uomo

  • Moda uomo 2022 in crescita del 20,5%, bene l’export

    Continua la ripresa della moda maschile italiana: dopo un 2021 chiusosi con un aumento del 15,2%, anche nel 2022 il segmento dovrebbe mettere a segno un valore positivo. Secondo i dati di Sistema moda Italia diffusi a Firenze, alla vigilia di Pitti Uomo 103, il settore dovrebbe archiviare l’anno con un fatturato attorno agli 11,3 miliardi di euro, in crescita del 20,5% sull’anno precedente. Il comparto ha così superato i livelli pre-Covid: il fatturato del 2019 era pari infatti a 10,1 miliardi di euro.

    Per il commercio con l’estero, dopo il brusco stop registrato nel 2020 (-16,7%), le esportazioni di moda uomo nel 2021 sono tornate in territorio positivo (+13,4%) e nel 2022 si stima una variazione pari al +26,1%. Anche relativamente all’import (crollato del -20,1% nel 2020 ma in parziale recupero nel 2021, +8%) si profila una crescita, ben più vivace rispetto a quella dell’export, stimata al +44,3%.

    Previsioni che trovano riscontro nei dati Istat: da gennaio a settembre 2022 l’export di menswear ha messo a segno un +26,3% portandosi a quota 6,5 miliardi di euro, mentre l’import un aumento del 47,9%, per un totale di 5,2 miliardi circa. Con riferimento agli sbocchi commerciali, si sottolinea come sia le aree Ue sia quelle extra-Ue si siano rivelate favorevoli per il comparto, crescendo rispettivamente del 27,7% e del 25,1%. Su quelle che sono le principali destinazioni, il primo mercato è risultato la Germania (+24,9%); seguono la Francia, che mette a segno una crescita del +31,1% e la Svizzera, principale hub logistico-commerciale del lusso (+15,8%). I flussi verso gli Usa, quarto mercato, salgono a 608 milioni di euro ed evidenziano una variazione del +70,9%. La Cina si mantiene al quinto posto con una crescita del 17,4%.

    Focalizzandosi sulle vendite oltre confine, la camiceria maschile risulta best performer, sperimentando una crescita del 41,2%; le cravatte evidenziano una dinamica pari al +32,4%. Seguono il vestiario esterno, in aumento del 26,8%, la maglieria con un +23,7% e l’abbigliamento in pelle con un +23%.

  • Vita da cani

    Molti articoli sono stati dedicati, da diverse testate, al giro d’affari, in aumento, di tutto quanto riguarda gli animali da compagnia, specie i cani, dalle scatolette e croccantini ai tanti prodotti per pulire i denti, per accontentarne la golosità, o utili per incentivare l’apprendimento.

    Il mercato però offre molto di più e si sa che il mercato offre quando c’è richiesta, richiesta a sua volta sollecitata dalle offerte perciò, complice la moda esportata dagli Stati Uniti, ecco comparire nei negozi per animali non solo giochi ma vestitini, copertine, collari e guinzagli impreziositi da stravaganti gemme, il tutto a prezzi esorbitanti.

    Poi, ovviamente, oltre alle giuste spese per la pulizia e il veterinario, e se è necessaria per la riabilitazione del nostro amico a quattro zampe, ecco comparire anche case d’appuntamento e gadget spesso astrusi  per celebrare compleanni e ricorrenze. Tutto ovviamente più a beneficio dell’umano che del peloso che di vestitini e smalti farebbe molto volentieri a meno!

    Altri articoli, che forse non leggiamo con sufficiente attenzione, ci parlano di realtà ben diverse: cani abbandonati anche nelle discariche, nei cassonetti, sulle strade trafficate, di  rifugi pieni zeppi, alcuni veri e propri lager, di  cani addottati durante il covid e riportati indietro quando non servivano più per la passeggiata che liberava, per qualche  minuto, il suo proprietario dalla clausura.

    Cani, ancora oggi, usati per la sperimentazione, allevati per combattere con altri cani rimpinguando le casse della criminalità organizzata, cani cuccioli contrabbandati da altri paesi e venduti malati, cani da caccia con collari elettrici, vietati, cani alla catena, contro le norme, cani seviziati in una società dove la violenza, specie adolescenziale, è sempre più comune.

    Poi ci sono i veri cani felici perché ricevono e danno un amore sano, vivono come componenti della famiglia ma non si devono vestire di lustrini, mangiano bene, anche se il proprietario non ha molte disponibilità, conoscono le regole, sanno che bisogna rispettarle così possono avere più libertà e socialità. Cani ed umani educati e che danno valore ai sentimenti, sì perché anche gli animali provano sentimenti profondi.

