Made in Italy

  • Upiveb chiede la tutela del Made in EU in tutta la filiera di viteria e bulloneria

    L’Unione Produttori Italiani Viteria e Bulloneria (Upiveb) sta promuovendo attraverso l’Associazione europea di settore Eifi – European Industrial Fasteners Institute – nell’ambito dei lavori sull’Industrial Accelerator Act (Iaa), un provvedimento a tutela dell’industria manifatturiera europea.

    Fondata nel 1961, l’Associazione rappresenta l’industria italiana degli elementi di fissaggio e riunisce 40 aziende produttrici e 30 imprese appartenenti alla relativa filiera per tutelarne gli interessi a livello nazionale ed europeo. Upiveb rappresenta oggi circa l’80% della produzione nazionale di elementi di fissaggio e un comparto che occupa circa 16.000 addetti.

    Partendo dal presupposto che gli elementi di fissaggio (Fasteners) rappresentano un componente essenziale e insostituibile per l’industria manifatturiera, indispensabile per la produzione e l’assemblaggio in pressochè tutti i principali settori industriali, Upiveb ed Eifi mirano a vedere riconosciuto un principio che considera irrinunciabile: il “Made in EU” non può limitarsi al prodotto finale, ma deve riconoscere e tutelare il valore generato lungo l’intera filiera produttiva europea, comprese le pmi e le imprese che operano nei segmenti intermedi della supply chain.

    In questo contesto, Eifi ha affidato al professor Tommaso Pardi, Direttore di Gerpisa (Le réseau international de l’automobile), la realizzazione di uno specifico white paper dedicato al settore dei fasteners e al loro ruolo nella filiera automotive europea. Lo studio evidenzia problematiche e dinamiche che interessano numerosi altri settori della manifattura europea e formula alcune proposte concrete: inclusione dei veicoli HEV e ICE Euro 7 nel quadro dell’IAA; quota di almeno l’80% del contenuto complessivo “Made in EU” per i veicoli; un requisito “Made in EU” per i componenti automotive, con una soglia media del 70% o un meccanismo equivalente basato sul valore aggiunto Ue; un requisito del 70% “Made in EU” per gli elementi di fissaggio destinati al settore automotive; un efficace controllo degli investimenti diretti esteri nel settore automotive, non limitato alle sole tecnologie green.

    «Il messaggio che intendiamo portare alla Vostra attenzione – scrive l’Unione ai suoi associati – è chiaro: non può esistere un’industria automotive europea forte senza una supply chain europea altrettanto forte. Tutelare il prodotto finale senza preservare competenze, capacità produttiva, investimenti e occupazione lungo l’intera catena del valore rischierebbe di accelerare proprio quel processo di deindustrializzazione che l’Industrial Accelerator Act si propone di contrastare».

    Eifi sta conducendo un’azione di sensibilizzazione presso le Istituzioni europee, i rappresentanti politici e il mondo industriale, e il white paper sarà presentato a Bruxelles i 21 ottobre.

  • Gucci Made in China.

    Sembra incredibile come le strategie che hanno portato alla crisi del lusso vengano ancora una volta adottate come ricette salvifiche per uscirne.

    La crisi del lusso nasce da una sostanziale incapacità di leggere il mercato da parte dell’intera classe manageriale che ha gestito le aziende negli ultimi vent’anni, unita ad una insaziabile ingordigia degli azionisti che hanno azzerato il valore stesso del brand per ottenere la massima resa finanziaria dei propri investimenti.

    Non c’era alcun dubbio che anche questo nuovo AD avrebbe adottato questa medesima e disastrosa strategia che azzera il valore del made in Italy legato al marchio Gucci, prediligendo la delocalizzazione produttiva e conseguentemente lo svilimento nei prossimi anni dello stesso Brand Gucci.

    Chiunque è in grado di trovare nuova marginalità delocalizzando in Cina, quindi  anche De Meo. Se veramente l’obiettivo fosse quello di gestire e rilanciare un marchio come Gucci sarebbe allora necessario dimostrare  cultura anche umana, di certo non potrebbe risultare assolutamente insufficiente un semplice approccio economicistico. In più, con l’abbassamento della soglia economica  di accesso al mondo Gucci, e quindi sperando solo nella crescita di un consumo aspirazionale,  se può assicurare volumi, distrugge la percezione del valore del brand che verrebbe trasformato in un prodotto di largo consumo.

