Russia

  • Considerazioni

    Di fronte alle notizie tragiche che arrivano dalle troppe zone di guerra cerchiamo di sforzarci di credere che la battaglia per costruire un mondo più giusto non sia ancora persa, che le persone che hanno valori, come il rispetto per la vita e la dignità altrui, siano ancora la maggioranza.

    Poi leggiamo che un operaio, caduto dal tetto mentre lavorava, è stato portato e lasciato lontano, in un campo, da chi cercava di sfuggire alle responsabilità di quanto accaduto e non si curava del danno ulteriore che gli procurava.

    Da quasi due anni ormai si parla ogni sera del delitto di Garlasco ed ogni giorno si apprendono notizie sconcertanti sul modo nel quale sono state condotte, nel passato, le indagini e poi trattate le vere o presunte prove, di fatto la vittima non ha ancora pace e giustizia e non si sa se un innocente è stato ingiustamente tenuto in prigione e un assassino è ancora in libertà, quello che è certo è che più si indaga più esce un verminaio.

    In Russia una giovane ricercatrice è morta per la fuoriuscita da una provetta del virus della peste, come sempre le notizie dalla Russia arrivano e si smentiscono di ora in ora, le autorità, come era già successo in Cina per i primi segnali del covid, non danno certezze e cercano di impedire la conoscenza dei fatti che comunque confermano alcuni dati inquietanti. I colleghi della ricercatrice sono stati tenuti in isolamento nel laboratorio, l’ospedale distrettuale di Shelekhov è stato temporaneamente bloccato e non solo la Siberia è in allarme. Un’epidemia di peste potrebbe non essere un’ipotesi remota nonostante le autorità russe continuino a far cancellare e a smentire le notizie che di volta in volta sono date dagli organi di informazione.

    Per quale motivo, tra le tante notizie negative, abbiamo scelto queste tre? Perché ci sembrano uno spaccato della società nella quale viviamo, una società che non ha pena neppure per chi si ferisce lavorando, che non rispetta le regole fondamentali per accertare chi è o non è colpevole, che, con esperimenti sempre più pericolosi, spesso fatti non per trovare nuove cure ma per mettere a punto nuove armi batteriologiche, non si cura dei pericoli ai quali espone le popolazioni.

    Se a tutto questo aggiungiamo la spada di Damocle di una intelligenza artificiale che è sul punto di sfuggire al controllo mentre milioni di giovani non sono già più in grado di dialogare con gli altri umani e vivono isolati con l AI, si comprende bene quanto poco tempo ormai ci sia per cambiare strada.

  • Convoglio militare russo raggiunge Tobruk in Libia

    Il secondo dei due convogli russi entrati nel Mediterraneo tra la fine di agosto e l’inizio di settembre ha raggiunto Tobruk, nella Libia orientale, trasportando con ogni probabilità veicoli corazzati e mezzi logistici. Un’immagine satellitare Sentinel-2 acquisita il 13 settembre alle 10:55 ora italiana (8:55 UTC) e analizzata dai gruppi di intelligence da fonti aperte (Osint) “Sonarrow” e “GeoInsider” mostra il cargo “Anastasiia” all’interno dello specchio portuale, il “Yuriy Arshenevskiy” poco fuori dall’imboccatura e la nave da sbarco “Aleksandr Shabalin”, classe Ropucha, più al largo. L’immagine chiarisce così la destinazione del gruppo, rimasta incerta durante la traversata del Mediterraneo centrale. La natura del carico emerge da precedenti immagini ad alta risoluzione della costellazione di satelliti Pleiades Neo, acquisite il 13 agosto nella base navale russa di Baltiysk, nell’exclave di Kaliningrad. Le fotografie mostrano gruppi di camion logistici Ural sul ponte della “Anastasiia” e diversi mezzi corazzati sul molo accanto al “Yuriy Arshenevskiy”. Gli analisti li hanno identificati come Apc, acronimo inglese di “Armoured Personnel Carrier”, veicoli corazzati per il trasporto delle truppe, e Mrap, “Mine-Resistant Ambush Protected”, mezzi progettati per resistere alle mine e proteggere gli occupanti dalle imboscate. Non sono emerse comunicazioni ufficiali russe o libiche sul contenuto delle navi e sul destinatario finale degli equipaggiamenti.

    Il convoglio navale era stato monitorato il 10 settembre nel Mediterraneo centrale da un velivolo da pattugliamento marittimo P-72A dell’Aeronautica militare italiana, secondo la ricostruzione del sito specializzato “Itamilradar”. In quella fase tutte e tre le unità avevano cessato di trasmettere dati pubblicamente visibili attraverso il sistema di identificazione automatica Ais, dall’inglese “Automatic Identification System”. Si tratta del sistema con cui le navi comunicano identità, posizione, velocità e direzione di navigazione alle altre unità e alle stazioni costiere. La rotta verso la Cirenaica ha trovato conferma tre giorni più tardi nelle immagini satellitari di Tobruk. Il porto si trova nell’area controllata dall’Esercito nazionale libico (Enl) del feldmaresciallo Khalifa Haftar. L’arrivo è stato seguito da un altro movimento significativo nei cieli della regione. Il 14 settembre un aereo statunitense da intelligence, sorveglianza e ricognizione, un Bombardier Challenger 650 Artemis II, ha effettuato una serie prolungata di circuiti al largo di Tobruk. Il velivolo, identificato dal nominativo radio “BRIO66” e dalla registrazione N159L, era decollato dalla Romania ed è successivamente rientrato verso Costanza. Si tratta di un jet d’affari modificato, sviluppato e gestito dalla società statunitense Leidos per sostenere le attività dell’esercito degli Stati Uniti e dotato di apparati per la raccolta di informazioni elettroniche a grande distanza. La traccia di volo pubblicamente visibile documenta una missione di sorveglianza nel settore marittimo davanti alla Cirenaica.

