vendita

  • Valanghe di ricorsi contro i distributori automatici, ma nei piccoli centri non ci sono più negozi tradizionali

    Mentre in Italia continuano a chiudere migliaia di negozi di prossimità, i punti vendita automatici H24 stanno assumendo un ruolo sempre più importante per garantire servizi ai cittadini. Una funzione che, secondo Confida Associazione Italiana Distribuzione Automatica, appare ancor più evidente nei piccoli centri e nelle aree più periferiche dove la progressiva riduzione delle attività commerciali (dal 2012 il Paese ha perso oltre 156mila negozi tradizionali, più di uno su quattro) rischia di lasciare intere comunità prive di punti di riferimento essenziali.

    Eppure, proprio questi esercizi sono stati negli ultimi anni destinatari di numerose ordinanze comunali restrittive. Lo studio legale ADR ha realizzato per Confida un’analisi su circa 40 di questi provvedimenti adottati dai Comuni italiani tra il 2020 e il 2025 che hanno introdotto specifiche limitazioni per i negozi automatici H24: dagli orari di apertura alla vendita di bevande alcoliche, dai contenitori consentiti ad altri vincoli operativi. Lo studio evidenzia tuttavia un dato significativo: oltre otto ricorsi su dieci presentati dai gestori di tali negozi sono stati accolti dalla giustizia amministrativa. Secondo la ricerca, infatti, nell’81% dei casi i Tar hanno sospeso o annullato le ordinanze comunali, rilevando frequentemente motivazioni troppo generiche, carenza dei requisiti di urgenza, assenza di un collegamento diretto tra l’attività dei negozi automatici e i fenomeni contestati, oltre a misure considerate sproporzionate rispetto agli obiettivi perseguiti.

    «I negozi H24 diventano spesso i “capri espiatori” dei problemi di ordine pubblico dei nostri Comuni –  afferma Massimo Trapletti, Presidente di Confida – Problemi di cui non sono assolutamente i responsabili, anzi talvolta ne sono le vittime. Si tratta infatti di esercizi commerciali utilizzati quotidianamente dai cittadini, e che in molti casi rappresentano una risposta concreta e sociale alla progressiva scomparsa dei negozi di vicinato, mantenendo vivi territori che rischiano di perdere servizi essenziali. Bisogna quindi concentrarsi sulla loro qualità. Confida, per questo motivo, ha dato vita al Protocollo Top Quality Negozi Automatici H24, un percorso di certificazione dedicato basato su qualità di servizio e prodotti, sostenibilità e sicurezza, a cui hanno già aderito oltre 150 negozi automatici in Italia».

    Il tema dei negozi automatici H24 si inserisce quindi nel contesto della desertificazione commerciale, un fenomeno che interessa i comuni italiani da ormai diversi anni. Secondo le elaborazioni dell’Ufficio Studi Confcommercio, infatti, la densità commerciale è passata da 11 (nel 2012) a 8 punti vendita ogni mille abitanti, segno di un cambiamento strutturale che sta ridefinendo la presenza dei servizi sul territorio. In questo contesto, i negozi automatici H24 stanno diventando una soluzione sempre più diffusa per garantire continuità di servizio e accesso ai beni di prima necessità in qualsiasi momento della giornata. Non solo nelle grandi città, ma soprattutto nei territori più fragili dal punto di vista commerciale.

    Sono numerosi gli esempi che dimostrano come questi spazi possano rappresentare una soluzione efficace. A Valsolda, ad esempio, in provincia di Como, un punto vendita automatico nato per rispondere alla mancanza di negozi tradizionali, si è trasformato rapidamente in un luogo di incontro per la comunità locale. A Sinio, Comune delle Langhe, un locale comunale è stato riconvertito in uno spazio accessibile con orario continuato, diventando un nuovo punto di aggregazione per residenti e visitatori. Anche le regioni stanno guardando con crescente interesse a queste soluzioni: il Friuli-Venezia Giulia, ad esempio, ha avviato un programma dedicato a 40 comuni montani privi di attività commerciali, finanziando l’installazione di punti vendita automatici per rafforzare la presenza di servizi nelle aree più isolate. Mentre a Roppolo, nel biellese, ha recentemente aperto un punto informativo e di ristoro dotato di distributori automatici che offre anche informazioni sul territorio, e che a un mese e mezzo dall’apertura ha già accolto più di mille persone, tra turisti e cittadini.

    «Dove un negozio chiude – dice Trapletti – un punto vendita automatico può contribuire a mantenere acceso un servizio essenziale per la comunità. Per questo è importante che il dialogo con le istituzioni e regole equilibrate accompagnino l’innovazione e valorizzino gli strumenti che stanno aiutando molti territori a restare vivi».

