dittatura

  • 695 nuovi arresti in Turchia per sospetti legami con Gulen

    La Turchia emesso una serie di mandati di detenzione contro 695 persone sospettate di avere legami con la rete statunitense di predicatori islamici facenti capo a Fethullah Gulen, accusata da Ankara di aver pianificato il tentativo di colpo di stato del 2016.

    I media statali hanno riferito che i pubblici ministeri stavano procedendo con la detenzione di 467 presunti seguaci di Gulen sospettati di brogli durante un esame per la promozione del sovrintendente della polizia nel 2009. Sono stati inoltre emessi altri 157 mandati contro ufficiali militari di cui 101 erano ancora in servizio attivo nell’Aeronautica o nella Marina.

    Nel 2016, un gruppo di ufficiali aveva tentato un colpo di stato per rovesciare il presidente Recep Tayyip Erdogan. Circa 250 persone furono uccise nel tentativo fallito. Dopo il colpo di stato, circa 80.000 persone sono state arrestate e circa 150.000 sono allontanate dai propri posti di lavoro statale. Gulen vive in esilio autoimposto negli Stati Uniti dal 1999 e ha sempre negato il coinvolgimento nel tentativo di golpe. Tuttavia, operazioni contro la sua rete di contatti vengono regolarmente eseguite in Turchia, poiché le autorità affermano che il gruppo rimane una minaccia per la sicurezza nazionale.

  • Stato di polizia come una vissuta realtà

    Quando la verità non è più libera, la libertà non è più reale.
    Le verità della polizia sono le verità di oggi.

    Jacques Prévert

    Sì, purtroppo la costituzione dello Stato di polizia in Albania è ormai una vissuta realtà. Anche ufficialmente. Proprio di uno Stato di polizia si tratta, riferendosi purtroppo alla negativa connotazione, secondo la quale si prevede l’uso massiccio e continuo delle forze di polizia per mettere in atto le decisioni di chi detiene il potere, spesso a scapito dei cittadini. Lo ha annunciato il 31 gennaio scorso la ministra della giustizia, subito dopo che il Consiglio dei ministri aveva approvato un Atto normativo. Con quell’Atto si prevedono massimi poteri decisionali e/o operazionali per il ministro degli Interni e/o per i rappresentanti della polizia di Stato. Diritti che urtano e violano palesemente quanto prevede la Costituzione della Repubblica d’Albania. Non solo, ma con quell’approvazione governativa, la Costituzione è stata violata anche e soprattutto, nelle sue definizioni riguardanti un Atto normativo. Perché un Atto normativo, con il potere della legge, viene approvato solo e soltanto nelle condizioni di “necessità e di urgenza”. Cioè solo e soltanto in quei limitati casi in cui la soluzione della problematica, tramite la procedura normale dell’approvazione della legge, non può garantire la dovuta celerità e l’efficacia necessaria. Non solo ma, vista la particolarità, comunque la Costituzione prevede e sancisce che per il controllo della costituzionalità dei casi in cui si approva un Atto normativo con il potere della legge è sempre la Corte Costituzionale, dietro richiesta, che dovrà fare una approfondita verifica e decidere, caso per caso, se ci siano state delle violazioni della Costituzione stessa. Ma, guarda caso, in Albania la Corte Costituzionale non è funzionante da più di due anni! Il che significa che nessuno può impedire l’attuazione dell’Atto normativo approvato in fretta, il 31 gennaio scorso, dal Consiglio dei ministri.

    La reazione è stata immediata e trasversale. Sia da parte dei costituzionalisti, degli specialisti della giurisprudenza, degli opinionisti e gli analisti, che dai rappresentanti dei partiti politici in opposizione con l’attuale maggioranza governativa. Ha reagito deciso anche il Presidente della Repubblica. Del caso si sono occupati, reagendo, anche i media internazionali. L’opinione pubblica è stata giustamente molto preoccupata, considerando e interpretando l’approvazione dell’Atto normativo come un’ulteriore prova e testimonianza del consolidamento di una nuova dittatura in Albania. Lì, dove la situazione sta diventando sempre più allarmante e grave. L’autore di queste righe da tempo lo sta ribadendo e denunciando questa realtà. Il nostro lettore è stato sempre informato di tutto ciò, con tante testimonianze e dimostrazioni, nonché con le analisi che hanno confermato quanto sta accadendo in Albania.

    L’Atto normativo in questione prevede la confisca dei patrimoni e delle proprietà illecitamente accumulate da parte dei condannati per delle attività criminali, per aver partecipato ad attività terroristiche, a traffici illeciti e altri crimini gravi. Fin qui niente di male, anzi! Ma in Albania esistono ormai diverse leggi appositamente approvate negli anni passati per combattere tutte le attività criminali previste nel sopracitato Atto normativo. Non solo, ma esiste, e dovrebbe essere attuata in tutti i casi che si presentano, anche la legge “anti-mafia”. Legge approvata già dal 2009 e che prevede, tra l’altro, anche la confisca dei patrimoni e delle proprietà illecitamente accumulate dei criminali, giudicate come tali. Allora è inevitabile e viene naturale la domanda: perché l’approvazione di quest’Atto normativo? Perché tutta questa grande fretta, violando la Costituzione della Repubblica? La risposta è legata alla grave situazione in cui si trova il primo ministro albanese, responsabile istituzionalmente, ma anche personalmente, della profonda ed allarmante crisi multidimensionale, in cui versa, da alcuni anni l’Albania. Per intimidire e mettere sotto pressione anche quei pochi procuratori e/o giudici “non controllati e ubbidienti”, il primo ministro, e/o chi per lui, ideò una “crociata punitiva e purificante”. Guai a quei procuratori e/o giudici che, messi alle strette dalla [fallita] riforma del sistema di giustizia, secondo lui, pensavano e agivano con il moto “Acchiappa quello che si può acchiappare”. Il diritto d’autore di questa denominazione, però, spetta esclusivamente al primo ministro. Ma si sa, il sistema della giustizia, dati e fatti alla mano, è sempre più controllato da lui personalmente. Ed era proprio lui, facendo finta di niente, come sempre, che durante la seduta plenaria del Parlamento, il 10 ottobre 2019, rese pubblica la sua “crociata punitiva e purificante”. Ma allora parlava di una legge e non di un Atto normativo. Parlava di procuratori e giudici corrotti e non soltanto di criminali. Chissà perché ha cambiato la “strategia d’approccio”?! Ed aveva tutto il tempo necessario per avviare le procedure parlamentari necessarie per approvare la legge di cui parlava il 10 ottobre 2019. Ma non lo ha fatto. E invece di una legge ha approvato un Atto normativo con il potere della legge che urta e viola palesemente con la Costituzione. Ne avrà avuto le sue buone ragioni!

