Made in Italy

  • Free o Fair Trade? I diversi casi di ceramica, riso e tessile

    Bruxelles ha rinnovato i dazi antidumping applicati alla ceramica da tavola proveniente dalla Cina. Questa scelta politica rappresenta una prova di consapevolezza ma soprattutto di tutela di un settore che ha perso 33.000 posti di lavoro. Una giusta ed oculata decisione che ovviamente stride con la infantile visione di economisti sostenuti da sempre dalle maggiori testate giornalistiche contrari ai dazi in quanto tali. Nella loro visione massimalista, infatti, questi non riescono a cogliere la differenza tra i dazi imposti come strumento politico di una guerra commerciale, come quella tra Stati Uniti e Cina, e i dazi compensativi finalizzati a riequilibrare gli effetti del dumping fiscale retributivo e normativo, per altro con risultati  abbastanza relativi.

    Il mondo politico ed accademico europeo rimane attaccato quindi alla visione del Free Trade “hic et nunc”. Nel mondo del Monopoli, quindi assolutamente illusorio, forse una maggiore concorrenza porterebbe ad una riduzione dei prezzi praticati al consumatore, espressione di una maggiore produttività. Un vantaggio attribuito alla politica commerciale del Free Trade (libero quindi in assenza di ogni tipo di dazio compensativo), ormai ampiamente disattesa dalla realtà, ma ancora oggi sostenuta appunto dal mondo politico ed accademico nella sua articolata complessità. In questo senso un esempio lampante proviene dal mondo della risicoltura, specialmente italiana, per la cui tutela l’Unione Europea ha imposto dazi all’importazione delle produzioni provenienti da Cambogia e Myanmar.

    La visione economica e politica fino ad ora espressione del Free Trade, senza dazi quindi, aveva portato le quotazioni del riso da 700 a 300 euro/tonnellata, senza alcuna minima riduzione sul prezzo finale al pubblico ma azzerando la marginalità degli agricoltori del riso italiano. L’effetto giustificativo, quindi, tanto ricercato, relativo ai positivi effetti della concorrenza legata al calo di oltre il oltre 60% della quotazione del riso, risultava concentrato nelle dinamiche commerciali di grossisti e rete distributiva a scapito di produttori e consumatori. Primo motivo per cui gli immediati vantaggi della concorrenza sono clamorosamente disattesi (https://www.ilpattosociale.it/2019/01/17/riso-nellunione-europea-finalmente-i-dazi/).

    Eppure si continua ancora oggi, come espressione industriale del Free Trade, a professare quella teoria economica dello sviluppo multilaterale attraverso le delocalizzazioni produttive, per esempio nel settore abbigliamento, in paese africani dove un operaio guadagna 26 dollari al mese (23,17 euro).

    Considerando lo stipendio medio di un operaio tessile italiano che si aggira attorno ai 1250 euro, anche aumentando la produttività e raggiungendo un rapporto 10 volte superiore a quello africano (10/1), rimarrebbero sempre 1019 euro di differenziale di costo (appunto l’extra guadagno speculativo sottratto al Pil divenuto così rendita di capitale) che rende ridicola di conseguenza la teoria del ricorso ad una maggior produttività (industria 4.0?) per compensare i bassi costi di produzioni delocalizzate. Per poi rilevare quotidianamente come i vantaggi economici espressione da tali “speculazioni produttive” non trovino alcun riscontro sul prezzo finale praticato al consumatore, esattamente come nel settore della risicoltura. Proprio come per la ceramica da tavola ed il riso la delocalizzazione rappresenta la forma speculativa industriale mediata dal mondo della finanza.

    Tornando alla ceramica da tavola che usufruirà giustamente con la nuova normativa ed il conseguente mantenimento dei dazi una tutela rispetto alla concorrenza, espressione di dumping retributivo, fiscale e normativo, ancora una volta l’economia reale offre un esempio non viziato da ideologie politiche che per due  volte l’Unione Europea ha dimostrato di comprendere.

    Una riflessione a parte va fatta, invece, per un settore importante, come il tessile-abbigliamento, che ancora oggi non riesce ad ottenere delle tutele, pur rappresentando il secondo settore per occupazione ed export, continuando ad essere in balia delle speculazioni più sordide attraverso delocalizzazioni inaccettabili per le condizioni di vita dei lavoratori e la certificazione del prodotto. Una riflessione che dovrebbe finalmente mettere in discussione l’azione e le politiche poste in campo dalle diverse organizzazioni di categoria, anche loro come il mondo della politica unite in una forte caduta di credibilità.

