uomo

  • La Grande Maria

    È il 12 settembre del 1906 e ci troviamo a Kingsport una piccola e fiorente cittadina del Tennessee nata nel periodo di maggiore espansione delle ferrovie in Nord America.  Quella sera era molto atteso lo spettacolo di fama mondiale del Circo Sparks (The Sparks World Famous Shows). Nei fatti, un circo di piccole dimensioni che viaggiava negli Stati Uniti orientali e che, come unica vera attrazione aveva cinque elefanti. Fra questi vi era un esemplare femmina di ventidue anni, di provenienza asiatica denominata la Grande Maria (The Big Mary) per le sue particolari dimensioni. Pesava sulle cinque tonnellate e veniva presentata come anche più grande dell’enorme elefante Jumbo, attrazione del più ricco e famoso Circo Barnum (che si spostava per l’America con ben 84 carrozze ferroviarie!). Nel pomeriggio, durante la parata pubblicitaria, Walter Eldridge, un operaio vagabondo arrivato da pochi giorni in città ed assunto dal signor Sparks il giorno prima con il ruolo di addestratore di elefanti (ruolo mai rivestito in vita sua), guidava i pachidermi a cavallo di Maria con una lunga canna dalla punta affilata. Come riportano alcuni testimoni, durante la parata Maria si era fermata per raccogliere una fetta di cocomero da terra con la sua proboscide. Eldridge per farle riprendere la marcia pare che l’abbia pungolata più volte e con forza a un lato della testa al punto tale che l’elefantessa, esasperata, con una sola mossa lo fece cadere a terra e, presa dallo spavento generale, lo uccise schiacciandolo. Si racconta che il fabbro della città, un certo Hench Cox sparò anche alcuni colpi di pistola su Maria, ferendola superficialmente, ma senza inibirne la forza. Morto Eldridge, gran parte della folla iniziò ad urlare “A morte l’elefante! A morte l’elefante!”.

    All’epoca (e credo non solo all’epoca), quando avvenivano tali incidenti, i proprietari dell’animale si affrettavano a spostarsi in un’altra località, a cambiare il nome dell’animale e a rivenderlo a un altro circo. Ma questo non fu il caso di Maria. Qualunque cosa fosse realmente successo, infatti, dopo aver ucciso il suo addestratore, già in giornata e il mattino seguente, venne denominata da tutti e su tutti i giornali della regione come Maria l’Assassina (The Murderous Mary) o l’Elefantessa Assassina (The Killer Elephant) o con altri epiteti simili. Quindi, non c’era più tempo per squagliarsela. Così, temendo per la sua reputazione e cercando di trarre profitto da tanto interesse, nonostante i vent’anni passati assieme con Maria, il signor Sparks decise di far sopprimere l’animale con uno spettacolo pubblico a pagamento. Del resto lo slogan del suo circo era “Morale, divertente e istruttivo!”. Ma sorse un problema: come si poteva uccidere un elefante di quelle dimensioni e in modo spettacolare?

    È il 13 settembre. Il destino di Maria è segnato. Diverse fonti parlano di un’accesa e appassionata discussione fra i mastri del paese. L’ipotesi di una fucilazione venne scartata quasi subito avendo visto la resistenza del pachiderma alle pallottole. Alcuni presenti suggerirono di fulminare Maria con l’elettricità, come avvenne nel 1903 a Coney Island (con l’aiuto del grande scienziato Thomas Edison che si occupò personalmente dell’esecuzione dell’elefantino Topsy infliggendogli per 10 minuti una scossa di 6.600 Volt – dopo averlo anche avvelenato con delle carote al cianuro – di fronte a più di 1.500 spettatori paganti. Nota: esiste un filmato dell’epoca perché Thomas Edison fece filmare l’esecuzione). Anche di fronte a questa ipotesi si dovette desistere perché all’epoca in tutto il Tennessee non c’era abbastanza corrente elettrica per sopprimere un elefante di quelle dimensioni. Altri pii cittadini si offrirono volontari per portare in città un cannone della Guerra Civile per spararle in pancia. Altri proposero di schiacciarla lentamente tra due motori a vapore opposti, mentre alcuni suggerirono di legare la sua testa a una locomotiva e le sue gambe a un’altra e far partire i treni in direzioni opposte. Insomma, tante brillanti idee! Ma quella che trovò tutti d’accordo e, soprattutto il signor Sparks per l’evidente risonanza pubblicitaria che ne avrebbe tratto, fu quella di impiccare Maria presso lo scalo ferroviario del vicino paese dove vi era una grande torre meccanica in grado di sollevare le carrozze dei treni. Così, in tarda mattinata il circo partì in ferrovia per arrivare a Erwin, nella contea di Unicoi. Era un giorno piovoso e, dopo uno spettacolo del Circo in città, al quale Maria non partecipò perché incatenata ad un palo, una folla di circa 2.500 persone (fra cui molti bambini) si radunò nei pressi della ferrovia di Clinchfield per assistere alla sua esecuzione. Le fonti narrano di una folla eccitatissima che urlava e additava l’elefantessa come un demone, un terribile flagello e un’assassina e si mormorava che avesse già ucciso tre, sei, diciotto o persino venti uomini. Per impiccare l’elefantessa usarono una gru e una grossa catena. Il primo tentativo fallì: la catena si spezzò e Maria cadde sul terreno causando il momentaneo allontanamento della folla, che ne temeva la furia. Furia che non vi fu perché Maria nella caduta si era brutalmente spezzata l’anca tanto che diversi testimoni oculari raccontano di aver udito un rumore fortissimo. Al secondo tentativo, la catena non si spezzò e la Grande Maria, dopo dieci interminabili minuti di sofferenze, potè finalmente riposare in pace. Una fonte dice che l’hanno lasciata impiccata per circa mezz’ora per poi essere dichiarata morta dal medico locale, il dottor Stack. Le informazioni sul luogo e sulla sede della sua sepoltura sono discordanti. Qualcuno scrisse che il suo corpo venne addirittura dato alle fiamme. Secondo altri articoli sulla storia del circo Sparks, gli altri quattro elefanti, compagni di sventura di Maria, pare che abbiano barrito tutta la notte seguente e ci siano voluti diversi mesi affinché si calmassero rassegnati al loro destino.

