Tecnologia

  • Anche gli emiri si lanciano alla conquista di Marte

    E’ di nuovo corsa a Marte: approfittando della posizione favorevole del pianeta rosso rispetto alla Terra sono tre le missioni che si preparano a scoprire i segreti del più affascinante dei pianeti, nella speranza di scoprire tracce di vita passata o forse presente. Si chiama Hope, Al Amal in arabo e Speranza in italiano, la prima missione della serie, che è anche la prima degli Emirati Arabi diretta a Marte. A breve sono previste la cinese Tianwen-1, il 23 luglio, e quella americana che il 30 luglio è destinata a portare su Marte il quinto rover della Nasa, Perseverance.

    Al nastro di partenza manca soltanto l’Europa, che non ha potuto approfittare della posizione favorevole del pianeta per lanciare il rover ExoMars 2020, dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) e della russa Roscosmos, a causa di ritardi tecnici e dovuti all’emergenza Covid-19. La nuova missione europea su Marte, anche questa destinata a cercare tracce di vita, dovrà perciò attendere il 2022, quando Marte si avvicinerà nuovamente alla Terra.

    La sonda degli Emirati Arabi Uniti ha così aperto la nuova corsa a Marte. Dopo quella che agli inizi degli anni 2000 aveva affollato l’orbita del pianeta rosso e portato sulla sua superficie i primi rover. Hope è stata lanciata dal Centro Spaziale giapponese di Tanegashima con un razzo H-2A della Mitsubishi e tutto è avvenuto come previsto. Dopo avere inviato il suo segnale a Terra, la sonda ha dispiegato i pannelli solari e ha cominciato il suo viaggio di sette mesi verso Marte. Una volta a destinazione, accenderà i suoi strumenti per studiare sia la superficie del pianeta sia la sua atmosfera, comprese le imponenti tempeste di polvere e le nubi di ghiaccio. L’obiettivo è fornire la prima mappa completa della meteorologia marziana e capire meglio il processo che nel tempo ha permesso al vento solare di strappare via l’atmosfera del pianeta, riducendola a un velo sottilissimo. Nei due anni previsti per la missione, Hope è programmata per fare ricognizioni complete ogni 55 ore e i dati che catturerà potranno aiutare a preparare le future missioni umane sul Marte.

    Il 23 luglio è la data prevista per il lancio della prima missione cinese diretta a Marte, Tianwen-1, che significa “Ricerca della verità celeste” e che nel febbraio 2021 prevede di portare sia un veicolo nell’orbita marziana sia, sul suolo del pianeta rosso, un rover equipaggiato con 13 strumenti. L’obiettivo è studiare l’atmosfera marziana, la struttura interna e la superficie del pianeta, con una particolare attenzione alle tracce della presenza di acqua e a eventuali segnali di forme di vita.

    Il 30 luglio, infine, sarà la volta di Perseverance, il quinto rover che la Nasa si prepara a mandare sulla superficie marziana. La missione, il cui lancio è previsto dalla base dell’aeronautica statunitense a Cape Canaveral (Florida), dovrebbe arrivare a destinazione nel marzo 2021 per circa due anni raccogliere i primi campioni del suolo marziano destinati a essere inviati sulla Terra, probabilmente entro il 2031. Sono rocce preziose perché potrebbero contenere gli indizi sulla presenza, passata o meno, di forme di vita marziana.

  • Detective Stories: tecnologie investigative dal cinema alla realtà

    Microspie, gadget di ogni tipo ed intelligenza artificiale. Nel passato il cinema ha mostrato diverse tipologie di tecnologie “futuristiche” successivamente divenute realtà e che hanno rivoluzionato l’ambito investigativo. Queste soluzioni, un tempo solo sognate ed impensabili, oggi sono alla portata di tutti o quasi.

    Come non pensare ai film di James Bond, dove negli anni si sono susseguite telecamere nascoste in oggetti di vario tipo, valigie protette da lettori di impronte digitali, orologi con walkie talkie incorporati e sistemi di localizzazione personali per l’assistenza da remoto in caso di malore.

