è oggi? Ciò che veramente ci accomuna, oltre a subire una tradizione geopolitica radicata nell’imperialismo anglo-sassone, è di aver subordinato la politica all’economia e l’economia alle oligarchie finanziarie. Siamo diventati estranei a ogni spiritualità, a ogni filosofia, a ogni forma artistica. Siamo oramai alieni da ogni concetto che vada oltre il rapporto costi-benefici. E continuiamo a pensare di poter insegnare al mondo i nostri “valori”? Magari di imporli con le armi?

    La nostra totale cecità, la faziosità stupida, l’inconsapevolezza della realtà del mondo odierno è ben raffigurata dalle affermazioni idiote del pur colto Presidente francese Macron quando, mentre gli israeliani e gli americani bombardano l’Iran costui chiama il Presidente iraniano al telefono per chiedergli di “smettere di attaccare i Paesi regionali”. In altre parole gli dice che anche se i bombardamenti partono dai Paesi del Golfo senza preavviso o dichiarazioni di guerra per la seconda volta in meno di un anno, loro, gli iraniani, devono farsene una ragione e smetterla di reagire. Il meno colto Merz (forse non a caso ex dirigente di Blackrock per l’Europa), a sua volta, dimostra la piccineria intellettuale dei leader europei affermando: “Il diritto internazionale non si applica più efficacemente all’Iran…Non è il momento di fare la predica agli Stati Uniti e a Israele sulla legalità delle loro azioni…Anni di sanzioni e condanne contro Teheran non hanno prodotto risultati tangibili”. Evidentemente, non ci resta che bombardarli? O, come affermato da Trump, distruggere totalmente la loro millenaria civiltà°?

    Ci dobbiamo dunque stupire se il resto del mondo sta cominciando a prendere le distanze da noi “Occidentali” e guardare altrove?

  • La simbologia della guerra

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Dall’inizio dell’attacco Russo nella Guerra russo ucraina, l’intera Unione Europea si dichiarò favorevole ad una politica di aiuto nei confronti dell’Ucraina, adottando delle sanzioni economiche assolutamente inutili nei confronti dell’economia russa e finanziando direttamente l’esercito ucraino. Per avvalorare questa strategia attraverso la rievocazione di riferimenti storici che rendessero ancora più pesante lo scenario bellico, i sostenitori degli aiuti a Zelensky affermarono come questi fossero necessari per bloccare l’avanzata di Putin fino al Portogallo, rievocando, inoltre, la certezza che si potesse rinnovare quel modello bellico del XX secolo facendo un esplicito riferimento alla seconda guerra mondiale. Persino le più alte cariche dello Stato (*) avevano avvicinato le strategie di Putin a quelle della Germania nazista di Hitler, quindi indicando come questo rappresentasse, al pari del Fuhrer, un pericolo per la stessa sopravvivenza della vita democratica in Europa, in quanto si affermava che l’obiettivo finale del leader russo fosse rappresentato, sempre secondo gli analisti europei ed italiani, dal rovesciamento dell’equilibrio mondiale partendo dal controllo totale del continente europeo.

    Se così fosse stato, allora, e se queste fossero state le reali intenzioni del leader russo, cioè sovvertire quanto meno in Europa gli equilibri nati dal dopoguerra, proprio ora scatenerebbe l’attacco finale all’Ucraina, capitalizzando così il vantaggio strategico determinato dalla crisi mediorientale.

    L’equilibrio mondiale, invece, si dimostra, e si spera solo temporaneamente, messo a dura prova dal maggiore esponente politico della prima potenza mondiale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale non solo ha deciso di riavviare una guerra contro il regime iraniano assieme ad Israele, che altro non è se non la riattivazione della guerra dei 12 giorni del giugno 2025(**). Lo stesso presidente, trovatosi ora ancora una volta dopo le pessime esperienze in Vietnam e in Afghanistan nell’ennesimo “Pantano Vietnamita” (***), annaspa in cerca di una soluzione estemporanea.

    In altre parole, l’amministrazione americana paga il fallimento colossale dell’intelligence anche israeliana relativa alla capacità di risposta militare della teocrazia iraniana, e non avendo ora nessuna idea o strategia per uscire da questa empasse, ed in presenza di un possibile rifiuto da parte degli alleati di fornire un supporto anche solo logistico, si è dichiarata intenzionata ad abbandonare questa organizzazione internazionale di difesa.

