debito

  • La crescita della povertà

    Ho sempre sostenuto che la crisi del nostro Paese abbia origini decennali a partire dalla fine degli anni novanta, quando si decise di privatizzare interi settori dell’Industria e dei servizi (autostrade ed energia con esiti disastrosi in termini di vita umane ed esplosione dei costi energetici), non per ridurre il debito come sarebbe stato auspicabile, ma il deficit e così mantenere in questo modo la libertà di aumentare la spesa pubblica ai governi che si sono succeduti fino all’ingresso nell’euro.

    Volgendo lo sguardo agli ultimi 10 anni nessun governo ha dimostrato un minimo di capacità e volontà di invertire questo terribile trend come del resto la finanziaria del governo Meloni conferma.

    In questo contesto, quindi, può giovare, per individuare e non dimenticare i responsabili di questo aumento vertiginoso in soli 10 anni dell’indice di povertà, l’elenco dei governi:

    Governo Renzi – Periodo: dal 22 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016, Presidente del Consiglio Matteo Renzi, Coalizione di centro-sinistra.

    Governo Gentiloni – Periodo: dal 12 dicembre 2016 al 1° giugno 2018, Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, Coalizione di centro-sinistra.

    Governo Conte I – Periodo: dal 1° giugno 2018 al 5 settembre 2019 – Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Partiti di maggioranza Movimento 5 Stelle e Lega.

    Governo Conte II – Periodo: dal 5 settembre 2019 al 13 febbraio 2021 – Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Partiti di maggioranza Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Liberi e Uguali.

    Governo Draghi – Periodo: dal 13 febbraio 2021 al 22 ottobre 2022 – Presidente del Consiglio: Mario Draghi, Partiti di maggioranza Governo di unità nazionale con un’ampia maggioranza parlamentare.

    Governo Meloni – Periodo: dal 22 ottobre 2022 a oggi, Presidente del Consiglio Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), Coalizione di centro-destra (Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia).

    Quelli che ora sono al governo e negli ultimi dieci anni si trovavano all’opposizione, all’interno del teatrino della politica criticavano giustamente le strategie dei governi precedenti, esattamente come quelli che erano in maggioranza e che ora si trovano all’opposizione, avversano anche giustamente le politiche del governo in carica.

    Purtroppo le uniche conseguenze generate dal gioco dei ruoli ricoperti alternativamente da tutti i partiti negli ultimi 10 anni si confermano certificate dal costante aumento della Spesa Pubblica e contemporaneamente del debito e della stessa pressione fiscale. Tre fattori determinanti nella politica economica di governo che tuttavia non sono stati utilizzati per attenuare gli effetti delle crisi, che dal 2008 si susseguono senza soluzione di continuità in Italia, e quindi con l’obiettivo di migliorare la competitività delle imprese o la qualità della vita delle famiglie.

    Viceversa, la crescita vertiginosa della povertà certifica una volta di più l’unico obiettivo che è stato utilizzato da tutti i governi dell’ultimo decennio, in altre parole finanziare i propri orti elettorali, dimostrando ancora una volta come la gestione delle Finanze pubbliche (Spesa, debito e pressione fiscale) rappresentino la vera forma di potere in Italia (*).

    Tutti colpevoli, quindi, nessun colpevole!

    (*) 2018 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/

  • La muraglia verde: Cina e Africa

    Da anni si parla e si scrive della penetrazione cinese in Africa e in particolare come, grazie alla “trappola del debito”, la Repubblica Popolare Cinese riesca ad ottenere posizioni di valenza economica e strategica in tanti Stati africani.

    La “trappola del debito” consiste in grandi prestiti concessi ai vari governi locali per la costruzione di infrastrutture strategiche critiche quali porti, autostrade, reti di telecomunicazioni eccetera. Nella maggior parte dei casi si tratta di prestiti che nel corso degli anni si rivelano impossibili ad essere restituiti perché la redditività di quanto finanziato si dimostra molto inferiore al previsto. In quei casi scatta la garanzia prevista nei contratti: le opere realizzate diventano di proprietà dei finanziatori (quindi direttamente o indirettamente del governo cinese) o il debito deve essere rinegoziato. Naturalmente alle condizioni imposte da Pechino. Nel durante, la generosità dimostrata dai prestatori di denaro viene compensata con facilitazioni di accesso alle varie materie prime presenti nel territorio dello Stato debitore.

    Un’operazione su cui non si è invece posta sufficiente attenzione è la “Grande Muraglia Verde Africana” che andrà dal Senegal a Gibuti e che attraverserà quindi per circa 7700 km da ovest a est tutto il continente. Il progetto non è nuovo perché fa parte di un piano lanciato dall’Unione Africana nel 2007 e sposato anche dalle agenzie ONU. L0biettivo era di ripristinare 100 milioni di ettari di terreni degradati e creare 10 milioni di nuovi posti di lavoro. Per capire in cosa consista il progetto e perché fu giudicato un’impresa necessaria è bene ricordare che da quando esistono i deserti sappiamo che tendono ad allargarsi invadendo le zone circostanti grazie a continue tempeste di sabbia che coprono le aree di prossimità soffocano le colture e impediscono la reperibilità del foraggio. Da sempre si cerca di porre argini in tutto il mondo all’avanzamento delle aree desertiche ma gli ostacoli si sono dimostrati tanti, i costi enormi e i risultati ottenuti relativamente pochi. Purtroppo, in Africa nonostante l’opera avrebbe dovuto completarsi nel 2030 nel 2020 l’obiettivo era stato raggiunto solo per il 4% e ad oggi si è pressoché ancora fermi a quel punto.

