dittatura

  • Vergognosa, arrogante e sprezzante ipocrisia dittatoriale in azione

    Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia.

    Tommaso Campanella; da ‘Delle radici de’ gran mali del mondo’

    Con queste parole comincia l’ottava poesia di una raccolta di 89 poesie filosofiche scritte dal frate domenicano Tommaso Campanella circa quattro secoli fa e pubblicata nel 1915. Il frate ha avuto una vita sofferta e travagliata, accusato e processato per cinque volte, per eresia, dall’Inquisizione romana. Nel 1595 dopo il quarto processo subì una prima condanna di due anni di confino in un convento domenicano sul colle Aventino a Roma. Poi, nel 1599 è stato arrestato e messo sotto tortura per affermare di aver ideato e organizzato l’insurrezione contro i governanti spagnoli della Calabria. Dopo il quinto processo e dopo aver molto sofferto, per tanti mesi, durante ed in seguito alle tante crudeli torture, è stato condannato a 27 anni di reclusione, che passò nella prigione di Castel Nuovo a Napoli. Nel 1626, dopo l’intercessione di Papa Urbano VIII presso il re Filippo IV di Spagna, Tommaso Campanella è stato scarcerato e portato a Roma presso il Sant’Uffizio. La sua definitiva liberazione è avvenuta nel 1629. Ma i suoi guai non finirono, nonostante per cinque anni divenne il consigliere del Pontefice per le questioni di astrologia. Nel 1634 una nuova trama lo mise di nuovo di fronte al pericolo di un nuovo arresto e condanna per eresia. Riuscì però ad essere salvato, grazie a degli aiuti dalla Santa Sede e dell’ambasciatore francese. Fuggendo in Francia, fu accolto alla corte di Luigi XIII, avendo anche l’importante appoggio e protezione del ben noto cardinale Richelieu. Visse per cinque altri anni a Parigi nel convento di Saint-Honoré, dove morì nel 1639. Una vita quella sua piena di sofferenze e di privazioni, durante la quale però riuscì a imparare molto, nel bene e soprattutto nel male. Tutte quelle dirette esperienze di vita lo resero una persona con mente aperta e che andava oltre i canoni della Chiesa cattolica del tempo. Le sue tantissime opere ne sono una significativa testimonianza. La maggior parte delle sue opere, il frate domenicano Tommaso Campanella le scrisse durante gli anni della sua prigionia, trattando diversi argomenti naturalistici, filosofici, teologici e letterari. Era proprio in quel periodo che egli scrisse anche le sue poesie filosofiche. Molto significativa, tra le tante altre, anche la poesia Delle radici de’ gran mali del mondo. Una poesia dedicata ai “tre mali estremi”. Tommaso Campanella era convinto che “…tutti i mali del mondo pendono dalla tirannide, falsa possanza, e dalla sofistica, falsa scienza, e dall’ipocrisia, falso amore”. La poesia comincia con la strofa “Io nacqui a debellar tre mali estremi: /tirannide, sofismi, ipocrisia; /ond’or m’accorgo con quanta armonia/Possanza, Senno, Amor m’insegnò Temi” (temi, o themis, secondo la mitologia greca, è la figlia di Urano e di Gea, nonché sposa di Zeus. Per la sua irremovibilità Temi si invocava quando qualcuno doveva prestare un giuramento; n.d.a.). Poi elenca altri mali, ma per l’autore tutti sono minori ai “tre mali estremi”. Perché, come scrive nelle seguenti strofe della sopracitata poesia, “Carestie, guerre, pesti, invidia, inganno,/ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno,/tutti a que’ tre gran mali sottostanno,/che nel cieco amor proprio, figlio degno/d’ignoranza, radice e fomento hanno”. E la poesia finisce con l’ultimo verso, che esprime anche il credo del coinvolgimento sociale del frate domenicano, affermando, alla fine della poesia, che “Dunque a diveller l’ignoranza io vegno”. Dunque estirpare, strappare l’ignoranza, dove radicano i “tre mali estremi”, la tirannide, i sofismi, e l’ipocrisia, era una delle missioni civiche di Tommaso Campanella.

    Quei “tre mali estremi” sono ben presenti, purtroppo, da alcuni anni, anche in Albania. La vera, vissuta e sofferta realtà quotidiana ne è una inconfutabile testimonianza. Fatti accaduti e che stanno accadendo, anche in questi ultimissimi giorni alla mano, lo confermano. L’autore di queste righe da anni ormai sta denunciando la pericolosa restaurazione e il preoccupante consolidamento di un nuovo regime, di una tirannide. Il nostro lettore è stato spesso informato dell’attivo funzionamento in Albania di una dittatura sui generis. Una dittatura, camuffata in questi ultimi anni, anche da una necessaria parvenza di pluripartitismo, “garantita” dalla presenza in parlamento di un’opposizione “stampella” del primo ministro. Una dittatura come espressione di una alleanza tra il potere politico rappresentato istituzionalmente dal primo ministro, la criminalità organizzata, non solo locale e certi raggruppamenti occulti locali ed internazionali. La realtà albanese conferma la definizione stessa della dittatura, data dai diversi dizionari, di diverse lingue del mondo. Secondo quelle definizioni si asserisce che “La dittatura può essere una forma autoritaria o totalitaria di governo che, nella sua accezione moderna, accentra il potere in un solo organo, se non addirittura nelle mani del solo dittatore, non limitato da leggi, costituzioni, o altri fattori politici e sociali interni allo Stato”. Ebbene, dati e fatti accaduti e che tuttora stanno accadendo, anche in queste ultimissime giornate, dati e fatti documentati e denunciati pubblicamente alla mano, dimostrano che in Albania il potere è nelle mani di una sola persona, del primo ministro. Di colui che se ne strafotte delle leggi in vigore e della stessa Costituzione. In Albania i tre poteri, quegli enunciati da Montesquieu, già dal 1748, nel suo libro Spirito delle leggi, e cioè il potere legislativo, quello esecutivo ed il potere giudiziario, sono ormai controllati da una sola persona, dal primo ministro e/o da chi per lui. Nel periodo in cui visse Montesquieu non esisteva quello che adesso viene comunemente considerato come il quarto potere, e cioè i media. Ebbene, il primo ministro albanese controlla la maggior parte dei media, come risultava anche dall’ultimo rapporto ufficiale della nota organizzazione Reporters Sans Frontières (RSF, Reporter Senza Frontiere; n.d.a.). Anzi, la situazione dei media e dei giornalisti in Albania, per il 2021, anno analizzato da RSF e reso pubblico lo scorso 3 maggio, è peggiorato sensibilmente ed è diventato molto preoccupante. Con questa vera, vissuta ma anche e, purtroppo, sofferta realtà si confrontano quotidianamente gli albanesi. E questa realtà è anche la vera ragione per cui centinaia di migliaia di albanesi stanno lasciando il Paese, richiedendo asilo in diversi altri Paesi europei. Con tutte le gravi conseguenze derivanti e non solo demografiche. Secondo i rapporti ufficiali delle istituzioni internazionali specializzate, da alcuni anni risulta che gli albanesi sono tra i primissimi, insieme con i siriani e gli afghani, come richiedenti asilo. Spetta al nostro lettore perciò di trarre le conclusioni!

    In quanto ai sofismi, che Tommaso Campanella nella sua poesia Delle radici de’ gran mali del mondo, considera come uno dei “tre mali estremi”, quegli non mancano nei discorsi pubblici e nelle dichiarazioni del primo ministro albanese. Anzi, sono sempre più presenti, visto che lui, nelle sue inevitabili e tantissime “fatiche di Sisifo”, cerca di nascondere gli enormi abusi di potere, la corruzione galoppante e miliardaria, anche in questi tempi difficili, legati prima con la pandemia e adesso, da tre mesi, con la guerra in Ucraina. Ragion per cui il primo ministro fa uso dei suoi vizi innati; mentire ed ingannare come se niente fosse. Perché le bugie e gli inganni sono le uniche speranze che il primo ministro albanese ha per andare avanti. Sono le sue ultime speranze anche per nascondere i legami e la connivenza del potere politico con la criminalità organizzata locale e/o internazionale. E quando diventa necessario, il primo ministro usa, senza impedimento alcuno, anche l’ipocrisia. E come lui fanno tutti i suoi “fedelissimi leccapiedi”, ministri, deputati e altri ancora. Compresi anche i tanti “opinionisti profumatamente pagati”. E purtroppo, di fronte ad una simile e preoccupante realtà vissuta e sofferta quotidianamente in Albania, il sistema “riformato” della giustizia “non vede, non sente e non capisce niente”. E perciò non reagisce. Sono tante, tantissime le denunce ufficialmente consegnate presso le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia, che da alcuni anni ormai “attendono” di essere “spolverate”. Fatti accaduti e che stanno accadendo, fatti documentati e pubblicamente denunciati alla mano, testimoniano semplicemente ed inconfutabilmente che il primo ministro controlla personalmente e/o tramite chi per lui, anche il sistema “riformato” della giustizia. Così lui controlla personalmente i tre poteri enunciati da Montesquieu ed, in più, anche il quarto potere, i media. Perciò quella che è stata restaurata da alcuni anni in Albania, se non è una dittatura, una tirannide, allora cos’è?!

    Di tutti i “tre mali estremi” secondo Tommaso Campanella, il frate domenicano, e cioè della tirannide, dei sofismi e dell’ipocrisia è stata data una diretta e palese testimonianza durante questi ultimissimi giorni in Albania. L’occasione era l’elezione, in Parlamento, del nuovo presidente della Repubblica. Dopo il “fallimento programmato” delle tre precedenti sessioni, per mancanza di “consenso” tra la maggioranza governativa e l’opposizione “stampella” e, perciò per mancanza dei 3/5 dei voti, l’elezione è diventata sicura durante la sessione prevista per sabato scorso, 4 giugno. Un’elezione basata sul nome risultato dalle “proposte chiuse in una busta” dei deputati della maggioranza. Una scelta “affidata” dal primo ministro ai suoi ubbidienti deputati. Ma che in realtà la scelta era esclusivamente quella sua. E non poteva essere diversamente. L’incognita riguardava solo il nome. Ma l’identikit della candidatura era ben chiaramente disegnato. E prima di tutto doveva avere la fiducia del primo ministro e doveva ubbidire a lui. Anche perché sono delle “sfide” da affrontare nel prossimo futuro. Il caso ha voluto però, che durante la scorsa settimana, alla fine della quale si doveva eleggere il nuovo presidente della Repubblica, un altro presidente, quello che ha esercitato il massimo incarico istituzionale dal 2012 fino al 2017, è stato seppellito. Mentre sempre durante la scorsa settimana l’attuale presidente, in carica fino al 24 luglio prossimo, non era in Albania, ma in una visita ufficiale in Turchia. Cosa che ha poi generato anche delle discussioni giuridiche, riguardo alla validità di un suo indispensabile decreto firmato proprio in Turchia sabato scorso. Lo stesso giorno in cui poi, nel pomeriggio, è stato eletto in Parlamento il suo successore. Decreto che doveva liberare il candidato dall’incarico ufficiale che aveva avuto fino a venerdì scorso; incarico dal quale è stato dimesso. Un obbligo costituzionale quello, visto che il candidato, ormai il nuovo presidente della Repubblica dalla sera del sabato scorso, era il capo dello Stato maggiore dell’esercito.

    L’elezione del nuovo presidente della Repubblica ha generato molte polemiche di vario genere. Sono state tante le discussioni giuridiche sulla validità del sopracitato decreto presidenziale. Sono state tante anche le discussioni giuridiche sulla regolarità delle procedure che hanno portato alla votazione in Parlamento del nuovo presidente. A proposito, nella sessione di sabato scorso erano presenti in aula 83 deputati dai 140 tali. Hanno votato per il nuovo presidente 78, mentre 4 sono stati contrari. C’è stata anche un’astensione. Il primo ministro, sulla carta, aveva sicuri 74 voti dei suoi deputati e 3 altri del suo alleato. Un voto è arrivato dall’opposizione “stampella”. Le cattive lingue stanno parlando e dicendo tante cose durante questi ultimissimi giorni sull’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Ma anche di lui stesso, di certi suoi “problemi” con la giustizia e del “appoggio” arrivato per la sue selezione e elezione da oltreoceano. Hanno parlato del “linguaggio del corpo” che, secondo gli specialisti, fanno del nuovo presidente una persona molto riconoscente al primo ministro e che, perciò, potrebbe essergli anche molto ubbidiente.

    Chi scrive queste righe è convinto che durante questi ultimi giorni si è fatto uso di tanti sofismi e di tanta ipocrisia. Anzi è stata evidenziata proprio una vergognosa e sprezzante ipocrisia della dittatura, o tirannide, in azione. Ragion per cui diventa molto significativo, diventa un messaggio, il primo verso della poesia Delle radici de’ gran mali del mondo di Tommaso Campanella. E cioè che “Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia”. Un obbligo ed un dovere morale, civico e patriottico quello, per tutti gli albanesi onesti.

  • Da quale pulpito arrivano quelle minacciose prediche?