    L’arrivo a Tobruk riguarda per ora esclusivamente il secondo dei due gruppi navali seguiti nelle ultime settimane. Il primo, composto dal cargo Ro-Ro “Sparta”, dalla nave antisommergibile “Admiral Levchenko”, dalla petroliera “General Skobelev” e dalla rifornitrice “Akademik Pashin”, aveva raggiunto Tartus, in Siria. Un’immagine dei satelliti Pleiades acquisita l’8 settembre aveva mostrato “Sparta” e “Akademik Pashin” ormeggiate nello scalo siriano, con il cargo apparentemente già scarico. Non è tuttavia escluso che il primo gruppo possa successivamente proseguire verso la Libia dopo avere imbarcato a Tartus mezzi o altri assetti russi provenienti dalle installazioni siriane. La “Sparta” è infatti una nave Ro-Ro progettata per caricare e scaricare veicoli attraverso rampe e il completamento di una prima operazione di scarico non permette di ricostruire le fasi successive della missione. Dopo la caduta del regime di Bashar al Assad, unità appartenenti alla stessa rete logistica sono state indicate come coinvolte nel trasferimento di equipaggiamenti russi dalla Siria alla Libia orientale. L’indicazione circolata sui social secondo cui anche questo convoglio sarebbe atteso a Tobruk appare quindi operativamente plausibile, ma non è ancora sostenuta da nuove immagini satellitari o da dati di tracciamento indipendenti.

    Tobruk non costituisce un approdo nuovo per la logistica militare di Mosca. Nell’aprile del 2024 navi russe avevano già scaricato nel porto artiglieria trainata, veicoli corazzati, camion e sistemi lanciarazzi, per un carico stimato dalla stampa internazionale fino a 6 mila tonnellate. Nel gennaio scorso immagini satellitari avevano inoltre documentato la presenza nello scalo del cargo russo sanzionato “Mys Zhelaniya”, ritenuto impegnato in una nuova consegna di materiale militare. Secondo uno studio pubblicato a giugno da “Tearline”, iniziativa di analisi da fonti aperte promossa dalla National Geospatial-Intelligence Agency statunitense, nel febbraio del 2025 Haftar avrebbe raggiunto con Russia e Bielorussia un’intesa per l’utilizzo congiunto delle infrastrutture logistiche di Tobruk. L’accordo concederebbe a Mosca e Minsk l’accesso a circa 11,7 chilometri quadrati di acque portuali e alle strutture adiacenti, oltre che alla base aerea Gamal Abdel Nasser, situata circa 32 chilometri a sud della città. Gli autori dello studio non avevano tuttavia rilevato, nelle immagini disponibili fino all’aprile del 2026, lavori infrastrutturali direttamente riconducibili alla Russia nella base aerea o nel porto.

    La presenza militare russa in Libia è più ampia e si concentra in almeno sei basi aeree già esistenti. Non si tratta di installazioni formalmente russe, ma di strutture libiche situate prevalentemente nei territori controllati dall’Enl, nelle quali l’Africa Corps – struttura sottoposta a un controllo diretto del ministero della Difesa e dell’intelligence militare russi – dispone di personale, mezzi e accesso operativo. La rete comprende al-Khadim, nei pressi di Marj e Bengasi; al-Jufra, nel centro del Paese; al-Qardabiya, nei pressi di Sirte; Tamanhint, vicino a Sabha; Brak al-Shati, nel Fezzan; e Maaten al-Sarra, nell’estremo sud-est, vicino alle frontiere con Ciad e Sudan. Tobruk rappresenterebbe un ulteriore progetto di espansione e non era compresa tra le sei basi nelle quali lo studio di “Tearline” aveva già associato i lavori osservati alla presenza dell’Africa Corps. Le immagini satellitari analizzate mostrano dal 2024 la costruzione o il ripristino di hangar, alloggiamenti, piazzali, collegamenti stradali e tratti delle piste. A Maaten al-Sarra sono comparsi cinque nuovi hangar, decine di strutture utilizzabili per il personale e una pista nuovamente asfaltata. A Tamanhint sono stati rilevati lavori sulle vie di rullaggio e sulle aree destinate agli aeromobili, mentre ad al Khadim, al Jufra, al Qardabiya e Brak al Shati sono stati ricostruiti hangar e realizzate nuove strutture di supporto. Nel maggio scorso, secondo quanto appreso da “Agenzia Nova” da fonti libiche, le attività russe nelle basi dell’est, del centro e del sud della Libia figuravano anche tra i dossier discussi durante la visita a Mosca di Saddam Haftar, vice comandante dell’Enl.

    La trasformazione della rete dei mercenari Wagner nell’Africa Corps ha rafforzato il ruolo della Libia come retrovia della proiezione di Mosca nel continente. Un rapporto aggiornato ad aprile dal Congressional Research Service statunitense indica Repubblica Centrafricana, Libia e Mali come i Paesi che ospitano i maggiori contingenti russi in Africa, per un totale di diverse migliaia di uomini. Presenze più contenute sono state dispiegate anche in Burkina Faso, Niger ed Equatorial Guinea. In Mali l’Africa Corps ha assunto il controllo delle attività precedentemente affidate al gruppo Wagner, mentre in Niger personale e sistemi militari russi sono arrivati dopo il ritiro delle forze statunitensi. La rete libica consente di collegare il Mediterraneo ai Paesi del Sahel attraverso una combinazione di rotte navali, ponti aerei e collegamenti terrestri. Al Jufra funziona da snodo centrale, Tamanhint e Brak al Shati permettono di raggiungere il Fezzan e le frontiere occidentali, mentre Maaten al Sarra si trova in posizione utile per sostenere movimenti verso Ciad, Sudan e, più a ovest, Niger, Mali e Burkina Faso. Nel gennaio del 2025 “Agenzia Nova” aveva riferito del trasferimento di uomini ed equipaggiamenti russi a Maaten al Sarra, riattivata con l’impiego anche di militari siriani fedeli al precedente regime di Damasco e destinata a sostenere le attività di Mosca nel Sahel.

