debito

  • Caccia grossa dimenticando Einaudi

    Quando l’attuale presidente della BCE era al vertice del Fondo Monetario Internazionale, in un’intervista ad un media internazionale avanzò l’ipotesi di una patrimoniale o prelievo forzoso sui conti correnti del 20%. Il ministro delle finanze tedesco individua oggi una patrimoniale del 14% sul monte risparmi complessivo privato italiano. Per fornire un semplice termine di paragone il prelievo forzoso del 1992 del governo Amato fu del 6x1000.

    Ora la medesima idea viene appoggiata dalla Germania anche grazie alla assoluta incompetenza e al ridicolo spessore internazionale del nostro Paese. Del resto anche sul fronte interno ricomincia ad avviarsi quel bombardamento mediatico da parte sia di esponenti del centrodestra che del centrosinistra per un impegno dei risparmi italiani nella sottoscrizione di nuovi titoli di debito pubblico e magari, secondo qualche stordito, pure perpetui.

    Contemporaneamente nessuna menzione viene dedicata all’insopportabile spreco di denaro pubblico che ogni anno ammonta ad oltre 200 miliardi. In altre parole, è cominciata la caccia grossa ai 10.200 miliardi del risparmio italiano frutto di sacrifici dei cittadini di questo povero Paese. Un risparmio che, va ricordato, rappresenta sostanzialmente la sfiducia nei confronti dell’intera classe politica italiana come dimostrano i dati relativi agli ultimi dieci anni (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/).

    Non solo l’Europa, quindi, ma anche la stessa classe politica italiana responsabile di questo disastro unanimemente hanno cominciato a prendere le misure per appropriarsi in forme diverse e più o meno eleganti dei risparmi degli italiani. Mai come adesso gli interessi e le visioni strategiche delle classi politiche europee ed italiana nella propria completezza risultano coincidenti a differenza delle dichiarazioni di contrapposizione radicale.

    Al tempo stesso entrambe ignoranti delle condizioni previste dal pensiero di Luigi Einaudi relativo alla adozione di una tassa patrimoniale che si sarebbe potuta attuare temporaneamente ad una riduzione reale della pressione fiscale e fosse una tantum, cioè non ripetibile.

    Mai come oggi il pensiero liberale di Einaudi risulta così lontano alla politica massimalista statalista espressione di ideologie anche contrapposte ed ignorato dalle classi politiche tanto europee quanto nazionali.

  • La vera epidemia? La crescita ulteriore della spesa pubblica

    Dal 2015 ad oggi ogni governo che si sia succeduto alla guida del nostro Paese ha avuto l’accondiscendenza dell’Unione Europea in relazione alla tenuta dei nostri conti in cambio di qualcosa o sfruttando una situazione.

    Il governo Renzi ebbe anche la fortuna di ottenere il semestre di presidenza della Unione europea ma si distinse per non proporre una legge europea a tutela del made in Italy ed accettò in più di offrire rifugio a tutti i flussi migratori verso l’Europa con il fine di ottenere come contropartita qualche decimale di deficit.

    Assieme al successivo primo ministro Gentiloni i due governi ebbero pure la fortuna di sfruttare un trend internazionale fortemente espansivo arrogandosi persino il merito di una crescita economica esterovestita, quindi indipendente dalla politica governativa italiana.

    Il governo Conte, assolutamente incapace di gestire le problematiche dell’economia italiana sia nella versione con la Lega che con il PD, all’interno di una fase recessiva internazionale, pur avendo adottato il reddito di cittadinanza e quota 100, potrà godere dei “benefici” effetti della crisi economica e finanziaria legata al coronavirus. Non è difficile immaginare, infatti, come tutte le autorità monetarie internazionali per evitare delle ricadute ancor più negative per l’economia globale si vedranno costrette a mantenere delle politiche monetarie fortemente espansive.

    Esattamente come con il governo Renzi e Gentiloni con il Quantitative Easing varato dalla Bce per smuovere un’economia stagnante anche per cercare di invertire l’impatto regressivo del coronavirus i tassi di interesse dovrebbero scendere grazie a nuove iniezioni di liquidità. L’effetto combinato renderebbe il costo del servizio al debito pubblico in graduale discesa pur essendo vicino alla soglia 2500 miliardi.

    Ed esattamente come con i governi Renzi e Gentiloni l’attuale governo in carica avrà la possibilità di utilizzare i risparmi per la gestione del debito pubblico con il solito fine di accrescere la spesa pubblica improduttiva, forte anche della accondiscendenza dell’Unione Europea la quale ha già affermato che potrà mantenere un atteggiamento più accomodante in relazione al precario equilibrio del bilancio pubblico italiano.

