voto

  • Garanzie democratiche: da sei a 12 mesi

    Se verranno rispettati i tempi e non si dovessero verificare crisi di governo da adesso alla data delle prossime elezioni, manca circa un anno al prossimo turno elettorale delle Politiche. Nel caso in cui si trattasse della elezione del Presidente della Repubblica tra sei mesi scatterebbe il semestre bianco.

    Questo istituto fu introdotto per impedire che il Presidente della Repubblica potesse sciogliere le Camere negli ultimi mesi del proprio mandato con l’obiettivo di favorire una propria rielezione. È stato previsto per limitare il potere di una carica come quella del Presidente della Repubblica che rappresenta una figura di garanzia e non è titolare di uno dei tre poteri, cioè’ quello esecutivo, legislativo e giudiziario.

    Viceversa, proprio per limitare il potere esecutivo ed in considerazione di una prassi ormai consolidata, andrebbe introdotto un istituto simile al semestre bianco, che limiti l’attività del Governo in carica che andrebbe esteso a dodici mesi precedenti la scadenza dei cinque anni istituzionali (*).

    Bisogna Infatti tener presente come dal1993 a oggi, il sistema per le elezioni politiche nazionali è cambiato quattro volte e la prassi di modificare le regole a ridosso del voto si conferma quasi una costante del panorama politico italiano.

    L’obiettivo dichiarato dovrebbe essere quello di fortificare e rafforzare la governabilità e la stabilità, mentre il vero disegno è sempre quello di garantire il mantenimento della maggioranza a sostegno del governo.

    Nessuna delle modifiche del sistema elettorale, ed ancora meno quella che intende proporre il governo in carica, ha come obiettivo quello di ridare la centralità al voto dei cittadini. Infatti, solo per ricordare i principali interventi relativi al sistema elettorale, nel 2005 (Il Porcellum) venne approvato a dicembre, a soli quattro mesi dalle elezioni politiche di aprile 2006.

    Questa modifica introdusse un sistema proporzionale con un forte premio di maggioranza e liste bloccate.

    Nel 2015 l’Italicum fu approvato a maggio, sebbene non sia mai effettivamente entrato in vigore (poiché concepito per funzionare solo con una Camera e poi bocciato dalla Corte Costituzionale).

    Ancora nel 2017 (Il Rosatellum) venne approvato a ottobre, a meno di cinque mesi dalle elezioni politiche di marzo 2018.

    Si tratta del sistema misto tuttora in vigore, che unisce collegi uninominali maggioritari e listini proporzionali.

    Tutte queste riforme, esattamente come quella attuale presentata al governo Meloni, dimostrano di avere come unico obiettivo quello di “assicurare” il mantenimento della maggioranza uscente sfavorendo l’opposizione, anche attraverso imbarazzanti rielaborazioni del concetto di stabilità politica e governativa.

    Certamente anche questo tentativo di modificare in corso d’opera il sistema elettorale non risponde ad una visione istituzionale che riesca, per esempio, a riportare gli elettori alle urne cominciando a riconoscere la centralità del voto nella dinamica democratica.

    Tenendo sempre presente che un sistema elettorale non possa da solo riportare i cittadini alle urne, di certo può allontanarli da quelle istituzioni all’interno delle quali qualsiasi governo ne rappresenta il potere esecutivo. Invece, dimostrando di non possedere alcun senso istituzionale e tantomeno rispetto per gli elettori, ancora una volta si cerca di modificare le regole del gioco a proprio favore.

    (*) Nel caso di una crisi di governo andrebbe annullata ogni modifica del sistema elettorale retroattivamente di un anno.

  • La nuova legge elettorale deve restituire agli elettori il diritto di scelta dei parlamentari

    Il vice premier Tajani, leader del principale partito liberale Italiano, ha fatto il punto sulle principali proposte di Forza Italia da ora a fine legislatura e cioè: fine vita, disegno di legge sul nucleare, riforma su Roma Capitale, ed ha spiegato che, oltre i temi dei diritti e delle liberalizzazioni, il partito dovrà concentrarsi anche sui temi economici e sull’energia che “interessano la gente”, senza dimenticare la legge elettorale.

    Ma proprio su questa, la condivisibile e puntuale strategia liberale sbotta in una palese contraddizione, perché ribadisce l’assoluta contrarietà del partito di ispirazione liberale di accettare la restituzione agli italiani del diritto di scelta dei propri parlamentari, arrivando ad alzare i toni e minacciare che voterà contro il ripristino delle preferenze, e la legge orribilmente denominata Stabilicum “verrà Bocciata”.

    E questa è una grave contraddizione, perché essere liberali impone in primo luogo il rispetto della Carta Costituzionale, che da 21 anni è gravemente violata, per il ricorso a tre leggi elettorali, Porcellum, Italicum e l’attuale Rosatellum, che hanno continuato imperterrite a consentire ai capi partito la nomina dei parlamentari per potere avere a disposizione Yes Man, e non parlamentari che rappresentano i cittadini elettori e i territori in cui sono eletti.

    Assumere quindi una postura di assoluta contrarietà, comporta la cancellazione anche per il futuro del diritto di Rappresentanza, che a proposito di diritti liberali, è il diritto più importante unicamente riconosciuto dalla Costituzione agli elettori e non ai capi partito.

    Sarebbe stato molto più trasparente, a questo punto, cambiare la Costituzione e cancellare il diritto di Rappresentanza ai cittadini, attribuendolo unicamente ai capi partito, piuttosto che violare la Costituzione per 21 anni, e atteggiarsi a difensori della democrazia, che però di fatto, così facendo, hanno mortificato poiché hanno rotto il sistema dei tre poteri, che sono rimasti due, l’esecutivo e il giudiziario, nel silenzio di una gravissima violazione dei diritti degli italiani.

    E tutto ciò non riguarda solo F.I., che però ha più responsabilità essendo un partito liberale, ma anche la Lega, e molti partiti della opposizione, che su questo tema hanno assunto la postura dello struzzo, e non si pronunciano perché la pensano allo stesso modo dei due partiti della maggioranza.

    Ora però questa estorsione dei diritti agli elettori non può continuare ad essere praticata.

    I danni sono già stati troppi, in termini soprattutto di crescita progressiva delle astensioni, che ha portato i votanti al di sotto del 50% degli aventi diritto al voto, che ha provocato l’aumento esponenziale della sfiducia per la crescente percezione di inutilità alla partecipazione democratica e conseguentemente un progressivo distacco degli italiani dalle istituzioni, oltre che l’assenza di qualsiasi interlocuzione tra eletti ed elettori, ed il venir meno della tutela dei territori.

