debito

  • I Paesi poveri non ce la fanno a tirare avanti, anche se molti di essi posseggono un sacco di materie prime

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato il 2 novembre 2022 su ‘ItaliaOggi’ 

    Il debito dei Paesi più poveri tra quelli in via di sviluppo è tornato a essere ad alto rischio. Lo afferma il recente studio del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) intitolato «Avoiding: too little, too late», si fa troppo poco e troppo tardi per evitarlo!

    Lo studio si riferisce a Paesi che rappresentano quasi il 18% della popolazione mondiale e il 50% delle persone che vivono in povertà estrema. Pur essendo ricchissimi di materie prime e di altre commodity alimentari, essi rappresentano un misero 3% del pil globale. Sarebbero 54 i Paesi in via di sviluppo che necessitano di una riduzione urgente del debito pubblico, pena una imminente catastrofe umanitaria, emigrazioni incontrollate e guerre di vario tipo: 25 sono nella regione sub sahariana, 10 nell’America Latina e nei Caraibi.

    L’aggravamento è dovuto al fatto che i suddetti Paesi emettono debito in dollari e, di conseguenza, subiscono le decisioni prese dagli Stati Uniti. Per esempio, l’aumento dei tassi d’interesse da parte della Fed ha per loro un effetto negativo insostenibile. Da qualche tempo almeno 19 Paesi pagano interessi superiori del 10% rispetto a quelli dei Treasury bond.

    Queste obbligazioni sono in caduta libera con un deprezzamento del 40-60%. Se si considerano tutte le economie in via di sviluppo, ben 26, circa un terzo, sono classificate «rischio sostanziale, estremamente speculativo o insolvenza».

    Il peggioramento della loro situazione economica e sociale è confermato anche da un altro studio dell’Undp sul Multidimensional Poverty Index (mpi). Tale indice analizza la povertà combinando il livello del reddito pro capite con i diversi aspetti della vita quotidiana di persone in povertà: l’accesso all’istruzione e alla salute e lo standard di vita come alloggi, acqua potabile, servizi igienici ed elettricità. I dati di prima della pandemia e dell’impennata inflazionistica mostrano che 1,2 miliardi di persone in 111 Paesi vivono in condizioni di povertà multidimensional acuta. Questo è quasi il doppio del numero di chi è considerato povero perché ha un reddito inferiore a 1,90 dollari al giorno.

    L’analisi evidenzia che oltre il 50% delle persone povere (593 milioni) non ha elettricità e gas per cucinare; quasi il 40% dei poveri non ha accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici; più del 30% delle persone povere è privato contemporaneamente di cibo, combustibile per cucinare, servizi igienici e alloggio. La maggior parte delle persone povere multidimensional (83%) vive nell’Africa sub sahariana (579 milioni) e nell’Asia meridionale (385 milioni).

    L’Undp sostiene che la risposta del G20 sia del tutto inadeguata. Ricorda anche che, nella pandemia del 2020-2021, il G7 ha stanziato ben 16 mila miliardi di dollari. Lo stesso Fmi potrebbe espandere le sue linee di credito e accelerare la ricanalizzazione dei diritti speciali di prelievo. Perciò, volendo, «i problemi di liquidità non sono ingestibili».

    Lo studio propone il coordinamento dei creditori, compresi quelli privati, e l’uso di clausole per le obbligazioni statali che mirino alla resilienza economica e fiscale. Si sostiene che in alcuni casi si debba cancellare il debito. Oggi mancano le assicurazioni finanziarie dei principali governi creditori per raggiungere un accordo. Perciò si proporrebbero i cosiddetti Brady Bonds, obbligazioni della durata di 30 anni, sostenute da Treasury bond, emesse negli anni Ottanta dai Paesi in crisi per finanziare il debito con le banche commerciali. Si ricordi il default dell’Argentina.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Il nuovo record del debito pubblico italiano

    2755 miliardi: a questo ammonta il nuovo record del debito pubblico italiano mentre contemporaneamente, da molti mesi ormai, si leggono teorie economiche basate su principi squisitamente scolastici in base ai quali l’inflazione ridurrebbe il peso del debito pubblico.

    Questa visione economica prende spunto da un modello matematico e non, come la realtà in continua evoluzione dimostra, da una analisi complessa all’interno di un articolato mercato finanziario nel quale i creditori, cioè i sottoscrittori dei titoli del debito pubblico, tendono sempre ad aumentare le proprie aspettative in termini di interessi corrisposti in virtù proprio del maggior rischio legato all’inflazione.