    Sono i cani, salvati dall’abbandono o comperati da persone consapevoli di quale tipo di cane è adatto al loro modo di vita, sono i cani scelti da uno sguardo reciproco, i cani che ci ricordano come la loro presenza sia un regolatore naturale delle nostre ansie e del battito cardiaco.

    È facile dire vita da cani, ogni cane, come ogni umano, ha la sua storia e la sua vita, storia e vita che dipendono dal nostro buon senso, dalla nostra capacità di amore e di confronto, per questo, in mezzo ai tanti problemi di questa società convulsa, superficiale e troppo spesso crudele, occupiamoci seriamente anche di loro.

  • Se il custode si fa il lupo

    Nel numero del magazine ‘Io Donna’ del 3 dicembre un condivisibile e puntuale articolo di Fiorenza Sarzanini, sul problema sempre più grave delle violenze, aveva però un titolo “Se il custode si fa lupo” decisamente errato e preoccupante in quanto ripropone schemi sbagliati e pericolosi.

    Pubblichiamo la lettera che l’On. Cristiana Muscardini, per lungo tempo vicepresidente dell’Intergruppo per la protezione degli animali del Parlamento europeo, ha scritto alla giornalista.

    Gentile dottoressa Sarzanini,
    Ho letto con interesse, condividendolo totalmente, il suo articolo sul numero  del 3 dicembre di “Io Donna” ma dissento fortemente dal titolo che identifica nel lupo l’uomo orco, l’essere umano che compie atrocità sui più deboli.
    Credo che, specie in un momento nel quale alcuni tornano a parlare di aprire la caccia al lupo, i maggiori opinionisti e giornalisti dovrebbero con attenzione evitare di riproporre schemi antichi e profondamente errati  che identificano nel lupo il predatore cattivo, subdolo, vigliacco, feroce.
    Come ella certamente sa il lupo, dopo essere stato quasi sterminato, è diventato specie protetta in quanto rappresenta un elemento essenziale, indispensabile, per la salvaguardia, la sopravvivenza dell’ecosistema e perciò di tutti noi.
    Il lupo è un predatore che uccide per mangiare, per dare nutrimento alla sua prole o per difendersi, e solo quando non può evitare lo scontro, per questo non può essere neppure lontanamente affiancato a quegli spregevoli umani che seviziano, uccidono, abusano per il loro piacere, a tutte quelle persone violente e crudeli che, più che mai in una società troppo permissiva e con una giustizia troppo lenta, continuano a mietere vittime.
    Il politicamente corretto deve valere ormai anche per gli animali che non hanno la nostra intelligenza e, forse per questo, non commettono le atrocità delle quali la nostra specie è capace come vediamo ogni giorno, dalla guerra in Ucraina alle donne uccise, dai bambini violentati agli anziani abbondonati.
    Probabilmente il titolo dell’articolo non è stato scelto da lei ma è comunque sbagliato ed aumenta gli errori e la confusione mentre le parole del suo intervento sono chiare e spero facciano riflettere tutti.
    Con i più cordiali saluti,

    Cristiana Muscardini
    già vice presidente dell’Intergruppo per la protezione degli animali del Parlamento europeo

  • I risvolti positivi della relazione tra animali e uomini

    Una ricerca svizzera pubblicata sulla rivista scientifica Plos One conferma definitivamente i risvolti positivi della relazione tra umani e animali.

    Maggiore è la conoscenza tra uomo e animale e maggiore è lo sviluppo di un rapporto affettivo, gesti come le carezze rendono più forte l’attivazione della corteccia prefrontale, l’area del cervello che regola  i comportamenti sociali e i processi decisionali.

    Ormai è noto che persone con depressione o bambini con problemi autistici, ma anche persone con altri tipi di patologie, trovano beneficio dall’interagire con un animale, principalmente con un cane.

    L’ossitocina, che è necessaria per sviluppare legami tra esseri umani e tra umani e cani, passa attraverso il contatto fisico e gli sguardi.

    La pet therapy è quel sistema terapeutico nel quale il cane, o altro animale idoneo, è d’ausilio per affrontare i problemi di persone con problemi organici o psichici, si parla invece di educazione assistita quando il cane è d’aiuto per aumentare le potenzialità sociali dell’essere umano mentre è attività assistita quella che animali e persone svolgono insieme come momenti ludico-ricreativi.

    Le specie di animali che possono essere coinvolti nelle prime due di queste attività sono i cani, i cavalli, gli asini, i gatti ed i conigli. I cani ed i cavalli sono gli animali più adatti, i terapisti eseguono l’intervento terapeutico ricorrendo alla mediazione dell’animale il quale a sua volta favorisce la relazione con il paziente.

    Principalmente il cane, ma anche il cavallo e l’asino, sono animali che hanno una spiccata attitudine alla collaborazione con gli umani e da tempo immemorabile convivono a stretto contatto con l’uomo, sono animali che hanno instaurato con la specie umana relazioni più affettive di altri animali.