    Tanti animali nel Mondo e fra questi, anche tanti elefanti sono a rischio di estinzione per mano nostra. Dei circa cinquecentomila esemplari censiti molti sono in pericolo e più di duemila vivono ancora in cattività nei Circhi di mezzo mondo dove, di certo, non vivono contenti. Alla fine la Grande Maria è stata uccisa perché, come tanti animali, nonostante l’incredibile paziente accettazione della costante umiliazione subita dall’uomo, ha reagito, per pochi secondi, per lasciarsi andare all’istinto di sopravvivenza più intimo… la fame… per accontentarsi di uno sporco scarto di cocomero. O, da un altro punto di vista, è stata uccisa perché the World Famous Shows Must Go On. Lo spettacolo doveva e deve andare avanti. Oggi ad Erwin c’è un negozio di antiquariato che si chiama l’Elefante penzolante (Hanging Elephant) e che da decenni vende centinaia di magliette colorate con un’immagine della Grande Maria.

    Finché gli uomini massacreranno gli animali, si uccideranno tra di loro. In verità, colui che semina il seme del dolore e della morte non può raccogliere amore e gioia (Pitagora)

  • Animali e uomini: incontri o scontri?

    Si intitola ‘Animali e uomo: incontri e scontri’ la conferenza che si svolgerà, in modalità on line, martedì 14 luglio, dalle ore 18, sulla piattaforma zoom. All’evento, che verterà sulle relazioni travagliate e diversificate   tra l’homo sapiens e le altre specie, parteciperanno Betty Von Hoenning del Cheetah Conservation Fund Italia, Marco Ciavannei del Parco Zoo Punta Verde di Lignano Sabbiadoro, Francesca Bandoli del Giardino Zoologico di Pistoia, Evelina Isola di Distav Unige, Roberta Castiglioni, CSFV – Società Italiana di Scienze naturali/Parco Faunistico Le Cornelle, Maria Pia Bobbioni, psicanalista, socio fondatore di Nodi Freudiani, Giovanni Quintavalle Pastorino, Manchester Metropolitan University.

    Alla fine degli intervenni sarà possibile porre domande ai relatori.

    Chi vorrà partecipare potrà farlo registrandosi al seguente link:

    https://us04web.zoom.us/j/72601543029?pwd=R0c5Ulk4Zk1BNlVLMVFmT1BvMFM2QT09

     

  • So prendermi cura di loro

    Cari bambini, dovete sapere che ci sono esseri umani che hanno vissuto per millenni nel grande deserto africano del Kalahari (che in lingua Tswara significa “Terra della Grande Sete”). Deserto che si estende in una vasta  area dell’Africa australe tra Botswana, Namibia, Angola, Zambia, Zimbabwe e Sudafrica. È un popolo di nomadi conosciuti come, San, Khwe, Basarwa o Boscimani (dall’inglese bushmen “uomini della boscaglia”. Appellativo usato dagli uomini bianchi come offesa).

    Quanti nomi!

    Ma sono tutti dati da altre tribù o dagli europei perché loro non si sono mai dati un nome. E se chiedete a loro: “Chi siete?”. Vi risponderanno semplicemente: “Siamo esseri umani, persone”.

    Gli esseri umani, come ci sembra rispettoso continuare a definirli, sono sopravvissuti per secoli grazie alla loro straordinaria intelligenza e ammirevole capacità di adattamento ad un ambiente fra i più ostili del pianeta: il deserto. Un luogo dove la temperatura può superare i 40°C di giorno e scendere sotto zero di notte. Qui l’acqua scarseggia ma i serpenti velenosi e i grandi felini abbondano.

    E come hanno fatto? Vi starete chiedendo.

    Ci sono riusciti perché hanno memorizzato e si sono tramandati, di generazione in generazione, tutti i tipi di vegetali (radici, foglie, bacche, frutti, etc.) e di insetti e animali (selvatici) per avere un’alimentazione completa e ricca di tutte le sostanze nutritive fondamentali e perché si sono tramandati tutte le necessarie conoscenze per vivere (di poco e con poco) e per convivere in costante equilibrio con gli altri esseri viventi. Forti! Non è vero?

    Pensate che non hanno mai avuto bisogno di mappe perché sanno orientarsi con le stelle; di medici perché sanno curarsi con il cibo e le piante spontanee; di telefoni e computer perché comunicano fra di loro utilizzando tutti i cinque sensi; di scienziati perché conoscono le leggi e il susseguirsi dei fenomeni naturali. E pensate che non hanno mai avuto bisogno di andare a scuola perché la loro più grande maestra è Madre Natura. Immaginate! Dalle laboriose formiche hanno imparato a viaggiare uno in fila all’altro; dalle scattanti e veloci gazzelle hanno imparato a correre; dai possenti e astuti felini hanno imparato a cacciare e a nascondersi; dai gioiosi e allegri uccelli hanno imparato a cantare e a danzare, eccetera, eccetera.

    Intelligenti! vero?

