AI

  • Crescono timori e contrarietà verso l’intelligenza artificiale. Trump pronto a farla questione di sicurezza nazionale

    Sam Altman, capo di OpenAI (creatore di Chatgpt), è stato oggetto di vari attentati, da cui è uscito illeso. Ma il timore nei confronti dell’intelligenza artificiale sta portando sempre più, anziché a imparare, capire o predisporre programmi di formazione, ad atteggiamenti improntati a paura e rifiuto.

    A Chandler, in Arizona, il consiglio comunale ha bocciato all’unanimità la riconversione di un sito in un datacenter enorme. Motivi: consumo di acqua, energia, rumore e pochi posti di lavoro permanenti. Sempre in Arizona, a Tucson, il progetto da 3,6 miliardi di dollari ha suscitato paura per l’uso d’acqua in una città desertica, sospetti di scarsa trasparenza nei piani di costruzione e timori di aumento dei costi energetici. Ad Archbald, Pennsylvania, i circa 7mila abitanti si sono schierati contro un progetto analogo paventando deforestazione, depauperamento della fauna e consumo eccessivo di risorse del territorio. Nel complesso si parla di 156 miliardi di progetti di datacenter sospesi a causa delle proteste delle comunità locali.

    Molte aziende ora annunciano licenziamenti per fare posto all’intelligenza artificiale. Da ultima, Meta (azienda di Facebook e Instagram), qualche giorno fa ha detto che taglierà il 10 per cento dei lavoratori. Impone a chi resta, inoltre, un tracciamento di tutto quello che fanno sui computer in modo da addestrare meglio i software intelligenti che, presumibilmente, li sostituiranno.

    Dario Amodei, fondatore di Anthropic (principale concorrente di OpenAI), prevede che nel 2030 il 50 per cento dei lavori di ufficio di fascia bassa sarà spazzato via dall’Ia. Un primo impatto sui lavoratori junior – meno offerte di lavoro, paghe più basse – lo si registra già sui mercati Usa e Regno Unito, come si legge in un rapporto Anitec Assinform di aprile, che ha tracciato le migliori evidenze a livello internazionale.  Nell’autunno 2025, un sondaggio tra giovani statunitensi di età compresa tra i 18 e i 29 anni, condotto dall’Istituto di Scienze Politiche della Harvard Kennedy School, ha rivelato che il 44 per cento degli intervistati crede che le opportunità diminuiranno a causa dell’intelligenza artificiale.

    La Commissione Ue qualche settimana fa ha aperto un dialogo con gli Usa per ammorbidire gli effetti delle nostre regole sui mercati digital. Il 2 giugno tuttavia Donald Trump ha firmato l’Ordine Esecutivo 14318, in base al quale i grandi data center destinati all’intelligenza artificiale non sarebbero più considerati semplici infrastrutture industriali, ma asset strategici da proteggere come installazioni di interesse nazionale. Secondo indiscrezioni Washington starebbe accelerando i progetti che prevedono l’installazione di nuovi reattori nucleari dedicati direttamente ai grandi poli dell’IA.

  • L’intelligenza artificiale spaventa i lavoratori, ridurre la settimana lavorativa prima idea per rassicurarli

    Negli Stati Uniti si dibatte ormai da tempo sul fatto che abbia ancora senso la settimana lavorativa di 5 giorni se le macchine fanno metà del lavoro, come in effetti avviene in alcune aziende, e il senatore Bernie Sanders insiste per ridurre la settimana lavorativa a quattro giorni senza tagli allo stipendio.

    Salesforce, una delle aziende più rilevanti del panorama software globale, dichiara che tra il 30% e il 50% del lavoro interno è gestito da agenti digitali: chatbot, strumenti predittivi, sistemi di automazione e modelli generativi capaci di scrivere codice, documenti, analizzare dati, gestire clienti. Di contro, però, nei primi mesi del 2025, ha tagliato oltre 1.000 posti di lavoro. Tutte le Big Tech americane, peraltro, da Amazon a Klarna a CrowdStrike stanno procedendo lungo la stessa strada. La proposta di Sanders vuole essere una risposta alla disoccupazione che l’automazione provoca: «Se l’IA è così brava, allora perché non usare il tempo che ci fa risparmiare per restituirlo alle famiglie?». Negli Stati Uniti, secondo alcuni studi del MIT e della Stanford University, l’introduzione dell’IA generativa ha portato a un aumento della produttività tra il 14% e il 34%, a seconda dei settori. PepsiCo ha annunciato una partnership strategica con Salesforce per adottare Agentforce, una piattaforma basata sull’intelligenza artificiale pensata per automatizzare vendite, marketing e assistenza clienti, così da centralizzare le informazioni, ottimizzare i processi e “liberare” i team da attività manuali.

