Tecnologia

  • Primo test per difendere la Terra dagli asteroidi

    Finora poter deviare la traiettoria di un asteroide minaccioso per la Terra era fantascienza, ma qualche notte fa è accaduto davvero a 13 milioni di chilometri dalla Terra, nel primo esperimento di difesa planetaria. Alle 1,14 italiane la sonda Dart (Double Asteroid Redirection Test) della Nasa impatterà contro il piccolo asteroide Dimorphos per deviarne la traiettoria, mentre il minisatellite LiciaCube dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) sfreccerà sul luogo della collisione per catturare le primissime immagini e i dati, come un fotoreporter cosmico.

    Finanziato dall’Asi e realizzato dall’azienda Argotec di Torino, LiciaCube è il frutto di un grande gioco di squadra al quale partecipano Istituto Nazionale di Astrofisica, Politecnico di Milano, Università di Bologna, Università Parthenope di Napoli e Istituto di Fisica Applicata ‘Nello Carrara’ del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Ifac). Lanciato il 24 novembre 2021 con la sonda Dart, LiciaCube è già vicina a un primato: quello di “primo satellite tutto italiano a operare in totale autonomia da una distanza alla quale nessun veicolo italiano si era mai avventurato, e che sarà gestito da un centro di controllo in Italia”, ha detto all’Ansa Simone Pirrotta, responsabile della missione LiciaCube per l’Asi.

    “Mentre la sonda Dart si avvicinerà al suo obiettivo, continuerà a catturare immagini dell’asteroide fino a pochi secondi prima dell’impatto, poi il segnale si interromperà”, ha detto Pirrotta poco prima del test. Quel silenzio sarà il segnale che la sonda non è  più funzionante e che probabilmente avrà raggiunto il suo  obiettivo. “In quel momento – ha osservato l’esperto – LiciaCube sarà a poco meno di mille chilometri dal punto dell’impatto e potrebbe vedere un leggero aumento della luminosità”. Non è però sicuro che questo possa accadere in quanto gli strumenti di LiciaCube acquisiscono le immagini con una cadenza prestabilita. Se l’impatto dovesse accadere in uno dei momenti previsti per l’acquisizione delle immagini, allora “questo sarà un valore aggiunto”.

    Il minisatellite italiano comincerà a catturare le prime immagini a partire da 3 minuti dopo l’impatto di Dart, che arriveranno a Terra dopo alcune ore. Alla velocità di 6 chilometri al secondo, LiciaCube dovrà modificare il suo assetto per catturare le immagini del luogo dell’impatto: “sarà come guidare in autostrada e girare la testa per guardare un oggetto fermo al lato della strada”, ha detto Pirrotta. “Con il suo reportage in tempo reale, LiciaCube fornirà informazioni quantitative sull’efficacia della tecnica di deflessione, cosa che ai telescopi basati a Terra richiederà un certo tempo, e sulla natura dell’asteroide”, ha detto ancora Pirrotta. Poco dopo il minisatellite si allontanerà, rivolgendo i suoi strumenti verso il lato dell’asteroide che Dart non ha potuto vedere: in modo da” ricostruire la forma dell’asteroide per classificarlo scientificamente”.

    Sarà l’inizio di una nuova stagione di missioni dedicate alla difesa planetaria: dopo Dart, nel 2024 l’Agenzia Spaziale Europea (Esa) prevede di lanciare Hera, la missione che dovrà esaminare e misurare il cratere lasciato dall’impatto di Dart e raccogliere dati su composizione e massa dell’asteroide. Con Dart e LiciaCube, Hera fa parte della collaborazione internazionale Aida (Asteroid Impact and Deflection Assessment), nella quale confluiranno i dati raccolti nelle tre missioni.

