Tecnologia

  • A breve l’app Ue per accedere ai social

    Arriva l’app europea per verificare l’età online. Ad annunciarlo è la Presidente della Commissione europea Ursula von der Lyen durante una conferenza stampa a Bruxelles con la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen.

    Il funzionamento è semplice: basta scaricare l’applicazione sul proprio dispositivo, si configura tramite documento d’identità o passaporto, si utilizza per dimostrare la maggiore età quando si accede a piattaforme online. Secondo von der Leyen, l’app permetterà di verificare l’età senza condividere altri dati sensibili garantendo l’anonimato completo dell’utente e l’impossibilità di tracciamento. Il sistema sarà open source, il codice sarà quindi accessibile e verificabile da chiunque e compatibile con tutti i dispositivi (smartphone, tablet e computer).

    “Questa app – ha spiegato von der Leyen – offre a genitori, insegnanti e tutori un potente strumento per proteggere i bambini, perché non tollereremo in alcun modo le aziende che non rispettano i diritti dei nostri bambini: i diritti dei bambini nell’Unione europea vengono prima degli interessi commerciali, e faremo in modo che sia così. La situazione – continua la Presidente – è estremamente preoccupante: un bambino su sei è vittima di bullismo online e un bambino su otto è un bullo online”.  Un modo per affrontare le modalità con le quali i siti, grazie a design sempre più accattivanti, catturano l’attenzione e la dipendenza dallo schermo. “Più è il tempo che i nostri figli trascorrono online, più è probabile che siano esposti a contenuti dannosi e illegali, nonché al rischio di adescamento da parte di predatori online. Spetta ai genitori educare i propri figli, non alle piattaforme”, ha concluso von der Leyen.

  • L’ambientalismo della Ue rende l’Europa un habitat ostile per l’intelligenza artificiale

    I chip usati dalle aziende italiane – dalle automobili alle armi, dai droni agli elettrodomestici intelligenti – arrivano in larga parte da Taiwan, Corea del Sud, Cina. Sono loro i fornitori degli elementi diventati indispensabili per l’economia attuale, soprattutto con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, la cui produzione è però ad alto impatto ambientale e ora, in vista dell’entrata in vigore due nuove direttive Ue, ad alto impatto anche sui costi per le imprese acquirenti del Vecchio Continente.

    I conti dell’inquinamento li ha fatti Greenpeace Asia nel report appena pubblicato ‘Chip Supply Chain’ che ha misurato l’impronta ambientale reale di dieci giganti americani del settore, considerando sia le emissioni prodotte dal gruppo, sia quelle appannaggio della sua catena di fornitura. Sono finite sotto la lente Microsoft, Apple, Amazon, Google, Meta, Nvidia, Broadcom, Advanced Micro Devices (AMD), Qualcomm e Intel.

    Lo studio racconta che buona parte delle emissioni complessive prodotte da queste dieci compagnie viene dall’Asia. Il rapporto va da un minimo del 33% per Amazon, la meno dipendente, ai picchi di Amd e Nvidia, le cui catene di forniture asiatiche producono rispettivamente l’84% e il 97% delle emissioni complessive dei due gruppi. La faccenda ha tre ragioni. La prima è che Taiwan, Cina e Corea del Sud sono sedi delle fabbriche di alcuni dei principali produttori al mondo di componenti usati per l’Ia. Il 90% dei server viene costruito a Taiwan. La Corea del Sud ha il 60% del mercato globale dei chip di memoria. Il problema è che queste fabbriche sono alimentate da centrali molto inquinanti, perché in Asia Orientale il 70-75% dell’energia proviene da fonti fossili.

    I vari processi di litografia Euv e incisione (etching) richiedono inoltre un sacco di elettricità. Data la domanda in grande aumento per il settore, Greenpeace stima che entro il 2030 la sola industria dei chip prodotti per l’intelligenza artificiale crescerà di 170 volte, arrivando a consumare 37.238 Gwh in un anno. Equivale più o meno all’elettricità consumata nel 2023 da un Paese come l’Irlanda. La terza ragione dipende invece dai colossi americani dell’intelligenza artificiale.

    Dal 2 agosto 2026 l’AI Act, direttiva voluta dalla Commissione europea, prevederà codici volontari per la sostenibilità delle aziende del settore e, nel frattempo, la Commissione europea sta studiando un piano per misurare quanto prima e in maniera più completa possibile l’impatto ambientale dei sistemi di intelligenza artificiale. Questa novità potrebbe tradursi anche in multe fino a 15 milioni di euro o al 3% del fatturato annuo globale per le azioni non conformi alle disposizioni energetiche dell’AI Act.

    L’Italia sarà uno dei primi Paesi europei ad affrontare il problema, dato che la sua “dipendenza da chip asiatici” è più accentuata rispetto ad altri Paesi: la Germania produce internamente circa il 15% dei chip che utilizza, la Francia il 12%, l’Italia solo il 5%.

