territorio

  • Sicurezza e infrastrutture prima del Ponte sullo Stretto

    Dal 1794, come molti mezzi d’informazione hanno riportato, erano già note le gravissime condizioni idrogeologiche che, con l’incuria, la mancanza di interventi, l’aumento della popolazione, di case, fognature, tubature, e, non da ultimo, con il cambiamento climatico e le piogge costanti e torrenziali, hanno portato alla tragedia di Niscemi.

    Senza andare troppo indietro negli anni, e perdersi in mille rivoli, andiamo all’ultimo disastro, alla tragedia di oggi, annunciata già da quanto era avvenuto nel 1997 a Niscemi, per renderci conto che nessuna ha effettuato le opere necessarie

    Si indaga e, si spera, si identificheranno finalmente le responsabilità e si provvederà, in tempi brevi, a ridare alternative di vita a chi ha perso tutto, non solo la casa ed i beni ma anche quei ricordi che sono alla base dell’identità, ma ora è obbligatorio realizzare, non solo per Niscemi, quanto è necessario per impedire nuovi disastri.

    La realtà, inconfutabile, è che l’Italia, in gran parte, è un paese a rischio, sia per le complesse realtà idrogeologiche, per le vaste aree soggette a terremoti, per l’attività dei vulcani, ai piedi dei quali sono stati costruiti interi paesi, che per le coste martoriate da abitazioni abusive e da costruzioni spesso edificate con materiale scadente e, non ultimo, per l’eccessivo consumo del suolo.

    Non può più essere rimandata la costituzione di una commissione, con persone altamente qualificate, non legate alla politica ideologica, ad interessi elettorali o di categoria, che, con loro consulenti, agiscano in ogni regione, svincolati dalle amministrazioni regionali, per mappare tutto il territorio e procedere a tutti gli interventi urgenti.

    Interventi di bonifica ma anche di demolizione di quanto è a rischio o non in regola, una mappatura che non guardi in faccia a nessuno e che abbia l’immediata conseguenza di porre al riparo, con le opere necessarie, tutti e tutto da nuovi rischi, da altre sciagure annunciate.

    Dopo la tragedia del ponte di Genova si è impiegato un tempo infinito per mappare cavalcavia e ponti fragili o pericolosi ma, a distanza di otto anni, gli interventi, per metterli in sicurezza, non sono ancora stati realizzati completamente e continuiamo, in troppe strade, a viaggiare con una corsia per alleggerire il traffico nei punti pericolosi e la conseguenza è che il pericolo rimane.

    I problemi tecnici seri, dalla risoluzione dei quali dipende la nostra vita, non possono essere affidati a coloro che si devono occupare del consenso elettorale o devono rispondere a chi li ha nominati e può sollevarli dall’incarico.

    Senza polemiche ma guardando la realtà, dopo le onde alte quasi dieci metri che hanno sconvolto il litorale siciliano, distruggendo anche tratti della ferrovia, risulta evidente la necessità di rivedere la decisione di costruire il Ponte sullo Stretto.

    Forse troppi non solo trascurano di valutare quanto è accaduto negli ultimi giorni ma sono anche ignoranti, cioè ignorano o fanno finta di ignorare, che il terremoto che distrusse Messina e Reggio Calabria nel 1908 portò alla morte 500.000 persone, che l’area resta a rischio terremoti mentre il mare e gli eventi climatici estremi sono più che mai incontrollabili e devastanti.

    I soldi per il ponte siano usati per mettere in sicurezza le zone fragili e per costruire le tante infrastrutture delle quali la Sicilia e la Calabria sono ancora, ingiustamente, prive.

  • Il Sahara Occidentale e la sovranità marocchina

    Comprensibilmente distratti dalla guerra in Ucraina e dal conflitto in Medio Oriente, i media nazionali non hanno dedicato attenzione ad un’altra crisi, a tratti violenta, che da cinquant’anni è in corso nella regione sud del Marocco, meglio conosciuta come Sahara Occidentale. Oggi quel conflitto sembra essere sulla via di una definitiva soluzione grazie alla recente Risoluzione ONU 2797 del 31 ottobre scorso.

