Tecnologia

  • Italia prima in Europa per attacchi ransomware

    Continuano gli attacchi ransomware ai danni di utenti e aziende italiane. A marzo il nostro Paese è stato il primo, a livello europeo, per numero di minacce con questo specifico tipo di malware che blocca i computer e richiede un riscatto per il ripristino. È quanto emerge dal rapporto di Trend Micro Research, azienda di sicurezza informatica: nel periodo considerato sono stati registrati circa 2,47 milioni di attacchi ransomware in tutto il mondo di cui il 2,66% in Italia. Mentre sono esattamente cinque anni dalla debacle di numerosi sistemi nel mondo per il virus WannaCry definito da Europol il più grande attacco ransomware di sempre.

    Secondo Trend Micro, nella classifica dei paesi più colpiti dai ransomware a marzo c’è in testa il Giappone, con un quinto degli attacchi globali (poco più del 20%), seguito da Stati Uniti e Messico. Anche per quanto riguarda i macromalware, programmi malevoli contenuti all’interno di documenti Word o Excel in grado di provocare molti danni ai Pc colpiti, l’Italia è la prima nazione europea per numero di attacchi (1.393) e la terza al mondo dopo Giappone (43.649) e Stati Uniti (2.879). I malware che hanno colpito l’Italia sono invece 15.481.554 e il Paese è quinto al mondo dopo Giappone (128.090.571), Stati Uniti (87.904.737), India (18.367.627) e UK (16.871.859). I dati sono frutto delle analisi della Smart Protection Network, la rete di intelligence di Trend Micro costituita da oltre 250 milioni di sensori e che blocca una media di 65 miliardi di minacce all’anno, con circa 94 miliardi bloccate nel 2021. A marzo ha gestito 513 miliardi di richieste e fermato 11,2 milioni di minacce, di cui circa il 65% via e-mail.

    Uno dei ransomware più letali della storia iniziò a diffondersi il 12 maggio 2017. Si tratta di WannaCry e trasmise un’ondata di virus che infettò oltre 230 000 computer in 150 Paesi, con richieste di riscatto in BitCoin in 28 lingue differenti.

    Si diffuse tramite email e fu attribuito alla Corea del Nord. “WannaCry ha rappresentato la dimostrazione delle capacità e delle volontà del regime, che è poco incentivato a “giocare secondo le regole”, di infliggere danni ad altre Nazioni per perseguire i propri interessi nazionali”, spiega Jens Monrad, Head of Threat Intelligence, Emea di Mandiant.

  • Gli italiani temono i cyberattacchi ma tanti non si tutelano

    Gli italiani temono gli attacchi cyber ma quasi 4 su 10 sono indifferenti alla sicurezza informatica o non attuano misure per tutelarsi. Il dato emerge dal primo rapporto Censis-DeepCyber sul valore della cybersecurity presentato al Senato. Il 61,6%, rileva l’indagine che ha testato un campione rappresentativo di mille persone, è preoccupato per la sicurezza informatica e adotta sui propri device precauzioni per difendersi: di questi, l’82% ricorre a software e app di tutela ed il 18% si rivolge ad un esperto. Il 28,1%, pur dichiarandosi preoccupato, non fa nulla di concreto per difendersi, mentre il 10,3% non ha alcuna preoccupazione sulla sicurezza informatica. Il titolo di studio è una discriminante importante: sono infatti i laureati a preoccuparsi di più ed a prendere precauzioni (69%) rispetto a chi ha la licenza media (49,4%).

    Un italiano su quattro (il 24,3%) conosce precisamente cosa si intende per cybersecurity, il 58,6% per grandi linee, mentre il 17,1% non sa cosa sia. Ad averne una conoscenza precisa sono soprattutto giovani (35,5%), laureati (33,4%), imprenditori (35,4%) e dirigenti (27,7%). Il 39,7% degli occupati dichiara di aver avuto in azienda qualche formazione specifica sulla cybersecurity, quota che raggiunge il 56,8% per le posizioni apicali. Ampia è la disponibilità dei lavoratori a partecipare ad iniziative formative in azienda o altrove sulla cybersecurity: il 65,9% dei lavoratori vorrebbe parteciparvi.

