vendita

  • Vendite immobiliari in crescita del 34%, nel 2021 trainano Genova e Roma

    Il mercato immobiliare residenziale esce dallo stallo della crisi pandemica e riprende con uno slancio delle compravendite su tutto il territorio. Secondo il Rapporto immobiliare residenziale realizzato dall’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle Entrate in collaborazione con Abi, il 2021 si è chiuso con quasi 750mila transazioni, per le quali, più della metà degli acquirenti, ovvero 366mila ha acceso un mutuo ipotecario. Si registra quindi un incremento delle cessioni di abitazioni pari al +34% rispetto all’anno precedente. Tra le grandi città, i maggiori rialzi del numero di compravendite si osservano a Genova e Roma (rispettivamente +32,2% e +31,4%). Nei 12 mesi presi in esame, gli istituti di credito hanno erogato complessivamente quasi 50 miliardi di euro, in media circa 136mila euro per ogni compravendita assistita da mutui.

    Il Rapporto elabora anche un indice di accessibilità che sintetizza l’analisi dei vari fattori (reddito disponibile, prezzi delle case, andamento, tassi di interesse sui mutui) che influenzano la possibilità per una famiglia media di acquistare un’abitazione al prezzo medio di mercato, contraendo un mutuo. Secondo l’analisi fatta anche nel 2021 le condizioni di accesso delle famiglie all’acquisto di un’abitazione contraendo un mutuo sono rimaste sostanzialmente stabili sia rispetto ai livelli dello scorso anno sia a quelli del 2019 che rappresentava il valore massimo delle condizioni di accesso nell’intero orizzonte temporale osservato: più precisamente nella media del 2021 l’indice di accessibilità risulta pari al 14,9%, in lieve miglioramento rispetto alla media. A favorire la tenuta dell’indice hanno concorso il permanere di un livello contenuto dei tassi di interesse, anche se in lieve crescita, e il sostanziale recupero dei livelli pre-pandemici del reddito delle famiglie italiane, grazie all’azione di sostegno anticiclica della politica fiscale. A peggiorare le condizioni invece una crescita dei prezzi delle case del 2,2% nella media del 2021 che ha fatto seguito alla crescita del 2,4% dell’anno precedente. L’incremento delle compravendite si è verificato in una misura molto simile in ogni area territoriale del Paese, superando ovunque il 30% rispetto al 2020 e il 20% rispetto al 2019. La Lombardia è la regione con il maggior numero di compravendite registrate nel corso dell’anno (oltre 159mila), ma è il Molise la regione con il maggior incremento del numero di compravendite di abitazioni, con poco più di 3mila scambi e una crescita dell’42,3%. Seguono la Liguria (+38,1%) e la Calabria (+37,9%). Tra le grandi città, invece, spiccano Roma (+31,4%) e Genova (+32,2%), seguite da Firenze (+28,9%) e Torino (+28,2%). Bene anche Napoli (+27,6%), Milano (+24,4%) e tutte le altre principali città.

  • Il mercato immobiliare cresce e premia le soluzioni green

    Nel 2021 cresce il mercato immobiliare e parallelamente anche l’interesse per l’efficienza energetica delle case e le dotazioni in tema di climatizzazione e infissi compatibili con il risparmio energetico. Nel settore residenziale sono aumentate sia le compravendite (circa 750.000, +34% sul 2020 e +24% sul 2019), sia i valori di mercato (+3% sul 2020). Per negozi, uffici e capannoni aumentano le compravendite ma diminuiscono invece i prezzi.

    I dati emergono dall’Osservatorio Immobiliare Nazionale Fiaip, in un rapporto realizzato in collaborazione con Enea e I-Com. Il mercato è stato trainato anche dalle compravendite di seconde case, salite a circa 190.000 unitàv(+52% sul 2020 e +36% sul 2019). Anche gli acquisti diversi dal residenziale crescono: +4,5% per i negozi, +2,3% per gli uffici e +1,9% per i capannoni. Lo stesso non si può dire per l’andamento medio dei prezzi, dove si registra una riduzione media del -3,2% per i comparti commerciale, direzionale (-4,5%) e produttivo (-5,6%).

