Made in Italy

  • Borsalino apre a Shanghai

    Borsalino, storica maison italiana del cappello di lusso, accelera l’espansione in Cina continentale con l’apertura prevista in estate di un primo punto vendita a Shanghai, in uno dei principali centri commerciali di fascia alta della città. Lo riferisce il quotidiano britannico “Financial Times”, secondo cui il gruppo, fondato 169 anni fa e noto anche per avere realizzato il fedora indossato da Humphrey Bogart in “Casablanca”, punta ad aprire complessivamente cinque punti vendita in Cina entro la fine dell’anno, a fronte dei venti attualmente operativi nel mondo.

    “Riteniamo che questo sia il momento giusto per entrare nel mercato”, ha dichiarato l’amministratore delegato Mauro Baglietto, definendo la Cina “un mercato molto importante” che richiede però “un approccio più disciplinato rispetto al passato”. Secondo il quotidiano, l’azienda intravede un potenziale fino a quaranta punti vendita nella Grande Cina, ma senza adottare un piano di crescita aggressivo.

    L’espansione si inserisce nel rilancio del marchio dopo il fallimento del 2017 e la successiva acquisizione da parte del fondo svizzero Haeres Equita per 18 milioni di euro. Borsalino, che produce circa 300 mila cappelli l’anno e continua a realizzare a mano i suoi Panama, sta inoltre ampliando l’offerta anche alle borse in pelle. Secondo analisti citati dal giornale, il mercato cinese del lusso resta debole, ma i marchi legati a un’estetica tradizionale e di alta qualità starebbero mostrando una tenuta migliore.

    Lo sguardo alla Cina fa parte di una strategia di espansione e diversificazione che ha portato l’azienda italiana a realizzare la sua prima linea di borse ed accessori in pelle, siglando una partnership con Gamat, azienda svizzera con cui alla fine del 2025 Borsalino ha siglato un contratto di licenza quinquennale per la creazione, produzione e distribuzione di accessori a marchio proprio. Quest’ultima dovrebbe arrivare sul mercato a settembre 2026 nei punti vendita monomarca Borsalino, in una selezione di boutique e nei department store internazionali. Risale ancora al 2025 il lancio di una prima capsule di occhiali e il ritorno nell’universo dei profumi, che aveva già esplorato in passato, con il lancio di una proposta di fragranze di alta gamma realizzate da Perfume Street, il “braccio licenze” di DPLG, azienda specializzata nella creazione e distribuzione globale di fragranze e cosmetici, che ha oltre 30 anni di esperienza nel settore e vanta una storia lavorativa con grandi nomi del profumo come Coty, Interparfums, L’Oréal e Clarins.

    Haeres Equita srl, cui oggi fa capo il marchio, nel 2024 ha generato 23,6 milioni di euro di ricavi, con 2,6 di debiti netti. Si tratta del miglior bilancio a partire dal 2024, che ha segnato il ritorno all’utile (24,2 mila euro) per l’azienda, di cui il Tribunale di Alessandria aveva dichiarato il fallimento sette anni prima, quando ancora si chiamava Borsalino Giuseppe e Fratello spa. Alla sentenza si era arrivati dopo che i giudici avevano respinto la richiesta di concordato preventivo presentata dalla società, per la seconda volta. Le difficoltà non erano legate al mercato o alla qualità del prodotto, ma a vicende finanziarie esterne, in particolare il crac da 3,5 miliardi di euro dell’imprenditore Marco Marenco, allora azionista di maggioranza, in seguito al quale l’iconico cappellificio aveva chiesto e ottenuto l’ammissione al concordato in bianco.Per fortuna della società nonostante la dichiarazione di fallimento la produzione non si è mai fermata, visto che la gestione del ramo d’azienda dal 2015 era già stata affidata in affitto alla società Haeres Equita di Philippe Camperio, che nel 2017 ha rilevato per 17,5 milioni di euro il marchio Borsalino da Mediocredito, che lo aveva in pegno a fronte di un finanziamento mai onorato. L’anno successivo la stessa Haeres Equita ha vinto l’asta per acquistare capacità produttiva e negozi della società, che nel 2023 è confluita nel portafoglio di ChimHaeres Investment Holding, come accennato ad inizio articolo.

