voto

  • Una nuova Convenzione

    La visita di Orban, a Roma ed in Vaticano, riconferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che Orban è completamente schierato con Putin e completamente avverso all’Unione Europea, della quale fa parte.

    Nella speranza che, prima o poi, il popolo ungherese possa trovare un altro leader, capace di guardare avanti e di proteggerli da ‘amici’ come Putin, è sempre più necessario che il Consiglio europeo possa votare a maggioranza, e non all’unanimità come ora.

    L’Unione è sicuramente in ritardo su molti importanti, urgenti appuntamenti, dall’unione politica alla difesa comune, e la presenza di Paesi che hanno leader che lavorano per tenere l’Europa bloccata o per portarla ad essere sempre più debole, impone scelte urgenti che sono state rimandate da troppo tempo.

    O alcuni Stati trovano il coraggio di dare il via all’Europa concentrica o, come dicono alcuni, a due velocità o noi rischiamo un futuro incerto e pericoloso.

    In attesa di questo coraggio andrebbe intanto dato vita ad una nuova Convenzione, simile a quella del 2002-2004 ma più adeguata all’attuale realtà, per presentare un progetto, un assetto che, rivedendo i Trattati di Roma, dia nuovo impulso e obiettivi certi e realizzabili, se poi qualche paese intendesse uscire dall’Unione lo dica ora e non continui ad azzoppare gli altri.

    Le decisioni non possono più attendere, personaggi come Orban stanno diventando un pericolo e non si può immaginare di dare il via all’adesione di nuovi paesi avendo all’interno dell’Unione chi parla ed agisce per renderla sempre più inefficiente e debole verso Putin.

  • Il PIA primo partito in Italia

    Ormai è chiaro a tutti: il primo partito italiano, che non usufruisce di nessun beneficio pubblico né di interviste nelle tante trasmissioni televisive è il Partito italiano Astenuti, il PIA.
    Ad ogni elezione aumenta i suoi sostenitori, senza bisogno di farsi propaganda con urla e minacce agli avversari nei comizi o con insulse battute e promesse sui social.
    E più il PIA aumenta più la democrazia si allontana perché comanda chi ha vinto con la maggioranza della minoranza, cioè con un numero di voti che non rappresentano effettivamente né il Paese o la regione od il comune, ormai le elezioni servono solo a rinsaldare il potere di una oligarchia avulsa dalla realtà.
    Commentiamo pure quello che è sotto gli occhi di tutti: in Toscana la Lega ed i Cinque Stelle fra un po’ non avranno neppure il quorum ma entrambi dettano spesso legge nelle loro coalizioni impedendo alle stesse di raggiungere credibilità rispetto all’elettorato.
    Come pensano i partiti di ritrovare allora la credibilità? Alcuni, ingenuamente, sperano, convinti che la democrazia si basi sulle elezioni, sul voto della maggior parte degli aventi diritto, e su un’alternanza possibile, che sproni ogni governo a lavorare meglio, che le forze politiche cambieranno registro e si adopereranno per far tornare alle urne i cittadini.

    Ma non è così, purtroppo ai partiti non interessa che voti la maggioranza, interessa solo che ci siano per loro i voti sufficienti a battere l’avversario, perciò continuano a tenere in vita una legge elettorale che espropria i cittadini dalla scelta dei parlamentari e continuano ad accusarsi a vicenda, ad insultarsi con toni violenti, ad occuparsi di molte cose che non hanno nulla a che vedere con le necessità reali del mondo reale.
    Così, parlando di gay pride e di ponti sullo Stretto di Messina e fomentando le piazze, l’astensionismo sarà sempre di più, la democrazia vera sempre più debole ed i problemi resteranno. Il PIA ringrazia ma noi siamo molto preoccupati.

  • Il campo stretto

    Occhiuto è stato riconfermato governatore della Calabria, la sua vittoria, di larga misura, era abbastanza scontata dopo una competizione elettorale con il candidato del “campo stretto” che farnetica promesse impossibili e non conosceva i problemi del territorio.

