debito

  • Debito USA

    Il debito sovrano degli Stati influenza le loro politiche e a volte i capi di governo prendono posizioni che possono creare scenari incomprensibili.

    Per quanto riguarda gli Stati Uniti un quarto del loro debito pubblico, pari a circa 8mila miliardi di euro, è stato acquisito da investitori di altri Paesi, i dati risultano aggiornati dal Dipartimento del Tesoro Usa al 2024.

    A detenere questa considerevole parte del debito americano il Giappone è il primo con circa 1.059 miliardi di dollari, il secondo Stato al mondo per quota di debito pubblico Usa detenuto è la Cina con circa 760 miliardi, a seguire troviamo il Regno Unito (oltre 722 miliardi), il Lussemburgo (423), le Isole Cayman (418), il Canada /378), il Belgio (374), l’Irlanda (336), la Francia (332) e la Svizzera (288).

    Facendo qualche semplice calcolo si vede come la Ue, svillaneggiata ormai da troppo tempo da Trump, detenga ben 1.467 miliardi del debito statunitense. Se a questa cifra aggiungiamo quanto detengono il Regno Unito e la Svizzera, che non fanno parte della Ue ma il Regno Unito collabora attivamente con l’Unione e la Svizzera è confinante con tutta la Ue, risultano nelle mani di Stati del continente europeo altri 1.010 miliardi circa.

    Il vecchio Occidente perciò detiene 2.477 miliardi del debito Usa, superando di gran lunga sia il Giappone che la Cina.

    Forse a Trump non sono chiari i numeri se non quando si riferiscono alle entrate dei suoi affari. Sarebbe però saggio non andare continuamente in rotta di collisione con gli alleati europei, che certamente devono molto agli Usa per la fine della seconda guerra mondiale ma che oggi, al contrario, devono agli Usa una costante minaccia alla loro sicurezza, visti i continui tentennamenti e cambi di opinione del presidente americano non solo per la guerra in Ucraina ma anche per i rapporti con la Nato e per il mantenimento della presenza in Europa delle basi e dei militari yankee.

    Solo per la guerra in Ucraina ma anche per i rapporti con la Nato e per il mantenimento della presenza in Europa delle basi e dei militari yankee.

  • Il paradosso del capitalismo finanziario e speculativo

    Quando lo “sviluppo” economico tende a diminuire (ricercando un livello di produttività assolutamente inutile per compensare i costi del Far East) o peggio ad azzerare il contributo professionale dei lavoratori (attraverso l’inserimento nel ciclo produttivo di umanoidi*), come inevitabile conseguenza viene annullata anche la propria base economica, la quale è rappresentata dagli occupati che con le proprie retribuzioni sostengono il volano di un’economia complessa ma sempre meno liberale.

    Andrebbe sottolineato, una volta di più, come l’unico fattore valido sulla base del quale valutare la crescita economica, al di là dell’approccio ideologico e politico che tenderebbe a mistificare qualsiasi risultato, è rappresentato dalla sola crescita dell’occupazione ben retribuita la quale, per esempio in Europa, viene subordinata ad una ipotetica salvaguardia del territorio e dell’ecosistema.

    Quando lo “sviluppo economico” tende a diminuire fino ad azzerare il contributo professionale dei lavoratori subordinando la sua crescita ad altri parametri come quelli ambientalisti, automaticamente come inevitabile conseguenza viene annullato il ruolo dei consumatori che rappresentano la base e lo stesso sostegno della economia complessa.

    In questo modo un sistema economico che azzera la propria base di sostentamento distrugge i pilastri fondamentali su cui si regge. Così ogni sua evoluzione si trasforma in una semplice operazione di speculazione finanziaria con un ritorno economico nel brevissimo termine.

    Senza lavoratori forse ci potrebbe anche essere una produzione, ma senza consumatori non esisterà mai un mercato e quindi la stessa domanda che risulta essere la base della produzione.

    Un sistema economico che persegue l’abbassamento dei costi per aumentare il Roe anche attraverso l’iper-sfruttamento o la totale automazione, senza redistribuzione del reddito finisce per implodere, innescando una crisi di sovrapproduzione e un crollo della domanda aggregata.

    Ancora oggi si crede che un sistema economico si possa reggere sulla domanda “Premium o alto di gamma” che viene espressa dal mercato ad alto reddito il quale da sempre si dimostra inelastico alle varie crisi economiche o geopolitiche. Andrebbe ricordato come il mercato dell’alta orologeria svizzera si conferma come un unicum nel mondo, e non certo un modello da esportare nel settore Automotive con il segmento Premium, tanto per dare un esempio.