  • Ulisse Edizioni lancia il nuovo progetto editoriale “Saga di Impresa e Cultura – le Eredità del Made in Italy”

    Ulisse Edizione lancia “Saga di Impresa  e Cultura – le Eredità del Made in Italy”, una nuova collana editoriale dedicata a valorizzare “il pensare e l’agire italiano” attraverso le biografie di donne e uomini che in vari campi hanno contribuito e contribuiscono con la loro creatività e la loro determinazione al progresso culturale ed economico del Paese.

    Per Ulisse Editore raccontare le loro storie significa proteggere e valorizzare il nostro patrimonio trasformando le biografie in strumenti di tutela della nostra identità culturale e produttiva.

    La prima uscita è dedicata ad una delle prime 100 imprenditrici scelte dal Mimit per la mostra itinerante che ha appena fatto tappa anche in Regione Lombardia.

    La nuova collana editoriale non è una semplice raccolta di biografie ma, con una serie di narrazioni capaci di trasformarsi in veri manuali di leadership moderna,

    Ad inaugurare questo viaggio sarà il volume in uscita dedicato a Nadia Bragalini, dal titolo “Il Codice dell’Undici”, scritto da Benedetta Borsani.

    In questa biografia romanzata, Borsani delinea il profilo di una “Tessitrice” d’impresa capace di intrecciare relazioni umane, ricerca scientifica e amore incondizionato per il proprio lavoro accompagnando il lettore attraverso le sfide della pandemia fino alla nascita di un vero e proprio “tempio” produttivo a Castelvetro Piacentino: la G&G Pet Food.

    Ulisse Edizioni è una realtà editoriale, nata nel 2001, con sede a Milano e dedicata alla valorizzazione della cultura nelle sue varie forme attraverso la pubblicazione di libri che osano affrontare anche argomenti che non sempre hanno trovato la dovuta attenzione da parte delle grandi case editrici

  • Cultura di mercato inferiore ai concorrenti, così la produzione italiana finisce in mani straniere

    Dalla fine del 2007, nel giro di 18 anni, l’Italia ha perso quasi un quarto della produzione industriale, vuoi perché il tessuto produttivo è caratterizzato da un  ampio numero di imprese familiari nate nel dopoguerra con capi-azienda giunti ormai a 70-80 anni che devono passare l’attività ai figli e hanno difficoltà (anche psicologiche) ad aprirsi a nuovi azionisti e quotarsi in Borsa, vuoi per la difficoltà di reperire i finanziamenti necessari per investire in innovazione e restare sul mercato. Il volume dei prestiti alle imprese tra il dicembre 2011 e lo stesso mese del 2024, in Italia è sceso da 929 a 641 miliardi di euro (-31%), mentre in Francia è aumentato da 880 a 1.491 miliardi (+70%) e in Germania da 910 a 1.391 miliardi (+53%). E le quotazioni in Borsa nel 2025 sono state una ventina di imprese a fronte di 29 addii.

    Una cultura di mercato non così ampiamente diffusa e recepita lascia aperte le porte agli stranieri, che con quella cultura hanno maggior dimestichezza. Secondo l’indagine annuale dell’area studi di Mediobanca, negli ultimi tre anni le aziende medio-grandi a controllo estero hanno un peso sempre maggiore: a fine 2022 rappresentavano il 29,7% del fatturato, salito al 34,5% nel 2024. Kpmg inoltre rileva che nel solo 2024 le operazioni di fusione e acquisizione di realtà italiane da parte di fondi o imprese straniere sono state 429 per un valore record di 36,2 miliardi. Una parte importante, è realizzata da fondi di investimento, di solito interessati a restare 5-6 anni per poi vendere, spesso a proprietà industriali estere. Tra le aziende più rappresentative del Made in Italy che in questi tre anni sono passate o stanno passando in mani straniere troviamo Iveco group (veicoli commerciali): la divisione Difesa andrà all’italiana Leonardo, mentre tutto il resto è in corso la finalizzazione con gli indiani di Tata Motors. E ancora: Comau (sistemi di automazione industriale e robotica avanzata), il 51% della quale è stato venduto da Stellantis al fondo di investimento Usa One equity partners; Piaggio Aerospace, storico costruttore aeronautico italiano, acquisito dalla società turca Baykar, specializzata in droni e sistemi aerospaziali; Cvs Ferrari, produttrice di attrezzature industriali, passata all’americano Taylor Group; Sifi spa, venduta da 21 Invest alla spagnola Faes Farma; Bialetti, acquisita dalla cinese Nuo capital. Ip italiana petroli sta passando alla Socar (Azerbaigian). Il gruppo francese Axa ha acquisito la quota di controllo del 51% di Prima, compagnia italiana delle assicurazioni. Golden Goose, la società delle sneaker di lusso se la sono presa i fondi Hsg (cinese) e Temasek (Singapore) per un valore stimato di 2,5 miliardi: closing nel 2026.  Il gruppo della moda Etro è diventato al 100% straniero l’anno scorso con l’uscita della famiglia italiana che lo aveva fondato.  La quota di maggioranza della rete fissa Tim è passata al fondo americano Kkr. Ita Airways è detenuta al 41% da Lufthansa che a giugno porterà la sua partecipazione al 90%, mentre sull’ex Ilva ci sono trattative in corso per vendere al fondo americano Flacks.

