Made in Italy

  • L’ortofrutta traina il Made in Italy, export da record

    Vola l’export di frutta e verdura tricolore che con i quasi 5,6 miliardi di euro archiviati nel 2021 – un numero che vale un +8% sull’anno precedente – fa segnare il suo record storico e trascina verso nuove vette il comparto agroalimentare, fiore all’occhiello di un ‘Made in Italy’, atteso – dopo i fasti degli ultimi mesi – a mantenere una velocità di crociera spedita nonostante le difficoltà imposte dall’aumento dei prezzi per energia e  materie prime e dal protrarsi del conflitto in Ucraina. A celebrare l’exploit dell’ortofrutta italiano e a guardare con “ottimismo” al futuro prossimo è Macfrut, salone internazionale del settore in cartellone alla Fiera di Rimini, fino a venerdì.

    “Penso che siano giorni importanti per la filiera agroalimentare, per il settore primario, per l’ortofrutta, per il settore avicolo – ha scandito all’inaugurazione della kermesse romagnola il ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli – riapre una fiera importante per il nostro Paese e per il Sistema Paese, nuovamente in presenza, nuovamente con tante persone: è un bel segnale di ripresa”. Comunque da confermare.

    Adesso, ha argomentato infatti Patuanelli, “la sfida è quella di produrre cibo di qualità in quantità sempre superiori e sempre in aumento perché siamo sempre di più su questo pianeta. L’innovazione – ha sottolineato – è l’unico strumento che abbiamo per arrivarci. La capacità di trasferimento tecnologico, il dotare di strumenti per l’agricoltura di precisione tutte le aziende del Paese è l’obiettivo: solo in questo modo – ha chiosato – riusciremo a consumare meno input ambientali e a livello globale produrre più cibo”.

    Un traguardo da raggiungere partendo da una fiera, ha puntualizzato il presidente di Macfrut, Renzo Piraccini, che “si apre nel segno dell’ottimismo nonostante il clima di grande incertezza e le tensioni internazionali conseguenti alla guerra in Ucraina che speriamo possano rapidamente rientrare”. Ottimismo, evidenzia, dato dai numeri della rassegna con 830 espositori di cui il 28% esteri, dal 2021 chiuso “con la cifra record di 5,6 miliardi di esportazioni” e da una “campagna commerciale che si apre finalmente sotto i migliori auspici”.

    Al centro della fiera romagnola, giunta alla sua 39esima edizione, diverse novità a partire dall’International ‘Cherry Symposium’, in omaggio alla ciliegia, frutto simbolo di quest’anno; il primo salone europeo dedicato al mondo delle spezie, erbe officinali ed aromatiche, lo ‘Spice & Herbs Global Expo’, che fa il suo esordio con oltre 50 espositori in rappresentanza dell’intera filiera mentre è l’avocado il frutto esotico al centro della terza edizione del ‘Tropical Fruit Congress’.

    In scena nel quartiere fieristico di Rimini, ancora, ‘Biosolutions International Event’, salone internazionale  dedicato ai prodotti naturali per la difesa, nutrizione e biostimolazione delle piante e tanto spazio alla ‘Smart Agriculture’ con le ultime novità in fatto di droni, robot e sensoristica a tutela dell’agricoltura e della sua sostenibilità.  Particolare attenzione, poi, anche al continente africano con gli ‘Africa Days’ e la presenza, all’inaugurazione del salone di Alitwala Kadaga, ministra per le politiche comunitarie dell’Uganda e Gourouza Magagi Salmou, ministra dell’Industria e imprenditoria del Niger. In contemporanea a Macfrut, infine, si è aperto il ‘Poultry Forum’, evento internazionale dedicato al settore avicolo.

  • La migliore Italia

    In un periodo di crisi completa, assoluta espressione di una sintesi nefasta tra i postumi della pandemia, e del perseverare del covid, e la terribile guerra voluta da Putin ed ancora in assenza di una strategia diplomatica europea la situazione economica volge drammaticamente verso una recessione figlia anche della infantile illusione di una ripresa nel 2021 legata, invece, quasi esclusivamente ai bonus ed alla esplosione della spesa pubblica ben oltre i mille (1.000) miliardi.

    In questo contesto l’Italia, quella vera, cioè del lavoro e delle imprese dalla cui unione nasce la possibilità di creare una vera crescita del Pil, con l’obiettivo di superare l’impasse dell’intero mondo politico italiano, dimostra la propria capacità di reazione alle avversità.

    Questa Italia della concretezza opposta a quella della politica si espone per la sopravvivenza della propria azienda e dei posti di lavoro assicurati sul territorio e dimostra di non attendere le vuote dinamiche politiche, troppo prese dagli accordi di lista in vista delle prossime elezioni di giugno, i cui vertici non si dimostrano neppure in grado di comprendere come senza ordini dei mercati esteri, e quindi anche di quello russo, il fatturato non possa crescere e tanto meno possono venire assicurati i posti di lavoro*.