  • Tokyo dà via libera alla vendita di armi all’estero e medita di pattugliare le rotte del Pacifico

    Il governo del Giappone ha approvato una revisione delle norme sull’esportazione di sistemi ed equipaggiamenti per la difesa, aprendo alla vendita di armamenti all’estero per rafforzare la cooperazione con Paesi partner. Le modifiche, adottate dall’esecutivo e dal Consiglio per la sicurezza nazionale sotto la guida della premier Sanae Takaichi, mirano a sostenere l’industria della difesa nazionale in un contesto di sicurezza definito come il più grave dalla fine della Seconda guerra mondiale. La revisione dei “tre principi sul trasferimento di equipaggiamenti e tecnologie per la difesa” elimina i limiti che consentivano le esportazioni di sole cinque categorie di equipaggiamenti non offensivi (soccorso, trasporto, allerta, sorveglianza e sminamento). Le merci esportabili vengono ora distinte tra armamenti e non armamenti in base alla capacità letale. Le esportazioni verso Paesi coinvolti in conflitti restano vietate in linea di principio, ma sono previste eccezioni in “circostanze speciali” legate alla sicurezza nazionale e alle operazioni militari statunitensi nell’area indo-pacifica.

    I sistemi non offensivi, come radar di controllo e allerta, potranno essere esportati senza restrizioni. Le armi, inclusi cacciatorpediniere e missili, saranno invece vendute solo a Paesi che abbiano accordi con Tokyo sulla protezione delle informazioni sensibili. Le nuove regole prevedono che il parlamento venga informato delle esportazioni solo dopo l’approvazione governativa, una scelta criticata dalle opposizioni, che chiedono un controllo preventivo per evitare il coinvolgimento del Paese in conflitti o corse agli armamenti. Le decisioni sulle esportazioni saranno affidate al Consiglio per la sicurezza nazionale, mentre il progetto congiunto di un caccia di nuova generazione con Regno Unito e Italia richiederà un’approvazione specifica da parte del governo. La riforma è stata discussa durante una riunione del Consiglio alla presenza, tra gli altri, del segretario capo di Gabinetto Minoru Kihara, del ministro degli Esteri Toshimitsu Motegi e del ministro della Difesa Shinjiro Koizumi.

    Il governo del Giappone sta anche valutando un rafforzamento della difesa delle rotte marittime nel Pacifico, alla luce delle turbolenze economiche causate dalla guerra in Medio Oriente e dei rischi per le importazioni di energia e alimenti. Secondo quanto riferisce il quotidiano “Nikkei”, il blocco dello Stretto di Hormuz conseguenza del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran ha evidenziato la vulnerabilità del Paese asiatico, che movimenta via mare il 99,5 per cento dei propri traffici commerciali. Stando a fonti citate dal quotidiano, un gruppo di esperti sarà istituito questo mese per rivedere la Strategia di sicurezza nazionale del Giappone, con aggiornamenti previsti entro fine anno insieme ad altri documenti chiave. La protezione delle rotte nel Pacifico dovrebbe essere elevata a pilastro della sicurezza economica. Finora Tokyo si è concentrata sulle rotte verso il Medio Oriente, da cui proviene oltre il 90 per cento del petrolio greggio, tramite pattugliamenti, missioni di scorta navali e cooperazione con Paesi costieri. Ora l’attenzione si sposta sul Pacifico, con l’ipotesi di impiegare aerei di sorveglianza e radar terrestri, attualmente insufficienti per un monitoraggio continuo.

    Tra i rischi contemplati da Tokyo figura quello di, una crisi legata a Taiwan, che potrebbe minacciare il traffico marittimo oltre la cosiddetta “seconda catena di isole”, fino a Guam. Tokyo punta inoltre a rafforzare la cooperazione con partner regionali per proteggere le rotte verso l’Australia. Interruzioni di lunga durata dei traffici potrebbero esaurire le riserve energetiche giapponesi, dal momento che il Paese è fortemente dipendente dall’estero, oltre che per il petrolio, anche per gas naturale liquefatto, carbone e prodotti alimentari. Secondo Akira Igata dell’Università di Tokyo, una grave interruzione delle importazioni di mangimi ridurrebbe drasticamente la produzione di carne. A rendere necessario il cambio di strategia contribuisce anche l’espansione delle attività navali della Cina, aumentate sensibilmente dal 2022, secondo il ministero della Difesa giapponese.

