Tecnologia

  • Più privacy su WhatsApp, ma India e Somalia temono che se ne approfittino gli estremisti

    Il governo somalo ha dichiarato alla BBC di essere preoccupato per il piano di WhatsApp di lanciare una nuova funzionalità che consentirebbe agli utenti di chattare utilizzando un nome utente anziché un numero di telefono. Il Ministro delle Comunicazioni e della Tecnologia, Ahmed Osman Dirie, ha affermato che potrebbe rendere più difficile rintracciare e contrastare i criminali in un Paese che sta ancora combattendo contro i militanti islamisti.

    Il lancio della funzionalità, che coinvolgerà tre miliardi di utenti WhatsApp in tutto il mondo, è previsto nei prossimi mesi e consentirà agli utenti di rimuovere o modificare il proprio nome utente in qualsiasi momento. Di fronte ai timori espressi dalla Somalia, WhatsApp ha dichiarato alla BBC che la funzionalità non è ancora attiva e che gli utenti avranno comunque bisogno di un numero di telefono per utilizzare l’app. Ha inoltre affermato che la funzionalità include misure di sicurezza integrate contro le frodi.

    A Meta, proprietaria di WhatsApp, il governo somalo ha fatto presente che il Paese africano si trova in un “contesto particolare”, con un’economia fortemente dipendente dalle transazioni di denaro tramite cellulare. Ha affermato anche che “nomi utente non verificati e non rintracciabili” aumentano il rischio di frodi finanziarie e rendono i cittadini vulnerabili alle truffe. È noto infatti che i militanti di Al-Shabab utilizzano WhatsApp per le loro operazioni, tra cui estorsioni e propaganda e nel 2024, l’intelligence somala ha dichiarato di aver chiuso 20 gruppi WhatsApp presumibilmente gestiti da Al-Shabab per estorsione e intimidazione e di aver disattivato i servizi dati per circa 2.500 numeri di telefono associati a tali gruppi.

    Prima ancora della Somalia fanno ad avanzare timori è stata l’India, il mercato più grande per la piattaforma con oltre 850 milioni di utenti, anch’essa preoccupata che i nomi utente possano aumentare le frodi online, l’usurpazione d’identità e altri crimini, consentendo ai criminali di contattare potenziali vittime senza rivelare i loro numeri di telefono.

    E’ vero di contro che gli esperti ritengono che le innovazioni annunciate da WhatsApp tuteleranno maggiormente la privacy degli utenti, mettendoli al riparo anche dalle ingerenze delle autorità pubbliche. Soprattutto da quelle, non rare fuori dall’Occidente, di governi che vogliono tenere sotto controllo i loro oppositori.

  • Utilizzare il telefonino per accedere ai servizi resta faticoso

    Dall’home banking agli acquisti online, dalla prenotazione di visite mediche ai servizi della Pubblica Amministrazione, oggi una quota sempre crescente di attività quotidiane viene svolta direttamente dal cellulare. Eppure, nonostante l’entrata in vigore dell’European Accessibility Act (EAA) il 28 giugno 2025 abbia rappresentato un passaggio fondamentale verso un digitale più inclusivo, persistono ancora numerose barriere che complicano l’esperienza degli utenti, lasciando emarginate persone con difficoltà visive, motorie e cognitive. A evidenziarlo è una ricerca condotta da YouGov per Accessiway, leader europeo in accessibilità digitale e parte del gruppo europeo team.blue su oltre 1.000 italiani.

    Secondo l’indagine, il principale ostacolo riscontrato nell’utilizzo dello smartphone è rappresentato da pubblicità invasive, richieste di consenso ai cookie e pop-up difficili da chiudere, indicati dal 50% degli intervistati. Seguono poi i contenuti che si caricano troppo lentamente (27%) e le procedure di inserimento dati considerate eccessivamente complesse, come la compilazione di moduli, la gestione delle password o l’inserimento di informazioni personali (23%).

    Per rendersi conto del numero di persone che ogni giorno navigano online tramite smartphone, per svolgere le più comuni ricerche in rete, è utile consultare i dati dell’ultimo report Audiweb, secondo cui gli utenti mensili che hanno navigato in media da mobile e computer nel 2025 sono stati 44,1 milioni, 40,5 milioni dei quali da mobile (il 95% della popolazione di 18-74 anni, +0,7% rispetto al 2024).

    «La ricerca condotta insieme a YouGov evidenzia chiaramente la necessità di continuare a investire nella progettazione di servizi digitali realmente semplici, intuitivi e inclusivi. Quando un sito web o un’app risultano complessi da utilizzare, il rischio è quello di generare forme di esclusione digitale che colpiscono soprattutto le persone più vulnerabili, come gli anziani, le persone con disabilità e chi possiede competenze digitali limitate. Tuttavia, l’accessibilità non riguarda solo queste categorie ma rappresenta un elemento determinante per la qualità dell’esperienza digitale di tutti gli utenti». afferma Edoardo Arnello, Executive Vice President di Accessiway, che prosegue «L’accessibilità digitale non si esaurisce nel rispetto degli obblighi normativi, ma costituisce uno strumento concreto per garantire pari opportunità di accesso a informazioni, servizi e risorse essenziali. In un mondo in cui sempre più attività si svolgono online e tramite dispositivi mobili, progettare esperienze digitali accessibili nell’intero processo significa favorire una partecipazione piena ed equa alla vita economica e sociale».