    Ora, a causa di chi si è sempre sentito più intelligente di loro, ovvero le comunità di europei insediatesi nella zona (e non solo), le loro condizioni di vita sono andate sempre più peggiorando. Infatti, essendo quei territori ricchi anche di selvaggina e di diamanti (come si è scoperto da qualche decennio) a causa dei forti interessi occidentali nell’area, gli esseri umani hanno dovuto subire ogni sopruso e violenza possibile. Fino al 1930 Sua Maestà Britannica in persona firmava licenze di “caccia ai boscimani” (un regale nulla osta al massacro) e mentre vi scrivo sono ancora minacciati e spesso caricati su camion e trasportati chissà dove. Politici locali corrotti (o minacciati) da dalle più importanti compagnie diamantifere e turistiche, vietano loro di accedere ai pochi pozzi d’acqua della zona. Perché c’è bisogno di tantissima acqua per le estrazioni di diamanti (tanto ricercati dai Principi e dalle Principesse) e per mantenere i lussuosissimi resort con piscina costruiti per gli amanti della caccia “grossa” (leoni, rinoceronti, elefanti, etc.) e dei cocktail con vista savana.

    Oggi, la maggior parte dei sopravvissuti vive in campi di reinsediamento (così adesso chiamano i campi di concentramento) fuori dalle loro zone di origine. Qui per sopravvivere dipendono dalle razioni di cibo distribuite dal governo e vengono torturati e arrestati se sorpresi a raccogliere piante selvatiche o a cacciare. Alcolismo, malattie fisiche (diabete, tubercolosi, Aids, etc.) e mentali (depressione, ansia, etc.) sono diffusissime. Questa è l’attuale condizione degli esseri umani da quando hanno incontrato la “disumana” civiltà.

    Se non riusciranno a tornare nelle loro terre da persone libere, sarà la fine per loro ed anche per i nostri nipoti. Perché sono tra i pochi semi selvatici dell’umanità rimasti e, per questo, tra i pochi capaci di sopravvivere a contatto con la Natura ancora oggi e anche quando la nostra civiltà crollerà inesorabilmente.

    Se, nonostante i tanti nostri attuali problemi vogliamo fare qualcosa per loro (e per i nostri nipoti) sosteniamo quelle associazioni no profit (come Survival International) grazie alle quali sono in atto durissime e costosissime battaglie legali (molte anche vinte) per garantire loro (e ai nostri nipoti) un primitivo futuro possibile.

    “So come prendermi cura dei vegetali e degli animali. Con i vegetali e gli animali sono nato e vissuto; qui c’è ancora tanta natura e selvaggina. Se venite nella mia terra troverete tante piante e tanti animali, e questo dimostra che so prendermi cura di loro”

    Frase di un Essere Umano

  • Trovato un vaccino!

    Nel 1990 ha avuto inizio presso un centro di Ricerca Californiano (UCSC) il famoso Progetto genoma umano (HGP, acronimo di Human Genome Project) per determinare la sequenza dei geni del DNA. Progetto terminato nel 2003 (con la scoperta di circa 25 mila sequenze) e costato decine di milioni di dollari. È iniziato, invece, circa 2 milioni di anni fa presso il Pianeta Terra, il famoso Progetto Buon Senso Umano (HCSP, acronimo di Human Common Sense Project) per determinare la sequenza dei comportamenti umani che ne avrebbero favorito la sopravvivenza o meno. Ad oggi, e soprattutto negli ultimi due secoli, è costato centinaia di milioni di morti a causa della perdita del buon senso umano.

    Tra tutti gli Ominidi pare che quello che abbia avuto la meglio sia stato quello meno specializzato e flessibile (denominato forse per questo Homo sapiens). Non un eccellente raccoglitore e, allo stesso tempo, non un eccellente cacciatore e con una dieta più ampia; non solo carnivoro (come, ad esempio, l’Homo neanderthalensis, che si è estinto) o non solo fruttariano. Tra tutti i cuccioli di mammiferi, quello umano, è certamente fra i meno autonomi alla nascita. La sua capacità di adattamento, infatti, dipende fortemente dalla sua educazione. È l’animale senza un habitat specifico e, per questo, quello che può adattarsi alla maggior parte dei contesti ambientali di questo Pianeta ma, ad una sola condizione. Ovvero che sia ben educato al rispetto di quelle regole di sopravvivenza a quello specifico habitat (stili di vita ed alimentari che sono “corretti” o meno se ne favoriscono o meno la sopravvivenza in quel determinato contesto). Per migliaia di anni, quindi, come per tutti gli altri animali, la più importante di tutte le attività dei propri simili adulti (non solo dei genitori ma di tutta la comunità) era quella educare i cuccioli d’uomo a conoscere e a rispettare, in ogni fase della loro vita, l’ambiente che li circonda. Perché rispettare l’ambiente significa rispettare se stessi e l’intera comunità (vegetali ed animali compresi). Lo sciamano, il curandero, il böge, lo yayan, l’elčï o l’ilčï o il capo villaggio o il consiglio degli anziani sono stati per secoli i custodi della memoria di queste regole. “Donna incinta mi chiedi… e io rispondo: per te, di questo clan, ora, qui, in questa stagione, etc. è bene fare questo e mangiare questo. Tu ragazzo cacciatore mi chiedi… etc.”. L’educazione, dicevamo. L’opera di accompagnamento alla vita autonoma (dal lat. e-ducĕre “condurre da, verso”) che prende forma grazie a tutti gli stimoli che raggiungono ogni essere umano nell’arco della sua vita. Tutti gli stimoli. Stimoli organizzati da istituti sociali naturali (come la famiglia, la tribù, etc.) o da istituti appositamente creati ad hoc (scuole, collegi, seminari, etc.). Stimoli intelligenti o stupidi, utili o inutili. Tutti in egual modo concorrono all’educazione di un essere umano. Anche i cuccioli d’uomo, come quelli di altre specie animali, crescono più per imitazione (per i fatti) che non per quello che sentono dire (le parole). A cosa sono serviti milioni di anni di storia e milioni di esperienze umane (sequenze di fatti) se non se ne mantiene la memoria? Se non si educa le future generazioni a partire dal nostro/loro passato? Per secoli i nonni hanno rappresentato le nostre risposte, il nostro rimedio (chiamiamolo qui anche “vaccino”, per quanto non ami questa parola) ai problemi e ai quesiti sul nostro presente e futuro. Gli Etnologi e gli Antropologi di tutto il mondo hanno studiato per decenni le sequenze del genoma culturale umano scoprendo (e meravigliandosi del fatto) che ad ogni latitudine e longitudine, le culture native selvatiche ed anche quelle delle comunità contadine addomesticate ma libere (perché non sotto padrone!) sono sopravvissute in armonia con il loro contesto ambientale perché consapevoli dell’importanza di educare i propri cuccioli a quelle poche, ma fondamentali, sequenze di gesti e parole quotidiane che ne hanno garantito da sempre la pacifica sopravvivenza. Espressione di quanto l’essere umano possa essere intelligente perché capace di adattarsi al contesto e non il contrario (ovvero stupido perché ostinato a cercare di piegare l’Ambiente e gli altri alle proprie limitate esigenze).

