scuola

  • Ragazzi, genitori, insegnanti chi punisce la violenza?

    Il costante, inquietante aumento di giovani, per meglio dire ragazzini, che girano armati di coltello e le continue violenze e risse che ogni giorno si registrano sul territorio nazionale hanno indotto il governo a emanare nuove disposizioni per la sicurezza ed il contrasto alla violenza.

    Giustamente si parla esplicitamente di considerare responsabili i genitori, in certi casi, per i comportamenti violenti e scorretti dei figli.

    Ci dimentichiamo però che spesse volte, purtroppo, i ragazzi sono violenti perché la violenza la imparano sia dall’utilizzo, sfrenato e incontrollato, dei social sia dal contesto familiare, qualche volta anche dal contesto scolastico.

    Sono di questi giorni, infatti, le notizie che, ancora una volta, ci ripropongono insegnanti violenti nelle scuole primarie, addirittura due suore, e genitori che aggrediscono e picchiano gli insegnanti, come accaduto a Piacenza a inizio febbraio.

    E’ pertanto evidente che oltre alle norme, che vanno rese puntuali e specifiche e che soprattutto vanno applicate, occorre una collettiva reimpostazione della nostra cultura, partendo proprio da chi oggi è adulto e dovrebbe insegnare ai più giovani come comportarsi.

    L’educazione dei figli è alla base della società fin dai primi mesi di vita e la scuola è l’altro luogo nel quale i ragazzi devono formarsi, ma se la violenza è in famiglia, o in famiglia vi è indifferenza, e se la scuola è impreparata, se non si è in grado di porre un freno all’utilizzo dei social per i più giovani e di oscurare i siti violenti, le leggi potranno fare ben poco.

    Cosa può pensare un bambino vedendo il proprio padre aggredire con forza e con pugni la maestra? E quale sarà la punizione che spetterà a questo genitore?

    Non siamo nella condizione di rispondere a una domanda che rivolgiamo sia a coloro che emanano le leggi sia a coloro, cioè i magistrati, che dovrebbero farle rispettare.

  • Metal detector all’ingresso delle scuole ma di tutte

    Dopo l’ennesimo violenza a scuola, questa volta finita in tragedia con la morte di Abanoud Youssef, la proposta di mettere i metal detector agli ingressi degli istituti più a rischio fa riprendere la sterile polemica politica delle forze garantiste.

    La vera garanzia che le istituzioni devono dare ai cittadini è che non vi siano delitti, che i violenti siano controllati e che, con la prevenzione, si impediscano tragedie o comunque atti che portano a gravi conseguenze per coloro che li subiscono, garanzia è anche avere processi giusti e celeri e magistratura solerte ed imparziale.

    L’uso ormai comune di girare armati di coltello, la presenza sempre più frequente di bande di bulli se da un lato possono essere in parte frenati da una nuova legge che identifica nuovi reati e nuove pene dall’altro esige prima la deterrenza, la prevenzione.

    Impossibile per gli insegnanti accorgersi della presenza di coltelli o altri oggetti nocivi sotto i larghi vestiti che oggi usano i giovani così come impossibile per le forze di sicurezza negli aeroporti individuare un’arma sotto i vestiti dei passeggeri, proprio per questo esistono strumenti, come i metal detector, che individuano la presenza di quanto non può essere portato in aereo e perciò per analogia la loro installazione davanti alle scuole verrebbe incontro alla urgente necessità di prevenire eventuali reati.

    Anche le stazioni, visto i molti casi di violenze sui treni, dovrebbero essere dotate di strumenti idonei ad azzerare o almeno contenere le azioni violente alle quali assistiamo con troppa frequenza.

    Prevenzione, più forze di sicurezza per le strade, riforme che portino a processi immediati, controllo che chi è espulso si allontani effettivamente dall’Italia e non sparisca nel nulla, maggiore collaborazione della magistratura con le Forze dell’Ordine sono alcuni punti prioritari che però devono essere accompagnati da altri interventi.