    Oggi esistono soluzioni per l’assistenza da remoto in ambiti più o meno evoluti e per tutte le tasche, ma non per forza bisogna spendere cifre impegnative, del resto nella maggior parte dei casi basta chiedere aiuto a Google o Siri e si avrà una soluzione preliminare alla portata di tutti.

    In maniera molto più banale, senza dover sognare l’ultimo modello di orologio usato dall’agente 007 con microcamera e laser incorporato, basta scaricare alcune applicazioni sul proprio cellulare per trasformarlo in un evoluto strumento di spionaggio.

    Come?

    Ad esempio utilizzando le applicazioni per la registrazione dei rumori notturni e le parole che si dicono durante il sonno, tipo baby monitor… lavorano in background e si attivano solo quando sentono un rumore. Basta avviarla e “dimenticarsi” il cellulare su qualche mobiletto, ed è così che a volte ci vengono sottratte informazioni confidenziali da incontri riservati e senza l’utilizzo di evolute microspie in stile KGB.

    Nel 1982, Il film Blade Runner mostrava l’utilizzo di un test chiamato Voight-Kampff, per capire se la persona sottoposta al test fosse un replicante oppure no. Per farlo, un soggetto veniva sottoposto ad una serie di domande ed un esperto gli monitorava battito cardiaco, movimento degli occhi e respirazione.

    In maniera simile Il Prof. Sartori, del dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Padova, ha brevettato un test scientifico molto simile chiamato macchina della memoria, grazie al quale si è in grado di comprendere se una persona stia dicendo o meno la verità. Per farlo ci si basa sul calcolo dei tempi di reazione durante le risposte. Il test si presta meno agli show di investigatori privati che amano apparire in TV nei talk show, ma ha un tasso di affidabilità altissimo di gran lunga superiore al poligrafo.

    Questo tipo di soluzione è anche in grado di stabilire se una persona sia potenzialmente in grado di compiere determinati tipi di reati. Sembra incredibile, eppure la direzione che la scienza sta prendendo è quella del “pre-crimine”. Ricordate il film Minority Report nel quale una unità speciale era in gradi di determinare se e come un determinato soggetto avrebbe compiuto un omicidio? Non siamo affatto lontani.

    Nel 1984 Il film Beverly Hills Cop, utilizzava una tecnologia frutto di fantasia chiamata “satellite tracking system” per seguire gli spostamenti delle autovetture. Quella tecnologia, allora inesistente, divenne operativa dal 1995, ben 11 anni dopo il film.

    Oggi i dispositivi GPS sono di uso comune ed in alcune varianti vengono utilizzati da molte agenzie investigative. Difatti, in supporto ai servizi di surveillance, le agenzie investigative utilizzano dei dispositivi GPS che consentono di monitorare gli spostamenti dei veicoli utilizzati dai target.

    Quella del “pedinamento elettronico”, è stata una materia oggetto di numerose discussioni:

    il DM n.269/2010 definisce l’attività di indagine in ambito privato come quella attività volta alla ricerca e alla individuazione di informazioni richieste dal privato cittadino, anche per la tutela di un diritto in sede giudiziaria, e che possono riguardare, tra l’altro, gli ambiti familiari, matrimoniali, patrimoniali e ricerca di persone scomparse. (art. 5 comma 1, lett. aI).

    L’ultimo comma dell’articolo ha specificato espressamente ed autorizzato le singole attività dell’investigatore privato di osservazione statica (c.d. appostamento) e controllo dinamico (c.d. pedinamento) anche a mezzo di strumenti elettronici e tra questi è logico rientrino i sistemi GPS. Grazie anche a numerose sentenze della Corte di Cassazione, l’uso dei tracker gps è stato riconosciuto come lecito, tuttavia va ricordato che il loro utilizzo deve essere circoscritto a determinate e particolari situazioni, senza mai arrivare a ledere la libertà personale del target, né tanto meno avere la pretesa di sostituirsi al lavoro tradizionale dell’Investigatore Privato.