  • L’Ue vuole allungare la vita degli smartphone

    Smartphone riparabili, con batterie resistenti, e soprattutto con indicazioni chiare sia sulla durata e sia sulla resistenza alle cadute, con etichette del tutto simili a quelle sulle lavatrici in vendita, per capirsi. Sono i requisiti per i prodotti venduti nella Ue che la Commissione europea vuole fissare sui telefonini, stando alla bozza in consultazione fino al 28 settembre, in vista di una nuova regolamentazione attesa a fine anno. L’obiettivo è la guerra aperta del Green deal al consumismo del ‘compra-e-getta’ e all’obsolescenza programmata.

    I produttori di smartphone che vogliono vendere prodotti nell’Ue dovranno affrontare requisiti rigorosi per fornire pezzi di ricambio e garantire una maggiore durata della batteria, secondo la bozza delle nuove regole pensate appunto per aumentare il ciclo di vita dei telefonini venduti nell’Unione.

    La richiesta in particolare è che almeno 15 componenti restino a disposizione per almeno cinque anni dalla data di introduzione di uno smartphone sul mercato. Le batterie dovranno sopravvivere almeno 500 cariche complete senza deteriorarsi al di sotto dell’83% della loro capacità di carica. I telefoni dovranno anche, come detto, avere un’etichetta di efficienza energetica, oltre che di resistenza agli urti.

    In media oggi gli smartphone sono rimpiazzati ogni 2 o 3 anni. Il confronto è presto fatto: estendere di 5 anni il ciclo di vita di tutti gli smartphone nell’Ue permetterebbe di risparmiare emissioni per circa 10 milioni di tonnellate di CO2, più o meno come togliere 5 milioni di auto dalla strada, ha calcolato l’Ufficio europeo per l’ambiente, un organismo non governativo.

    Nel documento della Commissione, che riguarda anche tablet e telefoni cellulari standard, emerge anche che se l’hardware degli smartphone fosse reso più riparabile e riciclabile, si ridurrebbe di un terzo il consumo energetico associato alla loro produzione e al loro uso.

    A giugno Bruxelles aveva introdotto l’obbligo per i produttori di elettronica di utilizzare caricabatterie standard entro il 2024: le porte Usb-C diventeranno il formato standard per tutti gli smartphone, i tablet, le videocamere, le cuffie, gli altoparlanti portatili e le console portatili per videogiochi, con buona pace di Apple. Sul tavolo anche l’idea di separare la vendita dei caricabatteria stessi da quella dei dispositivi elettronici, sempre a vantaggio dei consumatori e del minor impatto ambientale associato.

  • Saipem gioca la carta dei droni, accordo con Osrl

    Saipem gioca la carta dei droni sommergibili per accelerare il piano di rilancio al 2025 e archiviare definitivamente il rosso di 2,4 miliardi di euro registrato nel 2021. E’ di pochi giorni fa l’annuncio del rafforzamento dell’intesa con il consorzio Osrl per il monitoraggio sottomarino delle piattaforme petrolifere, mettendo in campo il drone FlatFish in vista di ulteriori sviluppi. Già nel primo semestre il Gruppo aveva ridotto la perdita netta a 130 milioni di euro, contro i 779 milioni dell’analogo periodo del 2021. Successivamente ha rafforzato il proprio portafoglio ordini da quasi 23 miliardi di euro con due commesse per oltre 800 milioni in Angola. Con Osrl invece Saipem mette in campo il nuovo dispositivo sottomarino messo a punto dal proprio centro di eccellenza SonSub di Marghera (Venezia) e compie un “passo fondamentale” verso la su commercializzazione su scala globale.

    Le attività legate ai droni sottomarini – fanno sapere da San Donato Milanese – sono in capo alla ‘business line’ Robotics and Industrialized Solutions (Robotica e Soluzioni industrializzate) e costituiscono uno degli “assi di sviluppo” del Piano Strategico 2022-2025. Saipem è impegnata “in prima linea” nello sviluppo dei droni per le operazioni sottomarine e si distingue in Italia per la propria “elevata maturità tecnologica” nel settore.