    Mai come in un’economia globale i focolai di crisi ed infettivi possono creare le condizioni ideali per gli speculatori finanziari fornendo loro strumenti legati alle politiche monetarie espansive. Al tempo stesso ne traggono immeritati benefici tutti i governi dal 2015 ad oggi i quali invece di risanare e ridurre il rapporto debito PIL solo contabilizzando il minor costo in interessi del debito pubblico utilizzano invece tali economie per finanziare la spesa pubblica.

    L’effetto paradossale del coronavirus quindi risulta essere una ulteriore globale accondiscendenza di fronte ad una irresponsabile politica governativa di crescita della spesa pubblica improduttiva che permetterà ancora una volta al governo in carica, come in passato, di accrescerla. Aumentando conseguentemente il debito senza fornire, viceversa, alcun supporto economico e finanziario all’Italia produttiva.

    In altre parole, in passato il Quantitative Esasing e ora il coronavirus permettono la sospensione della responsabilità dei governi che si sono succeduti fino ad oggi alla guida del nostro Paese i quali continuano con politiche scellerate di crescita della spesa pubblica e del debito pubblico.

  • Paesi emergenti: esplode il debito

    Riceviamo e pubblichiamo di seguito l’articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi, uscito su ItaliaOggi del 3 gennaio 2020

    Ancora una volta suona l’allarme debito. Questa volta riguarda i paesi emergenti e in via di sviluppo. Secondo il rapporto della Banca Mondiale, Global wave of debt (L’onda globale del debito), pubblicato a dicembre, il debito pubblico e privato di questi paesi a fine 2018 ha raggiunto il record di 55 mila miliardi di dollari. Dal 2010 il loro rapporto debito/pil è aumentato del 54% fino a raggiungere il 168%.

    In questi otto anni, relativamente ai paesi oggetto dello studio, si è verificata la crescita più grande, più veloce e diffusa del debito degli ultimi 5 decenni. In media il 7% annuo, tre volte più veloce di quanto avvenne durante la crisi del debito dell’America Latina negli anni ottanta. Nel cinquantennio scorso, quella dei paesi emergenti sarebbe l’ultima delle quattro grandi crisi debitorie. Si è potuto evidenziare che la crescita elevata del debito è combinata con veri e propri sconquassi finanziari che hanno determinato crolli nella produzione, nei consumi e negli investimenti.

    La crescita del debito in questione è stata guidata dalla Cina che ne detiene 20 mila miliardi di dollari. Nel periodo di riferimento, Pechino ha visto crescere del 72% il rapporto debito/pil portandolo a 255%. Un dato preoccupante. La pericolosità della bolla debitoria è aggravata dai rilevanti cambiamenti realizzati rispetto al passato. Non si tratta solo di debito pubblico e di quello estero ma anche di debito privato, in particolare delle imprese.

    Rispetto al 2007, oggi questi paesi sono più deboli. Il 75% di loro ha deficit di bilancio e i deficit delle partite correnti (la differenza tra la spesa per le importazioni e gli introiti dalle esportazioni) sono 4 volte più grandi. Inoltre, sono coinvolte nuove categorie di creditori. In passato erano i governi e le organizzazioni internazionali, adesso i debiti sono soprattutto in mano ai vari tipi di fondi d’investimento e a settori non bancari. In aggiunta, sono negoziati nei mercati di capitali, tanto che oltre il 50% dei debiti pubblici sono in mano a operatori stranieri.

    Tali debiti sono anche fuori dal Club di Parigi, cioè fuori dall’accordo che garantisce interessi moderati, eventuali sospensioni dei pagamenti e riorganizzazioni debitorie non punitive. Spesso sono denominati, non in moneta nazionale, ma in dollari ed espongono i paesi a fluttuazioni e crisi generate fuori dal loro controllo.

    La crescita del loro debito aggregato è stata favorita, se non sollecitata, dalla politica del tasso d’interesse zero della Federal Reserve, della Bce e delle altre banche centrali. Anche la liquidità dei Quantitative easing, non utilizzata in investimenti nei settori dell’economia reale dei paesi industrializzati, è spesso confluita verso le economie emergenti in cerca di rendimenti maggiori. Quando il denaro non costa più, si avallano anche le propensioni a rischi elevati e al cosiddetto azzardo morale, che nel medio periodo minano le fondamenta di qualsiasi sistema economico.

    Adesso un improvviso choc globale, quale l’aumento dei tassi d’interesse o dei premi per il rischio di mercato, potrebbe generare un pericoloso stress finanziario difficilmente sostenibile. Si ricordi che, in merito al debito, la Banca Mondiale afferma che è la dose che può diventare veleno. Inoltre, si ritiene che il debito non sia un male in sé, se è usato per promuovere lo sviluppo di lungo termine. Se finisce, invece, in varie operazioni non produttive o addirittura speculative, allora diventa non sostenibile.

