Russia

  • Le politiche di Trump e il mondo che cambia

    Il mondo è molto cambiato dopo il crollo dell’impero sovietico. In tutti gli anni novanta e nella prima decade del duemila gli Stati Uniti erano sembrati essere diventati l’unica grande potenza mondiale e ci fu persino chi ipotizzava un nuovo mondo senza più “storia” perché ogni società si sarebbe incamminata verso il sistema liberista/liberale e avrebbe avuto proprio negli USA un faro guida verso cui puntare.

    Tra molti politologi americani il dibattito verteva solo su cosa fare per garantire che l’egemonia politica, militare e culturale da loro rappresentata durasse il più a lungo possibile. Il cittadino medio del Paese a stelle e strisce in buona fede fu sempre più convinto di avere una qualche missione divina che li spingeva a illuminare tutte le altre società offrendo loro l’esempio di come dovesse essere organizzato il mondo: libero mercato senza freni in un sistema che si definiva “globalizzazione”, democrazia rappresentata da elezioni libere e confronto tra varie lobby più o meno ufficiali, rispetto dei diritti umani e glorificazione dei “diversi”.

    Quel mondo costruito dagli americani non si basava solo sull’esercizio dell’egemonia, ma su una rete di Istituzioni internazionali ufficialmente aperte a tutti (il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e via dicendo). Non era certamente un atto di beneficenza, bensì un egoismo illuminato, benché totalizzante. Nei fatti, l’impegno americano verso il multilateralismo è sempre stato ambivalente e molto selettivo. Chi vi aderiva doveva accettare le condizioni imposte, direttamente o per via traversa, da Washington.

    La narrativa dominante era comunque così pervasiva e convincente che anche al di fuori degli Stati Uniti, e in particolare in Europa, sempre più persone credettero sinceramente che al sistema “occidentale” non esistessero alternative sane e tantomeno praticabili. Ovviamente, non tutte le Organizzazioni multilaterali erano controllabili o utili per gli USA e, infatti, non aderirono mai tra l’altro alla Convenzione sulla Diversità Biologica o alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla Legge del Mare.

    Nell’interesse dei popoli arretrati, e per questo reticenti, i valori americani dovevano, se necessario, essere esportati con la forza. A dire tutta la verità, Washington da dopo la seconda guerra mondiale non aveva lesinato il tentativo di imporsi molto di frequente proprio con la forza. Di sicuro non ha mai dichiarato guerra ad alcuno, poiché gli interventi del proprio esercito sono sempre stati presentati con altre motivazioni: difesa delle democrazie, tutela di popoli oppressi, scontro contro l’oppressione comunista, guerra (pardon: lotta) al terrorismo ecc. Poco importa che la narrazione non corrispondesse alla realtà storica dei fatti.

    Negli ultimi cinquant’anni l’esercito americano ha perso decine di migliaia di soldati in varie parti del mondo, ha rovesciato o tentato di rovesciare circa cinquanta governi, in gran parte democrazie, ha bombardato in trenta nazioni, ha tentato di assassinare decine di dirigenti politici, ha interferito in elezioni democratiche sia in Paesi alleati sia in quelli considerati nemici, ha finanziato o sostenuto le repressioni contro movimenti di liberazione in oltre venti Paesi. In altre parole, gli Stati Uniti hanno predicato bene e razzolato male.

    Non c’è però da stupirsene perché questa è sempre stata la politica di ogni potenza che voleva mantenere il ruolo di supremazia che la storia in quel momento gli stava attribuendo e voleva evitare che altri, chiunque fossero, insidiassero la sua posizione dominante. Oggi si guarda a Trump come qualcuno che sta deviando dalla storia “democratica e liberale” degli Stati Uniti ma che lui sia un’eccezione è soltanto un equivoco. La differenza tra lui e i suoi predecessori sta nel modo di porsi e nella rinuncia alla pudicizia che ogni diplomazia internazionale deve praticare, e lo ha fatto, nella maggior parte dei secoli. Il perché si comporti in questo modo mettendo così a rischio narrative che erano state vincenti sino a ora, almeno tra gli “alleati”, probabilmente va cercato nel carattere guascone che lo ha sempre contraddistinto. Oppure lo si potrebbe ritrovare nel libro che scrisse nel 1987 da semplice businessman in collaborazione col giornalista Tony Schwartz: The art of the deal (L’arte della negoziazione). In quel libro suggerisce a chi vuole contrattare di violare le regole o le norme consuetudinarie fino a indignare i suoi interlocutori. Costoro si sentiranno molto meno a loro agio e quindi, pur senza volerlo, saranno disponibili a un accordo migliore di quello ottenibile altrimenti.

    Di là dal suo insopportabile e pericoloso (per gli Usa e per il mondo) comportamento, occorre però dire che Trump è stato il primo Presidente a capire che il sistema precedente non reggeva più. Gli USA avevano sottovalutato totalmente gli effetti politici ed economici della crescita della Cina del dopo Mao. Deng Xiaoping aveva volutamente imposto un basso profilo per il suo Paese dicendo che ogni cosa doveva avere il suo tempo (“Be good at maintaining a low profile; and never claim leadership”). Era però perfettamente conscio di ciò che sarebbe successo nel corso di pochi anni se la Cina avesse saputo svilupparsi senza trovare ostacoli e così è stato.

    Fu lungimirante e va ricordato che in un intervento pubblico in Mongolia nel 1987 disse:” Alcuni Paesi hanno il petrolio, noi abbiamo le terre rare”. Tali minerali, a parte il nome, non hanno alcunché di “raro”, ma per estrarne pochi grammi occorre muovere tonnellate di rocce con conseguenze ambientali e di inquinamento enormi. È per questo che i paesi occidentali hanno quasi del tutto rinunciato a lavorarle e si accontentano di importarle da chi lo fa con meno scrupoli.