    Per gli interventi terapeutici il gatto, essendo un animale particolarmente territoriale, può avere problemi a cambiamenti d’ambiente e a doversi relazionare con estranei, mentre il coniglio, da sempre abituato ad essere preda, può manifestare troppa paura.

    Ormai da qualche tempo in molti ospedali si consente che i degenti possano ricevere la visita dei loro animali domestici e questi incontri hanno un riflesso molto positivo per la guarigione, così come accarezzare tra le mura domestiche il proprio cane o gatto porta un beneficio, da tempo acclarato, sul battito cardiaco e sulla pressione.

  • Vivere senza animali?

    Il Cheetah Conservation Fund Italia e Terre Solidali Onlus venerdì 11 marzo alle ore 20,30 organizzano una conferenza da seguire sulla piattaforma Zoom dal titolo “POTREMMO VIVERE SENZA ANIMALI?Un viaggio nel rapporto Uomo-Animali-Ambiente dagli esordi ai giorni nostri”

    Relatore Ospite: Dr. Marilena Gilardi, Medico Veterinario, operatore in Zooantropologia Didattica di S.I.U.A e socio fondatore di Terre Solidali Onlus.

    Per entrare nella riunione su Zoom basta cliccare il seguente link:

    https://us02web.zoom.us/j/84642828515?pwd=WWl3ajR6cjRZNEVLMzNaVmxQSGY3dz09

    ID riunione: 846 4282 8515

    Passcode: 856748

  • Impariamo dagli animali a preservare la natura per i figli dei nostri figli

    Sempre di più sono le specie di animali in via di estinzione e non per cause naturali ma per l’intervento dell’uomo che dopo avere, con la caccia per motivi di lucro, decimato grandi mammiferi come elefanti, rinoceronti, balene e bisonti oggi distrugge tanta parte dell’ecosistema sia appiccando incendi, come quelli che hanno distrutto migliaia di ettari in Amazzonia, incendi per i quali  il governo del paese non fa praticamente nulla  per punire severamente i responsabili né per dare vita ad una seria politica di prevenzione, sia costruendo muri come quello tra gli Stati Uniti ed il Messico. Nonostante ad oggi il muro sia ancora in parte a maglie larghe si conta che già si vedano effetti nefasti per la fauna e per la flora con 93 specie a rischio. Le travi d acciaio sono posizionate troppo vicine per consentire il passaggio di animali e per alcuni, come i giaguari, le barriere impediscono quella libertà di movimento essenziale perché questo animale possa riprodursi. Il giaguaro infatti ha bisogno di spazi molto ampi. Scoiattoli grigi, più grandi di dimensione rispetto ai nostri europei, coyote, procioni, lepri, solo per fare alcuni esempi, rimangono spesso feriti e muoiono impigliati nei fili spinati del muro. Certo molti animali determinano il territorio che ritengono loro, del loro gruppo e lo difendono da esemplari uguali ma convivono con altre specie, rimangono cioè in sintonia con tutte le diverse realtà che compongono quel territorio da prima e che resteranno anche dopo la loro morte o il loro spostarsi in altri territori. Il rispetto di quanto ci circonda come fonte della stessa sopravvivenza dei singoli individui, come delle altre specie, è ben chiaro negli animali ma sembra quasi completamente sconosciuto a gran parte degli umani che considerano il territorio come una proprietà assoluta e che perciò può essere stravolto, modificato, distrutto a loro piacimento. L’animale preserva per i figli dei figli, la vita oggi è la vita di domani, l’uomo modifica, cementifica, divide, distrugge senza pensare alla sopravvivenza della natura e perciò si condanna a nuove sofferenze e a probabile estinzione. La libertà, il libero arbitrio, la conoscenza non ci sono stati dati per commettere soprusi ma per vivere in sintonia con tutte le varie forme di vita che esistono, solo se capiamo questo, se troviamo la capacità, la volontà, la forza morale di non cementificare quando non è necessario, di rispettare l’acqua non costruendo dove può espandersi, di non violare continuamente lo spazio con esperimenti che producono effetti nefasti nel tempo, forse riusciremo a salvare l’ecosistema altrimenti, come ha ricordato Papa Francesco, rischiamo e il covid è già un forte segnale di quanto siamo a rischio.