    In questo modo si dimentica come la crescita economica abbia trovato la propria fondamentale ragione di crescita proprio in rapporto ai volumi dei consumi della fascia media della popolazione, la sola ad avere determinato l’effetto moltiplicatore della crescita all’interno del ciclo economico, proprio grazie al doppio ruolo recitato di lavoratori e consumatori.

    Senza un reddito derivante dal lavoro, la massa di consumatori riduce il proprio potere d’acquisto rifugiandosi in acquisti a basso costo provenienti da quelle famose economie nelle quali, per esempio, sono state delocalizzate molte produzioni.

    Questa tipologia di consumi a basso costo, a differenza di quanto troppi economisti affermano, non può venire considerata un salvataggio per le fasce più deboli della popolazione. Rappresenta invece la motivazione per la quale si sono create le condizioni di nuova povertà legata alla politica di delocalizzazione industriale la quale per sopravvivere si rivolge ai prodotti a basso costo.

    A questo poi si aggiunga la crescita assolutamente irresponsabile del debito specialmente pubblico il quale ha determinato il passaggio da un’economia capitalista ad un’economia finanziaria di speculazione. In questo contesto il potere è traslato da chi deteneva ed utilizzava i cicli produttivi, quindi sostanzialmente un’economia industriale, a chi ora invece detiene il debito e quindi un’economia determinata dai grossi poteri finanziari e speculativi.

    Ora sono i gestori del debito sia pubblico che privato gli unici in grado di determinare le politiche degli stati e dei continenti, ed ovviamente delle imprese sia industriali che energetiche. Questo spiega l’incredibile perseveranza dimostrata da anni da tutti i governi verso obiettivi che sono lontani dalle aspettative dei diversi popoli: questi esprimono interessi finanziari e inconfessabili.

    In ultima analisi “L’unica forma di sviluppo economico è quella che assicura un aumento dell’occupazione correttamente retribuita. Tutto il resto è speculazione”. (FP)

    * https://www.ansa.it/amp/canale_motori/notizie/new_tech/2024/08/08/prove-positive-con-umanoidi-nella-fabbrica-bmw-a-spartanburg_992c11fb-e8b1-4cdd-bac6-55b3d4dd7d3f.html

  • E se Luxottica fosse uno strumento?

    E se il vero obiettivo finale non fosse tanto Luxottica ma potesse rappresentare uno strumento o il mezzo per raggiungere un altro e molto più ambizioso obiettivo? L’operazione Luxottica ormai può venire definita e conclusa con la disponibilità confermata dalle banche di finanziarla.

    Tuttavia ad un’analisi un po’ più attenta, e forse anche maliziosa, sembra che dietro alle banche (Bnp Paribas, Credit agricole UniCredit), ci potrebbero essere degli operatori francesi non direttamente interessati alla gestione del Colosso dell’occhialeria Agordina (1).

    Un altro particolare interessante emerge da un’analisi comparativa con la vicenda Safilo, altra azienda dell’occhialeria dalla provincia di Belluno, in quanto sembra si stia ripetendo quello che è stato il copione con l’acquisizione di Safilo da parte di uno dei tre fratelli con gli esiti noti (2).

    A questi primi due punti di analisi andrebbe aggiunta un terzo in considerazione del fatto che questa operazione finanziaria non possa essere definita come una scalata ostile.

    Viceversa è una classica operazione di mercato che illude il protagonista della scalata di essere il più forte (all’interno della holding che controlla l’industria Luxottica) ma contemporaneamente lo rende più debole e vulnerabile proprio per il peso dei debiti (3) nei diversi scenari con i quali si confronta. In altre parole le banche fornirebbero gli strumenti per indebolire la Holding impegnata in altri scenari finanziari.

    Questa perdita di peso specifico della Holding rappresenta allora un aspetto fondamentale all’interno di un’altra vicenda finanziaria, ben più pesante, rappresentata dall’assalto all’ultima fortezza finanziaria italiana.

    All’interno, infatti, della complicata disputa per il controllo delle Generali di Trieste (con un fatturato pari a tre volte quello della Luxottica), l’alleanza tra Delfin e Caltagirone ha rappresentato un argine italiano contro i soci francesi che volevano impadronirsi del controllo gestionale dei Risparmi del Colosso triestino (4).