    Al di là del fatto che l’Italia fa parte del mercato unico europeo e che dunque la proprietà da parte di chi non sia italiano ma comunque è comunitario non può fare grande differenza in termini legali (così come non può fare alcuna differenza il fatto che un’azienda di una parte d’Italia sia detenuta da un padrone che sta in tutto’altra parte dello Stivale), gli investitori stranieri hanno spesso saputo rivitaliazzare marchi del Made in Italy mantenendo la produzione in Italia, come è avvenuto per Lamborghini (controllata da Audi), o Andldo Breda (asset di Hitachi rail). Non è però sempre così: nella farmaceutica l’importante centro di ricerca oncologica Nerviano Medical Sciences (NMS), è stato acquisito per il 90% da un fondo cinese nel 2018, poi passata al 100% nel 2024 e nel 2025 ha aperto una filiale a Shanghai per rafforzare il mercato asiatico, e annunciato di mandare a casa i ricercatori italiani.

    A fianco della cultura di mercato pesano sulle prospettive della produzione italiana anche il costo dell’energia e il peso della cosiddetta politica industriale e quindi dello Stato (sotto forma sia di prelievo fiscale che di incentivi e aiuti finanziari vari), in generale la competitività del sistema Paese, come si dice. Prima dell’impennata dei prezzi dovuta al blocco dello stretto di Hormuz Confindustria stimava che in Italia l’approvvigionamento energetico per far funzionare stabilimenti e impianti costasseil 30% in più rispetto alla media europea, un chiaro ostacolo alla competitività di chi opera in Italia rispetto a chi opera in Paesi con bollette più basse. Il piano Transizione 5.0 da 6,3 miliardi lanciato a marzo 2024 con fondi del Pnrr ha introdotto per le imprese compensazioni fino al 45% degli investimenti tramite credito d’imposta ma i fondi messi a disposizione sono calati di anno in anno. Per i prossimi tre anni c’è la Zes Unica, una misura che deve favorire gli investimenti e lo sviluppo del Mezzogiorno, ma come sempre quando si tratta di fondi c’è un limite alla liquidità che lo Stato può mettere sul piatto mentre la par condicio che ispira il provvedimento fa sì che quanti più saranno i richiedenti, tanto minore sarà la quota di fondi che ciascuno riceverà.

  • Crescono investimenti e occupazione dell’industria farmaceutica

    Negli ultimi dieci anni, l’Italia si è imposta come un grande “hub” europeo dell’industria farmaceutica, progredendo significativamente in termini di produzione, ricerca, occupazione ed export. Oggi è uno dei principali motori del sistema economico e produttivo italiano che pesa il 10% di tutto l’export nazionale.

    Ciò è stato merito comune di tutte le aziende operanti in Italia, distinguibili in tre principali i numerosi gruppi multinazionali presenti nel nostro Paese.

