Russia

  • Il pragmatismo tedesco ed il paradigma ideologico italiano

    Il pragmatismo tedesco si dimostra ancora una volta vincente nel confronto con l’approccio  ideologico  italiano soprattutto in occasione di  un simile  periodo di crisi che si protrae dal marzo 2020. Lufthansa, solo per fornire un esempio, rimane in attesa dei tempi biblici della burocrazia italiana per acquisire i sedimenti di quella che una volta era la compagnia di bandiera  Alitalia ora Ita, “risanata” con finanziamenti pubblici, proposta dai piazzisti italici e forse ceduta alla compagnia tedesca.

    La Germania, inoltre, dimostra ancora una volta la massima attenzione per le proprie priorità anche nell’affrontare la crisi energetica, riuscendo ad imporre in sede comunitaria l’approvazione di un accordo relativo all’embargo europeo del petrolio russo, e per di più con l’appoggio dell’Italia, che ne esclude però quello  “consegnato” attraverso l’oleodotto.

    Quindi, l’embargo ed i suoi nefasti effetti non si manifesteranno in modalità così drammatiche per l’economia tedesca quanto, invece, per la nostra come inevitabile conseguenza del semplice fatto che il greggio russo in Italia viene  importato via mare e quindi è soggetto all’embargo europeo.

    Il nostro sistema economico si appresta, quindi, a subire ogni conseguenza imputabile ad una minore disponibilità di greggio per una decisione comunitaria la quale ha di fatto salvato l’economia tedesca.

    Risulta, poi, paradossale come in questo periodo storico alla guida del Paese tedesco si trovi una coalizione di centro-sinistra con ministri di chiara estrazione ambientalista.

    Tuttavia, di fronte alla progressiva riduzione della disponibilità di gas russo, magari ob torto collo, tutto il governo si è dimostrato deciso nel riaprire le centrali a carbone con l’obiettivo di mantenere il più possibile inalterata la disponibilità energetica per il sistema industriale della Germania e conseguentemente il livello occupazionale.

    Nel nostro Paese, viceversa, il ministro Cingolani, espressione di una “plasticità” ideologica intesa come l’incapacità di comprendere l’eccezionalità del momento, si ostina a non voler riattivare le trivellazioni dei giacimenti di gas naturale di cui l’Italia dispone. I nostri giacimenti di gas naturale, va ricordato, sono secondi per grandezza ed importanza solo a quelli norvegesi in Europa e dai quali la vicina Croazia ha già aumentato del 20% le proprie estrazioni per contenere la minore disponibilità di gas russo e calmierarne  il prezzo.

    L’approccio prettamente ideologico seguito dal governo, ed in particolare dal ministro Cingolani, nella semplice applicazione di una granitica ideologia nonostante il nostro Paese si trovi all’interno di un periodo storico eccezionale nella sua articolata gravità, dimostra ancora una volta come il problema italiano sia l’applicazione hic et nunc di un qualsiasi paradigma ideologico, indipendentemente dal contesto storico e dalla specificità del nostro Paese (1. Assoluta dipendenza energetica, 2. Inflazione energetica fuori controllo solo per offrire due esempi).

    Una conseguente ed inevitabile considerazione porta ad individuare proprio in questa banale applicazione ideologica, che esprime una incapacità di analisi in relazione al contesto storico, la principale ragione del declino del nostro Paese il quale negli ultimi 30 anni risulta l’ultimo in Europa per crescita e disponibilità di reddito (-3,7%) mentre la Germania ha visto accrescere la disponibilità economica per i propri cittadini del +34,7%.

    Il pragmatismo tedesco, in altre parole, specialmente in questo contesto, dimostra contemporaneamente una sensibilità e soprattutto una volontà da parte della classe politica nazionale individuabile nel mantenimento del sistema economico e contemporaneamente nell’assicurare il massimo livello di occupazione possibile.

    Viceversa le strategie italiane dimostrano semplicemente come, anche in questo contesto di estrema difficoltà, un qualsiasi paradigma ideologico risulti prevalente nella definizione della strategia economica e politica del governo nazionale.

    L’italico approccio ideologico alle sempre più complesse situazioni economiche e politiche può già da oggi venire indicato come il vero responsabile del disastro prossimo venturo del nostro Paese.

  • La Russia torna il primo fornitore di petrolio della Cina

    La Russia scalza dopo 19 mesi l’Arabia Saudita e a maggio ritorna a essere il primo fornitore di petrolio della Cina. A dispetto delle sanzioni di Usa e alleati per l’aggressione militare all’Ucraina, le raffinerie di Pechino stanno lavorando a pieno regime grazie ai prezzi offerti da Mosca e scontati fino al 30%.

    L’import di greggio è salito del 55% annuo: considerando l’oleodotto della Siberia orientale del Pacifico e le spedizioni marittime, ha totalizzato quasi 8,42 milioni di tonnellate (contro i 7,82 milioni dell’Arabia Saudita), pari a 2 milioni di barili al giorno (+25% sugli 1,59 milioni di aprile).

    I prodotti energetici, con la voce principale costituita appunto dal petrolio, hanno caratterizzato ancora di più l’interscambio di Pechino con Mosca visto l’esborso record cinese di 7,47 miliardi di dollari, uno in più rispetto ad aprile e il doppio se riferito a maggio 2021, secondo le Dogane cinesi. Le sorprese non si fermano qui: i dati hanno mostrato che anche le importazioni di gas naturale liquefatto (Gnl) sono salite a quasi 400.000 tonnellate (+56% su maggio 2021), grazie all’apporto dei progetti Sakhalin-2 nell’Estremo Oriente e Yamal Gnl nell’Artico russo.