    Da questo confronto ed unendo i quattro punti lo scenario che ne segue risulta decisamente diverso perché Luxottica da preda di una scalata diventa uno strumento per indebolire la Holding Delfin.

    Infatti pur mantenendo l’alleanza con Caltagirone, anche attraverso partecipazioni ed acquisizioni bancarie (*), in rapporto allo scontro di potere per il controllo di Generali i due protagonisti italiani sono destinati a perdere potenza e credibilità proprio a causa della situazione debitoria della holding Delfin che controlla Luxottica, a tutto vantaggio degli antagonisti francesi.

    (*) Quote di Generali sono detenute da Delfin (Gruppo Del Vecchio, circa il 10%) e dal Gruppo Caltagirone (circa 7%), che esercitano con la loro Alleanza una forte influenza.

    Nel 2025, si segnala l’ingresso rilevante del Monte dei Paschi di Siena (MPS) come azionista nel quale a loro volta hanno una importante quota Delfin e Caltagirone, attraverso questo hanno anche acquisito Mediobanca che detiene il circa il 13,1% di Generali.

  • La crescita della povertà

    Ho sempre sostenuto che la crisi del nostro Paese abbia origini decennali a partire dalla fine degli anni novanta, quando si decise di privatizzare interi settori dell’Industria e dei servizi (autostrade ed energia con esiti disastrosi in termini di vita umane ed esplosione dei costi energetici), non per ridurre il debito come sarebbe stato auspicabile, ma il deficit e così mantenere in questo modo la libertà di aumentare la spesa pubblica ai governi che si sono succeduti fino all’ingresso nell’euro.

    Volgendo lo sguardo agli ultimi 10 anni nessun governo ha dimostrato un minimo di capacità e volontà di invertire questo terribile trend come del resto la finanziaria del governo Meloni conferma.

    In questo contesto, quindi, può giovare, per individuare e non dimenticare i responsabili di questo aumento vertiginoso in soli 10 anni dell’indice di povertà, l’elenco dei governi:

    Governo Renzi – Periodo: dal 22 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016, Presidente del Consiglio Matteo Renzi, Coalizione di centro-sinistra.

    Governo Gentiloni – Periodo: dal 12 dicembre 2016 al 1° giugno 2018, Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, Coalizione di centro-sinistra.

    Governo Conte I – Periodo: dal 1° giugno 2018 al 5 settembre 2019 – Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Partiti di maggioranza Movimento 5 Stelle e Lega.

    Governo Conte II – Periodo: dal 5 settembre 2019 al 13 febbraio 2021 – Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Partiti di maggioranza Movimento 5 Stelle, Partito Democratico, Liberi e Uguali.

    Governo Draghi – Periodo: dal 13 febbraio 2021 al 22 ottobre 2022 – Presidente del Consiglio: Mario Draghi, Partiti di maggioranza Governo di unità nazionale con un’ampia maggioranza parlamentare.

    Governo Meloni – Periodo: dal 22 ottobre 2022 a oggi, Presidente del Consiglio Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), Coalizione di centro-destra (Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia).

    Quelli che ora sono al governo e negli ultimi dieci anni si trovavano all’opposizione, all’interno del teatrino della politica criticavano giustamente le strategie dei governi precedenti, esattamente come quelli che erano in maggioranza e che ora si trovano all’opposizione, avversano anche giustamente le politiche del governo in carica.

    Purtroppo le uniche conseguenze generate dal gioco dei ruoli ricoperti alternativamente da tutti i partiti negli ultimi 10 anni si confermano certificate dal costante aumento della Spesa Pubblica e contemporaneamente del debito e della stessa pressione fiscale. Tre fattori determinanti nella politica economica di governo che tuttavia non sono stati utilizzati per attenuare gli effetti delle crisi, che dal 2008 si susseguono senza soluzione di continuità in Italia, e quindi con l’obiettivo di migliorare la competitività delle imprese o la qualità della vita delle famiglie.

    Viceversa, la crescita vertiginosa della povertà certifica una volta di più l’unico obiettivo che è stato utilizzato da tutti i governi dell’ultimo decennio, in altre parole finanziare i propri orti elettorali, dimostrando ancora una volta come la gestione delle Finanze pubbliche (Spesa, debito e pressione fiscale) rappresentino la vera forma di potere in Italia (*).

    Tutti colpevoli, quindi, nessun colpevole!

