debito

  • Debito pubblico: l’ennesima strategia che confonde effetti e cause

    Risulta sicuramente interessante la proposta di Giulio Tremonti e Sabino Cassese circa l’utilizzo della Cassa depositi e prestiti come Market unit per privatizzare asset pubblici ed attraverso il ricorso al mercato diminuire di conseguenza il debito pubblico.

    Sarebbe altrettanto interessante ,tuttavia, comprendere quanto nella realtà effettiva la campagna di privatizzazione degli anni ‘90 abbia portato in termini di servizio agli utenti e consumatori e benefici stabili nella determinazione del rapporto debito/PIL. Ancora si odono, infatti, gli echi dell’ intera  schiera di politici, docenti ed economisti i quali affermavano all’unisono come la privatizzazione di asset pubblici non performanti rappresentasse una scelta finalizzata all’efficientamento della struttura oggetto di tale operazione.

    A distanza di vent’anni il disastroso stato delle infrastrutture autostradali italiane sembrerebbe dimostrare esattamente il contrario pur rimanendo valido il vero motivo di tale operazione, cioè la riduzione del debito pubblico. Al principio dell’efficientamento, va ricordato, è stato legittimamente preferito (come  ampiamente prevedibile) da parte degli investitori privati quello della massificazione della Roe mentre il modello di gestione pubblica delle infrastrutture autostradali tedesco e quello della “vignetta” svizzera rappresentano modelli lontani dalla realtà italiana così come per l’ammontare dello stesso rapporto debito/PIL. Quindi, nello specifico, la privatizzazione avrebbe l’importante ed unica funzione di ridurre il peso del debito pubblico anche se con disonestà intellettuale si invocava l’efficientamento, senza valutare l’inevitabile costo economico e sociale per l’utenza di queste operazioni finanziarie, come la situazione sistema autostradale italiano dimostra ampiamente.

    In altre parole, ancora oggi il nuovo progetto di privatizzazione viene giustificato essenzialmente dal reperimento  di risorse finanziarie per ridurre il debito ed in considerazione della crescita esponenziale del nostro debito presenta  un fondamento strategico condivisibile. Tuttavia, una parte delle risorse finanziarie ottenute attraverso queste operazioni andrebbe comunque destinata all’inevitabile impatto sociale in termini di peggioramento dei servizi, come la storia ci ha insegnato. In più, l’interessante proposta o meglio riproposta da parte dell’onorevole Tremonti e di Sabino Cassese relativa all’utilizzo della CdP per alleggerire il peso del debito pubblico debito pubblico non prende  in considerazione un vizio culturale e procedurale: la decontestualizzazione dall’ambito politico italiano.

    Il debito pubblico non rappresenta come nel Monopoli un’entità economica stabile e definita ma essenzialmente una grandezza relativa legata soprattutto alla esplosione della spesa pubblica ed in alcuni periodi all’accentuarsi della crisi economica. Per cui ogni progetto che valuti la gestione e l’eventuale riduzione del debito pubblico per offrire una visione di sviluppo nel medio e lungo termine alla nostra economia si troverebbe ad ottenere risultati marginali nel breve termine. La continua e costante esplosione negli ultimi vent’anni della spesa pubblica, che rappresenta la fonte del nostro debito pubblico, annienta ogni prospettiva di successo. In questo contesto, quindi, l’interessante proposta risulta già ora minimale negli effetti ed errata nella sua contestualizzazione in quanto l’intera classe politica che si succede al governo del nostro Paese continua ad utilizzare la spesa pubblica intesa come un vero e proprio strumento per ottenere il consenso politico (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/).

    In altre parole, qualsiasi proposta relativa alla riduzione del debito pubblico che non tenga in considerazione il declino culturale che la classe politica ha dimostrato negli ultimi anni attraverso l’utilizzo irresponsabile della spesa pubblica rappresenta la motivazione del suo stesso fallimento progettuale e concettuale.

     

  • Meccanismo Europeo di Stabilità e sovranismo

    Riceviamo dall’On Nicola Bono un articolo che pubblichiamo con piacere

    Se il Meccanismo Europeo di Stabilità si chiama “salva stati” vuol dire che uno Stato si è messo in pericolo di dissesto con le sue politiche e quindi ha bisogno di essere aiutato con congrui aiuti finanziari, che naturalmente presuppongono un adeguato sistema di monitoraggio e controllo.

    La polemica sul nuovo trattato del MES è quindi strumentale ed esagerata, essendo le regole modificate solo per due aspetti e cioè per l’attribuzione a carico dello stesso MES della valutazione di salvataggio e per l’introduzione della misura di ristrutturazione del debito, con conseguente perdita di valore dei titoli pubblici del Paese richiedente l’intervento, detenuti da privati.

    Di fatto non cambiano le regole fondamentali del precedente trattato, perché l’accettazione di ogni singola ipotesi di salvataggio dipenderà dalla volontà politica degli stati membri creditori.

    Semmai c’è da preoccuparsi del possibile venir meno del diritto di veto per l’Italia, triste conseguenza non delle modifiche al trattato, ma delle politiche fallimentari dei nostri governi che hanno portato ad una progressiva riduzione del PIL italiano rispetto a quello dell’UE, con il rischio di scendere al di sotto della percentuale minima del 15% e vanificare ulteriormente le capacità di incidenza del nostro Paese.

    Ma allora qual è la motivazione di questa riforma? Perché gridare allo scandalo, aprire una polemica così graffiante e soprattutto accusare la Germania e l’UE dell’ennesimo attentato alla nostra sovranità, quando in realtà sono le nostre politiche che minano le economie altrui e mettono l’Euro a rischio di svalutazione?