    Per le aziende del made in Italy farmaceutico FAB13 i risultati del 2024 sono stati molto positivi. I ricavi sono aumentati del 12% rispetto al 2023, raggiungendo i 18,9 miliardi di euro aggregati, con la componente estera in crescita del 14%, anche se il mercato domestico è salito solo del 2% a causa della stagnazione della domanda nazionale. Le esportazioni hanno fatto registrare un +16% rispetto al 2023, molto più di quanto è cresciuto l’export totale di prodotti farmaceutici dell’Italia (+10%). Gli investimenti totali (al netto di acquisizioni di aziende, prodotti e licenze) sono cresciuti del 21% rispetto al 2023, con al loro interno gli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S), pari a 1,4 miliardi, in progresso del 27%. Gli occupati sono cresciuti del 3% rispetto al 2023: +2% in Italia; +4% all’estero. È quanto emerge dal Rapporto e dalla relazione del Prof Marco Fortis, economista e Direttore Generale e Vicepresidente della Fondazione Edison, presentato durante l’evento “FAB13 2025: le 13 aziende storiche del made in Italy farmaceutico” appartenenti a Farmindustria, tenutosi alla Camera dei Deputati. La relazione evidenzia che le industrie storiche familiari crescono grazie all’internazionalizzazione continuando sempre a consolidare in Italia.

    Nel contesto di forte crescita della farmaceutica in Italia, si conferma il ruolo di primo piano svolto dalle industrie italiane, che nelle FAB13 hanno un importante punto di riferimento: 13 aziende del made in Italy farmaceutico che, sviluppatesi negli ultimi decenni hanno acquistato una notevole rilevanza nel panorama dell’industria farmaceutica europea e mondiale. Si tratta di: Alfasigma, Abiogen Pharma, Angelini Pharma, Chiesi Farmaceutici, Dompé Farmaceutici, I.B.N. Savio, Italfarmaco, Kedrion, Menarini, Molteni, Neopharmed Gentili, Recordati e Zambon.

    Le FAB13 contano 65 siti produttivi, di cui 29 in Italia, e 51 centri di R&S in tutto il mondo, con un’estesa rete di filiali (in totale sono 289) che supportano le operazioni globali dell’intero gruppo. Questa struttura capillare permette alle FAB13 di continuare a mantenere una forte presenza sia a livello nazionale che internazionale, garantendo efficienza operativa e capacità di innovazione. Le FAB13 contribuiscono a garantire le cure a milioni di italiani, rafforzando l’autonomia produttiva del sistema farmaceutico nazionale. Negli anni recenti le FAB13 hanno fatto acquisizioni all’estero, sviluppato partnership, ottenuto licenze di commercializzazione e l’approvazione di farmaci innovativi; sono pioniere nello sviluppo di terapie personalizzate innovative e farmaci orfani, rispondendo ai bisogni dei pazienti con malattie rare.

    Le FAB13 occupano il 22% degli addetti dell’intera industria farmaceutica in Italia. Gli occupati risultano complessivamente 50.400 circa, di cui oltre 35.000 all’estero (70%) e 15.000 in Italia (30%). Di questi, la metà sono donne. La percentuale di laureati e diplomati supera l’80%. Oltre il 90% dei dipendenti delle FAB13 sono assunti a tempo indeterminato. Elevata l’incidenza di occupati nella R&S, pari al 56% in Italia. Per quanto riguarda gli investimenti in R&S, sono cresciuti nel 2024 del 27% rispetto al 2023, superando gli 1,4 miliardi di euro e rappresentando il 43% degli investimenti complessivi delle FAB13. Consistenti anche gli investimenti per acquisizioni di aziende, licenze e prodotti al fine di ampliare il portfolio e rafforzare la loro competitività globale: circa 1,4 miliardi nel 2024.

    Nel 2024, il valore della produzione dei gruppi multinazionali e italiani iscritti a Farmindustria ha raggiunto in maniera aggregata i 56,1 miliardi di euro, registrando un incremento dell’87% rispetto al 2016, mentre l’export si è attestato a 53,8 miliardi di euro, con un incremento del 152% rispetto al 2016. Particolarmente rilevante l’andamento delle esportazioni di prodotti farmaceutici ad alta tecnologia, cresciute del 193%. Gli investimenti complessivi hanno raggiunto i 4 miliardi di euro, di cui 2,3 miliardi destinati alla Ricerca e Sviluppo (R&S) e 1,7 miliardi alle attività produttive (dal 2016 crescita del 38%). Gli occupati del settore risultano pari a 67.000 unità (+12% rispetto al 2016). L’Italia è il sesto esportatore mondiale di farmaci e si conferma il terzo esportatore mondiale di farmaci confezionati (alle spalle di Germania e Svizzera).