    La distonia del mondo politico viene poi confermata dalle “iniziative politiche” di alcuni leader privi di un minimo senso del ridicolo e della tempistica i quali blaterano di un necessario aumento delle retribuzioni non ponendosi in alcun modo nell’ottica del primo obiettivo odierno rappresentato dalla sopravvivenza del tessuto industriale minato dalla recessione.

    Questa è la vera ed unica Italia di cui essere fieri, composta da persone intraprendenti e capaci di affrontare anche le terribili conseguenze di una economia di guerra e lontana anni luce dall’imbarazzante atteggiamento della politica ad ogni livello, comunale, regionale e nazionale, la quale sembra giocare anche in questo terribile momento (oltre due anni!) con la sopravvivenza di un sistema economico e quindi con le prospettive di vita dei cittadini solo ed esclusivamente per un vantaggio personale sia esso professionale, economico, narcisistico o ideologico.

    Solo pochi anni fa venni premiato proprio a Fermo, capitale del distretto calzaturiero marchigiano, per la mia attività a favore del Made in Italy, del quale il distretto calzaturiero marchigiano ne rappresenta un valido esempio, e posso assicurare come già dal 2014 questo importante distretto industriale soffrisse gli effetti delle sanzioni nei confronti di uno dei principali mercati di riferimento come la Russia.

    Ora, dopo otto anni di estrema difficoltà, ha deciso invece di reagire per la propria stessa sopravvivenza: a loro dovrebbe andare il più convinto appoggio come a tutte le famiglie il cui futuro dipende dalla continuazione dell’attività produttiva della aziende e dalla decisione degli imprenditori marchigiani di affrontare le conseguenze di una terribile guerra senza attendere i vuoti tempi della politica.

    Questa è l’unica Italia nella quale ci si dovrebbe riconoscere con orgoglio e speranza contrapposta alla mediocrità nella quale siamo immersi.

    *https://www.corriereadriatico.it/fermo/fermo_sfidano_europa_sanzioni_guerra_ucraina_calzaturieri_partono_fiera_mosca_ultime_notizie-6646537.html

  • Tutela Igp della Ue per 50 eccellenze dell’artigianato italiano

    Dall’alabastro di Volterra al vetro di Murano, passando per i gioielli di Torre del Greco, la ceramica di Caltagirone e il merletto Goriziano, le campane di Agnone e il mobile d’arte Veronese: sono una cinquantina i prodotti italiani che hanno le carte in regola per diventare prodotti protetti dal marchio Igp (Indicazioni geografiche protette) dell’Ue. La Commissione europea ha infatti proposto di riconoscere ai più caratteristici manufatti artigianali e industriali italiani e degli altri 26 Paesi Ue lo stesso tipo di tutela destinata oggi alle Dop e alle Igp alimentari. Uno scudo contro le imitazioni e le frodi nel mercato interno, sull’online e negli accordi di libero scambio che l’Ue stipula con Paesi terzi.

    Per ottenere la tutela europea e il simbolo dell’Indicazione geografica protetta, i prodotti dovranno soddisfare alcuni requisiti chiave: ad esempio, vantare una reputazione consolidata, avere caratteristiche qualitative attribuibili all’origine geografica e garantire che almeno una delle fasi di produzione avvenga nell’area di origine.

    Secondo la proposta di Bruxelles, la procedura di autorizzazione prevede due tappe, una prima a livello nazionale e la seconda affidata all’Ufficio europeo per la protezione dei brevetti (Euipo). La tutela delle Igp “aumenta la visibilità del prodotto e del territorio e contribuisce ad attrarre turisti, aumentare i posti di lavoro e la competitività, in particolare nelle aree rurali e meno sviluppate. Tutti fattori molto rilevanti all’indomani del Covid-19”, spiegano a Bruxelles.

    La decisione di intervenire per applicare anche ai prodotti artigianali e industriali il marchio Igp arriva dopo dieci anni di studi e appelli ripetutamente lanciati dall’Europarlamento e dal Comitato europeo delle Regioni (Cdr). Tutelare i prodotti dell’artigianato locale “è un dovere, come aveva chiesto il Cdr già nell’ottobre scorso approvando all’unanimità il parere elaborato da Martine Pinville, consigliera regionale della Nuova Aquitania”, ha sottolineato Roberto Ciambetti, presidente del Consiglio Regionale del Veneto e capo della delegazione italiana al Comitato europeo delle Regioni.