    Le soluzioni proposte dalla Banca Mondiale sembrano, però, vaghe e astratte. Si suggeriscono priorità sociologiche più che economiche. Ad esempio si richiedono una maggiore trasparenza e una più attenta gestione del debito. Indubbiamente cose utili, che non fanno male. Ma le cause profonde sono nella progressiva degenerazione della finanza a livello globale e nella mancanza di regole cogenti e di controlli. Certamente i governi dei paesi emergenti hanno molte responsabilità. Essi, però, seguono i modelli dei paesi occidentali, degli Stati Uniti in primis, che di solito dettano le loro condizioni da applicare all’economia e alla finanza.

    Per la sostenibilità del debito e per ridurre il rischio di choc economici, i paesi emergenti e in via di sviluppo necessiterebbero, invece, di investimenti e di crediti mirati al loro sviluppo economico e sociale. Si dovrebbero creare meccanismi per facilitare la soluzione delle loro crisi debitorie, evitando gravi conseguenze sociali. Troppo spesso essi sono trattati soltanto come fornitori di materie prime, di prodotti e di mano d’opera a basso costo. Il neocolonialismo, anche se in forme moderne, depreda le ricchezze e mantiene la maggioranza delle popolazioni nella povertà e nel sottosviluppo.

    E augurabile che con il nuovo anno, soprattutto da parte dell’Unione europea, possa esserci un’azione nelle competenti sedi internazionali per una revisione profonda delle politiche di sostegno e collaborazione con i paesi emergenti.

  • Debito pubblico: l’ennesima strategia che confonde effetti e cause

    Risulta sicuramente interessante la proposta di Giulio Tremonti e Sabino Cassese circa l’utilizzo della Cassa depositi e prestiti come Market unit per privatizzare asset pubblici ed attraverso il ricorso al mercato diminuire di conseguenza il debito pubblico.

    Sarebbe altrettanto interessante ,tuttavia, comprendere quanto nella realtà effettiva la campagna di privatizzazione degli anni ‘90 abbia portato in termini di servizio agli utenti e consumatori e benefici stabili nella determinazione del rapporto debito/PIL. Ancora si odono, infatti, gli echi dell’ intera  schiera di politici, docenti ed economisti i quali affermavano all’unisono come la privatizzazione di asset pubblici non performanti rappresentasse una scelta finalizzata all’efficientamento della struttura oggetto di tale operazione.

    A distanza di vent’anni il disastroso stato delle infrastrutture autostradali italiane sembrerebbe dimostrare esattamente il contrario pur rimanendo valido il vero motivo di tale operazione, cioè la riduzione del debito pubblico. Al principio dell’efficientamento, va ricordato, è stato legittimamente preferito (come  ampiamente prevedibile) da parte degli investitori privati quello della massificazione della Roe mentre il modello di gestione pubblica delle infrastrutture autostradali tedesco e quello della “vignetta” svizzera rappresentano modelli lontani dalla realtà italiana così come per l’ammontare dello stesso rapporto debito/PIL. Quindi, nello specifico, la privatizzazione avrebbe l’importante ed unica funzione di ridurre il peso del debito pubblico anche se con disonestà intellettuale si invocava l’efficientamento, senza valutare l’inevitabile costo economico e sociale per l’utenza di queste operazioni finanziarie, come la situazione sistema autostradale italiano dimostra ampiamente.

    In altre parole, ancora oggi il nuovo progetto di privatizzazione viene giustificato essenzialmente dal reperimento  di risorse finanziarie per ridurre il debito ed in considerazione della crescita esponenziale del nostro debito presenta  un fondamento strategico condivisibile. Tuttavia, una parte delle risorse finanziarie ottenute attraverso queste operazioni andrebbe comunque destinata all’inevitabile impatto sociale in termini di peggioramento dei servizi, come la storia ci ha insegnato. In più, l’interessante proposta o meglio riproposta da parte dell’onorevole Tremonti e di Sabino Cassese relativa all’utilizzo della CdP per alleggerire il peso del debito pubblico debito pubblico non prende  in considerazione un vizio culturale e procedurale: la decontestualizzazione dall’ambito politico italiano.

    Il debito pubblico non rappresenta come nel Monopoli un’entità economica stabile e definita ma essenzialmente una grandezza relativa legata soprattutto alla esplosione della spesa pubblica ed in alcuni periodi all’accentuarsi della crisi economica. Per cui ogni progetto che valuti la gestione e l’eventuale riduzione del debito pubblico per offrire una visione di sviluppo nel medio e lungo termine alla nostra economia si troverebbe ad ottenere risultati marginali nel breve termine. La continua e costante esplosione negli ultimi vent’anni della spesa pubblica, che rappresenta la fonte del nostro debito pubblico, annienta ogni prospettiva di successo. In questo contesto, quindi, l’interessante proposta risulta già ora minimale negli effetti ed errata nella sua contestualizzazione in quanto l’intera classe politica che si succede al governo del nostro Paese continua ad utilizzare la spesa pubblica intesa come un vero e proprio strumento per ottenere il consenso politico (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/).