    Un dato particolarmente significativo riguarda i più giovani. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, infatti, sono gli utenti della Generazione Z a dichiarare più frequentemente problemi di accessibilità digitale, segno di aspettative sempre più elevate rispetto alla qualità e alla semplicità dell’esperienza online. In Italia, il 90% degli under 35 (contro il 75% degli over 56) afferma di incontrare difficoltà nella navigazione da mobile. La situazione è simile anche in Francia (88%), Austria (87%) e Regno Unito (81%). La Germania, invece, rappresenta un’eccezione: il 60% della Generazione Z tedesca, infatti, dichiara di incontrare difficoltà online, contro il 68% degli over 56.

    Per quanto riguarda le barriere di navigazione da smartphone, pubblicità invasive, pop-up e richieste di consenso ai cookie si confermano essere i principali ostacoli anche a livello europeo, confermando la necessità per aziende e organizzazioni di progettare servizi digitali realmente accessibili, intuitivi e inclusivi per tutti.

  • Sette imprese su 10 dell’Emilia Romagna investono nelle tecnologie digitali

    L’Emilia-Romagna si conferma uno dei territori più dinamici d’Italia sul fronte dell’innovazione. I dati parlano chiaro: nel 2025 il 70,7% delle imprese emiliano-romagnole ha investito in almeno un ambito della digitalizzazione. Tra le micro e piccole imprese la quota raggiunge il 67,6%, in crescita di 4,1 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Un dato che coinvolge anche uno dei settori più rappresentativi dell’economia regionale: l’agroalimentare.

    La Food Valley emiliano-romagnola vale circa 37 miliardi di euro, coinvolge oltre 53 mila imprese agricole e agroalimentari e occupa più di 129 mila persone lungo l’intera filiera. Solo l’industria alimentare conta circa 4.500 imprese e oltre 64 mila addetti. A trainare il settore è anche la forte vocazione internazionale: l’export agroalimentare ha raggiunto il valore di oltre 10 miliardi di euro, nei primi nove mesi del 2025, con Parma, Modena, Reggio Emilia e Bologna tra i principali poli italiani.

    In questo contesto, la trasformazione digitale non è più soltanto una leva per migliorare l’efficienza produttiva, ma anche uno strumento essenziale per rafforzare la competitività delle imprese in tutte le fasi del business. Difatti, se fino a pochi anni fa il dibattito sull’intelligenza artificiale applicata al food era concentrato quasi esclusivamente sulla fase produttiva – dall’agricoltura di precisione al controllo qualità automatizzato, dalla manutenzione predittiva degli impianti all’ottimizzazione dei consumi energetici –, oggi il valore della tecnologia sta emergendo anche nella fase successiva, quella che inizia quando il prodotto esce dallo stabilimento e raggiunge il mercato. Del resto, per le imprese agroalimentari la sfida non è più soltanto produrre bene, ma individuare nuovi clienti, comprendere la domanda, presidiare i canali digitali, sviluppare relazioni commerciali efficaci per la vendita.

    È qui che emerge il ruolo della tecnologia e soprattutto dell’intelligenza artificiale. Innanzitutto, le nuove soluzioni basate sull’AI consentono alle aziende di interpretare meglio i dati commerciali, individuare nuovi segmenti di mercato, anticipare i trend di consumo e supportare le attività di export. Attraverso l’analisi avanzata delle informazioni è possibile identificare buyer potenzialmente interessati, qualificare i contatti commerciali e personalizzare la comunicazione in funzione delle esigenze di clienti e distributori. Per un’impresa agroalimentare questo significa poter intercettare nuove opportunità di business in tempi più rapidi e con maggiore precisione. Anche il marketing sta vivendo una profonda evoluzione. Gli strumenti di nuova generazione permettono di creare contenuti mirati, analizzare le performance delle campagne digitali e migliorare la presenza sui canali online, rendendo più efficace il dialogo con consumatori, buyer e stakeholder. Parallelamente, sistemi evoluti di customer care e agenti intelligenti possono supportare la gestione delle richieste, velocizzare le risposte e garantire una maggiore continuità del servizio, liberando risorse che possono essere dedicate ad attività a più alto valore aggiunto.

    Per le piccole e medie imprese, che rappresentano la struttura portante dell’agroalimentare regionale, si tratta di un’opportunità particolarmente significativa. Molte aziende emiliane o romagnole dispongono di prodotti riconosciuti e di una forte identità territoriale, ma si trovano a competere in mercati sempre più complessi e interconnessi. L’intelligenza artificiale può contribuire a ridurre questo gap, rendendo accessibili attività che fino a pochi anni fa richiedevano investimenti considerevoli e competenze specifiche.

    Il contesto istituzionale sostiene questa traiettoria. La Regione Emilia-Romagna ha destinato 25 milioni di euro al sostegno della transizione digitale delle imprese, favorendo l’adozione di tecnologie avanzate e soluzioni basate sull’intelligenza artificiale. Tra i programmi regionali e camerali attivi nel 2026 figurano bandi dedicati alla digitalizzazione con contributi a fondo perduto fino al 40-50% degli investimenti, rivolti anche commercio di vicinato, bar, ristoranti, e pubblici esercizi[4]. La struttura cooperativa del settore conferma il peso strategico di questa filiera: le sole cooperative agroalimentari emiliano-romagnole sviluppano un fatturato di oltre 16 miliardi di euro, pari al 39% dell’intera industria agroalimentare regionale. Le cooperative aderenti a Legacoop Emilia-Romagna generano nel comparto 7,9 miliardi di euro di fatturato e oltre 14.600 occupati.