    Al 64,6% dei cittadini (75,6% tra i giovani, 83,8% tra dirigenti) è capitato di essere bersaglio di email ingannevoli il cui intento era estorcere informazioni personali sensibili, presentandosi come provenienti dalla banca di riferimento o da aziende di cui la persona era cliente. Il 44,9% (53,3% tra i giovani, 56,2% tra gli occupati) ha avuto il proprio pc/laptop infettato da un virus.

    L’insicurezza informatica viaggia anche tramite i pagamenti online: al 14,3% dei cittadini è capitato di avere la carta di credito o il bancomat clonato, al 17,2% di scoprire acquisti online fatti a suo nome ed a suo carico. Il 13,8% ha subìto violazioni della privacy, con furti di dati personali da un device oppure con la condivisione non autorizzata di foto o video. Al 10,7% è capitato di scoprire sui social account fake con il proprio nome, identità o foto, al 20,8% di ricevere richieste di denaro da persone conosciute sul web, al 17,1% di intrattenere relazioni online con persone propostesi con falsa identità.

    È diffuso anche il cyberbullismo: il 28,2% degli studenti dichiara di aver ricevuto nel corso della propria carriera scolastica offese, prese in giro, aggressioni tramite social, WhatsApp o la condivisione non autorizzata di video. E avanzano le cyber-paure. Ben l’81,7% degli italiani teme di finire vittima di furti e violazioni dei propri dati personali sul web. Tra le attività che gli italiani percepiscono come più rischiose per il furto d’identità ci sono la navigazione web con consultazione di siti (57,8%), l’utilizzo di account social, da Facebook ad Instagram (54,6%), gli acquisti di prodotti online (53,7%), le operazioni di home banking (46,6%).

  • Internet delle Cose è arrivato a connettere 110 milioni di oggetti

    Altoparlanti e tv intelligenti, frigo, termostati e lampadine connessi, gps per chiavi e collari dei nostri animali domestici. Droni e sensori per l’agricoltura smart, dispositivi in rete per rendere più efficienti le imprese. E ovviamente telefoni cellulari e visori per il gioco e la realtà aumentata. Cresce in Italia l’esercito dell’Internet delle Cose (IoT): sono 110 milioni gli oggetti connessi e attivi, quasi due (poco più di 1,8) per persona. E si registra una forte crescita del mercato che vale 7,3 miliardi di euro e segna +22% rispetto al 2020. Nel 2019 in epoca pre-Covid valeva 6,2 miliardi.

    A disegnare il quadro una ricerca dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano, che evidenzia come l’IoT avrà una spinta ulteriore grazie al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) che ha destinato 30 miliardi di euro. “Il mercato è in una fase di grande sviluppo. Aziende, Pubbliche Amministrazioni e consumatori sono sempre più interessati a gestire da remoto asset e dispositivi smart, attivandone servizi e funzionalità avanzate”, spiega Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio.  Secondo la ricerca, a fine 2021 si contano 37 milioni di connessioni IoT cellulari (+9% rispetto al 2020) e 74 milioni di connessioni abilitate da altre tecnologie di comunicazione (+25%). Tra queste, una spinta arriva dalle reti Lpwa, a bassa potenza e ampio raggio, che raddoppiano in un solo anno passando da 1 a 2 milioni di connessioni.

    L’Osservatorio ha condotto anche un’indagine che ha coinvolto 95 grandi imprese e 302 Pmi italiane: emerge che ben l’80% delle grandi aziende ha attivato servizi a valore aggiunto basati sull’Internet of Things (+4% rispetto al 2020). “In 2 aziende su 3 – evidenzia Giovanni Miragliotta, Responsabile scientifico dell’Osservatorio – il contesto legato al Covid ha avuto ripercussioni sulle decisioni di investimento in nuovi progetti di Industrial IoT. Un segnale incoraggiante, che può essere in parte attribuito anche agli ingenti investimenti previsti dal Pnrr in area Industria 4.0”.

