Trump

  • Il diritto internazionale ormai non conta niente

    Siamo contenti che il pensiero della premier italiana vada al popolo ucraino e ai bambini uccisi, feriti e deportati, ma con i pensieri non si fermano le bombe mentre la Casa Bianca fa sapere, probabilmente pensando che siamo tutti scemi e non ci eravamo arrivati da soli, che le nuove violentissime aggressioni di Putin non vanno nella direzione della pace auspicata da Trump. Pace per la quale il presidente americano non fa assolutamente nulla se non blandire lo zar e fare affari di varia natura con lui.

    Le parole ci hanno stancato specie quando sono inconcludenti, contrastanti o menzognere e quelle di Trump lo sono da troppo tempo.

    Certo nessuno vuole una terza guerra mondiale perciò non stiamo chiedendo ai più o meno volonterosi occidentali di mandare nell’immediatezza truppe in Ucraina ma sappiamo tutti, molto bene, che le varie sanzioni contro la Russia sono servite a ben poco perché, più o meno tutti, hanno continuato, con le ben note triangolazioni, a trafficare con Putin ed i suoi amici mentre la Cina sta guadagnando enormemente vendendo componenti elettronici, e non solo, necessari ai  russi per i loro droni assassini.

    Tra le poche certezze che in questi anni ci sono chiare è che il diritto internazionale ormai non conta niente, le regole le fa la forza delle armi, la minaccia ed il ricatto prevalgono sul diritto, non c’è pietà per i civili, la giustizia la amministra il potere e gli affari privati sono più importanti di tutto.

    Questo è oggi il nostro mondo, inutile strapparsi le vesti su Gaza, senza per altro avere il coraggio di dire che la responsabilità è in primis di Hamas non solo per aver iniziato la guerra ma perché continua a volere una strage pur di non ridare gli ostaggi e di non lasciare libero, dalla sua tirannide, il popolo palestinese.

    Inutile proclamare ogni giorno, la propria vicinanza all’Ucraina quando gran parte delle armi promesse sono arrivate con grande ritardo e si è continuato a trafficare sotto banco con la Russia.

    Putin è un assassino che disprezza le leggi internazionali e non ha nessun rispetto per la vita umana.

    Trump è un affarista che ha perso il senso delle cose, sparando ogni giorno parole, che in un bar sarebbero definite cazzate, senza rendersi conto del danno che fa a tutta quella parte del mondo che ancora, disperatamente, crede nel diritto e nella democrazia.

    L’Europa, come direbbe Metternich, rischia di diventare sempre più un’espressione geografica se, in tempi brevissimi, qualcuno non sarà capace di un colpo di reni chiamando, chi ci sta, a quella famosa unione politica e difesa comune della quale sproloquiamo, inconcludenti, da anni.

  • Non solo Groenlandia e Canada: Trump vuole anche Marte

    La Casa Bianca ha assegnato 7 miliari di dollari alla Nasa per arrivare sulla Luna e un miliardo di dollari per iniziare la preparazione del viaggio su Marte, con l’intento dichiarato di «sconfiggere la Cina nel ritorno sulla Luna e portare il primo uomo su Marte». Donald Trump ha indicato Marte come meta dell’esplorazione mentre Elon Musk ha dichiarato: «Morirò in America. Non andrò da nessuna parte. Potrei andare su Marte, ma sarà parte dell’America».