    Gli insegnanti devono essere maggiormente supportati ed indirizzati per come affrontare le problematiche della realtà adolescenziale ed i genitori responsabilizzati ed aiutati, nei casi difficili nei quali rischiano di diventare impotenti o addirittura vittime.

    Il rispetto degli altri, la Costituzione italiana, la coscienza di sé e dell’altro dovrebbero essere insegnati fin dalle scuole elementari e un invito a tutta la società, organi di stampa compresi, ad una maggior consapevolezza di quanto anche i singoli possano essere, magari inconsapevolmente, portatori di disvalori stando in silenzio di fronte ad episodi gravi e violenti dovrebbe essere fatto da tutte le forze politiche.

    Un passo alla volta, ma con decisione ed in fretta, dobbiamo cambiare e per farlo ben vengano intanto i metal detector agli ingressi delle scuole ma di tutte le scuole perchè farlo in alcune e non in altre sarebbe un fatto discriminatorio che porterebbe a nuove emarginazioni e violenze.

  • Progetto in 250 scuole elementari contro la violenza di genere

    ‘Storie spaziali per maschi del futuro’ è il nome del progetto volto a proporre nuovi modelli contro gli stereotipi che in 250 scuole elementari si prefigge di contrastare la violenza di genere e far comprendere fin da bambini l’importanza del consenso nelle relazioni sociali, così da accompagnare i futuri ragazzi e adulti in un percorso di accettazione delle proprie fragilità e di gestione di emozioni come la rabbia e la tristezza. Guidato da fondazione Libellula con l’autrice Francesca Cavallo e ScuolAttiva Onlus, il progetto è stato presentato alla Camera alla presenza di parlamentari del Pd (Filippo Sensi), M5s (Stefania Ascari) e Avs (Francesca Ghirra): da marzo porterà fiabe, formazione docenti e strumenti educativi in 250 scuole su tutto il territorio nazionale (il 60% delle quali nelle periferie delle nostre città) coinvolgendo migliaia di bambini, insegnanti e famiglie per promuovere “modelli maschili più liberi, empatici e inclusivi”.

    Il nome dato al progetto rimanda al libro scritto da Cavallo, “Storie spaziali per Maschi del Futuro”, una raccolta di fiabe che affronta gli stereotipi di genere che “danneggiano non solo le bambine, ma anche i bambini maschi, mettendo in discussione modelli tradizionali di maschilità legati al principe azzurro al supereroe – si spiega -. Attraverso la narrazione il libro apre spazi nuovi per immaginare un maschile capace di fragilità, ascolto ed empatia”.

    Al 30 settembre scorso, secondo l’Osservatorio permanente sui delitti di genere pubblicato sul sito di ‘Non una di meno’, in Italia risultavano «70 femminicidi, 3 suicidi indotti di donne, 1 suicidio indotto di un ragazzo trans, 1 suicidio indotto di una persona non binaria, 1 suicidio indotto di un ragazzo, 6 casi in fase di accertamento. Inoltre, ci sono stati almeno altri 62 tentati femminicidi riportati nelle cronache on line di media nazionali e locali e almeno due ragazzi uccisi dal padre». «Tra le persone uccise – si legge sul sito -, la vittima più giovane aveva 1 anno, la più anziana 93. Le vittime hanno un’età media di 55 anni. Si contano 12 casi con denunce o segnalazioni per violenza, stalking, persecuzione nei mesi precedenti. Due persone uccise erano sex worker, 13 persone uccise avevano una disabilità o una malattia grave, spesso cronica o degenerativa, 10 i casi in cui gli minori hanno assistito al femminicidio, 54 gli minori sono rimasti orfani in seguito al femminicidio della madre».