    Questi modelli scolastici possono anche fare parte di un bagaglio culturale ma la mancata attualizzazione rispetto ad un nuovo e complesso mercato globale ne esclude l’applicazione e soprattutto le impossibili aspettative anche del governo in carica.

    La Banca d’Italia pone fine a discussioni e teorie adottate dai sostenitori tanto della compagine governativa attuale quanto, in passato, da Calenda e Padoan del governo Renzi nel 2016 i quali erano favorevoli ad un aumento dell’IVA proprio per innescare una spirale inflattiva.

    Allora come oggi l’obiettivo è quello di ottenere l’illusione di una riduzione del debito pubblico quando invece si verifica, ma solo per un periodo molto limitato, un miglioramento del rapporto tra debito pubblico e PIL avendo quest’ultimo un aumento nominale proprio legato all’inflazione.

    L’errore grossolano emerge chiaro dall’attribuzione di un valore “positivo” all’inflazione in termini di riduzione del debito pubblico come espressione della differenza tra il tasso di interesse corrente pagato dallo Stato con quello che indica la perdita di valore della moneta. Un corretto confronto invece andrebbe proposto nella valutazione della differenza tra i tassi applicati ai titoli del debito in scadenza e quelli sicuramente superiori richiesti in presenza di una spirale Inflattiva dai nuovi finanziatori.

    Viceversa il diverso valore tra il tasso di inflazione e quello degli interessi sul debito pubblico indica chiaramente il valore della depatrimonializzazione degli asset economici italiani espressi in valuta in costante perdita di valore.

    Sembra incredibile come non ci sia stata nessuna evoluzione intellettuale dal momento dell’apprendimento delle teorie economiche alle sempre più complesse dinamiche dei mercati finanziari contemporanei tanto in ambito politico e governativo quanto in ambito accademico.

    Contemporaneamente emerge anche come non ci sia stato ancora oggi un aggiornamento all’interno dei testi di economia nei quali accanto al modello classico relativo agli illusori vantaggi attribuibili all’inflazione nell’andamento del debito pubblico vengano quantomeno illustrate le complesse dinamiche dei mercati finanziari del terzo millennio che rendono gli effetti congiunti dei tassi di interesse e dell’inflazione nel loro complesso sempre più marginali.

  • Parte la revisione del Patto di stabilità: gli investimenti green in cima alle priorità della Ue

    Regole più semplici, più coinvolgenti rispetto agli Stati membri, più flessibili sugli investimenti green. Comincia su questo binario la consultazione sulla possibile revisione di uno dei capisaldi più divisivi dell’Unione Europea, il Patto di Stabilità e Crescita. Il 19 ottobre, dopo il collegio dei commissari, il vicepresidente della commissione Ue Valdis Dombrovskis e il commissario agli Affari

    Economici Paolo Gentiloni hanno dato il via alla consultazione pubblica, partendo da un documento, di 14 pagine, sull’impatto della crisi Covid sulle economie europee. Un documento che vuole essere la base per discutere su una migliore applicazione delle regole fiscali. La consultazione pubblica, secondo lo schema della Commissione, dovrebbe chiudersi con la fine dell’anno. E, nella primavera del 2022 l’esecutivo europeo punta a mettere in campo una sua proposta.

    L’obiettivo di una modifica dei Trattati, osservano fonti europee a Bruxelles, è poco meno di un’utopia. La revisione potrebbe portare a modifiche regolamentari – che è l’obiettivo più ambizioso e difficile – o ad una diversa interpretazione delle regole oggi in vigore. Il percorso, come prevedibile, è irto di ostacoli già solo nel timing dell’iniziativa. Dal gennaio 2023 il Patto di Stabilità (con i suoi canonici paletti del tetto per il deficit pari al 3% del Pil e di quello dell’iter per arrivare ad un debito pari al 60%) tornerà in vigore e l’obiettivo dei cosiddetti Paesi frugali, messo nero su bianco in un ‘position paper’ dell’inizio di settembre, è quello di tergiversare il più possibile nel superamento delle regole attuali.

    Molto dipenderà anche dal futuro esecutivo tedesco e da chi, a Berlino, rivestirà il ruolo di ministro delle Finanze. Anche se il candidato alla cancelleria Spd, Olaf Scholz, pur sottolineando come l’attuale Patto sia già flessibile ha spiegato che, questo, “non è il momento dell’austerità”.

    Una certa flessibilità l’esecutivo europeo la vorrebbe innanzitutto sugli investimenti green, scorporandoli dal computo del deficit e del debito con quella che, a Bruxelles, già chiamano “golden rule”. Poi c’è il tema del rientro del debito. Il ritorno al limite del 60%, a causa degli effetti della crisi pandemica, per molti Paesi è pressoché irraggiungibile, soprattutto se si vuole evitare di strangolare la ripresa economica con interventi da lacrime e sangue.