    Cosi facendo la fine è dietro l’angolo e se poi ci si volesse addentrare nella analisi della calzatura, emerge evidente come, in mancanza di una visione stilistica identificativa, si punti ancora sulla saturazione visiva del brand. Per la  pelletteria tradizionale (come una borsa da viaggio o un bauletto Ophidia), infatti, il nastro web serve a “spezzare” la monotonia della tela geometrica, viceversa applicato ad una scarpa sportiva concentra troppi codici visivi in pochissimo spazio .

    Questa combinazione sulle sneaker trasforma un simbolo di artigianalità storica in un “cartellone pubblicitario” da indossare,
    trasformando la scarpa stessa da simbolo di eleganza ad elemento di pura ostentazione, classica espressione del consumatore aspirazionale.

    In questo modo la calzatura diventa il simbolo  di un’estetica puramente hypebeast, pensata per essere immediatamente riconoscibile a metri di distanza.

    Ed è proprio cosi che si azzera quel fascino di lusso discreto (quiet luxury) che oggi è invece molto ricercato .

  • Esportazioni italiane in lieve aumento a luglio, importazioni verso lo Stivale in flessione

    A luglio 2026 si stima una crescita congiunturale modesta delle esportazioni (+0,3 per cento) e una diminuzione delle importazioni (-1,2 per cento). Il lieve incremento su base mensile dell’export è sintesi di un aumento delle vendite verso l’area extra Ue (+6,9 per cento) e di una riduzione di quelle verso l’area Ue (-5,6 per cento). Lo riferisce l’Istat. Nel trimestre maggio-luglio 2026, rispetto al precedente, l’export cresce dell’1,3 per cento, l’import del 2,8 per cento. A luglio 2026 l’export cresce su base annua del 4,7 per cento in valore e si riduce dell’1,7 per cento in volume. La crescita tendenziale delle esportazioni in termini monetari è più sostenuta per i mercati extra Ue (+6,6 per cento) rispetto a quelli Ue (+2,7 per cento). L’import registra una crescita tendenziale del 4,6 per cento in valore, che riguarda entrambe le aree, Ue (+4,9 per cento) ed extra Ue (+4,2 per cento); in volume, le importazioni diminuiscono del 2,7 per cento.

    Tra i settori che più contribuiscono alla crescita tendenziale delle esportazioni si segnalano: metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+13,8 per cento), coke e prodotti petroliferi raffinati (+27,3 per cento) e articoli sportivi, giochi, strumenti musicali, preziosi, strumenti medici e altri prodotti non classificati altrove (n.c.a.) (+15,9 per cento). Si riduce su base annua l’export di mezzi di trasporto, esclusi autoveicoli (-2,5 per cento). Su base annua, la Svizzera (+39,6 per cento) è il paese che fornisce il contributo positivo maggiore all’export nazionale, seguono paesi Opec (+26,3 per cento) e Cina (+27,6 per cento). L’apporto negativo maggiore deriva, invece, dalle minori esportazioni verso i paesi Asean (-26,9 per cento). Nei primi sette mesi del 2026, l’export registra una crescita tendenziale del 4,6 per cento, spiegata soprattutto dalle maggiori vendite di metalli di base e prodotti in metallo, escluse macchine e impianti (+26,4 per cento), coke e prodotti petroliferi raffinati (+24,0 per cento) e autoveicoli (+8,0 per cento). Il saldo commerciale a luglio 2026 è pari a +8.240 milioni di euro (era +7.829 milioni nello stesso mese del 2025). Il deficit energetico (-5.515 milioni) è superiore rispetto a un anno prima (-4.117 milioni). L’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici sale da +11.947 milioni di luglio 2025 a +13.756 milioni di luglio 2026.

