Made in Italy

  • Dall’UE via libera all’etichettatura d’origine per i salumi Made in Italy

    L’Unione Europea ha finalmente dato il via libera all’etichetta Made in Italy su salami, mortadella, prosciutti e culatello per smascherare l’inganno della carne straniera spacciata per italiana. Ad annunciarlo la Coldiretti che ha fortemente sostenuto il provvedimento dopo la scadenza del cosiddetto termine di “stand still”, periodo di 90 giorni dalla notifica entro il quale la Commissione avrebbe potuto fare opposizione allo schema di decreto nazionale interministeriale (Politiche Agricole, Sviluppo Economico e Salute) che introduce l’indicazione obbligatoria della provenienza per le carni suine trasformate. In questo modo sarà accontentato quel 93% di cittadini che ritiene importante conoscere l’origine degli alimenti, come rileva l’indagine on line del Ministero delle Politiche agricole, e si darà linfa vitale ai 5mila allevamenti nazionali di maiali messi in ginocchio dalla pandemia e dalla concorrenza sleale. E, dopo tante battaglie, sarà salvo il prestigioso settore della norcineria che in Italia, dalla stalla alla distribuzione, vale 20 miliardi.

    Secondo un’analisi Coldiretti, dall’inizio dell’emergenza sanitaria le quotazioni dei maiali italiani si sono quasi dimezzate, scendendo a poco più di un euro al chilo, mettendo a rischio le imprese e il Made in Italy che vanta 12,5 milioni di prosciutti a denominazione di origine (Dop) Parma e San Daniele prodotti in Italia.

    A preoccupare è l’invasione di cosce dall’estero per una quantità media di 56 milioni di “pezzi” che ogni anno arrivano nel nostro Paese, soprattutto dal Nord Europa, per essere lavorate ed ottenere prosciutti da spacciare come Made in Italy. Si stima, infatti, che tre prosciutti su quattro venduti in Italia siano in realtà ottenuti da carni straniere senza che questo sia stato fino ad ora esplicitato in etichetta.

    Il decreto sui salumi, che dovrà essere presto pubblicato in Gazzetta Ufficiale per essere operativo, prevede che i produttori indichino in maniera leggibile sulle etichette le informazioni relative a: “Paese di nascita degli animali, “Paese di allevamento degli animali, “Paese di macellazione”. Quando la carne proviene da suini nati, allevati e macellati nello stesso paese, l’indicazione dell’origine può apparire nella forma: “Origine: (nome del paese)”. La dicitura “100% italiano” è utilizzabile dunque solo quando la carne è proveniente da suini nati, allevati, macellati e trasformati in Italia. Se la carne proviene da suini nati, allevati e macellati in uno o più Stati membri dell’Unione europea o da Paesi extra europei, l’indicazione dell’origine può apparire nella forma: “Origine: UE”, “Origine: extra UE”, “Origine: Ue e extra UE”.

     

  • Ostacolo sulla via del trasferimento in Olanda della sede di Campari

    Tegola recesso sul trasferimento della sede legale (non fiscale) di Campari in Olanda. L’operazione, per il momento, sembra allontanarsi visto che il diritto di recesso, concesso ai soci contrari all’operazione, è stato esercitato dal 4% del capitale, per un controvalore complessivo di 385 milioni di euro, valore che supera significativamente la soglia di 150 milioni prevista dalla società quale condizione sospensiva del trasferimento.

    Ora le azioni recedute, pari a circa 46 milioni, dovranno in primo luogo essere offerte (dal 22 maggio al 21 giugno) agli azionisti che non abbiano esercitato il proprio diritto di recesso. Ma, ha sottolineato Campari, “alla luce delle attuali condizioni di mercato, è realistico presumere che – anche tenendo conto dell’impegno dell’azionista di controllo, Lagfin, ad acquistare le azioni fino a un ammontare di 76,5 milioni di euro – il controvalore complessivo delle azioni recedute che è probabile restino non acquistate ecceda significativamente la soglia di 150 milioni prevista quale condizione sospensiva. Qualora si verificasse questa ipotesi, il cda potrà evitare il perfezionamento dell’operazione che genererebbe un costo ritenuto irragionevole per la società semplicemente in virtù del mancato avveramento della condizione sospensiva”. Per cui Campari, pur confermando il proprio impegno a completare l’operazione, ritiene che, vista l’onerosità, non sia oggi nell’interesse della società proseguire con il trasferimento. Il gruppo aveva fissato in 8,376 euro il prezzo di recesso, mentre il corso azionario da fine febbraio a oggi, complice l’emergenza Covid, ha sempre visto il titolo viaggiare ben sotto quella soglia, così molti soci hanno preferito passare all’incasso.