    Tutto cominciò nel 1975, quando, dopo la fine dell’occupazione spagnola, anche quella parte del Marocco fu liberata. Il Marocco era stato una monarchia sovrana per secoli, anche quando il resto del Maghreb era occupato dall’impero ottomano. Durante il periodo centrale delle colonizzazioni europee Francia e Spagna si erano però divise quel territorio con la prima che occupava tutta la regione nord fino al pieno deserto e la Spagna che esercitava i suoi diritti coloniali sulla regione marocchina del sud. Il protettorato, perché così fu definito il controllo franco-spagnolo dal trattato di Fez del marzo 1912, finì ufficialmente nel 1956 ma, mentre i francesi abbandonarono subito il Paese, gli spagnoli continuarono a rimanere nel sud fino al 1975. Durante tutto questo periodo, almeno nominalmente, continuò a esistere la locale monarchia che, quando riprese possesso della totale sovranità, dichiarò la necessità che tutto il Paese fosse unificato e che anche gli spagnoli se ne andassero. Fino a che il generale Francisco Franco fu in carica e in piena salute ciò, tuttavia, non avveniva e fu mentre era sul letto di morte (novembre 1975) che ben 750.000 civili marocchini mossero pacificamente dal nord verso il sud, a piedi o con qualunque mezzo disponibile, per ribadire la loro sovranità. Fu quella che fu chiamata la Marcia Verde e riuscì a sbloccare definitivamente le incertezze di Madrid. Nella capitale spagnola si decise allora di lasciare la zona, dividendola però tra una parte consegnata formalmente al Marocco e un’altra alla Mauritania. Fu allora che, con il sostegno dell’Algeria, fu creato il Fronte Polisario che dichiarò l’indipendenza e cominciò una guerriglia violenta contro gli eserciti marocchino e mauritano. I conflitti iniziarono nel febbraio 1976 e continuarono con morti da entrambe le parti fino al 1980. Nel 1979 la Mauritania rinunciò a rivendicare una qualunque autorità cedendo i propri diritti al Regno del Marocco. I ribelli del Polisario, incalzati dall’esercito regolare marocchino, scapparono in Algeria portando con sé qualche decina di migliaia di civili saharawi. Il locale regime attrezzò per loro un campo profughi a Tindouf, poco lontano dal confine, ove ancora restano e vivono grazie ad aiuti umanitari internazionali. Secondo varie organizzazioni indipendenti, lì sono trattenuti in situazione di semi-libertà e non sono autorizzati ad andarsene salvo permessi speciali rilasciati dai loro capi autonominatisi e mai eletti. Anche il loro numero resta volutamente incerto, poiché si sa che più viene dichiarato essere grande, più aiuti di vario genere vi saranno destinati.

    Nel 1981 il re Hassan II evocò la possibilità di un referendum tra la popolazione e altrettanto farà l’ONU nel 1991 con una propria Risoluzione (la 690) che istituì per l’occasione la missione MINURSO. Purtroppo, le dispute sull’identificazione degli aventi diritto al voto e le divergenze politiche resero impossibile la consultazione. Negli anni successivi, tutti i tentativi di mediazione – compreso il Piano Baker II del 2003 – naufragarono tra le resistenze reciproche ma soprattutto perché il Polisario pretendeva che un eventuale referendum escludesse dal voto anche quei Saharawi che erano tornati nel paese dopo la partenza degli spagnoli. Da allora, seppur a fasi alterne, sono continuati gli scontri violenti che l’Onu ha cercato di risolvere con decine di Risoluzioni successive, sia dell’Assemblea Generale sia del Consiglio di Sicurezza, senza però fare grandi passi in avanti. Nel 2006 il re Mohamed VI annuncia che è volontà del Regno attribuire alla regione del sud un regime istituzionale particolare e presenta ufficialmente un Piano di Autonomia immediatamente appoggiato dalla Francia. Nel 2007 il Consiglio di Sicurezza invita le parti a discutere “seriamente” e con “buona fede” quel progetto ma i ribelli rifiutano anche di prenderlo in considerazione come base negoziale.

    In realtà è bene sapere che il Sahara Occidentale è per l’80% una zona desertica e ospita una densità di popolazione che è di 2 abitanti per chilometro quadrato. È pur vero che il suo terreno è ricchissimo di fosfati e le acque atlantiche prospicienti sono tra le più pescose in tutta la costa africana ma la popolazione totale fatica a raggiungere un totale di due milioni. Immaginare quella regione come indipendente, nei fatti e non solo formalmente, diventa un’ipotesi piuttosto difficile e i dubbi sulla spontaneità di un sincero desiderio indipendentista restano forti. Il perché l’Algeria avesse deciso di sponsorizzare la possibile secessione va ricercato nella secolare inimicizia tra i due Paesi originata da alcune diatribe di confine ma, non ultimo, esiste anche il sospetto che attraverso uno Stato “fantoccio” Algeri pensi così di potersi guadagnare uno sbocco sull’oceano Atlantico.

    È, quindi, da almeno cinquant’anni che il Marocco esercita la propria sovranità sulla maggior parte di quel territorio ma l’incertezza legale sulla regione e il non ancora avvenuto riconoscimento internazionale da parte di tutti gli altri Stati mondiali (e in particolare dell’ONU) ha consentito, a chi voleva approfittarne, di saccheggiare le sue acque pescose senza doverne rispondere ad alcuno. Anche lo stesso Marocco ha ancora dei limiti a sviluppare completamente le possibilità offerte dall’area fino a che non gli viene formalmente riconosciuto il legittimo possesso, tant’è vero che le lo sfruttamento di stimate importanti riserve petrolifere e di gas è fermo, per decisione delle Nazioni Unite, alla fase della ricerca.

    Nonostante l’incertezza legale, Rabat ha destinato alla zona grandi investimenti infrastrutturali sia nel settore dei fosfati sia nel turismo che nella valorizzazione delle locali tipicità culturali. Un grande investimento è stato effettuato per la creazione di un enorme porto per acque profonde a Dakhla e una volta completato potrà tornare utile non solo al Marocco ma anche ai vicini Stati africani quali, ad esempio, il Mali che non gode di un suo diretto accesso al mare.

    Finalmente, il 31 Ottobre scorso, l’ONU con la risoluzione 2797 ha deciso di uscire dall’impasse e di riconoscere formalmente che il Piano di Autonomia elaborato e presentato dal governo marocchino sia “l’unica realistica possibilità” per risolvere l’impasse segnando un cambio di paradigma rispetto alle precedenti risoluzioni che parlavano di “autodeterminazione” e “referendum”.

