Made in Italy

  • Gardini: serve un’Europa più equa e più giusta

    Dal 2008 e parlamentare europea, una storia politica legata a Forza Italia, con la quale è stata eletta anche alla Camera dei Deputati, e una artistica in cui ha calcato tanti palcoscenici teatrali e televisivi italiani. Elisabetta Gardini, dopo il difficile addio al suo partito a causa dell’estrema confusione politica in cui Forza Italia ultimamente si sta dibattendo, si candida alle prossime Elezioni europee del 26 maggio con Fratelli d’Italia e in Europa, se eletta, siederà tra le file dei Conservatori e Riformisti europei (ECR).

    On. Gardini, lei è una parlamentare di esperienza, quali sono i risultati che non ha potuto raggiungere e quali invece gli obiettivi che è riuscita a portare a buon fine?

    In 11 anni di lavoro a Bruxelles il mio impegno è stato costante, appassionato e convinto. Mi sono sempre schierata dalla parte dell’Italia, dei nostri cittadini, delle nostre imprese e del Made in Italy.

    Questo mi ha permesso di vincere molte battaglie di cui sono orgogliosa. Ho portato a casa risultati concreti per le nostre piccole e medie imprese (penso alla soddisfazione di aver finalmente dato accesso al mercato unico a tutti i fertilizzanti, fiore all’occhiello della produzione del nostro Paese), o per i nostri pescatori. Con le associazioni dei malati mi sono battuta per facilitare e accelerare l’accesso alle cure mediche innovative, soprattutto per quanto riguarda i tumori e le malattie rare. Da relatrice ho lavorato al meccanismo della Protezione Civile ispirandomi al modello italiano e alla guida di Giuseppe Zamberletti. Puntando sulla prevenzione. Adesso c’è uno stanziamento di 28 miliardi di euro per la messa in sicurezza dei territori. L’Italia dovrà aggiudicarsene una buona parte per avere dei territori resilienti e ridare al contempo slancio alla nostra economia.

    Ma tutto questo non basta. La nostra cara vecchia Europa si merita una Unione Europea profondamente diversa, una Unione Europea dei popoli e delle nazioni, che metta fine a questa Europa dei burocrati, così distante dai reali bisogni di persone, famiglie e imprese

    Quali sono secondo lei i difetti del Gruppo Popolare e come è possibile conciliare gli interessi nazionali con i più vasti interessi europei?  È stato proprio il Consiglio europeo, dove siedono e decidono i capi di Stato e di governo, ad avere impedito, nel passato, alcune decisioni importanti quali la normativa per la denominazione d’origine dei prodotti extra UE e la revisione vera degli accordi di Dublino per l’immigrazione. E i governi italiani si stanno dimostrando troppo deboli o troppo impreparati sui vari dossier…                              

    Nel PPE gli interessi della Germania prevalgono su quelli degli altri Paesi. Inoltre, c’è il problema delle alleanze: il PPE è un partito di centro destra ma troppe volte si è snaturato prendendo posizioni incoerenti sia con i suoi valori sia con la sua visione dell’economia a causa dell’alleanza con i socialisti. Per la prossima legislatura, mi auguro che il PPE riveda la sua strategia di coalizione. In questo contesto, il peso di Fratelli d’Italia sarà fondamentale nel gruppo dei Conservatori.

    Certamente la buona riuscita della difesa degli interessi nazionali dipende anche dall’azione dei governi. Non solo la denominazione d’origine e il trattato di Dublino, ma anche la storica battaglia sul Made In, di cui Cristiana Muscardini è stata protagonista, è stata vinta dal Parlamento e poi bloccata dal Consiglio. È vero che l’assenteismo e l’impreparazione che talvolta hanno caratterizzato il lavoro dell’Italia non aiuta. Penso alla battaglia persa sull’agenzia del farmaco (che a causa della Brexit ha lasciato Londra) che era ad un passo dall’essere assegnata a Milano. Penso a Sandro Gozi che, essendo stato sottosegretario agli affari europei, avrebbe dovuto fare gli interessi dell’Italia, e invece ora è candidato alle europee in una lista bloccata con Macron.

    Quali obiettivi si prefigge di raggiungere nella prossima legislatura?

    Serve un’Europa giusta ed equa, basta al dominio di Francia e Germania che utilizzano le istituzioni per fare i propri interessi. In questo gioco al massacro chi ci rimette di più è proprio l’Italia: sono le nostre eccellenze che subiscono più danni. Dobbiamo mettere mano alle disparità che ci sono in tema di lavoro, di tassazione, di paradisi fiscali, tutti elementi che creano concorrenza sleale all’interno della stessa Unione Europea. Queste devono essere le priorità. Senza queste modifiche l’Europa non può sopravvivere!