    Dati rivelati lo scorso 3 giugno dal survey mondiale ‘Ai at Work’ del Boston Consulting Group frutto di un’indagine condotta su 11.749 impiegati e manager di aziende da diecimila dipendenti in su, in 14 mercati, per capire come l’intelligenza artificiale sta ridefinendo la natura e l’organizzazione del lavoro, con quali rischi e benefici attestano che secondo tre quarti degli intervistati (72%) l’intelligenza artificiale ha già modificato in modo significativo le competenze, quasi la metà afferma di dedicare più tempo alla gestione e supervisione dell’Ai che al lavoro svolto prima e solo un terzo si sente abbastanza preparato, mentre l’88% dei lavoratori intervistati dichiara di avere bisogno «di una formazione significativa nei prossimi cinque anni per acquisire le competenze necessarie nel lavoro potenziato dall’Ai». C’è poi un 41% che segnala «un maggior carico cognitivo». La riduzione del lavoro è significativa in India, dove il 70% dei lavoratori riesce a risparmiare un’intera giornata lavorativa a settimana, mentre negli Usa avviene solo per il 42% e in Italia per il 33%. Il risparmio di tempo è maggiore nei settori marketing, information technology, finanza e data science.

    Ma dalla ricerca risulta anche che, benché in media il 42% dei lavoratori risparmino fino a otto ore la settimana grazie all’Ai, «la maggior parte delle organizzazioni non ha ancora imparato a convertire questo tempo in valore». «La prima ondata di adozione dell’Ai si è focalizzata sulla produttività individuale, la prossima necessita una trasformazione collettiva del lavoro — dice Vincianne Beauchene, partner di Bcg e coautrice dello studio —. Occorre una strategia chiara con priorità ben definite e comunicate all’interno dell’organizzazione — spiega Sylvain Duranton, leader mondiale di Bcg-X (la sezione tecnologica della società di consulenza) —. Piuttosto che investire in nuovi tool è importante ridisegnare il flusso di lavoro. Misurare l’efficacia e il grado di soddisfazione, anziché il grado di adozione». È già evidente la paura di essere sostituiti dagli algoritmi e di perdere il posto di lavoro, espressa non soltanto dal 56% degli indiani, ma anche da quasi la metà dei lavoratori inglesi (49%) e spagnoli (45%), o da quasi un terzo dei francesi. In Italia il grado di preoccupazione è più basso (22%), perché la penetrazione dell’Ai nelle aziende è più lenta e meno profonda. «C’è ancora un forte divario tra le imprese medio grandi, dove l’intelligenza artificiale è in via di adozione quasi nell’80% dei casi, e le piccole, dove è usata da meno del 10% — dice Elisabetta Paddeu, senior manager Ict di Gi Group, multinazionale italiana del lavoro sostenibile con servizi di consulenza per le risorse umane in 37 Paesi —. Rispetto all’Ai generativa abbiamo visto che c’è un’iniziativa diffusa a livello individuale nell’adottarla da parte dei lavoratori, che le aziende a volte sono in ritardo a governare».

  • Semplificate le norme europee sull’intelligenza artificiale, Bruxelles vuole favorire l’innovazione

    La Commissione europea accoglie con favore l’accordo politico raggiunto tra il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE su norme più semplici e favorevoli all’innovazione per l’intelligenza artificiale (IA).

    La Commissione ha proposto il pacchetto “Digital Omnibus” sull’IA solo cinque mesi fa, nell’ambito dell’agenda europea di semplificazione volta a rafforzare la competitività dell’Europa. Questo renderà più semplice per le imprese dell’UE applicare il regolamento sull’IA, mantenendone al tempo stesso i benefici per la società europea, la sicurezza e i diritti fondamentali.

    L’accordo stabilisce un calendario chiaro per l’attuazione delle norme che disciplinano i sistemi di IA ad alto rischio. Le regole per i sistemi utilizzati in determinati settori ad alto rischio — tra cui biometria, infrastrutture critiche, istruzione, occupazione, migrazione, asilo e controllo delle frontiere — si applicheranno a partire dal 2 dicembre 2027. Per i sistemi integrati in prodotti come ascensori o giocattoli, le regole entreranno in vigore dal 2 agosto 2028. Questa applicazione graduale contribuirà a garantire che gli standard tecnici e altri strumenti di supporto siano pronti prima che le norme diventino operative.

    L’accordo rafforza inoltre la protezione dei cittadini. Vieta infatti i sistemi di IA che generano contenuti sessualmente espliciti e intimi senza consenso o materiale di abuso sessuale su minori, come le app di IA per la cosiddetta “nudificazione”.

    Per le imprese, l’accordo introduce norme più semplici e una governance più chiara. Alcuni vantaggi previsti per le piccole e medie imprese vengono estesi anche alle piccole aziende a media capitalizzazione. È stato inoltre chiarito il rapporto tra il regolamento IA e le normative europee sulla sicurezza dei prodotti, in particolare il regolamento relativo alle macchine, evitando duplicazioni tra norme settoriali e norme sull’IA. Un numero maggiore di innovatori avrà inoltre accesso alle sandbox regolamentari, compresa una sandbox a livello UE, per testare le proprie soluzioni di IA in condizioni reali. Saranno anche rafforzati i poteri di applicazione dell’Ufficio europeo per l’IA, a sostegno della supervisione di determinati sistemi di IA, inclusi quelli basati su modelli di uso generale e quelli integrati in piattaforme online e motori di ricerca di grandi dimensioni.