  • L’Africa punta sul digitale come driver dello sviluppo

    Negli ultimi anni il dibattito sul ruolo dell’Africa nell’economia digitale globale si è progressivamente spostato da una narrazione di dipendenza tecnologica alla ricerca di una sovranità dei dati e delle infrastrutture digitali. Nel quadro di un più ampio processo di affrancamento da antichi legami coloniali, sempre più Paesi africani stanno cercando di ridefinire il proprio posizionamento nel settore, non limitandosi a essere mercati di consumo per tecnologie sviluppate altrove, ma tentando di costruire capacità interne, infrastrutture autonome e strategie politiche consapevoli. Paesi come Ruanda, Kenya, Egitto o Nigeria – fra gli altri – si sono impegnati in un ambizioso percorso di costruzione digitale ancora irto di difficoltà, in testa quella dell’elettrificazione di un continente dove circa 600 milioni di persone – circa due persone ogni cinque – non hanno accesso alla corrente. Il risultato è un panorama digitale plurale nel quale convivono modelli diversi, che combinano in maniera variabile apertura ai capitali esteri, controllo statale e sviluppo di capacità locali.

    L’Unione africana punta a lanciare entro il 2030 un mercato unico digitale, un’iniziativa pensata sulla falsariga dell’Area di libero scambio continentale (AfCfta), ancora in fase di costruzione. Il progetto vorrebbe uniformare le esperienze dei singoli Stati in un più coeso quadro continentale, tuttavia la strada verso una reale integrazione dei 55 Stati africani resta lunga e complessa: la tendenza comune a diversi Paesi a negoziare con le grandi aziende tecnologiche internazionali in funzione degli interessi nazionali convive infatti con una disparità di risorse e volontà politiche. La recente decisione dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Omc) di non rinnovare la moratoria che da quasi 30 anni proteggeva dai dazi i principali servizi digitali importati dall’Africa – software, servizi cloud, videogiochi, piattaforme di IA – espone inoltre il continente a costi più elevati proprio quando i giganti Amazon, Microsoft o Google hanno rafforzato la loro presenza in Africa e stabilito nel continente le loro prime infrastrutture. La stessa Amazon aveva firmato nel 2023 un accordo di integrazione tecnologica con la piattaforma di e-commerce senegalese Shopmeaway, aprendo ad un nuovo protagonismo africano nella costruzione di un mercato digitale più consapevole.

    Un caso emblematico di questa nuova fase lo offre la Namibia. L’autorità regolatrice delle comunicazioni ha di recente rifiutato di concedere una licenza operativa a Starlink, motivando la decisione con il fatto che, trattandosi di una società interamente controllata da capitale straniero, il suo modello operativo avrebbe sollevato interrogativi in termini di sicurezza nazionale e giurisdizione. La scelta di Windhoek va tuttavia oltre un semplice atto protezionistico e sembra esprimere una crescente consapevolezza politica. In quest’ottica, quella che a una prima lettura appare come il rifiuto di una dipendenza infrastrutturale da attori esterni in un settore strategico come quello della connettività potrebbe risultare, a uno sguardo più attento risulta invece essere un’attenta scelta di campo. Il Paese ha infatti aderito alla Nuova via della seta promossa dalla Cina, dalla quale sta già ottenendo finanziamenti consistenti per lo sviluppo di infrastrutture digitali. In questa prospettiva è possibile individuare alcune grandi direttrici lungo cui si stanno muovendo i Paesi africani.

    Una prima traiettoria è quella della sovranità regolatoria, in cui lo Stato esercita un controllo diretto sull’accesso al mercato tecnologico e sulla gestione delle infrastrutture. Questo modello è visibile, seppur in forme diverse, in contesti come il Ruanda e l’Etiopia. Kigali ha costruito un sistema di governance digitale altamente centralizzato, in cui l’innovazione viene promossa ma incanalata all’interno di un quadro normativo rigoroso. Sull’esempio di modelli asiatici – come Singapore – la tecnologia diventa così uno strumento per rafforzare la capacità statale, attraverso la digitalizzazione dei servizi pubblici e il controllo dei dati. Anche l’Etiopia ha storicamente privilegiato un approccio simile, mantenendo per anni un monopolio statale nelle telecomunicazioni. La recente apertura a operatori stranieri, voluta dal governo del premier Abiy Ahmed, non sembra voler rompere questa tradizione ma rivolgersi verso una graduale e più controllata liberalizzazione di un settore ritenuto prioritario.