    Ormai tutti sono convinti che si tratta di un Atto che ignora quanto prevede e sancisce la Costituzione. Si tratta di un Atto che passa al ministro degli Interni e alla polizia di Stato delle competenze legali che hanno, esclusivamente e come prevedono le leggi in vigore, i tribunali e le procure. Si tratta di un Atto che mette sotto il controllo del ministro degli Interni sia il procuratore generale della Repubblica che i dirigenti di altre strutture del sistema di giustizia. Si tratta di un Atto che mette, perciò, tutto e tutti sotto il diretto controllo del ministro degli Interni, cioè del primo ministro. Si tratta di un Atto che però mette a nudo tutta la propaganda del primo ministro e dei suoi, sui “successi” del “riformato” sistema di giustizia e della polizia di Stato nella lotta contro la criminalità organizzata. Si tratta di un Atto che mira anche ad “ingannare” le cancellerie europee e le istituzioni internazionali, quando verrà il momento di decidere sul percorso europeo dell’Albania. Forse tra qualche mese. Ma si tratta di un Atto che testimonia la costituzione di uno Stato di polizia. Dovrebbe diventare una forte e seria ammonizione per tutti la convinzione del noto scrittore e saggista cinese Lin Yutang, vissuto negli Stati Uniti durante il secolo passato. E cioè che “Dove ci sono troppi poliziotti non c’è libertà”!

    Chi scrive queste righe considera allarmante quanto sta accadendo adesso in Albania. Considera l’approvazione del sopracitato Atto normativo come un’ulteriore espressione di totalitarismo ed un’altra [provocatoria] mossa per consolidare la dittatura in Albania. Egli è convinto che è un dovere civico e patriottico di ogni singolo, responsabile e ancora non indifferente cittadino albanese, di agire attivamente, per impedire l’attuazione delle diaboliche e pericolose “strategie” del primo ministro. Nonostante considera l’Atto come l’ennesima buffonata propagandistica, ideata e diretta da lui per “guadagnare altro tempo prezioso”, egli valuta seriamente e condanna la spregiudicatezza delle sue decisioni e delle sue azioni concrete, nonché la pericolosità della sua concezione sullo Stato e sulla Costituzione. L’Atto normativo ha soltanto messo in evidenza tutto ciò. Ed ha dimostrato che, purtroppo, lo Stato di polizia è una vissuta realtà in Albania. Per impedire che le verità della polizia diventino le verità dominanti, bisogna che tutti gli albanesi responsabili agiscano determinati e senza indugi contro lo Stato di polizia e contro la restaurata dittatura. Chi scrive queste righe non smetterà mai di ricordare e ripetere, a se stesso e agli altri, l’insegnamento di Benjamin Franklin: “Ribellarsi ai tiranni significa obbedire a Dio”!

  • Il coronavirus e il capitalismo nazionalista della Cina

    Li Wenliang è morto ucciso da quel coronavirus che per primo aveva denunciato cercando, inutilmente, di allertare autorità ed istituzioni. Era stato smentito, punito, redarguito dalla polizia. Poi quando divenne chiaro a tutti che aveva ragione, era tornato a fare il suo lavoro di medico e, infine, contagiato è morto. Possiamo domandarci quante vittime in meno vi sarebbero state se fosse stato ascoltato subito, possiamo domandarci se lui stesso avrebbe potuto essere ancora vivo se fossero state prese tutte le precauzioni necessarie rispetto ad un virus così pericoloso e non avremo probabilmente mai le risposte. Ma quello che ora possiamo affermare senza tema di smentita è che il sistema cinese non è l’esempio di un sistema politico autoritario ma efficiente ed attento al benessere comune! Il sistema cinese è una dittatura severa, oppressiva verso i suoi cittadini, aggressiva verso i mercati mondiali  in quanto non sempre rispetta le regole comuni di mercato e di salvaguardia della salute. La Cina, che ha comperato diversi tra i maggiori porti europei, ha colonizzato l’Africa attraverso l’indebitamento estremo di quei paesi che hanno accettato i suoi prestiti e la costruzione di infrastrutture, ha creato un sistema globale d’ascolto per selezionare ed indirizzarci, dai consumi alle scelte economiche che diventano di fatto politiche, è la faccia più spietata di un capitalismo nazionalista che per affermarsi non guarda in faccia a nulla e passa sui morti e feriti con l’indifferenza di chi, parlando di armonia, pensa che l’unico modo per raggiungerla sia il pensiero unico e la limitazione della libertà.

    La via della seta si è tramutata nell’autostrada del virus e solo oggi, forse, qualche politico, disattento alla storia ed alla realtà geopolitica globale, dovrà cominciare a tornare indietro sulle decisioni prese solo per opportunità senza avere valutato le conseguenze e le implicazioni delle sue scelte, dall’Italia al Regno Unito.

    Che in Cina fossero violati i diritti umani e di libertà, salvo quella di arricchirsi se facevi parte del partito unico, che la Cina sia stata uno scorretto, manifestamente scorretto, competitore commerciale sia per l’esportazione di prodotti illegali e, o contraffatti, un esportatore di quote d’acciaio eccedenti e spesso non “pulite”, utilizzando paesi vicini per aggirare il problema quote, che abbia attuato un dumping di stato era ed è chiaro a tutti da anni ma è altrettanto chiaro che la comunità internazionale ha chiuso coscientemente gli occhi. Ora che il Coronavirus ci mette tutti di fronte a rischi reali, che si sa che di questo virus autorità ed alcuni medici  erano al corrente ed hanno consapevolmente taciuto arrivando addirittura a vessare l’unico medico che, a distanza di più di un mese dai primi contagiati, ha trovato da solo la verità ed il coraggio di denunciarla, subendo conseguenze inaccettabili in un paese civile, come pensano di muoversi le istituzioni internazionali ed i singoli governi? Da un lato va fatto tutto quanto è possibile per aiutare il popolo cinese e quanti sono stati e rischiano di essere contagiati in ogni parte del mondo, dall’altro deve cambiare l’atteggiamento verso il governo cinese perché vi deve essere un limite alla capacità occidentale, e non solo, di vendersi, per interessi commerciali momentanei, l’anima, la salute, i diritti umani più elementari.

  • Drammatiche conseguenze dell’indifferenza

    La pena che i buoni devono scontare per l’indifferenza alla
    cosa pubblica è quella di essere governati da uomini malvagi.

    Socrate

    Il 27 gennaio scorso è stato ricordato e onorato il “Giorno della Memoria”. Un giorno prima, durante l’Angelus, Papa Francesco, riferendosi alle barbarie nei lager nazisti ammoniva dicendo che “Davanti a questa immane tragedia, a questa atrocità, non è ammissibile l’indifferenza ed è doverosa la memoria”.

    Il “Giorno della Memoria” si celebra ogni 27 gennaio. Una data simbolica, perché il 27 gennaio 1945 sono stati liberati coloro che erano rimasti nel campo di concentramento di Auschwitz. Così è stato deciso il 1º novembre 2005, con la Risoluzione 60/7, durante la 42ª riunione plenaria dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un “Giorno della Memoria” per commemorare le vittime dell’Olocausto. Si ricorda per non dimenticare il genocidio di tutti coloro che i nazisti consideravano come indesiderabili e inferiori per motivi razziali e politici. Ebrei per primi. Si ricorda per non essere indifferenti di fronte alle barbarie causate dalle dittature.