    In Cina sembra che le cose siano andate in modo totalmente diverso ed è l’esperienza cinese ciò che Pechino vorrebbe “vendere” in Africa.

    Gli esperti cinesi hanno da pochi mesi terminata la realizzazione di un progetto pluridecennale nella regione dello Xinjiang studiato proprio per prevenire la desertificazione e stimolare le economie locali. Si tratta del deserto del Taklamakan nella Cina nord occidentale ed esattamente nella regione autonoma Uigura. Parliamo di una superfice più grande dell’intera Italia, coperta per 85% da dune di sabbia mobile che con l’azione del vento strabordavano coprendo strade, ferrovie e terreni coltivabili. Tutta l’area è ora circondata da una efficace cintura verde di 3050 chilometri che è stata completata grazie al lavoro di più di mezzo milione di persone. Un’azione simile era già stata realizzata per il deserto del Gobi che sta più a nord, a cavallo del confine con la Mongolia. In quel caso si è riusciti a stabilizzare vaste aree e ridurre drasticamente le tempeste di sabbia che arrivavano fino a Pechino. Le piante utilizzate per circondare il Taklamakan sono quelle considerate più idonee ad affrontare i venti, la sabbia e le condizioni metereologiche di quelle latitudini. Tra di loro: il pioppo del deserto, il salice rosso, gli alberi saxsaul (piccolo albero tipico delle steppe aride e dei deserti dell’Asia centrale) e una pianta medicinale detta giacinto del deserto. L’anello verde realizzato in Cina è la prima circumnavigazione totale di un deserto al mondo e la ferrovia realizzata in concomitanza dei lavori collega ora varie città attorno allo stesso deserto trasportando minerali e varie specialità alimentari come noci e datteri rossi verso il resto della Cina. Sulle aree finalmente protette si sta adesso progettando l’impianto di una enorme campo di energia solare che dovrebbe produrre 8,5 gigawatt di elettricità al giorno. In aggiunta si pensa di installare anche alcuni impianti di energia eolica per altri 4 gigawatt.

    L’esperienza accumulata dai propri tecnici sul loro stesso territorio ha spinto il Governo di Pechino a proporsi come realizzatori della Grande Muraglia Verde Africana e l’approccio cinese ha già trovato una applicazione attorno alla capitale della Mauritania Nouakchott dove alberi di saxsaul e di acacia, combinati con griglie di paglia a scacchiera (tecnica perfezionata proprio nel deserto del Taklamakan) sono riusciti a stabilizzare le dune di sabbia. Anche in Etiopia le squadre cinesi, dopo aver ripulito la superficie dai cespugli spinosi invasivi, hanno ripristinato i pascoli e triplicato la resa del foraggio attraverso il pascolo a rotazione.  Gli ingegneri cinesi coinvolti in queste operazioni affermano di non limitarsi a piantare alberi in Africa ma di creare “industrie verdi”.

    In realtà le cose non devono essere state così semplici per i cinesi come sembrerebbe: in Mauritania ci vollero tre anni per convincere le autorità locali che 12 piante native in Cina e resistenti alla siccità non sarebbero diventate specie invasive e anche i semi di tali piante han dovuto passare attraverso una specie di quarantena. Lo stesso è successo in Etiopia dove delle 22 specie di piante utilizzate 8 erano di origine cinese. Oltre al tipo di piante e a speciali griglie di paglia usate a scacchiera sembra che i cinesi siano riusciti ad incrementare del 37% la sopravvivenza degli impianti grazie ad un metodo di piantagione derivato dall’esperienza accumulata. Uno specialista cinese interrogato sul loro metodo di lavoro e sul perché i loro sistemi farebbero risparmiare almeno il 37% sull’investimento necessario rispetto ai costi studiati dall’ONU ha risposto che loro non buttano via il tempo per produrre rapporti di 300 pagine e che i lavoratori cinesi svolgono il loro compito con una velocità dieci volte più alta dei loro possibili concorrenti. Ciò significa che gran parte della manodopera impiegata verrà dalla Cina?

    Ad oggi non sembra ancora deciso se l’intera operazione della Grande Muraglia Verde Africana sarà assegnata alle aziende cinesi ma, se così fosse e il tutto fosse completato con successo, quella realizzazione rappresenterà una vittoria strategica in termini di soft power per Pechino. Senza contare che, di là di una questione d’immagine, non va dimenticato che tutto il Sahel è ricco di minerali e si integrerebbe perfettamente della Belt and Road Initiative. Forse il loro interesse non è soltanto altruistico.

