Trump

  • I cattivi maestri di Trump

    La Marble è la chiesa dove Donald Trump ha conosciuto e sposato le prime due mogli, Ivana e Marla Maples ed è anche il luogo dove si è abbeverato per decenni dei sermoni del reverendo Norman Vincent Peale. Noto come uno degli esponenti di spicco del cosiddetto “New Thought” (un movimento religioso e pseudoscientifico fondato dal guaritore-ipnotista ottocentesco Phineas Quimby), Peale è asceso a star col bestseller The Power of Positive Thinking (’52, l’anno della canzone di Guthrie), summa di un credo in cui «i pensieri sono causativi», in quanto possono modificare o plasmare eventi o processi del mondo, secondo l’adagio per cui «la mente è in grado di influenzare direttamente la realtà». Sono teorie quest’ultime alle quali vi è chi riconduce la megalomania di Trump.

    Altra figura di forte ascendente sull’attuale presidente americano è stato Roy Cohn, già collaboratore di Joseph McCarthy nella “caccia alle streghe” anticomunista. Trump lo conosce nel 1973 e se ne avvale per i suoi affari immobiliari, completa la realizzazione della Trump Tower a New York nel 1979. Ma Trump ne resta anche plasmato, secondo alcuni, che riconducono appunto all’ascendente di Cohn i motti fatti propri da Trump: «Attacca, attacca, attacca»; «Non ammettere niente, nega tutto»; «Di’ sempre che hai vinto e non ammettere mai la sconfitta». Più in generale, da Cohn Trump avrebbe mutuato un set tattico-strategico che include la manipolazione delle persone e dei fatti, la menzogna e la spudoratezza del contraddirsi come procedure sistemiche, il rancore e il desiderio di vendetta come carburanti di ogni azione-reazione. Fondendosi al duplice paternage di papà Freddy e del Reverendo Peale, quel set è andato a comporre l’egocentrismo-solipsismo iperaggressivo nella cui ottica Trump considera leggi e regole inciampi da aggirare o disintegrare, fino ai livelli altissimi dell’ingegneria istituzional-costituzionale della democrazia americana.

    La Trump Tower è stata peraltro il veicolo con la quale Trump è venuto a contatto coi russi, e non coi più onesti. Coetaneo del palazzinaro, David Bogatin, acquista nel 1984 sei appuramenti del grattacielo trumpiano dove praticherà riciclaggio di denaro: Bogatin è infatti uno dei pionieri-artefici di quello che l’Fbi denominerà “Red Daisy”, un affare in cui mafia italiana e russa si spartiscono gli immani profitti dell’evasione fiscale su un vasto traffico di galloni di benzina (le temporanee stazioni vengono “chiuse” in anticipo sui controlli, i proventi transati in società fittizie panamensi).

  • Belgio, capitale dell’Europa, batte Stati Uniti nonostante Trump ed infantino

    Un vecchio detto dice “Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”.

    La vittoria del Belgio dimostra che, nonostante la telefonata del potente Trump al potente Infantino, che si è fatto piccolino commettendo un abominio non solo dal punto di vista del calcio, si può ancora sperare che alla fine ci sia giustizia e vinca il migliore.

    Certo un bello schiaffo per il presidente Trump, a battere gli Stati Uniti è stata la squadra di un paese europeo, di quell’Europa che Trump ha insultatore da tempo e continua a insultar e deridere anche dal vertice Nato di Ankara.

    Che sia stata proprio la squadra del Belgio, lo Stato nel quale ha sede l’Unione Europea, dalla Commissione al Parlamento, suona come un avvertimento od una profezia: non sempre vince chi usa il potere in modo ingiusto

    Probabilmente il presidente pro tempore degli Stati Uniti non avrà capito il messaggio ma siamo tutti stanchi della sua tracotanza, degli insulti e dei suoi cambi di pensiero, ammesso che abbia un pensiero e non parli solo per dare aria ai denti e ci auguriamo che da una vittoria calcistica possa nascere anche un impulso nuovo per dare più energia e forza alla nostra antica ma vivace Europa.

  • Terremoto in Venezuela, tra omissioni di soccorso e Premio Nobel

    La tragedia del Venezuela, ci commuove per la tanta sofferenza di tutta la sua popolazione ricordando anche i forti legami che, nel passato ed nel presente, è molto legato all’Italia

    Questa tragedia ci dimostra come si viva in un’epoca nella quale i rischi dovuti alla scelleratezza umana, le guerre ed i cambiamenti climatici, si assommano alle violente manifestazioni della natura che, nonostante tutte le tecnologie, colpisce inesorabile senza che siano messi a punto strumenti per poterne percepire avvertimenti e segnali.

    Se i molti miliardi utilizzati per arrivare su Marte o per inventare nuovi sistemi di intelligenza artificiale e similari, fossero stati investi per aumentare i controlli sui possibili terremoti, se fosse stato impedito di costruire nelle aree a rischio, se ci fossero tecnologie all’avanguardia per rendere i soccorsi immediati non piangeremmo tanti morti, non vedremmo tanta distruzione.