  • L’Algeria prepara il nuovo tariffario per le vendite di gas all’Europa

    L’Algeria si avvia a rivedere i meccanismi di determinazione dei prezzi delle proprie esportazioni di gas naturale e Gnl verso l’Europa, con l’obiettivo di massimizzare i ricavi in un contesto internazionale segnato da tensioni sull’offerta e livelli di prezzo elevati. Il nuovo orientamento segnala un approccio più assertivo da parte di Algeri nella definizione delle condizioni contrattuali. Secondo quanto riferito dalla piattaforma specializzata “Attaqa”, che cita fonti informate, le autorità algerine stanno valutando di subordinare eventuali aumenti delle quantità esportate a una rinegoziazione dei prezzi, in linea con le quotazioni internazionali. In sostanza, l’incremento delle forniture sarebbe legato a condizioni economiche più favorevoli.

    La tempistica dell’iniziativa appare significativa. I mercati europei del gas restano esposti a squilibri dell’offerta, anche a causa di interruzioni parziali dei flussi provenienti dal Golfo, fattore che spinge i Paesi europei a cercare alternative rapide. In questo quadro, l’Algeria – grazie alla vicinanza geografica e alla reputazione di fornitore affidabile – dispone di un margine negoziale più ampio. La strategia algerina si fonda anche sulle prospettive di perdurante volatilità del mercato, con timori di ulteriori strozzature dell’offerta globale. Un contesto che induce gli acquirenti europei a una maggiore flessibilità nei negoziati contrattuali, anche a fronte di prezzi più elevati. Le indicazioni disponibili suggeriscono che Algeri punti a un aumento dei prezzi compreso tra il 15 e il 20 per cento sulle forniture aggiuntive, sia via gasdotto sia sotto forma di Gnl. Una mossa volta a capitalizzare i livelli raggiunti dal mercato europeo, dove le quotazioni hanno recentemente superato i 70 dollari per megawattora.

    Parallelamente, l’Algeria ha avviato negoziati avanzati con Italia e Spagna per incrementare le forniture. Il peso di Algeri nel mix energetico italiano – con una quota stimata intorno al 30 per cento della domanda – rafforza ulteriormente la sua posizione negoziale. Le mosse algerine si inseriscono nel quadro degli sforzi europei per diversificare le fonti di approvvigionamento. In particolare, operatori energetici italiani, con il sostegno del governo, stanno lavorando alla conclusione di nuovi contratti di medio-lungo termine. In questo contesto si colloca anche la prevista visita ad Algeri della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, finalizzata a consolidare la cooperazione energetica tra i due Paesi, mentre persistono difficoltà su altri canali di fornitura, tra cui il Qatar.

    Sul fronte produttivo, l’Algeria sta spingendo per aumentare al massimo le proprie capacità di esportazione di Gnl, approfittando del rallentamento parziale di alcuni concorrenti. La capacità complessiva di liquefazione è stimata intorno a 25,3 milioni di tonnellate annue, elemento che consente una certa flessibilità nella destinazione dei carichi. Al contempo, il Paese mira a compensare il calo delle esportazioni registrato nel 2025, pari a circa il 18 per cento, attraverso un miglioramento dell’efficienza operativa e un incremento della produzione. I dati indicano, in tal senso, una forte ripresa delle esportazioni nella prima metà di marzo 2026, con un aumento del 74 per cento.

  • Indagine della Commissione e delle autorità per la tutela dei consumatori: un operatore online su tre indica in modo scorretto gli sconti online durante il “Black Friday” e il “Cyber Monday”

    La Commissione europea e le autorità per la tutela dei consumatori di 23 Stati membri, nonché di Islanda e Norvegia, hanno pubblicato i risultati di un’indagine a tappeto sugli sconti online praticati durante le campagne di vendita scontata del “Black Friday” e del “Cyber Monday”. Le indagini a tappeto sono state coordinate dalla Commissione europea e condotte simultaneamente dalle autorità responsabili dell’esecuzione della normativa. L’obiettivo era valutare se gli sconti e le pratiche di fissazione dei prezzi durante le principali campagne di vendita, come appunto il “Black Friday” e il “Cyber Monday”, fossero conformi al diritto dell’UE in materia di tutela dei consumatori.

    Le autorità per la tutela dei consumatori hanno controllato 314 operatori commerciali online e hanno riscontrato che il 30% indicava in modo errato gli sconti durante tali vendite. Ai sensi della direttiva sull’indicazione dei prezzi, quando un’impresa annuncia uno sconto, il prezzo di riferimento deve essere infatti il prezzo più basso applicato negli ultimi 30 giorni.

