debito

  • The price of meddling with Turkish monetary policy gets dearer

    The firing of Turkey’s Central Bank Governor on Saturday takes place in a relatively positive economic context for emerging economies. Still, the heavy-handed interference by President, Recep Tayyip Erdogan in monetary policy appears to be stripping Turkey of economic opportunity, driving prominent members of his political movement to jump ship.
    As the US Federal Reserve and the Bank of England lower interest rates and the European Central Bank braces for the second wave of quantitative easing, institutional investors are once again turning to emerging economies for yield. Carry trade has returned as investors borrow in low yielding western jurisdictions to invest in Brazil, Argentina, Mexico, Indonesia, Malaysia, Colombia, and Turkey.
    Exactly a week ago, Turkey announced plans to sell $1bn dollar-denominated five-year bonds in the fourth bond action of its kind this year. This looked like a good investment, as Turkish dollar-denominated bonds are expected to yield 6.65%, that is, a spread of around 4.9% higher than US Treasuries, which is extremely attractive in a zero or negative yield environment.
    The risk appeared low. Turkey’s inflation rate saw its biggest drop in months in June. Consumer prices increased by “merely” 15.7% in June, year on year, compared with 18.7% in May and 25% in September 2018. But firing the Governor of the Bank of Turkey changes the political calculation.
    Anyone betting on the appreciation of the Turkish Lira lost 2% on Monday and the message is clear: the risk is an erratic politics as much as deteriorating macroeconomic fundamentals. This political risk is weighing more heavily on the image of the government, especially following the resignation of former Economy Minister Ali Babacan from the ranks of the ruling Justice and Development Party (AKP) on Monday.
    The 52-year-old Babacan is a founding member of AKP and made no secret that the firing of the Central Bank Governor was the trigger of this decision. Babacan was the chief negotiator in EU accession talks in the 2000s, the architect of Turkey’s fast-paced economic growth at the time, and well-liked by international investors. He is only the latest in a long stream of high-profile defections, which include former prime minister Ahmet Davutoglu and former President Abdullah Gul, who have taken a back seat in politics. The difference is that Mr Babacan may not be leaving but planning to remain as a political challenger.

  • Tempo reale

    Mai come negli ultimi anni il concetto di “tempo reale” rappresenta il perno di ogni strategia economica, politica e sociale. In particolare nel settore economico-industriale questo concetto di derivazione digitale rappresenta l’evoluzione del “Just in time” che aveva rivoluzionato il processo produttivo negli anni ’90 cercando di sintonizzare quanto più possibile l’offerta di prodotto alla domanda del mercato.

    Il concetto di “tempo reale” è fondamentalmente una logica applicazione proveniente dalla inarrestabile evoluzione tecnologica del mondo digitale inserita all’interno di strategie, queste ultime da intendersi come sintesi di intelligenza umana e conoscenza. In altre parole, al di là dell’importanza del supporto tecnologico che fornisce le necessarie informazioni risulta fondamentale la capacità di analisi ed elaborazione delle medesime.  La digitalizzazione rappresenta, quindi, un supporto fondamentale ma risulta molto più legata ad una innovazione di processo che non ad una innovazione di prodotto, anche inteso nella sua accezione più ampia e quindi anche come strategia economica, “prodotto” della competenza professionale. Risulta, invece, assolutamente inutile, va comunque sottolineato, se tale supporto non venga correttamente utilizzato.

    In questo contesto, allora, mentre in Europa fervono le campagne elettorali e nei singoli Paesi come l’Italia si discute della riduzione dell’IVA sugli assorbenti, ecco che la guerra commerciale che contrappone gli Stati Uniti alla Cina ha comunque avviato un processo all’interno del mondo produttivo ed economico mondiale. Molte aziende internazionali che avevano delocalizzato la propria produzione all’interno della Repubblica cinese, per evitare anche solo l’idea di dover pagare dei dazi per accedere al mercato statunitense, stanno infatti riposizionando le proprie produzioni. Alcune di queste prendono la via dell’Indonesia o del Vietnam, giocando sempre su fattore del basso costo della manodopera. Altre aziende, invece, stanno adottando la politica del reshoring produttivo riportando negli Stati Uniti le produzioni una volta in territorio cinese. In questo secondo caso viene considerato dalle stesse aziende maggiormente vantaggioso il pacchetto costo del lavoro/servizi offerti dalla pubblica amministrazione statunitense ad una politica fiscale incentivante dei singoli stati della federazione.

    In questo contesto ecco come una visione intelligente e strategica sia da parte dell’Unione Europea che del nostro Paese spingerebbe entrambi ad aprire, assieme all’associazione di categoria (Confindustria e Api in accordo con i sindacati), una piattaforma normativa e fiscale per agevolare l’occasione che la guerra dei dazi tra Cina e Stati Uniti sta offrendo e quindi supportare il rientro di aziende manifatturiere all’interno del perimetro nazionale. Avviando in questo modo finalmente una politica di sviluppo economico non basata su una maggiore spesa pubblica (come sempre da oltre vent’anni finanziata a debito) ma attraverso riallocazioni produttive, le uniche che possano assicurare livelli di occupazione e retribuzioni medio alte e di conseguenza un concreto aumento della domanda interna di beni e servizi.

    Viceversa, l’intera classe politica italiana ed europea dimostrano ancora una volta la propria inettitudine per l’incapacità di cogliere le opportunità che anche una situazione di crisi geo politica come quella che contrappone i due colossi Stati Uniti e Cina possa offrire. Dimostrando, in questo modo, come anche il supporto digitale da solo non possa contribuire a supportare alcun beneficio se non accoppiato ad una capacità intellettiva della classe politica e dirigente. L’evoluzione tecnologica rappresenta, infatti, un fattore fondamentale come supporto all’elaborazione di strategie offrendo la possibilità di analisi in “tempo reale”. Di certo, però, non può sostituirsi alla assoluta incompetenza, espressione di tempi assolutamente “pre analogici” che il governo in carica come la stessa Unione Europea esprimono senza vergogna avendo eletto la propria incompetenza ad espressione di virtù.