    In questi 21 anni di estorsione dei diritti dei cittadini si è costantemente ridotto il ruolo del parlamento, con una sempre crescente invasione dei ruoli istituzionali dell’esecutivo, la crescita abnorme dei decreti legge e la sempre maggiore riduzione dei tempi di esame del parlamento, e il conseguente ricorso del governo al voto di fiducia (che con 108 voti di fiducia ha raggiunto il record storico  rispetto ai precedenti governi), sottraendo ad un parlamento già ridotto a semplice passacarte dell’esecutivo, perfino il diritto di tempi ragionevoli per un  doveroso diritto di dibattito.

    Ma soprattutto ciò che è in evidente ed intollerabile mancanza è l’assenza di libertà e totale autonomia dei parlamentari che, essendo nominati, non hanno margini di reazione alle decisioni sbagliate dei capi partito, che li comandano a bacchetta e possono provvedere a fine legislatura, in caso di contrasto, alla loro sostituzione.

    L’esempio più chiaro di questa gravissima violazione del diritto di totale libertà dei parlamentari, è stata la gestione della legge sull’Autonomia Differenziata, che ha visto silenti per oltre un anno mezzo, ma fortemente preoccupati, i parlamentari della Destra di governo, a votare in silenzio l’approvazione di una legge che avrebbe massacrato, se non ci fosse stato il provvidenziale intervento della Corte Costituzionale, l’intero meridione italiano.

    Con parlamentari liberi e indipendenti, come li garantisce la Carta Costituzionale, la lega non avrebbe mai potuto proporre un provvedimento di tale portata, perché non avrebbe trovato un parlamentare del sud disposto a massacrare il suo territorio.

    Ecco perché oggi più che mai è necessario che la nuova legge elettorale restituisca agli italiani i diritti costituzionali della Rappresentanza, e si ritorni alla libertà di azione degli eletti che, in democrazia, rispondono agli elettori e non ai capi partito, e ciò deve essere chiaro a tutti i partiti, che devono ora dichiarare la oro posizione affinché tutti i cittadini sappiano chi vuole continuare a estorcere i diritti costituzionali e chi invece dopo 21 anni, consente di ritornare al rispetto della Costituzione, per salvare la democrazia.

  • Tre nomi per il prossimo segretario generale dell’Onu. Usa e Cina al lavoro per la nomina

    Con il mandato di Antonio Guterres in scadenza il 31 dicembre 2026, la corsa alla segreteria generale delle Nazioni Unite entra nella fase più delicata. Il processo è formalmente aperto dal 25 novembre scorso, quando i presidenti del Consiglio di sicurezza e dell’Assemblea generale hanno inviato la consueta lettera congiunta di invito alle candidature. Ma dietro la facciata di una procedura sempre più trasparente, con audizioni pubbliche, dichiarazioni programmatiche e rendiconti finanziari delle campagne, si consuma una partita geopolitica il cui esito dipende in ultima istanza dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza: Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito e Francia. Un solo veto è sufficiente ad affossare qualunque candidato. E sullo sfondo di questa competizione si staglia sempre più chiaramente la rivalità strutturale tra Washington e Pechino per il controllo delle istituzioni che governano l’ordine internazionale, un sistema che la Cina ha scalato metodicamente nel corso degli ultimi due decenni, conquistando posizioni di vertice in un numero crescente di agenzie.

    Al momento le candidature formalmente depositate sul sito delle Nazioni Unite sono tre. Il primo a scendere in campo è stato l’argentino Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) dal 2019, candidato da Argentina, Italia e Paraguay il 26 novembre 2025. A marzo si sono aggiunti Rebeca Grynspan, ex vicepresidente della Costa Rica e attuale segretaria generale della Conferenza Onu sul commercio e lo sviluppo (Unctad), e l’ex presidente senegalese MackySall, nominato dal Burundi. Due candidature hanno già subito battute d’arresto significative. L’ex presidente cilena Michelle Bachelet, nominata congiuntamente a febbraio 2026 da Cile, Brasile e Messico, ha perso il sostegno di Santiago il 24 marzo, dopo che il governo conservatore del nuovo presidente José Antonio Kast ha ritirato il proprio appoggio, citando la “dispersione delle candidature” latinoamericane e le difficoltà di percorribilità della corsa. La candidatura dell’argentina Virginia Gamba, ex rappresentante speciale Onu per i bambini e i conflitti armati, è invece caduta il 25 marzo quando le Maldive, suo unico sponsor, hanno ritirato la nomina.

    La norma informale della rotazione geografica pesa su tutta la competizione. Nessuna donna ha mai ricoperto l’incarico, e diversi Paesi hanno sostenuto con forza che dopo ottant’anni sia giunto il momento di una segretaria generale. A questo si somma la questione regionale: per tradizione il mandato dovrebbe ora spettare all’America latina. Con l’uscita di scena di Bachelet e Gamba, Grynspan si trova nella posizione più forte per incarnare entrambe le istanze, ovvero donna e latinoamericana, e la sua candidatura ha guadagnato slancio nelle ultime settimane. Grossi resta tuttavia il candidato con il profilo più alto sul piano tecnico-diplomatico. La sua gestione dell’Aiea negli anni più caldi della crisi nucleare iraniana e del dossier di Zaporizhzhia, in Ucraina, gli ha garantito maggiore visibilità. Ma proprio questo bagaglio lo espone al rischio del veto: la Russia potrebbe usare il proprio potere contro di lui per via delle sue posizioni sul conflitto contro Kiev e sul controllo del sito nucleare ucraino. Grossi è inoltre l’unico candidato a non essersi dimesso dal proprio incarico per candidarsi, continuando a guidare l’Aiea durante la campagna.

    La candidatura di Sall rispecchia le ambizioni del continente africano, che non presenta un segretario generale dal 1996, quando l’egiziano Boutros Boutros-Ghali fu estromesso dopo un solo mandato per il veto degli Stati Uniti, contrari al suo attivismo indipendente e alla sua gestione delle crisi in Somalia e Ruanda. Gli Usa promossero al suo posto la figura del ghanese Kofi Annan, che esercitò un doppio mandato dal 1997 al 2006. La candidatura di Sall, tuttavia, soffre di una base di sostegno fragile. La nomina è arrivata dal Burundi, non dall’Unione africana nel suo complesso, e il governo del Senegal ha esplicitamente dichiarato di non sostenere la sua candidatura, rivelando nuovamente le tensioni irrisolte tra Sall e le nuove autorità di Dakar guidate dal presidente Bassirou Diomaye Faye e dal premier Ousmane Sonko.