  • La Grande Maria

    È il 12 settembre del 1906 e ci troviamo a Kingsport una piccola e fiorente cittadina del Tennessee nata nel periodo di maggiore espansione delle ferrovie in Nord America.  Quella sera era molto atteso lo spettacolo di fama mondiale del Circo Sparks (The Sparks World Famous Shows). Nei fatti, un circo di piccole dimensioni che viaggiava negli Stati Uniti orientali e che, come unica vera attrazione aveva cinque elefanti. Fra questi vi era un esemplare femmina di ventidue anni, di provenienza asiatica denominata la Grande Maria (The Big Mary) per le sue particolari dimensioni. Pesava sulle cinque tonnellate e veniva presentata come anche più grande dell’enorme elefante Jumbo, attrazione del più ricco e famoso Circo Barnum (che si spostava per l’America con ben 84 carrozze ferroviarie!). Nel pomeriggio, durante la parata pubblicitaria, Walter Eldridge, un operaio vagabondo arrivato da pochi giorni in città ed assunto dal signor Sparks il giorno prima con il ruolo di addestratore di elefanti (ruolo mai rivestito in vita sua), guidava i pachidermi a cavallo di Maria con una lunga canna dalla punta affilata. Come riportano alcuni testimoni, durante la parata Maria si era fermata per raccogliere una fetta di cocomero da terra con la sua proboscide. Eldridge per farle riprendere la marcia pare che l’abbia pungolata più volte e con forza a un lato della testa al punto tale che l’elefantessa, esasperata, con una sola mossa lo fece cadere a terra e, presa dallo spavento generale, lo uccise schiacciandolo. Si racconta che il fabbro della città, un certo Hench Cox sparò anche alcuni colpi di pistola su Maria, ferendola superficialmente, ma senza inibirne la forza. Morto Eldridge, gran parte della folla iniziò ad urlare “A morte l’elefante! A morte l’elefante!”.

    All’epoca (e credo non solo all’epoca), quando avvenivano tali incidenti, i proprietari dell’animale si affrettavano a spostarsi in un’altra località, a cambiare il nome dell’animale e a rivenderlo a un altro circo. Ma questo non fu il caso di Maria. Qualunque cosa fosse realmente successo, infatti, dopo aver ucciso il suo addestratore, già in giornata e il mattino seguente, venne denominata da tutti e su tutti i giornali della regione come Maria l’Assassina (The Murderous Mary) o l’Elefantessa Assassina (The Killer Elephant) o con altri epiteti simili. Quindi, non c’era più tempo per squagliarsela. Così, temendo per la sua reputazione e cercando di trarre profitto da tanto interesse, nonostante i vent’anni passati assieme con Maria, il signor Sparks decise di far sopprimere l’animale con uno spettacolo pubblico a pagamento. Del resto lo slogan del suo circo era “Morale, divertente e istruttivo!”. Ma sorse un problema: come si poteva uccidere un elefante di quelle dimensioni e in modo spettacolare?

    È il 13 settembre. Il destino di Maria è segnato. Diverse fonti parlano di un’accesa e appassionata discussione fra i mastri del paese. L’ipotesi di una fucilazione venne scartata quasi subito avendo visto la resistenza del pachiderma alle pallottole. Alcuni presenti suggerirono di fulminare Maria con l’elettricità, come avvenne nel 1903 a Coney Island (con l’aiuto del grande scienziato Thomas Edison che si occupò personalmente dell’esecuzione dell’elefantino Topsy infliggendogli per 10 minuti una scossa di 6.600 Volt – dopo averlo anche avvelenato con delle carote al cianuro – di fronte a più di 1.500 spettatori paganti. Nota: esiste un filmato dell’epoca perché Thomas Edison fece filmare l’esecuzione). Anche di fronte a questa ipotesi si dovette desistere perché all’epoca in tutto il Tennessee non c’era abbastanza corrente elettrica per sopprimere un elefante di quelle dimensioni. Altri pii cittadini si offrirono volontari per portare in città un cannone della Guerra Civile per spararle in pancia. Altri proposero di schiacciarla lentamente tra due motori a vapore opposti, mentre alcuni suggerirono di legare la sua testa a una locomotiva e le sue gambe a un’altra e far partire i treni in direzioni opposte. Insomma, tante brillanti idee! Ma quella che trovò tutti d’accordo e, soprattutto il signor Sparks per l’evidente risonanza pubblicitaria che ne avrebbe tratto, fu quella di impiccare Maria presso lo scalo ferroviario del vicino paese dove vi era una grande torre meccanica in grado di sollevare le carrozze dei treni. Così, in tarda mattinata il circo partì in ferrovia per arrivare a Erwin, nella contea di Unicoi. Era un giorno piovoso e, dopo uno spettacolo del Circo in città, al quale Maria non partecipò perché incatenata ad un palo, una folla di circa 2.500 persone (fra cui molti bambini) si radunò nei pressi della ferrovia di Clinchfield per assistere alla sua esecuzione. Le fonti narrano di una folla eccitatissima che urlava e additava l’elefantessa come un demone, un terribile flagello e un’assassina e si mormorava che avesse già ucciso tre, sei, diciotto o persino venti uomini. Per impiccare l’elefantessa usarono una gru e una grossa catena. Il primo tentativo fallì: la catena si spezzò e Maria cadde sul terreno causando il momentaneo allontanamento della folla, che ne temeva la furia. Furia che non vi fu perché Maria nella caduta si era brutalmente spezzata l’anca tanto che diversi testimoni oculari raccontano di aver udito un rumore fortissimo. Al secondo tentativo, la catena non si spezzò e la Grande Maria, dopo dieci interminabili minuti di sofferenze, potè finalmente riposare in pace. Una fonte dice che l’hanno lasciata impiccata per circa mezz’ora per poi essere dichiarata morta dal medico locale, il dottor Stack. Le informazioni sul luogo e sulla sede della sua sepoltura sono discordanti. Qualcuno scrisse che il suo corpo venne addirittura dato alle fiamme. Secondo altri articoli sulla storia del circo Sparks, gli altri quattro elefanti, compagni di sventura di Maria, pare che abbiano barrito tutta la notte seguente e ci siano voluti diversi mesi affinché si calmassero rassegnati al loro destino.

