scuola

  • Il cyberbullismo colpisce quasi la metà degli adolescenti

    Episodi di cyberbullismo, incitamento all’odio (hate speech), condivisione di immagini intime senza consenso e altre forme di abuso e/o violenza riguardano il 47,1% dei 15-19enni. L’Istat ha rilevato che quasi il 20% dei 14-19enni ha dichiarato di aver subito più volte al mese un qualche episodio offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione sia online che offline (l’1,5% aveva subito minacce e aggressioni fisiche continue).

    Secondo un’indagine di Save the Children realizzata da CSA Research, il 92,5% degli adolescenti intervistati utilizza strumenti di intelligenza artificiale. Tra chi utilizza l’IA, i motivi principali sono la ricerca di informazioni (35,7%) e l’aiuto nello studio e nei compiti (35,2%), traduzioni (19,8%), scrittura di testi (18,7%), ma è rilevante la percentuale anche di chi la usa prevalentemente per scopo ludico (21,4%) o per consigli utili per la vita quotidiana (15%). Il 7,1% degli utilizzatori di IA lo fa per aumentare il proprio benessere e il 4,2% per trovare compagnia. Poco più di due adolescenti su 5 (41,8%) affermano di avere chiesto aiuto a strumenti di IA nei momenti in cui si sentivano tristi/soli/ansiosi. Una percentuale simile (42,8%), lo ha fatto per chiedere consigli su scelte importanti (relazioni, sentimenti, scuola o lavoro). L’uso di questi strumenti è considerato fondamentale da circa la metà degli adolescenti intervistati (49,1%) e il 47,1% pensa che un uso maggiore lo/la aiuterebbe molto nella sua vita personale. La caratteristica più apprezzata dell’IA tra gli adolescenti è il fatto che ‘è sempre disponibile’ (28,8%) e ‘sa moltissime cose’ (24,5%), ma anche (14,5%) che ‘mi capisce e mi tratta bene’ e ‘che non mi giudica’ (12,4%). Tra i giovani che utilizzano strumenti di IA, più della metà (58,1%) ha chiesto consigli su qualcosa di serio e di importante per la propria vita (il 14,3% spesso, il 43,8% qualche volta), e ha trovato più soddisfacente (63,5%) confrontarsi con uno strumento dell’IA che con una persona reale (il 20,8% spesso, il 42,7% qualche volta), mentre circa uno su due (48,4%) ha condiviso informazioni della sua vita reale.

    L’accesso alla rete da parte di bambini, bambine e adolescenti costituisce al tempo stesso un’opportunità per esercitare il diritto all’informazione, all’esplorazione e alla partecipazione, nonchè uno spazio di relazione con famigliari e coetanei. Sono infatti più di 8 su 10 (82,2%) i preadolescenti (11-13 anni) che usano internet per scambiare messaggi, quasi uno su tre (il 31,3%) è connesso online con i suoi amici attraverso chat, chiamate e videochiamate più volte al giorno e il 5% lo è continuamente. Ma questo non sembra andare a discapito delle relazioni dirette. Infatti, tra gli 11-19enni che sono continuamente online, circa 3 su 10 (il 29%) vede gli amici tutti i giorni, 10 punti percentuali in più rispetto a chi non è mai online. Sempre tra i preadolescenti, poi, internet è usato anche per informarsi (18,5%), esprimere le proprie opinioni (11,3%) o seguire corsi online (9,6%).

    Il ruolo dei genitori, degli insegnanti e degli altri adulti di riferimento è determinante per un utilizzo sicuro e critico degli strumenti digitali e per la prevenzione dei rischi (come ad esempio il cyberbullismo, l’adescamento on line o l’esposizione a contenuti inappropriati). Per questo, Save the Children ha elaborato una guida per genitori e altri adulti di riferimento affinché possano accompagnare bambine, bambini e adolescenti, aiutandoli a vivere la dimensione online con un adeguato livello di autonomia e protezione. La guida contiene suggerimenti divisi per le diverse fasce d’età – 5-8 anni, 9-11 anni e 12-14 anni – su come stare accanto a bambine, bambini e adolescenti nelle loro esperienze sulla rete, quali regole e buone pratiche introdurre, come consigliarli nell’impostare i propri account social e proteggere le identità online. Si aggiungono a questi suggerimenti altri approfondimenti e informazioni importanti sulle responsabilità per le grandi piattaforme dettate dal Digital Services Act e sul ruolo della scuola e dell’alleanza scuola-famiglia, centrali anche per lo sviluppo delle competenze digitali. La sicurezza dei minori online è infatti una responsabilità collettiva che richiede una solida alleanza tra famiglie, scuola, istituzioni, e piattaforme digitali.