    L’Osservatorio ricorda che in totale le risorse all’interno del Pnrr che potranno interessare il settore dell’Internet of Things ammontano a 29,78 miliardi di euro. Di questi, 14 miliardi sono stanziati per la Smart Factory, 4 miliardi per l’Assisted Living, in particolare la telemedicina. Il tema Smart City è toccato all’interno di varie Missioni con 2,5 miliardi di euro in Rigenerazione Urbana, altri 2,5 miliardi per la Gestione del rischio di alluvione e del rischio idrogeologico; 900 milioni per una Rete idrica più digitale, presente anche l’ambito Smart Building con l’efficienza energetica e lo Smart Grid con 3,6 miliardi per migliorare l’efficienza della rete. “La transizione ecologica potrà essere supportata da processi più efficienti, strumenti smart che permettano di ridurre i consumi di energia e di prevedere quando un macchinario ha bisogno di manutenzione, prima che questo si guasti. Su tutti questi fronti l’Internet of Things può svolgere un ruolo importante”, conclude Angela Tumino, condirettore dell’Osservatorio IoT.

  • Mobilità sostenibile: le scelte necessarie per un futuro a emissioni zero

    Sarà la mobilità una delle principali e più difficili sfide per la decarbonizzazione degli anni a venire per i governi e per i cittadini di tutto il mondo. Un’inversione di tendenza radicale e globale, una “rivoluzione” delle politiche dei singoli Paesi e delle abitudini del quotidiano di tutti noi, accompagnate da straordinarie innovazioni tecnologiche come la mobilità elettrica, la guida autonoma e la MaaS (Mobility as a Service). E’ da questo presupposto che nasce l’idea del libro Inversione a E di Renato Mazzoncini, Professore del Politecnico di Milano e AD di A2A.

    Il saggio è staro al centro dell’incontro organizzato dal Centro di ricerca GREEN in collaborazione con Egea e A2A giovedì 7 aprile alle 17.30 presso la sede dell’Università Bocconi, a Milano in via Sarfatti 25.

    A discutere insieme all’autore Marco Percoco, Direttore di GREEN – Centro di Ricerca sulla geografia, le risorse naturali, l’ambiente, l’energia e le reti dell’Università Bocconi, Giorgio Busnelli, Director Consumer Goods, Amazon.it & Amazon.es, Marisa Parmigiani, Head of Sustainability Unipol Group e Presidente CSR Manager Network, Gianmario Verona, Rettore dell’Università Bocconi.

  • Europa in prima fila per il programma Artemis e il ritorno sulla Luna

    Mentre negli Stati Uniti si prepara il primo test per il programma Artemis destinato a riportare astronauti sulla Luna, l’Europa è in prima fila con la sua tecnologia per fornire i moduli di servizio per la navetta Orion, con un contributo importante da parte dell’Italia. “Si apre una nuova fase dell’esplorazione umana”, ha detto Philippe Deloo, responsabile del programma Orion dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa). Si avvicina la nuova serie di missioni che vede l’Europa fra i principali partner della Nasa, accanto a Giappone e Canada, secondo una tabella di marcia che “non sta risentendo alcun effetto dalla guerra in Ucraina”, ha detto Deloo nella conferenza stampa organizzata oggi dall’Esa.

    Ha parlato del significato del programma Artemis per l’Europa anche Didier Radola, responsabile del programma Orion per l’Airbus. L’azienda è a capo della cordata industriale europea per lo sviluppo del Modulo di Servizio Europeo (Esm), che fornisce aria, elettricità e propulsione alla navetta Orion. L’Italia, con un contributo del 30%, è al secondo posto fra i Paesi che partecipano al progetto con le loro competenze e le loro aziende, preceduta alla Germania (60%); vi prende parte con Leonardo, attraverso la sua partecipata Thales Alenia Space (joint venture Thales 67% e Leonardo 33%).