    Milano, Bologna e Firenze sono le città più attrattive. A Milano le compravendite crescono dell’8,8%, seguita da Bologna (+6,8%), Firenze (+3,2%) e più distaccate Genova (+2,7%), Torino (+2,3%), Venezia (+2,5%) e più indietro Roma (+1,1%).

    Cresce tra gli acquirenti anche la voglia di acquistare nei Borghi, dettata dalla volontà di lavorare in luoghi meno affollati, più tranquilli e con una qualità della vita superiore anche dal punto di vista ambientale: aumentano del 30% le richieste anche se solo un quarto si concretizza poi in passaggi di proprietà. Cambiano anche le richieste degli italiani che guardano sempre più alla qualità energetica nella scelta della casa.

    Nel 2021 il numero di immobili oggetto di transazione nelle classi energetiche più performanti è cresciuto e registra il 30% di acquisti di nuove costruzioni in classe A1 a fronte di una stabilità della qualità energetica degli edifici e abitazioni sebbene ancora ben distanti dagli obiettivi fissati dall’Unione Europea per il 2030. Gli italiani si dimostrano informati sull’efficienza energetica. Il 60% degli acquirenti di immobili ha una consapevolezza sufficiente, e solo il 22% conosce poco o nulla sull’argomento. Il 40% di chi vende ha una buona o molto buona capacità di valorizzazione dell’efficienza energetica degli immobili residenziali. Tra le caratteristiche connesse alla qualità energetica dell’immobile, i compratori sono più sensibili alla presenza di impianti di climatizzazione ad alta efficienza (23,3%), a un buon isolamento termico delle strutture (21%) e degli infissi (20,9%) e a impianti di generazione a fonti rinnovabili (17,6%).

  • Stocard e Largo Consumo indicano ai venditori al dettaglio la rotta da seguire per restare a galla

    Sostenibilità, innovazione e fidelizzazione sono le principali esigenze a cui i retailer saranno chiamati a rispondere per rimanere competitivi in un mercato in continua evoluzione. È quanto emerge dall’indagine di Stocard “L’Insegna che Vorrei”, realizzata per Largo Consumo con l’obiettivo di delineare quali sono, per i consumatori italiani, gli aspetti più rilevanti per scegliere in quale insegna Retail acquistare prodotti in futuro.

    Attivata a ottobre all’interno di Stocard e rivolta a tutti gli utilizzatori dell’app, i risultati della survey, che ha coinvolto circa 7mila consumatori, sono stati presentati all’interno dell’evento Miglior Insegna 2022, l’annuale indagine estensiva sulle esperienze di acquisto dei consumatori nel panorama Retail.

    L’indagine “L’insegna che Vorrei” ha analizzato cinque categorie fondamentali per l’esperienza di acquisto del consumatore: negozio fisico, e-commerce, personale, sostenibilità e fidelizzazione. Attraverso l’analisi di ognuna di queste categorie, Stocard ha fatto emergere quali sono le esigenze degli acquirenti italiani a cui il retailer è chiamato a rispondere. L’iniziativa rientra tra le soluzioni Stocard for business, ovvero attività premium di Stocard dedicate al mondo Retail con l’obiettivo di metterlo in contatto con i consumatori. Oltre alla realizzazione di survey, Stocard for business permette al retail di far sottoscrivere nuove carte fedeltà in digitale comodamente nell’app e di proporre, in maniera geolocalizzata, le offerte più vantaggiose. Le evidenze dell’analisi danno come prioritarie per i consumatori tre aree dell’esperienza retail: sostenibilità, e-commerce e programmi fedeltà.