    (*) 2018 https://www.ilpattosociale.it/attualita/la-vera-diarchia/

  • La muraglia verde: Cina e Africa

    Da anni si parla e si scrive della penetrazione cinese in Africa e in particolare come, grazie alla “trappola del debito”, la Repubblica Popolare Cinese riesca ad ottenere posizioni di valenza economica e strategica in tanti Stati africani.

    La “trappola del debito” consiste in grandi prestiti concessi ai vari governi locali per la costruzione di infrastrutture strategiche critiche quali porti, autostrade, reti di telecomunicazioni eccetera. Nella maggior parte dei casi si tratta di prestiti che nel corso degli anni si rivelano impossibili ad essere restituiti perché la redditività di quanto finanziato si dimostra molto inferiore al previsto. In quei casi scatta la garanzia prevista nei contratti: le opere realizzate diventano di proprietà dei finanziatori (quindi direttamente o indirettamente del governo cinese) o il debito deve essere rinegoziato. Naturalmente alle condizioni imposte da Pechino. Nel durante, la generosità dimostrata dai prestatori di denaro viene compensata con facilitazioni di accesso alle varie materie prime presenti nel territorio dello Stato debitore.

    Un’operazione su cui non si è invece posta sufficiente attenzione è la “Grande Muraglia Verde Africana” che andrà dal Senegal a Gibuti e che attraverserà quindi per circa 7700 km da ovest a est tutto il continente. Il progetto non è nuovo perché fa parte di un piano lanciato dall’Unione Africana nel 2007 e sposato anche dalle agenzie ONU. L0biettivo era di ripristinare 100 milioni di ettari di terreni degradati e creare 10 milioni di nuovi posti di lavoro. Per capire in cosa consista il progetto e perché fu giudicato un’impresa necessaria è bene ricordare che da quando esistono i deserti sappiamo che tendono ad allargarsi invadendo le zone circostanti grazie a continue tempeste di sabbia che coprono le aree di prossimità soffocano le colture e impediscono la reperibilità del foraggio. Da sempre si cerca di porre argini in tutto il mondo all’avanzamento delle aree desertiche ma gli ostacoli si sono dimostrati tanti, i costi enormi e i risultati ottenuti relativamente pochi. Purtroppo, in Africa nonostante l’opera avrebbe dovuto completarsi nel 2030 nel 2020 l’obiettivo era stato raggiunto solo per il 4% e ad oggi si è pressoché ancora fermi a quel punto.

    In Cina sembra che le cose siano andate in modo totalmente diverso ed è l’esperienza cinese ciò che Pechino vorrebbe “vendere” in Africa.

    Gli esperti cinesi hanno da pochi mesi terminata la realizzazione di un progetto pluridecennale nella regione dello Xinjiang studiato proprio per prevenire la desertificazione e stimolare le economie locali. Si tratta del deserto del Taklamakan nella Cina nord occidentale ed esattamente nella regione autonoma Uigura. Parliamo di una superfice più grande dell’intera Italia, coperta per 85% da dune di sabbia mobile che con l’azione del vento strabordavano coprendo strade, ferrovie e terreni coltivabili. Tutta l’area è ora circondata da una efficace cintura verde di 3050 chilometri che è stata completata grazie al lavoro di più di mezzo milione di persone. Un’azione simile era già stata realizzata per il deserto del Gobi che sta più a nord, a cavallo del confine con la Mongolia. In quel caso si è riusciti a stabilizzare vaste aree e ridurre drasticamente le tempeste di sabbia che arrivavano fino a Pechino. Le piante utilizzate per circondare il Taklamakan sono quelle considerate più idonee ad affrontare i venti, la sabbia e le condizioni metereologiche di quelle latitudini. Tra di loro: il pioppo del deserto, il salice rosso, gli alberi saxsaul (piccolo albero tipico delle steppe aride e dei deserti dell’Asia centrale) e una pianta medicinale detta giacinto del deserto. L’anello verde realizzato in Cina è la prima circumnavigazione totale di un deserto al mondo e la ferrovia realizzata in concomitanza dei lavori collega ora varie città attorno allo stesso deserto trasportando minerali e varie specialità alimentari come noci e datteri rossi verso il resto della Cina. Sulle aree finalmente protette si sta adesso progettando l’impianto di una enorme campo di energia solare che dovrebbe produrre 8,5 gigawatt di elettricità al giorno. In aggiunta si pensa di installare anche alcuni impianti di energia eolica per altri 4 gigawatt.

