social

  • L’Eurobarometro conferma il legame tra uso dei social media e benessere

    Si è riunito per la terza e ultima volta il panel speciale sulla sicurezza dei minori online. Il 13 luglio, i co-presidenti del panel presenteranno alla Presidente Ursula von der Leyen raccomandazioni su come rafforzare ulteriormente il modello di riferimento dell’UE per la tutela dei minori online.

    In occasione della riunione finale del panel, un nuovo sondaggio Eurobarometro conferma il significativo impatto negativo dell’eccessivo tempo trascorso davanti agli schermi e dell’uso dei social media sulla salute mentale e fisica dei giovani. In media, i giovani in tutta Europa trascorrono 4,5 ore online durante un giorno di scuola e 6,1 ore al giorno nei fine settimana. Il dato più sorprendente è che il 14% degli adolescenti dichiara di trascorrere più di 10 ore al giorno davanti a uno schermo.

    La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato: “I social media possono connettere e ispirare. Ma quando un giovane su tre afferma che lo fanno sentire stressato, triste o escluso, non possiamo ignorare l’impatto sulla loro salute mentale e sul loro benessere. E quando un quarto dei nostri giovani si trova esposto a contenuti problematici online – dai discorsi d’odio alle pressioni legate all’aspetto fisico, fino a scene di violenza inattese – è un chiaro segnale che è giunto il momento di cambiare.

  • Crescono le segnalazioni per dipendenza da social

    A poche settimane dall’avvio del progetto “Dipendenza da social? Combattiamola insieme!”, promosso dall’Associazione Nazionale “Dalla Parte del Consumatore”, si registra un vero e proprio boom di segnalazioni legate a possibili situazioni di dipendenza dai social network.

    Nelle prime due settimane di attività sono stati sfiorati i 300 contatti al “Punto di ascolto”, con richieste provenienti principalmente dall’Abruzzo, Emilia-Romagna, Marche, Molise e Puglia.

    Le segnalazioni sono pervenute nella maggior parte dei casi da genitori preoccupati per i comportamenti dei figli, in altri casi da fratelli e sorelle e, in alcune situazioni, anche da gestori di bar frequentati da adolescenti.

    L’Associazione ha, quindi, raccolto, analizzato e classificato le “segnalazioni” di sintomi di dipendenza da social per tipologia, quali lo scrool compulsivo, l’ansia e nervosismo da mancanza di telefono, l’isolamento familiare e sociale, l’ossessione da like e follower. “Abbiamo avuto moltissime segnalazioni e questo ci permette di cominciare ad avere una bussola attraverso la quale orientarci nel mondo della dipendenza da social e, quindi, dare un aiuto concreto attraverso i professionisti che sono coinvolti in questo progetto ambizioso e difficile ma socialmente utile” – affermano Emilio Graziuso e Massimo Bomba, rispettivamente Presidente e Vice Presidente Nazionale dell’Associazione “Dalla Parte del Consumatore”

    Il “Punto di ascolto per dipendenza da social” è attivo dal lunedì al venerdì attraverso il numero di telefono 375 – 6699692 dedicato esclusivamente al progetto “Dipendenza da social? Combattiamola insieme!”.

  • Le Ue contesta a Meta di non impedire l’accesso ai social agli under 13 e lancia l’app per identificare l’età di chi naviga in rete

    La Commissione rileva preliminarmente che Meta viola il regolamento sui servizi digitali (Dsa) per non aver impedito ai minori di 13 anni l’accesso su Instagram e Facebook.

    Nonostante i termini e le condizioni di Meta stabiliscano che l’età minima per utilizzare in sicurezza Instagram e Facebook sia di 13 anni, le misure adottate dall’azienda per far rispettare tali restrizioni non sembrano efficaci. In particolare, non impediscono adeguatamente l’accesso ai minori sotto i 13 anni né consentono di identificarli e rimuoverli tempestivamente qualora abbiano già ottenuto l’accesso.

    Henna Virkkunen, vicepresidente esecutiva per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia, ha dichiarato: «Le stesse condizioni generali di Meta indicano che i loro servizi non sono destinati ai minori di 13 anni. Tuttavia, i nostri risultati preliminari mostrano che Instagram e Facebook fanno molto poco per impedire ai bambini al di sotto di questa età di accedere ai loro servizi. Il DSA richiede alle piattaforme di applicare le proprie regole: i termini e le condizioni non devono essere semplici dichiarazioni scritte, ma la base per azioni concrete volte a proteggere gli utenti, compresi i minori».