    Diciamo sempre che vogliamo rafforzare il sistema paese: la prima cosa che farò se sarò rieletta sarà farmi promotrice di una lettera che chiederò ai colleghi italiani di sottoscrivere al governo per richiedere il raddoppio della rappresentanza permanente italiana a Bruxelles dei funzionari italiani. Sono loro che lavorano sui temi oggetto di decisione in Consiglio, sono loro che difendono l’Italia. Non è possibile che Francia e Germania abbiano il doppio del nostro personale per difendere gli interessi nazionali!

    Con il gruppo ECR ha lavorato solo nelle ultime settimane di legislatura del Parlamento europeo dopo l’addio a Forza Italia e al PPE. Che clima lavorativo e collaborativo si aspetta di trovare in una prospettiva quinquennale?

    Ho lavorato molto con gli inglesi dell’ECR fin dal 2008: loro ancora stavano nel PPE e li conosco da allora. Ci fu subito un rapporto di grande collaborazione. Del resto avevamo molto in comune: erano critici su quello che l’Europa era diventata, a differenza del resto del PPE.

    Per questo nel 2009 sono usciti e hanno dato vita alla famiglia dei Conservatori Riformisti. Come detto prima, il ruolo dell’ECR sarà strategico perché farà da ponte tra il partito popolare (che, ricordiamolo, è una formazione politica di centro destra ) e quello che si formerà alla destra del Parlamento. Per cambiare tutto in Europa è fondamentale porre fine all’alleanza tra popolari e socialisti e creare, invece, un’autentica alleanza di centro destra.

  • L’Europa deve proteggere meglio i propri prodotti e produttori agricoli

    Tra le molte iniziative che l’Italia dovrebbe prendere nel futuro Parlamento europeo vi sono anche quelle legate alla tutela dei prodotti alimentari, sia come garanzia per i consumatori che per rispetto dei produttori. Bisognerebbe ad esempio definire che la parola formaggio si riferisce solo a un prodotto che nasce direttamente dal latte, latte che dovrebbe essere tracciato in maniera più trasparente. Oggi molti formaggi, anche prodotti in Italia, derivano da latte non italiano o da prodotti ricavati dal latte (caglio) che possono destare serie perplessità rispetto ai modi coi quali sono stati prodotti. Il finto made in Italy rimane uno dei gravi problemi europeo e mondiale e troppe multinazionali riversano in Italia un latte di provenienza non definita. Se è vero che il 40% del latte consumato in Italia è un latte indistinto, come sostiene la Coldiretti. Se del latte è indistinta la provenienza, di conseguenza è indistinta la provenienza di ciò che è alla base del formaggio, cioè proprio il latte. L’Italia produce 110 milioni di quintali di latte e ne importa 86 milioni, la conseguenza di questa importazione, oltre alla mancata garanzia circa la provenienza, significa per l’Italia una perdita di 17mila mucche e 1200 occupati in agricoltura. Dal 2007 un allevamento italiano su 5 è stato chiuso e sono stati persi 32mila posti di lavoro. Se pensiamo inoltre che circa la metà dei nostri allevamenti di mucche da latte è in zone collinari, montane o svantaggiate, comprendiamo bene come l’aumento dell’importazione di latte da altri Paesi, con conseguente perdita di allevamenti italiani, comporta anche l’abbandono di aree collinari o svantaggiate con i conseguenti disastri ambientali e territoriali che ben conosciamo. Mentre da un lato il consumo di latte anche quando è in aumento rimane comunque stabile, il prezzo continua a calare rendendo quindi per gli agricoltori onesti più difficile continuare nell’attività.

    Oltre al problema latte, vi è il problema delle agromafie, il cui business supera i 24 miliardi, secondo un rapporto di Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità presentato il 14 febbraio 2019. Se a questa cifra si aggiunge l’italian sounding sembra si arrivi a un valore sui 130 miliardi, tre volte superiore a quello del nostro export, a dire del presidente di Coldiretti. Se la Ue non deciderà di avere un Osservatorio sulla qualità e sicurezza dei prodotti, per monitorare e contrastare le agromafie, il problema esploderà non solo dal punto di vista economico ma anche sanitario. Bisogna eliminare il segreto sui flussi commerciali per rendere finalmente trasparente i nomi delle imprese che importano le materie prime dall’estero, infatti solo nel 2017-18 vi è stato un aumento del 58% delle frodi che hanno coinvolto diversi prodotti (dal vino al pomodoro).

    La lotta alle ecomafie passa anche da un migliore sistema di distribuzione e da un diverso e più efficace controllo dei container che arrivano nei porti.

