Made in Italy

  • Le lacune lessicali

    Nel forbito lessico della classe politica e dirigente italiana, sempre infarcito di inglesismi (nonostante la Brexit), sono due i termini mai uditi, anche solo per una timida apparizione. Contemporaneamente si resta nella sostanziale assenza di una vera politica industriale in quanto la digitalizzazione interviene all’interno di asset esistenti migliorandone le performance, mentre altri dovrebbero essere gli atti di una politica economica anche in tema di fiscalità di vantaggio con l’obiettivo di favorire gli investimenti industriali, specialmente se provenienti da soggetti esteri.

    In questo contesto, invece, addirittura si propongono progetti di legge contenenti norme espressione di una ideologia che penalizzerebbe (il condizionale viene usato auspicando un ripensamento di tali dotti politici) con sanzioni quelle aziende (molto spesso espressione di gruppi esteri) che delocalizzassero all’estero le produzioni allocate ora nel nostro territorio.

    In questo modo, allora, il nostro Paese verrebbe reso ancora meno attrattivo (di quanto ora già non lo sia) per gli investimenti esteri ma anche nazionali: ancora una volta, infatti, emerge l’intenzione di intervenire allestendo un quadro normativo a valle della stessa  complessa organizzazione  (attraverso una penalizzazione) e non invece a monte della stessa (attraverso diverse forme di  incentivi), dimostrando così  lacune in termini di politica economica ed industriale decisamente  imbarazzanti (https://www.ticinolive.ch/2021/08/22/italia-prevenzione-delle-catastrofi-naturali-un-approccio-suicida/).

    In un contesto nel quale, ancora oggi, il nostro Paese si trova all’interno di una difficile ripresa economica con spunti problematici di inflazione.

    Quindi, invece di fornire mezzi e strumenti per riportare il sistema economico ad un livello occupazionale con valori pre-covid (forse l’unico vero indicatore di benessere complessivo) ci si dimostra distratti da una ideologia di transizione ecologica che esclude ogni analisi approfondita sulle reali motivazioni dei cambiamenti  climatici, specialmente per quelli attribuiti alle attività dell’uomo e dei vettori (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linquinamento-ideologico/).

    Tornando, allora, alle lacune lessicali della nostra classe governativa ed accademica si rileva che termini come onsharing e nearsharing applicati al settore produttivo non abbiano mai fatto capolino nelle dotte discussioni riportate dai verbali del parlamento e negli innumerevoli interventi televisivi di esponenti governativi o della maggioranza parlamentare, ad ulteriore conferma del deserto progettuale e strategico italiano ma anche europeo.

    Questi due termini, invece, rappresentano una parte importante del programma di ripresa economica dell’amministrazione statunitense del Presidente Biden (Joe Biden si ricorda del partito democratico). All’interno, infatti, della complessa strategia statunitense con il termine ONSHORING si intende una politica di sostegno economico e fiscale alle aziende che investano in siti di produzione all’interno del territorio nazionale (On), in Italia si direbbe ‘investire e tutelare la complessa filiera espressione del  Made in Italy’ (05.03.2020 https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Viceversa con il termine NEARSHORING viene indicato l’obiettivo strategico di favorire gli investimenti produttivi in territori vicini e magari confinanti (Near) al vasto territorio degli Stati Uniti. All’interno di una italica trasposizione si parlerebbe di politiche a sostegno di investimenti produttivi all’interno dei paesi dell’Unione Europea, come le riallocazioni di produzioni ora nel Far East.

    Alle lacune lessicali dimostrate dall’intera classe politica ed accademica ovviamente si aggiunge anche quella relativa agli obiettivi da conseguire con questa strategia dell’amministrazione statunitense.

    Il primo è rappresentato sia dalla volontà di ottenere una veloce e progressiva riduzione della dipendenza di filiere industriali statunitensi dalle importazioni cinesi quanto di riorganizzare la supply chain abbreviandone il perimetro d’azione e di conseguenza i tempi (1). Un traguardo economico ma soprattutto strategico finalizzato anche a sostenere la politica estera Made in Usa, specialmente all’interno di un sistema di relazioni internazionali in forte tensione e con una crescente contrapposizione tra i due blocchi Stati Uniti- Inghilterra-Australia (AUKUS) ed il colosso cinese.

    Ovviamente last but not least si intende ottenere un altrettanto importante obiettivo, cioè di aumentare le occasioni di occupazione stabile che solo il settore industriale sa assicurare: ed ecco chiaro anche il secondo traguardo dell’amministrazione Biden.

    Mai come ora, tornando alle nostre latitudini, queste lacune lessicali della nostra classe politica e governativa si dimostrano come espressione di veri e propri vuoti concettuali privi di contenuti strategici ed operativi molto preoccupanti per le sorti della nostra economia e del nostro Paese.