    Il report ha analizzato anche l’identità degli assassini e le modalità delle aggressioni: «Nei 70 casi accertati di omicidio, il colpevole o presunto tale ha un’età media di 51 anni. Il più giovane aveva 19 anni al momento del delitto, il più anziano 91. Ventidue uomini colpevoli si sono suicidati subito dopo aver compiuto l’omicidio. Ciò significa che non sarà possibile procedere per via giudiziaria e dunque attestare la gravità del gesto e le motivazioni di genere e patriarcali della violenza espressa. Altri 6 uomini colpevoli hanno tentato di togliersi la vita». «Nella quasi totalità dei casi – si legge ancora -, l’assassino era conosciuto dalla persona uccisa. Nel 50 per cento dei casi l’assassino era il marito, il partner, il convivente (35 casi). In 13 casi, a compiere il gesto è stato l’ex partner da cui la persona uccisa si era separata o aveva espresso l’intenzione di separarsi. In 11 casi, l’omicida è il figlio. Negli altri casi la relazione con la vittima era: amico, nipote, cliente, o conoscente». E ancora: «Dei 70 casi accertati di omicidio, 21 sono morte per accoltellamento, e 12 per i colpi di arma da fuoco. Altre cause del decesso sono soffocamento o strangolamento (16), percosse, colpi di forbici, colpi d’ascia, caduta dalla finestra».

  • Il Commissario Micallef ospita un dialogo con i giovani sulle politiche relative al bullismo online

    Glenn Micallef, Commissario per l’Equità intergenerazionale, i giovani, la cultura e lo sport, incontrerà mercoledì 17 settembre 14 giovani europei a Bruxelles per uno scambio di opinioni in vista dell’adozione del piano d’azione della Commissione europea contro il bullismo online. Durante l’incontro si discuterà del modo in cui le politiche e i programmi dell’UE possono proteggere meglio i giovani.

    Il piano d’azione sosterrà gli Stati membri, con particolare attenzione ai minori e ai giovani, che sono particolarmente colpiti da questo problema. I numeri continuano a destare preoccupazione: circa 1 adolescente su 6 ha subito bullismo online e 1 su 8 ammette di parteciparvi.

  • La Commissione annuncia i vincitori del premio europeo per l’insegnamento innovativo 2025

    La Commissione ha annunciato i vincitori del premio europeo per l’insegnamento innovativo 2025. 117 insegnanti e scuole di più di 30 paesi, all’interno e all’esterno dell’UE, sono stati premiati per i loro progetti sostenuti da Erasmus+.

    Con questo premio, la Commissione europea riconosce gli educatori che utilizzano approcci di insegnamento e apprendimento innovativi, interattivi e inclusivi, aprendo così la strada a un futuro migliore per le prossime generazioni.

    I destinatari del premio sono insegnanti e scuole che si sono distinti nella promozione della cittadinanza attiva, dimostrando come preparano discenti di tutte le età alle competenze necessarie per partecipare attivamente alla vita pubblica e promuovono valori dell’UE quali la libertà, la solidarietà e l’inclusione.

    I vincitori avranno l’occasione di condividere le migliori pratiche con un pubblico più ampio durante l’evento dedicato al “Premio europeo per l’insegnamento innovativo 2025”, che si svolgerà dall’8 al 9 dicembre a Bruxelles e online. I progetti vincitori saranno presentati su diverse piattaforme: il sito web del premio europeo per l’insegnamento innovativo, i canali sociali Erasmus+, il portale dello spazio europeo dell’istruzione e la piattaforma europea per l’istruzione scolastica.

  • A scuola quasi metà dei ragazzi impara a usare il coltello

    Secondo lo studio ESPAD®Italia 2024 condotto su 20 mila studenti e circa 250 scuole italiane il 40,6% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha partecipato almeno una volta a zuffe o risse, un dato che proiettato sulla popolazione scolastica equivarrebbe a circa un milione di adolescenti coinvolti. Inoltre, il 10,9% ha assistito a scene di violenza filmate con un cellulare, segno che questi episodi vengono non solo visti, ma spesso condivisi e amplificati digitalmente, contribuendo a una sorta di “normalizzazione” della violenza. Dai dati raccolti emerge che il 3,4% ha portato con sé armi come coltelli o tirapugni a scuola, con un incremento quasi doppio rispetto all’anno precedente.