    La media del debito dei Paesi dell’eurozona ruota attorno al 100% del Pil. L’obiettivo della consultazione pubblica è quindi trovare un percorso che porti ad una riduzione graduale, ma effettiva del debito. Anche perché, come si evincerà dal documento della Commissione, la crisi del Covid ha portato alla luce la necessità e l’opportunità di più investimenti, pubblici e privati.

  • Release G20: la proposta per lo sviluppo dell’Africa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi.

    Lo sviluppo e il futuro dell’Africa sono sempre menzionati nelle conferenze internazionali dei Paesi cosiddetti avanzati. Ma spesso ci si ferma a mere parole vuote o a pochi aiuti caritatevoli.

    Eclatante è il caso della pandemia: nessuna sospensione dei brevetti dei vaccini che permetterebbe la loro produzione anche in loco ma tante promesse di “regalare” centinaia di milioni di dosi in modi e tempi troppo incerti.

    Eppure, tutti sanno che le economie dei Paesi africani sono state colpite duramente, in particolare quelli della regione sub sahariana. Sono state già penalizzate dalla Grande Crisi per responsabilità altrui.

    Si aggiunga che nei prossimi tre anni il debito pubblico dei Paesi africani supererà i 950 miliardi di dollari.

    In questa situazione povera di idee e di interventi concreti, vi è, per fortuna, una iniziativa lungimirante, la proposta del cosiddetto “Release G20”, fatta da un gruppo di ong italiane impegnate nella cooperazione internazionale, coordinate dall’organizzazione LINK2007 con sede a Milano. Essa propone la ristrutturazione e la riconversione di parte del debito in investimenti in valuta locale finalizzati agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

    Nello specifico, si propone una conversione flessibile, totale o parziale, del debito sovrano di uno Stato africano debitore in un fondo in valuta locale. Ciò garantirebbe l’alleggerimento del peso del debito e nello stesso tempo favorirebbe il progresso delle comunità tramite l’avvio di investimenti produttivi di medio-lungo termine. Il fondo sarebbe gestito dal governo del singolo Stato, il quale, in assenza di pressioni dovute al debito, potrebbe promuovere e realizzare i progetti di sviluppo.

    Al fine di garantire il rispetto dei principi di trasparenza, efficacia e accountability, “Release G20” prevede l’utilizzo di efficaci meccanismi di monitoraggio e di supervisione da parte del Ministero delle finanze dello Stato interessato e il coinvolgimento degli altri ministeri competenti e delle organizzazioni della società civile. Questi strumenti e procedure servirebbero a rafforzare le capacità amministrative e operative nell’utilizzo dei fondi.

    La proposta è stata fatta pervenire al G20 a presidenza italiana. Pochi giorni prima della Conferenza ministeriale “Sviluppo” del G20 tenutasi a Matera il 29 giugno, essa è stata presentata in un incontro online, promosso dalla rete di ong LINK2007 in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI).

    Nel citato incontro online, cui hanno partecipato numerosi ambasciatori dei Paesi africani, il vice ministro Marina Sereni ha spiegato che «ridurre il debito dei Paesi più poveri è una sfida cui l’Italia non si sottrae, soprattutto ora che, con la crisi di Covid-19, diventa sempre più difficile, in particolare in Africa, perseguire gli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’Onu». Ha ricordato, inoltre, che “i ministri delle finanze del G20 stanno lavorando a strategie di finanziamento di questi obiettivi, accogliendo così le proposte che emergono, come nel caso di quest’incontro, dalle organizzazioni della società civile”.

    Ibrahim Assane Mayaki, responsabile di “NEPAD”, l’agenzia per lo sviluppo dell’Unione Africana, ha dichiarato che “la ristrutturazione del debito può aiutare l’Africa ad andare avanti a perseguire gli obiettivi dell’Onu in tutti i settori chiave”. Ha ricordato che “il continente perde circa 90 miliardi di dollari ogni anno a causa di flussi finanziari illeciti. Per tale ragione, “Release G20” è fondamentale per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu”.

    La trasformazione del debito sovrano in investimenti per la ripresa post Covid-19 sarebbe auspicabile non solo in una prospettiva politica di rafforzamento della collaborazione tra gli Stati ma anche per qualificare la cooperazione internazionale con l’avvio di un’effettiva programmazione di investimenti orientati dai principi dell’equità e della sostenibilità.

