Tecnologia

  • 2058

    Il primo test nucleare della storia dell’umanità è stato il Trinity e ha avuto luogo nel deserto di Jornada del Muerto nel New Mexico (Stati Uniti) il 16 luglio 1945 alle ore 5:29:45 quando venne lanciata una bomba con il nome in codice The Gadget (“il regalo”) nell’ambito del Progetto Manhattan. Solo pochi mesi dopo venne costruita una seconda bomba atomica, la Mk.1 – nome in codice Little boy (“ragazzino”); la prima arma nucleare a essere stata utilizzata su civili inermi.

    Lo sgancio del ragazzino sul centro della città giapponese di Hiroshima avvenne alle 8:15:17 del 6 agosto 1945 alla quota di 9.467 metri. La bomba esplose all’altezza predeterminata di 580 metri per sortire i maggiori effetti distruttivi (come previsto e calcolato dallo scienziato John von Neumann). A Hiroshima morirono istantaneamente circa 70.000 persone; una cifra simile rimase ferita e migliaia di persone morirono nei mesi e negli anni successivi a causa delle radiazioni (molte donne incinte persero i loro figli o diedero alla luce bambini deformi). Il ragazzino è stata anche la prima bomba ad utilizzare l’uranio (il “Trinity test” aveva fatto uso di un’arma al plutonio). Si trattava, quindi, di un prototipo mai sperimentato e il suo lancio su Hiroshima rappresentò un test di funzionamento.

    La mattina del 9 agosto 1945 un bombardiere statunitense si alzò in volo con a bordo una bomba atomica soprannominata Fat Man (“grassoccio”), alla volta della città giapponese di Kokura, primo obiettivo della missione. Dopo vari passaggi su questa città, causa maltempo, all’equipaggio fu ordinato di sganciare l’ordigno sulla più vicina città di Nagasaki. Tre giorni dopo la bomba di Hiroshima, intorno alle ore 11 il grassoccio venne sganciato. Anche in questo caso, il computo delle vittime fu elevatissimo. Le stime parlano di circa 80/100.000 persone, incluse quelle esposte alle radiazioni nei mesi seguenti.

    Dopo le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki, mano a mano che nuovi stati si aggiungevano a quello che sarebbe poi stato chiamato il “club nucleare” e la guerra fredda spingeva verso l’alto il numero delle armi nucleari, le esplosioni atomiche per test scientifici, si sono moltiplicate: 1.032 gli esperimenti nord americani, 715 quelli russi, 210 quelli francesi etc.

    Il ragazzino sprigionò una potenza pari a 15 chilotoni (15 mila tonnellate di tritolo), il grassoccio pari a circa 21 chilotoni mentre il più potente ordigno termonucleare mai esploso, denominato lo Zar, aveva una potenza di 50.000 chilotoni. Era il 1961. Insomma, il ragazzino è cresciuto e in pochi anni ha messo pancia, famiglia ed è diventato persino Zar!

    2058 non è una data ma il numero di esperimenti nucleari condotti dal 1945 al 2017. Di questi, 1.528 sono stati effettuati nei fondali marini e 530 in superficie (fonte Arms Control Associartion).

    Non ci è dato sapere nulla sugli importantissimi risultati scientifici ottenuti grazie a questi utilissimi esperimenti nucleari effettuati su questo pianeta perché è tutto top secret, ma ci è dato subirne i loro strabilianti effetti mortali per più tempo di quanto sia stimata la vita del nostro Sistema Solare (il solo tempo di dimezzamento della radioattività dell’uranio utilizzato per questi esperimenti, infatti, è stimato in 4.510.000.000 di anni).

    A solo titolo di esempio, è di pochi mesi fa il ritrovamento di materiale radioattivo nella Fossa delle Marianne, uno dei più remoti ed inaccessibili luoghi del pianeta che si trova a circa 11.000 metri sotto il livello del mare, fra il Giappone e la Papa Nuova Guinea.