    La grande valenza politica di questa decisione è che al Consiglio di Sicurezza che l’ha votata 11 stati sono stati a favore, 3 astenuti e uno, l’Algeria, ha deciso di non partecipare al voto. La cosa più significativa è che sia Russia che Cina avrebbero potuto porre un loro eventuale veto ma hanno preferito astenersi (l’altro astenuto è stato il Pakistan), consentendo così alla risoluzione di diventare effettiva. Proprio per questa decisione di indiretta approvazione del progetto da parte delle due grandi potenze, l’Algeria ha rinunciato a dichiararsi contraria e ha preferito non partecipare al voto evidenziando così l’isolamento della sua linea tradizionalmente contraria al piano marocchino.

    Immediatamente hanno riconosciuto la sovranità marocchina (fatte salve le future negoziazioni tra gli interessati in merito alle modalità dell’autonomia) gli USA (che già l’avevano fatto nel 2020), la Francia, il Belgio, la Spagna, la Germania, l’Olanda, la Gran Bretagna, i Paesi del Golfo e molti Paesi africani e latino-americani.  Ora anche i capi del Polisario dovranno farsene una ragione e capire che chi li ha spalleggiati (e finanziati) fino a ieri non sarà più disposto a continuare in quella operazione. Anche Google Maps ha tolto ogni linea di separazione tra la regione del sud marocchino e il resto del Paese e diversi Consolati sono già stati aperti a Dakhla.

    Naturalmente restano ancora degli irriducibili, come ad esempio in Italia l’Onorevole Boldrini, che ha deciso di dare ancora una voce all’ormai squalificato Polisario invitando una delegazione di loro rappresentanti a una audizione presso la Camera dei Deputati. D’altra parte, come vediamo anche in Ucraina, c’è sempre qualcuno che predilige la guerra alla pace, almeno fino a quando sulla linea del fronte ad andarci c’è qualcun altro.

  • China seizes 60,000 maps over ‘mislabelled’ Taiwan

    Chinese customs officers in eastern Shandong province have seized 60,000 maps that “mislabelled” the self-governed island of Taiwan, which Beijing claims as part of its territory.

    The maps, authorities said, also “omitted important islands” in the South China Sea, where Beijing’s claims overlap with those of its neighbours, including the Philippines and Vietnam.

    The “problematic” maps, meant for export, cannot be sold because they “endanger national unity, sovereignty and territorial integrity” of China, authorities said.

    Maps are a sensitive topic for China and its rivals for reefs, islands and outcrops in the South China Sea.

    China Customs said that the maps also did not contain the nine-dash line, which demarcates Beijing’s claim over nearly the entire South China Sea.

    The line comprises nine dashes which extends hundreds of miles south and east from its most southerly province of Hainan.

    The seized maps also did not mark the maritime boundary between China and Japan, authorities said.

    Authorities said the maps mislabelled “Taiwan province”, without specifying what exactly the mislabelling was.

    China sees self-ruled Taiwan its territory and has not ruled out the use of force to take the island. But Taiwan sees itself as distinct from the Chinese mainland, with its own constitution and democratically-elected leaders.

    Tensions in the South China Sea flare up occassionally – most recently over the weekend, when ships from China and the Philippines figured in another encounter.

    Manila accused a Chinese ship of deliberately ramming and firing its water cannon at a Philippine government vessel.

    But Beijing said the incident happened after the Philippine vessel ignored repeated warnings and “dangerously approached” the Chinese ship.

    The Philippines and Vietnam are also particularly sensitive to depictions of the South China Sea in maps.

    The Barbie movie from 2023 was banned in Vietnam and censored in the Philippines for showing a South China Sea map with the nine dash line.

    The statement from China Customs did not say where the seized maps were intended to be sold. China supplies much of the world’s goods, from Christmas lights to stationery.

    The confiscation of “problematic maps” by Chinese customs officers is not uncommon – though the number of the maps seized in Shandong easily eclipses past seizures. Goods that fail inspection at the customs are destroyed.

    In March, customs officers at an airport in Qingdao seized a batch of 143 nautical charts that contained “obvious errors” in the national borders.

    In August, customs officers in Hebei province seized two “problematic maps” that, among other things, contained a “misdrawing” of the Tibetan border.

  • L’Egitto contesta davanti all’Onu gli accordi marittimi tra Libia e Turchia

    L’Egitto ha presentato un memorandum ufficiale alle Nazioni Unite per rigettare una serie di misure e accordi marittimi adottati dalla Libia, incluso l’ultimo memorandum d’intesa con la Turchia. Come riferiscono media greci, Il Cairo definisce queste intese una “violazione della sovranità egiziana” e una lesione dei propri diritti nel Mediterraneo orientale. Il documento, datato 8 settembre, rifiuta espressamente l’accordo firmato il 25 giugno tra la compagnia libica Noc e la Turkish Petroleum Corporation (Tpao) per studi sismici in quattro aree offshore. Una di esse, la cosiddetta “Area 4”, ricadrebbe – secondo le autorità egiziane – entro i limiti della zona economica esclusiva (Zee) e della piattaforma continentale egiziana. Di conseguenza, Il Cairo respinge “qualsiasi misura, condotta o conseguenza giuridica derivante da questo accordo”.