  • Debito pubblico… la rinegoziazione… il consolidamento…

    Rinegoziare un debito risulta quasi sempre possibile partendo dal riconoscimento di solvibilità attribuita al debitore da parte del creditore. La rinegoziazione si pone il doppio obiettivo di offrire uno scenario futuro migliore alleggerendo gli obblighi attuali al debitore per rientrare nel proprio impegno finanziario come all’istituto di credito a fronte di un allungamento dei tempi di rientro per un aumento dei propri margini derivanti dalla gestione del credito.

    In altre parole, non esiste nel mondo reale alcuna rinegoziazione che non preveda un aggravio dei costi per il sottoscrittore e contemporaneamente un aumento dei margini o perlomeno l’inserimento di una nuova garanzia a tutela del creditore. Questo avviene nel mondo reale e questo viene assolutamente disconosciuto, se non addirittura negato, quando il sindaco di Roma afferma come la rinegoziazione del proprio debito comunale non presenti nessun costo aggiuntivo.

    Le condizioni principali relative ad un debito sono essenzialmente identificabili con l’entità della rata legata al fattore tempo di rientro. Tuttavia non si può non considerare anche l’aspetto della garanzia che viene fornita all’istituto di credito stesso. Nel caso dell’indegno debito romano, a differenza di quanto afferma  un imbarazzante sindaco in carica, la rinegoziazione riguarderà non  solo le condizioni per il parziale rientro (o quantomeno il pagamento degli interessi) ma anche l’utilizzo per esempio della Cassa Depositi e Prestiti come ulteriore garanzia fornita all’istituto di credito per allungare i tempi. In questo sostanzialmente si tradurrà l’impegno da parte del governo relativamente al debito della città di Roma. Quindi, ancora una volta, verranno scaricati sui risparmiatori italiani (la CdP è finanziata dai risparmiatori delle Poste) ulteriori oneri in forma di una garanzia ulteriore per il debito capitolino.

    Alle risibili affermazioni del sindaco di Roma si aggiungono le altrettanto farneticanti “soluzioni innovative” relative ad una possibile rinegoziazione del debito pubblico italiano come ad un suo eventuale consolidamento. Si ricorda in tal senso come con il termine “consolidamento” si intenda di fatto annullare parzialmente o in toto  il valore nominale del titolo di debito ed azzerare la stessa funzione di garanzia che i titoli del debito pubblico esercitano. La sola idea rappresenta una follia già proposta alla fine degli anni 80 dall’allora ministro De Michelis a fronte delle esplosioni del debito pubblico tra 1988 e 1991 nato dall’accordo politico tra Craxi, Andreotti e Forlani nel quale venivano centralizzati tutti i disavanzi degli enti pubblici locali. Una scelta tanto disastrosa quanto irresponsabile da portare il nostro Paese alla crisi finanziaria del 1992 con il prelievo forzoso del 6 per mille del governo Amato.

    Un’idea, allora quanto oggi, espressione di un’assoluta ignoranza sulle complesse valutazioni del mondo finanziario che sottendono ogni nuovo finanziamento del debito pubblico di un Paese come l’Italia. La sola idea di una simile operazione per  l’Italia ora, alla quale nessuno chiede di rientrare nel debito ma perlomeno di  riequilibrarlo di fronte ad un PIL che non cresce, manderebbe tutti i mercati finanziari nel panico e farebbe schizzare lo spread a Quota Mille. Se poi questi “innovatori finanziari” della rinegoziazione inserissero anche un ritorno alla Lira la catastrofe finanziaria sarebbe totale ed assoluta.

    Tornando, quindi, alla rinegoziazione del debito in termini generali il sindaco di Roma, che ovviamente non ha la responsabilità della massa assoluta del debito (la quale va equamente attribuita ai sindaci precedenti Veltroni, Rutelli, Alemanno e Marino) dimostra tuttavia di essere perfettamente in linea, per quanto riguarda la mancanza di conoscenza della gestione di un debito, con gli stessi “innovatori” che ispirano la politica economica del governo attuale.

  • Come fermare il debito pubblico?

    Decreto Crescita e occultamento del debito pubblico, paradigma delle cause del declino del “Bel Paese”.

    Dopo 20 giorni di sofferta gestazione dopo la ormai usuale, quanto ridicola, approvazione “salvo intese”, il governo giallo-verde è riuscito ad approvare il Decreto Crescita, lo stesso giorno in cui pochi organi di stampa davano la ferale notizia che la distanza tra i tassi del debito pubblico greco rispetto a quello Italiano si è ridotta ad appena lo 0,60%.

    Se si considera che lo spread italiano è peggiorato nel solo ultimo mese dello 0,67%, si ha ben chiaro che se il processo di degrado dovesse continuare a questo ritmo, entro un mese l’Italia diventerebbe il Paese europeo finanziariamente più debole d’Europa, con tutte le immaginabili conseguenze sull’economia nazionale.

    Cosa potrebbe invertire questa tendenza al declino irreversibile del Paese? Solo l’adozione di drastiche azioni di fermo alle politiche espansive della spesa, con conseguente pernicioso aumento del debito pubblico e il rilancio degli investimenti e dell’occupazione. Ma soprattutto bloccare definitivamente ogni ulteriore tendenza a spingere la spesa pubblica oltre ogni possibile deriva, come purtroppo ormai appare evidente da ogni atto di governo assunto con la sola maniacale fissazione di vincere le prossime elezioni, con lo sperimentato metodo di finanziare qualsiasi promessa, purché demagogica e non mantenibile, oltre che dannosa per l’economia nazionale.

    Ovviamente non solo i nostri governanti si rifiutano di fermare la deriva della spesa, emulando gli stessi errori dei vituperati politici della prima repubblica che hanno portato l’Italia alla rovina, ma insistono nel perseverare gli errori con il varo del Decreto Crescita che, appunto, consiste nell’ulteriore spesa di quasi 2 miliardi di euro, senza la minima capacità di creare alcun positivo effetto sullo sviluppo e sull’occupazione.