    Oggi grazie alla tecnologia possiamo contare su numerose soluzioni utili il cui acquisto è più o meno alla portata di tutti, ma il loro utilizzo deve sempre tener conto della tutela degli aspetti di privacy, per questo motivo, in caso di necessità, sarebbe sempre opportuno rivolgersi ad agenzie investigative autorizzate e a professionisti del settore a conoscenza di tutti gli aspetti normativi, evitando quindi di finire nei pasticci per essersi improvvisati detective.

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubrica: d.castro@vigilargroup.com

  • BMW implementa la stampa 3D nel settore automotive

    Il primo luglio il BMW Group ha aperto ufficialmente il suo nuovo campus per la produzione additiva (additive manufacturing). Il nuovo centro riunisce la produzione di prototipi e componenti di serie sotto lo stesso tetto, insieme alla ricerca di nuove tecnologie di stampa 3D e alla formazione associata per l’implementazione globale della produzione senza utensili. Il campus, che ha comportato un investimento di 15 milioni di euro, consentirà al BMW Group di sviluppare la sua posizione di leader tecnologico nell’utilizzo della produzione additiva nel settore automobilistico. Parlando alla cerimonia di apertura, Milan Nedeljkovi, Board Member di BMW AG per la Produzione, ha dichiarato: “La produzione additiva è già oggi parte integrante del nostro sistema di produzione mondiale e si è affermata nella nostra strategia di digitalizzazione. In futuro, nuove tecnologie di questo tipo ridurranno ulteriormente i tempi di produzione e ci consentiranno di beneficiare ancora di più del potenziale della produzione senza utensili”. Daniel Schafer, Senior Vice President Production Integration and Pilot Plant del BMW Group, ha aggiunto: “Il nostro obiettivo è industrializzare sempre più metodi di stampa 3D per la produzione automobilistica e implementare nuovi concetti di automazione nella catena di processo. Questo ci consentirà di ottimizzare la produzione di componenti per la produzione in serie e di accelerare lo sviluppo. Allo stesso tempo, stiamo collaborando con lo sviluppo dei veicoli, la produzione di componenti, gli acquisti e la rete di fornitori, nonché con varie altre aree dell’azienda per integrare sistematicamente la tecnologia e utilizzarla in modo efficace”.

    L’anno scorso, il BMW Group ha prodotto circa 300.000 componenti con la produzione additiva. L’Additive Manufacturing Campus attualmente impiega fino a 80 collaboratori e gestisce circa 50 sistemi industriali che lavorano con metalli e materie plastiche. Altri 50 sistemi sono in funzione nei siti di produzione di tutto il mondo. L’accesso alle ultime tecnologie si ottiene attraverso partnership di lunga data con i principali produttori e università e scouting di successo per i nuovi arrivati nel settore. Nel 2016, la BMW i Ventures – il ramo di venture capital del BMW Group – ha investito in Carbon, società con sede nella Silicon Valley la cui tecnologia DLS (Digital Light Synthesis) ha raggiunto una svolta nei processi planari, utilizzando un proiettore di luce planare per consentire la produzione super veloce di componenti. Ulteriori investimenti sono stati fatti nel 2017, quando il BMW Group è stato coinvolto in Desktop Metal, una start-up specializzata nella produzione additiva di componenti metallici e nello sviluppo di procedure di produzione innovative e altamente produttive. La stretta collaborazione con Desktop Metal continua. Nello stesso anno, BMW i Ventures ha investito nella start-up americana Xometry, la piattaforma leader mondiale per la produzione su richiesta. Con la sua vasta rete di aziende manifatturiere specializzate in settori come la stampa 3D, Xometry offre un rapido accesso ai componenti. L’ultimo investimento è stato nella start-up tedesca ELISE, che consente agli ingegneri di produrre DNA componente contenente tutti i requisiti tecnici per la parte, dai requisiti di carico e restrizioni di produzione ai costi e potenziali parametri di ottimizzazione. ELISE utilizza quindi questo DNA, insieme a strumenti di sviluppo consolidati, per generare automaticamente componenti ottimizzati.

  • Fiat 500 elettrica e innovazione tecnologica

    “La nuova Fiat 500 elettrica potrà essere tua a poco meno di 40.000 euro”.* Questo potrebbe essere lo slogan, ovviamente in chiave sarcastica, per la presentazione dell’icona del gruppo Fca in versione elettrica.