    Il collegamento con il Sudan è il più delicato. Le aree di Kufra e Maaten al Sarra e il triangolo di frontiera tra Libia, Egitto e Sudan costituiscono uno dei principali corridoi per il passaggio di uomini, carburante e armamenti verso il Darfur. Nell’ottobre del 2025 “Agenzia Nova” aveva ricostruito una rete di almeno 56 voli cargo provenienti dagli Emirati Arabi Uniti e da Bosaso, in Somalia, diretti verso al Khadim, Kufra e Maaten al Sarra, con carichi successivamente inoltrati alle Forze di supporto rapido (Rsf) sudanesi. Nel marzo scorso “Le Monde”, citando dati raccolti da “Radio France Internationale”, ha riferito che circa 600 voli avevano collegato Abu Dhabi a Kufra nel corso del 2025. Un successivo rapporto delle Nazioni Unite ha indicato nel battaglione libico Subul al Salam, legato alle forze dell’est, uno degli attori coinvolti nel trasferimento verso le Rsf di carburante, armi e combattenti stranieri. Le reti dirette verso le Rsf sono associate soprattutto al sostegno degli Emirati Arabi Uniti, mentre Mosca ha progressivamente rafforzato i rapporti con le Forze armate sudanesi (Saf) del generale Abdel Fattah al Burhan. Dopo gli iniziali legami del gruppo Wagner con le Rsf e con il settore aurifero sudanese, la diplomazia russa ha offerto sostegno alle autorità militari di Port Sudan in cambio della possibilità di realizzare una struttura logistica navale sul Mar Rosso. Il progetto, basato su un accordo che consentirebbe la presenza contemporanea di quattro unità navali russe, era stato rilanciato nel febbraio del 2025, ma alla fine dello stesso anno l’ambasciatore russo in Sudan ne aveva confermato la sospensione a causa della guerra.

    L’approdo del convoglio consolida dunque il ruolo della Libia orientale come testa di ponte della presenza militare russa in Africa. Una funzione che precede la caduta di Assad a Damasco, ma che ha acquistato ulteriore importanza da quando Mosca ha dovuto ridefinire la propria presenza in Siria e diversificare le rotte logistiche dipendenti da Tartus. Attraverso Tobruk e la rete di basi controllate dalle forze di Haftar, uomini ed equipaggiamenti possono essere trasferiti verso il Fezzan e, da qui, verso il Sahel e il Sudan. Sul versante opposto della frattura libica si moltiplicano intanto le segnalazioni di una possibile presenza ucraina nella parte occidentale del Paese. Nei giorni scorsi la “Cnn”, citando una fonte dell’intelligence militare ucraina e un operatore di droni navali, ha riferito che unità specializzate sarebbero presenti dalla fine dello scorso anno nella Libia nordoccidentale e utilizzerebbero la base militare di Misurata per operazioni contro la flotta ombra russa, fornendo in cambio addestramento alle forze locali. Ad alimentare questa ricostruzione sono anche gli attacchi attribuiti a Kiev contro naviglio russo o sanzionato nel Mediterraneo, dal danneggiamento della metaniera “Arctic Metagaz” a marzo al più recente raid contro il cargo “Lady Mariia”. Il 12 settembre il ministero della Difesa del Governo di unità nazionale ha smentito l’esistenza di qualsiasi accordo e negato che Misurata o altre installazioni libiche siano state messe a disposizione di soggetti stranieri per colpire navi russe. Se confermato, il dispiegamento ucraino aggiungerebbe comunque un nuovo livello alla divisione del Paese: la Russia saldamente radicata a est e una possibile presenza operativa di Kiev a ovest.

  • Dovute riflessioni su alcune alleanze e promesse

    Non c’è mai alleanza con chi è potente.

    Fedro

    Dopo la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, ebbe inizio anche il processo dello sgretolamento della stessa Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, comunemente nota come Unione Sovietica. La dissoluzione dell’Unione Sovietica è avvenuta tra il 19 gennaio 1990 e il 31 dicembre 1991. Tutte le quindici repubbliche socialiste che allora componevano l’Unione Sovietica dichiararono la loro indipendenza.

    Una di quelle repubbliche era anche l’Ucraina, la cui indipendenza è stata proclamata proprio il 24 agosto 1991, in seguito alla sua approvazione dal parlamento. Una decisione, quella, confermata in seguito anche dal referendum popolare, svoltosi il 1º dicembre 1991.

    Bisogna però evidenziare che nel frattempo in Ucraina sono accaduti degli sviluppi politici che poi hanno permesso di nuovo alla Russia di essere attiva e presente. Nel novembre 2013, in seguito alla decisione del governo di allora di sospendere le trattative in corso per la conclusione di un accordo di associazione tra l’Ucraina e l’Unione europea per raggiungere un’intesa sul libero scambio globale tra l’Ucraina e l’Unione europea, i cittadini sono scesi in piazza. Delle proteste massicce iniziarono nella notte tra il 21 e il 22 novembre 2013 nella principale piazza Maidan a Kiev, subito dopo alla sopracitata decisione del governo.

    Quelle proteste, note come la rivoluzione ucraina o la rivoluzione di Maidan, continuarono anche all’inizio del 2014. I manifestanti si sono affrontati con la violenza delle forze speciali della polizia, fedeli dell’allora presidente ucraino. Durante le manifestazioni svolte tra il 18 e il 20 febbraio 2014 purtroppo hanno perso la vita decine di cittadini. Il 22 febbraio 2014, dopo la fuga in Russia del presidente ucraino, finirono anche le proteste della piazza Maidan a Kiev.

