Negli ultimi anni il dibattito sul ruolo dell’Africa nell’economia digitale globale si è progressivamente spostato da una narrazione di dipendenza tecnologica alla ricerca di una sovranità dei dati e delle infrastrutture digitali. Nel quadro di un più ampio processo di affrancamento da antichi legami coloniali, sempre più Paesi africani stanno cercando di ridefinire il proprio posizionamento nel settore, non limitandosi a essere mercati di consumo per tecnologie sviluppate altrove, ma tentando di costruire capacità interne, infrastrutture autonome e strategie politiche consapevoli. Paesi come Ruanda, Kenya, Egitto o Nigeria – fra gli altri – si sono impegnati in un ambizioso percorso di costruzione digitale ancora irto di difficoltà, in testa quella dell’elettrificazione di un continente dove circa 600 milioni di persone – circa due persone ogni cinque – non hanno accesso alla corrente. Il risultato è un panorama digitale plurale nel quale convivono modelli diversi, che combinano in maniera variabile apertura ai capitali esteri, controllo statale e sviluppo di capacità locali.
L’Unione africana punta a lanciare entro il 2030 un mercato unico digitale, un’iniziativa pensata sulla falsariga dell’Area di libero scambio continentale (AfCfta), ancora in fase di costruzione. Il progetto vorrebbe uniformare le esperienze dei singoli Stati in un più coeso quadro continentale, tuttavia la strada verso una reale integrazione dei 55 Stati africani resta lunga e complessa: la tendenza comune a diversi Paesi a negoziare con le grandi aziende tecnologiche internazionali in funzione degli interessi nazionali convive infatti con una disparità di risorse e volontà politiche. La recente decisione dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Omc) di non rinnovare la moratoria che da quasi 30 anni proteggeva dai dazi i principali servizi digitali importati dall’Africa – software, servizi cloud, videogiochi, piattaforme di IA – espone inoltre il continente a costi più elevati proprio quando i giganti Amazon, Microsoft o Google hanno rafforzato la loro presenza in Africa e stabilito nel continente le loro prime infrastrutture. La stessa Amazon aveva firmato nel 2023 un accordo di integrazione tecnologica con la piattaforma di e-commerce senegalese Shopmeaway, aprendo ad un nuovo protagonismo africano nella costruzione di un mercato digitale più consapevole.
Un caso emblematico di questa nuova fase lo offre la Namibia. L’autorità regolatrice delle comunicazioni ha di recente rifiutato di concedere una licenza operativa a Starlink, motivando la decisione con il fatto che, trattandosi di una società interamente controllata da capitale straniero, il suo modello operativo avrebbe sollevato interrogativi in termini di sicurezza nazionale e giurisdizione. La scelta di Windhoek va tuttavia oltre un semplice atto protezionistico e sembra esprimere una crescente consapevolezza politica. In quest’ottica, quella che a una prima lettura appare come il rifiuto di una dipendenza infrastrutturale da attori esterni in un settore strategico come quello della connettività potrebbe risultare, a uno sguardo più attento risulta invece essere un’attenta scelta di campo. Il Paese ha infatti aderito alla Nuova via della seta promossa dalla Cina, dalla quale sta già ottenendo finanziamenti consistenti per lo sviluppo di infrastrutture digitali. In questa prospettiva è possibile individuare alcune grandi direttrici lungo cui si stanno muovendo i Paesi africani.
Una prima traiettoria è quella della sovranità regolatoria, in cui lo Stato esercita un controllo diretto sull’accesso al mercato tecnologico e sulla gestione delle infrastrutture. Questo modello è visibile, seppur in forme diverse, in contesti come il Ruanda e l’Etiopia. Kigali ha costruito un sistema di governance digitale altamente centralizzato, in cui l’innovazione viene promossa ma incanalata all’interno di un quadro normativo rigoroso. Sull’esempio di modelli asiatici – come Singapore – la tecnologia diventa così uno strumento per rafforzare la capacità statale, attraverso la digitalizzazione dei servizi pubblici e il controllo dei dati. Anche l’Etiopia ha storicamente privilegiato un approccio simile, mantenendo per anni un monopolio statale nelle telecomunicazioni. La recente apertura a operatori stranieri, voluta dal governo del premier Abiy Ahmed, non sembra voler rompere questa tradizione ma rivolgersi verso una graduale e più controllata liberalizzazione di un settore ritenuto prioritario.