  • E’ di nuovo tempo di ‘Milano Golosa’

    Torna dal 16 al 17 ottobre Milano Golosa, la kermesse dedicata alla produzione gastronomica di eccellenza del nostro Paese, ideata da Davide Paolini. L’appuntamento per la nona edizione, in presenza dalle 10 alle 21, è ai Chiostri di Sant’Eustorgio del Museo Diocesano, uno dei complessi monumentali più belli e antichi della città, in ambiente esterno, a ingresso gratuito ma con obbligo di prenotazione.

    Come sempre la selezione degli espositori è rigorosissima, ispirata da un concetto molto semplice: entra solo chi, oltre a mettere passione, professionalità e rispetto del territorio nei propri prodotti mixa questi ingredienti in qualcosa di veramente buono. La visita a Milano Golosa è anche uno straordinario viaggio tra il meglio della produzione gastronomica artigianale e di nicchia che l’Italia offre, come il baccalà mantecato veneto, la crescia di Urbino, la genziana e il ratafià abruzzesi, il salame di Varzi, la torta Pistocchi, il frico friulano, il riso dell’Oltrepò e il capocollo di Martina Franca, solo per citare alcuni dei protagonisti della prossima Milano Golosa. E quest’anno spazio per alcune straordinarie novità: la Bresaola di wagyu dell’azienda Brisval; il biscotto di Venafro dell’azienda Il boccone del re; il liquore all’alloro Dalloro; i salumi di maiale nero calabrese di Nero di Calabria; il baccalà mantecato di Marinèr La Pesca e di Marcolin; il panettone con alghe e alici di Acquapazza Gourmet. Come sempre si potrà assaggiare, comprare e approfondire le conoscenze su temi legati alla produzione e storia dell’enogastronomia più autentica parlando direttamente con i suoi artefici: i produttori.

    La nuova location dell’evento permetterà al pubblico di poter godere in totale sicurezza di questa edizione di Milano Golosa, grazie a un allestimento che prevede un percorso di degustazione e approccio con i prodotti all’aperto, sotto gli antichi chiostri che al tempo stesso proteggeranno il pubblico da eventuali capricci del meteo. Per info e registrazioni online: milanogolosa.it

    La nuova edizione della kermesse gastronomica prevede una bella novità in termini di servizio. Per chi non potrà partecipare alla manifestazione, ma anche per chi, girando tra gli stand vuole fare shopping ma non vuole il peso delle buste, Milano Golosa ha pensato a un servizio di delivery dedicato. In collaborazione con Glovo, si potranno acquistare i prodotti presenti in fiera dall’app e farseli consegnare direttamente a casa!

    Il delivery è parte integrante di questa edizione di Milano Golosa, perché ospita la prima edizione di Thelivery Awards, il premio riservato ai ristoranti delivery più amati e votati sulla piattaforma www.theliveryawards.com e che ha raccolto decine di migliaia di voti da tutta Italia. E i vincitori delle varie categorie saranno premiati proprio a Milano Golosa, durante la serata del 15 ottobre, in un evento a porte chiuse.

    Inoltre, i piatti vincitori dei Thelivery Awards potranno essere degustati direttamente all’interno di Milano Golosa. Ma non solo. Dal 15 al 24 ottobre sarà possibile anche ordinare il menù di Thelivery Awards dall’applicazione Glovo, main partner dell’evento, degustando così i vincitori direttamente a casa propria.

  • La crisi dei chip frena la crescita della manifattura europea

    Frena la crescita del settore manifatturiero in Eurozona, anche se resta sopra la soglia dei 50 punti che indicano comunque un’espansione dell’attività. Pesa la crisi dei chip. In Italia, anche se ostacolato dai ritardi sulle forniture, il manifatturiero cresce rapidamente e resta solido.  Per la zona euro l’indice finale Ihs Markit Pmi è sceso, lievemente, a 58,6 punti, dalla precedente stima flash di 58,7, ma il dato è notevolmente inferiore rispetto ai 61,4 punti di agosto, registrando il livello più basso da febbraio. I dati Pmi manifatturieri a livello nazionale hanno rivelato come a settembre siano state le nazioni relativamente più piccole ad aver osservato i miglioramenti maggiori, con l’Austria in cima alla classifica. L’economia austriaca è stata inoltre l’unica ad osservare una crescita manifatturiera mensile più veloce, mentre nelle altre nazioni si sono registrati rallentamenti. Allo stesso tempo, la Germania ha osservato il maggiore rallentamento rispetto ad agosto, con il relativo indice Pmi principale crollato di oltre 4 punti.

    Il crollo del Pmi manifatturiero, spiega Ihs Markit, è stato causato dai due principali componenti dell’indice, i nuovi ordini e la produzione, che hanno segnalato considerevoli moderazioni della crescita rispetto ad agosto. In entrambi i casi, l’espansione è stata ancora elevata anche se la più debole in 8 mesi. Allo stesso tempo, dopo i forti tassi di incremento osservati nei mesi precedenti, i nuovi ordini esteri, incluso il traffico intra eurozona, sono aumentati al tasso più lento da gennaio. L’interruzione sulla fornitura è stata uno degli ostacoli principali ai programmi di produzione di settembre, mentre la più debole condizione della domanda è stata un’altra causa. Continuano ad allungarsi notevolmente a settembre i tempi medi di consegna dei fornitori, con l’entità del deterioramento che inoltre è stata maggiore di quella di agosto. La carenza di componenti elettronici e materie prime è stata particolarmente diffusa, e le aziende hanno accusato la scarsa disponibilità di container e i problemi logistici in alcune parti dell’Asia.