    “Nel mese di luglio 2026 – si legge nella nota a commento – i prezzi all’importazione aumentano dello 0,4 per cento su base mensile e del 5,0 per cento su base annua (era +4,9 per cento a giugno). La dinamica congiunturale dell’export è in parte influenzata da vendite a elevato impatto della cantieristica navale registrate nei mesi di luglio e giugno 2026: al netto di queste, si stima a luglio 2026 un aumento congiunturale del +1,0 per cento. Su base annua, la crescita dell’export – più intensa verso i mercati extra Ue – è trainata soprattutto dalle maggiori vendite di metalli; quella dell’import, dai maggiori acquisti di gas naturale, metalli e prodotti dell’elettronica. Nei primi sette mesi del 2026, la crescita tendenziale dell’export (+4,6 per cento) è di poco superiore a quella dell’import (+4,3 per cento). L’avanzo commerciale (+32,9 miliardi di euro) è in aumento rispetto ai primi sette mesi del 2025 (+30,6 miliardi). I prezzi all’import tornano a crescere su base mensile per effetto principalmente dei rialzi dei prezzi dei prodotti energetici; su base annua, la loro crescita si mantiene sostanzialmente stabile”, conclude la nota.

  • Borsalino apre a Shanghai

    Borsalino, storica maison italiana del cappello di lusso, accelera l’espansione in Cina continentale con l’apertura prevista in estate di un primo punto vendita a Shanghai, in uno dei principali centri commerciali di fascia alta della città. Lo riferisce il quotidiano britannico “Financial Times”, secondo cui il gruppo, fondato 169 anni fa e noto anche per avere realizzato il fedora indossato da Humphrey Bogart in “Casablanca”, punta ad aprire complessivamente cinque punti vendita in Cina entro la fine dell’anno, a fronte dei venti attualmente operativi nel mondo.

    “Riteniamo che questo sia il momento giusto per entrare nel mercato”, ha dichiarato l’amministratore delegato Mauro Baglietto, definendo la Cina “un mercato molto importante” che richiede però “un approccio più disciplinato rispetto al passato”. Secondo il quotidiano, l’azienda intravede un potenziale fino a quaranta punti vendita nella Grande Cina, ma senza adottare un piano di crescita aggressivo.

    L’espansione si inserisce nel rilancio del marchio dopo il fallimento del 2017 e la successiva acquisizione da parte del fondo svizzero Haeres Equita per 18 milioni di euro. Borsalino, che produce circa 300 mila cappelli l’anno e continua a realizzare a mano i suoi Panama, sta inoltre ampliando l’offerta anche alle borse in pelle. Secondo analisti citati dal giornale, il mercato cinese del lusso resta debole, ma i marchi legati a un’estetica tradizionale e di alta qualità starebbero mostrando una tenuta migliore.

    Lo sguardo alla Cina fa parte di una strategia di espansione e diversificazione che ha portato l’azienda italiana a realizzare la sua prima linea di borse ed accessori in pelle, siglando una partnership con Gamat, azienda svizzera con cui alla fine del 2025 Borsalino ha siglato un contratto di licenza quinquennale per la creazione, produzione e distribuzione di accessori a marchio proprio. Quest’ultima dovrebbe arrivare sul mercato a settembre 2026 nei punti vendita monomarca Borsalino, in una selezione di boutique e nei department store internazionali. Risale ancora al 2025 il lancio di una prima capsule di occhiali e il ritorno nell’universo dei profumi, che aveva già esplorato in passato, con il lancio di una proposta di fragranze di alta gamma realizzate da Perfume Street, il “braccio licenze” di DPLG, azienda specializzata nella creazione e distribuzione globale di fragranze e cosmetici, che ha oltre 30 anni di esperienza nel settore e vanta una storia lavorativa con grandi nomi del profumo come Coty, Interparfums, L’Oréal e Clarins.

    Haeres Equita srl, cui oggi fa capo il marchio, nel 2024 ha generato 23,6 milioni di euro di ricavi, con 2,6 di debiti netti. Si tratta del miglior bilancio a partire dal 2024, che ha segnato il ritorno all’utile (24,2 mila euro) per l’azienda, di cui il Tribunale di Alessandria aveva dichiarato il fallimento sette anni prima, quando ancora si chiamava Borsalino Giuseppe e Fratello spa. Alla sentenza si era arrivati dopo che i giudici avevano respinto la richiesta di concordato preventivo presentata dalla società, per la seconda volta. Le difficoltà non erano legate al mercato o alla qualità del prodotto, ma a vicende finanziarie esterne, in particolare il crac da 3,5 miliardi di euro dell’imprenditore Marco Marenco, allora azionista di maggioranza, in seguito al quale l’iconico cappellificio aveva chiesto e ottenuto l’ammissione al concordato in bianco.Per fortuna della società nonostante la dichiarazione di fallimento la produzione non si è mai fermata, visto che la gestione del ramo d’azienda dal 2015 era già stata affidata in affitto alla società Haeres Equita di Philippe Camperio, che nel 2017 ha rilevato per 17,5 milioni di euro il marchio Borsalino da Mediocredito, che lo aveva in pegno a fronte di un finanziamento mai onorato. L’anno successivo la stessa Haeres Equita ha vinto l’asta per acquistare capacità produttiva e negozi della società, che nel 2023 è confluita nel portafoglio di ChimHaeres Investment Holding, come accennato ad inizio articolo.