    Quanto è importante educare al buon senso e coltivare il buon senso? Per la prima volta nella storia dobbiamo dire ai nostri figli che non siamo capaci di educarli a sopravvivere. E ammetterlo sarebbe un vero atto di intelligenza (e di amore) se poi a questo aggiungessimo che noi non rappresentiamo l’unica società o cultura esistente, ma che ce ne sono molte altre e molto più intelligenti e forti di noi.

    Un’antica leggenda Cherokee o Lenope racconta che un giorno il capo di un grande villaggio decise di lasciare al nipote l’insegnamento più importante: “Nella mente e nel cuore di ogni essere umano si combatte una lotta incessante. Anche se io sono un vecchio capo, una guida per il nostro popolo che mi considera saggio, quella lotta avviene anche dentro di me. Se non ne conosci l’esistenza, ti spaventerai e non saprai mai quale direzione prendere. Magari, qualche volta nella vita vincerai, ma poi, senza capire perché, all’improvviso ti ritroverai perso, confuso e in preda alla paura, e rischierai di perdere tutto quello che hai faticato tanto a conquistare. Crederai di fare le scelte giuste per poi scoprire che erano sbagliate. Se non capisci le forze del bene e del male, la vita individuale e quella collettiva, il vero sé e il falso sé, vivrai sempre in grande tumulto. È come se ci fossero due grandi lupi che vivono dentro di ognuno: uno bianco, l’altro nero. Il lupo bianco è buono, gentile e innocuo. Vive in armonia con tutto ciò che lo circonda e non arreca offesa quando non lo si offende. Il lupo buono, ben ancorato e forte nella comprensione di chi è e di cosa è capace, combatte solo quando è necessario, e quando deve proteggere sé stesso e la sua famiglia. Anche in questo caso lo fa nel modo giusto. Sta molto attento a tutti gli altri lupi del suo branco e non devia mai dalla propria natura.

    Ma c’è anche un lupo nero che vive in ognuno, ed è molto diverso. E rumoroso, arrabbiato, scontento, geloso e pauroso. Le più piccole cose gli provocano eccessi di rabbia. Litiga con chiunque, continuamente, senza ragione. Non riesce a pensare con chiarezza poiché avidità, rabbia e odio in lui sono troppo grandi. Ma la sua è rabbia impotente, figlio mio, poiché non riesce a cambiare niente. Quel lupo cerca guai ovunque vada, e li trova facilmente. Non si fida di nessuno, quindi non ha veri amici. A volte è difficile vivere con questi due lupi dentro di sé, perché entrambi lottano strenuamente per dominare la nostra anima”.

    Quale dei due lupi vince nonno? Chiese il ragazzo.

    “Tutti e due” Rispose il nonno. “Se scelgo di nutrire solo il lupo bianco, quello nero mi aspetta al varco per approfittare di qualche momento di squilibrio, o in cui sono troppo impegnato e non riesco ad avere il controllo di tutte le responsabilità. Il lupo nero allora attaccherà il lupo bianco. Sarà sempre arrabbiato e in lotta per ottenere l’attenzione che pretende. Ma se gli presto un po’ di attenzione perché capisco la sua natura, se ne riconosco la potente forza e gli faccio sapere che lo rispetto per il suo carattere, e gli chiederò aiuto se la nostra tribù si trovasse mai in gravi problemi, lui sarà felice. Anche il lupo bianco sarà felice. Così entrambi vincono. E tutti noi vinciamo.

    Confuso, il ragazzo chiese: “Non capisco, nonno, come possono vincere entrambi?”

    E il capo indiano: “Il lupo nero ha molte importanti qualità di cui posso aver bisogno in certe circostanze. E’ temerario, determinato e non cede mai. E’ intelligente, astuto e capace di pensieri e strategie tortuose. Sono caratteristiche importanti in tempo di guerra. Ha sensi molto acuti e affinati che soltanto chi guarda con gli occhi delle tenebre può valorizzare. Nel caso di un attacco, può essere il nostro miglior alleato”.