    Bisogna però evidenziare che la Russia, in seguito a quelle proteste, preparò ed attuò nel marzo 2014 l’annessione della Crimea, la più grande penisola appartenente all’Ucraina, affacciata sul Mal Nero. E, guarda caso, il presidente che ordinò l’invasione della Crimea era proprio l’attuale dittatore russo, Vladimir Putin, che il 24 febbraio 2022 ordinò l’occupazione dell’Ucraina, tramite una cosiddetta “operazione militare speciale”. Tra il 20 ed il 27 febbraio 2014 la Russia inviò in Crimea a prendere il controllo del governo locale dei militari senza simboli di riconoscimento, comunemente noti come “omini verdi”, che indossavano uniformi verdi anonime per nascondere la loro vera identità. Accusata di queste spedizioni, la Russia ha negato tutto.

    L’11 marzo 2014 un nuovo governo filorusso di Crimea, dichiarò l’indipendenza della Crimea dall’Ucraina e chiese l’annessione alla Russia in caso di consenso dal referendum popolare appositamente indetto. Solo cinque giorni dopo, il 16 marzo 2014 si tenne il referendum per decidere sull’autodeterminazione della Crimea. Ebbene quel referendum, con un’affluenza dichiarata dell’84,2% degli aventi diritto al voto, ha proclamato, con il 95,32% dei voti, la vittoria dell’opzione che proponeva l’annessione della Crimea alla Russia.

    In seguito le nuove autorità della Crimea, il 18 marzo 2014, firmarono l’adesione formale alla Russia. Lo stesso 18 marzo 2014 il presidente russo ha firmato il trattato di annessione della Crimea alla Russia. Un’annessione che però è stata fortemente contestata dall’Ucraina. L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha altresì contestato l’annessione della Crimea alla Federazione Russa. Il 27 marzo 2014 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che considerava non valido il referendum del 16 marzo 2014.

    Nel frattempo sono passati più di quattro anni dall’invasione russa avviata il 24 febbraio 2022. Da allora decine di migliaia di cittadini inermi, compresi bambini e anziani, hanno perso la vita nei bombardamenti dei centri abitati ucraini e nei combattimenti sul fronte. Anche durante questi ultimi giorni in Ucraina ci sono registrate diverse vittime civili causate dagli attacchi con droni e missili lanciati dalla Russia contro la capitale ed altre città ucraine.

    E proprio oggi in Ucraina si celebra il 35° anniversario dell’indipendenza dall’Unione Sovietica. Sono arrivati a Kiev diversi dirigenti dei Paesi nordici, baltici e dei Paesi della coalizione dei volonterosi, nonché alti rappresentanti dell’Unione europea. Non sono stati presenti invece i rappresentanti ufficiali statunitensi, come avevano confermato in precedenza.

    Mentre alla vigilia delle celebrazioni del giorno dell’indipendenza, la Commissione europea ha ribadito il proprio sostegno alla sovranità, all’indipendenza e all’integrità territoriale dell’Ucraina, affermando: “Continuiamo a sostenere l’Ucraina nel perseguimento di una pace globale, giusta e duratura e nel suo percorso verso l’Europa”. A fine dello scorso luglio l’Unione europea ha annunciato altre restrizioni, approvando il 21o pacchetto di sanzioni contro la Russia.

    Oggi, durante le celebrazioni del 35° anniversario dell’indipendenza, è intervenuto anche il nuovo premier britannico che, tra l’altro, ha dichiarato, riferendosi all’Ucraina: “Avete supportato 12 anni di aggressione, l’occupazione della Crimea e ora quattro anni e mezzo di invasione, su vasta scala, della Russia. Tutto con l’obiettivo di schiacciare l’indipendenza, che siamo qui a celebrare e spezzare la vostra volontà. Ma oggi, come ogni giorno, dimostrate che [i russi] hanno fallito.”. E sempre oggi l’Unione europea ha annunciato un altro supporto finanziario di 6,1 miliardi di Euro, destinato, tra l’altro, “…a rafforzare la difesa aerea e le capacità ucraina in missili e munizioni”. Il presidente del Consiglio europeo, presente alla celebrazione, ha dichiarato: “Quest’estate, più che mai, possiamo vedere che la guerra sta prosciugando le risorse della Russia. Anche le nostre sanzioni, senza precedenti, stanno avendo un impatto”.

    Durante questi mesi invece il presidente statunitense ha generato non poche preoccupazioni al suo omologo ucraino, non mantenendo determinate promesse per la fornitura di materiali e missili, come era stato ufficialmente concordato. Nel frattempo però il presidente statunitense ha spesso strizzato l’occhio al dittatore russo, con il quale mantiene sempre rapporti di collaborazione.

    E, come sempre, anche l’Ucraina ha attaccato con successo diversi centri produttivi, raffinerie e depositi di carburante in varie aree della Russia. Attacchi che hanno messo in difficoltà il governo russo. In questi ultimi giorni la Russia, noto produttore di greggio, deve comprare carburanti in Paesi come Bielorussia, Kazakhstan ed altri per far fronte alle sue emergenze. Una situazione, quella, che ha costretto alcuni giorni fa il dittatore russo ad accettare una simile situazione. Proprio intervenendo al Consiglio per lo Sviluppo strategico e i Progetti nazionali, lui ha riconosciuto che “le incursioni ucraine contro i siti industriali, le infrastrutture e i centri logistici stanno arrecando un danno effettivo all’economia russa”, pur escludendo delle conseguenze “critiche”.

    Ma durante la scorsa settimana, però, il governo ucraino ha licenziato, nell’ambito della nuova operazione anticorruzione chiamata “Forrest Gump”, la presidente del consiglio di sorveglianza della banca statale Sense Bank. Ragion per cui l’ex ministro della Difesa, destituito più di un mese fa, ha chiesto pubblicamente al presidente ucraino, se avesse delle domande sulla corruzione nel suo governo. Una domanda rimasta però senza risposta.