    I nostri leader sovranisti che oggi protestano con veemenza, non ricordano i tempi del governo Giallo-Verde quando facevano i bulli e mostravano i muscoli e i denti con dichiarazioni di grande impatto emotivo contro le “regole dell’UE”, vantandosi di volere sfondare di proposito tutti i parametri di contenimento previsti dai trattati e, in particolare, quelli del debito pubblico, salvo poi quando stretti all’angolo sul tema di rischiare l’uscita dall’UE e dall’Euro, non disdegnavano di rilevare che “l’Italia è troppo grande per fallire”?

    Non gli è passata neanche per un attimo l’idea che questa riforma sia il frutto avvelenato di una politica velleitaria e provocatoria che, a fronte di un Paese che continua a fare lievitare il debito pubblico solo per finanziare le ripetute campagne elettorali, e approva leggi finanziarie senza uno straccio di prospettiva di sviluppo e di crescita occupazionale, le modifiche apportate al MES fossero il minimo sindacale per tutelarsi? O, al contrario, è proprio questo il vero motivo della polemica?

    Ecco perché il sovranismo non è la soluzione al problema, ma solo un’illusione avendo la pretesa di continuare ad alimentare una società di Peter Pan e spacciare politiche di accattonaggio dei consensi da comprare con l’incontenibile aumento del debito pubblico, presentate come pulsioni nobili ed alte di presunta difesa dei diritti di autogoverno degli italiani. Ma autogoverno per quali fini?

    Forse quello del diritto ad aumentare a dismisura l’indebitamento pubblico per distribuire mance e perpetuare quella che è stata brillantemente definita da Luca Ricolfi la “Società Signorile di Massa”?

    Come è possibile non capire che il punto non è essere liberi di fare debiti, ma come invertire un declino di deficit produttivo e incapacità competitiva che ci sta portando alla rovina?

    Cosa fare? Quello che avremmo dovuto fare da prima, a prescindere dai richiami UE, e cioè chiudere questa scellerata stagione del “Pensiero Unico della Spesa” che è l’unico principio ispiratore di tutti i partiti e seguire l’esempio di tutti gli altri Paesi Europei che non a caso hanno da decenni i PIL in crescita con valori più che doppi rispetto a noi, e lavorare per la libertà e l’indipendenza dei popoli europei, costruendo garanzie di difesa dei diritti di tutti attraverso l’istituzione della piena cittadinanza Europea e comune appartenenza ad una entità federale che unisca l’Europa, superando questa specie di circolo culturale che è l’Unione Europea, prima che i singoli stati siano del tutto fagocitati dai tre imperi di USA, Russia e Cina.

    *già Sottosegretario per i BB. e le AA. Culturali

  • Il denaro inerte: l’acqua che non macina

    Già precedentemente era stato affrontato, all’interno di una analisi delle dinamiche economiche e soprattutto in relazione alla mancanza del credito alle imprese, il tema su come fossero cresciuti i depositi in conto corrente degli italiani. Una rilevazione assolutamente allarmante se valutata in rapporto con la continua diminuzione del credito che il sistema bancario, nel suo complesso, ancora oggi destinata alle piccole e medie imprese (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/). A distanza di pochi mesi i dati vengono confermati, amplificando ancora lo scenario anticipato precedentemente ed offrendo una visione più completa. Sempre in rapporto alla crescita dei depositi si rileva come il valore complessivo della ricchezza “parcheggiata” in conto corrente quasi inteso come “denaro inerte o inattivo” raggiunga  ormai nel nostro Paese l’80% del PIL  per circa 1400 miliardi. Un fenomeno comune, per altro, all’interno dell’Unione Europea, ad altre nazioni tanto è vero che in Germania le risorse economiche ferme sui conti correnti raggiungono il 90% del Pil (3.000 miliardi), mentre in Francia addirittura il 92% del Pil per oltre 2.200 miliardi.

    Contemporaneamente si rileva come  da mesi le comunità finanziaria e politica continuino a proporre giustamente la necessità di una trasparenza finanziaria per fornire gli strumenti necessari ai risparmiatori e contemporaneamente promuovere ed agevolare gli investimenti con la positiva  conseguenza di movimentare la statica economia europea. E’ evidente, infatti, come questa ricchezza “che non macina” e che viene lasciata all’interno dei conti correnti non possa assolutamente trasformarsi in un veicolo di crescita in quanto non investita attraverso strumenti finanziari adeguati e trasparenti.

    Al tempo stesso, quando nemmeno una percentuale di tali risorse si trasforma in acquisti di beni di consumo (evidente ulteriore espressione di incertezza relativa al futuro), risulta impossibile, senza neppure il volano di una ripresa dei consumi, qualsiasi ripresa economica.

    In altre parole, mentre ci si preoccupa sempre più della necessità di reperire risorse da investire attraverso la cassa depositi e prestiti o attraverso un aumento della pressione fiscale per fornire i necessari supporti finanziari alla crescita del sistema economico, non si affronta invece il problema relativo al calo dei consumi che dimostra una forte e sempre maggiore diffidenza relativa al futuro prossimo per il  medio/lungo termine dei cittadini dei paesi europei, ed italiani in particolare.

    Nello specifico della situazione italiana, infatti, non risulta ancora assorbita la naturale e conseguente diffidenza nei confronti delle istituzioni bancarie dopo gli scandali delle banche di Ferrara ed Etruria ed il crac della Popolare di Vicenza e Veneto Banca i cui effetti sul rapporto fiduciario risultano drammaticamente catastrofici.