    In Italia l’indice destagionalizzato Pmi Ihs Markit a settembre ha registrato 59,7, segnalando il quindicesimo mese consecutivo di miglioramento delle condizioni operative del settore manifatturiero. L’indice principale è diminuito da 60,9 di agosto, “mostrando il tasso di espansione più lento da febbraio, rimanendo però in generale abbastanza rapido”. Lewis Cooper, Economista di Ihs Markit, ha sottolineato che “gli ultimi dati hanno evidenziato l’ennesimo miglioramento delle condizioni manifatturiere italiane. Con un tasso di espansione mensile in leggera diminuzione”. Tuttavia “le interruzioni sulla fornitura hanno tuttavia continuato a trattenere il settore. A causa delle diffuse carenze di materiale e problemi di natura logistica, si sono intensificati i ritardi delle consegne. Di conseguenza, le aziende sono rimaste in attesa dei beni per poter completare i loro ordini, il che, assieme alla forte domanda, ha provocato un nuovo e forte aumento delle pressioni sulla capacità”.

  • Il Prosek avanza nella Ue, l’Italia è pronta a fare le barricate per il Prosecco

    La Croazia torna alla carica sul vino Prosek e l’Italia si prepara a tutelare le sue bollicine più conosciute nel mondo. La domanda di registrazione della menzione tradizionale “Prosek” presentata dalle autorità croate avanza tra le proteste italiane. Lo ha confermato il Commissario Ue all’agricoltura Janusz Wojciechowski rispondendo a un’interrogazione presentata da europarlamentari di tutti gli schieramenti. La domanda croata risponde “ai requisiti di ammissibilità e validità”, e la Commissione “procederà alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’Ue”.

    “Siamo pronti alle barricate per difendere in ogni modo e in ogni sede il Prosecco Made in Italy perché deve essere chiaro a tutti che l’unico vero prosecco è quello prodotto nelle nostre terre”, ha detto Mara Bizzotto della Lega, autrice di una delle tre interrogazioni sul tema, tutte partite ai primi di luglio. Una – primi firmatari Alessandra Moretti e Paolo De Castro – era di eurodeputati di diversi paesi e schieramenti, e un’altra ancora di Gianantonio Da Re (Lega) che oggi chiede a “Europa, Governo e Regione Veneto” di fermare “la truffa del Prosek”.

    Un tentativo croato di proteggere la denominazione Prosek era già fallito nel 2013. Oggi Zagabria chiede di registrare una “menzione tradizionale”, che non è una Dop ma un modo di proteggere nomi ad essa legati. “Riserva”, “Superiore”, “Chateau”, “Grand Cru”, sono tutti esempi di menzione tradizionale riconosciuti dalle norme dell’Ue.

    Quello di Bruxelles non è un via libera e i giochi sono tutt’altro che conclusi. La pubblicazione della domanda in Gazzetta Ue coincide infatti con l’inizio di un periodo di due mesi in cui è possibile presentare obiezioni, che la Commissione analizzerà. Poi deciderà. “La Commissione ha risposto seguendo la procedura, ovviamente l’auspicio è che la stessa non vada avanti – sottolinea la Cia-Agricoltori italiani in una nota – dovremmo capire come i soggetti interessati potranno presentare obiezioni e farci eventualmente promotori”.

    “Il Ministero si è già opposto a questo riconoscimento – spiegano dal Ministero delle Politiche agricole – e utilizzerà ogni argomentazione utile per respingere la domanda, anche appellandosi ai principi di tutela espressi dalla Corte di Giustizia in casi analoghi”. Ma si deve “fare presto per fermare una decisione che colpisce il vino italiano più venduto nel mondo”, afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

    “Si tratta – precisa – di un precedente pericoloso che rischia anche di indebolire la stessa Ue nei negoziati per gli accordi di scambio dove occorre tutelare la denominazione prosecco dai falsi, come in Argentina e Australia”. Il pericolo di confusione da parte soprattutto di coloro che non conoscono il prodotto (ma solo il nome), secondo Confagricoltura, “è grande e potrebbe indurre in reale inganno chi acquista il prodotto”. Una ferma opposizione arriva anche dai territori di produzione del prosecco con il Presidente della Regione del Veneto Luca Zaia, che definisce “vergognoso” quanto accaduto e il presidente del Consorzio di tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg, Elvira Bortolomiol, che chiede di fare squadra per proteggere il nome Prosecco. Mentre il presidente del Consorzio Prosecco Doc, Stefano Zanette, promette che “la faccenda non è affatto conclusa”.

