Russia

  • La Ue sanziona i mercenari russi della brigata Wagner

    “L’Ue è unita nel sostenere la sovranità e l’integrità dell’Ucraina”. Nell’ultimo Consiglio Affari Esteri dell’anno sono il dossier Kiev e lo spettro dell’invasione russa, a tenere banco tra i ministri degli esteri europei. Ed emerge un filo rosso che unirà i prossimi step di Bruxelles, che l’Alto Rappresentante per la Politica Estera, Josep Borrell, ha riassunto così: “Ci auguriamo il meglio e ci prepariamo al peggio”. Di fatto, nelle prossime settimane l’Ue manterrà un approccio graduale, puntando alla dissuasione e al lavorio diplomatico. Nel frattempo, però, un passo lo ha fatto, approvando all’unanimità un pacchetto di sanzioni per i mercenari russi della Wagner. Fautori di “azioni destabilizzanti” in Libia, Siria e, appunto, in Ucraina.

    Le sanzioni consistono nel divieto di viaggiare in Ue e nel congelamento dei beni che si trovano nel vecchio continente non solo per l’agenzia paramilitare finanziata dal ‘cuoco’ di Putin, l’oligarca Yevgeny Prigozhin, ma anche per otto persone fisiche e tre società legate al gruppo. Oltre a questo, però, l’Ue non è andata, aspettando che ad esprimersi sul dossier siano i leader, al Consiglio Ue di giovedì.

    La “determinazione” di Bruxelles è affidata all’ipotesi, più volte ventilata, di pesanti sanzioni economiche nei confronti di Mosca se davvero si concretizzerà un attacco all’Ucraina. “Qualsiasi aggressione contro avrà un costo elevato per la Russia”, ha assicurato Borrell prima di vedere i titolari delle diplomazie europee, Luigi Di Maio incluso. Sul dossier irrompe anche il nuovo corso della Germania, meno ‘morbida’ con Mosca. “Il Nord Stream 2 è sospeso perché non soddisfa i requisiti del diritto europeo e permangono altre questioni legate alla sua costruzione”, ha sottolineato la neo-ministra degli Esteri Annalena Baerbock nel giorno in cui, tra l’altro, Minsk ha minacciato di tagliare il gas all’Europa “se costretta”.

    La riunione dell’Europa Builging è giunta una manciata d’ore dopo il G7 dei ministri degli Esteri. Le posizioni, superficialmente, sembrano convergere. Ma fonti diplomatiche europee spiegano come l’approccio degli Usa e quello dell’Ue in realtà divergano sensibilmente. Washington ha aperto un canale di dialogo con Mosca sostanzialmente su 3 temi: il controllo degli armamenti, la cybersecurity e la reciproca limitazione imposta alle sedi diplomatiche. Il ventaglio di temi con cui Bruxelles dialoga con la Russia, spiegano le stesse fonti, è più ampio. E nei corridoi delle istituzioni europee c’è una duplice convinzione: da un lato quella di non credere che Mosca, alla fine, invaderà davvero l’Ucraina; dall’altro il considerare l’imminente attacco russo quasi come un cavallo di battaglia portato avanti dagli Usa per alzare la posta dell’interlocuzione con Putin.

    Dal canto suo, il Cremlino ha annunciato che in settimana consegnerà agli Usa le proposte sulle garanzie di sicurezza. Proposte che puntano i fari soprattutto sul ruolo della Nato. Il ministero degli Esteri russo (Mid) ha infatti ricordato che i Paesi della Nato hanno “obblighi” relativi alla sicurezza nell’area euro-atlantica e nell’intero spazio Osce. Secondo il Mid “in violazione del principio della sicurezza indivisibile, la Nato ha continuato a muoversi verso est trascurando le preoccupazioni di Mosca”. Nel mirino c’è l’avvicinamento di Ucraina e Georgia all’Alleanza, punto sul quale l’Ue è tutt’altro che sorda ai timori della Russia. Anche per questo, Bruxelles non accelera. Mercoledì, nel vertice del Partenariato Orientale, i leader europei ribadiranno il pieno sostegno a Ucraina, Moldova, Georgia, Armenia e Azerbaigian (la Bielorussia ha sospeso gli accordi), in particolare ai primi 3, considerati più avanti nel percorso di riforme. Ma a chi gli chiedeva se l’Unione vuole “armare” Kiev Borrell ha frenato: “Abbiamo garantito 35 milioni per la logistica ma l’obiettivo è la deterrenza, evitare una crisi militare”. Su questo, il consenso europeo è concreto. Come concreta è la divisione sulla scelta del boicottaggio diplomatico per le Olimpiadi invernali cinesi. “Non ne abbiamo discusso”, ha tagliato corto Borrell.

  • Mosca abbatte satellite con un razzo e desta l’ira degli Usa

    Prove di ‘guerre spaziali’ per la Russia e di rimando ira degli Usa. Mosca lunedì 15 novembre ha condotto un test missilistico terra-spazio in cui ha abbattuto “con successo” un satellite di era sovietica, lo Tselina-D. Prima però che il ministero della Difesa annunciasse il risultato del test, Washington ha accusato la Russia di aver creato una pericolosissima nuvola di detriti, tanto da aver costretto gli astronauti presenti sulla Stazione Spaziale Internazionale (Iss) a cercare rifugio nel modulo Soyuz fino al cessato allarme.