    Di tutto questo se ne parla poco. Forse perché i danni di questi crimini contro tutti gli esseri viventi sono invisibili all’occhio umano o perché facilmente confondibili (o occultabili) con altre cause di morte (inquinamento, carestie, epidemie e violenza di ogni sorta che si sono succedute in questi anni). Oppure, più semplicemente, perché fa comodo a qualcuno.

    Ho fatto 5 anni di elementari, 3 anni di scuola media e 5 anni di liceo scientifico e, come per la stragrande maggioranza di tutti voi, nessun programma scolastico di storia è mai arrivato oltre alla prima guerra mondiale (nei casi più virtuosi). E, da quello che mi risulta, è ancora così. Generazioni di ragazzi che sanno nulla, poco o, ancor peggio, male di quanto è successo nel Mondo negli ultimi 100 anni. Poco importa, pare.

     

    Tuttavia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che ogni anno circa 8 milioni di bambini (1 su 20) nasca con malformazioni di vario genere. Di questi, circa 3 milioni sono destinati a morire prima del loro quinto compleanno. Insomma, pare che ad alcuni ragazzini, quelli veri (esseri umani, animali o vegetali che siano) non è dato crescere.

    “Non fa niente” è la seconda più grande bugia dopo “Va tutto bene”

    Vox Populi

     

  • Premio Internazionale Tecnovisionarie®: il riconoscimento a dieci donne di talento che lavorano alla sostenibilità del nostro futuro

    “Interpretare l’economia circolare attraverso l’innovazione”: è questo il filo rosso che ha attraversato la XIV edizione del Premio Internazionale Tecnovisionarie®, evento annuale promosso da Women&Technologies® – Associazione Donne e Tecnologie e che per l’edizione 2020, a causa dell’emergenza Covid-19 e alle conseguenti misure restrittive,  per la prima volta si è svolto in diretta streaming su YouTube, Facebook Live e Periscope, permettendo di raggiungere un ampio numero di partecipanti in tutta Italia.

    Le tecnovisionarie 2020 sono: Lucia Gardossi, Università degli Studi di Trieste, Lara Botta, Innovation Manager, Botta Packaging, Monica Casadei, Socia & Amministratore Delegato, Iride Acque, Sabrina Corbo, Socia & Amministratore Delegato, Green Network, Eugenia Presot, Titolare, Conceria Pietro Presot, Elena Sgaravatti, President of Plantarei, Co-founder & SH, DemBiotech, Federica Storace, CEO & Co-founder, Drexcode, Ersilia Vaudo Scarpetta, Astrofisica, Chief Diversity Officer di ESA, Agenzia Spaziale Europea, Elsa Fornero, Economista, Menzione Speciale per la sostenibilità e il sociale: Cecilia Sironi, Past President, Cnai – Consociazione Nazionale Associazioni Infermieri.

    Le dieci professioniste selezionate da Women&Tech sono imprenditrici, scienziate, accademiche che hanno deciso di canalizzare i loro sforzi verso una società più responsabile. Animate da altruismo, senso morale e spirito di condivisione, rappresentano settori diversi, mostrando, ognuna a suo modo, cosa si può fare per generare cambiamento. Azioni semplici, articolate, complesse, tutte volte a trasformare le sfide di oggi in nuove opportunità.

    Il riconoscimento, infatti, è attribuito a donne che, nella loro attività lavorativa, hanno testimoniato di possedere visione e forte etica professionale centrando il focus 2020 sull’economia circolare. Un tema dalle molteplici sfaccettature, che fa di termini come riuso, riciclo e rinnovamento, la cornice di senso in cui inquadrare il futuro. I dati del Ministero dell’Ambiente parlano chiaro: ogni cittadino dell’Unione Europea genera una media di oltre 4,5 tonnellate di rifiuti l’anno. Quantità ingestibili, direttamente connesse a un sistema produttivo che spreca materia ed energia nella creazione di prodotti destinati alle discariche. Un riconoscimento, quello di quest’anno, che premia il binomio scienza-coscienza.