    Il Free Trade (libero commercio), in ultima analisi ben rappresentato quotidianamente da interventi di politici, economisti ed accademici all’interno delle diverse testate giornalistiche e dei programmi televisivi, si illude ancora oggi che, attraverso il semplice aumento  della produttività (si ricordi il prima citato 10/1), le aziende che operano in Europa potrebbero competere con le imprese concorrenti locate in estremo Oriente, e ora anche in Africa, che godono di un assoluto dumping normativo, fiscale e retributivo e della assoluta mancanza di qualsiasi tipo di normativa a tutela dei prodotti e dei lavoratori. Di contro il Fair Trade (equo commercio) dimostra come la tutela dei vari settori produttivi da azioni di dumping provenienti da paesi assolutamente non comparabili sotto profilo normativo non rappresenti una politica conservatrice ma semplicemente una azione di compensazione a tutela dei consumatori e dei lavoratori.

     

  • Pietro Fiocchi: in Europa per difendere il Made in Italy e dialogare con tutti

    Difesa del made in Italy, delle PMI e dialogo con tutti i Gruppi politici. Pietro Fiocchi, eletto per la prima volta al Parlamento europeo lo scorso 26 maggio nella Circoscrizione Nord ovest con Fratelli d’Italia, ha le idee chiare e tanto entusiasmo. A Bruxelles siede tra i banchi dell’ECR (Conservatori e Riformisti Europei) e sa che non sarà facile affrontare questa legislatura in cui forte è la spinta ad isolare i partiti di centro destra tacciati di antieuropeismo.

    On. Fiocchi nella sua prima esperienza al Parlamento europeo ha già posto l’attenzione su uno dei problemi più importanti per i Paesi del Sud Europa, e cioè i problemi legati alle PMI (un concetto molto diverso, per dimensioni e strutture organizzative assai diverso da quello che hanno i Paesi del Nord Europa). Quale pensa potrebbe essere il progetto da perseguire?

    Mi sono appena insediato e ho partecipato, martedì 16 luglio, alla votazione per la Presidenza della Commissione Europea,tuttavia ho le idee chiare sui problemi di cui vorrei occuparmi,tra questi vi sono sicuramente quelli legati alle PMI. Percepisco un approccio potenzialmente pesante e integralista sulle questioni ambientali con obiettivi, secondo me esagerati, di riduzione di CO2. E’ ancora presto per esporre un progetto al riguardo, quello che posso anticipare è che intendo muovermi, facendo squadra con gli altri eurodeputati per riuscire a migliorare la situazione

    L’Italia ha delle particolari specificità nel manifatturiero, ritiene che potrebbe essere ancora interessante riproporre al Parlamento ed alla Commissione la famosa norma sulla denominazione d’origine dei prodotti extra UE, meglio nota come Made In, sulla quale il Parlamento ha lavorato per otto anni, con la Commissione, e nonostante abbia raggiunto un voto positivo, a larghissima maggioranza, il Consiglio ha ignorato?

    L’Italia ha delle eccellenze in molti settori ed esse vanno tutelate come “Made in Italy”. Questo è uno dei punti del mio programma che mi sono impegnato a portare avanti, il prodotto nazionale va difeso anche attraverso la sua tracciabilità rispetto ai prodotti extra UE, ciò al fine di evitare ulteriori e gravi danni economici e di immagine. Ritengo quindi utile riproporre il tema.

    Viste le peculiarità del sistema Italia sarebbe opportuno avere un Commissario europeo al Commercio, all’Economia o alla Concorrenza, tutti ruoli occupati da rappresentanti dei Paesi del Nord Europa nella precedente legislatura… Ci sono finalmente le condizioni e soprattutto la volontà per ottenere uno dei ruoli in questione?

    Questa è una domanda delicatissima, alla luce di come sono andate le elezioni per la Presidenza della Commissione e di come si sono schierati alcuni movimenti politici italiani. Io tifo Italia e gradirei che uno dei Commissari che contano in Europa fosse un italiano competente, ma non so se ne sussista l’effettiva possibilità.

    Come certamente Lei sa, uno dei problemi con il quale il mondo dell’impresa deve confrontarsi è quello della contraffazione e del commercio illegale. Ormai tutto si contraffa, dall’accendino usa e getta alle gomme delle macchine, dai vestiti alle componenti metal meccaniche. Nel vostro settore (munizioni per armi) avete potuto notare se esiste questo problema e che conseguenze comporta?

    Quello della contraffazione è un serio problema, crea enormi danni ai produttori e ai nostri unici prodotti. Tuttavia ritengo che il livello della nostra qualità e del nostro design sia difficilmente imitabile, tanto da far riconoscere l’originale dal contraffatto (fake). Vi sono stati timidi tentativi anche nel mio settore, ma il tutto si è rivelato ininfluente per i livelli qualitativi raggiunti dalla Fiocchi munizioni e da altri produttori italiani. Si tenga presente inoltre che il nostro è uno dei settori tra i più regolati e controllati, rendendo la vita dei potenziali contraffattori ulteriormente difficile.

    Lo sviluppo di un sistema aziendale oggi passa anche attraverso la tutela dell’ambiente. Come ci si sta muovendo nel suo settore e cosa pensa di proporre al Parlamento europeo in materia di questioni ambientali?