    Questo accordo garantirà norme più sicure e più semplici sia per i cittadini sia per le imprese.

  • La franco-olandese Mistral offre all’Europa un’alternativa ai giganti Usa della tecnologia

    Gli ultimi dati sui Paesi che stanno facendo più progressi sull’intelligenza artificiale parlano chiaro. Gli Stati Uniti, che sembra avessero un vantaggio quasi incolmabile su tutti gli altri, sembrano in frenata. In realtà i colossi Big Tech californiani continuano a fare progressi, ma nulla in confronto all’accelerata che sta mettendo in atto la Cina, non solo Pechino ha ridotto il distacco su Washington, ma potrebbe addirittura tentare il sorpasso, visto che il vantaggio americano si è ridotto e ora è quantificato in appena il 2,7%, una cifra davvero minima. L’Europa è molto più staccata, ma non è fuori dalla partita.

    La startup francese Mistral AI, infatti, una delle aziende più importanti in Europa nel campo dell’intelligenza artificiale, sfida il monopolio delle Big Tech californiane e cinesi. L’azienda, fondata nel 2023 da Arthur Mensch (che è anche presidente e ad), Guillaume Lample e Timothée Lacroix, ha raccolto la somma di 830 milioni di dollari per acquistare 13.800 chip Nvidia per la costruzione di un data center proprietario a Bruyères-le-Châtel, vicino Parigi. Così sta cercando di offrire un’alternativa europea ai governi e alle imprese, sottolineando la fiducia degli investitori nelle aziende europee. Con un investimento da 1,3 miliardi di euro, Asml, il gigante olandese dei macchinari per produrre chip, lo scorso autunno è diventato il principale azionista di Mistral AI. L’investimento fa parte di un finanziamento totale da 1,7 miliardi. Grazie a questa operazione, Asml è divenuta il principale azionista e siede nel consiglio di amministrazione di Mistral.

    Mistral punta a rivoluzionare l’integrazione dell’intelligenza artificiale generativa in Europa, combinando la vendita dei suoi modelli open weight con una consulenza diretta alle aziende. In un momento in cui il ritorno sugli investimenti dei large language model (LLM) resta incerto, questa strategia rappresenta una possibile via europea per rendere l’AI davvero remunerativa e sostenibile. Negli ultimi tempi si sono infatti moltiplicati i report (tra cui quelli di Deloitte e del Mit) che mostrano come le aziende che hanno sperimentato l’integrazione dei modelli linguistici – per automatizzare processi, analizzare contratti o altri documenti, effettuare ricerche nei sistemi e altri ancora – hanno ottenuto vantaggi scarsi o nulli, soprattutto rispetto all’ingente spesa richiesta.  Questo non rappresenta un problema soltanto per le aziende, ma anche e soprattutto per i colossi dell’intelligenza artificiale generativa. Alle prese con bilanci in profondo rosso e consapevoli che i soli abbonamenti consumer non sono sufficienti per rendere economicamente sostenibili ChatGPT, Claude e gli altri, le varie realtà che sviluppano LLM hanno un bisogno assoluto che l’integrazione aziendale dei loro sistemi abbia successo. È infatti probabilmente questa l’unica via per generare ritorni significativi e dare un senso agli strabilianti investimenti infrastrutturali in cui si sono impegnati (secondo Bloomberg, 3mila miliardi di dollari da qui al 2030).

  • L’ambientalismo della Ue rende l’Europa un habitat ostile per l’intelligenza artificiale

    I chip usati dalle aziende italiane – dalle automobili alle armi, dai droni agli elettrodomestici intelligenti – arrivano in larga parte da Taiwan, Corea del Sud, Cina. Sono loro i fornitori degli elementi diventati indispensabili per l’economia attuale, soprattutto con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, la cui produzione è però ad alto impatto ambientale e ora, in vista dell’entrata in vigore due nuove direttive Ue, ad alto impatto anche sui costi per le imprese acquirenti del Vecchio Continente.

    I conti dell’inquinamento li ha fatti Greenpeace Asia nel report appena pubblicato ‘Chip Supply Chain’ che ha misurato l’impronta ambientale reale di dieci giganti americani del settore, considerando sia le emissioni prodotte dal gruppo, sia quelle appannaggio della sua catena di fornitura. Sono finite sotto la lente Microsoft, Apple, Amazon, Google, Meta, Nvidia, Broadcom, Advanced Micro Devices (AMD), Qualcomm e Intel.

    Lo studio racconta che buona parte delle emissioni complessive prodotte da queste dieci compagnie viene dall’Asia. Il rapporto va da un minimo del 33% per Amazon, la meno dipendente, ai picchi di Amd e Nvidia, le cui catene di forniture asiatiche producono rispettivamente l’84% e il 97% delle emissioni complessive dei due gruppi. La faccenda ha tre ragioni. La prima è che Taiwan, Cina e Corea del Sud sono sedi delle fabbriche di alcuni dei principali produttori al mondo di componenti usati per l’Ia. Il 90% dei server viene costruito a Taiwan. La Corea del Sud ha il 60% del mercato globale dei chip di memoria. Il problema è che queste fabbriche sono alimentate da centrali molto inquinanti, perché in Asia Orientale il 70-75% dell’energia proviene da fonti fossili.