    Gli americani, convinti di possedere la ricetta migliore per gestire il proprio potere nel mondo, furono coloro che spinsero anche gli europei a far entrare la Cina nel WTO. Furono loro a negoziare l’adesione di Pechino e ad aprire il loro mercato alle aziende cinesi. Fu così che consentirono alle fabbriche cinesi di diventare i fornitori del mondo, mettendo spesso in crisi le aziende autoctone. Ricordo che durante una tavola rotonda cui partecipai nel 2005, alla mia osservazione che la Cina avrebbe potuto diventare un temibile concorrente politico per gli USA, i politici americani partecipanti al dibattito mi zittirono con saccenza dicendomi che lo sviluppo economico in corso avrebbe obbligato anche il Partito Comunista ad allentare le briglie del controllo sul Paese, che sarebbe cresciuta una classe media che avrebbe imposto la democrazia. Quindi non c’era nulla da temere poiché anche la Cina si sarebbe “normalizzata”. In realtà intendevano dire che anche i cinesi avrebbero finito con l’accettare la supremazia americana. Poi però arrivò Xi Jinping.

    Mentre oggi lo sviluppo continua (seppur con alcuni problemi di carattere finanziario), il Partito non solo non molla la presa ma, anzi, la accentua utilizzando pure tutto ciò che la nuova tecnologia digitale consente di fare. Tra l’altro, tecnologia da loro portata all’estremo.

    Trump, dicevamo, lo aveva capito già nel suo primo mandato e la sua prima risposta fu di cercare di fermare lo sviluppo economico e tecnologico di Pechino. Non funzionò, e servì soltanto a obbligare Pechino a smettere con il basso profilo e lanciare la “diplomazia del lupo guerriero (Wolf warrior diplomacy)”. In questo secondo mandato, Trump ha cambiato strada. Pur continuando a rilasciare dichiarazioni aggressive e da spaccone, ora punta in tutt’altra direzione. Sa molto bene che, per ora, gli Stati Uniti sono ancora la prima potenza economica e militare del mondo ma si tratta di una forza basata su piedi d’argilla. Le avanzatissime armi possedute da marina, aviazione ed esercito statunitense necessitano, per funzionare, di tante terre rare e di minerali di cui i cinesi sono diventati quasi monopolisti. Se Pechino, come ha fatto per alcuni mesi durante il più duro e relativamente recente braccio di ferro iniziato da Trump stesso, ponesse limitazioni alla loro esportazione, gli armamenti americani non avrebbero più pezzi di ricambio e faticherebbero moltissimo a fabbricare nuovi armamenti. Va ricordato a questo proposito che, prima che gli USA entrassero in guerra contro il Giappone nel 1941, le forze armate giapponesi erano uguali o perfino più addestrate di quelle statunitensi. Furono la superiore capacità produttiva delle industrie americane dell’epoca a consentire Washington di sopravvivere e poi vincere la lunga guerra contro il Sol Levante.

    Oggi è vero il contrario: la superiorità manifatturiera cinese è enorme di fronte a un Paese de-industrializzato e gli USA, sebbene più sperimentati nei conflitti, non sarebbero in grado di affrontare, vincendola, una guerra lunga con Pechino. Solo per fare un esempio, la capacità cantieristica cinese è 200 volte superiore a quella americana. Lo stesso nella produzione di aerei e artiglieria. È anche per questo (e non solo per motivi economici) che Trump vuole re-industrializzare la propria economia. Ecco dunque il cambio di strategia.

    È inutile, oltre che troppo dispendioso, continuare a cercare di “contenere” la Russia tra l’altro gettandola nelle braccia dei cinesi. Per salvaguardare il ruolo dominante degli USA, magari un po’ meno totale ma più sicuro, è meglio fare dei patti. Con i russi dapprima e poi, se possibile, proprio con i cinesi. Ciascuno dei tre riconoscerà all’altro la propria zona d’influenza, magari negoziandola al meglio, ma comunque garantendola successivamente.

    Agli USA andrà concesso il controllo sul continente americano (l’operazione in Venezuela è forse stata pre-concordata con la Russia e le varie dichiarazioni sono solo teatro?) e sugli attuali alleati Occidentali (compreso Giappone e Corea del Sud), ai russi si lascia l’Ucraina e ciò che considerano indispensabile alla loro sicurezza, ai cinesi una parte asiatica da definirsi durante i negoziati.

    Arrivare a un tale accordo omnicomprensivo non sarà facile perché le condizioni non sono più quelle di Yalta, ma è comunque meglio e più sicuro che dover affrontare una guerra. O subire l’abbandono del dollaro dalla maggior parte degli scambi internazionali. A questo proposito, non si dimentichi che il dollaro, seppur il suo uso è in calo, rappresenta pur sempre più del 65% della valuta usata nel commercio internazionale. Fu Kissinger a concordare con i sauditi, allora il maggior esportatore di petrolio, che tutto l’oro nero scambiato nel mondo fosse prezzato e pagato in dollari e ciò obbligò tutti a dover avere riserve di quella valuta per poter effettuare i pagamenti e garantire la stabilità degli scambi (tale soluzione fu resa necessaria dopo la decisione di Nixon di disdire gli accordi di Bretton Woods, cosa che mise temporaneamente in crisi il dollaro per tutto il mondo Occidentale come valuta di riferimento). Da qualche tempo a questa parte, per vari motivi che sarebbe lungo elencare, anche i sauditi accettano pagamenti in Yuan, e così fanno, per molte transazioni, tutti i Paesi dei BRICS e quelli che hanno debiti di vario genere con Pechino. Se il dollaro venisse meno in modo drastico quale maggiore valuta di riferimento, anche l’attuale benessere dell’americano medio, sarebbe a forte rischio per una miriade di ragioni.