    In un più recente incontro online organizzato dall’Eurispes, Roberto Ridolfi, presidente di LINK2007, ha invitato i Paesi BRICS a far propria e a sostenere con forza l’iniziativa “Release G20”. Il che non sarebbe irrilevante ai fini della sua concreta realizzazione.

    *già sottosegretario all’Economia  **economista

  • Il debito pubblico e il Covid

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 16 febbraio 2021.

    La pandemia e il 2020 hanno cambiato in modo profondo, forse definitivo, alcune idee di un certo liberismo economico, che è stato dominante nei passati quattro decenni.

    Per far fronte all’emergenza, si è dovuto mettere da parte l’approccio del rigore a tutti i costi e dell’austerità come toccasana dei bilanci. Si è riscoperto, invece, il ruolo centrale e fondante dell’economia reale e del credito produttivo, quale motore di sviluppo, di avanzamento tecnologico e anche di ampliamento dell’occupazione.

    Molte annose questioni, come quella riguardante il debito pubblico degli Stati, dovranno, quindi, essere rivisitate e affrontate con metodologie e programmi diversi. Ciò dovrebbe essere ovvio per tutti. Particolarmente dopo che nel 2020 l’emergenza sanitaria, economica e finanziaria ha dettato l’agenda ai governi costringendoli a mettere in campo aiuti e stimoli fiscali per 12.000 miliardi di dollari. E le stesse banche centrali sono state costrette a creare almeno 8.000 miliardi di nuova liquidità. Ovviamente, sono tutte risorse create contraendo nuovi debiti.

    Secondo l’Istituto di finanza internazionale di Washington, il debito aggregato, pubblico e privato, che era già tre volte il Pil mondiale, nel 2021 dovrebbe mediamente aumentare del 20% nelle cosiddette economie avanzate e in quelle di altri Paesi emergenti.

    Mario Draghi, sorprendendo molti, in verità anche noi, è stato forse l’economista che, avendo avuto ruoli istituzionali assai rilevanti a livello mondiale, per primo ha riconosciuto il cambiamento di paradigma.

    Al Meeting di Rimini, tenutosi il 18 agosto dello scorso anno, in merito al debito disse: «La ricostruzione, in cui gli obiettivi di lungo periodo sono intimamente connessi con quelli di breve, è essenziale per ridare certezza a famiglie e imprese, ma sarà inevitabilmente accompagnata da stock di debito destinati a rimanere elevati a lungo. Questo debito, sottoscritto da Paesi, istituzioni, mercati e risparmiatori, sarà sostenibile, continuerà cioè a essere sottoscritto in futuro, se utilizzato a fini produttivi, ad esempio investimenti nel capitale umano, nelle infrastrutture cruciali per la produzione, nella ricerca ecc. se è cioè debito buono. La sua sostenibilità verrà meno se, invece, verrà utilizzato per fini improduttivi, se sarà considerato debito cattivo».

    A dire il vero, Draghi su questo tema era già intervenuto all’inizio del lockdown. Nella sua lettera, pubblicata il 25 marzo dal Financial Times, affermava: «I diversi paesi europei hanno strutture finanziarie e industriali diverse, l’unico modo efficace per rispondere immediatamente a un crack dell’economia è quello di mobilitare completamente i loro interi sistemi finanziari. E deve essere fatto immediatamente, evitando ritardi burocratici… I livelli del debito pubblico saranno aumentati. Ma l’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia ed eventualmente per il credito pubblico».

    Giustamente, egli ha sollecitato un modo differente di pensare e di intervenire. «Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempo di guerra», ha affermato, aggiungendo che «ci deve essere di ispirazione l’esempio di coloro che ricostruirono il mondo, l’Europa, l’Italia dopo la seconda guerra mondiale. Si pensi ai leader che, ispirati da J.M. Keynes, si riunirono a Bretton Woods nel 1944 per la creazione del Fondo Monetario Internazionale».

    Questa è la ragione e l’inudibile necessità di riflettere in modo nuovo e innovativo anche sulla gestione e su una possibile riduzione, se non cancellazione, di almeno parte del debito pubblico. Nei mesi scorsi, in verità, ci sono state delle proposte rilevanti.

    Recentemente oltre 100 economisti, soprattutto francesi, italiani e spagnoli, hanno scritto un manifesto in cui si sostiene che «Il debito detenuto dalla Bce si può e si deve annullare». Il 25% del debito pubblico europeo è detenuto dalla Banca centrale europea, cioè una quota di debiti pari a circa 2.500 miliardi di euro, che i cittadini europei devono a loro stessi.