    La decisione di Campari di trasferire la sede legale nei Paesi Bassi era legata, tra l’altro, al potenziamento del sistema di voto maggiorato, già adottato dal gruppo, volto a valorizzare un azionariato con orizzonte d’investimento a lungo termine. Proprio per arginare gli spostamenti delle sedi legali delle società italiane all’estero, il Governo in fase di stesura del Dl Rilancio aveva introdotto il voto plurimo, dando la possibilità alle società quotate di derogare alla regola “one share one vote”, ma la sua introduzione è poi scomparsa nella versione finale del decreto. Già alcune società hanno fatto le valigie per traslocare in Olanda la propria sede legale e sfruttarne la maggiore flessibilità delle regole in materia di governance societaria e un diritto societario estremamente semplificato. Fca, Ferrari ed Exor hanno nei Paesi Bassi la loro sede legale. Sede legale ad Amsterdam è prevista anche per MFE, la holding che raggrupperà le attività italiane e spagnole del gruppo Mediaset, mentre lo è già per la Cementir di Caltagirone. In stand-by, per ora, Campari.

  • La Ue stoppa un tentativo cinese di clonare lo scooter Vespa

    La Ue stoppa un tentativo cinese di copiare stile della Vespa, icona italiana oltre che marchio aziendale. L’invalidity division dell’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo) ha infatti dichiarato nullo il design registrato a giugno 2019 da un soggetto cinese, usato per giustificare la produzione di scooter simili alla Vespa esposti al salone milanese delle due ruote, Eicma, nel novembre 2019, fatti rimuovere dall’ente Fiera su iniziativa di Piaggio. La registrazione è stata annullata, poiché “incapace di suscitare un’impressione generale differente rispetto al design registrato” della Vespa Primavera, evidenziando che ne rappresentava un illecito tentativo di riproduzione dei suoi fregi estetici.

    Vespa Primavera è protetta dal design registrato dal gruppo Piaggio nel 2013, dal marchio tridimensionale relativo allo scooter Vespa e dal diritto d’autore che tutela il valore artistico della forma di Vespa, icona di stile dal 1946. Non è però il primo prodotto che l’azienda cerca di tutelare con “una più ampia attività di lotta alla contraffazione che il gruppo intraprende da anni e che prevede il costante monitoraggio delle banche dati di design e marchi a livello internazionale, che ha portato tra l’altro a ottenere la cancellazione di oltre 50 marchi registrati da terzi negli ultimi due anni, a seguito di procedimenti di opposizione instaurati da Piaggio”, con sentenze anche fuori dall’Europa, come in Vietnam, e un’azione attiva ad esempio in India. Stavolta però il tentativo è andato oltre. Il contraffattore è arrivato per la prima volta a clonare il design, ovvero la forma, e cercando di farlo apparire legale, ovvero, come spiegano dalla Piaggio, “al tentativo di tutelare il prodotto clone, depositandone il design”. La tutela del design risulta del resto più complessa di quella dei brevetti, per cui viene effettuata a priori una ricognizione del pregresso. Per i design invece l’unica possibilità è a posteriori con azioni di invalidità, come quella con cui Piaggio ha ottenuto ragione.

  • I trend di crescita del Pil Netto

    Buona parte degli esperti di economia continua a proporre come unica soluzione al deficit di crescita economica precedente il covid 19, ed a maggior ragione adesso, la necessità di avviare una politica di investimenti pubblici in un articolato piano infrastrutturale. Ancora una volta si omette di affrontare le cause che avevano relegato il nostro Paese all’ultimo posto nella graduatoria in materia di crescita economica dal 2012 al 2019 compreso. Si spera, ancora una volta, nell’effetto benefico della spesa pubblica finalizzata all’ammodernamento infrastrutturale determinando un’inversione del pericoloso trend di decrescita economica.