    Naturalmente, il mondo auspicato da Trump produce alcune incognite e conseguenze non gradite dai Paesi che ne sarebbero coinvolti. La prima delle incognite è l’India, un Paese di un miliardo e trecento milioni di persone e un’economia in (relativa) crescita.  Modi è stato, in un certo senso, obbligato ad aprire a buoni rapporti con la Cina a causa degli ultimatum americani contro il suo acquisto di petrolio russo ma le tensioni con Pechino non si possono considerare del tutto risolte, né per una questione di confine, né per i rapporti che Pechino ha con il Pakistan, acerrimo nemico di Nuova Dehli.

    Ovviamente l’India non accetterebbe mai di subire una supremazia della Cina e, come dimostrato dagli ultimi eventi, nemmeno degli Stati Uniti. L’india resta dunque un’incognita. Quanto agli effetti negativi di una spartizione del mondo tra le tre grandi potenze, chi tra gli alleati attuali ne pagherebbe maggiormente le spese sarebbero l’Europa e il Giappone. La prima ha pedissequamente seguito gli interessi americani nel cercare di “contenere” la Russia con l’allargamento della NATO dapprima e, poi, con la rottura completa dei rapporti a causa dell’Ucraina.

    Stupidamente, gli europei volevano “punire” la Russia pensando di farlo a costo zero e si sono trovati ad avere la propria economia e le proprie finanze messe in ginocchio. Non solo l’Europa è oggi obbligata a pagare gas e petrolio a prezzi dettati dagli USA, ma si è anche impegolata a dover comprare altri miliardi di dollari dai produttori di armamenti a stelle e strisce e a de-industrializzarsi per favorire la re-industrializzazione d’oltre-oceano. Oggi, con il cambio di strategia trumpiano gli europei si sentono messi in angolo e cercano di alzare la voce (vedi i “Volonterosi”) sperando di poter aver una qualche voce in capitolo nel futuro dell’Ucraina.

    Abbandonati dagli USA nella NATO, Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino minacciano di inviare loro truppe a contrastare la Russia ma nessuno crede che possano farlo davvero sia per l’ostilità delle loro stesse popolazioni, solo parzialmente istupidite dall’assillante propaganda che predica un inesistente “pericolo russo”, sia per l’evidente impossibilità di avere una macchina bellica minimamente in grado di contrapporsi a Mosca, se davvero ce ne fosse l’esigenza. Parlano di “difesa europea” sapendo bene che non esiste alcuna Europa politica: chi mai comanderebbe un ipotetico esercito europeo se anche fosse creato sulla carta? La Von der Leyen? O lo farebbero da soli i militari? E in questo caso, quali? Gli inglesi? O i francesi? I tedeschi no di sicuro perché, almeno per ora, sono (anche grazie, tra gli altri, al loro Ministro della difesa Von Der Leyen) le forze armate più scalcagnate d’Europa.

    Quello “europeo” è quindi solo un bluff e, se il piano di Trump riuscisse, tutto avverrebbe sopra le nostre teste e da pseudo-colonie, diventeremmo colonie a tutti gli effetti. Certo, se avessimo avuto politici più lungimiranti e si fossero costituiti gli Stati Uniti d’Europa in forma federale tutto sarebbe stato differente. Ma così non è stato. Quando avremmo potuto pensarci, anziché l’”allargamento” avremmo dovuto fare prima l’”approfondimento”. E solo con chi ci stava. Oggi stiamo faticando perfino ad essere non solo un nano politico ma anche un gigante economico.  Il Giappone, seppur con storia e situazione diverse, non sta molto meglio. Un accordo tra Cina e USA passerebbe anche sulle loro teste ed è per questo che stanno correndo ai ripari ri-armandosi, pur tradendo la loro stessa Costituzione. Se guardiamo a Taiwan la situazione può essere ancora peggiore. In ogni tipo di possibile accordo, Pechino non potrebbe permettersi di rinunciare al possesso dell’isola e ciò diventerebbe una conditio sine qua non per ogni esito positivo delle negoziazioni.

    Per ora dobbiamo soltanto stare a vedere e, come sta facendo la nostra Meloni, tenerci aperte quante più porte possibili.

  • Politicamente scorretto

    L’unica cosa veramente certa nella vita è che, prima o poi, si muore, non sappiamo come e quando ma l’evento è certo, per questo non capisco, se non per gli amanti del politicamente corretto, a prescindere da tutto, lo scandalo per le parole del Presidente  ucraino verso Putin.
    Certamente noi cristiani dobbiamo saper perdonare, nelle debite forme che non impediscano però il corso della giustizia e la pena conseguente e Zelensky non ho parlato di morte tramite particolari sevizie, ha semplicemente augurato a Putin quello che comunque anche allo zar, prima o poi, capiterà e cioè morire.
    Il problema, se mai, sta in chi succederà a Putin dopo la sua morte visto che al momento non sembra esserci in Russia la forza capace di dare al paese una svolta democratica, anzi vediamo intorno a Putin personaggi della sua stessa scuola priva di dimensione morale.
    Vediamo ragazzini allevati, dall’inizio della guerra, più a maneggiare il fucile che a studiare libri che comprendano la parola libertà, giustizia, rispetto degli altri, vediamo una smisurata quantità di denaro, ricavato dalle tasse delle società occidentali, cento italiane, rimaste a lavorare e produrre in Russia, usato per finanziare la guerra di aggressione contro l’Ucraina, una guerra che colpisce particolarmente la popolazione civile ed inerme. Vediamo la morte della libertà di stampa e del diritto di opinione e centinaia di migliaia di persone costrette, contro la loro volontà, ad andare a combattere e a morire in una guerra oscena per come Putin l’ha negata, iniziata, perseguita.