    In altre parole, qualsiasi proposta relativa alla riduzione del debito pubblico che non tenga in considerazione il declino culturale che la classe politica ha dimostrato negli ultimi anni attraverso l’utilizzo irresponsabile della spesa pubblica rappresenta la motivazione del suo stesso fallimento progettuale e concettuale.

     

  • Meccanismo Europeo di Stabilità e sovranismo

    Riceviamo dall’On Nicola Bono un articolo che pubblichiamo con piacere

    Se il Meccanismo Europeo di Stabilità si chiama “salva stati” vuol dire che uno Stato si è messo in pericolo di dissesto con le sue politiche e quindi ha bisogno di essere aiutato con congrui aiuti finanziari, che naturalmente presuppongono un adeguato sistema di monitoraggio e controllo.

    La polemica sul nuovo trattato del MES è quindi strumentale ed esagerata, essendo le regole modificate solo per due aspetti e cioè per l’attribuzione a carico dello stesso MES della valutazione di salvataggio e per l’introduzione della misura di ristrutturazione del debito, con conseguente perdita di valore dei titoli pubblici del Paese richiedente l’intervento, detenuti da privati.

    Di fatto non cambiano le regole fondamentali del precedente trattato, perché l’accettazione di ogni singola ipotesi di salvataggio dipenderà dalla volontà politica degli stati membri creditori.

    Semmai c’è da preoccuparsi del possibile venir meno del diritto di veto per l’Italia, triste conseguenza non delle modifiche al trattato, ma delle politiche fallimentari dei nostri governi che hanno portato ad una progressiva riduzione del PIL italiano rispetto a quello dell’UE, con il rischio di scendere al di sotto della percentuale minima del 15% e vanificare ulteriormente le capacità di incidenza del nostro Paese.

    Ma allora qual è la motivazione di questa riforma? Perché gridare allo scandalo, aprire una polemica così graffiante e soprattutto accusare la Germania e l’UE dell’ennesimo attentato alla nostra sovranità, quando in realtà sono le nostre politiche che minano le economie altrui e mettono l’Euro a rischio di svalutazione?

    I nostri leader sovranisti che oggi protestano con veemenza, non ricordano i tempi del governo Giallo-Verde quando facevano i bulli e mostravano i muscoli e i denti con dichiarazioni di grande impatto emotivo contro le “regole dell’UE”, vantandosi di volere sfondare di proposito tutti i parametri di contenimento previsti dai trattati e, in particolare, quelli del debito pubblico, salvo poi quando stretti all’angolo sul tema di rischiare l’uscita dall’UE e dall’Euro, non disdegnavano di rilevare che “l’Italia è troppo grande per fallire”?

    Non gli è passata neanche per un attimo l’idea che questa riforma sia il frutto avvelenato di una politica velleitaria e provocatoria che, a fronte di un Paese che continua a fare lievitare il debito pubblico solo per finanziare le ripetute campagne elettorali, e approva leggi finanziarie senza uno straccio di prospettiva di sviluppo e di crescita occupazionale, le modifiche apportate al MES fossero il minimo sindacale per tutelarsi? O, al contrario, è proprio questo il vero motivo della polemica?

    Ecco perché il sovranismo non è la soluzione al problema, ma solo un’illusione avendo la pretesa di continuare ad alimentare una società di Peter Pan e spacciare politiche di accattonaggio dei consensi da comprare con l’incontenibile aumento del debito pubblico, presentate come pulsioni nobili ed alte di presunta difesa dei diritti di autogoverno degli italiani. Ma autogoverno per quali fini?

    Forse quello del diritto ad aumentare a dismisura l’indebitamento pubblico per distribuire mance e perpetuare quella che è stata brillantemente definita da Luca Ricolfi la “Società Signorile di Massa”?

    Come è possibile non capire che il punto non è essere liberi di fare debiti, ma come invertire un declino di deficit produttivo e incapacità competitiva che ci sta portando alla rovina?

    Cosa fare? Quello che avremmo dovuto fare da prima, a prescindere dai richiami UE, e cioè chiudere questa scellerata stagione del “Pensiero Unico della Spesa” che è l’unico principio ispiratore di tutti i partiti e seguire l’esempio di tutti gli altri Paesi Europei che non a caso hanno da decenni i PIL in crescita con valori più che doppi rispetto a noi, e lavorare per la libertà e l’indipendenza dei popoli europei, costruendo garanzie di difesa dei diritti di tutti attraverso l’istituzione della piena cittadinanza Europea e comune appartenenza ad una entità federale che unisca l’Europa, superando questa specie di circolo culturale che è l’Unione Europea, prima che i singoli stati siano del tutto fagocitati dai tre imperi di USA, Russia e Cina.