    In più – e questo va assolutamente imputato al sistema bancario, a fronte di questa grandissima liquidità la quale, di conseguenza, dovrebbe avviare un processo di aumento del credito alle imprese stesse che creano occupazione ed economia – il sistema bancario utilizza questa liquidità per acquistare titoli debito pubblico.

    I vari  governi di turno ricambiano attraverso l’imposizione delle transazioni elettroniche così come della  stessa moneta elettronica che rappresentano all’interno di un periodo di notevole liquidità, e quindi con denaro a costo zero o addirittura negativo, una delle principali e residuali fonti di marginalità del sistema bancario stesso. In questo senso, infatti, viene ripagata ed interpretata la pressione che i governi continuano ad esercitare a favore dell’utilizzo della moneta elettronica giustificandola con il progressivo contenimento dell’evasione fiscale (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/) quando invece la stessa fatturazione elettronica si sta  rivelando un clamoroso bluff  https://www.ilpattosociale.it/2019/10/21/iva-il-fallimento-progettuale-ed-operativo-della-fatturazione-elettronica/).

    La crisi sistemica economica nasce dalla incapacità di valutare le articolate e complesse espressioni del ‘sentiment’ che emergono viceversa evidenti anche dalla crescita esponenziale di una minore  ricchezza prodotta ma tenuta bloccata nei conti correnti. Una scelta condizionata dalla incertezza che a fronte delle sempre minore disponibilità di risorse pubbliche destinate alle spese in conto capitale piuttosto che alla spesa corrente contribuisce alla stagnazione decennale del nostro Paese.

    Va ricordato, infatti, come per quanto riguarda soprattutto l’economia tedesca la crescita dei depositi bancari risulti avvenuta all’interno di un periodo di forte crescita economica, mentre la nostra economia da oltre dieci anni passa da una recessione ad una crescita decimale, di conseguenza l’aumento dei depositi bancari risulta esso stesso un fattore aggiuntivo di recessione economica.

    Il comportamento dei consumatori in una posizione fortemente conservativa dimostrata dal parcheggio sui conti correnti di sempre maggiori risorse economiche meriterebbe una semplificazione fiscale e finanziaria per offrire prodotti di investimento ma anche di semplice risparmio sempre più  chiari e sicuri: una aspettativa  ancora inevasa.

    Viceversa la classe politica governativa quanto il sistema creditizio (le vere cause di questo giustificato sentiment di sfiducia) sono molto attive nel mantenimento di questo duopolio che lega la gestione della sintesi malefica tra spesa pubblica e debito conseguente all’interno del quale interviene successivamente il sistema bancario.

    Come spesso succede viene indicata la luna ma ci si ostina a guardare il dito indicando la quantità di “denaro inerte che non macina” e non le complesse ed articolate cause di questa situazione.

     

    Francesco Pontelli

     

  • Verba volant scripta manent

    Tutte le dichiarazioni dei governi precedenti, a partire dal 2001 in poi, e dei titolari dei dicasteri economici assicuravano come i bilanci dello stato e il progredire del debito pubblico fossero sotto controllo ed addirittura in diminuzione sia nel valore assoluto che in quello percentuale.

    Le parole poi passano mentre i numeri testimoniano il valore delle parole stesse.

    La Germania presenta un rapporto di circa il 69% tra il valore del debito con il Pil e si conferma la prima economia manifatturiera in Europa, quindi il nostro termine di riferimento. A fronte di questi dati tedeschi il nostro paese invece colleziona un inquietante 132,…% nel rapporto debito-PIL e rimaniamo la seconda economia manifatturiera in Europa. Quindi i sessantatre (63!!!) punti percentuali di differenza nel rapporto tra questi due fondamentali parametri economici come debito pubblico e PIL (il cui valore economico va calcolato sul Pil nazionale ovviamente) dovrebbero per forza venire attribuiti sostanzialmente a due causali espressione di responsabilità diffuse delle diverse compagini governative alla guida del nostro paese negli ultimi vent’anni. La prima dovrebbe ovviamente risultare semplicemente da un ipotetico migliore livello di servizi a disposizione dei contribuenti e cittadini italiani rispetto a quelli tedeschi come espressione della maggiore spesa pubblica in rapporto al PIL. Un livello di servizi che si misura sia attraverso la disponibilità di infrastrutture che si trasformano in fattori competitivi per le imprese italiane che attraverso un migliore Welfare State per i cittadini. In tal senso si ricorda come in Germania le autostrade vengano finanziate e mantenute gratuite con risorse pubbliche mentre in Italia il costo dell’autostrada risulta uno dei maggiori fattori anticompetitivi unito alle accise sui carburanti.

    Come logica conseguenza di questo squilibrio tra il valore e gli effetti della spesa pubblica il differenziale percentuale tra i due debiti risulta attribuibile in toto alla pessima gestione della pubblica amministrazione e soprattutto della spesa pubblica (la seconda ed unica causale) la cui gestione viene attribuita a tutti i governi negli ultimi vent’anni anni.

    Inoltre, il deficit infrastrutturale italiano pagato dai contribuenti italiani unito al livello di welfare assolutamente inferiore rispetto alle spese in budget dimostrano le vere finalità della spesa pubblica: il conseguimento, cioè, di vantaggi elettorali e soprattutto servitù elettorali che garantiscano la rielezione delle maggioranze parlamentari che sostengono il governo.

    Si pensi, ma è solo un esempio, alle scellerate assunzioni dei quasi tremila Navigator dell’ultimo governo.

