Russia

  • Snowden chiede asilo in Francia

    “La cosa più triste di tutta questa storia è che l’unico posto in cui un informatore americano ha la possibilità di essere ascoltato non è in Europa ma qui in Russia”, così Edward Snowden in un’intervista rilasciata alla radio Inter France e trasmessa lunedì scorso. Partito dapprima per Hong Kong, nel paese asiatico ha sollecitato l’assistenza di Wikileaks per trovare rifugio a Mosca dove si trova da quando sono trapelati documenti secretati che rivelano informazioni sul sistema di sorveglianza degli Stati Uniti dopo l’11 settembre. La prova era stata accompagnata da una presentazione in PowerPoint di 41 diapositive che dimostravano come la NSA avesse effettuato una ‘sorveglianza di massa’ sui cittadini americani. Washington aveva da subito accusato Snowden di mettere in pericolo migliaia di agenti statunitensi mentre svela il PRISM, ovvero un sistema di sorveglianza elettronica utilizzato dalla NSA e dalla CIA che proprio Snowden ha contribuito a sviluppare. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti sotto il presidente Barack Obama aveva revocato il suo passaporto e lo aveva accusato di violare l’Espionage Act.  La prima domanda di asilo di Snowden in Francia è stata respinta nel 2013, durante la presidenza di Francois Hollande, adesso il fuggitivo spera che il presidente Emmanuel Macron possa rivedere il suo caso.

  • Il dollaro ora ha il fiato pesante

     

    Di seguito riproponiamo l’articolo “Il dollaro ora ha il fiato pesante” che l’ex sottosegretario all’Economia Mario Lettieri e l’economista Paolo Raimondi hanno pubblicato su ItaliaOggi il 3 agosto

     

    Se persino un economista della banca americana Jp Morgan Chase, la più grande tra le «too big to fail» (troppo grosse per poter fallire ndr) ammette che l’era del dollaro come moneta degli scambi internazionali è arrivata al termine, vuol dire che qualcosa d’importante sta veramente cambiando nel sistema monetario mondiale. Il dollaro è stato la valuta di riserva dominante per quasi un secolo. Ma Craig Cohen, l’economista della citata banca, afferma che «il dollaro potrebbe perdere lo status di principale valuta internazionale».

    Una causa non secondaria è il crescente potere delle economie asiatiche, in particolare quello della Cina e del Giappone. Oggi l’intera regione asiatica, che comprende anche la Russia, vanta più del 50% del pil mondiale. E, com’è noto, per i commerci interni di questa vasta area si fa sempre più spesso uso di monete locali. L’altra ragione sta nel gigantesco debito pubblico americano che ha raggiunto i 22 mila miliardi di dollari. Ciò, inevitabilmente, rende la valuta americana più vulnerabile e meno appetibile per gli investitori. La prova evidente è la corsa all’oro e la crescita del suo valore. La Russia e la Cina guidano quest’azione. Nei primi cinque mesi dell’anno hanno aumentato le loro riserve auree di ben 70 tonnellate.

    Sembra che negli ultimi 10 anni la quota di oro nelle riserve russe sia quasi decuplicata. La Banca centrale di Mosca ne detiene 2190 tonnellate per un valore di circa 90 miliardi di dollari. Un quinto di tutte le riserve russe. Nel 2018 la Banca centrale russa ha dimezzato le riserve di dollari passando dal 45,8% al 22,7% del totale, sostituendoli con l’euro (passato dal 21,7% al 31,7%) e con lo yuan (salito dal 2,8% al 14,2% del totale)

    La Cina da gennaio sta acquistando decine di tonnellate di oro il mese che in parte sono destinate a incrementare le riserve. La quantità totale di oro è di circa duemila tonnellate. Rimane ancora molto spazio, poiché l’oro rappresenterebbe solo il 3,5% del totale delle riserve cinesi. Comunque, la concentrazione di oro è ancora negli Usa. Vi sarebbero, infatti, circa 8.200 tonnellate, pari a oltre il 70% di tutte le riserve americane. Una simile percentuale vale anche per la Germania. In Italia l’oro, con circa 2.450 tonnellate, rappresenta il 66% di tutte le nostre riserve. Ma la tendenza a livello mondiale di rimpiazzare il dollaro, nella composizione delle riserve, con l’oro e con altre monete prosegue speditamente.