    Quando nacque a Torino, questa vera icona della motorizzazione di massa venne presentata ad un prezzo di 565.000 lire, quindi circa quattordici (14) stipendi di un operaio Fiat.

    Tornando alla versione 2020, ed in piena rivoluzione digitale e pseudo ambientalista, quella che dovrebbe essere la nuova frontiera della motorizzazione di massa ad impatto Zero viene proposta ad un prezzo vicino ai 40.000 euro, quasi  ventinove (29,6 per la precisione) volte lo stipendio di un operaio Fiat (1.350 euro).

    E’ quindi evidente come il mix tra tecnologia digitale e neoambientalismo applicato al mondo dell’automobile, a differenza del modello iconico di riferimento, rappresenti un elemento discriminante in virtù degli alti costi di accesso. La nuova versione della 500, di conseguenza, non può certo rappresentare un modello inclusivo come invece fu la Fiat 500 nel 1958, né può essere quel volano di nuovo sviluppo ecocompatibile come indicato dal talebanismo ambientalista. A tutto ciò si aggiungano anche le agevolazioni fiscali che vengono assicurate a questo tipo di motorizzazioni ed ecco ulteriormente tradito il principio della contribuzione fiscale a seconda delle proprie capacità che favorisce chi dispone di maggiori risorse per acquistare una 500 E.

    L’avvento della 500 nel 1958 diede inizio alla motorizzazione di massa all’interno di un boom economico diventando così essa stessa fattore e contemporaneamente volano di sviluppo in quanto accessibile ad una larga quota di popolazione.

    E’ evidente invece come la nuova 500 elettrica presentata dalla FCA diventi un elemento di ulteriore discriminazione per l’alto costo in rapporto allo stipendio medio, e quindi alle condizioni economiche del Paese, e fattore di segmentazione del mercato e di differenziazione economica e sociale.

    Una evidente conferma di come la semplice innovazione tecnologica non rappresenti la panacea per uno sviluppo condiviso e sostenibile se poi questa esclude la maggior parte degli utenti.

    Le due edizioni della 500 avranno quindi effetti economici e sociali divergenti se non addirittura contrapposti.

    Mai come oggi le strategie economiche, e i prodotti che ne conseguono, dimostrano l’assoluta mancanza di percezione della realtà circostante e del bacino di utenza diventando semplicemente declinazioni di principi finalizzati a favorire piccole élite. Pochi ancora hanno compreso come l’innovazione tecnologica, per diventare fattore di progresso economico e di una maggiore consapevolezza ambientale, debba risultare accessibile come nel 1958 lo fu la 500 presentata a Torino dalla Fiat.

    * 37.900 per 500 esemplari già venduti

     

  • Pronta la prima protesi liquida della retina dell’occhio

    Una micro-iniezione di una soluzione acquosa in cui sono sospese nanoparticelle delle dimensioni pari a un centesimo del diametro di un capello e capaci di imitare le cellule della retina sensibili alla luce, per sostituire quelle danneggiate da malattie degenerative: è la tecnica alla base della prima retina artificiale liquida. Messa a punto in Italia e descritta sulla rivista Nature Nanotechnology, è ancora in fase di sperimentazione, promette di diventare un’arma contro alcune malattie che potrebbero portare alla cecità, come la retinite pigmentosa o la degenerazione maculare legata all’invecchiamento.

    “Una retina artificiale liquida ha grandi potenzialità per assicurare un campo visivo ampio e una visione ad alta risoluzione”, ha osservato Fabio Benfenati, direttore del Center for Synaptic Neuroscience and Technology dell’Istituto Italiano di Tecnologie (Iit) di Genova, che ha coordinato la ricerca. Hanno collaborato inoltre il Center for Nano Science and Technology dell’Iit di Milano, coordinato da Guglielmo Lanzani, con la Clinica Oculistica dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona), diretto da Grazia Pertile. Rispetto alle tecniche attuali, la retina artificiale liquida si è dimostrata capace di ripristinare le capacità dei neuroni della retina in modo meno invasivo e più efficiente e segna l’evoluzione di quella messa a punto nel 2017 dallo stesso gruppo di ricerca. Questa volta la stimolazione delle nanoparticelle con la luce attiva i neuroni della retina ancora attivi, imitando il compito che in un occhio sano viene svolto dalle cellule della retina chiamate fotorecettori. Grazie a queste caratteristiche la tecnica promette interventi più brevi e meno traumatici: microinieizioni rilasciano le nanoparticelle direttamente sotto la retina, dove restano intrappolate prendendo il posto delle cellule danneggiate.