    *già Sottosegretario per i BB. e le AA. Culturali

  • Il denaro inerte: l’acqua che non macina

    Già precedentemente era stato affrontato, all’interno di una analisi delle dinamiche economiche e soprattutto in relazione alla mancanza del credito alle imprese, il tema su come fossero cresciuti i depositi in conto corrente degli italiani. Una rilevazione assolutamente allarmante se valutata in rapporto con la continua diminuzione del credito che il sistema bancario, nel suo complesso, ancora oggi destinata alle piccole e medie imprese (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/). A distanza di pochi mesi i dati vengono confermati, amplificando ancora lo scenario anticipato precedentemente ed offrendo una visione più completa. Sempre in rapporto alla crescita dei depositi si rileva come il valore complessivo della ricchezza “parcheggiata” in conto corrente quasi inteso come “denaro inerte o inattivo” raggiunga  ormai nel nostro Paese l’80% del PIL  per circa 1400 miliardi. Un fenomeno comune, per altro, all’interno dell’Unione Europea, ad altre nazioni tanto è vero che in Germania le risorse economiche ferme sui conti correnti raggiungono il 90% del Pil (3.000 miliardi), mentre in Francia addirittura il 92% del Pil per oltre 2.200 miliardi.

    Contemporaneamente si rileva come  da mesi le comunità finanziaria e politica continuino a proporre giustamente la necessità di una trasparenza finanziaria per fornire gli strumenti necessari ai risparmiatori e contemporaneamente promuovere ed agevolare gli investimenti con la positiva  conseguenza di movimentare la statica economia europea. E’ evidente, infatti, come questa ricchezza “che non macina” e che viene lasciata all’interno dei conti correnti non possa assolutamente trasformarsi in un veicolo di crescita in quanto non investita attraverso strumenti finanziari adeguati e trasparenti.

    Al tempo stesso, quando nemmeno una percentuale di tali risorse si trasforma in acquisti di beni di consumo (evidente ulteriore espressione di incertezza relativa al futuro), risulta impossibile, senza neppure il volano di una ripresa dei consumi, qualsiasi ripresa economica.

    In altre parole, mentre ci si preoccupa sempre più della necessità di reperire risorse da investire attraverso la cassa depositi e prestiti o attraverso un aumento della pressione fiscale per fornire i necessari supporti finanziari alla crescita del sistema economico, non si affronta invece il problema relativo al calo dei consumi che dimostra una forte e sempre maggiore diffidenza relativa al futuro prossimo per il  medio/lungo termine dei cittadini dei paesi europei, ed italiani in particolare.

    Nello specifico della situazione italiana, infatti, non risulta ancora assorbita la naturale e conseguente diffidenza nei confronti delle istituzioni bancarie dopo gli scandali delle banche di Ferrara ed Etruria ed il crac della Popolare di Vicenza e Veneto Banca i cui effetti sul rapporto fiduciario risultano drammaticamente catastrofici.

    In più – e questo va assolutamente imputato al sistema bancario, a fronte di questa grandissima liquidità la quale, di conseguenza, dovrebbe avviare un processo di aumento del credito alle imprese stesse che creano occupazione ed economia – il sistema bancario utilizza questa liquidità per acquistare titoli debito pubblico.

    I vari  governi di turno ricambiano attraverso l’imposizione delle transazioni elettroniche così come della  stessa moneta elettronica che rappresentano all’interno di un periodo di notevole liquidità, e quindi con denaro a costo zero o addirittura negativo, una delle principali e residuali fonti di marginalità del sistema bancario stesso. In questo senso, infatti, viene ripagata ed interpretata la pressione che i governi continuano ad esercitare a favore dell’utilizzo della moneta elettronica giustificandola con il progressivo contenimento dell’evasione fiscale (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/10/il-falso-alibi-dellevasione-fiscale/) quando invece la stessa fatturazione elettronica si sta  rivelando un clamoroso bluff  https://www.ilpattosociale.it/2019/10/21/iva-il-fallimento-progettuale-ed-operativo-della-fatturazione-elettronica/).

    La crisi sistemica economica nasce dalla incapacità di valutare le articolate e complesse espressioni del ‘sentiment’ che emergono viceversa evidenti anche dalla crescita esponenziale di una minore  ricchezza prodotta ma tenuta bloccata nei conti correnti. Una scelta condizionata dalla incertezza che a fronte delle sempre minore disponibilità di risorse pubbliche destinate alle spese in conto capitale piuttosto che alla spesa corrente contribuisce alla stagnazione decennale del nostro Paese.

    Va ricordato, infatti, come per quanto riguarda soprattutto l’economia tedesca la crescita dei depositi bancari risulti avvenuta all’interno di un periodo di forte crescita economica, mentre la nostra economia da oltre dieci anni passa da una recessione ad una crescita decimale, di conseguenza l’aumento dei depositi bancari risulta esso stesso un fattore aggiuntivo di recessione economica.