    La progressiva perdita di affidabilità del «sistema dollaro» è testimoniata anche dalla presa di distanza di molti investitori istituzionali internazionali dai titoli di stato americani. In passato la Russia era ritenuta uno dei maggiori investitori in Treasury bond. Nel 2010 ne aveva 176 miliardi di dollari. Adesso la quota è scesa a 12 miliardi. La Cina, il principale detentore mondiale di Treasury bond, mese dopo mese ne vende per decine di miliardi di dollari. Negli ultimi due anni ha raggiunto il minimo storico, scendendo a 1.100 miliardi.

    Anche i più stretti alleati degli Usa incominciano ad avere dubbi circa l’attendibilità del sistema finanziario americano, tanto che persino la Gran Bretagna nel solo mese di aprile ha ridotto il portafoglio di obbligazioni americane di 16,3 miliardi di dollari. Il Giappone, che è il secondo creditore degli Usa, ha fatto lo stesso.

    Secondo il ministero delle Finanze di Washington, la stessa disaffezione si starebbe manifestando anche nella borsa di Wall Street, dove nei passati 13 mesi gli investitori stranieri avrebbero venduto azioni di società americane, soprattutto dei settori high tech, per circa 215 miliardi di dollari.

    Nonostante tutto ciò, Trump auspica una svalutazione del dollaro. Così, sostiene lui, si comprerebbero meno beni sui mercati mondiali e le esportazioni americane diventerebbero più competitive.

    In uno dei suoi recenti «messaggini» ha detto che «la Cina e l’Europa giocano con la grande manipolazione monetaria e immettono ingenti quantità di soldi freschi nei lori sistemi allo scopo di competere con gli Usa». Il presidente americano chiede, quindi, di stampare più dollari e con essi comprare altre monete, rendendo più conveniente per gli investitori stranieri cambiare le loro valute in dollari.

    Molti, anche negli Usa, gli hanno fatto notare che un dollaro svalutato non è la soluzione. È soltanto il percorso più sicuro per far aumentare i prezzi all’interno del paese, poiché le importazioni Usa sono in gran parte prodotti semilavorati che entrano nei processi produttivi nazionali. Ma Trump non ci sente. Se oltre alla guerra dei dazi si dovesse rischiare anche una guerra delle valute, la stabilità economica mondiale potrebbe essere messa pericolosamente a rischio e con essa, naturalmente, anche il ruolo del dollaro. Al riguardo il presidente della Bce, Mario Draghi, è stato molto chiaro: «Consideriamo l’accordo internazionale per evitare le svalutazioni valutarie competitive un pilastro del multilateralismo». Parole sagge e consapevoli.

  • Sistema monetario con lo yuan

    Riceviamo e pubblichiamo l’articolo a firma di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su Italia Oggi del 6 luglio 2019.

    A ogni azione corrisponde una reazione che, a volte, sorprende chi ha iniziato il contenzioso. È il caso della politica dei dazi e delle sanzioni di Donald Trump: stanno determinando le condizioni per la nascita di un sistema monetario parallelo basato sullo yuan cinese utilizzabile per gli scambi commerciali e come riserva monetaria. Soprattutto in Asia.

    Anche le sanzioni americane nei confronti di chi importa petrolio dall’Iran, di fatto, spingono in tale direzione. La Cina è il principale importatore di energia dall’Iran e continuerà a farlo. Il problema, di conseguenza, sorgerà al momento del pagamento in dollari.

    Ogni anno la Cina importa dal resto del mondo petrolio per 250 miliardi di dollari e altri 150 miliardi di merci, quali l’acciaio, il rame, il carbone e la soia. Tutte queste commodity finora sono valutate e commerciate in campo internazionale in dollari. Perciò anche la Cina li deve pagare con la valuta americana. Ciò dà alle autorità Usa un ampio margine di manovra su cosa la Cina compra e da chi. In verità, negli anni passati, gli Usa non hanno mai nascosto l’intenzione e la capacità di usare questa leva per condizionare certi sviluppi geopolitici e geoeconomici. Ad esempio, hanno imposto forti sanzioni pecuniarie contro alcune banche non americane, come la Standard Chartered inglese e la Bnp Paribas francese, per aver fatto operazioni finanziarie in dollari con le controparti iraniane, anche se le suddette banche non avevano violato alcuna regola dei paesi in cui gli accordi erano stati stipulati.

    Lo stesso potrebbe oggi succedere per quelle banche, cinesi oppure no, che dovessero giocare un ruolo nei pagamenti in dollari per saldare contratti d’importazione del petrolio iraniano. Pensare di costringere gli importatori di petrolio iraniano, tra cui la Cina, il Giappone, l’India e la Corea del Sud, a cambiare il paese di rifornimento, approvvigionandosi dall’Arabia Saudita, alleata di Washington, potrebbe rivelarsi un grave errore.