  • Big Tech has a monopoly on power, says US House report

    Amazon, Apple, Google and Facebook have abused their dominance in the marketplace, according to a US Democratic-led House panel, which said Congress should consider forcing the tech giants to separate their dominant online platforms from other business lines.

    Tuesday’s report is based on a 16-month investigation by the Democratic staff of the House Antitrust Subcommittee. It said that there is “significant evidence” to show that the companies’ anticompetitive conduct has hindered innovation, reduced consumer choice and weakened democracy.

    “These firms have too much power, and that power must be reined in and subject to appropriate oversight and enforcement. Our economy and democracy are at stake”, the report said, adding that tech companies have used the data they accumulate in one area of business to gain tremendous advantages when they expand into related businesses.

    Google rejected the report: “We disagree with today’s reports, which feature outdated and inaccurate allegations from commercial rivals about Search and other services”, it said in a statement.

    Facebook responded that it competes vigorously with “a wide variety of services” with many users.

    Apple also said it disagreed “vehemently” with the report, and that it does not hold a dominant marketshare with any of its business segments.

    “Large companies are not dominant by definition, and the presumption that success can only be the result of anti-competitive behavior is simply wrong. And yet, despite overwhelming evidence to the contrary, those fallacies are at the core of regulatory spit-balling on antitrust”, Amazon said.

    The report now heads to a subcommittee markup, where a vote to adopt the final report is expected to take place before any legislative proposals are introduced.

  • Lo smartworking crea nuove opportunità per il cybercrime. E poche Pmi sono coperte

    Lo smartworking non può che accrescere il rischio cyber. Che già prima dell’emergenza coronavirus, e di tutte le sue implicazioni, si espandeva a “doppia cifra”. Un trend che prosegue così già da una decina d’anni e che ora di certo non potrà rallentare, continuando a macinare rialzi “intorno al 25%”. Ciò è vero in Italia come in tutto il resto del mondo. Ma in un’economia come quella tricolore, caratterizzata da un tessuto imprenditoriale frammentato, balza agli occhi come solo meno del 10% delle Pmi possa contare su una copertura assicurativa. Percentuale che sale al 50% per le grandi aziende. Rispetto a quel che accade oltre confine il limite assicurabile è poi decisamente inferiore. Questo è quanto emerge dall’osservatorio di Marsh, multinazionale attiva nel settore del brokeraggio assicurativo.

    Che la minaccia sia sempre più presente non può stupire. Quello che prima veniva discusso nella sala riunioni più riservata dall’azienda adesso viene condiviso via web. E specie durante il lockdown “sono state molteplici le violazioni dei sistemi”, spiega Corrado Zana, che di Marsh è Head of Cyber Risk Consulting. Ora, se “la grande azienda scopre che un malware è stato iniettato nel proprio sistema 150-200 giorni dopo l’attacco, nella piccola e media impresa non se ne accorgono proprio, se non dopo anni”, racconta il responsabile di Marsh. Ne acquisisce la consapevolezza quando scopre che sul mercato viene venduto un suo prodotto a un prezzo stracciato. Spesso dietro c’è lo zampino di un hacker che, entrando nel sistema informatico della Pmi di turno, sottrae know-how, disegni, liste di fornitori e clienti. In poche parole, riassume Zana, “anni e anni di lavoro”.

    È facile capire che perdita ciò possa rappresentare per un’economia come quella italiana. Oggi la domanda di polizze sta in effetti crescendo tanto e il loro costo si sta adeguando sia alla richiesta che ai sinistri. Tanto per fare un esempio, oggi l’attacco più temuto è il ransomware, che condiziona il ripristino del sistema al pagamento del riscatto. Ebbene, le notifiche che rispondono a questo tipo di tecnica sono raddoppiate nel solo 2019, come certifica la stessa Marsh nel report ‘The Changing Face of Cyber Claims’, basato su quanto accaduto in Europa continentale.

