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L’intelligenza artificiale agentica può fare di testa sua senza che chi la comanda se ne accorga

Si chiama OpenClaw il progetto che ha consentito all’intelligenza artificiale di fare un balzo in avanti ed essere in grado di leggere e scrivere file, eseguire comandi nel terminale, interagire con applicazioni, automatizzare flussi di lavoro complessi. OpenClaw infatti interpreta istruzioni in linguaggio naturale e le traduce in sequenze operative concrete, non si limita quindi a rispondere a una richiesta ma opera in un ciclo continuo di percezione, decisione e azione, aggiornando il contesto sulla base degli effetti prodotti. A differenza dei chatbot tradizionali conserva memoria delle azioni compiute, degli stati intermedi e degli obiettivi parzialmente raggiunti.

OpenClaw gira su macchine sotto il controllo diretto dell’utente e non dipende da infrastrutture centralizzate. Ma OpenClaw non esegue semplicemente istruzioni rigide, interpreta e quindi, come è naturale dove c’è interpretazione, c’è sempre uno scarto tra ciò che intendiamo e ciò che viene fatto. Il controllo dell’infrastruttura d’altronde non coincide con il controllo del comportamento e quindi sebbene l’intelligenza artificiale agentica agisca su input dell’uomo quello che poi farà sula base di quell’input può sfuggire al controllo umano. Un agente autonomo, quale è l’IA agentica, una volta ricevuto input in linguaggio naturale, valuta contesti, stabilisce priorità operative, è proprio progettato per prendere iniziative, non solo per reagire. Questo significa che un’istruzione ambigua, un contesto incompleto, una priorità mal definita possono produrre azioni perfettamente coerenti dal punto di vista della macchina ma profondamente sbagliate dal punto di vista dell’uomo che si è rivolto all’IA.

OpenClaw peraltro può agire in modo fluido, logico, persino elegante. Può spiegare ciò che sta facendo con linguaggio impeccabile, rassicurante, convincente. E proprio questa competenza rende difficile accorgersi quando qualcosa sta andando storto. OpenClaw rende anche evidente un altro aspetto spesso trascurato: l’autonomia amplifica gli errori. Un’azione sbagliata compiuta una volta è un incidente. Un’azione sbagliata automatizzata diventa un processo. L’agente non si stanca, non dubita, non si ferma a riflettere. Ripete. E ripetendo, consolida l’errore. Il rischio quindi non è che l’intelligenza artificiale diventi “troppo intelligente”, ma che diventi operativamente indipendente mentre continuiamo a trattarla come un software tradizionale, illudendoci di controllarla mentre in realtà, abbiamo delegato loro una parte crescente dell’azione, senza aver sviluppato strumenti concettuali, tecnici e normativi adeguati a governare l’autonomia che abbiamo concesso.

Un ulteriore elemento critico è la tracciabilità. Non basta sapere cosa un agente ha fatto, è necessario poter ricostruire perché lo ha fatto, quale interpretazione del contesto ha guidato l’azione e quali alternative sono state scartate.

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