    È però sul versante della rivalità sino-americana che la corsa assume la sua dimensione più profonda. Washington si trova in una posizione inedita rispetto al 2016: l’amministrazione del presidente Donald Trump ha avviato un ridimensionamento aggressivo del multilateralismo onusiano, accompagnato da tagli ai finanziamenti e da una crociata contro il linguaggio della “diversità di genere” nelle agenzie Onu. Il rappresentante statunitense all’Onu, Mike Waltz, ha dichiarato di voler contrastare la penetrazione cinese nell’apparato burocratico delle Nazioni Uniti, puntando a inserire più funzionari statunitensi nei livelli iniziali della carriera diplomatica per farli crescere nel sistema e competere con Pechino sul terreno delle nomine interne. È una dichiarazione di guerra burocratica a bassa intensità, che segnala come lo scontro tra Washington e Pechino sul Palazzo di vetro non si esaurisca nella scelta del segretario generale, ma si estenda al controllo capillare dell’apparato tecnico-amministrativo.

    Pechino ha infatti costruito nel tempo una posizione di influenza sistemica all’Onu che va ben al di là della singola nomina. La Cina controlla quasi un terzo delle principali agenzie specializzate delle Nazioni Unite, avendo espresso i direttori generali dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Uitu), dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (Unido) e dell’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (Icao). Per fare un confronto, Francia, Stati Uniti e Regno Unito guidano un’agenzia specializzata ciascuno, pur contribuendo al bilancio onusiano tre volte tanto rispetto a Pechino. La ricerca accademica mostra che la Cina costruisce coalizioni con Stati più deboli per controllare le nomine del personale dirigente, e che le agenzie guidate da funzionari cinesi tendono ad allineare il proprio linguaggio istituzionale a quello di Pechino. Il vero strumento di influenza cinese, tuttavia, è il voto africano: le nazioni africane, il blocco regionale più numeroso all’Assemblea generale con il 28 per cento del peso complessivo, hanno svolto un ruolo cruciale nel sostenere l’ascesa della Cina nelle istituzioni multilaterali, in cambio di decenni di investimenti, cooperazione allo sviluppo e presenza diplomatica capillare attraverso la Nuova via della seta (Belt and road initiative, Bri).

    Sul segretario generale, la posizione cinese è storicamente orientata a favorire un candidato del Sud globale che non ponga problemi sul fronte dei diritti umani o di Taiwan. Criteri che escludono di fatto qualunque profilo marcatamente occidentale. Grynspan, con la sua esperienza all’Unctad e la sua provenienza latinoamericana, potrebbe incontrare meno resistenze a Pechino rispetto a Grossi, il cui curriculum all’Aiea lo lega indissolubilmente a dossier più sensibili. Il risultato di questa partita dipenderà, in ultima analisi, da chi tra i candidati saprà costruire la coalizione più ampia tra i membri permanenti: non soltanto evitando i veti, ma risultando sufficientemente neutro da non provocarli. Il Consiglio di sicurezza condurrà scrutini segreti a più turni — nel 2016 ne furono necessari sei — fino a quando un candidato non emergerà senza raccogliere alcun veto. Solo allora si procederà al voto formale per raccomandare il candidato all’Assemblea generale, il cui ruolo è sostanzialmente quello di ratificare la scelta del Consiglio. La procedura dovrebbe concludersi tra la tarda estate e l’autunno di quest’anno, con il nuovo segretario generale in carica dal primo gennaio 2027. Prima di arrivare a quel momento, la settimana del 20 aprile si terranno a New York i dialoghi pubblici tra i candidati e gli Stati membri, trasmessi in diretta. Ciascun candidato avrà tre ore per presentare il proprio programma e la propria visione. È la fase più visibile del processo, ma anche quella meno decisiva: la vera trattativa avverrà, come sempre, a porte chiuse.

  • La Nuova Legge elettorale senza i soliti soprusi dei partiti

    La legge elettorale, dopo la vittoria referendaria del No, e la conseguente evaporazione delle riforme del governo in carica, costituisce non solo l’unica legge che può e deve essere approvata, ma è anche necessaria per eliminare il sopruso dei capi partito, che da 21 anni continuano a usurpare il diritto di rappresentanza dei cittadini italiani tutelato dalla Costituzione.

    Una estorsione ingiustificata e incostituzionale, per ben due volte dichiarata dalla Consulta in contrasto con la Costituzione, ma che ha continuato ad essere praticata a esclusivo vantaggio dei capi partito, che ha tolto il diritto di scelta dei propri parlamentari ai cittadini italiani, che ha provocato un progressivo distacco tra popolo e istituzioni, nonché l’aumento esponenziale della sfiducia e dell’assenteismo elettorale, e la crescente percezione di inutilità alla partecipazione democratica, per l’assenza di qualsiasi interlocuzione tra eletti ed elettori, oltre che di tutela dei territori.

    Ma le intenzioni sulla nuova legge, presentata alle camere dalla destra di governo alcuni giorni prima del Referendum, non solo non sembrano indirizzate alla restituzione del diritto di rappresentanza agli italiani, ma a inserire ben altre violazioni costituzionali.

    Infatti, non solo su pressione dei due vice premier Salvini e Tajani sono state eliminate dal testo le preferenze, che il Premier Meloni aveva inserito inizialmente per consentire la scelta dei parlamentari, e quindi lasciando fuori il diritto di rappresentanza, ma nella nuova legge elettorale risalta inoltre l’idea di concedere un premio di maggioranza alla coalizione che raggiunge il 40% di voti, che appare una forzatura esagerata.

    Infatti, con una astensione abituale di oltre il 50% di elettori, Il 40% di voti corrisponde a poco più del 20% dei votanti, mentre il premio di maggioranza consentirebbe di attribuire il 55% dei seggi parlamentari, con una evidente sproporzione già in passato ritenuta incostituzionale.

    E quindi il risultato sarebbe che, mantenendo questo testo, per la quarta volta il parlamento tornerebbe a votare una legge incostituzionale.

    Una proposta inaccettabile che la dice lunga sul rispetto della Costituzione e soprattutto dei cittadini.