    Nessuno nega come nel medio e lungo termine questi investimenti si possano tradurre in fattori di competitività importanti per le aziende che competono nel mercato globale, anche se va considerato l’aspetto gestionale, che diventa fondamentale nell’impatto economico di questa infrastruttura, della rete autostradale che è diventata un fattore fortemente anticompetitivo rispetto alla Germania ed alla Svizzera.

    Va ricordato, inoltre, come per esempio, ad esclusione del ponte di Genova, il codice degli appalti abbia di fatto reso impossibile e soprattutto farraginoso ogni procedura di approvazione di tali opere pubbliche.

    Questa crescita economica, ammesso che si manifesti come nelle volontà di chi la propone, rappresenta tuttavia un mercato “drogato di spesa pubblica” e quindi con scarsa crescita propria ed un rapporto costi/benefici imbarazzante.

    In altre parole non si tiene in alcuna considerazione quella quota di mercato o meglio quella quota di PIL Netto* che viene prodotta da soggetti privati con l’intenzione di soddisfare i bisogni o i servizi di altrettanti consumatori e cittadini. Pur sapendo benissimo che parlare di divisioni nette all’interno di un mercato globale risulta molto difficile tuttavia a livello tendenziale e soprattutto identificativo è netta la distanza tra i due mercati ma soprattutto tra i due PIL, il primo legato alla spesa pubblica rispetto al secondo. L’unico contatto di quest’ultimo con la pubblica amministrazione è relativo alla pressione fiscale crescente necessaria per finanziarie quel mercato drogato al quale si faceva riferimento prima.

    Risulta evidente quindi come questa seconda tipologia di mercato privo degli incentivi della spesa pubblica (salvo talvolta attraverso incentivi fiscali come per il settore dell’auto con la rottamazione) rappresenti sicuramente la migliore espressione di soggetti economici che con la  propria  professionalità partecipano ad una crescita del PIL. In questo contesto quindi i trend che si presentano per la loro crescita dopo la fine del lockdown possono suggerire degli scenari meno catastrofici ma soprattutto delle scelte strategiche importanti.

    I veri trend top.

    1. Innanzitutto l’analisi di quanto sta avvenendo negli Stati Uniti (https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-05-02/america-s-retailers-return-to-lure-virus-weary-shoppers-to-malls). I consumatori statunitensi, infatti, successivamente all’annullamento del lockdown  abbandonano i centri commerciali in quanto troppo affollati e quindi esposti ad un maggiore rischio di contagio e tornano al retail tradizionale. Una tendenza molto interessante che dovrà essere tenuta nella debita considerazione da parte delle giunte comunali in quanto questa nuova attenzione alla distribuzione urbana permetterà di ridare nuova luce a tutti i quartieri delle città e così combattere il degrado che anche in alcuni centri storici regna sovrano. Da sempre gli Stati Uniti rappresentano ed anticipano le tendenze mondiali e quindi anche quelle relative al nostro mercato: un segnale certamente incoraggiante.
    2. Laconsapevolezza. Questa  deve coinvolgere ovviamente i soggetti imprenditoriali e quindi le aziende verso una nuova presa di coscienza e conoscenza uniti nel riconoscimento dei valori espressi e dei traguardi raggiunti dal sistema economico italiano anche in tema di sostenibilità. Da queste consapevolezze si deve ripartire per assicurare una nuova stagione di sviluppo (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/)
    3. I modelli di organizzazione industriale già ampiamente anticipati all’estero e da società operanti anche sul territorio nazionale come modelli di filiera integrata. Sempre più spesso i modelli economici reali anticipano  la loro stessa definizione (https://www.ilpattosociale.it/2018/09/27/svizzera-e-toscana-i-modelli-di-sviluppo-richemont/).
    4. I valori. Anche in questo caso questi deve venire finalmente riconosciuto tanto dalla classe imprenditoriale quanto da quella politica il valore della tutela delle filiere da monte a valle del made in Italy.