    Sognare, sperare la fine dei tiranni, in qualunque parte del mondo vivano, non sarà politicamente corretto ma è umanamente legittimo, quello che nel frattempo possiamo fare è sostenere in ogni modo chi difende la libertà della sua Patria e impegnarsi per il rispetto della dignità di ogni essere umano.

    La morte di Putin non risolverà nulla se non moriranno gli imperialismi, le smisurate ricerche di potere assoluto e di denaro senza fine, insomma è un’intera società, non solo in Russia, che deve cambiare partendo dagli Stati Uniti che, lo speriamo come augurio di buon anno, torni ad essere una democrazia di fatto partendo dall’abbandono del sogno di Trump di spartirsi il mondo in una nuova alleanza con Putin e la Cina.

  • L’oro, l’Africa e ancora la Wagner

    Come molti sanno, il prezzo dell’oro è salito in modo esponenziale negli ultimi mesi. L’aumento è dovuto principalmente a due fattori: la Cina da tempo sta investendo in oro e l’oro è diventata una valuta strategica anche per la Russia.

    La Russia ha una rete di miniere e traffici in Africa che le consente sia di rafforzare la propria influenza che di incrementare la propria ricchezza. E l’oro rappresenta una delle principali difese del Cremlino contro le sanzioni economiche internazionali. Sembra che Putin paghi in oro anche i droni che acquista dall’Iran e che usa contro l’Ucraina.

    A monte c’è anche la volontà, più volte espressa, di Russia e Cina di immaginare un sistema finanziario che non sia più imperniato sul dollaro americano.

    Da anni la Russia sta aumentando il suo potere in Africa, dove è stato molto attiva nel passato Prigozhin, il fondatore del gruppo mercenario Wagner morto quando il suo aereo è stato abbattuto in un misterioso incidente del 2023, l’ennesimo dei tanti ‘misteri’ del Cremlino.

    Dopo la morte di Prighozin Putin ha sostituito la Wagner con l’Africa Corp, sotto il controllo del ministero della Difesa russo. La maggior parte dei mercenari dell’Africa Corp provengono dalla Wagner e la Wagner stessa, visto che l’Africa Corp non ha raggiunto il numero di uomini previsto, torna in auge nel 2024 col nome Wagner Legion Istra, anch’essa ufficialmente sotto il controllo del ministero della Difesa russo ma in effetti gestita dai comandanti della prima Wagner e ancora legatissimi a Prigozhin, diventato un simbolo.

    Nella Repubblica Centroafricana hanno costruito un impero economico. Mosca investe molte risorse per rivolgersi anche ai giovani e instradarli verso il sistema di pensiero russo contro quella che viene definita disinformazione occidentale. Nella Repubblica Centroafricana è stato eretto un monumento a Prigozhin e a Utkin.

    L’Africa Corp non rispetta il diritto internazionale e in più Stati sostiene governi sanguinari o gruppi rivoluzionari.

    Raramente accade che pur andando bene, complessivamente, il mercato azionario, l’oro abbia una così forte escalation. Da sempre infatti l’oro è considerato un bene rifugio. Ma coi programmi del presidente cinese e dello zar russo l’oro non è più solo una riserva strategica di Stato ma è divenuto anche lo strumento per questi “imperatori” per portare avanti affari poco puliti e per aggirare sanzioni ed ufficialità.

    Prigozhin, poi, sarà veramente morto?

     

  • L’Ucraina non può aspettare

    I “Grandi”, veri o convinti di esserlo, ormai disquisiscono, da giorni, sugli ipotetici punti che dovrebbero portare una pace, giusta e durevole, in Ucraina.

    Nel frattempo qualche vero o presunto scandalo, tra alcuni personaggi a Kiev, e la certezza, consolidata da più prove, che il mediatore di Trump con Putin è più amico di Putin e più interessato ai reciproci business che a quello che invece preoccupa il mondo civile, quello che non ha il denaro ma la giustizia come obiettivo, e cioè la pace giusta, occupano articoli e non portano certo a notizie rassicuranti.

    Noi possiamo fare ben poco oltre a continuare a scrivere, come sempre, la realtà, la realtà perché la verità la manipolano, inventano, modificano i potenti ed i loro servi.

    La Russia di Putin ha attaccato l’Ucraina, un Paese indipendente e sovrano, dopo aver dichiarato, parole di Putin, fino al giorno prima che non ci sarebbe stata nessuna invasione.

    L’invasione è stata fatta in spregio ad ogni regola internazionale, grazie a Putin non esiste più un diritto comune che regolamenti, almeno in parte, i rapporti tra gli Stati. Ora chiunque potrebbe attaccare chiunque perché l’unico diritto è quello della forza.

    La prima notte di guerra l’esercito di Putin ha cercato, senza riuscirci, di conquistare la capitale, Kiev e di uccidere il presidente Zelensky.

    Gli ucraini hanno invece respinto il proditorio attacco russo.

    Potenze alleate hanno offerto a Zelensky di rifugiarsi all’estero e il presidente invece è rimasto al fianco del suo popolo organizzando la controffensiva.