    I principali capi partito contrari alla introduzione delle preferenze sono Salvini e Tajani che hanno affermato il loro No sul tema, ed ottenuto la cancellazione delle preferenze perché vogliono ancora conservare senza vergogna il potere per continuare a nominare i fedelissimi, e godere di una sottomissione tipica degli Yes Man.

    Ma non sono solo loro, a pensarla così.

    Infatti anche i leader della sinistra al momento non hanno dichiarato nulla sul tema della reintroduzione delle preferenze, ma è noto che non gradiscono rinunciare ad un privilegio non dovuto, e procedere per la quarta volta a votare una legge incostituzionale.

    Gli stessi personaggi che hanno esaltato la vittoria del No al Referendum per la riforma della giustizia, e soprattutto per la difesa della Costituzione.

    Della serie che, se conviene sono per il rispetto e la tutela della Costituzione, ma se non conviene alzano le spallucce e ignorano le gravissime violazioni.

    Ma oggi, dopo 21 anni di vergognosa negazione dei diritti degli italiani sulla scelta dei propri parlamentari, e una crescita progressiva di astensioni che ha portato al di sotto del 50% i votanti, c’è stato un Referendum che ha stimolato un ritorno importante di partecipazione collettiva, e soprattutto di milioni di giovani che hanno rivendicato il loro diritto di partecipazione.

    Quindi oggi non ci sono più le condizioni di forzatura della Costituzione per gratificare graziosi privilegi ai capipartito, come si evince dal segnale del presidente della Corte Costituzionale Giovanni Amoroso, che ha lanciato per la prima volta la proposta di istituire un canale di collaborazione con il Parlamento sulle pronunce di “monito” che troppo spesso restano “inascoltate”.

    E in particolare sulla legge elettorale ha ricordato che “La Corte Costituzionale ha affermato principi che riguardano il premio di maggioranza, l’eventuale ballottaggio, le candidature e le liste bloccate, che non potranno non costituire riferimento per la valutazione di una nuova legge elettorale”.

    Un monito che non consente giochetti sotto banco dei capipartito che si scontrano costantemente su tutto, ma che sono sempre d’accordo sulle violazioni che li favoriscono.

    In altre parole, ritornano i cittadini al voto, la Corte Costituzionale si è pronunciata e si sono alzati il livelli dei controlli di istituzioni e cittadini, e non si potrà consentire ai leader dei partiti di Destra  Salvini e Tajani, e di Sinistra Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni che possano ancora una volta ignorare la Costituzione e  l’assoluta esigenza di restituire il diritto di rappresentanza agli italiani, rinunciando all’ennesima approvazione di una legge elettorale incostituzionale e soprattutto di boicottare il ritorno alle urne dei giovani elettori sul referendum, per scongiurare che questa voglia di partecipazione sia risucchiata di nuovo nell’assenteismo.

    Ed infine, giusto per essere chiari, una raccomandazione ad escludere voti segreti nell’ambito dei lavori per l’approvazione della nuova legge elettorale.

  • Il duro ritorno alla realtà

    A pochi giorni dall’esito referendario, la politica italiana conferma ancora una volta quale possa essere il senso dello Stato che contraddistingue i protagonisti dello scenario italiano.

    Entrambe le due leader di FdI e del Pd interpretano l’esito referendario come una sconfitta oppure una vittoria politica, spingendo addirittura il segretario del primo partito di opposizione alla richiesta di elezioni anticipate, in questa circostanza supportata dal solito mediocre segretario dei 5 Stelle Conte.

    Viceversa il Presidente del Consiglio fa un brusco ritorno alla realtà uscendo da quella favola nella quale si considerava la regina protagonista, comprendendo finalmente di essere circondata da personaggi che stanno progressivamente riducendo il proprio consenso elettorale. Alla comunque opportuna strategia di queste dimissioni a raffica nel governo, che rappresentano una novità per l’Italia e, di conseguenza, paradossalmente un fattore positivo data la nota inamovibilità dei personaggi politici da ogni incarico pubblico, dovrebbe ora seguire un secondo passaggio. Quello di rivedere completamente le priorità del governo e, di conseguenza, mettendo in forte discussione l’operato del ministro Giorgetti, soprattutto in considerazione del momento storico assolutamente drammatico legato alla escalation della guerra in Medio Oriente.

    In altre parole, mentre gli scenari futuri possono fare intravedere un allargamento del conflitto mediorientale che veda coinvolti paesi come lo Yemen ed una possibile invasione da terra dell’Iran da parte degli Stati Uniti, i protagonisti della politica nazionale, dimostrando per una volta un minimo di senso dello Stato, dovrebbero abbandonare le polemiche politiche per operare al proprio meglio in momento di difficoltà come quella attuale.

    Viceversa solo la bramosia di potere muove ora il fronte dell’opposizione, quando effettivamente va ricordato come il Presidente del Consiglio avesse proposto un tavolo comune in considerazione della situazione geopolitica. Il governo Meloni ha moltissime colpe legate soprattutto alla inadeguatezza di molti suoi ministri ampiamente dimostrata da fatti e dichiarazioni, ma la confermata richiesta di elezioni anticipate proposta dalla leader dell’opposizione, invece di accettare l’invito del Presidente del Consiglio ad un tavolo comune
    non fa che confermare una volta di più la totale assenza di senso dello Stato.

  • Comunque vada, abbiamo perso tutti

    Un commento al risultato del voto prima del voto perché, comunque vada, abbiamo perso tutti per diversi motivi:

    1) l’affluenza sarà bassa rispetto ad una democrazia condivisa e compiuta dove i cittadini si sentano, almeno un po’, partecipi e coinvolti nelle scelte, a prescindere dai personali orientamenti partitici;
    2) gli insulti, i toni violenti, le falsità che hanno contraddistinto la campagna referendaria, con toni da curva delle peggiori tifoserie, hanno portato la politica, e parte della società civile, al livello più basso per radicalizzazioni ideologiche ed incapacità di corretto confronto;

    3) la guerra ci ha messo di fronte a realtà che mettono a rischio la nostra sicurezza ed il futuro, infatti, secondo quanto dichiarato dal governo, saremmo in grado di difenderci da attacchi missilistici solo  per una manciata di ore e non esistono rifugi per la popolazione né scorte di vario tipo, e queste notizie ora sono di dominio pubblico!