    Di fronte a questa situazione sta emergendo una serie di nuovi strumenti valutari internazionali alternativi al dollaro. Pechino lavora in questa direzione e si prevede per lo yuan un ruolo centrale. Prima di tutto, il governo cinese sta agevolando l’accesso ai finanziamenti in yuan attraverso organismi offshore con base a Hong Kong. In secondo luogo, per convincere chi esporta petrolio in Cina ad accettare pagamenti in yuan, Pechino intende dimostrare che i paesi produttori potrebbero utilizzare gli yuan non solo per l’acquisto di beni cinesi. Pechino, perciò, programma di offrire prodotti finanziari con un valore sicuro e stabile, facilmente monetizzabili, che potrebbero diventare, addirittura, un’alternativa ai bond del Tesoro americano.

    La Cina sta offrendo contratti future sul petrolio e sull’oro che, tra l’altro, permetterebbero agli interessati di creare una garanzia sul prezzo del petrolio ma anche di poterli convertire in oro. Il processo sembra lento ma è irreversibile. La Cina ha già convinto il Qatar ad accettare lo yuan per il pagamento di parte delle sue esportazioni di petrolio. Inoltre, come conseguenza dell’importante accordo pluriennale di acquisto di petrolio e gas russo per 400 miliardi di dollari da parte della Cina, lo scorso anno Mosca ha cambiato l’equivalente di 50 miliardi di dollari delle sue riserve monetarie in yuan. Pechino ha già siglato accordi di swap monetari con più di 30 Paesi, tra cui il Giappone e la Russia, che permettono di utilizzare per i commerci lo yuan. Molti progetti di cooperazione tra Brasile e Cina sono già finanziati e regolati in yuan.

    Alla vigilia del G20 Russia e Cina hanno sottoscritto un accordo per l’utilizzo di strumenti finanziari in rubli e in yuan fino a coprire nei prossimi anni il 50% di tutti i loro commerci bilaterali. È da notare che allo stesso tempo i due paesi stanno espandendo enormemente le loro riserve in oro.

    La stessa realizzazione della «Belt and Road Initiative», la Nuova Via della Seta, e il ruolo di finanziamento dell’ Aiib, Asian Infrastucture Investment Bank, serviranno per l’internazionalizzazione dello yuan. Molti progetti infrastrutturali con i paesi asiatici coinvolti sono già stipulati nella valuta cinese. Al riguardo è interessante la lettura dell’ultimo bollettino della Banca Mondiale sull’economia dei paesi dell’Africa sub-sahariana, dove la presenza e la cooperazione della Cina è visibilmente molto elevata. La composizione per valuta dell’intero ammontare del debito pubblico e privato di quella regione sarebbe così suddivisa: soltanto il 5,7% in euro, il 62,4% in dollari e il 25% in altre monete. E in quest’ultima categoria lo yuan occupa la parte preponderante.

    Questi processi di portata globale avranno inevitabilmente effetti sull’Europa, chiamata a giocare un ruolo attivo e non subalterno ad altri interessi.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Cina e Russia si preparano a sfruttare la rotta dell’Artico

    Cina e Russia – come riferisce il Transatlantico diretto da Andrew Spannaus – stanno costruendo nuove rompighiaccio a reazione nucleare per utilizzare la rotta artica, la via più breve che unisce l’Atlantico al Pacifico. Il China General Nuclear Power Group ha svelato che Pechino sta approntando rompighiaccio lunghe 152 metri, larghe 30 e alte 18, per un peso di 30.000 tonnellate. Di poco più lunghe e pesanti delle attuali rompighiaccio russe classe Arktika, si muoveranno fra i ghiacci grazie a due reattori ad acqua pressurizzata da 25 MW (finora la Cina ha utilizzato rompighiaccio a motore diesel, le Xue Long (Drago di neve). Nei cantieri di San Pietroburgo la Russia ha invece avviato la costruzione delle rompighiaccio Progetto 22220: non si hanno dettagli del progetto ma pare che le navi in via di allestimento siano ancora più grandi delle rompighiaccio cinesi.