    Nella storia, la cancellazione del debito non è sempre stata un tabù: alla Conferenza di Londra del 1953, per esempio, i partecipanti, guidati dagli Stati Uniti, decisero la cancellazione di due terzi del debito pubblico della Germania, che iniziò così il suo percorso di ripresa e di prosperità.

    La loro proposta è chiara. I paesi europei e la Bce siglano un accordo in cui quest’ultima si impegna a cancellare il debito pubblico che detiene (o a trasformarlo in debito perpetuo senza interessi), mentre gli Stati si dovrebbero impegnare a investire lo stesso importo nella ricostruzione ambientale e sociale. Ricetta semplice, impegnativa ed efficace.

    Vi sono anche altre proposte simili, come quella che prevede che i debiti accesi per far fronte alla crisi attuale siano nella forma di titoli irredimibili, senza scadenza e senza interessi, garantiti dalla Bce.

    Del resto, anche un grande paese come il Giappone ha dovuto e deve fare i conti con la sua situazione debitoria. Pur essendo un paese avanzato e tecnologizzato forse più dell’Europa, ha il più grosso debito pubblico al mondo, pari a 252% del suo Pil. Nel 2020 ha aumentato il suo bilancio del 20% attraverso l’emissione di nuovi titoli di Stato. Ma in Giappone oltre il 40% di tutto il debito pubblico è in mano alla Banca centrale e il resto, in maggioranza, è posseduto dalle banche e dalle famiglie giapponesi. Non è in una situazione idilliaca, ma controllando il suo debito, il Giappone non è soggetto a pressioni esterne o a speculazioni da parte dei mercati internazionali.

    In conclusione, la cosa decisiva è che il «debito buono» venga utilizzato per la crescita economica. In tal modo aumentando il denominatore, il tasso debito/Pil inevitabilmente si abbassa. Ma non è la frazione matematica che interessa. Con la ripresa economica si possono finalmente affrontare i problemi reali delle famiglie e delle imprese.

    Il fatto che Draghi, nel frattempo, sia diventato capo del governo del nostro paese, ci fa ben sperare. Certo, anche noi, come cittadini e come singoli, dovremmo modificare i nostri comportamenti, ispirandoli al rispetto delle leggi e dei valori costituzionali.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Per le banche il 2021 potrebbe essere l’anno peggiore dal 2009

    Per le banche a livello globale il 2021 potrebbe essere l’anno peggiore dal 2009, più difficile di questo 2020. Potrebbe accadere nonostante gli istituti di credito siano in condizioni migliori rispetto al 2009 per resistere allo stress. E pur con le misure di sostegno in atto e le prospettive di vaccini contro il Covid 19. Lo sostiene un’analisi di S&P Global Ratings, in cui viene stimato che il ritorno ai livelli pre-pandemia non possa arrivare prima del 2023, ma anche oltre. Un ripristino “lento, incerto e altamente variabile a seconda delle aree geografiche”, secondo l’analista, Emmanuel Volland.

    La spiegazione viene individuata in quattro fattori di rischio, a partire dal peggioramento e dalla lunghezza della crisi da Covid 19. Secondo fattore, la durata finita delle misure di sostegno che hanno stabilizzato le banche. “Non possono durare per sempre e il progressivo previsto ritiro nel 2021 rivelerà un quadro più fedele della qualità delle attività bancarie” spiega l’analista Gavin Gunning. Altri due fattori sono indicati in un probabile aumento della leva finanziaria e prevedibili maggiori insolvenze societarie, insieme a un indebolimento nella proprietà e dunque nella qualità del credito bancario. Promettente per una ripresa l’annuncio di uno o più vaccini in approvazione per fine anno e disponibili per la metà del prossimo. Ma sarebbe solo un primo passo verso un ritorno alla normalità.

    Nello specifico delle banche europee ci sono analisti che stimano che il successo del lancio di un vaccino anti-Covid potrebbe aumentare i guadagni di 9 miliardi di euro (14%), con SocGen e UniCredit che potrebbero trarne vantaggio. Nei numeri d’altra parte S&P testimonia la prospettiva di difficoltà col fatto di avere intrapreso dall’inizio della pandemia 236 azioni di rating negativo, relative al coronavirus, allo shock sul prezzo del greggio e ad altri fattori di stress sulle banche a livello globale.