    Tra i sistemi per l’Esm forniti dall’azienda, ci sono quelli relativi alla protezione strutturale, al controllo termico, allo stoccaggio e alla distribuzione dei materiali di consumo. Ogni modulo ha inoltre ‘ali’ composte da tre pannelli fotovoltaici lunghi 7 metri, in grado di fornire complessivamente circa 11 kilowatt.

    Il modulo Esm è perciò un vero e proprio ‘motore’ per Orion, che nel viaggio verso la Luna può fornire alla capsula l’elettricità necessaria per far funzionare i sistemi di comando, per comunicare con i centri di controllo a Terra e per mantenere una temperatura confortevole per gli astronauti che in futuro saranno a bordo. Per tutti questi motivi, il modulo Esm, del quale l’Esa ha prodotto sei unità, “è cruciale per Artemis”, ha detto ancora Deloo. Ed è per questo, ha aggiunto, che “Esa e Airbus parteciperanno direttamente a ogni fase del programma, a partire dal primo test, previsto fra il primo e il 3 aprile al Kennedy Space Center a Cape Canaveral”: sulla rampa di lancio 39B il nuovo lanciatore della Nasa, lo Space Launch System (Sls) sul quale sono integrati la capsula Orion e il modulo Esm, sarà caricato di propellente e partirà il conto alla rovescia, che si concluderà appena prima del momento in cui il motore dovrebbe realmente accendersi. “Sarà un momento importante per le future missioni spaziali oltre l’orbita bassa”, ha osservato Deloo.

    Sono due, al momento, le date possibili per il primo lancio senza equipaggio del programma Artemis: la prima finestra va dal 7 al 31 maggio e la seconda, che secondo Deloo dovrebbe essere la più probabile, va dal 6 al 16 giugno.

    Per il volo dei primi astronauti bisognerà invece attendere la missione Artemis-3: “nei programmi dell’ex presidente degli Stati Uniti Trump era prevista entro il 2024, ma la data – ha detto ancora Deloo – è slittata tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026”.

  • L’Italia è il Paese più colpito in Europa dai malware

    L’Italia è il primo Paese in Europa e il quarto nel mondo più colpito dai malware. Il numero totale di  virus malevoli intercettati nel nostro paese supera i 60 milioni, mentre le minacce via mail che si sono diffuse sono state oltre 330 milioni. I numeri si riferiscono al 2021 e sono contenuti nel rapporto ‘Navigating New Frontiers’ della società di sicurezza Trend Micro Research. Il resoconto allarma anche alla luce dei nuovi malware che stanno circolando in questo momento legati alla situazione in Ucraina e che potrebbero uscire dal perimetro del conflitto generando il cosiddetto ‘spillover’, come lo chiamano gli esperti facendo un parallelo con la pandemia.

    A livello globale, spiega Trend Micro Research, nel 2021 si è registrato un incremento del 42% delle minacce rispetto al 2020, circa 70 miliardi sono arrivate via mail. Riguardo l’Italia – quarta nel mondo dopo Stati Uniti, Giappone e India – il numero totale di malware intercettati nel 2021 è stato di 62.371.693, nel 2020 erano stati oltre 22 milioni; 6.861 gli attacchi ricevuti dal nostro paese. Le minacce via e-mail che hanno toccato l’Italia sono state 336.431.403, i siti maligni ospitati e bloccati sono stati 269.383; mentre il numero di app maligne scaricate è stato di 51.103. Infine i malware di online banking intercettati sono stati 3.478. Per quanto riguarda i ransomware, quei virus che bloccano i dispositivi per i quali poi viene chiesto un riscatto alle vittime per sbloccarli, l’Italia è quarta in Europa preceduta da Germania, Francia e Gran Bretagna. A livello mondiale è dodicesima.

