Tecnologia

  • Quattro imprese italiane su cinque pronte all’industria 4.0

    Il dato è confortante: ben il 78% delle aziende italiane ha avviato processi di trasformazione digitale, improntati verso l’Industria 4.0.

    In realtà la ricerca realizzata da Bcg e Ipsos tra le imprese fornisce un quadro caratterizzato da luci e ombre, presentando più di una criticità nel viaggio verso Industria 4.0. Tra le 170 aziende coinvolte (oltre 20 settori di appartenenza, con una prevalenza di realtà del Nord Italia) in termini di conoscenza il problema non esiste più: il 100% delle imprese conosce l’argomento.

    A distanza di oltre due anni dal varo dei maxi-incentivi fiscali disponibili per i beni “connessi”, il 22% del campione non ha avviato alcun progetto digitale e al momento non pianifica nulla sul tema. Il 78% delle aziende ha invece progetti in corso o comunque già pianificati, anche se le applicazioni in corso sono circoscritte ai primi step: ad esempio l’avvio di un primo progetto pilota in produzione o la connessione delle le prime macchine. Solo un quarto delle imprese (24%) si è invece già spinto oltre, avviando o completando la connessione con clienti e fornitori o addirittura arrivando a connettere l’intera catena del valore. In media i dati dicono quindi che solo il 19% delle imprese (il 24% del 78%) ha messo in pista progetti profondi e radicati, in grado di modificare in modo evidente i risultati ottenuti.

    Così, non sorprende più di tanto osservare che nel 54% dei casi le imprese non si sentano in grado di poter fare un bilancio sull’effetto incrementale di questi cambiamenti in termini di maggiori ricavi, mentre solo il 25% del campione segnala un saldo positivo. In generale solo il 14% delle aziende con progetti a bassa complessità dichiara di aver sperimentato un aumento di ricavi, percentuale che balza invece al 60% tra le imprese che hanno progetti di elevata maturità.

    Altro nodo chiave è quello delle competenze, con il 98% delle imprese a segnalare la necessità di un miglioramento in questo ambito. Nuove professionalità che in generale non avranno un riflesso significativo sui numeri della forza lavoro interna: ci si aspetta infatti un saldo negativo del 2% per impiegati dei livelli più bassi e operai, -1% tra gli impiegati di livello superiore, un aumento dell’1% tra i manager. Tra chi ha già avviato un progetto Industria 4.0, solo il 26% ha previsto team dedicati, nonostante nel 67% dei casi le aziende ammettono di attendersi un’elevata complessità nell’implementazione di questi progetti.

    La maggior parte delle aziende quindi considerano quello di Industria 4.0 un passaggio da gestire, almeno in un primo momento, soprattutto con risorse informatiche specializzate, dunque non sistemiche.

    “Nella fabbrica intelligente – spiega Jacopo Brunelli, partner e managing director di BCG, responsabile operations per Italia, Grecia, Turchia e Israele – saranno più fluide le competenze ricercate e verrà richiesta la capacità di andare oltre le tradizionali abilità tecniche del proprio ruolo. Inoltre, se lo scenario di una sostituzione completa della forza lavoro da parte dei robot sembra scongiurato perché gli automi saranno impiegati sempre più spesso per interagire con gli umani, prevediamo la ricerca di nuove figure professionali con specifiche competenze che coprano aree differenti”.

    Per Andrea Alemanno, senior client officer di Ipsos, “bisogna pensare alle possibilità che offre Industria 4.0; è una ‘rivoluzione copernicana’ che va ben oltre l’ottimizzazione dell’attuale, e consente di affrontare nuove sfide, e di guardare alla supply chain, alla gestione dei clienti e della produzione in modo diverso e costantemente evolutivo”.

    “A due anni e mezzo dalla partenza del piano industria 4.0 – commenta il vice presidente di Confindustria per la politica industriale Giulio Pedrollo – possiamo dire che ha funzionato e che le imprese hanno colto l’opportunità di innovare e di crescere. Una sfida importante e imprescindibile adesso è quella dell’adeguata formazione delle risorse umane già impiegate e soprattutto della creazione di nuovi profili che siano in grado di dispiegare al meglio le potenzialità di Industria 4.0”.