    Da questa semplice analisi dei numeri non suscita alcuna sorpresa se l’Italia risulta essere il paese con il maggiore fattore di incertezza politica (https://www.wallstreetitalia.com/app/uploads/2019/08/indice-768×529.png).

    La crescita di questo fattore determina come inevitabile conseguenza la diminuzione di investimenti soprattutto esteri ed una radicale diminuzione dei consumi, come tutte le statistiche oggettive dimostrano da anni. Con la sempre paradossale conseguenza di assistere ad un incremento dei depositi presso i conti personali (ulteriore certificazione dell’incertezza che blocca i consumi (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/)

    all’interno del sistema creditizio che ha perso la propria funzione istituzionale, cioè finanziare le imprese che creano crescita economica.

    Tutto questo emerge da una semplice analisi di questa tabella e dal confronto tra questi dati economici che dimostrano la responsabilità dei passati governi, nessuno escluso.

  • The price of meddling with Turkish monetary policy gets dearer

    The firing of Turkey’s Central Bank Governor on Saturday takes place in a relatively positive economic context for emerging economies. Still, the heavy-handed interference by President, Recep Tayyip Erdogan in monetary policy appears to be stripping Turkey of economic opportunity, driving prominent members of his political movement to jump ship.
    As the US Federal Reserve and the Bank of England lower interest rates and the European Central Bank braces for the second wave of quantitative easing, institutional investors are once again turning to emerging economies for yield. Carry trade has returned as investors borrow in low yielding western jurisdictions to invest in Brazil, Argentina, Mexico, Indonesia, Malaysia, Colombia, and Turkey.
    Exactly a week ago, Turkey announced plans to sell $1bn dollar-denominated five-year bonds in the fourth bond action of its kind this year. This looked like a good investment, as Turkish dollar-denominated bonds are expected to yield 6.65%, that is, a spread of around 4.9% higher than US Treasuries, which is extremely attractive in a zero or negative yield environment.
    The risk appeared low. Turkey’s inflation rate saw its biggest drop in months in June. Consumer prices increased by “merely” 15.7% in June, year on year, compared with 18.7% in May and 25% in September 2018. But firing the Governor of the Bank of Turkey changes the political calculation.
    Anyone betting on the appreciation of the Turkish Lira lost 2% on Monday and the message is clear: the risk is an erratic politics as much as deteriorating macroeconomic fundamentals. This political risk is weighing more heavily on the image of the government, especially following the resignation of former Economy Minister Ali Babacan from the ranks of the ruling Justice and Development Party (AKP) on Monday.
    The 52-year-old Babacan is a founding member of AKP and made no secret that the firing of the Central Bank Governor was the trigger of this decision. Babacan was the chief negotiator in EU accession talks in the 2000s, the architect of Turkey’s fast-paced economic growth at the time, and well-liked by international investors. He is only the latest in a long stream of high-profile defections, which include former prime minister Ahmet Davutoglu and former President Abdullah Gul, who have taken a back seat in politics. The difference is that Mr Babacan may not be leaving but planning to remain as a political challenger.

  • Tempo reale

    Mai come negli ultimi anni il concetto di “tempo reale” rappresenta il perno di ogni strategia economica, politica e sociale. In particolare nel settore economico-industriale questo concetto di derivazione digitale rappresenta l’evoluzione del “Just in time” che aveva rivoluzionato il processo produttivo negli anni ’90 cercando di sintonizzare quanto più possibile l’offerta di prodotto alla domanda del mercato.

    Il concetto di “tempo reale” è fondamentalmente una logica applicazione proveniente dalla inarrestabile evoluzione tecnologica del mondo digitale inserita all’interno di strategie, queste ultime da intendersi come sintesi di intelligenza umana e conoscenza. In altre parole, al di là dell’importanza del supporto tecnologico che fornisce le necessarie informazioni risulta fondamentale la capacità di analisi ed elaborazione delle medesime.  La digitalizzazione rappresenta, quindi, un supporto fondamentale ma risulta molto più legata ad una innovazione di processo che non ad una innovazione di prodotto, anche inteso nella sua accezione più ampia e quindi anche come strategia economica, “prodotto” della competenza professionale. Risulta, invece, assolutamente inutile, va comunque sottolineato, se tale supporto non venga correttamente utilizzato.

    In questo contesto, allora, mentre in Europa fervono le campagne elettorali e nei singoli Paesi come l’Italia si discute della riduzione dell’IVA sugli assorbenti, ecco che la guerra commerciale che contrappone gli Stati Uniti alla Cina ha comunque avviato un processo all’interno del mondo produttivo ed economico mondiale. Molte aziende internazionali che avevano delocalizzato la propria produzione all’interno della Repubblica cinese, per evitare anche solo l’idea di dover pagare dei dazi per accedere al mercato statunitense, stanno infatti riposizionando le proprie produzioni. Alcune di queste prendono la via dell’Indonesia o del Vietnam, giocando sempre su fattore del basso costo della manodopera. Altre aziende, invece, stanno adottando la politica del reshoring produttivo riportando negli Stati Uniti le produzioni una volta in territorio cinese. In questo secondo caso viene considerato dalle stesse aziende maggiormente vantaggioso il pacchetto costo del lavoro/servizi offerti dalla pubblica amministrazione statunitense ad una politica fiscale incentivante dei singoli stati della federazione.