    In Italia il rischio ransomware è molto sentito. C’è la somma da corrispondere: che può andare dai 250-300 euro quando la vittima è un privato cittadino ai 10-20 mila euro per una piccola azienda, fino ad arrivare a milioni nel caso di grossi gruppi. Ma spesso c’è pure la beffa, nel senso che poi l’hacker non riattiva il sistema, generando così un’interruzione dell’attività d’impresa e quindi una perdita conseguente di profitto.

    “La frontiera che preoccupa tutti è l’intelligenza artificiale ‘cattiva’. I computer – fa presente Zana – sono comandati da hacker, o meglio da comunità criminali, ma sono le macchine le esecutrici dell’attacco. Oggi si sta quindi investendo in sistemi che siano in grado di costruirsi da soli nuove strategie per colpire. Chiaramente, a ciò si può opporre l’intelligenza artificiale ‘buona’ per reagire a minacce automatizzate”. Di sicuro, al momento, in cima alle preoccupazioni delle aziende, ma anche degli Stati, c’è quindi proprio il rischio cyber legato all’intelligenza artificiale e sferrato contro il sistema industriale con un attacco mirato ‘zero day’, ovvero per cui non sono disponibili già soluzioni tecnologiche di contrasto. Insomma, quello che si potrebbe definire un ‘delitto perfetto’.

  • Social e tv possono spingere gli adolescenti alla depressione

    Un uso troppo prolungato della televisione o di social media, come Facebook e Instagram, espone gli adolescenti a un aumentato rischio di depressione. È quanto emerge da una ricerca, realizzata da un gruppo guidato da Elroy Boers del Department of Psychiatry dell’University of Montreal, pubblicata su JAMA Pediatrics. In base ai risultati della ricerca, che ha coinvolto oltre 3.800 adolescenti, anche un prolungato utilizzo del computer espone allo stesso rischio, tranne quando i ragazzi lo usano per acquisire una crescente abilità informatica: in questi casi il rischio di depressione tende a diminuire, compensato da un miglioramento dell’autostima. Anche l’utilizzo prolungato di videogiochi sembra essere esente dal rischio di indurre depressione. Infatti oltre il 70% degli adolescenti gioca in compagnia di un amico presente fisicamente oppure online, svolgendo quindi un’azione socializzante che riduce il rischio di isolamento e depressione.

    Sono state avanzate diverse ipotesi sul perché trascorrere molto tempo sui social media o davanti alla televisione esponga al rischio di depressione adolescenziale. Un’ipotesi è che queste attività rubino tempo ad altre potenzialmente più «sane» e socializzanti, come l’attività fisica. Poi c’è anche il sospetto che gli adolescenti che trascorrono troppo tempo davanti agli schermi siano esposti a contenuti per loro difficili da interpretare criticamente, così che rischiano di cadere preda di comparazioni impossibili. Sia i social media sia la televisione presentano infatti modelli di vita idealizzati, che non corrispondono alla realtà, irraggiungibili e quindi fonte di frustrazione. Basti pensare che sui social tutti sembrano divertirsi tutti i giorni dell’anno, in una vita irreale che appare perennemente in vacanza. Infine c’è la teoria delle cosiddette «spirali di rinforzo»: un fenomeno in base al quale i ragazzi tendono a selezionare contenuti che confermano quelle che già sono le loro idee. In tal modo, una visione negativa della vita può rapidamente rafforzarsi, aprendo la strada alla vera depressione.

  • Sfuggire alla schiavitù dell’algoritmo è possibile

    Un algoritmo è una formula matematica ed è divenuta famosa perché si usa al computer come procedura o programma, cioè come una serie di istruzioni per trovare soluzione a un dato problema. Gli algoritmi accompagnano l’uomo sin dagli albori della civiltà, assistendolo in questioni piccole e grandi dell’esistenza e oggi risultano utilissimi, anche perché, appunto, combinati con la potenza dei computer.