    Spostando lo sguardo sull’Italia, un quadro viene fornito dalla recente analisi del centro studi Orietta Guerra della Uilca sui conti economici del terzo trimestre 2020 degli 8 maggiori istituti di credito. Si evidenzia una contrazione complessiva dell’utile contabile di 8,5 miliardi di euro (5,3 miliardi col goodwill negativo dell’incorporazione di Ubi in Intesa Sanpaolo). Un calo (-93,2%) dovuto all’impatto degli oneri d’integrazione del piano industriale e ad altre operazioni straordinarie di Unicredit e all’aumento delle rettifiche di valore (3.036 milioni), di cui una parte per fronteggiare il deterioramento del credito, causa l’incidenza del Covid 19 sull’economica nazionale e internazionale. Ritenuto soddisfacente (-7,2%) il livello medio del margine operativo, oltre al fatto che nei primi nove mesi del 2020 le maggiori banche italiane abbiano ridotto i crediti deteriorati netti di 2,9 miliardi e che secondo operazioni di derisking non ancora contabilizzate, si arriverebbe a una riduzione di oltre i 6 miliardi. Per contro preoccupano le 2,7 milioni di domande di moratoria sui prestiti concesse dal sistema bancario per circa 294 miliardi, che alla scadenza, con un lockdown di cui non si conosce la durata, potrebbero trasformarsi in parte in npl.

  • L’illusione di un pasto gratis

    Uno degli argomenti che contrappone le diverse visioni politiche ed economiche espresse nel Parlamento è relativo all’utilizzo del Mes, a maggior ragione ora che i titoli del debito pubblico presentano un rendimento negativo come logica espressione di una fortissima politica monetaria espansiva della Bce.

    Nessuno, tuttavia, sembra in grado di cogliere i costi di questa politica monetaria espansiva, in particolare gli schieramenti politici con i propri economisti i quali addirittura chiedono, o meglio pretenderebbero, delle emissione di titoli del nostro debito senza limiti, a maggior ragione adesso, con tassi negativi.

    Un debito pubblico, come i suoi costi complessivi del servizio, per sua stessa natura ricade sulle generazioni future. La storia italiana dimostra come per tutte le emissioni di debito pubblico nessuno dei responsabili governativi risulti chiamato a risponderne.

    Rispetto, quindi, alla vita quotidiana dei cittadini italiani la classe politica vive in una sorta di assoluta irresponsabilità relativamente agli effetti delle proprie scelte politiche ed economiche.

    Viceversa, un atteggiamento prudenziale, in particolar modo in un periodo di grande incertezza come quello attuale, dovrebbe riportare entrambe le visioni economiche ad una maggiore consapevolezza e responsabilità in relazione al nuovo debito sia sotto forma di Mes che di nuove emissioni di titoli del debito stesso, anche se a tassi negativi.

    Sembra sfuggire incredibilmente ad entrambi gli schieramenti il costo reale per i contribuenti rappresentato dalla “depatrimonializzazione nel risparmio privato” (https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-politica-monetaria-e-la-depatrimonializzazione-del-risparmio/).

    Ancora oggi buona parte degli schieramenti politici si illude che un debito negativo non abbia costi ma solo vantaggi invitando di conseguenza ad una proliferazione di emissioni di titoli del debito italiano.

    All’interno di un ciclo economico con tassi negativi che avvantaggia la spesa pubblica contemporaneamente il loro peso (ed in forma positiva quindi come un costo) viene trasferito ed assume forma e peso attraverso la depatrimonializzazione del risparmio il cui peso grava sulle spalle dei contribuenti, soprattutto per i risparmiatori.

    Una ulteriore insostenibile forma di irresponsabilità della politica la quale si aggiunge al debito odierno con effetti per il futuro in forma di costi immediati del servizio allo stesso ma scaricati sul risparmio privato.

    Non capirlo è grave ed indice di una superficialità imbarazzante perché potrebbe contribuire alla illusione di un debito a costo negativo come la Panacea per ogni problema.

    Sembra incredibile come nessuno abbia ancora compreso il valore del principio che in economia “Nessun pasto è gratis…” di Milton Friedman.

    Non conoscere, o peggio, ignorare le conseguenze a medio e lungo termine di queste politiche monetarie espansive rappresenta un’altra forma del nostro declino culturale.

    Inserire nuova liquidità in un sistema che la disperde, tanto da non essere neppure in grado di utilizzarla, come dimostrano i 20 miliardi da 10 mesi bloccati ed inutilizzati nel fondo infrastrutturale, non produce alcun effetto anticiclico.

    La politica monetaria espansiva nel nostro Paese, quindi, con la irresponsabile emissione di ulteriore debito pubblico senza alcuna ricalibratura della spesa pubblica produrrà come uno unico effetto scaricare i vantaggi dei tassi negativi per lo Stato in forma di costi aggiuntivi per i risparmiatori.