  • Alexa registra le conversazioni domestiche, ma glielo si può impedire

    Non è un magistrato e origlia le conversazioni domestiche senza bisogno né di imputazioni né di autorizzazioni a intercettare, ma Alexa, l’assistente domestico di Amazon può essere controllato o escluso, di modo da sapere cosa abbia registrato o da impedire del tutto le registrazioni. Per verificare le registrazioni effettuate e/o per cancellarle basta utilizzare l’app di Alexa o accedere alla pagina web www.amazon.it/alexaprivacy, scegliendo la voce impostazione e poi Account Alexa e infine Privacy Alexa. Per impedire ad Alexa di effettuare registrazioni (che poi possono essere ascoltate dai dipendenti di Amazon), basta cercare la voce Account Alexa, poi Privacy Alexa, poi Gestisci il modo in cui i tuoi dati migliorano Alexa ed infine disattivate il pulsante accanto ad Aiuta a sviluppare nuove funzionalità. Naturalmente è anche possibile farsi registrare apposta, per fare  scherzi o dispetti, magari nel bel mezzo di attività ludiche e rilassanti, così da far ‘rosicare’ chi in Amazon è al lavoro ed è in ascolto di quanto Alexa registra e trasmette.

  • L’innovazione tecnologica

    L’innovazione tecnologica rappresenta un processo progressivo ed inarrestabile contro il quale risulta infantile opporre una qualsiasi forma di rifiuto mentre l’attenzione andrebbe indirizzata verso gli effetti reali e non certo verso il processo. Le applicazioni che vengono quasi quotidianamente introdotte, al di là delle competenze che esprimono nella loro ideazione, vengono inserite nell’economia reale per dei motivi specifici e facilmente identificabili. Possono venire individuati tre obiettivi che si possono raggiungere attraverso l’adozione di tutti gli step progressivi dell’innovazione tecnologica, in particolar modo nel settore industriale.

    Va, infatti, ricordato ancora una volta che per il settore dei servizi è evidente come l’innovazione tecnologica tenda sostanzialmente ad eliminare ogni spazio all’intermediazione ma anche ad annullare, per determinate operazioni, il valore di una qualsiasi qualifica professionale.

    Tornando al mondo industriale l’innovazione tecnologica si pone come primo obiettivo quello di velocizzare i processi produttivi in un momento in cui, poi, il time-to-market risulta  progressivamente sempre minore, offrendo una sempre maggiore importanza al fattore “velocità di risposta al mercato” come determinante per una strategia di successo aziendale. Al contempo questo processo innovativo viene applicato anche nella fase di ideazione e di creazione di un prodotto offrendo la possibilità di analisi delle diversificazioni che da un’idea innovativa si possano sviluppare.

    In un’ottica di politica strategica, tuttavia, l’innovazione tecnologica offre la propria importante possibilità rendendo possibile l’obiettivo di avviare un processo di riduzione della concentrazione di manodopera per milione di fatturato. In questo modo si avvia un processo virtuoso che rende  maggiormente competitive le produzioni industriali italiane all’interno di un mercato caratterizzato da delocalizzazioni estreme. Un fattore strategicamente importantissimo in quanto renderebbe maggiormente competitive le produzioni italiane abbassando appunto il C.l.u.p. (costo del lavoro per unita di prodotto). Uno scenario di nuovo sviluppo fondamentale anche nell’ottica di una politica incentivante per gli investimenti se abbinato ad una fiscalità di vantaggio.

    L’effetto di sintesi renderebbe nuovamente interessante investire nel nostro sistema industriale e così riavviare una reale politica di sviluppo industriale che rappresenta una delle poche vie se non l’unica strategia al fine di accrescere la ricchezza prodotta e quindi il Pil.

    Viceversa il nuovo presidente dell’INPS Tridico è riuscito nell’intento di cancellare attraverso una semplice e ridicola affermazione questo complesso processo innovativo affermando senza vergogna che per aumentare l’occupazione andrebbe diminuito l’orario di lavoro a parità di retribuzione.