    Il generoso taglio dei prezzi ha aiutato Mosca a mantenere i flussi di cassa su livelli adeguati nel mezzo dello sforzo bellico, favorendo la raccolta di 20 miliardi di dollari a maggio grazie all’export di greggio. Col bando alle importazioni deciso da Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Australia, e con l’Ue che ha deciso un taglio drastico del 90% entro fine anno, il Cremlino è alla ricerca disperata di acquirenti. L’Europa è al momento il più grande acquirente di energia russa.

    La politica seguita dalla Cina non è una sorpresa, anzi era dato per certo dagli analisti, in base ad altre esperienze come l’Iran, sotto sanzioni Usa. Un aiuto (una “giustificazione adeguata”, come l’ha definita un trader di settore parlando con l’agenzia di stampa Ansa) è stato fornito dall’India e dal suo appetito per gli sconti del petrolio russo. Secondo le proiezioni di Refinitiv, i flussi verso Nuova Delhi sono stimati a maggio a 3,36 milioni di tonnellate, quasi 9 volte oltre la media mensile del 2021 di 382.500 tonnellate. Il Paese ha ricevuto 4,8 milioni di tonnellate di oro nero russo scontato dall’inizio della guerra in Ucraina, sempre secondo la società di elaborazione dati.

    L’India, che non ha condannato l’invasione russa, è la miglior polizza in caso di eventuali ritorsioni americane contro Pechino: “Se un Paese con rapporti privilegiati con gli Usa compra da Mosca malgrado le sanzioni americane, non si capisce perché non dovrebbe farlo la Cina”, ha rilevato ancora il trader.

    La mossa di Pechino verso il partner “senza limiti” fa parte anche dell’attento posizionamento della leadership comunista sul conflitto ucraino, che ha visto il presidente Xi Jinping, nel colloquio avuto la scorsa settimana con l’omologo Vladimir Putin, offrire un forte sostegno. La Cina ha criticato via via le sanzioni occidentali definendole “terrorismo finanziario” e attaccando le forniture militari a Kiev fino ad acquistare a passo crescente il petrolio russo in saldo.

  • Smascheramento in corso di un’accordo regionale occulto

    La verità trionfa da sola, la menzogna ha sempre bisogno di complici.

    Epitteto

    Il 5 giugno scorso tre Paesi balcanici hanno chiuso i rispettivi spazi aerei ad un aereo russo, a bordo del quale si trovava il ministro degli Esteri russo e una delegazione da lui guidata. Il volo era diretto a Belgrado, capitale della Serbia, dove il ministro russo, l’indomani, doveva incontrare il presidente, il ministro degli Interni ed altri alti funzionari serbi. Una programmata visita ufficiale durante la quale si doveva concludere l’accordo tra i due Paesi per il rinnovo, per altri tre anni, del contratto sulla fornitura alla Serbia del gas russo a condizioni molto vantaggiose. Tutto dopo che precedentemente i termini dell’accordo sono stati resi pubblicamente noti, dopo un colloquio telefonico, avvenuto il 29 maggio scorso, tra il presidente russo e quello serbo. I Paesi che hanno impedito il volo dell’aereo sul quale viaggiava il ministro russo con la sua delegazione erano la Bulgaria, la Macedonia del Nord ed il Montenegro. Tutti e tre sono Paesi che, insieme a quelli dell’Unione europea e ai tanti altri, hanno aderito alle sanzioni restrittive contro la Russia, dopo l’invasione del territorio ucraino il 24 febbraio scorso. Parte di quelle restrizioni riguardano anche il presidente russo ed il ministro degli Esteri. Loro due, insieme con tanti altri, dal 25 febbraio, un giorno dopo l’inizio della guerra in Ucraina, che il presidente russo considera cinicamente come “un’operazione militare speciale”, sono stati inseriti nella lista delle persone colpite dalle sanzioni. Una di quelle sanzioni è anche “il divieto di viaggio che impedisce l’ingresso o il transito attraverso il territorio dei Paesi membri e dei partner allineati”. Da sottolineare che la Serbia è uno dei Paesi dei Balcani occidentali che ha avviato la procedura di adesione all’Unione europea dal 2008, con la firma dell’Accordo di Stabilizzazione e Associazione. Mentre il 1o marzo 2012 il Consiglio europeo ha riconosciuto alla Serbia lo stato del Paese candidato all’adesione nell’Unione. La Serbia è anche uno dei 141 Paesi che, il 2 marzo scorso, hanno votato la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la quale si condanna l’invasione russa dell’Ucraina. Ebbene, nonostante ciò, la Serbia non ha aderito però alle sanzioni restrittive contro la Russia. Una scelta quella della Serbia che è stata criticata e contestata dai massimi rappresentanti dell’Unione europea e di alcuni singoli Stati membri, soprattutto la Germania. Il ministro tedesco degli Esteri dichiarava a metà aprile scorso che “…Se la Serbia vuole aderire all’Unione europea, deve sostenere la politica estera degli altri membri dell’Unione […] e quindi imporre alla Russia le sanzioni necessarie”. Il 16 maggio scorso, si è svolta una riunione dei 27 ministri degli Esteri dell’Unione europea. In una loro comune dichiarazione ufficiale pubblicata dopo la riunione, riferendosi alle sanzioni restrittive contro la Russia, i ministri dell’Unione hanno ribadito che “…Chi non l’ha fatto, come la Serbia, dovrà adeguarsi il prima possibile alle sanzioni”. Un simile e determinato appello è stato fatto, il 10 giugno scorso, anche dal cancelliere tedesco, in visita ufficiale a Belgrado. Lo ha confermato, durante la conferenza stampa dopo l’incontro, lo stesso presidente serbo. Secondo lui “In maniera decisa e tagliente, il cancelliere [tedesco] ha chiesto alla Serbia di aderire alle sanzioni contro la Federazione Russa, cioè di sostenere le misure restrittive che l’Unione europea ha già adottato nei loro confronti”.