    In questo contesto allora la riduzione della filiera e la tutela della proprietà intellettuale potrebbero rilanciare la nostra economia più del nuovo debito pubblico per realizzare infrastrutture la cui ricaduta è solo nel medio e lungo termine. Una consapevolezza che può essere addirittura supportata attraverso una politica di fiscalità di vantaggio in relazione al reshoring produttivo per riportare lavoro e professionalità  ora delocalizzate in paesi a basso costo di manodopera (https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Questi mercati composti di aziende produttive e della distribuzione assieme ai consumatori sono fattori fondamentali della crescita del Pil netto e contemporaneamente lontani dagli effetti della spesa pubblica.

    Paradossale poi se si considera invece come proprio questo settore di economia italiana sostenga con la propria capacità fiscale la tanto desiderata politica di investimenti infrastrutturali.

    Anche in questo difficile contesto post pandemia ancora una volta vengono abbandonate le 4° (calzature/tessile/abbigliamento/pelletteria; arredamento; agro-alimentare/vinicolo;  automazione/plastica/meccanica) dalle strategie proposte dal mondo economico e politico italiano in quanto considerate espressione di una Old Economy.

    Mai come ora il prodotto interno lordo che genera ricchezza “manu  propria” dovrebbe ricevere una maggiore tutela.

    (*): indica quota di Pil non direttamente espressione dell’utilizzo della spesa pubblica in investimenti o spesa corrente.

  • Promuovere le eccellenze locali in Europa

    Prodotti italiani che definiremmo Made in Italy ma che non vengono inclusi nelle linee di protezione ed etichettatura italiana. E’ questo il tema dell’incontro Promuovere le eccellenze locali in Europa, sesto di una serie di conferenze web su temi di attualità organizzate dall’europarlamentare dell’ECR (Conservatori e Riformisti europei) Pietro Fiocchi che si svolgerà lunedì 11 maggio a partire dalle 18,30. All’incontro parteciperanno, tra gli altri, Fabio Carosso – Vicepresidente Regione Piemonte,
    Pierangelo Pedersoli – Presidente CONARMI e Presidente Davide Pedersoli & C.,  Marco Cerutti – Confartigianato Imprese Piemonte Orientale, Nicola Bagioli – Artigiano della pietra ollare e titotale di Lavéc. Modererà Marcello Villani – Giornalista e Conduttore Radiofonico.

    Si può partecipare alla diretta attraverso la pagina Facebook https://www.facebook.com/On.PietroFiocchi/ o collegandosi alla piattaforma  Zoom: Webinar ID: 860 8574 8950 https://us02web.zoom.us/j/86085748950

  • Arriva il primo wine live tasting online

    Il vino? Lo ‘degustiamo’ on line! Costretti gli avventori a casa per il lockdown anche gli assaggi tradizionali si adeguano ai tempi e così i sapori vengono raccontati e descritti da chi, calice alla mano e al naso, può godere del buon nettare. L’idea è venuta a Eleganza Veneta, agenzia di organizzazione eventi e comunicazione, che ha deciso di presentare un nuovo modo di fare degustazione del vino utilizzando lo streaming in diretta on line. Nasce così “Live”, una nuova esperienza che offre ai partecipanti la possibilità di continuare a conoscere e degustare attraverso una diretta unica con l’acquisto del BOX WINE TASTING.

    Il progetto permetterà all’utente interessato di acquistare il BWT (la scatola con le bottiglie di vino) e di starsene comodamente a casa in famiglia, di stappare la propria bottiglia e preparare i calici per interagire con il produttore attraverso una diretta live. Così, almeno per un’ora, sembrerà di essere tutti in cantina, tra calore ed emozione, per condividere un’esperienza in cui si parlerà di cultura, tradizioni e territorio solo con un semplice click!

    Conosceremo cantine e vini grazie alla conduzione di relatori professionisti, docenti e giornalisti qualificati che seguiranno passo dopo passo la degustazione.

    Tutti su Youtube e…Prosit!