    I risultati sperimentali, cui hanno collaborato il policlinico San Martino di Genova e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) Bologna, dimostrano che la tecnica promette di diventare un’alternativa ai metodi utilizzati finora per ripristinare la capacità dei neuroni della retina. “In questo lavoro abbiamo applicato le nanotecnologie alla medicina”, ha rilevato Guglielmo Lanzani, direttore del Center for Nano Science and Technology dell’IIT di Milano. “Abbiamo fabbricato in laboratorio – ha aggiunto – nanoparticelle polimeriche simili a gomitoli che si comportano come minuscole celle fotovoltaiche, a base di carbonio e idrogeno, componenti fondamentali della biochimica della vita. Le nanoparticelle formano piccoli aggregati di dimensioni confrontabili a quelle delle cellule e si comportano di fatto come fotorecettori artificiali.

  • La rabbia di Amazon, Uber, Google, Twitter per il nuovo blocco dei visti di lavoro negli Stati Uniti

    Amazon, Uber, Google, Twitter e altre importanti società tecnologiche tutte contro il presidente americano Donald J. Trump perché ha firmato un ordine esecutivo il 22 giugno sospendendo nuovi visti per lavoratori stranieri, incluso l’H-1B per lavoratori altamente qualificati.

    L’intento è quello di garantire opportunità professionali agli americani che stanno pagando pesantissime conseguenze a causa del Coronavirus. Le restrizioni sono entrano in vigore dal 24 giugno e dureranno fino alla fine dell’anno. I colossi della tecnologia hanno affermato che il divieto renderebbe le aziende americane meno competitive e meno diversificate e hanno definito l’ordine esecutivo “una politica incredibilmente sbagliata” che minerebbe la ripresa economica dell’America e la sua competitività.

    L’H-1B in genere spinge i lavoratori del campo della tecnologia verso gli Stati Uniti in modo che possano aiutare le aziende americane a essere più competitive e aumentare la tecnologia e l’innovazione.

  • Apple sotto la lente della Commissione per violazione delle regole di concorrenza dell’UE

    La Commissione europea ha avviato due indagini antitrust sulle App Store e Pay di Apple per valutare se le pratiche violano le regole di concorrenza dell’UE. Margrethe Vestager, responsabile per il digitale e per la politica di concorrenza della Commissione, ha dichiarato di voler meglio rendersi conto delle regole delle due App del colosso di Cupertino per garantire la loro conformità al diritto europeo e perché non distorcano la concorrenza nei mercati in cui Apple è presente con altri sviluppatori di app, come il suo servizio di streaming musicale Apple Music o con Apple Books.

    L’inchiesta ha fatto seguito alle denunce presentate da Spotify e da un distributore di e-book/audiolibri che ha accusato Apple di limitare la scelta dei consumatori abusando della sua posizione dominante nel mercato della musica online attraverso il servizio Apple Music e di addebitare, di conseguenza, una commissione del 30% sugli ebook venduti tramite l’App Store. Il gigante della tecnologia consente agli utenti di scaricare solo app native (non basate sul Web) tramite l’App Store, ponendo gravi restrizioni alla distribuzione di altre app e privando gli utenti di possibilità di acquisto alternative più economiche al di fuori delle app.