  • Oltre 600mila ristoranti italiani nel mondo, ma la finta ristorazione italiana supera i 100 miliardi di euro

    Sono circa 600.000 i ristoranti che si definiscono italiani nel mondo, secondo le stime della Federazione Italiana Pubblici Esercizi (Fipe). Ma di questi, solo una percentuale limitata rispetta i requisiti di autenticità: chef italiano, proprietà o gestione italiana, e utilizzo di ingredienti provenienti dall’Italia.  Il resto appartiene a quel fenomeno chiamato Italian Sounding: l’uso improprio di denominazioni, immagini e richiami all’Italia per commercializzare prodotti e servizi che con l’Italia hanno poco o nulla a che fare. Una distorsione di mercato che supera i 100 miliardi di euro l’anno e che altera la percezione globale della cucina italiana, danneggiando l’export e creando confusione nei consumatori.

    La cucina italiana è oggi la più diffusa e richiesta al mondo, con un mercato mondiale che supera i 228 miliardi di euro e continua a crescere senza rallentare. Tuttavia, piattaforme come Google Maps o TripAdvisor non distinguono minimamente tra autenticità e imitazione: chiunque può aprire un ristorante con bandiera italiana e menù tradotto, senza che vi sia alcun controllo reale sulla provenienza degli ingredienti o sulle competenze culinarie dello staff. È da questa contraddizione che nasce Real Italian Restaurants, la prima piattaforma digitale che attesta l’autenticità dei ristoranti italiani all’estero attraverso un processo strutturato e verificabile. L’idea prende forma dall’esperienza diretta del fondatore Orazio Salvini, che dopo l’ennesima cena in un ristorante italiano all’estero, ha analizzato i dati scoprendo che le ricerche online per “ristoranti italiani” registrano volumi altissimi, ma l’offerta è dominata da locali “falsi italiani” privi di qualsiasi filtro di qualità.  Così, nel 2024, è nata l’idea di questa infrastruttura digitale, pensata per portare regole chiare in un mercato senza filtri. La certificazione si basa su tre criteri imprescindibili: proprietà o gestione italiana, chef formato in Italia e prove concrete dell’utilizzo di prodotti autentici. Un processo rigoroso, supportato da fatture e documentazione fotografica, che rende l’autenticità finalmente dimostrabile. «I ristoratori italiani all’estero sono spesso sottostrutturati: hanno siti obsoleti, presenza social básica, nessun supporto digitale adeguato,” spiega Salvini. “Vogliamo essere il ponte che mancava: dare loro visibilità e strumenti, e allo stesso tempo aiutare i consumatori a riconoscere chi porta davvero l’Italia nel piatto».

    Il fenomeno non riguarda solo la ristorazione. Secondo Coldiretti, 2 prodotti agroalimentari italiani su 3 venduti all’estero sono in realtà imitazioni, incluse gelaterie, macellerie, gastronomie e negozi di prodotti italiani all’estero sono spesso gestiti da proprietari non italiani che sfruttano l’appeal del brand Italia senza rispettarne gli standard. Per questo motivo, Real Italian Restaurants sta espandendo il proprio ecosistema anche a queste categorie, creando directory certificate di distributori di prodotti italiani e di negozi specializzati autentici. L’obiettivo è costruire una rete completa a supporto dell’autenticità del Made in Italy gastronomico.  Parallelamente, è partita una campagna di reclutamento di Local Ambassador: italiani all’estero che segnalano ristoranti autentici e supportano il progetto. A Madrid, in sole 48 ore, sono arrivate 60 candidature da professionisti italiani espatriati, pronti a contribuire. In futuro, gli ambassador contribuiranno all’organizzazione di eventi, settimane della cucina italiana e tour gastronomici.