  • Cultura di mercato inferiore ai concorrenti, così la produzione italiana finisce in mani straniere

    Dalla fine del 2007, nel giro di 18 anni, l’Italia ha perso quasi un quarto della produzione industriale, vuoi perché il tessuto produttivo è caratterizzato da un  ampio numero di imprese familiari nate nel dopoguerra con capi-azienda giunti ormai a 70-80 anni che devono passare l’attività ai figli e hanno difficoltà (anche psicologiche) ad aprirsi a nuovi azionisti e quotarsi in Borsa, vuoi per la difficoltà di reperire i finanziamenti necessari per investire in innovazione e restare sul mercato. Il volume dei prestiti alle imprese tra il dicembre 2011 e lo stesso mese del 2024, in Italia è sceso da 929 a 641 miliardi di euro (-31%), mentre in Francia è aumentato da 880 a 1.491 miliardi (+70%) e in Germania da 910 a 1.391 miliardi (+53%). E le quotazioni in Borsa nel 2025 sono state una ventina di imprese a fronte di 29 addii.

    Una cultura di mercato non così ampiamente diffusa e recepita lascia aperte le porte agli stranieri, che con quella cultura hanno maggior dimestichezza. Secondo l’indagine annuale dell’area studi di Mediobanca, negli ultimi tre anni le aziende medio-grandi a controllo estero hanno un peso sempre maggiore: a fine 2022 rappresentavano il 29,7% del fatturato, salito al 34,5% nel 2024. Kpmg inoltre rileva che nel solo 2024 le operazioni di fusione e acquisizione di realtà italiane da parte di fondi o imprese straniere sono state 429 per un valore record di 36,2 miliardi. Una parte importante, è realizzata da fondi di investimento, di solito interessati a restare 5-6 anni per poi vendere, spesso a proprietà industriali estere. Tra le aziende più rappresentative del Made in Italy che in questi tre anni sono passate o stanno passando in mani straniere troviamo Iveco group (veicoli commerciali): la divisione Difesa andrà all’italiana Leonardo, mentre tutto il resto è in corso la finalizzazione con gli indiani di Tata Motors. E ancora: Comau (sistemi di automazione industriale e robotica avanzata), il 51% della quale è stato venduto da Stellantis al fondo di investimento Usa One equity partners; Piaggio Aerospace, storico costruttore aeronautico italiano, acquisito dalla società turca Baykar, specializzata in droni e sistemi aerospaziali; Cvs Ferrari, produttrice di attrezzature industriali, passata all’americano Taylor Group; Sifi spa, venduta da 21 Invest alla spagnola Faes Farma; Bialetti, acquisita dalla cinese Nuo capital. Ip italiana petroli sta passando alla Socar (Azerbaigian). Il gruppo francese Axa ha acquisito la quota di controllo del 51% di Prima, compagnia italiana delle assicurazioni. Golden Goose, la società delle sneaker di lusso se la sono presa i fondi Hsg (cinese) e Temasek (Singapore) per un valore stimato di 2,5 miliardi: closing nel 2026.  Il gruppo della moda Etro è diventato al 100% straniero l’anno scorso con l’uscita della famiglia italiana che lo aveva fondato.  La quota di maggioranza della rete fissa Tim è passata al fondo americano Kkr. Ita Airways è detenuta al 41% da Lufthansa che a giugno porterà la sua partecipazione al 90%, mentre sull’ex Ilva ci sono trattative in corso per vendere al fondo americano Flacks.

    Al di là del fatto che l’Italia fa parte del mercato unico europeo e che dunque la proprietà da parte di chi non sia italiano ma comunque è comunitario non può fare grande differenza in termini legali (così come non può fare alcuna differenza il fatto che un’azienda di una parte d’Italia sia detenuta da un padrone che sta in tutto’altra parte dello Stivale), gli investitori stranieri hanno spesso saputo rivitaliazzare marchi del Made in Italy mantenendo la produzione in Italia, come è avvenuto per Lamborghini (controllata da Audi), o Andldo Breda (asset di Hitachi rail). Non è però sempre così: nella farmaceutica l’importante centro di ricerca oncologica Nerviano Medical Sciences (NMS), è stato acquisito per il 90% da un fondo cinese nel 2018, poi passata al 100% nel 2024 e nel 2025 ha aperto una filiale a Shanghai per rafforzare il mercato asiatico, e annunciato di mandare a casa i ricercatori italiani.