    Inizialmente Apple ha espresso tutta la sua delusione per la mossa attuata dalla Commissione perché in questo modo avrebbe dato retta a denunce infondate partite da una manciata di aziende che vorrebbero semplicemente adoperare il servizio in maniera gratuita senza seguire le regole come fanno tutti. Successivamente ha corretto il tiro dichiarando al canale web The Verge di accogliere con favore l’opportunità di dimostrare alla Commissione Europea il suo obiettivo, e cioè garantire ai propri clienti di avere accesso alla migliore app o servizi a loro scelta, in un ambiente sicuro e protetto.

    A seguito dell’annuncio della Commissione, Spotify ha accolto con favore la decisione, scrivendo sul suo sito Time to Play Fair: “Oggi è una bella giornata per i consumatori, per Spotify e gli altri sviluppatori di app in Europa e nel mondo. Il comportamento anticoncorrenziale di Apple ha intenzionalmente svantaggiato i competitor e ha privato i consumatori di scelte significative per troppo tempo”.

  • Una conquista che può tramutarsi in danno irreversibile

    Dopo aver cancellato le varie mail che mi proponevano l’allungamento del pene, l’acquisto di Bitcoin per guadagnare l’immaginabile, tre o quattro contratti diversi per luce, gas e quanto altro, proposte di incontri o professioni di amicizia…con fanciulle ed uomini di varie età, avvisi di importanti banche su modifiche di conti che non ho e di rimborsi ipotetici ai quali certamente non ho diritto, offerte di premi da parte di Amazon e dei più diversi supermercati, inviti ad acquistare sistemi di protezione individuale e di sanificazioni, avvertimenti che mi mettevano in guardia sulla violazione del mio sito, della mail, della carta di credito etc etc, e dopo aver ricevuto sugli stessi ed altri argomenti anche mail in diverse lingue, più una serie di accorati messaggi di presunti moribondi che mi offrivano le loro cospicue sostanze perché soli al mondo e dopo aver ascoltato le disperate denunce di tante persone truffate alle quali hanno sottratto denaro, dignità e serenità con le più disparate truffe, comprese quelle sentimentali, continua ad essere senza risposta la domanda del perché nel mondo conosciuto, non so su Marte, internet, i social in genere, siano gli unici che di fatto non rispondono a regole comuni, non pagano per le nefandezze che tramite loro si compiono ogni minuto, non abbiano nemmeno una tassazione giusta rispetto agli altri contribuenti dei singoli paesi dove sono utilizzati. I sistemi informatici sono stati meravigliosi quando ci hanno aiutato a lavorare, a comunicare, a mantenere le relazioni affettive e sociali nella clausura della pandemia, hanno portato ai medici dei paesi più poveri informazioni essenziali per combattere il covid ed altre malattie, hanno permesso di ascoltare un concerto, o di partecipare ad una conferenza a migliaia di km di distanza, ma rimangono strumenti che nei fatti sfuggono ad ogni controllo quando si tratta di veicolare e mettere in contatto terroristi, spacciatori e consumatori di droga, pedofili e sadici di vario tipo.

    La libertà ha un prezzo, bisogna che ci siano regole comuni rispettate, che ci sia il modo di sanzionare chi non lo fa, sbaglia chi utilizza uno strumento nato per tutti come un grimaldello personale per entrare nelle vite degli altri, chi trasforma le reti informatiche in uno strumento del terrore o della criminalità.

    Dopo l’esperienza della pandemia si moltiplicheranno i lavori da casa, le vendite online, i rapporti di lavoro ed interpersonali che viaggeranno sulla rete, ci saranno conseguenze economiche, spesso non positive almeno per i primi tempi, ma nulla potrà essere fatto con sicurezza e trasparenza se non saranno codificate regole per tutti. In caso contrario quello che oggi è una conquista si tramuterà in un danno irreversibile.