    Ormai tutte le Aziende devono avere tra le loro policy la responsabilità sociale d’Impresa che vede la sicurezza, la tutela della salute e dell’ambiente come priorità. La drastica diminuzione degli insetti “impollinatori”, in particolare del calo delle api, è un preciso segno ed  allarme per cui vi è, a mio avviso, da indagarne  le cause, di questo vorrei investire il Parlamento Europeo.

    Come eletto di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo siederà tra i banchi dell’ECR (European Conservatives and Reformists), un gruppo che potrebbe subire ridimensionamenti quando la Brexit avrà luogo, che non è riuscito ad esprimere un candidato per le più importanti cariche europee e che per alcuni aspetti è lontano dagli interessi che l’Italia porta a Bruxelles. Come pensa di riuscire a collaborare e che sostegno si aspetta?

    Nel Gruppo ECR mi trovo bene, in particolare con Raffaele Fitto, ma voglio creare un buon  rapporto con europarlamentari di altri Gruppi, senza  barriere e steccati ideologici precostituiti. Il pensiero europeo dovrebbe affrontare i vari problemi in maniera comune e condivisa, nello spirito dei Padri fondatori,non lasciando soli i singoli Stati membri, come ad esempio per la  questione dei migranti. Nella realtà con la Brexit perderemo 4 inglesi  che saranno integrati  da 4  nuovi eurodeputati, di cui 1 di FDI, per cui il numero totale rimarrà invariato. Abbiamo  uno dei cinque Questori e siamo ben posizionati nelle commissioni, ove avviene il grosso dell’attività legislativa e normativa. Vi è una grossa spinta ambientalista e potenzialmente una spinta volta ad isolare la destra, in particolar modo i partiti percepiti come anti Europa.Vedremo come la situazione si evolverà, ora è di difficile lettura.

  • Made in Italy: avanti piano e sempre nella direzione errata

    L’Italia rappresenta l’unico Paese al mondo nel quale la storia non insegna nulla, ma proprio nulla. Durante il governo Renzi si è assistito ad una esilarante quanto inutile e velleitaria iniziativa definita ‘Italian taste’, sintesi delle professionalità di Calenda e Martina che ovviamente è attualmente e per fortuna finita nel dimenticatoio (https://www.ilpattosociale.it/2018/05/10/made-in-italy-lennesima-sconfitta/).

    Il governo ora in carica, mediando il medesimo approccio al mercato, propone lo Stellone della Repubblica italiana in aggiunta logo Made in Italy a conferma della italianità del brand a cui già ora viene attribuita una delle massime credibilità nel mondo. Alla assoluta inutilità di queste iniziative (del governo Renzi come del Governo attuale) si aggiunge inoltre un aspetto paradossale in quanto questa ultima iniziativa (il famoso stellone) è persino a pagamento e non invece espressione di un nuovo protocollo di certificazione della filiera italiana. Queste due iniziative a distanza di quattro anni l’una dall’altra risultano simili in quanto espressione della medesima ignoranza dei mercati esteri, evidentemente sconosciuti, e delle relative aspettative dei consumatori che li compongono. Sembra incredibile come non vengano tenute in assoluta considerazione le opinioni dei buyer internazionali che sono portatori del sentiment dei consumatori internazionali.

    Se avessero infatti dimostrato un minimo di umiltà, gli autori di queste due iniziative, del 2015 e del 2019, avrebbero avuto sicuramente la possibilità di comprendere come il mercato internazionale chieda, ed ora esiga, semplicità ed immediatezza, da sempre espressione del brand Made in Italy, e venga quindi interpretata come negativa qualsiasi aggiunta di loghi legati all’‘italian taste’ come all’odierno Stellone della Repubblica.

    Ogni iniziativa normativa e d’immagine che vada a sovrapporsi al reale valore percepito (sostanzialmente queste due iniziative rappresentano un semplice e puro gioco di immagine e di visibilità per chi le propone) arrecano un danno al valore espressione del Made in Italy e soprattutto confondono il consumatore finale il quale, viceversa, richiede affidabilità e certificazione reale. Inoltre l’applicazione dello Stellone della Repubblica avrebbe anche la terribile conseguenza di togliere valore stesso al logo Made in Italy a tutti quei prodotti di aziende italiane che non intendono pagare per la sua applicazione. Ancora una volta uno dei pochi quanto sicuri asset di sviluppo economico e soprattutto industriale legati ad una comprovata aspettativa dei consumatori internazionali verso  prodotti che risultino espressione della filiera italiana viene sottoposta ad una ulteriore ridicola e dannosa sovrapposizione normativa. L’unico augurio è che anche questa dimostrazione di presunzione venga dimenticata velocemente come quella del governo Renzi.

    Tuttavia si continua nel percorso di confusione relativa alla tutela della filiera produttiva italiana legata al Made in Italy quando il mercato chiede solo chiarezza, quest’ultima invece espressione del declino culturale che emerge da queste due iniziative legislative.