    Assistere allo spasmodico lavorare dei soccorritori, compresi i nostri bravissimi Vigili del Fuoco e volontari della Protezione civile, che continuano a scavare per cercare qualche sopravvissuto senza avere a disposizione sufficienti mezzi meccanici necessari, fa veramente male specie se proviamo ad immedesimarci con chi è vivo sotto le macerie, da giorni, e non può essere estratto.

    Per impossessarsi, di fatto, del petrolio venezuelano, imprigionare il presidente del Paese, portare a termine una manovra fantascientifica per togliere petrolio alla Cina aumentando nel settore il peso statunitense, Trump non ci ha pensato più di tanto e l’azione è stata più che rapida ma dove sono ora gli aiuti che gli Stati Uniti dovrebbero e potrebbero offrire al popolo venezuelano!

    Ancora una volta di fronte ad una immane tragedia Trump volta la testa dall’altra parte, se non ci sono business da realizzare non è interessato, cosa importa la morte di decine di migliaia di latinoamericani? Uomini e donne per lui non contano come ha già dimostrato sia abbandonando l’Ucraina che con gli iraniani che si ribellavano al regime mai aiutati salvo poi bombardare tutti in una guerra nella quale non ha concluso nulla di positivo.

    Forse anche l’omissione di soccorso adeguato, di fronte ad eventi così tragici, dovrebbe essere equiparato a crimine contro l’umanità ed ad un Nobel, in questo senso, Trump potrebbe aspirare.

  • Trump, l’Europa e la Cina

    Tra i circa 350 milioni di abitanti negli Stati Uniti ci sono un buon numero di eccellenze nel campo scientifico, economico, delle scienze sociali e in altre varie discipline. Ciò non toglie, tuttavia, che l’americano medio sia culturalmente piuttosto ignorante, oltre che totalmente mancante di esprit de finesse.  È principalmente a costoro che si rivolge il Presidente Donald Trump quando si esprime, verbalmente o per iscritto, con battute più o meno estemporanee. Sotto questa luce, pensando a chi sono realmente indirizzate, vanno interpretate le sue frasi idiote in merito a leader di paesi tradizionalmente alleati degli USA o perfino alla nostra Presidente del Consiglio. I suoi predecessori usavano toni e locuzioni significativamente diverse, ma non facciamoci illusioni: di là dalla forma più o meno educata e signorile, l’essenza dell’atteggiamento politico americano non è mai stato sostanzialmente differente verso noi europei, né cambierà in futuro. Come ha ben spiegato il gen. Mini in un’intervista a L’Antidiplomatico, da sempre, ogni dollaro che gli USA hanno lasciato a noi è sempre stato per il loro interesse politico ed economico. Comunque sia, come ho già avuto occasione di spiegare in un mio precedente articolo, l’apparentemente illogica estemporaneità del comportamento internazionale di Trump, segue, al contrario, logiche ben precise e chiunque sarà il futuro Presidente seguirà, nei fatti, la stessa strada impostata dal tycoon. Probabilmente con maggiore ipocrisia e buone maniere.