    Il 6 giugno scorso, dopo l’impedimento di arrivare a Belgrado, il ministro degli Esteri russo durante una conferenza online con i media da Mosca ha considerato come inimmaginabile la chiusura degli spazi aerei, il 5 giugno scorso, da parte dei tre sopracitati Paesi balcanici che hanno impedito a lui e alla sua delegazione di arrivare a Belgrado. “È accaduto qualcosa di inimmaginabile. Ad uno Stato sovrano è stato negato il diritto di seguire la [sua] politica estera”. Aggiungendo che “Le attività internazionali della Serbia verso la Russia sono bloccate”. Ma ha espresso anche la sua ferma convinzione che “La cosa più importante è che nessuno potrà distruggere il nostri legami con la Serbia”. Durante quella conferenza il ministro russo degli Esteri ha attaccato l’Unione europea e, più in generale, quello che ha chiamato “l’Occidente”.  Lui ha dichiarato convinto che “Se la visita del ministro degli Esteri russo in Serbia è percepita in Occidente come una minaccia su scala globale, allora, chiaramente, le cose in Occidente vanno piuttosto male”. Dopo l’impedimento al ministro russo di arrivare a Belgrado hanno subito reagito anche il presidente serbo ed il ministro degli Interni. Il presidente serbo, tramite un comunicato stampa ufficiale, pubblicato soltanto in lingua serba, ha espresso la “sua insoddisfazione” per l’impedimento della programmata visita del ministro russo e della sua delegazione. Ma ha ribadito la sua determinazione a mantenere “l’indipendenza e l’autonomia nel processo decisionale politico” da parte della Serbia, nonostante i negoziati d’adesione del suo Paese nell’Unione europea. Mentre il ministro serbo degli Interni, sempre riferendosi alla mancata visita della delegazione russa a Belgrado, ha detto che “Il mondo in cui i diplomatici non possono attuare la pace, è un mondo in cui non c’è la pace”. E poi ha aggiunto di essere rimasto “profondamente dispiaciuto per l’ostruzione alla visita di un grande e comprovato amico della Serbia”. Il ministro degli Interni serbo ha ribadito perentorio che “…Chi ha impedito l’arrivo di Lavrov non vuole la pace, sogna di sconfiggere la Russia e la Serbia è orgogliosa di non far parte dell’isteria anti-russa”. Più chiaro di così non lo poteva dire un ministro serbo!

    Due settimane fa l’autore di queste righe, informava il nostro lettore su un’iniziativa regionale occulta; quella che ormai è nota come Open Balcan (facendo riferimento alla denominazione ufficiale e all’ortografia usata dai promotori; per essere corretti però, visto che si usa la lingua inglese, si dovrebbe, invece, scrivere Open Balcans – Balcani aperti; n.d.a.). Egli ha trattato questo tema, a tempo debito, anche in precedenza. In quell’articolo l’autore di queste righe evidenziava, tra l’altro, che “…L’iniziativa regionale, nota ormai come Open Balcan, è stata presentata ufficialmente il 10 ottobre 2019 in Serbia, a Novi Sad. Allora è stata considerata come una nuova iniziativa per costituire ‘L’area economica comune dei Balcani occidentali’. Ma allora l’iniziativa regionale era stata denominata il Mini-Schengen balcanico. Solo in seguito, il 29 luglio 2021, il presidente serbo, il primo ministro albanese ed il primo ministro macedone, durante il vertice di Skopje, lo hanno ribattezzata come l’iniziativa Open Balcan”. In seguito egli specificava che “…A onor del vero però, le tesi dell’iniziativa, sono state rese note in un articolo pubblicato nel 1999. L’autore era George Soros, un multimiliardario speculatore di borsa statunitense. Invece adesso, dopo più di venti anni, i firmatari si mostrano come gli ideatori dell’iniziativa, presentandola come una novità!”. A proposito, l’autore di queste righe informava il nostro lettore che il giovane figlio del multimiliardario speculatore di borsa statunitense “è presente sempre in tutte le occasioni dove si tratta e si promuove l’iniziativa Open Balcan”. E di fronte a quel “giovane rampollo ereditario” i firmatari dell’iniziativa, i tre “amici” di suo padre, stanno ‘sull’attenti’. Chissà perché?! L’autore di queste righe due settimane fa informava altresì il nostro lettore, riferendosi all’iniziativa occulta Open Balcan, che si trattava di “un’iniziativa quella ideata per garantire e rafforzare la supremazia serba nei Balcani. Una supremazia che non interessa però solo alla Serbia, ma, tramite la Serbia, ne approfittano anche altri Paesi, Russia e Cina compresi.” (Un’ingannevole ed occulta iniziativa regionale; 31 maggio 2022).

    Ebbene, il 6 giugno scorso, durante la sua conferenza online con i media da Mosca, il ministro russo degli Esteri non ha parlato, con toni offensivi, soltanto dell’Unione europea e, più in generale, di quello che ha chiamato “l’Occidente”. Il ministro russo degli Esteri ha ribadito che alla Serbia e al suo presidente non mancherà l’appoggio della Russia. Lui, guarda caso, ha parlato anche dell’iniziativa Open Balcan e della paternità di quell’iniziativa. E così facendo lui ha contribuito, nolens volens, proprio ad un ulteriore smascheramento di un accordo regionale occulto. Bisogna sottolineare che, dal 2014 ad oggi, i massimi rappresentanti dell’Unione europea e di singoli Stati membri hanno sempre appoggiato istituzionalmente quello che è noto come il Processo di Berlino. Mentre i tre “promotori” dell’iniziativa occulta Open Balcan e cioè il presidente serbo, il primo ministro albanese e il primo ministro macedone, hanno continuamente e consapevolmente mentito, dichiarando e “giurando” che Open Balcan ha tutto l’appoggio dell’Unione europea! Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò (Accordo ingannevole e pericoloso, 13 gennaio 2020; Bugie scandalose elevate a livello statale; 24 febbraio 2020; Preoccupanti avvisaglie dai Balcani, 8 novembre 2021; Importanti decisioni, vergognose manipolazioni e una protesta, 20 dicembre 2021; Un’ingannevole ed occulta iniziativa regionale, 31 maggio 2022 ecc…)