    Una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica

    Montesquieu; dal libro Spirito delle leggi

    L’arroganza, la prepotenza e l’uso delle offese volgari da coatto sono delle ben note caratteristiche comportamentali del primo ministro albanese. Caratteristiche pubblicamente manifestate sempre ed ogniqualvolta lui si trova in difficoltà, cercando di spostare e tergiversare l’attenzione pubblica. Sono delle manifestazioni consapevolmente attivate, con degli obiettivi ben determinati. Ma non di rado scaturiscono anche dallo sfogo del suo perturbato subconscio. Lo ha fatto spesso anche in queste ultime settimane, cercando di apparire “critico con le “ingiustizie”. Con quelle ingiustizie attuate, guarda caso, dal “riformato” sistema di giustizia in Albania che, invece, ha l’obbligo istituzionale di condannarle. Il primo ministro ha “criticato” proprio quel sistema che, dal 2016 in poi, lo ha sempre e fortemente applaudito come una significativa “storia di successo”! Avendo, in quella ardua impresa, simile alle fatiche di Sisifo, anche il continuo appoggio istituzionale dei soliti “rappresentanti internazionali”, l’ambasciatrice statunitense in primis, spesso in palese violazione della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Chissà perché?! Ma le cattive lingue ne hanno parlato di quelle “alleanze” e di servizi profumatamente ricompensati. Trovandosi in vistose difficoltà, il primo ministro albanese, non a caso, ha scelto una simile “strategia offensiva”. Sì, perché, dopo quasi nove anni di governo, non ha niente di concreto da dimostrare agli albanesi come un successo. Non ha niente da dimostrare agli albanesi come un impegno pubblicamente preso e poi realizzato. Non ha nessun risultato nella lotta contro la criminalità organizzata. Anzi! Perché, grazie alla sua ben nota, documentata e pubblicamente denunciata connivenza con la criminalità organizzata, il primo ministro albanese e i suoi sono riusciti a condizionare, controllare e manipolare i risultati elettorali, sia delle elezioni politiche che di quelle amministrative. Il nostro lettore è stato informato da anni e a più riprese di questa preoccupante realtà. La “vittoria” elettorale del 25 aprile 2021, fatti accaduti, documentati e pubblicamente denunciati alla mano, ne è una testimonianza molto significativa, tra le tante altre. E, guarda caso, le istituzioni del sistema “riformato” di giustizia, proprio quelle che in queste ultime settimane sono diventate l’obiettivo delle “forti accuse” del primo ministro, non hanno per niente reagito. Anzi, hanno chiuso occhi, orecchie e cervello ed hanno steso un velo pietoso di fronte alle tante denunce pubblicamente fatte ed ufficialmente consegnate.

    Il primo ministro albanese non ha fatto niente, ma proprio niente, per combattere la galoppante e ben diffusa e radicata corruzione che sta divorando tutto. Il primo ministro albanese e/o chi per lui, abusando del potere conferito, hanno messo in atto un consapevole, programmato e pauroso sperpero del denaro pubblico, con tutte le gravissime conseguenze, ormai a portata di mano. Il primo ministro albanese non ha bloccato l’aumento del debito pubblico, come aveva promesso nel 2013, quando ha cominciato a governare. Ma, peggio ancora, lui e/o chi di dovere hanno messo in moto un pericoloso e gravissimo aumento del debito pubblico. Debito che ha continuamente generato un profondo fosso finanziario, difficilmente colmabile, visti i continui abusi, con tutte le preoccupanti conseguenze non solo per il prossimo futuro, ma anche a medio e lungo termine. Si tratta di un periodo, questo attuale, che ha portato allo scoperto scandali e abusi milionari che coinvolgono direttamente, almeno istituzionalmente, sia il primo ministro, sia altre persone molto vicine a lui. Tra le quali anche la sua eminenza grigia, il segretario generale del Consiglio dei ministri. Il nostro lettore è stato informato nelle ultime settimane proprio di queste realtà e di questi scandali, quello dei tre inceneritori compreso (Misere bugie ed ingannevoli messinscene che accusano, 4 aprile 2022; A ciascuno secondo le proprie responsabilità, 26 aprile 2022; Diaboliche alleanze tra simili corrotti, 9 maggio 2022).

    Il primo ministro albanese ha scelto, non a caso, proprio la riunione dell’assemblea del suo partito, svoltasi il 7 maggio scorso, per “tuonare”, con delle dirette critiche, contro i massimi rappresentanti delle istituzioni del sistema “riformato” della giustizia. Come aveva fatto un mese fa, il 9 aprile, durante il congresso del suo partito. Il primo ministro ha scelto di “attaccare fortemente” proprio quei rappresentanti che hanno avuto il suo pieno e consapevole consenso e supporto quando sono stati selezionati e poi sono stati votati in parlamento, controllato sempre dal primo ministro. Queste verità, relative alla selezione e alle nomine dei rappresentanti delle nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia in Albania sono ormai pubblicamente note. Verità testimoniate dai fatti documentati dal momento della costituzione delle nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia e poi dall’insediamento degli “attentamente vagliati” dirigenti di quelle istituzioni. Ebbene, il 7 maggio scorso, durante la riunione dell’assemblea del partito, pienamente controllato con mano forte dal primo ministro, lui ha “fortemente criticato” i massimi rappresentanti di una di quelle nuove istituzione del sistema “riformato” di giustizia. Anzi, dell’istituzione per eccellenza del sistema, la Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata. Una Struttura della quale fanno parte sia la Procura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata, sia l’Ufficio Investigativo Nazionale. Ma nelle sue “forti critiche ed accuse” il primo ministro si è riferito in generale alla Struttura, senza specificare i suoi componenti. Anche perché non gli servivano dato che si trattava di una sua buffonata propagandistica, l’ennesima. Il primo ministro, invece di trattare i tanti gravi problemi con i quali si stanno affrontando ogni giorno gli albanesi, compresi anche l’abusivo, sproporzionato, continuo e drammatico aumento dei prezzi dei generi alimentari di prima necessità, che stanno ulteriormente impoverendo gli albanesi, si è scatenato contro i dirigenti della Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata. Ma viste le tante difficoltà con le quali si sta confrontando lui, i suoi più stretti collaboratori ed alcuni dei suoi ministri/ex ministri, al primo ministro serviva uno “spettacolo pubblico” del genere. Il sistema giudiziario dovrebbe essere uno dei tre poteri indipendenti in uno Stato democratico, insieme con quello legislativo ed esecutivo. Ma questa divisione dei poteri, chiaramente formulata da Montesquieu nel suo libro Spirito delle leggi, pubblicato nel 1748, purtroppo non funziona più in Albania. Nel suo libro Montesquieu scriveva: “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere”. Lungimirante qual era e riferendosi alla vitale necessità della divisione reale dei tre poteri, Montesquieu aveva previsto ed espresso nel 1748 la sua convinzione che “Una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica”. Dai tantissimi fatti accaduti e che stanno tuttora e purtroppo accadendo, fatti denunciati, verificati, verificabili e ormai di dominio pubblico alla mano, risulterebbe che quanto aveva previsto ed espresso Montesquieu si sta attuando in Albania. Sì, perché in Albania, da alcuni anni, è stata restaurata e si sta consolidando una nuova dittatura sui generis. Una dittatura come espressione della pericolosa alleanza tra i massimi dirigenti del potere politico, rappresentato istituzionalmente dal primo ministro, con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali e/o internazionali. L’autore di queste righe, informando il nostro lettore, da anni sta evidenziano e denunciando, nel suo piccolo, una simile, pericolosa e gravissima realtà. E non solo per gli albanesi, ma anche per gli altri Paesi europei, come risulta dai dati ufficiali pubblicati nei diversi rapporti delle istituzioni specializzate internazionali e di alcuni singoli Stati.

    Tornando a quanto ha detto pubblicamente il 7 maggio scorso il primo ministro albanese, durante la riunione dell’assemblea del partito da lui diretto e personalmente gestito, bisogna sottolineare un evidente e semplice fatto. Un fatto che tutti sanno, ma che il primo ministro ha fatto finta che non esista. E cioè il diretto e personale controllo, proprio da parte sua, dei massimi dirigenti delle istituzioni del sistema “riformato” della giustizia in Albania e della loro sudditanza nei confronti del “dirigente massimo”. E per far credere a tutti il contrario, cioè che lui non controlla il sistema “riformato” di giustizia, ha messo in scena l’ennesima buffonata propagandistica. Una buffonata che però non ha raggiunto l’obiettivo preposto e non ha prodotto l’effetto desiderato. Ragion per cui, sempre in vistosa difficoltà, il primo ministro, due giorni dopo, l’11 maggio scorso, ha convocato una conferenza con i giornalisti. Al suo fianco c’era anche il ministro della Giustizia. Ma come ci insegna la saggezza umana millenaria che la lingua batte dove il dente duole, anche il primo ministro albanese ha cercato di giustificare quanto aveva pubblicamente dichiarato due giorni fa, durante la riunione dell’assemblea del suo partito, sui dirigenti delle nuove istituzioni del sistema “riformato” di giustizia. Rivolgendosi ai giornalisti presenti, lui ha detto, tra l’altro, che quanto aveva dichiarato “…alcuni lo hanno considerato [come] pressione sulla giustizia, alcuni altri lo hanno considerato [come] paura, oppure perdita del potere. …”. E poi, siccome lui sa benissimo ed è ben consapevole del diretto coinvolgimento suo e dei suoi più stretti collaboratori in diversi scandali milionari, noti anche all’opinione pubblica, locale ed internazionale, il primo ministro, riferendosi a se stesso e agli altri rappresentanti del suo partito, ha dichiarato che “… per noi non ci sono degli intoccabili e che chiunque di noi, che possa avere un conto aperto con la giustizia, troverà [sempre] una porta chiusa nella nostra casa politica”. E poi, sempre dando ragione alla saggezza umana millenaria, secondo la quale la lingua batte dove il dente duole, ha cercato di convincere tutti che lui personalmente non è stato coinvolto in questa riforma (della giustizia; n.d.a.) “…per dire una cosa e farne un’altra. E neanche per usare politicamente la giustizia e neanche per attaccare politicamente gli avversari politici…”. Le ennesime bugie, gli ennesimi tentativi di ingannare, l’ennesima bufala propagandistica, durante la quale il subconscio del primo ministro albanese ha contraddetto ed evidenziato quello che la sua parte razionale ha cercato di nascondere e camuffare. Ed il simbolismo di questa contraddizione era il ministro della Giustizia, seduto proprio al suo fianco durante quella conferenza con i giornalisti. Quel ministro che alcuni anni fa è stato pubblicamente accusato e denunciato, presso le nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia, come parte attiva delle manipolazioni elettorali. Uno scandalo, quello, reso noto anche da diverse intercettazioni telefoniche, pubblicate da diversi media locali ed internazionali.  Ma la Struttura Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata, quella “attaccata” dal primo ministro, purtroppo non ha mai indagato sul caso, facendo proprio finta che non esistesse. E poi, la domanda di un giornalista, che si riferiva proprio a questo fatto, evidenziando che la persona al suo fianco “…oggi è il ministro della Giustizia e non di fronte alla giustizia”, ha messo in vistosa difficoltà il primo ministro, l’innato bugiardo ed ingannatore. Dopo quella domanda il primo ministro non ha risposto più alle altre ed è andato via.

    A chi scrive queste righe, riferendosi al comportamento del primo ministro albanese, viene naturale la domanda; da quale pulpito arrivano quelle minacciose prediche? Da quello istituzionale del capo del governo, oppure da quello di un dittatore che vuol controllare tutto e tutti? Giustizia compresa. Bisogna tenere sempre presente però, che una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica, come giustamente scriveva Montesquieu. E chi scrive queste righe ne è veramente convinto.

  • Misere bugie ed ingannevoli messinscene che accusano

    La propaganda è veramente un’arma, come i cannoni o le bombe, e imparare a difendersene è importante come trovare riparo durante un attacco aereo.

    George Orwell

    L’efferata aggressione russa in Ucraina continua, mietendo migliaia di vittime innocenti, a causare ingenti danni materiali. Una inconfutabile e purtroppo orribile testimonianza della spietatezza degli invasori russi è stata resa pubblicamente nota domenica scorsa. Nella cittadina di Bucha, che si trova nelle vicinanze della capitale ucraina, è stata scoperta una fossa comune dentro la quale sono stati trovati dei cittadini uccisi, alcuni addirittura con le mani legate dietro la schiena e con un colpo d’arma da fuoco dietro la testa. Il capo dei soccorsi locali, che ha organizzato ed attuato il recupero dei corpi, secondo fonti mediatiche, ha dichiarato: “Qui, in questa fossa, sono sepolte 57 persone”. Le orrende e crudeli immagini di quello che è stato subito considerato e denominato come il massacro di Bucha hanno suscitato l’indignazione e la reazione dell’opinione pubblica ed istituzionale a livello internazionale. Quelle immagini potrebbero rappresentare un’ulteriore prova e testimonianza a supporto delle accuse di genocidio attuato da parte delle forze armate russe in Ucraina. Ovviamente, e come hanno fatto dall’inizio della guerra in Ucraina, lo scorso 24 febbraio, i rappresentanti istituzionali e la propaganda governativa russa hanno negato tutto, scaricando tutte le responsabilità ed incolpando gli ucraini. Una strategia mediatica e propagandistica quella, scelta consapevolmente ed attuata accuratamente, dall’inizio di quella che il dittatore russo, sempre per motivi propagandistici, ha denominata “operazione speciale”. E non solo con delle dichiarazioni smentite dalla vera, vissuta e tragica realtà, ma anche con una continua diffusione di notizie false. Dopo il massacro di Bucha, il ministro degli Esteri ucraino ha chiesto la presenza, al più presto possibile, di una missione della Corte penale internazionale (il Tribunale per i crimini internazionali con sede all’Aia, in Olanda; n.d.a.). Il ministro, durante un’intervista, ha dichiarato: “Urge che la Corte penale internazionale e altre organizzazioni inviino missioni a Bucha e nelle altre città e villaggi liberati della regione di Kiev per lavorare con la polizia ucraina nella raccolta di ogni possibile evidenza dei crimini di guerra russi”. Nel frattempo il presidente ucraino continua a denunciare le atrocità dei russi, che hanno causato migliaia di vittime e immensi danni materiali e a chiedere degli aiuti di ogni genere. Il presidente ucraino ha chiesto anche ieri “aiuto, ma non col silenzio”. Mentre, riferendosi all’orrendo massacro, ha detto: “…Voglio che ogni madre di ogni soldato russo veda i corpi delle persone uccise a Bucha…”. La spietata ed orribile aggressione russa in Ucraina, proprio quella che il dittatore russo classifica e chiama, con irritante ed offensivo cinismo, “operazione speciale”, giustamente sta attirando tutta la dovuta ed indispensabile attenzione dell’opinione pubblica, delle istituzioni internazionali e dei singoli Stati. Anche il nostro lettore, da quando è cominciata l’invasione dell’Ucraina da parte delle forze armate russe, è stato sempre, continuamente, oggettivamente e responsabilmente informato da molti validi colleghi. Compreso anche l’autore di queste righe che, nel suo piccolo, ha cercato di dare il suo modesto contributo. Ragion per cui egli si ferma qui, per trattare, nei seguenti paragrafi, un caso che è ritornato la scorsa settimana all’attenzione dell’opinione pubblica, prima in Italia e poi anche in Albania. Un caso che evidenzia le misere bugie e le ingannevoli messinscene, messe in atto due anni fa, che continuano però ad accusare e che continueranno a farlo, finché la vera giustizia, al di sopra delle parti, non sia attuata e rispettata.