  • Ulisse Edizioni lancia il nuovo progetto editoriale “Saga di Impresa e Cultura – le Eredità del Made in Italy”

    Ulisse Edizione lancia “Saga di Impresa  e Cultura – le Eredità del Made in Italy”, una nuova collana editoriale dedicata a valorizzare “il pensare e l’agire italiano” attraverso le biografie di donne e uomini che in vari campi hanno contribuito e contribuiscono con la loro creatività e la loro determinazione al progresso culturale ed economico del Paese.

    Per Ulisse Editore raccontare le loro storie significa proteggere e valorizzare il nostro patrimonio trasformando le biografie in strumenti di tutela della nostra identità culturale e produttiva.

    La prima uscita è dedicata ad una delle prime 100 imprenditrici scelte dal Mimit per la mostra itinerante che ha appena fatto tappa anche in Regione Lombardia.

    La nuova collana editoriale non è una semplice raccolta di biografie ma, con una serie di narrazioni capaci di trasformarsi in veri manuali di leadership moderna,

    Ad inaugurare questo viaggio sarà il volume in uscita dedicato a Nadia Bragalini, dal titolo “Il Codice dell’Undici”, scritto da Benedetta Borsani.

    In questa biografia romanzata, Borsani delinea il profilo di una “Tessitrice” d’impresa capace di intrecciare relazioni umane, ricerca scientifica e amore incondizionato per il proprio lavoro accompagnando il lettore attraverso le sfide della pandemia fino alla nascita di un vero e proprio “tempio” produttivo a Castelvetro Piacentino: la G&G Pet Food.

    Ulisse Edizioni è una realtà editoriale, nata nel 2001, con sede a Milano e dedicata alla valorizzazione della cultura nelle sue varie forme attraverso la pubblicazione di libri che osano affrontare anche argomenti che non sempre hanno trovato la dovuta attenzione da parte delle grandi case editrici

  • Cultura di mercato inferiore ai concorrenti, così la produzione italiana finisce in mani straniere

    Dalla fine del 2007, nel giro di 18 anni, l’Italia ha perso quasi un quarto della produzione industriale, vuoi perché il tessuto produttivo è caratterizzato da un  ampio numero di imprese familiari nate nel dopoguerra con capi-azienda giunti ormai a 70-80 anni che devono passare l’attività ai figli e hanno difficoltà (anche psicologiche) ad aprirsi a nuovi azionisti e quotarsi in Borsa, vuoi per la difficoltà di reperire i finanziamenti necessari per investire in innovazione e restare sul mercato. Il volume dei prestiti alle imprese tra il dicembre 2011 e lo stesso mese del 2024, in Italia è sceso da 929 a 641 miliardi di euro (-31%), mentre in Francia è aumentato da 880 a 1.491 miliardi (+70%) e in Germania da 910 a 1.391 miliardi (+53%). E le quotazioni in Borsa nel 2025 sono state una ventina di imprese a fronte di 29 addii.