  • Il “supersalone” di Milano spinge l’Italia fuori dal tunnel

    Il “supersalone”, l’evento speciale 2021 del Salone del Mobile di Milano, si è concluso con un risultato molto positivo: 425 i brand espositori, di cui il 16% esteri, ai quali si sommano 170 giovani studenti provenienti da 22 Paesi e 39 designer indipendenti. In termini di affluenza di visitatori, le presenze registrate sono state oltre 60mila, in 6 giorni da 113 Paesi. Oltre la metà sono stati operatori di settore e buyer (il 47% provenienti dall’estero). Quasi 1.800 i giornalisti accreditati da tutto il mondo.

    “Chiudiamo questa edizione del Salone del Mobile.Milano con grande soddisfazione e tanta emozione. Era importante fare un primo ma decisivo passo, esserci e dare un segnale all’intero Paese. Ci siamo riusciti. Grazie al lavoro di tutti”, ha commentato Maria Porro, presidente del Salone del Mobile.Milano. “Siamo stati una miccia che ha innescato una reazione a catena che ha coinvolto l’intera design community internazionale, la città di Milano e tutto il settore. Ora guardiamo al futuro, con rinnovata consapevolezza del valore e della storia di questo patrimonio collettivo e con la voglia di accogliere le nuove sfide lavorando da subito alla sessantesima edizione del Salone del Mobile che si terrà dal 5 al 10 aprile 2022”, ha aggiunto ancora la Porro.

    Per Claudio Feltrin, presidente di FederlegnoArredo, si è trattato di “un supersalone di nome e di fatto che ha saputo coniugare in una formula innovativa calata nell’eccezionalità del momento, design, sostenibilità, qualità, ricerca, innovazione, cultura e food. In una parola i fiori all’occhiello del tessuto imprenditoriale del nostro Paese che, grazie al supersalone, hanno ‘suonato’ all’unisono dimostrando la capacità di fare sistema da parte di tutti i soggetti pubblici e privati coinvolti. Le nostre aziende non hanno mai perso la voglia di innovare e aver organizzato con successo il supersalone è stato un modo tangibile di dire al mondo che l’Italia è davvero tornata a correre. Ho sempre pensato che fare il supersalone fosse la scelta giusta, averne la conferma oggi, dopo sei giorni intensi, è la soddisfazione migliore che ci ripaga di ogni sforzo e che ci proietta con energia ed entusiasmo verso l’edizione di aprile 2022”.

    “Finalmente le fiere sono ripartite. Il supersalone è il simbolo della nostra rinascita” ha commentato per Fiera Milano Spa il direttore generale e amministratore delegato, Luca Palermo. “L’edizione speciale del Salone del Mobile segna una ripartenza non solo per il settore del design ma anche una boccata d’ossigeno per Milano, la Lombardia e il Paese. Abbiamo rischiato organizzando questa edizione, ma siamo contenti per i risultati ottenuti perché le aziende hanno creduto e investito nel progetto. L’affluenza dei visitatori al supersalone conferma, inoltre, il successo del green pass. In questo modo si è consentita la ripartenza dell’intero settore fieristico, che si regge anche sulla presenza fisica a questo tipo di eventi. Le 60mila persone presenti in fiera in questi giorni sono anche un ottimo segnale in vista dei prossimi appuntamenti fieristici in calendario (tra cui la moda, il food, l’ospitalità professionale, le moto, la farmaceutica e l’artigianato). Lo strumento fieristico che in Italia vale 60 miliardi di euro, come ha ricordato anche il presidente Mattarella durante l’inaugurazione del supersalone, continua ad essere un punto di raccordo che favorisce la produzione del nostro Paese verso i mercati esteri. Da qui a dicembre avremo più di 30 eventi in calendario e finalmente possiamo tornare a supportare le imprese”.

    Decisivo anche il ruolo della nuova piattaforma digitale del Salone del Mobile.Milano che, nei giorni del “supersalone”, ha amplificato l’evento, attivando un nuovo approccio e un’inedita fruizione sia per i visitatori presenti in fiera sia per gli utenti in remoto. Oltre 22mila scannerizzazioni di QR code tramite la nuova app. Il Web ha contato su 1,5 milioni di visualizzazioni di pagina con una media di 90mila utenze giornaliere. “Lo scorso giugno avevamo promesso un ‘supersalone’, cioè un evento imperdibile e speciale, capace di trainare per una settimana l’intero mondo del design e degli arredi. Oggi, possiamo dire che ci siamo riusciti, grazie alla fiducia dataci dal Salone del Mobile.Milano, alla disponibilita’ delle aziende e al lavoro straordinario di un team di curatori che ha mostrato al mondo quale può essere il futuro delle grandi esposizioni”, ha affermato l’architetto Stefano Boeri, curatore di “supersalone”.

    Anche dalla città sono arrivati echi di consenso: 35.000 i visitatori registrati alla Triennale Milano, che ha presentato la mostra il Salone / la Città, evento espositivo ideato dal Museo del Design Italiano di Triennale Milano per il Salone del Mobile.Milano. Proprio questo successo ha spinto a prolungare la mostra di un’altra settimana fino al 19 settembre.