  • Aumentano i terminali Pos per pagamenti elettronici: 2,17 milioni prima del coronavirus

    Nel 2019 il numero di terminali Pos per l’accettazione dei pagamenti con carta in Italia raggiunge circa 2,17 milioni (in crescita rispetto ai 2,08 dello scorso anno) e nel 90% dei casi sono abilitati all’accettazione del contactless. Lo evidenzia l’ultima edizione dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano. Anche gli Smart Pos fanno registrare i primi volumi rilevanti: sono oltre 15.000 i terminali installati che transano oltre 1,1 miliardi di euro. Rimangono però ancora da sviluppare pienamente, osservano i ricercatori del Politecnico di Milano, i marketplace di applicazioni a corredo del servizio che possono essere fruite dai commercianti. I Mobile Pos, terminali collegati via bluetooth o ingresso audio allo smartphone dell’esercente, raggiungono quota 280.000 nel 2019, in crescita del 50% rispetto al 2018. Si tratta di un aumento importante rispetto a quello degli scorsi anni, dovuto da un lato alla maggior consapevolezza degli esercenti più piccoli e dei liberi professionisti riguardo all’obbligo e alla necessità di doversi dotare di un terminale per accettare pagamenti con carta (i consumatori spesso dovranno pagare in elettronico per ottenere le detrazioni fiscali), dall’altro a un’azione commerciale e di promozione importante messa in campo da alcuni player nell’ultimo anno. Il transato totale, oltre 2,2 miliardi di euro nel 2019 (8.000 euro annui per terminale), dimostra come si tratti, comunque, di dispositivi utilizzati da business con bassa frequenza di acquisti con carta. Sono ancora in fase di test, invece, le soluzioni “Soft Pos” o “Tap on phone” che consentirebbero ai commercianti, senza alcun dispositivo aggiuntivo, di accettare dei pagamenti contactless direttamente dal proprio smartphone (se opportunamente dotato di antenna Nfc) e che potrebbero essere molto efficaci nell’avvicinare ai pagamenti digitali i piccoli commercianti in tutto il mondo.

    ”Se in un primo momento le banche del mondo occidentale avevano iniziato ad offrire soluzioni Nfc in autonomia tramite sistemi Cloud all’interno dei propri Wallet o delle proprie app bancarie – si legge nell’Osservatorio – ad esempio, le stesse hanno poi privilegiato soluzioni terze offerte in partnership con i grandi attori tecnologici basate sull’hardware del device o sui sistemi operativi. La collaborazione, per ora, risulta vincente per tutti: da un lato le banche offrono ai loro clienti servizi di pagamento facili da utilizzare, dall’altro i produttori di device hanno fidelizzato i propri clienti o ottenuto nuovi ricavi derivanti dalle fee applicate ai pagamenti”. “Dal lato della user experience, qualsiasi oggetto connesso e intelligente già oggi può potenzialmente abilitare un pagamento: oggetti indossabili, elettrodomestici, altoparlanti, automobili. In questi casi, saranno i produttori a giocare un ruolo fondamentale nei prossimi anni, realizzando applicazioni ad hoc per integrare i diversi sistemi di pagamento”, dice Ivano Asaro, direttore dell’Osservatorio Innovative Payments. “Per quanto riguarda i sistemi ‘invisibili’ in grado di evitare il classico passaggio alla cassa in negozio utilizzando telecamere per il riconoscimento facciale o autorizzando le transazioni con altri parametri biometrici (come l’impronta digitale) già testati in alcuni casi tra Cina, Stati Uniti e Russia, in Europa si è ancora alle fasi di sperimentazione; Le difficoltà maggiori, oltre alla necessità di costruire una nuova infrastruttura di lettori, sono da imputare anche a problematiche di privacy e di sicurezza dei dati sensibili  utilizzati, ma si sta già lavorando per creare standard nazionali ed internazionali che abilitino queste tipologie di pagamento”, conclude.

  • Detective Stories: truffe digitali, cosa sono le “romance scam” e come prevenirle

    Negli ultimi anni abbiamo potuto osservare un aumento vertiginoso di truffe e raggiri avvenuti tramite internet. I malintenzionati possono contare su nuove metodologie “operative” estremamente vantaggiose, difatti, protetti dall’anonimato della rete e senza la necessità di esporsi “fisicamente”, possono truffare indisturbatamente più persone contemporaneamente e con rischi minori.

    Quello della “truffa romantica” è una tipologia di frode tipica del web particolarmente  diffusa negli ultimi anni (soprattutto nell’ultimo periodo di confinamento domestico forzato), ed il cui successo dipende completamente dall’acquisizione della fiducia della vittima, alla quale viene chiesto di anticipare cifre di denaro piuttosto consistenti,  a fronte di situazioni di “estrema urgenza”o “motivi di salute”.