    L’esperienza accumulata dai propri tecnici sul loro stesso territorio ha spinto il Governo di Pechino a proporsi come realizzatori della Grande Muraglia Verde Africana e l’approccio cinese ha già trovato una applicazione attorno alla capitale della Mauritania Nouakchott dove alberi di saxsaul e di acacia, combinati con griglie di paglia a scacchiera (tecnica perfezionata proprio nel deserto del Taklamakan) sono riusciti a stabilizzare le dune di sabbia. Anche in Etiopia le squadre cinesi, dopo aver ripulito la superficie dai cespugli spinosi invasivi, hanno ripristinato i pascoli e triplicato la resa del foraggio attraverso il pascolo a rotazione.  Gli ingegneri cinesi coinvolti in queste operazioni affermano di non limitarsi a piantare alberi in Africa ma di creare “industrie verdi”.

    In realtà le cose non devono essere state così semplici per i cinesi come sembrerebbe: in Mauritania ci vollero tre anni per convincere le autorità locali che 12 piante native in Cina e resistenti alla siccità non sarebbero diventate specie invasive e anche i semi di tali piante han dovuto passare attraverso una specie di quarantena. Lo stesso è successo in Etiopia dove delle 22 specie di piante utilizzate 8 erano di origine cinese. Oltre al tipo di piante e a speciali griglie di paglia usate a scacchiera sembra che i cinesi siano riusciti ad incrementare del 37% la sopravvivenza degli impianti grazie ad un metodo di piantagione derivato dall’esperienza accumulata. Uno specialista cinese interrogato sul loro metodo di lavoro e sul perché i loro sistemi farebbero risparmiare almeno il 37% sull’investimento necessario rispetto ai costi studiati dall’ONU ha risposto che loro non buttano via il tempo per produrre rapporti di 300 pagine e che i lavoratori cinesi svolgono il loro compito con una velocità dieci volte più alta dei loro possibili concorrenti. Ciò significa che gran parte della manodopera impiegata verrà dalla Cina?

    Ad oggi non sembra ancora deciso se l’intera operazione della Grande Muraglia Verde Africana sarà assegnata alle aziende cinesi ma, se così fosse e il tutto fosse completato con successo, quella realizzazione rappresenterà una vittoria strategica in termini di soft power per Pechino. Senza contare che, di là di una questione d’immagine, non va dimenticato che tutto il Sahel è ricco di minerali e si integrerebbe perfettamente della Belt and Road Initiative. Forse il loro interesse non è soltanto altruistico.

  • Trump e debiti Usa

    Un quarto del debito pubblico statunitense, pari circa a 7800 miliardi di euro, ottomilacinquecento in dollari, è, secondo i dati del dipartimento del tesoro americano elaborati nel 2024, detenuto da investitori stranieri.

    Il primo Paese straniero detentore dei debiti USA è il Giappone, seguito da Cina, Regno Unito, Lussemburgo; anche l’Irlanda detiene 374 miliardi di dollari di debito statunitense e pure Belgio e Francia detengono importi analoghi.

    Quanto giocheranno i problemi che i dazi voluti da Donald Trump procureranno su questa situazione del debito pubblico americano detenuto per un quarto proprio dai Paesi che saranno colpiti dai dazi e che di conseguenza subiranno delle ripercussioni negative?

    Il presidente americano che ha intrapreso questa nuova strada con la quale sembra volersi contrapporre a più di mezzo mondo, creando situazioni di grave frizione anche con Paesi storici alleati degli Usa, avrà valutato anche questa situazione e le sue possibili conseguenze?

  • Dal novembre 2011 all’ottobre 2024

    Nel novembre 2011 il debito pubblico segnava 1987 miliardi.  Successivamente arrivò il governo Monti. Da allora si sono susseguiti diversi governi il cui esito finale della loro opera è sintetizzabile nell’ultima rilevazione del debito pubblico ad ottobre 2024: 2945 miliardi.

    In tredici anni di gestione della macchina pubblica, alla cui giuda si sono susseguiti i più diversi personaggi e con DNA politici ed orientamenti opposti ma uniti dalla medesima certezza di irresponsabilità, sono stati creati quasi mille miliardi di debito pubblico a sostegno della esplosione della spesa pubblica con un conseguente aumento della pressione fiscale, ora ha raggiunto il 42,7 % e con un total tax rate ad oltre il 52%.