    Chi scrive queste righe considera che bisogno fare simili riflessioni su alcune alleanze e promesse, riferendosi soprattutto agli accordi fatti e poi disdetti dal presidente statunitense. E aveva ragione Fedro, il noto scrittore della Roma antica, che affermava: “Non c’è mai alleanza con chi è potente”.

  • Aiuti all’Ucraina

    Lo abbiamo scritto e ripetuto dall’inizio dello scellerato attacco di Putin all’Ucraina: un paese aggredito per difendersi deve avere gli strumenti idonei, se non si può difendere dagli attacchi che arrivano dal cielo e se l’aggressore, come ha dimostrato continuamente, cerca di distruggere infrastrutture e abitazioni civili, non fornire all’Ucraina i mezzi necessari significa continuare a contare vittime innocenti.

    In Italia la posizione di Conte, di alcuni suoi degni alleati e di altri più o meno, nel passato o nel presente, in amichevoli rapporti con Putin dimostra quanto sarebbe pericoloso per noi italiani avere certi personaggi, un domani, a governarci.

    Significativo, corretto e centrato l’intervento di Gentiloni, l’ex commissario europeo e presidente del Consiglio si è da sempre, onestamente e consapevolmente, schierato con l’Ucraina condividendo e promuovendo iniziative, sia in Europa che in Italia.

    Gli ucraini hanno dimostrato il loro coraggio e le loro capacità anche nell’innovazione tecnologica ma lo zar russo continua nella sua guerra senza contare neppure i tanti morti russi perciò sarà necessario, per l’Ucraina, colpire le infrastrutture russe, non solo quelle militari, viste le continue distruzioni che i russi commettono verso quelle ucraine ormai da troppo tempo.

  • La difesa comune

    Ancora una volta le dichiarazioni contrastanti di Trump sui Patriot per l’Ucraina dimostrano, se mai ce ne fosse ancora bisogno, l’inattendibilità del presidente americano e la necessità per l’Europa di unire in modo organico i propri sistemi di difesa.

    Piaccia o meno ad alcuni, pacifisti di comodo, la sicurezza dell’Europa, come dell’Ucraina e di altri Stati che attendono l’ingresso nell’Unione, dipendo solo da noi, dalla creazione di un sistema di difesa comune, il tempo passa veloce troppe parole e pochi fatti non garantiscono la libertà e la democrazia del nostro occidente.
    Il missile, probabilmente di fabbricazione nord coreana, che ha colpito il territorio polacco come altri droni precipitati in Romania sono più che campanelli d’allarme, Putin sta testando la nostra capacità di reazione per usare poi altri strumenti di intimidazione, oltre a quelli già in essere tramite la rete, la disinformazione e gli attacchi di hackeraggio.

    Se il Nord Corea fornirà altri 30.000 soldati a Mosca, altra carne da cannone, avremo nuovamente una recrudescenza della guerra di trincea mentre un altro pericolo colpisce diversi paesi più poveri che non riescono più ad ottenere il grano ucraino per i bombardamenti russi sulle navi da carico ed altri milioni di persone rischiano, di conseguenza, la fame in aree dove o le piogge eccessive o la imponente siccità creano grandi aree prive di approvvigionamenti alimentari.

    È arrivato il momento, per l’Unione, di una revisione istituzionale da troppo rimandata, il voto all’unanimità tiene il progresso bloccato e mette a rischio la nostra incolumità di europei, come sosteniamo da anni, dobbiamo decidere come abbiamo fatto per l’euro.

    Gli Stati che sono pronti avviino il processo di unificazione dei sistemi di difesa anche attraverso una centrale d’acquisto dei mezzi e degli strumenti necessari affinché i militari possano esercitarsi su sistemi conosciuti da tutti, anche se provengono da paesi e da lingue diverse.

    Gli altri Stati entreranno nella  difesa comune quando si sentiranno pronti ma aspettare ancora diventa ogni giorno più pericoloso, siamo  di fronte a dittatori senza scrupoli come Putin e Kim Jong-un, a numerosi terroristi organizzati come gli Houti o gli Shabaab somali ed ad numero imprecisato, non solo di deviati mentali, che periodicamente, usando coltelli, autovetture o appiccando incendi distruggono le nostre vite e mettono a serio rischio sia l’economia che il senso di sicurezza al quale abbiamo diritto.

    Gli Stati Uniti oggi non sono più un punto di riferimento ma rischiano di diventare un nuovo pericolo per seguire gli interessi personali di Trump, non organizzarci di conseguenza diventa colpevole

  • Armi dall’Europa alla Russia attraverso gli ex Stati dell’Urss

    Il Kirghizistan dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 è entrato nella classifica dei maggiori importatori d’armi e di munizioni dall’Europa. Secondo l’Organizzazione no-profit Brookings Institution, in quattro anni le vendite al Kirghizistan dalla Germania sono passate dai 10 agli 80 milioni di dollari, dalla Spagna da 10 a 50, dall’Austria da 10 a 80, dalla Romania da 8 a 68. Crescita esponenziale dal Belgio, dall’Olanda, dalla Slovenia e pure dall’Italia, dove l’export d’armi leggere nel Kirghizistan, fra il 2021 e il 2025, è cresciuto da un milione a oltre 50 milioni di dollari. E ancora: secondo l’Istituto tedesco di ricerca economica (Ifo), negli ultimi tre anni le armi esportate in Kirghizistan da Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria, sono passate da zero a decine di milioni di euro.