    Per il settore agroalimentare si apre, quindi, una fase che va oltre la digitalizzazione della filiera. L’intelligenza artificiale continuerà a innovare la produzione, ma una parte crescente del suo impatto si giocherà nel rapporto con il mercato. Per molte imprese della Food Valley la sfida non sarà soltanto produrre meglio, ma comprendere prima i cambiamenti della domanda, individuare nuove opportunità e rafforzare le relazioni con clienti e distributori. In uno scenario sempre più competitivo, la differenza sarà determinata dalla capacità di trasformare i dati in decisioni e le informazioni in valore.

  • L’intelligenza artificiale spaventa i lavoratori, ridurre la settimana lavorativa prima idea per rassicurarli

    Negli Stati Uniti si dibatte ormai da tempo sul fatto che abbia ancora senso la settimana lavorativa di 5 giorni se le macchine fanno metà del lavoro, come in effetti avviene in alcune aziende, e il senatore Bernie Sanders insiste per ridurre la settimana lavorativa a quattro giorni senza tagli allo stipendio.

    Salesforce, una delle aziende più rilevanti del panorama software globale, dichiara che tra il 30% e il 50% del lavoro interno è gestito da agenti digitali: chatbot, strumenti predittivi, sistemi di automazione e modelli generativi capaci di scrivere codice, documenti, analizzare dati, gestire clienti. Di contro, però, nei primi mesi del 2025, ha tagliato oltre 1.000 posti di lavoro. Tutte le Big Tech americane, peraltro, da Amazon a Klarna a CrowdStrike stanno procedendo lungo la stessa strada. La proposta di Sanders vuole essere una risposta alla disoccupazione che l’automazione provoca: «Se l’IA è così brava, allora perché non usare il tempo che ci fa risparmiare per restituirlo alle famiglie?». Negli Stati Uniti, secondo alcuni studi del MIT e della Stanford University, l’introduzione dell’IA generativa ha portato a un aumento della produttività tra il 14% e il 34%, a seconda dei settori. PepsiCo ha annunciato una partnership strategica con Salesforce per adottare Agentforce, una piattaforma basata sull’intelligenza artificiale pensata per automatizzare vendite, marketing e assistenza clienti, così da centralizzare le informazioni, ottimizzare i processi e “liberare” i team da attività manuali.

    Dati rivelati lo scorso 3 giugno dal survey mondiale ‘Ai at Work’ del Boston Consulting Group frutto di un’indagine condotta su 11.749 impiegati e manager di aziende da diecimila dipendenti in su, in 14 mercati, per capire come l’intelligenza artificiale sta ridefinendo la natura e l’organizzazione del lavoro, con quali rischi e benefici attestano che secondo tre quarti degli intervistati (72%) l’intelligenza artificiale ha già modificato in modo significativo le competenze, quasi la metà afferma di dedicare più tempo alla gestione e supervisione dell’Ai che al lavoro svolto prima e solo un terzo si sente abbastanza preparato, mentre l’88% dei lavoratori intervistati dichiara di avere bisogno «di una formazione significativa nei prossimi cinque anni per acquisire le competenze necessarie nel lavoro potenziato dall’Ai». C’è poi un 41% che segnala «un maggior carico cognitivo». La riduzione del lavoro è significativa in India, dove il 70% dei lavoratori riesce a risparmiare un’intera giornata lavorativa a settimana, mentre negli Usa avviene solo per il 42% e in Italia per il 33%. Il risparmio di tempo è maggiore nei settori marketing, information technology, finanza e data science.

    Ma dalla ricerca risulta anche che, benché in media il 42% dei lavoratori risparmino fino a otto ore la settimana grazie all’Ai, «la maggior parte delle organizzazioni non ha ancora imparato a convertire questo tempo in valore». «La prima ondata di adozione dell’Ai si è focalizzata sulla produttività individuale, la prossima necessita una trasformazione collettiva del lavoro — dice Vincianne Beauchene, partner di Bcg e coautrice dello studio —. Occorre una strategia chiara con priorità ben definite e comunicate all’interno dell’organizzazione — spiega Sylvain Duranton, leader mondiale di Bcg-X (la sezione tecnologica della società di consulenza) —. Piuttosto che investire in nuovi tool è importante ridisegnare il flusso di lavoro. Misurare l’efficacia e il grado di soddisfazione, anziché il grado di adozione». È già evidente la paura di essere sostituiti dagli algoritmi e di perdere il posto di lavoro, espressa non soltanto dal 56% degli indiani, ma anche da quasi la metà dei lavoratori inglesi (49%) e spagnoli (45%), o da quasi un terzo dei francesi. In Italia il grado di preoccupazione è più basso (22%), perché la penetrazione dell’Ai nelle aziende è più lenta e meno profonda. «C’è ancora un forte divario tra le imprese medio grandi, dove l’intelligenza artificiale è in via di adozione quasi nell’80% dei casi, e le piccole, dove è usata da meno del 10% — dice Elisabetta Paddeu, senior manager Ict di Gi Group, multinazionale italiana del lavoro sostenibile con servizi di consulenza per le risorse umane in 37 Paesi —. Rispetto all’Ai generativa abbiamo visto che c’è un’iniziativa diffusa a livello individuale nell’adottarla da parte dei lavoratori, che le aziende a volte sono in ritardo a governare».

  • Individuare prima i modi corretti per l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale

    Dal 3 agosto la carta di identità sarà elettronica, il che può essere un vantaggio se chi comanda e decide non proseguirà una corsa troppo veloce, come è stato in questi anni, per rendere digitali tutti i servizi e non troverà il modo di semplificare effettivamente procedure che al momento rimangono complesse ed ostiche a tanti.