    Per conto di Osrl il Gruppo aveva già messo in campo il sistema ‘Offset Installation Equipment’ (Oie), “unico al mondo” per intervenire fino a 600 metri di profondità in caso di sversamento di un pozzo sottomarino in acque poco profonde. Con FlatFish Saipem è pronta a “svolgere un’ampia gamma di attività offshore”. Tra queste l’ispezione, l’individuazione di perdite tramite il monitoraggio della colonna d’acqua e della concentrazione di disperdenti, la valutazione ambientale e il pattugliamento degli impianti.

    FlatFish rientra nel programma di sviluppo robotico ‘Hydrone’ di Saipem, per svolgere operazioni completamente automatiche di ispezione, sorveglianza, manutenzione e salvataggio in modo “efficiente, sicuro ed ecologico”. L’intelligenza artificiale e le tecnologie robotiche consentono a FlatFish di operare autonomamente in caso di ispezioni complesse. Le sue funzioni avanzate di navigazione, insieme alla forma idrodinamica e alla propulsione elettrica, gli consentono inoltre di “percorrere lunghe distanze in acque profonde, con il minimo dispendio di energia e il massimo rispetto dell’ambiente”.

  • Luce verde alla missione per il ritorno sulla Luna: il lancio il 29 agosto

    Luce verde ad Artemis 1, la missione senza equipaggio che è già il simbolo del ritorno alla Luna. Il via libera al lancio, alle 14,33 italiane del 29 agosto, è arrivato dalla Nasa ed era fortissima l’attesa anche da parte dell’Europa, con l’Agenzia Spaziale Europea (Esa) responsabile del modulo di servizio della capsula Orion destinata all’orbita lunare.

    E’ un ok che aspettava con ansia anche l’Italia perché Artemis 1 porterà oltre l’orbita terrestre anche il satellite Argomoon dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), realizzato dall’azienda torinese Argotec. L’Italia e la sua industria, Leonardo e Thales Alenia Space, hanno un ruolo importante anche nella realizzazione del modulo di servizio di Orion.

    A meno di una settimana dal lancio, i responsabili della missione si sono incontrati al Kennedy Space Center di Cape Canaveral (Florida) per discutere i dettagli tecnici della missione. Riuniti per tutta la giornata, i tecnici hanno passato in rassegna tutti i dettagli, da quelli tecnici alle condizioni meteorologiche, che a Cape Canaveral sono sempre un’incognita. Hanno quindi dato il via libera al conto alla rovescia, che scatterà alle 10,23 di sabato 27 agosto e avrà una durata di 46 ore e 10 minuti, in vista del lancio, alle 14,33 italiane del 29 agosto. Da quel momento ci saranno due ore in cui sarà possibile lanciare, superate le quali la seconda ‘finestra’ è prevista il 2 settembre alle 18,48 e una terza il 5 settembre alle 23,12.

    Il lancio è previsto dalla piattaforma 39B del Kennedy Space Center, la stessa da cui nel 1969 partì la missione Apollo 10 che portò i primi astronauti nell’orbita lunare, e segnerà il debutto del più grande razzo mai costruito, lo Space Launch System (Sls) da 4,1 miliardi di dollari. Sull’Sls, pronto da giorni sulla piattaforma di lancio, è integrata la capsula Orion costruita dalla Lockheed Martin e il cui modulo di servizio è fornito dall’Esa, con tanta tecnologia italiana. Thales Alenia Space (Thales-Leonardo) procura infatti i sottosistemi che garantiscono le condizioni vitali e la sicurezza dell’equipaggio durante l’intera missione.

    In questo primo volo di Orion, però, a bordo non ci saranno astronauti, ma tre manichini che, con i loro sensori, raccoglieranno dati utili al ritorno del primo equipaggio per tutti i 42 giorni della missione.