    Prendiamo, ad esempio, la NATO. Le pressioni verso tutti i Paesi europei per aumentare i propri investimenti nella difesa (e quindi ridurre l’impegno americano) cominciarono già con i predecessori e la sola novità riguarda i termini ricattatori usati attualmente. Il fatto è che la situazione geopolitica e quella riguardante l’economia interna americana sono cambiate drasticamente dal dopoguerra a oggi. Il rischio rappresentato dall’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda è scomparso e, a differenza di quanto vogliono raccontarci alcuni leader europei, a Washington nessuno crede che la Russia pensi ad espandersi verso l’Europa. Ciò non significa che gli USA, né oggi né domani, vogliano rinunciare a esercitare la loro egemonia sull’Occidente. Semplicemente, continueranno a detenere il comando della NATO, a influenzare le nostre politiche e a gestire autonomamente il potenziale utilizzo delle armi atomiche americane distribuite in alcuni Paesi europei (tra cui L’Italia). Tuttavia, a causa dei loro problemi interni “devono” ridurre il loro impegno finanziario scaricandone una parte su di noi. È oramai da lungo tempo che hanno capito che il vero pericolo alla loro supremazia mondiale è oggi la Cina e che la vera grande partita si giocherà nel Pacifico e non più nell’Atlantico. Purtroppo per loro, hanno dovuto anche rendersi conto che gli Stati Uniti mancano oramai di una forte base industriale e di produzione di armamenti capace di fronteggiare una possibile minaccia cinese. Questo aspetto non è destinato a cambiare drasticamente durante l’attuale mandato presidenziale e richiederà l’attenzione di tutti i futuri governi di Washington. Trump, nel modo prepotente che gli è consono, ha cercato di favorire l’industria locale attraverso i dazi e obbligando gli stranieri a investire in USA, ma anche Biden vi aveva provato con due leggi che penalizzavano, in pratica, le importazioni rispetto ai prodotti locali. Un problema enorme riguarda proprio le industrie della difesa che avevano esternalizzato la produzione di molte armi avanzate e non sono ora in grado di garantire approvvigionamenti del materiale bellico in tempi ragionevoli. Come hanno dimostrato la guerra in Ucraina e (ancora di più) quella contro l’IRAN, l’entità delle scorte di munizioni strategiche, di armi di precisione a lungo raggio, di intercettori per attacchi aerei e per la difesa missilistica si sono rivelate una delle enormi vulnerabilità americane. Giusto per dare qualche esempio, i media americani hanno riportato la notizia che quasi l’intero arsenale di missili da crociera stealth JASSM-ER ha dovuto essere dirottato verso il Medio Oriente dai depositi situati nel Pacifico e in altre regioni a causa dell’impossibilità dell’industria americana di poter rimpiazzare con nuove riproduzioni quelli necessari per la guerra nel Golfo. Secondo quanto riportato, dei 2300 missili a lungo raggio disponibili nel periodo prebellico lo scorso marzo ne rimanevano disponibili solo 425. Se oltre alla produzione di armamenti generici aggiungiamo l’enorme divario nella capacità di costruzione navale tra gli americani e la Cina, diventa evidente che in un’ipotetica crisi su Taiwan gli Stati Uniti non sarebbero in grado di far fronte ad una guerra di lungo termine contro gli arsenali e la capacità produttiva dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese. Come non bastasse, tutte le più moderne armi, sia d’attacco che di difesa e quindi missili, aerei, droni, navi ecc., necessitano di enormi quantità di “terre rare” ed è risaputo che sia la Cina il quasi monopolista mondiale per la loro raffinazione. Sopperire autarchicamente o attraverso fornitori più affidabili richiede anni, se non decenni, e grandi investimenti. Qui si arriva all’altro punto di grande vulnerabilità statunitense che continuerà ben oltre il mandato di Trump: l’enorme debito pubblico. La guerra contro l’Iran nei suoi primi sei giorni è costata ben 11 miliardi di dollari e attualmente si stima vicino ai 29 miliardi. A ciò va aggiunto il costo dell’energia, stimato in altri 40 miliardi, costo che ha toccato anche i semplici cittadini. Per far fronte alla penuria di armamenti è stato chiesto al Congresso e al Senato di autorizzare per il 2027 un budget record per la Difesa di 1.500 miliardi di dollari, pari a un aumento del 42% rispetto all’anno in corso. Si tratterebbe del più grande incremento dalla Seconda guerra mondiale e l’ok non è ancora arrivato, salvo una preliminare votazione della Commissione della Camera che ha approvato solo la propria versione preliminare del National Defense Authorization Act (NDAA) per circa 1.150 miliardi di dollari. Anche il Pentagono nel solo mese di febbraio aveva richiesto un ulteriore aumento di 200 miliardi di dollari ma, secondo un organismo fiscale apartitico, il Commitee for a Responsible Federal Budget, con queste nuove spese il debito nazionale nel prossimo decennio potrebbe aggiungere circa 7 trilioni di dollari (inclusi gli interessi) al già enorme debito pubblico (circa 40 trilioni di dollari).

    Tutto quanto sopra non scomparirà né cambierà con un nuovo Presidente ed ecco perché la politica intrapresa da Trump non potrà che essere portata avanti da chiunque gli succederà. Magari usando un linguaggio più diplomatico ma senza variazioni sostanziali.

    Un altro punto importante nel quale ogni futura amministrazione americana seguirà le politiche trumpiane riguarda la difesa del dollaro quale valuta internazionalmente dominante. Oltre a cercare di arrivare ad un accordo con la Cina da un punto di forza negoziale il più possibile forte, Trump sta cercando di spingere le stable coins. Sia Pechino che Washington sanno che le loro economie sono interconnesse sotto molti aspetti. I cinesi hanno bisogno del mercato americano (attualmente ancora il loro primo mercato mondiale di esportazione) per combattere la loro crescente disoccupazione, la locale sovraproduzione di alcuni beni e la crisi debitoria in costante crescita. Gli americani necessitano assolutamente delle terre rare, quasi monopolio mondiale del Dragone, indispensabili a tutte le loro moderne tecnologie, anche negli armamenti. Senza contare la necessità di continuare a offrire beni a basso costo ai propri consumatori.

    A differenza di altre valute digitali (quali i bitcoins), le stable coins sono basate sul dollaro e costituiscono uno dei tentativi di difendere la propria valuta come maggiore strumento per i pagamenti internazionali. È risaputo che la Cina e altri Stati stanno cercando da tempo un modo alternativo al biglietto verde per i pagamenti, se non altro per sfuggire al ricatto finanziario esercitato attraverso le sanzioni. Una delle strade seguite è la creazione di un metodo di pagamento interbancario alternativo allo Swift. Il sistema cinese si chiama CIPS (Cross‑Border Interbank Payment System) ma, accanto a esso, la Cina sta sviluppando anche mBridge, una piattaforma digitale basata su valute digitali delle banche centrali (CBDC), che rappresenta un’ulteriore alternativa tecnologica. Nonostante, ufficialmente, lo yuan rappresenti oggi solamente il 2,7% delle forme di pagamento internazionale, la realtà è che tutte quelle transazioni che passano attraverso il CIPS cinese non possono essere conteggiate e si stimano in valori molto superiori ai dati ufficiali. Se a ciò si aggiunge che le riserve nazionali di un crescente numero di Paesi precedentemente detenute in dollari sono in costante diminuzione, il bisogno di offrire forme di pagamento più economiche, più veloci ma pur sempre garantite da un substrato (cosa che valute digitali non stable non offrono) sarà un must per qualunque futura presidenza.