    Una cultura di mercato non così ampiamente diffusa e recepita lascia aperte le porte agli stranieri, che con quella cultura hanno maggior dimestichezza. Secondo l’indagine annuale dell’area studi di Mediobanca, negli ultimi tre anni le aziende medio-grandi a controllo estero hanno un peso sempre maggiore: a fine 2022 rappresentavano il 29,7% del fatturato, salito al 34,5% nel 2024. Kpmg inoltre rileva che nel solo 2024 le operazioni di fusione e acquisizione di realtà italiane da parte di fondi o imprese straniere sono state 429 per un valore record di 36,2 miliardi. Una parte importante, è realizzata da fondi di investimento, di solito interessati a restare 5-6 anni per poi vendere, spesso a proprietà industriali estere. Tra le aziende più rappresentative del Made in Italy che in questi tre anni sono passate o stanno passando in mani straniere troviamo Iveco group (veicoli commerciali): la divisione Difesa andrà all’italiana Leonardo, mentre tutto il resto è in corso la finalizzazione con gli indiani di Tata Motors. E ancora: Comau (sistemi di automazione industriale e robotica avanzata), il 51% della quale è stato venduto da Stellantis al fondo di investimento Usa One equity partners; Piaggio Aerospace, storico costruttore aeronautico italiano, acquisito dalla società turca Baykar, specializzata in droni e sistemi aerospaziali; Cvs Ferrari, produttrice di attrezzature industriali, passata all’americano Taylor Group; Sifi spa, venduta da 21 Invest alla spagnola Faes Farma; Bialetti, acquisita dalla cinese Nuo capital. Ip italiana petroli sta passando alla Socar (Azerbaigian). Il gruppo francese Axa ha acquisito la quota di controllo del 51% di Prima, compagnia italiana delle assicurazioni. Golden Goose, la società delle sneaker di lusso se la sono presa i fondi Hsg (cinese) e Temasek (Singapore) per un valore stimato di 2,5 miliardi: closing nel 2026.  Il gruppo della moda Etro è diventato al 100% straniero l’anno scorso con l’uscita della famiglia italiana che lo aveva fondato.  La quota di maggioranza della rete fissa Tim è passata al fondo americano Kkr. Ita Airways è detenuta al 41% da Lufthansa che a giugno porterà la sua partecipazione al 90%, mentre sull’ex Ilva ci sono trattative in corso per vendere al fondo americano Flacks.

    Al di là del fatto che l’Italia fa parte del mercato unico europeo e che dunque la proprietà da parte di chi non sia italiano ma comunque è comunitario non può fare grande differenza in termini legali (così come non può fare alcuna differenza il fatto che un’azienda di una parte d’Italia sia detenuta da un padrone che sta in tutto’altra parte dello Stivale), gli investitori stranieri hanno spesso saputo rivitaliazzare marchi del Made in Italy mantenendo la produzione in Italia, come è avvenuto per Lamborghini (controllata da Audi), o Andldo Breda (asset di Hitachi rail). Non è però sempre così: nella farmaceutica l’importante centro di ricerca oncologica Nerviano Medical Sciences (NMS), è stato acquisito per il 90% da un fondo cinese nel 2018, poi passata al 100% nel 2024 e nel 2025 ha aperto una filiale a Shanghai per rafforzare il mercato asiatico, e annunciato di mandare a casa i ricercatori italiani.

    A fianco della cultura di mercato pesano sulle prospettive della produzione italiana anche il costo dell’energia e il peso della cosiddetta politica industriale e quindi dello Stato (sotto forma sia di prelievo fiscale che di incentivi e aiuti finanziari vari), in generale la competitività del sistema Paese, come si dice. Prima dell’impennata dei prezzi dovuta al blocco dello stretto di Hormuz Confindustria stimava che in Italia l’approvvigionamento energetico per far funzionare stabilimenti e impianti costasseil 30% in più rispetto alla media europea, un chiaro ostacolo alla competitività di chi opera in Italia rispetto a chi opera in Paesi con bollette più basse. Il piano Transizione 5.0 da 6,3 miliardi lanciato a marzo 2024 con fondi del Pnrr ha introdotto per le imprese compensazioni fino al 45% degli investimenti tramite credito d’imposta ma i fondi messi a disposizione sono calati di anno in anno. Per i prossimi tre anni c’è la Zes Unica, una misura che deve favorire gli investimenti e lo sviluppo del Mezzogiorno, ma come sempre quando si tratta di fondi c’è un limite alla liquidità che lo Stato può mettere sul piatto mentre la par condicio che ispira il provvedimento fa sì che quanti più saranno i richiedenti, tanto minore sarà la quota di fondi che ciascuno riceverà.