    Accanto a questo modello si sviluppa una seconda traiettoria, basata su una collaborazione strategica con le grandi aziende tecnologiche. Il Kenya rappresenta uno degli esempi più avanzati di questo approccio. Attraverso piani come Vision 2030 – il piano di sviluppo lanciato nel 2008 con l’obiettivo di trasformare il Paese in una nazione industriale a reddito medio-alto – Nairobi ha costruito una politica industriale che mira a trasformare il Paese in un “hub” tecnologico regionale. In questo quadro, la presenza di attori globali nella “Silicon Savannah” ha contribuito a creare un ecosistema dell’innovazione di grande fermento, sostenuto dalla volontà di sviluppare competenze locali, attrarre investimenti e trattenere valore economico all’interno del sistema nazionale. Un’impostazione simile a quella keniota caratterizza anche l’Egitto, che sta investendo massicciamente in infrastrutture digitali, data center e nuove città intelligenti. Il Cairo punta a diventare un nodo strategico tra Africa, Medio Oriente ed Europa, utilizzando la propria posizione geografica per inserirsi nelle grandi reti globali.

    In questo filone si inserisce anche la cooperazione digitale italiana con l’Africa, culminata di recente nello sviluppo dell’AI Hub per lo sviluppo sostenibile. Un accordo di collaborazione strategica trilaterale è stato concluso a febbraio a Nuova Delhi tra Italia, India e Kenya per sviluppare il dispiegamento di infrastrutture di intelligenza artificiale in Africa: l’Italia sta lavorando al lancio di un programma di accelerazione destinato alle start-up africane, sostenuto da un fondo di venture capital iniziale di 50 milioni di euro promosso da Primo Capital e Harmonic Innovation Group. L’iniziativa prevede inoltre la creazione del primo incubatore italiano in Africa, focalizzato su tecnologie climatiche, sistemi alimentari e infrastrutture pubbliche digitali, nonché l’attivazione di un corridoio dell’innovazione che collegherà Italia, Nairobi, India e San Francisco, con il supporto del Centro finanziario internazionale di Nairobi per la strutturazione degli investimenti.

    Una terza direttrice è infine quella che punta ad affermare una sovranità industriale, o meglio a costruire un tessuto tecnologico domestico capace di competere a livello internazionale. La Nigeria, grazie alla sua scala demografica ed economica, ha sviluppato uno degli ecosistemi tecnologici più dinamici del continente, in particolare nel settore fintech, con grandi incubatori a Lagos capaci di attrarre investimenti milionari e un processo di digitalizzazione pubblica che ha coinvolto di recente la piattaforma dei porti. Il governo sta inoltre portando avanti un processo di regolamentazione dell’intelligenza artificiale per inquadrare lo sviluppo di piattaforme digitali in rapida crescita. Il Sudafrica, da parte sua, dispone di una base scientifica e industriale consolidata che coinvolge università, centri di ricerca e imprese, e si inserisce ugualmente in questo filone. Il 13 marzo a Pretoria è stato inaugurato l’African Digital Transformation Center (Adtc), una piattaforma sviluppata in collaborazione con l’Unione internazionale delle telecomunicazioni (Uit), l’agenzia delle Nazioni Unite che dal 2023 ha lanciato una rete di centri di accelerazione per rafforzare le capacità digitali locali e sostenere l’innovazione a livello globale. Dei 18 centri previsti in tutto il mondo con funzioni di formazione e tutoraggio, sette saranno realizzati in Africa: Gabon, Kenya, Malawi, Senegal, Tanzania, Zimbabwe e Sudafrica.

  • Italia insieme a Kenya e India per promuover l’intelligenza artificiale in Africa

    Un accordo di collaborazione strategica trilaterale è stato concluso 19 febbraio a Nuova Delhi tra l’Italia, l’India e il Kenya per sviluppare il dispiegamento di infrastrutture di intelligenza artificiale in Africa. L’accordo si inserisce nel quadro del Polo per l’intelligenza artificiale per lo sviluppo sostenibile, promosso dal ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) in partenariato con il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), e in continuità con il Piano Mattei. L’intesa, che fa parte del Piano d’azione strategico India-Italia 2025-2029, è stata ufficializzata oggi a margine del Vertice sull’impatto dell’intelligenza artificiale dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso – in rappresentanza della presidente del Consiglio Giorgia Meloni – alla presenza del ministro indiano dell’Elettronica e delle tecnologie dell’informazione, Ashwini Vaishnaw, e del ministro keniota dell’Informazione, delle comunicazioni e dell’economia digitale, William Kabogo Gitau.