    Con questa incredibile ammissione di incompetenza economica il presidente dell’INPS è riuscito ad annullare il concetto di produttività e competitività che caratterizza il mondo odierno nel quale le aziende si trovano costrette a competere. Il novello Bertinotti 4.0 dimostra in questo modo di essere una persona inadatta alla presidenza dell’INPS in quanto si può anche non conoscere il contesto economico attuale ma per negarlo, soprattutto negli aspetti reali, risulta necessaria una incompetenza senza pari, dimostrando parallelamente come i criteri ispiratori delle politiche economiche del mondo economico ed  industriale rispondano a polarità valoriali opposte rispetto a quelle dell’Inps e del suo presidente. Ulteriore conferma del default culturale del nostro paese avviato dai governi precedenti ma reso (e senza l’ausilio dell’innovazione tecnologica) velocissimo ed inarrestabile dall’attuale governo in carica.

  • Agricoltura: l’Italia cede il passo all’innovazione

    L’Istat ha recentemente diffuso per la prima volta una stima preliminare dell’andamento del settore agricolo nel suo insieme per l’anno appena trascorso. Nel 2018 la produzione dell’agricoltura è aumentata dell’1,5% in volume. Una crescita buona si è registrata per alcune produzioni da coltivazioni arboree, in particolare vino (+14,3%) e frutta (+1,4%). Tra le coltivazioni erbacee gli aumenti più rilevanti risultano quelli delle piante industriali (+7,0%), delle coltivazioni cerealicole (+3,5%) e degli ortaggi e i prodotti orticoli (+2,1%).

    Nonostante questi dati incoraggianti, l’Italia rimane ancora arretrata per quanto riguarda l’innovazione e l’uso di nuove tecnologie nell’agricoltura. In Europa, nell’innovazione agricola, la leadership è dei Paesi Bassi, seguiti da Belgio, Germania e Danimarca. L’Italia si colloca soltanto a metà classifica. Questo è il quadro sull’innovazione nel settore agroalimentare italiano secondo l’Agrifood Innovation Index, che Nomisma ha presentato a Roma in un incontro organizzato dall’Associazione Luca Coscioni e Science for Democracy.

    I risultati dello studio sono riassunti in un indice, appunto, monitorabile nel tempo e che misura (da 0 a 100) il grado di innovazione del settore primario italiano sulla base dei dati di performance produttiva e ambientale delle imprese agricole. L’indice, che mette a sistema indicatori di produttività delle colture e degli allevamenti e indicatori di sostenibilità ambientale, assegna il primo posto all’Olanda con 88 punti, seguono il Belgio e la Germania con 62, la Danimarca con 56 e, quindi, l’Italia con i suoi 49 punti.

    Secondo Nomisma, a penalizzare l’agricoltura italiana sono diversi fattori: solo il 15% dei nostri agricoltori ha meno di 44 anni e solo il 6% ha una formazione agraria completa. Con un valore di produzione di circa 43mila euro, inoltre, le imprese agricole italiane hanno una dimensione economica tre-quattro volte inferiore rispetto a quelle in Regno Unito, Francia o Germania. Siamo anche agli ultimi posti per investimenti in ricerca e sviluppo: spendiamo solo lo 0,52% del Pil, rispetto a una media Ue dello 0,72%. La spesa pubblica in Italia per l’R&D in agricoltura è di appena 4,5 euro a persona, rispetto ai 20,2 euro dell’Irlanda.

    “All’Italia non basta essere nella media europea per tasso di innovazione agricola. La patria della Dieta Mediterranea, patrimonio mondiale Unesco, può diventare leader nel progresso agroalimentare in Europa, ma deve finanziare di più Ricerca & Sviluppo su tutta la filiera”. Così Deborah Piovan, portavoce di Cibo per la mente, il Manifesto per l’innovazione nel settore primario che riunisce 14 associazioni dell’agroalimentare italiano, ha commentato il risultato dell’Agrifood Innovation Index di Nomisma. “Innovazione, investimenti, impresa, infrastrutture, internet, istruzione, informazione: l’Italia deve puntare su queste ‘7 I’ per colmare il gap agricolo con Olanda, Germania e Francia. Ripartiamo dall’Indice di misurazione di Nomisma e speriamo di registrare i primi progressi già dall’anno prossimo”, ha aggiunto Piovan.

    L’import in Italia di mais, una delle due filiere considerate da Nomisma, è salito nel periodo 2006-16 del 71%, con un parallelo -68% di export. Nello stesso arco di tempo il valore della produzione è diminuito del -23,1%.