  • Trump e debiti Usa

    Un quarto del debito pubblico statunitense, pari circa a 7800 miliardi di euro, ottomilacinquecento in dollari, è, secondo i dati del dipartimento del tesoro americano elaborati nel 2024, detenuto da investitori stranieri.

    Il primo Paese straniero detentore dei debiti USA è il Giappone, seguito da Cina, Regno Unito, Lussemburgo; anche l’Irlanda detiene 374 miliardi di dollari di debito statunitense e pure Belgio e Francia detengono importi analoghi.

    Quanto giocheranno i problemi che i dazi voluti da Donald Trump procureranno su questa situazione del debito pubblico americano detenuto per un quarto proprio dai Paesi che saranno colpiti dai dazi e che di conseguenza subiranno delle ripercussioni negative?

    Il presidente americano che ha intrapreso questa nuova strada con la quale sembra volersi contrapporre a più di mezzo mondo, creando situazioni di grave frizione anche con Paesi storici alleati degli Usa, avrà valutato anche questa situazione e le sue possibili conseguenze?

  • Dal novembre 2011 all’ottobre 2024

    Nel novembre 2011 il debito pubblico segnava 1987 miliardi.  Successivamente arrivò il governo Monti. Da allora si sono susseguiti diversi governi il cui esito finale della loro opera è sintetizzabile nell’ultima rilevazione del debito pubblico ad ottobre 2024: 2945 miliardi.

    In tredici anni di gestione della macchina pubblica, alla cui giuda si sono susseguiti i più diversi personaggi e con DNA politici ed orientamenti opposti ma uniti dalla medesima certezza di irresponsabilità, sono stati creati quasi mille miliardi di debito pubblico a sostegno della esplosione della spesa pubblica con un conseguente aumento della pressione fiscale, ora ha raggiunto il 42,7 % e con un total tax rate ad oltre il 52%.

    Nel frattempo, dal 2010 al 2023, la ricchezza nazionale del nostro Paese è diminuita del -4%, mentre in Francia è aumentata del +21%, in Germania del +51% ed in Gran Bretagna del +57%.

    Un dato che certifica ancora una volta come l’esplosione della spesa pubblica rappresenti un fattore che diminuisce la ricchezza e la disponibilità economica della popolazione.

    Il reddito disponibile, infatti, è diminuito del -3,4% a fronte di una crescita in Francia del +27% ed in Germania del +34,7% mentre si registra nel più assoluto disinteresse della politica come delle diverse associazioni di categoria (Confindustria e sindacati) la diciannovesima flessione della produzione industriale.

    Questi numeri certificano una volta di più il sostanziale fallimento dell’azione dello Stato attraverso la spesa pubblica la quale nella classifica della efficienza risulta al 123esimo posto, contemporaneamente al suo arbitrario utilizzo a favore di qualche bacino elettorale o gruppi privilegiati.

  • Esplode la bomba del debito usa e globale

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su notiziegeopolitiche.net del 16 marzo 2024