    “Questo accordo consolida la collaborazione tra Italia, India e Kenya per sviluppare l’intelligenza artificiale nel continente africano, in linea con gli obiettivi del nostro Piano Mattei”, ha dichiarato il ministro Urso. “L’India, partner chiave dell’Italia e attore essenziale per le nostre imprese nello sviluppo dell’Ia e dell’innovazione, svolgerà un ruolo centrale accanto al Polo Ia promosso dal Mimit durante la presidenza italiana del G7. Insieme trasformeremo questa cooperazione in progetti concreti al servizio dello sviluppo sostenibile in Africa”, ha aggiunto. L’accordo mira a strutturare l’adozione dell’intelligenza artificiale avviando, già dal 2026, quindici casi d’uso prioritari ad alto impatto e contribuendo all’obiettivo di creare un centinaio di canali di diffusione dell’Ia nei Paesi del Sud del mondo. Oltre al Polo Ia del Mimit, sono coinvolti anche la Fondazione EkStep / People+Ai per l’India e la Direzione dell’economia digitale e delle tecnologie emergenti del governo keniota. La collaborazione rafforzerà le infrastrutture, i modelli operativi e le competenze necessarie per accompagnare le soluzioni di Ia dalla fase pilota alla diffusione su larga scala. Particolare attenzione sarà dedicata allo sviluppo di soluzioni di Ia vocale nelle lingue africane, al fine di ampliare l’accesso ai servizi digitali e ridurre le barriere linguistiche. Sarà inoltre istituito un gruppo di lavoro trilaterale Italia-India-Kenya per orientare e monitorare i primi quindici casi d’uso, in coordinamento con le strategie nazionali. La lettera d’intenti, di natura non vincolante, conferma l’impegno comune per un dispiegamento dell’Ia inclusivo, trasparente e rispettoso della sovranità dei dati.

    Con questa firma, l’Italia rafforza il proprio ruolo di ponte tra gli ecosistemi dell’innovazione e di promotore di un approccio multilaterale orientato a un impatto concreto sullo sviluppo economico e sociale. “Si tratta della prima collaborazione trilaterale tra Europa, Africa e Asia nel campo dell’Ia”, ha commentato Urso a margine del vertice indiano. “Dobbiamo condividere linee guida per orientare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, pienamente consapevoli che nessuno deve essere lasciato indietro”, ha aggiunto, definendo l’accordo “un passo avanti significativo verso una maggiore consapevolezza in questo settore”. Per il ministro italiano “tutti, Nord e Sud (del mondo), devono beneficiare dell’intelligenza artificiale. L’Italia è pronta a collaborare con tutti”. Urso ha richiamato anche le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che sostiene la necessità di meccanismi di governance globale “rispettosi delle diverse sensibilità e realtà”. Ha inoltre sottolineato l’impegno precoce dell’Italia nell’adozione dell’Ia, per allineare la propria azione alla normativa europea in materia, “alla cui elaborazione abbiamo contribuito”, fondata su una visione “che pone la persona al centro, con responsabilità e trasparenza”. “La nostra strategia”, ha ribadito il ministro, “si basa su un’infrastruttura di eccellenza: siamo il terzo Paese al mondo per supercalcolatori – dopo Stati Uniti e Cina, ndr. – forti di una solida tradizione universitaria nella meccanica quantistica”.

    Impegnata fin dagli anni Duemila nella realizzazione di una vasta infrastruttura digitale pubblica, con il Vertice sull’impatto dell’intelligenza artificiale Nuova Delhi ha inteso mettere al centro del dibattito la convergenza tra la rete informatica statale e l’impiego dell’Ia. In particolare, la combinazione di servizi di identità digitale, pagamenti interoperabili ed altri strumenti digitali di base viene proposta come la base per un’adozione più ampia e inclusiva dell’Ia, sia in India che in altri Paesi in via di sviluppo. Sul tema è stato esplicito il primo ministro indiano Narendra Modi: “Dobbiamo democratizzare l’Ia, farne uno strumento di inclusione ed empowerment, soprattutto nel Sud del mondo”, ha detto nel suo discorso inaugurale, sottolineando che se “alcuni Paesi considerano l’Ia un ‘asset strategico’ da sviluppare in modo riservato, l’India la pensa diversamente”: “riteniamo che una tecnologia come l’Ia sarà davvero benefica per il mondo solo se condivisa, con codici aperti e accessibili, affinché milioni di giovani menti possano migliorarla e renderla più sicura”. “Impegniamoci quindi a sviluppare l’Ia come un bene comune globale”, ha detto Modi, per il quale come “la decisione finale sulla direzione da prendere spetta a noi, così il futuro dipenderà dalla direzione che oggi daremo all’Ia”. Parole di elogio per l’infrastruttura pubblica digitale indiana sono state spese a Nuova Delhi anche dal presidente francese Emmanuel Macron, che l’ha definita “una conquista di civiltà”. L’India “ha costruito qualcosa che nessun altro Paese ha mai costruito: un’identità digitale per 1,4 miliardi di persone”, ha detto, citando una rete digitale indiana che va da un sistema di pagamenti in grado di elaborare 20 miliardi di transazioni al mese, a 500 milioni di Id sanitari digitali emessi, delineando quella che ha definito “un’Ia sovrana, aperta e interoperabile”.