    Valeria Santoro, country manager di Stocard Italia, sottolinea che i risultati della survey attestano che il consumatore è consapevole quando si parla di impatto ambientale dei consumi e per il proprio futuro vuole un’insegna più sostenibile, che si prenda cura del verde urbano e che lo aiuti, attraverso il negozio, il personale e il sito, ad avere più informazione sulla provenienza e la sicurezza dei prodotti. La tecnologia diventa abilitatore della transizione sostenibile: in uno scenario in cui il consumatore ha come priorità la sostenibilità, la tecnologia assume la corretta connotazione di strumento funzionale a raggiungere questo obiettivo. Sorpassata l’era “dell’estetica della tecnologia”, l’innovazione, agli occhi del consumatore, deve essere al servizio della sostenibilità e produrre efficienza. Il consumatore chiede soluzioni per assumere comportamenti più green: responsabile per il suo futuro, i consumatori chiedono che la propria insegna gli aiuti ad adottare comportamenti più sostenibili per ridurre sprechi e riciclare. Qui si giocherà una partita importante in cui diversi attori cercheranno di conquistare il consumatore: vincerà chi per primo sarà in grado di soddisfare questa esigenza di ridurre il senso di colpa da impatto ambientale.

    L’analisi prodotta da Stocard è andata a tracciare un file rouge che lega le esigenze dei consumatori attraverso questo cinque aree investigate: dall’attenzione nei confronti dell’impatto ambientale alla svolta tecnologica, indispensabile per andare incontro alle nuove aspettative dei clienti. In questo scenario l’utilizzo di programmi fedeltà può portare un importante contributo nei confronti della riduzione degli sprechi. Attraverso l’analisi dei dati di acquisto dei consumatori è possibile ottenere informazioni preziose sulle abitudini e frequenza di acquisto, che possono aiutare i retailer a riorganizzare la propria offerta e ridurre l’impatto ambientale.

    “Abbiamo deciso di dare il nostro contributo a Miglior Insegna 2022 con la survey “L’insegna che vorrei” per aiutare il Retail a costruire un’esperienza d’acquisto che tenga conto di quelle che sono le aspettative primarie del consumatore moderno. Le 5 aree d’analisi selezionate – negozio, personale, e-commerce, loyalty e sostenibilità – sono fondamentali per consentire ai Retailer di perfezionare il proprio posizionamento”, dichiara Valeria Santoro, country manager di Stocard per l’Italia, proseguendo: “Oggi più che mai l’analisi dei dati consente al Retail fisico di avere a disposizione strumenti competitivi, utili a migliorare l’esperienza d’acquisto dei consumatori, sempre più attenti alla sostenibilità, e quindi alla reputation. L’innovazione ha un ruolo fondamentale in questa evoluzione del mondo retail perché consente di offrire ai consumatori maggiori esperienze di acquisto di valore, dai pagamenti digitali alla delivery. I consumatori richiedono maggior tracciabilità e trasparenza rispetto ai prodotti che acquistano, oltre a servizi e offerte su misura che alimentano la fedeltà e il rapporto stretto con l’insegna, aspetti che il mondo retail non può ignorare”.

    “Siamo molto contenti che Stocard abbia scelto di essere Partner di Migliore Insegna” ha detto Armando Garosci, Direttore di Largo Consumo. “L’industria del retail si muove attorno ai dati e viviamo un tempo in cui ognuno di noi assume comportamenti di acquisto mutevoli in rapporto al luogo, al momento e al canale specifico. Strumenti di marketing che convertano i desideri in atti di consumo sono più indispensabili che mai, e l’offerta integrata di Stocard risponde proprio a questa esigenza delle insegne” ha proseguito Garosci.

  • Dopo la pandemia sul mercato immobiliare tira la casa indipendente con esterni

    La pandemia cambia anche la scelta della casa in cui vivere. Aumenta la richiesta di abitazioni indipendenti e con spazi esterni. E di pari passo, l’andamento della domanda nel mercato immobiliare mostra un miglioramento sul versante delle aree non urbane, mentre si conferma sfavorevole per le città. Un trend dovuto in buona parte anche all’opportunità dello smart working.

    Sono alcune delle peculiarità che emergono dall’indagine congiunturale di Bankitalia condotta tra 1.323 agenti immobiliari dal 29 marzo al 30 aprile 2021. “Nelle percezioni degli agenti – viene spiegato – su un orizzonte di tre anni le caratteristiche delle abitazioni ricercate dai potenziali acquirenti saranno molto diverse da quelle prevalenti prima della pandemia, con una maggiore richiesta di unità abitative indipendenti e con spazi esterni”.