    La Commissione ha inoltre adottato una raccomandazione che esorta gli Stati membri ad accelerare il lancio dell’app di verifica dell’età dell’Ue e a renderla disponibile entro la fine dell’anno. L’app, sicura, affidabile e rispettosa della privacy, rappresenta un passo fondamentale per proteggere i minori da contenuti online dannosi e inappropriati. Gli Stati membri possono distribuire l’app di verifica dell’età come applicazione autonoma oppure integrarla in un portafoglio europeo di identità digitale. La raccomandazione specifica inoltre le azioni che gli Stati membri dovrebbero intraprendere per garantire una rapida disponibilità e l’interoperabilità della soluzione di verifica dell’età dell’Ue. L’esecutivo comunitario ha sviluppato un modello (blueprint) dell’app, che consente agli utenti di dimostrare di raggiungere una determinata soglia di età senza rivelare l’età esatta, l’identità o altri dati personali. Spetta ora agli Stati membri adattare e realizzare l’app per i propri cittadini.

    La protezione dei minori online è una priorità per la Commissione. In base al regolamento dell’UE sui servizi digitali, le piattaforme online devono garantire un elevato livello di privacy, sicurezza e protezione per i minori. Sempre Virkkunen, ha dichiarato: «Una verifica dell’età efficace e rispettosa della privacy è il prossimo tassello del puzzle che ci avvicina alla creazione di uno spazio online in cui i nostri bambini siano al sicuro e messi nelle condizioni di utilizzare Internet in modo positivo e responsabile, senza limitare i diritti degli adulti».

  • Uno strumento fuori controllo

    Le persone, quelle qualsiasi, un tempo avremmo detto normali, commercianti, professionisti, agricoltori, artigiani, operai, impiegati, professori, persone così che vivono la loro vita e spesso arrancano per continuare a viverla, ogni volta che utilizzano la Rete, i vari social, si ricordano che Alphabet, creata nel 2015, nel 2025 ha avuto ricavi per oltre 400 miliardi di dollari e che a gennaio al Nasdaq ha superato i 4 mila miliardi di capitalizzazione?

    Intanto Meta, fondata nel 2004, che controlla Instagram, Whatsapp, Facebook, oltre ad altre attività correlate in tecnologie diverse, nel 2025 ha avuto ricavi per 200 miliardi di dollari e al Nasdaq è valutata 1,4 miliardi di dollari!

    E noi stiamo ancora a discutere sui problemi energetici quando gli strumenti tecnologici, che fanno ricchissimi i pochissimi che li detengono, consumano una voragine di energia e di acqua e, nello stesso tempo, ormai è finalmente compreso e denunciato da scienziati e medici (noi, inascoltati, lo sosteniamo dall’inizio del 2000), e condizionano, e spesso deteriorano, l’intelligenza e la vita di milioni di adolescenti.

    C’è ancora una volta da domandarsi perché non si tassano i super profitti di queste società e soprattutto perché non si valuta se questi profitti sono leciti visti i danni causati da alcuni di questi strumenti tecnologici, come Tik Tok, danni ai quali il resto della società deve poi porre rimedio.

    Non si tassano, non si controllano perché è troppo grande il potere economico di chi li detiene e troppo importante, per certo potere politico, avere con loro buoni rapporti per veicolare sempre di più il pensiero di chi della politica ha fatto un business immenso o l’unico sistema per sentirsi qualcuno.

    Certo è che i cervelloni che hanno messo in moto la macchina non sanno come rimetterla in carreggiata ora che ha sbandato più volte, infatti la rete, che avrebbe dovuto essere strumento di maggior conoscenza e libertà aiutando la socialità e la convivenza si è in gran parte tramutata in un mezzo che distrugge le personalità individuali, insegna la violenza ed il sopruso, uno strumento fuori controllo che però arricchisce chi, senza scrupoli, vive sulle debolezze altrui creandone sempre di nuove.

  • Misure per garantire il rispetto delle norme sulla di protezione dei minori previste dal regolamento sui servizi digitali

    La Commissione europea ha adottato due misure di esecuzione a norma del regolamento sui servizi digitali, in particolare ha avviato un procedimento formale per verificare se Snapchat stia garantendo un elevato livello di sicurezza, tutela della vita privata e protezione dei minori online, conformemente al regolamento sui servizi digitali.

    La Commissione europea ha inoltre constatato in via preliminare che Pornhub, Stripchat, XNXX e XVideos violano il regolamento sui servizi digitali per non aver protetto i minori dall’esposizione a contenuti pornografici sui loro servizi.

  • Ragazzi, genitori, insegnanti chi punisce la violenza?

    Il costante, inquietante aumento di giovani, per meglio dire ragazzini, che girano armati di coltello e le continue violenze e risse che ogni giorno si registrano sul territorio nazionale hanno indotto il governo a emanare nuove disposizioni per la sicurezza ed il contrasto alla violenza.

    Giustamente si parla esplicitamente di considerare responsabili i genitori, in certi casi, per i comportamenti violenti e scorretti dei figli.