  • Ancora allarme per il pomodoro cinese

    Come abbiamo già denunciato più volte anche quest’anno, mentre in Italia volge al termine la campagna del pomodoro, arriva l’allarme delle organizzazioni agricole. In Italia i derivati di pomodoro cinese, ricorda la Coldiretti, è arrivata a +164% ed anche dalla Turchia aumenta rapidamente l’arrivo di questi prodotti.

    I derivati del pomodoro sono un condimento particolarmente utilizzato in Italia sia direttamente dai consumatori che come parte di prodotti alimentari che l’Italia esporta. I pomodori coltivati al di fuori delle norme di garanzia che evitano l’utilizzo, per la coltivazione di prodotti che in Europa sono stati individuati come cancerogeni e pericolosi, rappresentano un rischio per la salute.

    Nel nostro Paese vi è l’obbligo che l’etichetta porti il luogo di coltivazione del pomodoro, questa specifica deve esserci anche per i derivati ma non è previsto nulla per i prodotti che saranno esportati. Per questo vi è il rischio concreto è che si esportino dall’Italia salse, passati, concentrati per i quali non è stato utilizzato pomodoro italiano e questa sarebbe ovviamente una frode e un grave danno per il made in Italy. Nella coltivazione del pomodoro si usano, in molti paesi, anche prodotti che forzano la maturazione in 24/36 ore. Questo sistema fortunatamente non è usato nel nostro Paese dove le aziende che lavorano il pomodoro ricevono il prodotto secondo turni prestabiliti e i pomodori seguono la naturale maturazione.

    E’ molto importante che non solo le associazioni di categoria e coloro che sono preposti al controllo, a partire dai nuclei anti sofisticazione, vigilino con attenzione per controllare che le importazioni dalla Cina, come anche da altri Paesi, non nascondano frodi o inganni, altrettanto importante è che i consumatori verifichino l’etichettatura di quanto stanno acquistando.

  • La fiscalità “alluvionale” di svantaggio

    Il nostro Paese sta conoscendo sempre più frequentemente gli esiti di eventi meteorologici spesso drammatici non solo per l’intensità crescente degli stessi ma anche a causa della mancanza di programmazione e di investimenti infrastrutturali precedenti finalizzati a mitigarne gli effetti. Una situazione talmente paradossale in quanto gli investimenti in sicurezza territoriale risulterebbero molto inferiori ai successivi interventi di finanza straordinaria alle quale gli enti statali e locali si trovano obbligati a porre in essere con l’obiettivo di mitigarne i devastanti effetti per la popolazione.

    Questo approccio suicida, purtroppo, trova ora la propria corrispondenza anche all’interno della politica economica e strategica del governo in carica. Nonostante le “risibili” affermazioni di un tale Di Maio relativamente alla risoluzione della vicenda Whirlpool la compagnia statunitense ha confermato la volontà di delocalizzare in Repubblica Ceca la produzione a basso valore aggiunto. Una decisione terribile in considerazione dell’impatto sociale ma motivata anche dal semplice confronto tra i costi della burocrazia italiana la quale pesa tre volte quella ceca per unità di prodotto.

    Le crisi relative ad aziende una volta padronali, e per questo indicate come insostenibili dalla intelligentia accademica, ora sono passate a fondi privati i quali senza alcun timore chiudono quei siti produttivi lontani dai mercati di sbocco come sta avvenendo nella filiera della Automotive a causa anche della svolta elettrica europea.

    In questo contesto la scelta del governo Draghi di imporre una prelievo del 2% sul fatturato ad un’azienda multinazionale che volesse chiudere il sito produttivo nel nostro territorio e l’obbligo di preoccuparsi della riallocazione dei lavoratori rappresenta un vero e proprio “suicidio assistito” in ambito economico. Invece di analizzare le cause relative alle scelte di chiudere determinati siti produttivi sul nostro territorio si preferisce imporre un’ulteriore “garrota burocratica” la quale implicitamente assolve da ogni responsabilità la classe politica e dirigente italiana in relazione alla disastrosa macchina burocratica e della Giustizia italiana. Queste due rappresentano la vera motivazione per cui o le aziende chiudono siti produttivi dislocati sul territorio o evitano di investire risorse per allestirne di nuovi. In altre parole viene abbandonata la scelta di tutelare il Made in Italy supportandolo anche fiscalmente attraverso una “fiscalità di vantaggio” con l’obiettivo di facilitare la riallocazione della  produzione una volta all’estero assecondando così una tendenza relativa alla riduzione della filiera già in atto (05.03.2020 https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/). Viceversa viene adottata la strategia, accecati da un vulnus ideologico, di impone un ulteriore aggravio burocratico ed economico tale da rendere il nostro Paese ancora più lontano ed attrattivo per gli investimenti esteri.