    Tra gli obiettivi che Trump si era prefissato nell’acquisire il petrolio venezuelano e nel tentare di fare la stessa cosa con quello iraniano c’era, tra l’altro, la volontà di avere sotto controllo due tra gli importanti fornitori cinesi. Da un lato affinché la vendita di quel prodotto non potesse più continuare a essere pagata in yuan e dall’altro per poter aprire o chiudere i cordoni secondo la convenienza americana. È vero che salvo imprevedibili e importanti fatti nuovi la questione del petrolio iraniano si potrebbe considerare chiusa in modo non positivo per gli USA, ma saranno ricercate altre forme possibili per acquisire un qualche condizionamento negoziale di forza.

    Ovviamente, un qualunque accordo con la Cina, l’introduzione di una valuta “stable”, la spinta per la re-industrializzazione, la nuova rincorsa agli armamenti e tutto quant’altro gli USA faranno accadrà senza il nostro coinvolgimento e, piuttosto, lo sarà “nonostante noi”, se non addirittura “contro di noi”. Siamo soltanto noi stupidi europei, guidati da incapaci o “venduti”, che ancora pensiamo che il problema sia Trump e che, dopo di lui, rinascerà un nuovo idillio transatlantico.

  • Trump incontinente nei pensieri e nelle parole

    Diciamolo con tutta la serenità possibile, Trump ci ha veramente stancato e siamo dispiaciuti per gli abitanti degli Stati Uniti che devono tenersi, per ora e speriamo per poco, un presidente che scredita l’America ogni volta che apre bocca o scrive uno dei suoi deliranti, ma continuamente contraddittori, messaggi.

    Che gli Stati Uniti non siano quel modello di democrazia che, da ragazzi, avevamo creduto, che sia uno stato sempre pronto a fare guerre lunghe, difficili, e a perderle, a danno dei suoi stessi cittadini e di coloro che avrebbero dovuto aiutare, l’abbiamo imparato negli anni ma, nonostante tutto, non avremmo mai immaginato che avrebbero avuto un presidente incontinente nei ragionamenti e nelle esternazioni.

    La guerra in Iran ha dimostrato una volta di più quanto, a livello mondiale, sia scesa la forza ed il potere contrattuale della, apparentemente, più grande potenza al mondo, il tradimento perpetrato ai danni dell’Ucraina, per biechi interessi con Putin, la difficile e ridicola stagione dei dazi al resto del mondo, l’indifferenza con la quale il presidente cinese prosegue per la sua strada sono alcun dei tanti esempi di una politica dissennata di Trump che rischia di scardinare la stabilità di tutti.

    L’unico aspetto positivo è che la rivoltante politica di Trump, ogni sua critica, insulto rivolto agli storici alleati occidentali, all’Europa, sembra che, finalmente, facciano comprendere agli europei l’immediata necessità di migliore la coesione e collaborazione perché senza una politica estera comune, senza un comune esercito europeo il nostro futuro è a rischio.

    Certo gli Stati Uniti restano il nostro alleato e al popolo americano auguriamo ogni bene, altrettanto certamente Trump è sempre più pericoloso per noi e per i suoi cittadini.

  • Cosa vuole Trump

    Nei paesi europei e negli stessi Stati Uniti l’impopolarità di Trump aumenta di giorno in giorno. È evidentemente un personaggio antipatico, borioso, istituzionalmente incivile e sembra non avere alcuna familiarità con le forme solitamente accettate dalla diplomazia internazionale. Il suo lanciare affermazioni apodittiche mentendo senza pudore per poi smentirsi a distanza di poche ore o addirittura minuti toglie ogni credibilità non solo alla sua persona, ma persino al Paese che rappresenta.  Molti degli osservatori internazionali che lo criticano ne parlano come di qualcosa di totalmente estraneo ai modi e alla politica dei Presidenti americani che lo hanno preceduto e qualcuno arriva persino a dire di non vedere l’ora che il suo mandato finisca per poter tornare a una “normalità” cui si era stati abituati.

    Senza dubbio i suoi modi sono inusuali e molto diversi da quelli che ci si aspetterebbe da un Presidente degli Stati Uniti ma, di là dagli insopportabili comportamenti da gradasso, un suo qualunque successore potrà probabilmente cambiare i modi ma non la sostanza della politica americana. Il motivo è che gli obiettivi sono e saranno quelli di sempre: mantenere a ogni costo la supremazia americana sul resto del mondo. Ciò che i comprensibili critici di Trump non vedono o non vogliono vedere è che, da qualche decina d’anni, gli Stati Uniti sono internamente molto diversi e con loro è cambiato il panorama internazionale. Come ho già scritto in miei precedenti articoli, nel nuovo comportamento politico americano esiste una logica e non si tratta di una bizzarria estemporanea, per quanto per noi spiacevole. Per capire correttamente quale sia questa logica occorre sguardo più approfondito alla odierna realtà economica e sociale degli Stati Uniti.

    Cominciamo dal debito pubblico dello Stato.