    Le vicende finanziarie dovrebbero essere valutate per quello che sottendono, a volte situazioni negative. Attualmente sono gli Usa che preoccupano perché dal giugno 2023 ogni cento giorni il debito pubblico aumenta di ben mille miliardi di dollari. I dati sono eloquenti. Anzitutto va rimarcato che in dieci anni, dal 2014 a oggi, il debito americano è raddoppiato, passando da 17.000 miliardi all’attuale cifra di 34.500 miliardi. Molti ritengono che il modello “mille miliardi ogni 100 giorni” continuerà in futuro.
    Il Congressional Budget Office, l’organismo indipendente che produce analisi economiche per il Congresso, stima che il deficit di bilancio annuale passerà da 1.600 miliardi di quest’anno a 2.600 miliardi del 2034. In altre parole, nel prossimo decennio gli Stati Uniti aggiungeranno quasi 19.000 miliardi di dollari all’attuale debito pubblico fino a un totale di 54.000 miliardi.
    Nello stesso decennio soltanto per gli interessi gli Usa spenderanno più di 12.400 miliardi. Perciò si stima che la quota per il pagamento degli interessi sul debito potrebbe superare le altre voci di bilancio, comprese le spese per la difesa. Si tenga presente che le proiezioni sono fatte stimando che il tasso d’interesse dovrebbe scendere sotto il 3% dall’attuale 5,5%.
    Questa è la realtà nascosta, volutamente ignorata per dar spazio soltanto all’esaltazione dei dati positivi relativi alle aspettative dell’aumento del pil e dell’occupazione.
    L’Institute of international finance, l’associazione delle maggiori istituzioni finanziarie del pianeta con sede a Washington, afferma che nel 2023 la “bolla globale” del debito, quello pubblico, delle imprese e delle famiglie, con l’eccezione dei derivati finanziari, sarebbe aumentata di circa 15.000 miliardi di dollari portando il debito globale al livello di 310.000 miliardi! Un decennio fa era di 210.000 miliardi. Si tratta di un pericoloso trend mondiale.
    Non si tratta di un malessere ma di una febbre da cavallo le cui cause risiedono in decenni di politiche finanziarie errate. Gli effetti si manifestano di volta in volta in modi differenti o in settori diversi ma sono sempre il frutto avvelenato di una finanza speculativa che inquina tutti i settori dell’economia. Lo abbiamo visto nella grande crisi del 2008-9, mai affrontata veramente, nelle bancarotte bancarie, nella liquidità a “go go” dei quantitative easing, nelle politiche della Federal Reserve del tasso di interesse zero prima e dell’impennata dei tassi poi per rincorrere l‘inflazione.
    In questo quadro è stupefacente osservare che, mentre il debito e la liquidità crescono, hanno raggiunto i massimi storici anche l’oro, il bitcoin e Wall Street. L’oro ha superato i 2.000 dollari l’oncia, il bitcoin, la criptovaluta più conosciuta, è ritornato a valori impensabili, appena sotto i 70.000 dollari, con un aumento del 200% in 12 mesi, e S&P 500, il più importante indice azionario della borsa di Wall Street, ha sfondato ampiamente il punto massimo storico di 5.000 punti. Ovunque si guardi, i mercati azionari stanno battendo i record: l’indice europeo azionario STOXX 600 ha stabilito il proprio record intorno ai 500 punti e il Nikkei 225 giapponese ha superato il suo migliore valore precedente, fissato nel 1989.
    Questa euforia è provocata in particolare dall’effervescenza dei titoli legati alle imprese dell’intelligenza artificiale. Per esempio, il produttore di chip AI Nvidia ha registrato l’incredibile crescita dei ricavi del 265% nel quarto trimestre 2024, facendo salire più del 60% il prezzo delle sue azioni da inizio anno. In verità occorre cautela perché di troppa euforia si può morire! D’altronde è già successo negli anni novanta con la bolla dei titoli IT, information technology, che, dopo avere drogato il mercato di Wall Street portandolo in un paradiso artificiale, nei primi anni del 2000 un crac, noto come dot-com crash, lo fece sprofondare nei più bassi gironi dell’inferno.
    Molti negli Usa, a fronte dell’insostenibilità del debito propongono la riduzione dei deficit di bilancio, che significa tagli alla spesa pubblica. Sarebbe un giro di vite sul welfare, sulle spese sanitarie, sull’istruzione, sui trasporti, ecc., che andrebbe a colpire i livelli di vita della popolazione più povera e della cosiddetta middle class già depauperata. A Washington si stima che le entrate, che ammontano al 17,5% del Pil nel 2024, scenderanno al 17,1% nel 2025, per poi rimanere sotto il 18% fino al 2027.
    In sintesi di tutto si parla, tranne che mettere mano alla finanza dominante sfuggita ai controlli con il rischio che possa riverberare i suoi effetti negativi in tutto il mondo. Questa è una ragione di più per chiedere al G7 e al G20 di affrontare lo spinoso problema.

    Mario Lettieri, già sottosegretario all’Economia; Paolo Raimondi, economista

  • L’Anaao batte cassa per la sanità pubblica

    Il Servizio sanitario nazionale più che curare va curato, secondo quanto lamenta l’Anaao Assomed, il sindacato più rappresentativo di medici e dirigenti del Ssn.

    Sulla base di una ricerca condotta a giugno 2023, il sindacato avverte che la sanità pubblica è l’unico modo per evitare che un ricovero possa costare da 422 a 1.278 euro al giorno, come succederebbe se si ricorresse alla sanità privata. Senza strutture pubbliche, la sala operatoria – proseguente il sindacato fornendo altri esempi – costerebbe 1.200 euro l’ora, la degenza 600 euro al giorno in un reparto chirurgico e 400 euro al giorno in un reparto di medicina, un ricovero ordinario post acuzie 165 euro al giorno.

    Sulla base di questi dati, il sindaco batte cassa, lamentando che il finanziamento della sanità pubblica italiana patisce una carenza significativa di risorse. Secondo il 18° Rapporto del Crea Sanità, uscito a gennaio 2023, per raggiungere un’incidenza media sul Pil simile agli altri paesi dell’Unione Europea, sarebbero necessari almeno 50 miliardi di euro aggiuntivi (al minimo). Attualmente, la spesa sanitaria del nostro Paese presenta una forbice del -38% circa rispetto agli altri paesi della Ue, con una diminuzione sia della spesa privata (-12%) che della spesa pubblica (-44%) nel 2021. Tuttavia, tale calcolo è sottostimato. Dal 2000 al 2021, la spesa sanitaria in Italia è cresciuta con un tasso medio annuo del 2,8%, circa il 50% in meno rispetto agli altri Paesi della Ue di riferimento. Inoltre, anche durante la pandemia, la crescita della spesa è stata meno dinamica rispetto agli altri paesi.

    Secondo il Rapporto, nel 2021 il finanziamento pubblico si ferma al 75,6% della spesa contro una media europea dell’82,9%. La spesa privata ha raggiunto 41 miliardi di euro (il 2,3% del PIL, contro una media europea del 2%): oltre 1.700 euro a nucleo familiare (5,7% dei consumi).

    D’altronde, la sanità pubblica è tutt’altro che sana, sotto il profilo della gestione dei conti, come ampiamente evidenziato dalla Corte dei conti nel suo ultimo rapporto di maggio sul coordinamento della finanza pubblica.