    La posizione egiziana non riguarda solo l’intesa energetica, ma anche la definizione unilaterale da parte libica dei limiti della propria piattaforma continentale. Il Cairo richiama la propria legislazione nazionale, in particolare il decreto presidenziale 595/2022, e afferma che le rivendicazioni di Tripoli sono “incompatibili con la Convenzione Onu sul diritto del mare e con il diritto internazionale”. La disputa si inserisce in un contesto già segnato dal rafforzamento della cooperazione tra Tripoli e Ankara. Come già riportato da “Agenzia Nova”, il 27 giugno scorso il ministro del Petrolio del governo libico di unità nazionale, Khalifa Abdul Sadiq, ha incontrato a Tripoli l’omologo turco Alparslan Bayraktar per consolidare il partenariato energetico, con particolare attenzione all’esplorazione congiunta di giacimenti offshore. Un’intesa che ha subito inasprito le tensioni con la Grecia, impegnata in nuove gare internazionali per l’esplorazione di idrocarburi al largo di Creta. Atene ha risposto inviando due fregate e una nave militare nelle acque internazionali davanti alla Libia, ufficialmente per controllare i flussi migratori, una mossa percepita da Tripoli come “provocazione militare”.

    La Grecia, insieme a Cipro e all’Unione europea, si richiama alla Convenzione Unclos del 1982, che riconosce alle isole la capacità di generare zone economiche esclusive. Libia e Turchia, invece, si basano sulla Convenzione di Ginevra del 1958 e considerano sproporzionato che piccoli lembi di terra – come l’isola greca di Kastellorizo, a soli due chilometri dalla costa turca – possano estendere ampie Zee. Per Atene, le mosse di Tripoli e Ankara rappresentano un affronto giuridico e geopolitico. Per Il Cairo, un rischio diretto ai propri interessi energetici nel Mediterraneo levantino. Secondo osservatori, un’ulteriore destabilizzazione dell’EastMed metterebbe in pericolo rotte commerciali vitali per l’Italia e l’Europa, aprendo scenari di tensione anche con l’Unione europea, che in base all’articolo 42 del Trattato di Lisbona sarebbe tenuta a fornire assistenza a un Paese membro aggredito.

    Alcuni giorni prima dell’iniziativa egiziana il gruppo di lavoro congiunto libico-turco ha tenuto una riunione ad Ankara per affrontare la regolamentazione dei contratti firmati prima del 2011, la revisione degli accordi del 2024 e del 2025, e l’elaborazione di un piano operativo per riattivare i progetti di sviluppo rimasti bloccati. Secondo quanto riferito dal sito di informazione libico “Al Wasat”, l’obiettivo è stato quello di rafforzare la stabilità e la continuità delle iniziative comuni tra i due Paesi.  Durante l’incontro, le parti hanno evidenziato la crescita del 31% degli scambi commerciali tra Libia e Turchia nei primi otto mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024. Entrambe hanno ribadito la necessità di consolidare questo slancio per rafforzare la cooperazione economica, sostenere nuovi progetti di investimento e sviluppare un partenariato strategico più solido, con particolare attenzione ai settori prioritari di infrastrutture, costruzioni, commercio e industria. La delegazione libica era guidata dal ministro dei Trasporti e consigliere finanziario del primo ministro, Mohamed al Shehaby, affiancato dal capo del Team per l’attuazione delle iniziative presidenziali e dei progetti strategici, Mustafa al Manie, dal sottosegretario del ministero dell’Economia e del Commercio, Suheil Abu Shaiha, dall’ambasciatore libico in Turchia, Mustafa al Qleib, oltre a rappresentanti di diverse agenzie governative. La delegazione turca, invece, era guidata dal ministro del Commercio, Omer Bolat, con il suo vice Ozgur Volkan Agar, il presidente dell’Associazione degli imprenditori turchi e direttori di vari ministeri e istituzioni.

  • Ingannevoli promesse non mantenute e drammatiche conseguenze

    Le promesse di certi uomini sono come sabbie mobili che, viste da lontano,

    sembrano solide e sicure, ma si rilevano inconsistenti e insidiose.

    Francois de La Rochefoucauld

    Quanto è successo con il massacro elettorale in Albania, finalizzato con le “elezioni” dell’11 maggio scorso, testimonia e rappresenta inconfutabilmente la vera, vissuta e molto preoccupante realtà. Il nostro lettore è stato ampiamente informato, con la dovuta e richiesta oggettività, di tutto ciò. Ma dopo aver ottenuto quello che aveva pianificato come obiettivo da raggiungere, costi quel che costi, cioè assicurare una maggioranza assoluta in Parlamento per la prossima legislatura, il primo ministro adesso è ritornato sui propri passi. Ragion per cui non si “ricorda” più anche delle sue innumerevoli promesse ingannevoli e seducenti. Ma a lui non importa proprio niente.

    Da alcune settimane ormai il primo ministro, violando consapevolmente la Costituzione e le leggi in vigore, sta dimostrando pubblicamente che lui è il vero ed incontestabile possessore di tutti i poteri. La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato dell’usurpazione del potere locale (Abusi scandalosi di un dittatore camuffato con i poteri usurpati; 14 luglio 2025).

    Il territorio dell’Albania ha una superficie di circa 28.000 km2. Ma, nonostante ciò, è molto vario ed attrattivo. La parte occidentale confina con il mare Adriatico e lo Ionio, mentre volgendosi verso la parte interna del Paese, in tutta la linea che va da nord a sud, il territorio diventa collinare e montagnoso. Nel territorio albanese si trovano molti fiumi e laghi, tra cui quello di Ohrid, tra i più profondi d’Europa, nonché altipiani e rinomate aree agricole.

