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Autocrati che usano gli stessi metodi non a caso si somigliano

Io credo che le sole cose sicure in questo mondo siano le coincidenze.

Leonardo Sciascia

Tutto si è svolto e finito come era stato previsto. I lavori del XX Congresso nazionale del partito comunista cinese, iniziato il 16 ottobre, si sono conclusi una settimana dopo, il 22 ottobre scorso. Alla fine dei lavori circa 2300 delegati del congresso, presenti nella Grande Sala del Popolo, su piazza Tiananmen nel pieno centro di Pechino, hanno votato all’unanimità le modifiche della Costituzione, il documento base del partito. Costituito nel 1921 a Shanghai, città che allora era nota come la Concessione francese di Shanghai, il partito svolse in seguito il suo primo congresso nazionale che durò nove giorni, dal 23 al 31 luglio 1921. Durante quel congresso è stata approvata anche la prima Costituzione del partito comunista cinese. Un anno dopo, nel luglio 1922 e di nuovo a Shanghai si svolse il secondo congresso del partito, durante il quale si approvò anche l’iscrizione del partito all’Internazionale comunista. Basandosi sull’ideologia marxista e leninista, come anche il partito comunista dell’Unione sovietica, gli obiettivi del partito comunista cinese erano quelli tipici dei partiti di simile orientamento ideologico, costituiti in seguito in diversi Paesi del mondo. Tra quegli obiettivi, i più importanti erano il rovesciamento della borghesia e l’eliminazione delle distinzioni di classe. Obiettivi quelli per l’esercito rivoluzionario del proletariato che si doveva formare. In seguito, si doveva istituire la dittatura del proletariato che, a sua volta, doveva attuare la continua lotta di classe; un importante obiettivo permanente per il partito comunista che doveva guidare anche la nazionalizzazione dei mezzi di produzione.

Durante il XX congresso nazionale del partito comunista cinese i delegati all’unanimità hanno approvato l’emendamento alla Costituzione del partito sul numero dei mandati, che non erano più di due, per il segretario generale. È stato proprio quell’emendamento che ha permesso all’attuale segretario generale di avere il suo tanto ambito terzo mandato. Il che ha ulteriormente rafforzato i suoi poteri che già erano grandi. Lo stesso emendamento stabiliva anche i cosiddetti “due stabili” e le “due salvaguardie”. Un modo tipicamente cinese per definire determinate cose. Il primo tra i “due stabili” sancisce che il segretario generale è il “nucleo” del partito. Il secondo stabilisce che le idee del segretario generale diventano anche i principi guida del partito. Mentre le “due salvaguardie” sanciscono lo status centrale del segretario generale all’interno del partito e l’autorità centralizzata del partito a livello nazionale. Misure quelle volute dal segretario generale, per consolidare ulteriormente il suo potere istituzionale, il ruolo guida del suo pensiero e della sua volontà all’interno del partito comunista cinese che in realtà è un partito – Stato.

I delegati del XX congresso nazionale del partito comunista cinese hanno approvato all’unanimità anche una risoluzione finale. In quella risoluzione si ribadisce, tra l’altro, la ferma opposizione all’indipendenza di Taiwan. Tutto questo anche dopo la visita della presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti d’America nei primi giorni dell’agosto scorso. Una visita che ha suscitato subito delle reazioni ufficiali e delle “esercitazioni militari” nei pressi dell’isola da parte della Cina. In quella risoluzione si conferma che la Cina farà “un’opposizione risoluta per scoraggiare i separatisti che cercano ‘l’indipendenza di Taiwan'”.