    Campo stretto, sempre più stretto, visti i risultati e le difficoltà, per le troppe differenze inconciliabili tra i diversi partiti, che incontrano i suoi rappresentanti per farsi accettare dagli elettori.

    Il centro destra continua a confermarsi partito di governo anche nelle regioni ma, dopo la giusta soddisfazione, dovrà seriamente occuparsi del sempre maggior numero di astensioni, ogni volta che un cittadino non esercita il proprio diritto – dovere di votare è una sconfitta per la democrazia.

    Qualche dirigente di partito può anche accontentarsi di governare con la maggioranza di quella che, a volte, è la minoranza degli aventi diritto al voto, mentre a chi ha interesse vero per il futuro dell’Italia non possono sfuggire i pericoli che la sempre maggior astensione comporta.

    Riportare i cittadini al voto passa anche da una modifica della legge elettorale che deve tornare ad essere preferenziale e proporzionale, dal chiedersi se le Regioni, così come sono, rappresentano una realtà utile e vicina ai cittadini, se l’abolizione delle Province, come erano strutturate, sia stata una scelta saggia, se la politica, rappresentata sempre con toni conflittuali, non abbia stancato, se la mancanza sul territorio di punti di riferimento dei partiti non contribuisca, insieme all’uso eccessivo della rete, a distaccare sempre più i cittadini.

    Siamo purtroppo nella società dell’apparire, del mordi e fuggi, delle dichiarazioni non ponderate e lanciate sui social senza pensare alle conseguenze, della volubilità di leader che cambiano idea ogni momento, di guerre sanguinose e di odi antichi risvegliati dall’inconsistenza culturale di chi dovrebbe occuparsi del presente e dell’immediato futuro.

    Siamo nella società dell’indifferenza e dell’ignoranza e la politica sembra sempre più voler coltivare sentimenti negativi e distruttivi e l’astensione non è più solo la protesta di alcuni ma il disinteresse di troppi, così a rischio è proprio quella libertà e democrazia delle quali spesso si parla a sproposito mentre si agisce per azzerarle.

  • Commissione europea: da istituzione democratica ad organo sovrano

    Ogni democrazia esprime una sintesi che dovrebbe rappresentare l’essenza stessa del pensiero democratico e dal quale si intendono trarre i principi ispiratori da inserire all’interno di una istituzione nazionale od internazionale.

    Come logica conseguenza in un simile quadro istituzionale, allora, a garanzia proprio del carattere democratico, oltre alla classica divisione dei poteri, i quali vengono definiti come esercizio di specifiche attribuzioni ma anche come fonte di equilibrio nei confronti degli altri poteri, la democrazia viene determinata anche dalla definizione delle procedure adottate nelle elezioni e, conseguentemente, nei rapporti tra gli istituti.

    Indipendentemente dalla considerazione che si possa nutrire per l’Unione Europea e soprattutto per l’attuale Commissione Europea e dal fatto che abbia ottenuto la fiducia, le diverse procedure previste in caso di ottenimento della fiducia o della sua perdita evidenziano una volontà politica (ben poco espressione di garanzie costituzionali) finalizzata a garantire una tutela superiore alla Commissione, anche rispetto ai principi costituzionali adottati nei singoli stati membri.

    Partendo da quanto stabilito dalla nostra Carta Costituzionale qualsiasi governo si regge ed ottiene la propria legittimazione governativa dal supporto fornito dalla maggioranza parlamentare che lo sostiene. Il venir meno dell’appoggio di un singolo partito della coalizione che possa modificare, anche se per pochi decimali, il valore numerico definito dalla maggioranza parlamentare apre una crisi di governo.

    Anche In Europa, pur essendo la Commissione Europea nominata dal Consiglio Europeo, questa, per raggiungere la propria legittimazione e la certificazione istituzionale, deve ottenere la fiducia del Parlamento Europeo con una maggioranza semplice.

    Viceversa, una mozione di sfiducia verso la Commissione, la quale certifichi la rottura del rapporto fiduciario tra la stessa Commissione ed il Parlamento Europeo, prevede una maggioranza qualificata dei due terzi dei votanti ma, in considerazione dei 705 parlamentari europei, la mozione di censura deve essere approvata da almeno 376 deputati, indipendentemente dal numero di deputati presenti alla votazione.