    L’abbinamento tra algoritmo e potenza di calcolo dei computer fa però sì che i dati personali che vengono inseriti quando ci si registra su qualche applicazione o social network – non solo Facebook ma anche un sito di prenotazione di voli o alberghi per dire – divengano informazioni utili ad orientare l’offerta del mercato o a predire i comportamenti delle masse, attraverso metodi statistici e tecniche di profilazione predittiva. L’intelligenza artificiale si esercita su questi dati e diventa sempre più potente quanto maggiori sono i dati che le vengono messi a disposizione (la Cina ha enormi progetti in tal senso, disponendo di un’immensa platea da cui attingere dati). E’ ormai esperienza comune che chi scarica online musica, compra libri o si cerchi destinazioni per una vacanza si veda fare proposte aggiuntive (sotto voci come ‘poterebbe interessarti anche…’). Il libro Algoritmi scritto dal docente di logica matematica Carlo Toffalori ed edito da Il Mulino fornisce un’ampia rassegna in proposito.

    Algoritmi e intelligenza artificiale insomma sono strumenti efficacissimi di marketing e pongono d’altro lato problemi di privacy. Il lockdown per affrontare la pandemia di Covid-19, lo smart-working conseguente, la banale necessità di non restare tagliati fuori dal mondo a casa propria dimostrano che non si può fare a meno della tecnologia, d’altro lato – soprattutto laddove vi sono sistemi politici non proprio liberali – vi è il problema di evitare che sia l’uomo al servizio della tecnologia e non il contrario. L’articolo 22 del Gdpr della Ue è una risposta a questa esigenza, scenari come quelli del film Matrix dei fratelli Cohen possono essere evitati, purché però vi sia consapevolezza che sono possibili e devono essere presi in considerazione se si vuole scongiurarli.

  • Nata la rete europea dell’intelligenza artificiale

    L’Europa punta a rafforzare la sua leadership mondiale nel campo dell’intelligenza artificiale con la rete Ellis (European Laboratory for Learning and Intelligent Systems), che nel corso di una cerimonia virtuale ha ufficialmente inaugurato i suoi 30 laboratori d’eccellenza distribuiti in 14 Paesi. Anche l’Italia è in prima fila, con ben tre unità di ricerca: quella composta da Istituto Italiano di Tecnologia (Iit) e Università di Genova, quella del Politecnico di Torino e quella dell’Università di Modena.

    “Oggi celebriamo l’avvio dell’iniziativa Ellis nata due anni fa”, ha detto il 15 settembre Bernhard Scholkopf, co-fondatore della rete e direttore dell’Istituto Max Planck per i sistemi intelligenti a Tubinga, in Germania, che ospiterà una delle 30 unità di ricerca. “Dopo le prime 17 unità annunciate a fine 2019, ne abbiamo aggiunte altre 13 alla rete. Unendo le forze, daranno il loro contributo affinché l’Europa possa competere nel campo dell’intelligenza artificiale, soprattutto con Cina e Stati Uniti. Insieme, le unità creeranno nuove opportunità di collaborazione fra scienziati di tutta Europa, e forti fondamenta per lo sviluppo di un’intelligenza artificiale in linea con i valori delle società aperte europee”.

    La rete ha messo a disposizione un finanziamento comune di circa 300 milioni di euro per un periodo iniziale di cinque anni. Le attività di ricerca spazieranno dall’apprendimento automatico alla visione artificiale, dall’elaborazione del linguaggio alla robotica.

    Capire come funzionano e come possono interagire l’intelligenza artificiale e quella naturale sarà il focus dell’unità di ricerca di Genova, diretta da Massimiliano Pontil, ricercatore responsabile del Machine Learning Lab di Iit e professore all’University College di Londra, insieme al vicedirettore Lorenzo Rosasco, professore ordinario all’Università di Genova (dove coordina il centro di Machine Learning), affiliato Iit e Visiting Professor al Mit di Boston. Le possibili applicazioni interesseranno vari campi scientifici e tecnologici, quali la creazione di sistemi intelligenti per la robotica, lo studio di modelli computazionali per le neuroscienze, metodi automatici di analisi di dati biomedicali, clinici e ospedalieri. Importante sarà anche l’interazione con le realtà produttive, economiche e sanitarie del Paese.