    Era il 29 marzo del 2020. Un gruppo di 30 medici ed infermieri, partiti dall’Albania, arrivarono a Verona, dove sono stati ufficialmente accolti. In seguito il gruppo partì e raggiunse Brescia, dove era stato prestabilito che essi prendessero servizio, a fianco dei loro colleghi italiani. Era il periodo in cui la pandemia aveva cominciato a farsi sentire con delle gravi e preoccupanti conseguenze in Italia, soprattutto nelle regioni del nord. Era anche il periodo in cui, nonostante gli effetti della pandemia in Albania non fossero simili a quelli in Italia, la situazione doveva essere affrontata con la dovuta serietà e responsabilità. Cosa che però e purtroppo non è stata fatta. L’autore di queste righe ha informato allora il nostro lettore di tutto ciò. Così come ha evidenziato, denunciato e condannato allora anche una clamorosa, irresponsabile, vergognosa ed ingannatrice messinscena mediatica, con un unico protagonista: il primo ministro albanese.

    Era il periodo in cui i cittadini albanesi erano stati costretti a rimanere chiusi in casa, abbandonati e delusi dal comportamento irresponsabile e preoccupante delle istituzioni. E tutto ciò in un Paese dove la maggior parte delle famiglie aveva delle scarsissime risorse finanziarie per affrontare degli “scenari apocalittici”, come venivano descritti dal loro primo ministro. Il quale però non diede alle famiglie bisognose nessun supporto concreto. Era un periodo però in cui, come scriveva l’autore di queste righe, il primo ministro aveva scelto “…di essere ogni giorno, e fino alla nausea, l’unico comunicatore mediatico, ‘l’uomo sapiente di tutto’ e ‘l’uomo onnipotente’ che decide di tutto e per tutti”. Era però un periodo in cui “…in tutte le sue apparizioni video, con le sue parole, consapevolmente o perché non riesce a rendersi conto, sta inculcando paura e sta generando terrore psicologico tra i cittadini segregati in casa”. Il primo ministro allora parlava soltanto di “scenari apocalittici”, di “guerre micidiali con un nemico invisibile” e di tanto altro. Ed è arrivato fino al punto di minacciare, addirittura, gli albanesi che sarebbero stati “tritati come carne di cane” dalla pandemia se non avessero ubbidito ai suoi ordini! L’autore di queste righe scriveva convinto allora, nel marzo del 2020, che “…Fatti accaduti alla mano, sembrerebbe che al primo ministro interessi soltanto l’apparizione mediatica e le immagini di facciata per usi puramente propagandistici”. E guarda caso, a fine marzo 2020, si presentò o si creò proprio l’occasione. Era il 29 marzo quando i media albanesi ed italiani annunciarono la partenza e l’arrivo in Italia di 30 medici ed infermieri che avrebbero dovuto assistere i loro colleghi italiani per combattere la pandemia. L’autore di queste righe era convinto allora, come lo è anche oggi che si trattava di “…una ghiotta opportunità per il primo ministro albanese di apparire mediaticamente a livello internazionale”. Tenendo presente la grave situazione pandemica in Italia in quel periodo, l’autore di queste righe scriveva “…I medici e infermieri che hanno scelto di affiancare i loro colleghi italiani hanno fatto un atto che merita rispetto. Ma l’uso mediatico del primo ministro è stato un atto vergognoso. E anche irresponsabile”. Allora era il periodo in cui, vista la propagazione preoccupante della pandemia, anche in Albania la presenza dei medici e degli infermieri stava diventando sempre più indispensabile. Anche perché da anni in Albania era stata evidenziata e denunciata a più riprese “…l’allarmante carenza, non solo in infrastrutture, di materiali e apparecchiature indispensabili ad affrontare la pandemia”. Così come, da alcuni anni allora, era stata denunciata a più riprese “…l’evidente carenza in risorse umane specializzate, medici ed infermieri compresi”. Si trattava di specialisti, i quali “…in seguito alle ben note e fallimentari politiche del governo nel settore della Sanità, […] hanno purtroppo scelto di lasciare il Paese ed andare a lavorare in altri Paesi, soprattutto in Germania”. E questo, allora come oggi, era ed è un fatto ben noto a tutti in Albania. Ed era proprio in una simile ed allarmante situazione pandemica che stava affrontando il Paese, quando il primo ministro albanese, decise di mandare in Italia 30 medici ed infermieri. L’autore di queste righe scriveva convinto che gli “scenari apocalittici”, di cui stava parlando da non pochi giorni allora il primo ministro albanese “non si affrontano con la propaganda, con le bugie, con gli inganni mediatici e con l’ipocrisia”. Perché “…I cittadini impauriti, psicologicamente terrorizzati, segregati in casa e minacciati di multe salatissime per le loro tasche ormai vuote hanno bisogno di certezze e garanzie. Perché i cittadini non devono sentire degli aberranti avvertimenti da parte del loro primo ministro, secondo i quali saranno “tritati come carne di cane” dalla pandemia se non obbediscono ai suoi ordini!” (Decisioni ipocrite e pericolose conseguenze; 30 marzo 2020).

    Riferendosi sempre all’arrivo in Italia del gruppo dei 30 medici ed infermieri, l’autore di queste righe informava allora il nostro lettore che “…Quell’evento è stato accompagnato da un impressionante rendiconto mediatico, seguito da un’altisonante eco, sia televisivo che della carta stampata”. Aggiungendo però che “…Al centro di tutto ciò non erano però e purtroppo i medici e gli infermieri, come giustamente e doverosamente doveva essere. No. Era, invece, il primo ministro albanese”. Considerando, perciò, tutto come “…semplicemente l’ennesima buffonata mediatica dalla quale il primo ministro albanese ha cercato di trarre vantaggio”. L’autore di queste righe esprimeva per il nostro lettore la sua ferma convinzione, secondo la quale “…Purtroppo si è trattato di una messinscena mediatica, della quale, però, i cittadini italiani sono stati ingiustamente e immeritatamente non solo disinformati, ma anche ingannati”. Un inganno quello, nolens volens, messo in atto dai media in Italia che hanno presentato il primo ministro albanese come un “modello interessante di positività.” (Obiettivi mascherati di una messinscena mediatica, 6 aprile 2020).

    Ebbene, due anni dopo e proprio il 28 marzo scorso sul Corriere della Sera è stato pubblicato un articolo di Andrea Galli, intitolato Covid Lombardia, la missione albanese nel 2020 tra festini e multe (con un benzinaio infiltrato tra i medici). In quel articolo si denunciava che “Sopra il mar Adriatico, la squadra di Tirana viaggiò a bordo di un aereo in compagnia – non esiste nessuna indagine in quanto all’epoca e anche dopo non si vollero compiere accertamenti -, di soldi in contanti. Più di quelli, molti di più, ma tanti di più, che sarebbero serviti per vivere a Brescia, poiché gli albanesi furono ospiti come lo furono i russi, costatici 3 milioni di euro”. In seguito si evidenziava che però “…se già erano stati notori i bagordi e i festini alcolici degli albanesi nell’hotel che li ospitò a Brescia rimediando perfino surreali multe per gli assembramenti, e se anche in quel caso vi fu a monte un accordo tra il là premier (Edi Rama) e quello italiano Giuseppe Conte (con ruolo apicale del ministro degli Esteri Luigi Di Maio), ecco, bisognerà che qualcuno chiarisca cosa diavolo ci faceva un benzinaio nel gruppo di trenta medici e infermieri, al cui interno in ogni modo spiccarono giovani professionisti di valore”. L’autore dell’articolo pubblicato il 28 marzo scorso sul Corriere evidenzia, tra l’altro, che “…Analisti internazionali avevano sintetizzato l’essenza della delegazione quale mossa geopolitica, legittima e regolare, del premier Rama, classiche manovre diplomatiche per avanzare crediti e acquisire ulteriori punti nella corsa a entrare nell’Unione europea”. E non a caso egli sottolineava che “…a ritroso si deve per la cronaca evidenziare l’azione di collante del famoso avvocato albanese Engieli Agaci, difensore spesso di grossi narcotrafficanti e uomo assai ascoltato dalle nostre istituzioni”. Guarda caso però, quel “famoso avvocato albanese” è anche il segretario generale del Consiglio dei ministri in Albania e anche l’eminenza grigia del primo ministro.

    Chi scrive queste righe, con ogni probabilità, continuerà la settimana prossima a trattare questo argomento, perché è convinto che aiuterà molto a comprendere la gravissima realtà albanese, dovuta al consolidamento della dittatura sui generis in Albania. Una dittatura questa basata sulla connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e certi clan occulti locali e internazionali.  Una realtà che la propaganda governativa cerca di “annientare”. Come sta facendo la propaganda del dittatore russo, da quando ha cominciato l’invasione dell’Ucraina. Aveva ragione George Orwell, secondo cui “La propaganda è veramente un’arma, come i cannoni o le bombe, e imparare a difendersene è importante come trovare riparo durante un attacco aereo.

  • I rapporti ambigui con i dittatori minacciano la libertà

    Mi chiedi cos’è la libertà? Non essere schiavi di nessuno, di nessuna necessità.

    Seneca

    “Va, pensiero, sull’ali dorate […] del Giordano le rive saluta, di Sionne le torri atterrate. Oh mia Patria sì bella e perduta! O membranza sì cara e fatal!”. Va pensiero è una delle arie operistiche più famose, nota in tutto il mondo e, per molti, rappresenta anche un inno alla libertà. Un’aria che viene cantata dal coro nella quarta scena del terzo atto dell’opera Nabucco di Giuseppe Verdi. Lo cantavano gli ebrei, fatti prigionieri e portati come schiavi in Babilonia da Nabucodonosor, il re degli assiri. Il librettista dell’opera, Temistocle Solera, ha preso ispirazione dalle scritture ebraiche, facendo riferimento ad un lungo assedio del Tempio di Gerusalemme, dove si erano ritirati i leviti e gli abitanti della città. Un assedio quello, messo in atto dall’esercito assiro guidato dal re Nabucodonosor. Essendo riuscito finalmente ad entrare nel Tempio, dopo aver portato fuori tutti gli ebrei fatti prigionieri, il re ha dato ordine di incendiarlo. Portati come schiavi in Babilonia, gli ebrei sono stati costretti a fare dei pesanti lavori. E mentre lavoravano sulle rive del fiume Eufrate, gli ebrei, disperati, ricordavano con nostalgia la loro patria perduta. Ricordavano il fiume Giordano e la loro amata città di Sionne (Gerusalemme; n.d.a.) con le sue torri distrutte. Zaccaria, il gran sacerdote di Gerusalemme, anche lui fatto prigioniero insieme con tutti gli altri ebrei, cerca di dare loro coraggio. Egli diceva agli ebrei di non disperarsi e “di non piangere come femmine” e profetizzava tempi migliori. Invece Nabucodonosor, il re degli assiri, dopo aver visto la statua del suo idolo, il dio Belo, cadere a pezzi senza che nessuno l’avesse toccata, aveva considerato quello un segno divino e decise di liberare gli ebrei. L’opera Nabucco è stata messa in scena per la prima volta il 9 marzo 1842 (esattamente 180 fa mercoledì scorso) al Teatro alla Scala di Milano. Era un periodo in cui l’Italia non era ancora unita e la città di Milano veniva amministrata dall’Impero austriaco. Era proprio il periodo del Risorgimento italiano. La prima dell’opera ebbe un grande successo e da allora l’aria Va pensiero è diventata un inno alla libertà, un’ispirazione alla libertà dagli occupatori e all’unità nazionale.

    Sabato scorso, 12 marzo, i cantanti del coro e gli strumentisti dell’opera di Odessa, sulla piazza davanti al teatro, hanno cantato proprio quell’aria, Va peniero. Insieme con loro cantavano anche i cittadini che si trovavano lì. Erano delle immagini commoventi ed impressionanti. Quel sabato gli ucraini, che dal 24 febbraio scorso stanno subendo la feroce aggressività del esercito russo, hanno cantato l’inno della libertà e dell’unità nazionale. Dando così anche un forte e eloquente messaggio per tutti. E con loro hanno cantato tantissimi altri, seguendo in televisione le immagini trasmesse dalla piazza di fronte al Teatro dell’Opera di Odessa.

    Nel frattempo e da 20 giorni ormai, in Ucraina si sta combattendo. Il dittatore russo non si ferma, nonostante le richieste fatte da tanti capi di Stato e di governo di diversi Paesi occidentali. Anzi, ogni giorno che passa, gli attacchi delle forze armate russe, con continui bombardamenti dei centri abitati in diverse città ucraine, hanno fatto migliaia di vittime civili, compresi anche tanti bambini. Ormai la capitale ucraina da giorni si trova sotto assedio. Così come altre città sparse su tutto il territorio. Bisogna sottolineare però anche l’ammirevole resistenza delle truppe armate ucraine e dei tanti cittadini che stanno combattendo come volontari per difendere la madre patria. Una significativa espressione della loro responsabilità civica e del loro patriottismo. E mentre gli uomini combattono contro gli invasori russi, ad oggi sono circa 2.6 milioni di ucraini, anziani, donne e bambini soprattutto, che hanno lasciato il paese. Arrivano alle frontiere dei Paesi confinanti, stremati e dopo molte ore di viaggio, spesso a piedi, con il minimo indispensabile in qualche borsa e soffrendo il freddo e tanto altro. Un preoccupante ma forzato esodo questo che, di per se, rappresenta un altro grave dramma umana per gli ucraini. Bisogna evidenziare e apprezzare però anche la grande disponibilità dei governi dei Paesi confinanti dove arrivano i profughi ucraini. Così come anche la grande disponibilità e l’ospitalità di associazioni, comunità religiose, nonché di tantissimi semplici cittadini, nei confronti dei profughi che scappano dalla guerra in Ucraina. Un numero quello dei profughi che, visto quanto sta accadendo e si prevede che possa accadere, con ogni probabilità, crescerà ulteriormente con il tempo e rappresenterà un problema logistico serio da affrontare e risolvere.