    L’indagine mostra che la domanda di unità abitative indipendenti aumenterà per il 75% degli operatori e la ricerca di spazi esterni crescerà per il 90,3%. Il 43,3% degli operatori si attende una maggiore richiesta di abitazioni in aree periferiche o non urbane, che rimarrà invece stabile per il 48,8%. Per i due terzi degli intervistati, a questo fenomeno “contribuirebbe in misura molto o abbastanza rilevante la possibilità di ricorrere al lavoro a distanza”.

    Ma l’effetto pandemia coinvolge anche le aspettative sul trend della domanda. “La quota di agenti che si attende un impatto positivo dell’epidemia sulla domanda di abitazioni è notevolmente aumentata, divenendo prevalente su quella di chi si attende effetti negativi (per 14 punti percentuali da -17,4)”. Il saldo è più ampio nelle aree non urbane (20,2 punti) e “l’impatto della pandemia sulla domanda di abitazioni si estenderebbe almeno fino alla metà del 2022 per poco più del 40% degli agenti che si attende effetti positivi e per quasi il 50 per cento di chi prefigura un impatto negativo”.  Restano più bilanciate le opinioni riguardo agli effetti sull’offerta di abitazioni: il 34,4% degli operatori ritiene che l’epidemia ne stia determinando una riduzione a fronte del 38,3 che esprime un giudizio di incremento. È diminuita la quota delle agenzie che prefigura riflessi negativi sui prezzi di vendita (a 45,1 da 58,7), ma resta superiore a chi prevede effetti positivi (a 18,6 da 9,7). Tra chi si aspetta un impatto negativo, poco più del 50 per cento ritiene che si esaurirebbe alla fine del 2021, a fronte del 34,6 che si aspetta si protrarrà fino alla metà del 2022.

    Più in generale, il rapporto evidenzia per il primo trimestre 2021 una “sostanziale stabilità dei prezzi” delle case per il 61,5% degli agenti intervistati. Ma restano ancora negative le attese sull’andamento del mercato immobiliare nel trimestre in corso (seppure in modo più contenuto passando a -6,0 punti percentuali da -26,6 precedente), mentre sono più favorevoli su un orizzonte biennale con un saldo fra attese di miglioramento e peggioramento pari a 23,6 punti percentuali (da 9,6).

  • Exploit di immatricolazioni di auto ad aprile in Italia. Ma il Covid ha lasciato il segno

    Ad aprile sono state immatricolate 145.033 nuove auto in Italia: un mega rimbalzo di +3.276,8%, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Quello però era uno dei periodi peggiori dell’era pandemica, in pieno primo lockdown a causa del Covid. Insomma, la crescita del mercato automobilistico del Belpaese è solo apparente.

    Secondo i dati diffusi dal Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile, ad aprile sono state immatricolate 145.033 autovetture, contro le 4.295 unità registrate ad aprile 2020, che aveva chiuso a -97,5% a causa del lockdown totale. Un confronto sfalsato. Facendo quindi riferimento all’ultimo aprile normale, cioè ad aprile 2019, si evidenzia un calo del 17,1%. A spiegare l’effetto coronavirus sui dati è Paolo Scudieri, presidente di Anfia, Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica. “Come già accaduto a marzo, anche ad aprile dell’anno in corso l’apparente crescita del mercato è in realtà frutto del confronto con l’aprile peggiore della storia, visto che nel 2020 le vendite erano risultate praticamente azzerate”.