  • Anche gli emiri si lanciano alla conquista di Marte

    E’ di nuovo corsa a Marte: approfittando della posizione favorevole del pianeta rosso rispetto alla Terra sono tre le missioni che si preparano a scoprire i segreti del più affascinante dei pianeti, nella speranza di scoprire tracce di vita passata o forse presente. Si chiama Hope, Al Amal in arabo e Speranza in italiano, la prima missione della serie, che è anche la prima degli Emirati Arabi diretta a Marte. A breve sono previste la cinese Tianwen-1, il 23 luglio, e quella americana che il 30 luglio è destinata a portare su Marte il quinto rover della Nasa, Perseverance.

    Al nastro di partenza manca soltanto l’Europa, che non ha potuto approfittare della posizione favorevole del pianeta per lanciare il rover ExoMars 2020, dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) e della russa Roscosmos, a causa di ritardi tecnici e dovuti all’emergenza Covid-19. La nuova missione europea su Marte, anche questa destinata a cercare tracce di vita, dovrà perciò attendere il 2022, quando Marte si avvicinerà nuovamente alla Terra.

    La sonda degli Emirati Arabi Uniti ha così aperto la nuova corsa a Marte. Dopo quella che agli inizi degli anni 2000 aveva affollato l’orbita del pianeta rosso e portato sulla sua superficie i primi rover. Hope è stata lanciata dal Centro Spaziale giapponese di Tanegashima con un razzo H-2A della Mitsubishi e tutto è avvenuto come previsto. Dopo avere inviato il suo segnale a Terra, la sonda ha dispiegato i pannelli solari e ha cominciato il suo viaggio di sette mesi verso Marte. Una volta a destinazione, accenderà i suoi strumenti per studiare sia la superficie del pianeta sia la sua atmosfera, comprese le imponenti tempeste di polvere e le nubi di ghiaccio. L’obiettivo è fornire la prima mappa completa della meteorologia marziana e capire meglio il processo che nel tempo ha permesso al vento solare di strappare via l’atmosfera del pianeta, riducendola a un velo sottilissimo. Nei due anni previsti per la missione, Hope è programmata per fare ricognizioni complete ogni 55 ore e i dati che catturerà potranno aiutare a preparare le future missioni umane sul Marte.

    Il 23 luglio è la data prevista per il lancio della prima missione cinese diretta a Marte, Tianwen-1, che significa “Ricerca della verità celeste” e che nel febbraio 2021 prevede di portare sia un veicolo nell’orbita marziana sia, sul suolo del pianeta rosso, un rover equipaggiato con 13 strumenti. L’obiettivo è studiare l’atmosfera marziana, la struttura interna e la superficie del pianeta, con una particolare attenzione alle tracce della presenza di acqua e a eventuali segnali di forme di vita.

    Il 30 luglio, infine, sarà la volta di Perseverance, il quinto rover che la Nasa si prepara a mandare sulla superficie marziana. La missione, il cui lancio è previsto dalla base dell’aeronautica statunitense a Cape Canaveral (Florida), dovrebbe arrivare a destinazione nel marzo 2021 per circa due anni raccogliere i primi campioni del suolo marziano destinati a essere inviati sulla Terra, probabilmente entro il 2031. Sono rocce preziose perché potrebbero contenere gli indizi sulla presenza, passata o meno, di forme di vita marziana.

  • Detective Stories: tecnologie investigative dal cinema alla realtà

    Microspie, gadget di ogni tipo ed intelligenza artificiale. Nel passato il cinema ha mostrato diverse tipologie di tecnologie “futuristiche” successivamente divenute realtà e che hanno rivoluzionato l’ambito investigativo. Queste soluzioni, un tempo solo sognate ed impensabili, oggi sono alla portata di tutti o quasi.

    Come non pensare ai film di James Bond, dove negli anni si sono susseguite telecamere nascoste in oggetti di vario tipo, valigie protette da lettori di impronte digitali, orologi con walkie talkie incorporati e sistemi di localizzazione personali per l’assistenza da remoto in caso di malore.