    Basti guardare alla disorganicità dei temi trattati e alla irrisorietà dei finanziamenti, ma soprattutto alla finalizzazione degli obiettivi. Di nuovo soldi per tutti, dai rimborsi ai risparmiatori truffati dalle banche, ai finanziamenti di nuovo dell’Alitalia, mentre vengono ripristinati in misura ridotta gli stessi incentivi alle imprese (Ires, IMU, superammortamenti e poco altro ancora) per un totale di qualche centinaio di milioni di euro, che non solo avrà un impatto insignificante sull’economia, ma che paradossalmente costituisce una clamorosa marcia indietro delle decisioni contenute nella legge finanziaria dello stesso governo di appena 5 mesi fa, che proprio quegli incentivi aveva cancellato per finanziare il reddito di cittadinanza e quota 100.

    Mai si era visto un governo così incoerente e privo di qualsivoglia strategia economica, costretto a ricorrere a patetici tentativi di occultamento sulla reale entità del debito pubblico.

    Infatti dopo il gioco delle tre carte dello scorso mese con il quale è stato pubblicato il picco storico in valore assoluto raggiunto dal debito pubblico nel nostro Paese nel mese di gennaio 2019 di ben 2.358 miliardi di euro, pari al 134,44%, con un’abile costruzione della notizia questo valore è stato collegato al dato percentuale del debito finale del 2018, pari al 132,1% del PIL, dando la sensazione di una situazione sotto controllo, perché si sarebbe passati dal 131,3% del 2017 al 132,1% del 2018 e quindi ad un aumento del debito dello 0,8% che sarebbe stata grave, ma non drammatica.

    Ma l’operazione camaleontica è ancora più grave perché è continuata questo mese nell’operazione di pubblicare il nuovo record del debito pubblico, che ha toccato a fine febbraio 2019 l’iperbolica cifra di ben 2363 Mld di euro (+5 mld in un mese), senza alcun riferimento al rapporto debito-Pil pari a 134,73%, con il chiaro intento di scongiurare il panico su un livello di indebitamento ai limiti della sostenibilità.

    Non solo, ma c’è il sospetto che l’intera operazione nasconda una possibile manipolazione dei dati del dicembre 2018, perché sembrerebbe che siano stati rinviati a gennaio 2019 gran parte dei pagamenti dell’esercizio precedente che, se contabilizzati, avrebbero fatto schizzare il presunto rapporto dichiarato al 132,1% a ben altri livelli, appunto superiori al 134%.

    Tale ipotesi sembrerebbe avvalorata dal dato che il debito pubblico da dicembre 2018 pari a 2316,7 mld di euro abbia raggiunto la cifra a fine gennaio 2019 di 2.358 mld di euro, con un aumento in un solo mese di ben 41,3 mld di euro che appare del tutto anomala e ingiustificata, se non appunto con il fittizio rinvio delle spese e con il conseguente annacquamento dei dati del rapporto debito-PIL di gennaio e febbraio 2019.

    Tutto fa brodo pur di arrivare al voto con l’immagine meno appannata possibile, anche tentando di nascondere la polvere sotto il tappeto, pur sapendo che il prezzo che dovrà pagare il Paese è direttamente proporzionale all’entità del debito pubblico ed alle capacità, sempre più improbabili di poterlo sostenere.

    già Sottosegretario ai Beni e alle attività culturali

  • Chi ruba il futuro agli italiani?

    Al di là delle possibili strumentalizzazioni è comunque ammirevole che centinaia di migliaia di giovani in tutto il pianeta siano scesi in piazza a manifestare contro “chi gli vuole rubare il futuro” e a difesa del pianeta minacciato dal riscaldamento globale.

    Pensavo a loro e, in particolare ai ragazzi italiani, mentre leggevo i dati aggiornati del nostro debito pubblico, riflettendo sul fatto che farebbe comodo una sedicenne come Greta Thunberg che, nel nostro Paese, ponesse con forza una priorità aggiuntiva a quella di salvare il pianeta e cioè di chiedere se le politiche economiche dell’attuale governo non minaccino anch’esse, più del riscaldamento globale, il loro futuro.

    Infatti, come in una irrefrenabile corsa vero il precipizio, oltre agli errori commessi dal governo in politica estera, sia in ordine al logoramento dei rapporti con i partner dell’UE, che hanno portato il Paese all’isolamento, sia in ordine alla controversa e opaca scelta di aderire all’accordo con la Cina sulla “nuova via della seta”, con il rischio di scenari inquietanti e rischi non calcolati, ciò che ha avuto più impatto sul fragile assetto economico nazionale sono certamente le discutibili scelte della manovra finanziaria per il 2019, a partire dal reddito di cittadinanza e dalla cosiddetta “quota 100”, per i quali è sempre stata nota l’insostenibilità economica e finanziaria.

    I nostri governanti infatti, non paghi di avere contribuito ad aggravare una fase recessiva che ha portato le previsioni del Pil del 2019 a ridursi dal già misero 1,2% allo 0,2% di oggi, e per nulla soddisfatti dall’avere bruciato le poche risorse disponibili della manovra finanziaria per distribuire regalie incapaci di produrre effetti positivi sull’andamento congiunturale e contrastare l’andamento recessivo, rispondono ai chiari segnali di fallimento delle loro perniciose decisioni con ulteriore ottuso accanimento, reiterando strategie fallimentari basate sulla distribuzione di risorse pubbliche a pioggia.

    Da qui il provvedimento denominato “sblocca-cantieri”, che non contiene alcuna idea di come fare a sbloccare i cantieri, cosa peraltro comune anche agli esecutivi precedenti, ma in compenso con in più l’assenza di qualsiasi intesa tra Lega e M5S su come arrivare agli obiettivi propagandistici e non certo economici prefissi, o promettere come fa Salvini l’approvazione entro l’anno della Flat Tax, (che costerebbe da 12 a 58 Mld di euro, a seconda di chi fa i conti), essendo il vero obiettivo non il rilancio dell’economia ma solo a chi dovrà giovare di più sul risultato elettorale, all’indomani del quale, qualunque sarà risultato, nel nostro Paese ci saranno solo macerie. In altre parole le sempreverdi “norme manifesto” utili solo alla propaganda, “Salvo Intese”.