    Il Dipartimento del Tesoro afferma che il debito pubblico USA ammonta oggi a 38.000 miliardi di dollari e cioè il cento per cento del PIL nazionale. Le stime prevedono che nel 2040 raggiungerà il 127% e nel 2055 potrebbe corrispondere al 155%. In altre parole, si parla di cifre enormi! Contemporaneamente, il deficit di bilancio corrisponde a 1.800 miliardi annui e cioè al 6% del PIL. Ai debiti sovrani si aggiungono quelli delle imprese, indebitate per circa 22.000 miliardi e delle famiglie per 20.000 miliardi. Per fare un paragone, il debito pubblico cinese è attorno ai 18.000 miliardi, rappresenta il 95% del PIL ed è vissuto come un grave problema economico da Pechino. In aggiunta alla situazione debitoria, va notato che il dollaro negli ultimi dieci anni è passato dal costituire il 65% delle riserve valutarie mondiali al 58% e la tendenza è che diminuisca ancora. Queste due realtà, un forte debito e la diminuzione della domanda di dollari, sono collegate tra loro e costituiscono un forte pericolo per il benessere collettivo degli americani. Da molti anni il cittadino medio e l’economia nazionale possono continuare a indebitarsi (e la FED a stampare dollari a iosa) senza conseguenze inflattive negative poiché l’enorme domanda mondiale di dollari assorbe l’emissione di ogni quantità di nuovi biglietti verdi. Se, però, venisse meno la fiducia in quella valuta e la domanda calasse significativamente la pacchia finirebbe e, di conseguenza, andrebbe scemando il diffuso benessere medio.

    Un qualunque debito non preoccupa il creditore sino a che pensa che esso sia ripagabile, ma se nasce il dubbio sulle capacità del debitore allora è bene disfarsene e trovare alternative. Ogni Stato emette debiti sotto forma di Buoni del Tesoro o in altra forma e, solitamente, lo si ritiene solvibile contando sulla capacità economico-produttiva del Paese. Per quanto riguarda gli USA, oltre alla passata forza economica, ha sempre fatto fede l’indiscusso potere politico internazionale.

    Purtroppo per gli USA, oltre all’alto debito, la sua attuale economia non si trova nelle migliori condizioni, un crescente numero di Paesi preferisce usare altre valute negli scambi bilaterali e il potere internazionale degli Stati Uniti è messo a rischio dall’ascesa di nuove potenze.

    Come non bastasse, in un interessante articolo su Foreign Affairs, Wess Mitchell (già Assistente del Segretario di Stato per gli Affari Europei ed euro-asiatici nel 2017-2019), evidenzia come gli impegni internazionali degli USA superino le risorse finanziarie e militari disponibili. In 30 anni di guerre condotte, direttamente o per procura, lontano dai propri confini si sono consumate enormi quantità di denaro e di mezzi bellici, intaccando così la capacità offensiva delle Forze Armate, aumentando il debito sovrano e per di più fallendo quasi sempre gli scopi dichiarati. I dispiegamenti in Afghanistan, in Iraq e in una dozzina di altri Paesi hanno portato dal 2001 a un debito aggiuntivo di circa 8.000 miliardi, superando così di ben 1.000 miliardi l’importo totale speso durante la seconda guerra mondiale. Ovviamente, ogni futuro Governo che volesse reintegrare gli armamenti o fare nuovi investimenti dovrà tenerne conto e indebitarsi ancora di più.

    Dal punto di vista strettamente industriale la situazione appare perfino peggiore. Tra il 2000 e il 2015 hanno chiuso ben 60.000 fabbriche eliminando un terzo dei posti di lavoro nella manifattura. La rete infrastrutturale è in gran parte obsoleta nei trasporti, nella distribuzione elettrica e nelle varie forme di comunicazione. La bilancia commerciale è deficitaria e ogni anno accumula una perdita compresa tra i 700 e i 1.000 miliardi di dollari. È pur vero che le voci “servizi” sono pur sempre in attivo, ma il totale resta quello sopra enunciato. Fino ad ora gli Stati Uniti hanno potuto sostenere grandi deficit commerciali perché il dollaro restava ancora la principale valuta di riserva mondiale e i Treasury americani erano considerati asset sicuri, ma fino a quando ciò potrà durare se il debito aumenta e le produzioni locali soffrono?

    Come ben osservato da Mitchell, la situazione attuale deriva da anni di politiche sbagliate precedenti, quando l’esaltazione dell’essere rimasti l’unica grande potenza mondiale ha obnubilato le menti dei vari governi. Tuttavia, oggi le cose sembrano voler cambiare. Trump e il suo staff hanno capito che continuando in quel modo si sarebbe andati verso la fine dell’”impero” e stanno cercando un’altra direzione. Si tratta, per loro, di ridurre il divario tra i mezzi e lo scopo, aumentando i primi e ridefinendo il secondo.