    Nel frattempo, dal 2010 al 2023, la ricchezza nazionale del nostro Paese è diminuita del -4%, mentre in Francia è aumentata del +21%, in Germania del +51% ed in Gran Bretagna del +57%.

    Un dato che certifica ancora una volta come l’esplosione della spesa pubblica rappresenti un fattore che diminuisce la ricchezza e la disponibilità economica della popolazione.

    Il reddito disponibile, infatti, è diminuito del -3,4% a fronte di una crescita in Francia del +27% ed in Germania del +34,7% mentre si registra nel più assoluto disinteresse della politica come delle diverse associazioni di categoria (Confindustria e sindacati) la diciannovesima flessione della produzione industriale.

    Questi numeri certificano una volta di più il sostanziale fallimento dell’azione dello Stato attraverso la spesa pubblica la quale nella classifica della efficienza risulta al 123esimo posto, contemporaneamente al suo arbitrario utilizzo a favore di qualche bacino elettorale o gruppi privilegiati.

  • Esplode la bomba del debito usa e globale

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su notiziegeopolitiche.net del 16 marzo 2024

    Le vicende finanziarie dovrebbero essere valutate per quello che sottendono, a volte situazioni negative. Attualmente sono gli Usa che preoccupano perché dal giugno 2023 ogni cento giorni il debito pubblico aumenta di ben mille miliardi di dollari. I dati sono eloquenti. Anzitutto va rimarcato che in dieci anni, dal 2014 a oggi, il debito americano è raddoppiato, passando da 17.000 miliardi all’attuale cifra di 34.500 miliardi. Molti ritengono che il modello “mille miliardi ogni 100 giorni” continuerà in futuro.
    Il Congressional Budget Office, l’organismo indipendente che produce analisi economiche per il Congresso, stima che il deficit di bilancio annuale passerà da 1.600 miliardi di quest’anno a 2.600 miliardi del 2034. In altre parole, nel prossimo decennio gli Stati Uniti aggiungeranno quasi 19.000 miliardi di dollari all’attuale debito pubblico fino a un totale di 54.000 miliardi.
    Nello stesso decennio soltanto per gli interessi gli Usa spenderanno più di 12.400 miliardi. Perciò si stima che la quota per il pagamento degli interessi sul debito potrebbe superare le altre voci di bilancio, comprese le spese per la difesa. Si tenga presente che le proiezioni sono fatte stimando che il tasso d’interesse dovrebbe scendere sotto il 3% dall’attuale 5,5%.
    Questa è la realtà nascosta, volutamente ignorata per dar spazio soltanto all’esaltazione dei dati positivi relativi alle aspettative dell’aumento del pil e dell’occupazione.
    L’Institute of international finance, l’associazione delle maggiori istituzioni finanziarie del pianeta con sede a Washington, afferma che nel 2023 la “bolla globale” del debito, quello pubblico, delle imprese e delle famiglie, con l’eccezione dei derivati finanziari, sarebbe aumentata di circa 15.000 miliardi di dollari portando il debito globale al livello di 310.000 miliardi! Un decennio fa era di 210.000 miliardi. Si tratta di un pericoloso trend mondiale.
    Non si tratta di un malessere ma di una febbre da cavallo le cui cause risiedono in decenni di politiche finanziarie errate. Gli effetti si manifestano di volta in volta in modi differenti o in settori diversi ma sono sempre il frutto avvelenato di una finanza speculativa che inquina tutti i settori dell’economia. Lo abbiamo visto nella grande crisi del 2008-9, mai affrontata veramente, nelle bancarotte bancarie, nella liquidità a “go go” dei quantitative easing, nelle politiche della Federal Reserve del tasso di interesse zero prima e dell’impennata dei tassi poi per rincorrere l‘inflazione.
    In questo quadro è stupefacente osservare che, mentre il debito e la liquidità crescono, hanno raggiunto i massimi storici anche l’oro, il bitcoin e Wall Street. L’oro ha superato i 2.000 dollari l’oncia, il bitcoin, la criptovaluta più conosciuta, è ritornato a valori impensabili, appena sotto i 70.000 dollari, con un aumento del 200% in 12 mesi, e S&P 500, il più importante indice azionario della borsa di Wall Street, ha sfondato ampiamente il punto massimo storico di 5.000 punti. Ovunque si guardi, i mercati azionari stanno battendo i record: l’indice europeo azionario STOXX 600 ha stabilito il proprio record intorno ai 500 punti e il Nikkei 225 giapponese ha superato il suo migliore valore precedente, fissato nel 1989.
    Questa euforia è provocata in particolare dall’effervescenza dei titoli legati alle imprese dell’intelligenza artificiale. Per esempio, il produttore di chip AI Nvidia ha registrato l’incredibile crescita dei ricavi del 265% nel quarto trimestre 2024, facendo salire più del 60% il prezzo delle sue azioni da inizio anno. In verità occorre cautela perché di troppa euforia si può morire! D’altronde è già successo negli anni novanta con la bolla dei titoli IT, information technology, che, dopo avere drogato il mercato di Wall Street portandolo in un paradiso artificiale, nei primi anni del 2000 un crac, noto come dot-com crash, lo fece sprofondare nei più bassi gironi dell’inferno.
    Molti negli Usa, a fronte dell’insostenibilità del debito propongono la riduzione dei deficit di bilancio, che significa tagli alla spesa pubblica. Sarebbe un giro di vite sul welfare, sulle spese sanitarie, sull’istruzione, sui trasporti, ecc., che andrebbe a colpire i livelli di vita della popolazione più povera e della cosiddetta middle class già depauperata. A Washington si stima che le entrate, che ammontano al 17,5% del Pil nel 2024, scenderanno al 17,1% nel 2025, per poi rimanere sotto il 18% fino al 2027.
    In sintesi di tutto si parla, tranne che mettere mano alla finanza dominante sfuggita ai controlli con il rischio che possa riverberare i suoi effetti negativi in tutto il mondo. Questa è una ragione di più per chiedere al G7 e al G20 di affrontare lo spinoso problema.