    “E’ un volo di test” e “non privo di rischi”, ha detto l’ex astronauta Bob Caban, attualmente amministratore associato della Nasa. “Abbiamo analizzato i possibili rischi al meglio delle nostre possibilità e abbiamo adottato tutte le misure possibili per mitigarli”. Da questo volo, ha aggiunto, “abbiamo molte cose da imparare”. Tanti gli esperimenti a bordo, ma uno dei test cruciali avverrà nella fase di rientro, quando all’incredibile velocità con cui la capsula entrerà nell’atmosfera terrestre, il suo scudo termico dovrà dimostrare di essere in grado proteggere l’equipaggio dalle temperature altissime che si raggiungono in quella fase della missione. Il rientro è previsto il 10 ottobre, con un tuffo nell’Oceano Pacifico.

  • L’Italia digitale scala la classifica Ue ma resta ancora sotto la media

    L’Italia digitale risale la china e si piazza diciottesima nella speciale classifica annuale Ue, guadagnando altre due posizioni in un anno. Ma la strada per arrivare in vetta è ancora lunga e richiede, nell’incoraggiamento di Bruxelles, di “porre rimedio a varie carenze” sui punti deboli del Paese: le competenze digitali e il capitale umano. Un impegno a cui il governo intende tenere fede. I progressi, soprattutto su 5G e connettività, ha assicurato il ministro per l’Innovazione tecnologica e la transizione digitale, Vittorio Colao, “sono i primi passi di un percorso che ci porterà entro 4 anni tra i Paesi di testa dell’Ue grazie agli investimenti del Pnrr”. A patto che anche il prossimo esecutivo continui sulla strada tracciata.

    Nell’indice Ue della digitalizzazione dell’economia e della società (Desi) 2022 Roma si allontana dalle retrovie, dove nel 2020 era relegata quasi maglia nera d’Europa, venticinquesima tra i 27 Stati membri. Un anno fa, era ventesima. L’avanzata fino al diciottesimo posto sta procedendo a “ritmi molto sostenuti”, evidenzia la Commissione europea, che nell’Italia vede il potenziale per “migliorare ulteriormente le proprie prestazioni”. Progressi che, in virtù delle dimensioni dell’economia nazionale, sarebbero “cruciali” anche “per consentire all’intera Ue di conseguire gli obiettivi del decennio digitale per il 2030”. Per migliorare, però, “è assolutamente necessario un deciso cambio di passo nella preparazione dell’Italia in materia di competenze digitali” e “specialisti Ict”, osserva Bruxelles, indicando che “oltre la metà dei cittadini italiani non dispone di abilità digitali di base” e “la percentuale degli specialisti digitali nella forza lavoro è inferiore alla media”. Tanto che nel capitale umano ci piazziamo al 25esimo posto e, ha ammesso lo stesso Colao, “c’è ancora molto lavoro da fare”. L’urgenza tocca da vicino anche l’offerta dei servizi pubblici digitali, dove l’Italia, ha spiegato il ministro, sta già realizzando “molte delle iniziative previste dal Pnrr e allocando risorse a Pa locali e centrali”. A oggi, si legge nell’analisi Ue, il 40% degli utenti italiani li usa (contro una media Ue del 65%), in aumento di 10 punti percentuali tra il 2020 e il 2022 ma non ancora abbastanza per garantirne una disponibilità online del 100% e per rendere pienamente operativi i fascicoli sanitari elettronici. Anche la digitalizzazione delle imprese procede, con il 60% delle Pmi che ha ormai raggiunto almeno un livello base di intensità digitale e con il cloud in aumento, ma la diffusione di big data e intelligenza artificiale “è ancora limitata”.

    Va molto meglio, invece, nella connettività, dove l’Italia è tra le migliori 7 d’Europa. Bruxelles rileva “progressi nella diffusione della banda larga e nella realizzazione della rete”, ma ancora “alcune carenze nella copertura delle reti ad altissima capacità (compresa la fibra)”. In questi mesi, ha ricordato Colao, il governo ha assegnato tutti i bandi del Pnrr (Italia a 1 Giga, Italia 5G, Scuole connesse, Sanità connessa e Collegamento isole minori) “con l’obiettivo di portare la rete veloce in tutte le case degli italiani, nelle scuole e nelle strutture sanitarie”. E proprio il completamento delle gare fa parte dei 45 obiettivi da raggiungere entro lo scorso giugno per ottenere il via libera all’erogazione della nuova tranche del Recovery da 21 miliardi di euro, attesa dopo l’estate.