    Ecco dunque i motivi dei nuovi dazi sulle importazioni provenienti anche da Paesi amici: si vuole obbligare le controparti a bilanciare il commercio bilaterale e a investire nella produzione negli Stati Uniti per ridare fiato alla manifattura e alla manodopera locale. Ecco dunque le minacce di minore impegno verso gli alleati della NATO: costringerli ad assumersi in proprio una parte delle spese per la loro difesa aumentando i propri investimenti nazionali negli armamenti e assumendosi una parte degli oneri per la sicurezza collettiva. Ecco dunque le pretese sulla Groenlandia e sul Canada, così come il pretendere il possesso del petrolio venezuelano e, se ci riuscirà, di quello iraniano. Groenlandia e Canada sono ricchi di materie prime e Venezuela e Iran sono enormi ricchezze di petrolio (e l’Iran anche di gas). Avere sotto controllo americano tali risorse diventerebbero un patrimonio concreto (asset), in grado di garantire parte del debito americano. Inoltre, verso il Paese sud americano e quello medio-orientale esiste un altro motivo: entrambi vendevano alla Cina con pagamenti in yuan, contribuendo alla diminuzione dell’uso del dollaro come valuta di scambio (la creazione dei “petrodollari” fatta ai tempi di Nixon aveva compensato l’abbandono della convertibilità del dollaro in oro decisa a Bretton Woods e continuato così a garantire la necessità di possedere dollari). In tempi recentissimi perfino l’Arabia Saudita aveva cominciato, almeno in parte, ad accettare yuan invece di USDollar in cambio di investimenti cinesi per il proprio sviluppo economico e tecnologico. Dati questi frangenti, le incoerenze comportamentali del Tycoon vanno interpretate nello stile negoziale che, come scrisse in un suo (?) libro di alcuni anni fa (The art of the deal), servono per disorientare l’interlocutore e ottenere migliori risultati nella contrattazione. Il suo comportamento, affatto pazzo, ricorda piuttosto quello di giocatori di poker arroganti, oppure quello di uomini d’affari spregiudicati che vogliono dare l’impressione di un potere negoziale che, in realtà, sanno di non avere in quella misura.

    Contemporaneamente, Trump aspira a mettere le mani sulla FED il più presto possibile: ridurre i tassi di interesse aiuterebbe le imprese nazionali e renderebbe anche meno costoso il debito. Senza contare che le tante bolle speculative americane potrebbero scoppiare e l’avere la FED sotto controllo aiuterebbe il governo a prendere decisioni di intervento per tamponare possibili crolli immettendo nuova liquidità. Non si tratta affatto di una ricetta con esiti sicuri e non mancano i rischi perché in economia la coperta è sempre troppo piccola e un tasso di interessi più basso potrebbe far ulteriormente diminuire la domanda interna e internazionale di dollari americani, con conseguenze immaginabili sul bilancio generale. Comunque sia, a suggellare la nuova linea politica, la Strategia di Sicurezza Nazionale USA del 2025 esplicitava la necessità di coniugare mezzi e fini e la Strategia di Difesa Nazionale prevedeva una riduzione controllata della presenza statunitense in Europa e Medio Oriente con la contemporanea volontà di mobilitare gli sforzi nell’industria militare-industriale nazionale.

    In conclusione, Trump sta cercando di lanciare un ambizioso programma di riforma economica, di rinegoziare le relazioni commerciali, di espandere la produzione interna con investimenti nelle infrastrutture e nell’innovazione tecnologica e di sganciarsi da coinvolgimenti militari all’estero lasciandone il carico agli alleati. Soprattutto, vuole evitare di essere impegnato, almeno per ora, in costose avventure in politica estera e in una guerra con grandi potenze. Ecco allora la volontà di raggiungere un qualche accordo con la Russia per l’Ucraina e di negoziare un accordo commerciale con la Cina. La guerra contro l’Iran sembra contraddire tale politica ma, probabilmente, si è lasciato ingannare da chi gli aveva raccontato che tutto sarebbe avvenuto come in Venezuela e la mossa si è poi invece rivelata una trappola da cui fatica ad uscire.  Ne verrà fuori comunque, vantando il successo di aver impedito che l’Iran si doti dell’arma nucleare anche se tutti sappiamo che gli iraniani sono da sempre (lo si vide con lo JCPOA) disponibili a rinunciarvi. Questa guerra, se questo fosse stato lo scopo, era quindi inutile. Poiché Trump per realizzare i suoi progetti ha bisogno di tempo, verosimilmente lungo, non può permettersi un conflitto che si prolunghi troppo portando con sé un aumento dei prezzi dell’energia, una forte inflazione e una reazione sociale negativa.

    In tutto questo quadro generale esistono altre forti controindicazioni, sia tra gli alleati che potrebbero cercare di guardare altrove, sia con gli avversari che potrebbero decider di approfittare di questi momenti di debolezza americana per raggiungere i propri scopi (vedi, ad esempio, Taiwan). Tuttavia, lasciare le cose come stavano andando avrebbe significato accettare un inesorabile declino da cui sarebbe stato sempre più difficile risalire.

    E noi europei come ci comportiamo in tale situazione? Non possiamo più mentire a noi stessi: tutti i nostri governi sono fortemente condizionati da Washington, la stampa principale ne è soggiogata, molti politici (che ricordano cosa successe ad Andreotti, a Craxi e a Berlusconi) temono di contrapporsi agli USA e quanto ai nostri servizi segreti ebbene, nessuno sa quanto siano veramente indipendenti da quelli americani. Nemmeno si può dimenticare che dal dopoguerra abbiamo degli accordi che, di fatto, ci riducono a “colonia politica”, che in Germania ci sono più di trentamila soldati americani di stanza mentre in Italia sono solo (sic!) 14.000. E non si può nemmeno non considerare che, almeno per ora, i nostri commerci bilaterali sono molto favorevoli per noi e si spera che, anche se diminuissero di un po’, una qualche positività si riesca a mantenerla. Dunque, checché si possa criticare o auspicare: mani legate.