    A fianco della cultura di mercato pesano sulle prospettive della produzione italiana anche il costo dell’energia e il peso della cosiddetta politica industriale e quindi dello Stato (sotto forma sia di prelievo fiscale che di incentivi e aiuti finanziari vari), in generale la competitività del sistema Paese, come si dice. Prima dell’impennata dei prezzi dovuta al blocco dello stretto di Hormuz Confindustria stimava che in Italia l’approvvigionamento energetico per far funzionare stabilimenti e impianti costasseil 30% in più rispetto alla media europea, un chiaro ostacolo alla competitività di chi opera in Italia rispetto a chi opera in Paesi con bollette più basse. Il piano Transizione 5.0 da 6,3 miliardi lanciato a marzo 2024 con fondi del Pnrr ha introdotto per le imprese compensazioni fino al 45% degli investimenti tramite credito d’imposta ma i fondi messi a disposizione sono calati di anno in anno. Per i prossimi tre anni c’è la Zes Unica, una misura che deve favorire gli investimenti e lo sviluppo del Mezzogiorno, ma come sempre quando si tratta di fondi c’è un limite alla liquidità che lo Stato può mettere sul piatto mentre la par condicio che ispira il provvedimento fa sì che quanti più saranno i richiedenti, tanto minore sarà la quota di fondi che ciascuno riceverà.

  • Circolo vizioso negli Usa: più si spara e più i cittadini corrono a comprare armi

    Il diritto di armarsi negli Stati Uniti ha un’origine straordinaria: il diritto di difendersi dallo Stato. Un’idea inconcepibile in Europa, ma che negli Usa discende dal timore che lo Stato federale, il potere centrale di Washington, possa sopraffare i singoli Stati federali dove vive il privato cittadino. L’idea sembra poter tornare d’attualità ora che l’attuale presidente americano pensa di mandare guardie federali in città (come Chicago) che considera fuori controllo, ma nei fatti la diffusione delle armi tra gli americani sta prendendo tutt’altra direzione rispetto alla difesa da invadenze dello Stato: chi ha un’arma non la usa per difendersi ma per attaccare.

    Ad oggi negli Usa ci sono addirittura più pistole e fucili che persone: oltre 393 milioni, ovvero 120 “pezzi” ogni 100 abitanti. Un primato mondiale assecondato dalla politica in nome di un culto mistico del Secondo emendamento della Costituzione. Al momento in 38 Stati si può girare senza intoppi con pistola al fianco; in 29 non serve un permesso per portare in giro un’arma nascosta. La violenza armata è oggi la prima causa di morte tra i minori e dal massacro di Columbine del 1999, il Washington Post ha contato oltre 400 sparatorie nelle scuole.

    Secondo Peter Simi, sociologo alla Chapman University, «gli indicatori parlano chiaro: non c’è motivo di aspettarsi un miglioramento sostanziale a breve. Non c’è una sola causa né una sola soluzione, ma serve una leadership nazionale diversa. Si registra poi un crollo di fiducia: nel sistema, nel Congresso, nei media e sempre più anche tra cittadini. È l’antitesi di ciò che serve a una democrazia vitale».

    Il problema insomma non è difendere la propria libertà individuale da uno Stato prevaricatore ma l’incapacità dello Stato di far sentire il cittadino al sicuro e non fargli avvertire il bisogno di armarsi per difendersi da sé visto che lo Stato non è in grado di tutelarlo. In una sorta di circolo vizioso, sparatorie nelle scuole mentre da un lato suscitano dibattiti sull’opportunità di abolire il diritto del cittadino di armarsi dall’altro inducono i cittadini stessi a comprare un’arma proprio per difendersi. E così quanto più le armi finiscono in mano a chi ne fa un uso scriteriato e criminale, tanto più gli acquisti di armi aumentano, incrementando il rischio che tra i nuovi acquirenti vi siano anche ulteriori scriteriati che faranno stragi e porteranno altri americani ancora ad armarsi, in un circolo appunto vizioso e sempre più ampio di corsa ad armarsi e utilizzo illegale di quelle armi. «Le richieste aumentano dopo le tragedie, poi si affievoliscono dopo qualche settimana. Ma c’è comunque un incremento» testimonia Michael Kozhar, vicepresidente della International security services che fornisce servizi di sicurezza per le scuole (business sorto per via delle sparatorie che spesso hanno per teatro proprio le scuole americane).

  • I produttori di grano italiani lavorano in perdita, secondo Coldiretti

    Produrre un quintale di grano duro per la pasta costa agli agricoltori del Sud 31,8 euro (30,3 al Centro Nord) ma al momento di venderlo se ne vedono pagare appena 28, finendo di fatto per lavorare in perdita. Ad affermarlo è la Coldiretti a commento della pubblicazione da parte di Ismea del monitoraggio dei costi medi per il frumento. Un risultato della grande mobilitazione che ha visto ventimila produttori della più grande organizzazione agricola d’Italia e d’Europa scendere in piazza in tutto il Paese.