    “Il test ha generato finora più di 1.500 frammenti orbitali tracciabili e centinaia di migliaia di pezzi di detriti orbitali più piccoli che ora minacciano gli interessi di tutte le nazioni”, ha tuonato il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price. A fargli eco il capo della Nasa Bill Nelson. “Con la sua lunga e blasonata storia nel volo spaziale umano, è impensabile che la Russia metta in pericolo non solo gli astronauti americani e internazionali sulla Iss ma anche i propri cosmonauti, così come i ‘taikonauti’ cinesi a bordo della stazione spaziale cinese”, ha detto in una dichiarazione. Price ha descritto la mossa russa come “pericolosa e irresponsabile” e tutto ciò dimostra quanto “le affermazioni russe di volersi opporre all’armamento dello spazio sono false e ipocrite”.

    Le accuse però sono state nettamente smentite da tutte le autorità russe. A ribattere con la stessa moneta è stato il ministro degli Esteri Serghei Lavrov. “Affermare che la Federazione Russa crei rischi alle attività di natura pacifica dello spazio è quantomeno un’ipocrisia”, ha dichiarato. Washington ha esortato Mosca “a sviluppare norme universali di esplorazione spaziale”, ha ricordato Lavrov, “tuttavia, per qualche ragione, ignora per anni l’iniziativa di Russia e Cina sulla stesura di un trattato per prevenire una corsa agli armamenti nello spazio”. Il punto, dunque, è sempre lo stesso: gli scatti in avanti nello sviluppare nuove tecnologie offensive. Il Cremlino ha duramente criticato la creazione (decisa da Donald Trump) della ‘Space Force’ americana. E ad un’azione, in questi casi, corrisponde sempre una reazione.

    Il test di Mosca andrebbe dunque letto in quest’ottica: non restare indietro e al tempo stesso mandare un messaggio. “Gli Stati Uniti sanno bene che i frammenti creati in seguito al test missilistico, in termini di parametri dell’orbita, non hanno rappresentato e non rappresenteranno alcuna minaccia per le stazioni orbitali, i satelliti e l’attività spaziale”, ha ribadito il ministero della Difesa in una nota. Per la Nato, rassicurazioni vuote. Il test è stato infatti bollato come un “atto sconsiderato”. “Questo dimostra che la Russia sta sviluppando nuove armi che possono abbattere satelliti”, ha notato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg. Il messaggio, insomma, è arrivato forte e chiaro.

     

     

  • Regime change in Afghanistan increases investment risk for Russia, Central Asia

    Investment opportunities will depend entirely on Taliban governance

    Taliban’s takeover of Afghanistan has sparked fears of extremism, Chris Weafer, co-founder of Macro-Advisory in Moscow, wrote in a note to investors.

    “Moscow’s long-standing fear of instability on its southern borders is the primary factor in its calculations with Kabul. That depends on the ability of the Central Asian nations bordering Afghanistan — Turkmenistan, Uzbekistan, and Tajikistan – to defend their borders and keep radical Islamic fighters, such as ISIL, and extremist ideology, from destabilizing their own societies,” Weafer said, adding that all three border states have had previous experience of extremist attacks and fear such episodes could be repeated if either the new government in Kabul is unwilling, or unable, to contain extremist groups.

    Having met regularly with Taliban leaders since 2018, Russia is well prepared to deal with the impact of regime change in Afghanistan, Weafer said. “Most recently a senior delegation visited Moscow in July. Russian officials in Afghanistan have also been engaged with the Taliban for many years. Both sides say they will work together. Moscow will also use this as an opportunity to remind the Central Asian states that it is the only real power in the region, that it has been consistent and multilateral over the past twenty years, and, via the CSTO (Collective Security Treaty Organization), provides nuclear cover for member states,” Weafer argued.

    Moscow will want to work with neighboring states, Weafer wrote, arguing that Russia will not officially recognize the new government or remove the Taliban from the list of proscribed terrorist organizations until the UN Security Council does so.

    “Evidence of the new pragmatism with the White House. It is confirmed that the US-NATO withdrawal was discussed at the Biden-Putin summit in Geneva. But Congress may see this as evidence of Russia collusion. The danger for Russia is that engagement with the new government, and news of the various meetings since 2018, may be interpreted as evidence of collusion by US congress. Some members may use this in support of fresh sanctions, i.e. if any fresh catalyst arises,” Weafer argued.

    Investment opportunities will depend entirely on Taliban governance, Weafer wrote, adding that Afghanistan’s major investment advantage is the estimated $3 trillion worth of minerals, including rare-earth minerals, which have hardly ever been developed. This will clearly be of interest to China, although criticism of Chinese actions against the Muslim Uighurs by the Taliban will be an obstacle initially.

    Turkmenistan is best placed politically, Weafer argued, reminding that the government in Ashgabat has maintained frequent and direct contacts with the Taliban and, at a February meeting, secured an agreement to allow the Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI) gas pipeline and the Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan (TAP) Power Interconnection projects to proceed.

    Regarding Uzbekistan, Weafer said Tashkent’s hopes for greater connectivity may suffer. “Uzbekistan has been pushing for a direct transport link across Afghanistan to the Iranian port of Chabahar and to Gwadar in Pakistan. Tashkent has been dealing with the previous government rather than the Taliban. But, if the Taliban wants to develop the economy, then these routes will continue to be built, although later,” the Macro-Advisory expert wrote.

    Tajikistan is most vulnerable, Weafer argued, noting that the country has the longest and most porous border with Afghanistan and is close to areas currently controlled by the more militant ISIL. Russia has 5,000 troops on the border but, still, investment risk will be higher here than for other countries.