    I vari processi di litografia Euv e incisione (etching) richiedono inoltre un sacco di elettricità. Data la domanda in grande aumento per il settore, Greenpeace stima che entro il 2030 la sola industria dei chip prodotti per l’intelligenza artificiale crescerà di 170 volte, arrivando a consumare 37.238 Gwh in un anno. Equivale più o meno all’elettricità consumata nel 2023 da un Paese come l’Irlanda. La terza ragione dipende invece dai colossi americani dell’intelligenza artificiale.

    Dal 2 agosto 2026 l’AI Act, direttiva voluta dalla Commissione europea, prevederà codici volontari per la sostenibilità delle aziende del settore e, nel frattempo, la Commissione europea sta studiando un piano per misurare quanto prima e in maniera più completa possibile l’impatto ambientale dei sistemi di intelligenza artificiale. Questa novità potrebbe tradursi anche in multe fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato annuo globale per le azioni non conformi alle disposizioni energetiche dell’AI Act.

    L’Italia sarà uno dei primi Paesi europei ad affrontare il problema, dato che la sua “dipendenza da chip asiatici” è più accentuata rispetto ad altri Paesi: la Germania produce internamente circa il 15% dei chip che utilizza, la Francia il 12%, l’Italia solo il 5%.

  • Hormuz e il caro-energia mandano in sofferenza l’intelligenza artificiale

    L’intelligenza artificiale promette guadagni di produttività senza precedenti. Ma a quale costo fisico ed economico? È un dibattito aperto tra economisti ed esperti di IA, che assume sempre più importanza considerato lo shock energetico derivante dalla guerra nel Golfo Persico, che ha già fatto salire il prezzo del barile ai livelli più alti degli ultimi anni e riaperto il dibattito sulla dipendenza digitale dai combustibili fossili.

    Secondo il rapporto Energy and AI dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), i data center hanno consumato circa 415 Terawattora di elettricità nel 2024, un’energia che equivale a circa l’1,5 per cento del totale mondiale; la proiezione al 2030 sale a 945 Terwattora, ossia il consumo annuale di una potenza industriale come il Giappone. Goldman Sachs Research stima una crescita ancora più accentuata fino al +165 per cento della domanda globale di energia dei data center tra il 2023 e il 2030, con un tasso composto annuo del 17 per cento fino al 2028; l’Electric Power Research Institute statunitense calcola che i data center potrebbero arrivare fino al 9,1 per cento dell’elettricità nazionale entro il 2030 nello scenario di adozione più accelerata, rispetto all’attuale 1,5 per cento. Inoltre, alla voce energia bisogna aggiungere il costo idrico.

    Secondo Digiconomist, nel 2025 i sistemi IA hanno consumato circa 765 miliardi di litri d’acqua per il raffreddamento delle infrastrutture. Il World Economic Forum ha identificato la sicurezza energetica come priorità nazionale sistemica nell’era dell’IA, sottolineando come la carenza di turbine e i colli di bottiglia nelle reti di trasmissione rischiano di limitare l’intera traiettoria di crescita del settore. Il dibattito tra gli economisti è tutt’altro che risolto. La Brookings Institution ha segnalato che le innovazioni nei modelli come DeepSeek riducono il costo energetico per singolo token generato, ma non invertono la traiettoria complessiva.

    L’effetto rebound – o paradosso di Jevons – spiega il fenomeno per cui un aumento dell’efficienza nell’uso di una risorsa non riduce il consumo complessivo, ma lo aumenta: il minor costo unitario stimola una domanda aggregata molto più alta, annullando i guadagni di efficienza. Sul fronte della produttività gli economisti sono cauti: secondo la Brookings Institution, i guadagni delle tecnologie general purpose tendono a manifestarsi con ritardi di un decennio o più rispetto alla diffusione iniziale, e l’IA nel 2025 non ha ancora mostrato un impatto dominante sui dati aggregati di Pil. Il Center for Strategic and International Studies identifica nell’approvvigionamento elettrico il principale collo di bottiglia alla supremazia IA statunitense, al pari dei semiconduttori; senza una rete energetica adeguata, la corsa all’IA rischia di incepparsi per vincoli fisici prima ancora che economici.

    L’Agenzia internazionale per l’energia prevede che la crescita delle emissioni legate ai data center resti comunque sotto l’1,5 per cento del totale globale del settore energetico e potrebbe essere compensata, nel medio periodo, dai guadagni di efficienza che l’IA stessa abilita in altri comparti, dalle batterie al fotovoltaico. L’Unione europea e gli Stati Uniti incarnano due filosofie in direzione opposta. La direttiva europea sull’efficienza energetica obbliga i data center sopra i 500 kilowatt a rendicontare annualmente consumi di energia e acqua in un database centralizzato; la Germania ha abbassato la soglia a 300 kilowatt, con obbligo di transizione al 100 per cento di rinnovabili entro il 2027. La Commissione europea sta finalizzando un Data Center Energy Efficiency Package e un Cloud and AI Development Act che integreranno la dimensione energetica nell’AI Act già in vigore, puntando alla neutralità carbonica del settore entro il 2030.