    Il vero destabilizzatore di un equilibrio già precario non è più tanto Putin, il  quale casomai vorrebbe ricostruire la vecchia URSS e così poter tornare ai due grandi blocchi contrapposti occidentale e orientale, quanto il presidente statunitense Donald Trump, il quale ha avviato una politica di espansione che lo dovrebbe portare ad ottenere i monopolio del mercato del petrolio anche sotto il profilo logistico e che nel suo delirio narcisistico considera la sua una missione messianica appoggiata anche dagli evangelici. In questo modo sarebbe in grado di imporre la propria maniacale visione politica al mondo intero, estendendo l’area di ingerenza statunitense.

    Sarebbe carino capire se finalmente anche in Europa si sia compreso come l’interpretazione della strategia militare e politica di Putin risultasse assolutamente lontana dalla volontà di distruzione di un equilibrio e quindi assimilabile alla follia nazista, che invece rappresenta la caratteristica più evidente di quella di Donald Trump.

    (*) il Presidente della Repubblica italiana si avventurò in una simile similitudine in una dichiarazione durante una visita in Francia.

    (**) La guerra Iran-Israele, sostenuta anche dagli Stati Uniti e che viene definita come la guerra di 12 giorni, ha come data di inizio il 13 giugno 2025.

    (***) Rappresenta l’immagine di un conflitto inestricabile che logora risorse e consenso rendendo il ritiro politico e militare molto problematico

  • Gli aiuti di Seul a Kiev indispettiscono Mosca. E ora anche Volkswagen pensa di darsi alle armi

    La Russia sarà costretta ad adottare misure di ritorsione contro la Corea del Sud se quest’ultima fornirà armi al regime di Kiev. Lo ha dichiarato il viceministro degli Esteri russo Andrej Rudenko in un’intervista all’agenzia “Tass”. “Abbiamo costantemente comunicato alla controparte sudcoreana, attraverso vari canali, la posizione di principio della Russia sull’inammissibilità della partecipazione della Corea del Sud alla fornitura diretta o indiretta di armi letali al regime di Kiev, anche nell’ambito dell’iniziativa Purl. In caso contrario, le relazioni bilaterali tra Russia e Corea del Sud potrebbero essere gravemente danneggiate e saremmo costretti ad adottare misure di ritorsione. Spero che non dovremo ricorrere a tali misure”, ha affermato il viceministro degli Esteri, commentando le notizie secondo cui la Corea del Sud starebbe valutando la possibilità di partecipare al programma Purl (Prioritaised Ukraine Requirements List). “Nel costruire relazioni con Seul, teniamo conto del suo crescente avvicinamento alla Nato in ambito militare, nell’ambito del quale la Corea del Sud fornisce assistenza per il riarmo a diversi Paesi membri dell’Alleanza che a loro volta forniscono assistenza militare all’Ucraina”, ha aggiunto Rudenko.

    Il gruppo automobilistico tedesco Volkswagen valuta un possibile ingresso nel settore della produzione militare, con contatti in corso con aziende della difesa, tra cui l’israeliana Rafael Advanced Defense Systems, per la riconversione di uno stabilimento in Germania. Lo ha dichiarato l’amministratore delegato del gruppo, Oliver Blume, intervenendo a un evento organizzato dal quotidiano “Frankfurter Allgemeine Zeitung” a Francoforte. L’Ad ha spiegato che “siamo in contatto con diverse aziende della difesa” e che questa opzione “potrebbe essere una soluzione anche per Osnabrueck”. Le dichiarazioni sono state riprese dall’emittente “Al Arabiya”. Secondo quanto riferito dal quotidiano britannico “Financial Times”, Volkswagen sarebbe in trattative con Rafael per convertire parte della produzione verso componenti destinati al sistema di difesa aerea “Iron Dome”.