    L’Italian Sounding è ormai un problema globale: crea confusione, danneggia l’economia italiana e svuota di significato una delle cucine più amate al mondo. Difendere l’autenticità non è un vezzo patriottico: è una questione di trasparenza, valore economico e tutela culturale. E per farlo servono strumenti chiari e consapevolezza da parte di chi viaggia, compra o sceglie un ristorante.

  • Coldiretti lamenta speculazioni sull’olio

    “Il settore olivicolo non può più accettare che il valore del nostro extravergine italiano venga distorto dalle speculazioni”. Con questo messaggio il Presidente di Unaprol e vicepresidente nazionale di Coldiretti, David Granieri, è intervenuto al Tavolo Olivicolo Nazionale convocato presso il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, richiamando l’attenzione sulla necessità di dotare il comparto di strumenti più efficaci contro le dinamiche speculative che stanno comprimendo il valore dell’olio extravergine di oliva italiano.

    L’appuntamento è stato l’occasione per ribadire l’importanza di estendere il registro telematico a livello europeo e per sottolineare come gli attuali parametri di riferimento, basati sulle rilevazioni delle Camere di Commercio, non siano più adeguati a rappresentare fedelmente l’andamento del mercato né a garantire un sufficiente livello di trasparenza.

    Per superare queste criticità, Coldiretti e Unaprol propongono un rafforzamento del Portale SIAN, introducendo l’obbligo di registrazione delle contrattazioni non solo dell’olio sfuso, ma anche delle olive da olio.

    “Solo attraverso la dichiarazione delle contrattazioni, incluse quelle delle olive da olio – spiega Granieri – potremo disporre di un dato aggregato e geograficamente definito, capace di restituire il giusto valore ai produttori e al Made in Italy olivicolo. L’obiettivo è arrivare a un quadro completo delle diverse fasi di scambio, con informazioni riferibili alle singole piazze di contrattazione, così da garantire un riferimento oggettivo, non manipolabile e realmente rappresentativo per l’intera filiera”, conclude.

  • Dopo Coldiretti anche Confindustria chiede di rivedere il codice doganale

    Coldiretti da tempo chiede che si cambi il codice doganale che consente con l’ultima lavorazione in Italia di guadagnare il titolo di made in Italy denunciando la trasformazione in alimenti rigorosamente nazionali di materia prima in arrivo da Paesi terzi. Ma ora non è solo la rappresentanza degli agricoltori a chiederlo: Confindustria è giunta a considerare che la revisione dell’attuale codice doganale sia funzionale alla tutela, oltre che dell’agroalimentare, de settore tessile. Per questo viale dell’Astronomia chiede di garantire l’italianità con quattro passaggi da realizzare nel nostro Paese.

    Distintività e trasparenza sono diventate così parole d’ordine per tutti. L’industria alimentare per prima considera l’italianità della materia prima il vero valore aggiunto, da spendere anche nelle pubblicità che sempre più spesso fanno riferimento all’origine dei cibi. Ora dall’agricoltura la richiesta di cambiare le regole è sbarcata nel mondo industriale. Un’alleanza agricoltura e tessile, due veri campioni dell’azienda Italia, potrebbe davvero fare la differenza per centrare l’obiettivo su cui Coldiretti ha profuso il massimo impegno negli ultimi vent’anni dando battaglia per arrivare alla super etichetta.

    Un altro tassello importante è il sostegno del Governo all’Authority doganale europea a Roma. Un’altra richiesta di Coldiretti che rientra nel progetto di garantire agli agricoltori il riconoscimento del valore aggiunto di un’attività svolta nel segno della qualità e della sostenibilità economica e sociale.  Ma con un’attenzione forte nei confronti dei consumatori per metterli in grado di scegliere con cognizione di causa i cibi da portare a tavola. Senza inganno per evitare che possano cadere in trappole e rischiare a volte anche effetti pericolosi per la salute.

  • Coldiretti: non ci sono controlli sul 97% dei prodotti extra Ue

    Si dice spesso ‘aiutarli a casa loro’ con riferimento agli immigrati, poi per ci si dimentica che aiutarli a casa loro significa accettare quello che producono e vendono alle latitudini natie. Coldiretti lamenta che 97 prodotti alimentari stranieri su 100 che entrano nell’Ue senza alcun controllo, approfittando di porti come Rotterdam, e invoca un sistema realmente efficace di controlli alle frontiere per tutelare la salute dei cittadini e difendere le imprese agroalimentari dalla concorrenza sleale che mette a rischio i record dell’agroalimentare nazionale.