  • Ue, Russia e Ucraina a confronto sulle forniture di gas

    Nuovo round di colloqui trilaterali tra Unione europea, Mosca e Kiev a Bruxelles sul transito del gas attraverso l’Ucraina. In agenda, le questioni del prezzo del gas, dei volumi, della durata e del quadro giuridico, con l’obiettivo di raggiungere un nuovo accordo sulle forniture il prima possibile. Il contratto esistente tra Mosca e Kiev scadrà infatti alla fine del 2019, e si vuole scongiurare che la Russia chiuda definitivamente il passaggio di idrocarburi attraverso l’Ucraina, lasciando i cittadini ucraini senza forniture.

    “Sono passati esattamente sei mesi da quando ci siamo incontrati in questo formato per la prima volta a Berlino, da allora si sono svolti un paio di colloqui a livello di esperti ed è tempo di fare un bilancio e discutere la via da seguire sui parametri chiave concordati – ha sottolineato il commissario Ue all’Energia, Maros Sefcovic -. Abbiamo bisogno di un forte impegno da entrambe le parti”. Al tavolo, oltre a Sefcovic, saranno presenti anche il ministro ucraino degli Esteri, Pavlo Klimkin, il ministro dell’Energia russo, Alexander Novak, e i rappresentanti di Naftogaz per l’Ucraina e Gazprom per la Russia, le due compagnie nazionali del gas. Una portavoce dell’Ue nei giorni scorsi ha negato le voci sulla possibile rinuncia di Gazprom a partecipare.

    Intanto,  il numero uno di Gazprom, Alexey Miller, ha reso noto che la costruzione di un braccio settentrionale lungo 403 chilometri del gasdotto TurkStream sarà completata in Serbia entro la fine del 2019. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa serba Beta, Miller ha specificato che il gasdotto attraverserà il confine tra Bulgaria e Serbia per poi procedere verso Nord, fino al confine serbo-ungherese. Miller ha anche assicurato che tutte le questioni relative al trasporto di gas saranno risolte in linea con la legislazione serba e dell’Unione europea. Ieri, durante una visita ufficiale a Belgrado, il presidente russo Vladimir Putin aveva affermato che la Russia è favorevole all’estensione al Paese balcanico del progetto Turkish Stream e che Mosca è pronta a investirvi 1,4 miliardi di dollari. Putin aveva anticipato che il progetto potrebbero essere esteso anche ad altri Paesi europei. Da parte sua, il presidente serbo Aleksandar Vucic ha ribadito che “il gas russo è la migliore opzione” per Belgrado e che la Serbia ha fatto tutto il necessario per garantire l’estensione del gasdotto al territorio serbo.

  • Confini balcanici

    Nulla è più complicato della sincerità.

    Luigi Pirandello

    Durante l’udienza con il Corpo Diplomatico del 7 gennaio scorso, Papa Francesco, tra l’altro, ha messo in evidenza che nel periodo tra le due guerre mondiali “le propensioni populistiche e nazionalistiche prevalsero sull’azione della Società delle Nazioni”. Papa Francesco, in seguito, riferendosi al suo “Messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace”, ha ribadito che “il buon politico non deve occupare spazi, ma avviare processi. Egli è chiamato a far prevalere l’unità sul conflitto”. E il presidente Sergio Mattarella, nel suo messaggio inviato a Papa Francesco, in occasione della Giornata Mondiale della Pace che si è celebrata il 1° gennaio scorso, ha scritto che “Per rendere più giusta e sostenibile la stagione che si è chiamati a governare, una politica responsabile e lungimirante non alimenta le paure, non lascia spazio alla logica del nazionalismo, della xenophobia, della guerra fratricida”.

    Nazionalismi che si stanno risvegliando minacciosi ultimamente anche nei Balcani. Attualmente lì si sta evidenziando una ripresa di azioni e di dichiarazioni che spingono verso un nazionalismo pericoloso. Soprattutto in un contesto geopolitico molto incandescente. Proprio in quei Balcani dove ancora sono fresche le piaghe causate dalla disintegrazione dell’ex Repubblica Socialista Federale della Jugoslavia.