    Anche oggi pesanti bombardamenti stanno devastando diverse città ucraine. Si combatte anche nelle periferie della capitale. Domenica, purtroppo, è stato ucciso dai soldati russi, vicino alla capitale, un giornalista statunitense mentre, filmando tanti ucraini in fuga, faceva con grande professionalità il suo dovere. Come lo stanno facendo, dal 24 febbraio scorso, anche centinaia di altri suoi colleghi, da molti Paesi del mondo, rappresentanti di tantissime agenzie mediatiche e giornalistiche. Giornalisti, operatori, fotografi ed altri che lavorano in condizioni, non di rado, veramente estreme, pericolose, mettendo così continuamente a repentaglio la propria vita. E tutto ciò per dare, in tempo reale, le vere notizie da dove si combatte in Ucraina e per smentire le tante notizie false che diffonde la propaganda russa dall’inizio dell’invasione, ma anche da prima ancora. Facendo perciò di questo conflitto, oltre ad una micidiale guerra armata e con migliaia di vittime da ambe le parti, anche una guerra di propaganda e di notizie false. Nel frattempo in diverse città della Russia, si continua a protestare contro la guerra in Ucraina. Migliaia di cittadini, consapevoli del reale rischio di essere arrestati dalla polizia politica del dittatore russo, come è successo ormai durante tutte le precedenti proteste, anche in questi ultimi giorni hanno di nuovo protestato.

    Da quando è cominciata l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo, il 24 febbraio scorso, molti specialisti, analisti ed opinionisti hanno continuamente analizzato l’evoluzione del conflitto armato. Ma hanno messo in evidenza anche i rapporti non spesso trasparenti tra alcuni “grandi del mondo” e il dittatore russo. Rendendo pubblici determinati fatti accaduti, non si può non pensare anche all’ipocrisia e al “doppio gioco” di coloro che parlano e professano i principi morali e della democrazia mentre stabiliscono rapporti ambigui con diversi dittatori in altrettante diverse parti del mondo. Rapporti che possono mettere in pericolo e minacciare anche la libertà di altri popoli. Come gli ambigui rapporti che da anni sono attivi anche con il dittatore russo. Il che poi, dal 24 febbraio scorso, sta realmente mettendo in serio pericolo la sovranità dell’Ucraina e la libertà dei suoi cittadini. Spesso si parla di interessi e di scambi reciproci che riguardano rifornimenti energetici ed altro. Ma, purtroppo, fatti accaduti da anni alla mano, risulterebbe che le gravi conseguenze dell’ambiguità e della mancata trasparenza dei rapporti con alcuni dittatori, per delle “ragioni geopolitiche e geostrategiche”, vengono sempre sofferte, spesso anche con delle ingenti perdite di vite umane, da milioni di cittadini innocenti. Come sta accadendo in queste ultime settimane in Ucraina. Ma da quanto sta accadendo in queste ultime settimane in Ucraina bisogna, anzi è indispensabile, trarre anche delle conclusioni, seriamente analizzate ed elaborate e non solo di natura geopolitica e geostrategica. Bisogna tenere ben presente anche le espresse ambizioni del dittatore russo per ricostituire la “Grande Russia”. Ragion per cui bisogna fare di tutto dai “grandi del mondo” per fermare, a tutti i costi, l’invasione definitiva dell’Ucraina. Perché se no, la Russia farà poi, a tempo debito, lo stesso anche con altri Paesi confinanti. Come ha fatto precedentemente con alcuni Paesi indipendenti, facenti parte dell’Unione sovietica, ma non solo. E se non si farà di tutto adesso, in questi prossimi giorni o settimane, per fermare il dittatore russo, allora le gravissime conseguenze, nel prossimo futuro, potrebbero non risparmiare anche diversi altri Paesi europei, e non solo, almeno economicamente.

    Nel frattempo, da mercoledì scorso in Albania sono cominciate le proteste. Questa volta contro l’innalzamento abusivo, sproporzionato e del tutto ingiustificato del prezzo dei carburanti e dei generi alimentari. Proteste che da mercoledì scorso e quotidianamente vengono organizzate dai cittadini, tramite annunci in rete, non solo nella capitale, ma anche in diverse città. Proteste durante le quali si stanno denunciando gli abusi con i prezzi da parte dei soliti “clienti del governo”. Il primo segnale di quello che è successo con i prezzi lo ha dato precedentemente il primo ministro, parlando di guerre e di scenari apocalittici. Il che ha permesso agli oligarchi di agire indisturbati, sicuri del supporto del governo. Noncuranti neanche degli obblighi sanciti dalle leggi in vigore che costringono loro di garantire riserve che, nel caso dei carburanti, devono essere per tre mesi. Il primo ministro però, durante i suoi interventi in rete, si è “dimenticato” di tenere presente questi obblighi legali. Mentre l’innalzamento immediato dei prezzi dei carburanti non ha seguito neanche l’andamento quotidiano dei prezzi nelle borse internazionali. Il che ha inconfutabilmente e semplicemente testimoniato l’abuso con i prezzi. Abuso e truffe che vengono evidenziate anche dalle banche dati ufficiali delle stesse istituzioni governative. Ma il primo ministro albanese, dal 2013, quando ha cominciato a governare, fatti accaduti, documentati e denunciati alla mano, ha dimostrato di non essere credibile in quello che dice e che scrive. In più, dalle analisi specializzate fatte da quando si è verificato l’innalzamento dei prezzi in Albania, che secondo il primo ministro è legato al conflitto in Ucraina, si evidenzierebbero non solo degli abusi scandalistici dei prezzi dei carburanti, degli alimentari, di altri prodotti e di servizi, ma anche ben altro. Si evidenzierebbe anche la mancata volontà di intervenire con dei meccanismi previsti e sanciti dalla legge per controllare e bloccare l’innalzamento abusivo e speculativo dei prezzi. Chissà perché?! Ma invece di intervenire, continua a fare quello che lui ha fatto sempre quando si trova in difficoltà. Passa la responsabilità agli altri, per salvare se stesso. E nel caso delle proteste di questi ultimi giorni ha reso colpevoli i cittadini che “non hanno vergogna e protestano” mentre in Ucraina si combatte (Sic!). In questi ultimi giorni, sia il primo ministro che alcuni suoi ministri si stanno rendendo veramente ridicoli ed incredibili con le loro irresponsabili, vergognose e ingannatrici dichiarazioni pubbliche. Nel frattempo però, la polizia di Stato, che purtroppo da anni risulta essere una polizia politicizzata, ha arrestato i manifestanti pacifici, in palese violazione con quanto prevede la legge. Così come in Russia, nonostante lì la legge preveda altrimenti. E come in Russia dove, oltre alla guerra sul campo in Ucraina, si sta mettendo in atto anche la “guerra di propaganda” con le notizie false, anche in Albania il primo ministro e/o chi per lui sta attivando la sua propaganda governativa con delle falsità. Purtroppo, in Albania da anni sono centinaia di migliaia i cittadini che stanno lasciando il Paese. Come gli ucraini in queste settimane. Ma in Albania non c’è nessuna guerra come in Ucraina. In Albania però, da anni, è stata restaurata una dittatura sui generis, rappresentata dal primo ministro, come espressione della pericolosa alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti, oligarchi dei carburanti compresi.

    Chi scrive queste righe avrebbe molti altri argomenti riguardanti l’innalzamento abusivo dei prezzi da analizzare e poi informare il nostro pubblico. Lo farà però in seguito. Ma, nel frattempo, egli è convinto che i rapporti ambigui dei “grandi del mondo” con i dittatori potrebbero minacciare la libertà dei popoli. Anche degli ucraini e degli albanesi. Ed è anche convinto che se, come pensava Seneca, la libertà significa non essere schiavi di nessuno, di nessuna necessità, l’aria Va pensiero esprima maestosamente proprio la vitale e sacrosanta voglia di libertà e dell’unità nazionale.

  • I dittatori devono essere trattati come tali e mai tollerati

    Fin quando ci saranno delle dittature, non avrò il coraggio di criticare una democrazia.

    Jean Rostand

    La storia, come sempre, ci insegna. Anche nel caso della Russia. Ci insegna che il territorio della Russia è stato occupato, sia quando era un Impero, che in seguito, quando era diventata l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, o semplicemente l’Unione sovietica. Il territorio russo è stato occupato dalle armate di Napoleone Bonaparte nell’ambito di quella che è nota come la campagna di Russia. Un’occupazione che iniziò il 23 giugno 1812 e finì, con una disastrosa sconfitta di Bonaparte, il 14 dicembre 1812. Dopo 129 anni, è stata attuata un’altra occupazione del territorio, questa volta da parte delle armate naziste del Terzo Reich, di quella che era diventata l’Unione sovietica (dal 1922, dopo il crollo dell’Impero zarista dei Romanov ed in seguito alla guerra civile in Russia; n.d.a.). Un’occupazione quella, nonostante i due Paesi avessero firmato a Mosca, il 23 agosto 1939, il trattato di non aggressione di durata decennale noto come Patto Molotov-Ribbentrop. L’occupazione dell’Unione sovietica cominciò il 22 giugno 1941 in seguito all’operazione Barbarossa. Un’occupazione che finì, sulla carta, l’8 maggio 1945, dopo la resa incondizionata del Terzo Reich. E queste sono le sole due occupazioni del territorio russo.

    La storia ci insegna però anche delle invasioni, da parte degli eserciti russi, di territori altrui. Invasioni sia durante il secolo passato, quando si chiamava ancora Unione sovietica, sia in seguito, quando divenne, dal 1991, la Federazione Russa, o semplicemente Russia. La storia ci testimonia e ci insegna che, addirittura dal 1939, l’Unione sovietica prima e la Russia poi non ha mai smesso di attaccare e di invadere altri Paesi. Lo ha fatto nel novembre 1939, quando attaccò la Finlandia. Quel conflitto tra l’Unione sovietica e la Finlandia, noto anche come la guerra d’inverno, ebbe fine nel marzo 1940. L’accordo di pace di Mosca tra i due Paesi diede all’Unione sovietica dei territori e alcune isole nel golfo di Finlandia. Ma prima ancora di attaccare la Finlandia, l’Unione sovietica, nell’ambito del patto Molotov-Ribbentrop, aveva attaccato ed occupato la parte orientale della Polonia. Sempre nell’ambito di quel patto, la Germania aveva occupato la parte occidentale della Polonia il 1o settembre 1939. L’occupazione della Polonia orientale da parte dell’Unione sovietica cominciò il 17 settembre 1939, calpestando il patto di non aggressione tra i due Paesi, firmato il 25 luglio 1932, con durata fino al 31 dicembre 1945. Un’occupazione che durò fino al 22 giugno 1941, quando l’Unione sovietica venne occupata, a sua volta, proprio dalla Germania nazista, nonostante tra i due Paesi fosse in vigore il patto Molotov-Ribbentrop di non aggressione di durata decennale. Si attuò così un meritato “castigo” all’Unione sovietica, subendo sulla propria pelle quello che, soltanto due anni prima, aveva fatto subire alla Polonia. Patti di non aggressione reciproche alla mano!

    Dopo la fine della seconda guerra mondiale, un’altra guerra, nota ormai come la “Guerra fredda”, iniziò, dal 1947, tra l’Unione sovietica e gli Stati Uniti d’America e i Paesi dell’Europa occidentale. Una guerra quella, per fortuna senza scontri armati tra i due blocchi, che durò fino al crollo del muro di Berlino ed il seguente sgretolamento della stessa Unione sovietica. Ma anche durante quel periodo, l’Unione sovietica non smise di attaccare e di invadere altri Paesi. Correva l’anno 1956 quando in Ungheria i cittadini si ribellarono contro il regime comunista ungherese, che seguiva le direttive dell’Unione sovietica. La ribellione popolare iniziò il 23 ottobre 1956. Ma quello che stava accadendo in Ungheria non poteva essere tollerato dell’Unione sovietica. Ragion per cui il 4 novembre 1956 un ingente contingente militare dell’Unione sovietica entrò ed invase Budapest e altre parti dell’Ungheria. Dopo alcuni giorni di scontri armati con tante vittime, il 10 novembre 1956 l’Unione sovietica prese di nuovo il controllo del Paese, costituendo anche un nuovo governo ubbidiente. Dodici anni dopo un’altra invasione si mise in atto. Questa volta contro un altro Paese membro del Trattato di Varsavia. Si trattava della Cecoslovacchia. Formalmente le truppe dell’invasione appartenevano all’Unione sovietica e ad altri quattro Paesi membri, anch’essi, del Trattato di Varsavia. Ma, si sa, era proprio l’Unione sovietica che comandava. Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 prese via l’invasione, il cui obiettivo era quello di fermare i processi della democratizzazione e della liberalizzazione della società cecoslovacca, messi in atto da quella che ormai viene nota come la “Primavera di Praga”. Le truppe d’invasione insanguinarono le piazze, prendendo il controllo e costituendo un altro governo, sempre controllato dall’Unione sovietica. Ormai si sa quanto accadde allora a Praga. Il simbolo, però, della resistenza antisovietica diventò un giovane studente di filosofia, Jan Palach. Con un estremo atto di abnegazione, il 16 gennaio 1969, arrivato nella piazza San Venceslao, in pieno centro di Praga, si cosparse di benzina e si diede fuoco con un accendino, diventando una torcia umana. Jan Palach morì tre giorni dopo. Ma la seria degli interventi militari attuati dall’Unione sovietica purtroppo non si fermò. Undici anni dopo, il 24 dicembre 1979 cominciò un’altra invasione, quella contro un altro Paese indipendente, l’Afghanistan. Un’invasione con l’obiettivo di deporre l’allora presidente della Repubblica democratica dell’Afghanistan, che non era visto di buon occhio dall’Unione sovietica. Al suo posto volevano un’altro presidente, ubbidiente all’Unione sovietica. Quell’invasione però diede vita ad un vasto movimento di vari raggruppamenti di guerriglieri afghani, noti come i mujaheddin. L’occupazione dei territori dell’Afghanistan durò per dieci lunghi anni. Il 15 febbraio 1989 ebbe fine l’occupazione sovietica, con la ritirata di tutti i suoi contingenti. Ragion per cui viene considerata anche come il “Vietnam sovietico”.