    In altre parole, se la Commissione rappresenta il legittimo potere esecutivo all’interno dell’Unione europea sostenuto proprio da una maggioranza parlamentare, per togliere la fiducia alla Commissione europea viene definita una procedura ed il conseguimento di una maggioranza diversa da quella richiesta per l’ottenimento della fiducia.

    Questa scelta definisce un quadro decisamente sbilanciato a favore del potere esecutivo in nome di un ipotetica volontà di stabilità politica, il cui obiettivo ovviamente si applica in deroga ai principi democratici.

    Una volontà politica che rappresenta probabilmente il vero peccato originale della stessa Unione Europea e che modifica irreparabilmente il quadro democratico europeo, trasformando la Commissione Europea da rappresentante legittima di un potere esecutivo sulla base della fiducia parlamentare ad un organo sovrano.

  • La solita farsa politica tra numeri, quorum e Corte Costituzionale

    Con poco meno di 46 milioni di aventi diritto hanno votato poco più di 14 milioni, cioè il 30,6%. Ma già sono cominciati i teatrini politici tra chi si considera vincitore e chi un non perdente.

    Ancora una volta si assiste al miserevole tentativo di appropriazione indebita dei risultati elettorali oggi referendari, ad ulteriore conferma della attribuzione di un ulteriore valore politico al referendum.

    Alcuni rappresentanti già ora, tra i non perdenti, avanzano la necessità di una nuova iniziativa referendaria finalizzata alla abolizione del quorum, a dimostrazione di come questi soggetti in cerca solo di un nuovo palcoscenico mediatico non abbiano neppure le basi culturali minime relative all’asset istituzionale del nostro Paese.

    La Repubblica italiana è una democrazia parlamentare delegata, all’interno della quale l’istituto del referendum è stato concepito dai costituenti come unico e timido elemento spurio di democrazia diretta, finalizzato solo ed esclusivamente alla abrogazione di una legge esistente (art.75) o di ratifica di una modifica costituzionale.

    Questa limitazione del referendum indica senza dubbio la scarsa considerazione che i costituenti avevano nella capacità di scelta degli elettori italiani la cui lontananza dal ceto politico viene confermata ancora oggi da una discutibile ed obsoleta “assenza del vincolo di mandato”.

    Viceversa, in una democrazia diretta come quella svizzera, la quale rappresenta il vero ed unico modello di democrazia contemporanea rispetto anche alla oligarchia europea, i cittadini vengono chiamati ad esprimere il loro parere attraverso il voto postale su diverse materie di interesse pubblico, quindi anche fiscali ed economiche, tematiche invece escluse dai costituenti italiani nella definizione dell’istituto del referendum abrogativo.

    In questo elvetico contesto evidentemente il quorum non ha ragione di esistere in quanto l’esito elettorale rappresenta la democratica espressione di una volontà popolare esattamente come avviene in Italia per le elezioni politiche. In Italia, infatti, il risultato delle elezioni non è legato alla percentuale di affluenza degli elettori. La pretesa, quindi, della abolizione del quorum risulta assolutamente priva di assetto istituzionale e rende ridicola ogni equiparazione tra il numero di votanti del referendum e la maggioranza che sostiene il governo.

    In più, entrambi gli schieramenti cercano di appropriarsi del numero degli aventi diritto che abbiano o meno esercitato appunto quanto costituzionalmente garantito, “partiamo dai quindici milioni di votanti”, hanno detto molti leader tra i non perdenti. Un’operazione decisamente impropria in quanto, ad esempio, al quesito relativo ai tempi per ottenere la cittadinanza italiana andrebbero tolti quasi cinque milioni di elettori che hanno votato No alla modifica legislativa.