    Nel nord si trovano le Alpi albanesi, un complesso di montagne, di torrenti di acqua limpida e di valli verdeggianti. Ebbene, proprio nella parte settentrionale delle Alpi, si trova una bellissima area molto pittoresca, quella di Theth. Dal 2015 è stata dichiarata come area storica protetta e centro dell’omonimo parco nazionale. E proprio in quell’area, a fine giugno dell’anno scorso, c’è stato in visita il primo ministro albanese. Durante quella visita, ha promesso molto, garantendo il sostegno del governo, per “sviluppare il turismo” in quell’ara. Ma da due settimane ormai il primo ministro si è “scordato” delle sue promesse e dei suoi inviti ad investire, fatti un anno fa agli abitanti di quella bellissima area montanara che si trova nel nord dell’Albania.

    Durante la sopracitata visita il primo ministro è stato accolto dagli abitanti della zona, secondo le tradizioni locali. Lo scopo della visita del primo ministro era di confermare agli abitanti della zona che il governo stava risolvendo il noto problema del riconoscimento legale, finora mancato, delle loro proprietà ereditate dai loro avi. Un problema non solo di questa zona, ma di tutta l’Albania. Un problema che poteva essere risolto molto facilmente, se ci fosse stata la volontà governativa. Ma purtroppo in Albania il problema delle proprietà rimane ancora irrisolto. Tutto è dovuto anche alle falsificazioni “legalizzate” dalle istituzioni, che penalizzano però i veri proprietari. Di quelle falsificazioni adesso stanno beneficiando persone vicine ai politici, loro “amici e clienti”. Bisogna sottolineare che sono diventati abusivamente “proprietari” anche dei prestanome, sempre legati ai rappresentanti politici e agli oligarchi, che sempre vanno “d’accodo” con chi governa.

    Durante quella visita di fine giugno 2024, il primo ministro rassicurava gli abitanti di Theth dicendo che era venuto “…a distribuire i titoli delle proprietà”. Aggiungendo che era “un lavoro che abbiamo cominciato da tempo e che adesso sta facendo gli ultimi passi. Questo che stiamo facendo qui lo faremo anche nelle altre zone, sia al nord che al sud”. Lui ha rassicurato gli abitanti aggiungendo che si stava trovando una “soluzione dedicata per tutti coloro che sono nelle condizioni simili alle vostre e che l’impossibilità di avere un permesso per costruire è stata oggettiva”. Per il primo ministro le costruzioni, senza aver ottenuto i titoli della proprietà, erano state fatte per motivi economici legati al turismo e “non perchè non avete voluto costruire secondo la legge, ma perché le costrizioni della legislazione in questa zona, legalmente zona protetta, lo hanno reso impossibile. Ma il governo annullerà tutte le multe, perché non sono costruzioni fatte abusivamente per eludere la legge”.

    Durante la stessa visita, il primo ministro aveva invitato tutti i giovani della zona, che si trovavano all’estero, a ritornare ed investire i loro risparmi nel campo del turismo. “… Io vi sto dicendo che dopo alcuni anni, questa [zona] sarà una destinazione non solo europea e non solo con molti turisti, ma sarà una destinazione dove si pagherà molto per dormire una sola notte. Sarà una destinazione di alta classe….”. Questo ed altro garantiva il primo ministro albanese ai giovani e agli abitanti della rinomata zona turistica di Theth a fine giugno 2024. E molti hanno creduto alle promesse ad agli inviti del primo ministro, nonché alle sue garanzie d’investimento sicuro e hanno investito non solo i loro risparmi, ma anche altri milioni provenienti da mutui bancari.

    Ebbene, due settimane fa il primo ministro, da innato voltagabbana qual è, ha dichiarato proprio il contrario di quello che diceva a fine giugno 2024. Riferendosi al parco nazionale di Theth, lui ha parlato di “terra occupata” (Sic!). Ovviamente lui era consapevole che stava mentendo, ma anche questa è una delle sue innate caratteristiche. Tutti sanno che gli abitanti di quella zona sono i veri proprietari di quei territori. Ragion per cui loro non hanno bisogno di “occupare” la loro terra. Proprio la stessa dove, da secoli, hanno vissuto i loro antenati e che il primo ministro aveva, lui stesso, riconosciuto un anno fa il diritto degli abitanti della zona sulle loro proprietà. Non solo ma, riferendosi a quel diritto, lui aveva invitato gli abitanti, soprattutto i giovani, come sopracitato, a investire e prosperare in quelle proprietà che, adesso però, le considera come “terra occupata”. E non si preoccupa affatto di negare se stesso. Ma lui però, capace di ingannare e mentire, è anche capace di aggredire, a seconda del caso.

    E dal 7 luglio scorso, in quella bellissima area turistica, in seguito all’ordine del primo ministro, le strutture speciali con le ruspe hanno cominciato a demolire. Un atto vandalico, in piena violazione delle leggi. Una vendetta del primo ministro nei confronti degli abitanti della zona che durante le “elezioni” dell’11 maggio scorso non lo avevano votato. Ma le cattive lingue stanno parlando soprattutto di un diabolico piano del primo ministro per offrire quel territorio agli “investitori strategici”, suoi “clienti ed amici,” con i quali potrà dividere poi gli introiti milionari. Così come fa in altre aree di alto valore turistico, soprattutto sulle coste dello Ionio, ma non solo.