    L’autoapprovvigionamento, che alimenta la filiera d’eccellenza dei prodotti DOC, DOP e IGP, è sceso dall’80% al 60%. Intanto, sono aumentati il valore della produzione per ettaro (+23,2%) e la resa (+13,5%), mentre le superfici sono scese da oltre 1,1 milioni di ettari a 660mila ettari (e 614mila nel 2018, dato Istat).

    “Produrre di più e meglio da meno è il messaggio chiave di Cibo per la mente – ha concluso Deborah Piovan, “ma è necessario farlo in base a una scelta consapevole, condivisa e coordinata da parte di filiere, politica e istituzioni, informando in maniera adeguata e trasparente i consumatori sul valore dell’innovazione in agricoltura”.

  • Vivere (e sorridere) da scienziata

    La ricerca deve essere al di sopra di ogni politica. Questo il messaggio di Diana Bracco, presidente della ‘Fondazione Bracco’, in occasione dell’inaugurazione della mostra Una vita da scienziata – I cento volti del progetto #100esperte al Centro Diagnostico Italiano di via Saint Bon a Milano (16 gennaio – 30 giugno 2019). Non è la prima volta che una struttura medica, in Italia, ospita un’esposizione artistica e quella del centro milanese non è una casualità visto che i volti ritratti sono quelli di scienziate, ricercatrici, informatiche, biologhe, ingegnere (questa volta è d’obbligo la ‘e’ per il femminile plurale!) che sottolineano quanto la presenza femminile in settori considerati da sempre ‘per soli uomini’ sia diventata numerosa, propositiva, fondamentale.

    La mostra, ideata e curata da ‘Fondazione Bracco’ a partire dal progetto 100 donne contro gli stereotipi, attraverso gli scatti del celebre fotografo Gerald Bruneau, si incentra sulle STEM (Science, Technology, Enginering and Mathematics) e vuole contribuire al superamento dei pregiudizi nella pratica scientifica che l’immaginario collettivo declina ancora al maschile. Numerose ricerche sulla presenza femminile nell’informazione dimostrano infatti che solo di rado le donne sono interpellate dai media in qualità di esperte, a fornire spiegazioni o teorie sono quasi sempre gli uomini, l’82% secondo i risultati nazionali del ‘Global Media Monitoring Projects 2015’. Per contribuire al raggiungimento delle opportunità, in cui il merito sia l’unico discrimine per carriera e visibilità, nel 2016 è nato il progetto 100 donne contro gli stereotipi da un’idea dell’Osservatorio di Pavia e dall’Associazione Gi.U.Li.A., in collaborazione con Fondazione Bracco e con il supporto della Rappresentanza in Italia della Commissione europea che promuoverà l’iniziativa anche in Europa. I volti delle scienziate, in posa con gli strumenti e nei luoghi del mestiere, sono il mezzo di narrazione più immediato per raccontare al grande pubblico come la ricerca non sia solo studio ma anche bellezza, passione, divertimento.

    Grande l’entusiasmo delle scienziate intervenute che, nel presentarsi al pubblico e nel soffermarsi con il pubblico, per raccontare di se hanno rimarcato, con leggerezza e allegria, la passione per il proprio lavoro e il divertimento dell’esperienza fotografica. Mai pronunciate le parole ‘sacrificio’ o ‘rinuncia’. Un monito questo, per incentivare le giovani ad avvicinarsi agli studi scientifici, concetto ribadito anche dall’Assessore alla trasformazione digitale del Comune di Milano, Roberta Cocco, e da Fabrizio Sala, vicepresidente della Regione Lombardia, che ha ricordato quanto sia importante uscire dai luoghi comuni e cominciare a modificare la società per combattere il ‘gender gap’.

    Oltre all’esposizione ci sono una banca dati on line e due volumi, editi da Egea, con i profili eccellenti di esperte di diversi settori.

    E dopo le scienziate ‘Fondazione Bracco’, in collaborazione con l’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale), si è posta un nuovo obiettivo: raccontare le donne nella politica internazionale.

  • Tecnologico e modulare: ecco come sarà lo smarthotel del futuro

    La tecnologia sta facendo passi da gigante in tutto il settore della domotica. Un esempio è il successo dei dispositivi smart-home che permettono di comandare i nostri device in casa con un solo tocco o addirittura semplicemente parlando.