  • Usa, debito pubblico eccessivo

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ‘ItaliaOggi’ l’11 marzo 2023

    Il debito federale americano di 31.381 miliardi di dollari è il limite posto nel bilancio dello Stato per l’anno fiscale che va da ottobre 2022 a settembre 2023. Il tetto è stato già raggiunto il 19 gennaio scorso. Vi saranno problemi per coprire le spese dei prossimi mesi.

    Janet Yellen, segretario del Tesoro, in merito ha annunciato «manovre tecniche» per posporre il default, che «produrrebbe una catastrofe economica e finanziaria». Per evitare la sospensione delle attività e dei pagamenti da parte di vari organismi pubblici si dovrà per forza sfondare il tetto del debito. Non sarà facile, data la composizione del Congresso, con la Camera dei deputati a maggioranza repubblicana.

    In tre anni il debito federale succitato è aumentato di ben 8.500 miliardi! Dal 2009 è quasi triplicato! Il Congress Budget Office, l’agenzia bipartisan che analizza gli andamenti di bilancio, stima che il deficit sarà almeno di 400 miliardi superiore del previsto. Essa aveva anche calcolato interessi sul debito pari a 282 miliardi.

    Nel frattempo, però, l’inasprimento della politica monetaria della Federal Reserve e gli aumenti del tasso d’interesse fanno stimare che il servizio sul debito raggiungerebbe i 400 miliardi di dollari. Se il tasso di sconto della Fed dovesse essere del 5%, com’era nel 2007, gli interessi sul debito potrebbero salire a 1.000 miliardi! Un aumento da non escludere, visto che lo considerano possibile la Fed di San Francisco e anche JP Morgan, la più grande banca americana.

    Alla fine, pensiamo che, come in passato, si troverà un compromesso tra maggioranza e opposizione. Ne va dell’affidabilità internazionale degli Stati Uniti. L’alternativa è dichiarare bancarotta. D’altra parte è difficile immaginare che i ministeri sospendano a lungo le attività, mettendo gli impiegati in cassa integrazione, o che in numerose città e Stati dell’Unione i vigili del fuoco o la polizia possano essere bloccati per mancanza di fondi.

    Si stanno considerando anche nuove e inedite iniziative. C’è chi propone di ripianare il deficit di bilancio coniando monete sonanti fino a un valore di mille miliardi di dollari. L’idea fu già discussa durante la presidenza di Obama. Sarebbe consentito dal 14° emendamento, Sez. 4, della Costituzione che sancisce: «Non potrà essere posta in questione la validità del debito pubblico degli Stati Uniti, autorizzato con legge».

    Chi propone tale soluzione sostiene che non sarebbe inflattiva. Portano l’esempio del presidente Abramo Lincoln che, nel mezzo della guerra civile, fece una simile iniziativa. Allora, dicono, i nuovi soldi andarono a finanziare un periodo di espansione economica senza precedenti, soprattutto nella siderurgia, nelle infrastrutture ferroviarie e nella meccanizzazione dell’agricoltura, con una notevole crescita della produttività. Oggi, invece, ci sembra che ogni nuova liquidità scompaia nel “buco nero” della finanza speculativa.

    C’è anche chi vorrebbe trasferire dalla Fed al Tesoro i titoli federali, circa 6.000 miliardi di dollari, a suo tempo acquistati attraverso i «quantitative easing». Il Tesoro potrebbe, quindi, annullare questa parte del debito. Sarebbe una possibilità legale che richiederebbe ovviamente il consenso del Congresso e della Fed, ma lascerebbe la banca centrale con una voragine nei conti. Oggi, infatti, essa giustifica i passivi di bilancio inserendo detti titoli negli attivi.

    Altra idea è di coniare “monete di platino” per un grande valore, sulla base dell’Articolo 1, Sez. 8, della Costituzione che afferma: «Il Congresso ha il potere… di coniare moneta e regolarne il valore».

    In passato il Congresso ha cercato di limitare questa generale possibilità ma ha lasciato un’eccezione, la moneta di platino, che una disposizione speciale permette di essere coniata in qualsiasi importo per scopi commemorativi. Le monete di platino furono proposte al Congresso già nel 2013 ma senza successo. Tali soluzioni straordinarie appaiono molto fantasiose. Alla fine, la decisione sarà quella molto più semplice di aumentare il debito pubblico. Cosa che, però, ingigantisce la bolla e i rischi connessi.

    Per noi europei è opportuno riflettere sul fatto che negli Usa si discuta su come affrontare le emergenze finanziarie e il problema del debito pubblico. Se si pensa bene, anche i quantitative easing sono stati degli interventi straordinari per evitare il crollo del sistema bancario e finanziario. Hanno, però, stravolto i meccanismi monetari centrali. Tutto “legalmente”!