    Tanti animali nel Mondo e fra questi, anche tanti elefanti sono a rischio di estinzione per mano nostra. Dei circa cinquecentomila esemplari censiti molti sono in pericolo e più di duemila vivono ancora in cattività nei Circhi di mezzo mondo dove, di certo, non vivono contenti. Alla fine la Grande Maria è stata uccisa perché, come tanti animali, nonostante l’incredibile paziente accettazione della costante umiliazione subita dall’uomo, ha reagito, per pochi secondi, per lasciarsi andare all’istinto di sopravvivenza più intimo… la fame… per accontentarsi di uno sporco scarto di cocomero. O, da un altro punto di vista, è stata uccisa perché the World Famous Shows Must Go On. Lo spettacolo doveva e deve andare avanti. Oggi ad Erwin c’è un negozio di antiquariato che si chiama l’Elefante penzolante (Hanging Elephant) e che da decenni vende centinaia di magliette colorate con un’immagine della Grande Maria.

    Finché gli uomini massacreranno gli animali, si uccideranno tra di loro. In verità, colui che semina il seme del dolore e della morte non può raccogliere amore e gioia (Pitagora)

  • Animali e uomini: incontri o scontri?

    Si intitola ‘Animali e uomo: incontri e scontri’ la conferenza che si svolgerà, in modalità on line, martedì 14 luglio, dalle ore 18, sulla piattaforma zoom. All’evento, che verterà sulle relazioni travagliate e diversificate   tra l’homo sapiens e le altre specie, parteciperanno Betty Von Hoenning del Cheetah Conservation Fund Italia, Marco Ciavannei del Parco Zoo Punta Verde di Lignano Sabbiadoro, Francesca Bandoli del Giardino Zoologico di Pistoia, Evelina Isola di Distav Unige, Roberta Castiglioni, CSFV – Società Italiana di Scienze naturali/Parco Faunistico Le Cornelle, Maria Pia Bobbioni, psicanalista, socio fondatore di Nodi Freudiani, Giovanni Quintavalle Pastorino, Manchester Metropolitan University.

    Alla fine degli intervenni sarà possibile porre domande ai relatori.

    Chi vorrà partecipare potrà farlo registrandosi al seguente link:

    https://us04web.zoom.us/j/72601543029?pwd=R0c5Ulk4Zk1BNlVLMVFmT1BvMFM2QT09

     

  • So prendermi cura di loro

    Cari bambini, dovete sapere che ci sono esseri umani che hanno vissuto per millenni nel grande deserto africano del Kalahari (che in lingua Tswara significa “Terra della Grande Sete”). Deserto che si estende in una vasta  area dell’Africa australe tra Botswana, Namibia, Angola, Zambia, Zimbabwe e Sudafrica. È un popolo di nomadi conosciuti come, San, Khwe, Basarwa o Boscimani (dall’inglese bushmen “uomini della boscaglia”. Appellativo usato dagli uomini bianchi come offesa).

    Quanti nomi!

    Ma sono tutti dati da altre tribù o dagli europei perché loro non si sono mai dati un nome. E se chiedete a loro: “Chi siete?”. Vi risponderanno semplicemente: “Siamo esseri umani, persone”.

    Gli esseri umani, come ci sembra rispettoso continuare a definirli, sono sopravvissuti per secoli grazie alla loro straordinaria intelligenza e ammirevole capacità di adattamento ad un ambiente fra i più ostili del pianeta: il deserto. Un luogo dove la temperatura può superare i 40°C di giorno e scendere sotto zero di notte. Qui l’acqua scarseggia ma i serpenti velenosi e i grandi felini abbondano.