    Riferendosi però all’iniziativa Open Balcan e alludendo anche alla visita impedita, il ministro russo degli Esteri ha dichiarato il 6 giugno scorso che “Quegli che stanno tirando i fili a Bruxelles non hanno voluto questo, non hanno voluto che noi esprimessimo il nostro appoggio a Belgrado”. E subito dopo ha smascherato anche la vera paternità dell’iniziativa Open Balcan.  Il ministro degli Esteri russo ha confermato pubblicamente quello che si sapeva già. Sempre riferendosi all’Unione europea lui ha detto: “Loro non volevano che noi esprimessimo il nostro appoggio all’iniziativa di Belgrado per realizzare il progetto Open Balcan all’interesse di un rapporto più solido e più sano tra i Paesi della regione [balcanica]”. Sì, ha confermato proprio l’appoggio russo “all’iniziativa di Belgrado per realizzare il progetto Open Balcan”. Dichiarando così che l’iniziativa occulta è stata promossa dalla Serbia, avendo anche l’appoggio della Russia. Così facendo, il ministro russo degli Esteri il 6 giugno scorso ha smascherato, una vota per sempre, tutte le ingannevoli dichiarazioni pronunciate dal 2019 ad oggi, dai “tre amici” del multimiliardario speculatore di borsa statunitense. Che poi è il vero ideatore del progetto per i Balcani Aperti. Proprio lui, il fondatore delle Fondazioni della Società Aperta che sono attive, dagli inizi degli anni ’90, anche nei Paesi balcanici. Serbia, Albania e Macedonia del Nord compresi. E non a caso è stato usato anche lo stesso aggettivo, ‘aperto’, come testimonianza e firma dell’autore! Il ministro russo degli Esteri ha dichiarato il 6 giugno scorso, durante la sua conferenza online con i media da Mosca, che “…Ormai è chiaro per tutti che Bruxelles, la NATO e l’Unione europea vogliono convertire il progetto Open Balcan in un loro progetto, chiamato Close Balcans (Balcani chiusi; n.d.a.)!

    La scorsa settimana, il 7 e l’8 giugno, a Ohrid (Macedonia del Nord) si è svolto il vertice di turno dell’iniziativa Open Balcan. E nonostante quanto ha dichiarato il ministro russo degli Esteri il 6 giugno scorso, i tre “promotori” dell’iniziativa occulta Open Balcan hanno continuato le loro messinscene, le loro bugie e i loro inganni pubblici. Con un “piccolo cambiamento di programma” però. Hanno cercato di far “combaciare” Open Balcan con il Processo di Berlino. Anzi, per il primo ministro albanese Open Balcan è “un’unità del Processo di Berlino”! I bugiardi, gli ingannatori, gli ipocriti senza scrupoli non smettono mai di essere “innovativi”. Nel frattempo però e proprio il 10 giugno scorso, dal Kosovo, il cancelliere tedesco, ha dichiarato senza equivoci che “In quanto al Open Balcan, voglio chiaramente dire che noi diamo grande priorità al Mercato Comune Regionale (parte integrante del Processo di Berlino; n.d.a.), che crediamo debba progredire”.

    Chi scrive queste righe avrebbe avuto bisogno, anche in questo caso, di molto più spazio per trattare, con la dovuta oggettività, questo argomento per il nostro lettore. Ma egli è convinto che non mancheranno altre occasioni. Per il momento però condivide il pensiero di Epitteto che la verità trionfa da sola, la menzogna ha sempre bisogno di complici.

  • Dmitry Glukhovsky “Stiamo imparando a non simpatizzare con la vittima, ma con l’aggressore!

    La mia generazione non ha conosciuto le repressioni e le purghe di massa, non ha assistito ai processi farsa in cui la folla rabbiosa pretendeva la fucilazione dei traditori della patria, non ha respirato l’atmosfera di orrore universale, non ha imparato a cambiare, dalla sera alla mattina, le sue convinzioni, a credere a comando tanto alla perfidia degli alleati di ieri come alle buone intenzioni dei nemici storici, al solo scopo di giustificare una guerra fratricida”. Inizia così l’ultimo articolo, pubblicato sul Corriere della Sera, di Dmitry Glukhovsky, scrittore russo popolarissimo tra i giovani e sul quale pende un mandato di cattura perché accusato di aver gettato discredito sull’Armata russa: reato punibile con una pena variabile tra i dieci e i quindici anni di reclusione,