    Esattamente come avviene per la politica ambientale, nella quale si preferiscono interventi di finanza straordinaria per riparare ai mancati investimenti a tutela del territorio, ora si utilizza il medesimo degrado  ideologico identificabile in “una fiscalità di svantaggio” la quale avrà l’unico effetto di rendere il nostro Paese ancora meno attrattivo per gli investimenti esteri e, di conseguenza, da rendere ancora più debole il supporto al Made in Italy che rappresenta la nostra vera ed unica forza industriale.

    Attraverso la semplice analisi costi/benefici emerge evidente come raramente una iniziativa governativa abbia raggiunto un livello così miserevole nella strategia economica.

  • Scambi commerciali mondiali giù di oltre il 7% nel 2020 ma nel 2021 faranno +7,6%

    Il commercio internazionale è pronto a ripartire. Lo confermano le stime di Ice Agenzia e Prometeia, secondo cui nel 2021 gli scambi internazionali registreranno un rimbalzo del 7,6%. La ripresa si consoliderà nel 2022 con un’ulteriore crescita del 5,3%, riportando le importazioni dei mercati analizzati sui livelli prima della crisi. Entusiasta, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha commentato: “Dobbiamo essere fiduciosi perché le imprese italiane, dopo un periodo di difficoltà e coraggiosa resistenza possono vedere aprirsi nei prossimi mesi una fase di nuove possibilità”.

    Il rapporto Ice-Prometeia traccia un quadro non roseo per il 2020, l’anno in cui è iniziata la crisi pandemica. Lo scorso anno si è infatti chiuso con una caduta degli scambi mondiali poco superiore al 7% su base annua. E’ da riconoscere, tuttavia, come gli scambi commerciali internazionali abbiano giocato un ruolo fondamentale nell’arginare la diffusione dell’epidemia. Nell’ultimo anno infatti i flussi commerciali dei beni legati all’emergenza – dai dispositivi di protezione, ai prodotti farmaceutici, al materiale medico/sanitario – sono cresciuti in valore del 17%. Il settore più collegato all’emergenza sanitaria, la chimica farmaceutica, ha sperimentato un’espansione della domanda internazionale dell’8%. Il dato si confronta con flessioni superiori al 20% per i settori collegati alla mobilità (automotive e mezzi di trasporto) o a oltre il 10% per alcuni comparti tecnologici (meccanica in particolare) e di consumo (sistema moda e arredo), tra quelli di particolare rilevanza per l’Italia.

    Di Maio ha ricordato che il documento Ice-Prometeia “riflette inevitabilmente l’eccezionalità dell’anno appena trascorso. Un’eccezionalità, purtroppo, di segno negativo. Un dato su tutti: -7,2% il volume degli scambi mondiali nel 2020 rispetto al 2019. Il secondo peggior calo degli ultimi 20 anni. Sono statistiche che preoccupano e possono scoraggiare, ma sfogliando il rapporto troviamo anche evidenze di una imminente ripresa che ci porta a guardare con ottimismo al futuro”. Il mercato globale “è estremamente competitivo, ma ci sono ancora margini consistenti per riposizionarsi e cogliere nuove opportunità di affari”, ha sottolineato il ministro.

    Dai dati Ice-Prometeia arrivano comunque anche segnali incoraggianti. “Tra i Paesi del G8, l’Italia è il secondo per minor flessione dell’export e questo contributo ha consentito di attenuare un più forte calo dei consumi interni”, ha ricordato Carlo Ferro, presidente di ICce Agenzia. “Inoltre, nonostante il calo delle esportazioni ci sono eccellenze settoriali, gli ‘Oscar dell’export’, che hanno performato positivamente su alcuni mercati, indice della capacità delle nostre filiere di resistere agli shock inaspettati. Per esempio, il riso verso la Germania, la pasta verso Giappone e UK, il vino verso la Corea del Sud e l’Olanda e l’olio di oliva verso la Francia. Oltre il farmaceutico e l’alimentare, che sono cresciuti come settori, ci sono performance dell’export settore-Paese particolarmente positive: i componenti elettronici verso gli Stati Uniti, le macchine tessili verso la Turchia, le materie plastiche verso la Cina, le calzature in Corea del Sud, per fare alcuni esempi”, ha ribadito Ferro.

  • Biden ricuce con l’Ue sospendendo i dazi per il caso Boeing-Airbus

    Joe Biden tende la mano a Bruxelles per il rilancio della partnership e avvia il disgelo nella guerra dei dazi con la Ue, rottamando un’altra eredità di Donald Trump e dando una nuova boccata d’ossigeno ai mercati drammaticamente depressi dalla pandemia, compreso il Made in Italy. Usa e Ue hanno infatti concordato una tregua, sospendendo per quattro mesi le reciproche tariffe legate alla disputa sui rispettivi sussidi statali ai due maggiori costruttori mondiali di aerei, Boeing e Airbus.