    Da ormai quattro anni l’ucraina resiste all’immensa potenza dello zar Putin che, per cercare di vincere quella che ha chiamato operazione speciale e non guerra, ha usato mercenari, arruolato assassini e detenuti nelle carceri, reclutato uomini disperati per la miseria delle regioni più lontane, ha siglato un accordo con un pazzo irresponsabile come Kim Jong-un mandando al massacro migliaia di ignari coreani.

    Quella che Putin riteneva poco più di una passeggiata si è rivelata una guerra sanguinosa dove centinaia di migliaia di russi sono morti, migliaia di civili ucraini sono stati uccisi, migliaia di bambini rapiti, distrutte città e interi territori che non saranno più coltivabili per anni dopo l’inquinamento di proiettili  e la presenza di mine antiuomo, il granaio d’Europa e  dell’Africa è stato in parte distrutto dalla sciagurata smania di grandezza di un dittatore sanguinario che per la sua gloria ha distrutto parte del suo stesso popolo.

    Gli alleati europei, pur con lodevoli intenzioni, non sono stati all’altezza del loro compito, l’Unione non ha abbastanza credibilità né verso la Russia né verso gli Stati Uniti perché è priva di una politica comune di difesa e di progetto ad ampio respiro, non è sufficiente allargare l’Unione ad altri paesi per crearne un interlocutore credibile nel mondo.

    Gli Stati Uniti, nell’era Trump, stanno vivendo il periodo più basso della loro democrazia sia all’interno che verso il mondo e gli alleati, la decisione di Trump di non dare più armi all’Ucraina, se non vendendole alla Nato che a sua volta le vende agli alleati europei, è un sistema per non andare in rotta di collisione con Putin, al quale è legato da intricati sentimenti di invidia ed ammirazione, e di guadagnare sulle disgrazie altrui.

    Intanto si parla di pace, una pace che, secondo Trump passa dal presupposto di cedere all’invasore russo intere regioni ucraine e nel rendere l’Ucraina e, di conseguenza l’Europa, sempre più debole e dipendente da interessi stranieri.

    Non è certo una novità che a nessuna delle tre grandi potenze Stati Uniti, Grande Russia e Cina, dà molto fastidio l’ipotesi di doversi confrontare con una quarta potenza, l’Europa, mentre anche altri paesi, come l’India, stanno avanzando per chiedere il loro posto nello scacchiere politico ed economico internazionale.

    Rendere più piccola e più ininfluente ed indifesa l’Ucraina è una strategia comune a Trump ed a Putin per rendere l’Europa sempre meno in grado di competere con le altre potenze, prima gli europei, popoli e leader, lo capiranno e meglio sarà ma ormai temiamo che i tempi siano troppo ridotti e l’Ucraina non può aspettare.

  • L’era del diritto del più forte

    Il presidente Zelensky ha detto agli ucraini che si è di fronte ad una scelta: o la propria dignità, e perciò la sovranità, l’indipendenza e la libertà, come il diritto internazionale dovrebbe garantire ad ogni nazione, o il rapporto con il più importante alleato e cioè gli Stati Uniti di Trump.

    Il presidente americano non si è invece posto il problema, la dignità e la libertà altrui non gli interessano teso, come è, a tessere rapporti economici e strategie politiche che non badano ai diritti, anche se sovranazionali, perché, come è ormai chiaro a tutti, siamo tornati all’epoca del diritto del più forte.

    Putin ha da sempre rappresentato per Trump, oltre a vari tipi di interessi, anche per il coinvolgimento nello scacchiere internazionale del convitato di pietra, la Cina di Xi Jinping, l‘incarnazione di un sogno per lui irrealizzabile, almeno al momento, essere libero dai condizionamenti dei cittadini e delle altre istituzioni.

    Putin è l’uomo che non deve chiedere mai, come nella pubblicità, è il cavaliere a torso nudo, il combattente delle arti marziali, colui che si bagna in acque gelide e che comanda, imperturbabile, la grande Russia da 25 anni.

    Presidente, primo ministro, ancora presidente, l’uomo capace di piegare, modificare le leggi a suo piacimento, il nuovo zar che, con il suo sodale Kyrill, fa per tre volte il segno della croce accendendo candele, tra i fumi dell’incenso ed i canti religiosi, mentre ordina ai suoi di bombardare civili e bambini o di inscenare l’ennesimo finto suicidio di un suo ex compagno di manovre miliardarie.

    Cosa dire agli ucraini, ormai vicini all’abbandono da parte del maggiore alleato, sostenuti in modo troppo blando da un’Europa incapace di comprendere come oggi, sul campo di battaglia e su quelle delle trattative, per una auspicabile fine della guerra, ci sia il destino di ciascuno, non solo dell’Ucraina: il paracadute americano non c’è più, dobbiamo fare da soli ed i ‘volonterosi’ sono ancora troppo pochi e forse anche un po’ troppo titubanti.

    Cosa dire ad un’Unione Europea, con più abitanti degli Stati Uniti, priva di peso politico e militare, per la volontà dei suoi leader vecchi dentro, legati a concetti ottocenteschi, che non difendono, come credono, ingannandosi vicendevolmente, la vera integrità culturale e morale delle singole nazioni ma invece impediscono la nascita ed il consolidamento di una realtà autenticamente occidentale?

    L’Occidente deve trovare una strada per la pace tra Russia ed Ucraina, ma la pace non può nascere da un accodo che rappresenti la sconfitta dell’aggredito, delle leggi internazionali, ed il trionfo dell’aggressore.