Accanto a questo modello si sviluppa una seconda traiettoria, basata su una collaborazione strategica con le grandi aziende tecnologiche. Il Kenya rappresenta uno degli esempi più avanzati di questo approccio. Attraverso piani come Vision 2030 – il piano di sviluppo lanciato nel 2008 con l’obiettivo di trasformare il Paese in una nazione industriale a reddito medio-alto – Nairobi ha costruito una politica industriale che mira a trasformare il Paese in un “hub” tecnologico regionale. In questo quadro, la presenza di attori globali nella “Silicon Savannah” ha contribuito a creare un ecosistema dell’innovazione di grande fermento, sostenuto dalla volontà di sviluppare competenze locali, attrarre investimenti e trattenere valore economico all’interno del sistema nazionale. Un’impostazione simile a quella keniota caratterizza anche l’Egitto, che sta investendo massicciamente in infrastrutture digitali, data center e nuove città intelligenti. Il Cairo punta a diventare un nodo strategico tra Africa, Medio Oriente ed Europa, utilizzando la propria posizione geografica per inserirsi nelle grandi reti globali.
In questo filone si inserisce anche la cooperazione digitale italiana con l’Africa, culminata di recente nello sviluppo dell’AI Hub per lo sviluppo sostenibile. Un accordo di collaborazione strategica trilaterale è stato concluso a febbraio a Nuova Delhi tra Italia, India e Kenya per sviluppare il dispiegamento di infrastrutture di intelligenza artificiale in Africa: l’Italia sta lavorando al lancio di un programma di accelerazione destinato alle start-up africane, sostenuto da un fondo di venture capital iniziale di 50 milioni di euro promosso da Primo Capital e Harmonic Innovation Group. L’iniziativa prevede inoltre la creazione del primo incubatore italiano in Africa, focalizzato su tecnologie climatiche, sistemi alimentari e infrastrutture pubbliche digitali, nonché l’attivazione di un corridoio dell’innovazione che collegherà Italia, Nairobi, India e San Francisco, con il supporto del Centro finanziario internazionale di Nairobi per la strutturazione degli investimenti.
Una terza direttrice è infine quella che punta ad affermare una sovranità industriale, o meglio a costruire un tessuto tecnologico domestico capace di competere a livello internazionale. La Nigeria, grazie alla sua scala demografica ed economica, ha sviluppato uno degli ecosistemi tecnologici più dinamici del continente, in particolare nel settore fintech, con grandi incubatori a Lagos capaci di attrarre investimenti milionari e un processo di digitalizzazione pubblica che ha coinvolto di recente la piattaforma dei porti. Il governo sta inoltre portando avanti un processo di regolamentazione dell’intelligenza artificiale per inquadrare lo sviluppo di piattaforme digitali in rapida crescita. Il Sudafrica, da parte sua, dispone di una base scientifica e industriale consolidata che coinvolge università, centri di ricerca e imprese, e si inserisce ugualmente in questo filone. Il 13 marzo a Pretoria è stato inaugurato l’African Digital Transformation Center (Adtc), una piattaforma sviluppata in collaborazione con l’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Uit), l’agenzia delle Nazioni Unite che dal 2023 ha lanciato una rete di centri di accelerazione per rafforzare le capacità digitali locali e sostenere l’innovazione a livello globale. Dei 18 centri previsti in tutto il mondo con funzioni di formazione e tutoraggio, sette saranno realizzati in Africa: Gabon, Kenya, Malawi, Senegal, Tanzania, Zimbabwe e Sudafrica.