    Ci dimentichiamo però che spesse volte, purtroppo, i ragazzi sono violenti perché la violenza la imparano sia dall’utilizzo, sfrenato e incontrollato, dei social sia dal contesto familiare, qualche volta anche dal contesto scolastico.

    Sono di questi giorni, infatti, le notizie che, ancora una volta, ci ripropongono insegnanti violenti nelle scuole primarie, addirittura due suore, e genitori che aggrediscono e picchiano gli insegnanti, come accaduto a Piacenza a inizio febbraio.

    E’ pertanto evidente che oltre alle norme, che vanno rese puntuali e specifiche e che soprattutto vanno applicate, occorre una collettiva reimpostazione della nostra cultura, partendo proprio da chi oggi è adulto e dovrebbe insegnare ai più giovani come comportarsi.

    L’educazione dei figli è alla base della società fin dai primi mesi di vita e la scuola è l’altro luogo nel quale i ragazzi devono formarsi, ma se la violenza è in famiglia, o in famiglia vi è indifferenza, e se la scuola è impreparata, se non si è in grado di porre un freno all’utilizzo dei social per i più giovani e di oscurare i siti violenti, le leggi potranno fare ben poco.

    Cosa può pensare un bambino vedendo il proprio padre aggredire con forza e con pugni la maestra? E quale sarà la punizione che spetterà a questo genitore?

    Non siamo nella condizione di rispondere a una domanda che rivolgiamo sia a coloro che emanano le leggi sia a coloro, cioè i magistrati, che dovrebbero farle rispettare.

  • Bravate social

    Qualche tempo fa la piattaforma SocialData presentò un’analisi di dati dai quali emergeva che il fenomeno delle baby gang aveva attirato l’interesse del pubblico e dei media, sui social e sui network, con centinaia di migliaia di citazioni e 30 milioni di interazioni. Questo fenomeno da allora è ulteriormente aumentato: si discute di criminalità minorile, di problematiche sociali, di immigrazione e mafia, e la mafia è il tema meno attenzionato.

    Le città più grandi sappiamo tutti che sono state e sono le più colpite dalla criminalità minorile ma, se facciamo un raffronto tra il numero degli abitanti e il numero delle aggressioni delle baby gang, vedremo che anche le città di provincia, e ormai pure i paesini, non sfuggono a questa tragica tendenza sociale, che ha assunto tutti i tratti di un autentico fenomeno di nuova delinquenza.

    Il rischio è che parlandone, senza esprimere al contempo una forte condanna, si finisca per fornire sempre più un esempio da imitare, per i più giovani, perché purtroppo i cattivi esercitano da sempre un fascino maggiore dei buoni.

    Infatti, mentre sui social la maggior parte degli adulti è abbastanza propensa a condannare i fatti, anche se non in tutte le occasioni, nei giovanissimi si nota una preoccupante tendenza all’emulazione e alla condivisione, non certo una presa di distanze nei confronti di quanti, con le loro gesta, hanno commesso reati anche molto gravi, per non parlare di quell’altro aspetto sempre più devastante, che è l’incitazione a commettere atti autolesionisti.

    Ancora una volta, il problema riguarda la gestione dei social me anche il modo di porre la notizia sulla carta stampata e in televisione, un conto è la libertà di informazione, la necessità di informare, un altro è veicolare l’informazione in maniera da creare emulazione.

  • La Commissione constata che TikTok e Meta violano i loro obblighi di trasparenza

    La Commissione europea ha constatato in via preliminare che sia TikTok che Meta hanno violato l’obbligo di concedere ai ricercatori un accesso adeguato ai dati pubblici ai sensi della legge sui servizi digitali. La Commissione ha inoltre constatato in via preliminare che Meta, sia per Instagram che per Facebook, ha violato l’obbligo di fornire agli utenti semplici meccanismi per notificare i contenuti illegali e di consentire loro di contestare efficacemente le decisioni di moderazione dei contenuti.

    Facebook, Instagram e TikTok hanno ora la possibilità di esaminare i documenti contenuti nei fascicoli di indagine della Commissione e di rispondere per iscritto alle risultanze preliminari della Commissione. Le piattaforme possono adottare misure per porre rimedio alle violazioni. Se il parere della Commissione è confermato, la Commissione può emettere una decisione di non conformità, che può infliggere un’ammenda fino al 6% del fatturato mondiale totale annuo del fornitore. La Commissione può anche imporre penalità di mora per costringere una piattaforma a conformarsi.

  • Il boomerang delle tecnologie: favoriscono gli incontri ma possono rovinare la reputazione

    La tecnologia può favorire relazioni e sesso, come dimostra il fiorente mercato delle app di dating. Ma può anche rovinare relazioni e sesso, come è emerso chiaramente alcuni mesi fa col caso della coppia clandestina così poco furba invero da farsi beccare da una kiss cam a un concerto.