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Fed, tassi ed i Paesi emergenti

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 4 marzo 2023

    Il continuo aumento dei tassi d’interesse da parte della Fed, seguito a ruota dalla Bce, sta avendo conseguenze catastrofiche soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Ciò ha spinto i capitali a lasciare questi Paesi e ha deprezzato le loro valute rispetto al dollaro. Ovvia conseguenza è l’aumento dei prezzi delle commodity, del costo delle importazioni, anche dei beni di sussistenza. Inoltre, l’enorme crescita del costo del debito li ha resi incapaci di far fronte al pagamento degli interessi.

    Si aggiunge una specifica situazione della Cina. Oltre agli effetti economici della pandemia, le sanzioni imposte a Pechino non colpiscono solo la Cina ma anche quei Paesi connessi alla sua «catena di approvvigionamenti». Le merci cinesi che vanno nel resto del mondo non sono prodotte esclusivamente in Cina, ma soprattutto nei Paesi dell’Asia e dell’Africa che fanno parte della sua filiera produttiva.

    Il «World economic outlook» di gennaio 2023 del Fmi stima che il 15% dei Paesi a basso reddito sia in difficoltà debitoria, un altro 45% sia ad alto rischio di sofferenza e il 25% delle economie dei mercati emergenti sia anch’esso ad alto rischio.

    L’ultimo rapporto della Banca Mondiale rileva che alla fine del 2024 il pil dei Paesi emergenti e di quelli in via di sviluppo resterebbe del 6% sotto di quello registrato prima della pandemia. Per loro si prevedono un lungo periodo di debiti crescenti e pochi investimenti. I capitali, infatti, saranno assorbiti dalle economie avanzate a loro volta colpite da tassi e debiti alti. Per 37 Paesi poveri la situazione sarà molto peggiore. Nell’Africa sub–sahariana si stima un aumento del tasso di povertà assoluta nel biennio 2023-4.

    Il vero problema, soprattutto per noi occidentali, è che si prendono iniziative prettamente geopolitiche legate alla sicurezza e alla forza militare, spesso senza valutarne le conseguenze economiche e sociali in altre parti del mondo. Gli effetti impattano i Paesi geograficamente lontani ma poi si riverberano in casa nostra. Di solito, quando i governi sono costretti a ridurre i bilanci, tagliano le spese sociali. Ciò porta all’instabilità politica e a rivolte popolari.

    Globalmente siamo di fronte a delle situazioni peggiori di quanto sperimentato, a cavallo del primo decennio di questo secolo, quando la speculazione sui beni alimentari ha mischiato l’inflazione con le cosiddette «primavere arabe».

    Il Libano, ad esempio, sta affrontando ciò che la Banca mondiale ha descritto come «tra le crisi più gravi a livello globale dalla metà del diciannovesimo secolo». Dal 2019 la moneta ha perso il 98% del suo valore. In Iraq, le proteste sono scoppiate a Baghdad per il crollo del dinaro, la valuta irachena. In Egitto, il valore della sterlina egiziana in un anno si è dimezzato mentre i prezzi sono aumentati.

    L’anno scorso lo Sri Lanka, nel mezzo di rivolte sociali, è stato inadempiente per la prima volta nella sua storia. Oggi le autorità hanno aumentato il prezzo dell’elettricità del 66% nel tentativo di ottenere un salvataggio dal Fmi. Il Pakistan sta affrontando la sua peggiore crisi economica, con mancanze di gas, interruzioni di corrente, aumenti dei prezzi. In Argentina, l’inflazione ha raggiunto, di nuovo, quasi il 100% su base annua.

    Alti tassi e inflazione sono un mix esplosivo. Il caso dell’Argentina è emblematico, dove il tasso della banca centrale è salito dal 35% di un anno fa al 75% di oggi. Allora la pensione media era di 450 dollari al mese, oggi è di 150.

    L’aumento del tasso d’interesse della Fed ha spinto anche quello della banca centrale del Brasile dal 10,7% di un anno fa al 13,75% di oggi. In Messico, il tasso d’interesse è quasi raddoppiato, passando dal 6% all’11,25%. Il tasso d’interesse della Nigeria è aumentato dall’11,5% al 17,5%, l’inflazione è del 22%.

    Il mondo sta pagando un altissimo prezzo. Le cause, secondo noi, sono l’acquiescenza della Fed di fronte a una finanza aggressiva, i suoi errori di valutazione e i suoi mancati interventi.

    Non è un caso che, come per la cecità dimostrata alla vigilia della grande crisi finanziaria del 2008, oggi, fino all’ultimo minuto, la Fed ha continuato a ripetere che l’inflazione era «transitoria». Tutto è transitorio, ma il problema è la durata della transizione e le sue conseguenze.

    In Europa non c’è da stare tranquilli. La Bce ha sempre dimostrato la sua «straordinaria indipendenza», ma ripetendo qualche mese dopo gli stessi errori della Fed.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Il debito mondiale alle stelle

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi il 3 febbraio 2023

    L’aumento dei tassi d’interesse e la stagflazione, cioè la situazione che si crea quando la stagnazione economica si combina con l’aumento dell’inflazione, stanno mettendo inevitabilmente la struttura del debito sotto pressione. A giugno si calcolava che il debito mondiale globale, pubblico e privato, fosse pari a 300 mila miliardi di dollari, cioè il 350% del pil mondiale. Nel 1999 era di 200 mila miliardi. Negli Usa il rapporto è del 420%, più alto di quello della Grande Depressione degli anni Trenta e dell’immediato dopoguerra. Tale percentuale riguarda tutte le economie avanzate. In Cina è del 330%.