    Si tratta, infatti, di un passo avanti fondamentale perché da oggi non si potrà più prescindere dai costi di produzione come riferimento minimo per garantire un prezzo equo e fermare le speculazioni che stanno strozzando le imprese agricole, a salvaguardia dei consumatori e del loro diritto a prodotti sani e locali. Costi di produzione che – sottolinea Coldiretti – non possono essere però il prezzo: serve garantire un margine adeguato all’agricoltore, perché produrre sottocosto come sta avvenendo ora mette a rischio il futuro del Made in Italy.

    Sotto l’effetto delle manovre dei trafficanti di grano le quotazioni pagate agli agricoltori sono calate negli ultimi quattro anni tra il 35% e il 40%, mettendo a repentaglio le prossime semine e la tenuta economica delle aziende agricole, perché i ricavi non coprono più i costi di produzione.

    L’andamento delle campagne di commercializzazione dal 2015/2016 al 2025 (luglio-settembre) evidenzia come dal picco dei listini nel 2021/2022 (470,7 euro a tonnellata) si sia passati a 274,1 negli ultimi tre mesi di quest’anno. I costi medi, sempre per il grano duro, rilevati dall’Ismea si sono attestati nell’Italia centro-settentrionale a circa 302 euro a tonnellata, saliti nel Centro-Sud e in Sicilia a 318 euro. Per il grano tenero il costo medio è di poco superiore ai 230 euro a tonnellata. Ismea spiega che a determinare il costo sono concimi, fitosanitari, sementi, prodotti energetici e acqua, manodopera e costi fissi. Dai grafici elaborati da Ismea spicca dal 2022/2023 un ribaltamento del rapporto prezzi-costi.

    Se nel 2021-2022 la variazione del prezzo del prodotto aveva segnato +73,4% a fronte di +21,4% dei costi, nel 2022+14,9% i costi e -10,8% i prezzi riconosciuti ai produttori, nel 2023/2024 si abbassano i costi (-2,5%), ma molto di più i prezzi (-20,1%) per arrivare alla campagna 2024/2025(costi stabili, ma listini giù del 14,6%). Un altro elemento che avvalora la denuncia di Coldiretti relativamente alla salubrità del grano duro importato è l’exploit degli acquisti dal Canada, dove il prodotto viene trattato con il glifosato in modalità vietate in Italia. Nel 2024 le importazioni sono infatti aumentate del 60,2% per un valore che ha raggiunto 290 milioni di euro.

    Mentre gli acquisti si sono ridotti sia dalla Ue (-8,4%) che dal mondo (-22%). L’Ismea ha anche calcolato il costo medio per area. Nel Sud e cioè Puglia, Sicilia e Basilicata il costo medio a ettaro nel 2025 è stato di 1,170 euro con un differenziale prezzo-costo di -7%. Nel Centro (Toscana e Marche) costo medio a 1,390 a ettaro con un differenziale di -2%. Nel Centro Nord (Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Toscana) 1,427 euro (+2%).

    Da qui il piano di misure presentato da Coldiretti in occasione della mobilitazione e subito condiviso dal Governo con il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida, a partire dall’impegno a istituire la Commissione Unica Nazionale (CUN) sul grano duro, per superare le borse merci locali, fermare le speculazioni e costruire un meccanismo trasparente e partecipato per garantire il corretto formarsi del futuro prezzo di mercato. Una misura finalizzata a costruire armonia che ora diventa ancora più urgente tenendo conto dell’atteggiamento degli industriali che non hanno partecipato alla Commissione sperimentale per il grano duro, una presa di posizione che evidenza un atteggiamento ostile alla istituzione della CUN.

    Bene anche l’annuncio di 40 milioni da destinare ai contratti di filiera con aiuto de minimis di almeno 100 euro all’ettaro, che rappresentano oggi lo strumento più concreto per dare stabilità e reddito agli agricoltori, coinvolgendo anche il mondo dei pastai a cui viene garantito un credito d’imposta da 10 milioni di euro. Grazie a questo strumento i produttori di grano potranno avere un ricavo di 40 euro al quintale, tra prezzo riconosciuto all’interno del contratto di filiera e contributi pubblici. Il piano di Coldiretti chiede anche il blocco delle importazioni sleali di grano trattato con sostanze vietate in Europa, come il glifosate presente nel grano canadese “veleno” per le nostre tavole, garantendo la reciprocità delle regole e imponendo agli alimenti provenienti da Paesi terzi gli stessi standard richiesti agli agricoltori italiani ed europei. È fondamentale poi estendere a tutta l’Ue l’obbligo di indicare l’origine del grano sulla pasta, già in vigore in Italia, per garantire ai consumatori il diritto a una informazione trasparente su ciò che consumano. Al tempo stesso serve investire in ricerca, innovazione e transizione tecnologica anche con il supporto del Crea. Occorre poi un piano nazionale per stoccaggi e infine serve triplicare la resa ad ettaro attraverso le nuove tecniche di irrigazione così da assicurare riserve strategiche, forniture sicure e difendere la sovranità alimentare.