    “!L’Unione sovietica che abbiamo conosciuto noi si era già trasformata in un pachiderma tranquillo: ormai non condannava più a morte chi si rifiutava di credere alle sue menzogne di fondo, anzi, consentiva ai cittadini di aprire dibattiti privati, tra di loro, seduti tranquilli in cucina. Eppure, tutti coloro che avevano conosciuto il passato non si compiacevano affatto nel ricordarlo, e adesso abbiamo capito il motivo. Perché la sopravvivenza, in tali circostanze, esigeva innanzitutto un compromesso con se stessi, con la propria coscienza. Ci voleva coraggio non solo per protestare, ma anche per astenersi, e ci vuole coraggio per ricordare”, continua Glukhovsky. “E oggi proprio a noi, a quelli della mia generazione, accadono cose in diretta alla televisione cui non avremmo mai immaginato di assistere. Stiamo imparando a coltivare nel nostro animo l’indifferenza verso l’ingiustizia di quando sta accadendo palesemente sotto i nostri stessi occhi: la cosa non ci riguarda, e forse non ne subiremo le conseguenze, basta mantenere le distanze e non scherzare col fuoco. Stiamo imparando a non simpatizzare con la vittima, ma con l’aggressore. Stiamo imparando a chiudere gli occhi davanti alla spirale di follia che si è impadronita dei nostri governanti e a condividere le loro posizioni. Non è forse meglio mangiare merda piuttosto che andare a letto pensando che la tua vita è nelle mani di un pazzo scatenato? E dopo tutto, se non credi a loro, a chi devi credere?”. Non si risparmia  Glukhovsky  che attacca duramente la passività dei suoi contemporanei. E continua: “Per non vivere nella paura, per non sentirci vigliacchi o schiavi, dobbiamo imparare a credere fermamente in quello che fino a poco tempo fa a tutti noi appariva come una falsità. Fingere di non accorgerci, e forse realmente non ce ne rendiamo più conto, come il nostro paese si è incamminato verso la dittatura fascista. Non abbiamo voluto indagare il passato perché sicuri di averlo lasciato alle spalle. Eppure cresce di giorno in giorno il numero di fantasmi che si nutrono di rancori, si sottraggono alla legge e avanzano pretese su di noi. Eppure cresce di giorno in giorno il numero di fantasmi che si nutrono di rancori, si sottraggono alla legge e avanzano pretese su di noi. Oppure imparare a fare il contrario: a preservare la nostra memoria e pensare al futuro, rinunciando alle ruggini e rifiutandoci di vivere prigionieri del passato. Finora non abbiamo appreso niente dall’esperienza di coloro che sono vissuti e morti prima di noi, per poter fare le cose in modo diverso. È proprio per questo che ci resta ancora tanto da imparare”, conclude realisticamente Glukhovsky.

  • Pensiero della sera

    Una volta, quando nei film perdevano i cattivi e vincevano i buoni, l’Italia aveva prodotto Per un pugno di dollari e Per qualche dollaro in più.
    Oggi, in una realtà nella quale sembra che in troppi tengano per il cattivo, almeno per non essere coinvolti in iniziative di solidarietà che potrebbero comportare qualche sacrificio, i film potrebbero avere come titolo “Per un pugno di voti” e “Per qualche  voto in più”. I voti che i pacifici Conte e Salvini, ma non solo, pensano di poter ottenere con le loro dichiarazioni specie delle ultime settimane.
    No vax, no pass fino a no armi all’Ucraina come se la pace, tanto spesso invocata, potesse essere imposta a Putin, che ha iniziato la guerra e continua a dire no anche ad un provvisorio cessate il fuoco, o come se fosse normale che gli ucraini si dovessero immolare lasciandosi colonizzare dai russi e dai ceceni.
    Torna in mente un vecchio detto dei tempi nei quali gli stranieri andavano e venivano conquistando parti della nostra penisola: viva la Franza, viva la Spagna basta che si mangi.
    Così nell’epoca del pensiero debole, liquido, o meglio del non pensiero, meglio Putin che ci dà il gas o meglio gli ucraini che dovremmo aiutare per salvare quel po’di libertà e democrazia che resta nella nostra società sempre più egoista, distratta, ignorante?

    Non possiamo dire, come nella poesia dedicata alla morte di Napoleone “ai posteri l’ardua sentenza”, noi dobbiamo decidere ora se vogliamo salvare vite umane. Diamo armi all’Ucraina, giochiamo tutte le carte per portare il grano ucraino alle popolazioni che lo stanno aspettando, abbiamo il coraggio di impegnarci e rischiare perché adesso è adesso.

  • Chi giustifica Putin o Medvedev diventa correo

    Le dichiarazioni dell’ex presidente russo Medvedev rendono ancora più chiaro l’obiettivo di Mosca in Ucraina.

    Medvedev vuole fare sparire gli occidentali e perciò il regime russo è partito proprio dagli ucraini, che da tempo si sentono occidentali, per cominciare a rendere operativo il  progetto di distruzione ed annientamento.

    Chi pensa che si fermeranno all’Ucraina sbaglia pericolosamente, andranno avanti per riprendersi tutto quello che riusciranno dei territori dell’ex Unione sovietica o dell’impero zarista, sceglieranno secondo le debolezze occidentali.

    Chi pensa che in Ucraina si fermeranno trovando un accordo si illude, ammesso sia in buona fede, si fermeranno solo dopo aver in parte ucciso, in parte asservito, in parte espulso dal territorio gli ucraini e distruggeranno tutto quello che ha rappresentato la loro  nazione, dalla storia all’economia, impossessandosi di ogni bene.

    Chi pensa alla pace, obiettivo che comunque tutti abbiamo il dovere di perseguire, sappia che la pace ci sarà solo se i russi deporranno le armi e smetteranno di radere al suolo le città deportando in Russia gli abitanti, seviziando, violentando e, rubando, dalle suppellettili all’acciaio, per finire con il grano che mezzo mondo sta aspettando.

    La pace vera ci sarà solo se se Putin ed i suoi accoliti fermeranno la guerra perchè se fossero gli ucraini a deporre le armi assisteremmo allo sterminio di un popolo e alla conquista e cancellazione di una nazione libera e democratica.

    Tutti hanno il diritto, in democrazia, di esprimere le proprie opinioni che però non possono essere la negazione della realtà attuale, chi mistifica la realtà si assume gravi responsabilità.

    Come chi tace sulla mafia, o ne nega la pericolosità, diventa correo, così  deve essere considerato  chi giustifica Putin o Medvedev, o in qualche modo spiana loro la strada.

  • L’Italia revoca le onorificenze al premier di Mosca e ad altri tre cittadini russi

    Un gesto dal forte valore simbolico che ben dipinge l’atteggiamento del governo rispetto alla dirigenza russa. L’Italia ha infatti revocato quattro importanti onorificenze assegnate negli anni scorsi ai vertici del potere russo e le ha annullate – si legge nella Gazzetta ufficiale – per “indegnità”.