    Il progetto includerebbe l’adattamento di linee industriali attualmente dedicate al settore automobilistico, con un possibile avvio della produzione entro 12-18 mesi, con il sostegno del governo tedesco. L’iniziativa si inserisce in un contesto di crescente integrazione tra industria civile e difesa in Europa, accelerato dall’aumento delle spese militari e dalle tensioni geopolitiche. In questo quadro, gruppi industriali tradizionalmente attivi nel settore civile stanno valutando opportunità di diversificazione verso la produzione dual use o direttamente militare. Fondata nel 1937, Volkswagen rappresenta il principale costruttore automobilistico europeo e uno dei maggiori al mondo. Durante la Seconda guerra mondiale il gruppo fu coinvolto nella produzione di mezzi militari, per poi riconvertire completamente le proprie attività verso il settore civile nel dopoguerra.

  • Nell’anniversario del massacro di Bucha il sostegno a chi crede nella democrazia

    A quattro anni dalla strage di Bucha, dall’efferata esecuzione di centinaia di civili innocenti, la folle, sanguinosa guerra di Putin continua a mietere vittime.

    Agli ucraini, alla loro coraggiosa difesa della libertà e dell’indipendenza, ieri come oggi e domani, vada il sostegno di tutti coloro che credono nei valori della democrazia, che rispettano le leggi e i diritti umani e la totale condanna per quanti li hanno calpestati e calpestano.

  • La Russia invade l’Europa?

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Trump, impegnato in una guerra contro l’Iran che, quando e comunque finisca, rappresenta una sconfitta personale per lui e per gli Stati Uniti, ha nuovamente minacciato di voler ritirare le truppe americane da quegli Stati europei che non raggiungeranno per la difesa una spesa del 5% del proprio PIL. Probabilmente non arriverà a farlo ma, anche qualora dopo di lui fosse eletto un presidente che si mostrerà più diplomatico e meno guascone nei nostri confronti, il nostro continente non potrà più fare affidamento sicuro sull’art. 5 della NATO per garantire la nostra sicurezza in caso di guerra. Per quanto spiacevole e impopolare possa, il tempo del bengodi per noi è finito e dovremo cominciare a pensare seriamente a investire in nuovi e più completi armamenti. Dal dopoguerra, noi europei occidentali abbiamo potuto permetterci di fare solamente finta di avere eserciti nazionali in grado di difenderci nel caso di attacchi stranieri e, invece di spendere per la nostra difesa, abbiamo potuto giustamente permetterci di investire nello “stato sociale”. La nostra garanzia di sicurezza erano gli USA. Adesso saremo obbligati a spendere molto di più per le armi ma l’ideale sarebbe di farlo con gradualità e con il minimo impatto sulle spese per la sanità, l’istruzione e la previdenza di vario genere. È pure ovvio che se ci trovassimo davanti a un pericolo imminente ogni possibile gradualità sarebbe impensabile ma, nonostante quel che ci raccontano, la verità è che nessun vero pericolo ci minaccia e che nessun esercito nazionale dei Paesi europei sarebbe in grado, nemmeno se più armato e modernizzato, di sostituire la garanzia difensiva dataci fino ad ora dagli americani.

    Sgombriamo quindi il campo da facili illusioni e da grida allarmistiche lanciate volutamente da politici bugiardi e/o da produttori di armi malignamente interessati e guardiamo in faccia la realtà.

    Numero uno: fino a che non esisterà, se mai succederà, una unità politica europea ogni esercito unitario dell’Unione è impossibile. Infatti, chi dovrebbe comandarlo? Chi deciderà il suo eventuale impiego? Chi ne stabilirà l’organizzazione, la dislocazione, gli obiettivi? Se non esiste una volontà statuale politica unitaria e democratica è certo impensabile lasciare che sia un qualche generale (e di quale Paese?) a decidere autonomamente. Immaginare che l’ultima decisione spetti alla Commissione suona assurdo, se non addirittura ridicolo, vista la sua composizione (immaginate che ben tre commissari vengono dai minuscoli Paesi baltici) e la sua totale non-rispondenza alle volontà popolari. Anche immaginare che la volontà politica dipenderà da un accordo tra un piccolo gruppo di Stati e non dall’intera Unione non risolve il problema visto che, come dimostrato da tutte le crisi politiche mondiali che abbiamo affrontato recentemente, ogni Governo se ne è andato per proprio conto perseguendo, a torto o ragione, ciò che giudicava il proprio interesse nazionale. Il massimo che si potrà fare è cercare il maggiore coordinamento negli acquisti degli armamenti in modo che i vari eserciti, alla bisogna, possano avere armi interscambiabili. Anche se questo è il minimo che si debba fare nelle condizioni attuali, abbiamo dovuto costatare (ad esempio per quanto riguarda i nuovi sistemi aerei da combattimento) che, comprensibilmente, il problema sta in chi e dove quegli armamenti saranno progettati e costruiti.