    Diciamolo con chiarezza, tutti i servizi promessi spesso non funzionano e quando funzionano richiedono una padronanza degli strumenti tecnologici che non hanno né molti anziani né persone che vivono in contesti lontani dall’informatizzazione a tutto campo.

    Usare lo spid, mettere la firma digitale, dialogare con un disco che ti invita a premere vari numeri prima di riuscire a trovare un operatore in carne ed ossa, cercare di conoscere la tua esatta posizione, dall’INPS al Fisco, non è sempre agevole come ci vogliono far credere.

    In verità la maggior parte delle persone comuni trova molte difficoltà e segnala una significativa perdita di tempo, forse si saranno eliminate lunghe code agli sportelli ma nella realtà non si sono risolti i problemi legati all’espletamento di diverse pratiche e in troppi casi le risposte che si ottengono sono contrastanti, insufficienti, a volte sbagliate, con le ovvie negative conseguenze.

    I movimenti politici, e spesso anche quelli culturali, sembrano ignorare tre aspetti fondamentali: 1) una società giusta opera in modo da evitare che una parte della popolazione sia di fatto emarginata se non ha parenti più giovani che li aiuta o i mezzi economici per pagarsi chi la può assistere in certe incombenze, 2) ogni progresso, specie tecnologico, deve prevedere i tempi di adattamento necessari all’essere umano per adeguarsi ed il continuo sostituire una nuova tecnologia alla precedente crea confusione e dispendio economico inutile e dannoso, 3) l’esperienza di quanto avvenuto con la Rete, strumento meraviglioso ma spesso utilizzato per commettere atti criminali, nata senza regole e diventata incontrollabile, dovrebbe indirizzare i legislatori ad individuare prima i modi corretti per l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale che invece ormai è, senza consapevolezza, alla portata di tutti e nelle scuole porterà all’inarrestabile atrofia del cervello dei più.

  • Acquisti online attesi in crescita del 6% nel 2026

    Nel 2026 il valore degli acquisti online da parte degli italiani crescerà del +6% superando i 66,6 miliardi di euro. Secondo l’ultima indagine dell’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano sia il settore dei servizi, che raggiunge i 24 miliardi di euro, sia l’eCommerce di prodotto, che raggiunge i 42,6 miliardi di euro, registrano una crescita del +6%. La penetrazione dell’online sul totale Retail (online+offline) nei prodotti è pari all’11,5%, quasi mezzo punto percentuale in più rispetto al 2025.
    In questo contesto, sono 35 milioni i consumatori digitali in Italia secondo le evidenze della ricerca Netcomm Netretail 2026, un dato stabile rispetto al 2025 ma che racconta la maturazione di un fenomeno diventato trasversale per età, geografie e stili di vita. In undici anni, dal 2014 al 2026, gli acquirenti online sono più che raddoppiati (+119%), e oggi l’età media di chi compra online si allinea a quella della popolazione generale (48 anni).

    Questi i principali dati presentati in occasione della plenaria di apertura della XXI edizione di Netcomm Forum – “Value Commerce: The New Era of Digital & Omnichannel Experience” – il 6 e 7 maggio 2026 presso l’Allianz MiCo di Milano.

    “Il commercio digitale italiano ha smesso di crescere per accumulazione e ha iniziato a crescere per qualità. È un mercato che si polarizza e seleziona. In questo contesto, l’Intelligenza Artificiale è già una leva concreta sul lato del consumatore, dove viene utilizzata per confrontare prodotti, sintetizzare informazioni e ricevere suggerimenti personalizzati”, commenta Roberto Liscia, Presidente di Netcomm. “Sul lato delle imprese, però, il livello di adozione è ancora disomogeneo e spesso limitato a sperimentazioni, più che a integrazioni strutturali nei processi. Si parla molto di Agentic Commerce, una direzione evolutiva rilevante già in sviluppo a livello internazionale, ma non ancora pienamente operativa nel mercato italiano. Il punto oggi non è inseguire l’hype, ma prepararsi: qualità dei dati, integrazione dei sistemi e capacità di orchestrazione saranno i veri fattori abilitanti. I dati mostrano con chiarezza il tema della selezione: le imprese con e-commerce sono passate da 91.000 a 87.000 in un anno (-4,4%), segno che non basta entrare nel digitale per restarci. Più del 90% sono micro e piccole imprese, spesso con risorse limitate per sostenere investimenti continui in tecnologia, dati e competenze. Questo conferma un nodo strutturale: non è un problema di accesso al digitale, ma di capacità industriale di farlo funzionare e crescere nel tempo. Su questo terreno servono regole. L’Europa sta lavorando verso un quadro più armonizzato e Netcomm da tempo chiede condizioni competitive più eque per le nostre Pmi rispetto ai grandi player globali. Il messaggio è chiaro: il nostro mercato non è in crisi, è in selezione. Chi resta è più solido. Ma per crescere deve investire in modo consapevole su dati, AI, integrazione e relazione. È questa la direzione del Value Commerce”.
    “Nel 2026 l’eCommerce B2c consolida il proprio percorso di crescita: il valore degli acquisti online supererà i 66,6 miliardi di euro, con un incremento del +6% rispetto al 2025, seppur trattandosi di una crescita in linea con quella del biennio precedente, che conferma l’ingresso del mercato in una fase di maggiore maturità. Alcuni comparti mostrano dinamiche particolarmente vivaci, come le Assicurazioni (+11%) e, tra i prodotti, il Beauty&Pharma (+8%), con tassi superiori alla media. Altri comparti – dal Turismo all’Elettronica, dall’Abbigliamento al Food&Grocery – crescono invece in linea con il mercato”, dichiara Valentina Pontiggia, Direttrice dell’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm – Politecnico di Milano. “In uno scenario caratterizzato da instabilità geopolitica, tensioni internazionali e criticità logistiche come il blocco dello Stretto di Hormuz, oltre che da un’evoluzione delle abitudini di consumo segnata dal calo del potere d’acquisto, la sfida per i retailer italiani non è più solo intercettare la domanda online. Diventa infatti prioritario agire su due aspetti strategici: l’efficienza dei processi — per proteggere la marginalità anche in contesti complessi — e la personalizzazione dell’esperienza cliente. Investire in integrazione omnicanale, analisi dei dati, sperimentazione tecnologica e valorizzazione dell’esperienza aiuterà a creare un Retail fatto di relazioni rilevanti e sostenibili nel tempo”. L’Osservatorio eCommerce B2c Netcomm – School of Management del Politecnico di Milano evidenzia che nel 2026, il mercato eCommerce B2c di prodotto continuerà a crescere (circa +2,4 miliardi di euro rispetto al 2025). Nell’ambito degli acquisti di prodotto, il comparto beauty&pharma registra un incremento superiore alla media (con un tasso di crescita pari al +8%) mentre informatica ed elettronica di consumo, abbigliamento, editoria, arredamento e home living e food&grocery presentano una crescita in linea con quella del settore (con tassi compresi tra +5% e +6%). Frena la progressione del settore auto e ricambi. Per i servizi il comparto assicurazioni registra una crescita significativa e superiore alla media con un tasso di crescita dell’11%, mentre turismo e trasporti presenta un incremento in linea con quello complessivo dei servizi (+7%).