    Gli interventi armati portati in atto dall’Unione sovietica seguirono anche dopo, quando si costituì, dal 1991, la Federazione Russa. Sono note quelle che ormai si chiamano le due guerre cecene. La prima iniziò nel 1994, quando le truppe armate della Russia entrarono in Cecenia e attaccarono Groznyj. Ma dopo lunghe e devastanti battaglie e scontri armati tra le parti e dopo la determinata resistenza dei ceceni, nonché la reazione massiccia dell’opinione pubblica, la Russia decise di ritirarsi nel 1996 e di firmare un trattato di pace nel 1997. Purtroppo i conflitti tra la Russia e la Cecenia non finirono con quel trattato di pace. Nel 1999 le truppe armate russe ritornarono ad invadere, cercando di controllare i territori conquistati dai separatisti ceceni, dando così inizio alla seconda guerra cecena. Formalmente il conflitto armato ebbe inizio dopo le incursioni militari nel Caucaso settentrionale, parte della Federazione, di raggruppamenti armati delle sedicenti Brigate Internazionali Islamiche. La reazione armata delle truppe russe è stata immediata. Un anno dopo, nel maggio del 2000, la Russia ha preso il controllo del territorio in Cecenia. Ma la presenza delle forze russe ha scatenato la reazione dei guerriglieri locali nel Caucaso settentrionale. Reazione che ha causato ingenti danni ai russi. Nel aprile 2009, dopo dieci anni di continui e sanguinosi conflitti armati, la Russia considerò finita la sua missione militare in Cecenia. Ma non smisero le sue ambizioni d’invasione. L’occasione si presentò quando la Georgia entrò, all’inizio dell’agosto 2008, con le sue truppe armate nell’Ossezia del Sud, una regione autonoma del suo territorio. Non tardò la reazione della Russia che intervenne militarmente contro la Georgia. Le forze armate russe arrivarono molto vicino alla capitale Tbilisi. Il 15 agosto 2008 fu firmato un “cessate il fuoco” tra la Russia e la Georgia. Secondo gli impegni ufficialmente presi, la Russia si doveva ritirarsi dal territorio della Georgia, mentre quest’ultima non doveva usare la forza militare contro l’Abcasia e l’Ossezia del Sud, le due regioni filorusse che nel 1991 avevano proclamato la loro indipendenza. Tre le due regioni e la Georgia i conflitti armati iniziarono dal 1991, per poi diventare violenti tra il 7 e l’8 agosto 2008. Il che portò a quella che viene nota come la guerra tra la Russia e la Georgia. La Russia però non rispettò gli accordi del 15 agosto 2008 e in seguito proclamò la costituzione di una “zona cuscinetto” intorno all’Abcasia e l’Ossezia del Sud. Così facendo la Russia non ha mai, in seguito, ritirato completamente e come prestabilito, le sue truppe dalla Georgia.

    Ma la strategia espansionistica della Russia continuò. Il seguente obiettivo fu la Crimea. Era il 27 febbraio del 2014 quando delle truppe armate russe, senza insegne, entrarono in Crimea, prendendo possesso di siti strategici in tutta la penisola. In seguito è stato proclamato e costituito un governo filorusso in Crimea. La Russia ha ufficialmente riconosciuto il 18 marzo 2014 Sebastopoli e la repubblica di Crimea come parte della Federazione russa. A quella decisione della Russia si opposero duramente sia l’Ucraina che gli Stati Uniti d’America, l’Unione europea ed altri Paesi. Il che ha portato all’espulsione della Russia dal Gruppo G8. Alla Russia sono state imposte diverse sanzioni da parte degli Stati Uniti d’America, dall’Unione europea e da altri Paesi. Però, fatti accaduti alla mano, quelle sanzioni si sono rivelate un’arma a doppio taglio, con dei risultati, purtroppo, non simili a quelli prestabiliti e desiderati. Il resto è storia di questi ultimi giorni.

    Si, perché sembra la Russia non abbia mai smesso di attuare le sue ambizioni di invadere territori che non le appartengono. Ne è un’altra testimonianza, purtroppo, quanto è accaduto la settimana scorsa. Nelle primissime ore del 24 febbraio è cominciata una vasta invasione militare del territorio ucraino da parte delle forze armate della Russia. Invasione che era stata annunciata alcune ore prima dal presidente russo durante un suo intervento televisivo. E, all’occasione, ha minacciato non solo gli ucraini, ma tutto il mondo. Lui, perentorio, ha dichiarato che “…Chiunque provi a interferire deve sapere che la nostra risposta sarà immediata e porterà a conseguenze mai sperimentate nella storia”! Da allora sono passati cinque giorni e gli sviluppi si susseguono. Ma sembrerebbe che il piano russo non abbia portato i risultati prestabiliti ed attesi. Questo grazie soprattutto alla determinazione e allo spiccato patriottismo dei semplici cittadini ucraini. Gli esempi sono ormai di dominio pubblico e hanno commosso l’opinione pubblica in ogni parte del mondo. Opinione che ha, allo stesso tempo, fortemente condannato la decisione del presidente russo. Ne sono una eloquente dimostrazione e testimonianza anche le massicce manifestazioni nelle piazze di molte città europee la scorsa domenica, ma anche prima. Nel frattempo il presidente ucraino ha dato un personale esempio di determinazione e di patriottismo. Egli ha anche saputo dire con poche e chiare parole delle verità che altri avrebbero preferito non venissero note pubblicamente. Ha fatto una semplice domanda il 24 febbraio scorso, rivolgendosi ai “grandi del mondo” e chiedendo: “Chi è pronto a combattere con noi? Non vedo nessuno. Chi è pronto a dare all’Ucraina una garanzia di adesione alla NATO? Tutti hanno paura”. Oppure, reagendo all’offerta statunitense di metterlo al sicuro, ha semplicemente detto: “La battaglia è qui. Mi servono munizioni, non un passaggio”! Il conflitto è tuttora in corso e gli sviluppi si susseguono. Tutto potrebbe accadere, auspicando però che di nuovo si verifichi la metafora di Davide e Golia.

    Chi scrive queste righe non può non pensare, tra l’altro, anche dell’ipocrisia e dell’ambiguità verificate durante l’operato di alcuni dei “grandi del mondo” in questi giorni. Egli non può neanche ignorare determinati interessi economici e lobbistici e le derivate conseguenze. Chi scrive queste righe è convinto però che i dittatori devono essere trattati come tali e mai tollerati. Tornando agli insegnamenti della storia, egli nota che tutte le invasioni e le occupazioni da parte dell’Unione sovietica prima e poi dalla Russia sono state fatte sempre da dittatori come Stalin, Bréžnev e Putin. Ragion per cui chi scrive queste righe, parafrasando Jean Rostand, afferma che fin quando ci saranno dei dittatori, non si dovrebbe avere mai il coraggio di criticare una democrazia.

  • Ricattabile ostaggio dei propri peccati

    Quando i bugiardi giurano, la verità piange con tutti e due gli occhi.

    Proverbio

    Anastasio Somoza era il capostipite di quella che dal 1937 e fino al 1979 divenne la dinastia Somoza in Nicaragua. È stato lui che nel 1934, nelle vesti del comandante della Guardia National ordinò l’uccisione di Augusto Sandino, il quale aveva guidato la lotta contro l’occupazione del Nicaragua dagli Stati Uniti d’America. Un’occupazione, nell’ambito di quelle che venivano allora chiamate le “guerre della banana”, iniziata nel 1912 e conclusa nel 1933.  Somoza, con un colpo di Stato nel 1936, proclamò se stesso presidente con poteri straordinari. In seguito ha chiesto ed attuato l’abolizione dei partiti, lo scioglimento del parlamento e l’abrogazione delle elezioni. In più Somoza ha ottenuto per se stesso il diritto di scegliere il suo successore, costituendo così la dinastia dittatoriale Somoza. Dinastia che, tra l’altro, continuò a perseguitare i seguaci di Sandino, i quali nel 1961 costituirono quello che venne chiamato il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale. Si trattava di un movimento comunista, che in seguito diventò un partito politico di orientamento marxista. Nel frattempo, nonostante non fossero più presenti militarmente in Nicaragua, gli Stati Uniti d’America continuarono a dare sostegno alla dittatura, considerando i Somoza come validi collaboratori. Ma, allo stesso tempo, gli Stati Uniti d’America consideravano e trattavano i dittatori nicaraguensi anche come fattori determinanti per la garanzia della stabilità nella regione. Era il 12 marzo 1947 quando il presidente statunitense Truman proclamò la dottrina che da allora porta il suo nome. Una nuova dottrina che sanciva l’abolizione definitiva della dottrina Monroe (presentata davanti al Congresso dall’allora presidente Monroe, il 2 dicembre 1823; n.d.a.) e proclamava i nuovi principi della politica estera degli Stati Uniti d’America dopo la fine della seconda guerra mondiale. Una politica estera che doveva fare fronte alla nuova realtà geopolitica dopo la divisione del mondo in due blocchi avversari. La dottrina Truman rimase attiva fino al definitivo sgretolamento dell’Unione sovietica nel 1991. Ma dalla metà degli anni ’40 del secolo passato in poi è rimasta famosa una frase, attribuita all’allora presidente statunitense Roosevelt. Una frase che, nonostante chi fosse il vero autore, leggermente modificata è stata in seguito usata in varie occasioni legate a delle preoccupanti realtà geopolitiche. Riferendosi al dittatore Anastasio Somoza, il presidente Roosevelt avrebbe detto: “Sarà anche un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana”! Ed è proprio questa frase che rappresenta molto significativamente l’approccio geopolitico, geostrategico e pragmatista, spesso anche con gravi conseguenze, della politica estera degli Stati Uniti d’America. Quanto è accaduto in Afghanistan, dal 2001 e fino al vergognoso ritiro dal Kabul delle truppe statunitensi il 15 agosto 2021 e la costituzione dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, con tutte le gravi conseguenze evidenziate continuamente rappresenta una significativa ed eloquente testimonianza.

    Gli obiettivi della politica estera statunitense, in varie parti del mondo, sono seguiti e portati avanti da determinate istituzioni e dai rappresentanti diplomatici accreditati presso ogni singolo Paese. Rappresentanti che sono obbligati a rispettare la Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche che sancisce tutti i diritti e gli obblighi del corpo diplomatico accreditato. Tutti i diritti devono essere garantiti dallo Stato accreditario, così come tutti gli obblighi devono essere rispettati dai rappresentanti diplomatici dello Stato accreditante, ambasciatore/capo missione in testa. Purtroppo questo non si verifica ovunque. Perché, almeno in Albania, fatti accaduti e che tuttora stanno accadendo alla mano, risulterebbe che negli ultimi anni gli ambasciatori statunitensi hanno spesso ignorato e calpestato, non di rado anche con arroganza e prepotenza, quanto prevede l’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Ovviamente tutto ciò è stato reso possibile con la consapevole complicità dei massimi rappresentanti del potere politico in Albania, in cambio del “consenziente silenzio” e dei richiesti ed ottenuti “appoggi” a tempo debito.

    Quanto è accaduto e continua ad accadere con la riforma del sistema di giustizia in Albania ne è una significativa dimostrazione e testimonianza. Una riforma che formalmente prese via con l’approvazione unanime, il 22 luglio 2016, da parte di tutti i 140 deputati del Parlamento albanese, di alcuni emendamenti costituzionali. Ma in seguito, e cioè dal settembre 2016, la maggioranza governativa, capeggiata dall’attuale primo ministro, non ha più rispettato gli accordi concordati con gli altri partiti ed ha approvato con solo i propri voti alcune leggi necessarie per rendere realmente operativa la riforma. Leggi che hanno permesso anche la costituzione di alcune nuove istituzioni del sistema della giustizia. L’autore di queste righe ha informato da anni il nostro lettore, cercando sempre di essere oggettivo, di quello che stava e sta accadendo con la riforma del sistema di giustizia in Albania. Fatti accaduti e che tuttora stanno accadendo alla mano, risulta che questa riforma è stata ideata ed in seguito approvata e resa operativa anche con il diretto, attivo e non di rado improprio coinvolgimento dei “rappresentanti internazionali” in Albania, gli ambasciatori statunitensi e dell’Unione europea in testa. Ignorando e calpestando spesso però anche quanto prevede l’articolo 41 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Non è mancato, quando necessario, neanche il “sostegno istituzionale” di alcuni alti rappresentanti della Commissione europea. Risulta però, sempre fatti accaduti e che stanno tuttora accadendo alla mano, che questa riforma abbia permesso al primo ministro e/o a chi per lui di controllare il sistema “riformato” della giustizia. Ragion per cui, sempre dati, fatti accaduti e che stanno accadendo alla mano, comprese molte denunce ufficialmente depositate presso le nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia e mai trattate, risulterebbe che questa riforma sia diventata realmente un voluto ed attuato fallimento.

    Bisogna sottolineare che con l’approvazione all’unanimità dal Parlamento, il 22 luglio 2016, di tutti i voluti emendamenti costituzionali riguardanti la riforma del sistema di giustizia, per la prima volta nella Costituzione dell’Albania è stata sancita anche la presenza di quella che si chiama Operazione Internazionale di Monitoraggio. Questa struttura è composta da esperti della giurisprudenza da Paesi membri dell’Unione europea e degli Stati Uniti d’America ed è coordinata dalla Commissione europea. Il suo compito è quello di garantire un processo imparziale e professionalmente svolto per la rivalutazione dell’integrità morale e professionale dei giudici e dei procuratori del sistema di giustizia in Albania. Un processo comunemente noto come vetting (vaglio, controllo; n.d.a.) che purtroppo è stato tutt’altro che imparziale e professionalmente svolto e che ha causato molti ritardi e danni. Tant’è vero che ormai viene fortemente sconsigliato dalle istituzioni dell’Unione europea alla Macedonia del Nord e al Kosovo! E, guarda caso, il processo di vetting è stato criticato ultimamente anche dal presidente della Commissione parlamentare per la Riforma di giustizia, deputato dell’attuale maggioranza governativa. Lui è “estremamente insoddisfatto con il ritmo del lavoro della Commissione Indipendente della Qualifica (struttura incaricata dalla Costituzione per attuare il processo del vetting; n.d.a.) e della stessa Operazione Internazionale di Monitoraggio in questo processo […] Quali sono gli strumenti e le garanzie per rafforzare l’imparzialità e l’obiettività decisionale?”.