    La strategia di sterminio dei nazisti è stata basata su dei concetti razzisti e antisemiti formulati già alcune decine di anni prima, nel 19o secolo. Una strategia pubblicamente espressa per la prima volta da Hitler nel suo libro “La mia battaglia” (Main Kampf). Strategia riconosciuta anche come la Shoah (tempesta devastante), facendo cinicamente riferimento alle Sacre Scritture. La lugubre strategia di sterminio si ufficializzò nel 1935, con le Leggi di Norimberga ed era costituita da determinate e ben concepite fasi progressive. Fasi che cominciavano con delle severe, restrittive e proibitive politiche e misure economiche contro gli ebrei. Poi si è proseguito con una fase di estrema emarginazione sociale, simbolicamente rappresentata dalla “Notte dei cristalli”, tra l’8 e il 9 novembre 1938, quando furono bruciate le sinagoghe e saccheggiati i negozi degli ebrei in Germania. In seguito, i nazisti hanno messo in atto la fase più atroce e disumana della strategia. Fase sancita con le decisioni prese dai massimi rappresentanti nazisti durante la Conferenza di Wannsee nel gennaio 1942. Decisioni che prevedevano lo sterminio massiccio degli ebrei in tutti i territori controllati dai nazisti. Quello che è accaduto in quel periodo è stato una vera e propria tragedia per milioni di ebrei e non solo. Quello che è accaduto allora non si deve mai dimenticare. Anche perché non accada di nuovo!

    Purtroppo la storia ci testimonia e ci insegna, come sempre, che simili strategie sono state attuate e/o sono in atto in varie parti del mondo. Anche nei Balcani. Magari non più con dei campi di concentramento, come quelli dei nazisti, ma comunque con tante gravi conseguenze, comprese barbarie, massacri collettivi e altre oscenità. La strategia serba contro la popolazione albanese nei territori del Kosovo e non solo, è una di quelle. Una strategia ideata nel 1844, sancita e codificata dal memorandum del ministro serbo degli affari interni dell’epoca. Una strategia che prevedeva l’allargamento dei territori serbi ai territori abitati storicamente dagli albanesi, usando tutti i mezzi possibili e necessari. Quella strategia prevedeva che la Serbia si doveva attivare ed agire di conseguenza: “…dall’edificio dello Stato turco (Impero ottomano; n.d.a.) togliere pietra dopo pietra e appropriarsi di quello che si può da questo buon materiale e sopra le buone e vecchie fondamenta dell’antico impero serbo […] costituire il nuovo Stato della Serbia”. Una strategia che è stata in seguito rielaborata diverse volte durante il secolo passato e che, dagli sviluppi degli ultimi due decenni, sembrerebbe essere sempre attiva per la Serbia. Uno degli strateghi serbi, un professore universitario e poi, dopo la Seconda Guerra Mondiale anche ministro e direttore del’Istituto della balcanologia, in un documento pubblicato nel 1945, ribadiva che la colonizzazione dei territori abitati dagli albanesi “…dev’essere l’unico elemento costante dei governi serbi. Tutto può dividere i serbi tra di loro, ma mai e poi mai il comportamento contro gli albanesi”! Era lo stesso stratega che, già nel 1937, suggeriva la “soluzione finale”. Soluzione che prevedeva anche l’uso della violenza e i massacri per raggiungere l’obiettivo strategico. Deve essere sottolineata, però, la somiglianza di questa tesi con quanto è stato deciso durante la Conferenza di Wannsee nel gennaio 1942 (sopracitato)! Ma lui suggeriva che, prima di arrivare alla “soluzione finale”, si doveva tentare la “soluzione finanziaria”, grazie alla quale si potevano raggiungere gli obiettivi strategici, evitando così la “soluzione finale”. Con la “soluzione finanziaria” lo stratega intendeva “supporti finanziari” al governo albanese, in cambio della sistemazione degli albanesi trasferiti in territorio albanese. O, se necessario, accordarsi con il governo turco che aveva bisogno di mano d’opera, di mandare in Turchia gli albanesi, tenendo presente anche la loro religione musulmana. In quel periodo si sono verificati spostamenti massicci degli albanesi dal Kosovo, sia verso l’Albania, che verso la Turchia. La sopracitata strategia serba prevedeva anche diverse altre modalità come l’impoverimento continuo della popolazione albanese, impedimenti all’istruzione per gli albanesi, l’applicazione di tasse e imposte diverse e pesanti, la provocazione di scontri locali, per motivi religiosi, di proprietà e altro, l’allontanamento “volontario” in altri paesi per trovare mezzi di sostentamento ecc.. E se tutto questo non avesse dato i risultati attesi, si doveva effettuare “l’allontanamento forzato” degli albanesi dai loro territori. Territori che in quel periodo, e cioè negli anni ’30 del secolo passato, si trovavano nel Regno della Serbia. Lo stratega serbo non si preoccupava più di tanto dell’impatto internazionale che avrebbe avuto in quel periodo “l’allontanamento forzato” degli albanesi. Perché, secondo lui “…dal momento che la Germania può allontanare decine di migliaia di ebrei e la Russia (l’Unione Sovietica; n.d.a.) può trasferire milioni di uomini da un continente all’altro, l’allontanamento di qualche centinaia di migliaia di albanesi non porterà allo scoppio della guerra mondiale.”! Una strategia quella serba, ideata nel 1844, elaborata e aggiornata di continuo, rimane attiva, anche se adesso viene camuffata dietro degli “Attraenti progetti regionali”, di cui il nostro lettore è stato informato anche il 13 gennaio scorso.

    Da alcuni anni però, dati e fatti accaduti, e che accadono di continuo, alla mano, sembrerebbe che ci sia un “progetto” che prevederebbe anche l’allontanamento dei cittadini albanesi dalla madre patria. Lo dimostrano i numeri sempre più allarmanti di questi ultimi anni dei richiedenti asilo albanesi in diversi paesi europei e non solo. E guarda caso, sembrerebbe che il governo albanese, dal 2013 in poi, abbia adottato una strategia che porti a tutto ciò. Una strategia che si basa, anch’essa, sull’impoverimento crescente della popolazione, sull’indebolimento e la decadenza del sistema dell’istruzione, sull’annientamento della speranza e della fiducia per un futuro migliore in patria. Nel frattempo in Albania si sta restaurando una nuova dittatura. Potrebbe significare qualcosa tutto ciò?!

    Chi scrive queste righe tratterà in seguito, per il nostro lettore, questo allarmante fenomeno. Egli è convinto che l’indifferenza può generare altre conseguenze drammatiche. Com’è accaduto nel passato e sta accadendo tuttora in varie parti del mondo. L’indifferenza è una preziosa alleata dei regimi totalitari e delle dittature. Mentre le conseguenze le subiscono i popoli. Era convinto Socrate che la pena che i buoni devono scontare per l’indifferenza alla cosa pubblica, è quella di essere governati da uomini malvagi.