Alla fine dei lavori del XX congresso nazionale del partito comunista cinese il segretario generale, durante il suo intervento conclusivo, sempre con il tipico modo cinese d’espressione, ha dichiarato: “Non saremo spaventati da pericolose tempeste, perché la gente ci darà sempre fiducia. Cavalcheremo sempre la tempesta con la nostra gente prendendo le loro priorità come nostre e agendo secondo i loro desideri, continueremo il duro lavoro per trasformare la loro aspirazione a una vita migliore in realtà”. Lui ha affermato, altresì, che “Di fronte a nuove sfide e test nel viaggio che ci attende, dobbiamo rimanere in allerta e rimanere sobri e prudenti come uno studente che affronta un esame senza fine. Non dobbiamo fermare i nostri passi nell’esercizio di una piena e rigorosa governance all’interno del partito. Dobbiamo assicurarci che il nostro partito secolare, il più grande del mondo, diventi sempre più vigoroso attraverso l’autoriforma e continui ad essere la solida spina dorsale su cui il popolo cinese può contare in ogni momento”. Il segretario generale del partito poi ha aggiunto: “Proprio come la Cina non può svilupparsi isolata dal mondo, il mondo ha bisogno della Cina per il suo sviluppo […] Attraverso oltre 40 anni di incessanti riforme e aperture, abbiamo creato i due miracoli di una rapida crescita economica e di una stabilità sociale di lungo termine”. Alla fine del suo discorso, fiducioso, dopo aver ottenuto il tanto ambito terzo mandato, il segretario generale del partito comunista cinese ha dichiarato che la Cina “creerà molte più opportunità per il mondo”. I lavori del del XX congresso nazionale del partito comunista cinese si sono conclusi con le note dell’Internazionale, suonata dalla banda militare. Un tipico e molto significativo messaggio di basilare appartenenza ideologica.

Ma non è solo il segretario generale del partito comunista cinese, un partito – Stato, che ha rafforzato i suoi poteri istituzionali e personali in seguito a degli emendamenti costituzionali. Lo hanno fatto anche altri autocrati. Uno dei quali è il presidente della Turchia. Lo ha fatto con il referendum del 16 aprile 2017. Lui, fondatore nel 2001, del partito della Giustizia e dello Sviluppo (nella lingua turca Adalet ve Kalkınma Partisi – AKP; n.d.a.), dopo essere stato sindaco di Istanbul (1994 – 1998) e primo ministro dal 2003 fino al 2014, è stato eletto presidente della Turchia nell’agosto del 2014. In seguito, dopo il fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016, il presidente turco ha deciso di rafforzare i propri poteri. Allora lui ha indicato e denunciato il mandante di quel colpo di Stato: Fethullah Gülen, suo amico fino a qualche anno fa.  L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di quel golpe. Egli scriveva tra l’altro che “Il fallito golpe del 15 luglio 2016 rappresenta un momento cruciale della recentissima storia della Turchia in cui è stato coinvolto direttamente e personalmente Erdogan”. Sottolineando che il presidente turco dopo il fallimento del golpe aveva soprattutto “…ideato e avviato un periodo di rappresaglie e di purghe”. Aggiungendo che lui “Vedeva e considerava nemici dappertutto, chiunque poteva essere e/o diventare un pericoloso avversario per lui. Perciò dichiarò guerra a tutto e tutti. Obiettivi e vittime, uccisi o condannati, decine di migliaia, tra alti ufficiali dell’esercito, giornalisti, docenti universitari e insegnanti, artisti e altri ancora. E se questo non rappresenta un inizio di dittatura, allora cos’è?” (Erdogan come espressione di totalitarismo; 28 marzo 2017). L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore anche della cosiddetta Dottrina Davutoglu. Egli, tra l’altro, scriveva nel gennaio dello scorso anno anche di quella dottrina sottolineando che “…da più di dieci anni ormai, è diventata parte integrante ed attiva della politica estera della Turchia”. Chi scrive queste righe informava il nostro lettore che “…La Dottrina Davutoglu, fortemente sostenuta anche dall’attuale presidente turco, si basa sul principio dell’istituzione di una specie di Commonwealth degli Stati ex ottomani, dal nord Africa fino ai Balcani. Secondo questa dottrina, la Turchia dovrebbe diventare un ‘catalizzatore e motore dell’integrazione regionale’. La Turchia deve non essere ‘un’area di anonimo passaggio’ ma diventare ‘l’artefice principale del cambiamento’. Mentre Erdogan, prima da primo ministro e poi da presidente, continua deciso all’attuazione di questa dottrina”. Ma da alcuni anni l’autore di queste righe ha trattato ed informato il nostro lettore, sempre basandosi sui fatti accaduti e documentati, anche dei rapporti di “amicizia e di fratellanza” tra il presidente turco ed il primo ministro albanese. Un rapporto quello che egli ha sempre considerato, basandosi soltanto sui fatti accaduti, pubblicamente noti e documentati, come occulto e fondato su delle sudditanze pericolose da parte del primo ministro albanese (Erdogan come espressione di totalitarismo, 28 marzo 2017; Relazioni occulte e accordi peccaminosi, 11 gennaio 2021; Diabolici demagoghi, disposti a tutto per il potere, 18 gennaio 2021; Amicizie occulte e sudditanze pericolose, 24 gennaio 2022).