    Numero due: smettano politici in malafede e giornalisti servili di ripeterci che la Russia è il nostro pericolo numero uno e che, finita la guerra in Ucraina, il suo prossimo obiettivo sarà qualche Stato europeo. Tale ipotesi è totalmente campata per aria e lo è per motivi politici, economici e anche militari.

    Innanzitutto domandiamoci per quale motivo la Russia dovrebbe attaccare Paesi che fanno oramai parte dell’Unione Europea. La Russia ha il maggior territorio del mondo e le maggiori riserve di materie prime. Cos’altro cercherebbe in Europa? Da quando Putin è al potere ogni dichiarazione e ogni azione del Cremlino ha puntato a sottolineare che il suo obiettivo è sempre stato di poter garantire la sicurezza dei propri confini e, nei limiti del possibile, poter gestire una qualche “influenza” negli Stati post-sovietici. Anche la guerra in Ucraina è stata obiettivamente motivata dal voler impedire che la NATO, già estesa ai Baltici, potesse installarsi anche sull’immensa pianura ucraina ottenendo così un facile accesso alla via per Mosca. Di là da ciò, la parte est di quel Paese, il Donbass, è stata russa da secoli e così anche la Crimea, con l’aggravante (per Mosca) che Kiev nella NATO avrebbe messo a rischio il controllo russo sulla sua principale base navale nel Mar Nero, Sebastopoli.

    Da un punto di vista strettamente economico e politico, una guerra contro un Paese dell’Unione innescherebbe delle conseguenze che diventerebbero insopportabili per Mosca. Non va dimenticato che il PIL combinato dei Paesi europei è molte volte superiore a quello della Russia e una guerra aperta provocherebbe per Mosca un isolamento economico quasi totale, una ulteriore dipendenza da pochi partner, una militarizzazione dell’economia interna con conseguente riduzione del benessere generale. La Russia in caso di un conflitto con l’Europa otterrebbe un esproprio effettivo (non solo il congelamento) dei suoi asset detenuti nel continente (più di 200 miliardi di dollari), affronterebbe sanzioni economiche ancora maggiori, la totale perdita di investimenti dall’estero e l’isolamento finanziario totale. Già per questa guerra il Cremlino ha dovuto ricorrere a un reclutamento in misura minore per non svuotare esageratamente la forza lavoro interna e per evitare la nascita di un malcontento non controllabile. Una guerra contro l’Europa comporterebbe mobilitazioni molto più ampie, perdite umane più elevate e un possibile malcontento sociale.  Dopo quattro anni di guerra la Russia ha conquistato non più di un quinto del territorio ucraino con una perdita (si stima) di circa 150.000 caduti e molti feriti. Ha persino fatto ricorso a mercenari stranieri per rimpinzare le file del suo esercito. Le difficoltà incontrate dalla Russia in Ucraina rappresentano un indicatore dei limiti operativi dell’esercito russo e del punto a cui un qualunque governo stesse a Mosca possa spingersi. È possibile immaginare che, se Putin non avesse ascoltato i suoi servizi segreti che l’avevano assicurato che a seguito di un’invasione a Kiev ci sarebbe stato un immediato colpo di stato e se avesse immaginato quanto poi successo, avrebbe pensato due volte prima di lanciare il conflitto. Il problema fu che lui e il suo staff avevano sopravvalutato la propria potenza militare e sottovalutato gli aiuti che l’Occidente aveva dato (e continuato poi) a fornire agli ucraini. La Russia resta una potenza militare significativa, ma con forti limiti militari, economici e demografici.