    La ricerca Netcomm NetRetail 2026 fotografa un mercato maturo e trasformato, con un numero di acquirenti online italiani stabile rispetto all’anno precedente ma cambiati nella composizione: la quota di utenti nei grandi centri urbani è in costante diminuzione, a testimonianza di come il commercio digitale si sia diffuso capillarmente anche nei centri medi e piccoli. L’ecosistema degli acquirenti si articola in cinque profili distinti: gli Abitudinari rappresentano il gruppo più numeroso (13,1 milioni, 37,4%), seguiti dai Convenience seeker (8,1 milioni, 23,1%), in crescita i Consapevoli (5,4 milioni, 15,3%) che privilegiano personalizzazione e sostenibilità, gli Informati e attivi (4,4 milioni, 12,5%) e i Digital power buyer (4,1 milioni, 11,8%).
    Il percorso d’acquisto è sempre più multi-touchpoint e guidato dall’Intelligenza Artificiale: AI e chatbot sono già un’esperienza comune in categorie come viaggi, arredamento ed elettronica, con utilizzi prevalenti nella comparazione di prezzi e prodotti (67%), nei suggerimenti personalizzati (66,8%) e nella sintesi di recensioni (61,2%). Cresce anche il peso del Retail Media: circa il 25% degli acquisti online nel triennio 2024-2026 risulta influenzato dalla pubblicità sui siti e app di vendita, con particolare efficacia nei settori servizi, salute e alimentari.
    Sul fronte dei pagamenti, il Digital Wallet si conferma lo strumento più utilizzato (33,9%), seguito dalla carta di credito (28,6%), in crescita rispetto agli anni precedenti. In raddoppio l’utilizzo dei sistemi di rateazione, mentre i pagamenti in contanti alla consegna continuano la loro discesa verso livelli marginali. La fase del pagamento risulta quella con il punteggio di soddisfazione più elevato tra tutti gli step del customer journey (8,9 su 10). Sul fronte logistico, le consegne out-of-home – ritiro in negozio, punti terzi, depositi e locker – hanno raggiunto il 21,9% del totale acquisti, più che triplicando rispetto al 7,3% del 2014, con una crescita particolarmente marcata nei centri sopra i 30.000 abitanti e nell’area metropolitana di Milano.

    L’e-commerce italiano entra in una fase di maturità selettiva. Secondo i dati dell’Osservatorio sui siti e-commerce italiani realizzato da Netcomm in collaborazione con Cribis, nel 2026 sono entrate nel panorama digitale quasi 22.000 nuove aziende, ma nello stesso periodo oltre 23.000 realtà attive nel 2025 non sono più online: il totale si attesta a 87.000 aziende (-4,4%), di cui oltre il 90% micro e piccole imprese. Le società di capitale sono 47.000 (54% del totale) e generano il 96,1% del fatturato complessivo; il 77,7% di esse ha registrato un utile di esercizio, contro il 74,2% della media nazionale, con una rischiosità commerciale quasi dimezzata (17,2% contro 30,1%). I settori con la maggiore incidenza di e-commerce sul totale del comparto sono Cosmetica (35,3%), Giocattoli (33,5%) ed Editoria (24,7%); con una crescita dei settori Arredamento (+6,5%) e Cosmetica (+5,9%), e cali marcati dei settori Turismo (-29,7%) e Ticketing (-21,2%), che raccontano un consolidamento dei grandi player verticali a discapito delle piccole realtà.  Sul fronte della comunicazione, l’83,4% delle aziende è presente sui social media, con Instagram in forte crescita (73,8%), ma una tendenza generale a gestire due o tre social in parallelo per intercettare pubblici ampi attraverso linguaggi differenziati.