    L’anno passato, spiegano i ricercatori di Trend Micro, è stato caratterizzato da attacchi alle infrastrutture e ai sistemi per il lavoro da remoto cresciuti con la pandemia, nel mirino in particolare il cloud configurato in maniera errata. Emerge anche l’ascesa di servizi come i ‘ransomware-as-a-service’, un modello di business con cui gli sviluppatori di ransomware affittano varianti dei virus, “che ha aperto il mercato ai malintenzionati con conoscenze tecniche limitate e ha dato origine a maggior specializzazioni, come i broker esperti negli accessi che sono diventati un tassello fondamentale dell’underground criminale”.

    Infine, le famiglie di malware che hanno dominato il panorama delle minacce del 2021 sono state guidate da quelli che prendono di mira le criptovalute. Sono state anche rilevate 78 nuove famiglie di ransomware nel 2021, in diminuzione del 39% su anno.

  • Azione dell’UE nei confronti della Cina in sede di OMC a difesa del settore dell’alta tecnologia

    L’Unione europea ha avviato un’azione nei confronti della Cina in sede di Organizzazione mondiale del commercio (OMC) per le restrizioni imposte alle imprese dell’UE che adiscono un tribunale straniero per proteggere e utilizzare i loro brevetti.

    La Cina impone gravi restrizioni alle imprese dell’UE che godono di diritti su tecnologie chiave (come il 3G, il 4G e il 5G), in quanto limita le possibilità che queste imprese hanno di proteggere tali diritti da un uso illegale o non adeguatamente compensato dei loro brevetti, ad esempio da parte dei fabbricanti cinesi di telefoni cellulari. I titolari di brevetti che si rivolgono comunque a tribunali al di fuori della Cina sono spesso soggetti a pesanti ammende in Cina e, in sostanza, a pressioni affinché accettino diritti di licenza più bassi rispetto alle tariffe di mercato.

    Questa politica cinese è estremamente dannosa per l’innovazione e la crescita in Europa e, di fatto, priva le imprese tecnologiche europee della possibilità di esercitare e far rispettare i diritti che conferiscono loro un vantaggio tecnologico.

    Dall’agosto 2020 i tribunali cinesi emettono decisioni – note come “anti-suit injunction”, ossia inibitorie volte a vietare le azioni in giudizio – per esercitare pressioni sulle imprese dell’UE che detengono brevetti ad alta tecnologia e impedire loro di proteggere legittimamente le loro tecnologie. I tribunali cinesi ricorrono anche alla minaccia di pesanti ammende per dissuadere le imprese europee dall’adire tribunali stranieri.

    Le imprese europee ad alta tecnologia si trovano pertanto in una posizione di notevole svantaggio nel battersi per far valere i loro diritti. I fabbricanti cinesi chiedono queste “anti-suit injunction” per beneficiare di un accesso alla tecnologia europea a un costo inferiore o senza alcun esborso.

    L’UE ha sollevato la questione con la Cina in varie occasioni nel tentativo di trovare una soluzione, ma senza successo. Poiché secondo l’UE i provvedimenti cinesi sono incompatibili con l’accordo dell’OMC sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio (TRIPS), l’UE ha avanzato richiesta di consultazioni in sede di OMC.

    Le consultazioni richieste dall’UE per la risoluzione della controversia rappresentano il primo passo della procedura di risoluzione delle controversie dell’OMC. Se non condurranno a una soluzione soddisfacente entro 60 giorni, l’UE potrà chiedere all’OMC di istituire un panel che decida in merito alla questione.