    Mario Lettieri, già sottosegretario all’Economia; Paolo Raimondi, economista

  • L’Anaao batte cassa per la sanità pubblica

    Il Servizio sanitario nazionale più che curare va curato, secondo quanto lamenta l’Anaao Assomed, il sindacato più rappresentativo di medici e dirigenti del Ssn.

    Sulla base di una ricerca condotta a giugno 2023, il sindacato avverte che la sanità pubblica è l’unico modo per evitare che un ricovero possa costare da 422 a 1.278 euro al giorno, come succederebbe se si ricorresse alla sanità privata. Senza strutture pubbliche, la sala operatoria – proseguente il sindacato fornendo altri esempi – costerebbe 1.200 euro l’ora, la degenza 600 euro al giorno in un reparto chirurgico e 400 euro al giorno in un reparto di medicina, un ricovero ordinario post acuzie 165 euro al giorno.

    Sulla base di questi dati, il sindaco batte cassa, lamentando che il finanziamento della sanità pubblica italiana patisce una carenza significativa di risorse. Secondo il 18° Rapporto del Crea Sanità, uscito a gennaio 2023, per raggiungere un’incidenza media sul Pil simile agli altri paesi dell’Unione Europea, sarebbero necessari almeno 50 miliardi di euro aggiuntivi (al minimo). Attualmente, la spesa sanitaria del nostro Paese presenta una forbice del -38% circa rispetto agli altri paesi della Ue, con una diminuzione sia della spesa privata (-12%) che della spesa pubblica (-44%) nel 2021. Tuttavia, tale calcolo è sottostimato. Dal 2000 al 2021, la spesa sanitaria in Italia è cresciuta con un tasso medio annuo del 2,8%, circa il 50% in meno rispetto agli altri Paesi della Ue di riferimento. Inoltre, anche durante la pandemia, la crescita della spesa è stata meno dinamica rispetto agli altri paesi.

    Secondo il Rapporto, nel 2021 il finanziamento pubblico si ferma al 75,6% della spesa contro una media europea dell’82,9%. La spesa privata ha raggiunto 41 miliardi di euro (il 2,3% del PIL, contro una media europea del 2%): oltre 1.700 euro a nucleo familiare (5,7% dei consumi).

    D’altronde, la sanità pubblica è tutt’altro che sana, sotto il profilo della gestione dei conti, come ampiamente evidenziato dalla Corte dei conti nel suo ultimo rapporto di maggio sul coordinamento della finanza pubblica.

  • Usa, debito pubblico eccessivo

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ‘ItaliaOggi’ l’11 marzo 2023

    Il debito federale americano di 31.381 miliardi di dollari è il limite posto nel bilancio dello Stato per l’anno fiscale che va da ottobre 2022 a settembre 2023. Il tetto è stato già raggiunto il 19 gennaio scorso. Vi saranno problemi per coprire le spese dei prossimi mesi.