  • Crescono investimenti e occupazione dell’industria farmaceutica

    Negli ultimi dieci anni, l’Italia si è imposta come un grande “hub” europeo dell’industria farmaceutica, progredendo significativamente in termini di produzione, ricerca, occupazione ed export. Oggi è uno dei principali motori del sistema economico e produttivo italiano che pesa il 10% di tutto l’export nazionale.

    Ciò è stato merito comune di tutte le aziende operanti in Italia, distinguibili in tre principali i numerosi gruppi multinazionali presenti nel nostro Paese.

    Per le aziende del made in Italy farmaceutico FAB13 i risultati del 2024 sono stati molto positivi. I ricavi sono aumentati del 12% rispetto al 2023, raggiungendo i 18,9 miliardi di euro aggregati, con la componente estera in crescita del 14%, anche se il mercato domestico è salito solo del 2% a causa della stagnazione della domanda nazionale. Le esportazioni hanno fatto registrare un +16% rispetto al 2023, molto più di quanto è cresciuto l’export totale di prodotti farmaceutici dell’Italia (+10%). Gli investimenti totali (al netto di acquisizioni di aziende, prodotti e licenze) sono cresciuti del 21% rispetto al 2023, con al loro interno gli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S), pari a 1,4 miliardi, in progresso del 27%. Gli occupati sono cresciuti del 3% rispetto al 2023: +2% in Italia; +4% all’estero. È quanto emerge dal Rapporto e dalla relazione del Prof Marco Fortis, economista e Direttore Generale e Vicepresidente della Fondazione Edison, presentato durante l’evento “FAB13 2025: le 13 aziende storiche del made in Italy farmaceutico” appartenenti a Farmindustria, tenutosi alla Camera dei Deputati. La relazione evidenzia che le industrie storiche familiari crescono grazie all’internazionalizzazione continuando sempre a consolidare in Italia.

    Nel contesto di forte crescita della farmaceutica in Italia, si conferma il ruolo di primo piano svolto dalle industrie italiane, che nelle FAB13 hanno un importante punto di riferimento: 13 aziende del made in Italy farmaceutico che, sviluppatesi negli ultimi decenni hanno acquistato una notevole rilevanza nel panorama dell’industria farmaceutica europea e mondiale. Si tratta di: Alfasigma, Abiogen Pharma, Angelini Pharma, Chiesi Farmaceutici, Dompé Farmaceutici, I.B.N. Savio, Italfarmaco, Kedrion, Menarini, Molteni, Neopharmed Gentili, Recordati e Zambon.

    Le FAB13 contano 65 siti produttivi, di cui 29 in Italia, e 51 centri di R&S in tutto il mondo, con un’estesa rete di filiali (in totale sono 289) che supportano le operazioni globali dell’intero gruppo. Questa struttura capillare permette alle FAB13 di continuare a mantenere una forte presenza sia a livello nazionale che internazionale, garantendo efficienza operativa e capacità di innovazione. Le FAB13 contribuiscono a garantire le cure a milioni di italiani, rafforzando l’autonomia produttiva del sistema farmaceutico nazionale. Negli anni recenti le FAB13 hanno fatto acquisizioni all’estero, sviluppato partnership, ottenuto licenze di commercializzazione e l’approvazione di farmaci innovativi; sono pioniere nello sviluppo di terapie personalizzate innovative e farmaci orfani, rispondendo ai bisogni dei pazienti con malattie rare.

    Le FAB13 occupano il 22% degli addetti dell’intera industria farmaceutica in Italia. Gli occupati risultano complessivamente 50.400 circa, di cui oltre 35.000 all’estero (70%) e 15.000 in Italia (30%). Di questi, la metà sono donne. La percentuale di laureati e diplomati supera l’80%. Oltre il 90% dei dipendenti delle FAB13 sono assunti a tempo indeterminato. Elevata l’incidenza di occupati nella R&S, pari al 56% in Italia. Per quanto riguarda gli investimenti in R&S, sono cresciuti nel 2024 del 27% rispetto al 2023, superando gli 1,4 miliardi di euro e rappresentando il 43% degli investimenti complessivi delle FAB13. Consistenti anche gli investimenti per acquisizioni di aziende, licenze e prodotti al fine di ampliare il portfolio e rafforzare la loro competitività globale: circa 1,4 miliardi nel 2024.