    According to Weafer, everything will depend on how the new government in Afghanistan acts and the control it can exercise. “It is far too early to be able to assess the impact on investment risk and opportunities in Afghanistan or concerning the major projects planned from neighboring states to export to Afghanistan or using the country as a conduit for, e.g. transport and power links. “All will be delayed for some time because of the suspension of funding by the World Bank and other IFIs and until the intentions and behavior of the new Kabul government are better known,” Weafer said.

    Major projects in Central Asia are also dependent on what happens in Kabul, he noted. “If they are true to their word, then these projects will resume, and investment opportunities will be even more readily accessible by foreign investors and multinationals,” Weafer said, adding, “If not, then the development plans for neighboring countries in Central Asia will be negatively impacted and investment risk across the region will rise”.

    The summit of leaders of the Shanghai Cooperation Organization (SCO) is set for September 16-17th in Dushanbe.

  • Russi alle urne il 17-19 settembre per il Parlamento

    Conto alla rovescia per l’avvio del processo elettorale che dovrà rinnovare il Parlamento russo. Dal 17 al 19 settembre, infatti, si apriranno le urne, fisiche e virtuali, per scegliere i 450 deputati della Duma, la camera bassa, nonché una serie di rappresentanti regionali. Il partito di Vladimir Putin, Russia Unita, nei sondaggi è al minimo storico, in termini di gradimento. D’altro canto, l’opposizione “non sistemica” – ovvero quella extra-parlamentare – è stata letteralmente azzerata dall’ondata di repressioni scatenata negli ultimi mesi: il movimento fondato da Alexei Navalny è stato dichiarato estremista e tutte le figure apicali sono scappate all’estero. Chi è rimasto non è stato ammesso alle liste. Ciononostante, il passaggio è delicato. Perché racconterà molto di come si gestisce il potere al tempo del crepuscolo di Putin.

    Intanto i numeri. Secondo l’istituto demoscopico VTsIOM, finanziato dallo stato, il blocco di governo non ha registrato più del 30% di favori da giugno. Il colpo di grazia fu la contestata riforma delle pensioni del 2018; poi la stagnazione economica, la riduzione del reddito disponibile e ora l’inflazione (sopra il 6%) hanno scosso duramente gli estimatori dello zar (che comunque gode di un gradimento personale ben più alto del suo partito). Putin è corso ai ripari, varando un pagamento straordinario di 10mila rubli per i pensionati e di 15mila per militari e forze dell’ordine (così come altre categorie di dipendenti pubblici). Una sorta di ‘stecca’ elettorale per addolcire gli animi. In più a guidare il listone nazionale ci sono pesi massimi come il ministro della Difesa Serghei Shoigu e il ministro degli Esteri Serghei Lavrov.

    Dettagli, concordano gli esperti. “I sondaggi di Russia Unita sono pessimi ma non ha molta importanza”, ha detto al Moscow Times Alexei Mukhin, direttore del Centro di Informazione Politica, think tank legato al Cremlino. “Man mano che Putin assumerà un ruolo più attivo nelle ultime settimane, il suo sostegno aumenterà”. Ad essere meno accomodante è invece Andrei Kolesnikov, capo del programma di politica interna russa presso il Carnegie Moscow Center. “Tutto sta andando molto bene per il Cremlino”, ha commentato. “La strada verso le elezioni doveva essere spianata con le epurazioni della società civile, dei media indipendenti e degli oppositori politici: la strategia si è dimostrata molto efficace”.

    Al di là di Navalny, la mannaia del Cremlino in effetti ha colpito ovunque, bollando come indesiderabili o agenti stranieri sia testate indipendenti del calibro di Dozhd sia ong come Golos, da tempo impegnate nel monitorare il corretto svolgimento delle elezioni. L’obiettivo è confermare la maggioranza schiacciante dei due terzi della Duma e, dunque, si temono brogli su larga scala.

    A impensierire è soprattutto (ma non solo) il voto elettronico. Oltre a Mosca in altre 6 regioni sarà permesso e tra queste figura l’oblast di Rostov, compresi i residenti delle Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk con passaporto russo. Ovvero una riserva di voti, circa 600mila, difficilmente controllabili. “Se i numeri non torneranno alle urne li faranno tornare col sistema elettronico”, confida un candidato del Partito Comunista. Detto questo, Russia Unita non può accaparrarsi tutti i seggi. Sarà dunque interessante capire chi e dove, tra i singoli candidati, riuscirà a passare il filtro. E dunque se il potere permetterà un minimo di (fisiologico) dissenso. In caso contrario, sarà l’occupazione definitiva delle istituzioni da parte del blocco putiniano.

  • First electric buses produced in Moscow ready to hit the streets

    Moscow Transport said 25 electric buses of the Moscow assembly plant are being run-in and the first 10 units will go on routes in early June.

    The workshop for the production of electric buses at SVARZ was conceived back in 2019, its main goal is to reduce the time of assembly, delivery, maintenance of transport and save on logistics. In August 2020, the project solution for reconstruction and repair was ready.

    In March 2021, the first stage of work was completed. Modernization of the production facilities of SVARZ was with an area of 7,000 square meters. The created production facilities are designed for the assembly of up to 500 electric buses per year.

    There are about 20 assembly operations are carried out in Moscow from installing doors and interior trim to equipping with modern software that controls the components and units of the electric bus, Moscow Transport said in a press release on May 31.

    About 20 assembly operations are performed on Moscow SVARZ, which is about 20% of the work on each machine. The main types of work are the setup of all systems, the installation of current collectors, traction equipment, which is the heart of each machine. Specialists set up and check all the functionality, performance, quality, safety and compliance with the technical task.