  • Sofferenze bancaria a quota 385 miliardi nel 2021

    Una nuova ondata di crediti deteriorati è in arrivo nel 2021 per effetto del Covid, ma non sarà una tempesta come nella crisi dei mutui subprime del 2011. Dai 338 miliardi previsti per l”anno in corso si salirà del 5% a quota 385 miliardi secondo l’amministratore delegato di Banca Ifis Luciano Colombini, che ha fatto il punto al tradizionale convegno d’autunno sul settore, che si è tenuto quest’anno nell’incantevole cornice di Villa Erba a Cernobbio (Como).

    Una previsione confermata dalla stessa Abi, il cui direttore generale Giovanni Sabatini non ha negato l’incremento in arrivo dovuto agli effetti della “grave crisi economica, conseguenza della pandemia, i cui effetti sono da determinare”. Una scure che si abbatte nonostante lo “sforzo enorme per ridurre l’accumulo dei crediti deteriorati che si erano determinati negli anni della grande crisi finanziaria”.  Sforzo che Bankitalia ha quantificato oggi in 170 miliardi di euro dal 2016 a fine anno, prevedendo anche per il 2020 cessioni per circa 20 miliardi.

    Quanto alle stime di Banca Ifis, il tasso di deterioramento dei crediti salirà dall’1,3% del 2020 al 2,8% del 2021, mentre il rapporto tra Npe (l’insieme dei crediti deteriorati, che comprende le sofferenze, gli incagli e i crediti scaduti) e il totale dei crediti erogati salirà dall’attuale 6,2% al 7,3% del 2021.

    Per Colombini “l’onda si sta gonfiando, ma Venezia non è ancora allagata”. “L’acqua alta – ha detto il banchiere – arriverà l’anno prossimo, quando il default rate sarà raddoppiato”. Una situazione comunque migliore rispetto alla crisi del 2011. Secondo l’Ad di Banca Ifis “i risultati negativi di questa crisi sono inferiori alla crisi precedente, quando il default rate fu al 4,5%”. “In questa crisi – ha sottolineato – ci sono stati interventi importanti da parte dei Governi e delle Banche centrali”. Non tutto funziona come dovrebbe però. L’incaglio in questo caso si chiama Amco, il gestore pubblico dei crediti deteriorati. “La vediamo bene – ha puntualizzato Colombini – ma con una condizione imprescindibile, che sia un operatore di mercato e dai primi segnali che abbiamo non sembrerebbe che sia proprio così”. “L’industria degli Npl servicer, che ha superato gli 8mila dipendenti con operazioni effettuate per diversi miliardi di euro va tutelata”, ha precisato sottolineando che Amco dovrebbe intervenire nei salvataggi, mentre, se opera sul mercato “i miliardi di intervento pubblico avrebbero un effetto distorsivo e graverebbero sulle spalle del contribuente”.

    Gli ha replicato Giuseppe De Martino, consulente del Mes, socio unico di Amco. A suo avviso i timori espressi a Cernobbio dagli operatori privati del settore “non hanno forti ragioni di esistere”. “Il punto di forza di Amco – ha sottolineato – è avere un azionista paziente che non vuole ritorni a doppia cifra sul breve periodo”, cosa che “consente di conciliare obiettivi di profitto nell’ambito di logiche di mercato con profili di interesse pubblico”.

  • Caccia grossa dimenticando Einaudi

    Quando l’attuale presidente della BCE era al vertice del Fondo Monetario Internazionale, in un’intervista ad un media internazionale avanzò l’ipotesi di una patrimoniale o prelievo forzoso sui conti correnti del 20%. Il ministro delle finanze tedesco individua oggi una patrimoniale del 14% sul monte risparmi complessivo privato italiano. Per fornire un semplice termine di paragone il prelievo forzoso del 1992 del governo Amato fu del 6x1000.

    Ora la medesima idea viene appoggiata dalla Germania anche grazie alla assoluta incompetenza e al ridicolo spessore internazionale del nostro Paese. Del resto anche sul fronte interno ricomincia ad avviarsi quel bombardamento mediatico da parte sia di esponenti del centrodestra che del centrosinistra per un impegno dei risparmi italiani nella sottoscrizione di nuovi titoli di debito pubblico e magari, secondo qualche stordito, pure perpetui.