    Il rialzo non riflette l’effettiva situazione del mercato, che è in realtà molto più negativa di quanto non dicano le statistiche e ciò perché nel 2019 non erano in vigore incentivi per le vetture più richieste, che sono quelle con emissioni di CO2 da 61 a 135 gr/km, mentre dall’1 gennaio 2021 sono in vigore incentivi per questa fascia di autovetture per 250 milioni di euro. Questo stanziamento ha indubbiamente sostenuto la domanda senza riuscire però a compensare completamente l’impatto fortemente negativo della pandemia. La spinta degli incentivi prenotati prima dell’esaurimento dei fondi dovrebbe continuare nella prima metà di maggio. Poi, secondo il Centro Studi Promotor, per il mercato dell’auto si aprirà una crisi ben più severa di quella del primo quadrimestre di quest’anno che potrebbe portare il 2021 a chiudere il suo consuntivo anche molto al di sotto del risultato catastrofico del 2020 in cui, con 1.381.646 auto vendute, si ritornò ai livelli di 50 anni fa, cioè degli anni ’70 del secolo scorso. Un ulteriore calo su questi livelli aprirebbe uno scenario pericoloso per il mercato italiano dell’auto che potrebbe precipitare addirittura sui livelli degli anni ’60 del secolo scorso con tutto quello che ne consegue, anche per il prodotto interno lordo del Paese, su cui l’incidenza dell’auto e del suo indotto tocca il 12,5% .Fra i big del settore, il Gruppo Stellantis, frutto della fusione fra Fca e e Psa, ad aprile registra 58.404 immatricolazioni di auto, rispetto a 2.682 dello stesso mese del 2020, vale a dire un incremento del 2.077,6%. Ad aprile 2020 l’Italia era soggetta al primo massiccio lockdown per il Covid. Nei primi 4 mesi del 2021 le immatricolazioni di Stellantis sono state 238.398, a fronte di 145.752 dello stesso periodo del 2020, in aumento del 63,6%.

  • Salviamo i piccoli negozi e le relazioni umane

    A Milano molti negozi si sono trasformati in mini appartamenti, il problema alloggi, sia per la penuria degli stessi che per gli alti costi degli affitti, rimane uno dei principali scogli da affrontare per i giovani che desiderano andare a vivere da soli, per le coppie  che si  separano e per i tanti che si trasferiscono a Milano per lavoro. Le case di edilizia popolare o convenzionata rimangono un miraggio. A Piacenza i negozi invece  diventano garage per le macchine mentre tante saracinesche si abbassano per sempre, sembra non ci sia più posto per i piccoli commercianti neppure nei centri storici, per farsene un’idea basta andare a Bologna o a Ferrara o in una delle tante cittadine del Piemonte o della Liguria. Al  centro Italia o al sud la situazione non è certo migliore e se una delle cause di tante chiusure di esercizi è la crisi economica che continua e che ha modificato il modo di vita è altrettanto vero che la eccessiva, a volte dissennata, apertura di troppi centri commerciali, anche a poca distanza gli uni dagli altri, ha prodotto una concorrenza che i piccoli non sono in grado di affrontare. Negli ultimi tempi, inoltre, le vendite on line sono aumentate in modo esponenziale cambiando usi, sistemi di scelta e anche relazioni umane.

    Il problema non è solo la chiusura di tanti piccoli esercizi con le conseguenze economiche ovvie, persone che restano senza lavoro, tradizioni e specificità artigianali che si perdono, etc ma il fatto che in troppi casi interi quartieri diventano dipendenti solo dal centro commerciale o dalle vendite on line. Le persone più anziane o che non dispongono di una macchina perdono la loro libertà di scelta e di acquisto ma perdono anche quel riferimento umano che dava il rapporto tra cliente e commerciante. I prodotti sono sempre più standardizzati, la qualità spesso lascia a desiderare e la mancanza di una legislazione europea che obblighi, con l’etichetta, a indicare l’origine del prodotto lascia aperto anche il campo a quelle truffe on line delle quali si è più volte parlato anche in campo sanitario. Prodotti contraffatti o per i quali sono state utilizzate componenti vietate e pericolose rappresentano un grave danno per i consumatori e per i produttori e la difesa del sistema manifatturiero non può che andare di pari passo con la tutela del consumatore e la difesa di quel piccolo commercio che sempre più va scomparendo. Se spetta all’Europa legiferare per eliminare la contraffazione e l’illegalità su larga scala spetta invece alle amministrazioni comunali e regionali difendere quel piccolo commercio che va scomparendo. Una maggior attenzione nel dare concessioni a nuovi centri commerciali, quando già ne esistono altri  sul territorio, e provvedimenti ad hoc per dare ai piccoli commercianti quelle agevolazioni e tutele necessarie alla loro sopravvivenza dovrebbe essere un impegno di chi amministra grandi e piccole realtà, il rischio, come dimostrano i fatti, è di rendere deserte e abbandonate al degrado intere zone delle città, di lasciare che i paesi siano solo quartieri dormitori, di rendere sempre più forte la crisi con la perdita di tanti posti di lavoro e di far perdere sempre più servizi ai cittadini.