    L’Europa sembra abbia intrapreso la strada di contrastare i monopoli che acquistano per conto della grande distribuzione strozzando i produttori agricoli, ma la strada è ancora lunga e ci sembra che, salvo rare eccezioni, le forze politiche e i candidati al Parlamento europeo siano poco interessati a prepararsi per la prossima legislatura attraverso una conoscenza reale dei problemi e un progetto che, al di là delle appartenenze partitiche, difenda e sostenga il sistema Italia in agricoltura.

  • La filiera T/A tra export oriented ed e-commerce: sterili strategie

    Il nostro sistema industriale ha dovuto sopportare il peso ed i costi delle improduttività della pubblica amministrazione ai quali molto spesso ha ovviato nel corso degli anni 80 e 90 con la svalutazione competitiva. Nell’ultimo ventennio, invece, amplificandosi tali diseconomie legate alla pubblica amministrazione, il tentativo di mantenere in equilibrio il sistema industriale viene ricercato anche attraverso la compressione dei costi di produzione molto spesso trasferendo parte della stessa all’estero (TPP), strategia supportata dalla mancanza di una articolata normativa che sia in grado di tutelare l’articolata filiera espressione del made in Italy, come una recente ricerca giornalistica ha ancora una volta dimostrato (https://made-to-measure-suits.bgfashion.net/article/16242/65/Why-the-Italian-fashion-factories-go-bankrupt). Tale strategia del sistema industriale, assolutamente legittima, tuttavia ha sempre posto in secondo piano l’attenzione per il mercato e la domanda e quindi la disponibilità economica degli stessi consumatori italiani, quest’ultimi di competenza della classe politica e dirigente. In particolar modo per il sistema tessile abbigliamento ci se è illusi che la crescita internazionale potesse mantenere in equilibrio il sistema complessivo. In altre parole, si sperava che la forte capacità delle nostre imprese export oriented potesse sopperire al continuo calo della domanda interna legata ad una disponibilità economica sempre minore combinata ad una compressione della propensione al consumo, espressione cristallina dell’incertezza politica del nostro paese, come dimostrano l’aumento in 10 anni dei depositi bancari del 75% (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/).

    I terribili dati relativi al primo trimestre 2019 indicano come la domanda interna per quanto riguarda l’abbigliamento risulti in flessione del -8,1% e come oltre un terzo delle aziende intenda ricorrere alla cassa integrazione per far fronte a questa drastica diminuzione dei consumi. Questi dati dimostrano essenzialmente come fosse miope ed assolutamente illusoria la sola visione che individuasse nella salvezza del settore l’unica strategia export-oriented. Al tempo stesso risulta  altrettanto banale quanto superficiale individuare e giustificare la crisi del dettaglio indipendente solo ed esclusivamente legato all’e-commerce, quindi per questo quasi accettata  in quanto considerata espressione dell’innovazione tecnologica applicata alla distribuzione e perciò inevitabile secondo buona parte del mondo politico ed economico.

    La crisi politico-istituzionale che si trascina nel nostro Paese dal momento della crisi del 2008 lo sta portando al collasso economico. In questo senso infatti va considerato il paradosso del costante (e per questo indice di una sempre maggiore insicurezza) aumento dei  depositi bancari legato viceversa ad una diminuzione dei consumi e del denaro circolante. In più, in questo incredibile corto circuito economico nel quale la ricchezza prodotta non viene più messa in circolo e di conseguenza non diventa essa stessa veicolo di sviluppo esiste ancora chi pensa ad una ulteriore riduzione del contante per combattere l’evasione fiscale. Ulteriore conferma dell’assoluto distaccamento tra l’economia percepita da parte della classe politica e quella reale vissuta quotidianamente dagli operatori economici.

    La responsabilità di tale corto circuito economico nel quale la ricchezza prodotta non viene utilizzata per ricreare a sua volta nuova ricchezza a cascata (effetto leva) ma solo come strumento difensivo attraverso il deposito bancario va interamente imputata alla classe politica e dirigente.

    La prima dimostra giorno dopo giorno la propria incompetenza in ambito economico e politico giovandosi della irresponsabilità che il mandato elettorale regala. La seconda completamente lontana dal sentiment dei consumatori da non prevedere tale situazione e tanto meno pensare a soluzioni per invertire questo trend.

    Ancora una volta i dati economici dimostrano come la crisi del nostro Paese non sia economica ma soprattutto culturale.

