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Novembre 2011/2018

A differenza del resto del mondo, il picco di crisi del nostro Paese si manifestò nel novembre 2011, quando lo spread andò ampiamente oltre i 550 punti a causa della perdita di credibilità del governo Berlusconi in relazione alle strategie di rientro del debito pubblico, come della sua politica economica di sviluppo. Da allora si sono susseguiti cinque nuovi governi fino all’attuale in carica.

Al di là delle dichiarazioni pubbliche rilasciate dai vari presidenti del Consiglio e dai relativi ministri dell’economia, che vantavano tutti risultati stupefacenti attraverso le loro scelte di politica economica, risulterebbe opportuno, oltre che istruttivo, rivedere tali strategie e soprattutto i risultati conseguiti.

Il governo Monti si attribuì il merito di aver riportato lo spread sotto quota cento quando tale ottimo risultato va attribuito interamente all’azione del Presidente della Bce Draghi il quale acquistò al mercato secondario tutti i titoli del nostro debito: di fatto sottraendo lo stesso governo Monti alle valutazioni che avevano fatto esplodere lo spread stesso con il precedente governo Berlusconi. A tal proposito va ricordato come tale azione fosse stata FORTEMENTE  criticata dalla Germania che gli dedicò persino delle giornate di discussione al parlamento tedesco.

Per il resto il Governo Monti non fece altro che aumentare la pressione fiscale esattamente come tutti i governi precedenti, non introducendo alcuna nuova strategia e tanto meno competenza aggiuntiva. L’aumento tra l’altro dell’imposizione nel settore nautico portò alla perdita di ben 22.000 posti di lavoro. Dimostrando, ancora una volta, come non sia sufficiente aumentare la pressione fiscale per ritrovare un equilibrio economico finanziario senza creare danni permanenti, anche se coniati da un rappresentante della Bocconi.

Successivamente il governo Letta con il ministro Saccomanni all’economia non riuscì assolutamente ad invertire il trend di calo della crescita economica, anche se il ministro nel febbraio 2015 affermò senza pudore che si diceva convinto di una crescita del Pil di oltre 1%, amaramente smentito poi dalla realtà.

Fino a questo momento il debito pubblico continuava a crescere ad un ritmo di  circa 2223 euro/secondo.

Contemporaneamente all’avvento del Governo Renzi, il 22 gennaio 2015  il presidente della BCE avviò la politica finanziaria del Quantitative Easing il quale permise di fatto la sospensione dalla realtà e soprattutto della valutazione dei fondamentali economici del nostro paese come della nostra economia per i governi Renzi e Gentiloni e fino al governo attuale in relazione alla emissione di nuovo debito pubblico. In questo senso va ricordato come le scelte del governo Renzi relative agli 80 euro, come l’introduzione della riforma del Jobs Act, abbiano di fatto raddoppiato la  velocità di crescita del debito portandola a 4463 euro/secondo.

A queste manovre assolutamente a debito va aggiunta la scellerata iniziativa legislativa definita Investiment Compact la quale, come elemento distintivo, introduceva, per attrarre gli investimenti esteri, la non retroattività fiscale per gli investimenti superiori 500 milioni, escludendo così il 95% delle PMI italiane e  dimostrando contemporaneamente l’assoluta mancanza di conoscenza dell’asset  industriale italiano.

L’azzeramento poi dei tassi di interesse sulle nuove emissioni di debito pubblico, conseguenza inevitabile  della nuova liquidità messa a disposizione dalla BCE, portarono un risparmio di oltre trenta miliardi sui costi al servizio del debito pubblico e rappresentò un”occasione unica dal dopoguerra ad oggi potendo infatti ridurre per un fattore positivo esterno al bilancio italiano il debito pubblico.

Una scelta persa la cui responsabilità va attribuita interamente alla scellerata politica economica del governo Renzi e dei ministri Padoan e Calenda.

Successivamente al referendum costituzionale che aveva di fatto distolto l’attenzione dalle reali problematiche di crescita italiana, il governo Gentiloni introdusse persino la cedolare fissa per le rendite finanziarie al 26% penalizzando, ancora una volta, i piccoli risparmiatori già violentati dagli scandali come dai default  bancari della Popolare di Venezia,  Banca Etruria, Veneto Banca e molte altre.