    L’amministrazione Trump è agli antipodi, avendo imboccato la strada della deregolamentazione. Il piano Winning the Race: America’s AI Action Plan (23 luglio 2025) ha semplificato i permessi ambientali per data center e infrastrutture energetiche; più di recente, le principali aziende tech americane hanno firmato un impegno volontario ad autoprodurre l’energia necessaria, su pressione della Casa Bianca preoccupata per l’aumento delle bollette elettriche (+8 per cento nel 2025) in vista delle elezioni di midterm. Per coprire il fabbisogno, sia Google sia Microsoft stanno investendo massicciamente nel nucleare, inclusi i reattori modulari di piccola taglia (Smr), la cui prima ondata è attesa dal 2030. Il divario regolatorio transatlantico rischia così di diventare un nuovo terreno di competizione strategica: non solo chi produce i modelli migliori, ma chi riesce ad alimentarli in modo più sostenibile e meno dipendente dai combustibili fossili potrebbe detenere un vantaggio strutturale nel decennio a venire. Un altro capitolo del confronto tra Washington e Bruxelles.

  • L’intelligenza artificiale diventa avvocato

    Si chiama Budda Law e sta rivoluzionando il mondo del diritto. È una startup tech legal nata a gennaio 2025 da un’idea di tre avvocati tra Roma e Viterbo e già operativa da luglio dello scorso anno. L’obiettivo è ambizioso: rendere l’assistenza legale semplice, chiara e accessibile, grazie all’integrazione tra intelligenza artificiale e le competenze giuridiche del team che opera con headquarter a Roma e uffici dedicati alla ricerca e sviluppo a Villorba, nel Trevigiano.

    Il modello di business è definito. Budda Law è una piattaforma online che esegue compiti e attività nel settore legale: risponde a quesiti, genera contratti personalizzati e fornisce pareri basati su riferimenti normativi e giurisprudenziali. Oggi con Budda Law si possono ottenere risposte chiare e affidabili in pochi minuti, a costi contenuti, pagando anche per una singola interrogazione del sistema: si paga a “crediti”, non sono necessari abbonamenti e questo democratizza ulteriormente l’accessibilità al mondo del diritto.

    Alla base di Budda Law c’è un imponente database proprietario di centinaia di GB, che comprende sentenze, norme, modelli di atti giudiziari e contratti. In tutto, si tratta di circa due milioni di sentenze selezionate dal 2019 ad oggi e provenienti da tutte le giurisdizioni: dalle Corti di merito alla Cassazione, dalla giurisprudenza tributaria fino ai provvedimenti del garante della privacy. Nelle prossime settimane, inoltre, è in arrivo la giurisprudenza amministrativa. La raccolta è iniziata nel 2019 con dati provenienti da fonti ufficiali e dal know how giuridico acquisito dal founder Roberto Alma, avvocato romano che ha scelto come seconda laurea quella in informatica, nonché dagli altri co-founder, quarantenni come lui e avvocati, Daniele Costa (sempre di Roma) e Matteo Moscioni (originario di Viterbo). I dati, ossia normativa, sentenze, modelli di atti giudiziari e contratti sono classificati per materia e vengono continuamente aggiornati.

    Questo patrimonio consente al sistema di fornire risposte argomentate e coerenti, basate su giurisprudenza reale. In pochi mesi di attività la piattaforma ha già raggiunto obiettivi notevoli: oltre 1.500 utenti attivi, con una media di 200 nuovi utenti al mese e circa 2.500 interrogazioni mensili. In tutto, nei primi mesi di lavoro, sono stati generati più di diecimila pareri legali. Dati che confermano una crescita rapida e costante, con l’interesse crescente da parte di studi legali e aziende.

    La seconda edizione del Rapporto Legal Tech & AI, realizzata da 4cLegal in collaborazione con il Gruppo 24 ORE, offre una mappa aggiornata delle soluzioni attive in Italia: il mercato italiano del Legal Tech ha superato i 30 milioni di euro di fatturato, con circa 89 operatori tra startup e grandi brand consolidati. Ma è sul fronte dell’adozione di tali strumenti che i dati diventano ancora più significativi: il 63% delle grandi imprese ha già implementato o sta implementando soluzioni di intelligenza artificiale per la gestione della compliance.

    Entrando nel concreto, il risparmio di tempo e di lavoro per gli avvocati è enorme: prima dovevano informarsi su database dove si cercavano solo le parole chiave, adesso c’è una vera e propria intelligenza artificiale formata sul diritto a venir in loro aiuto. Una AI che propone direttamente delle vie legali da seguire, con tanto di semafori gialli, verdi e rossi in base alla difficoltà o alla possibilità di esito che potrebbe avere un percorso giudiziario rispetto ad un altro. Con la sua interfaccia conversazionale, Budda Law permette di interagire con l’intelligenza artificiale come se si parlasse con un collega esperto.