    Questo fenomeno sembra sempre più legato anche all’uso di sostanze psicoattive e all’influenza dei social e rappresenta oggi un campanello d’allarme per tutto il sistema educativo e sanitario. L’aumento della violenza tra gli adolescenti, così come l’uso e il possesso di armi, riflette un disagio che va intercettato prima che degeneri. Secondo Sabrina Molinaro dell’Unità di Epidemiologia Socio-Sanitaria dell’Istituto di Fisiologia Clinica le risultanze della ricerca vanno interpretati come sintomi di un malessere più ampio che coinvolge famiglie, scuole e società nel suo complesso. La violenza, inoltre, assume anche una funzione “sociale”: secondo i dati raccolti, molti ragazzi la utilizzano per sentirsi accettati all’interno del gruppo, come forma di legame, seppur disfunzionale. Le ragazze, pur coinvolte in misura minore, manifestano sempre più spesso forme di aggressività emotiva e verbale, spesso amplificate dall’uso dei dispositivi digitali. “Siamo di fronte a una generazione profondamente immersa nel digitale, che rischia di sottovalutare la gravità della violenza, soprattutto quando mediata da uno schermo — spiega ancora Molinaro —. Lo studio ci mostra come riprendere e condividere episodi violenti sia diventato quasi normale per molti adolescenti, alimentando un pericoloso distacco emotivo. In un contesto in cui la violenza può trasformarsi in contenuto virale, si smarriscono empatia, responsabilità e senso del limite”.

  • Gioco d’azzardo

    Il gioco d’azzardo, nelle sue varie forme, è in continuo aumento. Dai dati risulterebbe che nel 2024 si sono spese, per le varie forme di gioco, circa 160 miliardi di euro.

    Nonostante la legge del 2018 che, in Italia, vieta la pubblicità dei siti di scommesse e la proibizione di giocare per chi è minorenne, sempre più ragazzi giovani tentano la fortuna.

    Secondo l’Osservatorio Nazionale i siti legali e quelli clandestini, i vari giochi al Lotto e al Poker online, le forme di gioco che si acquistano in tabaccheria, le sale di scommesse, o comunque quei sistemi di gioco che comportano esborsi di denaro, sono in continuo aumento. Una delle Regioni dove si gioca di più è la Lombardia, seguita da Campania, Lazio ed Emilia Romagna.

    In aumento, oltre ai giovani, ci  i sono i pensionati, i più anziani che sono spesso spinti a giocare dalla solitudine piuttosto che dal desiderio di migliorare la propria situazione economica ed è sempre alto il numero degli adulti che giocano perché spesso insoddisfatti della propria vita.

    Anche il gioco d’azzardo rende sempre più forte la dipendenza dal mondo virtuale allontanando le persone dalla vita reale.

    E il gioco, attraverso sistemi informatici, ha ormai superato abbondantemente il gioco nelle sale fisiche. Sembra infatti che il gioco a distanza rappresenti il 60% del totale.

    Il servizio sanitario spende ogni anno ragguardevoli cifre per cercare di guarire le persone affette da ludopatia ma finché non saranno emanate leggi più severe anche per impedire la pubblicità on line e per controllare i luoghi nei quali si gioca, in varie forme, il problema continuerà ad aumentare anche perché manca, fin dalle scuole, un insegnamento, una informazione che spieghi i pericoli dei giochi d’azzardo.

  • Il progresso culturale

    Si confonde spesso la conoscenza e la sua disponibilità, garantita sempre più dai supporti digitali, con la cultura. Allo stesso tempo si cerca di alimentare nella società contemporanea un ipotetico scontro tra due schieramenti che esprimono posizioni contrapposte anche nell’ambito della stessa formazione.

    Una prima posizione molto più incline alla innovazione tecnologica, e quindi all’insegnamento di materie tecniche, e una seconda più favorevole ad una istruzione umanistica, e quindi favorevole allo studio del latino anche alle scuole medie.

    Viceversa andrebbe sottolineato come un progresso culturale, figlio a sua volta di un processo di arricchimento cognitivo che comincia in famiglia per poi diventare nelle scuole una crescita formativa, prevede un percorso continuo e senza un limite in quanto si alimenta anche con i contenuti offerti con le proprie esperienze professionali le quali non devono essere considerate culturalmente inferiori.