  • Mind the STEM gap, un’installazione alla Triennale di Milano per superare gli stereotipi di genere

    Si intitola Mind the STEM Gap – A Roblox Jukebox l’installazione interattiva ideata da Fondazione Bracco e progettata da Space Caviar, con la collaborazione di Joseph Grima, visitabile fino al 31 ottobre presso il giardino della Triennale di Milano. Un viaggio virtuale con la fisica Marie Sklodowska–Curie, le matematiche Ada Lovelace e Maria Gaetana Agnesi, la filosofa Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, la botanica Anna Atkins, l’astronoma Annie Jump Cannon, ovvero una “Virgilia”, una scienziata del passato che si è distinta in quella disciplina per introdurre bambini e bambine, ragazzi e ragazze, uomini e donne alla scoperta della bellezza delle scienze. Attraverso un vero e proprio gioco, che utilizza la piattaforma Roblox, con tanto di joystick che aiuta a districarsi nell’affascinante percorso, il progetto contribuisce al superamento degli stereotipi di genere nelle materie STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) incoraggiando il libero accesso ai saperi di bambine e ragazze e dialoga con i temi della 23ª Esposizione Internazionale di Triennale Milano dal titolo “Unknown Unknowns. An Introduction to Mysteries” (15 luglio – 11 dicembre 2022) curata da Ersilia Vaudo.

    Un’operazione prima di tutto culturale quella di avvicinare le bambine e le ragazze alle discipline scientifiche a partire da una nuova educazione delle famiglie che spesso ostacolano o non incentivano abbastanza le figlie ad intraprendere studi e professioni STEM, questo il claim dell’incontro di presentazione del progetto. “Dobbiamo costruire nuovi uomini e nuove donne, bisogna trasmettere alle ragazze la voglia di sapere fare tutto e la consapevolezza di poter arrivare dappertutto”, sottolinea Diana Bracco, Presidente dell’omonimo Gruppo chimico farmaceutico che da 95 anni sostiene il valore aggiunto che le donne apportano ad un settore come quello tecnico scientifico da sempre ritenuto appannaggio degli uomini.

    Secondo le statistiche, infatti, appena il 9% delle ragazze decide di intraprendere un percorso universitario tecnico scientifico che, seppur terminato brillantemente, le vede operare in posizioni di secondo piano rispetto ai colleghi maschi.

    Della necessità di un cambio di passo, compreso il modo di comunicare che deve adeguarsi ai tempi, ha parlato anche il Ministro dell’Università, Maria Cristina Messa, affermando come “i cambiamenti culturali sono sempre i più complessi e scuola e famiglia insieme sono fondamentali. Le donne sono un valore aggiunto, la concezione sul loro ruolo sta cambiando anche se un sondaggio IPSOS racconta che l’80% degli intervistati vede la donna ancora legata ala cura della famiglia. E’ necessario che le aziende attivino un progetto per l’integrità di genere per poter avere accesso ai fondi”.

    Un processo culturale sposato da tempo anche da Confindustria che, attraverso programmi mirati, trasmette a famiglie e ragazzi un nuovo storytelling sul modo in cui stanno cambiando il mondo del lavoro e l’occupazione. “Il nostro Paese è a vocazione imprenditoriale – sottolinei a Giovanni Brugnoli Vice Presidente per il Capitale Umano – e l’impresa è al centro del progetto didattico. Le discipline STEM sono il fulcro della crescita perché c’è bisogno di capitale umano aderente alle richieste del mercato. Quando le ragazze decidono di iscriversi alle discipline STEM si sono già svincolate da vecchie logiche”.

  • Il Canada esclude Huawei e ZTE dal 5G

    La Cina ha criticato duramente il Canada per la decisione di escludere dal suo network di telecomunicazioni i colossi Huawei e ZTE, a partire dalle reti del 5G, definendo “infondata” la stretta perché su “inesistenti rischi per la sicurezza”.