    Il comportamento dei consumatori in una posizione fortemente conservativa dimostrata dal parcheggio sui conti correnti di sempre maggiori risorse economiche meriterebbe una semplificazione fiscale e finanziaria per offrire prodotti di investimento ma anche di semplice risparmio sempre più  chiari e sicuri: una aspettativa  ancora inevasa.

    Viceversa la classe politica governativa quanto il sistema creditizio (le vere cause di questo giustificato sentiment di sfiducia) sono molto attive nel mantenimento di questo duopolio che lega la gestione della sintesi malefica tra spesa pubblica e debito conseguente all’interno del quale interviene successivamente il sistema bancario.

    Come spesso succede viene indicata la luna ma ci si ostina a guardare il dito indicando la quantità di “denaro inerte che non macina” e non le complesse ed articolate cause di questa situazione.

     

    Francesco Pontelli

     

  • Verba volant scripta manent

    Tutte le dichiarazioni dei governi precedenti, a partire dal 2001 in poi, e dei titolari dei dicasteri economici assicuravano come i bilanci dello stato e il progredire del debito pubblico fossero sotto controllo ed addirittura in diminuzione sia nel valore assoluto che in quello percentuale.

    Le parole poi passano mentre i numeri testimoniano il valore delle parole stesse.

    La Germania presenta un rapporto di circa il 69% tra il valore del debito con il Pil e si conferma la prima economia manifatturiera in Europa, quindi il nostro termine di riferimento. A fronte di questi dati tedeschi il nostro paese invece colleziona un inquietante 132,…% nel rapporto debito-PIL e rimaniamo la seconda economia manifatturiera in Europa. Quindi i sessantatre (63!!!) punti percentuali di differenza nel rapporto tra questi due fondamentali parametri economici come debito pubblico e PIL (il cui valore economico va calcolato sul Pil nazionale ovviamente) dovrebbero per forza venire attribuiti sostanzialmente a due causali espressione di responsabilità diffuse delle diverse compagini governative alla guida del nostro paese negli ultimi vent’anni. La prima dovrebbe ovviamente risultare semplicemente da un ipotetico migliore livello di servizi a disposizione dei contribuenti e cittadini italiani rispetto a quelli tedeschi come espressione della maggiore spesa pubblica in rapporto al PIL. Un livello di servizi che si misura sia attraverso la disponibilità di infrastrutture che si trasformano in fattori competitivi per le imprese italiane che attraverso un migliore Welfare State per i cittadini. In tal senso si ricorda come in Germania le autostrade vengano finanziate e mantenute gratuite con risorse pubbliche mentre in Italia il costo dell’autostrada risulta uno dei maggiori fattori anticompetitivi unito alle accise sui carburanti.

    Come logica conseguenza di questo squilibrio tra il valore e gli effetti della spesa pubblica il differenziale percentuale tra i due debiti risulta attribuibile in toto alla pessima gestione della pubblica amministrazione e soprattutto della spesa pubblica (la seconda ed unica causale) la cui gestione viene attribuita a tutti i governi negli ultimi vent’anni anni.

    Inoltre, il deficit infrastrutturale italiano pagato dai contribuenti italiani unito al livello di welfare assolutamente inferiore rispetto alle spese in budget dimostrano le vere finalità della spesa pubblica: il conseguimento, cioè, di vantaggi elettorali e soprattutto servitù elettorali che garantiscano la rielezione delle maggioranze parlamentari che sostengono il governo.

    Si pensi, ma è solo un esempio, alle scellerate assunzioni dei quasi tremila Navigator dell’ultimo governo.

    Da questa semplice analisi dei numeri non suscita alcuna sorpresa se l’Italia risulta essere il paese con il maggiore fattore di incertezza politica (https://www.wallstreetitalia.com/app/uploads/2019/08/indice-768×529.png).

    La crescita di questo fattore determina come inevitabile conseguenza la diminuzione di investimenti soprattutto esteri ed una radicale diminuzione dei consumi, come tutte le statistiche oggettive dimostrano da anni. Con la sempre paradossale conseguenza di assistere ad un incremento dei depositi presso i conti personali (ulteriore certificazione dell’incertezza che blocca i consumi (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/)

    all’interno del sistema creditizio che ha perso la propria funzione istituzionale, cioè finanziare le imprese che creano crescita economica.

    Tutto questo emerge da una semplice analisi di questa tabella e dal confronto tra questi dati economici che dimostrano la responsabilità dei passati governi, nessuno escluso.