    Il capo Cherokee allora tirò fuori due pezzi di carne dalla sacca e li gettò a terra: uno a sinistra e uno a destra. Li indicò, poi disse: “Qui alla mia sinistra c’è il cibo per il lupo bianco, e alla mia destra il cibo per il lupo nero. Se scelgo di nutrirli entrambi, non lotteranno mai per attirare la mia attenzione e potrò usare ognuno dei due nel modo che mi è necessario. E, dal momento che non ci sarà guerra tra i due, potrò ascoltare la voce della mia coscienza più profonda, scegliendo quale dei due potrà aiutarmi meglio in ogni circostanza. Se capisci che ci sono due grandi forze dentro di te e le consideri con uguale rispetto, saranno entrambi vincenti e convivranno in pace. La pace, nipote mio, è la missione della nostra gente, il fine ultimo della vita. Un uomo che ottiene la pace interiore ha tutto. Un uomo che è lacerato dalla guerra che si combatte dentro di lui, non è niente. Il modo in cui sceglierai di interagire con le forze opposte dentro di te determinerà la tua vita. Far morire di fame l’uno o l’altro o guidarli entrambi”

    Poche parole sincere, semplici e disinteressate e che aiutano la parte sinistra e destra del cervello a comprendersi a vicenda e a comprendere la storia della nostra vita, della nostra comunità, del nostro popolo e dell’intera umanità. E forse pillola di saggezza (vaccino culturale) tra i più potenti per educare/salvare le future generazioni da ogni nostro ipocrita, prevenuto e ignorante tentativo di difendere ormai l’indifendibile.

  • L’uomo è stato una scimmia più a lungo di quanto si pensava

    Alcuni dei nostri più recenti antenati potrebbero aver trascorso gran parte delle loro esistenze arrampicandosi sugli alberi, non solo camminando. E’ quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Proceedings of National Academy of Sciences e condotto dai ricercatori dell’Università del Kent, che hanno confrontato gli arti inferiori di Australopithecus africanus, risalente a circa 2,8 milioni di anni fa, con quelli di Paranthropus robustus, una nuova specie più recente.

    “La struttura ossea esterna del Paranthropus è molto simile a quella degli esseri umani moderni, ma analisi approfondite hanno evidenziato segni di articolazioni dell’anca molto flesse, un comportamento tipico delle specie che vivono sugli alberi, come oranghi o scimpanze'” commenta Matthew Skinner della School of Anthropology and Conservation presso l’Universita’ del Kent. Il team ha confrontato le strutture ossee interne di due arti inferiori fossili rinvenuti recentemente con quelle trovate in Sudafrica negli anni ’60, che si ritiene appartenessero a un individuo vissuto tra 1 e 3 milioni di anni fa. “Abbiamo esaminato anche la struttura ossea interna che assume conformazioni specifiche in base allo stile di vita dell’individuo e dell’utilizzo dei suoi arti inferiori”, aggiunge Leoni Georgiou, collega e coautore di Skinner. “Sebbene la forma esterna delle ossa lasciasse pensare a una postura eretta e a un’articolazione dell’anca vicina a quella tipica degli esseri umani moderni, la struttura interna della testa del femore ha mostrato che l’individuo caricava le articolazioni in modo diverso”, osserva Tracy Kivell, terza firma dell’articolo. “E’ piuttosto elettrizzante poter ricostruire il comportamento di individui vissuti milioni di anni fa, ogni volta che scansioniamo un fossile con le nuove tecniche di imaging abbiamo l’opportunità di scoprire qualcosa di nuovo sulla nostra storia evolutiva”, commentano i ricercatori, sottolineando le ancora attuali difficoltà nel risolvere il dibattito riguardo la capacità di arrampicarsi e l’abbandono della vita arborea dei nostri antenati, che potrebbe essere avvenuta più recentemente di quanto si ritenesse in precedenza. “Il nostro studio dimostra inoltre che la forma esterna delle ossa può essere fuorviante”, conclude Skinner.

  • Se questo è un uomo…

    Prendo a prestito il titolo nel libro di Primo Levi per commentare una foto che francamente trovo indegna quanto il personaggio che l’ha inserita.

    Da buon laico mi è stato insegnato da mio papà il rispetto assoluto per le religioni e soprattutto per le persone che le seguono proprio in funzione della mia posizione di non credente. In altre parole il laicismo assicura la libertà di religione in virtù della propria espressione culturale e quindi di apertura al pluralismo religioso.

    La foto che vuole togliere ogni aspetto divino alla figura della Madonna che partorisce uniformandola a quella di ogni “semplice” madre parte da una posizione politica espressione del peggiore veterocomunismo ideologico che tende a togliere e ad annullare ogni aspetto Divino ad un simbolo della religione “avversa”. In questo modo tale posizione ideologica e la foto che ne definisce i contorni riassumono l’intenzione di negare dei valori espressione della stessa religione in antitesi al proprio credo politico che per questo assume il valore della religione stessa come espressione della propria iconoclastia.

    Viceversa, il dovuto rispetto per le religioni comincia proprio dal riconoscimento di quei simboli che rappresentano per i credenti l’essenza stessa del credo.

    Quindi l’attacco volgare al simbolo della Madonna non è espressione della secolarizzazione della civiltà moderna e della assoluta libertà di espressione occidentale ma, al contrario, di una posizione integralista iconoclasta ed ideologica in contrapposizione ad una religione riconosciuta da centinaia di milioni di persone.

    Quindi tornando alla domanda retorica iniziale … Questo non è un uomo.

  • La lezione di Conan all’uomo

    Ancora una volta i cani sono stati protagonisti, con  sprezzo  del pericolo, di azioni contro il terrorismo. Conan, così è stato chiamato dai mezzi d informazione visto che sul suo nome c’è riserbo per ragioni di sicurezza, è il cane soldato rimasto ferito nell’azione che ha portato a stanare il capo dell’Isis  al Baghdadi, il quale si è poi fatto saltare in ara insieme a suoi famigliari. Conan non era solo, altri cani soldato hanno partecipato all’azione ed anche nella cattura e uccisione di Bid Laden un altro cane soldato aveva dato il suo contributo. Conad ha lavorato in aiuto alla Delta Force e lo stesso presidente americano Trump ha scritto “abbiamo desecretato la foto di un meraviglioso cane che ha fatto un gran lavoro nel catturare il leader dell’Isis”. Conan è un cane malinois, una razza belga molto usata sia dalle forze di sicurezza che dagli addestratori cinofili per dimostrazioni sui modi di addestramento. Conan, ha detto il Capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, è stato riportato a casa e curato e ha già ripreso servizio. In premio del suo eccezionale lavoro sarà ricevuto alla Casa Bianca, è la prima volta che un cane entra alla Casa Bianca durante la presidenza Trump che non ha mai voluto animali, a differenza dai suoi predecessori.