    Se Trump e gli europei lo capiranno ci sarà la possibilità di trovare soluzioni, altrimenti la sconfitta dell’Ucraina, la sua perdita di sovranità e di vera indipendenza, significherà avere aperto la strada ad un mondo nel quale solo la forza avrà voce in capitolo.

    Ed in questo nuovo mondo tutto diventerà possibile, tra intelligenza artificiale, strumenti atomici per la guerra e violazione dei diritti lo scenario diventa non di fantapolitica ma di agghiacciante realtà.

  • La pace non passa dalla violenza

    Siamo sempre stati, nel corso dei decenni e nel presente vicini ad Israele condannando in modo chiaro coloro che, in un modo o nell’altro, sono stati, consapevolmente o meno, supporter di Hamas.

    Temiamo e combattiamo, per quanto è il nostro ruolo, il pericolo di un terrorismo e di un antisemitismo che è diventato più diffuso e continuiamo a credere che per rendere giustizia ai tanti morti innocenti la strada per la pace e la convivenza non possa che passare dalla consegna delle armi di Hamas e dalla punizione dei colpevoli.

    Detto questo siamo anche fermi nella condanna di quei coloni che distruggono le case e gli uliveti tradendo, nell’abbattere e bruciare gli alberi, anche il lavoro dei primi pionieri israeliani che impiegheranno la loro vita per rendere coltivabile un terreno arido e difficile.

    La pace, il diritto alla propria sicurezza, non può passare dalla violenza contro inermi e dalla distruzione delle piante di ulivo.

  • Un tatuaggio nel cuore

    All’ambasciata russa non è piaciuto il tatuaggio della bandiera ucraina che Calenda si è fatto per testimoniare la sua vicinanza al coraggioso popolo ucraino che si oppone, con tutte le forze, alla guerra di invasione russa.

    Non amo particolarmente i tatuaggi ma, in questo caso, penso che Calenda abbia compiuto un atto simbolico rilevante ed apprezzo la sua decisione, il suo gesto, augurandomi che sia di esempio e stimolo ad imitarlo per coloro che ai tatuaggi sono abituati.

    All’ambasciatore russo, che vive nei privilegi del suo incarico nella città eterna, ricordo che a molti di noi non sono invece piaciute le parole della Zakarova che ci augurava di finire tra le macerie, i delitti e le stragi del suo presidente Putin, i rapimenti dei bambini ucraini e la distruzione di scuole, ospedali, infrastrutture civili per la luce ed il riscaldamento.

    In tanti abbiamo amato le opere dei grandi artisti russi, abbiamo sofferto per le privazioni e le deportazioni che il popolo russo ha subito negli anni bui dello stalinismo e del comunismo, arrivato fino al 1989, ed auguriamo al popolo russo di ritrovare presto la libertà in ogni campo.

    In tanti soffriamo ancora pensando a quanti milioni di russi non conoscano la libertà di stampa e di espressione, ancora oggi, in quanti sono stati mandati inutilmente a morire combattendo contro una nazione sovrana e indipendente, nella quale le persone erano e sono libere, solo per dare a Putin l’ebrezza di sentirsi più potente, potente come uno zar.

    All’ambasciatore russo diciamo in modo chiaro che, anche se non ci siamo fatti un tatuaggio sulla pelle, il tatuaggio l’abbiamo nel cuore e nell’anima, Putin è un sanguinario massacratore di civili, chi lo sostiene ed asseconda un suo servo, saremo sempre e sempre di più con l’Ucraina, costi quel che costi perché con Putin ed i suoi servi od alleati non c’è Dio, non c è pace, libertà e giustizia.

  • Ne trarremo le conseguenze

    Immagino che l’ambasciatore russo, convocato alla Farnesina, non si sia sentito andare il latte alle ginocchia per la preoccupazione visto che sa bene come il suo zar abbia in Italia fieri ed indefessi sostenitori, nonostante tutte le nefandezze che compie ogni giorno ed ogni notte in Ucraina.

    Certo la convocazione dell’ambasciatore ha un valore simbolico, meno simbolica la dichiarazione che ha fatto Salvini, dopo le parole disgustose della portavoce del ministero degli Esteri di Putin, che ha tenuto a precisare che non si può continuare a sostenere Kiev, sembra un messaggio allo zar del quale fu già sostenitore.

    Con buona pace della Zokharova, non è un errore di battitura, la torre dei Conti, dopo più di mille anni, terremoti, guerre, invasioni, cambiamenti climatici etc etc, è sempre stata su, l’incuria l’aveva salvata poi, con i soldi che nessuno ha dato a Kiev per toglierli agli italiani, si è pensato di ristrutturarla ed è crollata.

    Si accerteranno cause e responsabilità nella speranza, ogni volta che si procederà ad un nuovo restauro di un monumento, che verifiche, competenze, misure di sicurezza siano studiate prima degli interventi, per salvare la vita degli operatori e per evitare che i monumenti crollino.

    Comunque la Zokharova si metta il cuore in pace, l’Italia ha così tanti monumenti che neppure tutte le speranzose maledizioni sue e del suo capo e la possibile imperizia di qualche impresario ci potranno ridurre in macerie, se poi minaccia la guerra, che per altro è già in parte in atto con gli attacchi informatici ed i droni vaganti, ne trarremo le conseguenze.

  • Taci il nemico ti ascolta

    Qualcuno, ingenuamente, nella migliore delle ipotesi, anche e soprattutto in Italia, dava per finita la Wagner dopo la morte, vera o presunta, di Prigozhin, caduto, misteriosamente, con il suo l’aereo mentre si dirigeva verso Mosca.