    L’accordo di collaborazione firmato oggi a Nuova Delhi fra Italia, Kenya e India si inserisce nella continuità degli annunci fatti la scorsa settimana a Nairobi durante il Forum sull’intelligenza artificiale, al quale ha partecipato la ministra dell’Università e della ricerca, Anna Maria Bernini. In Kenya – nell’ambito dell’Ai Hub per lo sviluppo sostenibile lanciato a giugno scorso a Roma – l’Italia sta lavorando al lancio di un programma di accelerazione destinato alle start-up africane, sostenuto da un fondo di venture capital iniziale di 50 milioni di euro, promosso da Primo Capital e Harmonic Innovation Group. Il lancio è previsto nei prossimi due o tre mesi. L’iniziativa prevede inoltre la creazione del primo incubatore italiano in Africa, focalizzato su tecnologie climatiche, sistemi alimentari e infrastrutture pubbliche digitali, nonché l’attivazione di un corridoio dell’innovazione che collegherà l’Italia, Nairobi, l’India e San Francisco, con il supporto del Centro finanziario internazionale di Nairobi per la strutturazione degli investimenti. Per chiudere il cerchio a marzo si terrà a San Francisco il salone Ai for Future, un percorso di iniziative organizzato da We Make Future (Wmf) con il supporto di Ice – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane che culminerà con un salone su innovazione digitale, intelligenza artificiale e robotica in programma a BolognaFiere dal 24 al 26 giugno.

  • Un piano segreto di Musk per dominare il mondo? Se esiste non sta funzionando bene

    Elon Musk è sicuramente un personaggio stravagante e non proprio politically correct, ma le perplessità che la sua figura genera stanno forse per sconfinare nell’ennesima teoria del complotto, affermata più che dimostrata. Nel fiorente dibattito su un attacco che la tecnocrazia capitalista starebbe muovendo dal paradiso hi-tech della California al mondo, protagonista Musk ma non solo lui, l’uomo più ricco del mondo, Musk appunto, avrebbe secondo alcuni un piano segreto per conquistare il mondo.

    La mobilità elettrica, le gigafactory per produrre batterie, la rete satellitare Starlink, la robotica, l’intelligenza artificiale, i social network e progetti di interazione tra uomo e tecnologia come Neuralink sarebbero tutti passi, secondo tanto scrive Marco Montemagno, attraverso i quali Musk, che in ciascuno di questi campi opera con società che ha messo in piedi o ha acquistato, punta ad avere il controllo del pianeta.

    Francamente, pare un po’ eccessivo. La mobilità elettrica è un tema che ha acquistato popolarità attraverso Greta Thumberg almeno quanto attraverso la Tesla di Musk ed è stata più la prima che la seconda a indurre l’Unione europea a mettere al bando la costruzione di motori endotermici a partire dal 2035. Di più: a beneficiare di quella decisione è stata soprattutto la Cina, al punto che la stessa Unione europea ha parzialmente fatto retromarcia sulla motorizzazione elettrica per evitare che l’automotive dagli occhi a mandorla diventasse egemone a scapito dell’industria automobilistica europea. E se è vero che Musk ha interessi e fabbrica anche in Cina, è altrettanto vero che Tesla, dopo aver dovuto fare i conti con un calo di popolarità e di appeal per via dell’appoggio di Musk a Trump, ha dovuto fare i conti con un competitor cinese come Byd che proprio grazie all’entusiasmo generale per i motori elettrici ha acquisito una posizione di assoluto rilievo sul mercato mondiale dell’auto. Le gigafactory servono del resto per produrre ciò di cui le auto elettriche hanno bisogno per muoversi, le batterie, ma certo se a beneficiare della mobilità elettrica è la Cina il piano di Musk per dominare il mondo attraverso Tesla e gigafactory appare poco ben congegnato. Più che di dominare il mondo, a Musk può essere rimproverato di aver fatto sì che altri ci provassero.

    Starlink ha consentito all’Ucraina di difendersi dagli attacchi della Russia, anche se il suo utilizzo da parte di Kiev dipende largamente dagli umori dello stesso Musk, che può consentire come negare che l’Ucraina si avvalga dei satelliti della stessa Starlink. Almeno per ora più che consentire a Musk di dominare il mondo, sono serviti a impedire a Putin di domare l’Ucraina e per il futuro l’Unione europea sta mettendo a punto, seppur con notevole ritardo su Musk, un proprio sistema satellitare di difesa (se ne è parlato lo scorso autunno, quando si è ipotizzato che l’Italia si affidasse a Starlink).