  • A Milano tornano Micam e Mipel, le fiere di calzatura e pelletteria

    Un settore che ha vissuto un 2021 di generale ripresa quello della moda made in Italy, che però ancora non ha raggiunto i livelli pre-pandemia e guarda con preoccupazione agli eventi legati alla guerra tra Russia e Ucraina. Questo quanto emerso oggi a Milano alla presentazione di quattro fiere del settore moda, fashion e accessori che hanno unito le forze per trarre il massimo di rispettivi appuntamenti al polo fieristico di Rho di metà marzo. Micam, Salone Internazionale della Calzatura; Mipel, Evento internazionale dedicato alla pelletteria e all’accessorio moda; The One Milano, Salone dell’Haut-à-Porter; avranno luogo infatti in contemporanea, dal 13 al 15 marzo 2022, mentre Homi Fashion&Jewels Exhibition, evento dedicato al gioiello moda e all’accessorio sarà in parziale sovrapposizione dall’11 al 14 marzo, sempre all’interno del polo fieristico di Fiera Milano a Rho. Uniti dall’#BetterTogether, gli eventi più importanti del mondo fashion e dell’accessorio, porteranno in fiera oltre 1.400 brand in totale, aziende italiane e internazionali che trasformeranno il quartiere fieristico nell’avanguardia dello stile e della creatività. Nello specifico, il comparto calzaturiero italiano ha registrato nel 2021 un incremento del fatturato del +18,7% sul 2020 attestandosi a 12,7 miliardi di euro. Un valore però ancora inferiore all’epoca pre-covid (-11 per cento rispetto al 2019). L’export (+17,5 per cento nei confronti dell’anno precedente) ha raggiunto in valore (10,3 miliardi di euro a consuntivo) il secondo miglior risultato di sempre, anche al netto dell’inflazione. Bene, in particolare, le prime due destinazioni, ovvero Svizzera (+16,2% in valore sul 2020, nei primi 11 mesi) e Francia (+24%), tradizionalmente legate al terzismo; ma anche Usa (+42%) e Cina (+37,5%) che ha già abbondantemente superato i livelli 2019. Per quanto riguarda invece l’export italiano dei prodotti della filiera Fashion&Bijoux, 2021 è avvenuto un significativo recupero (+11.5% nei valori in euro), anche se parziale, dopo le penalizzazioni del 2020 (-14.7%), attestandosi attorno ai 3.5 miliardi di euro. “Milano per la moda è una delle città simbolo in assoluto – ha detto l’assessore comunale al lavoro e allo sviluppo economico Alessia Cappello -. La fashion week appena conclusa è andata molto bene, ha avuto moltissimi ospiti internazionali e ancora di più con queste fiere abbiamo la possibilità di aprire la città al mondo”. “L’altra cosa bellissima – ha aggiunto l’assessore – è poterlo fare assieme, con quattro fiere internazionali che decidono di fare squadra, perché alla fine è questo che dobbiamo fare tutti assieme per il Paese”.

    “Rappresentare Fiera Milano è rappresentare una piattaforma dove le imprese possono tornare a incontrare i loro mercati di riferimento. Da quando siamo ripartiti, il 15 di giugno, è stato un crescendo, con oltre 1 milione di spettatori in tre mesi, oltre 30 manifestazioni, e un grande riscontro pubblico e aziende”, ha dichiarato Luca Palermo, amministratore delegato di Fiera Milano SpA. Ora, con la crisi pandemica che lascia il posto a quella ucraina, però, le preoccupazioni degli addetti ai settori moda, pelletteria e fashion non finiscono. “Siamo riusciti a fare un grosso recupero quest’anno, malgrado tutto quello che è successo, arrivando rispetto al 2020 a un +22,7% di fatturato. I nostri mercati di riferimento, però’, son proprio l’area Russa e i paesi limitrofi”, ha dichiarato non senza preoccupazione Norberto Albertalli, presidente “The One Milano”. “Il settore nel 2021 ha avuto una buona ripresa – ha poi confermato Siro Badon, presidente di Assocalzaturifici -, anche se il primo trimestre ci ha fatto un po’ penare, poi abbiamo avuto dati alquanto positivi. Sono comunque ancora dati che non raggiungono il 2019, restando sotto di circa 11 punti percentuali. Abbiamo la parte concentrata con le case di moda internazionali con risultato positivo mentre abbiamo una sofferenza delle piccole industrie”. Questa sofferenza delle piccole e medie imprese di settore è stata confermata anche dal presidente di Assopellettieri Franco Gabbrielli, che ha parlato di un andamento “a due velocità”, con da una parte “le aziende a marchio proprio che stanno soffrendo molto, perché affrontano un mercato globale difficile con investimenti grandi che a volte non possono fare”, e dall’altra le grandi aziende, che “stanno ricevendo molte richieste e hanno un incremento importante».

  • Le priorità dimenticate

    La filiera del tessile abbigliamento rappresenta il secondo settore industriale per importanza economica, occupazione e volumi di export, dopo quello metalmeccanico, nel complesso sistema industriale italiano.