    Il Programma sulla Tutela Online di Save the Children mira, inoltre, a contrastare lo sfruttamento e l’abuso sessuale delle persone minorenni online, sostenendo attività per un’ambiente digitale più sicuro, promuovendo i diritti di bambini, bambine e adolescenti nello sviluppo delle tecnologie e assicurando la formazione di professionisti dell’infanzia e dell’adolescenza sui temi dei rischi online. Fin dal 2001 Save the Children ha attivato Stop-It, un servizio che consente di segnalare, anche anonimamente, la presenza di materiale pedopornografico online, tramite la piattaforma dedicata (https://stop-it.savethechildren.it/), in collaborazione con il Centro Nazionale per il Contrasto alla Pedopornografia On-line (C.N.C.P.O) del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni della Polizia di Stato.

  • Mancano docenti di ruolo, i buchi in organico restano nonostante i concorsi

    Le immissioni in ruolo di docenti nel 2025 sono state 29.685 a fronte di 52.885 posti vacanti per i quali erano state previste 48.504 assunzioni. «Ogni anno – spiega Manuela Calza, segretaria Flc Cgil Nazionale – ci sono 30 mila pensionamenti. Con 29mila assunti, di che parliamo? L’organico aggiuntivo non è sufficiente a coprire il turnover. E questo perché il ministero non autorizza le assunzioni su tutti i posti vacanti».

    Il ministero di Istruzione e Merito aveva promesso 70mila assunzioni entro il 2026. Ma secondo Calza «i concorsi hanno fatto sì che a ogni tornata si sfornasse un tot di vincitori che però di fatto non viene assunto. E nemmeno c’è una prospettiva di assunzione perché i vincitori eccedono il numero dei posti banditi. Prima di bandire nuovi concorsi si doveva pensare di attingere alle graduatorie degli idonei. Ci sono vincitori del concorso 2020 e alcuni anche degli anni precedenti che sono ancora nel limbo della precarietà. Questa è la situazione. Abbiamo 250mila docenti precari che non potranno mai essere assunti. E ci sono fortissime resistenze da parte del ministero a rendere pubblici i dati. Oltre ai gravissimi ritardi nella pubblicazione delle graduatorie. È il fallimento di un sistema di reclutamento che non risolve il problema del precariato. Ed è l’immagine di questo governo che purtroppo sta traducendo nella scuola il suo dna più profondo».

    Nel 2022, la legge 79 ha stabilito che per insegnare non bastassero più 24 crediti formativi universitari, ma che ce ne volessero 60. Chi aveva ottenuto 24 crediti si è trovato a doverne conseguire altri. Come? Facendo corsi. Collezionando titoli, soprattutto nelle università private o telematiche, per prendere punteggio. Non solo. Quella legge ha imposto il conseguimento di un’abilitazione, che costa 3mila euro. A cui si aggiungono le spese di viaggi e trasferte, portando i costi a 5mila euro.

    Pochi mesi fa il Mur, il ministero dell’Università e della Ricerca, ha autorizzato circa 60mila posti per i percorsi di formazione iniziale e abilitazione docenti. E dai dati estratti dal decreto ministeriale, si stima un giro di denaro non indifferente. Da un calcolo estrapolato dal decreto relativo ai percorsi abilitanti, risulta che i posti assegnati alle università telematiche o private siano 25.946. E-Campus che detiene il 18,60% dei posti, ha il primato assoluto possedendo di fatto il monopolio dell’erogazione dei percorsi abilitanti. Seguono Link Campus University, università privata, con il 7,50 e Pegaso col 6,40. Tutte università telematiche o private. UniCamillus, quarta per quantità di posti attribuiti, è privata, detiene il 3,16% di posti ed è specializzata in Scienze Mediche. Seguono l’ università per stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria presente in ben 10 regioni con il 2,75% di posti e la Niccolò Cusano-Telematica di Roma con il 2,20%.