    Non si tratta di onorificenze qualsiasi, peraltro assegnate a illustri sconosciuti. La misura va infatti a colpire soprattutto Mikhail Vladimirovich Mishustin, attuale primo ministro di Vladimir Putin. Gli è stata tolta l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine della Stella d’Italia. Insieme a lui sono stati colpiti Denis Manturov, Ministro dell’industria e del commercio della Federazione Russa, Viktor Leonidovich Evtukhov, Segretario di Stato e Andrey Leonidovich Kostin, Presidente della Banca russa VTB, uno dei più grandi istituti della Federazione.

    La decisione è stata ufficializzata con la pubblicazione in Gazzetta  nella data dello scorso 25 maggio. Si tratta di una revoca che riguarda la Farnesina e che è stata naturalmente firmata dal presidente Mattarella. Il mondo delle onorificenze è particolarmente complesso e ne esistono di diversi tipi. Alcune onorificenze sono regolate per legge, spesso risalenti a diversi decenni fa. In questi casi risulta particolarmente lungo e laborioso il processo di revoca che è dettagliatamente indicato dalle norme.

    I radicali da tempo chiedono di annullare una serie di onorificenze che sarebbero state assegnate in passato con una certa leggerezza: per questo anche oggi, pur rallegrandosi delle quattro revoche, tornano a chiedere “con forza che anche le altre 26 onorificenze rimanenti vengano revocate”. “Vi deve essere – osservano i radicali – una completa e inequivocabile cesura con un passato di vergognosa connivenza con Putin”.

  • La libertà prevalga sulla legge del più forte

    Il sacrificio dei soldati, donne ed uomini, e dei  civili che per 84 giorni hanno combattuto nell’acciaieria Azvostal aveva impedito, per quasi tre mesi, la caduta definitiva di Maripoul e la totale occupazione del Mar d’Azov da parte dei russi che oggi invece controllano quel mare, quel territorio e si stanno spingendo sempre più oltre.

    I soldati, proprio perché soldati, hanno obbedito agli ordini dei loro superiore e del presidente Zelensky e sono usciti consegnandosi a coloro che hanno distrutto la città di Mariupol e le  vite di troppe persone inermi. Ora spetta veramente alla comunità internazionale fare sì che la Russia rispetti gli accordi e che queste donne e questi uomini, che hanno anteposto la libertà dell’Ucraina alla loro stessa vita, possano tornare in patria senza subire quelle violenze che sappiamo fanno parte dei sistemi post sovietici.

    Rimanga a tutti impresso, nel presente e nel futuro, che ci sono ancora persone che credono che la libertà, la sovranità nazionale vadano difese contro ogni sopruso perché la legge del più forte, del più potente, del più sanguinario non può ancora prevalere. Lo ricordino i cittadini europei e in speciale modo diversi politici italiani.

  • Putin, il narcisista che si sente uno zar

    In queste settimane ci sono state molte supposizioni, non solo in occidente, su presunte malattie del presidente russo. Presunte malattie che avrebbero, secondo indiscrezioni ed osservazione dei filmati, spiegato i suoi comportamenti e le nefaste conseguenze che ne sono derivate per tutti.

    Intanto la guerra continua in un’escalation di violenza che travolge anche migliaia di giovani russi portati a morire, come carne da cannone, sul campo di battaglia. Le crudeltà ed efferatezze verso i civili ucraini, spesso torturati prima di essere uccisi, si moltiplicano mentre continua la distruzione sistematica di città e villaggi. Non sappiamo, ovviamente, se Putin prenda farmaci per curare questo o quel problema, quello che comunque è chiaro, dai suoi comportamenti anche passati, è il suo narcisismo. Come tutti i narcisisti ha fantasie grandiose, progetti di illimitato potere e successo e, come tutti i narcisisti, se non è soddisfatto prova rabbia ed ira.

    il narcisismo è un disturbo della personalità caratterizzato tra l’altro da egocentrismo e incapacità a provare empatia emotiva, e porta a fidarsi solo di se stessi trovando tutti gli altri inferiori ed inadeguati. I narcisisti hanno una grandissima percezione di se ed ogni critica è vista come un attacco personale, si sentono superiori agli altri con i quali non amano avere contatti ravvicinati. I narcisisti sanno essere convincenti, carismatici e manipolatori e non dimenticano o perdonano presunti torti subiti. All’origine del disturbo ci possono anche essere problemi e traumi legati all’infanzia.

    Forse sarebbe bene che coloro che intendono provare nuovamente ad avere un incontro con Putin, per continuare sulla sempre più difficile strada di un compromesso di pace o almeno di armistizio, studino quali sono i comportamenti ed i modi di dialogo che è meglio tenere con un narcisista, specie quando questi  si sente uno  zar.

  • Testimonianze di crudeltà, sofferenze ed inganni istituzionali

    L’arroganza, la presunzione, il protagonismo, l’invidia:

    questi sono i difetti da cui occorre guardarsi.