    Si contano oltre cinquecentomila (500.000) professionalità impegnate con diverse competenze nella complessa filiera alle quali aggiungere il settore della distribuzione.

    Complessivamente il tessile abbigliamento ha prodotto nel 2021 un fatturato di oltre ottantadue (82) miliardi, in crescita di oltre il 20% rispetto all’annus horribilis del 2020 segnato dalla catastrofe pandemica.

    Negli ultimi cinquant’anni ha contribuito, nonostante le troppe delocalizzazioni produttive, alla crescita del nostro Paese ed ancora oggi risulta parte integrante di quel comparto definito “4A” (1. pelletterie, calzaturiero, tessile abbigliamento; 2. agroalimentare e vinicolo; 3. Arredamento; 4. automazione) che contribuisce al successo del Made in Italy nel mondo.

    Successivamente all’assegnazione delle risorse finanziarie europee al nostro Paese e con la conseguente presentazione del PNRR a questo importante settore aggregato il governo in carica ha assegnato cinque (5) milioni come contributi a fondo perduto per la tutela del brand Made in Italy (secondo nel mondo nella sua percezione https://europa.today.it/attualita/madeinitaly-secondo-popolarita.html).

    In questo contesto di estrema difficoltà nazionale si inserisce Padova, splendida città universitaria ed industriale, la quale, con 208.000 abitanti e che con la sua vasta provincia arriva a circa 931.000, è caratterizzata da una concentrazione di aziende del settore industriale che danno vita ad un TPP (traffico di perfezionamento passivo) notevole tale da mettere sempre in forte tensione la rete viaria provinciale e regionale.

    Una visione a medio e lungo termine, espressione di un minimo sindacale di competenza governativa, imporrebbe degli interventi infrastrutturali nella movimentazione e risposta alle esigenze del complesso mondo industriale manifatturiero e professionale specialmente adesso, in un’ottica di ripresa e a maggior ragione con la disponibilità dei fondi del PNRR. Questi investimenti infrastrutturali si potrebbero tradurre in nuovi fattori competitivi importanti per le imprese italiane all’interno di un mercato competitivo come quello mondiale.

    Va infatti sempre ricordato come tali risorse dovrebbero venire impiegate per la realizzazione di infrastrutture capaci di fornire una maggiore competitività al sistema e quindi trasformarsi in volani di crescita economica. Si pensi alla realizzazione dell’alta velocità tra Padova e Bologna, ormai da troppo tempo attesa, e la realizzazione della terza corsia autostradale sempre tra Padova e Bologna: due arterie fondamentali per mantenere e sviluppare la supply chain tra due zone (Emilia e Veneto) sempre più centrali nella economia nazionale.

    La seconda settimana di gennaio, invece, il ministro Gelmini ha posto il proprio sigillo governativo alla realizzazione di due linee di tram nella città di Padova le quali prevedono un impegno di risorse pubbliche di quattrocento (400) milioni, come stimato dall’assessore “competente” in materia, a parte la follia di scegliere un “vettore vincolato a terra” in grado di offrire una flessibilità (termine sconosciuto al comune di Padova quanto all’assessore) di livello ZERO in rapporto alla possibilità di adattarsi a nuovi flussi di turismo ma anche controproducente sotto il profilo ambientale. Si consideri, infatti, come un autobus elettrico con un’autonomia di circa 450 km costi circa 400/500.000 euro (prezzi sicuramente inferiori con gli incentivi europei), quindi con l’investimento programmato per due sole linee si acquisterebbero circa ottocento/novecento (800/900) nuovi autobus totalmente elettrici ed in grado di assicurare una flessibilità assoluta nella loro potenzialità di impiego.

    Questo di Padova rappresenta il classico esempio di utilizzo di risorse destinate allo sviluppo economico del nostro Paese ed invece utilizzate semplicemente con l’obiettivo di una affermazione della propria visione ideologica nella movimentazione urbana.

    Tornando, quindi, alle caratteristiche degli investimenti dei fondi del PNRR a Padova si fa un uso politico ma soprattutto ideologico e mediocremente ambientalista, espressione di scelte assolutamente distoniche con il “momento” (si entra nel terzo anno di pandemia) che mai un governo sempre più “dei migliori” dovrebbe finanziare e tanto meno con fondi a debito confermando così una scala imbarazzante di priorità dello stesso governo. In questo senso si propone una bozza di priorità per affrontare le problematiche legate alla crescita dell’INFLAZIONE (dicembre +3,9 % la più alta dal 1997) assolutamente ignorate dal governo come sintesi di aumento delle materie prime – energia- alimentare. L’azione di governo dovrebbe partire dal contenimento di:

    1. bollette per l’utenza privata,
    2. costi energetici per le imprese le quali in alcuni casi arrivano a sospendere le produzioni,
    3. valutazione e presa di coscienza degli effetti già devastanti al gennaio 2022 della esplosione della variante Omicron con la conseguente stretta sui vaccini e green pass che hanno svuotato le città e quasi azzerato il movimento economico (-54%) soprattutto nella ristorazione e ricezione alberghiera ma anche commerciale valutando rinvii di scadenze fiscali o nuove assegnazioni di risorse provenienti dai seguenti punti A e B:
    4. azzeramento completo di ogni bonus fiscale, come per scooter elettrici o terme, e introduzione di una strategia complessiva economica lontana dal ridicolo susseguirsi della elemosina dei bonus fiscali fonte di per sè di disuguaglianze,
    5. utilizzo per il raggiungimento dell’obiettivo A di tutte le risorse finanziarie aggiuntive legate (FIscal Drug altro termine sconosciuto dal governo) all’aumento dei prezzi dei carburanti e delle stesse bollette (Iva).
    6. Riduzione reale della pressione fiscale la quale invece nel documento del governo viene indicata in crescita (dal 41,9% al 42,1%) anche con le risorse marginali al punto B,
    7. riduzione accise carburanti SOPRATTUTTO come azione di contrasto all’inflazione in considerazione di come oltre l’80% delle merci circoli su gomma,
    8. accenni (sarebbero graditi anche dei semplici accenni) di politica industriale finalizzata alla tutela degli attuali asset industriali ed al loro sviluppo consapevoli dei traguardi già raggiunti in termini di sostenibilità complessiva (10.12.2018 https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/).
    9. In questo contesto avviare delle politiche di fiscalità di vantaggio finalizzate alla riduzione della filiera e alla riallocazione (on-sharing) di produzioni ora nei paesi a basso costo di manodopera,
    10. rimozione immediata del management a causa degli esiti fallimentari dell’ennesima operazione Alitalia/Ita da rifinanziare con altre risorse pubbliche anche solo in attesa di un compratore.
    11. last but not least un sano bagno di umiltà dimostrando di considerare per la prima volta le priorità della cittadinanza anche solo per risultare diversi dai due precedenti governi Conte perchè a tutt’oggi queste proprio non emergono.

    Il governo attuale sembra, invece, decisamente avviato a commettere i medesimi errori clamorosi nella destinazione degli obiettivi da finanziare arrivando ad appoggiare un vecchio e superato progetto espressione di competenze risibili, come quello del Comune di Padova, dimostrandosi espressione di una obsoleta politica economica.

    Contemporaneamente si riservano le briciole a settori trainanti come il tessile abbigliamento e le 4A ed il settore manifatturiero ed industriale in generale dai quale dipende la sopravvivenza di milioni di italiani che hanno l’unica colpa di non presentarsi come ideologicamente ecocompatibili ma semplicemente tra i veri artefici della crescita complessiva della nostra economia.

    Quando un paese attraverso il proprio governo dimentica le sue vere priorità allora qual paese è destinato inevitabilmente al declino fino alla sua stessa estinzione.

  • Globalizzazione: non solo mercato

    Mentre forze politiche e sindacali discutono, più o meno con cognizione di causa, su quali siano gli strumenti per garantire maggiore occupazione vale per tutti ricordare che molte importanti imprese italiane sono passate in mano estera e che, in un mondo globalizzato, questo passaggio dovrebbe essere legittimo solo se a monte esistono regole per garantire che la vendita non si tramuti, dopo un po’, in una marea di licenziamenti. La Bianchi, storica fabbrica di biciclette, è diventata di proprietà svedese, mentre la Atala, altro marchio storico, è diventata olandese come ricorda Mario Giordano in un articolo su Panorama. La Ducati è diventata della Wolkswagen, che ha anche la Lamborghini, la Ferretti, barche di lusso, è diventata cinese, la carta di Fabriano è di un fondo americano, la Riello anche, parte della De Longhi è giapponese, la Parmalat francese, i vini Gancia dei russi, gli oli Sasso e Bertelli degli spagnoli, le fattorie Osella e i biscotti Saiwa di una multinazionale americana, la Peroni è giapponese. La Stock di Trieste, comprata da fondi americani, è stata trasferita nella Repubblica Ceca, la Ideal Standard è stata chiusa dagli americani, e ricordiamo la recente chiusura della Gianetti ruote e della Gkn, diventate di proprietà di fondi britannici che hanno poi provveduto al licenziamento di centinaia di dipendenti.

    Globalizzazione significa maggiore mercato ed opportunità ma solo con regole comuni rispettate e nessun mercato etico, come si suol tanto dire oggi, può prescindere dai diritti dei lavoratori che a loro volta hanno doveri reciproci con l’azienda e il paese. La mancanza di regole comuni e rispettate ci ha portato al caos e all’eterno conflitto, speriamo che la pandemia in concomitanza con la questione ambientale possano diventare, dopo tanta sofferenza, anche l’occasione per creare una terza via di sviluppo.