    4) l’incapacità, anche per colpa italiana, di arrivare al voto a maggioranza, nel Consiglio europeo, sta rendendo oltremodo difficile salvare l’Ucraina dalla violenza del suo aggressore e Putin, con la Cina, sostiene ed aiuta l’Iran, mentre il turco Erdogan, pur essendo nella Nato, rinnova il progetto di totale distruzione di Israele, il che dimostra, ancora una volta, che l’attuale diplomazia non è in grado di poter dialogare con il delirio guerrafondaio e di onnipotenza di personaggi come Putin, Trump ed i loro simili;

    5) tra i nuovi problemi che dobbiamo affrontare, a causa della crisi energetica, del blocco navale, delle reali minacce di una recrudescenza del terrorismo e dell’immigrazione, si assommano alle nostre irrisolte e ormai tradizionali emergenze, prime fra tutte il sempre più inefficiente servizio sanitario, una priorità per milioni di italiani costretti a non curarsi o a fare ricorso al privato, e la carenza energetica.
    Potremmo elencare altri punti, non ultimo il danno che l’uso improprio, fraudolento, della Rete continua a portare sia nella vita dei più giovani, con esempi negativi ed inviti alla violenza, che dei più anziani, con truffe di vario tipo, ma lasciamo ai nostri lettori questo compito sperando, nel frattempo, che un po’ di buon senso e di percezione della realtà indirizzino le forze politiche, a partire da quelle che governano.

  • “Referendum Giustizia”: le ragioni del Sì contro le falsità degli slogan del No

    Votare, l’abbiamo sempre sostenuto e continuiamo a sostenerlo, è un diritto ed un dovere.

    Come tutti sanno, non solo i nostri lettori, da troppi anni i partiti hanno tolto ai cittadini il diritto di scegliere e votare, alle elezioni nazionali, il proprio candidato, i parlamentari infatti sono decisi, secondo l’ordine di lista, dai capi partito, anche per questo votare al referendum, in qualunque modo si voti, è una dimostrazione di libertà.

    Entrando nel merito della scelta che dovremo fare non possiamo ignorare: 1) che la riforma, in certi passaggi, avrebbe potuto essere migliore, 2) che non ha giovato alla chiarezza e ad un costruttivo dibattito il conflitto tutto politico ideologico che i partiti dell’opposizione hanno scatenato trovando, a volte, da parte dei partiti di maggioranza una certa predisposizione a condividere confusione e dichiarazioni che esulavano dal confronto sul contesto normativo,

    Purtroppo in Italia c’è l’abitudine, pessima, di stravolgere gli argomenti nella loro veridicità per tramutare tutto in un duello tra forze politiche ormai consone ad usare toni catastrofici e motivazioni spesso non corrispondenti alla realtà, per non dire false.

    Per questo siamo grati all’avvocato Oddo per il suo studio che, punto per punto, ribadisce e spiega le infondatezze delle critiche del fronte del no e rimarca le ragioni del Sì.

    Cristiana Muscardini

    1) “La Costituzione non si tocca!”

    Falso sul piano giuridico perché è la stessa Costituzione ad avere previsto nel suo articolo 138 di essere “toccata” con le procedure ivi previste, con le relative maggioranze e anche con referendum, come già avvenuto svariate volte senza che i “sacerdoti” della Costituzione gridassero all’“attentato al testo sacro”. Leggi alla mano, la Costituzione “si tocca” se e quando necessario perché nel nostro ordinamento vige l’art. 138 con cui i “padri costituenti” prefigurarono saggiamente e realisticamente una possibilità evolutiva, fatta salva la forma repubblicana, anche della Costituzione in linea con i tempi.

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    2) “Questa procedura di “revisione” e modifica del testo costituzionale non è stata finora usata e rappresenta un tentativo di questo governo per sovvertire le istituzioni”.

    Anche questo slogan contiene un falso ridicolo perché la nostra storia più e meno recente dimostra che il testo della Costituzione, dal 1948 ad oggi, è stato modificato 46 volte con una media di circa un intervento ogni due anni. Dal 2001 ad oggi le leggi di revisione costituzionale sono state approvate a maggioranza assoluta non avendo raggiunto la maggioranza qualificata dei due terzi del Parlamento, con la conseguenza di aver reso necessario il ricorso al referendum confermativo, come ora richiesto per il prossimo referendum il quinto dagli ultimi 25 anni.

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    3) in precedenza i referendum non hanno riguardato così tanti articoli della Costituzione 

    Chi usa questi slogan può solo sperare nella ignoranza o nella memoria corta perché: nel 2011 la Costituzione fu sconvolta con la sostituzione di sette articoli, la modifica di 2 e l’abrogazione di 6 quando si trattò di intervenire, con pesantissime modifiche, sulla potestà legislativa esclusiva e concorrente dello Stato e delle Regioni e sul federalismo fiscale. Anche in questo caso non si realizzò la piena convergenza parlamentare, con il ricorso al referendum che ottenne il voto di poco più di un terzo degli aventi diritto. Nessuno gridò al colpo di Stato della maggioranza (che era di una sinistra risicatissima e moribonda!) e neppure al “rischio per la democrazia”. Nel 2016, la “legge Renzi – Boschi” aveva cercato di introdurre il superamento del bicameralismo perfetto incidendo su Senato, Provincie e CNEL: uno sconvolgimento costituzionale che aveva previsto la modifica di ben 47 articoli. Anche in questa occasione l’ANM non si è mobilitata per pronunciare proclami di “rischio democratico”. Come mai? Forse perché la Costituzione si può “toccare” tranquillamente anche per aspetti strutturali e fondamentali purché non si tocchino gli ” intoccabili ” della casta e dei privilegi (anche di impunità assoluta) che, attraverso una associazione di diritto privato come la ANM, intende mantenere il controllo di un organo costituzionale quale il CSM con logiche e criteri che sono di condizionamento elettivo, correntizio, partitico o comunque di appartenenza ed una “parte” portatrice di propri interessi e, quindi, con logiche spartitorie del potere che non corrispondono all’ interesse generale alla meritocrazia per le carriere dei magistrati, ed al “servizio giustizia” ???

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    4) “Comunque, la revisione costituzionale proposta con la “Legge Nordio” stravolge di più la Costituzione. Basta vedere quante disposizioni si vogliono modificare”.