    Le scelte di Trump ed Elon Musk fanno discutere negli Stati Uniti e in Europa. Ci sono senatori, anche repubblicani, che non condividono i tagli riguardanti l’astronave Orion e il grande vettore SLS nati per la Luna e Marte, in prospettiva sostituiti con quelli dello stesso Musk. Il cambio, sostengono, metterebbe a rischio il ritorno, prima della Cina, sul nostro satellite naturale. Che resta la meta prioritaria. James Fletcher, due volte amministratore della Nasa, sosteneva che «la strada più breve per arrivare su Marte passa per la Luna». Un pensiero condiviso dal concorrente cosmico di Musk, Jeff Bezos, che fondava la sua società Blue Origin ancor prima di Space X. «Bisogna sviluppare molte tecnologie assolutamente indispensabili che impareremo andando sulla Luna» dice. E anche lui sta costruendo per la Nasa un veicolo di sbarco lunare precisando la sua differente idea del futuro. Per il creatore di Amazon, all’insediamento marziano è preferibile la costruzione di grandi stazioni spaziali dove migliaia di persone possono vivere, produrre e veleggiare tra i pianeti. La sfida è dunque aperta.

    Forse è poco noto che tutto prese il via con le suggestioni ottocentesche dei canali di Marte “visti” da Giovanni Virgilio Schiaparelli dall’osservatorio milanese di Brera, dalle quali emerse la fantascienza popolata dai marziani. Poi si aggiunsero nei primi decenni del Novecento le visioni dei pionieri dello spazio. Ma il primo progetto per compiere il grande balzo sul Pianeta Rosso veniva presentato nell’agosto 1969, cioè il mese successivo al primo sbarco sulla Luna di Neil Armstrong e Edwin Aldrin. In quei giorni l’amministratore della Nasa Thomas Paine e Wernher von Braun l’ideatore del grande razzo Saturn V per la storica impresa, salivano i gradini del Congresso delineando le successive tappe dell’esplorazione. Nelle pagine del nuovo piano assieme ad una stazione orbitale, lo shuttle e la colonia lunare c’era lo sbarco su Marte da raggiungere con astronavi dotate di propulsori a razzo nucleari.

    Già nel suo primo mandando, Trump aveva dato il via al programma Artemis, per riportare gli americani sulla Luna guardando ai panorami marziani, che stato sottoscritto fin qui da 53 nazioni (mentre in parallelo all’analogo programma cinese Irls aderivano una quindicina di Paesi). Marte è un pianeta straordinario. Pur con una taglia che è metà della Terra e una gravità quasi tre volte minore, ha però molti aspetti analoghi come le stagioni, una temperatura che all’equatore può raggiungere quasi i 20 gradi (ma la media è di meno 60 gradi centigradi) ed è dotato di un’atmosfera di anidride carbonica dalla quale si può ricavare l’ossigeno utile agli astronauti e ai motori dei razzi. Sul rover Perseverance della Nasa uno strumento sta già collaudando l’innovativa tecnologia. Geologicamente, poi, offre meraviglie uniche che diventeranno meta turistica oltre che scientifica dei futuri esploratori: ha il vulcano più alto (25 chilometri) e il canyon più lungo e più largo (4000 chilometri e 200 chilometri, rispettivamente) del sistema solare.

    Nelle prime epoche della sua esistenza (mezzo miliardo di anni) su Marte i vulcani in eruzione alimentavano l’atmosfera, l’emisfero nord si ritiene fosse ricoperto da un oceano e i fiumi solcavano l’altra metà del globo. C’erano, quindi, condizioni analoghe a quelle terrestri. Se non si scoprissero tracce di vita passata, dicono alcuni scienziati, sarebbe un serio problema. Ma se verrà colta la preziosa traccia il nostro futuro della conoscenza sarà diverso. E, comunque, un giorno andremo a vivere lassù, quando gli scienziati, già impegnati su questo fronte, avranno imparato a trasformare l’attuale luogo arido e sterilizzato in un panorama attraente come Ray Bradbury ci ha raccontato in Cronache marziane.

  • Alaska: il convitato di pietra

    In previsione del prossimo incontro tra il Presidente degli Stati Uniti Trump ed il leader Russo Putin in Alaska il 15 agosto, non passa giorno che non vengano pubblicate centinaia di dotte analisi relative tanto alle aspettative quanto ai possibili “risultati’ che potrebbero scaturire. Magari partendo dalle ipotetiche concessioni territoriali che il presidente Usa potrebbe concedere ai due contendenti, cioè la Russia di Putin e l’Ucraina di Zelensky.