    Il parroco di Scutari, il capoluogo del nord, durante l’omelia di domenica, 13 luglio, riferendosi agli abitanti di quella rinomata zona turistica, che hanno subito molto dalle perfide demolizioni, volute ed ordinate dal primo ministro, ha detto : “…mi dispiace molto per quelle povere persone perché le hanno sedotte, hanno mentito loro […] e poi, alla fine, […] le hanno tradite, le hanno bruciate, le hanno distrutte e [in seguito] le multeranno e le incarcereranno”. Invece, una turista ucraina che si trovava lì in vacanza, ha detto: “Noi stiamo subendo questo dai russi, mentre qui gli albanesi stanno subendo dagli albanesi”.

    Chi scrive queste righe, riferendosi a quanto è accaduto in quella rinomata zona turistica, dallo scorso giugno ad oggi, è convinto che si tratta di ingannevoli promesse non mantenute e di drammatiche conseguenze di cui stanno ormai soffrendo gli abitanti. Aveva ragione Francois de La Rochefoucauld: “le promesse di certi uomini sono come sabbie mobili che, viste da lontano, sembrano solide e sicure, ma si rilevano inconsistenti e insidiose”.

    Proprio come le ingannevoli promesse del primo ministro albanese, mai mantenute. Perciò a mali estremi, estremi rimedi!

  • Oltre 13 mila ettari di boschi andati arsi in Patagonia

    Gli incendi boschivi hanno già consumato 13.000 ettari di foresta nella Patagonia argentina. Gli incendi coinvolgono le comune di Epuyén e Atilio Viglione, nella provincia di Chubut, e il Parco nazionale Nahuel Huapi, nelle province di Río Negro e Neuquén. Atilio Viglione, da dove le fiamme si sono propagate una settimana fa, ha già perso più di 2.500 ettari di boschi, macchia e praterie, mentre a Epuyén, dove dal 15 gennaio proseguono le operazioni antincendio, sono stati consumati più di 5.000 ettari, e 70 abitazioni sono state danneggiate o distrutte dall’avanzare delle fiamme.

    Attraverso un comunicato, il Parco nazionale Nahuel Huapi ha spiegato che negli ultimi giorni si è presentato uno “scenario complesso” a causa dell’ingresso di un fronte freddo con venti di 30-40 km/h e raffiche di 50-70 km/h che hanno “intensificato l’attività del fuoco in diversi settori”.

    Secondo la direzione del parco, le condizioni meteorologiche previste per questa settimana, con alte temperature e bassa umidità, potrebbero causare un ulteriore peggioramento della situazione. Nel comunicato si legge che “il lavoro strategico svolto nella lotta contro l’incendio” iniziato a fine dicembre, “considerando la complessità del terreno, la dispersione dei focolai, la difficoltà di accesso e le variazioni meteorologiche di calore e vento, ha dato risultati positivi fino a questo momento”, evitando che il fuoco si propagasse interessando le popolazioni di Cascada Los Alerces, e rallentando il suo avanzamento verso Laguna Quetro e Los Manzanos, “che sono i siti prioritari da difendere dall’inizio dell’incendio”. In alcune aree di difficile accesso si sta lavorando con lanci d’acqua tramite velivoli antincendio.

  • In Italia consumati 20 ettari di suolo al giorno nel 2023

    Complessivamente il consumo di suolo in Italia nel 2023 rimane ancora elevato (anche se con una leggera diminuzione rispetto all’anno precedente) e continua ad avanzare al ritmo di circa 20 ettari al giorno, ricoprendo durante l’anno altri 7250 ettari di terreno (una superficie estesa come tutti gli edifici di Torino, Bologna e Firenze). E’ quanto emerge dal Rapporto Ispra 2024 “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici”. A livello regionale gli incrementi maggiori, espressi in ettari, per l’ultimo anno si sono verificati nelle regioni Veneto (+891 ettari), Emilia-Romagna (+815 ettari), Lombardia (+780 ettari), Campania (+643 ettari) e Piemonte (+553 ettari). Solo Valle d’Aosta (+17 ettari) e Liguria (+28 ettari) hanno contenuto il suo consumo al di sotto di 50 ettari, mentre il Molise, supera di poco tale soglia. Il consumo di suolo secondo l’Ispra non è solo un problema ambientale, ma anche economico: nel 2023 la riduzione dell’“effetto spugna”, ossia la capacità del terreno di assorbire e trattenere l’acqua e regolare il ciclo idrologico, secondo le stime, costa al Paese oltre 400 milioni di euro all’anno.

    Un “caro suolo” che si affianca agli altri costi causati dalla perdita dei servizi ecosistemici dovuti alla diminuzione della qualità dell’habitat, alla perdita della produzione agricola, allo stoccaggio di carbonio o alla regolazione del clima. Per effetto del progressivo consumo di suolo in Italia avvenuto nel corso degli anni adesso complessivamente le coperture artificiali coprono ben il 7,16% dell’intero territorio nazionale.