    Quel che fu Twitter e oggi dopo essere stato comprato da Musk si chiama X non è l’unico social network al mondo e il problema delle fake news che circolano sui social non riguarda soltanto X, per quanto lassista possa essere la policy cui Musk ha improntato X una volta acquistatolo. Almeno finora, maggiori preoccupazioni, tanto da indurre a disporre divieti di utilizzo, ha suscitato TikTok (pure cinese). Grok, basato sull’intelligenza artificiale, è divenuto popolare, scalando la classifica delle app più scaricate, quando è emerso che poteva essere utilizzato per ottenere ‘rendering’ di persone avvenenti senza veli, ma Ue e Regno Unito hanno subito attivato limitazioni legali a tali facoltà e lo stesso Musk ha dichiarato che quella possibilità verrà inibita. Per quanto non sembri che quella possibilità sia stata davvero inibita, anche in questo caso almeno una parte del mondo ha dimostrato di non sottostare passivamente a ciò che Musk fa. Vero è che le limitazioni introdotte dalla Ue hanno indotto Donald Trump a reagire contro l’Unione europea al suo solito modo, non da ultimo negando l’accesso negli Usa all’ex commissario europeo Breton, ma il contenzioso tra Ue e Usa sulle tecnologie è in atto da decenni ormai (fu Mario Monti commissario europeo antitrust a introdurre le prime sanzioni verso i colossi americani della tecnologia) e Bruxelles appare coerente da anni nel seguire la linea che ha scelto.

    Optimus e Neuralink, le società di Musk che si occupano di robotica e di interazione tra macchine e cervello umano, non appaiono almeno per ora in grado di condizionare il mondo. Robot umanoidi se ne trovavano in vendita nelle vetrine di Tokyo già nei primi anni 2000, non sono certo un esclusiva di Musk o di altri, microchip nel cervello umano a tutt’oggi appaiono ancora ipotesi fantascientifiche, per quanti studi (anche opportuni, in termini di cura di malattie) vengano fatti sul tema.

  • L’intelligenza artificiale porta la Corea del Sud a toccare il record di esportazioni

    La Corea del Sud ha registrato un record assoluto di esportazioni per il mese di gennaio, grazie alla crescita globale dell’intelligenza artificiale, fortemente dipendente dai semiconduttori prodotti nel Paese. Lo indicano i dati ufficiali diffusi oggi dal ministero del Commercio. Il valore complessivo delle esportazioni coreane ha raggiunto 65,8 miliardi di dollari il mese scorso, in aumento del 33,9 per cento su base annua, superando la soglia dei 60 miliardi per la prima volta nel mese di gennaio. Il Paese ospita i principali produttori mondiali di memorie per semiconduttori, diventate un elemento chiave delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale. I gruppi tecnologici Samsung e Sk Hynix hanno registrato utili operativi trimestrali record nel periodo ottobre-dicembre. Le esportazioni di semiconduttori sono ammontate a gennaio a 20,5 miliardi di dollari, in crescita del 102,7 per cento su base annua, il secondo miglior dato mensile di sempre dopo il record di 20,8 miliardi registrato il mese precedente. Le esportazioni di automobili sono aumentate del 21,7 per cento a 6 miliardi di dollari, grazie soprattutto alle buone performance dei veicoli ibridi ed elettrici.

    I dati arrivano mentre Seul sta cercando di reagire all’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di un aumento dei dazi sui beni sudcoreani dal 15 al 25 per cento, motivato dalla mancata ratifica parlamentare dell’accordo commerciale. L’intesa, raggiunta nell’ottobre scorso, prevedeva investimenti sudcoreani negli Stati Uniti in cambio della riduzione dei dazi. L’ufficio presidenziale sudcoreano ha sostenuto a novembre che l’accordo non richiede l’approvazione del parlamento, trattandosi di un memorandum d’intesa e non di un atto giuridicamente vincolante. Il ministro sudcoreano del Commercio e dell’Industria Kim Jung-kwan ha incontrato a Washington l’omologo statunitense Howard Lutnick dopo l’annuncio dell’aumento dei dazi ed è rientrato a Seul ieri, senza giungere però a un’intesa con la controparte Usa. “C’è stata una notevole delusione da parte degli Stati Uniti per il fatto che la legge speciale sia ancora ferma all’Assemblea nazionale”, ha spiegato il ministro ai giornalisti, aggiungendo che i colloqui proseguiranno nelle prossime settimane.

  • La Commissione rafforza la resilienza e le capacità dell’UE in materia di cibersicurezza

    Di fronte all’aumento di attacchi informatici e ibridi contro servizi essenziali e istituzioni democratiche, perpetrati da gruppi statali e criminali che operano con tecniche sofisticate, la Commissione europea ha proposto un nuovo pacchetto sulla cibersicurezza per rafforzare ulteriormente la resilienza e le capacità dell’UE in materia di cibersicurezza.

    Il pacchetto comprende una proposta di revisione del regolamento sulla cibersicurezza che rende più sicure le catene di approvvigionamento delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) nell’UE. Il pacchetto prevede la semplificazione del processo di certificazione, garantendo che i prodotti destinati ai cittadini dell’UE siano sicuri dal punto di vista informatico sin dalla loro progettazione. Inoltre, facilita il rispetto delle norme dell’UE vigenti in materia di cibersicurezza e rafforza l’Agenzia dell’UE per la cibersicurezza (ENISA) nella sua attività di sostegno agli Stati membri e all’UE riguardo alla gestione delle minacce alla cibersicurezza.