  • Troppi pochi controlli da parte dei ministri competenti, le scuole italiane vanno in rovina

    L’ultimo caso affiorato tra le cronache è quello della scuola elementare di Cassino, intitolata a Rosario Livatino, dopo una ristrutturazione terminata ad aprile 2024, presente il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara, per la quale erano stati investiti 900 mila euro. Solo un anno dopo, nell’estate del 2025, le pensiline hanno mostrato preoccupanti cedimenti, tanto che il plesso è stato chiuso e i bambini, con l’avvio del nuovo anno scolastico spostati all’oratorio di Caslino, mentre per il prossimo anno scolastico i 70 alunni delle 5 classi dovranno recarsi nel plesso di Cadorago (con servizio di trasporto gratuito per le famiglie, ha sottolineato il sindaco di Cadorago Paolo Clerici).

    Il problema tuttavia è ben più vasto: in Italia è priva di certificato di agibilità circa il 60% di tutti gli edifici scolastici: su oltre 40.000 strutture, 9 edifici su 10 risultano privi di almeno una certificazione obbligatoria. Nel dettaglio: oltre il 59% degli istituti è privo di agibilità e il 57% non ha il certificato di prevenzione incendi; solo il 2% delle scuole in zone sismiche è stato adeguato alle normative, mentre oltre la metà non ha nemmeno effettuato le verifiche di vulnerabilità. Circa il 70% di tutti gli edifici è stato costruito nella prima metà del Novecento.

    Tutt’altro che facili da trovare, i dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito relativi a finanziamenti che si trovano a tutt’oggi risalgono al 2021. L’edilizia scolastica è materia di competenza regionale secondo la Costituzione, ma il ministero dell’Istruzione a prima vista appare   chiaro che a livello di governo centrale né il ministero dell’Istruzione si dà un gran da fare per sollecitare la raccolta dati sulle iniziative per l’edilizia scolastica da parte degli enti cui compete occuparsi di quegli immobili né il ministero delle Infrastrutture brilla nello svolgimento delle «funzioni di supporto alla Struttura tecnica di missione per l’edilizia scolastica, che è stata istituita dalla Presidenza del Consiglio e che si raccorda anche con il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (MIUR) e con altre istituzioni ed enti locali per dare impulso alla realizzazione delle opere di edilizia scolastica» di cui pure parla nel proprio sito web, per giunta celebrando (secondo l’ultimo aggiornamento, del 25 febbraio 2022), che «ad oggi sono sufficienti: 45 giorni per ottenere tutti i pareri, i visti e i nulla osta, riguardanti gli interventi di estrema urgenza per la messa in sicurezza e la realizzazione di nuovi edifici scolastici; 30 giorni per ottenere dai Provveditorati per le Opere Pubbliche i pareri per i finanziamenti stabiliti da precedenti delibere del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (CIPE)».

    La struttura amministrativa per monitorare le necessità dell’edilizia scolastica insomma c’è, risorse anche (almeno fino al 2021), quel che manca è il lavoro effettivo da parte delle strutture amministrative in questione e l’impiego dei fondi che si dichiarano impegnati per gli immobili scolastici. La vicenda di Cassino attesta che, nella migliore delle ipotesi, l’impegno dei ministeri preposti e delle risorse apposite è stato tutt’altro che ottimale. E il governo ha di recente pure previsto di destinare 100 milioni all’introduzione dell’intelligenza artificiale nelle scuole.

  • La Commissione presenta, insieme all’OCSE, un quadro di riferimento per l’alfabetizzazione all’IA per preparare gli studenti all’era dell’intelligenza artificiale

    La Commissione europea, insieme all’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici (OCSE), ha presentato un quadro per l’alfabetizzazione in materia di IA per l’istruzione primaria e secondaria. Il quadro di riferimento offre a insegnanti, dirigenti scolastici e responsabili delle politiche educative una comprensione condivisa delle competenze di cui gli studenti hanno bisogno per comprendere e utilizzare l’IA in modo responsabile ed etico. Esso fornisce orientamenti ed esempi di attività da svolgere in classe ed è articolato attorno a quattro ambiti: interagire con l’IA, creare con l’IA, gestire l’IA e plasmare l’IA.

    Il quadro sostiene inoltre l’ambizione dell’Unione europea di garantire un’istruzione digitale di alta qualità, inclusiva e orientata al futuro. Nell’ambito della Union of Skills, il pacchetto sull’istruzione che sarà presentato nel corso dell’anno contribuirà ulteriormente ad adattare i sistemi educativi alla trasformazione digitale e all’intelligenza artificiale.

  • Ragazzi, genitori, insegnanti chi punisce la violenza?