    Janet Yellen, segretario del Tesoro, in merito ha annunciato «manovre tecniche» per posporre il default, che «produrrebbe una catastrofe economica e finanziaria». Per evitare la sospensione delle attività e dei pagamenti da parte di vari organismi pubblici si dovrà per forza sfondare il tetto del debito. Non sarà facile, data la composizione del Congresso, con la Camera dei deputati a maggioranza repubblicana.

    In tre anni il debito federale succitato è aumentato di ben 8.500 miliardi! Dal 2009 è quasi triplicato! Il Congress Budget Office, l’agenzia bipartisan che analizza gli andamenti di bilancio, stima che il deficit sarà almeno di 400 miliardi superiore del previsto. Essa aveva anche calcolato interessi sul debito pari a 282 miliardi.

    Nel frattempo, però, l’inasprimento della politica monetaria della Federal Reserve e gli aumenti del tasso d’interesse fanno stimare che il servizio sul debito raggiungerebbe i 400 miliardi di dollari. Se il tasso di sconto della Fed dovesse essere del 5%, com’era nel 2007, gli interessi sul debito potrebbero salire a 1.000 miliardi! Un aumento da non escludere, visto che lo considerano possibile la Fed di San Francisco e anche JP Morgan, la più grande banca americana.

    Alla fine, pensiamo che, come in passato, si troverà un compromesso tra maggioranza e opposizione. Ne va dell’affidabilità internazionale degli Stati Uniti. L’alternativa è dichiarare bancarotta. D’altra parte è difficile immaginare che i ministeri sospendano a lungo le attività, mettendo gli impiegati in cassa integrazione, o che in numerose città e Stati dell’Unione i vigili del fuoco o la polizia possano essere bloccati per mancanza di fondi.

    Si stanno considerando anche nuove e inedite iniziative. C’è chi propone di ripianare il deficit di bilancio coniando monete sonanti fino a un valore di mille miliardi di dollari. L’idea fu già discussa durante la presidenza di Obama. Sarebbe consentito dal 14° emendamento, Sez. 4, della Costituzione che sancisce: «Non potrà essere posta in questione la validità del debito pubblico degli Stati Uniti, autorizzato con legge».

    Chi propone tale soluzione sostiene che non sarebbe inflattiva. Portano l’esempio del presidente Abramo Lincoln che, nel mezzo della guerra civile, fece una simile iniziativa. Allora, dicono, i nuovi soldi andarono a finanziare un periodo di espansione economica senza precedenti, soprattutto nella siderurgia, nelle infrastrutture ferroviarie e nella meccanizzazione dell’agricoltura, con una notevole crescita della produttività. Oggi, invece, ci sembra che ogni nuova liquidità scompaia nel “buco nero” della finanza speculativa.

    C’è anche chi vorrebbe trasferire dalla Fed al Tesoro i titoli federali, circa 6.000 miliardi di dollari, a suo tempo acquistati attraverso i «quantitative easing». Il Tesoro potrebbe, quindi, annullare questa parte del debito. Sarebbe una possibilità legale che richiederebbe ovviamente il consenso del Congresso e della Fed, ma lascerebbe la banca centrale con una voragine nei conti. Oggi, infatti, essa giustifica i passivi di bilancio inserendo detti titoli negli attivi.

    Altra idea è di coniare “monete di platino” per un grande valore, sulla base dell’Articolo 1, Sez. 8, della Costituzione che afferma: «Il Congresso ha il potere… di coniare moneta e regolarne il valore».

    In passato il Congresso ha cercato di limitare questa generale possibilità ma ha lasciato un’eccezione, la moneta di platino, che una disposizione speciale permette di essere coniata in qualsiasi importo per scopi commemorativi. Le monete di platino furono proposte al Congresso già nel 2013 ma senza successo. Tali soluzioni straordinarie appaiono molto fantasiose. Alla fine, la decisione sarà quella molto più semplice di aumentare il debito pubblico. Cosa che, però, ingigantisce la bolla e i rischi connessi.

    Per noi europei è opportuno riflettere sul fatto che negli Usa si discuta su come affrontare le emergenze finanziarie e il problema del debito pubblico. Se si pensa bene, anche i quantitative easing sono stati degli interventi straordinari per evitare il crollo del sistema bancario e finanziario. Hanno, però, stravolto i meccanismi monetari centrali. Tutto “legalmente”!

    *già sottosegretario all’Economia **economista

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