    In questo ambito, in più, sembra incredibile come nessuno abbia avvertito come impropria la decisione della Corte Costituzionale relativa alla ammissibilità del quesito referendario sulla cittadinanza, in quanto la Corte di fatto ha avallato un referendum che proponeva non solo la volontà di abrogare la legislazione vigente ma, contemporaneamente, proponeva i “nuovi tempi” per vedere riconosciuto lo stesso diritto, quindi in immediata  sostituzione della normativa vigente, spingendosi molto al di là dei confini di una semplice abrogazione attribuita e riconosciuta dalla Costituzione italiana.

    Qualora l’esito elettorale fosse stato positivo avrebbe comunque limitato l’attività legislativa del Parlamento, indicando al suo interno già il termine di cinque anni al quale attenersi, esautorandone di conseguenza i poteri costituzionalmente garantiti come la sua stessa autonomia. In pratica il potere legislativo esercitato dal Parlamento sarebbe stato limitato nella definizione della nuova normativa anche rispetto ai tempi dallo stesso quesito referendario, trasformando in modo improprio il carattere abrogativo del referendum in addirittura propositivo e legislativo tipico di una democrazia diretta, ma in forte contraddizione quindi con l’asset istituzionale italiano.

    Ancora una volta il quadro che ne esce di fronte a questa operazione di appropriazione indebita degli esiti elettorali definisce il senso di inadeguatezza dell’intera classe politica ma anche insinua un senso di parzialità di organi ed istituzioni che dovrebbero esercitare un ruolo terzo.

  • Groenlandia al voto. Stavolta più di Copenhagen preoccupa Washington

    L’11 marzo gli abitanti della Groenlandia sono stati chiamati alle urne per eleggere il governo locale, in quello che potrebbe essere un voto cruciale per il futuro dell’isola, la più grande al mondo. Negli ultimi tempi, la Groenlandia si è infatti trovata oggetto di attenzioni inusuali per un territorio così isolato e marginale nella politica internazionale. L’isola, che gode di una semi-autonomia dalla Danimarca, è stata infatti definita dal presidente statunitense Donald Trump come “indispensabile per la sicurezza nazionale e internazionale”, in virtù della sua posizione strategica, tra l’Oceano Atlantico e il Circolo polare artico, e per via delle ingenti ricchezze del suo sottosuolo. Per queste ragioni, il titolare della Casa Bianca ha promesso di fare il possibile affinché la Groenlandia passi sotto il controllo statunitense, nonostante ciò voglia dire scontrarsi con una nazione alleata all’interno della Nato, la Danimarca. I toni usati da Trump negli ultimi mesi non sembrano tenere in particolare conto nemmeno la volontà della popolazione locale dell’isola, che da decenni vive un complesso dilemma tra la volontà di una maggiore autonomia politica da Copenaghen, se non una totale indipendenza, e la realtà di non avere strumenti economici alla portata per assicurare la sostenibilità di tale progetto.

    I groenlandesi sono infatti dipendenti dal sostegno finanziario che il governo danese fornisce loro ogni anno (oltre 500 milioni di euro), necessario a coprire i limiti di un’economia basata prevalentemente sulla pesca e sul turismo. La grande ricchezza della Groenlandia, costituita dalle risorse naturali e minerarie, rappresenta un capitolo a parte: il timore di vedere il proprio territorio profondamente alterato dall’attività estrattiva ha fatto prevalere tra gli elettori un sentimento di diffidenza verso quelle iniziative economiche che potrebbero senz’altro assicurare grandi rendite e quindi favorire il processo di indipendenza. Tale approccio “conservatore”, motivato da considerazioni ecologiste e politiche, ha consegnato la vittoria al partito Inuit Ataqatigiit nelle ultime elezioni locali nel 2021. All’epoca lo sfruttamento minerario era stato al centro del dibattito tra le varie formazioni groenlandesi, in particolare per quanto concerneva il giacimento di terre rare di Kvanefjeld. A distanza di quattro anni, la posta in ballo non è più limitata alle scelte economiche ma coinvolge anche il futuro della Groenlandia e la sovranità del territorio, a fronte delle ambizioni rivendicate da Trump. Allo stato attuale l’isola gode di una grande autonomia dalla Danimarca, eccetto per gli affari esteri, la difesa e la politica monetaria, che spettano a Copenaghen – nel cui Parlamento sono comunque assicurati dei seggi ai rappresentanti groenlandesi. Sebbene i sondaggi confermino la predominanza del sentimento indipendentista tra i cittadini, non c’è uniformità di giudizio sulle tempistiche dell’effettivo distacco dalla Danimarca e il potenziale impatto di tale decisione sulle finanze pubbliche e sugli standard di vita.