    Falso – anche se propagandato da pretesi “giuristi” molto “distratti” oppure in malafede – perché la legge attualmente sottoposta a referendum riguarda la modifica sostanziale di soli due articoli (104 e 105), mentre tutti gli altri 5 articoli (87, 102, 106, 107 e 110) sono soltanto lambiti dai quesiti referendari per mere ragioni di raccordo formale e sistematico tra le varie disposizioni. Dunque, con questo referendum si modificano soltanto 2 articoli contro i 15 e i 47 delle precedenti revisioni costituzionali.

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    5) “Per le garanzie di “GIUSTIZIA” del cittadino questa riforma non serve”

    È vero il contrario perché questa riforma completa la “riforma Vassalli” sul “giusto processo”, altrimenti incompiuta per la necessaria “terzietà” del Giudice rispetto al pubblico ministero, nonostante le chiarissime previsioni dell’art.111 della Costituzione stessa come già revisionato in senso democratico e liberale. Quest’ultima disposizione non è stata formalmente toccata dalla riforma soggetta a referendum ma risulta essere tuttavia di fatto attuata e completata con la legge costituzionale sottoposta a referendum nel punto precisamente del “giusto processo” secondo cui le parti – accusa e difesa – devono trovarsi di fronte un giudice non solo “imparziale” (per soggettivo comportamento virtuoso) ma anche oggettivamente “terzo” che può essere tale soltanto se la sua carriera è distinta e separata de quella del Pubblico Ministero così come ora proposto con la legge di revisione costituzionale. Quest’ultima “revisione” interviene dunque a modificare una situazione in cui il Giudice non è ancora “terzo“, nonostante la previsione costituzionale, perché la sua carriera è unica e accorpata con quella dei Pubblici Ministeri con il risultato di renderlo “collega” dei magistrati che sostengono l’accusa e, quindi, di renderlo condizionabile – e perfino “giudicabile” nella carriera, nelle promozioni e nelle assegnazioni degli incarichi dagli stessi PM. La riforma elimina i rapporti di colleganza tra Giudici e pubblici Ministeri che sono alla base di alcune delle più gravi storture della “Giustizia”, come dimostra il fatto che anche nei più gravi casi di “malagiustizia” (troppo numerosi per essere qui elencati!)  non è mai il magistrato a pagare ed è sempre il cittadino a subire danni spesso irreparabili alla sua persona ed ai suoi beni, mentre il magistrato prosegue indisturbato negli avanzamenti di carriera, in spregio alla giustizia

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    6) In questo modo si mette a rischio l’autonomia e l’indipendenza della magistratura”

    Tra tutti gli slogan del fronte del NO forse è questo il più truffaldino perché: le norme costituzionali affermano esattamente il contrario in quanto l’art. 101 (non toccato dalla riforma) afferma oggi, come ieri e come domani che: i giudici sono soggetti soltanto alla legge” e, in perfetta sintonia e garanzia, l’art. 104 afferma: “la magistratura costituisce un organo autonomo e indipendente da ogni altro potere…”. Fin qui, dunque, la realtà normativa. Tutto il resto appartiene alle tesi complottistiche e alle letture dietrologiche che possono servire al fronte del NO per suggestionare con facili quanto ingannevoli effetti i più sprovveduti ma che nulla hanno a che vedere con la riforma costituzionale soggetta a referendum.

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    7)  I magistrati potranno essere distinti tra loro per scelta governativa”

    Falso perché per l’art 107: “i magistrati si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzioni”.

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    8) “Il governo potrà influire sulle carriere dei magistrati pilotandole secondo disegni governativi”

    Falso, infatti: per l’art. 107: “i magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi se non in seguito a decisione del rispettivo Consiglio…” (nella formulazione ora proposta). Dunque, una volta per tutte: solo i magistrati possono decidere delle carriere dei magistrati stessi.  Ora, come prima e come domani. Tutto il resto ancora una volta è complottismo

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    9) Il potere investigativo del PM risulta diminuito perché non potrà più comandare sulla polizia giudiziaria che dipenderà dal potere esecutivo

    Altra enorme falsità perché per l’art. 109: “l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria. Dunque, il controllo e la direzione della polizia giudiziaria restano saldamente nelle mani del magistrato, il PM che oggi, come ieri e come domani potrà svolgere l’attività investigativa utilizzando la dipendenza funzionale della polizia giudiziaria. Eventuali leggi ordinarie in senso contrario sarebbero annullate per contrasto con il principio espresso nella norma costituzionale.

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    10) Resta il pericolo che il pubblico ministero possa essere influenzato politicamente nell’ esercizio dell’azione penale

    La smentita è clamorosa e viene dall’art.112 sempre della Costituzione“il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”. Dunque, oggi come ieri e come domani il pubblico ministero resta il padrone e signore incontrastato dell’azione penale.

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    11) “Il sorteggio affida alla casualità delicati equilibri costituzionali che dovrebbero rimanere intoccabili

    Il sorteggio è certamente un elemento di rottura ma nell’ interesse generale alla giustizia perché introduce per sua natura un meccanismo di designazione dei componenti del CSM che sottrae alla ANM – organo non costituzionale – l’ enorme potere di condizionare con le proprie correnti e le proprie logiche spartitorie del potere stesso – la designazione dei componenti dell’ organo costituzionale (sempre il CSM) e, quindi, di privilegiare scelte dettate da logiche correntizie e di mera appartenenza elettoralistica che nulla hanno a che vedere con le logiche della meritocrazia. Con la riforma si sottrae l’osso (la designazione dei componenti dell’organo di autogoverno della magistratura) al cane (la ANM, associazione nazionale magistrati) che reagisce rabbiosamente con i comitati per il NO, gli slogan terroristici per “l’attentato alla Costituzione”, il complottismo e la dietrologia: tutto l’armamentario di chi non dispone di strumenti normativi ed è terrorizzato di perdere potere e privilegi di casta

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    12) Il sorteggio può essere considerato un rimedio efficace? Oppure non è altro che una tombola?”