    A queste ipotesi, sotto il profilo grammaticale assolutamente legittime ma che comunque rappresentano delle imbarazzanti espressioni di “incompetenza geopolitica”, si uniforma l’Unione Europe, la quale si è immediatamente attivata per confermare il proprio appoggio all’Ucraina di Zelensky, in più esprimendo la sua disapprovazione per la sua esclusione dall’incontro nella terra del ghiaccio.

    Ancora una volta, così, viene confermata la infantile e risibile dotazione culturale europea, tanto da portare la responsabile della politica estera Kallas a rilasciare delle affermazioni assolutamente inadeguate, ed anche controproducenti sotto il profilo diplomatico, relative ad una possibile ridefinizione dei confini.

    Già sono pronti gli editoriali delle principali testate giornalistiche italiane ed europee finalizzati ad individuare il vincitore, ammesso che ne possa uscire qualcuno dal confronto tra Trump e Putin, ed anche sulle conseguenze in ambito politico internazionale ed ovviamente sulle ricadute economiche di questo negoziato.

    Già ora, tuttavia, si può tranquillamente affermare come, mentre l’Europa si lamenta della propria esclusione che conferma la sua irrilevanza politica, emerga una particolare attesa da parte di un altro protagonista dello scenario internazionale, anche in ambito militare, circa l’esito del negoziato in Alaska.

    Qualsiasi cambiamento nello scenario geopolitico internazionale possa risultare va considerato come una minima concessione territoriale a Putin, anche se finalizzata ad un accordo di cessate il fuoco, seguita magari da una nuova ridefinizione dei confini tra i due paesi, sicuramente potrebbe venire interpretata come una vittoria diplomatica. Tuttavia potrebbe venire interpretata dal convitato di pietra come un sigillo politico, prendendo proprio spunto dall’esito della guerra russo ucraina, ad una qualsiasi volontà espansiva con il conseguente risultato militare.

    Poche settimane addietro, infatti, la Cina ha dichiarato di considerare Taiwan una propria regione. Durante le ultime manovre militari ha dimostrato come il proprio potenziale bellico, necessario al fine di invadere Taiwan, che una volta veniva considerato raggiungibile nel 2030, ora sarà a disposizione del colosso cinese nel 2027.

    In questo contesto quindi l’incontro in Alaska esprime un valore rispetto al conflitto russo ucraino declassato dagli Stati Uniti a conflitto regionale tanto da minacciare l’abbandono dello scenario bellico..

    Potrebbe, invece, rappresentare per la sua implicazione politica una sorta di legittimazione operativa alla Cina per l’invasione di Taiwan proprio in ragione dell’esito del negoziato.

    Viceversa, qualora l’incontro non determinasse alcun effetto immediato innescando la solita litania di un altro fallimento del Presidente Donald Trump, probabilmente potrebbe invece rappresentare solo l’espressione, in questo caso vincente sotto il profilo strategico e militare, di un altro capitolo verso la guerra che vede contrapposti già ora gli Stati Uniti e la Cina.

    Un conflitto attualmente solo commerciale ed economico quindi combattuto con la politica isolazionista dei dazi, ma anche con preoccupanti possibili sviluppi militari in rapporto alla strategia militare cinese.

    In altre parole, se nella strategia statunitense il conflitto russo ucraino ha assunto una valenza prettamente regionale, quindi con ricadute geopolitiche relative, risultano invece molto più preoccupanti le potenzialità di un conflitto che gli stessi Stati Uniti potrebbero affrontare nei prossimi anni con la Cina.

    Il passaggio dalla guerra dei dazi a quella delle armi è molto più vicino di quanto non si creda.