     

  • Parmigiano Reggiano e filiera integrata: a pagare ancora il Made in Italy

    Il concetto di filiera integrata rappresenta la migliore ed unica strategia economica per la massimizzazione della crescita del valore aggiunto di un prodotto espressione del made in Italy. In questo senso va ricordata, infatti, la distonia tra la distribuzione organizzata, molto spesso in mani estere, e le difficoltà per i piccoli produttori italiani di trovare uno spazio all’interno di queste catene di distribuzione. Lo stesso concetto di filiera integrata esprime ovviamente la propria complessità sia a monte quanto a valle del prodotto finito e, quando possibile, anche con il controllo della commercializzazione stessa attraverso una propria rete commerciale oppure una società di commercializzazione.

    La società Castelli, che è il primo produttore di Parmigiano Reggiano e si occupa anche della sua commercializzazione (da anni considerato il miglior formaggio al mondo ed icona del Made in Italy), venne rilevata anni fa da un fondo inglese aprendo degli scenari problematici già allora. L’attività del fondo privato rispondeva alla ricerca della massima remunerazione del capitale, quindi il capitale stesso ed il fondo inglese come sua espressione operativa assumevano una posizione neutrale nei confronti delle diverse politiche di promozione del prodotto. Va ricordato, infatti, come l’azienda rappresenti il primo produttore italiano di Parmigiano Reggiano (con 460 milioni di fatturato), oltre ad esser un forte produttore di taleggio ed altri importanti formaggi italiani.

    Ora però la Castelli viene acquisita dal colosso francese del Lactalis cambiando completamente il proprio ruolo e posizionamento, diventando l’anello finale all’interno delle diverse e complesse politiche commerciali. Questa, infatti, ora è parte integrante di un colosso della produzione lattiero-casearia sia italiana, anche attraverso la Parmalat, ma contemporaneamente anche di filiere francesi .

    Nella complessa articolazione dei rapporti commerciali con la grande distribuzione è evidente come ora Lactalis si trovi nella posizione di forza per utilizzare l’appeal del Parmigiano Reggiano per inserire nella trattativa commerciale i prodotti della Parmalat oppure espressione di filiere transalpine.

    Quindi, come logica conseguenza, verrebbero ancora maggiormente ridotti gli spazi per i piccoli produttori lattiero caseari italiani che non hanno la forza di opporsi a questi colossi che utilizzano il marketing mix come strumento per proporre i propri prodotti. In altre parole l’acquisizione della Lactalis cambia radicalmente la posizione e la funzione della Castelli che da una posizione neutrale finalizzata alla remunerazione del capitale attraverso la produzione e commercializzazione del Parmigiano Reggiano  diventa espressione di interessi di più filiere produttive in capo al colosso francese.

    Uno scenario che se probabilmente lascerà invariata la forza del Parmigiano Reggiano contemporaneamente porterà un forte danno per i piccoli produttori espressione del Made in Italy che si vedranno ancora una volta esclusi dai grandi accordi e successivi flussi commerciali.

    Non comprendere il cambio di scenario produttivo e commerciale generato da questa acquisizione di Lactalis nella filiera lattiero-casearia dimostra ancora una volta il degrado culturale del nostro Paese come l’assoluta mancanza di una visione strategica.

  • Gardini: serve un’Europa più equa e più giusta

    Dal 2008 e parlamentare europea, una storia politica legata a Forza Italia, con la quale è stata eletta anche alla Camera dei Deputati, e una artistica in cui ha calcato tanti palcoscenici teatrali e televisivi italiani. Elisabetta Gardini, dopo il difficile addio al suo partito a causa dell’estrema confusione politica in cui Forza Italia ultimamente si sta dibattendo, si candida alle prossime Elezioni europee del 26 maggio con Fratelli d’Italia e in Europa, se eletta, siederà tra le file dei Conservatori e Riformisti europei (ECR).

    On. Gardini, lei è una parlamentare di esperienza, quali sono i risultati che non ha potuto raggiungere e quali invece gli obiettivi che è riuscita a portare a buon fine?

    In 11 anni di lavoro a Bruxelles il mio impegno è stato costante, appassionato e convinto. Mi sono sempre schierata dalla parte dell’Italia, dei nostri cittadini, delle nostre imprese e del Made in Italy.

    Questo mi ha permesso di vincere molte battaglie di cui sono orgogliosa. Ho portato a casa risultati concreti per le nostre piccole e medie imprese (penso alla soddisfazione di aver finalmente dato accesso al mercato unico a tutti i fertilizzanti, fiore all’occhiello della produzione del nostro Paese), o per i nostri pescatori. Con le associazioni dei malati mi sono battuta per facilitare e accelerare l’accesso alle cure mediche innovative, soprattutto per quanto riguarda i tumori e le malattie rare. Da relatrice ho lavorato al meccanismo della Protezione Civile ispirandomi al modello italiano e alla guida di Giuseppe Zamberletti. Puntando sulla prevenzione. Adesso c’è uno stanziamento di 28 miliardi di euro per la messa in sicurezza dei territori. L’Italia dovrà aggiudicarsene una buona parte per avere dei territori resilienti e ridare al contempo slancio alla nostra economia.