  • Il posto dei birbanti è la prigione

    A torto od a ragione, il luogo dei birbanti è la prigione.
    Jean de La Fontaine

    Così finisce la fiaba di Jean de La Fontaine “Il lupo e la volpe davanti al tribunale della scimmia”. Una delle sue tantissime fiabe che sempre insegna, a bambini e ad adulti. Il lupo e la volpe, si sa, non è che vanno molto d’amore e d’accordo tra di loro. Anzi! Ma tutti e due cercano di ingannare l’un l’altro e poi trarre vantaggio. Così accadeva anche con il lupo e la volpe della fiaba. Il lupo accusò la volpe perché secondo lui l’aveva derubato. Nessuno lo sa se il lupo avesse ragione oppure lo facesse apposta per incolparla e condannarla. Ma comunque sia, il lupo riuscì a trascinarla in tribunale. E la volpe, che protestava e gridava contro la falsa accusa del lupo, doveva vedersela e rispettare, volente o nolente, la decisione del giudice, una saggia scimmia. Un giudice che era “vecchio del mestiere”, come affermava La Fontaine. Il caso era assai complicato e la scimmia ebbe non poca difficoltà a districarlo. Ma alla fine diede il suo giudizio proverbiale. “Basta, risponde loro, o false o vere, pagate entrambi e che la sia finita!”. Una ragionevole decisione quella del giudice, conoscendoli bene tutti e due. E, da impeccabile professionista, diede anche il suo ragionamento. “Tu, lupo, paga, perché fai figura d’accusatore bugiardo, e tu, perché sei ladra di natura”. E, nel cuor suo, la scimmia era convinta di non avere sbagliato, nonostante la difficoltà del caso. Era convinta perché, secondo lei, “A torto od a ragione, il luogo dei birbanti è la prigione”. Questo ci racconta La Fontaine nella sua fiaba “Il lupo e la volpe davanti al tribunale della scimmia”.

    Chi scrive queste righe è convinto che le fiabe, con le loro storie e i saggi insegnamenti, devono essere raccontate non solo ai bambini, ma devono essere lette e rilette anche dagli adulti. Poi, il periodo appena passato, quello delle Feste di fine anno, tra l’altro, ci induce a rivivere il mondo delle fiabe e imparare.
    E’ il giorno dell’Epifania, una tra le più importanti ricorrenze del cristianesimo. E con l’Epifania si chiudono anche le Festività del Natale e del Capodanno. Un noto detto popolare recita “L’Epifania tutte le feste porta via”. Secondo la tradizione, soprattutto quella tramandata in Italia, una donna anziana, la Befana, volando su una scopa, entra nelle case nella notte tra il 5 e il 6 gennaio. I bambini, sapendo di quella visita, appendono prima di dormire le calze sul camino o vicino ad una finestra e attendono ansiosi di vedere cosa avrà messo dentro la Befana. Quelli che sono comportati bene durante l’anno appena passato troveranno nelle calze caramelle, frutta secca, dolciumi o giocattoli. Mentre, purtroppo, per quei bambini che si sono comportati male la Befana metterà nelle calze pezzi di carbone e spicchi d’aglio.
    Questa è la tradizione. Però, tenendo presente la vissuta attualità, oltre alla constatazione che l’Epifania porta via tutte le feste, si potrebbe pregare e auspicare che l’Epifania, soprattutto, porti via il Male. Ovunque nel mondo, perché ce ne sta e come! E anche in Albania, dove il Male sta divorando tutto e tutti, causando danni enormi, materiali e morali. Gli albanesi ormai si trovano nelle condizioni estreme e tali che non dovrebbero lasciar più scampo che ad una scelta. O si devono rassegnare e abituarsi al Male, oppure ribellarsi e non restare ad attendere, mano nella mano, che gli altri pensino e si prendano cura di loro. Anche perché la storia ci insegna, come sempre, che gli altri, quelli ben intenzionati e in buona fede, quelli che vengono in amicizia, possono soltanto aiutare. E ricordarsi che l’indifferenza e l’apatia aiutano il Male, facilitandogli l’opera. E anche in questo caso la storia ci insegna. L’autore di queste righe, il 24 giugno 2019 scriveva per il nostro lettore l’articolo “L’importanza dei prossimi giorni per evitare il peggio”. In quell’articolo egli faceva riferimento anche a Martin Niemöller, un noto teologo e pastore protestante tedesco. Niemöller è stato arrestato dai nazisti nel 1937 per la sua attività contro il regime. Sopravvissuto alle barbarie dei campi di concentramento, egli, fino alla fine, divenne testimone convinto delle oscenità e delle crudeltà causate dalla dittatura. Ovunque andava, Niemöller esprimeva la sua convinzione sul pericolo dovuto all’indifferenza e all’apatia della gente comune e soprattutto delle persone colte di fronte all’avvio dei regimi dittatoriali. Convinzione quella sua, maestosamente espressa dai versi seguenti: “Quando i nazisti presero i comunisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero comunista./ Quando rinchiusero i socialdemocratici/ io non dissi nulla/ perché non ero socialdemocratico./ Quando presero i sindacalisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero sindacalista./ Poi presero gli ebrei/ e io non dissi nulla/ perché non ero ebreo./ Poi vennero a prendere me./ E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa”.

    L’autore di queste righe, riferendosi alla grave e multidimensionale crisi in cui si trovava allora l’Albania, chiudeva il sopracitato articolo scrivendo che “se servisse, bisogna reagire con forza e ribellarsi contro il pericolo imminente e reale di ricadere sotto dittatura. […] perché con una dittatura restaurata può succedere di tutto a tutti. E non ci sarà più nessuno a dire qualcosa. Agli albanesi la scelta!”.
    Purtroppo adesso, dopo che sono passati più di sei mesi da allora, il paese si trova sempre più sotto il giogo di una nuova, sofisticata e pericolosa dittatura. Una dittatura controllata e gestita dai massimi livelli della politica attiva, in connivenza con certi raggruppamenti occulti internazionali e con la criminalità organizzata. Una realtà vissuta quotidianamente dagli albanesi, che neanche la potente e ben organizzata propaganda governativa non riesce più a camuffare e nascondere. Perché si arrivasse ad una simile e drammatica situazione, purtroppo, hanno “contribuito” paradossalmente, ma non per ciò inevitabilmente, anche l’indifferenza e l’apatia degli stessi sofferenti cittadini. Ma ha contribuito, e non poco, anche la “strana e l’inspiegabile passività” dell’opposizione politica, che sta deludendo e offendendo, ogni giorno che passa, la fiducia data dai cittadini.
    Un’ulteriore testimonianza sulla gravità della situazione in Albania è anche l’approvazione, il 19 dicembre scorso, da un Parlamento controllato pienamente e personalmente dal primo ministro, di una legge contro la libera espressione. Una legge con la quale il primo ministro sta cercando di soffocare tutte le opinioni che lo smascherano e lo additano per quello che realmente e veramente è: un autocrate, un ipocrita, un bugiardo, un incallito manipolatore, un irresponsabile che sta abusando con il potere, una persona che fa di tutto per mantenere la sua poltrona. L’approvazione di quella legge rappresenta un ulteriore e significativo passo indietro, verso quella nuova, sofisticata e pericolosa dittatura. Ma non è il solo, anzi! Perché nel frattempo e per la prima volta dopo il crollo della dittatura comunista, il 30 giugno scorso si sono svolte delle votazioni amministrative moniste, che non hanno avuto niente in comune con le elezioni democratiche, libere e pluraliste. E queste sono soltanto alcune testimonianze del ritorno alla dittatura. Di tutto ciò il nostro lettore è stato a tempo debito informato.
    Ragion per cui chi scrive queste righe è convinto che prima che sia veramente tardi, gli albanesi dovrebbero fare proprio l’importante messaggio di Martin Niemöller e agire. Ormai, per loro, due sono le scelte: sottomettersi alla nuova dittatura oppure ribellarsi, tutti insieme, e vincere finalmente il Male. E far sì che finalmente la giusta ed imparziale giustizia sia veramente fatta per tutti. Perché in Albania sono tanti quegli simili al lupo e alla volpe della fiaba di La Fontaine. E far sì che il posto dei birbanti sia la prigione!