    Le proposte dei principali partiti groenlandesi rispecchiano questa dinamica. Il già citato Inuit Ataqatigiit, formazione socialista e ambientalista attualmente al governo con il suo leader Mute Bourup Egede, si dice formalmente indipendentista ma non ha presentato piani concreti per questo obiettivo, sottolineando le difficili condizioni economiche in cui la Groenlandia potrebbe trovarsi una volta ottenuta una piena sovranità. Linea similare è quella del partner di maggioranza, il partito di impostazione socialdemocratica Siumut, che sostiene una secessione graduale dalla Danimarca e che in passato ha lanciato l’idea di un referendum da tenersi a breve termine, salvo poi ritirare tale iniziativa. Naleraq, la principale forza di opposizione, ritiene invece che una rapida transizione verso l’indipendenza sia possibile e che gli abitanti della Groenlandia ne trarrebbero beneficio economicamente grazie a un rilancio dell’industria della pesca e in generale delle esportazioni. Un tema su cui Naleraq ha insistito in campagna elettorale è anche quello relativo a un accordo di difesa con gli Stati Uniti, che già operano alcune basi sull’isola. Contrari all’indipendenza sono invece gli esponenti di Atassut, partito conservatore che promuove invece il proseguimento del rapporto con la corona danese nel contesto del Commonwealth con Copenaghen.

    I desideri di Trump non sembrano dunque sposarsi con quelli delle formazioni politiche groenlandesi, in particolare per quel che riguarda il controllo dei giacimenti minerari e in generale delle risorse naturali del territorio artico. Recenti sondaggi condotti in Groenlandia per testate locali e danesi hanno evidenziato come solo il 6% dei cittadini sia favorevole a un passaggio sotto la sovranità Usa, a fronte dell’85% di contrari a qualsiasi prospettiva del genere. Gli elettori chiamati domani a rinnovare i 31 seggi dell’Inatsisartut, il Parlamento di Nuuk, dovranno dunque decidere in che direzione condurre la Groenlandia, in un complicato equilibrio tra istanze di indipendenza e un gioco politico di dimensioni transatlantiche.

  • La certezza del diritto

    Uno stato democratico si caratterizza attraverso la certezza del diritto che assicura equità tra i diversi poteri all’interno di una società sempre più complessa ed articolata. La stessa divisione dei poteri rappresenta lo scheletro di garanzie istituzionali dal quale poi vengono esercitati i diversi poteri nella piena e reciproca legittimità. In questo contesto democratico, la sola idea, si ribadisce la sola idea, di spostare l’appuntamento elettorale delle elezioni regionali, in scadenza nel 2025, all’anno successivo e, di conseguenza, aumentando di un anno il mandato in una carica, rappresenta un attacco senza precedenti non solo alla certezza di diritto ma anche alla tutela del diritto di voto attraverso il quale si esercita la volontà dei cittadini.

    A questi ultimi, infatti, verrebbe posticipato di un anno il diritto costituzionalmente garantito di confermare o meno la fiducia alla coalizione al governo, anche se regionale, dopo cinque anni che ora, nella proposta, diventerebbero sei.

    Pur essendo condivisibile l’obiettivo di istituire un unico Election Day per evitare la campagna elettorale perenne nel Paese, questa modifica della durata del mandato elettorale dovrebbe venire dichiarata all’ultimo appuntamento elettorale, non certo in corso d’opera e comunque escludendo le autorità in carica.

    In più, a “sostegno” di questa iniziativa si aggiunge una ulteriore miserabile motivazione individuabile nella volontà espressa del Vice Presidente del Consiglio di offrire la possibilità al governatore del Veneto in carica di inaugurare le prossime Olimpiadi del 2026.