    “La Cina è fermamente contraria a tutto questo”, ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin, assicurando che Pechino “adotterà tutte le misure necessarie” per proteggere le aziende cinesi. Mentre lo stesso gruppo di Shenzhen ha definito il blocco ai suoi servizi come una “decisione politica”.

    La decisione di Ottawa è in linea con quelle adottate da Stati Uniti, Australia, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Giappone e Svezia, che hanno già bloccato o fortemente limitato l’uso di tecnologie Huawei, e segue l’aspro scontro diplomatico con Pechino sulla detenzione di quasi tre anni di Meng Wangzhou, la manager a capo della finanza di Huawei, nonché figlia del fondatore Ren Zhengfei, arrestata a Vancouver a dicembre 2018 su richiesta Usa con l’accusa di violazione delle sanzioni all’Iran. La Cina, pochi giorni dopo il suo fermo, arrestò due cittadini canadesi – l’ex diplomatico Michael Kovrig e l’uomo d’affari Michael Spavor – in quella che gli osservatori videro come una rappresaglia per l’arresto di Meng. Tutti e tre furono rilasciati a settembre 2021 dopo che la manager trovò un accordo con il Dipartimento alla Giustizia Usa sulle accuse di frode, ponendo fine all’estenuante battaglia legale per la sua estradizione negli Stati Uniti.

    Washington ha messo in guardia sulle implicazioni per la sicurezza legate alle forniture delle aziende tecnologiche cinesi, soprattutto concedendo l’accesso a infrastrutture di tlc o strategiche che potrebbero essere usate per lo spionaggio o anche per il semplice sabotaggio.

    Giovedì scorso il ministro dell’industria canadese Francois-Philippe Champagne, sul 5G, ha annunciato “l’intenzione di vietare l’inclusione di prodotti e servizi di Huawei e ZTE nei sistemi di telecomunicazioni canadesi”, aggiungendo che non ci sarà alcuna autorizzazione agli operatori che “vorranno avvalersi di prodotti o servizi che mettono a rischio la sicurezza nazionale”. Inoltre, gli operatori che ne fanno già uso “dovranno cessarne l’uso e rimuoverla”, in merito alle apparecchiature 4G.

    Per Huawei si tratta di un brutto colpo, nel mezzo degli sforzi per riorientare il business dopo la stretta americana sulle forniture di componenti hi-tech Usa. “Nonostante un calo delle entrate nel 2021, la nostra capacità di realizzare profitti e generare flussi di cassa è in aumento e siamo più capaci di affrontare l’incertezza”, disse Meng, ‘Lady Huawei’, al suo primo grande evento pubblico, parlando un po’ emozionata del bilancio 2021 chiuso con utili netti record in rialzo del 75,9% e ricavi in frenata del 28,6%.

  • Italia prima in Europa per attacchi ransomware

    Continuano gli attacchi ransomware ai danni di utenti e aziende italiane. A marzo il nostro Paese è stato il primo, a livello europeo, per numero di minacce con questo specifico tipo di malware che blocca i computer e richiede un riscatto per il ripristino. È quanto emerge dal rapporto di Trend Micro Research, azienda di sicurezza informatica: nel periodo considerato sono stati registrati circa 2,47 milioni di attacchi ransomware in tutto il mondo di cui il 2,66% in Italia. Mentre sono esattamente cinque anni dalla debacle di numerosi sistemi nel mondo per il virus WannaCry definito da Europol il più grande attacco ransomware di sempre.