    I brevetti oggetto della controversia sono brevetti essenziali (SEP), ossia brevetti che sono indispensabili per fabbricare prodotti conformi a una determinata norma tecnica internazionale. Poiché l’uso delle tecnologie protette da tali brevetti è obbligatorio per la produzione, ad esempio, di un telefono cellulare, i titolari dei brevetti si sono impegnati a concederli in licenza ai fabbricanti a condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie (FRAND). Per tali brevetti un fabbricante di telefoni cellulari dovrebbe pertanto ottenere una licenza (dietro pagamento di diritti di licenza negoziati con il titolare del brevetto). Se un fabbricante non ottiene una licenza e/o si rifiuta di pagare, il titolare del brevetto può esigere il rispetto del brevetto e rivolgersi a un tribunale per far bloccare le vendite dei prodotti che incorporano quella tecnologia senza una regolare licenza.

    Nell’agosto 2020 la Corte suprema del popolo cinese ha stabilito che i tribunali cinesi possono vietare ai titolari di brevetti di adire un tribunale non cinese per ottenere il rispetto dei loro brevetti emettendo una “anti-suit injunction”; la Corte suprema del popolo ha anche stabilito che la violazione dell’ordinanza può essere punita con un’ammenda giornaliera di 130 000 €. Da allora i tribunali cinesi hanno emesso quattro “anti-suit injunction” nei confronti di titolari di brevetti stranieri.

    Fonte: Commissione europea

  • La corsa ai computer quantistici vale oltre 25 miliardi di dollari

    Oltre 25 miliardi di dollari di investimenti pubblici, colossi tecnologici come Amazon ma anche decine di piccole imprese a start up in tutto il mondo: la ‘corsa’ verso i computer quantistici diventa sempre più globale. Strumenti potentissimi ancora in fase ‘esplorativa’ che promettono di aprire una nuova finestra sul mondo dei quanti, un ‘ponte’ tra due mondi governati da leggi e logiche differenti.

    “I computer quantistici si trovano ancora in una fase che potremmo definire ‘esplorativa'” – ha detto all’Ansa il direttore del Quantum computing di Amazon Web Services (Aws), Simone Severini – e due sono gli indirizzi della ricerca: da un lato migliorarne le prestazioni per renderli pienamente operativi dall’altro comprenderne pienamente le possibili applicazioni”. Computer quantistici e supercomputer tradizionali sono infatti due tipologie di macchine completamente diverse e che lavorano in due ‘mondi’ differenti. “Difficile dire come evolverà il settore e quali applicazioni concrete se ne avranno”, ha aggiunto Severini. “Come in biologia si eseguono esperimenti ‘in vitro’ replicando fenomeni biologici in laboratorio, forse tra un po’ lavoreremo ‘in silico’, replicando la fisica nel computer”.

    “Ritengo che i computer quantistici – ha osservato Severini – debbano essere interpretati prima di tutto come nuovi e potenti strumenti scientifici, come lo sono i telescopi o gli acceleratori di particelle. I computer quantistici ti permettono di accedere a una realtà fisica fondamentale, quella dei quanti: aprono le porte di ‘luoghi’ che non avevamo ancora esplorato”. Proprio i ‘bizzarri’ comportamenti dai quanti usati come unità di informazione del computer (i qubit, ossia i bit quantistici) diventano il ponte tra due mondi regolati da logiche e leggi completamente differenti, quello ‘tradizionale’ della fisica classica e quello dei quanti, e simulare così quel che avviene ad esempio nelle molecole su scale atomiche o durante le reazioni chimiche.

    Anche se il settore è ancora pionieristico le tecnologie quantistiche stanno però attirando grandi investimenti: a guidare la classifica di quelli pubblici è la Cina che ha stanziato ben 10 miliardi di dollari nello sviluppo del settore e gli Usa con un piano pubblico oltre 1 miliardo a cui si aggiungono gli investimenti di molti colossi tech. Tra i protagonisti anche l’Europa con una ‘flagship’ da 1 miliardo e le scelte di singoli Paesi come Germania, Francia e Paesi Bassi (complessivamente 5 miliardi) come anche Canada, India e Giappone, fino a Nuova Zelanda e Israele. Complessivamente 25 miliardi a cui vanno sommati gli sforzi di grandi aziende come Google e Ibm e decine di start up. A dare una spinta al settore ha contribuito anche il servizio Braket di Amazon Web Service, un servizio cloud di computer quantistici “che in un certo senso fornisce una finestra aperta a tutti quelli interessati a capire e vedere a che punto è la tecnologia evitando la complessità di doversi dotare di queste macchine”, ha spiegato Severini.

