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Le lacune lessicali

Nel forbito lessico della classe politica e dirigente italiana, sempre infarcito di inglesismi (nonostante la Brexit), sono due i termini mai uditi, anche solo per una timida apparizione. Contemporaneamente si resta nella sostanziale assenza di una vera politica industriale in quanto la digitalizzazione interviene all’interno di asset esistenti migliorandone le performance, mentre altri dovrebbero essere gli atti di una politica economica anche in tema di fiscalità di vantaggio con l’obiettivo di favorire gli investimenti industriali, specialmente se provenienti da soggetti esteri.

In questo contesto, invece, addirittura si propongono progetti di legge contenenti norme espressione di una ideologia che penalizzerebbe (il condizionale viene usato auspicando un ripensamento di tali dotti politici) con sanzioni quelle aziende (molto spesso espressione di gruppi esteri) che delocalizzassero all’estero le produzioni allocate ora nel nostro territorio.

In questo modo, allora, il nostro Paese verrebbe reso ancora meno attrattivo (di quanto ora già non lo sia) per gli investimenti esteri ma anche nazionali: ancora una volta, infatti, emerge l’intenzione di intervenire allestendo un quadro normativo a valle della stessa  complessa organizzazione  (attraverso una penalizzazione) e non invece a monte della stessa (attraverso diverse forme di  incentivi), dimostrando così  lacune in termini di politica economica ed industriale decisamente  imbarazzanti (https://www.ticinolive.ch/2021/08/22/italia-prevenzione-delle-catastrofi-naturali-un-approccio-suicida/).

In un contesto nel quale, ancora oggi, il nostro Paese si trova all’interno di una difficile ripresa economica con spunti problematici di inflazione.

Quindi, invece di fornire mezzi e strumenti per riportare il sistema economico ad un livello occupazionale con valori pre-covid (forse l’unico vero indicatore di benessere complessivo) ci si dimostra distratti da una ideologia di transizione ecologica che esclude ogni analisi approfondita sulle reali motivazioni dei cambiamenti  climatici, specialmente per quelli attribuiti alle attività dell’uomo e dei vettori (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linquinamento-ideologico/).

Tornando, allora, alle lacune lessicali della nostra classe governativa ed accademica si rileva che termini come onsharing e nearsharing applicati al settore produttivo non abbiano mai fatto capolino nelle dotte discussioni riportate dai verbali del parlamento e negli innumerevoli interventi televisivi di esponenti governativi o della maggioranza parlamentare, ad ulteriore conferma del deserto progettuale e strategico italiano ma anche europeo.

Questi due termini, invece, rappresentano una parte importante del programma di ripresa economica dell’amministrazione statunitense del Presidente Biden (Joe Biden si ricorda del partito democratico). All’interno, infatti, della complessa strategia statunitense con il termine ONSHORING si intende una politica di sostegno economico e fiscale alle aziende che investano in siti di produzione all’interno del territorio nazionale (On), in Italia si direbbe ‘investire e tutelare la complessa filiera espressione del  Made in Italy’ (05.03.2020 https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

Viceversa con il termine NEARSHORING viene indicato l’obiettivo strategico di favorire gli investimenti produttivi in territori vicini e magari confinanti (Near) al vasto territorio degli Stati Uniti. All’interno di una italica trasposizione si parlerebbe di politiche a sostegno di investimenti produttivi all’interno dei paesi dell’Unione Europea, come le riallocazioni di produzioni ora nel Far East.

Alle lacune lessicali dimostrate dall’intera classe politica ed accademica ovviamente si aggiunge anche quella relativa agli obiettivi da conseguire con questa strategia dell’amministrazione statunitense.

Il primo è rappresentato sia dalla volontà di ottenere una veloce e progressiva riduzione della dipendenza di filiere industriali statunitensi dalle importazioni cinesi quanto di riorganizzare la supply chain abbreviandone il perimetro d’azione e di conseguenza i tempi (1). Un traguardo economico ma soprattutto strategico finalizzato anche a sostenere la politica estera Made in Usa, specialmente all’interno di un sistema di relazioni internazionali in forte tensione e con una crescente contrapposizione tra i due blocchi Stati Uniti- Inghilterra-Australia (AUKUS) ed il colosso cinese.

Ovviamente last but not least si intende ottenere un altrettanto importante obiettivo, cioè di aumentare le occasioni di occupazione stabile che solo il settore industriale sa assicurare: ed ecco chiaro anche il secondo traguardo dell’amministrazione Biden.

Mai come ora, tornando alle nostre latitudini, queste lacune lessicali della nostra classe politica e governativa si dimostrano come espressione di veri e propri vuoti concettuali privi di contenuti strategici ed operativi molto preoccupanti per le sorti della nostra economia e del nostro Paese.

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