  • 01.01.2020: la dittatura 4.0

    Lo storytelling contemporaneo ha descritto ampiamente i termini attraverso i quali vengono definiti i poteri forti, siano essi espressione del mondo della finanza o dell’economia come di altre corporazioni.

    Viceversa, quando si pensa al potere forte dello Stato il ricordo va inevitabilmente ai paesi dell’Est Europa.

    La storia insegna come la ragione di Stato o, meglio, gli interessi di coloro che in nome dello Stato operavano risultassero prevalenti in rapporto ad ogni normale diritto fondamentale dei cittadini in virtù della suprema applicazione dell’ideologia socialista e comunista. La stessa amministrazione della Giustizia gestiva la propria attività in funzione dell’applicazione della preminenza degli “interessi dello Stato” rispetto a quelli del povero cittadino.

    All’interno delle democrazie occidentali, viceversa, la prescrizione nasce come Istituto a tutela dei diritti del cittadino al quale viene riconosciuto il diritto fondamentale di risultare non colpevole fino a sentenza  passata in giudicato. Quando uno Stato e la propria amministrazione della Giustizia non riescono a rimanere entro i termini della prescrizione per avviare a conclusione i procedimenti giudiziari le ragioni risultano molteplici. Innanzitutto una prima motivazione va ricercata (1) nella scarsità di risorse finanziarie ma anche nell’assoluta libertà (2) priva di ogni controllo o anche di una semplice verifica sull’efficienza della Magistratura accompagnate da una sostanziale depenalizzazione (3) di tutti i reati fino a cinque anni.

    Quando si verificano le condizioni ai punti 1.2.3. allora si pongono due soluzioni.

    La prima è quella di introdurre una serie di verifiche relative all’efficienza della Magistratura (utilizzando organi terzi o elezioni del Procuratore della Repubblica come negli Stati Uniti) assieme ad una contemporanea attribuzione di maggiori risorse finanziarie alla magistratura che comprenda anche la costruzione di nuove case penitenziarie. Oppure si abolisce la prescrizione come questo sciagurato governo ha deciso a partire dal primo gennaio 2020. Una scellerata decisione che permette allo Stato ma soprattutto a chi in  suo nome opera  di avviare un’indagine e un monitoraggio “sine die” relativi alle attività e alla vita di ogni cittadino. Una rivoluzione che attenta ai diritti fondamentali del cittadino onesto e che trova la silente complicità della Magistratura.

    Di fatto l’Italia uscirà dal novero delle democrazie occidentali per entrare di fatto, dal primo gennaio 2020, nella nuova forma istituzionale di uno Stato il quale nell’articolazione della Giustizia risulta molto simile ai paesi dell’est prima della caduta del Muro di Berlino.

    Di fatto cosi si definisce una moderna dittatura 4.0.

  • Stato o banda di ladri

    Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati,

    se non delle grandi bande di ladri?

    Sant’Agostino

    Lo Stato è una forma di organizzazione politica di una collettività sociale, tenendo presente anche che per politica, dall’antichità, si considerava l’insieme degli argomenti di discussione, di interesse e di trattazione che concernevano la vita pubblica di una determinata comunità. Comunità che vivevano in territori ristretti. Le città-Stato, ben note nella Grecia antica, rappresentano una forma primaria di organizzazione dello Stato che troviamo fino al medioevo, sia in alcune popolazioni europee e mediterranee, che nelle civiltà precolombiane oltreoceano.

    Lo Stato viene definito come un’entità giuridica e politica, risultante dall’organizzazione della vita di un popolo su un territorio sul quale esso esercita la propria sovranità. In uno Stato perciò, perché esso possa essere considerato tale, dovrebbero coesistere e funzionare contemporaneamente un ordinamento politico e un ordinamento giuridico, come l’insieme delle norme giuridiche che regolano la vita dei cittadini all’interno del territorio.

    La Rivoluzione francese, iniziata con la ribellione di Parigi del 14 luglio 1789, culminata, lo stesso giorno, con l’assalto e la presa della Bastiglia, prigione e simbolo del dispotismo, diede vita anche alla costituzione degli Stati democratici, che hanno come basi intrinseche i concetti fondamentali dello Stato di diritto. I primi elementi dello Stato di diritto si trovano nell’antichità. Per poi arrivare agli sviluppi in Inghilterra nel XIII secolo, sia con l’approvazione della Magna Carta Libertatum, nel 15 giugno 1215, che garantiva alcuni diritti per i sudditi del re Giovanni, sia con l’imposizione di alcune regole, che rappresentavano una significativa novità: per la prima volta i depositari del potere legislativo erano insieme, sia il re che il Parlamento. In seguito, definizione ancora attuale,  con Stato di diritto si intende uno Stato determinato e vincolato dai diritti sanciti nella sua Costituzione. Perciò l’esistenza e il buon funzionamento di uno Stato di diritto presuppongono, tra l’altro, anche la separazione dei poteri e l’esistenza di una Corte Costituzionale che possa controllare e garantire che i poteri rimangano separati e che non interferiscano l’uno con altri. In uno Stato di diritto si devono garantire tutti: i diritti umani, i diritti politici e l’uguaglianza giuridica.

    Cosa che, purtroppo, non sta succedendo ultimamente in Albania. Dopo la caduta della dittatura comunista nel 1991 e durante un lungo e travagliato periodo di transizione, si sta cercando di costituire uno Stato di diritto. L’Albania continua anche il suo percorso di democratizzazione, essendo però un paese con una democrazia ibrida o fragile, a seconda delle valutazioni fatte dalle istituzioni internazionali specializzate. Per varie ragioni, sia legate agli sviluppi interni che a quelli internazionali, il percorso democratico del paese sta subendo continui colpi. Si sta cercando che più che una società e un paese democratico l’Albania diventi un paese che possa garantire una certa stabilità interna e regionale. A scapito della democrazia però. Una scelta e una decisione delle cancellerie e delle istituzioni europee le cui ripercussioni stanno aggravando la situazione interna del paese. Perché da quella “scelta strategica” per la stabilità a scapito della democrazia, colui che ne approfitta e gode è il primo ministro. E, tramite lui, che ormai si trova con le mani libere, ne approfittano anche certe congregazioni occulte e la ben presente e pericolosa criminalità organizzata. Una diretta conseguenza della scelta di “chiudere un occhio e tollerare” in cambio della “garanzia di stabilità” è anche lo sgretolamento e l’annientamento dello Stato in Albania. Perché, purtroppo, in Albania lo Stato non funziona più. È stato catturato e preso in ostaggio. Una grave e pericolosa realtà questa che ormai non riesce a coprirla neanche il primo ministro e la sua potente e ben organizzata propaganda governativa. Da qualche tempo a questa parte il primo ministro non si vanta più, come faceva regolarmente prima, che “sta costituendo lo Stato”. Perché egli ormai lo sa che lo Stato è lui e ne gode. Come ne godeva Luigi XIV quando, sfidando il Parlamento, nell’aprile 1655, proclamava “L’État, c’est moi – lo Stato sono io!”