  • L’UE investe oltre 307 milioni di euro in intelligenza artificiale

    La Commissione europea ha pubblicato due nuovi inviti a presentare proposte nell’ambito del polo tematico “Digitale, industria e spazio” del programma di lavoro di Orizzonte Europa, mettendo a disposizione 307,3 milioni di € per rafforzare l’innovazione e la competitività digitale dell’Unione.

    Di questi, 221,8 milioni di € sono destinati a un’iniziativa focalizzata sullo sviluppo di servizi di intelligenza artificiale (IA) affidabili, di servizi di dati innovativi e sul rafforzamento dell’autonomia strategica dell’UE. Il bando finanzierà progetti a sostegno dello sviluppo dell’IA, alla robotica, alle tecnologie quantistiche, alla fotonica e ai mondi virtuali. In particolare, oltre 40 milioni di € saranno dedicati all’iniziativa “Open Internet Stack”, che punta allo sviluppo di applicazioni per gli utenti finali e di componenti delle tecnologie di base, a sostegno dei beni comuni digitali sovrani europei.

    Un ulteriore stanziamento di 85,5 milioni di € è previsto per il secondo invito, volto a promuovere l’autonomia strategica aperta nelle tecnologie digitali ed emergenti e nelle materie prime correlate, robotica per applicazioni industriali e di servizio e lo sviluppo di nuovi materiali con capacità di rilevamento avanzate.

    La scadenza per la presentazione delle candidature è fissata al 15 aprile 2026.

  • I data center per l’intelligenza artificiale consumano sempre più territorio e acqua

    La costruzione di data center per l’intelligenza artificiale sta portando a un forte consumo di territorio, oltre che di risorse per fornire energia alla stessa intelligenza.

    Meta ha realizzato 24 di queste strutture solo negli Stati Uniti e ne ha in programma o in costruzione altrettanti. Ha anche tre centri in Europa (in Danimarca a Odense, in Irlanda a Clonee e in Svezia a Luleå) e uno in Asia, a Singapore. Confermando le voci sul primo centro da oltre un gigawatt — l’equivalente dell’energia consumata da un milione di case — a luglio scorso Mark Zuckerberg ha presentato Hyperion, il primo di tanti conglomerati che sarà grande quanto «la maggior parte dell’area di Manhattan». E che un giorno potrebbe arrivare anche a cinque gigawatt di potenza di calcolo.
    A Cheyenne, la capitale dello stato del Wyoming, opera dal 2012 un data. Il Wyoming è un luogo strategico per le Big Tech: tenendo in considerazione solo i combustibili fossili, produce circa dodici volte più energia di quanta ne consuma e, secondo i dati del Dipartimento dell’energia, esporta quasi i tre quinti di quella che produce.

    I data center consumano inoltre enormi quantità d’acqua per raffreddare le proprie apparecchiature e anche se l’acqua viene poi rilasciata una parte di essa evapora nell’aria nel processo di raffreddamento. L’Environmental and Energy Study Institute stima che il consumo idrico possa già ammontare a venti milioni di litri al giorno, l’equivalente di quanto viene usato da una città popolata da decine di migliaia di persone, ma non esistono dati esatti perché le aziende della tecnologia non sono obbligate a divulgare questi dati. Si sa però, lo ha attestato Mike Hopkins, direttore esecutivo della Newton County Water and Sewerage Authority, l’ente che gestisce le risorse idriche locali, che nella contea di Newton in Georgia, il data center Stanton Springs consuma circa il 10% del fabbisogno idrico giornaliero totale della contea.  In Virginia, dove si trova la più grande concentrazione di data center al mondo, con strutture anche di Amazon, Google e Microsoft: negli ultimi 4 anni il consumo d’acqua è aumentato del 63,7%.

    L’amministrazione Trump a fine luglio scorso ha emanato un ordine esecutivo (ciò che consente alla Casa Bianca di bypassare il Congresso) per accelerare il rilascio di autorizzazioni per la costruzione di data center ad alto consumo energetico. E nell’ultimo anno, come è stato rivelato nel rapporto sui risultati del secondo trimestre, Microsoft ha speso 88 miliardi di dollari per costruirne di nuove. Google, invece, ha annunciato l’intenzione di investire 25 miliardi per realizzare nuove infrastrutture. E, mentre l’azienda di Elon Musk xAI sta guardando all’Arabia Saudita per costruire un data center che superi il traguardo di almeno un gigawatt di potenza di calcolo, OpenAI ha annunciato una partnership con Oracle per realizzarne una da 4,5 GW. Un piano che si inserisce nel contesto del progetto governativo Stargate, presentato da Donald Trump all’indomani del suo insediamento a gennaio 2025.