    Plutarco

    Da 68 giorni ormai continua la guerra in Ucraina. Dal 24 febbraio scorso, quando le truppe armate russe entrarono nei territori ucraini, violando la sovranità di una nazione indipendente e membro dell’Organizzazione delle Nazione Unite, la popolazione ucraina sta subendo tutte le crudeltà della guerra. Di quella guerra che il dittatore russo e la sua propaganda cinicamente l’hanno considerata e continuano a farlo, come “un’operazione militare speciale”. Di quella guerra che, dal 5 marzo scorso, in Russia è vietata per legge considerarla come tale: chi trasgredisce rischia una pena fino a 15 anni di carcere. Una guerra che non riguarda soltanto e purtroppo i cittadini ucraini, ma per le dirette e/o indirette conseguenze derivate, riguarda anche i cittadini di molti altri Paesi. Perciò riguarda, purtroppo, tutti noi. Si, perché le mancate forniture di gas, di altri carburanti, nonché di generi alimentari di primissima necessità, come il grano, il mais, l’olio alimentare ecc., ormai stanno generando una crisi multidimensionale e a livello globale. Secondo un alto rappresentante del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite “…quasi 4,5 milioni di tonnellate di grano sono state bloccate nei porti ucraini a causa dell’invasione russa”. Sottolineando e ribadendo che “…La fame non dovrebbe diventare un’arma”. Ma, dati e fatti accaduti e che stanno tuttora accadendo alla mano, il dittatore russo e/o chi per lui stanno usando quell’arma consapevolmente ed irresponsabilmente non solo contro gli ucraini, ma in una vasta scala globale. La stessa allarmante situazione l’ha confermata oggi anche il presidente ucraino. Secondo lui “…Il conflitto in Ucraina potrebbe innescare una crisi alimentare che interesserà tutti i Paesi del mondo”. Egli ha affermato anche che “…l’Ucraina potrebbe perdere decine di milioni di tonnellate di grano perché la Russia ha bloccato i suoi porti sul Mar Nero”. Ragion per cui diventa obbligatorio, seguire sempre con la massima attenzione e trattare con la massima responsabilità quanto accade in Ucraina. Ma anche capire le ragioni che hanno portato ad una simile, grave, preoccupante, pericolosa e drammatica situazione. Comprese tutte le derivanti conseguenze.

    Le crudeltà dell’invazione russa in Ucraina e della spietata aggressione che continua ormai da 68 giorni ha causate molte vittime tra gli inermi, innocenti ed indifesi cittadini. Solo nella martoriata Mariupol, la “città di Maria”, secondo quanto ha dichiarato ieri il sindaco, le vittime sembrerebbe siano veramente molte. Paragonando quelle attuali alle vittime della seconda guerra mondiale, il sindaco di Mariupol affermava ieri che “Nell’arco di due anni, i nazisti uccisero circa 10mila civili a Mariupol. Gli occupanti russi ne hanno uccisi 20 mila in due mesi. Oltre 40 mila persone sono state trasferite con la forza”. Per lui si tratta di “…uno dei peggiori genocidi di una popolazione pacifica della storia moderna”. E riferendosi proprio ai crimini di guerra, proprio ieri la procuratrice generale ucraina dichiarava che “…sono oltre 9 mila, nel dettaglio 9.158, i casi di crimini di guerra indagati in Ucraina e che sarebbero stati commessi dalle forze russe dall’inizio dell’invasione”. Mentre l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati rapportava oggi che “…sono più di 5,5 milioni le persone che sono fuggite dall’Ucraina dall’inizio dell’invasione russa”. Solo nella regione di Kiev “…Sono 219 i bambini uccisi e 405 quelli rimasti feriti in Ucraina dall’inizio della guerra lanciata dalla Russia lo scorso 24 febbraio”. L’ha confermato oggi il procuratore generale della capitale ucraina. E riferendosi solo alla regione di Kiev, il capo della polizia della regione ha dichiarato oggi pomeriggio che “Purtroppo, abbiamo reperti orribili e abbiamo registrato i crimini commessi dall’esercito russo nella regione di Kiev quasi ogni giorno. Dei 1.202 corpi di civili uccisi, 280 sono ancora da identificare”. E queste sono una minima parte di quanto è accaduto in Ucraina dall’inizio della guerra 68 giorni fa e che continua ad accadere. Purtroppo si tratta di numeri che inevitabilmente sono destinati ad aumentare con il passare dei giorni. Oggi pomeriggio l’Ufficio dell’organizzazione delle Nazioni Unite per i diritti umani ha rapportato che in Ucraina “… sono 3.153 i morti accertati fra i civili dopo l’invasione russa del 24 febbraio”. Ribadendo però che “…si tratta delle uccisioni verificate, ma che il vero numero potrebbe essere molto più alto”.

    Dopo lunghe e difficili trattative tra i rappresentanti istituzionali ucraini, insieme con quelli dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e del Comitato internazionale della Croce Rossa da una parte e i rappresentanti russi dall’altra si è arrivato finalmente a un accordo d’evacuazione. Grazie a quell’accordo sono cominciati ieri, domenica, e stanno continuando anche oggi ad uscire i primi gruppi di civili assediati da diverse settimane nei sotterranei del complesso siderurgico di Mariupol. La “città di Maria”, pesantemente bombardata da settimane con artiglieria, missili di ogni genere e ormai rasa al suolo, è diventata la città simbolo delle barbarie, della spietatezza e della programmata devastazione messa in atto dalle forze armate russe in Ucraina. Le immagini trasmesse in diretta dalle emittenti televisive locali ed internazionali testimoniano le drammatiche e vissute sofferenze di centinaia di donne e bambini asserragliati da tempo ed in condizioni disumane nei sottofondi dell’acciaieria di Mariupol. Quel complesso siderurgico, o meglio quello che è rimasto dopo pesanti e lunghi bombardamenti, rappresenta anche l’ultimo baluardo dove si sono ritirati e stanno continuando la loro resistenza anche i militari del battaglione Azov. Le immagini, trasmesse durante le ultime ore oggi mostrano donne e bambini che sembra uscissero dalle tenebre, dalle catacombe. Riuscivano con molta difficoltà ad abituarsi alla luce naturale. Sono delle testimonianze viventi della crudeltà degli invasori russi, che hanno causato tante privazioni e tante sofferenze umane per i civili asserragliati nei sotterranei dell’acciaieria di Mariupol, la martoriata “città di Maria”. Ma sono, allo stesso tempo, anche delle testimonianze viventi ed inconfutabili che evidenziano, smentiscono e denunciano tutti gli inganni istituzionali e della propaganda russa, da quando è cominciato questa sanguinosa e orrenda guerra.