    Ma tutto questo non basta. La nostra cara vecchia Europa si merita una Unione Europea profondamente diversa, una Unione Europea dei popoli e delle nazioni, che metta fine a questa Europa dei burocrati, così distante dai reali bisogni di persone, famiglie e imprese

    Quali sono secondo lei i difetti del Gruppo Popolare e come è possibile conciliare gli interessi nazionali con i più vasti interessi europei?  È stato proprio il Consiglio europeo, dove siedono e decidono i capi di Stato e di governo, ad avere impedito, nel passato, alcune decisioni importanti quali la normativa per la denominazione d’origine dei prodotti extra UE e la revisione vera degli accordi di Dublino per l’immigrazione. E i governi italiani si stanno dimostrando troppo deboli o troppo impreparati sui vari dossier…                              

    Nel PPE gli interessi della Germania prevalgono su quelli degli altri Paesi. Inoltre, c’è il problema delle alleanze: il PPE è un partito di centro destra ma troppe volte si è snaturato prendendo posizioni incoerenti sia con i suoi valori sia con la sua visione dell’economia a causa dell’alleanza con i socialisti. Per la prossima legislatura, mi auguro che il PPE riveda la sua strategia di coalizione. In questo contesto, il peso di Fratelli d’Italia sarà fondamentale nel gruppo dei Conservatori.

    Certamente la buona riuscita della difesa degli interessi nazionali dipende anche dall’azione dei governi. Non solo la denominazione d’origine e il trattato di Dublino, ma anche la storica battaglia sul Made In, di cui Cristiana Muscardini è stata protagonista, è stata vinta dal Parlamento e poi bloccata dal Consiglio. È vero che l’assenteismo e l’impreparazione che talvolta hanno caratterizzato il lavoro dell’Italia non aiuta. Penso alla battaglia persa sull’agenzia del farmaco (che a causa della Brexit ha lasciato Londra) che era ad un passo dall’essere assegnata a Milano. Penso a Sandro Gozi che, essendo stato sottosegretario agli affari europei, avrebbe dovuto fare gli interessi dell’Italia, e invece ora è candidato alle europee in una lista bloccata con Macron.

    Quali obiettivi si prefigge di raggiungere nella prossima legislatura?

    Serve un’Europa giusta ed equa, basta al dominio di Francia e Germania che utilizzano le istituzioni per fare i propri interessi. In questo gioco al massacro chi ci rimette di più è proprio l’Italia: sono le nostre eccellenze che subiscono più danni. Dobbiamo mettere mano alle disparità che ci sono in tema di lavoro, di tassazione, di paradisi fiscali, tutti elementi che creano concorrenza sleale all’interno della stessa Unione Europea. Queste devono essere le priorità. Senza queste modifiche l’Europa non può sopravvivere!

    Diciamo sempre che vogliamo rafforzare il sistema paese: la prima cosa che farò se sarò rieletta sarà farmi promotrice di una lettera che chiederò ai colleghi italiani di sottoscrivere al governo per richiedere il raddoppio della rappresentanza permanente italiana a Bruxelles dei funzionari italiani. Sono loro che lavorano sui temi oggetto di decisione in Consiglio, sono loro che difendono l’Italia. Non è possibile che Francia e Germania abbiano il doppio del nostro personale per difendere gli interessi nazionali!

    Con il gruppo ECR ha lavorato solo nelle ultime settimane di legislatura del Parlamento europeo dopo l’addio a Forza Italia e al PPE. Che clima lavorativo e collaborativo si aspetta di trovare in una prospettiva quinquennale?

    Ho lavorato molto con gli inglesi dell’ECR fin dal 2008: loro ancora stavano nel PPE e li conosco da allora. Ci fu subito un rapporto di grande collaborazione. Del resto avevamo molto in comune: erano critici su quello che l’Europa era diventata, a differenza del resto del PPE.

    Per questo nel 2009 sono usciti e hanno dato vita alla famiglia dei Conservatori Riformisti. Come detto prima, il ruolo dell’ECR sarà strategico perché farà da ponte tra il partito popolare (che, ricordiamolo, è una formazione politica di centro destra ) e quello che si formerà alla destra del Parlamento. Per cambiare tutto in Europa è fondamentale porre fine all’alleanza tra popolari e socialisti e creare, invece, un’autentica alleanza di centro destra.