    La sintesi si traduce nella modifica e nell’utilizzo per fini espressamente privati di una garanzia democratica, i tempi del mandato elettorale, per di più manifestata da un vicepresidente del Consiglio, espressione cioè del potere esecutivo, un potere concorrente rispetto a quello legislativo.

    In altre parole, quando il potere esecutivo intende modificare i principi istituzionali così come la certezza del diritto automaticamente si esce dal modello democratico per entrare in una selva oscura.

    Questa iniziativa rappresenta una strategia politica assolutamente priva di qualsiasi fondamento democratico, ed anche se potrebbe esprimere un sostanziale analfabetismo istituzionale, ma non certo giustificarla, risulta assolutamente inaccettabile e rappresenta un pessimo e molto pericoloso esempio di utilizzo delle prerogative democratiche finalizzate al perseguimento di obiettivi personali o di un singolo partito.

    L’election day rappresenta una delle fondamentali riforme da adottare per evitare di vivere in un paese in continua campagna elettorale, incapace quindi di elaborare qualsiasi programma a medio e lungo termine. Tuttavia va ribadito che il percorso verso la sua adozione dovrebbe escludere i rappresentanti attualmente in carica. L’idea di ridurre il perimetro di garanzia istituzionale attraverso la proroga di un anno del mandato elettorale offre il senso della cultura democratica di chi la propone e rappresenta un ulteriore insulto ai cittadini che vedrebbero rimandato di un anno il proprio diritto al voto.

    In ultima analisi questa proposta rappresenta il senso e la volontà di prevaricazione del potere esecutivo nei confronti delle garanzie istituzionali e della stessa certezza del diritto. La sola ignoranza non può più rappresentare una giustificazione accettabile.

  • Nell’indifferenza dei partiti l’astensionismo è la prima forza in Italia e questo non fa bene alla democrazia

    Bene, in Liguria il centro destra ha vinto e il Pd è il primo partito della regione, i 5 Stelle si sono ridotti al lumicino e la Lega si è dimezzata.

    Detto questo ed aggiunti altri eventuali commenti sui successi ed insuccessi dei partiti colpisce, una volta di più, fino a quando troveremo la forza di stupirci, che all’analisi delle forze politiche, ma anche di molti media, continui a mancare il dato principale: il forte astensionismo.

    Certo c’era il maltempo, molte parti della regione erano state sconvolte, certo c’erano stati scandali, che per altro non hanno impedito la vittoria del centro destra con un sindaco che è stato un esempio nella gestione della tragedia ponte di Genova, ma niente giustifica la non partecipazione al voto, specie in un momento così delicato, se non la disaffezione, l’indifferenza, insofferenza che troppi cittadini hanno verso le forze politiche.

    L’astensionismo non è un rifiuto alla politica ma è invece la più palese espressione di contestazione proprio alla mancanza della politica in un sistema dove sempre più la partitocrazia si è sostituita ad un progetto di bene comune che ogni partito dovrebbe avere come faro di riferimento per le sue attività.

    Non si è fatta, come sempre accade da troppi anni, campagna elettorale per sostenere un proprio modello di società ma per contrastare, colpire l’avversario.

    Qualcuno anni fa ha inneggiato alla morte delle ideologie, la verità è che sono morte le idee, le visioni, i progetti, è morta la ragion d’essere di quello che i partiti avrebbero dovuto rappresentare e cioè la proposta offerta a tutti, non solo ai propri iscritti e simpatizzanti, di dare vita ad una società capace di indicare percorsi che includano ciascuno, nel rispetto e nella comprensione di esigenze diverse e mai prevaricatrici del bene comune.

    Partitocrazia, leaderismo, annunci e slogan fini a se stessi, pressapochismo, dichiarazioni non seguite dai fatti, mancanza di conoscenza dei reali problemi dei cittadini, arroganza e autoreferenzialità, solo per citare alcuni dei difetti delle forze politiche, hanno portato alla costante e progressiva disaffezione dei cittadini resi ancor più sospettosi dai tanti scandali che, vicendevolmente, i partiti si trovano ad affrontare e dalle reciproche accuse.