    Si tratta di un processo, quello del vetting, che, come sancito nella Costituzione dopo l’approvazione dei sopracitati emendamenti, doveva essere garantito da determinate istituzioni, il cui mandato doveva finire entro il giugno 2022. Nella stessa Costituzione sono state previste e sancite anche le istituzioni che dovevano sostituire quelle precedenti. Bisogna sottolineare di nuovo che tutto è ormai previsto nei minimi dettagli dalla Costituzione e dalle derivanti leggi in vigore e che riguardano il sistema “riformato” della giustizia. Ma qui arriva il bello. Sì, perché da una proposta fatta dalla maggioranza governativa nell’ottobre 2021 è stato chiesto il prolungamento del periodo di funzionamento delle istituzioni del vetting. Per attuare quella proposta, trattandosi di un emendamento della Costituzione, non bastano i voti della maggioranza governativa. Sono indispensabili anche i voti dell’opposizione. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò (Agli imbroglioni quello che si meritano; 1 novembre 2021). Così come è stato informato anche degli sviluppi, a partire da settembre 2021, nel partito democratico albanese, il maggior partito dell’opposizione ed il primo partito oppositore alla dittatura comunista, costituito nel dicembre 1990. Sviluppi che hanno, da dicembre scorso, delegittimato colui che dal 2013 aveva usurpato la direzione del partito. Il nostro lettore è stato informato spesso in questi ultimi anni dei danni causati, non solo al partito democratico e all’opposizione, ma anche al Paese, nonché degli accordi occulti, a partire dal 17 maggio 2017, almeno quelli pubblicamente noti, tra il primo ministro e l’usurpatore del partito democratico.

    Ebbene, giovedì scorso, il 10 febbraio, il Parlamento ha approvato l’emendamento dell’articolo 179/b della Costituzione che sancisce il prolungamento, fortemente voluto dal primo ministro, del periodo di funzionamento delle istituzioni del vetting, proprio con i voti dei deputati controllati dall’ormai delegittimato usurpatore del partito democratico! Un emendamento quello “applaudito” anche dall’ambasciatrice statunitense, che si sta investendo molto personalmente, violando palesemente anche la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, per far credere che la riforma del sistema di giustizia in Albania sia stato un continuo e crescente successo (Sic!). Bisogna però evidenziare che era lo stesso usurpatore della direzione del partito democratico il quale, nella primavera del 2017, rivolgendosi al primo ministro, lo stesso di adesso, e riferendosi al sopracitato processo del vetting, dichiarava “perentorio” che si trattava di un complotto che “è stato scoperto” e che era “…un progetto mafioso nel quale sono coinvolti alti diplomatici a Tirana […] che hanno preso in ostaggio gli esperti dell’Unione europea”! Non si sa esattamente, anche se si presume chi fossero gli “alti diplomatici” che avevano preso in ostaggio [quali?] esperti dell’Unione europea. Ma fatti accaduti e che stanno accadendo anche in questi ultimi giorni alla mano, cresce continuamente la convinzione che l’usurpatore della direzione del partito democratico è una persona ricattata e ricattabile. E guarda caso, proprio da alcuni “alti diplomatici” in Albania. Le cattive lingue dicono che si tratta soprattutto dell’ambasciatrice statunitense. E non solo le cattive lingue, che raramente hanno sbagliato, ma anche tanti altri sono convinti che l’usurpatore della direzione del partito democratico albanese è un ricattabile ostaggio dei propri peccati. Alcuni di quei peccati sono attualmente oggetto di investigazione anche da parte dei procuratori belgi. Ma le cattive lingue dicono che si tratta anche di molti altri ancora.

    Chi scrive queste righe è convinto che l’ambasciatrice statunitense in Albania, come i suoi predecessori, chissà perché (?!), sta appoggiando palesemente un autocrate come il primo ministro. Sta appoggiando un dittatore ed una dittatura. Suonano perciò attuali le parole, attribuite a Roosevelt e riferite ad Anastasio Somoza. E cioè che “Sarà anche un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana”! Mentre riferendosi al ricattabile ostaggio dei propri peccati, l’usurpatore del partito democratico, chi scrive queste righe si ricorda della saggezza popolare, secondo la quale quando i bugiardi giurano, la verità piange con tutti e due gli occhi.

  • Amicizie occulte e sudditanze pericolose

    La maggior parte dei tiranni sono stati demagoghi,
    che  si sono acquistata la fiducia del popolo con le calunnie.

    Aristotele; Politica

    Un proverbio cinese ci avverte che bisogna fare molta attenzione a chi arriva con un regalo perché chiederà sicuramente un favore. Una saggezza millenaria quella, che si verifica spesso, non soltanto tra gli esseri umani, ma anche quando si tratta di rapporti governativi tra Paesi diversi. E soprattutto quando quelli che governano e gestiscono la cosa pubblica hanno stabilito tra di loro dei rapporti occulti e delle sudditanze ed ubbidienze pericolose.

    Una settimana fa, lunedì 17 gennaio, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è stato in Albania per una visita ufficiale, anche se, realmente, è stata proprio una visita per incontrare ed accordarsi con il suo “amico e discepolo”, il primo ministro albanese. Con colui che non nasconde, anzi, esprime pubblicamente la sua “ammirazione” per l’illustre ospite. Colui che proprio quel lunedì dichiarava che era “…molto orgoglioso di potersi considerare amico del presidente Erdogan”. Guarda caso, il protocollo di Stato aveva escluso dagli incontri, anche quello, protocollarmente obbligatorio, tra i due omologhi. E cioè dell’ospite, nella qualità di Presidente della Turchia e del Presidente albanese. Una “inedita protocollare” che non è stata mai spiegata e chiarita da chi di dovere, nonostante l’espresso interessamento pubblico e mediatico.

    Durante quella breve ma intensa visita in Albania il 17 gennaio scorso, il presidente turco era venuto anche per inaugurare quanto aveva “generosamente regalato” in precedenza, durante la visita del primo ministro albanese in Turchia, il 6 – 7 gennaio 2021. Si è trattato di 522 unità abitative in una località colpita dal terremoto del 26 novembre 2019. Dei regali per il povero e bisognoso popolo albanese. Ma soprattutto dei “regali” per il suo amico e discepolo, il primo ministro. Si è trattato e si tratta di “regali”, di supporto, anche elettorale, come nel caso di un ospedale in una città albanese, bastione del partito del primo ministro. Un’altra promessa fatta dal presidente turco al suo “fratello ed amico” albanese nel gennaio 2021, proprio tre mesi prima delle elezioni politiche del 25 aprile. L’ospedale è stato ormai inaugurato l’anno scorso, come promesso. Chissà però in cambio di quali favori quei “regali”?! E dei favori fortemente voluti e richiesti, anche pubblicamente, ci sono e come!

    Lunedì 17 gennaio, il presidente turco ha inaugurato la restaurazione, con dei finanziamenti turchi, di una moschea nel pieno centro della capitale albanese. Ma come ci insegna il sopracitato proverbio cinese, non è mancata neanche la richiesta del presidente turco, dopo i regali fatti. Una richiesta per il suo “fratello”, per il suo “amico”, per il primo ministro albanese; una sola, ma all’esaudimento della quale il presidente turco ci tiene fortemente e in maniera determinata. Una richiesta fatta anche prima. Una richiesta però, che mette in serie difficoltà il primo ministro albanese perché lo mette tra due “fuochi” dai quali si guarda ben attentamente di non essere “bruciato”: sia dal “fuoco” del suo “amico”, il presidente turco, sia dal “fuoco” dei Paesi occidentali e degli Stati Uniti d’America. Si tratta di una richiesta, quella pubblicamente fatta dal presidente turco, che riguarda tutto quello e quelli che hanno a che fare con colui che, fino al 2012, era un suo caro amico e stretto collaboratore. Colui che però, dal 2013, ha denunciato pubblicamente diversi scandali di corruzione, che vedevano direttamente coinvolto l’attuale presidente turco e/o i suoi familiari. E proprio per quella ragione, da quel periodo lui diventò un pericoloso nemico da perseguire e combattere, ad ogni costo. Quel nemico è Fethullah Gülen. Ed insieme con lui tutti i suoi collaboratori e sostenitori, compresi tutti gli appartenenti dell’organizzazione FETÖ (Fethullahçı Terör Örgütü – Organizzazione del Terrore Gülenista; n.d.a.), ovunque loro si trovino nel mondo. Anche in Albania. Il presidente turco considera Gülen l’ideatore e l’organizzatore del fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016 in Turchia. Ormai lui è il principale ricercato dalla giustizia turca, accusato di terrorismo. Da anni ormai Gülen si trova negli Stati Uniti d’America. Ragion per cui la Turchia ha chiesto, a più riprese, alle autorità statunitensi la sua estradizione. Estradizione che è stata però sempre rifiutata. Non solo, ma sia gli Stati Uniti che tutti gli Stati membri dell’Unione europea hanno fermamente condannato le accuse di Erdogan nei suoi confronti. Questo acerrimo nemico del presidente turco, un noto politologo e predicatore dell’Islam, è anche il fondatore di una ben altra organizzazione, il Movimento Gülen. Egli è, allo stesso tempo, tra i fondatori dell’Associazione per la Lotta contro il Comunismo, nonché il fondatore di una rete di scuole e altre strutture di insegnamento privato, ben radicate sia in Turchia che in altri paesi, Albania compresa. Ma il presidente turco, nonostante la protezione personale data al suo principale nemico dagli Stati Uniti d’America, non demorde mai e, determinato, usa ogni occasione ed ogni mezzo per colpire e danneggiare sia il suo nemico che i suoi collaboratori e sostenitori, compresa la rete di scuole da lui fondate. Ragion per cui il presidente turco continua ad insistere con la sua richiesta per combattere i sostenitori del Movimento Gülen e sradicare le strutture scolastiche da lui fondate e finanziate. Presenti anche in Albania. E così facendo, da anni, sta mettendo in seria difficoltà anche il primo ministro albanese, suo “discepolo” perché essendo il nemico del presidente turco protetto dagli Stati Uniti e sostenuto anche dai Paesi europei il primo ministro albanese, il “fratello e amico” del presidente turco, cerca in tutti i modi di esaudire le ripetute richieste del suo “idolo”, ma cerca anche, possibilmente, di fare tutto senza dare nell’occhio dell’altra parte. Mentre il presidente turco, determinato ed agguerrito com’è, non perde occasione di ripetere e pretendere che la sua richiesta sia presa e trattata con la dovuta attenzione ed esaudita prima possibile. Lo ha fatto determinato, ma anche con una certa arroganza e prepotenza, lunedì 17 gennaio, parlando ai deputati presenti nell’aula del Parlamento albanese. Riferendosi ai collaboratori e ai sostenitori del suo acerrimo nemico, il presidente turco ha detto che “…questo gruppo mantiene ancora la sua presenza in Albania nel settore dell’istruzione, della sanità, delle organizzazioni religiose e nel settore privato”. Poi ha “avvertito” i deputati che gli appartenenti alle organizzazioni fondate dal suo nemico rappresentano anche un “pericolo per la sicurezza nazionale dell’Albania”, come per la Turchia. E con dei “messaggi tra le righe”, riferendosi sempre ai suoi nemici, considerandoli come dei “terroristi che hanno le mani coperte di sangue”, ha ribadito che “mentre ci sono tante questioni tra noi di cui parlare, discutere e intraprendere dei passi verso il nostro futuro comune, a noi (presidente turco e i suoi; n.d.a.) dispiace che stiamo perdendo tempo per una simile cosa. Speriamo che durante il nostro prossimo incontro di turno, questa questione possa essere cancellata dalla nostra agenda!”.

    Parte integrante, molto importante e significativa della visita del presidente turco in Albania, lunedì scorso 17 gennaio, ben preparata e gestita dal “protocollo ufficiale”, era proprio, come sopracitato, anche la cerimonia per la restaurazione, con dei finanziamenti turchi, della moschea sulla piazza principale, in pienissimo centro di Tirana. Una cerimonia con la quale si è conclusa la breve visita del presidente turco e nella quale però il “protocollo ufficiale” non aveva previsto la presenza dei rappresentanti della Comunità musulmana dell’Albania. In realtà in quella cerimonia tutto parlava turco. Da colui che invitava a parlare tutti quelli che era previsto parlassero, alle scritture sul podio fino alle scenografie sui muri “ristrutturati” della moschea. Anche la preghiera è stata recitata in lingua turca da un alto religioso turco. Mentre la ragione della vistosa e molto significativa mancanza, durante quella cerimonia, dei rappresentanti della Comunità musulmana dell’Albania era “semplicemente” dovuta al fatto che il presidente turco considera loro come sostenitori del suo sopracitato acerrimo nemico.

    La visita del presidente turco lunedì scorso, 17 gennaio, in Albania ha suscitato molte contestazioni espresse pubblicamente da analisti, opinionisti, ma anche da molti semplici cittadini. E non solo per il fatto che quella visita coincideva proprio con il 554o anniversario della morte dell’Eroe nazionale albanese, Giorgio Castriota. Di colui che per 25 anni consecutivi, dal 1443 e fino al 1468 (morì da malattia il 17 gennaio 1468), ha combattuto e vinto contro gli eserciti ottomani, alcune volte guidate personalmente dai sultani dell’epoca. Tenendo presente anche l’agenda della visita e le dichiarazioni del presidente turco il 17 gennaio scorso in Albania, la “coincidenza” sulla data scelta a molti è sembrata proprio come una sfida che l’ospite ed il caro “amico” del primo ministro faceva agli albanesi, i quali sono molto legati al loro Eroe nazionale. In più, sia il presidente turco che il suo anfitrione, il primo ministro albanese, durante quella visita, con le loro dichiarazioni hanno cercato di camuffare e di nascondere le vere ragioni della visita stessa. Hanno detto delle frasi che ne contraddicevano altre e non riuscivano a nascondere i veri obiettivi geostrategici della Turchia in Albania e nei Balcani. Tutto come previsto nella ormai nota Dottrina Davutoglu. Una dottrina quella che, da più di dieci anni ormai, è diventata parte integrante ed attiva della politica estera della Turchia. La Dottrina Davutoglu, fortemente sostenuta anche dall’attuale presidente turco, si basa sul principio dell’istituzione di una specie di Commonwelth degli Stati ex ottomani, dal nord Africa fino ai Balcani. Secondo questa dottrina, la Turchia dovrebbe diventare un “catalizzatore e motore dell’integrazione regionale”. La Turchia deve non essere “un’area di anonimo passaggio” ma diventare “l’artefice principale del cambiamento”. Mentre Erdogan, prima da primo ministro e poi da presidente, continua deciso all’attuazione di questa dottrina. Da alcuni anni l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore, non solo della Dottrina Davutoglu, ma anche dei rapporti di “amicizia occulta” tra il presidente turche e il primo ministro albanese e di quelle che egli considera come delle “sudditanze pericolose”. (Erdogan come espressione di totalitarismo, 28 marzo 2017; Relazioni occulte e accordi peccaminosi, 11 gennaio 2021; Diabolici demagoghi, disposti a tutto per il potere, 18 gennaio 2021).