  • The price of meddling with Turkish monetary policy gets dearer

    The firing of Turkey’s Central Bank Governor on Saturday takes place in a relatively positive economic context for emerging economies. Still, the heavy-handed interference by President, Recep Tayyip Erdogan in monetary policy appears to be stripping Turkey of economic opportunity, driving prominent members of his political movement to jump ship.
    As the US Federal Reserve and the Bank of England lower interest rates and the European Central Bank braces for the second wave of quantitative easing, institutional investors are once again turning to emerging economies for yield. Carry trade has returned as investors borrow in low yielding western jurisdictions to invest in Brazil, Argentina, Mexico, Indonesia, Malaysia, Colombia, and Turkey.
    Exactly a week ago, Turkey announced plans to sell $1bn dollar-denominated five-year bonds in the fourth bond action of its kind this year. This looked like a good investment, as Turkish dollar-denominated bonds are expected to yield 6.65%, that is, a spread of around 4.9% higher than US Treasuries, which is extremely attractive in a zero or negative yield environment.
    The risk appeared low. Turkey’s inflation rate saw its biggest drop in months in June. Consumer prices increased by “merely” 15.7% in June, year on year, compared with 18.7% in May and 25% in September 2018. But firing the Governor of the Bank of Turkey changes the political calculation.
    Anyone betting on the appreciation of the Turkish Lira lost 2% on Monday and the message is clear: the risk is an erratic politics as much as deteriorating macroeconomic fundamentals. This political risk is weighing more heavily on the image of the government, especially following the resignation of former Economy Minister Ali Babacan from the ranks of the ruling Justice and Development Party (AKP) on Monday.
    The 52-year-old Babacan is a founding member of AKP and made no secret that the firing of the Central Bank Governor was the trigger of this decision. Babacan was the chief negotiator in EU accession talks in the 2000s, the architect of Turkey’s fast-paced economic growth at the time, and well-liked by international investors. He is only the latest in a long stream of high-profile defections, which include former prime minister Ahmet Davutoglu and former President Abdullah Gul, who have taken a back seat in politics. The difference is that Mr Babacan may not be leaving but planning to remain as a political challenger.

  • Tempo reale

    Mai come negli ultimi anni il concetto di “tempo reale” rappresenta il perno di ogni strategia economica, politica e sociale. In particolare nel settore economico-industriale questo concetto di derivazione digitale rappresenta l’evoluzione del “Just in time” che aveva rivoluzionato il processo produttivo negli anni ’90 cercando di sintonizzare quanto più possibile l’offerta di prodotto alla domanda del mercato.

    Il concetto di “tempo reale” è fondamentalmente una logica applicazione proveniente dalla inarrestabile evoluzione tecnologica del mondo digitale inserita all’interno di strategie, queste ultime da intendersi come sintesi di intelligenza umana e conoscenza. In altre parole, al di là dell’importanza del supporto tecnologico che fornisce le necessarie informazioni risulta fondamentale la capacità di analisi ed elaborazione delle medesime.  La digitalizzazione rappresenta, quindi, un supporto fondamentale ma risulta molto più legata ad una innovazione di processo che non ad una innovazione di prodotto, anche inteso nella sua accezione più ampia e quindi anche come strategia economica, “prodotto” della competenza professionale. Risulta, invece, assolutamente inutile, va comunque sottolineato, se tale supporto non venga correttamente utilizzato.

    In questo contesto, allora, mentre in Europa fervono le campagne elettorali e nei singoli Paesi come l’Italia si discute della riduzione dell’IVA sugli assorbenti, ecco che la guerra commerciale che contrappone gli Stati Uniti alla Cina ha comunque avviato un processo all’interno del mondo produttivo ed economico mondiale. Molte aziende internazionali che avevano delocalizzato la propria produzione all’interno della Repubblica cinese, per evitare anche solo l’idea di dover pagare dei dazi per accedere al mercato statunitense, stanno infatti riposizionando le proprie produzioni. Alcune di queste prendono la via dell’Indonesia o del Vietnam, giocando sempre su fattore del basso costo della manodopera. Altre aziende, invece, stanno adottando la politica del reshoring produttivo riportando negli Stati Uniti le produzioni una volta in territorio cinese. In questo secondo caso viene considerato dalle stesse aziende maggiormente vantaggioso il pacchetto costo del lavoro/servizi offerti dalla pubblica amministrazione statunitense ad una politica fiscale incentivante dei singoli stati della federazione.

    In questo contesto ecco come una visione intelligente e strategica sia da parte dell’Unione Europea che del nostro Paese spingerebbe entrambi ad aprire, assieme all’associazione di categoria (Confindustria e Api in accordo con i sindacati), una piattaforma normativa e fiscale per agevolare l’occasione che la guerra dei dazi tra Cina e Stati Uniti sta offrendo e quindi supportare il rientro di aziende manifatturiere all’interno del perimetro nazionale. Avviando in questo modo finalmente una politica di sviluppo economico non basata su una maggiore spesa pubblica (come sempre da oltre vent’anni finanziata a debito) ma attraverso riallocazioni produttive, le uniche che possano assicurare livelli di occupazione e retribuzioni medio alte e di conseguenza un concreto aumento della domanda interna di beni e servizi.