    La regione balcanica è stata definita come la polveriera dell’Europa. Per capire meglio la fragile e preoccupante realtà balcanica, bisogna ricordare anche la presenza delle missioni militari di pace, come in Bosnia ed Erzegovina e in Kosovo. Ma nel sud del Kosovo, dal 1999, sono presenti anche militari statunitensi, in una loro propria base. Dall’altra parte, sono pubblicamente noti i buoni rapporti multidimensionali tra la Serbia e la Russia. Rimanendo nell’ambito di possibili alleanze militari, nel giugno scorso, riferendosi all’agenzia russa delle notizie TASS, si sono svolte nel sud della Russia (regione di Krasnodar) le esercitazioni tattiche congiunte chiamate “Fratellanza slava 2018”. Già il nome è un programma. Hanno partecipato la Russia, la Bielorussia e la Serbia, con delle truppe scelte di paracadutisti. La loro missione era quella di contrastare una presa del potere simulato, o un’insurrezione in uno Stato fittizio dell’Europa orientale. Queste manovre sono state svolte mentre la NATO effettuava una sua importante esercitazione navale.

    Un altro fatto merita di essere evidenziato, sempre nell’ambito delle mire geopolitiche delle grandi potenze nei Balcani. Nella primavera del 2018 si sono riattivati gli attriti tra la Serbia e il Kosovo, dopo gli episodi di violenza avvenuti a Mitrovica, nel nord del Kosovo. All’inizio di aprile del 2018, secondo credibili fonti mediatiche russe, c’è stata una telefonata tra il presidente russo Putin e quello della Serbia, Aleksandar Vučić. Sempre da quelle fonti mediatiche risulterebbe che Putin abbia rassicurato Vučić di non dubitare perché avrebbe inviato forze immediate se necessario. “Non lascerò senza difesa il mio partner e alleato più importante in Europa (la Serbia; n.d.a.)”! Mentre, riferendosi ai media serbi, risulterebbe che durante il colloquio telefonico, Putin abbia detto al suo omologo serbo che “Nell’eventuale tentativo, da parte delle forze speciali albanesi, di occupare la parte settentrionale del Kosovo, o di un nuovo pogrom contro i serbi, la Russia invierà immediatamente un significativo contingente militare”. Secondo gli analisti geopolitici specializzati, questo involverebbe l’invio di una brigata aerotrasportata russa con tutti i mezzi. Gli analisti ribadiscono che tutto ciò potrebbe essere possible, perché secondo la risoluzione ONU 1244, la Russia è una parte garante della “sicurezza” dell’ex provincia jugoslava (il Kosovo; n.d.a.). Ragion per cui Putin rassicurava il presidente serbo che “La Federazione Russa è pienamente impegnata nei confronti dei serbi del Kosovo, con tutti i mezzi, per difenderli da un possibile attacco”.

    Questo accadeva nell’aprile 2018. Mentre il 7 gennaio scorso, per testimoniare la solida alleanza tra la Russia e la Serbia, nonché la stima per il presidente serbo Aleksandar Vučić, Putin ha conferito a quest’ultimo il prestigioso premio “Alexander Nevsky”. Premio che testimonia anche i legami stretti tra i due paesi. Premio che, secondo gli osservatori, è stato conferito ad alcuni massimi dirigenti di paesi, dove non si rispettono i valori democratici. Perciò, il conferimento di questo premio prestigioso della Federazione Russa, allinea Vučić a fianco dei dirigenti di Turkmenistan, Tagikistan, Kirgizstan, Kazakistan e Bielorussia.

    In una simile realtà molto delicata geopolitica nei Balcani, dall’agosto scorso, una irresponsabile dichiarazione del presidente del Kosovo, sta agitanto molto le acque. Dichiarazione “strana e inaspettata” che riapre pericolosamente il capitolo di una nuova delimitazione dei confini tra il Kosovo e la Serbia, fatta su basi etniche. Dichiarazione che ha trovato subito vaste e trasversali forti reazioni contrarie, sia in Kosovo che in Albania. La maggior parte dei politici e degli opinionisti, in tutti e due i paesi, sono seriamente preoccupati di un simile inatteso sviluppo. Sviluppo considerato come pericoloso anche da molti noti media e opinionisti internazionali (Patto Sociale n.329).

    Mentre, durante una congiunta riunione dei governi dell’Albania e del Kosovo, il 26 novembre scorso a Peja (Kosovo), il primo ministro albanese è ritornato alle sue “minacce nazionalistiche”. Minacce che fa sempre quando si trova in difficoltà per via degli innumerevoli scandali. In quell’occasione lui ha espresso la sua convinzione sull’unione “del Kosovo con l’Albania nel 2025, con o senza l’Unione europea” (Patto Sociale n.335). Non solo, ma durante una conferenza stampa, lui ha considerato “somari” tutti coloro, in Kosovo e in Albania, che erano contro l’iniziativa [sopracitata] del presidente del Kosovo! Così facendo lui è uscito, per la prima volta, allo scoperto, in difesa della nuova delimitazione dei confini tra il Kosovo e la Serbia.