    Questo sviluppo sarà in grado di rivoluzionare anche l’intero settore del turismo attraverso un nuovo modo di interagire con gli ospiti, perché il digitale è una sorta di “passepartout” che apre nuovi orizzonti dell’offerta ricettiva e aumenta la qualità dell’esperienza dell’utente. L’impatto della tecnologia in ambito alberghiero è stato il tema di Hicon – Hospitality Innovation Conference, evento organizzato da Travel Appeal che si è tenuto allo spazio Base a Milano.

    “Questo settore – spiega Carniani, general manager di ToFlorence Hotel e analista della società di ricerca specializzata PhoCusWright – è a una svolta molto importante, che lascia intravedere una serie di altri ulteriori cambiamenti rispetto a quanto avvenuto dall’avvento di Internet ad oggi. Se devo riassumere in tre concetti questa evoluzione parlerei di potere dei viaggiatori, comandi vocali e trasporti 4.0. Le nuove generazioni sono inclini a muoversi in modo totalmente diverso, cercano esperienze diversificate e spendono solo un quarto del loro budget per i voli (dati Expedia 2018, ndr) destinandone oltre il 60% alla destinazione fra attività e tour vari (dati Simplenight 2016). L’avvento degli assistenti vocali come Amazon Alexa e Google Home rende il digitale invisibile e sposterà le prenotazioni su nuove piattaforme e non a caso i grandi player come Booking, Expedia e Lastminute si stanno già adeguando a un nuovo modello di distribuzione dei servizi. In un orizzonte più vicino di quello che pensiamo, infine, i mezzi di spostamento saranno determinanti poiché permetteranno di coprire grandi distanze in pochi minuti”.

    Il rischio in questi casi è sempre quello di rendere tutto un po’ troppo robotico e spersonalizzante. Per questo lo scopo è comunque quello di non rinunciare alla singolarità dell’utente.

    “Oggi le transazioni travel concluse online o via app sono circa la metà del totale ma oltre il 90% dei viaggiatori sceglie il proprio pacchetto sui canali digitali e conclude l’acquisto in agenzia”. Lo scenario descritto da Mirko Lalli, founder e Ceo di Travel Appeal, startup che analizza in tempo reale (grazie all’intelligenza artificiale) i dati online del settore turistico a beneficio di singole strutture o di catene e consorzi, è chiaro e spiega quanta strada ci sia ancora da fare per rendere più facile il processo di selezione del viaggio agli utenti. “La tecnologia – suggerisce in proposito Lalli – deve sparire per essere utile e di massimo impatto e deve essere così efficace da non essere concepita come qualcosa di complesso.”

    Pensare ad hotel completamente automatizzati, insomma, non è un’utopia ma secondo Lalli non può venire meno l’aspetto della socialità del viaggio. La catena olandese di boutique hotel Citizen M è un esempio a cui fare riferimento: “al check in/check out fai da te e alla prenotazione/pagamento online si affiancano spazi di co-working per lavorare in Wifi o un bar aperto 24×7, coniugando in modo intelligente la componente di socializzazione alle diverse possibilità che offre il digitale”.

    Lo smart hotel sarà fatto anche, e soprattutto, di persone. Anche Giovanna Manzi, Direttore Generale di Best Western Italia, è convinta che la tecnologia sia un elemento abilitante dell’evoluzione dell’hospitality in quanto “permette di sostituire il personale nelle azioni ripetitive e destinare queste risorse al miglioramento del servizio, che nel nostro caso rimane un fattore fortemente distintivo per differenziarsi da operatori come Airbnb, dove solo un quarto degli ospiti incontra fisicamente il proprio host”. Servire meglio il viaggiatore, insomma, rimane un aspetto centrale e va valorizzato con nuovi strumenti per vivere l’esperienza del soggiorno e con una maggiore efficienza di quei processi che il consumatore non vede. “Il cliente – osserva in proposito Manzi – si accorgerà piano piano dei vantaggi portati in dote dalla tecnologia e ne godrà i benefici attraverso una relazione che sarà sempre più personalizzata. Un hotel completamente automatizzato e digitalizzato, per contro, credo sia un’aberrazione se pensiamo alla cultura dell’hospitality italiana”.