  • E-commerce ed economia digitale: la sostenibilità del dettaglio tradizionale

    L’economia digitale rappresenta sicuramente l’evoluzione contemporanea della economia reale i cui effetti dipendono dalle modalità di applicazione e dai modelli di consumo conseguenti. Essenzialmente questa  trova la sua massima applicazione quando viene utilizzata nel mondo dello studio, analisi e realizzazione di prodotto così come negli articolati processi produttivi (innovazione di prodotto e di processo). Dovrebbe quindi venire intesa come un fattore complesso ed innovativo dai risultati tanto interessanti quanto articolati.

    In altre parole, questa rappresenta la inevitabile evoluzione dell’economia in un contesto storico di inarrestabile innovazione tecnologica e ciò è maggiormente evidente nella riduzione del time-to-market (risposta al mercato quindi attraverso l’innovazione di processo abbinato alla ideazione) e fornisce un supporto straordinario. Mentre il valore aggiunto come espressione di una maggiore eco-compatibilità andrebbe considerato con maggiore attenzione specialmente per un mercato evoluto e contemporaneo.

    In altre parole,l’economia digitale presenta nella propria genesi dei particolari fattori positivi quando questa viene applicata in modo corretto al complesso mondo produttivo e dei servizi.

    Da anni, viceversa, in questa definizione complessiva di economia digitale l’e-commerce ottiene le stimmate del migliore e contemporaneo asset distributivo per i beni e servizi, e quindi, per sua semplice genesi e definizione, risponderebbe ai nuovi parametri di eco-sostenibilità come semplice nuova espressione digitale nella distribuzione.

    L’e-commerce certamente presenta, come ogni innovazione, il vantaggio per un consumatore di saltare l’interposizione commerciale (anche se Amazon come gli altri top player rimangono dei grossisti on-line) ma il supporto digitale offre l’illusione di una rapporto diretto. Ovviamente quando l’intera distribuzione di una gamma di beni ad alto valore aggiunto viene gestita direttamente dalla società produttrice assistiamo al noto passaggio degli anni ’80-‘90 dal dettaglio indipendente ai flag ship, poi diventati vere e proprie catene gestite dall’azienda stessa.

    Tornando al tema dell’impatto ambientale l’e-commerce gode della considerazione dell’intero mondo politico, accademico e degli economisti che non valutano con obiettività il costo ambientale legato alla parcellizzazione dei flussi delle merci. Esattamente come nel passato si era sposata la filosofia dei centri commerciali e delle grandi catene a discapito del dettaglio indipendente, salvo poi trovarsi con centri storici desertificati e bui dimostrando, ancora una volta, come sia necessario valutare l’innovazione nella sua articolata applicazione e gli stessi effetti complessivi.

    All’interno di un mercato competitivo nel quale i Big Player dell’e-commerce avviano politiche di incentivazione sempre più estreme anche attraverso la possibilità di resi gratuiti, nel solo 2018 i returns (la merce resa dopo averla ricevuta e provata) hanno toccato il valore di 369 miliardi di dollari, circa il 10% dell’intera movimentazione legata all’e-commerce.

    Per il 2020 la previsione indica la possibilità di raggiungere circa 550 miliardi di dollari di returns (450 mld di euro) in quanto il 39% delle persone in fascia di età dai 25 i 39 anni ha dichiarato di acquistare on-line con la sola intenzione di provare e successivamente rendere la merce dopo averla magari indossata per una paio di giorni. Questa movimentazione continua di pacchi e vettori, specialmente nell’ultimo tratto, il cosiddetto last Mile (il furgone che porta a casa del singolo consumatore il prodotto), risulta fondamentale nella creazione di un impatto ambientale assolutamente incalcolabile tale da diventare la prima causa, negli Stati Uniti, di inquinamento superando persino le centrali di produzione di energia.

    Questi dati offrono l’occasione per delle osservazioni e considerazioni.