  • A rischio l’etichetta d’origine, i decreti scadranno a fine anno

    Scadranno il 31 dicembre 2021 i decreti ministeriali che avevano introdotto l’obbligo dell’indicazione di origine in etichetta per il grano usato nella pasta e per il riso, del pomodoro per la passata, del latte nelle confezioni di latte uht e nei formaggi e la carne di maiale nei salumi. Gli italiani potrebbero perciò ritrovarsi nel carrello della spesa prodotti con ingredienti di bassa qualità provenienti dall’estero e spacciati per nazionali a danno di consumatori e imprese. L’allarme è stato lanciato dalla Coldiretti durante il convegno “La filiera agroalimentare, un traino per la ripartenza del Paese”, svoltosi nell’ambito di Tutto Food, promosso alla Fiera di Milano assieme a Filiera Italia, con la presenza del Presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, del Ministro delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli, del Consigliere Delegato di Filiera Italia Luigi Scordamaglia, del Segretario Generale della Coldiretti Vincenzo Gesmundo, di Luca Palermo, Amministratore Delegato e Direttore Generale della società Fiera Milano, e di Carlo Ferro, Presidente Ice.

    “Si tratta di un passo indietro pericolosissimo rispetto a un percorso di trasparenza che nel corso degli anni ha portato indiscussi benefici ai cittadini consumatori e alle imprese della filiera agroalimentare che hanno puntato sul 100% Made in Italy”, afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini. “Si rischia così di creare nuovi spazi di manovra per chi inganna i cittadini con prodotti di bassa qualità spacciati per nostrani. Chiediamo dunque al Governo di intervenire con urgenza per la proroga di tutti i decreti in scadenza. L’Italia, che è leader europeo nella qualità – continua Prandini – ha infatti il dovere di fare da apripista nelle politiche alimentari comunitarie poiché in un momento difficile per l’economia dobbiamo portare sul mercato il valore aggiunto della tracciabilità con l’obbligo di indicare in etichetta l’origine di tutti gli alimenti, venendo incontro alle richieste dei consumatori italiani ed europei”.

    Quella sull’etichettatura di origine obbligatoria e la trasparenza è una battaglia che Coldiretti porta avanti dal 2002 e non si arresta, come dimostrano le iniziative recenti che hanno coinvolto anche i cittadini in maniera diretta, come il successo che ha avuto la  raccolta firme nell’ambito dell’iniziativa dei cittadini dell’Unione Europea “Eat original! unmask your food” promossa appunto dalla Coldiretti, da Campagna Amica e da altre organizzazioni europee, da Solidarnosc a Fnsea, per l’estensione dell’obbligo di etichettatura con l’indicazione dell’origine su tutti gli alimenti. Ben 1,1 milioni!

  • Le lacune lessicali

    Nel forbito lessico della classe politica e dirigente italiana, sempre infarcito di inglesismi (nonostante la Brexit), sono due i termini mai uditi, anche solo per una timida apparizione. Contemporaneamente si resta nella sostanziale assenza di una vera politica industriale in quanto la digitalizzazione interviene all’interno di asset esistenti migliorandone le performance, mentre altri dovrebbero essere gli atti di una politica economica anche in tema di fiscalità di vantaggio con l’obiettivo di favorire gli investimenti industriali, specialmente se provenienti da soggetti esteri.

    In questo contesto, invece, addirittura si propongono progetti di legge contenenti norme espressione di una ideologia che penalizzerebbe (il condizionale viene usato auspicando un ripensamento di tali dotti politici) con sanzioni quelle aziende (molto spesso espressione di gruppi esteri) che delocalizzassero all’estero le produzioni allocate ora nel nostro territorio.

    In questo modo, allora, il nostro Paese verrebbe reso ancora meno attrattivo (di quanto ora già non lo sia) per gli investimenti esteri ma anche nazionali: ancora una volta, infatti, emerge l’intenzione di intervenire allestendo un quadro normativo a valle della stessa  complessa organizzazione  (attraverso una penalizzazione) e non invece a monte della stessa (attraverso diverse forme di  incentivi), dimostrando così  lacune in termini di politica economica ed industriale decisamente  imbarazzanti (https://www.ticinolive.ch/2021/08/22/italia-prevenzione-delle-catastrofi-naturali-un-approccio-suicida/).

    In un contesto nel quale, ancora oggi, il nostro Paese si trova all’interno di una difficile ripresa economica con spunti problematici di inflazione.

    Quindi, invece di fornire mezzi e strumenti per riportare il sistema economico ad un livello occupazionale con valori pre-covid (forse l’unico vero indicatore di benessere complessivo) ci si dimostra distratti da una ideologia di transizione ecologica che esclude ogni analisi approfondita sulle reali motivazioni dei cambiamenti  climatici, specialmente per quelli attribuiti alle attività dell’uomo e dei vettori (https://www.ilpattosociale.it/attualita/linquinamento-ideologico/).