    Diciamolo molto chiaramente la democrazia è a rischio quando tanta parte dell’elettorato non va al voto e vi sono leggi elettorali e proposte di leggi elettorali per le quali con la maggioranza di una minoranza di aventi diritto al voto si può pensare di governare a nome di tutti usufruendo di un parlamento di fatto blindato.

    Nel 1953 un sistema di questo tipo si era chiamato ‘Legge truffa’ e ben fece allora il MSI a combatterla, una legge non è buona perché ci premia, ci fa comodo, una legge è buona se preserva la democrazia e il diritto di rappresentanza di tutti, in primis dei cittadini che oggi continuano ad essere esautorati dal loro diritto di eleggere i propri parlamentari.

  • Appello al voto per l’Europa

    Domani e domenica si vota per il Parlamento europeo, un voto che ci consente di scegliere con la preferenza chi ci dovrà rappresentare fisicamente e politicamente in Europa.

    Andiamo a votare in libertà e coscienza per una Europa più forte ed unita sui grandi temi, dalla politica estera alla difesa comune, meno burocratica e invasiva verso gli Stati nazionali, un’Europa che sappia affrontare la grande sfida: rimanere un mercato debole di fronte alle pressioni delle grandi potenze o diventare finalmente una realtà politica ed economica capace di difendere i propri legittimi interessi e la democrazia e la libertà dei suoi amici ed alleati

    Votare è un diritto, votare è un dovere.

  • Elezioni. Europee, il voto per studentesse e studenti fuori sede

    In occasione delle prossime elezioni dei membri del Parlamento europeo dell’8 (dalle 15:00 alle 23:00) e 9 giugno (dalle 7:00 alle 23:00), studentesse e studenti che per motivi di studio si trovano in un comune di una regione diversa da quella del comune di residenza sono ammessi a votare fuori sede.

    Le modalità previste per l’esercizio del voto fuori sede sono due:
    se il Comune di domicilio temporaneo appartiene alla medesima circoscrizione elettorale del comune di residenza (I – Nord Occidentale, che comprende Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Liguria) gli studenti fuori sede potranno votare direttamente nelle sezioni ordinarie del comune di temporaneo domicilio;
    se il Comune di temporaneo domicilio appartiene a una circoscrizione elettorale diversa da quella a cui appartiene il comune di residenza, gli studenti fuori sede voteranno presso il comune capoluogo della regione alla quale appartiene il comune di temporaneo domicilio, recandosi presso sezioni elettorali speciali.
    Nel caso della Lombardia il capoluogo è Milano e i seggi speciali saranno comunicati tramite propri canali ufficiali entro 15 gg dal voto.

    La domanda per esercitare il diritto di voto fuori sede deve essere presentata al proprio comune di residenza entro il 5 maggio 2024, usando il modello predisposto dal Ministero dell’Interno,

    Alla domanda occorre allegare copia di un documento di riconoscimento in corso di validità, copia della tessera elettorale personale, copia della certificazione o di altra documentazione attestante l’iscrizione presso un’istituzione scolastica, universitaria o formativa.

    Studentesse e studenti aventi residenza a Milano, che vogliono votare fuori sede, devono inviare una mail all’indirizzo DSC.fuorisede@comune.milano.it sempre entro il 5 maggio 2024.
    Il Comune di domicilio o il Comune capoluogo di Regione trasmetterà agli elettori e alle elettrici richiedenti l’attestazione di ammissione al voto fuori sede con l’indicazione del numero e della sezione presso cui votare (comprensiva dell’ubicazione spaziale del seggio).

    Il Comune di domicilio o il Comune capoluogo di Regione trasmetterà agli elettori e alle elettrici richiedenti, entro il 4 giugno 2024, l’attestazione di ammissione al voto fuori sede con l’indicazione del numero e della sezione presso cui votare, da esibire al Presidente del seggio insieme alla tessera elettorale e a un documento di identità.

    Tutte le informazioni sono disponibili sul sito del comune di Milano

     

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