    Tra le tante prove eloquenti della realtà albanese è anche il contenuto del Rapporto finale per le votazioni moniste del 30 giugno scorso, presentato ufficialmente a Tirana il 5 settembre scorso dall’ODIHR (Office for Democratic Institutions and Human Rights), che è un importante ufficio, parte integrante dell’OSCE. I suoi rappresentanti hanno osservato e seguito tutte le fasi delle sopracitate votazioni moniste. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito e a più riprese della farsa di quelle votazioni moniste, nonché di tutte le palesi violazioni della Costituzione e delle leggi in vigore in Albania, mentre la Corte Costituzionale non funziona da quasi due anni.

    Il sopracitato Rapporto sulle votazioni moniste del 30 giugno 2019 in Albania rappresenta un’inequivocabile testimonianza della presa in ostaggio e del totale controllo dello Stato. Nelle 36 pagine del Rapporto si evidenziano tantissimi fatti che dimostrano la cattura dello Stato da parte del potere politico. Il che in Albania significa controllo diretto e personale da parte del primo ministro, da chi per lui e/o per conto di chiunque altro da parte sua. Sono tante e diverse le violazioni evidenziate dai rappresentanti e dagli osservatori dell’OSCE/ODIHR. Si riferiscono sia al processo stesso delle votazioni, sia alle istituzioni che, per legge, dovevano gestire tutto il processo.

    Ma tra le tante conferme dirette e/o indirette della cattura dello Stato, evidenziate nel Rapporto, una merita particolare attenzione. Perché si riferisce al Presidente della Repubblica che aveva firmato due decreti riguardo alla data delle elezioni amministrative. Con il primo annullava il 30 giugno, mentre con il secondo decretava il 13 ottobre 2019 come nuova data per le elezioni. Ebbene, nessuno dei decreti del presidente della Repubblica è stato preso in considerazione, anche se la Costituzione e le leggi obbligavano tutti a farlo. Il Rapporto evidenzia tutto ciò e lo considera come violazione. Non solo ma considera come grave violazione anche il fatto che il secondo decreto non è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, come prevede e obbliga la legge! Nel Rapporto dell’ODIHR si evidenzia che “Il Decreto del presidente della Repubblica per fissare il 13 ottobre come giorno per le elezioni amministrative non è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica d’Albania, anche se la pubblicazione di questo atto del presidente della Repubblica è obbligatorio per legge”! Ed è soltanto una delle tante, tantissime violazioni evidenziate dal Rapporto.

    Chi scrive queste righe è convinto dell’urgenza di salvare lo Stato in Albania. Proprio quello Stato che è stato preso in ostaggio e annientato nelle sue funzioni. Perché l’annientamento dello Stato rappresenta un gravissimo allarme e una situazione di massima pericolosità per le sorti del Paese e della nazione. Perché ormai in Albania si sta restaurando una nuova dittatura con tutte le inevitabili e drammatiche conseguenze. La memoria storica dal 1945 fino al 1990 insegna tutto a tutti. Gli albanesi si devono rendere conto, prima possibile, di questo imminente pericolo e devono agire decisi. L’insegnamento di Sant’Agostino, che se non è rispettata la giustizia lo Stato diventa una grande banda di ladri, deve servire a tutti loro da lezione. Domani sarà troppo tardi!

  • Indispensabile cambiamento, ma come e da chi

    Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.

    Giuseppe Tomasi di Lampedusa; “Il gattopardo”

    Così disse Tancredi allo zio, il principe Fabrizio Salina, che ancora non aveva deciso quello che si doveva fare, mentre Garibaldi e i suoi stavano avanzando sul territorio dell’isola. Quanto accadeva in Sicilia nel 1860 è stato maestosamente raccontato da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo famoso romanzo “Il gattopardo”. Era un periodo di grandi trasformazioni in tutto il paese. Si stava andando verso l’Unità d’Italia, lasciando dietro il passato legato ai Borboni. Era il tempo in cui Garibaldi, partito dalla Sardegna all’inizio di maggio del 1860 con la sua spedizione dei Mille, era già sbarcato a Marsala, in Sicilia, e stava conquistando l’isola.Tancredi, un giovane avvenente, chiaro nelle sue idee e aspettative, aveva deciso di unirsi al movimento di Garibaldi, convinto dell’inevitabilità della caduta dei Borboni e dei sicuri vantaggi che le nuove classi emergenti avrebbero avuto appoggiando i nuovi venuti. Le cose stavano cambiando e a questi cambiamenti si dovevano adattare anche i nobili siciliani. Compreso il principe Fabrizio Salina.

    Dopo quasi un secolo e mezzo anche l’Albania ha vitale bisogno di un indispensabile, vero e duraturo cambiamento. Ma la domanda che viene naturale è: chi lo farà questo cambiamento in Albania? Di certo non lo possono fare quelli che governano adesso, i figli e i nipoti dei dirigenti della dittatura comunista. Non lo possono fare neanche gli arrivisti e i “parvenu” che si aggrappano al potere politico a tutti i costi e senza moralità alcuna. Non lo possono fare i castrati rappresentanti della società civile a servizio del potere politico, che traggono ingenti finanziamenti e altri vantaggi per gli ordinati servizi resi. E neanche altri “attivisti” che si spacciano come contrari alle ingiustizie di ogni genere. Quelli che l’unica capacità che hanno è quella di “annusare l’evento propizio” e di essere presenti, inghiottendo i microfoni e urlando a squarciagola per “rendersi visibili ed importanti” e alzare il prezzo. L’indispensabile cambiamento in Albania non lo possono fare neanche certi rappresentanti non convincenti dell’attuale opposizione politica, i quali, da alcuni anni a questa parte, hanno costantemente dimostrato di non essere in grado di suscitare la fiducia dei cittadini, causando, invece, la delusione, l’indifferenza, l’apatia e tanto altro. Perché le promesse fatte e mai mantenute portano a tutto ciò. No! Nessuno di loro lo può fare. Perché il vero cambiamento in Albania potrebbe venire soltanto da persone responsabili, oneste e con integrità.