    L’appello è stato lanciato nel corso dell’evento al Villaggio contadino di Bologna con la partecipazione, tra gli altri, del presidente Coldiretti Ettore Prandini e del segretario generale Vincenzo Gesmundo, di Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Romano Prodi, presidente della Fondazione per la Collaborazione tra i Popoli, Fabrizio Curcio, commissario straordinario di governo alla ricostruzione, e Michele De Pascale, presidente della Regione Emilia-Romagna.

    Oggi in Europa – ricorda Coldiretti – si stima che appena il 3% dei prodotti che arrivano dall’estero sia sottoposto a verifiche fisiche, cioè test sulla salubrità, e non solo alla verifica documentale. Il sistema lascia ai singoli Stati membri la facoltà di decidere i controlli, creando dinamiche al ribasso e assenza del principio di reciprocità.

    Un caso emblematico è quello dell’accordo con il Mercosur. Nei primi otto mesi del 2025 le importazioni in Italia dai Paesi sudamericani sono cresciute del 18%, per un valore di 2,3 miliardi di euro, a fronte di esportazioni Made in Italy ferme a 284 milioni (-8%), secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat. L’accordo rischia di peggiorare il saldo commerciale, favorendo l’arrivo di carne bovina e avicola, miele e riso prodotti con standard ambientali e sanitari inferiori.

    Nei Paesi del Mercosur, spiega Coldiretti, si utilizzano ancora antibiotici e sostanze vietate in Europa, così come pesticidi ormai fuori legge nell’Ue o presenti in quantità superiori ai limiti massimi consentiti. A ciò si aggiunge la prospettiva del dazio zero per centinaia di milioni di chili di carne, riso, miele e zucchero destinati al mercato europeo, fino a coprire il 10% del consumo europeo di carne di pollo.

    Il 90% di queste merci passa per il porto di Rotterdam, considerato da Coldiretti un punto debole dei controlli europei. “Non siamo contrari agli accordi di libero scambio – ha spiegato Prandini – ma non possiamo difendere l’agricoltura se non imponiamo il principio di reciprocità. L’intesa col Mercosur è obsoleta: l’agricoltura oggi è strategica e non può essere sacrificata”.

    Gesmundo ha aggiunto: “Se l’accordo non verrà corretto, sarà devastante. Esporteremo inquinamento e importeremo prodotti non conformi, rinunciando ai servizi ambientali e sociali garantiti ogni giorno dagli agricoltori europei. Derubricare l’eccezionalismo agricolo a merce di scambio è un errore gravissimo”.

    Oltre al rischio legato agli accordi internazionali, Coldiretti segnala anche le conseguenze delle guerre commerciali, in particolare con gli Stati Uniti. I dazi aggiuntivi imposti da Washington hanno già inciso pesantemente sulle vendite di prodotti italiani come olio d’oliva (-62%), derivati del pomodoro (-36%), pasta (-21%) e vini (-18%).

    La situazione, evidenziano i dati Eurostat analizzati da Coldiretti, rischia di favorire il mercato dei falsi Made in Italy, già fiorente negli Usa. La produzione di Italian sounding ha raggiunto i 40 miliardi di euro, dominata dal settore dei formaggi, con 2,7 miliardi di chili di “italian cheese” prodotti ogni anno.

    Tra questi spiccano 222 milioni di chili di “Parmesan”, 170 milioni di “provolone”, 23 milioni di “pecorino romano” e oltre 2 miliardi di chili di mozzarella. Per Coldiretti, un’ulteriore impennata dei dazi porterebbe i consumatori americani a scegliere imitazioni più economiche, amplificando un fenomeno che già sottrae all’Italia miliardi di euro e identità produttiva.