    Tantissime le realtà che sfruttano questa possibilità: a partire da enti di ricerca, ad esempio in Italia l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e il Cineca, oppure le startup come QCWare e Qu@Co che stanno sviluppando applicazioni, la prima in ambito finanziario la seconda nella chimica. Braket offre un ‘parco’ macchine diversificato, da computer a superconduttori a quelli a ioni intrappolati, e ora si arricchirà con due nuove tipologie di computer quantistici tra cui quello sviluppato da QuEra che utilizzando atomi di Rydberg ha caratteristiche ideali per lo studio della fisica fondamentale.

  • Pronto il piano della Ue per ridurre la dipendenza dai chip dall’Asia

    L’Europa scommette sui microchip fatti in casa e lancia il suo piano da quasi 50 miliardi di euro per ridurre la dipendenza dai giganti asiatici. Dopo mesi di attesa, martedì Bruxelles svelerà in dettaglio il contenuto dello European Chips Act, il progetto di legge per spingere la produzione europea dei semiconduttori portandola dal 10% su scala globale di oggi al 20% entro la fine del decennio. Un piano che, almeno nelle intenzioni, vuole segnare una svolta sulla via della sovranità strategica europea, allontanando il rischio di quelle strozzature nella filiera che tanto hanno fatto soffrire l’intera industria, automotive in testa, in questi mesi.

    Con la domanda mondiale di chip destinata a raddoppiare nei prossimi 8 anni e le crescenti incertezze sul piano geopolitico, l’Europa non può ritrarsi dalla partita con le potenze globali. E, per farlo, sa di avere bisogno di soldi, impianti e nuove regole commerciali. Tutti elementi inseriti nel maxi-piano che il commissario europeo per l’Industria, Thierry Breton, è stato chiamato ad illustrare l’8 febbraio. Si parte dai finanziamenti: 12 miliardi di euro di fondi pubblici (6 dal bilancio comune e 6 dai governi nazionali) per la ricerca e lo sviluppo. A cui si aggiungono oltre 30 miliardi di euro già previsti nei Pnrr e bilanci nazionali, e poi ancora un fondo da 5 miliardi di euro dedicato alle start-up.

    Ma per ambire alla leadership tecnologica servirà anche adattare la politica commerciale. Non si tratta di “protezionismo” ma di essere “realisti”, aveva precisato nei giorni scorsi Breton. Di fatto, il modello potrebbe essere quello usato per assicurarsi l’approvvigionamento dei vaccini un anno fa. “L’obiettivo dell’Europa sarà di stabilire un approccio cooperativo” con i rivali principali nel settore, come Taiwan, Singapore, Giappone, Corea del sud e Stati Uniti. Tuttavia, si legge nella bozza del regolamento, “l’Ue dovrebbe essere preparata a un fallimento” della cooperazione, “a un cambiamento improvviso della situazione politica o a crisi impreviste”. Tutte eventualità che, è il ragionamento di Bruxelles, non possono mettere in ginocchio l’intera industria europea. Per questo, l’esecutivo propone di introdurre un meccanismo di autorizzazione delle esportazioni, da attivare in caso di crisi, per bloccare l’export di microchip e componenti in determinate circostanze.