    La prima, forse la più banale, è relativa al fatto che ogni evoluzione, per sua stessa natura, presenta dei costi indipendentemente dalla propria natura. Al tempo stesso emerge evidente come il concetto di impatto zero rappresenti l’indicazione di un percorso più che un traguardo da raggiungere anche in un mondo caratterizzato dalla continua e sempre più veloce innovazione tecnologica.

    La seconda, e sicuramente la più preoccupante, riguarda l’incapacità da parte della classe dirigente e politica di comprendere come le evoluzioni di per sé risultino certamente inevitabili ma contemporaneamente presentino  sempre un costo anche in termini di sostenibilità.

    Infine, proprio nell’ottica di una sostenibilità diffusa, riconsiderando i parametri di questa evoluzione come la loro applicazione allora, la distribuzione tradizionale ancora oggi non ha alcun concorrente che sia in grado di superare il proprio basso impatto ambientale. Quindi digitalizzazione ed innovazione rappresentano della tappe inevitabili del nostro mondo come dell’economia sia produttiva che distributiva.

    In considerazione, però, della rinnovata attenzione alla sostenibilità ambientale non si dovrebbe commettere l’errore di valutare solo l’aspetto innovativo escludendo le conseguenze per l’ambiente legate ai nuovi comportamenti che da tale innovazione scaturiscono. Nello specifico la distribuzione tradizionale impatta in modo molto minore nel contesto ambientale e meriterebbe una attenzione maggiore anche in funzione del servizio che offrono ai centri cittadini. In altre parole, l’evoluzione legata all’innovazione meriterebbe la stessa valutazione complessiva che viene riservata al mondo reale nella quale si inserisce. Al tempo stesso il concetto di eco sostenibilità non può assolutamente risultare limitato alla diminuzione dei tempi di risposta al mercato (time to market) ma andrebbe valutato in rapporto alla modifica dei comportamenti dei consumatori mondiali (https://www.ilpattosociale.it/2019/09/02/la-sostenibilita-complessiva-il-made-in-italy-e-lesempio-biellese/).

    In fondo la digitalizzazione dell’economia se non introduce una reale ottimizzazione nei flussi commerciali e di persone rappresenta una mera evoluzione della conoscenza con un conseguente modello di consumo.

  • Bruxelles sollecita il potenziamento dei controlli sulle vendite di alimentari online

    Lo shopping on line di alimenti sta diventando sempre più popolare, e mentre cresce il numero delle aziende alimentari che sfruttano i nuovi modelli del business on line (il web contiene molte offerte di prodotti alimentari, compresi gli integratori) chi vende non sempre è consapevole che le norme europee valgono anche on line. «Tuttavia – fa notare una nuova relazione della Commissione Europea – gli operatori che entrano in questo mercato non sempre sanno che le norme sulla sicurezza alimentare dell’Unione Europea sono applicabili anche alle vendite online».

    La Commissione ha analizzato i controlli ufficiali degli Stati Membri sulle vendite di alimenti via Internet, per verificare se la compravendita on line sia stata inserita nei sistemi di sicurezza alimentare vigenti. Le norme che disciplinano le attività commerciali alimentari tradizionali (ad esempio norme di igiene e etichettatura) devono essere rispettate anche per gli alimenti oggetto di shopping on line. In base a una serie di missioni della DGSANTE condotte nel 2017 in 7 Stati membri dell’UE. La conclusione della Commissione è che i controlli ufficiali per la sicurezza degli alimenti compravenduti on line «sono ancora limitati e dovranno essere ulteriormente potenziati, anche a causa della rapida crescita prevista nei prossimi anni di e-commerce».

  • 1987 Common rail, 2018 Magneti Marelli: le pericolose similitudini

    L’obiettivo di chi gestisce una S.p.A quotata in borsa, semplificando, ovviamente, al netto della questione delle stock options riservate al management, è quello duplice di creare valore da distribuire attraverso la propria quota azionaria ai sottoscrittori del capitale e contemporaneamente riuscire ad aumentare il valore nominale delle azioni stesse accrescendo, in questo modo, il valore  patrimoniale dell’azienda stessa.