    Viceversa, l’intera classe politica italiana ed europea dimostrano ancora una volta la propria inettitudine per l’incapacità di cogliere le opportunità che anche una situazione di crisi geo politica come quella che contrappone i due colossi Stati Uniti e Cina possa offrire. Dimostrando, in questo modo, come anche il supporto digitale da solo non possa contribuire a supportare alcun beneficio se non accoppiato ad una capacità intellettiva della classe politica e dirigente. L’evoluzione tecnologica rappresenta, infatti, un fattore fondamentale come supporto all’elaborazione di strategie offrendo la possibilità di analisi in “tempo reale”. Di certo, però, non può sostituirsi alla assoluta incompetenza, espressione di tempi assolutamente “pre analogici” che il governo in carica come la stessa Unione Europea esprimono senza vergogna avendo eletto la propria incompetenza ad espressione di virtù.

  • Debito pubblico… la rinegoziazione… il consolidamento…

    Rinegoziare un debito risulta quasi sempre possibile partendo dal riconoscimento di solvibilità attribuita al debitore da parte del creditore. La rinegoziazione si pone il doppio obiettivo di offrire uno scenario futuro migliore alleggerendo gli obblighi attuali al debitore per rientrare nel proprio impegno finanziario come all’istituto di credito a fronte di un allungamento dei tempi di rientro per un aumento dei propri margini derivanti dalla gestione del credito.

    In altre parole, non esiste nel mondo reale alcuna rinegoziazione che non preveda un aggravio dei costi per il sottoscrittore e contemporaneamente un aumento dei margini o perlomeno l’inserimento di una nuova garanzia a tutela del creditore. Questo avviene nel mondo reale e questo viene assolutamente disconosciuto, se non addirittura negato, quando il sindaco di Roma afferma come la rinegoziazione del proprio debito comunale non presenti nessun costo aggiuntivo.

    Le condizioni principali relative ad un debito sono essenzialmente identificabili con l’entità della rata legata al fattore tempo di rientro. Tuttavia non si può non considerare anche l’aspetto della garanzia che viene fornita all’istituto di credito stesso. Nel caso dell’indegno debito romano, a differenza di quanto afferma  un imbarazzante sindaco in carica, la rinegoziazione riguarderà non  solo le condizioni per il parziale rientro (o quantomeno il pagamento degli interessi) ma anche l’utilizzo per esempio della Cassa Depositi e Prestiti come ulteriore garanzia fornita all’istituto di credito per allungare i tempi. In questo sostanzialmente si tradurrà l’impegno da parte del governo relativamente al debito della città di Roma. Quindi, ancora una volta, verranno scaricati sui risparmiatori italiani (la CdP è finanziata dai risparmiatori delle Poste) ulteriori oneri in forma di una garanzia ulteriore per il debito capitolino.

    Alle risibili affermazioni del sindaco di Roma si aggiungono le altrettanto farneticanti “soluzioni innovative” relative ad una possibile rinegoziazione del debito pubblico italiano come ad un suo eventuale consolidamento. Si ricorda in tal senso come con il termine “consolidamento” si intenda di fatto annullare parzialmente o in toto  il valore nominale del titolo di debito ed azzerare la stessa funzione di garanzia che i titoli del debito pubblico esercitano. La sola idea rappresenta una follia già proposta alla fine degli anni 80 dall’allora ministro De Michelis a fronte delle esplosioni del debito pubblico tra 1988 e 1991 nato dall’accordo politico tra Craxi, Andreotti e Forlani nel quale venivano centralizzati tutti i disavanzi degli enti pubblici locali. Una scelta tanto disastrosa quanto irresponsabile da portare il nostro Paese alla crisi finanziaria del 1992 con il prelievo forzoso del 6 per mille del governo Amato.

    Un’idea, allora quanto oggi, espressione di un’assoluta ignoranza sulle complesse valutazioni del mondo finanziario che sottendono ogni nuovo finanziamento del debito pubblico di un Paese come l’Italia. La sola idea di una simile operazione per  l’Italia ora, alla quale nessuno chiede di rientrare nel debito ma perlomeno di  riequilibrarlo di fronte ad un PIL che non cresce, manderebbe tutti i mercati finanziari nel panico e farebbe schizzare lo spread a Quota Mille. Se poi questi “innovatori finanziari” della rinegoziazione inserissero anche un ritorno alla Lira la catastrofe finanziaria sarebbe totale ed assoluta.

    Tornando, quindi, alla rinegoziazione del debito in termini generali il sindaco di Roma, che ovviamente non ha la responsabilità della massa assoluta del debito (la quale va equamente attribuita ai sindaci precedenti Veltroni, Rutelli, Alemanno e Marino) dimostra tuttavia di essere perfettamente in linea, per quanto riguarda la mancanza di conoscenza della gestione di un debito, con gli stessi “innovatori” che ispirano la politica economica del governo attuale.

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