    Nel 2024, il valore della produzione dei gruppi multinazionali e italiani iscritti a Farmindustria ha raggiunto in maniera aggregata i 56,1 miliardi di euro, registrando un incremento dell’87% rispetto al 2016, mentre l’export si è attestato a 53,8 miliardi di euro, con un incremento del 152% rispetto al 2016. Particolarmente rilevante l’andamento delle esportazioni di prodotti farmaceutici ad alta tecnologia, cresciute del 193%. Gli investimenti complessivi hanno raggiunto i 4 miliardi di euro, di cui 2,3 miliardi destinati alla Ricerca e Sviluppo (R&S) e 1,7 miliardi alle attività produttive (dal 2016 crescita del 38%). Gli occupati del settore risultano pari a 67.000 unità (+12% rispetto al 2016). L’Italia è il sesto esportatore mondiale di farmaci e si conferma il terzo esportatore mondiale di farmaci confezionati (alle spalle di Germania e Svizzera).

  • Oltre 600mila ristoranti italiani nel mondo, ma la finta ristorazione italiana supera i 100 miliardi di euro

    Sono circa 600.000 i ristoranti che si definiscono italiani nel mondo, secondo le stime della Federazione Italiana Pubblici Esercizi (Fipe). Ma di questi, solo una percentuale limitata rispetta i requisiti di autenticità: chef italiano, proprietà o gestione italiana, e utilizzo di ingredienti provenienti dall’Italia.  Il resto appartiene a quel fenomeno chiamato Italian Sounding: l’uso improprio di denominazioni, immagini e richiami all’Italia per commercializzare prodotti e servizi che con l’Italia hanno poco o nulla a che fare. Una distorsione di mercato che supera i 100 miliardi di euro l’anno e che altera la percezione globale della cucina italiana, danneggiando l’export e creando confusione nei consumatori.

    La cucina italiana è oggi la più diffusa e richiesta al mondo, con un mercato mondiale che supera i 228 miliardi di euro e continua a crescere senza rallentare. Tuttavia, piattaforme come Google Maps o TripAdvisor non distinguono minimamente tra autenticità e imitazione: chiunque può aprire un ristorante con bandiera italiana e menù tradotto, senza che vi sia alcun controllo reale sulla provenienza degli ingredienti o sulle competenze culinarie dello staff. È da questa contraddizione che nasce Real Italian Restaurants, la prima piattaforma digitale che attesta l’autenticità dei ristoranti italiani all’estero attraverso un processo strutturato e verificabile. L’idea prende forma dall’esperienza diretta del fondatore Orazio Salvini, che dopo l’ennesima cena in un ristorante italiano all’estero, ha analizzato i dati scoprendo che le ricerche online per “ristoranti italiani” registrano volumi altissimi, ma l’offerta è dominata da locali “falsi italiani” privi di qualsiasi filtro di qualità.  Così, nel 2024, è nata l’idea di questa infrastruttura digitale, pensata per portare regole chiare in un mercato senza filtri. La certificazione si basa su tre criteri imprescindibili: proprietà o gestione italiana, chef formato in Italia e prove concrete dell’utilizzo di prodotti autentici. Un processo rigoroso, supportato da fatture e documentazione fotografica, che rende l’autenticità finalmente dimostrabile. «I ristoratori italiani all’estero sono spesso sottostrutturati: hanno siti obsoleti, presenza social básica, nessun supporto digitale adeguato,” spiega Salvini. “Vogliamo essere il ponte che mancava: dare loro visibilità e strumenti, e allo stesso tempo aiutare i consumatori a riconoscere chi porta davvero l’Italia nel piatto».

    Il fenomeno non riguarda solo la ristorazione. Secondo Coldiretti, 2 prodotti agroalimentari italiani su 3 venduti all’estero sono in realtà imitazioni, incluse gelaterie, macellerie, gastronomie e negozi di prodotti italiani all’estero sono spesso gestiti da proprietari non italiani che sfruttano l’appeal del brand Italia senza rispettarne gli standard. Per questo motivo, Real Italian Restaurants sta espandendo il proprio ecosistema anche a queste categorie, creando directory certificate di distributori di prodotti italiani e di negozi specializzati autentici. L’obiettivo è costruire una rete completa a supporto dell’autenticità del Made in Italy gastronomico.  Parallelamente, è partita una campagna di reclutamento di Local Ambassador: italiani all’estero che segnalano ristoranti autentici e supportano il progetto. A Madrid, in sole 48 ore, sono arrivate 60 candidature da professionisti italiani espatriati, pronti a contribuire. In futuro, gli ambassador contribuiranno all’organizzazione di eventi, settimane della cucina italiana e tour gastronomici.