    In questo contesto ecco come una visione intelligente e strategica sia da parte dell’Unione Europea che del nostro Paese spingerebbe entrambi ad aprire, assieme all’associazione di categoria (Confindustria e Api in accordo con i sindacati), una piattaforma normativa e fiscale per agevolare l’occasione che la guerra dei dazi tra Cina e Stati Uniti sta offrendo e quindi supportare il rientro di aziende manifatturiere all’interno del perimetro nazionale. Avviando in questo modo finalmente una politica di sviluppo economico non basata su una maggiore spesa pubblica (come sempre da oltre vent’anni finanziata a debito) ma attraverso riallocazioni produttive, le uniche che possano assicurare livelli di occupazione e retribuzioni medio alte e di conseguenza un concreto aumento della domanda interna di beni e servizi.

    Viceversa, l’intera classe politica italiana ed europea dimostrano ancora una volta la propria inettitudine per l’incapacità di cogliere le opportunità che anche una situazione di crisi geo politica come quella che contrappone i due colossi Stati Uniti e Cina possa offrire. Dimostrando, in questo modo, come anche il supporto digitale da solo non possa contribuire a supportare alcun beneficio se non accoppiato ad una capacità intellettiva della classe politica e dirigente. L’evoluzione tecnologica rappresenta, infatti, un fattore fondamentale come supporto all’elaborazione di strategie offrendo la possibilità di analisi in “tempo reale”. Di certo, però, non può sostituirsi alla assoluta incompetenza, espressione di tempi assolutamente “pre analogici” che il governo in carica come la stessa Unione Europea esprimono senza vergogna avendo eletto la propria incompetenza ad espressione di virtù.

  • Debito pubblico… la rinegoziazione… il consolidamento…

    Rinegoziare un debito risulta quasi sempre possibile partendo dal riconoscimento di solvibilità attribuita al debitore da parte del creditore. La rinegoziazione si pone il doppio obiettivo di offrire uno scenario futuro migliore alleggerendo gli obblighi attuali al debitore per rientrare nel proprio impegno finanziario come all’istituto di credito a fronte di un allungamento dei tempi di rientro per un aumento dei propri margini derivanti dalla gestione del credito.

    In altre parole, non esiste nel mondo reale alcuna rinegoziazione che non preveda un aggravio dei costi per il sottoscrittore e contemporaneamente un aumento dei margini o perlomeno l’inserimento di una nuova garanzia a tutela del creditore. Questo avviene nel mondo reale e questo viene assolutamente disconosciuto, se non addirittura negato, quando il sindaco di Roma afferma come la rinegoziazione del proprio debito comunale non presenti nessun costo aggiuntivo.

    Le condizioni principali relative ad un debito sono essenzialmente identificabili con l’entità della rata legata al fattore tempo di rientro. Tuttavia non si può non considerare anche l’aspetto della garanzia che viene fornita all’istituto di credito stesso. Nel caso dell’indegno debito romano, a differenza di quanto afferma  un imbarazzante sindaco in carica, la rinegoziazione riguarderà non  solo le condizioni per il parziale rientro (o quantomeno il pagamento degli interessi) ma anche l’utilizzo per esempio della Cassa Depositi e Prestiti come ulteriore garanzia fornita all’istituto di credito per allungare i tempi. In questo sostanzialmente si tradurrà l’impegno da parte del governo relativamente al debito della città di Roma. Quindi, ancora una volta, verranno scaricati sui risparmiatori italiani (la CdP è finanziata dai risparmiatori delle Poste) ulteriori oneri in forma di una garanzia ulteriore per il debito capitolino.

    Alle risibili affermazioni del sindaco di Roma si aggiungono le altrettanto farneticanti “soluzioni innovative” relative ad una possibile rinegoziazione del debito pubblico italiano come ad un suo eventuale consolidamento. Si ricorda in tal senso come con il termine “consolidamento” si intenda di fatto annullare parzialmente o in toto  il valore nominale del titolo di debito ed azzerare la stessa funzione di garanzia che i titoli del debito pubblico esercitano. La sola idea rappresenta una follia già proposta alla fine degli anni 80 dall’allora ministro De Michelis a fronte delle esplosioni del debito pubblico tra 1988 e 1991 nato dall’accordo politico tra Craxi, Andreotti e Forlani nel quale venivano centralizzati tutti i disavanzi degli enti pubblici locali. Una scelta tanto disastrosa quanto irresponsabile da portare il nostro Paese alla crisi finanziaria del 1992 con il prelievo forzoso del 6 per mille del governo Amato.

    Un’idea, allora quanto oggi, espressione di un’assoluta ignoranza sulle complesse valutazioni del mondo finanziario che sottendono ogni nuovo finanziamento del debito pubblico di un Paese come l’Italia. La sola idea di una simile operazione per  l’Italia ora, alla quale nessuno chiede di rientrare nel debito ma perlomeno di  riequilibrarlo di fronte ad un PIL che non cresce, manderebbe tutti i mercati finanziari nel panico e farebbe schizzare lo spread a Quota Mille. Se poi questi “innovatori finanziari” della rinegoziazione inserissero anche un ritorno alla Lira la catastrofe finanziaria sarebbe totale ed assoluta.

    Tornando, quindi, alla rinegoziazione del debito in termini generali il sindaco di Roma, che ovviamente non ha la responsabilità della massa assoluta del debito (la quale va equamente attribuita ai sindaci precedenti Veltroni, Rutelli, Alemanno e Marino) dimostra tuttavia di essere perfettamente in linea, per quanto riguarda la mancanza di conoscenza della gestione di un debito, con gli stessi “innovatori” che ispirano la politica economica del governo attuale.

  • Come fermare il debito pubblico?

    Decreto Crescita e occultamento del debito pubblico, paradigma delle cause del declino del “Bel Paese”.