  • Parcere victis debellare superbos

    Dopo Il nuovo devastante bombardamento russo sulla capitale ucraina, le centinaia di bombe e missili guidati e le migliaia di droni che Putin ha fatto sganciare contro l’Ucraina e l’inerzia del presidente americano, capace solo di parole, tutti coloro che credono nella giustizia e nella libertà, senza le quali non ci può essere pace, identificano, ad oggi, in Trump il più importante alleato di Putin.
    Altri avranno dato a Putin armi e soldati mercenari o schiavi di regime, altri gli avranno consentito affari con il gas ed il petrolio ma oggi il vero alleato di Putin è Trump che con i suoi silenzi, le dichiarazioni a sproposito, i tentennamenti, le false incazzature, le promesse di armi, mai inviate al tempo giusto, ha consentito a Putin in questi ultimi mesi di avanzare ulteriormente in territorio ucraino distruggendo ospedali, case, scuole ed uccidendo ancora ed ancora adulti e bambini.
    Non odiamo il popolo russo, anzi lo sentiamo per certi aspetti vicino e lo compiangiamo per  tutti coloro che non sono in grado di difendersi, di difendere la Russia da un criminale assetato di potere e preda di gravi turbe emotive rimastegli dalla sua infanzia, dai suoi numerosi complessi, e dalla scuola del Kgb.

    A quest’uomo che si bagnava in acque gelide, cavalcava a torso nudo, si professava campione di arti marziale per cercare di sembrare più alto, più forte, più indomito conquistatore, a quest’uomo oppresso dalle ombre che gli fanno vedere nemici ovunque e ammanta la sua vita di misure di sicurezza proprie di un tiranno cosa dobbiamo sinceramente augurare?
    Parcere victis debellare superbos dicevano i latini e chi è più superbo di Putin e più pericoloso in questo momento?
    A noi europei possiamo solo augurare di capire in fretta, ed agire di conseguenza, che Trump non è la strada per la pace e la libertà dell’Ucraina e neppure per la nostra!

  • Gli assenti hanno sempre torto, vale anche per Trump

    C’è un gran parlare e scrivere sugli studenti che non si sono presentati all’esame di maturità o, per libera scelta, hanno fatto scena muta.
    Per non ripetere le tante parole spese, che in molte occasioni sembrano giustificare chi si rifiuta di affrontare difficoltà e problemi, come se la vita non fosse poi una difficoltà ed un problema più o meno tutti i giorni, ricordo quanto diceva il mio professore di greco.
    Il professor Rho, entrando in classe dopo averci guardato, aprendo il registro, sentenziava “gli assenti hanno sempre torto”.
    Ovviamente chi era in malattia vera era giustificato ma i molti che tentavano di fare i furbi, in vista di una interrogazione o di un compito in classe, erano segnati.
    Quella frase mi ha aiutato, nel corso della mia vita, a seguire sempre una regola: i percorsi difficili, le difficoltà, i problemi vanno affrontati, sempre e comunque, chi si nasconde, chi scappa, chi trova sotterfugi, ha torto.
    Così come ha torto Trump quando, mentre continuano a morire civili in Ucraina con bombardamenti che distruggono ospedali, scuole, abitazioni private, dilaziona ancora una volta i tempi concedendo a Putin altri 50 giorni nei quali ci saranno sicuramente molte altre  morti e molte distruzioni.
    Trump è un altro grande assente che, per i suoi interessi economici e legati non soltanto all’industria bellica, prende spunto da una dichiarazione di Putin sull’uranio iraniano per concedergli un tempo che gli consentirà di mietere altre vittime e di conquistare altri territori ucraini.
    Gli assenti hanno sempre torto specialmente quando potrebbero essere presenti senza problemi assumendosi  le loro responsabilità.

    Trump non è assente per paura od impreparazione ma per suoi interessi, convinto che non pagherà mai dazio, proprio lui che li impone agli altri, ma si illude, e chi gli dà corda si illude con lui, perché prima o poi i nodi vengono al pettine, senza nessun riferimento al suo ciuffo e ciascuno, di fronte al presente ed al futuro, dovrà rendere ragione di quanto ha fatto, di bene e di male, e di quanto non ha fatto.