    L’Italian Sounding è ormai un problema globale: crea confusione, danneggia l’economia italiana e svuota di significato una delle cucine più amate al mondo. Difendere l’autenticità non è un vezzo patriottico: è una questione di trasparenza, valore economico e tutela culturale. E per farlo servono strumenti chiari e consapevolezza da parte di chi viaggia, compra o sceglie un ristorante.

  • Coldiretti lamenta speculazioni sull’olio

    “Il settore olivicolo non può più accettare che il valore del nostro extravergine italiano venga distorto dalle speculazioni”. Con questo messaggio il Presidente di Unaprol e vicepresidente nazionale di Coldiretti, David Granieri, è intervenuto al Tavolo Olivicolo Nazionale convocato presso il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, richiamando l’attenzione sulla necessità di dotare il comparto di strumenti più efficaci contro le dinamiche speculative che stanno comprimendo il valore dell’olio extravergine di oliva italiano.

    L’appuntamento è stato l’occasione per ribadire l’importanza di estendere il registro telematico a livello europeo e per sottolineare come gli attuali parametri di riferimento, basati sulle rilevazioni delle Camere di Commercio, non siano più adeguati a rappresentare fedelmente l’andamento del mercato né a garantire un sufficiente livello di trasparenza.

    Per superare queste criticità, Coldiretti e Unaprol propongono un rafforzamento del Portale SIAN, introducendo l’obbligo di registrazione delle contrattazioni non solo dell’olio sfuso, ma anche delle olive da olio.

    “Solo attraverso la dichiarazione delle contrattazioni, incluse quelle delle olive da olio – spiega Granieri – potremo disporre di un dato aggregato e geograficamente definito, capace di restituire il giusto valore ai produttori e al Made in Italy olivicolo. L’obiettivo è arrivare a un quadro completo delle diverse fasi di scambio, con informazioni riferibili alle singole piazze di contrattazione, così da garantire un riferimento oggettivo, non manipolabile e realmente rappresentativo per l’intera filiera”, conclude.

  • Dopo Coldiretti anche Confindustria chiede di rivedere il codice doganale

    Coldiretti da tempo chiede che si cambi il codice doganale che consente con l’ultima lavorazione in Italia di guadagnare il titolo di made in Italy denunciando la trasformazione in alimenti rigorosamente nazionali di materia prima in arrivo da Paesi terzi. Ma ora non è solo la rappresentanza degli agricoltori a chiederlo: Confindustria è giunta a considerare che la revisione dell’attuale codice doganale sia funzionale alla tutela, oltre che dell’agroalimentare, de settore tessile. Per questo viale dell’Astronomia chiede di garantire l’italianità con quattro passaggi da realizzare nel nostro Paese.

    Distintività e trasparenza sono diventate così parole d’ordine per tutti. L’industria alimentare per prima considera l’italianità della materia prima il vero valore aggiunto, da spendere anche nelle pubblicità che sempre più spesso fanno riferimento all’origine dei cibi. Ora dall’agricoltura la richiesta di cambiare le regole è sbarcata nel mondo industriale. Un’alleanza agricoltura e tessile, due veri campioni dell’azienda Italia, potrebbe davvero fare la differenza per centrare l’obiettivo su cui Coldiretti ha profuso il massimo impegno negli ultimi vent’anni dando battaglia per arrivare alla super etichetta.

    Un altro tassello importante è il sostegno del Governo all’Authority doganale europea a Roma. Un’altra richiesta di Coldiretti che rientra nel progetto di garantire agli agricoltori il riconoscimento del valore aggiunto di un’attività svolta nel segno della qualità e della sostenibilità economica e sociale.  Ma con un’attenzione forte nei confronti dei consumatori per metterli in grado di scegliere con cognizione di causa i cibi da portare a tavola. Senza inganno per evitare che possano cadere in trappole e rischiare a volte anche effetti pericolosi per la salute.

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