    In questi mesi gli uomini della Wagner non solo hanno continuato a combattere, sia in Ucraina che in altri paesi, specie africani, utilizzando in gran parte altre sigle di identificazione, ma hanno anche colpito e incendiato nel Regno Unito, a Londra, il luogo dove erano tenuti gli aiuti per l’Ucraina e, un po’ in tutta Europa, si sono organizzati per operazioni di sabotaggio o di supporto in varie forme, hackeraggio compreso, alla guerra di Putin e alla Federazione Russa.

    Sei sono i britannici che sono stati coinvolti per il sabotaggio al magazzino di aiuti per l’Ucraina, uno di questi è stato condannato a diciassette anni e la sua barba, come si evince dalla fotografia, potrebbe far pensare anche a collegamenti con gruppi estremisti islamici, d’altra parte è abbastanza noto che i gruppi terroristi hanno diversi tipi di rapporti  tra di loro, come avviene per le organizzazioni criminali, sappiamo, ad esempio, che la mafia albanese e la ‘ndrangheta collaborano sistematicamente.

    Con buona pace di certa politica italiana, Lega compresa, la vigilanza in Europa deve essere a tutto campo ed ogni euro speso oggi, per migliorare ed adeguare la nostra sicurezza, è la salvezza per noi tutti e per le future generazioni.

    Occorre anche una vigilanza costante di tutti, infatti ognuno di noi, anche inconsapevolmente, può divulgare propri dati sensibili fidandosi di persone o di attrezzature informatiche, è necessario essere sempre molto attenti perché gli errori di qualcuno possono avere ripercussioni pericolose, nocive, per la stessa sicurezza dell’Italia.

    In una situazione di incertezza e confusione, con diversi tipi di terrorismo, di informazione falsa e fuorviante e di controinformazione, forse è il momento di attualizzare il vecchi monito “taci il nemico ti ascolta” e di ricordare ad alleati ed avversari che ogni dichiarazione benevola verso Putin, ogni rallentamento nell’invio di aiuti, è una forma palese di complicità ai suoi molti delitti.

  • L’Etiopia punta su Mosca e Pechino per svilupparsi

    In un momento di forte instabilità finanziaria interna e di crescente isolamento dai tradizionali partner occidentali, l’Etiopia sembra aver scelto una traiettoria sempre più orientata verso Est. Il Paese del Corno d’Africa, specie dall’avvento al potere del primo ministro Abiy Ahmed, ha infatti rafforzato in modo deciso i suoi legami con due potenze globali: la Cina, da una parte, e la Russia, dall’altra. Se Pechino è diventata il primo interlocutore di Addis Abeba per quanto riguarda le questioni economiche e commerciali, Mosca si propone come partner strategico nel trasferimento tecnologico, sostenendo l’ingresso dell’Etiopia nell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) e investendo nel settore energetico ad alto valore aggiunto. Una strategia, quella etiope, che risponde all’esigenza di superare l’attuale crisi economica interna, ma che costituisce anche una precisa scelta geopolitica che potrebbe ridefinire il ruolo dell’Etiopia nel contesto africano e internazionale. È in questo contesto che il governo di Addis Abeba ha avviato negoziati con la Cina per convertire una parte del suo debito di oltre 5,3 miliardi di dollari in prestiti denominati in yuan. Ad annunciarlo è stato il governatore della Banca centrale etiope (Nbe), Eyob Tekalign, che in un’intervista rilasciata a “Bloomberg” ha definito Pechino “un partner molto importante” per il Paese dell’Africa orientale. “Il volume degli scambi e degli investimenti è in crescita”, ha detto Eyob, “quindi ha davvero senso organizzare uno swap (scambio) valutario, anche in termini di conversione”.

    Il governatore ha ammesso che si tratta di una strategia ancora “in fase di elaborazione”, ma ha confermato l’invio di una richiesta ufficiale di colloqui a Pechino su cui le due parti “stanno lavorando”. Il governatore ha inoltre dichiarato che sono in corso trattative con l’Export-Import Bank of China e la People’s Bank of China (Pbc) in tal senso. Dopo la sua nomina a governatore della Nbe, del resto, Eyob Tekalign ha fatto della Cina la sua prima destinazione ufficiale, effettuando una missione a capo di una delegazione di alto livello volta a far avanzare i colloqui sulla ristrutturazione del debito e rafforzare la cooperazione economica. Durante le recenti riunioni annuali della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale (Fmi), Eyob ha avuto anche dei colloqui bilaterali con il governatore della Banca popolare cinese (Pbc), Pan Gongsheng, incentrati sul rafforzamento della cooperazione finanziaria tra Etiopia e Cina. Gli incontri hanno fatto seguito all’accordo di ristrutturazione del debito recentemente concluso con il Comitato ufficiale dei creditori, copresieduto da Cina e Francia, con l’obiettivo di accelerare il processo di ristrutturazione del debito etiope. Se i negoziati dovessero andare in porto, l’Etiopia sarebbe il secondo Paese africano dopo il Kenya a rivolgersi a Pechino per convertire parte del suo debito in prestiti denominati in yuan. Accordi simili sono già stati stipulati da Sri Lanka e Ungheria.