    A livello regionale i valori percentuali più elevati sono quelli della Lombardia (12,19%), del Veneto (11,86%) e della Campania (10,57%). Alle prime tre, seguono Emilia-Romagna, Puglia, Lazio, Friuli-Venezia Giulia e Liguria, con valori sopra la media nazionale e compresi tra il 7 e il 9%, mentre in 15 regioni superano il 5% e la Valle d’Aosta rimane la regione con la percentuale più bassa (2,16%). La Lombardia detiene il primato anche in termini assoluti, con oltre 290mila ettari del suo territorio coperto artificialmente (il 13,5% delle aree artificiali italiane è in questa regione), contro gli appena 7.000 ettari della Valle d’Aosta. In Italia la cementificazione mette in pericolo non solo la produzione alimentare, ma anche la stabilità del territorio, a rischio dissesto e desertificazione, con le coperture artificiali che rendono sempre più devastanti gli effetti dei cambiamenti climatici. Una perdita di terreni fertili dolorosa dovuta alla nascita di nuovi edifici, strutture commerciali oltre all’installazione selvaggia di pannelli fotovoltaici a terra.

    Coldiretti ritiene a tal proposito essenziale in tale ottica accelerare sull’approvazione della legge sul consumo di suolo che giace da anni in Parlamento e che potrebbe dotare l’Italia di uno strumento all’avanguardia, consentendo ancora una volta al nostro Paese di fare da apripista in Europa, come già accaduto per la carne sintetica e l’etichetta d’origine.

    A livello nazionale risultano occupati da impianti fotovoltaici a terra 17.907 ettari secondo l’Ispra. L’installazione di impianti fotovoltaici a terra, in base a una stima Ismea, ha coinvolto solo nel 2023 poco meno di 400 ettari durante l’anno, seppure con una diversa intensità territoriale. Il Veneto, con poco più del 17% del totale, apre la classifica regionale, seguito da Piemonte e Sicilia, con circa il 14% ciascuno, e da Lazio e Sardegna con quote rispettivamente dell’11,5% e dell’11%. Più ridotto l’effetto “covering” da fotovoltaico in Puglia, con poco più del 2% dei 400 ettari nazionali, e soprattutto in Umbria, Marche, Toscana e Campania (ciascuna con 1% circa di quota), nessun contributo, invece, da Trentino-Alto Adige, Val d’Aosta, Liguria, Molise e Calabria. Il fenomeno ha interessato per il 51% aree rurali con agricoltura di tipo intensivo, collocate in prevalenza in territori di pianura e collina, il cui impatto sul piano economico e produttivo è significativamente maggiore rispetto ad altri contesti. Un altro 28% ricade in ambiti classificati “intermedi”, il 13% in aree interne con problemi di sviluppo, soggette anche a fenomeni di spopolamento, e solo l’8% in aree urbane e periurbane. Al Centro-Nord il 95% delle superfici agricole dirottate sul fotovoltaico riguarda i seminativi, contro il 77% del Mezzogiorno. Al Sud e nelle Isole si osserva un significativo coinvolgimento anche delle colture permanenti (20%), con un quinto dei terreni agricoli disimpegnati per fare posto ai pannelli solari situato in zone montane o pedemontane.

  • Gibuti mediatore per conto della Cina nelle dispute tra Somalia ed Etiopia

    Viene da Gibuti, dopo mesi di tensioni fra Somalia ed Etiopia, il primo concreto tentativo di appianare le tensioni scaturite nel Corno d’Africa in seguito alle rivendicazioni etiopi per l’accesso al mar Rosso. In un’intervista alla “Bbc”, il ministro degli Esteri gibutino Mahamoud Ali Youssouf ha annunciato l’intenzione del suo governo di concedere all’Etiopia la gestione del porto di Tagiura, terminal situato nel punto più settentrionale del Corno d’Africa, di fronte alle coste yemenite. La proposta, ha spiegato, mira a proporre una soluzione alla disputa diplomatica apertasi tra Etiopia e Somalia in seguito al controverso memorandum d’intesa che il governo di Addis Abeba ha firmato lo scorso primo gennaio con le autorità del Somaliland per ottenere l’accesso al mare, attraverso la concessione del porto di Berbera. Youssouf, che è anche un candidato quotato alla presidenza della Commissione dell’Unione africana, ha affermato che l’offerta gibutina rientra negli sforzi per allentare le tensioni nella regione, ormai “fonte di preoccupazione importante”.

    La proposta prevede che l’Etiopia gestisca il porto, situato a circa 100 chilometri dal confine etiope, e utilizzi potenzialmente un corridoio di nuova costruzione fra i due Paesi. Se le autorità etiopi non hanno al momento commentato la notizia, Youssouf ha fatto sapere che la proposta è stata già illustrata al governo di Addis Abeba dal presidente gibutino Ismail Omar Guelleh, e che questa sarà discussa nel dettaglio in occasione del Forum sulla cooperazione Cina-Africa (Focac), che si aprirà domani a Pechino. Operativo dal 2017 e sviluppato con la partecipazione dell’azienda veronese Technital, già coinvolta nel progetto dell’aeroporto di Gibuti, il porto di Tagiura – da cui l’Etiopia già dipende per oltre l’85 per cento delle sue esportazioni – è situato in una posizione ideale per servire l’entroterra e può ospitare navi fino a 65 mila tonnellate di portata lorda. Frutto di investimenti fino a 90 milioni di dollari, i suoi terminal sono stati progettati per gestire fino a quattro milioni di tonnellate di potassio, elemento che l’Etiopia punta ad esportare insieme al calcare ed al minerale di ferro. Il progetto consentirebbe a Gibuti di rafforzare il suo snodo marittimo e di smorzare le ambizioni del vicino Somaliland, offrendo allo stesso tempo un chiaro assist al suo partner principale: la Cina.