    E’ stata la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen a dare l’annuncio per prima, dopo una telefonata con il presidente americano: “Come nuovo inizio per la nostra partnership, abbiamo deciso di sospendere tutte le tariffe relative alle controversie Airbus-Boeing su aeromobili e prodotti non aerei per un periodo iniziale di 4 mesi. Ci siamo anche impegnati a risolvere queste controversie”, ha detto, riferendo di aver proposto inoltre un “Consiglio per il commercio e la tecnologia a livello ministeriale per affrontare le sfide dell’innovazione” e di aver invitato Biden al vertice mondiale sulla salute a Roma il 21 maggio.

    L’intesa è stata ufficializzata poco dopo anche dalla Casa Bianca, secondo cui il presidente americano ha ribadito il suo impegno ha “riparare e rivitalizzare la partnership Usa-Ue” e a “coordinarsi su questioni di comune interesse, compresa Cina, Russia, Bielorussia, Ucraina e i Balcani occidentali”. Biden ha anche sottolineato l’importanza di una stretta cooperazione Usa-Ue per contenere la pandemia di Covid-19 e potenziare la sicurezza sanitaria globale, perseguire una ripresa economica globale sostenibile, affrontare la crisi climatica e rafforzare la democrazia”. Insomma, piena e ritrovata sintonia tra Washington e Bruxelles.

    La tregua è finalizzata a negoziare un accordo finale che metta fine a una disputa lunga 17 anni, durante i quali non sono mancati momenti di tensione e scontro. Soprattutto durante la presidenza Trump, che aveva ignorato le richieste europee per arrivare ad una intesa, preferendo cavalcare la sua guerra commerciale anche con gli alleati europei. Il braccio di ferro aveva portato all’imposizione di dazi, autorizzati dal Wto, per un valore complessivo di 11,5 miliardi di dollari: 7,5 miliardi di dollari da parte americana nell’ottobre 2019 e 4 miliardi di dollari da parte di Bruxelles l’anno successivo, come misura ritorsiva dopo i falliti tentativi di negoziati. Le tariffe si erano abbattute su settori strategici, dall’industria ai beni di consumo. L’Italia aveva pagato il prezzo più alto nel comparto food, anche se Trump non aveva infierito più di tanto sul Made in Italy. Secondo le ultime stime della Coldiretti, i dazi Usa colpivano le esportazioni agroalimentari italiane per un valore di circa mezzo miliardo di euro su prodotti come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi, agrumi, succhi, cordiali e liquori come amari e limoncello. Graziato invece il vino tricolore, a differenza di quelli francesi e tedeschi. Ma non c’è dubbio che la tregua ora rilancerà export e consumi per tutti. A partire dall’Italia: gli Stati Uniti sono il primo mercato di sbocco extra-Ue per i nostri prodotti agroalimentari, con un fatturato record di quasi 5 miliardi di euro l’anno nel 2020.

    La mossa segue quella analoga annunciata giovedì nei confronti di Londra, con cui Washington ha una ‘special relationship’: 4 mesi di sospensione dei dazi, che in Gran Bretagna avevano colpito beni come il whisky scozzese, alcuni formaggi tipici, biscotti. Un passo importante nell’agenda britannica post Brexit, dove il premier Boris Johnson punta ora ad un nuovo accordo commerciale con gli Stati Uniti. Ma ora anche per la Ue si apre un nuovo terreno di collaborazione commerciale, dopo che Biden si è impegnato a rilanciare l’alleanza tra le 2 sponde dell’Atlantico su tutti i fronti.

  • Solo con la crescita economica si ottiene la vera sostenibilità

    Iniziano a trapelare, con interesse progressivo, le anticipazioni del programma che il presidente incaricato Mario Draghi ha intenzione di sottoporre alle forze politiche.

    Per cominciare, viene indicata la rinnovata spinta alla digitalizzazione della pubblica amministrazione che rappresenta sicuramente un fattore positivo sotto il profilo funzionale. Questo processo “innovativo” non può non tener conto di un’analisi più approfondita relativa alle dinamiche della produttività della pubblica amministrazione rispetto al settore privato. Dal 1999 la produttività del settore privato, dato 100 il valore base, è aumentata di 29 punti mentre quella nella pubblica amministrazione è diminuita di 12,5 punti (87.5).

    In altre parole, il processo ancora incompleto della digitalizzazione non ha comportato alcun miglioramento dei servizi ma paradossalmente un loro progressivo peggioramento (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linutile-crescita-della-produttivita/). Una perdita di produttività che non solo aumenta i tempi e diminuisce il livello del servizio reso dalla P.A. ma vanifica anche gli sforzi compiuti dalle imprese private nell’aumentare la propria dovendo competere all’interno di un mercato globale e competitivo.

    Una sfida importante per il sistema economico italiano il quale deve poter contare sulla sicurezza di un pacchetto di servizi offerti dalla pubblica amministrazione, altrimenti la stessa struttura diventa un fattore anticompetitivo.

    Oltre a questi aspetti di natura puramente economica non si può non rilevare come il lungo processo di digitalizzazione si stia amaramente trasformando nel semplice trasferimento di ogni onere sull’utenza finale di cui i clickday ne rappresentano l’evento più eclatante.