    Durante la prima giornata di Netcomm Forum è stato inoltre analizzato il settore del commercio digitale nella sua rapida transizione verso l’adozione strutturata dell’AI. Uno dei trend più significativi è l’Agentic Commerce: agenti AI che, su delega dell’utente, scoprono, negoziano e acquistano autonomamente, con alcuni player già al lavoro sulla definizione del protocollo AP2, uno standard progettato per consentire agli agenti di AI di effettuare pagamenti in modo sicuro per conto degli utenti. L’impatto sulle vendite è già misurabile: la personalizzazione 1to1 nel Grocery ha triplicato le performance rispetto agli approcci tradizionali, mentre l’AI riduce del 20-30% i costi di sviluppo prodotto in settori come Cosmetica e Chimica. Sul versante logistico, il Demand Planning basato su AI genera riduzioni degli inventari a doppia cifra mentre il packaging si trasforma con impianti 3D che costruiscono colli su misura (-32% di materiali).

  • Ampio turnover tra le aziende di e-commerce italiane

    In Italia l’e-commerce si conferma un comparto vitale ma sempre più selettivo: nel 2026 sono entrate nel panorama digitale 21.717 nuove aziende (di cui quasi 12.000 società di capitale le nuove società di capitale), ma nello stesso periodo 23.211 realtà attive nel 2025 non sono più presenti. L’analisi fotografa un totale di 87.000 aziende italiane attive nell’e-commerce, registrando un calo del 4,4% rispetto al 2025, secondo i dati dell’Osservatorio sui siti e-commerce italiani realizzato da Netcomm, il Consorzio del Commercio Digitale in Italia, in collaborazione con Cribis – società del Gruppo CRIF che fornisce informazioni, soluzioni e consulenza alle imprese. Di queste, oltre il 90% sono micro e piccole imprese. I settori più inclini alla digitalizzazione, ovvero con la maggiore incidenza di e-commerce rispetto al totale delle aziende del proprio comparto, sono la Cosmetica (35,3%), l’Industria dei Giocattoli (33,5%) e l’Editoria (24,7%).

    Queste alcune delle evidenze presentate nel corso della XXI edizione di Netcomm Forum, l’evento di riferimento dell’e-commerce e Digital Retail, intitolato “Value Commerce – The New Era of Digital & Omnichannel Experience”, e realizzato con il supporto tecnico di TIG – The Innovation Group, il 6 e 7 maggio 2026 presso l’Allianz MiCo di Milano.

    “I dati dell’Osservatorio Netcomm in collaborazione con Cribis evidenziano un passaggio chiave: l’e-commerce italiano entra in una fase di maturità selettiva, in cui non conta più solo la crescita del numero di operatori, ma la sostenibilità dei modelli di business”, commenta Roberto Liscia, Presidente di Netcomm. “Il saldo negativo di circa 4.000 società di capitale e la contrazione nei numeri registrata rispetto al 2025 mostrano chiaramente che il mercato sta evolvendo verso modelli di business più complessi e paradigmi differenti.  Oggi non basta essere online: è necessario sviluppare competenze, efficienza operativa e capacità di investimento per competere in un contesto sempre più complesso, dove il valore si costruisce nel tempo attraverso relazione, fiducia e integrazione tra canali.”

    Marco Preti, amministratore delegato di Cribis riceve che “i dati dell’Osservatorio evidenziano la straordinaria vitalità delle micro e piccole imprese italiane che, in uno scenario in costante evoluzione, rappresentano il 90% del totale di aziende che sono oggi dotate di un e-commerce. A livello settoriale, è il manifatturiero a mostrare i trend di crescita più interessanti e, nello specifico, i comparti dell’arredamento, della cosmetica e dei giocattoli. Ma i dati mostrano anche un mercato sempre più competitivo e polarizzato, con un calo nel numero complessivo di quelle che hanno un canale di vendita online rispetto allo scorso anno. Per restare sul mercato, e cogliere le opportunità offerte dagli spazi virtuali, è dunque necessario rafforzare ulteriormente gli investimenti in persone e tecnologie ed ottimizzare l’attività di tutta la rete di vendita. Sia quella digitale che, dove presente, quella fisica.

    Il forte turnover del mercato – 21.717 nuovi ingressi a fronte di 23.211 uscite – è un segnale di evoluzione. Le società di capitale con e-commerce sono 47.000, pari al 54% del totale, ma generano il 96,1% del fatturato complessivo: un dato che evidenzia come il mercato si stia progressivamente concentrando attorno a operatori più strutturati e capaci di sostenere modelli di business digitali nel lungo periodo.

    Sul piano dimensionale, il riassestamento è significativo: le micro imprese crescono del 37,7%, mentre le grandi registrano un calo del 14,3%. L’e-commerce italiano si conferma così un ecosistema capillare e frammentato, con il 68,4% del tessuto composto da micro imprese e il 23% da piccole.

    A livello settoriale, il mercato mostra dinamiche opposte. Crescono i comparti dell’Arredamento (+6,5%), della Cosmetica (+5,9%) e dei Giocattoli (+4,5%), mentre registrano cali marcati il Turismo (-29,7%), il Ticketing (-21,2%) e l’Editoria (-11,9%). Fashion e Food & Beverage restano i settori più rappresentati in valore assoluto, rispettivamente con 5.728 e 4.712 Società di Capitale attive nell’e-commerce.

    In un confronto europeo, in Italia il numero di aziende con e-commerce e la percentuale sul totale aziende (1,3%, che sale a 2,6% per le società di capitali) è simile alla Germania – che conta 89.000 aziende con e-commerce – ma inferiori ai paesi best player (2,1% in Svizzera).