    Come molti pezzi dell’ex Urss, il Kirghizistan appartiene all’alleanza militare russa Csto (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) creata nel 1992, ospita una base militare di Mosca ed è legato al Cremlino dall’Unione Economica Eurasiatica. Di fatto l’etichetta, appiccicata sulle casse che dall’Europa arrivano nella capitale kirghiza Biškek, è solo un indirizzo di copertura: la destinazione finale di tutte quelle armi è la Russia. L’inviato europeo per le Sanzioni, David O’ Sullivan, ha detto il 26 febbraio che «l’Ue sospetta che il Kirghizistan stia riesportando merci europee in Russia». E le armi sono fra queste merci.

    L’Europa ha scelto di garantire forniture militari per l’Ucraina e negare invece qualsiasi aiuto a Mosca: dai tempi dell’annessione della Crimea (2014) nessun’arma può entrare in Russia e dal 2023 è proibito «vendere, trasferire, fornire o esportare in Russia armi da fuoco, loro parti e componenti essenziali e munizioni, anche se si tratta di armi a uso civile». In Italia la legge 185 del 1990 vieta di vendere materiale militare o «dual use» (cioè tecnologie civili che possano essere trasformate in armamenti) ai Paesi in guerra o che violino i diritti umani.

    Il problema, ovviamente, sta nell’implementazione dei divieti, cioè nei controlli. Tanto in Italia quanto nel resto d’Europa, i controlli dei container avvengono a campione. E così oggi, nonostante 20 pacchetti di sanzioni alla Russia e divieti d’esportazione che coprono 42 diverse categorie di prodotti militari, molti produttori aggirano limiti e divieti, vendendo a governi Ue che a loro volta esportano dove non ci sono sanzioni alla Russia: oltre al Kirghizistan ci sono il Kazakistan, l’Uzbekistan, la Turchia, l’Armenia. E solo in Armenia, fra il 2021 e il 2023, l’Italia ha aumentato le esportazioni del 1.133%.

    Secondo l’Ifo, il 36% dei componenti militari europei arriva sul mercato russo attraverso la Turchia, la Cina (23%), Hong Kong (16%) e gli Emirati arabi (10%): in gran parte, vengono utilizzati nella produzione dei droni russi Geran-2. L’intero Caucaso e tutta l’Asia Centrale sono coinvolti in questo business. Il Kazakistan, per esempio: legato a Mosca da accordi militari ed economici è oggi uno dei primi 40 importatori d’armi al mondo. E in Europa compra strumenti per la lavorazione dei metalli necessari per la produzione di armamenti, componenti elettronici, radio, apparecchi per comunicazioni nei droni e in altri sistemi d’arma, pistole e fucili di precisione Beretta, Sako e Tikka. E poi droni turchi Bayraktar Tb2, Bayraktar Akıncı, droni Tai Aksungur e Tai Anka, sistemi missilistici S-300 e Pechora-2Bm, blindati emiratini, fucili da cecchino, pistole, lanciagranate, razzi.

    Dal 2023 a oggi sono cresciute tutte le aziende europee che fabbricano armi e munizioni. Dopo l’invasione dell’Ucraina, solo dall’Italia sono arrivate in Russia 6.254 armi e un milione 107mila munizioni. Pistole semiautomatiche, fucili da caccia e di precisione in dotazione alle forze speciali. Nell’ottobre 2023, un anno e mezzo dopo l’inizio della guerra, all’esposizione internazionale OrelExpo di Mosca era possibile ancora acquistare pistole austriache Glock, fucili tedeschi Blaser, carabine americane Barrett, semiautomatiche Beretta.

    C’è infine una interessante ex repubblica sovietica, il Turkmenistan, che non vende e non compra, eppure ospita gli uffici di tutti i maggiori player mondiali del mercato delle armi: stanno tutti lì perché è lì che si negozia. Vladimir Putin, dopo avere convertito molte delle industrie alla produzione bellica, può permettersi anche di vendere: il 3 febbraio ha annunciato orgoglioso che nel 2025 Mosca ha «esportato armamenti per 15 miliardi di dollari in 30 Paesi». Se il dato è vero, si tratta dello stesso budget che la Russia aveva prima della guerra e questo, secondo il centro di ricerche Defense News, significa due cose: gli affari non si sono mai fermati e le sanzioni non hanno mai funzionato.

  • Mosca finanzia corsi di giornalismo pro-Cremlino

    Nel 2024, Reporter senza frontiere (Rsf) ha denunciato l’apertura di scuole di giornalismo finanziate dallo Stato, destinate a formare giovani reporter “allineati” con la narrativa ufficiale. La più nota è la Shkola Voenkora di Tomsk, in Siberia, che offre corsi online gratuiti per futuri “corrispondenti di guerra” da inviare nei territori occupati. Gli insegnanti provengono da Rt (Russia today), Ria Novosti e Izvestia. «È una fabbrica di propagandisti», afferma Jeanne Cavalier, responsabile Rsf per l’Europa orientale. «L’obiettivo è reclutare giovani reporter disposti a diffondere il messaggio del Cremlino senza vincoli etici». Tra i promotori figurano il propagandista Sergej Mardan (Komsomolskaya Pravda) e Alexander Malkovich, deputato e fondatore di media filorussi in Ucraina, legato al defunto Evgenij Prigožin, capo del gruppo paramilitare Wagner.

    Il modello si esporta anche all’estero. Nel 2023 nasce a Mosca l’African Initiative, agenzia finanziata da Viktor Lukovenko, anche lui vicino alla macchina propagandistica di Prigožin. L’organizzazione opera in Mali, Burkina Faso e Repubblica Centrafricana, formando giovani giornalisti e diffondendo la narrativa pro-Cremlino nel continente africano. Secondo Rsf, tra i volti occidentali associati a questa rete figura l’italiano Vittorio Nicola Rangeloni, già reporter nel Donbass e autore del documentario “Africa Che”, che celebra «un’Africa liberata dall’Occidente». Per Cavalier, la presenza di giornalisti occidentali come Rangeloni serve a legittimare la propaganda del Cremlino, utilizzando voci percepite come indipendenti e linguaggi giornalistici apparentemente neutrali, ma ideologicamente orientati e privi di codici deontologici. In Italia, la penetrazione della narrativa filo putiniana si muove attraverso una rete di associazioni culturali e diplomatiche.