    I debiti in sé non sono un problema se servono a sostenere gli investimenti per lo sviluppo industriale e tecnologico. Il rischio si manifesta quando crescono in maniera sproporzionata e sono prevalentemente speculativi e sganciati dall’economia reale.

    La crescita del debito mondiale ha colpito numerosi settori, come le famiglie, le imprese, le banche, soprattutto quelle cosiddette “ombra”, i governi e persino interi Paesi. In particolare i debitori chiamati zombie, gli insolventi, che sono stati mantenuti a galla dalla prolungata politica del tasso di interesse zero. Da quando la Fed e le altre banche centrali hanno iniziato ad alzare i tassi d’interesse nel tentativo di stabilizzare i prezzi, gli zombie vedono il costo del loro debito crescere costantemente. A ciò bisogna aggiungere l’erosione dei redditi, dei risparmi e della ricchezza, immobiliare e mobiliare, liquefatta dall’inflazione.

    L’ultima volta che l’economia mondiale ha sperimentato la stagflazione è stato negli anni Settanta. Allora, però, i tassi debitori erano più bassi. Oggi, invece, si potrebbe parlare del rischio di “choc da stagflazione”. Anche perché non si pensa di ridurre i tassi d’interesse per alimentare la domanda, le produzioni e i consumi.

    Vi sono poi degli eventi geopolitici che hanno avuto e continuano a creare choc negativi nell’offerta: la pandemia, la guerra in Ucraina, certe problematiche interne cinesi, ecc. Rispetto alla grande crisi finanziaria del 2008 e del periodo iniziale del Covid, questa volta non si potrà intervenire con salvataggi pubblici ai settori in difficoltà. Il rischio è generalizzato.

    Alcuni economisti americani, come il professore di Harvard, Kenneth Rogoff, già capo economista del Fmi, vorrebbero distogliere l’attenzione dalle aree di crisi degli Usa, dove, per esempio, il debito delle grandi imprese è diventato un enorme cancro e dirigerla altrove. In particolare Rogoff ha scelto il Giappone e l’Italia come focolai di crisi, perché, a suo dire, l’aumento dei tassi d’interesse renderebbe per loro sempre più difficile garantire il servizio sul debito pubblico.

    Anche i Paesi emergenti sono sotto pressione. Essi sono direttamente influenzati dalle politiche monetarie della Federal Reserve. Alti tassi d’interesse, un dollaro forte, la fuga di capitali, la svalutazione delle monete locali e l’inflazione stanno rendendo molto difficile la gestione del loro debito. The Economist ha identificato ben 53 Paesi vulnerabili che sono crollati sotto il peso del debito o sono a rischio di farlo. Non è un caso che la Banca Mondiale sostiene che il 60% dei Paesi emergenti o poveri è diventato debitore ad alto rischio.

    Poiché i governi non sono intenzionati a tagliare i bilanci o ad aumentare le tasse per ovvi motivi sociali e politici, ancora una volta la patata bollente passa nelle mani delle autorità monetarie. Cresce perciò la richiesta che le banche centrali tornino a monetizzare i deficit. In altre parole, un altro periodo di quantitative easing!

     

    Altri, invece, vorrebbero globalizzare gli allargamenti monetari e finanziari facendo giocare un ruolo centrale al Fmi. Pochi mesi fa il Fmi aveva emesso una montagna di Diritti speciali di prelievo, la sua moneta, equivalenti a 650 mld di dollari. L’intervento era stato abilmente presentato come necessario al sostegno dei Paesi più poveri. In realtà, all’Africa sub sahariana sono andati soltanto 32 mld. Infatti, la distribuzione è stata fatta in rapporto al pil dei Paesi.

    Le politiche attuali potrebbero posporre le crisi ma non evitarle. Per una più adeguata gestione del debito è da farsi almeno l’introduzione di strumenti atti a contenere le varie forme di speculazione.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Il 2023 dell’Africa si apre all’insegna del debito

    Se il 2022 non è stato “facile” per l’economia dell’Africa Subsahariana, quello che si apre sembra non essere roseo. All’inizio del 2022 la regione soffriva a causa della pandemia e dei suoi effetti sull’economia. Il 2023 si apre con molte nazioni che stanno affrontando un’altra crisi: il debito insostenibile. La newsletter settimanale di Bloomberg spiega che la crisi è in  atto da anni, i prestiti a lungo termine sono più che raddoppiati raggiungendo i 636 miliardi di dollari nel decennio 2011-2021, una cifra che supera il Prodotto interno lordo di oltre 40 Paesi africani considerati nel loro insieme. La pandemia da Covid ha peggiorato la situazione economica e la guerra in Ucraina ha spinto sull’orlo del baratro molti Paesi, chiudendo l’accesso ai finanziamenti, esaurendo le riserve di valuta estera e mandando in tilt i bilanci nazionali. Non a caso il Fondo monetario internazionale parla di una regione che “vive sul filo del rasoio”. Il Ghana si è unito a Zambia e Etiopia nel tentativo di ristrutturare le passività, paesi come Nigeria e Kenya sono appesantiti da un debito sempre più preoccupante.