     

  • Italia verso l’autarchia nella produzione di riso

    L’obbligo di indicare l’origine in etichetta farà aumentare le semine di riso Made in Italy per circa 3500 ettari nel 2019, secondo quanto emerge da una analisi della Coldiretti divulgata in occasione della presentazione dell’iniziativa “Abbiamo riso per una cosa seria” organizzata insieme alla Focsiv a favore dell’agricoltura familiare in Italia e nel mondo.

    A un anno dall’entrata in vigore, nel febbraio 2018, dell’obbligo di indicare la provenienza in etichetta, la coltivazione di riso in Italia riguarderà 220.670 ettari  (secondo l’ultimo sondaggio dell’Ente Risi a marzo), in controtendenza rispetto agli ultimi tre anni, che hanno portato a perdere quasi 20.000 ettari di superfici seminate a riso (già nel 2018 le importazioni di riso straniero sono crollate del 24%, scendendo a 180 milioni di chili, secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat).

    In Europa l’Italia è il primo produttore di riso con 1,40 milioni di tonnellate su un territorio coltivato da circa 4mila aziende che copre il 50% dell’intera produzione Ue con una gamma varietale del tutto unica. Alla valorizzazione della produzione nazionale ha contributo anche lo stop all’invasione di riso asiatico nell’Ue, tramite i dazi imposti da metà gennaio 2019 sulle importazioni provenienti da Cambogia e Birmania/Myamar (quest’ultima ritenuta peraltro responsabile di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione Rohinya, una minoranza etnica di religione musulmana).

    Nel dettaglio sono previsti dazi solo sul riso Indica lavorato e semilavorato per un periodo non superiore a tre anni, con un valore scalare dell’importo da 175 euro a tonnellata nel 2019, a 150 euro a tonnellata nel 2020 fino a 125 euro a tonnellata nel 2021 ma è possibile una proroga ove sia giustificata da particolari circostanze. Secondo i primi dati aggiornati alla fine di marzo della Commissione Europea, i numeri dimostrano che la clausola di salvaguardia inizia a fare effetto. Le importazioni di semilavorato e lavorato da Cambogia e Myanmar nel mese di marzo in Europa sono calate di 24mila tonnellate (16.000 a fronte delle 40.000 registrate a febbraio e delle 54.000 tonnellate di gennaio).

    Si tratta di una esperienza che dimostra l’importanza della trasparenza dell’informazione ai consumatori per salvare il consumo di suolo in un Paese come l’Italia dove nel 2019 sono scomparsi 100mila ettari di terra coltivata, pari alla superficie di 150mila campi da calcio, a causa del consumo di suolo e della cementificazione ma anche del mancato riconoscimento del lavoro degli agricoltori e dei bassi prezzi pagati per i prodotti agricoli nazionali per la concorrenza sleale delle importazioni low cost di prodotti dall’estero.

  • Coldiretti spaventata dai dazi di Trump

    Coldiretti e Filiera Italia lamentano che i dazi (per 11miliardi di dollari) che gli Usa meditano di introdurre nei confronti dell’Unione Europea comprendono anche importanti prodotti agricoli e alimentari di interesse nazionale come i vini, tra i quali il Prosecco ed il Marsala, formaggi, ma anche l’olio di oliva, gli agrumi, l’uva, le marmellate, i succhi di frutta, l’acqua e i superalcolici tra gli alimentari e le bevande colpite.

    Nel mirino di Donald Trump in particolare è finita, secondo Coldiretti e Filiera Italia, circa la metà (50%) degli alimentari e delle bevande Made in Italy protagoniste di Tuttofood, la World Food Exibition alla Fiera di Milano dal 6 al 9 maggio.

    Gli Usa, ricorda lo studio di Filiera Italia e Coldiretti, sono il principale mercato di sbocco dei prodotti agroalimentari Made in Italy fuori dai confini comunitari. Se con un valore delle esportazioni di 1,5 miliardi di euro nel 2018 il vino è il prodotto Made in Italy più colpito, in pericolo ci sono anche altri prodotti simbolo dell’agroalimentare nazionale a partire dall’olio di oliva con le esportazioni che nel 2018 sono state pari a 436 milioni, ma ad essere minacciati sono anche i formaggi italiani che valgono 273 milioni. E’ il caso del Pecorino Romano con gli Usa che rappresentano circa i 2/3 del totale export mentre per Grana Padano e Parmigiano Reggiano gli Usa sono il secondo paese per importanza, dopo la Germania.

  • I brand del Made in Italy hanno aumentato il loro valore del 14%

    Il valore del marchio “Made in Italy” continua la sua crescita a doppia cifra anno dopo anno, grazie a una solida presenza sulla scena mondiale. È quanto emerge dalla classifica BrandZTM Top 30 Most Valuable Italian Brands 2019 stilata da WPP e Kantar, secondo cui i marchi italiani hanno aumentato il loro valore del 14% negli ultimi 12 mesi raggiungendo i 96,9 miliardi di dollari, nonostante il clima di incertezza economica e politica.