    Ieri, domenica 1 maggio, il ministro degli Esteri russo durante un’intervista a “Zona Bianca”, un programma di approfondimento politico di Rete 4 (Mediaset; n.d.a.), ha dichiarato tra l’altro, che “…La denazificazione dell’Ucraina non è argomento delle negoziazioni ma esiste”. Mentre per il battaglione Azov che sta difendendo eroicamente dall’inizio della guerra Mariupol ha dichiarato che “[esso] sostiene apertamente Hitler e il suo credo”. Il battaglione per il quale, oggi, il presidente ucraino ha dichiarato che “… fa parte della Guardia nazionale”. Il ministro degli Esteri russo, durante la sopracitata intervista televisiva, riferendosi alle origini ebree del presidente ucraino ha affermato che “…anche Hitler aveva origini ebree, i maggiori antisemiti sono proprio gli ebrei”. Le dichiarazioni del ministro degli Esteri russo hanno subito suscitato la reazione delle massime autorità istituzionali in Israele, ma anche dei rappresentanti delle istituzioni in Ucraina e delle altre organizzazioni. Sono “gravi” per il primo ministro di Israele le dichiarazioni del ministro russo. Aggiungendo anche che…si smetta immediatamente di ricorrere alla Shoah (parola ebraica che significa catastrofe, disastro e distruzione; n.d.a.) del popolo ebraico come strumento per polemiche politiche”. Per il ministro degli Esteri di Israele le parole del suo omologo russo sono “imperdonabili, oltraggiose e un errore storico”. Riferendosi alla Shoah del popolo ebreo durante la seconda guerra mondiale, il vice presidente della Commissione europea ha detto oggi che “I commenti di Lavrov sulla Shoah sono inaccettabili”. Aggiungendo anche che “Qualsiasi tentativo di trasformare le vittime della Shoah in carnefici è inaccettabile”. Mentre per il ministro degli Esteri ucraino le dichiarazioni dell’omologo russo fatte ieri “…Più in generale, dimostrano che la Russia di oggi è piena di odio verso le altre nazioni”.  Un simile parere lo ha espresso oggi anche uno dei consiglieri del presidente ucraino, per il quale “…Mosca sta semplicemente cercando argomenti per giustificare gli omicidi di massa degli ucraini”. Per il presidente di Yad Vashem il Museo della Memoria di Gerusalemme, le parole del ministro russo sono “False, deliranti e pericolose”, aggiungendo che si tratta di affermazioni “degne di ogni condanna”. Ha reagito anche la Comunità ebraica di Roma, tramite la sua presidente. Per lei “Le affermazioni del Ministro degli Esteri russo Lavrov sono deliranti e pericolose”.

    L’autore di queste righe valuta che, riferendosi alle sopracitate dichiarazioni del ministro degli Esteri russo, sarebbe proprio il caso di fare riferimento al Salmo 12 dell’Antico Testamento, quello attribuito a Davide, re degli ebrei.  Sono molto significativi i seguenti versi del Salmo: “Si dicono menzogne l’uno all’altro, labbra bugiarde parlano con cuore doppio. Recida il Signore le labbra bugiarde, la lingua che dice parole arroganti” (Salmo 12/3-4).

    Gli stessi versi sono molto significativi anche per degli altri rappresentanti diplomatici. Ma non in Ucraina e neanche in Russia. Bensì in Albania. Si tratta dell’ambasciatrice statunitense che, da quanto è stata accreditata, ha palesemente e consapevolmente violato quanto prevede l’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Lo ha fatto in ogni occasione presentata e/o creata “a proposito” per appoggiare, accreditare qualsiasi azione governativa. Ma anche per giustificare e/o addirittura offuscare e, se possibile, annientare qualsiasi scandalo governativo. E questi ultimi sono innumerevoli, sempre milionari e in palese violazione delle leggi in vigore. La stessa ambasciatrice, dati e fatti accaduti, documentati e denunciati alla mano, sta coprendo anche il voluto, ben programmato ed altrettanto bene attuato fallimento della riforma del sistema della giustizia in Albania. Tutto per mettere il sistema sotto il controllo personale del primo ministro e/o di chi per lui. L’autore di queste righe da anni ormai e molto spesso, partendo dal 2016, quando sono stati approvati gli emendamenti costituzionali per avviare la Riforma del Sistema di giustizia, ha informato il nostro lettore con la necessaria oggettività di tutto ciò. Ebbene il 12 aprile scorso è stato pubblicato dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America il Rapporto annuale sui diritti dell’Uomo. Il contenuto del capitolo sull’Albania è stato molto critico, evidenziando anche il controllo del sistema “riformato” della giustizia, la corruzione, il controllo, il condizionamento e la manipolazione dei risultati elettorali da parte delle istituzioni governative, il controllo crescente del potere politico sui media e tanto altro. Si tratta proprio dell’esatto contrario di quello che da anni l’ambasciatrice statunitense, dipendente proprio di quel Dipartimento di Stato, ha fatto e sta cercando di fare tuttora. Chissà perché ed in cambio di che cosa?!

    Chi scrive queste righe è convinto che l’ambasciatrice statunitense in Albania è diventata, nolens volens, una “validissima sostenitrice” di tutte le malefatte del primo ministro e dei suoi. Mettendosi così in palese violazione non solo dell’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Ma così facendo lei si è messa anche in palese contrasto con quanto viene scritto da anni sull’Albania nei rapporti ufficiali del Dipartimento di Stato, suo datore di lavoro. Così facendo però lei sta appoggiando il consolidamento della nuova dittatura sui generis in Albania, come da anni sta cercando modestamente di denunciare chi scrive queste righe. E in tutto quello che l’ambasciatrice statunitense ha fatto e sta facendo si nota la sua arroganza, la sua presunzione, il suo protagonismo. Non si sa se si tratta anche della sua invidia. Ma invidia o no, secondo il saggio Plutarco, tutti gli altri rappresentano dei difetti dai quali occorre guardarsi.

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