    Proprio a causa di questa sua stessa definizione il progresso, specialmente se culturale, tende ad accrescere e moltiplicare le fonti di conoscenza, e con loro la stessa natura piuttosto che a selezionarle diminuendole.

    In altre parole, la polemica relativa alla possibile reintroduzione del latino alle scuole medie, se viene considerata come l’espressione di visione antiquata di una società sempre più digitalizzata e tecnologica, dimostra essenzialmente come ancora ad oggi non si sia compresa la vera essenza della crescita e di un progresso culturale.

    La conoscenza tecnica come quella umanistica dovrebbero convergere verso una o più sintesi formative all’interno delle quali molto probabilmente una delle due potrebbe anche avere un ruolo predominante. Di certo, tuttavia, nessuna di queste dovrebbe escludere l’altra, in quanto l’accrescimento culturale si alimenta con la somma e mai attraverso una sottrazione di fonti e forme culturali.

    Questa contrapposizione tra la formazione tecnica e quella umanistica dimostra essenzialmente come il progresso culturale nel nostro Paese sia fermo ormai da decenni, tanto da diventare sempre più una banale polemica ideologica e politica.

  • Aumentano gli adolescenti disadattati

    L’indice di salute mentale tra gli adolescenti nel 2023 è sceso a 71, rispetto al 72,6 registrato l’anno precedente. I giovani restano la fascia d’età con l’indice più alto, ma in confronto alla media della popolazione è nitido il contrasto tra prima e dopo la pandemia. Un gap che peraltro non sembra essere ancora del tutto recuperato. Spiccato è il divario di genere: tra le adolescenti l’indice di salute mentale è stato pari a 67,4 nel 2023, circa 7 punti in meno dei coetanei maschi (74,3). Sebbene uno svantaggio femminile sia comune a tutte le fasce d’età, lo scarto registrato tra i 14 e i 19 anni è particolarmente ampio.

    “La differenza di genere a svantaggio delle donne si osserva a tutte le età, ma è particolarmente accentuata tra i più giovani e tra i più anziani. Nel 2023, in questi gruppi il divario di genere raggiunge i 7 punti: il punteggio è pari a 74,3 per i ragazzi di 14-19 anni (67,4 tra le coetanee)” segnala l’Istat nel Rapporto Bes 2023 dello scorso aprile 2024.

    Quello sulla salute mentale non è l’unico indicatore che segnala una difficoltà nella condizione di bambini e ragazzi. Dai dati sull’isolamento sociale a quelli sulle dipendenze, fino ai disturbi del comportamento alimentare, i segnali in questa direzione sono numerosi. Tuttavia, se è abbastanza chiaro il quadro complessivo, non è altrettanto semplice ricostruire il fenomeno con una disaggregazione territoriale fine, premessa obbligata per qualsiasi tipo di intervento.

    Un primo elemento che questi dati consentono di analizzare è il contesto familiare. In presenza di un disagio psicologico o di un disturbo, poter contare sul sostegno dei genitori e in generale della famiglia è fondamentale. Tanto è vero che lo studio effettuato durante la pandemia dal garante dell’infanzia e dall’Iss ha fatto emergere questo aspetto come fattore protettivo per la salute mentale dei minori nell’emergenza Covid-19. I dati mostrano che al crescere dell’età, diminuisce la facilità con cui ragazze e ragazzi riescono ad aprirsi con i genitori, con una maggiore facilità nel parlare con la madre. La questione riguarda soprattutto le ragazze. Poco più della metà delle quindicenni dichiara di ricevere un elevato supporto familiare (51,8%), a fronte del 60,7% registrato tra i coetanei maschi. Una quota che varia anche rispetto al territorio di appartenenza. Solo il 42% delle ragazze di Veneto ed Emilia-Romagna dichiara un elevato supporto familiare. Oltre due terzi degli studenti maschi della provincia autonoma di Bolzano (71,7%), della Valle d’Aosta (66,5%) e della Puglia (66,2%) dichiarano un elevato supporto della famiglia. Tra le giovani la quota è sistematicamente più bassa, anche se supera il 60% in 3 territori. Oltre all’area di Bolzano, due regioni del mezzogiorno come Sicilia e Campania. Quest’ultima è anche la regione con il minor divario di genere: la quota di giovani che si sentono supportati dalla famiglia è analoga tra maschi e femmine e sfiora il 61%. Al contrario, meno del 45% delle ragazze di Friuli Venezia Giulia, Marche, Emilia Romagna e Veneto dichiara un elevato supporto familiare.