    Ma il 26 novembre scorso a Peja, il primo ministro albanese parlò, per la prima volta, anche di un inspiegabile rapporto strategico dell’Albania con la Serbia! Alcuni anni fa, appena diventato primo ministro, lui aveva dichiarato di considerare la Turchia come un alleato strategico, con tutte le seguenti conseguenze, ormai note a tutti. Il primo ministro albanese, senza batter ciglio, dichiarò che “il nostro rapporto con la Serbia è strategico e a lungo termine. L’Albania è determinata a costruire un’alleanza strategica con la Serbia”! Chissà se hanno ragione le cattive lingue, secondo le quali dietro tutto ciò c’è lo zampino di George Soros…

    Chi scrive queste righe valuta sia utile ricordare quanto ha detto il presidente francese François Mitterrand, durante il suo ultimo discorso, pronunciato al Parlamento di Strasburgo il 17 gennaio 1995. Egli disse, tra l’altro, che “era nato durante la prima guerra mondiale, aveva fatto la seconda guerra, per poi essere giunto alla conclusione, basandosi nella sua lunga esperienza di vita, che il nazionalismo è la guerra”. Allo stesso tempo, chi scrive queste righe condivide la convinzione di Luigi Pirandello, che in questi tempi nulla è più complicato della sincerità. Aggiungendo che nulla può essere più pericoloso dell’irresponsabilità di quelli che governano. Nei Balcani e altrove.

  • Inauguration of Georgia’s first woman president is not a sign of progress, but a troubling step back

    Christina Pushaw – New Europe

    Despite critical assessments of Georgia’s November 28 runoff presidential election from much of the international community – observers expressed alarm about political violence, intimidation, vote-buying on an “unprecedented” scale, and outright electoral fraud – the victory of ruling party candidate Salome Zurabishvili largely made headlines for a more positive reason: As the fifth president of Georgia, she is the first woman to hold the office.

    Though Zurabishvili’s win is indeed a milestone for Georgia’s political development, it does not mark progress, but a massive step backward. Not long ago, the country was perceived as a heartening outlier in a difficult region: Following the peaceful Rose Revolution of 2003, then-President Mikheil Saakashvili embarked on an ambitious reform program that transformed Georgia from a failed state into a pro-Western democracy. Unsurprisingly, Russian President Vladimir Putin viewed such a success story in Russia’s backyard as a threat to his regime. Russia invaded Georgia in 2008 and occupies about a fifth of the country’s territory to this day. According to then-US Secretary of State Condoleezza Rice, a central objective of Russia’s intervention in Georgia was to depose Saakashvili.

    In a peaceful transition of power – the first in the country’s history – Saakashvili stepped down in 2012, following his party’s loss to oligarch Bidzina Ivanishvili’s Georgian Dream coalition. But in the years since, Georgia’s democratic institutions have eroded, and Zurabishvili’s election stands out as the most dramatic example yet of this backsliding. Not only did her campaign seriously damage Georgia’s democratic credentials – which now stand in stark contrast to monitors’ glowing assessment of the December 9 snap parliamentary elections in neighbouring Armenia– but Zurabishvili’s Pyrrhic victory was welcomed by Putin’s allies.

    United Russia member Konstantin Kosachev, the chairman of the Foreign Affairs Committee in the Duma’s upper house, said in a comment carried by Russian state-run broadcaster TASS on November 29 that the contested Georgian election result was “positive” and expressed hope that “the space for dialogue” between Moscow and Tbilisi, presumably over the status of the Russian-occupied Georgian territories, “would enlarge.”

    Anton Morozov, a Duma member from the far-right Liberal Democratic Party, predicted that Georgian-Russian relations would “markedly improve” with Zurabishvili’s presidency, and Deputy Foreign Minister Grigory Karasin echoed this optimism to members of the media from Ria Novosti, a tightly controlled state news agency, also on November 29.

    The warm response from Moscow is not surprising – Zurabishvili has long pushed the Kremlin’s narrative about Georgia, claiming that the Georgian side provoked the Russian invasion in 2008 and that the US shares the blame. Indeed, Putin himself has quoted Zurabishvili’s writing to justify Russian aggression in Georgia. Perhaps this is why the most regressive political forces in Georgia – including the fringe pro-Kremlin party “Alliance of Patriots of Georgia” and the ultra-nationalist “Georgian March” movement, both of which receive funding from Moscow – voiced support for Zurabishvili in the runoff. According to Tbilisi-based journalist Natalia Antelava, the powers that pushed Zurabishvili to victory “are among the most xenophobic and sexist on Georgia’s political spectrum.”