    One of the main advantages to transfer electric bus production to Moscow is in logistics, Moscow Transport said. Many expensive components are produced in Moscow and the nearest Moscow regions, so no need to transport components for 1300 kilometers any more. After a miscalculation of the economy, it turned out to be very profitable. In addition, electric buses are assembled here specifically for Moscow, which facilitates the process of acceptance and interaction with the branch operation services. The project was implemented with the support of the Moscow City Government

    “Today, Moscow is the leader in the production of electric buses in Europe. The opening of a factory for the production of electric buses in Moscow is an opportunity to quickly and efficiently develop the capital’s transport, setting a trend for other Russian and foreign cities. A unique feature of SVARZ is the complete absence of harmful emissions — the production is completely eco-friendly. The new plant will also provide Muscovites with more than 200 jobs and about 100 million rubles of tax revenue per year. This year more than 60% of electric buses from the new delivery will be assembled in Moscow – to make trips even more convenient and environmentally friendly,” Moscow’s Deputy Mayor for Transport Maksim Liksutov said. “SVARZ uses the most modern technologies. From the beginning of the assembly to the run-in of the first samples, only a few months passed. In April, the first prototype cars were assembled. In June, the plant reaches full capacity-this is the production of 500 electric buses per year, or 35-40 units per month,” Liksutov said, adding that by the end of the year, Moscow will have 1000 innovative machines, which will reduce emissions of harmful substances by 86,000 tons.

  • Alleanze, irresponsabilità e ipocrisia in sostegno dei dittatori

    I dittatori cavalcano avanti e indietro su tigri da cui non

    possano scendere. E le tigri diventano sempre più affamate.

    Wiston Churchill

    I dittatori non smentiscono mai se stessi. Quanto è accaduto otto giorni fa in Bielorussia ne è un’ulteriore e grave conferma. Era la mattina del 23 maggio scorso quando il pilota del volo Ryanair FR 4978, decollato da Atene e diretto a Vilnius, ha ricevuto un messaggio con il quale le autorità aeroportuali bielorusse notificavano una “potenziale minaccia alla sicurezza a bordo”. La “minaccia” sarebbe stata la presenza, a bordo dell’aereo, di una bomba. Subito dopo, l’aereo civile di linea è stato intercettato da un aereo dell’aeronautica militare bielorussa e costretto ad un atterraggio forzato all’aeroporto di Minsk. Quanto è accaduto dopo e reso pubblicamente noto ha dimostrato e testimoniato la falsità di tutta quella messinscena del regime bielorusso. Una messinscena solo per permettere alle autorità di attuare quanto era stato programmato con cura anticipatamente. Sì, perché si doveva arrestare un oppositore del regime e lo hanno fatto. Le autorità bielorusse, eseguendo gli ordini partiti da lì dove si decide tutto, hanno arrestato Roman Protasevich, un giornalista ventiseienne bielorusso e la sua compagna russa. Proprio così, un giornalista. Perché per i regimi e i dittatori i giornalisti che si oppongono a loro e li denunciano diventano fastidiosi, diventano pericolosi, perciò, diventano nemici da combattere e annientare. Così hanno fatto anche con Roman Protasevich. Lui da tempo è stato costretto a vivere in Polonia, essendo stato co-fondatore ed ex direttore del canale Telegram Nexta, con base in Polonia e colui che attualmente dirige un nuovo media, La Bielorussia del mal di testa, molto seguita dagli oppositori del regime bielorusso di Lukashenko. La misera messinscena del 23 maggio scorso all’aeroporto di Minsk non poteva non essere accompagnata da un “piccolo giallo”. Sì, perché dai 126 passeggeri partiti da Atene, a Vilnius sono arrivati soltanto 121. Cioè, oltre al giornalista e la sua compagna arrestati, mancavano all’appello altri tre, tutti “svaniti”, “evaporati” nell’aeroporto di Minsk. Le cattive lingue hanno parlato subito di agenti dei servizi segreti. Immediatamente dopo l’arresto del giornalista dissidente, la dirigente dell’opposizione bielorussa, costretta, purtroppo, anche lei all’esilio dopo le elezioni del 9 agosto 2020 e le proteste successive in Bielorussia, ha dichiarato che lui “rischia la pena di morte in Bielorussia”. Questo perché, secondo lei, Lukashenko sta trasformando la Bielorussia “…nella Corea del Nord d’Europa; non trasparente, imprevedibile e pericolosa”.

    Nel frattempo sono state immediate le reazioni delle cancellerie occidentali, di quella statunitense e delle istituzioni internazionali, Unione europea e NATO comprese. Lo scandalo del dirottamento forzato dell’aereo è stato considerato un “atto di pirateria” ed un “dirottamento di Stato”. Tutti, oltre a chiedere l’immediata liberazione del giornalista dissidente e della sua compagna, hanno proposto ed attuato anche delle sanzioni contro la Bielorussia e il regime di Aleksander Lukashenko. In attesa del prossimo vertice del Consiglio europeo, per decidere sulle sanzioni nei confronti della Bielorussia, ci sono le reazioni di tutti i massimi rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea. Subito dopo lo scandalo dell’atterraggio forzato dell’aereo e il successivo arresto del giornalista dissidente ha reagito la presidente della Commissione europea. Lei ha dichiarato che “…Serve una risposta molto forte contro questo dirottamento completamente inaccettabile. Lukashenko deve capire che questo atto non può essere senza conseguenze!”. Per poi ribadire che“…il pacchetto economico da 3 miliardi di investimenti pronto ad andare dall’Unione europea in Bielorussia resta congelato finché la Bielorussia non diventerà democratica”. Affermando anche che si stanno discutendo sanzioni dirette contro individui ed entità economiche che finanziano il regime. Mentre il presidente degli Stati Uniti d’America ha condannato duramente l’atterraggio forzato dell’aereo e l’arresto del giornalista dissidente, oppositore del regime di Lukashenko. In più lui ha appoggiato la richiesta di sanzioni economiche dell’Unione europea ad ha affermato di aver chiesto al suo team di studiare opzioni adeguate per i responsabili. Nel frattempo i Paesi membri dell’Unione europea hanno deciso di boicottare gli spazi aerei della Bielorussia. Mentre la compagnia di bandiera francese Air France ha annunciato che non volerà per il momento sulla Bielorussia. La stessa misura ha preso anche la compagnia tedesca Lufthansa, con la sospensione delle proprie attività nello spazio aereo bielorusso. La Russia invece si è schierata contro le cancellerie occidentali e le istituzioni internazionali. Il presidente russo e/o chi per lui ha pubblicamente dichiarato il suo appoggio al presidente Lukashenko, perché gli alleati non si abbandonano in simili difficili momenti, anzi!