    Per il mondo dei professionisti operativi solo indirettamente nel settore legale (ad esempio consulenti del lavoro, commercialisti), Budda Law al contempo offre strumenti avanzati di ricerca giuridica, analisi automatica di contratti e redazione di atti, in modo da ridurre i tempi di lavoro e migliorare la precisione delle pratiche. Il target? Sono i professionisti (le figure cardine sono quelle dell’avvocato, del commercialista, del notaio e del consulente del lavoro) e imprese (indipendentemente dalla dimensione, quindi dal singolo imprenditore alla ditta individuale, fino alla grande azienda).

  • Italia insieme a Kenya e India per promuover l’intelligenza artificiale in Africa

    Un accordo di collaborazione strategica trilaterale è stato concluso 19 febbraio a Nuova Delhi tra l’Italia, l’India e il Kenya per sviluppare il dispiegamento di infrastrutture di intelligenza artificiale in Africa. L’accordo si inserisce nel quadro del Polo per l’intelligenza artificiale per lo sviluppo sostenibile, promosso dal ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) in partenariato con il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), e in continuità con il Piano Mattei. L’intesa, che fa parte del Piano d’azione strategico India-Italia 2025-2029, è stata ufficializzata oggi a margine del Vertice sull’impatto dell’intelligenza artificiale dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso – in rappresentanza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni – alla presenza del ministro indiano dell’Elettronica e delle tecnologie dell’informazione, Ashwini Vaishnaw, e del ministro keniota dell’Informazione, delle comunicazioni e dell’economia digitale, William Kabogo Gitau.

    “Questo accordo consolida la collaborazione tra Italia, India e Kenya per sviluppare l’intelligenza artificiale nel continente africano, in linea con gli obiettivi del nostro Piano Mattei”, ha dichiarato il ministro Urso. “L’India, partner chiave dell’Italia e attore essenziale per le nostre imprese nello sviluppo dell’Ia e dell’innovazione, svolgerà un ruolo centrale accanto al Polo Ia promosso dal Mimit durante la presidenza italiana del G7. Insieme trasformeremo questa cooperazione in progetti concreti al servizio dello sviluppo sostenibile in Africa”, ha aggiunto. L’accordo mira a strutturare l’adozione dell’intelligenza artificiale avviando, già dal 2026, quindici casi d’uso prioritari ad alto impatto e contribuendo all’obiettivo di creare un centinaio di canali di diffusione dell’Ia nei Paesi del Sud del mondo. Oltre al Polo Ia del Mimit, sono coinvolti anche la Fondazione EkStep / People+Ai per l’India e la Direzione dell’economia digitale e delle tecnologie emergenti del governo keniota. La collaborazione rafforzerà le infrastrutture, i modelli operativi e le competenze necessarie per accompagnare le soluzioni di Ia dalla fase pilota alla diffusione su larga scala. Particolare attenzione sarà dedicata allo sviluppo di soluzioni di Ia vocale nelle lingue africane, al fine di ampliare l’accesso ai servizi digitali e ridurre le barriere linguistiche. Sarà inoltre istituito un gruppo di lavoro trilaterale Italia-India-Kenya per orientare e monitorare i primi quindici casi d’uso, in coordinamento con le strategie nazionali. La lettera d’intenti, di natura non vincolante, conferma l’impegno comune per un dispiegamento dell’Ia inclusivo, trasparente e rispettoso della sovranità dei dati.

    Con questa firma, l’Italia rafforza il proprio ruolo di ponte tra gli ecosistemi dell’innovazione e di promotore di un approccio multilaterale orientato a un impatto concreto sullo sviluppo economico e sociale. “Si tratta della prima collaborazione trilaterale tra Europa, Africa e Asia nel campo dell’Ia”, ha commentato Urso a margine del vertice indiano. “Dobbiamo condividere linee guida per orientare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, pienamente consapevoli che nessuno deve essere lasciato indietro”, ha aggiunto, definendo l’accordo “un passo avanti significativo verso una maggiore consapevolezza in questo settore”. Per il ministro italiano “tutti, Nord e Sud (del mondo), devono beneficiare dell’intelligenza artificiale. L’Italia è pronta a collaborare con tutti”. Urso ha richiamato anche le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che sostiene la necessità di meccanismi di governance globale “rispettosi delle diverse sensibilità e realtà”. Ha inoltre sottolineato l’impegno precoce dell’Italia nell’adozione dell’Ia, per allineare la propria azione alla normativa europea in materia, “alla cui elaborazione abbiamo contribuito”, fondata su una visione “che pone la persona al centro, con responsabilità e trasparenza”. “La nostra strategia”, ha ribadito il ministro, “si basa su un’infrastruttura di eccellenza: siamo il terzo Paese al mondo per supercalcolatori – dopo Stati Uniti e Cina, ndr. – forti di una solida tradizione universitaria nella meccanica quantistica”.