  • Similes cum similibus congregantur

    Ancora una volta gli Stati Uniti tolgono munizioni e sistemi di difesa all’Ucraina mentre Putin aumenta, con una continua violenta escalation, la sua sciagurata guerra.

    Non c’è molto da dire, l’hanno già detto gli antichi: similes cum similibus congregantur.

    E cioè i simili vanno con i loro simili, Trump e Putin sono uomini di violenza e d’affari, il loro unico fine è il potere e non hanno nulla a che vedere con il rispetto di regole o diritti internazionali, con i diritti dell’uomo o con la giustizia.

    Noi dobbiamo tutti subire di fronte ai signori della guerra, la guerra delle armi o dei dazi, delle menzogne o dei ricatti, degli affari di pochi contro il diritto dei molti, questa è la realtà, possiamo criticarla ma dobbiamo subirla perché lentamente abbiamo lasciato ad un pugno di uomini nel mondo il diritto e la forza di decidere per tutti.

    Subire o ribellarsi? Occorrerebbe avere almeno gli attributi necessari ma tutti teniamo famiglia, i nostri interessi, piccoli ma sempre interessi, e siamo ormai troppo abituati al nostro smartphone, ai giochini, ai social, al Grande Fratello, all’Isola dei famosi, alle coglionate che ci propinano e che alla fine ci piacciono perché ci distraggono dalla realtà, dal dover prendere posizione.

    Perciò diamoci pace, prima moriranno gli ucraini e poi tutti gli altri, noi compresi, fatto salvi quegli utili idioti che servono al potere, chi vuole si dia pace io continuerò a sostenere l’Ucraina anche con piccoli gesti quali non comperare nulla di russo, americano o cinese e ad augurarmi che il Kim Jong-un della Corea del Nord affoghi nel suo grasso.

  • Arriva Trump Mobile, rivolto a utenti telefonici conservatori

    La Trump Organization, la compagnia che fa capo dalla famiglia del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha annunciato il 16 giugno il lancio di un nuovo operatore telefonico denominato Trump Mobile, con l’obiettivo di attirare i consumatori conservatori con un servizio di telefonia alternativo ai principali operatori statunitensi. Lo si legge sul sito web della stessa società. La famiglia Trump, storicamente attiva nel settore immobiliare, negli hotel di lusso e nei resort golfistici, ha diversificato negli ultimi anni i propri interessi verso media digitali e criptovalute.

    Secondo quanto comunicato, Trump Mobile disporrà di call center situati interamente negli Stati Uniti e di telefoni prodotti nel Paese, con l’obiettivo di valorizzare la produzione e la manodopera nazionale. L’iniziativa si inserisce nella strategia della famiglia del presidente per consolidare una base economica e identitaria alternativa alle grandi aziende tecnologiche e di telecomunicazioni.

    La Trump Organization, principale veicolo societario delle attività imprenditoriali del presidente statunitense, ha fatto sapere che la gestione della nuova iniziativa, come per le altre attività del gruppo, sarà affidata ai figli, a replicare l’assetto già adottato durante il primo mandato presidenziale.

    Nel comunicato, Trump Mobile viene descritta come una compagnia “di nuova generazione”, lanciata simbolicamente nel decimo anniversario dell’ingresso in politica di Donald Trump. La società offrirà servizi su rete 5G in collaborazione con i tre principali operatori statunitensi e presenterà un piano di punta, The 47 Plan, proposto a 47,45 dollari al mese. Il pacchetto include chiamate, sms e traffico dati illimitati, protezione completa del dispositivo, assistenza stradale 24/7, servizi di telemedicina, chiamate internazionali gratuite verso oltre 100 Paesi, comprese numerose destinazioni dove sono presenti basi militari statunitensi. “Sono incredibilmente entusiasta di entrare in questo nuovo spazio digitale. Gli statunitensi che lavorano duramente meritano un servizio wireless accessibile, che rifletta i loro valori e garantisca qualità affidabile”, ha dichiarato Eric Trump, terzo figlio di Donald e vicepresidente esecutivo della Trump Organization. “Siamo particolarmente orgogliosi di offrire chiamate a lunga distanza gratuite per i membri delle forze armate e le loro famiglie: chi è in servizio all’estero deve poter restare in contatto con i propri cari”. “Siamo pronti a cambiare le regole del gioco”, ha affermato il primogenito Donald Trump Junior, anch’egli vicepresidente esecutivo.