  • Relazione del ministero: lo Stato non vigila adeguatamente sulla gestione delle autostrade

    Il giacobinismo tipico dei grillini portò a demonizzare i Benetton dopo il crollo del ponte Morandi a Genova, all’insegna del trito luogo comune che vuole il privato brutto, avido e cattivo. Il problema però è diverso è, come emerge ora, è l’inadeguatezza del pubblico che è chiamato a vigilare sulla gestione delle autostrade (e delle infrastrutture in generale) che lo Stato stesso appalta (incassando le concessioni) ai privati

    La commissione tecnica del ministero delle Infrastrutture istituita il 9 agosto 2024 da Matteo Salvini «per la valutazione dei piani di investimento» dei concessionari autostradali è giunta a conclusione che lo stesso ministero, retto all’epoca del crollo del Morandi dal grillino Danilo Toninelli, non abbia vigilato adeguatamente sugli obblighi e sulle relative spese che gravavano Aspi, in qualità di concessionario delle autostrade, per la manutenzione delle autostrade stesse.

    La commissione presieduta da Elisabetta Pellegrini, ingegnera che viene dalla Regione Veneto dove ha seguito il completamento della superstrada a pedaggio Pedemontana Veneta, rileva che dal 2011 al 2023 Aspi ha contabilizzato spese per manutenzioni ordinarie pari a 4 miliardi e 735 milioni e che, di contro, sommando le voci degli interventi sulle opere d’arte (gallerie e viadotti) a quelli sulle pavimentazioni si arriva soltanto a 2 miliardi 731 milioni.

    Ma non è tutto. La vendita di Aspi dai Benetton alla Cassa Depositi e Prestiti, fortemente voluta e sostanzialmente forzata dal governo Conte sempre sul presupposto che solo ciò che è pubblico va bene, sarebbe avvenuta sulla base di valori non ben ponderati. La spesa per le manutenzioni ordinarie di gallerie e viadotti da parte di Aspi risulta molto più alta che in precedenza a partire dal 2019, l’anno seguente al crollo del ponte Morandi: dal 2011 al 2018 quella voce non aveva mai superato 55 milioni l’anno, poi, improvvisamente, decolla a 304 milioni nel 2019, 450 nel 2020, 444 nel 2021. Si tratta di cifre che ovviamente sono state tenute in conto nel momento in cui Cassa Depositi e Prestiti ha rilevato, comprandola, la gestione delle autostrade e che calano a 179 e 111 milioni rispettivamente nel 2022 e 2023, quando la società era già passata di mano.

    Last but not least, il fatto che la gestione delle autostrade detenuta da Aspi sia stata rilevata da Cassa Depositi e Prestiti senza che sia stata indetta una gara di appalto in cui a rilevare le concessioni fosse il miglior offerente ha già portato a una sentenza di condanna da parte della Corte di giustizia europea. I Benetton, additati all’epoca del crollo del Morandi come avidi speculatori colpevoli della tragedia, hanno incassato 8,2 miliardi per la cessione della gestione delle autostrade che esercitavano quando detenevano Aspi.

  • India’s Jio and Airtel ink deals to bring in Musk’s Starlink

    India’s largest telecoms company Reliance Jio and its rival Bharti Airtel have signed separate deals with Elon Musk’s SpaceX to bring the Starlink internet service to the country.

    The move has caught most analysts by surprise, as Musk has publicly clashed with both companies recently.

    It comes as Indian and US officials discuss a trade deal. US President Donald Trump has threatened to impose retaliatory tariffs on 2 April.

    The agreements, touted to expand satellite internet coverage across India, are still conditional upon SpaceX obtaining the Indian government’s approval to begin operations.

    Starlink had 4.6 million subscribers across the world, as of 2024.

    SpaceX has been aiming to launch services in India since 2021, but regulatory hurdles have delayed its arrival.

    Both Jio and Airtel say they will leverage their mobile network along with Starlink to deliver broadband services to communities and businesses across the country, including in rural and remote regions.

    Jio will offer Starlink equipment in its retail outlets and online stores along with providing installation support for the devices, while Airtel says it is exploring the same.

    Airtel also says the tie-up, along with an existing deal with Starlink rival Eutelsat OneWeb, would help to expand its connectivity.

    Many had not anticipated Starlink’s simultaneous deals with Jio Platforms and Airtel.