  • Il made in Italy lancia l’orto spaziale

    Un micro-orto a 6mila chilometri dalla terra per coltivare verdure fresche destinate alle future esplorazioni spaziali. E’ il progetto Greencube messo a punto da un team scientifico tutto italiano e sarà contenuto per la prima volta a bordo di un mini satellite che verrà lanciato in occasione del volo inaugurale del vettore ufficiale Vega-C dell’Agenzia Spaziale Europea. Il prototipo alla cui realizzazione partecipano Enea, Università Federico II di Napoli e Sapienza Università di Roma, nel ruolo di coordinatore e titolare di un accordo con l’Agenzia Spaziale Italiana, si basa su colture idroponiche a ciclo chiuso in grado di garantire per i 20 giorni di sperimentazione un ciclo completo di crescita di microverdure, selezionate tra quelle più adatte a sopportare le condizioni estreme extraterrestri.

    Alloggiato in un ambiente pressurizzato e confinato, il micro-orto Greencube sarà dotato di un sistema integrato di sensori hi-tech per il monitoraggio e controllo dei parametri ambientali, della crescita e dello stato di salute delle piante, e sarà progettato in modo da trasmettere a terra, in totale autonomia, tutte le informazioni acquisite, dando così la possibilità ai ricercatori di valutare la risposta delle piante alle condizioni di stress estremo. Il satellite verrà realizzato in due sezioni: due unità saranno dedicate al sistema di coltivazione e di controllo ambientale che, oltre alle microverdure e ai sensori, conterrà anche la soluzione nutritiva e l’atmosfera necessaria; la seconda unità invece ospiterà all’interno del “telaio” del satellite la piattaforma di gestione e controllo del veicolo spaziale. “Il progetto si inquadra nell’ambito della mission Enea di trasferire all’industria e alle pubbliche amministrazioni i risultati della ricerca scientifica in un’ottica di sviluppo economico sostenibile, in questo caso attraverso competenze, infrastrutture e professionalità maturate nella coltivazione in ambienti chiusi e confinati di ortaggi freschi per uso industriale e in ambienti estremi, come lo spazio”, sottolinea Luca Nardi, ricercatore del Laboratorio Biotecnologie Enea. “Il sistema di coltivazione in orbita consentirà di massimizzare l’efficienza sia in termini di volume che di consumo di energia, aria, acqua e nutrienti e durante la missione verrà affiancato da esperimenti di coltivazione a terra in apposite camere per poter verificare gli effetti sulle piante oltre che delle radiazioni anche della bassa pressione e della microgravità”, aggiunge Nardi.

  • L’emergenza Coronavirus affossa l’economia agricola tra aziende isolate, speculazioni e rischio psicosi

    Sono circa 500 le aziende agricole e le stalle confinate insieme a centomila mucche e maiali negli undici comuni della zona rossa fra Lombardia e Veneto a causa dei provvedimenti restrittivi adottati in aree a forte vocazione agricola tra allevamenti, seminativi, vigneti, agriturismi e cantine. Qui è necessario garantire una adeguata assistenza nelle stalle, alle strutture e agli animali, ma anche assicurare la disponibilità della forza lavoro nei campi con le necessarie deroghe per la movimentazione delle persone, del bestiame, degli alimenti deperibili, della produzione casearia con l’uscita degli automezzi con il prodotto trasformato verso piattaforme logistiche, impianti di confezionamento, stabilimenti di stagionatura e/o attività commerciali.

    Le difficoltà si estendono in realtà all’intera area della pianura padana dove nasce oltre 1/3 del Made in Italy agroalimentare, direttamente condizionato dall’emergenza coronavirus nell’attività produttiva e commerciale. A preoccupare sono anche le speculazioni in atto sui prodotti agroalimentari Made in Italy in alcuni Paesi dove vengono chieste senza ragione certificazioni sanitarie su merci, dal vino alla frutta e la verdura soprattutto provenienti dalla Lombardia e dal Veneto, ma ci sono state anche assurde disdette per forniture provenienti dalla zona rossa.

    Intanto è fuga dei braccianti stranieri dalle campagne italiane anche per effetto delle misure cautelative adottate da alcuni Paesi europei, dalla Romania alla Polonia fino alla Bulgaria, nei confronti dei loro lavoratori impegnati nelle regioni del nord Italia più direttamente colpite. In sofferenza pure il sistema delle vendite dirette degli agricoltori con la sospensione ingiustificata dei mercati di Campagna Amica in alcune realtà dove svolgono un ruolo centrale per garantire l’approvvigionamento locale di beni alimentari per evitare speculazioni.