    Nei casi peggiori, le richieste di denaro avvengono in seguito allo scambio di immagini private/personali, inviate dalla vittima (inconsapevole) al truffatore, il quale minaccerà la malcapitata di diffondere queste tra tutti i suoi contatti/follower qualora non venisse pagata una determinata cifra.

    E’ evidente come abbiamo a che fare con una tipologia di truffatori estremamente organizzata. Non si tratta di persone improvvisate che agiscono da uno sgabuzzino, bensì di vere e proprie organizzazioni criminali votate alla truffa e che dispongono di soggetti spesso poliglotti, dotati di un discreto livello culturale, abili nel conversare, nel circuire e che conoscono bene la tipologia di persona che potrebbe essere gradita alla vittima.

    Ma come agiscono questi truffatori?

    In primis il truffatore seleziona il profilo di un soggetto dotato di bell’aspetto, identifica tutti suoi profili social e ne estrapola solo alcune fotografie, solitamente dalle 10 alle 20 sono sufficienti, dopodichè utilizzando un altro nome, inizia ad interagire con altri profili per generare traffico ed ottenere un velo di credibilità. Solitamente, se il truffatore vuole circuire una donna, la maggior parte dei contatti presenti sul suo profilo social saranno femminili (ovviamente non avrà nessun interesse nell’intrattenere rapporti social con altri uomini).

    Sulla base della nazionalità della vittima, il truffatore fornirà un profilo “credibile” ma sempre con un velo di mistero, restando vago e senza dare troppe spiegazioni. Ad esempio se la lingua madre del truffatore fosse il francese, dirà alla vittima di essere italiano ma di vivere in Francia da tantissimi anni, questo per giustificare l’eventuale accento.

    Ma quali sono le vittime?

    Statisticamente i truffatori prediligono le donne, per lo più persone sole tra i 40 ed i 65 anni di età  con un buon livello culturale, una buona posizione lavorativa e possibilmente in stato di fragilità emotiva. Studiano i profili social delle vittime e tutte le loro informazioni presenti sul web per trasformarsi nell’uomo dei sogni, ma il fine è sempre e solo uno. Quello di estorcere del denaro con un raggiro.

    Recentemente ho affrontato il caso di una professionista milanese, caduta nella trappola di un romantic scammer che era riuscito ad estorcerle cifre molto importanti in un breve periodo. L’uomo, fintosi un imprenditore italiano residente all’estero, aveva creato un profilo assolutamente credibile, tuttavia aveva commesso alcuni errori.

    Aveva fornito un numero di cellulare straniero che non richiedeva registrazione, ed aveva utilizzato le fotografie di un attore famoso in America Latina ma sconosciuto in Italia.

    Già di per se, queste informazioni erano sufficienti a stabilire come l’uomo idealizzato dalla malcapitata fosse in realtà un truffatore, tuttavia le indagini approfondite mi hanno portato a stabilire con assoluta certezza, come in realtà il profilo social dell’uomo fosse gestito da più persone. Si trattava di una banda criminale del Gabon dedita a commettere questo genere di truffe su base giornaliera.

    Tanti come loro, soprattutto in Africa, dove i Nigeriani sono specializzati in questo genere di truffe ed i numeri fanno la differenza, con le chance di successo e guadagno che aumentano proporzionalmente al numero di contatti sviluppati e quindi di vittime cadute nella loro rete.

    Insomma, alla fine cambia la scena del crimine, ma non i criminali, i quali possono sempre commettere degli errori e per questo divengono individuabili.

    Un consiglio tecnico su come individuarli?

    Salvate la loro foto profilo ed effettuate una ricerca inversa dell’immagine utilizzando Google Immagini. I risultati mostreranno tutti i siti che contengono la stessa foto che avete caricato, social network inclusi.

    Spesso questo sarà sufficiente per scoprire se la foto della persona con cui state parlando, appartenga in realtà a qualcun altro.

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubrica: d.castro@vigilargroup.com

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