    Nel frattempo che tutti i Paesi membri dell’Unione europea hanno adoperato misure su voli e/o divieti di spazi aerei, “stranamente” però, un volo proveniente dalla Bielorussia, è atterrato all’aeroporto internazionale di Tirana nel pomeriggio del 26 maggio scorso. E cioè tre giorni dopo lo scandalo dell’atterraggio forzato e l’arresto del giornalista dissidente nell’aeroporto di Minsk. Un tempo più che sufficiente, quello, per il primo ministro albanese e i suoi “consiglieri’ per decidere da che parte stare. E la scelta è stata fatta! I simili scelgono i propri simili ci insegna la saggezza popolare. Perché chi si somiglia si piglia recita il proverbio. Anche perché lui, il primo ministro albanese, e il presidente bielorusso Lukashenko ne hanno di cose in comune. L’autore di queste righe ha trattato per il nostro lettore questo argomento (Un bue che dovrebbe dire cornuto ad un altro bue, 7 settembre 2020; Inquietanti dimostrazioni dittatoriali, 28 settembre 2020; Un inganno tira l’altro, 5 ottobre 2020). Così come ha trattato anche la “vittoria” elettorale del primo ministro albanese il 25 aprile scorso, molto simile alla “vittoria” elettorale di Lukashenko il 9 agosto 2020. Una “vittoria” quella del primo ministro albanese, che gli ha confermato il suo tanto ambito terzo mandato, mentre Lukashenko, con la “vittoria” elettorale del 9 agosto 2020, vinceva il suo sesto mandato. Chissà se questo potrà essere, però, un obiettivo raggiungibile per il suo “simile”, il primo ministro albanese?! Il quale, nel frattempo si sa, anzi è pubblicamente noto, che ha avuto un altro, forte, concreto e molto importante sostegno elettorale da parte di un altro loro “simile”.  Il primo ministro albanese ha avuto il pieno e dichiarato appoggio del presidente turco Erdogan. Sempre i simili cercano e sostengono i propri simili!

    Il 27 maggio scorso il ministro aggiunto per l’Europa presso il ministero degli Affari esteri in Germania è stato in Albania per una visita ufficiale. Dopo l’incontro ufficiale con il primo ministro albanese tutti e due hanno partecipato ad una conferenza con i rappresentanti dei media. Nessuno aveva dubbi sui contenuti delle dichiarazioni del primo ministro albanese. Soprattutto adesso, dopo la “vittoria” del suo terzo mandato. Ma anche il ministro [tedesco] aggiunto per l’Europa, con le sue dichiarazioni, non ha smentito le aspettative. E neanche se stesso. Si perché, lui è stato sempre “ottimista” per i risultati raggiunti dal governo albanese e convinto dei continui progressi fatti dall’Albania nel suo percorso europeo. Nonostante la realtà vissuta in Albania è stata da anni ben diversa da quella alla quale si riferiva il 27 maggio scorso il ministro tedesco e molto, ma molto preoccupante. Tanto preoccupante che ha costretto lo stesso Bundestag tedesco ad elencare nove condizioni e poi approvare quelle condizioni a fine settembre 2019. Si tratta di condizioni che dovevano essere tutte osservate e rispettate dal governo albanese prima che il rappresentante tedesco al Consiglio europeo, e cioè la cancelliera Merkel, potesse votare a favore della convocazione della prima conferenza intergovernativa tra l’Albania e l’Unione europea, che sarebbe il primo passo, per poi proseguire con tutte le altre procedure previste fino all’adesione definitiva all’Unione europea. A quelle nove condizioni tedesche, sono state aggiunte anche altre sei da altri Paesi membri dell’Unione europea, per diventare così quindici condizioni per l’Albania. A fine giugno 2020 il Parlamento europeo ha approvato quelle quindici condizioni con una risoluzione che ha avuto un largo e trasversale sostegno con 532 voti favorevoli, 70 voti contrari e 63 astensioni. Anche queste verità le dovrebbe aver saputo benissimo il ministro aggiunto per l’Europa presso il ministero degli Affari esteri in Germania, mentre faceva le sue dichiarazioni a fianco del primo ministro albanese e davanti i giornalisti il 27 maggio scorso. Ma le sue dichiarazioni erano “stranamente” tutto rose e fiori. Chissà perché?! Ma nessuno che conosce la realtà vissuta e sofferta in Albania può credere alle affermazioni del ministro tedesco. Perché è impossibile credere che “L’Albania ha esaudito tutte le condizioni per fare un passo avanti nel processo dell’integrazione europea”! Basterebbe prendere quelle quindici condizioni e verificarle una ad una se siano state esaudite veramente o meno! Molto semplice, ma chissà perché il ministro tedesco non lo ha fatto! E chissà perché anche sulle “ragioni” di alcune decisioni prese dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America sull’Albania in questi ultimi mesi. Il nostro lettore è stato informato anche la scorsa settimana su queste “strane” decisioni (Eclatanti e preoccupanti incoerenze istituzionali; 24 maggio 2021).