    Impegnata fin dagli anni Duemila nella realizzazione di una vasta infrastruttura digitale pubblica, con il Vertice sull’impatto dell’intelligenza artificiale Nuova Delhi ha inteso mettere al centro del dibattito la convergenza tra la rete informatica statale e l’impiego dell’Ia. In particolare, la combinazione di servizi di identità digitale, pagamenti interoperabili ed altri strumenti digitali di base viene proposta come la base per un’adozione più ampia e inclusiva dell’Ia, sia in India che in altri Paesi in via di sviluppo. Sul tema è stato esplicito il primo ministro indiano Narendra Modi: “Dobbiamo democratizzare l’Ia, farne uno strumento di inclusione ed empowerment, soprattutto nel Sud del mondo”, ha detto nel suo discorso inaugurale, sottolineando che se “alcuni Paesi considerano l’Ia un ‘asset strategico’ da sviluppare in modo riservato, l’India la pensa diversamente”: “riteniamo che una tecnologia come l’Ia sarà davvero benefica per il mondo solo se condivisa, con codici aperti e accessibili, affinché milioni di giovani menti possano migliorarla e renderla più sicura”. “Impegniamoci quindi a sviluppare l’Ia come un bene comune globale”, ha detto Modi, per il quale come “la decisione finale sulla direzione da prendere spetta a noi, così il futuro dipenderà dalla direzione che oggi daremo all’Ia”. Parole di elogio per l’infrastruttura pubblica digitale indiana sono state spese a Nuova Delhi anche dal presidente francese Emmanuel Macron, che l’ha definita “una conquista di civiltà”. L’India “ha costruito qualcosa che nessun altro Paese ha mai costruito: un’identità digitale per 1,4 miliardi di persone”, ha detto, citando una rete digitale indiana che va da un sistema di pagamenti in grado di elaborare 20 miliardi di transazioni al mese, a 500 milioni di Id sanitari digitali emessi, delineando quella che ha definito “un’Ia sovrana, aperta e interoperabile”.

    L’accordo di collaborazione firmato oggi a Nuova Delhi fra Italia, Kenya e India si inserisce nella continuità degli annunci fatti la scorsa settimana a Nairobi durante il Forum sull’intelligenza artificiale, al quale ha partecipato la ministra dell’Università e della ricerca, Anna Maria Bernini. In Kenya – nell’ambito dell’Ai Hub per lo sviluppo sostenibile lanciato a giugno scorso a Roma – l’Italia sta lavorando al lancio di un programma di accelerazione destinato alle start-up africane, sostenuto da un fondo di venture capital iniziale di 50 milioni di euro, promosso da Primo Capital e Harmonic Innovation Group. Il lancio è previsto nei prossimi due o tre mesi. L’iniziativa prevede inoltre la creazione del primo incubatore italiano in Africa, focalizzato su tecnologie climatiche, sistemi alimentari e infrastrutture pubbliche digitali, nonché l’attivazione di un corridoio dell’innovazione che collegherà l’Italia, Nairobi, l’India e San Francisco, con il supporto del Centro finanziario internazionale di Nairobi per la strutturazione degli investimenti. Per chiudere il cerchio a marzo si terrà a San Francisco il salone Ai for Future, un percorso di iniziative organizzato da We Make Future (Wmf) con il supporto di Ice – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane che culminerà con un salone su innovazione digitale, intelligenza artificiale e robotica in programma a BolognaFiere dal 24 al 26 giugno.

  • I data center per l’intelligenza artificiale consumano sempre più territorio e acqua

    La costruzione di data center per l’intelligenza artificiale sta portando a un forte consumo di territorio, oltre che di risorse per fornire energia alla stessa intelligenza.

    Meta ha realizzato 24 di queste strutture solo negli Stati Uniti e ne ha in programma o in costruzione altrettanti. Ha anche tre centri in Europa (in Danimarca a Odense, in Irlanda a Clonee e in Svezia a Luleå) e uno in Asia, a Singapore. Confermando le voci sul primo centro da oltre un gigawatt — l’equivalente dell’energia consumata da un milione di case — a luglio scorso Mark Zuckerberg ha presentato Hyperion, il primo di tanti conglomerati che sarà grande quanto «la maggior parte dell’area di Manhattan». E che un giorno potrebbe arrivare anche a cinque gigawatt di potenza di calcolo.
    A Cheyenne, la capitale dello stato del Wyoming, opera dal 2012 un data. Il Wyoming è un luogo strategico per le Big Tech: tenendo in considerazione solo i combustibili fossili, produce circa dodici volte più energia di quanta ne consuma e, secondo i dati del Dipartimento dell’energia, esporta quasi i tre quinti di quella che produce.