  • L’Europa deve proteggere meglio i propri prodotti e produttori agricoli

    Tra le molte iniziative che l’Italia dovrebbe prendere nel futuro Parlamento europeo vi sono anche quelle legate alla tutela dei prodotti alimentari, sia come garanzia per i consumatori che per rispetto dei produttori. Bisognerebbe ad esempio definire che la parola formaggio si riferisce solo a un prodotto che nasce direttamente dal latte, latte che dovrebbe essere tracciato in maniera più trasparente. Oggi molti formaggi, anche prodotti in Italia, derivano da latte non italiano o da prodotti ricavati dal latte (caglio) che possono destare serie perplessità rispetto ai modi coi quali sono stati prodotti. Il finto made in Italy rimane uno dei gravi problemi europeo e mondiale e troppe multinazionali riversano in Italia un latte di provenienza non definita. Se è vero che il 40% del latte consumato in Italia è un latte indistinto, come sostiene la Coldiretti. Se del latte è indistinta la provenienza, di conseguenza è indistinta la provenienza di ciò che è alla base del formaggio, cioè proprio il latte. L’Italia produce 110 milioni di quintali di latte e ne importa 86 milioni, la conseguenza di questa importazione, oltre alla mancata garanzia circa la provenienza, significa per l’Italia una perdita di 17mila mucche e 1200 occupati in agricoltura. Dal 2007 un allevamento italiano su 5 è stato chiuso e sono stati persi 32mila posti di lavoro. Se pensiamo inoltre che circa la metà dei nostri allevamenti di mucche da latte è in zone collinari, montane o svantaggiate, comprendiamo bene come l’aumento dell’importazione di latte da altri Paesi, con conseguente perdita di allevamenti italiani, comporta anche l’abbandono di aree collinari o svantaggiate con i conseguenti disastri ambientali e territoriali che ben conosciamo. Mentre da un lato il consumo di latte anche quando è in aumento rimane comunque stabile, il prezzo continua a calare rendendo quindi per gli agricoltori onesti più difficile continuare nell’attività.

    Oltre al problema latte, vi è il problema delle agromafie, il cui business supera i 24 miliardi, secondo un rapporto di Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità presentato il 14 febbraio 2019. Se a questa cifra si aggiunge l’italian sounding sembra si arrivi a un valore sui 130 miliardi, tre volte superiore a quello del nostro export, a dire del presidente di Coldiretti. Se la Ue non deciderà di avere un Osservatorio sulla qualità e sicurezza dei prodotti, per monitorare e contrastare le agromafie, il problema esploderà non solo dal punto di vista economico ma anche sanitario. Bisogna eliminare il segreto sui flussi commerciali per rendere finalmente trasparente i nomi delle imprese che importano le materie prime dall’estero, infatti solo nel 2017-18 vi è stato un aumento del 58% delle frodi che hanno coinvolto diversi prodotti (dal vino al pomodoro).

    La lotta alle ecomafie passa anche da un migliore sistema di distribuzione e da un diverso e più efficace controllo dei container che arrivano nei porti.

    L’Europa sembra abbia intrapreso la strada di contrastare i monopoli che acquistano per conto della grande distribuzione strozzando i produttori agricoli, ma la strada è ancora lunga e ci sembra che, salvo rare eccezioni, le forze politiche e i candidati al Parlamento europeo siano poco interessati a prepararsi per la prossima legislatura attraverso una conoscenza reale dei problemi e un progetto che, al di là delle appartenenze partitiche, difenda e sostenga il sistema Italia in agricoltura.

  • La filiera T/A tra export oriented ed e-commerce: sterili strategie

    Il nostro sistema industriale ha dovuto sopportare il peso ed i costi delle improduttività della pubblica amministrazione ai quali molto spesso ha ovviato nel corso degli anni 80 e 90 con la svalutazione competitiva. Nell’ultimo ventennio, invece, amplificandosi tali diseconomie legate alla pubblica amministrazione, il tentativo di mantenere in equilibrio il sistema industriale viene ricercato anche attraverso la compressione dei costi di produzione molto spesso trasferendo parte della stessa all’estero (TPP), strategia supportata dalla mancanza di una articolata normativa che sia in grado di tutelare l’articolata filiera espressione del made in Italy, come una recente ricerca giornalistica ha ancora una volta dimostrato (https://made-to-measure-suits.bgfashion.net/article/16242/65/Why-the-Italian-fashion-factories-go-bankrupt). Tale strategia del sistema industriale, assolutamente legittima, tuttavia ha sempre posto in secondo piano l’attenzione per il mercato e la domanda e quindi la disponibilità economica degli stessi consumatori italiani, quest’ultimi di competenza della classe politica e dirigente. In particolar modo per il sistema tessile abbigliamento ci se è illusi che la crescita internazionale potesse mantenere in equilibrio il sistema complessivo. In altre parole, si sperava che la forte capacità delle nostre imprese export oriented potesse sopperire al continuo calo della domanda interna legata ad una disponibilità economica sempre minore combinata ad una compressione della propensione al consumo, espressione cristallina dell’incertezza politica del nostro paese, come dimostrano l’aumento in 10 anni dei depositi bancari del 75% (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/03/la-crescita-dei-depositi-bancari-in-dieci-anni-75/).