    In calo del 50% le presenze secondo il monitoraggio di Terranostra che evidenzia addirittura un azzeramento nelle aree del Veneto e della Lombardia più vicine alle zone rosse.

    E soffrono anche le esportazioni a partire da quelle in Cina, crollate a livello generale dell’11,9% nel mese di gennaio con l’inizio dell’emergenza Coronavirus che ha frenato i consumi nel gigante asiatico ma ha anche i flussi commerciali per i limiti posti al trasporto di persone e merci.

    La Coldiretti chiede misure di sostegno alle attività più duramente colpite attraverso fondi per il crollo di presenze in agriturismo, sgravi fiscali e contributivi con il rinvio di pagamenti, compensazioni previdenziali delle giornate di lavoro perse e attivazione degli ammortizzatori sociali per i lavoratori nonché interventi per colpire le pratiche commerciali sleali che frenano le esportazioni ed un piano promozionale sulla sicurezza e qualità del made in Italy alimentare all’estero.

    Fonte: Il Punto Coldiretti del 28 febbraio 20120

  • Italia: un patrimonio immeritato

    Da una recente ricerca l’Italia rappresenta nel mondo la meta più ambita. Questa propensione globale verso il nostro Paese non è ovviamente legata alla sola espressione di un desiderio di ammirare le stupende località culturali, storiche e naturali. E’, invece, anche espressione di una sincera ammirazione per il way of life italiano, sintesi e sublimazione dell’offerta di prodotti (calzature, arredamento, tessile-abbigliamento, enogastronomia, tre settori delle famose 4A) i quali si esprimono nel Made in Italy come valore aggiunto e soprattutto distintivo.

    Negli ultimi trent’anni, viceversa, nel nostro Paese non un governo ha cercato di valorizzarne e soprattutto tutelare questo patrimonio. Contemporaneamente i grandi brand del mondo della “moda” legati alla origine italiana come valore distintivo hanno delocalizzato senza ritegno tutte o buona parte delle proprie produzioni. In questo contesto, allora, il fattore prezzo diventa l’unico elemento distintivo che ne certifichi l’appartenenza al settore Luxury.

    All’interno dell’Unione Europea la nostra politica è stata quella di ottenere sempre decimali aggiuntivi di maggior deficit per sopportare la continua crescita della spesa pubblica (80 euro ora 100, reddito di cittadinanza, quota 100) finalizzata a foraggiare i vari giardini elettorali. Addirittura alcuni governi hanno finanziato la delocalizzazione, come il governo Prodi, mascherandola attraverso sostegni alla internazionalizzazione convinti che il mondo industriale rappresentasse ormai la Old Economy.

    Per nostra fortuna la verità percepita risulta sicuramente più importante di quella reale per cui ancora oggi il nostro Paese detiene un primato unico al mondo riconosciuto dalle diverse popolazioni ad ogni latitudine.

    Se i governi invece di dilettarsi con ridicole estrazioni degli scontrini o fumose proposte di elezione diretta del primo ministro cominciassero invece ad esprimere competenze ma soprattutto strategie economiche industriali e con queste anche nuove normative a tutela del made in Italy il problema della crescita economica potrebbe trovare una svolta non indifferente. In questo senso, infatti, sembra incredibile come l’ottusità della classe politica e dirigente non sia in grado neppure di copiare da esempi molto qualificanti come a soli 80 km da Milano offre la Svizzera attraverso la rimodulazione del protocollo relativo allo Swiss made.

    Lo stesso tema del reshoring produttivo sembra ormai essere caduto nel dimenticatoio sostituito da quello molto più vincente sotto il profilo comunicativo della sostenibilità. Anche in questo caso ignorando completamente i risultati già ottenuti dal sistema industriale italiano (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/). A maggior ragione ora che il coronavirus mette in difficoltà il supply chain di aziende che hanno delocalizzato fasi della propria produzione e quindi viene riproposta la centralità della filiera produttiva italiana.