    In altre parole, una vera riforma della Pubblica Amministrazione deve comprendere al proprio interno il fattore tecnologico e digitale ma deve porsi anche un obiettivo assolutamente nuovo. Questo traguardo viene rappresentato dal trasferimento della centralità, assolutamente autoreferenziale, della pubblica amministrazione alla prevalenza degli interessi dell’utenza e porre, quindi, al centro della propria mission l’utenza la quale deve trovare un supporto professionale alla propria vita quotidiana come al proprio lavoro.

    Un cambiamento epocale che potrebbe trasformarsi in un fattore “psicologico” importante per l’utenza complessiva con l’implicito obiettivo di ritrovare anche una nuova fiducia (sentiment) nei confronti dello Stato. Una incertezza legata alla mancanza di fiducia della relazione con lo Stato la quale concorre, unita a quella economica, a produrre il progressivo aumento dei risparmi come forma di difesa.

    Questa terribile pandemia, a distanza di un anno, ha causato dei danni incredibili ed inimmaginabili i cui effetti devono essere assolutamente limitati proprio dall’azione del programma del nuovo governo.

    Tutte le giuste riforme ipotizzate, P.A e Giustizia, sicuramente sono importanti per snellire i tempi della Giustizia (fattore fondamentale nell’attrarre investimenti esteri) specialmente in ambito civile.

    La vera crescita della ricchezza prodotta, e quindi del PIL, viene tuttavia favorita soprattutto dalle strategie che propongono scelte effettive e concrete. In altre parole, il governo incaricato dovrà porsi degli obiettivi e degli strumenti reali per il loro raggiungimento.

    In questo contesto può dimostrarsi utile e costruttivo anche copiare da altri modelli economici ed industriali di successo. Ecco, allora, come la riduzione della filiera produttiva risulti ora, non solo logisticamente ma anche economicamente, competitiva ed in questo senso andrebbe supportata da una fiscalità di vantaggio come azione di supporto del governo in carica. Contemporaneamente la tutela della proprietà intellettuale potrebbero rilanciare la nostra economia più di nuovo debito pubblico per realizzare infrastrutture la cui ricaduta è solo nel medio e lungo termine (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Una strategia che dovrà vedere impegnati sicuramente anche il mondo industriale il quale non dovrà più solamente cercare il costo minore nel mondo produttivo globale ma privilegiare la qualità di un prodotto intermedio che possa assicurare anche una tempistica molto più veloce per rispondere ad un mercato sempre più impaziente.

    Risulta evidente, quindi, come lo sforzo debba essere compiuto tanto dallo Stato, che deve cambiare il proprio atteggiamento nei confronti dell’utenza, quanto dal mondo imprenditoriale. Contemporaneamente la riallocazione all’interno del perimetro nazionale delle filiere produttive rappresenta una strategia vincente a differenza di quella esclusivamente finalizzata all’ottenimento della massima remunerazione del capitale (sempre legittima ma molto speculativa se ottiene la deindustrializzazione del proprio paese).

    In questo rinnovato contesto anche la stessa adozione di modelli di paesi appartenenti alla medesima area democratica e liberale occidentale, come gli Stati Uniti, rivelarsi, estremamente validi tali da venire adottati nel nostro Paese con l’esplicito fine di ridare forza alla crescita della ricchezza e del valore aggiunto. Non a caso la nuova amministrazione statunitense sotto la guida di Biden ha reso già da ora più vincolante il protocollo per ottenere il made in USA e contemporaneamente ha adottato l’obbligatorietà per le aziende che lavorino con l’amministrazione statunitense di produrre beni e servizi all’interno degli Stati Uniti (https://www.ilpattosociale.it/attualita/president-biden-1-2-3-7/). In questo senso è esemplare l’importante blocco di un lotto di importazioni di filati di cotone provenienti dalla Cina in quanto la produzione utilizzava dei rappresentanti delle minoranze etniche in vere condizioni di schiavitù. Questo ultimo episodio dimostra ed apre anche nel nostro Paese il nuovo concetto di sostenibilità la quale non deve essere esclusivamente relativa alla riduzione per quanto possibile dell’utilizzo dell’energia quanto invece l’espressione di una rinnovata tutela del prodotto espressione di una intera filiera produttiva come sintesi di know how industriale, artigianale e professionale.

    La vera Green Economy è quella in grado di ridurre al massimo l’utilizzo della energia ma contemporaneamente si pone l’obiettivo di tutelare i prodotti come espressione di professionalità che intervengono da monte a valle nella articolata produzione di prodotti complessi.

    In questo contesto di rinnovato riconoscimento della capacità produttiva e propositiva e della sua capacità di accrescere il Pil potrebbe sembrare inutile e quasi manieristico ricordare come la tutela del made in Italy, esattamente come ora negli Stati Uniti, risulti uno dei più importanti fattori che possano assicurare la crescita e l’occupazione del nostro Paese.

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