    Up until the announcement, Jio was seen as Starlink’s biggest competitor in India’s satellite broadband market.

    Billionaires Mukesh Ambani and Sunil Bharti Mittal, who own Jio and Airtel respectively, had jointly opposed Musk’s demand to administratively allocate satellite spectrum.

    Mr Musk had argued that spectrum should be allotted as this would align with international standards.

    Ambani and Mittal had wanted it to be auctioned instead in a competitive bidding process.

    Last October, in a major win for Musk, the Indian government announced that spectrum would be allocated administratively.

    The tie-ups come off the back of that policy and Musk’s meeting with Indian Prime Minister Narendra Modi in Washington last month, during which they discussed cooperation in areas of space technology and mobility.

    Musk’s influence on the US government is “sky-high” and “probably a good reason why Delhi took a contrarian position with respect to Jio’s ask for spectrum auction rather than allocation, which is rare”, says Prasanto K Roy, a technology analyst.

    India is the world’s second largest internet market but more than 670 million of its 1.4 billion people have no access to the internet, according to a 2024 report by GSMA, a trade body representing mobile network operators worldwide.

    Satellite broadband provides internet access anywhere within the satellite’s coverage.

    This makes it a reliable option for remote or rural areas where traditional services like DSL – a connection that uses telephone lines to transmit data – or cable are unavailable. It also helps to bridge the hard-to-reach digital divide.

    “Starlink is a clear winner here,” says Tarun Pathak, an analyst at Counterpoint Research. If approved, the tie-ups give Musk access to 70% of India’s mobile users.

    Musk has been “eyeing a presence [in India] because its size will also give him economies of scale” given how expensive satellite internet is, he says.

    These partnerships are also a quick way for Starlink to comply with India’s data localisation laws, he adds.

    For consumers, how the services are priced will be key, given mobile data in India is among the cheapest globally.

    Satellite broadband plans cost around $150 a month, whereas mobile data is 150 rupees ($2; £1.33).

    But a partnership with both Airtel and Jio could help bring prices down to around 3,000 rupees, says Roy.

    “Also, pricing may be better from Musk’s point of view and not rock-bottom, with Jio and Airtel offering the same services,” he says.

    For Airtel and Jio, the partnership with Musk is a clear result of the telecoms policy not favouring them, analysts say.

    “Jio was hoping that it would raise the entry barriers for others by pressing for the auction route. But since that hasn’t happened, they must have felt it is better to change tack and do a tie-up,” says Roy.

    Pathak says the Indian government, on the other hand, possibly felt it would be better to “co-operate” rather than “compete” with Musk with Trump’s tariffs looming and a trade deal under discussion.

  • Il Demanio del Comune di Milano mette a bando 31 immobili

    Le ex Cucine Economiche di via Montegrappa, 18 box in zona Navigli, nove posti auto in diversi quartieri della città. Sono tra gli immobili oggetto di un bando pubblicato dal Demanio del Comune di Milano, che propone in concessione o locazione 29 beni di sua proprietà.
    Si tratta del più ampio avviso pubblico di questo genere aperto negli ultimi anni e si chiuderà il 29 maggio. Gli spazi saranno aggiudicati, in concessione per 12 anni o in affitto per sei anni rinnovabili, alle migliori offerte economiche che verranno presentate da persone sia fisiche sia giuridiche.

    L’unità a bando di maggiori dimensioni e valore è costituita dal primo piano dell’edificio di via Montegrappa 8, la storica costruzione in mattoni a vista e decori in terracotta delle Cucine Economiche, progettata da Luigi Broggi e aperta nel 1883 come refettorio per operai e indigenti, oltre che forno sociale per la vendita di pane a prezzi modici. Il fabbricato, in stile neoromanico e soggetto a vincolo di interesse culturale, non ospita più le cucine economiche dagli anni Settanta ma mantiene il suo scopo sociale con il Centro Socio Ricreativo Culturale per il tempo libero Montegrappa, che ha sede al piano terra. Il bando riguarda i 455 metri quadri al primo piano, fin dall’origine destinati ad uffici e proposti in concessione per un canone annuo a base d’asta di 88mila euro.
    In via Carlo Torre 24, in zona Navigli, si trovano 18 box aggiudicabili in locazione, al piano interrato all’interno di un condominio privato. Si tratta di beni confiscati alla criminalità organizzata e trasferiti al patrimonio indisponibile del Comune di Milano. L’Amministrazione ha deciso di metterli a bando, vincolando i proventi dei canoni a finalità sociali, come consentito dalla normativa.
    A bando anche nove posti auto, all’interno di diversi condomini privati nei Municipi 4 e 7 e un negozio di 83 metri quadri in via Morgantini.

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