  • L’Italia è una stalla che vale 55 miliardi di euro

    La Stalla Italia ha raggiunto un giro di affari di 55 miliardi di euro, con il solo valore delle produzioni zootecniche che nel giro degli ultimi cinque anni è aumentato del 41% e il nuovo obiettivo di rilanciare la presenza delle stalle su tutto il territorio, dal Nord fino al Mezzogiorno, dando nuove opportunità di crescita e lavoro. E’ uno degli spunti emersi all’incontro organizzato da Coldiretti alla 97esima Fiera Agricola Zootecnica Italiana di Montichiari (Brescia), con la presenza del presidente nazionale Ettore Prandini, del Ministro dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrigida, e di Attilio Fontana, Presidente Regione Lombardia, assieme a Luigi Scordamaglia, Amministratore Delegato di Filiera Italia, Nicola Di Noia, Direttore Generale dell’Associazione Italiana Allevatori; Maria Chiara Zaganelli, Direttore Generale del Crea; Sergio Marchi, Direttore Generale di Ismea, Simona Tironi, assessore all’istruzione, formazione e lavoro della Regione Lombardia, Alessandro Beduschi, Assessore all’Agricoltura della Regione Lombardia e Marco Togni, sindaco di Montichiari.

    L’allevamento italiano, dal campo alla tavola, dà lavoro a circa 800mila addetti ed è una componente fondamentale del Made in Italy agroalimentare, poiché è dalla Stalla Italia che nascono le eccellenze più note all’estero, dai formaggi ai salumi a denominazione di origine. Le aziende agricole con allevamento sono oltre 200mila, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat. Un settore che sta calamitando anche l’interesse dei giovani, con oltre 20mila allevatori under 40.

    Un patrimonio del Paese che va difeso rispetto ai segnali negativi che negli ultimi tempi arrivano da alcune filiere, dal calo del prezzo del latte bovino a livello europeo alla crisi di quello di bufala, passando per la diminuzione delle quotazioni del Pecorino Romano, senza dimenticare le criticità legate alle epidemie, da quella della peste suina africana legata alla presenza eccessiva dei cinghiali ai nuovi focolai di aviaria.

    “Ma un rilancio autentico del settore zootecnico non può prescindere anche da un netto stop alle campagne ideologiche e distorte che demonizzano la carne, un alimento centrale nella Dieta Mediterranea e nei nostri allevamenti, magari per promuovere alimenti ultra formulati anticamera di quelli sintetici dietro i quali si celano pericoli per la salute dei cittadini oltre ai molteplici interessi economici – sottolinea il presidente della Coldiretti Ettore Prandini – Queste campagne rischiano infatti di vanificare gli sforzi sostenuti negli anni dalle aziende italiane, che hanno reso il settore zootecnico nazionale tra i più sostenibili del mondo”.

    Un’opportunità importante per la filiera viene dal decreto ColtivaItalia che ha stanziato 300 milioni di euro per la mangimistica e la zootecnia, con l’obiettivo di creare le condizioni per aumentare il livello di autosufficienza. Nonostante la crescita economica del settore, gli ultimi anni hanno visto un calo della produzione di bovini da carne, con il livello di autoapprovvigionamento che è sceso dal 53% al 40%. In tale ottica il rilancio della zootecnia, proposto da Coldiretti, avrebbe valenze non solo economiche, ma anche sociali e ambientali, puntando sulla linea vacca-vitello. Un obiettivo che guarda soprattutto al Sud riportando le stalle nelle aree interne e disagiate, con l’effetto di ripopolare molti territori altrimenti a rischio abbandono, dando opportunità di lavoro e sviluppo, a partire dalle giovani generazioni.

  • La Commissione approva due nuove indicazioni geografiche italiane

    La Commissione europea ha approvato l’aggiunta delle italiane “Olive taggiasche liguri” e “Carne Salada del Trentino” al registro delle indicazioni geografiche protette (IGP).

    Le olive taggiasche liguri sono olive da tavola e pasta di olive ottenute da olive della varietà taggiasca, devono il nome alla località di Taggia, nelle cui terre i monaci benedettini nel X secolo impiantarono i primi ceppi.

    La “Carne Salada del Trentino” è un salume di carne bovina caratterizzato dalla magrezza, dal sapore di carne matura e dall’aroma leggermente speziato. La carne viene prodotta e confezionata in tutto il territorio amministrativo della Provincia Autonoma di Trento, ad eccezione di alcuni comuni.

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