    “Stiamo costruendo un movimento che mette gli Stati Uniti al primo posto, offrendo i più alti standard di qualità e servizio. La nostra azienda ha sede negli Stati Uniti, perché sappiamo che è ciò che i nostri clienti vogliono e meritano”. Inoltre, Trump Mobile ha annunciato per agosto il lancio del proprio smartphone di punta, il T1 Phone: un dispositivo dorato, progettato e prodotto interamente negli Stati Uniti. L’azienda ha infine chiarito che Trump Mobile, i suoi prodotti e servizi non sono progettati, sviluppati o venduti direttamente dalla Trump Organization, ma operano su licenza concessa a T1 Mobile LLC, che utilizza il marchio “Trump” nell’ambito di un accordo limitato e revocabile.

  • Parlare di pace è facile, costruirla mentre infuriano guerre e stragi è complesso

    Marciare, radunarsi, chiedere che i civili di Gaza abbiano cibo, acqua, medicine, è giusto e va fatto ed è stato fatto.

    Marciare, radunarsi in decine di migliaia per chiedere che Hamas si ritiri dal potere che esercita contro i civili di Gaza, usandoli come scudi umani, sottraendo il loro cibo, esponendoli ad ogni tragedia di morte e riconsegni ad Israele gli ostaggi che ancora detiene, sarebbe giusto fosse fatto e non è stato fatto.

    Ai pacifisti non sempre pacifici, e quasi sempre lontani dalla realtà ed immersi nelle loro utopie ed ideologie, non viene in mente, neppure dopo più di tre anni di morte e distruzione in Ucraina, di sfilare e chiedere alla Russia, a Putin di cessare il fuoco, di sedersi ad un tavolo di trattative serie, senza le ridicole telefonate con Trump nelle quali, probabilmente, parlano più di possibili affari che di decisioni necessarie a salvare la vita e la libertà di milioni di persone, russi compresi.

    Parlare di pace è facile, costruire la pace mentre infuriano guerre e stragi è complesso e richiede un impegno costante ed una conoscenza profonda delle realtà antiche e presenti e delle psicologie di coloro che per scelta o per destino sono diventati i protagonisti di questi anni sciagurati, doti che al momento non appaiono.

    Costruire la pace significa anche sapere quali sono i presupposti e necessari per poterla mantenere una volta raggiunta ed è certo che senza il rispetto del diritto internazionale, della libertà dei popoli, della sicurezza territoriale, dell’integrità nazionale qualunque pace diventa effimera.

    Certo non vi sarà nessuna pace tra Russia ed Ucraina fino a che Trump continuerà a porsi come mediatore e a comportarsi come un ondivago, inconcludente, supporter di Putin, quando il presidente degli Stati Uniti paragona  Putin  e Zelensky a due ragazzini che litigano nel parco mentre continua la strage di civili in Ucraina è ormai evidente quanto sia scoordinato dalla realtà e costretto ad accettare che non è in grado di imporre la pace promessa ed è incapace di aiutare l’Ucraina come sarebbe suo dovere.