    La riduzione del numero di imprese è sintomatica di uno spostamento del mercato verso paradigmi più sostenibili e competitivi. Le aziende attive mostrano infatti una solidità finanziaria superiore: nel 2024, il 77,7% delle società di capitale con e-commerce ha registrato un utile di esercizio, contro il 74,2% della media delle società di capitale. L’analisi evidenzia inoltre una rischiosità commerciale inferiore: solo il 17,2% delle società di capitale con e-commerce presenta una rischiosità elevata, a fronte del 30,1% registrato mediamente dalle società di capitale italiane che non vendono online.

    Dall’Osservatorio emerge inoltre una progressiva crescita della Digital Attitude tra le imprese italiane: nel 2026, il 24,5% delle aziende registra un livello medio-alto di maturità digitale, in aumento rispetto al 22,7% del 2025.

    Il dato più eclatante emerge però dal confronto tra modelli di business: il 63,9% delle società di capitale con e-commerce raggiunge un livello di Digital Attitude elevato, contro appena il 7% delle società di capitale che non operano online: un divario che conferma come la presenza nel commercio digitale sia ormai un indicatore strutturale di innovazione e solidità aziendale.

    Anche sul fronte dell’innovazione, il livello si attesta su standard medio-alti, con un picco nel settore dell’elettronica, dove il 47,8% delle imprese mostra una spiccata propensione tecnologica. Tuttavia, la sfida resta aperta sul fronte dell’internazionalizzazione: il 55% del campione totale presenta ancora un livello di proiezione estera basso o Medio-Basso. In questo scenario, l’Elettronica si conferma ancora una volta il comparto più dinamico e orientato ai mercati globali, vantando un tasso di internazionalizzazione alto nel 55,3% dei casi.

    In Italia, il 2,6% del totale delle società di capitali ha implementato un canale e-commerce, con una distribuzione geografica che vede in testa il Sud (31,5%), seguito dal Nord-Ovest (25,8%) e dal Centro (23,2%). A livello provinciale, i principali hub del commercio digitale si confermano Milano (9,4%), Roma (9,3%) e Napoli (6,7%). Sotto il profilo dimensionale, il tessuto è composto prevalentemente da Micro imprese (68,4%) e Piccole (23%). L’anzianità aziendale si attesta tra i 6 e i 25 anni: rispetto al 2025 si osserva un innalzamento dell’età media, segnale di una consolidata maturità del comparto e di una stabilizzazione delle imprese che operano nel digitale.

    Sul fronte della comunicazione, i social media sono ormai un elemento imprescindibile: l’83,4% delle aziende con e-commerce è presente su almeno una piattaforma, in crescita rispetto all’82,7% dell’anno precedente. Sebbene Facebook resti tra i più utilizzati (pur perdendo circa 2 punti percentuali), si registra il boom di Instagram, che passa dal 69,6% al 73,8%. L’Osservatorio evidenzia infine una forte specializzazione strategica: YouTube è il canale privilegiato per l’Elettronica, Pinterest domina nell’Arredamento e X si conferma il punto di riferimento per l’Editoria.

    L’analisi delle Società di Capitale con e-commerce rivela un mercato ancora fortemente focalizzato sull’ambito nazionale: il 76,6% delle aziende offre infatti un sito in un’unica lingua, mentre solo il 16% prevede la possibilità di scelta tra due lingue.

    Emerge dai dati una progressiva diversificazione degli strumenti di pagamento, segnale di una crescente attenzione verso la customer experience. La maggioranza delle imprese (79,1%) offre oggi più di un metodo di pagamento, mentre solo il 20,8% del campione rimane ancorato a un’unica opzione. PayPal si conferma lo strumento più diffuso sia per le aziende con metodo unico sia per quelle con opzioni multiple, seguito da Un dato di rilievo riguarda l’ascesa delle soluzioni Buy Now Pay Later: nelle configurazioni con oltre 4 metodi di pagamento si segnala la forte crescita di Klarna. Analizzando la dimensione aziendale, PayPal domina tra le Micro e Piccole imprese, mentre le Grandi aziende puntano maggiormente su Carta di credito/debito e Pagamento alla consegna. Klarna trova la sua maggiore diffusione proprio tra le Micro imprese, a conferma di una forte spinta all’innovazione anche nei piccoli operatori.

    Su un totale di 87.000 realtà che hanno integrato il commercio elettronico nel proprio modello di business in Italia, ad oggi sono circa 40.000 le imprese individuali e società di persone. Anche in questo caso risentono di differenze regionali: a prevalere è il sud e le isole con il 31,2% di aziende con un e-commerce, a seguire il nord ovest con 26,3% trainato dalla Lombardia e il nord est con 21,8%. Le tre province più popolose di aziende con e-commerce sono Milano (5,3%), Roma (5,1%) e Napoli (4,8%). Sotto il profilo della longevità aziendale, la fascia d’età più rappresentata è quella compresa tra gli 11 e i 25 anni di attività. Ciò indica una crescente maturità del settore e una stabilizzazione delle imprese che, nate in contesti tradizionali, hanno saputo consolidare la propria presenza nel digitale nel lungo periodo. Per quanto riguarda le categorie merceologiche, il mercato è dominato dal Fashion, seguito dal Food & Beverage, che si confermano i comparti trainanti per la piccola impresa italiana online.

  • La franco-olandese Mistral offre all’Europa un’alternativa ai giganti Usa della tecnologia

    Gli ultimi dati sui Paesi che stanno facendo più progressi sull’intelligenza artificiale parlano chiaro. Gli Stati Uniti, che sembra avessero un vantaggio quasi incolmabile su tutti gli altri, sembrano in frenata. In realtà i colossi Big Tech californiani continuano a fare progressi, ma nulla in confronto all’accelerata che sta mettendo in atto la Cina, non solo Pechino ha ridotto il distacco su Washington, ma potrebbe addirittura tentare il sorpasso, visto che il vantaggio americano si è ridotto e ora è quantificato in appena il 2,7%, una cifra davvero minima. L’Europa è molto più staccata, ma non è fuori dalla partita.