    Ma non è tutto, perché c’è un aspetto perfino più inquietante e cioè la possibile manipolazione dei conti in merito alla gravità della situazione in cui versa realmente il Paese, in barba alle più elementari regole di onestà e trasparenza che un governo democratico ha il dovere di garantire, in particolare sulla reale entità del Debito Pubblico dello Stato.

    Infatti, pur avendo riportato tutti i mass media l’incredibile picco storico in valore assoluto raggiunto dal debito pubblico nel nostro Paese nel mese di gennaio 2019, pari a 2.358 miliardi di euro, stranamente quasi nessun organo ha riportato lo stesso dato in percentuale rispetto al PIL, forse perché sapere che ha raggiunto il vertiginoso livello del 134,44% avrebbe costituito un trauma che era meglio evitare?

    Si è preferito giocare alle “tre carte” ed invece di pubblicare che il debito a gennaio 2019 era di 2.358 euro, pari al 134,44% come normalmente si è fatto, con un’abile costruzione della notizia si è collegato il dato del debito finale del 2018 pari alla percentuale del 132,1% rispetto al PIL, di cui è stato ammesso essere il record storico, sia percentuale che in valore assoluto, ed il valore del debito di gennaio 2019 pari a 2.358 mld di €, senza comunicare il relativo dato percentuale del 134,44%, dando la sensazione di una situazione sotto controllo, perché si sarebbe passati dal 131,3 del 2017 al 132,1 del 2018 e quindi di un aumento del debito dello 0,8% che è grave, ma non drammatico.

    Ma l’operazione camaleontica è ancora più grave perché oltre a tentare di evitare il panico su un livello di indebitamento ai limiti della sostenibilità, nasconde una possibile manipolazione dei dati del dicembre 2018, perché sembrerebbe che siano stati rinviati a gennaio 2019 gran parte dei pagamenti dell’anno precedente che, se contabilizzati, avrebbero fatto schizzare il 132,1% a ben altri livelli, appunto superiori al 134%. Tale ipotesi sembrerebbe avvalorata dal dato che l’aumento del debito tra il 2017, quando ammontava a 2263,4 mld di €, pari al 131,3% del rapporto debito-PIL sia stato fino a gennaio 2019 di 72 mld di €, di cui 30,7 mld da gennaio a dicembre 2018 e ben 41,3 mld di € contabilizzati nel solo mese di gennaio 2019.

    Se si tiene conto che l’unico obiettivo che pone l’Unione Europea è la riduzione del debito pubblico, il cui incremento, occorre ricordare, è il frutto del ricorso per oltre quarant’anni all’uso distorto della spesa pubblica per l’acquisizione del consenso da parte delle forze politiche al potere, e che per ridurre il debito, più che operare su politiche di austerità, occorre puntare sulla crescita economica e sugli investimenti e non certo sulle medesime politiche di sperpero del pubblico denaro che hanno portato negli ultimi 40 anni il Paese all’attuale condizione di quasi dafault , appare evidente che le politiche demagogiche e i giochetti di rinvio dei pagamenti all’anno nuovo, utili solo alle campagne elettorali, costituiscono l’identikit perfetto per individuare chi in questo Paese vuole realmente rubare il futuro, non solo ai giovani.

  • La politica monetaria ed il supporto alla “sostenibilità” del debito pubblico

    Non esiste governo nella storia della Repubblica italiana che non abbia affermato la propria intenzione di diminuire il debito pubblico attraverso una crescita del PIL (quindi con un miglioramento del rapporto debito PIL) oppure con il semplice  controllo della spesa pubblica corrente.

    Nel 1994, tra maggio e agosto, lo spread viaggiava tra i 300 punti base fino ai 410 nell’agosto per arrivare a 675 nel 1995 con il governo Dini. Il dato più impressionante tuttavia era relativo alle spese per interessi cioè il costo al servizio del debito stesso. A fronte, infatti, di un debito di 1.151 miliardi di lire nel 1995 il costo pagato dallo Stato come interessi sul debito stesso era di circa 109 miliardi per giungere a 115 nell’anno successivo,  il  1996. Emerge quindi evidente come la percentuale degli interessi sul debito raggiungesse in valore la soglia del 10% del debito stesso.

    In altre parole, lo stato italiano emetteva titoli del proprio debito con l’obiettivo di pagare alla scadenza gli interessi dimostrando come la crisi finanziaria iniziata nel 1992 (governo Amato), che portò al prelievo forzoso del 6X1000 sui conti correnti degli italiani, risultasse  ben lungi dall’essere risolta.

    Il terribile combinato, quindi, tra una finanza pubblica fuori controllo (esattamente come nel periodo attuale) ed una valuta debole (cara invece ai “sovranisti”) abbia portato le spese di servizio al debito ad oltre la soglia del 10%. Un rapporto finanziario assolutamente insostenibile e che di fatto annulla ogni valore alle ridicole teorie sovraniste che auspicano un ritorno alla Lira e quindi ad una valuta che attualmente risulterebbe  ancora più debole di quanto non risultasse a metà degli anni ‘90. Nel 1995 il debito pubblico era di 1.151 miliardi di lire, espressi in euro diventano 594 milioni di euro. Quindi, considerato che ad oggi il nostro debito pubblico è di oltre 2.356  di euro se abbinato ad una valuta debole, il quadro economico finanziario risulterebbe insostenibile per il nostro paese.

    Il debito pubblico successivamente agli anni ’90 è continuato ad aumentare fino all’esplosione assolutamente attribuibile agli ultimi governi Monti- Letta-Renzi-Gentiloni come a quello  attuale. L’unica costanza che accomuna questi governi viene rappresentata dalle irresponsabili affermazioni dei vari ministri dell’economia dei diversi governi alla guida del nostro Paese sempre relativamente al “ritrovato controllo della gestione della spesa pubblica come della riduzione del debito stesso”.

    Viceversa il debito risulta sempre aumentato ad una velocità addirittura doppia rispetto alla crescita del PIL dimostrando ancora una volta come le nuove risorse finanziarie venissero utilizzate al fine di finanziare la sola spesa corrente e non gli investimenti infrastrutturali , gli unici che si possano trasformare in fattori competitivi.