    L’impresa di Conan e degli altri cani soldato, così come quelle dei tanti cani, spesso non di razza, che hanno salvato i loro padroni e amici umani, ripropone, ancora una volta, il tema del corretto rapporto uomo-animale in una società che spesso lascia correre su tante crudeltà o non comprende che il corretto addestramento del cane è utile, necessario, ad una serena convivenza, specie  nelle aree più urbanizzate. Inoltre vi è anche il problema legato a norme che contrastano con il buon senso, come quella che vorrebbe imporre la pettorina a tutti i tipi di cane. Spesso purtroppo chi prepara le leggi, e non solo in questo campo, è lontano dalla realtà per questo, in ogni settore, il legislatore dovrebbe avere l’umiltà di confrontarsi con le varie categorie che si occupano dello specifico problema e contestualmente tenere conto della variegata realtà che le persone vivono ogni giorno.

  • L’uomo e il pianeta vivranno solo se l’ecosistema manterrà il suo equilibrio

    Sabato 19 ottobre, al Mulino di Tuna (Gazzola – PC), si è svolto il convegno Dal ghepardo all’elefante, dal lupo all’orso, per salvare l’uomo e la terra. Grande la partecipazione del pubblico che ha manifestato interesse e desiderio di rimanere aggiornato sui problemi e sulle proposte per mantenere e salvare l’ecosistema. All’incontro hanno partecipato Betty von Hoenning, presidente della sezione italiana del Cheetah Conservation Fund, Giovanni Quintavalle Pastorino, ricercatore all’Università Statale di Milano e dell’Università di Manchester, Maurizio Ritorto, veterinario che si occupa prevalentemente di medicina e chirurgia degli animali da compagnia, Anastasia Palli, responsabile per la Lombardia di A.A.A.L.I. (Associazione degli Affidatari Allevatori del Lupo Italiano), l’On. Cristiana Muscardini, che al Parlamento europeo è stata vicepresidente dell’Intergruppo per la protezione degli animali e della quale riportiamo di seguito l’intervento tenuto in occasione del convegno.

    Il pianeta e perciò l’uomo possono continuare a vivere solo se l’ecosistema mantiene il suo equilibrio. L’inquinamento è una delle principali cause del disequilibrio, ormai in essere, e per questo da qualche tempo si sono alzate più voci, accademiche e di popolo, affinché la politica e l’economia, nei suoi vari aspetti produttivi, invertano la rotta rendendo compatibili le diverse attività umane con l’abbassamento dell’inquinamento. Vi sono poi cause naturali che portano a modifiche climatiche che a loro volta modificheranno l’assetto geologico e la vita delle future generazioni.

    Un aspetto che sembra però sfuggire, sia alla politica che all’economia, è che l’ecosistema si basa sulla sopravvivenza delle migliaia di specie della fauna e della flora. Stanno scomparendo, e sono già scomparse, troppe specie non solo di animali selvatici ma anche domestici. Il non rispetto delle diversità oltre a creare omologazione culturale, anche nel cibo e nei manufatti, crea squilibri sempre più pericolosi. La distruzione, voluta e procurata, di immense aree verdi, dall’Amazzonia alle aree nordiche, non ha solo distrutto i polmoni verdi del pianeta ma piante, insetti ed animali la presenza dei quali ha consentito, fino ad ora, quell’equilibrio che ormai è seriamente a rischio. Se a questo aggiungiamo che la popolazione mondiale è in continuo aumento, nonostante la sempre più forte carenza di acqua e di cibo, è facile comprendere come la preservazione delle specie in via di estinzione dovrebbe essere un dovere non solo di associazioni meritorie che purtroppo sono troppo isolate nella loro tenace attività.

    Come far convivere gli animali selvatici con l’agricoltura, le strade, le case che avanzano? In Europa l’inutile consumo di suolo è un problema ignorato dalla politica mentre deve essere una priorità, non solo per i paesi meno industrializzati, l’attenzione a non distruggere le aree verdi, i polmoni verdi che non appartengono ad un solo stato o ad un solo continente ma ad un intero pianeta ed in certe aree del mondo questo è un problema che va affrontato anche culturalmente.

    La battaglia per evitare sparizione di alcune specie animali è alle ultime battute, se non si interviene sarà troppo tardi. Citiamo solo alcuni esempi: il corno d’Africa, per altro quasi tutto in mano agli Shabaab, gli islamisti terroristi che si sono macchiati e continuano a macchiarsi dei più sanguinosi attacchi terroristici anche negli stati confinanti, alimenta un importante commercio illegale di cuccioli di ghepardo. La Cnn rivela che ogni anno almeno 300 cuccioli sono catturati, ancora piccolissimi, la maggior parte muore durante il trasporto verso gli Emirati arabi dove sono molto richiesti come status symbol per super ricchi.