    Gucci si distingue come il marchio italiano di maggior valore e in maggiore crescita, raggiungendo i 24,4 miliardi di dollari di brand value, valore in crescita del 50% rispetto allo scorso anno. Tra i primi 5 marchi della classifica si trovano TIM, con 9,41 miliardi di dollari di valore complessivo, Enel (7,94 miliardi di dollari), Kinder (6,79 miliardi di dollari) e Ferrari (4,75 miliardi di dollari). Altri quattro brand presenti nella Top 30 hanno visto crescere il valore del loro brand di oltre il 20%. Si tratta di Ferrari (+36%, 4,75 miliardi di dollari), Fiat (+23% con 1,39 miliardi di dollari), Campari (+23% con 591 milioni di dollari) e Fendi (+22% con 1,88 miliardi di dollari). La novità della Top 30 italiana del 2019 è Fastweb (27° in classifica con un valore di 891 milioni di dollari), brand percepito dai consumatori come particolarmente innovativo nel settore delle telecomunicazioni grazie alle sue connessioni veloci e alle offerte trasparenti per i consumatori.

    L’analisi di Kantar ha confermato la presenza eccezionalmente forte dei marchi italiani sulla scena mondiale, con dieci brand nella Top 30 che presentano un’esposizione oltre confine superiore al 90% (come combinazione di fatturato, volumi venduti e profittabilità). Questo approccio internazionale nella costruzione del marchio consente di ampliare la base di clienti potenziali, di diversificare il rischio e di capitalizzare la crescita in mercati in rapido sviluppo. Il Brand Italia in questo senso è un ulteriore valore aggiunto anche grazie al patrimonio, all’autenticità e allo stile di vita associati a molti marchi.

    BrandZ ha inoltre evidenziato che i brand con esposizione oltre confine superiore al 50% hanno aumentato il valore del marchio di circa il 20% anno su anno, mentre il valore di quelli con una presenza all’estero inferiore è rimasto invariato.

    L’Innovazione in Italia è il principale fattore di crescita per il brand. I marchi percepiti come fortemente innovativi hanno aumentato il loro valore del 17% rispetto a una crescita dell’1% dei brand che lo sono meno. Rispetto ad altre classifiche europee di BrandZ, come quella francese, tedesca o inglese, i brand nella Top 30 italiana risultano particolarmente in salute con buoni riscontri in tema di brand purpose, innovazione, comunicazione brand experience e brand love.

  • Made in Italy: il valore ancora oggi sconosciuto

    Sembra incredibile come i medesimi errori strategici ed operativi commessi dalle compagini governative precedenti vengano riproposti in forme e contenuti analoghi dagli attuali responsabili governativi dello sviluppo economico. In altri termini, al di là delle convinzioni e degli schieramenti politici, la storia dei precedenti fallimenti risulta passata inutilmente invece di offrire un termine di paragone per le elaborazioni delle strategie future.

    Una delle più ridicole iniziative dei passati  governi trovò la propria massima espressione nella ideazione e proposta del terribile logo “Italian Taste”, attribuibile interamente alla “cooperazione intellettuale” degli allora ministri Calenda e Martina (https://www.ilpattosociale.it/2018/05/10/made-in-italy-lennesima-sconfitta/). Una iniziativa frutto della incompetenza dei ministri pari solo alla proposta di legge dell’ex ministro Fedeli definita “Italian Quality”.

    In altre parole, ignorando bellamente ogni riferimento reale al mercato, e quindi con esso ignorate le aspettative dei consumatori globali, venne creato un marchio che secondo le univoche opinioni dei responsabili dei Brand mondiali al fine di ottenere un minimo di visibilità avrebbe richiesto un ulteriore investimento di circa quattro miliardi. Per fortuna queste sciagurate iniziative (come la legge proposta dal ministro Fedeli e dal parlamentare del PD Mucchetti) finirono nell’oblio risparmiando ai loro ideatori la responsabilità di spiegarne il ridicolo fallimento.

    Viceversa, ora il governo in carica, sempre nell’illusione di favorire le esportazioni dei prodotti italiani, abbraccia l’idea di creare un nuovo “logo” da affiancare al già noto “Made in Italy” con l’illusione di creare valore e fornire impulso alle nostre esportazioni. Francamente sorge il dubbio se questi illuminati esponenti governativi attuali, come quelli dei precedenti governi, abbiano mai avuto occasione di relazionarsi con i compratori esteri (i buyer per intenderci) e se magari con loro  abbiano mai scambiato delle opinioni relative ai plus che il consumatore estero riconosce ai nostri prodotti ed assolutamente identificabile con uno dei più riconosciuti Brand del mondo: Made in Italy.