  • Quello che Trump e la sua amministrazione non hanno ancora compreso

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo del Prof. Francesco Pontelli

    Da sempre gli Stati Uniti temono un’alleanza euroasiatica. La sola idea di un’alleanza o una stretta cooperazione tra Europa e Russia rappresenta da sempre un incubo geopolitico per gli Stati Uniti e si è sempre confermato il pericolo da scongiurare attraverso le strategie statunitensi adottate fin dall’inizio del XX secolo. Questa prospettiva, spesso citata in ambito geopolitico, si basa sull’idea che un’unione tra le risorse naturali russe e la capacità industriale e tecnologica europea (specialmente tedesca) creerebbe un polo di potere eurasiatico in grado di sfidare direttamente l’egemonia globale degli Stati Uniti .All’interno di questa strategia politica la stessa funzione della NATO, necessariamente, ha ricalibrato i propri obiettivi politici e strategici, ridefinendo i veri ed inconfessabili traguardi dell’Alleanza Atlantica, e cioè “Tenere i russi fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto”.

    Questa strategia mirava ad impedire che la Russia espandesse la propria influenza nel continente europeo e che conseguentemente le potenze europee potessero allontanarsi e smarcarsi dall’orbita statunitense. Ora, nel più assoluto delirio, Trump minaccia di creare le basi proprio per una riedizione nel terzo millennio proprio di quella Alleanza tra Europa e Russia tanto temuta nel secolo precedente ma che molto probabilmente si potrebbe creare una volta finito il conflitto in Ucraina.

    Questa inversione di priorità dell’amministrazione statunitense di Trump renderebbe di nuovo economicamente vantaggioso un avvicinamento tra Europa e Russia e sarebbe per gli Stati Uniti sicuramente un suicidio in politica estera e strategia economica. Se, come è, il terrore degli Stati Uniti rimane un riavvicinamento dell’Europa alla Russia, sintesi di capacità industriale e risorse energetiche, persino la Cina potrebbe risultarne danneggiata.

    Questa Alleanza potrebbe poi estendersi anche al Medio Oriente, soprattutto nella prospettiva di una frammentazione degli organi di rappresentanza dei paesi produttori di petrolio (Opec), rendendolo un alleato tecnico in grado di fornire energia al posto dello shail oli statunitense a prezzi assolutamente fuori mercato.

    Il paradosso di una politica senza visione viene rappresentata proprio da “America First” attraverso la quale Trump ha cercato di isolare l’Europa dalla Russia per preservare la propria egemonia, promuovendo nel contempo una sudditanza energetica europea a favore di quella statunitense ma con dei costi decisamente superiori rispetto a quelli del “nemico” russo.

    Ma ora, abbandonare l’Europa ritirando un numero cospicuo di militari dalle basi Nato, significherebbe ricreare le condizioni energetiche ed economiche per riavviare un avvicinamento dell’Europa con la ‘nuova Unione Sovietica’, rendendo così vani tutti gli sforzi delle amministrazioni americane precedenti Questo  per gli Stati Uniti rappresenta il vero pericolo tanto a livello economico che geopolitico, che l’attuale presidente Trump ovviamente non ha ancora minimamente compreso, continuando a minacciare il ritiro dei propri soldati dalle basi Nato.

    Minacciare i propri alleati storici rappresenta un suicidio politico, strategico ed economico, che un qualsiasi politico, anche se di modeste competenze, eviterebbe accuratamente di prospettare anche se solo come una forma di pressione.

  • Aspettative

    La vita è una rincorsa di giorni che a volte sembrano lasciare le cose immutate ed immutabili ed altre volte ci pongono di fronte ad eventi che stravolgono, in tutto o in parte, quello che conosciamo, o che crediamo di conoscere.

    Anche le persone migliori a volte commettono errori.

    Anche le persone peggiori a volte, molto raramente, commettono qualcosa di buono.

    Nelle ultime ore ho pensato molto, rifacendo anche pensieri già meditati nel recente passato, e con tutta la buona volontà non ho trovato gran che di positivo tra le molte parole dette e le azioni compiute dal Presidente Trump, con buona pace di chi pensava, fino a poco tempo fa, che fosse un interlocutore credibile, un alleato affidabile, un politico di spessore, dopo essere stato un imprenditore d’assalto.

    Chi è Trump abbiamo cominciato a vederlo con i suoi comportamenti e tradimenti verso l’Ucraina, le sue strizzate d’occhio a Putin, ma qualcuno rimaneva restio a comprendere, poi sono arrivate le sue piroette sui dazi, le sue minacce su tutto e tutti, le sue ridicole performance travestito da Gesù, Papa e re, le scellerate dichiarazioni sulla sparizione dell’Iran, i suoi propositi di annettersi Cuba piuttosto che la Groenlandia, la velleità di uscire dalla Nato ed ora l’annuncio di voler togliere i soldati americani da vari paesi europei, Italia compresa.