    Limitiamoci, comunque, a considerare l’aspetto puramente militare. La NATO ha creato nove gruppi di battaglia situati nei Paesi considerati “in prima linea”. Gli Stati Uniti ne guidano solo uno stanziato in Polonia e gli altri sono così suddivisi: in Finlandia leader è la Svezia, in Estonia la Gran Bretagna, in Slovacchia è la Spagna, in Romania la Francia, in Bulgaria l’Italia e l’Ungheria si guida da sola. In Lituania è la Germania a comandare la forza Nato e in loco ci saranno circa 500 militari tedeschi. Nel caso a Mosca si decidesse, irrazionalmente, di attaccare la Lituania, di là dal fatto che è membro NATO e della UE, lo farebbe partendo dalla Bielorussia. Vilnius sta a meno di cento chilometri dal confine ma Varsavia è a meno di 200 chilometri e così anche Riga in Lettonia e Tallin in Estonia. Le truppe americane in Polonia ammontano a circa 10.000 uomini molto ben armati. Se si attaccasse la Lituania, le truppe invasori sarebbero esposte immediatamente sul fianco sinistro che confina con la Polonia. Anche considerando un attacco di sorpresa e velocissimo, una reazione europea e americana sarebbe immediata e basterebbe che uno solo dei militari euro-americani venisse colpito per obbligare a una guerra che si estenderebbe molto di là dei soli baltici. In Lituania le difese sono state predisposte in modo da ottenere una rapidissima distruzione dei ponti chiave per i passaggi non desiderati e in Polonia come barriere difensive atte a rallentare le truppe sono state aumentate le superfici delle terre paludose e di quelle umide. È pur vero che Trump abbia spesso parlato di un disimpegno in Europa ma il suo obiettivo è di raggiungere, se ci riuscisse, un accordo con Mosca per spartirsi le zone d’influenza e l’Europa rientra sempre nei piani americani. Un attacco su quest’area sarebbe un insulto personale al presidente americano e costui non potrebbe far finta di niente. Non va dimenticata poi la realtà di Kaliningrad, exclave russa circondata da Stati, e quindi eserciti, europei che sarebbe ben presto espugnabile in caso di conflitto. Esiste, teoricamente, anche la possibilità di una guerra “ibrida” lanciata dalla Russia contro cavi sottomarini, satelliti, e con attacchi informatici fantasma ma atti di tale genere, quando identificata la provenienza, determinerebbero una uguale reazione e le capacità russe nel settore non sono certo superiori a quelle Occidentali. Infine, qualcuno ipotizza che i russi potrebbero usare armi nucleari contro l’Europa. Di là dal fatto che nonostante le difficoltà incontrate sul terreno nessuno che ne possieda le ha mai usate sino a ora, l’uso di tali armi da parte dei russi autorizzerebbe anche francesi, inglesi e americani a fare lo stesso. Con le conseguenze terribili che si possono immaginare per il mondo.

    In conclusione, a meno che a Mosca impazziscano tutti (e proprio tutti), la possibilità che la Russia attacchi Paesi europei è totalmente inverosimile poiché i costi militari, economici e politici supererebbero di gran lunga qualsiasi possibile beneficio. La si smetta dunque di sventolare fantasmi inesistenti e, se si vuole giustamente potenziare le difese militari dell’Europa, lo si faccia con buon senso e con tempi realistici.

  • Due russi della Wagner alla sbarra in Angola

    Due cittadini russi, il consulente politico Igor Ratchin e il traduttore Lev Lakshtanov, compariranno davanti a un tribunale dell’Angola con l’accusa di aver fomentato proteste antigovernative, condotto una campagna di disinformazione e tentato di interferire nelle elezioni presidenziali previste per il prossimo anno. Lo riferisce la “Bbc”, che ha ottenuto una copia del capo d’imputazione.

    I due, arrestati nell’agosto scorso, devono rispondere di undici capi d’accusa, tra cui terrorismo, spionaggio e traffico di influenze. Insieme a loro sono chiamati a processo due cittadini angolani, il giornalista sportivo Amor Carlos Tomé e l’attivista politico Francisco Oliveira, accusati di aver collaborato all’operazione. Secondo l’accusa, i due russi avrebbero agito per conto di Africa Politology, una rete opaca di operativi e funzionari dell’intelligence attiva nel continente, emersa dal disciolto gruppo Wagner, il cui fondatore Evgenij Prigozhin è morto in un incidente aereo nel 2023. La difesa nega qualsiasi legame con tale organizzazione e sostiene che i due stessero lavorando alla creazione di una “Casa della cultura russa” a Luanda.