    I data center consumano inoltre enormi quantità d’acqua per raffreddare le proprie apparecchiature e anche se l’acqua viene poi rilasciata una parte di essa evapora nell’aria nel processo di raffreddamento. L’Environmental and Energy Study Institute stima che il consumo idrico possa già ammontare a venti milioni di litri al giorno, l’equivalente di quanto viene usato da una città popolata da decine di migliaia di persone, ma non esistono dati esatti perché le aziende della tecnologia non sono obbligate a divulgare questi dati. Si sa però, lo ha attestato Mike Hopkins, direttore esecutivo della Newton County Water and Sewerage Authority, l’ente che gestisce le risorse idriche locali, che nella contea di Newton in Georgia, il data center Stanton Springs consuma circa il 10% del fabbisogno idrico giornaliero totale della contea.  In Virginia, dove si trova la più grande concentrazione di data center al mondo, con strutture anche di Amazon, Google e Microsoft: negli ultimi 4 anni il consumo d’acqua è aumentato del 63,7%.

    L’amministrazione Trump a fine luglio scorso ha emanato un ordine esecutivo (ciò che consente alla Casa Bianca di bypassare il Congresso) per accelerare il rilascio di autorizzazioni per la costruzione di data center ad alto consumo energetico. E nell’ultimo anno, come è stato rivelato nel rapporto sui risultati del secondo trimestre, Microsoft ha speso 88 miliardi di dollari per costruirne di nuove. Google, invece, ha annunciato l’intenzione di investire 25 miliardi per realizzare nuove infrastrutture. E, mentre l’azienda di Elon Musk xAI sta guardando all’Arabia Saudita per costruire un data center che superi il traguardo di almeno un gigawatt di potenza di calcolo, OpenAI ha annunciato una partnership con Oracle per realizzarne una da 4,5 GW. Un piano che si inserisce nel contesto del progetto governativo Stargate, presentato da Donald Trump all’indomani del suo insediamento a gennaio 2025.

    Il Financial Times riferisce intanto che l’Unione europea intensificherà nel 2026 l’applicazione delle norme sui mercati e i servizi digitali (Dma e Dsa) contro i colossi statunitensi della tecnologia, tra cui Google, Meta, Apple e la piattaforma X di Elon Musk. Il nuovo approccio, definito “misurato ma risoluto”, ha già portato a multe – come quella da 120 milioni di euro inflitta a dicembre a X per violazione delle regole sulla trasparenza – e modifiche dei modelli di business da parte di Apple e Meta. Parallelamente, sono state avviate nuove indagini su possibili pratiche anticoncorrenziali, come l’accesso di fornitori rivali di intelligenza artificiale a WhatsApp, l’uso di contenuti online da parte di Google per l’addestramento di modelli IA, e la concorrenza nel settore del cloud. Secondo Damien Geradin, avvocato esperto di antitrust interpellato dal quotidiano britannico, “l’applicazione delle normative è diventata più difficile a causa della linea aggressiva adottata da Washington”. Apple ha chiesto l’abolizione del Dma, Meta accusa Bruxelles di penalizzare le aziende statunitensi, mentre Google parla di “rischio di soffocare l’innovazione”. Nonostante queste pressioni, i parlamentari europei spingono per un’azione più incisiva, in particolare su contenuti illegali, interferenze elettorali legate a TikTok e concorrenza nell’intelligenza artificiale. “Stiamo affrontando un attacco alla nostra democrazia da parte degli oligarchi tecnologici”, ha avvertito l’eurodeputata Alexandra Geese.

  • La Commissione avvia un’indagine su una possibile condotta anticoncorrenziale da parte di Google nell’utilizzo di contenuti online per scopi di intelligenza artificiale

    La Commissione europea ha avviato un’indagine antitrust formale per valutare se Google abbia violato le norme UE sulla concorrenza utilizzando i contenuti degli editori web, nonché i contenuti caricati sulla piattaforma di condivisione video online YouTube, per scopi di intelligenza artificiale (“IA”). L’indagine esaminerà in particolare se Google stia distorcendo la concorrenza imponendo termini e condizioni iniqui a editori e creatori di contenuti, o concedendosi un accesso privilegiato a tali contenuti, svantaggiando così gli sviluppatori di modelli di IA concorrenti.

    La Commissione teme che Google possa aver utilizzato i contenuti degli editori web per fornire servizi basati sull’IA generativa sulle sue pagine dei risultati di ricerca senza un adeguato compenso per gli editori e senza offrire loro la possibilità di rifiutare tale utilizzo dei loro contenuti. Le Panoramiche AI ​​mostrano riepiloghi generati dall’IA in risposta alla query di ricerca di un utente sopra i risultati organici, mentre la Modalità AI è una scheda di ricerca simile a un chatbot che risponde alle query degli utenti in stile conversazionale. La stessa preoccupazione è estesa anche ai video e altri contenuti caricati su YouTube. Google non remunera i creatori di contenuti YouTube per i loro contenuti, né consente loro di caricare i loro contenuti su YouTube senza consentire a Google di utilizzare tali dati. Allo stesso tempo, le politiche di YouTube impediscono agli sviluppatori concorrenti di modelli di intelligenza artificiale di utilizzare i contenuti di YouTube per addestrare i propri modelli di intelligenza artificiale.

    Se dimostrate, le pratiche oggetto di indagine potrebbero violare le norme dell’UE sulla concorrenza che vietano l’abuso di posizione dominante (articolo 102 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e l’articolo 54 dell’Accordo sullo Spazio economico europeo.

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