    Oggi esistono soluzioni per l’assistenza da remoto in ambiti più o meno evoluti e per tutte le tasche, ma non per forza bisogna spendere cifre impegnative, del resto nella maggior parte dei casi basta chiedere aiuto a Google o Siri e si avrà una soluzione preliminare alla portata di tutti.

    In maniera molto più banale, senza dover sognare l’ultimo modello di orologio usato dall’agente 007 con microcamera e laser incorporato, basta scaricare alcune applicazioni sul proprio cellulare per trasformarlo in un evoluto strumento di spionaggio.

    Come?

    Ad esempio utilizzando le applicazioni per la registrazione dei rumori notturni e le parole che si dicono durante il sonno, tipo baby monitor… lavorano in background e si attivano solo quando sentono un rumore. Basta avviarla e “dimenticarsi” il cellulare su qualche mobiletto, ed è così che a volte ci vengono sottratte informazioni confidenziali da incontri riservati e senza l’utilizzo di evolute microspie in stile KGB.

    Nel 1982, Il film Blade Runner mostrava l’utilizzo di un test chiamato Voight-Kampff, per capire se la persona sottoposta al test fosse un replicante oppure no. Per farlo, un soggetto veniva sottoposto ad una serie di domande ed un esperto gli monitorava battito cardiaco, movimento degli occhi e respirazione.

    In maniera simile Il Prof. Sartori, del dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Padova, ha brevettato un test scientifico molto simile chiamato macchina della memoria, grazie al quale si è in grado di comprendere se una persona stia dicendo o meno la verità. Per farlo ci si basa sul calcolo dei tempi di reazione durante le risposte. Il test si presta meno agli show di investigatori privati che amano apparire in TV nei talk show, ma ha un tasso di affidabilità altissimo di gran lunga superiore al poligrafo.

    Questo tipo di soluzione è anche in grado di stabilire se una persona sia potenzialmente in grado di compiere determinati tipi di reati. Sembra incredibile, eppure la direzione che la scienza sta prendendo è quella del “pre-crimine”. Ricordate il film Minority Report nel quale una unità speciale era in gradi di determinare se e come un determinato soggetto avrebbe compiuto un omicidio? Non siamo affatto lontani.

    Nel 1984 Il film Beverly Hills Cop, utilizzava una tecnologia frutto di fantasia chiamata “satellite tracking system” per seguire gli spostamenti delle autovetture. Quella tecnologia, allora inesistente, divenne operativa dal 1995, ben 11 anni dopo il film.

    Oggi i dispositivi GPS sono di uso comune ed in alcune varianti vengono utilizzati da molte agenzie investigative. Difatti, in supporto ai servizi di surveillance, le agenzie investigative utilizzano dei dispositivi GPS che consentono di monitorare gli spostamenti dei veicoli utilizzati dai target.

    Quella del “pedinamento elettronico”, è stata una materia oggetto di numerose discussioni:

    il DM n.269/2010 definisce l’attività di indagine in ambito privato come quella attività volta alla ricerca e alla individuazione di informazioni richieste dal privato cittadino, anche per la tutela di un diritto in sede giudiziaria, e che possono riguardare, tra l’altro, gli ambiti familiari, matrimoniali, patrimoniali e ricerca di persone scomparse. (art. 5 comma 1, lett. aI).

    L’ultimo comma dell’articolo ha specificato espressamente ed autorizzato le singole attività dell’investigatore privato di osservazione statica (c.d. appostamento) e controllo dinamico (c.d. pedinamento) anche a mezzo di strumenti elettronici e tra questi è logico rientrino i sistemi GPS. Grazie anche a numerose sentenze della Corte di Cassazione, l’uso dei tracker gps è stato riconosciuto come lecito, tuttavia va ricordato che il loro utilizzo deve essere circoscritto a determinate e particolari situazioni, senza mai arrivare a ledere la libertà personale del target, né tanto meno avere la pretesa di sostituirsi al lavoro tradizionale dell’Investigatore Privato.