    I terribili dati relativi al primo trimestre 2019 indicano come la domanda interna per quanto riguarda l’abbigliamento risulti in flessione del -8,1% e come oltre un terzo delle aziende intenda ricorrere alla cassa integrazione per far fronte a questa drastica diminuzione dei consumi. Questi dati dimostrano essenzialmente come fosse miope ed assolutamente illusoria la sola visione che individuasse nella salvezza del settore l’unica strategia export-oriented. Al tempo stesso risulta  altrettanto banale quanto superficiale individuare e giustificare la crisi del dettaglio indipendente solo ed esclusivamente legato all’e-commerce, quindi per questo quasi accettata  in quanto considerata espressione dell’innovazione tecnologica applicata alla distribuzione e perciò inevitabile secondo buona parte del mondo politico ed economico.

    La crisi politico-istituzionale che si trascina nel nostro Paese dal momento della crisi del 2008 lo sta portando al collasso economico. In questo senso infatti va considerato il paradosso del costante (e per questo indice di una sempre maggiore insicurezza) aumento dei  depositi bancari legato viceversa ad una diminuzione dei consumi e del denaro circolante. In più, in questo incredibile corto circuito economico nel quale la ricchezza prodotta non viene più messa in circolo e di conseguenza non diventa essa stessa veicolo di sviluppo esiste ancora chi pensa ad una ulteriore riduzione del contante per combattere l’evasione fiscale. Ulteriore conferma dell’assoluto distaccamento tra l’economia percepita da parte della classe politica e quella reale vissuta quotidianamente dagli operatori economici.

    La responsabilità di tale corto circuito economico nel quale la ricchezza prodotta non viene utilizzata per ricreare a sua volta nuova ricchezza a cascata (effetto leva) ma solo come strumento difensivo attraverso il deposito bancario va interamente imputata alla classe politica e dirigente.

    La prima dimostra giorno dopo giorno la propria incompetenza in ambito economico e politico giovandosi della irresponsabilità che il mandato elettorale regala. La seconda completamente lontana dal sentiment dei consumatori da non prevedere tale situazione e tanto meno pensare a soluzioni per invertire questo trend.

    Ancora una volta i dati economici dimostrano come la crisi del nostro Paese non sia economica ma soprattutto culturale.

     

  • Italia verso l’autarchia nella produzione di riso

    L’obbligo di indicare l’origine in etichetta farà aumentare le semine di riso Made in Italy per circa 3500 ettari nel 2019, secondo quanto emerge da una analisi della Coldiretti divulgata in occasione della presentazione dell’iniziativa “Abbiamo riso per una cosa seria” organizzata insieme alla Focsiv a favore dell’agricoltura familiare in Italia e nel mondo.

    A un anno dall’entrata in vigore, nel febbraio 2018, dell’obbligo di indicare la provenienza in etichetta, la coltivazione di riso in Italia riguarderà 220.670 ettari  (secondo l’ultimo sondaggio dell’Ente Risi a marzo), in controtendenza rispetto agli ultimi tre anni, che hanno portato a perdere quasi 20.000 ettari di superfici seminate a riso (già nel 2018 le importazioni di riso straniero sono crollate del 24%, scendendo a 180 milioni di chili, secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat).

    In Europa l’Italia è il primo produttore di riso con 1,40 milioni di tonnellate su un territorio coltivato da circa 4mila aziende che copre il 50% dell’intera produzione Ue con una gamma varietale del tutto unica. Alla valorizzazione della produzione nazionale ha contributo anche lo stop all’invasione di riso asiatico nell’Ue, tramite i dazi imposti da metà gennaio 2019 sulle importazioni provenienti da Cambogia e Birmania/Myamar (quest’ultima ritenuta peraltro responsabile di gravi violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione Rohinya, una minoranza etnica di religione musulmana).

    Nel dettaglio sono previsti dazi solo sul riso Indica lavorato e semilavorato per un periodo non superiore a tre anni, con un valore scalare dell’importo da 175 euro a tonnellata nel 2019, a 150 euro a tonnellata nel 2020 fino a 125 euro a tonnellata nel 2021 ma è possibile una proroga ove sia giustificata da particolari circostanze. Secondo i primi dati aggiornati alla fine di marzo della Commissione Europea, i numeri dimostrano che la clausola di salvaguardia inizia a fare effetto. Le importazioni di semilavorato e lavorato da Cambogia e Myanmar nel mese di marzo in Europa sono calate di 24mila tonnellate (16.000 a fronte delle 40.000 registrate a febbraio e delle 54.000 tonnellate di gennaio).