    Thus, it is a mistake to praise Zurabishvili’s campaign as a victory for women in politics. Shortly before the runoff, portraits of male Georgian Dream leaders – including Ivanishvili himself – replaced Zurabishvili’s face on billboards across the country. Not only did this move shatter any remaining illusion of Zurabishvili as an “independent” candidate, but it drew criticism from a coalition of Georgia’s most reputable gender equality NGOs, who stated that Zurabishvili’s campaign “damaged the ideals of gender equality and further marginalised female politicians”. Women’s rights groups also criticised the ruling party for attempting to present Zurabishvili as “a victim of gender-based discrimination, without being able to point to specific facts.”

    In short, the election of the first woman president merely serves as a fig-leaf to distract from the uncomfortable reality: Georgia has lost its position as the regional leader in democratic development. What’s more, the country’s once-unimpeachable credentials as a steadfast ally of the West are now under question. If Georgia’s international partners want to salvage any of the country’s hard-won progress, they would do well to look beyond the headlines.

  • Le tensioni Ucraina-Russia banco di prova per la Ue e l’asse atlantico

    Con le recenti intimidazioni e violenze perpetrate dalla Russia contro l’Ucraina – la cattura di 3 navi militari ucraine e il blocco dello stretto di Kerch strategicamente importante – Vladimir Putin sta testando l’unità occidentale e la sua capacità di risposta. Ue, Nato e Dipartimento di Stato degli Usa hanno preso posizione, ma il grande assente è stato Donald Trump, che ha commentato l’accordo sulla Brexit ma non ha speso una parola sulle nuove tensioni tra Ucraina e Mosca (perfino il mancato incontro con Putin al G20 è parso dettato dai suoi consiglieri e più legato a questioni di politica interna, l’indagine dell’Fbi su collusioni con Mosca, piuttosto che da tutela delle ragioni dell’Occidente). Anche l’Austria, il cui ministro degli esteri Karin Kneissl ha legami con Putin, ha ipotizzato sanzioni europee verso Mosca, di cui la Ue discuterà questo mese. Tali sanzioni sono osteggiate dai Paesi dell’Ue guidati da partiti populisti, ma un’uniformità di visione e di azione  da parte degli Stati comunitari appare particolarmente importante prima delle elezioni europee del prossimo anno, che minacciano di fornire una piattaforma per partiti di estrema destra allineati al Cremlino (c’è già chi chiede di potenziare la task force East StratCom, una cellula anti-disinformazione del servizio estero dell’Ue).

  • CNPC replaces Total in South Pars gas project, Iran says

    Total said in August it had told Iranian authorities it would withdraw from the South Pars gas project after it failed to obtain a waiver from US sanctions against Iran.

    China National Petroleum Corporation (CNPC) has reportedly replaced France’s energy giant Total in Iran’s massive South Pars gas project. Total has a 50.1% stake in the gas field, CNPC holds a 30% stake and National Iranian Oil Company subsidiary PetroPars holds the remaining 19.9%.

    “China’s CNPC has officially replaced Total in phase 11 of South Pars but it has not started work practically. Talks need to be held with CNPC … about when it will start operations,” ICANA news agency quoted Iran’s Petroleum Minister Bijan Zangeneh as saying on November 25.

    Total signed a contract to develop phase 11 of the South Pars natural gas field in 2017 with an initial investment of $1 billion. It was the first major Western energy investment in Iran after sanctions were lifted under the 2015 nuclear agreement signed between Tehran and six world countries, including the US.

    The US Administration of President Donald J. Trump has pulled out of the Iran agreement and imposed fresh sanctions but the European Union, China and Russia remain committed to the nuclear deal.

    Despite EU efforts to secure companies’ interests in Iran, Total said in August it had told Iranian authorities it would withdraw from the South Pars gas project after it failed to obtain a waiver from US sanctions against Iran.