    Chiunque conosca la storia e la realtà albanese, leggendo “Il gattopardo” trova, inevitabilmente, delle similitudini caratteriali tra i siciliani e gli albanesi. Nel bene e nel male. Dovuto al loro passato, sia quello sotto l’impero ottomano durato cinque secoli, che quello sotto la dittatura comunista, gli albanesi non hanno sviluppato la loro coscienza civile e la loro sensibilità riguardo ai propri diritti e doveri di liberi cittadini. Perciò anche adesso non riescono a rendersi conto e non reagiscono per i loro diritti calpestati e/o negati. Ovviamente non tutti gli albanesi sono indifferenti e apatici riguardo alle loro sorti. Ma non sono pochi neanche gli altri che, per vari motivi, non riescono a ragionare e/o reagire. Forse la mentalità ereditata di obbedire e servire il “potente di turno”, invece di reagire da persone libere, fa la sua parte. E finché gli albanesi non conosceranno i propri diritti, partendo da quelli innati, come il diritto della vita e della libertà, essi non riusciranno mai neanche ad essere e agire da persone libere. E perciò, continueranno a subire.

    Come accadeva nella Sicilia raccontata da Giuseppe Tomasi di Lampedusa, dove i siciliani, subendo diverse occupazioni e domini, erano diventati indifferenti, adattandosi alla situazione, senza agire. Era convinto di tutto ciò il principe Fabrizio Salina. Era convinto che i siciliani non potevano cambiare perché, secondo lui, i siciliani si erano adattati agli invasori. Il che aveva annientato la loro voglia di fare e di agire, procurando soltanto indifferenza, apatia e ozio. E quella convinzione il principe gliela disse a modo suo, pacatamente ma chiaramente, anche al rappresentante della corona Sabauda, venuto appositamente per proporgli di essere senatore del Regno. Proposta che il principe rifiutò con garbo, perché era convinto che quello che stava accadendo non era altro che la ripetizione di quanto era accaduto nell’isola più volte nel corso della sua storia. Senza cambiare niente e nessuno.

    Come niente realmente sta cambiando in Albania. Perché ormai l’Albania si trova di nuovo sotto una nuova dittatura. Una dittatura che si nasconde dietro una subdola e ingannevole parvenza di democrazia. Il che la rende alquanto pericolosa, anche perché si basa sulla connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e con alcuni clan occulti di una certa oligarchia.

    In Albania ormai, dopo quasi trent’anni dalla caduta dell’atroce regime comunista, si stanno distruggendo e stanno cadendo, uno dopo l’altro, i pilastri della democrazia. Quei pilastri dei quali parlavano ed insistevano tanto Platone e Aristotele già più di duemila anni fa. Pilastri che aveva ben definito quasi tre secoli fa Montesquieu, il quale era convinto dell’imperativo “Il potere arresti il potere”. E si riferiva ai tre poteri, i veri pilastri della democrazia: il potere legislativo, quello esecutivo e il potere giudiziario. In Albania ormai sono caduti due dei pilastri. Dopo che il primo ministro, fatti alla mano, ha messo sotto controllo il Parlamento, cioè il potere legislativo, facendolo diventare un suo notaio, adesso lui controlla anche quello giudiziario. Soltanto quanto sta accadendo durante questi ultimi mesi prova senza ambiguità alcuna che il primo ministro controlla personalmente tutte le procure, partendo dalla Procura Generale e la Procura per i Crimini Gravi. Perciò la Riforma della Giustizia, che doveva cambiare sostanzialmente e significativamente il sistema, rappresenta ormai un eloquente ed inequivocabile esempio di come hanno volutamente ed intenzionalmente cambiato tutto per non cambiare niente.

    Chi scrive queste righe ricorda quanto diceva il principe Fabrizio Salina, personaggio principale de “Il gattopardo”. E cioè che “Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”. Il simbolismo è molto significativo e vale non solo per la Sicilia e i siciliani nel periodo dell’Unità d’Italia. Chi scrive queste righe pensa che la convinzione del principe Fabrizio “Il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di “fare”. […] Il sonno è ciò che i siciliani vogliono”, possa servire, nei nostri giorni e per altre popolazioni, come cosa da non fare assolutamente. Guai ad un popolo che non fa niente e dorme! Ammonimento che vale anche e soprattutto per gli albanesi, costretti di rivivere un nuovo periodo di dittatura. Chi scrive queste righe è convinto che quanto diceva Tancredi allo zio, il principe Fabrizio Salina, debba essere un chiaro messaggio che devono tenere presente tutti gli albanesi responsabili e consapevoli. Adesso e nei giorni a venire. E cioè che bisogna impedire, costi quel che costi, a tutti quei farabutti politici che stanno cercando di fare lo stesso: cambiare tutto per non cambiare niente.

  • Il peso della responsabilità

    L’oppresso che accetta l’oppressione finisce per farsene complice.

    Victor Hugo

    L’Albania sta precipitando verso una dittatura ogni giorno che passa. Ormai non ci sono più dubbi, nonostante il primo ministro e la sua propaganda governativa stiano facendo di tutto per dare una parvenza diversa, inventando anche un’opposizione di facciata, “usa e getta”, dopo che, nel febbraio scorso, i deputati dell’opposizione istituzionale avevano rassegnato i mandati parlamentari. E quello che è ancora peggio è che si tratta di una dittatura gestita da una pericolosa alleanza tra il potere politico, i poteri occulti e la criminalità organizzata. Perciò bisogna intervenire subito, con responsabilità e determinazione. Se no, le conseguenze saranno tragiche e a lungo termine. In queste condizioni reagire consapevolmente diventa un dovere civico e patriottico, per chiunque riesca a percepire questa allarmante realtà. Anche perché in Albania le drammatiche esperienze non mancano. Circa mezzo secolo di atroci sofferenze, di negazioni e crimini ineffabili sono ancora vivi nella memoria collettiva.

    In Albania un uomo solo, il primo ministro, controlla quasi tutto. Risulterebbe che per arrivare a tanto, lui abbia fatto accordi peccaminosi con la criminalità organizzata e con certi poteri occulti europei e d’oltreoceano. Oltre al potere esecutivo e legislativo, il primo ministro controlla anche la maggior parte dei media. In più, con la sua tanto voluta riforma della giustizia, ormai ha usurpato e controlla tutto il sistema. Una riforma ideata e attuata in modo tale da permettere tutto ciò anche grazie al continuo e ingiustificabile appoggio dei rappresentanti diplomatici e delle istituzioni internazionali, quelle dell’Unione europea in primis. Ormai, a danno fatto e con una riforma volutamente fallita, nessuno di loro si prende le proprie responsabilità. Nessuno si sente colpevole del fatto che da più di un anno in Albania non funziona la Corte Costituzionale, che è l’unica garante che può e deve impedire qualsiasi violazione della Costituzione e delle leggi in vigore. Oltre alla Corte Costituzionale non funziona più neanche la Corta Suprema. Sempre grazie al voluto fallimento di quella riforma. Il che ha permesso e sta permettendo al primo ministro di oltrepassare ogni limite costituzionale e legale. Non solo, ma dal 30 giugno scorso, con la sua irresponsabile scelta di attuare votazioni moniste e anticostituzionali, il primo ministro sta cercando di controllare anche tutti i 61 comuni e le loro amministrazioni locali. Questo grazie anche al riconosciuto contributo della “nuova opposizione” da lui generata, curata e composta da buffoni e cretini messi al servizio, in cambio di qualche “generosa” ricompensa. Da alcune settimane il primo ministro e i suoi hanno avviato le procedure per rimuovere dall’incarico anche il presidente della Repubblica, l’unica istituzione che sta cercando di fermare la sua folle corsa anticostituzionale. Da alcune settimane, fatti alla mano, in Albania si sta attuando un vero e proprio colpo di Stato. In qualsiasi paese normale e democratico una cosa del genere sarebbe stata impensabile e impossibile. Invece in Albania è ormai realtà. Con tutte le conseguenze. E tutto ciò anche con il beneplacito e l’inqualificabile appoggio dei soliti “rappresentanti internazionali”, che continuano a “non vedere, non sentire e non capire” cosa sta accadendo da anni in Albania. Proprio loro, quei “rappresentanti internazionali”, sia in Albania, nell’Unione europea e oltreoceano i quali nel frattempo ostacolano, minacciano e fanno di tutto per annientare la reazione dei cittadini contro la restaurata dittatura! Cosa sarebbe successo in un ipotetico caso simile nei loro paesi d’origine?! A loro la risposta. E vergogna a loro!