    Chi scrive queste righe da tempo è convinto della pericolosità delle amicizie occulte e dei rapporti di ubbidiente sudditanza che crea e segue il primo ministro albanese con altri suoi “simili”. Compreso anche il presidente turco. Simili soprattutto per il loro comportamento con il potere istituzionale e per i loro rapporti con i principi della democrazia. Simili per la loro arroganza e prepotenza e per il loro modo despotico di calpestare i sacrosanti diritti innati, acquisiti e riconosciuti dell’essere umano. Ma simili anche per le loro capacita demagogiche con le quali cercano e spesso anche riescono ad ingannare i propri cittadini. Confermando così quanto pensava Aristotele circa cinque secoli fa. E cioè che “La maggior parte dei tiranni sono stati demagoghi che si sono acquistata la fiducia del popolo con le calunnie”.

  • Il vizio esce con l’ultimo respiro

    Niente è più forte di un’idea il cui tempo è arrivato.

    Victor Hugo

    Ogni nazione/popolo ha il governo che si merita. Nel bene e nel male. È una frase molto nota ed usata da tempi remoti. Un’affermazione attribuita a Socrate, uno dei più rinomati filosofi della Grecia antica, vissuto venticinque secoli fa. Ma la frase usata da Socrate sarebbe stata espressa non proprio così. Secondo molti studiosi, la frase usata da Socrate era “Ogni nazione/popolo merita il suo sovrano”. Anche perché in quel periodo, più che di governo, si trattava di una persona che gestiva il potere, come despota, come sovrano assoluto. L’incertezza sulle vere parole usate dal noto filosofo è dovuta al fatto che tutti i pensieri di Socrate ci sono pervenuti tramite quanto hanno lasciato scritto altri suoi coetanei e/o discepoli. Ma in tempi molto più recenti, la frase, che ormai si usa comunemente, è quella formulata dal filosofo e diplomatico Joseph De Maistre. Lui era l’inviato del re Vittorio Emanuele I presso la corte dello Zar Alessandro I a San Pietroburgo tra il 1803 e 1817. In una sua lettera, pubblicata su un giornale russo nel 1811 egli scriveva: “Ogni popolo ha il governo che si merita”. E si riferiva a quanto accadeva nella Russia zarista in termini critici.

    “Ogni popolo ha il governo che si merita” è un’affermazione che, purtroppo, lo sta testimoniando anche la realtà albanese; almeno quella vissuta e sofferta dal 2013 in poi. Ma in male però. Analizzando quanto è accaduto durante questi ultimi otto anni, sempre facendo riferimento a dei dati verificabili e ai fatti accaduti, documentati, testimoniati e denunciati, risulta che gli albanesi sono diventati sempre più permissivi, indifferenti e, addirittura apatici. Ma anche “pragmatici”. Le ragioni potrebbero essere diverse e specifiche per diversi gruppi sociali e/o per dei singoli individui. Ovviamente la sempre più crescente delusione dai rappresentanti politici dei vari partiti ha fatto la sua. Ma anche la crescente povertà, quella realmente vissuta e non mascherata dai tanti “abili giochetti statistici” delle istituzioni governative, ha indotto gli albanesi a “scendere a patti”, vendendo il loro voto in cambio di soldi e/o di generi alimentari. Un fenomeno questo sempre più presente e sempre più diffuso, soprattutto nelle aree rurali. Ma anche nelle città, compresa la capitale. Un fenomeno che è stato evidenziato e sottolineato nei rapporti ufficiali degli osservatori internazionali durante le ultime elezioni, quelle del 25 aprile scorso, che hanno permesso all’attuale primo ministro di ottenere il suo terzo mandato. Ma ci sono anche altre ragioni che hanno permesso agli albanesi di “tollerare” e di avere il “governo che si meritano”. Lo hanno fatto per degli interessi diversi. Lo hanno fatto la maggior parte degli impiegati nell’amministrazione pubblica, per paura di perdere il lavoro e/o perché erano stati costretti a dimostrare il voto, fotografando le schede elettorali, in piena violazione delle leggi in vigore. Lo hanno fatto non pochi imprenditori che sono in “buoni rapporti” con il governo. E loro stessi, come datori di lavoro, hanno obbligato coloro che sono stipendiati in quelle imprese. Lo hanno fatto anche non pochi “rappresentanti” della società civile che beneficiano della “generosità” del governo e/o di tutti quelli che finanziano i loro progetti, comprese anche alcune ambasciate e/o organizzazioni internazionali. E coloro che sono ormai “rappresentanti’ della società civile in Albania non sono pochi.  Ma, ovviamente, in tutto ciò hanno contribuito anche alcuni raggruppamenti occulti locali ed internazionali. Così come hanno contribuito, perché direttamente interessati, diversi clan della criminalità organizzata, non solo quella locale, che da anni ormai, contenuti dei rapporti ufficiali delle istituzioni specializzate internazionali alla mano, ma non solo, collaborano strettamente con i rappresentanti politici. Si tratta di quell’alleanza che, da anni ormai, l’autore di queste righe sta informando il nostro lettore. E cioè dell’alleanza del potere politico, istituzionalmente rappresentata dal primo ministro, con la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti locali e internazionali. Ragion per cui, nolens volens, anche il popolo albanese, durante questi ultimi anni merita il governo che ha. Che diventa sempre peggiore. Ma purtroppo, parafrasando la sopracitata frase formulata da Joseph De Maistre, sembrerebbe che il popolo albanese meriti anche l’opposizione che ha.

    L’autore di queste righe, da anni, ma soprattutto dal 2017, ha spesso trattato per il nostro lettore questa drammatica situazione in cui si trovava l’opposizione albanese, riferendosi, prima di tutto, ai dirigenti dell’opposizione, quelli del partito democratico in primis, essendo quel partito il maggiore partito dell’opposizione. Si tratta del primo partito oppositore della dittatura comunista, costituito il 12 dicembre 1990. Si tratta proprio di quel partito che ha organizzato e ha guidato tutte le massicce proteste che hanno portato alla caduta della dittatura comunista. Da tutti i fatti accaduti alla mano, soprattutto dal 2017 in poi, risulta che il dirigente del partito democratico, allo stesso tempo anche il capo dell’opposizione, in carica dal 2013, solo due mesi prima che il primo ministro cominciasse il suo primo mandato, ha deluso tutte, veramente tutte le aspettative. Aspettative che diventano un obbligo istituzionale, ma anche personale e riguardano le responsabilità politiche da onorare. Il capo del partito democratico, durante tutto il suo operato come tale, con le sue decisioni prese, con le sue scelte fatte, ha palesemente dimostrato che più di un dirigente del partito, è stato un usurpatore di quell’incarico istituzionale. Ragion per cui anche l’autore di queste righe, da tempo ormai, quando si riferisce a lui lo considera proprio come l’usurpatore del partito democratico. Un individuo che si ricorderà come una persona che ha promesso pubblicamente e mai ha mantenuto e rispettato una sola sua promessa fatta. Un individuo che ha mentito ripetutamente e costantemente non solo agli elettori del partito democratico, ma anche ai cittadini albanesi. Un individuo che ha cercato in seguito, dopo ogni sua promessa non mantenuta, dopo ogni sua bugia pubblica, di ingannare di nuovo, facendo altre promesse e pronunciando pubblicamente altre bugie. Un individuo che con il suo operato non ha fatto altro che facilitare l’operato disastroso del suo “avversario politico”, il primo ministro, diventando così una sua misera “stampella”.

    L’autore di queste righe e, come lui, anche tanti altri, da innumerevoli fatti accaduti alla mano, non può non pensare che l’usurpatore del partito democratico ha avuto almeno due compiti prestabiliti da attuare, nonostante possano sembrare alquanto strani ed inverosimili. Il primo è stato la continua disgregazione delle strutture del partito democratico. Il secondo è stato quello di corrodere e di corrompere lo spirito della sacrosanta ribellione dei cittadini di fronte alla violazione dei loro diritti. Purtroppo, da tutto quello che è accaduto e pubblicamente noto in questi ultimi anni, risulterebbe che tutti e due questi compiti sono stati esauditi dall’usurpatore del partito democratico, allo stesso tempo capo dell’opposizione albanese. Di tutto ciò, da anni, l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore. Compresi anche gli articoli degli ultimi mesi (Il doppio gioco di due usurpatori di potere, 14 giugno 2021; Usurpatori che consolidano i propri poteri, 19 Luglio 2021; Meglio perderli che trovarli, 13 settembre 2021; Agli imbroglioni quello che si meritano, 1 novembre 2021; Un misero e solitario perdente ed un crescente movimento in corso, 22 novembre 2021). Così come ha informato il nostro lettore della nascita, dal settembre scorso, di un nuovo Movimento che ha, come obiettivo primario, la ricostituzione del partito democratico albanese con i principi del conservatorismo occidentale. Un Movimento il quale, da quando è stato avviato, sta avendo sempre più appoggio dalla base del partito ma che sta attirando anche l’attenzione di tutta l’opinione pubblica, avendo così lo sviluppo che, da più di tre mesi ormai, sta offuscando tutti gli altri. Un Movimento che, in rispetto dello Statuto del partito democratico albanese, in seguito alla richiesta di almeno un quarto dei delegati del congresso del partito, ha convocato l’11 dicembre scorso il congresso straordinario del partito. E proprio quel congresso si è svolto sabato scorso, alla presenza di circa 65% dei delegati. Durante quel congresso i legittimi partecipanti hanno preso diverse decisioni importanti che si riferivano a diversi e necessari emendamenti dello Statuto del partito. Durante il congresso dell’11 dicembre scorso i delegati hanno votato anche l’espulsione dell’usurpatore del partito democratico come dirigente del partito. E per rendere quella decisione più democratica possibile, sempre durante il congresso del sabato scorso, i delegati hanno deciso anche la votazione di tutti gli iscritti del partito democratico sabato prossimo, 18 dicembre, tramite un referendum, per la conferma di quella decisione. In più, i delegati del congresso hanno votato anche la costituzione di una Commissione transitoria per la ricostituzione del partito democratico. Una Commissione che coordinerà tutte le attività del partito democratico fino alla ristrutturazione degli organi dirigenti del partito, in centro e sul tutto il territorio. In più, questa Commissione avrà il compito di organizzare la convocazione del congresso ricostituivo del partito democratico, il 22 marzo 2022.

    Nel frattempo, l’usurpatore del partito democratico, non più dirigente dall’11 dicembre scorso, ma soltanto un semplice deputato, trovandosi in vistosa difficoltà, con alcuni suoi “fedelissimi”, sta cercando di fare “diversione”. Stanno cercando di ingannare di nuovo. E come sempre, si stanno contraddicendo vistosamente, vergognosamente e miseramente. Ma a loro non importa che stanno diventando ridicoli pubblicamente. Per loro si tratta di una “reazione” di sopravvivenza. Ragion per cui tutto è permesso. Bugie, promesse, inganni e “minacce” comprese. Ma come la saggezza popolare ci insegna, in diverse lingue, il vizio esce con l’ultimo respiro. Saggezza, che si sta dimostrando anche adesso, in queste ultime settimane e in questi ultimi giorni, con quanto sta facendo l’ormai ex dirigente/usurpatore del partito democratico albanese. Ma la sua corsa è agli ultimi metri. E la fine di quella corsa, con ogni probabilità, sarà quella che lui e i suoi pochi, pochissimi “fedeli” non avrebbero mai voluto accadesse. E insieme con l’ormai ex dirigente e usurpatore del partito, neanche il suo “protettore”, il primo ministro, avrebbe voluto accadesse.

    Chi scrive queste righe, visti gli sviluppi prodotti dal Movimento per la ricostituzione del partito democratico albanese, continuerà a seguirli e poi informare il nostro lettore. E sempre con la massima oggettività possibile. Egli però e convinto che se non ci fosse questo Movimento, la situazione in Albania sarebbe stata peggiore di quella del settembre scorso, quando il Movimento prese via. Perché l’ormai costituita dittatura sui generis in Albania non avrebbe avuto, come in questi ultimi anni, nessun vero ostacolo oppositivo. Adesso potrebbe rinascere la speranza per gli albanesi che la frase “Ogni nazione ha il governo che si merita” possa avere una connotazione positiva in futuro. Anche perché, come era convinto Victor Hugo, niente è più forte di un’idea il cui tempo è arrivato. E quell’idea potrebbe essere rappresentata dal nuovo Movimento. Spetta però agli albanesi vegliare e fare di tutto perché quell’idea possa essere realizzata senza alterazioni. Agli albanesi la scelta.

  • Consapevolmente dalla parte del male, appoggiando una dittatura

    La tolleranza diventa un crimine quando applicata al male.

    Thomas Mann

    Durante i secoli ogni popolo, a seconda dell’appartenenza religiosa, della tradizione e della storia vissuta, ha stabilito le sue festività che devono essere rispettate e celebrate. Comprese quelle che si riferiscono all’indipendenza e alla liberazione del proprio Paese. Sì, perché durante la loro lunga storia, ogni popolo ha dovuto combattere il male dell’oppressione e dell’occupazione.