    L’indagine s’inserisce nel contesto del progressivo allontanamento dell’Angola dalla sfera d’influenza di Mosca sotto la presidenza di Joao Lourenco, che non incontra il presidente russo Vladimir Putin dal 2019 e ha orientato il Paese verso l’Occidente. “Tutto questo riflette l’ansia russa riguardo alla direzione intrapresa dall’Angola sotto l’amministrazione Lourenco”, ha dichiarato alla “Bbc” Alex Vines, direttore del programma Africa dell’European council on foreign relations. Stando all’atto d’accusa, tra il 2024 e il 2025 gli imputati avrebbero effettuato pagamenti per oltre 24 mila dollari a giornalisti ed esperti locali per diffondere propaganda sui media angolani. Le autorità di Luanda collegano queste attività alle proteste del luglio scorso, le più violente dalla fine della guerra civile nel 2002, in cui persero la vita almeno 29 persone. Numerosi giornalisti e attivisti angolani contestano tuttavia questa lettura, sostenendo che le manifestazioni avessero cause socioeconomiche interne e che i russi possano essere stati usati come capri espiatori.

  • La morte di Navalny fu un omicidio realizzato tramite il veleno di una rana sudamericana

    Germania, Francia, Gran Bretagna, Svezia e Paesi Bassi accusano Vladimir Putin di aver ucciso l’oppositore russo Alexei Navalny, morto in un campo di prigionia nel 2024, attraverso una «rara tossina».

    «Sappiamo che lo Stato russo ha usato questa tossina letale per colpire Navalny, temendo la sua opposizione», ha dichiarato il ministero degli Esteri britannico (Londra ha segnalato Mosca all’organismo mondiale di controllo sulle armi chimiche). «L’assassinio» di Alexey Navalny è stato «provato dalla scienza», ha aggiunto Yulia Navalnaya, vedova dell’oppositore russo, durante una conferenza stampa al fianco dei ministri dei cinque Paesi europei che hanno puntato il dito ufficialmente contro Mosca.

    Respinta da Mosca come «una bufala della propaganda occidentale» – secondo quanto dichiarato all’agenzia di stampa Tass dalla portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova – l’accusa è stata formulata al termine di accertamenti condotti dai 5 Stati in base al quale la morte di Navali è risultata essere stata provocata da epibatidina, una neurotossina, uno dei veleni più letali sulla terra che si trova sulla pelle della rana freccia dell’Ecuador. I cinque Paesi affermano di basare le loro conclusioni «sull’analisi di campioni» del corpo dell’oppositore russo, morto a 47 anni mentre scontava una condanna a 19 anni di reclusione dopo essere rientrato in Russia ed essere stato subito arrestato in seguito alle cure ricevute in un ospedale di Berlino dopo essere stato avvelenato con un’altra sostanza tossica (novichock) dalla quale era stato miracolosamente salvato durante un volo, in Russia.

    «Il Cremlino è pienamente responsabile», ha affermato anche l’Alto Rappresentante della Ue, Kaja Kallas. «I mandanti sono noti a tutto il mondo, ma noi vogliamo conoscere tutti coloro che hanno partecipato a questo», ha detto, la madre dell’oppositore, Alla Abrosimova.

    Le rane freccia sono piccoli anfibi diffusi nelle foreste pluviali dell’America Centrale e Meridionale, molto pericolose a causa del loro potente veleno. Appartenenti alla famiglia delle Dendrobatidae e al genere Dendrobates, sono soprannominate “rane dal dardo velenoso” perché alcune popolazioni indigene sudamericane utilizzavano le tossine secrete dalla loro pelle per avvelenare frecce e cerbottane destinate alla caccia. Il loro veleno può causare paralisi e persino la morte se ingerito o se entra in contatto con ferite aperte. Non sono pericolose se non vengono toccate o disturbate. La loro colorazione vivace serve come avvertimento ai predatori della loro tossicità.