    Il costante, inquietante aumento di giovani, per meglio dire ragazzini, che girano armati di coltello e le continue violenze e risse che ogni giorno si registrano sul territorio nazionale hanno indotto il governo a emanare nuove disposizioni per la sicurezza ed il contrasto alla violenza.

    Giustamente si parla esplicitamente di considerare responsabili i genitori, in certi casi, per i comportamenti violenti e scorretti dei figli.

    Ci dimentichiamo però che spesse volte, purtroppo, i ragazzi sono violenti perché la violenza la imparano sia dall’utilizzo, sfrenato e incontrollato, dei social sia dal contesto familiare, qualche volta anche dal contesto scolastico.

    Sono di questi giorni, infatti, le notizie che, ancora una volta, ci ripropongono insegnanti violenti nelle scuole primarie, addirittura due suore, e genitori che aggrediscono e picchiano gli insegnanti, come accaduto a Piacenza a inizio febbraio.

    E’ pertanto evidente che oltre alle norme, che vanno rese puntuali e specifiche e che soprattutto vanno applicate, occorre una collettiva reimpostazione della nostra cultura, partendo proprio da chi oggi è adulto e dovrebbe insegnare ai più giovani come comportarsi.

    L’educazione dei figli è alla base della società fin dai primi mesi di vita e la scuola è l’altro luogo nel quale i ragazzi devono formarsi, ma se la violenza è in famiglia, o in famiglia vi è indifferenza, e se la scuola è impreparata, se non si è in grado di porre un freno all’utilizzo dei social per i più giovani e di oscurare i siti violenti, le leggi potranno fare ben poco.

    Cosa può pensare un bambino vedendo il proprio padre aggredire con forza e con pugni la maestra? E quale sarà la punizione che spetterà a questo genitore?

    Non siamo nella condizione di rispondere a una domanda che rivolgiamo sia a coloro che emanano le leggi sia a coloro, cioè i magistrati, che dovrebbero farle rispettare.

  • Metal detector all’ingresso delle scuole ma di tutte

    Dopo l’ennesimo violenza a scuola, questa volta finita in tragedia con la morte di Abanoud Youssef, la proposta di mettere i metal detector agli ingressi degli istituti più a rischio fa riprendere la sterile polemica politica delle forze garantiste.

    La vera garanzia che le istituzioni devono dare ai cittadini è che non vi siano delitti, che i violenti siano controllati e che, con la prevenzione, si impediscano tragedie o comunque atti che portano a gravi conseguenze per coloro che li subiscono, garanzia è anche avere processi giusti e celeri e magistratura solerte ed imparziale.

    L’uso ormai comune di girare armati di coltello, la presenza sempre più frequente di bande di bulli se da un lato possono essere in parte frenati da una nuova legge che identifica nuovi reati e nuove pene dall’altro esige prima la deterrenza, la prevenzione.

    Impossibile per gli insegnanti accorgersi della presenza di coltelli o altri oggetti nocivi sotto i larghi vestiti che oggi usano i giovani così come impossibile per le forze di sicurezza negli aeroporti individuare un’arma sotto i vestiti dei passeggeri, proprio per questo esistono strumenti, come i metal detector, che individuano la presenza di quanto non può essere portato in aereo e perciò per analogia la loro installazione davanti alle scuole verrebbe incontro alla urgente necessità di prevenire eventuali reati.

    Anche le stazioni, visto i molti casi di violenze sui treni, dovrebbero essere dotate di strumenti idonei ad azzerare o almeno contenere le azioni violente alle quali assistiamo con troppa frequenza.

    Prevenzione, più forze di sicurezza per le strade, riforme che portino a processi immediati, controllo che chi è espulso si allontani effettivamente dall’Italia e non sparisca nel nulla, maggiore collaborazione della magistratura con le Forze dell’Ordine sono alcuni punti prioritari che però devono essere accompagnati da altri interventi.

    Gli insegnanti devono essere maggiormente supportati ed indirizzati per come affrontare le problematiche della realtà adolescenziale ed i genitori responsabilizzati ed aiutati, nei casi difficili nei quali rischiano di diventare impotenti o addirittura vittime.

    Il rispetto degli altri, la Costituzione italiana, la coscienza di sé e dell’altro dovrebbero essere insegnati fin dalle scuole elementari e un invito a tutta la società, organi di stampa compresi, ad una maggior consapevolezza di quanto anche i singoli possano essere, magari inconsapevolmente, portatori di disvalori stando in silenzio di fronte ad episodi gravi e violenti dovrebbe essere fatto da tutte le forze politiche.