    Si tratta di una esperienza che dimostra l’importanza della trasparenza dell’informazione ai consumatori per salvare il consumo di suolo in un Paese come l’Italia dove nel 2019 sono scomparsi 100mila ettari di terra coltivata, pari alla superficie di 150mila campi da calcio, a causa del consumo di suolo e della cementificazione ma anche del mancato riconoscimento del lavoro degli agricoltori e dei bassi prezzi pagati per i prodotti agricoli nazionali per la concorrenza sleale delle importazioni low cost di prodotti dall’estero.

  • Coldiretti spaventata dai dazi di Trump

    Coldiretti e Filiera Italia lamentano che i dazi (per 11miliardi di dollari) che gli Usa meditano di introdurre nei confronti dell’Unione Europea comprendono anche importanti prodotti agricoli e alimentari di interesse nazionale come i vini, tra i quali il Prosecco ed il Marsala, formaggi, ma anche l’olio di oliva, gli agrumi, l’uva, le marmellate, i succhi di frutta, l’acqua e i superalcolici tra gli alimentari e le bevande colpite.

    Nel mirino di Donald Trump in particolare è finita, secondo Coldiretti e Filiera Italia, circa la metà (50%) degli alimentari e delle bevande Made in Italy protagoniste di Tuttofood, la World Food Exibition alla Fiera di Milano dal 6 al 9 maggio.

    Gli Usa, ricorda lo studio di Filiera Italia e Coldiretti, sono il principale mercato di sbocco dei prodotti agroalimentari Made in Italy fuori dai confini comunitari. Se con un valore delle esportazioni di 1,5 miliardi di euro nel 2018 il vino è il prodotto Made in Italy più colpito, in pericolo ci sono anche altri prodotti simbolo dell’agroalimentare nazionale a partire dall’olio di oliva con le esportazioni che nel 2018 sono state pari a 436 milioni, ma ad essere minacciati sono anche i formaggi italiani che valgono 273 milioni. E’ il caso del Pecorino Romano con gli Usa che rappresentano circa i 2/3 del totale export mentre per Grana Padano e Parmigiano Reggiano gli Usa sono il secondo paese per importanza, dopo la Germania.

  • I brand del Made in Italy hanno aumentato il loro valore del 14%

    Il valore del marchio “Made in Italy” continua la sua crescita a doppia cifra anno dopo anno, grazie a una solida presenza sulla scena mondiale. È quanto emerge dalla classifica BrandZTM Top 30 Most Valuable Italian Brands 2019 stilata da WPP e Kantar, secondo cui i marchi italiani hanno aumentato il loro valore del 14% negli ultimi 12 mesi raggiungendo i 96,9 miliardi di dollari, nonostante il clima di incertezza economica e politica.

    Gucci si distingue come il marchio italiano di maggior valore e in maggiore crescita, raggiungendo i 24,4 miliardi di dollari di brand value, valore in crescita del 50% rispetto allo scorso anno. Tra i primi 5 marchi della classifica si trovano TIM, con 9,41 miliardi di dollari di valore complessivo, Enel (7,94 miliardi di dollari), Kinder (6,79 miliardi di dollari) e Ferrari (4,75 miliardi di dollari). Altri quattro brand presenti nella Top 30 hanno visto crescere il valore del loro brand di oltre il 20%. Si tratta di Ferrari (+36%, 4,75 miliardi di dollari), Fiat (+23% con 1,39 miliardi di dollari), Campari (+23% con 591 milioni di dollari) e Fendi (+22% con 1,88 miliardi di dollari). La novità della Top 30 italiana del 2019 è Fastweb (27° in classifica con un valore di 891 milioni di dollari), brand percepito dai consumatori come particolarmente innovativo nel settore delle telecomunicazioni grazie alle sue connessioni veloci e alle offerte trasparenti per i consumatori.

    L’analisi di Kantar ha confermato la presenza eccezionalmente forte dei marchi italiani sulla scena mondiale, con dieci brand nella Top 30 che presentano un’esposizione oltre confine superiore al 90% (come combinazione di fatturato, volumi venduti e profittabilità). Questo approccio internazionale nella costruzione del marchio consente di ampliare la base di clienti potenziali, di diversificare il rischio e di capitalizzare la crescita in mercati in rapido sviluppo. Il Brand Italia in questo senso è un ulteriore valore aggiunto anche grazie al patrimonio, all’autenticità e allo stile di vita associati a molti marchi.

    BrandZ ha inoltre evidenziato che i brand con esposizione oltre confine superiore al 50% hanno aumentato il valore del marchio di circa il 20% anno su anno, mentre il valore di quelli con una presenza all’estero inferiore è rimasto invariato.

    L’Innovazione in Italia è il principale fattore di crescita per il brand. I marchi percepiti come fortemente innovativi hanno aumentato il loro valore del 17% rispetto a una crescita dell’1% dei brand che lo sono meno. Rispetto ad altre classifiche europee di BrandZ, come quella francese, tedesca o inglese, i brand nella Top 30 italiana risultano particolarmente in salute con buoni riscontri in tema di brand purpose, innovazione, comunicazione brand experience e brand love.

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