  • Già ora i primi vincitori e perdenti

    Ad oltre due settimane dall’inizio della guerra in Medio Oriente che gli Stati Uniti ed Israele hanno sferrato nei confronti dell’Iran si possono cominciare ad intravedere quali saranno i prossimi scenari bellici che si stanno definendo e soprattutto quali potrebbero già oggi venire definiti i primi vincitori e sconfitti del conflitto medio orientale.

    Il Pentagono, che aveva sconsigliato l’intervento bellico contro l’Iran in quanto avrebbe distolto preziose risorse militari dallo scenario principale che sarà quello che vedrà fronteggiarsi Cina e Stati Uniti per l’isola di Taiwan, sta trasferendo componenti del costoso sistema antimissile THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) e batterie Patriot dalla Corea del Sud verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

    L’obiettivo immediato è quello di rispondere alle stringenti esigenze di una immediata protezione degli Stati del Golfo determinate dalla “inaspettata” risposta della teocrazia iraniana, che di fatto ridicolizza tutte le analisi proposte al Presidente degli Stati Uniti tanto dai servizi di intelligence quanto dagli strumenti di intelligenza artificiale ampiamente utilizzati.

    Il ritiro di queste batterie rappresenta un successo diplomatico a costo zero per Xi Jinping in quanto lascia il prossimo scenario bellico dell’Indo-Pacifico temporaneamente sguarnito. Per Pechino, che punta da decenni alla riunificazione con Taiwan, la “distrazione” americana offre una finestra di opportunità tattica inestimabile tale da poterla indurre ad un anticipo dell’invasione ora ipotizzata per il 2027/28.

    Tornando quindi al punto principale, il primo vero vincitore della guerra ancora in corsa in Medioriente certamente risulta la Cina, la quale si trova protagonista all’interno di un sicuro prossimo scenario, ora privo di quelle armi tattiche da parte degli alleati occidentali che tanto l’avevano preoccupata, probabilmente inducendola fino al ora ad un rinvio dall’invasione dell’isola di Formosa.

    Contemporaneamente Taiwan si dimostra, ancor più adesso, una preda molto più facile rispetto all’inizio della guerra del Medio Oriente, in quanto il proprio primo alleato, gli Stati Uniti, è distratto dagli eventi successivi alla guerra con l’Iran che stanno mettendo in seria difficoltà la potente macchina militare statunitense.

    Taiwan rappresenta sicuramente la prima vittima di questo azzardo bellico statunitense ed israeliano programmato e realizzato con l’ausilio della AI. Questo strumento tecnologico tanto enfatizzato, analizzandolo in rapporto agli effetti degli eventi bellici e alla situazione che si sta determinando tanto in Medio Oriente quanto nello scenario dell’Indo Pacifico, si sta rivelando, se utilizzato per confermare una propria visione e non per alimentare la conoscenza, senza alcun vantaggio strategico ed operativo ma viceversa concorre ad una disfatta tecnologica e sul campo di guerra.

  • La Vicepresidente esecutiva Virkkunen e il Commissario Micallef intervengono sulla partecipazione della Russia alla Biennale d’Arte di Venezia

    Entrambi condannano fermamente la decisione della Fondazione Biennale di consentire alla Russia di riaprire il suo padiglione nazionale alla 61a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia del 2026.

    “La Commissione europea – dichiarano – è stata chiara nella sua posizione in merito alla guerra illegale di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina. La cultura promuove e salvaguarda i valori democratici, promuove il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione e non dovrebbe mai essere utilizzata come piattaforma di propaganda. Gli Stati membri, le istituzioni e le organizzazioni devono agire in linea con le sanzioni dell’UE ed evitare di fornire una piattaforma alle persone che hanno attivamente sostenuto o giustificato l’aggressione del Cremlino nei confronti dell’Ucraina. Questa decisione della Fondazione Biennale – sottolineano – non è compatibile con la risposta collettiva dell’UE alla brutale aggressione della Russia. Se la Fondazione Biennale dovesse andare avanti con la sua decisione di consentire la partecipazione della Russia, esamineremo ulteriori azioni, tra cui la sospensione o la cessazione di una sovvenzione dell’UE in corso alla Fondazione Biennale.

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