    Contemporaneamente nessuna menzione viene dedicata all’insopportabile spreco di denaro pubblico che ogni anno ammonta ad oltre 200 miliardi. In altre parole, è cominciata la caccia grossa ai 10.200 miliardi del risparmio italiano frutto di sacrifici dei cittadini di questo povero Paese. Un risparmio che, va ricordato, rappresenta sostanzialmente la sfiducia nei confronti dell’intera classe politica italiana come dimostrano i dati relativi agli ultimi dieci anni (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/).

    Non solo l’Europa, quindi, ma anche la stessa classe politica italiana responsabile di questo disastro unanimemente hanno cominciato a prendere le misure per appropriarsi in forme diverse e più o meno eleganti dei risparmi degli italiani. Mai come adesso gli interessi e le visioni strategiche delle classi politiche europee ed italiana nella propria completezza risultano coincidenti a differenza delle dichiarazioni di contrapposizione radicale.

    Al tempo stesso entrambe ignoranti delle condizioni previste dal pensiero di Luigi Einaudi relativo alla adozione di una tassa patrimoniale che si sarebbe potuta attuare temporaneamente ad una riduzione reale della pressione fiscale e fosse una tantum, cioè non ripetibile.

    Mai come oggi il pensiero liberale di Einaudi risulta così lontano alla politica massimalista statalista espressione di ideologie anche contrapposte ed ignorato dalle classi politiche tanto europee quanto nazionali.

  • La vera epidemia? La crescita ulteriore della spesa pubblica

    Dal 2015 ad oggi ogni governo che si sia succeduto alla guida del nostro Paese ha avuto l’accondiscendenza dell’Unione Europea in relazione alla tenuta dei nostri conti in cambio di qualcosa o sfruttando una situazione.

    Il governo Renzi ebbe anche la fortuna di ottenere il semestre di presidenza della Unione europea ma si distinse per non proporre una legge europea a tutela del made in Italy ed accettò in più di offrire rifugio a tutti i flussi migratori verso l’Europa con il fine di ottenere come contropartita qualche decimale di deficit.

    Assieme al successivo primo ministro Gentiloni i due governi ebbero pure la fortuna di sfruttare un trend internazionale fortemente espansivo arrogandosi persino il merito di una crescita economica esterovestita, quindi indipendente dalla politica governativa italiana.

    Il governo Conte, assolutamente incapace di gestire le problematiche dell’economia italiana sia nella versione con la Lega che con il PD, all’interno di una fase recessiva internazionale, pur avendo adottato il reddito di cittadinanza e quota 100, potrà godere dei “benefici” effetti della crisi economica e finanziaria legata al coronavirus. Non è difficile immaginare, infatti, come tutte le autorità monetarie internazionali per evitare delle ricadute ancor più negative per l’economia globale si vedranno costrette a mantenere delle politiche monetarie fortemente espansive.

    Esattamente come con il governo Renzi e Gentiloni con il Quantitative Easing varato dalla Bce per smuovere un’economia stagnante anche per cercare di invertire l’impatto regressivo del coronavirus i tassi di interesse dovrebbero scendere grazie a nuove iniezioni di liquidità. L’effetto combinato renderebbe il costo del servizio al debito pubblico in graduale discesa pur essendo vicino alla soglia 2500 miliardi.

    Ed esattamente come con i governi Renzi e Gentiloni l’attuale governo in carica avrà la possibilità di utilizzare i risparmi per la gestione del debito pubblico con il solito fine di accrescere la spesa pubblica improduttiva, forte anche della accondiscendenza dell’Unione Europea la quale ha già affermato che potrà mantenere un atteggiamento più accomodante in relazione al precario equilibrio del bilancio pubblico italiano.

    Mai come in un’economia globale i focolai di crisi ed infettivi possono creare le condizioni ideali per gli speculatori finanziari fornendo loro strumenti legati alle politiche monetarie espansive. Al tempo stesso ne traggono immeritati benefici tutti i governi dal 2015 ad oggi i quali invece di risanare e ridurre il rapporto debito PIL solo contabilizzando il minor costo in interessi del debito pubblico utilizzano invece tali economie per finanziare la spesa pubblica.

    L’effetto paradossale del coronavirus quindi risulta essere una ulteriore globale accondiscendenza di fronte ad una irresponsabile politica governativa di crescita della spesa pubblica improduttiva che permetterà ancora una volta al governo in carica, come in passato, di accrescerla. Aumentando conseguentemente il debito senza fornire, viceversa, alcun supporto economico e finanziario all’Italia produttiva.

    In altre parole, in passato il Quantitative Esasing e ora il coronavirus permettono la sospensione della responsabilità dei governi che si sono succeduti fino ad oggi alla guida del nostro Paese i quali continuano con politiche scellerate di crescita della spesa pubblica e del debito pubblico.

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