    Nel caso alla compagine governativa risultasse ignoto, innanzitutto i compratori esteri delle eccellenze italiane definite per comodità ‘delle 4 A’ (1.Tessile-abbigliamento-calzaturiero-pelletteria, 2. Agro alimentare 3. Arredamento 4. Automazione-meccanica-gomma-plastica) richiedono, ma al tempo stesso pretendono, che i nostri prodotti risultino nella loro evoluzione produttiva (la fiera produttiva da monte a valle per intenderci) l’espressione delle diverse professionalità e know-how industriali che contribuiscono alla realizzazione del prodotto finale. In altre parole i prodotti diventano espressione della cultura contemporanea italiana ed espressione del tanto apprezzato Italian way of life.        

    Inoltre gli stessi operatori internazionali stigmatizzano fortemente qualsiasi nuova iniziativa che vada a sovrapporsi o peggio a sporcare quello che loro ritengono il principale Brand di comunicazione complessa sul mercato: Made in Italy. 

    Per cui, tornando alle ridicole iniziative di governi precedenti e che ora vengono riproposte dalle medesime professionalità al governo possiamo solo constatare che la storia non insegna niente e soprattutto non esiste nessuna capacità di apprendere dalla stessa.

    L’Italia è l’unico paese che rappresenta e soprattutto viene rappresentato nelle sue eccellenze attraverso un unico Brand come il Made in Italy. Rappresenterebbe una scelta suicida e frutto di una pericolosa superficialità affiancare a questo Brand di livello mondiale, alla cui forza hanno contribuito le innumerevoli imprese e professionalità che partecipano alle diverse filiere produttive,  altre iniziative espressioni di mediocri competenze ma soprattutto di una mancanza assoluta di conoscenza del mercato attuale e della sue prossime evoluzioni. Un mercato globale nel quale la comunicazione compulsiva alla quale contribuiscono anche i social media determina non poco a disorientare il consumatore e nello specifico l’introduzione di un nuovo logo in affiancamento al Made in Italy risulterebbe un ulteriore elemento di incertezza e confusione.

    La storicità di un brand come il Made in Italy rappresenta invece un valore economico e commerciale per gli operatori economici come conseguenza del valore di sicurezza che esercita per i consumatori. Emerge evidente a chiunque abbia contribuito alla elaborazione delle diverse strategie per la certificazione normativa (di competenza europea) e consolidamento della filiera a monte del made in Italy come le attuali soluzioni alternative proposte dal governo in carica, come dai precedenti, risultino espressione di una incompetenza imbarazzante. Ennesima conferma di un mix pericoloso tra mancanza di riferimenti con il mercato e supponenza dal quale scaturiscono  iniziative legislative che danneggiano la reputazione e la credibilità di un dei principali brand quale è il Made in Italy, il cui valore rimane a tutt’oggi per lo più sconosciuto nelle proprie potenzialità in un mercato globale.

  • Agricoltura: l’Italia cede il passo all’innovazione

    L’Istat ha recentemente diffuso per la prima volta una stima preliminare dell’andamento del settore agricolo nel suo insieme per l’anno appena trascorso. Nel 2018 la produzione dell’agricoltura è aumentata dell’1,5% in volume. Una crescita buona si è registrata per alcune produzioni da coltivazioni arboree, in particolare vino (+14,3%) e frutta (+1,4%). Tra le coltivazioni erbacee gli aumenti più rilevanti risultano quelli delle piante industriali (+7,0%), delle coltivazioni cerealicole (+3,5%) e degli ortaggi e i prodotti orticoli (+2,1%).

    Nonostante questi dati incoraggianti, l’Italia rimane ancora arretrata per quanto riguarda l’innovazione e l’uso di nuove tecnologie nell’agricoltura. In Europa, nell’innovazione agricola, la leadership è dei Paesi Bassi, seguiti da Belgio, Germania e Danimarca. L’Italia si colloca soltanto a metà classifica. Questo è il quadro sull’innovazione nel settore agroalimentare italiano secondo l’Agrifood Innovation Index, che Nomisma ha presentato a Roma in un incontro organizzato dall’Associazione Luca Coscioni e Science for Democracy.