    Non ci sentiamo di fare ulteriori commenti, sul Patto Sociale la nostra posizione è stata chiara fin dall’inizio, ma ci sentiamo di augurare a tutti gli americani, ed in particolare ai repubblicani, di trovare la strada legale e democratica, attraverso il congresso ed ogni organismo deputato alla difesa della legalità, per impedire ad una persona pericolosa di continuare a nuocere al suo Paese ed al resto del mondo.

    Nel frattempo l’Unione Europea, come abbiamo detto e scritto per anni, trovi finalmente la capacità di dare seguito alle tante parole e promesse: l’Unione politica ed energetica, l’esercito e la difesa comune non possono attendere, ogni ulteriore indugio mette in pericolo i nostri popoli, la democrazia e la libertà anche dei nostri vicini.

  • Distrazione di massa o situazioni surreali?

    Il nuovo attentato a Trump, poi ci spiegheranno, se lo faranno, come mai il presidente ed il vicepresidente erano, con il rischio ipotetico che ne consegue, presenti alla stessa manifestazione, dimostra che i servizi di sicurezza o non sono all’altezza del compito, visto che per la seconda volta non bloccano l’attentatore, o che c’è qualcosa di non molto chiaro.

    Comunque l’attentato occupa l’attenzione di cittadini e media più di quanto sta veramente accadendo nei vari fronti di guerra.

    In Italia, e non solo, l’attenzione al caso Minetti, sinceramente ci eravamo dimenticati della sua esistenza, rinfocola, se ce ne era bisogno, polemiche, anche ridicole, togliendo attenzione a ben più importanti problemi che il nostro Paese deve affrontare.

    Certo commentare ogni scandalo, grande o piccolo, è più semplice rispetto all’impegno che si dovrebbe mettere per valutare le nuove leggi, più o meno complete, che stanno andando in vigore e quelle che aspettano di essere varate, come la riforma elettorale, comunque è necessario arrivare al nocciolo del problema e cioè se qualcuno ha sbagliato e chi.

    Il clamore svia l’attenzione delle persone ed ogni pretesto è buono per aggiungere confusione a confusione, una volta di più ci si chiede se chi indaga o chi deve vigilare, in ogni campo, lo fa seriamente o meno.

    Come in tutte le cose potrebbero esserci anche riflessi positivi: Trump, dopo l’attentato, capisce che sta esagerando e comincia a moderare il suo linguaggio che porta all’insofferenza anche le persone miti, i servizi americani si riorganizzeranno meglio, chi indaga in Italia diventerà più accorto e meno superficiale, i controlli all’estero impediranno che ci siano scorrette procedure di adozione etc etc

    Siamo ottimisti? Sì, incorreggibili ottimisti ma, essendo anche realisti, sappiamo bene che, almeno per ora, non dobbiamo aspettarci nulla di particolarmente positivo e tutto continuerà come prima, intanto qualcuno si ricorda che c’è ancora la guerra in Ucraina?

  • Lettera aperta di un cittadino italiano a Trump

    Presidente Trump, ti rivolgi agli italiani dicendo che: “l’Italia non c’era per noi”.

    Detto da chi guida un Paese dove centinaia di migliaia di persone dormono e muoiono per strada fa già abbastanza ridere così. Ma continuiamo.

    Parliamo del Paese, gli Stati Uniti, in cui un problema familiare da 500 dollari manda in tilt metà delle famiglie. Dove l’insulina costa come un’auto di lusso e ammalarsi è un rischio finanziario prima ancora che sanitario. Però sì, spiegaci tu, Presidente Trump, cosa significa essere “mal governati”.

    La famosa libertà, poi: avete due milioni di persone nelle carceri, record mondiale. E molti nemmeno condannati — solo troppo poveri per permettersi un avvocato e la libertà. Un modello, davvero.

    Nel frattempo l’aspettativa di vita scende — sì, scende — mentre nel resto del mondo sviluppato sale. Ma tranquilli: i bambini si allenano a cercare di sopravvivere alle sparatorie a scuola, perché bisogna arricchire le società che producono armi.

    Salari fermi, insegnanti esausti, veterani dimenticati… zombie che camminano nelle città dopo essere caduti nel crack, e tutto questo per dimenticare la falsa democrazia americana. Però l’urgenza è giudicare gli altri. Coerenza impeccabile.

    E la Groenlandia? La sì la Sanità è universale, istruzione gratuita, meno carcere, meno disuguaglianze. Nessuno fallisce perché si ammala. Un incubo, per te evidentemente.

    Continui nelle tue esternazioni dicendo “La NATO non c’era”. Certo. Ti sei dimenticato che dopo l’11 settembre la NATO ha attivato, per la prima volta nella storia, l’Articolo 5 proprio per difendere gli Stati Uniti. E sai chi c’era? Anche l’Italia. Per anni. Con uomini, mezzi, soldi e soprattutto con molti soldati morti. Ti vorrei ricordare una parola e un luogo che noi italiani non scordiamo: “strage di Nassiriya”. E ti vorrei ricordare ancora l’Afghanistan. Ma sì, raccontiamola come ti viene meglio: nessuno c’era.

    Forse non è un problema di alleati assenti. Forse è un problema di memoria corta e voce lunga. Perché, a conti fatti, l’unica cosa davvero fuori controllo qui non è un’alleanza internazionale.

    Ma l’unico vero problema sei tu, caro Trump.

    Giampiero Damiano

Pulsante per tornare all'inizio