    Ecco quindi come riuscire a costruire un a buona sintesi tra mondo reale e mondo virtuale nel settore dell’hotellerie.

  • Commercio di dati, bugia di Zuckerberg al Congresso sulla tentazione di Facebook

    Che esista un mercato dei dati personali lo sa ormai anche la proverbiale casalinga di Voghera: basta sottoscrivere una carta fedeltà del supermercato senza guardare bene dal non dare il consenso a certe clausole scritte più in piccolo per ricevere proposte da operatori mai sentiti prima. Che un gigantesco accumulatore di dati come Facebook possa dunque aver pensato di trarre profitto da quanto i suoi iscritti gli rendono noto non stupisce affatto, stupefacente sarebbe semmai il contrario (piaccia o meno, il mondo si regge su mercato e capitalismo). Dagli Usa giunge però notizia che Mark Zuckerberg abbia mentito. Interpellato dal Congresso americano dopo lo scandalo di Cambridge Analytica (la società di consulenza inglese che avrebbe profilato 50 milioni di americani in base a quanto rivelavano di sé su Facebook), il fondatore del maggior social network occidentale aveva dichiarato che l’idea di trarre profitto dai dati di chi si registra non era mai stata presa in considerazione, ma il Wall Street Journal ha ora reso nota una e-mail riservata scritta da un anonimo dipendente dell’azienda tra il 2012 e il 2014 (e confiscata ora dalle autorità britanniche), secondo la quale in quel periodo Facebook avrebbe seriamente preso in considerazione di vendere i dati dei suoi utenti. Quotato in Borsa da poco e non in felicissime acque, a quell’epoca Facebook aveva pensato di far pagare «una quota annuale di almeno 250.000 dollari per mantenere l’accesso ai dati» a tutte le app che attingessero a Facebook (ormai di fatto una vera e propria carta di identità telematica) per avere conferma dell’identità dei loro utenti. L’utilizzo di Facebook come carta di identità elettronica di fatto è invero ormai talmente abituale che fin qui anche i meno ‘smanettoni’ probabilmente non si stupirebbero, ma a quanto pare oltre a questo Facebook meditava davvero di vendere i dati dei suoi iscritti a inserzionisti commerciali (e questo fa la differenza, un app che chiede a un suo utente di confermare la propria identità tramite il social network avverte l’utente stesso che sta per frugare tra i suoi dati e gli chiede il permesso, un inserzionista che chiede a Facebook di vendergli i dati dei profili registrati bypassa invece interamente la persona di cui vengono acquisiti i dati). Un portavoce di Facebook ha confermato il fatto che per un paio d’anni l’ipotesi è rimasta nell’aria: «Stavamo cercando di capire come sviluppare un modello aziendale sostenibile», mentre di certo c’è che Zuckerberg ha mentito al Congresso, ben consapevole che i dati sono materia (potenzialmente) commerciale. Interpellato in proposito, il fondatore del social network aveva detto ai parlamentari americani: «Non posso essere più chiaro su questo punto: noi non vendiamo dati».

  • La ricerca del lavoro è a portata di “app”

    Il mondo del lavoro sta diventando sempre più smart e tecnologico. Ormai molti software si sono spostati sui dispositivi mobili proprio per semplificare l’utilizzo dei clienti. Proprio per questo anche la ricerca del lavoro sta decisamente cambiando. Se in passato per cercare occupazione bisognava recarsi presso i centri per l’impiego o nelle agenzie interinali, oggi è possibile farlo comodamente da un pc oppure da un semplice smartphone.

    Accanto agli annunci di carta (una rarità ormai) e a quelli nelle bacheche virtuali di siti specializzati nel recruiting online, si stanno affiancando sempre di più le app per smartphone che mettono in contatto chi cerca lavoro e le aziende che invece sono sulle tracce di nuovo personale. Grazie all’aumento della tecnologia è possibile ricercare un nuovo impiego attraverso il proprio cellulare. Utilizzando queste applicazioni è possibile consultare e trovare le migliori offerte lavorative in un semplice click e praticamente ovunque.