    La grande differenza rispetto al 1995 viene, però, rappresentata proprio dalla presenza dell’Euro il quale risultando espressione di una comunità economica internazionale (UE) e attraverso le politiche monetarie fortemente espansive della BCE (anticicliche nell’intenzione  dell’istituto finanziario europeo) ha permesso l’esplosione del nostro debito mantenendo i tassi vicini allo zero, come negli ultimi tre anni anche al Quantitative Easing. In questo periodo infatti, a fronte di oltre 2.356, la spesa per i servizi al debito risulta  essere di circa 64 miliardi di euro. Quindi il costo del debito è inferiore al 3% rispetto all’oltre 10% nel 1995-96. Oltre sette  (7) punti percentuali di minore costo rappresenta la motivazione fondamentale per cui tutti i governi italiani abbiano deciso di  aumentare  la spesa corrente interamente a debito in quanto il costo  aggiuntivo in interessi  risultava  risibile. Un aspetto, ma soprattutto un effetto, della politica monetaria espansiva della BCE che dovrebbe indurre i vertici dell’Istituto europeo a fornire dei parametri maggiormente precisi relativi all’utilizzo della nuova liquidità. Al fine di evitare appunto come è successo, soprattutto con il Q.E., di  creare le condizioni di una “sospensione da ogni valutazione finanziaria e quindi da  ogni responsabilità” per le politiche dei  governi dell’ultimo periodo i quali hanno utilizzato la liquidità  con successivi azzeramenti del costo del denaro non per ridurre il peso del debito ma per inaugurare nuovi capitoli di spesa corrente (80 euro del  Governo Renzi, reddito di cittadinanza del governo Conte).

    In altre parole, una politica monetaria espansiva ed anticiclica con iniezioni di liquidità unita ad una valuta stabile (euro) rende “sostenibile o meglio gestibile ” l’esplosione della spesa corrente al debito e l’aumento relativo dei costi al servizio del debito pubblico di fatto sospendendo da ogni responsabilità i governi stessi.

    In questo conteso la sola idea di avere contemporaneamente un sovranismo monetario ed un implicito ritorno ad una valuta debole (lira) amplierebbe il già insostenibile divario tra i costi attuali del nostro debito e quelli del 1995/96  (+7%) a causa del volume del debito attuale, dimostrando come sia  ancora una volta privo di ogni sostenibilità finanziaria il sovranismo valutario ed economico.

  • The Gold Remonetization

    La decisione della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea (BRI), che stabilisce come dal 29 marzo 2019 i depositi aurei custoditi nei Caveau verranno inseriti come asset nei bilanci degli Istituti bancari  e quindi si trasformeranno in valuta (ecco il temine Gold Remonetization), rappresenta una decisione storica in perfetta antitesi con quanto stabilito dal 15 agosto 1971 dal Presidente Nixon.

    La fine della convertibilità del Dollaro in oro ha rappresentato la nascita di macro aree economiche e monetarie inserendo nelle politiche di sviluppo economico anche gli  effetti delle politiche monetarie tanto care ora ai “Sovranisti”, nostalgici di un ritorno ad una valuta debole che offra nuove opportunità al nostro sistema economico export oriented, definita svalutazione competitiva e comunque mai con effetti nel medio e lungo termine.

    Tuttavia questa storica decisione della BRI rappresenta, valutandola nel conteso economico europeo, una sostanziale conferma ed evidente manifestazione delle preoccupazioni degli organi finanziari internazionali relativi  alla tenuta del sistema bancario stesso nel prossimo ciclo economico caratterizzato da una assoluta incertezza. In buona sostanza, a livello strategico e strutturale successivamente alla riduzione anche attraverso la cessione di asset di Npl, e non toccando il problema dei derivati, la questione centrale e le problematiche conseguenti spostano la propria attenzione verso la quantità di titoli debito sovrano che tutti gli istituti bancari presentano all’interno dei propri bilanci.

    In altre parole, a porre il sistema finanziario in difficoltà è l’effetto complessivo di politiche dei diversi governi che hanno determinato l’esplosione del debito pubblico, NON per realizzare asset infrastrutturali che aumentassero la competitività del sistema imprese (p.e. reddito di cittadinanza e quota cento solo per citare gli due ultimi esempi) ma per  finanziare a debito i diversi capitoli della spesa corrente.

    In un periodo economico che si distingue per la decisa incertezza economica e politica alla quale contribuiscono tanto i governi nazionali quanto la stessa Unione europea gli stessi titolo del debito sovrano subiscono una metamorfosi da titoli a basso rendimento ma sicuri in quanto espressione di sistemi economico-politici nazionali ad asset talmente imponenti (nelle loro espressioni finanziarie complessive) fino ad assumere i connotati  simili a quelli una volta attribuiti ai sub- prime statunitensi, tali cioè da mettere a rischio la stessa  sostenibilità del sistema bancario.

    Questa scelta, quindi, della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea  di utilizzare le riserve auree  e la conseguente monetizzazione ed inserimento come asset positivo contemporaneamente  al varo di nuove politiche monetarie espansive ed anti-cicliche legate all’emissione del Tltro rappresenta il livello di  preoccupazione dei principali organi ed autorità internazionali  nei confronti di un sistema bancario il quale presenta asset imponenti di titoli del debito sovrano.

    Il corto circuito economico-finanziario da evitare nelle intenzioni di queste politiche (Tltro e Gold Remonetization) in pratica in un periodo di forte incertezza economica è causato dalla impossibilità per un sistema bancario squilibrato di sostenere politiche espansive dei diversi governi nazionali, troppo spesso  legati alla semplice emissione di nuovo debito pubblico a sostegno dell’aumento della spesa corrente.

    Uno scenario che dovrebbe preoccupare il nostro governo in carica quanto l’opposizione i quali  invece, in considerazione delle tematiche giornalmente oggetto di scontro politico, dimostrano come l’irresponsabilità di entrambi rappresenti il Dna distintivo di questa classe politica italiana.