    Un passo alla volta, ma con decisione ed in fretta, dobbiamo cambiare e per farlo ben vengano intanto i metal detector agli ingressi delle scuole ma di tutte le scuole perchè farlo in alcune e non in altre sarebbe un fatto discriminatorio che porterebbe a nuove emarginazioni e violenze.

  • Progetto in 250 scuole elementari contro la violenza di genere

    ‘Storie spaziali per maschi del futuro’ è il nome del progetto volto a proporre nuovi modelli contro gli stereotipi che in 250 scuole elementari si prefigge di contrastare la violenza di genere e far comprendere fin da bambini l’importanza del consenso nelle relazioni sociali, così da accompagnare i futuri ragazzi e adulti in un percorso di accettazione delle proprie fragilità e di gestione di emozioni come la rabbia e la tristezza. Guidato da fondazione Libellula con l’autrice Francesca Cavallo e ScuolAttiva Onlus, il progetto è stato presentato alla Camera alla presenza di parlamentari del Pd (Filippo Sensi), M5s (Stefania Ascari) e Avs (Francesca Ghirra): da marzo porterà fiabe, formazione docenti e strumenti educativi in 250 scuole su tutto il territorio nazionale (il 60% delle quali nelle periferie delle nostre città) coinvolgendo migliaia di bambini, insegnanti e famiglie per promuovere “modelli maschili più liberi, empatici e inclusivi”.

    Il nome dato al progetto rimanda al libro scritto da Cavallo, “Storie spaziali per Maschi del Futuro”, una raccolta di fiabe che affronta gli stereotipi di genere che “danneggiano non solo le bambine, ma anche i bambini maschi, mettendo in discussione modelli tradizionali di maschilità legati al principe azzurro al supereroe – si spiega -. Attraverso la narrazione il libro apre spazi nuovi per immaginare un maschile capace di fragilità, ascolto ed empatia”.

    Al 30 settembre scorso, secondo l’Osservatorio permanente sui delitti di genere pubblicato sul sito di ‘Non una di meno’, in Italia risultavano «70 femminicidi, 3 suicidi indotti di donne, 1 suicidio indotto di un ragazzo trans, 1 suicidio indotto di una persona non binaria, 1 suicidio indotto di un ragazzo, 6 casi in fase di accertamento. Inoltre, ci sono stati almeno altri 62 tentati femminicidi riportati nelle cronache on line di media nazionali e locali e almeno due ragazzi uccisi dal padre». «Tra le persone uccise – si legge sul sito -, la vittima più giovane aveva 1 anno, la più anziana 93. Le vittime hanno un’età media di 55 anni. Si contano 12 casi con denunce o segnalazioni per violenza, stalking, persecuzione nei mesi precedenti. Due persone uccise erano sex worker, 13 persone uccise avevano una disabilità o una malattia grave, spesso cronica o degenerativa, 10 i casi in cui gli minori hanno assistito al femminicidio, 54 gli minori sono rimasti orfani in seguito al femminicidio della madre».

    Il report ha analizzato anche l’identità degli assassini e le modalità delle aggressioni: «Nei 70 casi accertati di omicidio, il colpevole o presunto tale ha un’età media di 51 anni. Il più giovane aveva 19 anni al momento del delitto, il più anziano 91. Ventidue uomini colpevoli si sono suicidati subito dopo aver compiuto l’omicidio. Ciò significa che non sarà possibile procedere per via giudiziaria e dunque attestare la gravità del gesto e le motivazioni di genere e patriarcali della violenza espressa. Altri 6 uomini colpevoli hanno tentato di togliersi la vita». «Nella quasi totalità dei casi – si legge ancora -, l’assassino era conosciuto dalla persona uccisa. Nel 50 per cento dei casi l’assassino era il marito, il partner, il convivente (35 casi). In 13 casi, a compiere il gesto è stato l’ex partner da cui la persona uccisa si era separata o aveva espresso l’intenzione di separarsi. In 11 casi, l’omicida è il figlio. Negli altri casi la relazione con la vittima era: amico, nipote, cliente, o conoscente». E ancora: «Dei 70 casi accertati di omicidio, 21 sono morte per accoltellamento, e 12 per i colpi di arma da fuoco. Altre cause del decesso sono soffocamento o strangolamento (16), percosse, colpi di forbici, colpi d’ascia, caduta dalla finestra».