    Il debito è il problema maggiore che i Paesi della regione dovranno affrontare anche se l’agenzia di ratings, Fitch, prevede che il debito medio “nell’Africa subsahariana migliorerà e sarà al di sotto del 65% nel 2023, dopo aver raggiunto il 72% nel 2020, aiutato dalla ripresa economica dopo la pandemia, dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dagli sforzi per ridurre i deficit di bilancio, ma questo livello si confronta con una media del 57% nel 2019, prima della pandemia, e con meno del 30% tra il 2007 e il 2013”. Secondo l’analisi del debito pubblico dei 19 Paesi dell’Africa subsahariana, quasi la metà dei Paesi (42%) a cui Fitch assegna un rating nella regione “hanno un rapporto debito-Pil superiore al 70%, mentre il rapporto medio debito-reddito continuerà a essere superiore al 300%, il doppio del valore del 2013”. Questo, secondo Fitch, prova il deterioramento dei fondamenti economici dei paesi della regione, nonché delle prospettive di evoluzione di queste economie. I rischi che dovranno affrontare questi paesi, dovuti al significativo rallentamento globale, sono legati all’elevata inflazione, alle difficili condizioni finanziarie, al generale indebitamento delle economie determinato dalla pandemia e ora dall’invasione russa dell’Ucraina. Fitch, inoltre, prevede che l’inflazione media nella regione scenderà dal circa 8% del 2022 al 5,5% di quest’anno e che la crescita del Pil sarà intorno al 4%, vicino alla media del 3,8% nei 5 anni fino al 2019, ma ben al di sotto della crescita registrata fino al 2014. In alcuni Paesi della regione, tuttavia, l’inflazione è ben al di sopra della media regionale.

    A ciò si aggiunge che ci sono 8 Paesi dell’Africa Subsahariana con pagamenti del debito pubblico, nel 2023, che rappresentano un quarto delle riserve estere. Secondo Bloomberg i responsabili politici africani possono far ben poco per influenzare i venti contrari globali, ma possono adottare misure per costruire una sorta di “tesoretto”. L’aumento dei prezzi delle materie prime in un continente in cui ce ne sono in abbondanza – dai diamanti ai minerali di ferro, alla bauxite, al cobalto, al platino, al rame, alle cosiddette terre rare, al petrolio e al gas – offre la possibilità di creare fondi di stabilizzazione o fondi sovrani per proteggersi da shock futuri. Il 2022, inoltre, è stato un anno in cui la maggior pare delle valute africane hanno perso valore, una tendenza che potrebbe proseguire anche nel 2023.

    Tra le monete più deboli ci sono quelle dei Paesi con un contesto complesso sia dal punto di vista economico sia da quello politico-sociale come il Sudan e lo Zimbabwe, mentre le monete di Ghana, Malawi, Sierra Leone, Etiopia ed Egitto, potrebbero subire un ulteriore deprezzamento di oltre il 10% a causa dell’inflazione. Non dovrebbe, invece, subire scossoni il franco Cfa, adottato da molti Paesi francofoni, la cui stabilità è legata all’euro. Sul fronte politico molti paesi saranno chiamati alle urne durante il 2023 e anche questi appuntamenti potrebbero far crescere il malcontento delle popolazioni già fortemente sofferenti per l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità. I cittadini di 8 Paesi saranno chiamati alle urne per le elezioni presidenziali. In Nigeria, il peso massimo del continente con oltre 200 milioni di abitanti, le lezioni generali sono previste per il 25 febbraio. Il presidente uscente Muhammadu Buhari non potrà candidarsi avendo già portato a termine 2 mandati. La Sierra Leone andrà al voto a giugno, la Liberia a ottobre, il Madagascar a novembre, i  presidenti uscenti di questi paesi – rispettivamente Jiulius Maada Bio, George Weah e Andrei Rajoelina – potranno candidarsi per un secondo mandato. In Gabon, la Costituzione consente al presidente Ali Bongo di ricandidarsi, in questo caso si tratterà di un terzo mandato settennale. Prima di lui il governo del Gabon e’ stato nelle mani del padre Omar Bongo per 41 anni. La Repubblica democratica del Congo andrà alle urne il 20 dicembre, la registrazione degli elettori è già iniziata, il presidente uscente, Felix Tshisekedi, ha già annunciato la sua ricandidatura, anche se molti analisti temono che possano essere rinviate a causa della perenne condizione di guerra che regna nell’Est del paese. Anche lo Zimbabwe andrà alle urne. Le elezioni generali, invece, sono già state rinviate in Sud Sudan, non si terranno quest’anno e la transizione è stata prorogata di due anni, fino al 2024. Il Sud Sudan non ha avuto elezioni presidenziali dalla sua indipendenza nel 2011. Nel 2013 è scoppiata una sanguinosa guerra civile e ancora oggi, nonostante gli accordi di pace, il paese vive una instabilità cronica.

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