  • È un effetto dei tassi a zero

    Pubblichiamo di seguito un articolo di Mario Lettieri* e  Paolo Raimondi** apparso su ItaliaOggi l’1 marzo 2019

    Nonostante i dati statistici indichino una presunta positiva ed effervescente crescita economica e occupazionale americana, non sono pochi gli esperti che paventano nuovi rischi finanziari negli Usa. Lo afferma anche la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea ai suoi più alti livelli.

    Dopo la Grande Crisi del 2007-8, il debito delle imprese, il cosiddetto corporate debt, nel suo insieme è cresciuto enormemente. Si è passati dai 4.900 miliardi di dollari del 2007 ai 9.100 miliardi a fine 2018. Di questi, circa 5 miliardi sono sotto forma di obbligazioni. In aggiunta a ciò, la grande parte di esse, pari a circa 2.300 miliardi, gode di un rating molto basso, la tripla BBB, appena sopra lo status di junk, di obbligazioni spazzatura. Tecnicamente, a questo livello, sono ancora considerate degne d’investimento, anche se devono offrire interessi alti per trovare acquirenti sul mercato. In questa situazione limite gli investitori istituzionali di solito ritengono di tenerle ancora nei loro bilanci.

    Preoccupante è notare che, all’interno della bolla del corporate debt, i prestiti alle imprese già altamente indebitate siano fortemente aumentati, fino a raggiungere un ammontare stimato in 1.300 miliardi di dollari.

    Oggi si teme che anche una limitata recessione economica, provocata, per esempio, dalla tensione sui dazi o da qualche riduzione nella crescita in una parte del globo, possa innescare una grave crisi in questo settore. Di conseguenza, se fosse ulteriormente abbassato il rating, molte imprese dovrebbero pagare interessi ancora più alti e molte altre non avrebbero più accesso al mercato del credito. A quel punto, anche gli investitori istituzionali dovrebbero disfarsi di detti bond, determinando un’esacerbazione della dinamica recessiva.

    Questa situazione è stata resa possibile dal lungo periodo di tassi vicini allo zero, che hanno convinto molti ad avventurarsi in zone di maggiore rischio. I tassi bassi hanno anche spinto le corporation americane a chiedere grandi prestiti che sono stati utilizzati per riacquistare le proprie azioni sul mercato. Ciò ha contribuito al boom delle quotazioni di Wall Street e, di conseguenza, ha giustificato anche la distribuzione di lauti dividendi.

    Chiaramente il problema non è limitato agli Usa. Anche in Cina il corporate debt è esploso in modo prepotente e potrebbe presto presentare il conto. Lo stesso dicasi per l’Europa dove è cresciuto fortemente, anche se in quantità inferiore di quello americano.

    Il problema vero è che il livello del debito, che è stato al centro della crisi finanziaria, è cresciuto. Secondo la Bri, il debito globale, quello privato, quello dei governi e quello delle imprese non finanziarie, nel 2007 era pari al 210% del pil, oggi supera il 240%.

    Basilea afferma che la politica monetaria espansiva è stata necessaria per portare le economie dei maggiori paesi industrializzati fuori dalla crisi. Adesso però le banche centrali, in caso di un peggioramento della situazione economica, avrebbero pochi strumenti d’intervento. In particolare esse temono la crescita dell’inflazione. Per contenerla si dovrebbe aumentare i tassi d’interesse, mandando, però, in tilt un sistema economico già molto stressato, in particolare il settore delle corporate bond.

    La Bri reputa che un salvataggio da parte delle banche centrali potrebbe non essere sufficiente poiché negli ultimi 40 anni sono cambiati drasticamente i parametri di intervento. Oggi le cause di una recessione sono più legate al settore finanziario, in particolare quando esso si rende protagonista di un’espansione non sostenibile. Qualora vi fosse un aumento dell’inflazione, le banche centrali dovrebbero mettere dei freni alla politica monetaria, proprio mentre il settore finanziario si sta indebolendo. A quel punto, l’effetto sul debito globale sarebbe difficilmente gestibile. Molti temono, quindi, il rischio di un crac. Secondo la Bri neanche un eventuale crac risolverebbe il problema perché provocherebbe un automatico successivo aumento del debito.

    Per l’istituto di Basilea vi sarebbero solo tre modi per ridurre il debito. Il primo sarebbe di favorire la crescita dell’inflazione mantenendo i bassi i tassi d’interesse, svalutando così anche il valore del debito. Però, la storia ci insegna che tale processo porta a un crollo della crescita economica. Il secondo è la ristrutturazione del debito, cosa che comporterebbe dei sacrifici per gli investitori-possessori dello stesso. Il terzo e unico modo positivo è il sostegno dei settori dell’economia reale che fa aumentare la ricchezza prodotta e diminuire il rapporto debito/pil.

    Non ci riteniamo di parte, ma è auspicabile che dalle prossime elezioni europee esca una governance più consapevole di dover superare la politica di austerità e sostenere, invece, investimenti e attuare anche una guida fiscale ed economica unica e autorevole.

    Si tratta di una prospettiva tanto semplice quanto razionale. Purtroppo, però, per quanto ci riguarda in Europa continua a dominare la politica ossessiva dell’austerità prima di tutto. È sorprendente e poco incoraggiante vedere ancora una volta che certi banchieri siano più consapevoli dei governi.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • La crescita dei depositi bancari in dieci anni: +75%

    Negli ultimi dieci anni, sicuramente gli anni più difficili dal dopoguerra per la crisi economica originata dalla crisi finanziaria negli Stati Uniti ma arrivata da noi nella sua massima espressione nel novembre 2011 e nella quale ancora il nostro Paese si trova, il sistema bancario ha aumentato i propri depositi del 75%. Un dato sicuramente impressionante se confrontato con altri della economia reale in quanto a tale crescita di risorse depositate non ha fatto riscontro alcun aumento dell’attività bancaria istituzionale. Non da oggi l’accesso al credito, specialmente per le Pmi, vede un forte rallentamento degli investimenti anche nelle zone economiche (distretti industriali) che risultando export oriented e come tali rappresentano il modello vincente di economia (per visone dei dati completi anche riferiti agli ultimi quattro anni, https://www.ilpattosociale.it/2018/10/11/gli-istituti-bancari-abbandonano-i-distretti-industriali-massima-espressione-contemporanea-del-made-in-italy/).