    Chi scrive queste righe valuta come molto irresponsabile e pericoloso “fermare gli occhi, le orecchie ed il cervello” di fronte a delle eclatanti realtà che testimoniano il consolidamento di un regime in Albania. Come quello di Lukashenko in Bielorussia. Oppure come quello di Erdogan in Turchia. Ma mentre per quei regimi, almeno formalmente, ci sono delle prese di posizione e di sanzioni da parte delle cancellerie occidentali e quella statunitense, nel caso dell’Albania, stranamente, c’è un sostegno al primo ministro. Lui che è, almeno, il rappresentante istituzionale di una nuova dittatura, espressione di una altrettanto pericolosa alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti internazionali. Chi scrive queste righe non si stancherà mai di ripeterlo. Con simili ipocrisie delle cancellerie occidentali si aggravano e si appesantiscono ulteriormente le sofferenze degli albanesi. Sì, perché anche quelle ipocrisie servono da sostegno ai dittatori. Proprio quelli che cavalcano avanti e indietro su tigri da cui non possano scendere. Perché, secondo Wiston Churchill, quelle tigri diventano sempre più affamate.

  • Prove di disgelo tra Usa e Russia

    Riparte il dialogo tra Usa e Russia e si avvicina il primo vertice tra Joe Biden e Vladimir Putin, in programma il 15 e 16 giugno in Svizzera. Il disgelo è cominciato paradossalmente in uno scenario glaciale, a Reykjavik, in Islanda, dove il segretario di Stato americano Antony Blinken e il ministro degli Esteri russo Serghiei Lavrov hanno avuto il loro primo faccia a faccia, a margine del Consiglio ministeriale artico. Un incontro di due ore conclusosi senza svolte, ma giudicato positivamente da entrambe le parti e che è servito ad allentare le tensioni spianando la strada al summit.

    “Colloqui costruttivi”, ha commentato il capo della diplomazia russa, auspicando la fine del “clima malsano” tra le due superpotenze, pur ammettendo che restano “molte impasse”. “Discussioni produttive, costruttive, rispettose e oneste”, gli ha fatto eco il dipartimento di Stato americano, sottolineando che Blinken non ha rinunciato ad esprimere le sue “profonde preoccupazioni” per l’ammassamento di truppe russe al confine con l’Ucraina, la detenzione del dissidente Alexei Navalny e la “repressione” dell’opposizione. A preparare il terreno era stata anche la decisione di Joe Biden, alla vigilia dell’incontro, di esentare dalle sanzioni la società del gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2 (una controllata di Gazprom) e il suo ceo Matthias Warning, un alleato di Putin, limitandosi a colpire solo quattro navi russe ed altre entità minori che hanno partecipato ai lavori. Una mossa giustificata con l’interesse nazionale Usa, per dimostrare l’impegno a ricostruire il rapporto strategico con Berlino, compromesso sotto Donald Trump. Ma che nello stesso tempo lancia “segnali positivi” a Mosca, come li ha definiti lo stesso Cremlino.

    La decisione ha però urtato l’Ucraina, Paese filoccidentale che vedrà ridursi gli introiti legati al transito del gas nel suo territorio: “Sarà una sconfitta degli Stati Uniti e del presidente Biden personalmente… e una vittoria geopolitica della Russia”, ha accusato il presidente ucraino Volodymyr

    Zelensky, sotto pressione anche per il dispiegamento di truppe di Mosca al confine. Ma pragmaticamente Biden sta cercando di equilibrare tutti gli interessi in gioco e il dialogo con Mosca appare prioritario, dopo che le relazioni bilaterali sono precipitate ad uno dei livelli più bassi dopo la guerra fredda, sullo sfondo delle interferenze elettorali, dei cyber attacchi, del caso Navalny. Sino alla clamorosa accusa del presidente Usa a Putin di essere un “killer”. Impossibile un vero reset, come aveva tentato di fare Barack Obama, ma la Casa Bianca vuole “relazioni stabili e prevedibili” con il Cremlino. Soprattutto sui grandi dossier, dal clima alle crisi regionali e al disarmo, dove è già stato fatto un primo passo con la proroga di cinque anni del New Start. Così Biden potrebbe suggellare il suo viaggio di metà giugno in Europa, il primo della sua presidenza, incontrando Putin a quattr’occhi, dopo il G7 in Gran Bretagna, il vertice Nato e quello Usa-Ue a Bruxelles.

    Il Consiglio ministeriale artico è già stato un primo laboratorio di dialogo: nonostante le frizioni militari e le rivalità geopolitiche esistenti, gli 8 Paesi artici, tra cui Usa e Russia, hanno adottato per la prima volta un piano strategico decennale e firmato una dichiarazione comune che “ribadisce l’impegno a mantenere la pace, la stabilità e la cooperazione  costruttiva nella regione”, affermando anche l’importanza di affrontare immediatamente il riscaldamento climatico nell’Artico, 3 volte più veloce che nel resto del pianeta.