    Tra le più attive, secondo il Center for Countering Disinformation di Kiev, ci sono Russia, Emilia-Romagna e Vento dell’Est, che si presentano come promotori di dialogo e cultura, ma agiscono come piattaforme di propaganda. Eventi, convegni e iniziative di “diplomazia culturale” veicolano una narrazione centrata sull’“amicizia con la Russia” e sulla presunta russofobia occidentale. «Le parole costano poco» – osserva Boyechko – «ma alla lunga possono costare un’intera generazione».

  • Putin combatte l’Ucraina a partire dalle scuole dei territori occupati

    In alcune scuole della Russia e dei territori occupati in Ucraina, i bambini imparano a smontare un fucile d’assalto prima ancora di aprire un libro. Tra le strutture più attive di questo sistema educativo parallelo c’è la Yunarmiya (Giovane Armata), fondata nel 2015 dall’allora ministro della Difesa Sergej Šojgu. Oggi conta 1,8 milioni di membri e 89 centri regionali. Lo stesso Šojgu, nel maggio scorso, ha dichiarato che le autorità russe stanno «sviluppando programmi di educazione militare e patriottica per preparare i giovani al futuro servizio in difesa della Russia».

    Il leader del movimento è Vladislav Golovin, nome in codice Struna (“corda”), ex marine della Flotta del Mar Nero e oggi capo di stato maggiore della Yunarmiya. Decorato come Eroe della Russia dopo essere rimasto gravemente ferito dall’esplosione di una mina durante la battaglia di Mariupol, Golovin è diventato una figura centrale nella costruzione del mito patriottico russo. In un’intervista all’agenzia Tass, ha affermato che la Yunarmiya collabora con altri programmi patriottici, come Zarnitsa 2.0, Movimento dei Primi e persino con un videogioco, Squad 22: ZOV, ambientato nella città occupata di Mariupol.

    Il ministero degli Esteri ucraino sostiene che Mosca abbia destinato 66 miliardi di rubli (circa 733 milioni di dollari) alle politiche giovanili, con l’obiettivo di portare la percentuale di giovani “patriotticamente orientati” dal 40 al 70 per cento entro il 2030. Il colonnello americano Ray Finch, autore dello studio “Young Army Movement: Winning the Hearts and Minds of Russian Youth”, descrive questa strategia come un processo di “memorializzazione militare” per trasformare la guerra in un rito di appartenenza, un simbolo identitario più che un trauma collettivo. La ricercatrice Jonna Alava, della National Defence University finlandese, evidenzia nel suo rapporto “Russia’s Young Army – Raising New Generations into Militarized Patriots” che la Yunarmiya include anche molte ragazze, ma in ruoli rigidamente tradizionali. Le cerimonie ne esaltano la “purezza e dolcezza”, mentre ai ragazzi è richiesto di incarnare la forza e la virilità. Un dualismo, sostenuto dalla Chiesa ortodossa russa, che lega il patriottismo all’idea di famiglia patriarcale come fondamento della “nazione eterna”. Nei territori occupati, le autorità russe hanno sostituito docenti, rimosso libri in lingua ucraina e introdotto lezioni dedicate alla gloria dell’esercito russo. «Vogliono che quei bambini crescano convinti di essere russi», avverte Boyechko.

    Il 3 marzo 2022, pochi giorni dopo l’invasione, quando nelle scuole russe si tiene una lezione per spiegare le ragioni dell’ ”operazione militare speciale”, come la definisce il Cremlino, e le relative colpe della Nato. Poco dopo arrivano l’alzabandiera del lunedì, il canto dell’inno e i “colloqui sui temi importanti” (Razgovory o vazhnom), formalmente extracurriculari ma oggi quotidiana routine nella vita degli istituti. È la cornice del nuovo programma scolastico, la Federalnaya osnovnaya obrazovatelnaya programma (Fop), imposto dal ministero dell’Istruzione in tutto il Paese e reso ancora più esplicito nelle regioni di confine con l’Ucraina, come Belgorod e Kursk. Da allora le lezioni ordinarie cedono spazio ad attività che nobilitano la guerra: i bambini scrivono lettere ai soldati, imbracciano armi, costruiscono reti mimetiche e, nei casi più controversi, incontrano combattenti della Wagner, invitati a raccontare la loro esperienza sul fronte.

    Dalla sua introduzione con la legge 371-FZ, il programma restringe ulteriormente il già scarso margine di autonomia degli insegnanti, e aggrava le spese che le famiglie devono sostenere per la formazione dei bambini e ragazzi.  A descriverne gli effetti è il report “L’istruzione nelle scuole russe, 2022–2025”, il primo ampio studio indipendente sul sistema scolastico russo dopo l’invasione dell’Ucraina, realizzato da un gruppo di ricerca non governativo e anonimo, basato su analisi normative, dati compresi nel periodo 2021-2025 e interviste a docenti e famiglie. Un insegnante della regione di Rostov racconta: «Se prima c’era un esame al mese, o persino uno a trimestre, ora ce ne sono diversi ogni mese, a volte due a settimana». Una docente di Penza descrive invece un carico ormai saturo di attività paramilitari: «Negli ultimi due anni mi sembra che abbiamo smesso di far studiare i ragazzi. Abbiamo ormai solo attività extrascolastiche per i bambini, quasi tutte incentrate sulla guerra in Ucraina o sull’attività fisica».