    La startup francese Mistral AI, infatti, una delle aziende più importanti in Europa nel campo dell’intelligenza artificiale, sfida il monopolio delle Big Tech californiane e cinesi. L’azienda, fondata nel 2023 da Arthur Mensch (che è anche presidente e ad), Guillaume Lample e Timothée Lacroix, ha raccolto la somma di 830 milioni di dollari per acquistare 13.800 chip Nvidia per la costruzione di un data center proprietario a Bruyères-le-Châtel, vicino Parigi. Così sta cercando di offrire un’alternativa europea ai governi e alle imprese, sottolineando la fiducia degli investitori nelle aziende europee. Con un investimento da 1,3 miliardi di euro, Asml, il gigante olandese dei macchinari per produrre chip, lo scorso autunno è diventato il principale azionista di Mistral AI. L’investimento fa parte di un finanziamento totale da 1,7 miliardi. Grazie a questa operazione, Asml è divenuta il principale azionista e siede nel consiglio di amministrazione di Mistral.

    Mistral punta a rivoluzionare l’integrazione dell’intelligenza artificiale generativa in Europa, combinando la vendita dei suoi modelli open weight con una consulenza diretta alle aziende. In un momento in cui il ritorno sugli investimenti dei large language model (LLM) resta incerto, questa strategia rappresenta una possibile via europea per rendere l’AI davvero remunerativa e sostenibile. Negli ultimi tempi si sono infatti moltiplicati i report (tra cui quelli di Deloitte e del Mit) che mostrano come le aziende che hanno sperimentato l’integrazione dei modelli linguistici – per automatizzare processi, analizzare contratti o altri documenti, effettuare ricerche nei sistemi e altri ancora – hanno ottenuto vantaggi scarsi o nulli, soprattutto rispetto all’ingente spesa richiesta.  Questo non rappresenta un problema soltanto per le aziende, ma anche e soprattutto per i colossi dell’intelligenza artificiale generativa. Alle prese con bilanci in profondo rosso e consapevoli che i soli abbonamenti consumer non sono sufficienti per rendere economicamente sostenibili ChatGPT, Claude e gli altri, le varie realtà che sviluppano LLM hanno un bisogno assoluto che l’integrazione aziendale dei loro sistemi abbia successo. È infatti probabilmente questa l’unica via per generare ritorni significativi e dare un senso agli strabilianti investimenti infrastrutturali in cui si sono impegnati (secondo Bloomberg, 3mila miliardi di dollari da qui al 2030).

  • La Commissione lancia un invito a manifestare interesse per diventare membri fondatori della nuova Alleanza UE-Ucraina per i droni

    La Commissione europea ha pubblicato un invito a presentare manifestazioni di interesse per entrare a far parte dei membri fondatori dell’Alleanza UE-Ucraina per i droni. L’iniziativa mira a rafforzare la sicurezza e la difesa dell’UE e dell’Ucraina, promuovendo al contempo un ecosistema industriale innovativo nel settore dei droni per la difesa.

    L’Alleanza UE-Ucraina per i droni sosterrà lo sviluppo di tecnologie avanzate sia per i droni sia per i sistemi antidrone. I membri fondatori saranno selezionati tra candidati con comprovata esperienza nell’ecosistema dei droni per la difesa, sia nell’UE sia in Ucraina. Essi formeranno il primo Consiglio dell’Alleanza UE-Ucraina sui droni e avranno un ruolo chiave nel definirne attività e priorità.

    Il lancio ufficiale dell’Alleanza è previsto nei prossimi mesi, mentre le candidature resteranno aperte fino al 25 maggio 2026.

  • A breve l’app Ue per accedere ai social

    Arriva l’app europea per verificare l’età online. Ad annunciarlo è la Presidente della Commissione europea Ursula von der Lyen durante una conferenza stampa a Bruxelles con la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen.

    Il funzionamento è semplice: basta scaricare l’applicazione sul proprio dispositivo, si configura tramite documento d’identità o passaporto, si utilizza per dimostrare la maggiore età quando si accede a piattaforme online. Secondo von der Leyen, l’app permetterà di verificare l’età senza condividere altri dati sensibili garantendo l’anonimato completo dell’utente e l’impossibilità di tracciamento. Il sistema sarà open source, il codice sarà quindi accessibile e verificabile da chiunque e compatibile con tutti i dispositivi (smartphone, tablet e computer).

    “Questa app – ha spiegato von der Leyen – offre a genitori, insegnanti e tutori un potente strumento per proteggere i bambini, perché non tollereremo in alcun modo le aziende che non rispettano i diritti dei nostri bambini: i diritti dei bambini nell’Unione europea vengono prima degli interessi commerciali, e faremo in modo che sia così. La situazione – continua la Presidente – è estremamente preoccupante: un bambino su sei è vittima di bullismo online e un bambino su otto è un bullo online”.  Un modo per affrontare le modalità con le quali i siti, grazie a design sempre più accattivanti, catturano l’attenzione e la dipendenza dallo schermo. “Più è il tempo che i nostri figli trascorrono online, più è probabile che siano esposti a contenuti dannosi e illegali, nonché al rischio di adescamento da parte di predatori online. Spetta ai genitori educare i propri figli, non alle piattaforme”, ha concluso von der Leyen.

Pulsante per tornare all'inizio