    Oggi grazie alla tecnologia possiamo contare su numerose soluzioni utili il cui acquisto è più o meno alla portata di tutti, ma il loro utilizzo deve sempre tener conto della tutela degli aspetti di privacy, per questo motivo, in caso di necessità, sarebbe sempre opportuno rivolgersi ad agenzie investigative autorizzate e a professionisti del settore a conoscenza di tutti gli aspetti normativi, evitando quindi di finire nei pasticci per essersi improvvisati detective.

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubrica: d.castro@vigilargroup.com

  • BMW implementa la stampa 3D nel settore automotive

    Il primo luglio il BMW Group ha aperto ufficialmente il suo nuovo campus per la produzione additiva (additive manufacturing). Il nuovo centro riunisce la produzione di prototipi e componenti di serie sotto lo stesso tetto, insieme alla ricerca di nuove tecnologie di stampa 3D e alla formazione associata per l’implementazione globale della produzione senza utensili. Il campus, che ha comportato un investimento di 15 milioni di euro, consentirà al BMW Group di sviluppare la sua posizione di leader tecnologico nell’utilizzo della produzione additiva nel settore automobilistico. Parlando alla cerimonia di apertura, Milan Nedeljkovi, Board Member di BMW AG per la Produzione, ha dichiarato: “La produzione additiva è già oggi parte integrante del nostro sistema di produzione mondiale e si è affermata nella nostra strategia di digitalizzazione. In futuro, nuove tecnologie di questo tipo ridurranno ulteriormente i tempi di produzione e ci consentiranno di beneficiare ancora di più del potenziale della produzione senza utensili”. Daniel Schafer, Senior Vice President Production Integration and Pilot Plant del BMW Group, ha aggiunto: “Il nostro obiettivo è industrializzare sempre più metodi di stampa 3D per la produzione automobilistica e implementare nuovi concetti di automazione nella catena di processo. Questo ci consentirà di ottimizzare la produzione di componenti per la produzione in serie e di accelerare lo sviluppo. Allo stesso tempo, stiamo collaborando con lo sviluppo dei veicoli, la produzione di componenti, gli acquisti e la rete di fornitori, nonché con varie altre aree dell’azienda per integrare sistematicamente la tecnologia e utilizzarla in modo efficace”.

    L’anno scorso, il BMW Group ha prodotto circa 300.000 componenti con la produzione additiva. L’Additive Manufacturing Campus attualmente impiega fino a 80 collaboratori e gestisce circa 50 sistemi industriali che lavorano con metalli e materie plastiche. Altri 50 sistemi sono in funzione nei siti di produzione di tutto il mondo. L’accesso alle ultime tecnologie si ottiene attraverso partnership di lunga data con i principali produttori e università e scouting di successo per i nuovi arrivati nel settore. Nel 2016, la BMW i Ventures – il ramo di venture capital del BMW Group – ha investito in Carbon, società con sede nella Silicon Valley la cui tecnologia DLS (Digital Light Synthesis) ha raggiunto una svolta nei processi planari, utilizzando un proiettore di luce planare per consentire la produzione super veloce di componenti. Ulteriori investimenti sono stati fatti nel 2017, quando il BMW Group è stato coinvolto in Desktop Metal, una start-up specializzata nella produzione additiva di componenti metallici e nello sviluppo di procedure di produzione innovative e altamente produttive. La stretta collaborazione con Desktop Metal continua. Nello stesso anno, BMW i Ventures ha investito nella start-up americana Xometry, la piattaforma leader mondiale per la produzione su richiesta. Con la sua vasta rete di aziende manifatturiere specializzate in settori come la stampa 3D, Xometry offre un rapido accesso ai componenti. L’ultimo investimento è stato nella start-up tedesca ELISE, che consente agli ingegneri di produrre DNA componente contenente tutti i requisiti tecnici per la parte, dai requisiti di carico e restrizioni di produzione ai costi e potenziali parametri di ottimizzazione. ELISE utilizza quindi questo DNA, insieme a strumenti di sviluppo consolidati, per generare automaticamente componenti ottimizzati.

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