    Il rinoceronte bianco è ormai estinto e solo la passione di alcuni scienziati, tra i quali Cesare Galli, cerca di salvarne la specie con l’unione degli ovuli delle uniche due femmine viventi e lo sperma congelato di due maschi già deceduti, un’impresa difficilissima alla quale auguriamo ogni successo. Ma anche i rinoceronti neri sono ad altissimo rischio, infatti i bracconieri continuano a cacciarli per poter vendere ad alto prezzo il loro corno richiestissimo, specie in Cina, per le sue fantomatiche doti afrodisiache e curative. Ancora nel novembre del 1991 chiedevo, in una interrogazione alla Commissione europea, in quali Stati, a partire dal Regno Unito, fosse ancora in essere la vendita dei corni di rinoceronte visto che era già entrato in vigore il divieto. Ancora nel dicembre 2012 tornavo sul problema del bracconaggio, che negli anni ha sterminato decine di migliaia di elefanti, per chiedere ragione della continua caccia permessa in alcuni Stati sia ai grandi felini che in Namibia alle ontarie da pelliccia. Stava e sta di fatto che, nonostante gli sforzi di alcuni governi, il Kenia ha addirittura bruciato tonnellate d’avorio come esempio per lottare contro questo traffico, il prezzo dell’avorio e del corno di rinoceronte continua a salire per una domanda che non si arresta, ecco perché il problema è anche culturale.

    Oltre mille ghepardi sarebbero in mano a privati nei paesi del Golfo e secondo Il Corriere della Sera del 27 agosto in Iran alcuni scienziati, impegnati nel collocare fotocamere per controllare i movimenti dei cinquanta ghepardi superstiti, al fine di preservarli, sono stati arrestati dai Guardiani per la Rivoluzione con l’accusa di spionaggio ed uno di loro è morto in prigione.

    Dal primo film del Re Leone, uscito 25 anni fa, la popolazione dei leoni africani si è dimezzata. I contrabbandieri e i bracconieri, nonostante le leggi che proteggono gli animali selvaggi, uccidono i leoni per estrarre denti ed artigli che saranno poi utilizzati per fabbricare gioielli. Se dal Nepal arriva la buona notizia dell’opera che sta facendo il Wwf per salvare la tigre, purtroppo lo sterminio di questo animale continua in alcuni paesi asiatici, in tutto il Nepal sono rimaste solo 235 tigri e 103 nel Bhutan. Le fotocamere sono uno strumento molto importante per ben identificare le tigri e i loro spostamenti in quanto ogni tigre ha delle strisce diverse  dall’una all’altra.

    Secondo un articolo di Francesco Petretti mentre le specie selvatiche si estinguono al ritmo di due al giorno si stanno estinguendo anche diverse razze di animali domestici dalla capra girgentina, con le corna a cavatappi, agli asinelli bianchi dell’Asinara, solo in Italia sono a rischio 38 razze di pecora, 24 di bovini, 22 di capre, 19 di equini, 10 di maiali, 10 di uccelli da cortile e 7 di asini. “La scomparsa delle razze domestiche non è solo una perdita culturale ma significa mettere un’ipoteca sulla capacità futura di produrre cibo”, certamente Petretti ha ragione perché le diversità delle razze e degli animali domestici corrispondeva alle diversità ed alle esigenze del territorio.

    La recente strage di elefanti in Sri Lanka ripropone il problema di come salvare gli animali salvando le colture, l’agricoltura, gli insediamenti di una popolazione in espansione e che deve capire come gli animali possono anche essere fonte di reddito tramite il turismo.

    In Italia, nonostante la legislazione europea, ‘Progetto Life’, vi sono regioni che insistono nel chiedere l’abbattimento dei lupi, specie protetta ed oltremodo necessaria per controllare l’eccessiva proliferazione di ungulati. In questi anni gli agricoltori si sono lamentati più volte per l’eccessivo aumento dei cinghiali, animale particolarmente prolifico e solo dove sono finalmente ritornati i lupi, per altro in tutta Italia non sono più di mille, il problema dei cinghiali si è ridimensionato. Anche l’orso è nel mirino di chi vuole tornare ad aprire la caccia a loro e ai lupi. Nei giorni scorsi vi è stata una manifestazione a Roma, a Piazza Montecitorio, per ricordare che dell’orso marsicano ormai esistono solo 50 esemplari, infatti negli ultimi 25 anni abbiamo perso 43 orsi, di cui il 40% per bracconaggio (avvelenamento, arma da fuoco e lacci), il 25% per cause accidentali legate all’uomo (investimenti stradali e ferroviari e annegamento in vasche artificiali). Anche i lupi continuano ad essere uccisi dai bracconieri, impiccati, impalati, torturati perché la violenza dell’essere umano è resa ancora più devastante dalla crudeltà e dall’ignoranza, tanto l’animale uccide per sfamarsi nel rispetta della più antica legge di natura, la catena alimentare, tanto l’uomo uccide per depravazione e piacere perverso.

    Vi è necessità di interventi urgenti per consentire la convivenza tra gli uomini, la loro attività e gli animali selvatici. Vi è urgenza di tutelare quanto è necessario all’uomo per vivere e all’essere umano è necessario che l’ecosistema sopravviva ma senza le diverse specie animali l’ecosistema muore.

  • Conoscere il lupo per conoscere noi stessi

    Continua nel Nord-est la pervicace ed ottusa ricerca di approvazione per una legge che consenta la cattura e l’abbattimento dei lupi. Come abbiamo più volte scritto, appellandoci non solo alle  normative europee ed italiane, gli allevatori hanno diversi sistemi per impedire che i loro armenti subiscano danni, dall’utilizzo di pastori maremmani e abruzzesi, alle recinzioni elettrificate e ai dissuasori sonori e luminosi. Inoltre gli eventuali danni, se effettivamente dimostrati, sono risarciti.

    In verità sono i cacciatori non gli agricoltori e gli allevatori, che chiedono l’abbattimento del lupo, non solo perché è una preda ambita ma anche perché il lupo, riportando l’ecosistema a migliori condizioni, seleziona e diminuisce la presenza di altre prede che i cacciatori vogliono per loro.