    Insieme alla famiglia, la scuola è l’altra istituzione con un ruolo centrale. È qui infatti che bambini e ragazzi trascorrono buona parte del proprio tempo, vivendo esperienze che possono influenzarne il benessere e lo sviluppo. Anche in questo caso, l’apprezzamento verso la scuola è inversamente correlato all’età. I rispondenti 11enni a cui “piace molto la scuola” sono il 21% tra le ragazze e il 15% tra i maschi. La quota si dimezza a 13 anni (7% maschi, 10,7% femmine), per poi calare ulteriormente tra i 15enni (5,6% maschi, 7% femmine). In questa fascia d’età, il 61,8% si sente accettato dagli insegnanti, ma solo poco più di uno su 3 (35,4%) percepisce un interesse da parte dei docenti. Due su 3 (66,6%) si sentono accettati per come sono dai compagni di classe. Fortemente correlata con i rapporti con insegnanti e compagni è la percezione di stress rispetto all’esperienza scolastica. La difficoltà di gestire lo stress è uno dei fattori più spesso chiamati in causa per l’impatto sulla dimensione psicologica e sociale. Circa il 60% degli studenti intervistati dichiara di sentirsi molto o abbastanza stressato dalla scuola, una quota cresciuta rispetto alla precedente rilevazione del 2017/18. La percentuale varia rispetto ai territori, all’età e al genere degli studenti. Non raggiunge il 50% in provincia di Bolzano (40,6%) e in Calabria (49%), mentre supera il 62% in Veneto e Valle d’Aosta. Il picco massimo tra le ragazze 15enni: quasi l’80% dichiara di sentirsi abbastanza o molto stressata dall’impegno scolastico (60,2% tra i coetanei maschi).

    Due terzi delle adolescenti dichiara di aver utilizzato spesso i social media per scappare da sentimenti negativi. L’uso problematico dei social è più frequente tra chi viene da una famiglia a basso status socio-economico: tra questi ragazzi raggiunge il 15%, contro il 12,7% di quelli con status medio-altro. Le variazioni sono ampie anche rispetto al territorio di appartenenza: nelle regioni del mezzogiorno si registra un uso più problematico dei social tra i minori. La Campania è la regione italiana dove si registra la maggiore frequenza di un uso problematico dei social media tra gli adolescenti (16%). Seguono, con quote poco inferiori al 15%, Calabria e Puglia.

  • La Commissione premia 96 progetti Erasmus+ sul benessere a scuola

    La Commissione ha annunciato i vincitori del premio europeo per l’insegnamento innovativo 2024. In questa edizione sono stati premiati 96 progetti Erasmus+ in oltre 30 paesi, all’interno e al di fuori dell’UE.

    I progetti vincenti di quest’anno pongono l’accento su temi chiave quali la salute fisica e mentale, la promozione delle competenze sociali ed emotive, una maggiore capacità di fare scelte sane, l’instaurazione in classe e a scuola di un ambiente favorevole alle relazioni positive, alla collaborazione, all’apprendimento, allo sviluppo personale ecc.

    La presentazione dei progetti vincenti sarà disponibile su diverse piattaforme tra cui il sito web del premio europeo per l’insegnamento innovativo, i canali social Erasmus+, il portale dello spazio europeo dell’istruzione e la piattaforma europea per l’istruzione scolastica.

    Gli insegnanti premiati avranno inoltre l’opportunità di presentare i progetti vincenti e di condividere le migliori pratiche con un pubblico più ampio durante l’evento ibrido “Premio europeo per l’insegnamento innovativo 2024”, che si terrà il 14 e il 15 novembre a Bruxelles e online.

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