    Dopo 20 giorni di sofferta gestazione dopo la ormai usuale, quanto ridicola, approvazione “salvo intese”, il governo giallo-verde è riuscito ad approvare il Decreto Crescita, lo stesso giorno in cui pochi organi di stampa davano la ferale notizia che la distanza tra i tassi del debito pubblico greco rispetto a quello Italiano si è ridotta ad appena lo 0,60%.

    Se si considera che lo spread italiano è peggiorato nel solo ultimo mese dello 0,67%, si ha ben chiaro che se il processo di degrado dovesse continuare a questo ritmo, entro un mese l’Italia diventerebbe il Paese europeo finanziariamente più debole d’Europa, con tutte le immaginabili conseguenze sull’economia nazionale.

    Cosa potrebbe invertire questa tendenza al declino irreversibile del Paese? Solo l’adozione di drastiche azioni di fermo alle politiche espansive della spesa, con conseguente pernicioso aumento del debito pubblico e il rilancio degli investimenti e dell’occupazione. Ma soprattutto bloccare definitivamente ogni ulteriore tendenza a spingere la spesa pubblica oltre ogni possibile deriva, come purtroppo ormai appare evidente da ogni atto di governo assunto con la sola maniacale fissazione di vincere le prossime elezioni, con lo sperimentato metodo di finanziare qualsiasi promessa, purché demagogica e non mantenibile, oltre che dannosa per l’economia nazionale.

    Ovviamente non solo i nostri governanti si rifiutano di fermare la deriva della spesa, emulando gli stessi errori dei vituperati politici della prima repubblica che hanno portato l’Italia alla rovina, ma insistono nel perseverare gli errori con il varo del Decreto Crescita che, appunto, consiste nell’ulteriore spesa di quasi 2 miliardi di euro, senza la minima capacità di creare alcun positivo effetto sullo sviluppo e sull’occupazione.

    Basti guardare alla disorganicità dei temi trattati e alla irrisorietà dei finanziamenti, ma soprattutto alla finalizzazione degli obiettivi. Di nuovo soldi per tutti, dai rimborsi ai risparmiatori truffati dalle banche, ai finanziamenti di nuovo dell’Alitalia, mentre vengono ripristinati in misura ridotta gli stessi incentivi alle imprese (Ires, IMU, superammortamenti e poco altro ancora) per un totale di qualche centinaio di milioni di euro, che non solo avrà un impatto insignificante sull’economia, ma che paradossalmente costituisce una clamorosa marcia indietro delle decisioni contenute nella legge finanziaria dello stesso governo di appena 5 mesi fa, che proprio quegli incentivi aveva cancellato per finanziare il reddito di cittadinanza e quota 100.

    Mai si era visto un governo così incoerente e privo di qualsivoglia strategia economica, costretto a ricorrere a patetici tentativi di occultamento sulla reale entità del debito pubblico.

    Infatti dopo il gioco delle tre carte dello scorso mese con il quale è stato pubblicato il picco storico in valore assoluto raggiunto dal debito pubblico nel nostro Paese nel mese di gennaio 2019 di ben 2.358 miliardi di euro, pari al 134,44%, con un’abile costruzione della notizia questo valore è stato collegato al dato percentuale del debito finale del 2018, pari al 132,1% del PIL, dando la sensazione di una situazione sotto controllo, perché si sarebbe passati dal 131,3% del 2017 al 132,1% del 2018 e quindi ad un aumento del debito dello 0,8% che sarebbe stata grave, ma non drammatica.

    Ma l’operazione camaleontica è ancora più grave perché è continuata questo mese nell’operazione di pubblicare il nuovo record del debito pubblico, che ha toccato a fine febbraio 2019 l’iperbolica cifra di ben 2363 Mld di euro (+5 mld in un mese), senza alcun riferimento al rapporto debito-Pil pari a 134,73%, con il chiaro intento di scongiurare il panico su un livello di indebitamento ai limiti della sostenibilità.

    Non solo, ma c’è il sospetto che l’intera operazione nasconda una possibile manipolazione dei dati del dicembre 2018, perché sembrerebbe che siano stati rinviati a gennaio 2019 gran parte dei pagamenti dell’esercizio precedente che, se contabilizzati, avrebbero fatto schizzare il presunto rapporto dichiarato al 132,1% a ben altri livelli, appunto superiori al 134%.

    Tale ipotesi sembrerebbe avvalorata dal dato che il debito pubblico da dicembre 2018 pari a 2316,7 mld di euro abbia raggiunto la cifra a fine gennaio 2019 di 2.358 mld di euro, con un aumento in un solo mese di ben 41,3 mld di euro che appare del tutto anomala e ingiustificata, se non appunto con il fittizio rinvio delle spese e con il conseguente annacquamento dei dati del rapporto debito-PIL di gennaio e febbraio 2019.

    Tutto fa brodo pur di arrivare al voto con l’immagine meno appannata possibile, anche tentando di nascondere la polvere sotto il tappeto, pur sapendo che il prezzo che dovrà pagare il Paese è direttamente proporzionale all’entità del debito pubblico ed alle capacità, sempre più improbabili di poterlo sostenere.

    già Sottosegretario ai Beni e alle attività culturali

  • Chi ruba il futuro agli italiani?

    Al di là delle possibili strumentalizzazioni è comunque ammirevole che centinaia di migliaia di giovani in tutto il pianeta siano scesi in piazza a manifestare contro “chi gli vuole rubare il futuro” e a difesa del pianeta minacciato dal riscaldamento globale.