    È il caso di Employerland, l’app realizzata da una start up italiana, che consente ai candidati di caricare il proprio profilo e poi mettersi alla prova con otto test che misurano le competenze personali: dall’inglese fino alla logica, passando per informatica, matematica e cultura generale. Si tratta di sfide tecniche che mirano a sondare le conoscenze dei giovani su alcune tematiche: digital trasformation, fintech, big data e il mondo dei social network. In queste sfide i ragazzi gareggiano tutti contro tutti e solo i migliori sono poi chiamati dalle aziende per dei colloqui one-to-one.

    Anche Monster.it ha lanciato qualche mese fa una nuova app per la ricerca di lavoro che aiuta gli utenti a cercare e connettersi “on the go” con le opportunità di lavoro. L’app messa a punto dalla società specializzata nel recruiting online richiede quattro passaggi: gli utenti creano un profilo utilizzando i social media o caricando il curriculum per completare il proprio profilo professionale, successivamente una tecnologia di matching filtra gli annunci di lavoro per trovare la posizione più interessante e in linea per il candidato.
    Dopo questo passaggio con un semplice “swipe” gli utenti hanno la possibilità di candidarsi all’annuncio o proseguire nella ricerca, ignorando l’offerta di lavoro; a questo punto i candidati possono modificare il proprio profilo professionale e caricare un curriculum completo direttamente da Monster.it o da piattaforme come Dropbox o Google Drive. Un semplice swipe verso destra consente di candidarsi inviando automaticamente il cv o il proprio profilo, ottimizzando tempi e risorse.

    Anche se si tratta di piccoli lavoretti estemporanei, la tecnologia ci viene in supporto. È il caso di jobby, il portale che ospita offerte e richieste di occupazione temporanea che in questi giorni sta popolando i social e le stazioni della metropolitana di Milano. Già, perché non importa quanto sia bizzarro il lavoro per il quale si cerca qualcuno in grado di realizzarlo. Se c’è una persona con quelle capacità, jobby consente di trovarla. Chi offre un lavoro, che sia un privato o un’azienda, ha la possibilità di pubblicare il proprio annuncio sulla piattaforma. Solo in un momento successivo dovrà farlo rientrare in una delle categorie previste da jobby. Con la novità che se questa categoria non esiste, potrà essere direttamente l’utente a crearla. Disponibile sia per iOs che per Android, l’applicazione della società fondata da Andrea Goggi permette di gestire il rapporto di collaborazione in ogni sua fase. Chi è in cerca di un’occupazione, un worker, come viene definito da jobby, può innanzitutto definire l’area nella quale vuole ricercare un’occupazione. Per esempio, entro un raggio di 10 chilometri dalla propria città. Scorrendo tra le offerte così filtrate, è possibile conoscere i dettagli di ogni singola offerta e, soprattutto, visualizzare il profilo del privato o dell’azienda che è alla ricerca di un lavoratore. Una volta individuata l’offerta che fa al caso proprio, ci si può candidare direttamente tramite l’app.

  • I robot avanzano? Il lavoratore si tutela con la formazione, non con un nuovo luddismo

    Nelle economie avanzate l’equivalente di 66 milioni di lavoratori, quasi uno su sei, appaiono ad “elevato rischio di automazione” secondo quanto afferma l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, sulla base di una analisi relativa a 32 Paesi e basata sulla Survey of Adult Skills (Piaac). L’analisi evidenzia che per il 14% dei posti di lavoro attuali vi è almeno il 70%  di probabilità di automazione da parte di computer e algoritmi (l’ente rileva comunque come questo dato sia più contenuto di quello indicato in uno studio analogo nel 2013). Vi è poi un ulteriore 32% di posizioni su cui, secondo l’ente parigino, si potrebbe assistere a “cambiamenti significativi” per quanto riguarda modalità di svolgimento del lavoro, mansioni, quota di lavoro che potrebbe essere robotizzata e qualifiche che saranno necessarie per accedere a questi posti.

    Naturalmente la sostituibilità delle persone coi robot varia anzitutto in base al loro capitale umano, cioè a quello che sanno fare, e poi – visto che quanto si è capaci di fare dipende ampiamente dalla formazione che si è ricevuta – da Paese e Paese. Così, in Norvegia rischiano di essere affidati a robot solo il 6% dei posti di lavoro oggi occupati da umani, in Repubblica Ceca il 33%. Più in generale il lavoro nei paesi nordici appare meno a rischio di automazione, mentre all’opposto probabilità più elevate riguardano le posizioni con basse qualifiche, come addetti alle cucine, minatori, addetti alle pulizie, nelle costruzioni e nei trasporti.