  • Trump realizzerà un resort di ville e campi da golf da 1,5 miliardi di dollari in Vietnam

    Il primo ministro del Vietnam, Pham Minh Chinh, ha partecipato il 21 maggio alla cerimonia di posa della prima pietra del complesso “Trump International Hung Yen”, un progetto da oltre 1,5 miliardi di dollari che sorgerà nella provincia settentrionale di Hung Yen, nel delta del Fiume Rosso. Alla cerimonia hanno preso parte anche Eric Trump, vicepresidente della Trump Organization e figlio del presidente statunitense Donald, l’ambasciatore degli Stati Uniti a Hanoi Marc Knapper e altri funzionari di alto livello dei due Paesi. Il progetto, il primo in Vietnam a portare il marchio Trump, si estenderà su quasi mille ettari e includerà un campo da golf esclusivo da 54 buche, ville di lusso, un moderno complesso urbano e strutture ricettive di standard internazionale. L’iniziativa è frutto di una collaborazione strategica tra la Trump Organization e la Hung Yen Company, affiliata del gruppo vietnamita Kinh Bac City Development. Nel suo intervento, il premier Chinh ha sottolineato il valore simbolico del progetto per il rafforzamento del partenariato strategico globale tra Vietnam e Stati Uniti. Ha evidenziato l’importanza della presenza di Eric Trump e di sua moglie, un “segnale positivo” per gli investimenti statunitensi nel Paese. Chinh ha inoltre invitato le autorità locali a fornire il massimo sostegno per completare l’opera entro due anni, in tempo per il vertice Apec del 2027 che si terrà in Vietnam.

    Il capo del governo ha ricordato che durante il suo primo mandato presidenziale Donald Trump ha visitato il Vietnam due volte, e ha espresso l’auspicio di nuove visite nell’ambito dell’approfondimento della cooperazione bilaterale. Eric Trump, da parte sua, ha definito il Vietnam uno dei mercati più promettenti al mondo e si è detto orgoglioso di portare il marchio Trump in un Paese in rapida crescita. Ha assicurato l’impegno degli investitori a completare il progetto entro due anni, affinché diventi “l’invidia dell’Asia e del mondo”. Il presidente del gruppo Kinh Bac, Dang Thanh Tam, ha infine dichiarato che l’obiettivo è trasformare Hung Yen in una delle principali destinazioni asiatiche per il golf e il turismo di alto livello.

  • Nulla di certo tra Russia e Ucraina

    L’unica notizia certa, riguardo ad un cessate il fuoco tra Russia ed Ucraina, è che non vi è nulla di certo salvo i continui attacchi, sempre più virulenti contro i civili, dell’esercito dello zar.

    Il presidente ucraino continua, nonostante gli attacchi e le giravolte di Putin, a dare la totale disponibilità ad un periodo di tregua che possa essere prodromo ad una pace giusta e duratura mentre Putin continua a negare la tregua sostenendo che prima bisogna trovare un accordo.

    L’accordo cioè, secondo Putin, andrebbe fatto mentre cadono bombe e missili e le persone, civili e soldati, continuano ad essere uccisi in mezzo a devastanti e devastate macerie.

    Difficile, per i comuni mortali, immaginare di poter parlare di pace in questa realtà, ma comunque, nonostante la lunga telefonata con Trump, lunga anche per via delle traduzioni reciproche, lo zar non ha indicato né possibili date né ipotetici luoghi, siamo sempre ad dialogo nebuloso.

    Ancora una volta Trump, di fronte a Putin, non ha la volontà di prendere una posizione decisa, tutto il resto sono parole e più o meno buone intenzioni, da parte europea, che al momento rimangono proprio indicazioni di principio e di buoni intenti.

    Papa Leone XIV ha riacceso nuove speranze ma il silenzio di Kirill, il socio d’affari e di guerra di Putin, la dice lunga e non vorremmo che le esternazioni trumpiane, i suoi spregiudicati azzardi e le sue estemporanee dichiarazioni, anche sulla Santa Sede, portassero a nuovi problemi o a sminuire la portata di quanto il Papa sta facendo, nei suoi primi giorni di pontificato, sia nei riguardi dell’Ucraina che di Gaza.

Pulsante per tornare all'inizio