    Il Financial Times riferisce intanto che l’Unione europea intensificherà nel 2026 l’applicazione delle norme sui mercati e i servizi digitali (Dma e Dsa) contro i colossi statunitensi della tecnologia, tra cui Google, Meta, Apple e la piattaforma X di Elon Musk. Il nuovo approccio, definito “misurato ma risoluto”, ha già portato a multe – come quella da 120 milioni di euro inflitta a dicembre a X per violazione delle regole sulla trasparenza – e modifiche dei modelli di business da parte di Apple e Meta. Parallelamente, sono state avviate nuove indagini su possibili pratiche anticoncorrenziali, come l’accesso di fornitori rivali di intelligenza artificiale a WhatsApp, l’uso di contenuti online da parte di Google per l’addestramento di modelli IA, e la concorrenza nel settore del cloud. Secondo Damien Geradin, avvocato esperto di antitrust interpellato dal quotidiano britannico, “l’applicazione delle normative è diventata più difficile a causa della linea aggressiva adottata da Washington”. Apple ha chiesto l’abolizione del Dma, Meta accusa Bruxelles di penalizzare le aziende statunitensi, mentre Google parla di “rischio di soffocare l’innovazione”. Nonostante queste pressioni, i parlamentari europei spingono per un’azione più incisiva, in particolare su contenuti illegali, interferenze elettorali legate a TikTok e concorrenza nell’intelligenza artificiale. “Stiamo affrontando un attacco alla nostra democrazia da parte degli oligarchi tecnologici”, ha avvertito l’eurodeputata Alexandra Geese.

  • In attesa dell’intelligenza artificiale arrivano gli aspirapolvere che rispettano cani e gatti di casa

    Nelle case degli italiani che vivono con animali domestici, la pulizia è sempre un momento delicato e in alcuni casi di stress per gli inquilini a quattro zampe. Lo sanno bene i loro proprietari che per il 79%, pari a 8 su 10, dichiarano che durante le faccende di casa il benessere dei pet rimane la priorità assoluta. Questa è una delle prime evidenze emerse dalla nuova indagine¹ promossa da Rowenta e condotta da Ipsos Doxa sul tema: “la vita dei pet in Italia: sfide e soluzioni pet-friendly”, uno studio che si concentra su cani e gatti e analizza il tema delle faccende domestiche, intercettando il rapporto degli animali domestici con gli strumenti di pulizia, le sfide e le situazioni più comuni.

    Per chi ha degli animali in casa, la sfida principale è mantenere l’igiene generale della casa (37%), seguita dalla gestione dei peli (26%). Una condizione, questa, che spinge i due terzi dei proprietari (66%) a passare l’aspirapolvere quasi ogni giorno (con specifica: 69% per chi ha solo cani contro il 55% per chi ha solo gatti).

    Le zone più difficili da pulire per via dei peli degli animali domestici sono divani e poltrone (33%), seguiti da angoli e spazi nascosti (32%), al terzo posto tappeti e moquette (28%). Inoltre, letti e coperte pesano per il 20%, con incidenza maggiore tra chi possiede solo gatti (28%), notoriamente maestri nel rivendicare come proprio il territorio più comodo della casa. Di fronte a queste difficoltà, emerge una forte richiesta di soluzioni dedicate: quasi 9 intervistati su 10 (89%) si dichiarano infatti favorevoli all’acquisto di accessori per l’aspirapolvere specificamente pensati per chi ha animali domestici, confermando un’esigenza chiara di strumenti più efficaci e, al tempo stesso, rispettosi del comfort dei propri pet.

    Quando si parla di faccende domestiche cani e gatti hanno un nemico comune: l’aspirapolvere. Alla sua accensione, il 36% degli animali corre in altre stanze, mentre il 27% cerca un nascondiglio. Questo timore è più accentuato nei gatti, tra i cui proprietari la percentuale di chi li vede nascondersi sale al 37%. Non tutti però scappano: un curioso 25% osserva attentamente, mentre il 15% resta indifferente (percentuale che sale al 24% per chi possiede solo cani). I rifugi preferiti durante la fuga sono la propria cuccia (30%, scelta che sale al 45% per i soli cani), lo spazio sotto il letto (29%) e una specifica stanza “sicura” della casa (25%).

    Terminato il trambusto, la priorità diventa il relax. Il luogo preferito per riposare è il divano (49%), una scelta quasi d’obbligo per i gatti, con una preferenza che balza al 61%. Anche la vicinanza all’umano è fondamentale, risultando un fattore chiave per il 44% degli animali.

    Ma cosa guida la scelta del loro “posto perfetto”? In cima alla lista ci sono la comodità e la morbidezza (52%), seguite dal bisogno di sicurezza (48%) e dalla vicinanza al proprietario (44%). Giocano un ruolo importante anche fattori come l’odore familiare (38%) e la ricerca di calore (34%).

    Dalla ricerca condotta da Rowenta con Ipsos Doxa è quindi emersa la necessità di conciliare benessere umano e dei pet. Per aiutare in questa esigenza, Rowenta ha messo a punto una gamma di soluzioni aspirazione specificamente pensate per chi vive con gli amici a quattro zampe

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