    Tornando, allora, alle lacune lessicali della nostra classe governativa ed accademica si rileva che termini come onsharing e nearsharing applicati al settore produttivo non abbiano mai fatto capolino nelle dotte discussioni riportate dai verbali del parlamento e negli innumerevoli interventi televisivi di esponenti governativi o della maggioranza parlamentare, ad ulteriore conferma del deserto progettuale e strategico italiano ma anche europeo.

    Questi due termini, invece, rappresentano una parte importante del programma di ripresa economica dell’amministrazione statunitense del Presidente Biden (Joe Biden si ricorda del partito democratico). All’interno, infatti, della complessa strategia statunitense con il termine ONSHORING si intende una politica di sostegno economico e fiscale alle aziende che investano in siti di produzione all’interno del territorio nazionale (On), in Italia si direbbe ‘investire e tutelare la complessa filiera espressione del  Made in Italy’ (05.03.2020 https://www.ilpattosociale.it/attualita/made-in-italy-valore-economico-etico-e-politico/).

    Viceversa con il termine NEARSHORING viene indicato l’obiettivo strategico di favorire gli investimenti produttivi in territori vicini e magari confinanti (Near) al vasto territorio degli Stati Uniti. All’interno di una italica trasposizione si parlerebbe di politiche a sostegno di investimenti produttivi all’interno dei paesi dell’Unione Europea, come le riallocazioni di produzioni ora nel Far East.

    Alle lacune lessicali dimostrate dall’intera classe politica ed accademica ovviamente si aggiunge anche quella relativa agli obiettivi da conseguire con questa strategia dell’amministrazione statunitense.

    Il primo è rappresentato sia dalla volontà di ottenere una veloce e progressiva riduzione della dipendenza di filiere industriali statunitensi dalle importazioni cinesi quanto di riorganizzare la supply chain abbreviandone il perimetro d’azione e di conseguenza i tempi (1). Un traguardo economico ma soprattutto strategico finalizzato anche a sostenere la politica estera Made in Usa, specialmente all’interno di un sistema di relazioni internazionali in forte tensione e con una crescente contrapposizione tra i due blocchi Stati Uniti- Inghilterra-Australia (AUKUS) ed il colosso cinese.

    Ovviamente last but not least si intende ottenere un altrettanto importante obiettivo, cioè di aumentare le occasioni di occupazione stabile che solo il settore industriale sa assicurare: ed ecco chiaro anche il secondo traguardo dell’amministrazione Biden.

    Mai come ora, tornando alle nostre latitudini, queste lacune lessicali della nostra classe politica e governativa si dimostrano come espressione di veri e propri vuoti concettuali privi di contenuti strategici ed operativi molto preoccupanti per le sorti della nostra economia e del nostro Paese.

  • E’ di nuovo tempo di ‘Milano Golosa’

    Torna dal 16 al 17 ottobre Milano Golosa, la kermesse dedicata alla produzione gastronomica di eccellenza del nostro Paese, ideata da Davide Paolini. L’appuntamento per la nona edizione, in presenza dalle 10 alle 21, è ai Chiostri di Sant’Eustorgio del Museo Diocesano, uno dei complessi monumentali più belli e antichi della città, in ambiente esterno, a ingresso gratuito ma con obbligo di prenotazione.

    Come sempre la selezione degli espositori è rigorosissima, ispirata da un concetto molto semplice: entra solo chi, oltre a mettere passione, professionalità e rispetto del territorio nei propri prodotti mixa questi ingredienti in qualcosa di veramente buono. La visita a Milano Golosa è anche uno straordinario viaggio tra il meglio della produzione gastronomica artigianale e di nicchia che l’Italia offre, come il baccalà mantecato veneto, la crescia di Urbino, la genziana e il ratafià abruzzesi, il salame di Varzi, la torta Pistocchi, il frico friulano, il riso dell’Oltrepò e il capocollo di Martina Franca, solo per citare alcuni dei protagonisti della prossima Milano Golosa. E quest’anno spazio per alcune straordinarie novità: la Bresaola di wagyu dell’azienda Brisval; il biscotto di Venafro dell’azienda Il boccone del re; il liquore all’alloro Dalloro; i salumi di maiale nero calabrese di Nero di Calabria; il baccalà mantecato di Marinèr La Pesca e di Marcolin; il panettone con alghe e alici di Acquapazza Gourmet. Come sempre si potrà assaggiare, comprare e approfondire le conoscenze su temi legati alla produzione e storia dell’enogastronomia più autentica parlando direttamente con i suoi artefici: i produttori.