    Secondo Trend Micro, nella classifica dei paesi più colpiti dai ransomware a marzo c’è in testa il Giappone, con un quinto degli attacchi globali (poco più del 20%), seguito da Stati Uniti e Messico. Anche per quanto riguarda i macromalware, programmi malevoli contenuti all’interno di documenti Word o Excel in grado di provocare molti danni ai Pc colpiti, l’Italia è la prima nazione europea per numero di attacchi (1.393) e la terza al mondo dopo Giappone (43.649) e Stati Uniti (2.879). I malware che hanno colpito l’Italia sono invece 15.481.554 e il Paese è quinto al mondo dopo Giappone (128.090.571), Stati Uniti (87.904.737), India (18.367.627) e UK (16.871.859). I dati sono frutto delle analisi della Smart Protection Network, la rete di intelligence di Trend Micro costituita da oltre 250 milioni di sensori e che blocca una media di 65 miliardi di minacce all’anno, con circa 94 miliardi bloccate nel 2021. A marzo ha gestito 513 miliardi di richieste e fermato 11,2 milioni di minacce, di cui circa il 65% via e-mail.

    Uno dei ransomware più letali della storia iniziò a diffondersi il 12 maggio 2017. Si tratta di WannaCry e trasmise un’ondata di virus che infettò oltre 230 000 computer in 150 Paesi, con richieste di riscatto in BitCoin in 28 lingue differenti.

    Si diffuse tramite email e fu attribuito alla Corea del Nord. “WannaCry ha rappresentato la dimostrazione delle capacità e delle volontà del regime, che è poco incentivato a “giocare secondo le regole”, di infliggere danni ad altre Nazioni per perseguire i propri interessi nazionali”, spiega Jens Monrad, Head of Threat Intelligence, Emea di Mandiant.

  • Gli italiani temono i cyberattacchi ma tanti non si tutelano

    Gli italiani temono gli attacchi cyber ma quasi 4 su 10 sono indifferenti alla sicurezza informatica o non attuano misure per tutelarsi. Il dato emerge dal primo rapporto Censis-DeepCyber sul valore della cybersecurity presentato al Senato. Il 61,6%, rileva l’indagine che ha testato un campione rappresentativo di mille persone, è preoccupato per la sicurezza informatica e adotta sui propri device precauzioni per difendersi: di questi, l’82% ricorre a software e app di tutela ed il 18% si rivolge ad un esperto. Il 28,1%, pur dichiarandosi preoccupato, non fa nulla di concreto per difendersi, mentre il 10,3% non ha alcuna preoccupazione sulla sicurezza informatica. Il titolo di studio è una discriminante importante: sono infatti i laureati a preoccuparsi di più ed a prendere precauzioni (69%) rispetto a chi ha la licenza media (49,4%).

    Un italiano su quattro (il 24,3%) conosce precisamente cosa si intende per cybersecurity, il 58,6% per grandi linee, mentre il 17,1% non sa cosa sia. Ad averne una conoscenza precisa sono soprattutto giovani (35,5%), laureati (33,4%), imprenditori (35,4%) e dirigenti (27,7%). Il 39,7% degli occupati dichiara di aver avuto in azienda qualche formazione specifica sulla cybersecurity, quota che raggiunge il 56,8% per le posizioni apicali. Ampia è la disponibilità dei lavoratori a partecipare ad iniziative formative in azienda o altrove sulla cybersecurity: il 65,9% dei lavoratori vorrebbe parteciparvi.

    Al 64,6% dei cittadini (75,6% tra i giovani, 83,8% tra dirigenti) è capitato di essere bersaglio di email ingannevoli il cui intento era estorcere informazioni personali sensibili, presentandosi come provenienti dalla banca di riferimento o da aziende di cui la persona era cliente. Il 44,9% (53,3% tra i giovani, 56,2% tra gli occupati) ha avuto il proprio pc/laptop infettato da un virus.

    L’insicurezza informatica viaggia anche tramite i pagamenti online: al 14,3% dei cittadini è capitato di avere la carta di credito o il bancomat clonato, al 17,2% di scoprire acquisti online fatti a suo nome ed a suo carico. Il 13,8% ha subìto violazioni della privacy, con furti di dati personali da un device oppure con la condivisione non autorizzata di foto o video. Al 10,7% è capitato di scoprire sui social account fake con il proprio nome, identità o foto, al 20,8% di ricevere richieste di denaro da persone conosciute sul web, al 17,1% di intrattenere relazioni online con persone propostesi con falsa identità.