    E come hanno fatto? Vi starete chiedendo.

    Ci sono riusciti perché hanno memorizzato e si sono tramandati, di generazione in generazione, tutti i tipi di vegetali (radici, foglie, bacche, frutti, etc.) e di insetti e animali (selvatici) per avere un’alimentazione completa e ricca di tutte le sostanze nutritive fondamentali e perché si sono tramandati tutte le necessarie conoscenze per vivere (di poco e con poco) e per convivere in costante equilibrio con gli altri esseri viventi. Forti! Non è vero?

    Pensate che non hanno mai avuto bisogno di mappe perché sanno orientarsi con le stelle; di medici perché sanno curarsi con il cibo e le piante spontanee; di telefoni e computer perché comunicano fra di loro utilizzando tutti i cinque sensi; di scienziati perché conoscono le leggi e il susseguirsi dei fenomeni naturali. E pensate che non hanno mai avuto bisogno di andare a scuola perché la loro più grande maestra è Madre Natura. Immaginate! Dalle laboriose formiche hanno imparato a viaggiare uno in fila all’altro; dalle scattanti e veloci gazzelle hanno imparato a correre; dai possenti e astuti felini hanno imparato a cacciare e a nascondersi; dai gioiosi e allegri uccelli hanno imparato a cantare e a danzare, eccetera, eccetera.

    Intelligenti! vero?

    Ora, a causa di chi si è sempre sentito più intelligente di loro, ovvero le comunità di europei insediatesi nella zona (e non solo), le loro condizioni di vita sono andate sempre più peggiorando. Infatti, essendo quei territori ricchi anche di selvaggina e di diamanti (come si è scoperto da qualche decennio) a causa dei forti interessi occidentali nell’area, gli esseri umani hanno dovuto subire ogni sopruso e violenza possibile. Fino al 1930 Sua Maestà Britannica in persona firmava licenze di “caccia ai boscimani” (un regale nulla osta al massacro) e mentre vi scrivo sono ancora minacciati e spesso caricati su camion e trasportati chissà dove. Politici locali corrotti (o minacciati) da dalle più importanti compagnie diamantifere e turistiche, vietano loro di accedere ai pochi pozzi d’acqua della zona. Perché c’è bisogno di tantissima acqua per le estrazioni di diamanti (tanto ricercati dai Principi e dalle Principesse) e per mantenere i lussuosissimi resort con piscina costruiti per gli amanti della caccia “grossa” (leoni, rinoceronti, elefanti, etc.) e dei cocktail con vista savana.

    Oggi, la maggior parte dei sopravvissuti vive in campi di reinsediamento (così adesso chiamano i campi di concentramento) fuori dalle loro zone di origine. Qui per sopravvivere dipendono dalle razioni di cibo distribuite dal governo e vengono torturati e arrestati se sorpresi a raccogliere piante selvatiche o a cacciare. Alcolismo, malattie fisiche (diabete, tubercolosi, Aids, etc.) e mentali (depressione, ansia, etc.) sono diffusissime. Questa è l’attuale condizione degli esseri umani da quando hanno incontrato la “disumana” civiltà.

    Se non riusciranno a tornare nelle loro terre da persone libere, sarà la fine per loro ed anche per i nostri nipoti. Perché sono tra i pochi semi selvatici dell’umanità rimasti e, per questo, tra i pochi capaci di sopravvivere a contatto con la Natura ancora oggi e anche quando la nostra civiltà crollerà inesorabilmente.

    Se, nonostante i tanti nostri attuali problemi vogliamo fare qualcosa per loro (e per i nostri nipoti) sosteniamo quelle associazioni no profit (come Survival International) grazie alle quali sono in atto durissime e costosissime battaglie legali (molte anche vinte) per garantire loro (e ai nostri nipoti) un primitivo futuro possibile.

    “So come prendermi cura dei vegetali e degli animali. Con i vegetali e gli animali sono nato e vissuto; qui c’è ancora tanta natura e selvaggina. Se venite nella mia terra troverete tante piante e tanti animali, e questo dimostra che so prendermi cura di loro”

    Frase di un Essere Umano

  • Trovato un vaccino!

    Nel 1990 ha avuto inizio presso un centro di Ricerca Californiano (UCSC) il famoso Progetto genoma umano (HGP, acronimo di Human Genome Project) per determinare la sequenza dei geni del DNA. Progetto terminato nel 2003 (con la scoperta di circa 25 mila sequenze) e costato decine di milioni di dollari. È iniziato, invece, circa 2 milioni di anni fa presso il Pianeta Terra, il famoso Progetto Buon Senso Umano (HCSP, acronimo di Human Common Sense Project) per determinare la sequenza dei comportamenti umani che ne avrebbero favorito la sopravvivenza o meno. Ad oggi, e soprattutto negli ultimi due secoli, è costato centinaia di milioni di morti a causa della perdita del buon senso umano.