  • L’Ucraina chiede un’adesione rapida alla Nato per salvarsi da Putin

    Lo scontro fra Kiev e Mosca continua, sullo sfondo di crescenti tensioni nel Donbass dove, negli ultimi tempi, si è ripreso tristemente a morire a furia di scaramucce tra i separatisti delle repubbliche autoproclamate e le truppe regolari ucraine. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha lanciato un appello alla Nato chiedendo di “accelerare” il processo di adesione del suo Paese perché solo così, entrando sotto l’ombrello protettivo dell’Alleanza Atlantica, si potrà fermare la guerra. “Il piano d’azione di adesione alla Nato sarà l’unico vero segnale per la Russia”, ha detto chiaro e tondo al segretario generale Jens Stoltenberg.

    Ecco, per il Cremlino questo è un vero e proprio anatema. Tant’è vero che il portavoce di Vladimir Putin gli ha risposto a stretto giro. “Questo scenario aggraverà ulteriormente la situazione perché quando si parla di aderire alla Nato in nessun modo si può ignorare l’opinione delle persone: se chiederete ai milioni di persone che vivono nelle repubbliche autoproclamate capirete che l’appartenenza alla Nato è davvero inaccettabile per loro”, ha commentato Dmitry Peskov. Dunque muro contro muro. Di nuovo. Pomo della discordia restano i famosi accordi di Minsk che Mosca vuole vedere attuati mentre per Kiev restano fumo negli occhi. La Russia chiede all’Occidente di fare pressioni sull’Ucraina in questo senso – “il comportamento occidentale è molto deludente” – e in particolare a Parigi e Berlino, controparti negoziali del formato Normandia, di inculcare “un po’ di buon senso” nella leadership ucraina.

    Ma Zelensky ha a che fare con un vistoso calo nei consensi e punta all’asse con Washington per recuperare il gradimento, specie nel campo nazionalista.

    Zelensky ha incassato “l’incondizionato” sostegno di Joe Biden nella prima telefonata bilaterale tra i 2 leader e oggi, a colloquio con Stoltenberg, ha calcato la mano sul “continuo accumulo di truppe russe vicino ai confini dell’Ucraina e sulla loro maggiore disponibilità ad azioni offensive”. Due militari ucraini sono morti nel Donbass nelle ultime 24 ore in seguito a bombardamenti dei separatisti lungo la linea del fronte; purtroppo poi si sono riaffacciate le vittime civili e a tenere banco è il caso di un bambino di cinque anni rimasto ucciso (pare) nel corso di una rappresaglia di Kiev lo scorso 2 aprile, tanto che il Comitato Investigativo russo ha aperto un procedimento penale sull’accaduto. A complicare maledettamente le cose, infatti, c’è la politica adottata da Mosca di rilasciare passaporti russi, per “ragioni umanitarie”, ai residenti nel Donbass che ne fanno richiesta. Una scelta che Kiev ha più volte condannato come “insopportabile intromissione” nei suoi “affari interni”.

    Al di là delle dichiarazioni, altisonanti ma pur sempre parole, restano però i fatti. Sui social rimbalzano video, d’incerta attribuzione, che mostrano lunghe colonne di mezzi militari russi in viaggio verso le regioni (russe) limitrofe all’Ucraina. Mosca accusa Kiev di fare altrettanto. E mette in guardia Ue e Usa, veri “sponsor” dell’Ucraina, dal non cadere vittima delle sue provocazioni. “Non vediamo alcuna intenzione da parte dell’Ucraina di calmarsi e cessare la sua agenda belligerante”, ha ammonito il Cremlino. Dunque la tensione sale.

  • Due anni di galera alle giornaliste bielorusse che hanno seguito le proteste contro Lukashenko

    Katsyaryna Andreyeva e Darya Chultsova, le due giornaliste di Belsat (la stazione televisiva satellitare polacca rivolta alla Bielorussia), sono state condannate a due anni di prigione per aver riportato in diretta una manifestazione a Minsk, nel novembre scorso. La sentenza, l’ultima di una lunga scia di repressione da quando è scoppiata la protesta, è stata definita “assurda” dal legale delle reporter dato che le giornaliste “stavano solo facendo il loro mestiere”.

    Sulla vicenda è intervenuta anche la leader dell’opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, ora in esilio. “Basta guardare Darya e Katsiaryna: forti, sorridenti, salutano i loro cari attraverso le sbarre. Lukashenko non può spezzarci”, ha scritto su Twitter in sostegno alle reporter. Andreyeva e Chultsova, 27 e 23 anni, nella loro ultima dichiarazione in aula hanno nuovamente respinto le accuse contro di loro, definendole politicamente motivate in quanto la loro unica ragione per essere alla protesta era quella di documentare cosa stava accadendo (live via streaming). Ma evidentemente il loro lavoro non è piaciuto ai piani alti del regime, dato che le forze dell’ordine si sono presentate nell’appartamento da dove stavano trasmettendo – e che aveva una buona visuale sulla piazza dove stava avvenendo la manifestazione in ricordo di Raman Bondarenko, attivista massacrato di botte da frange estremiste vicine alle autorità – e le hanno arrestate.

    “Andreyeva e Chultsova avevano appena coperto un’azione di protesta”, ha ricordato il legale Syarhey Zikratski. “Tutti abbiamo seguito i loro servizi. Le parole che hanno usato erano solo una descrizione di ciò che stava accadendo e sono state erroneamente utilizzate come base per l’accusa contro di loro”, ha dichiarato Zikratski sottolineando che il lavoro giornalistico non può essere definito “disturbo dell’ordine civile”, come sentenziato dalla corte. Il marito di Andreyeva, Ihar Ilyash, anch’egli un giornalista, si è scagliato contro la sentenza: “Ora tutti noi giornalisti dobbiamo riferire ancora di più cosa sta avvenendo per distruggere completamente questo regime terroristico”.