    I risultati dello studio sono riassunti in un indice, appunto, monitorabile nel tempo e che misura (da 0 a 100) il grado di innovazione del settore primario italiano sulla base dei dati di performance produttiva e ambientale delle imprese agricole. L’indice, che mette a sistema indicatori di produttività delle colture e degli allevamenti e indicatori di sostenibilità ambientale, assegna il primo posto all’Olanda con 88 punti, seguono il Belgio e la Germania con 62, la Danimarca con 56 e, quindi, l’Italia con i suoi 49 punti.

    Secondo Nomisma, a penalizzare l’agricoltura italiana sono diversi fattori: solo il 15% dei nostri agricoltori ha meno di 44 anni e solo il 6% ha una formazione agraria completa. Con un valore di produzione di circa 43mila euro, inoltre, le imprese agricole italiane hanno una dimensione economica tre-quattro volte inferiore rispetto a quelle in Regno Unito, Francia o Germania. Siamo anche agli ultimi posti per investimenti in ricerca e sviluppo: spendiamo solo lo 0,52% del Pil, rispetto a una media Ue dello 0,72%. La spesa pubblica in Italia per l’R&D in agricoltura è di appena 4,5 euro a persona, rispetto ai 20,2 euro dell’Irlanda.

    “All’Italia non basta essere nella media europea per tasso di innovazione agricola. La patria della Dieta Mediterranea, patrimonio mondiale Unesco, può diventare leader nel progresso agroalimentare in Europa, ma deve finanziare di più Ricerca & Sviluppo su tutta la filiera”. Così Deborah Piovan, portavoce di Cibo per la mente, il Manifesto per l’innovazione nel settore primario che riunisce 14 associazioni dell’agroalimentare italiano, ha commentato il risultato dell’Agrifood Innovation Index di Nomisma. “Innovazione, investimenti, impresa, infrastrutture, internet, istruzione, informazione: l’Italia deve puntare su queste ‘7 I’ per colmare il gap agricolo con Olanda, Germania e Francia. Ripartiamo dall’Indice di misurazione di Nomisma e speriamo di registrare i primi progressi già dall’anno prossimo”, ha aggiunto Piovan.

    L’import in Italia di mais, una delle due filiere considerate da Nomisma, è salito nel periodo 2006-16 del 71%, con un parallelo -68% di export. Nello stesso arco di tempo il valore della produzione è diminuito del -23,1%.

    L’autoapprovvigionamento, che alimenta la filiera d’eccellenza dei prodotti DOC, DOP e IGP, è sceso dall’80% al 60%. Intanto, sono aumentati il valore della produzione per ettaro (+23,2%) e la resa (+13,5%), mentre le superfici sono scese da oltre 1,1 milioni di ettari a 660mila ettari (e 614mila nel 2018, dato Istat).

    “Produrre di più e meglio da meno è il messaggio chiave di Cibo per la mente – ha concluso Deborah Piovan, “ma è necessario farlo in base a una scelta consapevole, condivisa e coordinata da parte di filiere, politica e istituzioni, informando in maniera adeguata e trasparente i consumatori sul valore dell’innovazione in agricoltura”.

  • In Italia obbligatoria l’etichettatura trasparente per gli alimenti. Ma in Europa molto ancora si deve fare

    Dopo 15 anni sembra essersi concluso il contenzioso tra  Italia ed Unione europea in tema di etichettatura trasparente con il decreto legge Semplificazioni nel quale vi è l’obbligo di indicare in etichetta l’origine di tutti gli alimenti. Questo obbligo raggiunge due obiettivi prioritari: difendere, valorizzare la produzione  nazionale e consentire al consumatore scelte consapevoli ed informate, specie in un periodo nel quale si spacciano per Made in Italy alimenti che non hanno nulla a che vedere con la produzione italiana.

    Al termine dell’iter di approvazione tutti i prodotti alimentari avranno obbligatoriamente un’etichetta con il luogo di provenienza geografica, questa nuova norma rappresenterà un grande passo avanti anche nella prevenzione delle frodi, nella tutela della proprietà industriale e nel contrasto della concorrenza sleale. Finalmente si conoscerà, ad esempio, la provenienza della frutta  utilizzata per succhi di frutta, marmellate etc, dei legumi in scatola, della carne utilizzata per insaccati e prosciutti. La misura tiene anche conto che in questo modo possa diminuire il numero degli allarmi dovuti agli scandali alimentari nell’Unione europea  che nel 2018 sono stati circa 20 al giorno.