    Il meccanismo del sorteggio, al di là della prima apparenza, è sicuramente un rimedio rispetto al male accertato (che è esploso con il caso Palamara e lo scandalo generalizzato che la ANM ha cercato di nascondere, minimizzare e sotterrare usando qualche capro espiatorio,  come se si trattasse di un episodio legato a qualche “mela marcia” anziché di un vero e proprio “sistema”, in modo da evitare il coinvolgimento generale dei magistrati invischiati nei giochi di potere, di favori e di indulgenze dovuti a logiche correntizie e di “appartenenza”. Infatti, il sorteggio stesso con il suo naturale meccanismo di sostituzione della sorte alle correnti (manovrate dal CSM) ripristina la necessaria indipendenza dei magistrati affrancandoli da obblighi e debiti di riconoscenza tipici del rapporto eletto-elettore e da logiche di appartenenza elettorale e partitica o, almeno, correntizia (Palamara sempre docet, ma solo come punta dell’iceberg e sintomo del “sistema” marcio). I magistrati non dovranno più rispondere ai desiderata della base elettorale e potranno finalmente valutare – quali componenti del CSM – ai fini di carriera i propri colleghi esclusivamente sulla base del valore individuale, del curriculum e delle capacità professionali. Ne guadagneranno: i magistrati veramente bravi e capaci (anche se non iscritti alla ANM) e conseguentemente i cittadini che riceveranno un migliore “servizio giustizia”. Invece ne perderanno: i gestori dei poteri correntizi e delle logiche spartitorie che hanno consentito un esercizio del potere fine a sé stesso e del tutto sganciato dalle valutazioni di professionalità che nelle delicatissime funzioni proprie della magistratura sia giudicante che requirente avrebbero dovuto costituire l’unico e insostituibile punto di riferimento.

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    13) “Sostituendo il sorteggio al criterio elettorale non si introduce il rischio di svilire la funzione e di umiliare le competenze?

    E’ vero esattamente il contrario alla luce di quanto già dimostrato circa l’affrancamento da logiche spartitorie e di appartenenza “politica” che libera le migliori energie e le competenze più autentiche sostituendo la meritocrazia ai “giochi di potere” già evidenziati (e troppo presto nascosti e sotterrati) Inoltre perché il sorteggio proposto dalla legge di revisione costituzionale offre adeguate garanzie in quanto si svolge necessariamente tra magistrati che hanno superato un concorso e che non abbiano carichi pendenti né penali né amministrativi e che, i posseggono una discreta anzianità (secondo i requisiti già previsti dalle norme costituzionali e che non potranno non essere attuati anche con legge ordinaria). Per quale ragione un magistrato che in quanto magistrato può decidere delle sorti – della libertà e dei beni – di qualsiasi cittadino non dovrebbe essere idoneo a decidere delle carriere dei suoi colleghi, rispettivamente giudici e pubblici ministeri, giudicanti e requirenti? Forse che un magistrato è meno magistrato perché non è iscritto alla ANM ed alle sue correnti? E allora dove sta il merito e la valutazione professionale: nell’essere un bravo magistrato o nel passare dalle forche caudine della ANM per soddisfare logiche correntizie e spartitorie del potere? Insomma, perché chi può gestire, in quanto magistrato e basta, importantissimi processi di mafia con centinaia di imputati, testimoni, consulenti tecnici ecc. non dovrebbe potere decidere della assegnazione di una qualunque Presidenza di Tribunale? Di fronte a così elementari interrogativi, come già rilevato da un importante magistrato (Giuseppe Visone, PM antimafia di Napoli in “Viva il sorteggioLa vera e benedetta separazione è tra ANM e CSM”, tratto dalla “Verità ” del 28 febbraio u. s.) non si può che concludere: “Ai cittadini la risposta“. E sperando che la riposta sia adeguata con un voto referendario informato, basato sulla realtà normativa e costituzionale, nonché libero dalle suggestioni truffaldine del fronte del NO, perché è in atto uno scontro di civiltà in cui se non dovesse vincere il SÌ nel referendum ci vedremmo proiettati indietro tra paesi come Russia, Egitto, Iran, Turchia, Cina, Iraq, Pakistan, Bangladesh, Venezuela, Arabia Saudita, Nigeria, Algeria, Marocco, Bolivia e Nicaragua. C’è quanto basta?

    Oppure è necessario ancora evidenziare il fatto che la vittoria del NO, oltre a relegarci tra i paesi meno democratici, ci precipiterebbe indietro nella storia verso secoli bui e processi più “inquisitori” (termine che già evoca tristemente i tempi della “inquisizione”) e meno garantiti dalla “terzietà dei Giudici” richiesta dal nuovo art. 111 della Costituzione.

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    14) “Ma è certo che il sorteggio non sia una invenzione diabolica e malvagia di Nordio, della Meloni e del suo governo?”

    È certissimo che non lo sia perché il sorteggio tra magistrati è già in atto nel nostro sistema (art. 96) per situazioni delicatissime quali, tra l’altro, la scelta dei componenti del Tribunale dei Ministri

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    15) “Ma una volta salvaguardate tutte le garanzie costituzionali non si nasconde per il futuro l’insidia di leggi ordinarie attuative della riforma costituzionale che potrebbero intaccare le garanzie già dimostrare normativamente (in cauda venenum)?

    Assolutamente no perché – come già precisato – tutte le leggi ordinarie che anche nel futuro fossero in contrasto con le norme costituzionali sarebbero destinate a morte rapida e sicura per illegittimità costituzionale.

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    16) “Ma se questa è la realtà normativa e costituzionale perché alcuni magistrati (Gratteri, Di Matteo e non solo!) si spingono fino all’insulto verso chi (anche loro colleghi!) voterà SÌ al referendum?”

    Perché sono la dimostrazione vivente che l’insulto è l’ultima arma che resta – insieme agli slogan ingannevoli – a chi non ha argomenti normativi su cui basare argomenti di civile confronto, come quelli ora spesi e dimostrati punto per punto. Non è un caso, infatti, che dalla parte del fronte del NO si utilizzino sempre – oltre all’insulto e, qualche volte, anche alla intimidazione – fumosi proclami e foschi presagi, tutti mai giustificati da una norma di quella Costituzione che si pretende di difendere contro i fantasmi, gli spettri e, in definitiva, contro il nulla.

    È in atto, nella forma e nella sostanza, uno scontro di civiltà e il voto nel referendum costituisce una occasione di libertà e giustizia che, se perduta, non si ripeterà.

  • Referendum: l’inversione ideologica

    In vista della consultazione di domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026, relativa al referendum popolare confermativo, le diverse posizioni a favore o contrarie al quesito rivelano ideologie decisamente contrastanti e persino invertite rispetto alla collocazione politica.

    Ogni posizione relativa al prossimo referendum è assolutamente legittima, ma contemporaneamente esprime due schieramenti ideologici che vanno molto al di là della classica divisione tra destra e sinistra tipica dello schema classico della politica.