    Nonostante le continue problematiche legate al debito, i titoli di Stato dell’Etiopia hanno recentemente raggiunto il livello più alto dal 2021. La scorsa settimana l’agenzia Fitch ha confermato il rating di default a lungo termine dell’Etiopia a “Restricted Default”, citando il persistente default del suo Eurobond e di altri debiti esteri commerciali. Fitch ha osservato che il governo sta cercando di ristrutturare circa 15 miliardi di dollari di debito estero e ha compiuto “notevoli progressi” nelle riforme macroeconomiche, tra cui la liberalizzazione del tasso di cambio e il controllo dell’inflazione. In questo quadro, nel luglio scorso l’Etiopia ha siglato un memorandum d’intesa con i creditori ufficiali per un alleggerimento del debito di 2,5 miliardi di dollari fino al 2028, con accordi bilaterali – compresi quelli con la Cina – attualmente in fase di finalizzazione. I colloqui sul debito in Etiopia si svolgono tuttavia in un contesto di prolungata incertezza finanziaria per il Paese africano. Il governo etiope ha infatti annunciato la scorsa settimana che i negoziati con gli obbligazionisti si sono arenati a causa di disaccordi su questioni chiave. Nonostante la situazione di stallo, le autorità di Addis Abeba hanno affermato che sono stati compiuti “progressi sostanziali” e si sono espresse ottimiste sulla ripresa dei colloqui “nel prossimo futuro”.

    L’Etiopia è stata dichiarata formalmente in default nel dicembre 2023, diventando nel giro di tre anni il terzo Paese del continente, dopo Zambia e Ghana, a essere insolvente sul suo debito estero. Le autorità di Addis Abeba non hanno allora saldato una cedola da 33 milioni di dollari richiesta per il suo unico titolo di Stato internazionale, un Eurobond da un miliardo di dollari. Già in precedenza le autorità etiopi avevano annunciato l’intenzione di dichiarare il default come conseguenza della crisi generata dalla pandemia di Covid-19 e dalla dispendiosa guerra di due anni condotta nel Tigrè, conclusa nel novembre 2022. La dichiarazione di insolvenza aveva determinato un declassamento da parte delle agenzie di rating del credito, a partire da Fitch, che ha rivisto al ribasso il suo giudizio da “CC” a “C”. A seguire, anche S&P Global Ratings ha declassato il Paese, inserendolo nella categoria “default” in quanto inadempiente sui suoi obblighi di pagamento, provocando il crollo in borsa dell’Eurobond etiope.

    La situazione estremamente delicata in cui versa l’economia etiope, del resto, spinge il governo del primo ministro Abiy Ahmed a cercare nuovi partner economici e commerciali. Così, parallelamente ai colloqui in corso con Pechino, Addis Abeba guarda in maniera crescente all’altra potenza orientale: la Russia. È in questo contesto che rientra la recente visita ufficiale di due giorni effettuata a Mosca dal ministro degli Esteri etiope Gedion Timothewos, che nel suo primo giorno di visita Gedion ha incontrato il ministro dello Sviluppo economico della Federazione Russa, nonché co-presidente della Commissione intergovernativa etiope-russa per la cooperazione economica, scientifica e tecnica e il commercio, Maksim Reshetnikov Gennadievich, con il quale ha discusso dell’importanza di rafforzare ulteriormente le relazioni di lunga data e multiformi tra Etiopia e Russia. Un incontro durante il quale, secondo quanto riferito in una nota del ministero degli Esteri di Addis Abeba, il ministro Reshetnikov ha ribadito il pieno sostegno della Russia all’adesione dell’Etiopia all’Omc. Il capo della diplomazia etiope ha inoltre tenuto colloqui con alti funzionari di Rosatom, la Società statale russa per l’energia atomica, e di altre agenzie competenti per esplorare modalità per migliorare la cooperazione bilaterale nei settori energetico e tecnologico.

    L’Etiopia e la Russia hanno recentemente formalizzato un piano d’azione per promuovere lo sviluppo di un progetto di energia nucleare in Etiopia, nell’ambito di una più ampia tabella di marcia per la cooperazione discussa durante la visita del primo ministro Abiy Ahmed a Mosca, il mese scorso. L’accordo è stato stipulato il 25 settembre scorso tra Alekseij Likhachev, direttore generale di Rosatom, e il ministro Gedion Timothewos, e delinea le misure concrete per la cooperazione tra Rosatom e l’Ethiopian Electric Power Corporation (Eepc) per la realizzazione di una centrale nucleare in Etiopia. In quel frangente, entrambe le parti hanno anche sottolineato la volontà di promuovere la cooperazione in materia di energia e infrastrutture, come già affermato nell’accordo intergovernativo del 2017 sulla cooperazione nell’uso pacifico dell’energia nucleare. È in questo contesto che, lo scorso 14 ottobre, il governo etiope ha approvato l’istituzione di una commissione parlamentare per l’energia nucleare, che sarà guidata dal capo di gabinetto del primo ministro Abiy Ahmed, Sandokan Debbebe.

    La commissione, nelle intenzioni del governo, avrà il compito di “guidare e coordinare l’uso pacifico della tecnologia nucleare” da parte dell’Etiopia, secondo gli standard internazionali. Il mandato prevede la supervisione dell’applicazione della scienza nucleare in settori chiave come la produzione di energia elettrica, lo sviluppo industriale, la sicurezza alimentare, l’assistenza sanitaria, la ricerca scientifica e l’innovazione. L’istituzione della commissione rappresenta un ulteriore segno della volontà del primo ministro Abiy Ahmed di investire sull’energia nucleare. In occasione dell’inaugurazione della Grande diga della rinascita etiope (Gerd), lo scorso 9 settembre, il premier etiope aveva annunciato investimenti per 30 miliardi di dollari in un progetto che prevede la costruzione di due centrali nucleari, da realizzare fra il 2032 e il 2034, entrambe con una capacità di circa 1.200 megawatt (Mw). Oltre al progetto nucleare, l’Etiopia mira a costruire una raffineria di petrolio, un impianto di gas e un nuovo grande aeroporto.

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