    Tra tutti gli Ominidi pare che quello che abbia avuto la meglio sia stato quello meno specializzato e flessibile (denominato forse per questo Homo sapiens). Non un eccellente raccoglitore e, allo stesso tempo, non un eccellente cacciatore e con una dieta più ampia; non solo carnivoro (come, ad esempio, l’Homo neanderthalensis, che si è estinto) o non solo fruttariano. Tra tutti i cuccioli di mammiferi, quello umano, è certamente fra i meno autonomi alla nascita. La sua capacità di adattamento, infatti, dipende fortemente dalla sua educazione. È l’animale senza un habitat specifico e, per questo, quello che può adattarsi alla maggior parte dei contesti ambientali di questo Pianeta ma, ad una sola condizione. Ovvero che sia ben educato al rispetto di quelle regole di sopravvivenza a quello specifico habitat (stili di vita ed alimentari che sono “corretti” o meno se ne favoriscono o meno la sopravvivenza in quel determinato contesto). Per migliaia di anni, quindi, come per tutti gli altri animali, la più importante di tutte le attività dei propri simili adulti (non solo dei genitori ma di tutta la comunità) era quella educare i cuccioli d’uomo a conoscere e a rispettare, in ogni fase della loro vita, l’ambiente che li circonda. Perché rispettare l’ambiente significa rispettare se stessi e l’intera comunità (vegetali ed animali compresi). Lo sciamano, il curandero, il böge, lo yayan, l’elčï o l’ilčï o il capo villaggio o il consiglio degli anziani sono stati per secoli i custodi della memoria di queste regole. “Donna incinta mi chiedi… e io rispondo: per te, di questo clan, ora, qui, in questa stagione, etc. è bene fare questo e mangiare questo. Tu ragazzo cacciatore mi chiedi… etc.”. L’educazione, dicevamo. L’opera di accompagnamento alla vita autonoma (dal lat. e-ducĕre “condurre da, verso”) che prende forma grazie a tutti gli stimoli che raggiungono ogni essere umano nell’arco della sua vita. Tutti gli stimoli. Stimoli organizzati da istituti sociali naturali (come la famiglia, la tribù, etc.) o da istituti appositamente creati ad hoc (scuole, collegi, seminari, etc.). Stimoli intelligenti o stupidi, utili o inutili. Tutti in egual modo concorrono all’educazione di un essere umano. Anche i cuccioli d’uomo, come quelli di altre specie animali, crescono più per imitazione (per i fatti) che non per quello che sentono dire (le parole). A cosa sono serviti milioni di anni di storia e milioni di esperienze umane (sequenze di fatti) se non se ne mantiene la memoria? Se non si educa le future generazioni a partire dal nostro/loro passato? Per secoli i nonni hanno rappresentato le nostre risposte, il nostro rimedio (chiamiamolo qui anche “vaccino”, per quanto non ami questa parola) ai problemi e ai quesiti sul nostro presente e futuro. Gli Etnologi e gli Antropologi di tutto il mondo hanno studiato per decenni le sequenze del genoma culturale umano scoprendo (e meravigliandosi del fatto) che ad ogni latitudine e longitudine, le culture native selvatiche ed anche quelle delle comunità contadine addomesticate ma libere (perché non sotto padrone!) sono sopravvissute in armonia con il loro contesto ambientale perché consapevoli dell’importanza di educare i propri cuccioli a quelle poche, ma fondamentali, sequenze di gesti e parole quotidiane che ne hanno garantito da sempre la pacifica sopravvivenza. Espressione di quanto l’essere umano possa essere intelligente perché capace di adattarsi al contesto e non il contrario (ovvero stupido perché ostinato a cercare di piegare l’Ambiente e gli altri alle proprie limitate esigenze).

    Quanto è importante educare al buon senso e coltivare il buon senso? Per la prima volta nella storia dobbiamo dire ai nostri figli che non siamo capaci di educarli a sopravvivere. E ammetterlo sarebbe un vero atto di intelligenza (e di amore) se poi a questo aggiungessimo che noi non rappresentiamo l’unica società o cultura esistente, ma che ce ne sono molte altre e molto più intelligenti e forti di noi.