    La crescita dei depositi poi dimostra in modo inequivocabile come l’incertezza, prima legata alla crisi economica internazionale successivamente alla solita politica italiana priva di ogni strategia economica di sviluppo, blocchi la propensione all’acquisto mortificando a sua volta la domanda interna e quindi l’economia stessa. I dati in questo senso sono sconfortanti. A fronte di una crescita del debito come della spesa pubblica, inarrestabili dal 2012 in poi, l’ultima rilevazione statica impietosamente dimostra, ancora una volta, l’assoluto fallimento delle politiche economiche dei governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte/Salvini/DiMaio.

    La crescita del Pil nell’ultimo trimestre è di + 0%, il che rende un miraggio il raggiungimento del 1,1% (sceso dalla previsione del +1,4% previsto “dall’esperto” Padoan), mentre i consumi risultano arretrati del 2,5%, con un calo allarmante degli acquisti dei beni alimentari dello -0,6% (prima volta dal 2012).

    I dati poi delle crescite precedenti del PIl sono attribuibili solo alla crescita della domanda delle filiere internazionali nelle quali per la grande capacità di innovazione le nostre Pmi vengono inserite assumendo dopo il confronto di quelli attuali e dimostrando la assoluta inconsistenza reale delle politiche dei governi precedenti. Solo un mese addietro il direttore di una società della grande distribuzione affermò come la crisi del consumi fosse da attribuire interamente alla diversità di tipologie di contratti negli ultimi anni. A tal fine, infatti, si ricorda come dal settembre 2017 al 2018 risultino diminuiti di 184.000 unità i contratti a tempo indeterminato mentre quelli a tempo determinato siano aumentati di 368.000 unità.

    Il saldo positivo di 184.000 contratti, quindi, sotto il profilo statistico si riverbera come un fattore fortemente negativo se venisse valutato l’effetto economico delle due tipologie di contratto sull’andamento dei consumi. Quindi, in attesa di entrare in una fase di recessione, il nostro paese vive da due trimestri una fase di stagflazione (https://www.ilpattosociale.it/2018/10/31/lincubo-stagflazione/) nella quale la crescita del Pil rimane abbondantemente al di sotto della crescita del Pil ed il cui differenziale si traduce in una perdita di potere di acquisto dei consumatori.

    In questo contesto economico quindi anche il settore del credito al consumo, ed in particolare quello relativo ai prestiti personali che indica una crescita del+2,7% per l’anno in corso, indica come una parte dei cittadini, sempre più incerti nella propria visione futura, da una parte mantenga liquido in banca parte del proprio reddito (riducendo la domanda interna) mentre l’altra ricorra sempre più al credito al consumo per “finanziare” la gestione quotidiana della propria vita. In questo contesto allora la crescita dei depositi bancari del 75% diventa un insulto alla economia reale.

    Il sistema bancario in altre parole certifica per l’ennesima volta il tradimento della propria funzione istituzionale non finanziando l’economia delle Pmi e dei distretti industriali ma utilizzando le immeritate nuove risorse finanziarie a disposizione per sostenere la deriva finanziaria del sistema nel suo complesso.

    Quando un sistema bancario cresce a discapito e durante una profonda crisi economica e finanziaria come quella italiana (che dura da 10 anni, unico paese del mondo!) dimostra il tradimento della propria funzione economica, come di quella istituzionale, con la complicità di una classe politica che al riparo da qualsiasi ricaduta diretta economica che la possa coinvolgere dimostra la propria incompetenza se non complicità.

  • Novembre 2011/2018

    A differenza del resto del mondo, il picco di crisi del nostro Paese si manifestò nel novembre 2011, quando lo spread andò ampiamente oltre i 550 punti a causa della perdita di credibilità del governo Berlusconi in relazione alle strategie di rientro del debito pubblico, come della sua politica economica di sviluppo. Da allora si sono susseguiti cinque nuovi governi fino all’attuale in carica.

    Al di là delle dichiarazioni pubbliche rilasciate dai vari presidenti del Consiglio e dai relativi ministri dell’economia, che vantavano tutti risultati stupefacenti attraverso le loro scelte di politica economica, risulterebbe opportuno, oltre che istruttivo, rivedere tali strategie e soprattutto i risultati conseguiti.

    Il governo Monti si attribuì il merito di aver riportato lo spread sotto quota cento quando tale ottimo risultato va attribuito interamente all’azione del Presidente della Bce Draghi il quale acquistò al mercato secondario tutti i titoli del nostro debito: di fatto sottraendo lo stesso governo Monti alle valutazioni che avevano fatto esplodere lo spread stesso con il precedente governo Berlusconi. A tal proposito va ricordato come tale azione fosse stata FORTEMENTE  criticata dalla Germania che gli dedicò persino delle giornate di discussione al parlamento tedesco.

    Per il resto il Governo Monti non fece altro che aumentare la pressione fiscale esattamente come tutti i governi precedenti, non introducendo alcuna nuova strategia e tanto meno competenza aggiuntiva. L’aumento tra l’altro dell’imposizione nel settore nautico portò alla perdita di ben 22.000 posti di lavoro. Dimostrando, ancora una volta, come non sia sufficiente aumentare la pressione fiscale per ritrovare un equilibrio economico finanziario senza creare danni permanenti, anche se coniati da un rappresentante della Bocconi.

    Successivamente il governo Letta con il ministro Saccomanni all’economia non riuscì assolutamente ad invertire il trend di calo della crescita economica, anche se il ministro nel febbraio 2015 affermò senza pudore che si diceva convinto di una crescita del Pil di oltre 1%, amaramente smentito poi dalla realtà.

    Fino a questo momento il debito pubblico continuava a crescere ad un ritmo di  circa 2223 euro/secondo.