    A reggere questo nuovo impianto sono proprio i docenti, su cui ricadono attività extracurriculari, nuove lezioni ideologiche, e altri incarichi formalmente volontari, ma difficili da rifiutare senza il via libera dell’amministrazione. Se poi il rifiuto diventa dissenso politico, il rischio cresce: testimonianze e dati parlano di sanzioni, licenziamenti, pressioni e denunce. In questo clima, tra il 2021 e il 2024 il numero dei docenti è diminuito di 19 mila unità, mentre aumentano i carichi per chi resta, insieme alla paura di dire la cosa sbagliata.

    La riforma non ha inciso solo sugli insegnanti, ma anche sulle famiglie. Secondo il sondaggio condotto sui genitori nell’ambito della ricerca tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, l’80 per cento degli intervistati dichiara di aver speso oltre 10 mila rubli per preparare i figli all’inizio dell’anno scolastico; nelle aree rurali, il 70 per cento supera i 15 mila. A questi costi si aggiungono le spese per la formazione dei bambini, in gran parte occupata dalle nuove pratiche patriottiche introdotte dal ministero, con circa il 60 per cento degli studenti delle classi 9-11 che dichiara di prepararsi agli esami con ripetizioni private.

  • Kim Jong Un praises troops who ‘self-blasted’ to avoid capture by Ukraine

    Kim Jong Un has praised North Korean soldiers who killed themselves by detonating their grenades while fighting for Russia against Ukraine, confirming a long-suspected battlefield policy.

    In a speech this week, the North Korean leader said those who “unhesitatingly opted for self-blasting, suicide attack, in order to defend the great honour” were “heroes”.

    South Korea estimates at least 15,000 North Koreans have been sent to help Russia recapture parts of western Kursk, and more than 6,000 have been killed so far. Neither Pyongyang nor Moscow have confirmed the numbers.

    Intelligence agencies and defectors have said the soldiers were under Pyongyang’s orders to kill themselves rather than be taken prisoner by Ukraine.

    “Their self-sacrifice expecting no compensation, and the devotion expecting no reward… This [is] the definition of the height of loyalty of our army,” Kim said in Pyongyang on Monday as he unveiled a memorial for fallen troops, state media KCNA reported.

    Russian Defence Minister Andrey Belousov and the speaker of Russia’s parliament, Vyacheslav Volodin, were among those who attended the event.

    In North Korea, soldiers are taught that being captured is an act of treason.

    Earlier this year, South Korean broadcaster MBC aired a programme featuring two North Korean prisoners of war in Ukraine, one of whom said on camera he regretted not taking his own life.

    “Everyone else blew themselves up. I failed,” the prisoner said.

    Seoul’s National Intelligence Service said last year they found memos on deceased North Korean soldiers that point to this extreme practice.

    In his speech on Monday, Kim also praised those who died in combat.

    “Those who fell in the vanguard of charges and those who writhed in frustration at the failure to fulfill their duties as soldiers who were given orders, rather than in pain in their bodies torn by bullets and shells – they too can be called the party’s faithful warriors and patriots,” Kim said.

    In June 2024, Russian President Putin and Kim signed a deal pledging that their countries would help each other in the event of “aggression” against either country. At the time, Kim hailed the treaty as the “strongest ever”.

    Besides sending soldiers, North Korea also promised to send thousands of workers to help rebuild Kursk.

  • Il boomerang di Putin

    Mandando il suo accolito Vladimir Solovyev, giornalista noto per la violenza e l’ignoranza dei suoi interventi, ad insultare, dalla televisione russa, la Premier italiana Putin ha nuovamente mostrato la debolezza di chi ormai sente vacillare il suo impero.

    I fatti sono evidenti, tra gli altri: 1) l’amico Trump non ha tempo da dedicargli, ha dovuto mandare famigliari e famigli ad occuparsi della guerra con l Iran, che gli sta costando quel po’ di credibilità che gli restava dopo anni di dichiarazioni, smentite, tracotanze ed errori, 2) l’Ucraina continua a difendersi, con estremo coraggio della popolazione e dell’esercito e lo zar non riesce più ad avanzare mentre, con un dissennato lancio di missili e droni uccide sempre più i civili, l’operazione speciale ha il fiato corto ed il dissenso interno ormai serpeggia  chiaramente, 3) la sconfitta di Orban ha tolto a Putin un alleato fedele ed una spina nel fianco alla coesione dell’Unione Europea che ora potrà finalmente fare arrivare a Kiev gli aiuti economici da tempo promessi, 4) l’Iran non è più in grado di aiutarlo con droni ed armi varie e la Cina pensa a come utilizzare il contesto internazionale a suo favore, 5) l’Ucraina ha rafforzato la sua immagine con la messa a punto di strumenti di difesa all’avanguardia e creando nuove alleanze e sinergie con gli Stati del Golfo.

    Ecco allora il tentativo, patetico, tutto rivolto all’audience interno russo, di screditare, insultandola, la Premier italiana.

    Il classico boomerang che nasce dall’arroganza maschilista e dalla ignoranza delle conseguenze che derivano da azioni sconnesse e vili, infatti gli insulti a Giorgia Meloni hanno ottenuto il risultato, per altro che sarebbe stato evidente a chi non fosse stato obnubilato dall’ira e dalla paura della sconfitta, contrario ai desideri putiniani: le forze politiche, gli italiani in genere, l’Europa, dopo i disgustosi attacchi ed insulti, sono con Giorgia Meloni.

    Congratulazioni presidente Putin, il nuovo autogol del tuo regime ci fa veramente sperare che i tempi siano maturi per un cambio radicale, difficile pensare che possa ancora per molto continuare a governare chi si serve di personaggi così stupidi, dopo gli assassini sanguinari della Wagner e del capo ceceno Kadyrov, dopo le blasfeme preghiere di Kirill ora il futuro dell’operazione speciale è affidata all’idiozia di un giornalista?

    Quanto al gas mettiamoci tutti tranquilli, prima di parlarne Putin dovrà porre fine alla guerra che ha iniziato e rendere conto delle sue azioni.

Pulsante per tornare all'inizio