    Un’antica leggenda Cherokee o Lenope racconta che un giorno il capo di un grande villaggio decise di lasciare al nipote l’insegnamento più importante: “Nella mente e nel cuore di ogni essere umano si combatte una lotta incessante. Anche se io sono un vecchio capo, una guida per il nostro popolo che mi considera saggio, quella lotta avviene anche dentro di me. Se non ne conosci l’esistenza, ti spaventerai e non saprai mai quale direzione prendere. Magari, qualche volta nella vita vincerai, ma poi, senza capire perché, all’improvviso ti ritroverai perso, confuso e in preda alla paura, e rischierai di perdere tutto quello che hai faticato tanto a conquistare. Crederai di fare le scelte giuste per poi scoprire che erano sbagliate. Se non capisci le forze del bene e del male, la vita individuale e quella collettiva, il vero sé e il falso sé, vivrai sempre in grande tumulto. È come se ci fossero due grandi lupi che vivono dentro di ognuno: uno bianco, l’altro nero. Il lupo bianco è buono, gentile e innocuo. Vive in armonia con tutto ciò che lo circonda e non arreca offesa quando non lo si offende. Il lupo buono, ben ancorato e forte nella comprensione di chi è e di cosa è capace, combatte solo quando è necessario, e quando deve proteggere sé stesso e la sua famiglia. Anche in questo caso lo fa nel modo giusto. Sta molto attento a tutti gli altri lupi del suo branco e non devia mai dalla propria natura.

    Ma c’è anche un lupo nero che vive in ognuno, ed è molto diverso. E rumoroso, arrabbiato, scontento, geloso e pauroso. Le più piccole cose gli provocano eccessi di rabbia. Litiga con chiunque, continuamente, senza ragione. Non riesce a pensare con chiarezza poiché avidità, rabbia e odio in lui sono troppo grandi. Ma la sua è rabbia impotente, figlio mio, poiché non riesce a cambiare niente. Quel lupo cerca guai ovunque vada, e li trova facilmente. Non si fida di nessuno, quindi non ha veri amici. A volte è difficile vivere con questi due lupi dentro di sé, perché entrambi lottano strenuamente per dominare la nostra anima”.

    Quale dei due lupi vince nonno? Chiese il ragazzo.

    “Tutti e due” Rispose il nonno. “Se scelgo di nutrire solo il lupo bianco, quello nero mi aspetta al varco per approfittare di qualche momento di squilibrio, o in cui sono troppo impegnato e non riesco ad avere il controllo di tutte le responsabilità. Il lupo nero allora attaccherà il lupo bianco. Sarà sempre arrabbiato e in lotta per ottenere l’attenzione che pretende. Ma se gli presto un po’ di attenzione perché capisco la sua natura, se ne riconosco la potente forza e gli faccio sapere che lo rispetto per il suo carattere, e gli chiederò aiuto se la nostra tribù si trovasse mai in gravi problemi, lui sarà felice. Anche il lupo bianco sarà felice. Così entrambi vincono. E tutti noi vinciamo.

    Confuso, il ragazzo chiese: “Non capisco, nonno, come possono vincere entrambi?”

    E il capo indiano: “Il lupo nero ha molte importanti qualità di cui posso aver bisogno in certe circostanze. E’ temerario, determinato e non cede mai. E’ intelligente, astuto e capace di pensieri e strategie tortuose. Sono caratteristiche importanti in tempo di guerra. Ha sensi molto acuti e affinati che soltanto chi guarda con gli occhi delle tenebre può valorizzare. Nel caso di un attacco, può essere il nostro miglior alleato”.

    Il capo Cherokee allora tirò fuori due pezzi di carne dalla sacca e li gettò a terra: uno a sinistra e uno a destra. Li indicò, poi disse: “Qui alla mia sinistra c’è il cibo per il lupo bianco, e alla mia destra il cibo per il lupo nero. Se scelgo di nutrirli entrambi, non lotteranno mai per attirare la mia attenzione e potrò usare ognuno dei due nel modo che mi è necessario. E, dal momento che non ci sarà guerra tra i due, potrò ascoltare la voce della mia coscienza più profonda, scegliendo quale dei due potrà aiutarmi meglio in ogni circostanza. Se capisci che ci sono due grandi forze dentro di te e le consideri con uguale rispetto, saranno entrambi vincenti e convivranno in pace. La pace, nipote mio, è la missione della nostra gente, il fine ultimo della vita. Un uomo che ottiene la pace interiore ha tutto. Un uomo che è lacerato dalla guerra che si combatte dentro di lui, non è niente. Il modo in cui sceglierai di interagire con le forze opposte dentro di te determinerà la tua vita. Far morire di fame l’uno o l’altro o guidarli entrambi”

    Poche parole sincere, semplici e disinteressate e che aiutano la parte sinistra e destra del cervello a comprendersi a vicenda e a comprendere la storia della nostra vita, della nostra comunità, del nostro popolo e dell’intera umanità. E forse pillola di saggezza (vaccino culturale) tra i più potenti per educare/salvare le future generazioni da ogni nostro ipocrita, prevenuto e ignorante tentativo di difendere ormai l’indifendibile.

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