    La nuova location dell’evento permetterà al pubblico di poter godere in totale sicurezza di questa edizione di Milano Golosa, grazie a un allestimento che prevede un percorso di degustazione e approccio con i prodotti all’aperto, sotto gli antichi chiostri che al tempo stesso proteggeranno il pubblico da eventuali capricci del meteo. Per info e registrazioni online: milanogolosa.it

    La nuova edizione della kermesse gastronomica prevede una bella novità in termini di servizio. Per chi non potrà partecipare alla manifestazione, ma anche per chi, girando tra gli stand vuole fare shopping ma non vuole il peso delle buste, Milano Golosa ha pensato a un servizio di delivery dedicato. In collaborazione con Glovo, si potranno acquistare i prodotti presenti in fiera dall’app e farseli consegnare direttamente a casa!

    Il delivery è parte integrante di questa edizione di Milano Golosa, perché ospita la prima edizione di Thelivery Awards, il premio riservato ai ristoranti delivery più amati e votati sulla piattaforma www.theliveryawards.com e che ha raccolto decine di migliaia di voti da tutta Italia. E i vincitori delle varie categorie saranno premiati proprio a Milano Golosa, durante la serata del 15 ottobre, in un evento a porte chiuse.

    Inoltre, i piatti vincitori dei Thelivery Awards potranno essere degustati direttamente all’interno di Milano Golosa. Ma non solo. Dal 15 al 24 ottobre sarà possibile anche ordinare il menù di Thelivery Awards dall’applicazione Glovo, main partner dell’evento, degustando così i vincitori direttamente a casa propria.

  • La crisi dei chip frena la crescita della manifattura europea

    Frena la crescita del settore manifatturiero in Eurozona, anche se resta sopra la soglia dei 50 punti che indicano comunque un’espansione dell’attività. Pesa la crisi dei chip. In Italia, anche se ostacolato dai ritardi sulle forniture, il manifatturiero cresce rapidamente e resta solido.  Per la zona euro l’indice finale Ihs Markit Pmi è sceso, lievemente, a 58,6 punti, dalla precedente stima flash di 58,7, ma il dato è notevolmente inferiore rispetto ai 61,4 punti di agosto, registrando il livello più basso da febbraio. I dati Pmi manifatturieri a livello nazionale hanno rivelato come a settembre siano state le nazioni relativamente più piccole ad aver osservato i miglioramenti maggiori, con l’Austria in cima alla classifica. L’economia austriaca è stata inoltre l’unica ad osservare una crescita manifatturiera mensile più veloce, mentre nelle altre nazioni si sono registrati rallentamenti. Allo stesso tempo, la Germania ha osservato il maggiore rallentamento rispetto ad agosto, con il relativo indice Pmi principale crollato di oltre 4 punti.

    Il crollo del Pmi manifatturiero, spiega Ihs Markit, è stato causato dai due principali componenti dell’indice, i nuovi ordini e la produzione, che hanno segnalato considerevoli moderazioni della crescita rispetto ad agosto. In entrambi i casi, l’espansione è stata ancora elevata anche se la più debole in 8 mesi. Allo stesso tempo, dopo i forti tassi di incremento osservati nei mesi precedenti, i nuovi ordini esteri, incluso il traffico intra eurozona, sono aumentati al tasso più lento da gennaio. L’interruzione sulla fornitura è stata uno degli ostacoli principali ai programmi di produzione di settembre, mentre la più debole condizione della domanda è stata un’altra causa. Continuano ad allungarsi notevolmente a settembre i tempi medi di consegna dei fornitori, con l’entità del deterioramento che inoltre è stata maggiore di quella di agosto. La carenza di componenti elettronici e materie prime è stata particolarmente diffusa, e le aziende hanno accusato la scarsa disponibilità di container e i problemi logistici in alcune parti dell’Asia.

    In Italia l’indice destagionalizzato Pmi Ihs Markit a settembre ha registrato 59,7, segnalando il quindicesimo mese consecutivo di miglioramento delle condizioni operative del settore manifatturiero. L’indice principale è diminuito da 60,9 di agosto, “mostrando il tasso di espansione più lento da febbraio, rimanendo però in generale abbastanza rapido”. Lewis Cooper, Economista di Ihs Markit, ha sottolineato che “gli ultimi dati hanno evidenziato l’ennesimo miglioramento delle condizioni manifatturiere italiane. Con un tasso di espansione mensile in leggera diminuzione”. Tuttavia “le interruzioni sulla fornitura hanno tuttavia continuato a trattenere il settore. A causa delle diffuse carenze di materiale e problemi di natura logistica, si sono intensificati i ritardi delle consegne. Di conseguenza, le aziende sono rimaste in attesa dei beni per poter completare i loro ordini, il che, assieme alla forte domanda, ha provocato un nuovo e forte aumento delle pressioni sulla capacità”.

Back to top button