    Un patrimonio del genere, riconosciuto e amato, come quello italiano, merita altissime competenze anche all’interno delle stesse associazioni di categoria le quali viceversa si stanno ritagliando, come Confindustria ed i sindacati, un ruolo politico nella gestione della spesa pubblica e sempre meno si occupano della tutela dei propri associati.

    Una classe politica e dirigente che non comprende il valore del patrimonio ereditato destina il proprio paese alla estinzione culturale ed alla marginalizzazione della propria economia. I dati drammatici della esplosione della cassa integrazione (+57%, al sud +90%) di fatto annientano la credibilità di un governo e di un presidente del Consiglio che aveva indicato nel 2019 un “anno stupendo”.

    In fondo come l’eredità viene definita un arricchimento “senza causa” il nostro Paese rappresenta un patrimonio italiano come felice sintesi complessa di un way of life apprezzato in tutto il mondo, quindi un valore riconosciuto.

    Contemporaneamente questo patrimonio italiano viene distrutto e scialato da chi non ne comprende la grandezza e non ha dimostrato alcun merito per ereditarlo e tantomeno capacità nel tutelarlo.

  • Prodotti made in Italy ‘graziati’ per 180 giorni dai dazi Usa

    Non ci saranno nuovi dazi sui prodotti agroalimentari italiani destinati al mercato Usa. Per il momento non cambia nulla e il Made in Italy tira un sospiro di sollievo. Ma la situazione resta pesante. “Il lavoro fatto in questi mesi ha dato i suoi frutti – ha commentato la ministra delle politiche agricole Teresa Bellanova – Abbiamo scongiurato il rischio che le nostre eccellenze subissero danni irreparabili”.

    L’amministrazione Usa ha deciso di lasciare invariate le tariffe doganali già in vigore, imposte lo scorso ottobre, pari al 25% del valore, sulle importazioni di prodotti agroalimentari dalla Ue nel quadro del contenzioso sugli aiuti pubblici al consorzio Airbus. E’ scongiurato quindi il rischio di prelievi aggiuntivi su prodotti agroalimentari nazionali come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Provolone, Asiago, Fontina, salami, mortadelle, crostacei, molluschi, agrumi, succhi e liquori (come amari e limoncello), e che si possano estendere ad altri settori del nostro export sul mercato Usa. Ma solo per il momento perché l’ufficio per il commercio Usa si riserva comunque di cambiare le merci colpite dalla tariffe con scadenze di 180 giorni.

    E se il Sistema Italia per ora tira un sospiro di sollievo, effetti negativi dopo i dazi si sono comunque verificati sulle esportazioni di alcuni prodotti simbolo del Made in Italy, come Parmigiano Reggiano e Grana Padano negli Usa, che sottolinea Coldiretti, “sono crollate rispetto all’anno precedente del 54% a novembre e del 43% in dicembre”, tanto che il presidente dell’associazione, Ettore Prandini, chiede di “attivare al più presto aiuti compensativi ai settori che restano colpiti”.

    Naturalmente i produttori avrebbero voluto la completa cancellazione delle tariffe ma la diplomazia italiana è riuscita a evitare almeno ulteriori aumenti. Ed è quindi “una buona notizia per tutto il settore”, afferma Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia. Sulla stessa linea Giorgio Mercuri, presidente di Alleanza cooperative Agroalimentare e il presidente di Federalimentare Ivano Vacondio che riconoscono il lavoro diplomatico portato avanti dal governo italiano. Ma ora occorre “avviare un negoziato diretto con gli Usa per raggiungere un nuovo accordo commerciale, che metta fine alle tensioni in atto”, osserva il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti.

    Le esportazioni del “Made in Italy” agroalimentare sul mercato statunitense ammontano a 4,5 miliardi di euro l’anno. Si tratta del primo mercato di sbocco fuori dalla UE e il terzo in assoluto. Circa la metà dell’export di settore è assicurata da vini, pasta e olio d’oliva. Per i vini, in particolare, le esportazioni verso gli USA si sono attestate a 1,3 miliardi di euro nel periodo gennaio-ottobre 2019, con una crescita di oltre il 4% sullo stesso periodo del 2018.

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