    La presenza del lupo ha fatto diminuire il numero degli ungulati, cinghiali in primis, portando grande sollievo ai coltivatori che, per anni, hanno lamentato la distruzione di molti raccolti, vigneti compresi, gravemente danneggiati dai cinghiali, particolarmente pericolosi quando hanno i loro piccoli. I cinghiali di riproducono con grande velocità e solo la presenza del lupo ha potuto contenere la loro eccessiva proliferazione, come dimostrano i dati che arrivano dalle regioni appenniniche. La diminuzione di cinghiali ed altri ungulati, ultimamente gruppi di  caprioli si erano spinti fin nelle zone periferiche delle città, se rasserena gli agricoltori riporta anche maggior equilibrio nell’ecosistema perché i lupi, come tutti i predatori, fanno spesso una caccia di selezione abbattendo gli animali più deboli perché malati od anziani o più piccoli, e le cucciolate dei cinghiali sono di diverse unità. Sono i cacciatori che spingono uomini politici, superficiali o in cerca di consenso nella categoria, a presentare periodicamente e pedissequamente proposte per l’abbattimento del lupo.

    Catturare  un lupo o abbatterlo può portare ancora maggiori danni se il lupo in questione è un animale alfa, infatti il branco, per altro sempre piccolo per ragioni che dipendono dalle regole che vigono all’interno del sistema sociale del lupo, disgregandosi crea soggetti incontrollati perché privati di regole e di gerarchia. Non va inoltre dimenticato che, purtroppo, molti lupi sono comunque uccisi in incidenti stradali e in troppi casi massacrati dai bracconieri.

    Intorno al lupo troppe leggende macabre, ancora troppo forte la paura dell’uomo per ciò che non conosce o che non vuole conoscere, gli occhi del lupo, se hai la rarissima fortuna di incontrarlo, ti guardano dentro e in troppi non vogliamo conoscere quello che si nasconde nel nostro cuore.

  • Nuove regole per il reddito di sopravvivenza

    Pochi giorni fa il Ministero per lo Sviluppo Ecologico del Gran Consiglio dei Vegetali, degli Animali e di tutti i Popoli Indigeni (il 4% della popolazione mondiale, ma che da soli rappresentano il 90% della “diversità culturale umana” del pianeta) ha reso noti i requisiti per la domanda di reddito di sopravvivenza sulla Terra.
    (www.redditodisopravvivenza.natura). Ne riportiamo qui alcune parti.

    “Il reddito di sopravvivenza viene riconosciuto da milioni di anni dalla Natura, senza chiedere nulla in cambio, a tutti gli Esseri Viventi, compresi gli Esseri Umani, per i quali non è mai stata attuata alcuna distinzione di sesso, etnia, lingua, religione, condizione personale e sociale. Fra questi ultimi, in meno di due secoli, gli umani civilizzati-urbanizzati (che rappresentano più del 55% dell’intera popolazione globale) hanno consumato quasi tutte le risorse naturali disponibili sul pianeta con i loro avidi e dannosi stili di vita ed alimentari[1] […]

    Il Gran Consiglio fa presente che il reddito di sopravvivenza verrà d’ora in poi riconosciuto dalla Natura solo a tutti gli esseri umani adulti[2] in possesso, cumulativamente, al momento della presentazione della domanda e per tutta la durata dell’erogazione del beneficio, dei seguenti requisiti:

    1) Il richiedente deve essere un abitante maggiorenne del Pianeta Terra e deve dimostrare, con le sue azioni, di aver compreso che l’Essere Umano è anch’egli un prodotto della Natura (e non viceversa) e che solo dove c’è la Natura è possibile anche la sua sopravvivenza.

    2) Per ottenere il reddito di sopravvivenza la zona dove vive la persona, o la comunità, o la regione, o la nazione richiedente deve avere aria, acqua e terreni non inquinati o in via di depurazione e conversione verso il ripopolamento spontaneo della Natura. In assenza di queste condizioni i richiedenti dovranno, necessariamente dimostrare nei fatti, di essersi adoperati per mantenere e migliorare le suddette condizioni ambientali. Solo a queste condizioni è garantita la sopravvivenza.

    Come si calcola il diritto di sopravvivenza?
    La Natura erogherà il suo beneficio (sotto forma di salute fisica, mentale e spirituale, con la conseguente possibilità di sopravvivere) in misura proporzionale all’effettivo e concreto cambiamento adottato.

    Come richiederlo e come usarlo
    La domanda per il reddito di sopravvivenza può essere presentata, senza limiti di orario e di luogo, alla propria coscienza.
    Per facilitarne la presentazione si consiglia di appoggiare una mano sul proprio petto e sforzarsi di cercare di sentire il battito cardiaco.
    I benefici ottenuti potranno essere cumulabili a, e per, tutte le future generazioni.

    Perdita del diritto
    Vi sono determinate circostanze in cui il reddito di sopravvivenza può essere perso o ridotto, ovvero, in assenza di ogni azione che vada a favore della Natura.
    Si prevede, infatti, la decadenza dal reddito di sopravvivenza quando la persona, o la comunità, o la regione, o la nazione richiedenti non si adoperino, in tempi rapidi, per intervenire su tutte quelle azioni che stanno causando la perdita del diritto di sopravvivenza.
    Chiunque presenti dichiarazioni o documenti falsi, o attestanti cose non vere, oppure ometta informazioni dovute, sarà punito… con l’estinzione”

     

    [1] L’ultimo rapporto, ad esempio, dell’Ipcc (il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite), afferma che se le popolazioni urbanizzate non cambiano direzione, ci restano solo 12 anni per salvare il Pianeta dalla catastrofe climatica (e non solo ndr).

    [2] Il diritto ed il reddito di sopravvivenza continuano ad essere riconosciuti dalla Natura a tutti i bambini del Mondo, senza alcuna richiesta da parte loro e distinzione o eccezione alcuna.

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