Non sazio di simili iniziative che continuavano a penalizzare la gran massa dei risparmiatori come dei cittadini italiani introdusse anche la cedolare fissa fiscale di 100.000 al fine di attirare  milionari che volessero porre la propria residenza fiscale in Italia: di fatto portando l’aliquota del prelievo fiscale da un massimo del 10% per un reddito di 1.000.000 ad 1% per redditi di 10 milioni.

Anche questa scelta strategica è espressione di una evidente disonestà intellettuale che accomuna il presidente del Consiglio al ministro dell’Economia in quanto tutte le altre nazioni facenti parte dell’Unione Europea elaborarono, e successivamente legiferarono,  delle politiche fiscali “incentivanti e di vantaggio”  finalizzate ad attirare aziende come investimenti produttivi sul proprio territorio al fine di creare Pil  aggiuntivo e nuova occupazione.

Il governo in carica attuale, viceversa, incapace di comprendere come al 31 dicembre finirà il Quantitative Easing e di conseguenza l’assoluta sospensione della realtà relativa alla valutazione di fondamentali economici italiani, dopo aver negato l’impatto di un Def che portasse ad un aumento del deficit e parallelamente avendo sottostimato l’effetto nefasto sulla fiducia del mercato finanziario con relativa esplosione dello spread, continua a  sperare in un sostegno, quindi in una garanzia della BCE. Il combinato di simili comportamenti e strategie dettate da semplice impreparazione di economia di base provocano  l’esplosione dello Spread ad oltre 300 punti.

La risultante di tutti questi governi – Monti, Letta, Gentilon,i Renzi e Conte – come il coacervo dei vari ministri dell’Economia, risulta quello di essere riusciti a riportare l’intero Paese esattamente nella medesima situazione economica e con simili, se non uguali, prospettive di crescita del novembre 2011.

In questo in senso infatti  le ultime rilevazioni statistiche indicano un calo dei consumi del -2,5% unito  ad un calo del – 0,6 dei consumi alimentari (non accadeva dal 2012), con una crescita trimestrale del Pil pari a +0,0% il quale, in prospettiva, non potrà nella rilevazione annuale portare  una crescita del +0,8/1,0%,  con  uno scostamento rispetto alle previsioni del PIL varato dal Def del governo Gentiloni dello 0,6/0,4% .

Contemporaneamente, tra il settembre 2017/2018, si sono persi 183.000 contratti a tempo indeterminato a favore di 363.000 contratti a tempo determinato dimostrando come, ancora una volta, il  Jobs Act abbia un vizio di partenza individuabile nella sua applicazione, cioè valere solo per i  nuovi posti di lavoro e non permettere invece la riconversione di contratti già in essere.

Il disastroso combinato di queste rilevazioni statistiche  unite al sentiment delle PMI, che viene indicato al di sotto dei cinquanta punti (livello che generalmente viene associato ad una fase di prossima recessione), dimostra ancora una volta come il risultato delle diverse politiche economiche dei diversi governi che si sono susseguiti dal 2011 al 2018 alla guida del nostro paese lo hanno riportato esattamente al punto di partenza.

I primi quattro (Monti, Letta, Renzi e Gentiloni), godendo della sospensione dalla realtà nella valutazione delle irresponsabili emissioni di nuovo debito pubblico,  invece di ridurlo, approfittando di un’occasione più unica che rara, cioè l’abbassamento dei tassi d’interesse allegati al quantitative easing (responsabilità imputabile soprattutto ai governi  Renzi e Gentiloni), lo hanno aumentato a dismisura  mentre il governo in carica deve ancora rendersi conto di come la bocciatura della Ue del Def nasca proprio dalla modificazione del contesto internazionale che non prevede, ad oggi, nessun riacquisto dei nostri titoli del debito pubblico.

L’unica differenza alla quale si è precedentemente accennato tra il novembre 2011 e 2018  è facilmente individuabile nei trecentosessanta (360!) miliardi di nuovo debito interamente attribuibili ai governi che dal 2011 ad oggi si sono succeduti alla guida del Paese per riportarlo nella medesima situazione di quando si era partiti.

Mai prima in Italia il senso di irresponsabilità come di assoluta impunità ha permesso ad una serie di governi di agire in un modo così nefasto per il nostro Paese.

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