  • La Germania, la politica estera e l’Europa

    Il 12 e il 13 luglio 2018 si è riunita a Bruxelles la conferenza al vertice della Nato. Nel corso dei lavori il presidente americano Trump ha fatto scalpore con alcune perentorie dichiarazioni. La prima è stata una minaccia di uscita degli Usa dall’organizzazione, se non si fosse risolto il problema della ripartizione degli oneri per la difesa, oggi quasi tutti a carico degli Stati Uniti. La seconda si è espressa in un veto indirizzato alla cancelliera Merkel per la realizzazione del “Nord Stream 2”, cioè del raddoppio del gasdotto esistente che collega già in maniera diretta la Russia con il territorio tedesco attraverso il Mar Baltico, raddoppio non solo dell’infrastruttura, ma anche della quantità di gas naturale russo (55 miliardi di metri cubi di gas) trasportato verso il mercato europeo, con conseguenze economiche e strategiche facilmente immaginabili. Con la solita brutale franchezza Trump faceva osservare che gli pareva inaccettabile che la Germania facesse affari miliardari con la Russia mentre gli Usa pagavano miliardi per la sua difesa. Gli pareva inoltre inopportuna una politica energetica tedesca dipendente in larga misura dalla Russia. Questi rilievi “amichevoli” furono accolti senza apparente e manifesta contrarietà dal governo tedesco. Una diplomatica risposta è stata però indirettamente espressa il 22 agosto sul quotidiano “Handelsblaat”dal ministro degli Esteri Haiko Maas, il quale ha delineato i contorni di una “nuova strategia americana” nei confronti della Germania e ha definito le basi “di un rinnovamento della collaborazione” con l’alleato transatlantico, in partenariato con gli altri Paesi europei. Quel che più conta però è stato il seguito, cioè la richiesta di una revisione della politica estera del suo Paese e di una “autonomia strategica dell’Europa”, facendo dell’UE “un pilastro dell’ordine internazionale”. Questa convergenza, della Germania e dell’Unione europea – si chiede l’Istituto europeo delle Relazioni internazionali di Bruxelles (IERI) – permetterà d’instaurare “un partenariato equilibrato” con gli Stati Uniti d’America? Autonomia strategica! Vuol dire forse la definizione autonoma di una politica estera europea? Ci sembra una svolta storica questa intrapresa dal capo della diplomazia tedesca, una svolta come non accadeva dal 1949, anno della costituzione della Repubblica federale di Germania. Siamo veramente all’inizio di una nuova fase diplomatica? Oppure, per il momento, siamo soltanto all’auspicio di un nuovo periodo per le relazioni internazionali? A noi pare comunque che questa svolta sia un elemento notevole da non sottovalutare. Il sistema dei media non ha dato all’evento l’importanza che esso merita, ma certamente le cancellerie dei Paesi europei, ed in primo luogo di Germania e Francia, non potranno non considerare la rilevanza dell’evento. E’ indubbio che la politica estera della Germania – afferma sempre l’INRI – dopo aver superato i limiti della “politica renana” di Khol e della “via tedesca” di Schröder, ha voltato la schiena alla “potenza discreta” della Merkel, reagendo in questo modo alle provocazioni sovraniste di Trump e alla frammentazione decisionale dell’UE di fronte alle nuove sfide dell’ordine (o del disordine?) mondiale. Le dichiarazioni di Heiko Maas, che richiamano una presa di distanza dagli Usa, ricordano implicitamente almeno tre momenti significativi della storia tedesca e sottolineano la lenta maturazione della sua politica estera dopo la fine del bipolarismo: 1) il rapporto Lamers-Schauble del 1994 sulle nuove responsabilità della Germania dopo la riunificazione del 3 ottobre 1990 e la visione di un’Europa reconfigurata, 2) la dichiarazione della Merkel a Monaco nel maggio del 2017 sull’emancipazione dell’Europa nei confronti degli Usa e sulla necessità per gli europei di “prendere in mano il loro destino”, 3) il già ricordato vertice della Nato del luglio 2018 a Bruxelles. Non è quindi una novità questa prospettiva tracciata dal ministro degli Esteri attuale. Come non è una novità di oggi il cambiamento della politica americana verso l’UE. Esso è cominciato ben prima dell’elezione di Trump – conferma il ministro tedesco – e sopravvivrà alla sua presidenza.

    Come potranno estrinsecarsi i propositi tedeschi nella politica dell’UE? Temiamo che le elezioni dell’anno prossimo per il rinnovo dei parlamentari europei non lascino spazio per un dibattito di questo tipo. A meno che qualche governo, o qualche gruppo politico del Parlamento europeo, non  faccia rientrare questi temi nel proprio programma elettorale. Se ciò accadesse, sarebbe un passo avanti di notevole portata, perché il tema dell’ “autonomia strategica” diventerebbe familiare anche all’opinione pubblica.

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