    Non a caso, è con l’omologo Xi Jinping che il presidente gibutino Guelleh ha stretto lunedì 2 settembre un accordo significativo, innalzando le relazioni bilaterali al rango di “partenariato strategico onnicomprensivo”. Pechino è disposta a sostenere Gibuti nella costruzione di un polo commerciale e logistico regionale e nella gestione di progetti come la ferrovia che collega Addis Abeba a Gibuti, ha detto Xi al termine di un colloquio bilaterale avvenuto a Pechino alla vigilia del vertice Focac. La Cina, che a Gibuti dispone della sua unica base militare all’estero, desidera infine “contribuire alla pace ed allo sviluppo nel Corno d’Africa”, ha concluso Xi. Un riferimento non troppo velato, forse, al recente dispiegamento in Somalia da parte dell’Egitto delle prime unità – secondo fonti sarebbero in tutto 10 mila – destinate a dare man forte alle esigenze nazionali e regionali di difesa ed antiterrorismo: circa 5 mila uomini saranno integrati nella Missione di supporto e stabilizzazione dell’Unione africana in Somalia (Aussom), la quale subentrerà una volta completato il ritiro dell’attuale Atmis; le altre 5 mila sosterranno il governo somalo in modo indipendente.

    Sullo sfondo delle ambizioni gibutine emerge chiara l’opportunità di integrare il progetto della Nuova via della Seta cinese (Belt and Road Initiative, Bri), di cui Gibuti ambisce a diventare uno snodo fondamentale. L’iniziativa assicura probabili investimenti cinesi tanto a Gibuti quanto all’Etiopia – fino ad oggi tagliata fuori dalla Bri per assenza di uno sbocco al mare – ed offre al governo gibutino la possibilità di ritagliarsi una visibilità internazionale sul sempre più competitivo ambito marittimo. Oltre a disporre di una propria base militare, operativa dal 2017 e situata a pochi chilometri da quella statunitense, Pechino ha infatti siglato nel 2022 con Gibuti un’intesa per la costruzione di una futura base di lancio nello spazio, ormai di fatto il quinto dominio del settore della difesa. Il progetto, da 1 miliardo di dollari, è stato affidato alla società cinese Hong Kong Aerospace Technology e dovrebbe vedere la luce proprio sul golfo di Tagiura entro il 2028.

  • L’UE fornisce 600 milioni di euro per rafforzare la flotta antincendio rescEU

    La Commissione finanzia attualmente l’acquisto di nuovi aerei antincendio per aumentare la capacità aerea antincendio di rescEU, la riserva strategica di risposta alle crisi del meccanismo di protezione civile dell’UE. 600 milioni di EUR di fondi dell’UE saranno utilizzati per l’acquisto di 12 nuovi aerei, che saranno ospitati in 6 Stati membri dell’UE: Croazia, Francia, Italia, Grecia, Portogallo e Spagna.

    Gli aerei saranno utilizzati per spegnere incendi in tutta l’Unione europea, in particolare durante i difficili mesi estivi in cui sempre più spesso incendi boschivi su vasta scala minacciano vite, abitazioni e mezzi di sussistenza.

    L’annuncio è stato dato in occasione della partecipazione a Zagabria del Commissario per la Gestione delle crisi Janez Lenarčič alla cerimonia di firma dell’accordo tra il governo croato e la società commerciale canadese per l’acquisto di aerei antincendio specializzati. Ciò, insieme alla recente firma di un accordo analogo da parte del governo greco, segna un passo importante verso l’aumento della capacità aerea antincendio nell’UE, a protezione dei cittadini dell’UE dalle catastrofi.

    Cinque anni fa la Commissione europea ha potenziato il meccanismo di protezione civile dell’UE e ha creato rescEU per proteggere ulteriormente i cittadini dalle catastrofi e gestire i rischi emergenti. rescEU è stato istituito come riserva di risorse europee e comprende una flotta di aerei ed elicotteri antincendio. rescEU è interamente finanziato dall’UE.

  • Al servizio dei risparmiatori

    Il Patto Sociale si è già occupato, anche con un rilevante articolo del dottor Giuseppe Nenna, Presidente della Banca di Piacenza, dei gravi problemi dovuti alla desertificazione bancaria ma i dati elaborati dalla fondazione Fiba ci presentano un altro inquietante scenario.

    Secondo la Fondazione dal 2009 al 2022 nel settore bancario si sono persi più di 66.000 posti di lavoro al netto delle nuove assunzioni che sono state 38.000, non vi è stato perciò nessun ricambio generazionale ma una perdita secca di posti di lavoro con i conseguenti danni per tutti, clienti compresi.

    Le ristrutturazioni societarie, le fusioni ed acquisizioni sono servite alle banche ed ai loro soci, non certo ai dipendenti o ai clienti che hanno visto chiudere banche e filiali anche a causa della riforma delle banche popolari e di credito cooperativo.

    I primi cinque gruppi bancari controllano più del 50% del mercato ingenerando, ovviamente, una mancanza di reale concorrenza ed una distorsione del settore.

    La chiusura di tante filiali nei centri abitati, voluta dalle grandi banche, ci auguriamo possa dare maggior vigore a quelle medie che operano con un forte legame al territorio e che ancora credono, a ragione, nel rapporto diretto tra clienti e funzionari della banca. Per questo speriamo che siano proprio le banche “minori” ad occupare quella fascia di mercato, tremila comuni, che le grandi hanno abbandonato riportando, almeno una parte, del sistema bancario ad essere al servizio dei risparmiatori.

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