    Pensavo a loro e, in particolare ai ragazzi italiani, mentre leggevo i dati aggiornati del nostro debito pubblico, riflettendo sul fatto che farebbe comodo una sedicenne come Greta Thunberg che, nel nostro Paese, ponesse con forza una priorità aggiuntiva a quella di salvare il pianeta e cioè di chiedere se le politiche economiche dell’attuale governo non minaccino anch’esse, più del riscaldamento globale, il loro futuro.

    Infatti, come in una irrefrenabile corsa vero il precipizio, oltre agli errori commessi dal governo in politica estera, sia in ordine al logoramento dei rapporti con i partner dell’UE, che hanno portato il Paese all’isolamento, sia in ordine alla controversa e opaca scelta di aderire all’accordo con la Cina sulla “nuova via della seta”, con il rischio di scenari inquietanti e rischi non calcolati, ciò che ha avuto più impatto sul fragile assetto economico nazionale sono certamente le discutibili scelte della manovra finanziaria per il 2019, a partire dal reddito di cittadinanza e dalla cosiddetta “quota 100”, per i quali è sempre stata nota l’insostenibilità economica e finanziaria.

    I nostri governanti infatti, non paghi di avere contribuito ad aggravare una fase recessiva che ha portato le previsioni del Pil del 2019 a ridursi dal già misero 1,2% allo 0,2% di oggi, e per nulla soddisfatti dall’avere bruciato le poche risorse disponibili della manovra finanziaria per distribuire regalie incapaci di produrre effetti positivi sull’andamento congiunturale e contrastare l’andamento recessivo, rispondono ai chiari segnali di fallimento delle loro perniciose decisioni con ulteriore ottuso accanimento, reiterando strategie fallimentari basate sulla distribuzione di risorse pubbliche a pioggia.

    Da qui il provvedimento denominato “sblocca-cantieri”, che non contiene alcuna idea di come fare a sbloccare i cantieri, cosa peraltro comune anche agli esecutivi precedenti, ma in compenso con in più l’assenza di qualsiasi intesa tra Lega e M5S su come arrivare agli obiettivi propagandistici e non certo economici prefissi, o promettere come fa Salvini l’approvazione entro l’anno della Flat Tax, (che costerebbe da 12 a 58 Mld di euro, a seconda di chi fa i conti), essendo il vero obiettivo non il rilancio dell’economia ma solo a chi dovrà giovare di più sul risultato elettorale, all’indomani del quale, qualunque sarà risultato, nel nostro Paese ci saranno solo macerie. In altre parole le sempreverdi “norme manifesto” utili solo alla propaganda, “Salvo Intese”.

    Ma non è tutto, perché c’è un aspetto perfino più inquietante e cioè la possibile manipolazione dei conti in merito alla gravità della situazione in cui versa realmente il Paese, in barba alle più elementari regole di onestà e trasparenza che un governo democratico ha il dovere di garantire, in particolare sulla reale entità del Debito Pubblico dello Stato.

    Infatti, pur avendo riportato tutti i mass media l’incredibile picco storico in valore assoluto raggiunto dal debito pubblico nel nostro Paese nel mese di gennaio 2019, pari a 2.358 miliardi di euro, stranamente quasi nessun organo ha riportato lo stesso dato in percentuale rispetto al PIL, forse perché sapere che ha raggiunto il vertiginoso livello del 134,44% avrebbe costituito un trauma che era meglio evitare?

    Si è preferito giocare alle “tre carte” ed invece di pubblicare che il debito a gennaio 2019 era di 2.358 euro, pari al 134,44% come normalmente si è fatto, con un’abile costruzione della notizia si è collegato il dato del debito finale del 2018 pari alla percentuale del 132,1% rispetto al PIL, di cui è stato ammesso essere il record storico, sia percentuale che in valore assoluto, ed il valore del debito di gennaio 2019 pari a 2.358 mld di €, senza comunicare il relativo dato percentuale del 134,44%, dando la sensazione di una situazione sotto controllo, perché si sarebbe passati dal 131,3 del 2017 al 132,1 del 2018 e quindi di un aumento del debito dello 0,8% che è grave, ma non drammatico.

    Ma l’operazione camaleontica è ancora più grave perché oltre a tentare di evitare il panico su un livello di indebitamento ai limiti della sostenibilità, nasconde una possibile manipolazione dei dati del dicembre 2018, perché sembrerebbe che siano stati rinviati a gennaio 2019 gran parte dei pagamenti dell’anno precedente che, se contabilizzati, avrebbero fatto schizzare il 132,1% a ben altri livelli, appunto superiori al 134%. Tale ipotesi sembrerebbe avvalorata dal dato che l’aumento del debito tra il 2017, quando ammontava a 2263,4 mld di €, pari al 131,3% del rapporto debito-PIL sia stato fino a gennaio 2019 di 72 mld di €, di cui 30,7 mld da gennaio a dicembre 2018 e ben 41,3 mld di € contabilizzati nel solo mese di gennaio 2019.

    Se si tiene conto che l’unico obiettivo che pone l’Unione Europea è la riduzione del debito pubblico, il cui incremento, occorre ricordare, è il frutto del ricorso per oltre quarant’anni all’uso distorto della spesa pubblica per l’acquisizione del consenso da parte delle forze politiche al potere, e che per ridurre il debito, più che operare su politiche di austerità, occorre puntare sulla crescita economica e sugli investimenti e non certo sulle medesime politiche di sperpero del pubblico denaro che hanno portato negli ultimi 40 anni il Paese all’attuale condizione di quasi dafault , appare evidente che le politiche demagogiche e i giochetti di rinvio dei pagamenti all’anno nuovo, utili solo alle campagne elettorali, costituiscono l’identikit perfetto per individuare chi in questo Paese vuole realmente rubare il futuro, non solo ai giovani.