Espressione di quel rapporto di “amicizia e di fratellanza” ma anche di “sudditanza occulta” sono state anche le chiusure nella capitale dell’Albania, il 23 settembre scorso, di un collegio e di un‘asilo per bambini. Tutte e due parte di una fondazione turca finanziata dalla stessa persona accusata dal presidente turco come ideatore e organizzatore del sopracitato golpe del 15 luglio 2016 in Turchia. Quelle due chiusure, considerate del tutto ingiustificate e illecite secondo i dirigenti del collegio e dell’asilo, ma anche da noti professionisti di giurisprudenza e avvocati, sono state attuate solo poco dopo l’inizio di quest’anno scolastico. Non sono servite a niente le giustificazioni date dalla ministra dell’istruzione e da altri rappresentanti governativi. Anzi, hanno soltanto aumentato la diffusa convinzione che quelle chiusure sono state richieste espressamente dal presidente turco al primo ministro albanese e da quest’ultimo eseguite con ubbidienza. Come sempre. E come sempre in cambio di qualche “supporto” da parte del presidente turco, suo “caro amico e fratello”. Che le chiusure, il 23 settembre scorso, del collegio e dell’asilo sono state eseguite in seguito ad una richiesta del presidente turco, o da chi per lui, lo hanno in seguito affermato anche alcune fonti mediatiche in Turchia. Ma quello della chiusura del collegio e dell’asilo non sono stati un caso isolato. Perché due anni fa sono state chiuse tre altre scuole in altrettante città albanesi, sempre parte della rete di scuole ed asili della sopracitata fondazione finanziata dal nemico personale del presidente turco. Durante questi ultimi anni l’opinione pubblica in Albania è stata spesso informata delle ripetute richieste di diversi alti rappresentanti del governo turco, compreso anche lo stesso presidente turco, per delle drastiche misure restrittive nei confronti di tutte le scuole ed altre strutture di quella Fondazione. Ma altre richieste, ormai pubblicamente note, sono state ripetutamente fatte al primo ministro albanese ed altri alti rappresentanti istituzionali, in diverse occasioni, per intervenire e cambiare i vertici della Comunità musulmana albanese, sempre perché considerati come sostenitori del nemico personale del presidente turco.

Due settimane fa è stata resa nota una notizia molto preoccupante. Un diplomatico turco è stato presentato al ministero degli Affari Esteri in Albania come parte attiva dei dirigenti ed alti funzionari dello stesso ministero. La notizia non è stata mai negata da chi di dovere. Il che ne è la diretta conferma della veridicità della stessa. E guarda caso, nello stesso periodo, all’inizio di questo mese, il primo ministro albanese è andato in Turchia per una visita ufficiale e si è incontrato con il suo caro “amico e fratello”, il presidente turco. Lo hanno reso noto le agenzie di stampa turche. Niente di anormale si potrebbe subito pensare. Ma solo il fatto che quella visita non è stata resa nota né dallo stesso primo ministro albanese, come fa sempre tramite i suoi “cinguettii” quotidiani e neanche dal suo ufficio stampa, crea molti sospetti sulla stessa visita. Chissà di cosa hanno discusso e si sono accordati questa volta i due “amici e fratelli”?!

Chi scrive queste righe è convinto che non sono solo il segretario generale del partito comunista cinese e il presidente turco che hanno rafforzato i propri poteri istituzionali e personali con degli emendamenti costituzionali. Lo hanno fatto diversi autocrati e dittatori come quello russo ed altri. E, nel suo piccolo, lo ha fatto a più riprese anche il primo ministro albanese. Sono sempre degli autocrati che usano gli stessi metodi. Perciò non a caso si somigliano. Aveva ragione Leonardo Sciascia, il quale credeva che le sole cose sicure in questo mondo siano le coincidenze.

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