    È diffuso anche il cyberbullismo: il 28,2% degli studenti dichiara di aver ricevuto nel corso della propria carriera scolastica offese, prese in giro, aggressioni tramite social, WhatsApp o la condivisione non autorizzata di video. E avanzano le cyber-paure. Ben l’81,7% degli italiani teme di finire vittima di furti e violazioni dei propri dati personali sul web. Tra le attività che gli italiani percepiscono come più rischiose per il furto d’identità ci sono la navigazione web con consultazione di siti (57,8%), l’utilizzo di account social, da Facebook ad Instagram (54,6%), gli acquisti di prodotti online (53,7%), le operazioni di home banking (46,6%).

  • Internet delle Cose è arrivato a connettere 110 milioni di oggetti

    Altoparlanti e tv intelligenti, frigo, termostati e lampadine connessi, gps per chiavi e collari dei nostri animali domestici. Droni e sensori per l’agricoltura smart, dispositivi in rete per rendere più efficienti le imprese. E ovviamente telefoni cellulari e visori per il gioco e la realtà aumentata. Cresce in Italia l’esercito dell’Internet delle Cose (IoT): sono 110 milioni gli oggetti connessi e attivi, quasi due (poco più di 1,8) per persona. E si registra una forte crescita del mercato che vale 7,3 miliardi di euro e segna +22% rispetto al 2020. Nel 2019 in epoca pre-Covid valeva 6,2 miliardi.

    A disegnare il quadro una ricerca dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano, che evidenzia come l’IoT avrà una spinta ulteriore grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) che ha destinato 30 miliardi di euro. “Il mercato è in una fase di grande sviluppo. Aziende, Pubbliche Amministrazioni e consumatori sono sempre più interessati a gestire da remoto asset e dispositivi smart, attivandone servizi e funzionalità avanzate”, spiega Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio.  Secondo la ricerca, a fine 2021 si contano 37 milioni di connessioni IoT cellulari (+9% rispetto al 2020) e 74 milioni di connessioni abilitate da altre tecnologie di comunicazione (+25%). Tra queste, una spinta arriva dalle reti Lpwa, a bassa potenza e ampio raggio, che raddoppiano in un solo anno passando da 1 a 2 milioni di connessioni.

    L’Osservatorio ha condotto anche un’indagine che ha coinvolto 95 grandi imprese e 302 Pmi italiane: emerge che ben l’80% delle grandi aziende ha attivato servizi a valore aggiunto basati sull’Internet of Things (+4% rispetto al 2020). “In 2 aziende su 3 – evidenzia Giovanni Miragliotta, Responsabile scientifico dell’Osservatorio – il contesto legato al Covid ha avuto ripercussioni sulle decisioni di investimento in nuovi progetti di Industrial IoT. Un segnale incoraggiante, che può essere in parte attribuito anche agli ingenti investimenti previsti dal Pnrr in area Industria 4.0”.

    L’Osservatorio ricorda che in totale le risorse all’interno del Pnrr che potranno interessare il settore dell’Internet of Things ammontano a 29,78 miliardi di euro. Di questi, 14 miliardi sono stanziati per la Smart Factory, 4 miliardi per l’Assisted Living, in particolare la telemedicina. Il tema Smart City è toccato all’interno di varie Missioni con 2,5 miliardi di euro in Rigenerazione Urbana, altri 2,5 miliardi per la Gestione del rischio di alluvione e del rischio idrogeologico; 900 milioni per una Rete idrica più digitale, presente anche l’ambito Smart Building con l’efficienza energetica e lo Smart Grid con 3,6 miliardi per migliorare l’efficienza della rete. “La transizione ecologica potrà essere supportata da processi più efficienti, strumenti smart che permettano di ridurre i consumi di energia e di prevedere quando un macchinario ha bisogno di manutenzione, prima che questo si guasti. Su tutti questi fronti l’Internet of Things può svolgere un ruolo importante”, conclude Angela Tumino, condirettore dell’Osservatorio IoT.

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