    Nel mentre il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, visto sempre di più come un paria dalla comunità internazionale, ha annunciato un incontro, lunedì 22 febbraio, con Vladimir Putin per “estesi colloqui”. Lukashenko ha negato di voler chiedere a Mosca un altro prestito, questa volta per 3 miliardi di dollari, così come sostengono alcune voci. “Ci sono cose più importanti di cui parlare, come il sostegno della Russia alla difesa e alla sicurezza del nostro Paese”, ha detto Lukashenko precisando che, oltre a Putin, vedrà il vicesegretario del Consiglio di Sicurezza, Dmitry Medvedev.

    Il Cremlino ha confermato l’incontro precisando che i 2 leader si concentreranno sui “rapporti bilaterali”, benché non si escludono scambi di vedute sui principali argomenti dell’agenda “internazionale”. Mosca, non è un segreto, resta interessata al progetto dello Stato dell’Unione in un’ottica di “maggiore integrazione”. Chi conosce il dossier sostiene però che si tratterebbe quasi di un’annessione. Lukashenko, per ora, è riuscito a resistere alle mire del Cremlino.

  • L’appoggio a Navalny porta all’espulsione reciproca di diplomatici tra Ue e Russia

    L’Europa risponde alla Russia. O meglio, lo hanno fatto i Paesi colpiti dall’espulsione dei loro diplomatici – Germania, Polonia e Svezia – con una misura speculare. Occhio per occhio, dunque. La scelta è stata subito bollata da Mosca (che aveva accusato i diplomatici di aver preso parte alle proteste pro-Navalny) come “infondata” e ultima di una serie di azioni definite “ingerenze nei nostri affari interni”. E via accusando.

    L’Europa intesa come Unione, invece, si sta ancora leccando le ferite per l’umiliazione inflitta all’Alto rappresentante della politica estera Josep Borrell. “Era un viaggio delicato, lo sapevamo prima che partisse”, ha dichiarato il portavoce della presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Borrell presenterà una relazione sul suo viaggio a Mosca al collegio dei commissari, alla plenaria del Parlamento europeo, e al Consiglio Esteri il 22 febbraio, e in quelle sedi si discuteranno “le implicazioni e le conseguenze”. Ma, assicura l’Ue, durante i colloqui tra Borrell e l’omologo Serghei Lavrov si sono raggiunti dei “momenti di tensione” anche “feroci”, sottolineando che l’Alto rappresentante “ha portato tutti i messaggi dell’Unione”.

    Il rapporto tra la Russia e l’Occidente, già difficili, promettono insomma di diventare ancora più roventi e questo potrebbe avere dei risvolti di politica interna, dato che è proprio sul ‘resto del mondo’ che poggia ora la strategia del team di Navalny per ottenere la liberazione del principe degli oppositori russi. “Faremo in modo che ogni leader straniero possa discutere con Putin nient’altro che della sua scarcerazione”, ha assicurato in un messaggio alla base Leonid Volkov, responsabile della rete regionale del Fondo Anti-Corruzione e luogotenente di Navalny. Il Fondo, ha rassicurato Volkov, è in grado di operare anche senza il suo leader, che ha dato istruzioni precise prima di finire in cella. Ci saranno “nuove inchieste” e “nuove manifestazioni pacifiche” nel prossimo futuro, oltre che un forte impegno a veder approvate dure sanzioni agli oligarchi della cerchia di Putin – colpendo così anche “il suo portafoglio”.

    Lo zar, però, intanto gongola. Un sondaggio del Levada Center, rispettato istituto demoscopico russo, mostrerebbe infatti come il video sul suo ‘palazzo segreto’ – cavallo di battaglia di Navalny per incendiare la protesta – abbia avuto un impatto meno incisivo del previsto sulla società. Stando al Levada, la video-inchiesta sulla reggia principesca del Mar Nero è stata vista solo dal 26% degli intervistati. Un dato che si presta a varie interpretazioni. Un quarto della popolazione (sopra i 18 anni) non è male, ma è ben lontano dalle oltre 100 milioni di visualizzazioni sbandierate dal Fondo. Ancora. Un altro 10% dice di conoscere il contenuto del video, anche se non l’ha visto, mentre un 32% ne ha sentito parlare, benché non ne conosca i dettagli. Il 31% degli intervistati invece non ne sa proprio nulla. Ma il dato forse più interessante è il seguente: il 77% tra chi ha visto il film, ne conosceva il contenuto o almeno ne ha sentito parlare – dunque il 68% del campione – non ha cambiato il proprio atteggiamento nei confronti di Putin. Per il 17% invece l’atteggiamento è peggiorato (e c’è un 3% per il quale è persino migliorato). Un terzo (33%) dei consapevoli si dice poi sicuro che le informazioni del video non siano “vere” mentre un altro 24% è convinto che, anche se lo fossero, il Paese ha cominciato a vivere meglio con Putin. Il che non suona come una condanna senz’appello. Insomma, la diga del consenso putiniano sembra tenere.

    Intanto il Partito Libertario (non registrato) ha notificato al comune di Mosca l’intenzione di tenere una manifestazione il prossimo 23 febbraio. Per sostenere Navalny ma anche per chiedere l’annullamento della pena del deputato comunale Yulia Galyamina e sollecitare il rilascio di Azat Miftakhov, lo studente condannato a sei anni di carcere in gennaio. Come dire, c’è vita nell’opposizione russa oltre a Navalny.

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