    Prima di parlare di contromisure commerciali, comunque, la priorità è quella di intensificare la produzione per avere un’alternativa alle forniture asiatiche. L’idea è di procedere con la creazione di nuove ‘Mega fab’ sul territorio europeo da finanziare con ingenti sovvenzioni pubbliche. Al pari dei cosiddetti Ipcei, i progetti di interesse comune europeo che uniscono più Stati membri per dare vita a campioni industriali in grado di competere con le grandi multinazionali asiatiche e americane. Nel Chips Act ci saranno alcune novità e istruzioni per l’uso sulle regole per gli aiuti di Stato. Allentarle, però, non sarà semplice. Nei mesi scorsi Bruxelles ha già acconsentito ad alcune eccezioni per i settori strategici, chip compresi. Ma la guardiana della concorrenza Ue, la danese Margrethe Vestager, è stata chiara: bisogna evitare una corsa ai sussidi all’interno dell’Ue che penalizzerebbe i Paesi più piccoli.

  • Boom del mercato dell’Intelligenza artificiale in Italia: nel 2021 è cresciuto del 27%

    Si smuove l’ecosistema italiano dell’intelligenza Artificiale (AI), raddoppiando il suo valore in due anni. Nel 2021 ha segnato un +27% e ha raggiunto quota 380 milioni di euro. Un terzo del mercato italiano riguarda progetti di algoritmi per l’analisi dei dati, uno degli ambiti più in crescita con la pandemia, seguono le soluzioni per l’interpretazione del linguaggio naturale e quelle per gli assistenti virtuali. Il 95% dei consumatori italiani ha sentito parlare di AI, ma una parte esprime preoccupazioni legate a privacy, lavoro ed etica. E’ il quadro disegnato da una ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano.

    “L’Intelligenza Artificiale è oggi fortemente maturata e ha tutto il potenziale per diventare un fattore centrale nella trasformazione digitale di imprese, PA e della società nel suo complesso”, spiega Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio Artificial Intelligence. “La Commissione europea ha presentato la proposta di regolamento, che rappresenta oggi una pietra fondamentale nella costruzione di una fiducia nelle tecnologie. E l’Italia ha lanciato il nuovo Programma Strategico, ora è necessario compiere il passo successivo, la creazione di un piano esecutivo”, aggiungono Giovanni Miragliotta e Nicola Gatti, co-Direttori dell’Osservatorio.

    Secondo la ricerca il 76% del mercato è commissionato da imprese italiane, il restante 24% come export di progetti. Emerge però nel nostro paese un divario nell’adozione: sei su 10 grandi aziende hanno avviato almeno un progetto di AI, tra le Pmi sono appena il 6%. Un terzo del mercato italiano (35%) riguarda progetti di algoritmi per analizzare ed estrarre informazioni dai dati, ambito che con la pandemia ha segnato una delle crescite maggiori, +32% rispetto al 2020. Seguono le soluzioni per l’interpretazione del linguaggio naturale con il 17,5% del mercato (+24%) e gli algoritmi per suggerire ai clienti contenuti in linea con le preferenze personali con un’incidenza del 16% (+20%). In forte crescita con +34% i chatbot e assistenti virtuali (si aggiudicano l’10,5% degli investimenti) e le iniziative di Computer Vision, che analizzano il contenuto di un’immagine in contesti come la sorveglianza in luoghi pubblici o il monitoraggio di una linea di produzione (11% degli investimenti, ma in crescita del 41%).

    In uno scenario fortemente condizionato dalla crisi dei semiconduttori, che ha portato l’attesa per una scheda o un chip hardware ad alte prestazioni per l’Intelligenza Artificiale ad una media di 35 settimane, la ricerca evidenzia due linee di evoluzione tecnologica per l’AI. Innanzitutto, la crescita di interesse con la pandemia per la Data Analysis, che consente di integrare ed elaborare in tempo reale dati di tipo eterogeneo. E poi l’attenzione alla sostenibilità, “alla luce di alcune ricerche che hanno messo in luce come l’1% del consumo mondiale di energia riguardi i Data Center su cui sono eseguiti molti algoritmi di Intelligenza Artificiale e, soprattutto, come il training di una rete neurale profonda possa portare alla stessa generazione di CO2 di 5 automobili durante tutta la loro vita».

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