    Contemporaneamente all’avvento del Governo Renzi, il 22 gennaio 2015  il presidente della BCE avviò la politica finanziaria del Quantitative Easing il quale permise di fatto la sospensione dalla realtà e soprattutto della valutazione dei fondamentali economici del nostro paese come della nostra economia per i governi Renzi e Gentiloni e fino al governo attuale in relazione alla emissione di nuovo debito pubblico. In questo senso va ricordato come le scelte del governo Renzi relative agli 80 euro, come l’introduzione della riforma del Jobs Act, abbiano di fatto raddoppiato la  velocità di crescita del debito portandola a 4463 euro/secondo.

    A queste manovre assolutamente a debito va aggiunta la scellerata iniziativa legislativa definita Investiment Compact la quale, come elemento distintivo, introduceva, per attrarre gli investimenti esteri, la non retroattività fiscale per gli investimenti superiori 500 milioni, escludendo così il 95% delle PMI italiane e  dimostrando contemporaneamente l’assoluta mancanza di conoscenza dell’asset  industriale italiano.

    L’azzeramento poi dei tassi di interesse sulle nuove emissioni di debito pubblico, conseguenza inevitabile  della nuova liquidità messa a disposizione dalla BCE, portarono un risparmio di oltre trenta miliardi sui costi al servizio del debito pubblico e rappresentò un”occasione unica dal dopoguerra ad oggi potendo infatti ridurre per un fattore positivo esterno al bilancio italiano il debito pubblico.

    Una scelta persa la cui responsabilità va attribuita interamente alla scellerata politica economica del governo Renzi e dei ministri Padoan e Calenda.

    Successivamente al referendum costituzionale che aveva di fatto distolto l’attenzione dalle reali problematiche di crescita italiana, il governo Gentiloni introdusse persino la cedolare fissa per le rendite finanziarie al 26% penalizzando, ancora una volta, i piccoli risparmiatori già violentati dagli scandali come dai default  bancari della Popolare di Venezia,  Banca Etruria, Veneto Banca e molte altre.

    Non sazio di simili iniziative che continuavano a penalizzare la gran massa dei risparmiatori come dei cittadini italiani introdusse anche la cedolare fissa fiscale di 100.000 al fine di attirare  milionari che volessero porre la propria residenza fiscale in Italia: di fatto portando l’aliquota del prelievo fiscale da un massimo del 10% per un reddito di 1.000.000 ad 1% per redditi di 10 milioni.

    Anche questa scelta strategica è espressione di una evidente disonestà intellettuale che accomuna il presidente del Consiglio al ministro dell’Economia in quanto tutte le altre nazioni facenti parte dell’Unione Europea elaborarono, e successivamente legiferarono,  delle politiche fiscali “incentivanti e di vantaggio”  finalizzate ad attirare aziende come investimenti produttivi sul proprio territorio al fine di creare Pil  aggiuntivo e nuova occupazione.

    Il governo in carica attuale, viceversa, incapace di comprendere come al 31 dicembre finirà il Quantitative Easing e di conseguenza l’assoluta sospensione della realtà relativa alla valutazione di fondamentali economici italiani, dopo aver negato l’impatto di un Def che portasse ad un aumento del deficit e parallelamente avendo sottostimato l’effetto nefasto sulla fiducia del mercato finanziario con relativa esplosione dello spread, continua a  sperare in un sostegno, quindi in una garanzia della BCE. Il combinato di simili comportamenti e strategie dettate da semplice impreparazione di economia di base provocano  l’esplosione dello Spread ad oltre 300 punti.

    La risultante di tutti questi governi – Monti, Letta, Gentilon,i Renzi e Conte – come il coacervo dei vari ministri dell’Economia, risulta quello di essere riusciti a riportare l’intero Paese esattamente nella medesima situazione economica e con simili, se non uguali, prospettive di crescita del novembre 2011.

    In questo in senso infatti  le ultime rilevazioni statistiche indicano un calo dei consumi del -2,5% unito  ad un calo del – 0,6 dei consumi alimentari (non accadeva dal 2012), con una crescita trimestrale del Pil pari a +0,0% il quale, in prospettiva, non potrà nella rilevazione annuale portare  una crescita del +0,8/1,0%,  con  uno scostamento rispetto alle previsioni del PIL varato dal Def del governo Gentiloni dello 0,6/0,4% .

    Contemporaneamente, tra il settembre 2017/2018, si sono persi 183.000 contratti a tempo indeterminato a favore di 363.000 contratti a tempo determinato dimostrando come, ancora una volta, il  Jobs Act abbia un vizio di partenza individuabile nella sua applicazione, cioè valere solo per i  nuovi posti di lavoro e non permettere invece la riconversione di contratti già in essere.

    Il disastroso combinato di queste rilevazioni statistiche  unite al sentiment delle PMI, che viene indicato al di sotto dei cinquanta punti (livello che generalmente viene associato ad una fase di prossima recessione), dimostra ancora una volta come il risultato delle diverse politiche economiche dei diversi governi che si sono susseguiti dal 2011 al 2018 alla guida del nostro paese lo hanno riportato esattamente al punto di partenza.

    I primi quattro (Monti, Letta, Renzi e Gentiloni), godendo della sospensione dalla realtà nella valutazione delle irresponsabili emissioni di nuovo debito pubblico,  invece di ridurlo, approfittando di un’occasione più unica che rara, cioè l’abbassamento dei tassi d’interesse allegati al quantitative easing (responsabilità imputabile soprattutto ai governi  Renzi e Gentiloni), lo hanno aumentato a dismisura  mentre il governo in carica deve ancora rendersi conto di come la bocciatura della Ue del Def nasca proprio dalla modificazione del contesto internazionale che non prevede, ad oggi, nessun riacquisto dei nostri titoli del debito pubblico.

    L’unica differenza alla quale si è precedentemente accennato tra il novembre 2011 e 2018  è facilmente individuabile nei trecentosessanta (360!) miliardi di nuovo debito interamente attribuibili ai governi che dal 2011 ad oggi si sono succeduti alla guida del Paese per riportarlo nella medesima situazione di quando si era partiti.

    Mai prima in Italia il senso di irresponsabilità come di assoluta impunità ha permesso ad una serie di governi di agire in un modo così nefasto per il nostro Paese.

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