    Come è stato evidenziato nel caso di quella coppia clandestina, in eventi pubblici come un concerto non si può invocare la stessa privacy che si può invocare a casa propria. Ma il fatto è che le tecnologie pongono un problema più profondo in tema di privacy. Nel 2010 il fondatore di Facebook Zuckerberg, aveva dichiarato che la riservatezza dei dati personali «non è più una norma sociale» e oggi Guido Scorza, componente del Garante italiano per la Privacy, rileva che ormai «siamo tutti un po’ personaggi pubblici, è fuor di dubbio. Non solo per il tema della riconoscibilità facciale, ma anche perché ormai condividiamo tantissimo (vacanze, figli, ecc.), cose che un tempo si sapevano solo dei Vip». Occorre però distinguere tra casi in cui la diffusione di immagini o altro riguardo la propria vita privata è almeno in parte riconducibile a colpa di chi di quella diffusione resta vittima (come il caso degli amanti al concerto) e casi in cui la diffusione è operata a totale insaputa e senza alcun concorso da parte di chi viene colto in momenti privati. E occorre altresì distinguere tra momenti in cui si è nella propria totale sfera privata e momenti in cui non lo si è (sul lavoro, anzitutto).

    In Europa il GDPR stabilisce che il trattamento dei dati personali deve basarsi su una chiara base giuridica, e i dati raccolti devono essere pertinenti, limitati a quanto necessario e utilizzati esclusivamente per scopi determinati. L’uso del contenuto di un video girato a fini ludici (come una kiss-cam) per finalità disciplinari o reputazionali violerebbe non solo la normativa privacy, ma anche i principi di buona fede contrattuale e riservatezza. Nel nostro Paese poi la giurisprudenza è decisamente orientata nel negare l’utilizzo di prove acquisite in violazione della privacy per procedimenti disciplinari: due colleghi e amanti beccati a un concerto non potrebbero insomma essere licenziati, come invece è accaduto ai protagonisti dell’episodio del concerto (negli Usa, dove l’episodio è avvenuto, le regole in tema di privacy sono meno rigide) e qualora un datore di lavoro, basasse un provvedimento su immagini virali diffuse senza consenso, rischierebbe sanzioni del Garante, impugnazioni giudiziarie e anche richieste risarcitorie da parte del dipendente.

    Resta tuttavia un problema sociale. Come un processo macchia la reputazione di chi lo deve affrontare, anche qualora ne esca pienamente assolto, così la diffusione di immagini provoca gossip e una fama non ricercata che non può essere sanzionata, anche in assenza di reazioni non consentite da parte del datore di lavoro e anche qualora la diffusione stessa sia in parte colpa di chi ne è rimasto vittima: se marito o moglie hanno diritto di contestare il tradimento, fin dove possono spingersi terze persone nel rilanciare immagini altrui o nel commentare o prendere posizione rispetto ai protagonisti di quelle immagini? Chi fosse indotto a dimettersi sulla base di immagini relative a suoi comportamenti privati in sé non illegali (come una relazione clandestina con un/a collega) può essere scartato/a a un colloquio di lavoro solo per via di quelle immagini?

  • Avviso ai naviganti

    Restiamo tutti in attesa che la politica, a livello mondiale vista la vastità del problema, trovi soluzioni per impedire l’uso scorretto, o addirittura criminale, della rete, e il problema non sarà di facile soluzione perché lo si è lasciato incancrenire senza adeguati controlli ed interventi, nonostante i tanti segnali allarmanti che sono arrivati in questi anni.

    In questa attesa ciascuno deve difendersi come può, non mettere foto, non farsi riprendere anche da persone ritenute intime, controllare i propri figli ed il tempo che trascorrono soli e collegati alla rete, etc etc, tutti gli accorgimenti che da tempo conosciamo e che quasi nessuno mette in pratica.

    Il vero consiglio utile sarebbe di chiudere per un certo tempo i social, di tornare a vivere come si faceva fino a pochi anni fa: le persone si sentono per telefono, le notizie si danno se sono importanti, gli amici sono solo quelli che conosciamo veramente.

    Chiudete per un po’ i social, tornate a vivere normalmente, a nessuno importa dove siete stati in vacanza salvo a quelli che vogliono sfruttare le vostre foto in bichini da mettere poi, manipolate, su qualche sito pornografico e solo ai ladri interessa sapere che partite e che la vostra casa è libera per loro.

    Per sentirsi vivi non c’è bisogno di avere l’“amicizia” di sconosciuti che non incontrerete mai, di follower  o di like ma di coltivare meglio i rapporti con chi conoscete, di riprendere a parlare con la voce e non con la tastiera, di rendersi irreperibili per i troppi svitati, quando non mascalzoni e criminali, che viaggiano sulla rete in cerca di inconsapevoli vittime.

Pulsante per tornare all'inizio