  • La politica monetaria ed il supporto alla “sostenibilità” del debito pubblico

    Non esiste governo nella storia della Repubblica italiana che non abbia affermato la propria intenzione di diminuire il debito pubblico attraverso una crescita del PIL (quindi con un miglioramento del rapporto debito PIL) oppure con il semplice  controllo della spesa pubblica corrente.

    Nel 1994, tra maggio e agosto, lo spread viaggiava tra i 300 punti base fino ai 410 nell’agosto per arrivare a 675 nel 1995 con il governo Dini. Il dato più impressionante tuttavia era relativo alle spese per interessi cioè il costo al servizio del debito stesso. A fronte, infatti, di un debito di 1.151 miliardi di lire nel 1995 il costo pagato dallo Stato come interessi sul debito stesso era di circa 109 miliardi per giungere a 115 nell’anno successivo,  il  1996. Emerge quindi evidente come la percentuale degli interessi sul debito raggiungesse in valore la soglia del 10% del debito stesso.

    In altre parole, lo stato italiano emetteva titoli del proprio debito con l’obiettivo di pagare alla scadenza gli interessi dimostrando come la crisi finanziaria iniziata nel 1992 (governo Amato), che portò al prelievo forzoso del 6X1000 sui conti correnti degli italiani, risultasse  ben lungi dall’essere risolta.

    Il terribile combinato, quindi, tra una finanza pubblica fuori controllo (esattamente come nel periodo attuale) ed una valuta debole (cara invece ai “sovranisti”) abbia portato le spese di servizio al debito ad oltre la soglia del 10%. Un rapporto finanziario assolutamente insostenibile e che di fatto annulla ogni valore alle ridicole teorie sovraniste che auspicano un ritorno alla Lira e quindi ad una valuta che attualmente risulterebbe  ancora più debole di quanto non risultasse a metà degli anni ‘90. Nel 1995 il debito pubblico era di 1.151 miliardi di lire, espressi in euro diventano 594 milioni di euro. Quindi, considerato che ad oggi il nostro debito pubblico è di oltre 2.356  di euro se abbinato ad una valuta debole, il quadro economico finanziario risulterebbe insostenibile per il nostro paese.

    Il debito pubblico successivamente agli anni ’90 è continuato ad aumentare fino all’esplosione assolutamente attribuibile agli ultimi governi Monti- Letta-Renzi-Gentiloni come a quello  attuale. L’unica costanza che accomuna questi governi viene rappresentata dalle irresponsabili affermazioni dei vari ministri dell’economia dei diversi governi alla guida del nostro Paese sempre relativamente al “ritrovato controllo della gestione della spesa pubblica come della riduzione del debito stesso”.

    Viceversa il debito risulta sempre aumentato ad una velocità addirittura doppia rispetto alla crescita del PIL dimostrando ancora una volta come le nuove risorse finanziarie venissero utilizzate al fine di finanziare la sola spesa corrente e non gli investimenti infrastrutturali , gli unici che si possano trasformare in fattori competitivi.

    La grande differenza rispetto al 1995 viene, però, rappresentata proprio dalla presenza dell’Euro il quale risultando espressione di una comunità economica internazionale (UE) e attraverso le politiche monetarie fortemente espansive della BCE (anticicliche nell’intenzione  dell’istituto finanziario europeo) ha permesso l’esplosione del nostro debito mantenendo i tassi vicini allo zero, come negli ultimi tre anni anche al Quantitative Easing. In questo periodo infatti, a fronte di oltre 2.356, la spesa per i servizi al debito risulta  essere di circa 64 miliardi di euro. Quindi il costo del debito è inferiore al 3% rispetto all’oltre 10% nel 1995-96. Oltre sette  (7) punti percentuali di minore costo rappresenta la motivazione fondamentale per cui tutti i governi italiani abbiano deciso di  aumentare  la spesa corrente interamente a debito in quanto il costo  aggiuntivo in interessi  risultava  risibile. Un aspetto, ma soprattutto un effetto, della politica monetaria espansiva della BCE che dovrebbe indurre i vertici dell’Istituto europeo a fornire dei parametri maggiormente precisi relativi all’utilizzo della nuova liquidità. Al fine di evitare appunto come è successo, soprattutto con il Q.E., di  creare le condizioni di una “sospensione da ogni valutazione finanziaria e quindi da  ogni responsabilità” per le politiche dei  governi dell’ultimo periodo i quali hanno utilizzato la liquidità  con successivi azzeramenti del costo del denaro non per ridurre il peso del debito ma per inaugurare nuovi capitoli di spesa corrente (80 euro del  Governo Renzi, reddito di cittadinanza del governo Conte).

    In altre parole, una politica monetaria espansiva ed anticiclica con iniezioni di liquidità unita ad una valuta stabile (euro) rende “sostenibile o meglio gestibile ” l’esplosione della spesa corrente al debito e l’aumento relativo dei costi al servizio del debito pubblico di fatto sospendendo da ogni responsabilità i governi stessi.

    In questo conteso la sola idea di avere contemporaneamente un sovranismo monetario ed un implicito ritorno ad una valuta debole (lira) amplierebbe il già insostenibile divario tra i costi attuali del nostro debito e quelli del 1995/96  (+7%) a causa del volume del debito attuale, dimostrando come sia  ancora una volta privo di ogni sostenibilità finanziaria il sovranismo valutario ed economico.

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