    In un mercato complesso, articolato e globale come quello attuale, è evidente come la politica di questa tipologia di  azienda quotata in borsa per assicurarsi dei piani di sviluppo a medio come a lungo termine (quella del breve è più dedicata all’aumento del valore nominale del titolo) debba trovare delle connessioni o, meglio, entrare all’interno di filiere complesse quanto competitive, nel caso produca dei beni intermedi, oppure attraverso la realizzazione di una filiera altrettanto articolata  del proprio prodotto finale. In altre parole, rimane difficile, se non economicamente insostenibile all’interno di un piano di sviluppo, la possibilità di gestire un’azienda senza avere una visione complessiva ed articolata del mercato di riferimento, ovviamente in un orizzonte mondiale nel quale per esempio il concetto di stagionalità viene superato dalla globalizzazione.

    Sono passati solo pochi mesi dalla morte di Sergio Marchionne il quale, attraverso la propria articolata attività e scelte strategiche, era riuscito, anche grazie allo spessore manageriale e credibilità personale, ad ottenere dei fondi statali dal Presidente degli Stati Uniti al fine di acquisire la Chrysler (sull’orlo del fallimento dopo la gestione Mercedes) ed attraverso questa operazione finanziaria inserire la FIAT nel piano di acquisizione salvandola dal tracollo finanziario ed industriale. Successivamente, nel  gennaio 2016, portò la Ferrari alla quotazione in Borsa con il fine  di creare per la holding familiare del valore aggiunto mantenendo il controllo della gestione: la quotazione quindi risultò funzionale alla elaborazione di piani di sviluppo articolati per la sfida dei mercati nel medio e lungo termine.

    Fedele a questa impostazione, che sposava felicemente le dinamiche della finanza e delle sue aspettative di remunerazione finanziaria alle complesse logiche industriali in quello che sarebbe stato  l’ultimo  periodo della propria vita, aveva individuato ancora nella quotazione della Magneti Marelli la strategia vincente per creare nuovo valore per la holding familiare ma senza escluderla dalla gestione delle politiche, soprattutto per l’innovazione tecnologica che sta rivoluzionando il settore dell’automotive come l’intero mondo dell’automobile. La quotazione quindi prevedeva, o perlomeno lasciava immaginare, la possibilità di mantenere, grazie al mantenimento della direzione strategica della Magneti Marelli, il settore dell’automobile come investimento principale della holding familiare.

    Dopo pochi mesi dalla sua scomparsa invece si è scelto di vendere la Magneti Marelli alla  giapponese Calsonic per un controvalore di oltre sei miliardi che verrà distribuito come dividendo straordinario (e forse una quota al mantenimento di un piano industriale nel settore automobilistico) ma che vede la perdita di know how strategico e soprattutto di capacità ed autonomia gestionale.

    La legittima scelta di vendere Magneti Marelli ricorda un po’ quella del brevetto del Common Rail realizzato dal centro studi della Fiat di Bari. Già nel 1986 il gruppo torinese aveva proposto la Croma i.d., che introduceva per prima l’iniezione diretta nel ciclo diesel, il massimo dell’innovazione tecnologica per quei tempi.

    Successivamente, e nella elaborazione di queste tecnologie tra il 1987 ed il 1990, il centro studi della Fiat di Bari creò il sistema common rail che vide una fase di  pre-industrializzazione nel 1990 proprio dalla Magneti Marelli. Questo pacchetto, allora fortemente innovativo, invece di creare valore all’interno di un’ottica di medio e lungo termine venne invece ceduto alla Bosh nel 1994 rendendo la casa tedesca leader mondiale nella applicazione di questa tecnologia nei motori Diesel e dando inizio alla marginalizzazione del gruppo torinese.

    In questo senso la cessione di Magneti Marelli risulta molto simile alla vicenda degli anni ‘90 ed  implicitamente potrebbe dimostrare una volontà di uscita del mondo dell’auto a pochi mesi dalla creazione del valore complesso dell’attività di Sergio Marchionne, che invece poneva l’auto al centro dei piani di sviluppo. Le pericolose similitudini tra le due cessioni del 1994 e del 2018 dimostrano come siano stati sufficienti pochi mesi per dimenticare l’insegnamento del manager canadese e ritornare alla vendita su piazza dei gioielli di famiglia che portarono la casa automobilistica torinese sull’orlo del fallimento poi evitato proprio dal compianto manager.

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