  • Il Commissario Micallef ospita un dialogo con i giovani sulle politiche relative al bullismo online

    Glenn Micallef, Commissario per l’Equità intergenerazionale, i giovani, la cultura e lo sport, incontrerà mercoledì 17 settembre 14 giovani europei a Bruxelles per uno scambio di opinioni in vista dell’adozione del piano d’azione della Commissione europea contro il bullismo online. Durante l’incontro si discuterà del modo in cui le politiche e i programmi dell’UE possono proteggere meglio i giovani.

    Il piano d’azione sosterrà gli Stati membri, con particolare attenzione ai minori e ai giovani, che sono particolarmente colpiti da questo problema. I numeri continuano a destare preoccupazione: circa 1 adolescente su 6 ha subito bullismo online e 1 su 8 ammette di parteciparvi.

  • La Commissione annuncia i vincitori del premio europeo per l’insegnamento innovativo 2025

    La Commissione ha annunciato i vincitori del premio europeo per l’insegnamento innovativo 2025. 117 insegnanti e scuole di più di 30 paesi, all’interno e all’esterno dell’UE, sono stati premiati per i loro progetti sostenuti da Erasmus+.

    Con questo premio, la Commissione europea riconosce gli educatori che utilizzano approcci di insegnamento e apprendimento innovativi, interattivi e inclusivi, aprendo così la strada a un futuro migliore per le prossime generazioni.

    I destinatari del premio sono insegnanti e scuole che si sono distinti nella promozione della cittadinanza attiva, dimostrando come preparano discenti di tutte le età alle competenze necessarie per partecipare attivamente alla vita pubblica e promuovono valori dell’UE quali la libertà, la solidarietà e l’inclusione.

    I vincitori avranno l’occasione di condividere le migliori pratiche con un pubblico più ampio durante l’evento dedicato al “Premio europeo per l’insegnamento innovativo 2025”, che si svolgerà dall’8 al 9 dicembre a Bruxelles e online. I progetti vincitori saranno presentati su diverse piattaforme: il sito web del premio europeo per l’insegnamento innovativo, i canali sociali Erasmus+, il portale dello spazio europeo dell’istruzione e la piattaforma europea per l’istruzione scolastica.

  • A scuola quasi metà dei ragazzi impara a usare il coltello

    Secondo lo studio ESPAD®Italia 2024 condotto su 20 mila studenti e circa 250 scuole italiane il 40,6% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha partecipato almeno una volta a zuffe o risse, un dato che proiettato sulla popolazione scolastica equivarrebbe a circa un milione di adolescenti coinvolti. Inoltre, il 10,9% ha assistito a scene di violenza filmate con un cellulare, segno che questi episodi vengono non solo visti, ma spesso condivisi e amplificati digitalmente, contribuendo a una sorta di “normalizzazione” della violenza. Dai dati raccolti emerge che il 3,4% ha portato con sé armi come coltelli o tirapugni a scuola, con un incremento quasi doppio rispetto all’anno precedente.

    Questo fenomeno sembra sempre più legato anche all’uso di sostanze psicoattive e all’influenza dei social e rappresenta oggi un campanello d’allarme per tutto il sistema educativo e sanitario. L’aumento della violenza tra gli adolescenti, così come l’uso e il possesso di armi, riflette un disagio che va intercettato prima che degeneri. Secondo Sabrina Molinaro dell’Unità di Epidemiologia Socio-Sanitaria dell’Istituto di Fisiologia Clinica le risultanze della ricerca vanno interpretati come sintomi di un malessere più ampio che coinvolge famiglie, scuole e società nel suo complesso. La violenza, inoltre, assume anche una funzione “sociale”: secondo i dati raccolti, molti ragazzi la utilizzano per sentirsi accettati all’interno del gruppo, come forma di legame, seppur disfunzionale. Le ragazze, pur coinvolte in misura minore, manifestano sempre più spesso forme di aggressività emotiva e verbale, spesso amplificate dall’uso dei dispositivi digitali. “Siamo di fronte a una generazione profondamente immersa nel digitale, che rischia di sottovalutare la gravità della violenza, soprattutto quando mediata da uno schermo — spiega ancora Molinaro —. Lo studio ci mostra come riprendere e condividere episodi violenti sia diventato quasi normale per molti adolescenti, alimentando un pericoloso distacco emotivo. In un contesto in cui la violenza può trasformarsi in contenuto virale, si smarriscono empatia, responsabilità e senso del limite”.

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