    In Italia, per esempio, si celebra ogni anno dal 1946, la festa della Repubblica, per ricordare ed onorare la nascita della Repubblica italiana. Una scelta che fecero gli italiani, tra la monarchia e la repubblica, tramite il referendum istituzionale tenuto il 2 ed il 3 giugno 1946. Una scelta che è stata determinata anche dal fatto che la famiglia reale dei Savoia diede il suo appoggio al regime fascista. Da quel giugno del 1946, gli italiani festeggiano il 2 giugno la festa della loro Repubblica. Così come festeggiano, dal 1945, ogni 25 aprile anche la festa della Liberazione, per commemorare la liberazione dell’Italia, alla fine della seconda guerra mondiale, sia da una dura, spietata e sofferta occupazione nazista, che dal regime fascista che lo ha preceduto.

    In Francia si celebra, ogni 14 luglio dal 1880, la Festa Nazionale francese per eccellenza, le 14 juillet. Una ricorrenza proposta e decisa per ricordare ed onorare non la presa della Bastiglia (14 luglio 1789; n.d.a.), ma la festa della Federazione, ossia il giuramento federativo del 14 luglio 1790. Giorno in cui, a Parigi, si radunarono in tantissimi per salutare la grande armata dei federati, guardie nazionali e volontari, provenienti da tutti i dipartimenti della Francia per dare appoggio alla rivoluzione. Quel giorno loro prestarono giuramento “alla Nazione, alla Legge e al Re”. In Francia si celebra, dal 1944, anche il 25 agosto. Era il giorno della liberazione di Parigi dai nazisti da parte delle forze armate francesi ed americane, dopo lo sbarco degli alleati in Normandia, il 6 giugno 1944. Ma era dal 19 agosto che i parigini erano stati ribellati contro le forze naziste presenti nella capitale, sapendo anche dell’arrivo delle truppe alleate. Era però la 2a divisione blindata francese, e non altre truppe che, dietro la ferma insistenza del generale Charles de Gaulle già dalla notte del 24 agosto entrò a Parigi. Si è trattato, soprattutto, di un atto con una grande valenza simbolica che i dirigenti militari francesi, de Gaulle in testa, volevano a tutti i costi. Perché volevano ridare alla Francia tutto il suo prestigio perso con l’occupazione nazista nel giugno 1940 e la costituzione del governo collaborazionista, la cosiddetta repubblica di Vichy. Così facendo, i dirigenti francesi affermavano la rinascita della Francia e la sua parità con le altre grandi potenze alleate. Un’altra ricorrenza che si celebra in Francia è l’8 maggio, la festa della Vittoria (la Fête de la Victoire; n.d.a.). Una festa che ricorda la vittoria delle truppe alleate contro i nazisti e la fine, nel territorio europeo, della seconda guerra mondiale. L’8 maggio 1945 è stato scelto proprio per ricordare la resa definitiva e senza condizioni della Germania nazista, dopo i negoziati della capitolazione tra il 7 ed il 9 maggio 1945. E come in Italia ed in Francia, le festività e le ricorrenze legate all’indipendenza e alla liberazione si commemorano in tutti i Paesi europei e in tutte le altre parti del mondo. Anche in Albania.

    Il 28 novembre 1912 l’Albania, con l’appoggio anche delle grandi potenze europee, divenne un Paese libero e sovrano, staccandosi definitivamente dall’allora traballante Impero ottomano. Quel giorno non era scelto a caso, ma aveva un forte significato storico. Perché il 28 novembre 1443 l’eroe nazionale dell’Albania, Georgio Castriota, detto Scanderbeg (dalla lingua turca Iscander significa Alessandro e si riferisce ad Alessandro Magno di Macedonia; n.d.a.), tornato nella sua terra natale, dopo aver disertato dall’esercito ottomano, ha cacciato le truppe d’occupazione dal castello della propria famiglia, alzando la sua bandiera. L’indipendenza dell’Albania dall’Impero ottomano è stata riconosciuta internazionalmente, con la firma del Trattato di Londra, il 30 maggio 1913. Da quel tempo, il 28 novembre viene celebrata come la festa Nazionale dell’Albania. Ed era proprio il 28 novembre 1944, quando l’ex dittatore comunista proclamò questa data anche come la festa della Liberazione dell’Albania dall’occupazione fascista e nazista, durante la seconda guerra mondiale. Una proclamazione ufficializzata dal Bollettino n.51 del 28 novembre 1944, che veniva pubblicato allora quotidianamente dal partito comunista. In quel Bollettino, riferendosi alla festa dell’Indipendenza, si scriveva: “I festeggiamenti del grande giorno del 28 novembre che ricorda la vittoria dell’Indipendenza nazionale nel 1912 e che quest’anno coincide con la festa della liberazione di Tirana e di tutta l’Albania continueranno per tre giorni…”. Attenzione! Si ribadiva senza equivoci che “coincide con la festa della liberazione di Tirana e di tutta l’Albania”. Ma in poco meno di un anno, il 9 novembre 1945, il partito comunista albanese al potere, durante una riunione della dirigenza del Consiglio Antifascista di Liberazione Nazionale, organo supremo allora, decise diversamente sulla data della Liberazione. La cambiò di solo un giorno, proclamando come tale da allora il 29 novembre. E non a caso. Tutto è dovuto alla totale dipendenza dal partito comunista jugoslavo del partito comunista albanese, già dalla sua costituzione nel novembre 1941. Come “giustificazione” si diede allora un “fatto storico”, inventato a proposito, ma mai documentato e/o testimoniato. Si dichiarò ufficialmente che era proprio il 29 novembre il giorno in cui “…l’ultimo soldato nazista lasciò il territorio albanese” (Sic!). Mentre gli scontri armati, secondo diverse testimonianze, continuarono ancora. La vera ragione era un’altra ed era legata alla Jugoslavia. Il 29 novembre rappresentava una data importante per il partito comunista di Tito. Il 29 novembre 1943, il Consiglio Antifascista di Liberazione Nazionale jugoslavo (imitato come denominazione anche dal partito comunista albanese, come sopracitato) si autoproclamò come l’unico potere legale in Jugoslavia. In più Tito è stato nominato presidente del Consiglio. Ma il 29 novembre in Jugoslavia aveva anche un’altra valenza storica. Il 29 novembre 1945 è stata proclamata la Repubblica popolare federativa della Jugoslavia. Perciò i “vassalli” del partito comunista albanese decisero di cambiare la data della festa di Liberazione dal 28 al 29 novembre, come espressione di devozione e di sudditanza ai cari “compagni” jugoslavi. Bisogna sottolineare che era così forte quella sudditanza, che nel 1946 i dirigenti del partito comunista albanese avevano sottoscritto un Trattato di Amicizia e di Collaborazione, concordato per far diventare più solido il legame tra i due Paesi, che mirava a fare dell’Albania la settima repubblica jugoslava. Per fortuna che in seguito i rapporti peggiorarono e, nel 1948, l’Albania si staccò dall’influenza jugoslava per entrare sotto quella dell’Unione sovietica.

    Da allora, comunque, in Albania continuano ad essere celebrate separate le due feste: quella dell’indipendenza il 28 novembre e quella della Liberazione il 29 novembre.  E continuano, dopo il crollo della dittatura comunista, anche i dibattiti e le discussioni, a vari livelli, tra gli specialisti storici e i rappresentanti politici, sulla vera data della liberazione dell’Albania dall’occupazione nazista. Ma, ad oggi, non c’è un comune accordo. Il partito socialista albanese, diretto discendente del partito comunista, riconosce il 29 novembre come festa della Liberazione. Mentre i partiti della parte opposta festeggiano sia la festa dell’Indipendenza che quella della Liberazione ogni 28 novembre. Ed è proprio il 28 novembre che, dal punto di vista protocollare, arrivano anche tutti i messaggi d’auguri dalle presidenze e dalle cancellerie degli altri Paesi. Anche quelli dagli Stati Uniti d’America, dopo il crollo della dittatura comunista nel 1991, quando si ristabilirono i rapporti diplomatici. All’occasione, oltre al presidente statunitense, che manda un messaggio d’auguri al suo omologo albanese, il Dipartimento di Stato diffonde pubblicamente una dichiarazione con la quale augura in occasione della festa dell’Indipendenza, il 28 novembre. Così è stato anche la scorsa settimana. Ma guarda caso, l’ambasciatrice statunitense in Albania, diversamente dai suoi dirigenti istituzionali del Dipartimento, ha inviato i suoi auguri agli albanesi con un suo “cinguettio” in rete per il 77esimo anniversario della liberazione. “Auguri per il Giorno della Liberazione, Albania!”. Così scriveva l’ambasciatrice. Mettendosi inutilmente, inspiegabilmente e ingiustificabilmente al centro dei dibattiti e delle meritate critiche ed accuse per schierarsi apertamente ed ufficialmente, al contrario del Dipartimento di Stato, in un modo del tutto non diplomatico, con il partito del primo ministro. Cosa che infatti sta facendo pubblicamente da poche settimane, dopo che è stata accreditata. Lei sa anche il perché, ma dovrebbe essere stato un buon motivo che l’ha spinta ad una simile scelta. Dovrebbe però conoscere quel minimo necessario della storia albanese della seconda metà del secolo passato almeno e di quella di questi due ultimi decenni prima di scrivere un simile “messaggio d’auguri”. Perché da quella data, il 29 novembre 1944, considerandola per un momento come giustificata storicamente, l’Albania è stata liberata sì dall’occupazione nazista, ma è entrata in un periodo molto drammatico, durato per più di 46 lunghissimi e soffertissimi anni sotto la più spietata e sanguinosa dittatura comunista dell’Europa dell’Est. Ma così facendo però, l’ambasciatrice statunitense in Albania si schiera apertamente e consapevolmente dalla parte del male, appoggiando una dittatura. Appoggiando proprio la dittatura sui generis restaurata e ormai consolidata, come espressione diretta dell’alleanza tra il potere politico, rappresentato dal primo ministro istituzionalmente, la criminalità organizzata locale ed internazionale e alcuni clan occulti, anche quelli locali ed internazionali. Ed uno di quei raggruppamenti occulti, il più potente dal punto di vista finanziario e decisionale in Albania, secondo le cattive lingue, ha la sua sede proprio oltreoceano. Sempre secondo le cattive lingue, l’ambasciatrice statunitense in Albania, così come alcuni suoi superiori nel Dipartimento di Stato statunitense, sono sotto le dirette influenze e al servizio di quel raggruppamento occulto di oltreoceano. E, guarda caso, le cattive lingue raramente hanno sbagliato su quello che, da anni, sta accadendo e tuttora accade in Albania.

    Chi scrive queste righe da anni sta denunciando quanto stanno facendo alcuni ambasciatori, quelli statunitensi in primis e certi “rappresentanti internazionali” in Albania. Quanto è stato ormai reso pubblico, dal 15 agosto scorso, su quello che era accaduto per venti anni in Afghanistan, potrebbe rendere meglio l’idea. Chi scrive queste righe ricorda di nuovo al nostro lettore che l’ambasciatrice, come altri suoi predecessori, non ha mai detto una parola per condannare la corruzione galoppante dei massimi rappresentanti politici in Albania. Anche quando i rapporti ufficiali del Dipartimento di Stato statunitense riferivano di una preoccupante realtà. La stessa ambasciatrice era tra le primissime persone che si sono congratulate ufficialmente e pubblicamente, con il primo ministro per la sua “vittoria” elettorale del 25 aprile scorso, prima ancora del risultato finale delle elezioni! E si potrebbe continuare con molti altri fatti, ormai pubblicamente noti, che dimostrerebbero la violazione, da parte dell’ambasciatrice statunitense dell’articolo 41 della Convezione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Chi scrive queste righe, visti anche gli sviluppi di questi ultimi mesi in Albania, pensa che tutti gli albanesi onesti e patrioti devono prendere in mano le loro sorti e anche quelle del Paese ed agire di conseguenza, ribellandosi contro il Male. Perché, come era convinto anche Thomas Mann, la tolleranza diventa un crimine quando applicata al male,

  • Hong Kong passes new film censorship law

    Hong Kong’s legislature has passed a new law banning films deemed to violate China’s national security interests, the latest blow to freedom of expression in the territory.

    Punishment for violating the law includes up to three years imprisonment and $130,000 (£95,000) in fines.

    Critics say the legislation will stifle the vibrant local film industry.

    Last year, China imposed a national security law on Hong Kong that effectively outlawed dissent.

    The legislation, which came after huge pro-democracy protests in 2019, criminalises secession, subversion, terrorism and collusion with foreign forces. Critics say it is aimed at crushing dissent but China says it is meant to maintain stability.

    The film censorship law was approved in the opposition-free Legislative Council. It gives the chief secretary – the second-most powerful figure in the city’s administration – the power to revoke a film’s licence if it is found to “endorse, support, glorify, encourage and incite activities that might endanger national security”.

    Experts and content producers have raised worries about the impact of the legislation, which does not cover films posted online, on creativity and freedom of expression.

    Filmmaker Kiwi Chow, whose documentary Revolution of Our Times about the 2019 protests was featured at the Cannes Film Festival this year, told Reuters news agency the law would “worsen self-censorship and fuel fear among filmmakers”.

    A speedy job

    By Martin Yip, BBC News Chinese, Hong Kong

    The bill was passed by a simple showing of hands, at the last meeting of the council’s much extended current term. And despite the lack of opposition in the legislature, lawmakers still debate.

    Councillor Luk Chung-hung claimed it was political films that hindered creativity, not the proposed censorship law. Another councillor, Priscilla Leung, who is also a law professor, insisted the bill was in full compliance with human rights laws, and she hoped to stop such films from “brainwashing” young people.

    Filmmakers will certainly be concerned. Dr Kenny Ng of the Hong Kong Baptist University’s Film Academy said the new law would see film distributors worrying if their already-approved films would be withdrawn, meaning more uncertainty in the industry.

    As for the lawmakers, it is time to prepare for winning their job back as the election takes place in December – under completely new election laws.

    The arts industry was already being targeted even before the new law. In June, a local theatre pulled the award-winning documentary Inside The Red Brick Wall, also about the 2019 protests, and its distributor lost government funding.

    Book publishers have admitted to self-censoring and the largest pro-democracy paper, Apple Daily, closed earlier this year amid a national security investigation.

    Meanwhile, many opposition figures are already in prison or in exile.

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