    In Italia i lavoratori talmente poco significativi in termini di preparazione e qualifica da poter essere rimpiazzati da un oggetto stupido come un robot (come è stato giustamente osservato, alle macchine va detto tutto quello che devono fare, non sono capaci di iniziativa autonoma) si aggirano intorno al 15%, secondo il rapporto dell’istituto parigino. La regione italiana che rischia di meno è il Lazio con il 13,6% dei posti ha il 70% di probabilità di essere sostituito dai robot, mentre quella con il rischio maggiore sono le Marche (15,6%).

    In Asia è stato calcolato che l’automazione abbia cancellato 101 milioni di posti di lavoro e ne abbia creati 134, con un saldo dunque positivo, ma il luddismo – l’idea di evitare l’automazione o sabotarla (come accadde agli albori della rivoluzione industriale) – è un riflesso quasi pavloviano quando si parla di automazione, come se uno degli obiettivi dell’umanità non fosse liberarsi della fatica e il progresso non fosse altro che la progressiva emancipazione dalle mansioni più pesanti. La realtà, volendo evitare di cavalcare allarmismi (come in Italia si fa anche in altri ambiti del progresso tecnico-scientifico, quali le vaccinazioni), è che la tutela dei lavoratori non si consegue mantenendoli in mansioni gravose che potrebbero essere svolte da macchine (allora perché non reintrodurre la schiavitù: in fondo non garantiva vitto e alloggio a un vasto numero di persone in cambio del loro lavoro?) ma consentendo loro di maturare una formazione (non solo in età scolastica, ma durante tutto l’arco della loro vita lavorativa, come già si fa per certe categorie attraverso i cicli obbligatori di aggiornamento professionale, invero spesso utili solo a dare un lavoro a chi fa il docente di tali corsi, che consenta di adeguarsi all’evoluzione tecnologica, allo scomparire di certi mestieri e all’affiorare di altri. Come è già stato ampiamente divulgato, si calcola che il 65% dei lavori che le persone faranno non è stato ancora nemmeno inventato al momento in cui queste persone frequentano la scuola e d’altro canto gli Usa attestano che il tanto deprecato e-commerce comporta sì la perdita di lavori nel commercio tradizionale ma ne produce di nuovi (ben pagati) nella logistica, perché un prodotto comprato online non può essere ritirato dall’acquirente stesso ma deve essergli consegnato.

  • Germany launches world’s first-ever hydrogen powered trains

    Germany launched the world’s first hydrogen train on Monday, September 17.

    With the departure of an Alstom-made train from Bremervörde from Lower Saxony on September 17, Germany launched the world’s first-ever hydrogen-powered passenger trains linking the regional towns of Cuxhaven and Buxtehude.

    The trains will service 2 million rail passengers and 4 million bus passengers.

    The new trains are quieter than diesel engines and emit only liquid water rather than CO2. The deployment of the trains has been closely watched as it could spearhead a breakthrough in the competitiveness of European train manufacturing.

    The hydrogen trains are mounted with Coradia iLint engines and will replace all diesel-powered engines across Lower Saxony, which will deploy a total of 14 trains by 2021. The French government is expected to follow suit with its first order by 2022.

    Alstom trains reach a maximum speed of 140km/hour, generating electricity by combining hydrogen and oxygen. With a hydrogen tank situated on the roof of the trains, the engines can run for 1000km without refuelling. The fleet of rolling stock will be serviced by two service stations.

    European Strategic technology

    The overall cost for the new trains amounts to €81.3 million, an expensive initial investment than traditional diesel engines, but the emission-free trains are cheaper to run.

    Other German states are observing the pilot deployment in Saxony and are expected to follow, helping Germany meet its greenhouse emission targets. According to Alstom, companies and local authorities in the UK, the Netherlands, Denmark, Norway, Italy, and Canada are also considering buying in next-generation trains.

    In 2017, French train manufacturer Alstom merged with Siemens to create a globally competitive European entity with over 62,000 employees and referred to as the “Airbus of the railways”.

Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.