    Pur riconoscendo che tale riforma non si imposta assolutamente come definitiva, ma viceversa ha il merito di aprire un percorso che necessiterà di altre modifiche successive, tuttavia ora il pensiero
    riformista (il quale erroneamente si attribuisce come una diretta e forse più tiepida discendenza di quello progressista) prevede un aggiornamento a tappe finalizzato a migliorare una situazione insostenibile, esattamente come quelle della Giustizia ora.

    Viceversa, il nuovo conservatorismo che esprime l’opposizione a questa riforma, anche se parziale, si dimostra quello che rimanendo fermo e granitico sulla base dei propri principi considerati “immodificabili e progressisti”, rimane in attesa della riforma perfetta ed onnicomprensiva, bloccando così ogni possibilità, anche parziale, di un primo miglioramento. In questo modo viene espressa sostanzialmente una posizione ideologica fortemente conservatrice in forte contraddizione con l’attuale posizione nello schieramento politico.

    Al di là degli esiti, questo referendum ha il merito di svelare finalmente la reale natura ideologica dei diversi movimenti politici che affermano di appartenere a due schieramenti politici contrapposti dei quali si considerano legittimi interpreti ma che nello specifico si dimostrano espressioni di una totale inversione ideologica. La realtà odierna certifica come la posizione quanto l’opportunismo politico li ponga in una posizione esattamente opposta rispetto al proprio schieramento politico.

    La guerra politica, in occasione di questo referendum, tra i diversi schieramenti di fatto ha invertito  i ruoli e le posizioni  politiche, dimostrando ancora una volta come non si consideri importante il miglioramento attraverso una riforma, anche parziale e assolutamente perfettibile, ma sia più determinante la solita lotta politica di posizione.

  • In attesa di Giustizia: Minneapolis, Italia

    Rocco Maruotti, chi era costui? Forse un leone da tastiera, un profilo fake creato ad arte sui social media, un hater in servizio permanente effettivo? Nossignori, è un magistrato, attualmente in forza come Sostituto alla Procura della Repubblica di Rieti ed è anche il Segretario Generale della sua Associazione di categoria ed è l’autore di un inquietante post su Facebook – rapidamente cancellato – in cui commenta la foto che documenta l’aggressione, avvenuta recentemente a Minneapolis, conclusasi con l’uccisione di Alex Pretti da parte di agenti della Immigration and Custom Enforcement.

    E cosa scrive Rocco Maruotti che è stato Ricercatore di diritto penale in due Università? Forse la sua è una dotta dissertazione in diritto comparato sulle regole di ingaggio delle forze di polizia o discetta sull’esistenza dell’uso legittimo delle armi come causa di giustificazione? Nulla di tutto ciò: sostiene che “anche questo omicidio di Stato resterà impunito in quella ‘democrazia’ al cui sistema giudiziario si ispira la riforma Meloni – Nordio”. In sostanza ipotizza che scenari simili diventerebbero la quotidianità anche nel nostro Paese se la risposta referendaria fosse nel senso della approvazione della legge costituzionale nota come sulla separazione delle carriere…che di fatto già esiste essendo comprensibilmente possibile il cambio di funzioni da inquirenti a giudicanti e viceversa una sola volta e solo nei primi dieci anni dal superamento del concorso. La legge che sarà sottoposta a scrutinio confermativo è, peraltro, più complessa e tocca ben altri gangli sensibili per la magistratura come il sorteggio dei componenti del Consiglio Superiore, volto ad affievolire il sistema di potere correntizio descritto da Palamara e Sallusti in tre libri e la generosa gestione del disciplinare sottraendola ad una apposita sezione del CSM.

    Le parole sono pietre e non è ammissibile che il Dottor Maruotti se la cavi – dopo aver rimosso il post – sostenendo che intendeva dire altro: dall’alto del suo ruolo e delle sue competenze la pezza è peggiore del buco poiché l’argomento non è la formazione della Nazionale, discussa al bar tra tifosi. Rocco Maruotti con quelle parole ha reso evidente ciò che buona parte della sua categoria si ostina a negare e cioè che il voto al referendum altro non è che un voto politico soprattutto contro il Governo e non solo contro una riforma che è falso che intacchi le garanzie sulla indipendenza ed autonomia dell’Ordine Giudiziario, rimaste del tutto inalterate: basta leggere la Costituzione nelle due versioni, prima e dopo la riforma, per rendersene conto. Il vero timore è rispetto ad una legge intesa a prevenire la capacità condizionamento dei raggruppamenti interni all’A.N.M. che hanno smarrito le finalità ideali da cui sono nati per divenire strumento di gestione amicale degli incarichi apicali e fuori ruolo più appetibili. Dopo questa boutade chi si sentirebbe sicuro ad essere indagato da uno come Rocco Maruotti? E come costui ce ne sono altri, non tutti grazie a Dio, ma non è certo un caso isolato.

  • Una nuova Convenzione

    La visita di Orban, a Roma ed in Vaticano, riconferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che Orban è completamente schierato con Putin e completamente avverso all’Unione Europea, della quale fa parte.

    Nella speranza che, prima o poi, il popolo ungherese possa trovare un altro leader, capace di guardare avanti e di proteggerli da ‘amici’ come Putin, è sempre più necessario che il Consiglio europeo possa votare a maggioranza, e non all’unanimità come ora.

    L’Unione è sicuramente in ritardo su molti importanti, urgenti appuntamenti, dall’unione politica alla difesa comune, e la presenza di Paesi che hanno leader che lavorano per tenere l’Europa bloccata o per portarla ad essere sempre più debole, impone scelte urgenti che sono state rimandate da troppo tempo.

    O alcuni Stati trovano il coraggio di dare il via all’Europa concentrica o, come dicono alcuni, a due velocità o noi rischiamo un futuro incerto e pericoloso.

    In attesa di questo coraggio andrebbe intanto dato vita ad una nuova Convenzione, simile a quella del 2002-2004 ma più adeguata all’attuale realtà, per presentare un progetto, un assetto che, rivedendo i Trattati di Roma, dia nuovo impulso e obiettivi certi e realizzabili, se poi qualche paese intendesse uscire dall’Unione lo dica ora e non continui ad azzoppare gli altri.

    Le decisioni non possono più attendere, personaggi come Orban stanno diventando un pericolo e non si può immaginare di dare il via all’adesione di nuovi paesi avendo all’interno dell’Unione chi parla ed agisce per renderla sempre più inefficiente e debole verso Putin.

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