    L’obbligo dell’etichettatura d’origine dovrebbe essere esteso a tutti i prodotti alimentari. Non possiamo dimenticare che l’etichettatura trasparente sarebbe  necessaria per  tutti i manufatti e se questo importante traguardo non si è ancora realizzato è per l’opposizione della Germania e dei paesi del nord Europa che, ancora nella scorsa legislatura europea, nonostante il voto favorevole del Parlamento, si erano opposti a discutere in Consiglio il regolamento proposto dalla Commissione europea e, con migliorative modifiche, approvato dal Parlamento. L’Italia resta all’avanguardia per norme di trasparenza alimentare ma ancora resta molto da fare anche per punire chi ancora produce ed etichetta in modo scorretto o falso. In Europa la strada alla trasparenza è iniziata dopo la crisi della mucca pazza, nel 2002, e non è ancora finito il percorso di tutela dei consumatori che, secondo la loro organizzazione europea, Beuc, per più del 70% vogliono conoscere cosa mangiano.

  • Il valore della filiera by Ducati

    All’interno di una azienda come si può calcolare il valore di una filiera intesa nella sua definizione più ampia, cioè dalla ideazione fino alla realizzazione del prodotto complesso finito? E abbastanza complesso individuare delle figure professionali all’interno di una struttura aziendale che abbiano le capacità di valutare e comprendere la percezione del valore che una filiera riesce a trasmettere accrescendo il valore reale ma contemporaneamente quello percepito della sintesi di prodotto e brand nella complessa strategia di comunicazione. Contemporaneamente risulta anche difficile trovare i fattori di calcolo che possano indicare il valore economico “aggiunto” di ogni passaggio della filiera. Tuttavia, all’interno di un prodotto complesso, l’interruzione della catena articolata che compone la filiera provoca un danno economicamente rilevante, indipendentemente  dal valore del bene “esternalizzato” rispetto alla filiera.

    La scelta, a mio avviso scellerata, da parte della direzione della Ducati di utilizzare per la propria Scrambler, modello iconico degli anni ’70, dei telai prodotti in Vietnam rappresenta l’apogeo della dimostrazione della incapacità di comprendere il valore della filiera intera. Gli aspetti di una simile incomprensione risultano sostanzialmente due.

    La prima sicuramente è legata al sentiment che il marchio Ducati suscita per i cultori e centauri come espressione non solo italiana ma soprattutto della meccanica emiliana che ruota attorno all’asse di Borgo Panigale. In altre parole, Ducati rappresenta la specificità unica nella sua espressione motoristica, cioè non solo della tecnologia italiana ma di una microzona che partecipa alla filiera complessa della moto e che ruota attorno all’Emilia, patria delle passioni motoristiche.

    La seconda può risultare addirittura offensiva nei confronti dell’azienda che ha visto perdere la fornitura dei telai e degli operai che ci lavorano (la Verlicchi) relativa alla motivazione sostanzialmente economica che ha spinto Ducati a scegliere un fornitore vietnamita.

    Al di là della difficoltà di mantenere collegamenti continui relativi a possibili aggiornamenti che non possono sempre venire sostituiti con rapporti digitali ma sempre più spesso attraverso riunioni ed aggiornamenti, la motivazione che ha spinto Ducati a scegliere un fornitore esterno rispetto a quello italiano è sostanzialmente rappresentata da un risparmio del 10% per singolo telaio.

    Rispetto, infatti, ai settanta (70) euro che l’azienda bolognese richiedeva per la produzione del telaio della Scrambler si è preferito un fornitore vietnamita che ne richiedeva sessantatré (63). Un risparmio netto di sette (7) per  telaio che per  una produzione di 10.000 arriva a settantamila (70.000) euro: il prezzo finale di poco meno di sette moto.

    Anche se probabilmente questa scelta ha reso un migliore equilibrio finanziario (nel breve tempo) rispetto al precedente è evidente che il danno d’immagine di contenuti e di sostanza per il brand Ducati di Borgo Panigale risulti incalcolabile in relazione proprio alla tipicità del prodotto che non è solo un prodotto espressione del made in Italy ma viene anche percepito come l’espressione di una area che ruota attorno a Borgo Panigale, della cui sintesi la moto ne risulta espressione.

    Quindi, a fronte di un vantaggio finanziario immediato espresso da un  risparmio del 10% sul singolo componente, con  questa strategia si dimostra sostanzialmente la mancanza di cultura che impedisce di comprendere il valore economico per l’azienda bolognese attribuito alla interruzione della filiera nella sua complessità ed articolazione.

    Soprattutto, una volta ancora, viene dimostrato come non si riesca a comprendere che un prodotto sempre più dai consumatori venga percepito come espressione di un processo culturale, cioè la sintesi felice del know-how professionale ed  industriale il cui valore percepito cresca anche con l’apporto del brand, a suo volta espressione di immagine e storia.

    Snaturarne  la natura attraverso minime sinergie di costi rappresenta una follia anche per le ricadute economiche che sinceramente non si pensava possibile a Borgo Panigale.

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