    Spetta perciò agli albanesi responsabili di fermare in tempo questo pericoloso ritorno alla dittatura. Perché se no, le conseguenze saranno veramente devastanti e drammatiche per la maggior parte della popolazione. Visto però quanto è accaduto durante questi ultimi mesi in Albania, proteste massicce e pacifiche comprese, non ci sono più dubbi. Il primo ministro non ha nessuna intenzione di comportarsi da persona responsabile. Lui non ha nessuna intenzione di fare un passo indietro e dare le dimissioni. Permettendo così la costituzione di un governo di transizione, con mandato e compiti ben stabiliti, nonché con tutto il tempo necessario per garantire elezioni veramente libere e democratiche. Ormai dovrebbe essere chiaro per tutti che il primo ministro non andrà via da solo. Forse anche perché non può e non ci riesce, essendo costretto da precedenti accordi peccaminosi con certi poteri occulti e la criminalità organizzata.

    Una simile drammatica e grave situazione chiede urgentemente decisioni e reazioni responsabili anche, e soprattutto, da parte dei dirigenti dell’opposizione istituzionale. Ormai è tempo per ognuno di loro di assumersi le proprie responsabilità e di portare a compimento tutti gli obblighi istituzionali. Nonostante il peso di quelle responsabilità. Ma soprattutto è tempo di non deludere più e di non tradire la fiducia data dai cittadini indignati e ribellatisi. Ormai i cittadini oppressi dalla restaurata dittatura non possono e non devono permettere più accordi occulti all’ultimo momento, e mai resi trasparenti, tra il primo ministro e il capo dell’opposizione. Come quel patto famigerato del 18 maggio 2017 tra loro due, che ha permesso al primo ministro un secondo mandato governativo e l’attuale situazione in Albania.

    Dal 16 febbraio scorso i cittadini hanno risposto all’appello dell’opposizione e sono scesi in piazza numerosi per protestare contro il malgoverno e chiedere le dimissioni del primo ministro. Ad oggi ci sono state dieci massicce e pacifiche proteste a Tirana e tante altre in diverse parti del paese. Decine di migliaia di cittadini hanno risposto all’appello, credendo alle promesse dei dirigenti dell’opposizione. Promesse che, purtroppo, non sono state poi mantenute. Promesse e dichiarazioni che miravano soprattutto a suscitare e assicurare l’appoggio dei cittadini ai dirigenti dell’opposizione che non avevano convinto in passato, anzi! Ma non si può continuare a lungo con questo comportamento dei dirigenti dell’opposizione, i quali promettono mari e monti e poi non realizzano niente di quello che promettono. Così facendo, loro semplicemente deludono la fiducia dei cittadini indignati. Anzi, sembra che i dirigenti dell’opposizione abbiano approfittato dell’indignazione massiccia dei cittadini e dalla loro rabbia in questi ultimi mesi per rafforzare le proprie credenziali politiche. Con il loro operato alcuni dirigenti dell’opposizione stanno danneggiando seriamente la missione stessa dell’opposizione, e cioè rappresentare e sostenere i diritti dei cittadini, compreso anche il loro sacrosanto diritto di ribellarsi contro gli oppressori e le dittature. Invece con simili atteggiamenti, alcuni dirigenti dell’opposizione, a conti fatti, portano semplicemente acqua nel mulino del primo ministro e dei poteri occulti.

    Chi scrive queste righe pensa che la situazione in Albania sia veramente grave. I dirigenti dell’opposizione devono assumersi tutte le loro responsabilità e non devono soccombere al loro peso. Altrimenti devono fare un passo indietro. Spetta però ai cittadini impedire la restaurazione della dittatura, reagendo consapevolmente e determinati, per non diventare degli oppressi. Perché l’oppresso che accetta l’oppressione finisce per farsene complice. Agli albanesi la scelta!

  • Riflessioni dopo le votazioni moniste

    Il buon cittadino è quello che non può tollerare nella sua patria
    un potere che pretende d’essere superiore alle leggi.

    Marco Tullio Cicerone

    Il 30 giugno scorso il primo ministro albanese ha fatto tornare il paese al periodo della dittatura comunista, trascurando un decreto del presidente della Repubblica che rimandava la data delle elezioni amministrative previste proprio per il 30 giugno 2019. Elezioni ufficialmente boicottate dall’opposizione, perché convinta della strategia ormai nota del primo ministro, per manipolare, condizionare e controllare significativamente il risultato finale delle elezioni. Anche con l’uso della criminalità organizzata e dei dirigenti della polizia di Stato. Lo hanno confermato recentemente, senza ambiguità alcuna, le pubblicazioni di decine di intercettazioni telefoniche fatte dal noto quotidiano tedesco Bild. Intercettazioni che in qualsiasi altro paese democratico non solo avrebbero causato le dimissioni del primo ministro e di altri ministri, ma avrebbero portato immediatamente all’avvio di procedure giudiziarie previste dalle leggi in vigore. Ma niente di tutto ciò è accaduto in Albania. Anzi, il primo ministro, per “sfumare” questo clamoroso scandalo, ha deciso di avventurarsi in un processo elettorale monista. In 31 dei complessivi 61 comuni c’erano soltanto i candidati del primo ministro. Nei rimanenti 30, per dare una parvenza di pluralismo, erano registrati alcuni candidati “indipendenti” e/o quelli di un partito uscito all’ultimo minuto dal cappello del primo ministro.

    Il 10 giugno scorso il presidente della Repubblica ha chiarito il perché della sua decisione di annullare le elezioni amministrative del 30 giugno. Il suo decreto è stato pubblicato in seguito sulla Gazzetta Ufficiale. Il che, per la legislazione albanese, significa che quel decreto diventa obbligatorio per tutti. Nonostante ciò il primo ministro ha ignorato palesemente e pubblicamente il decreto del presidente, come se niente fosse. Non solo, ma ha abusato del suo potere quasi assoluto, per coinvolgere anche altre istituzioni a sostenere la sua irresponsabile e illegittima decisione. Tutto ciò in un periodo di grave crisi istituzionale e politica, mentre da più di un anno in Albania non funziona la Corte Costituzionale. Proprio quella Corte che è l’unica autorità riconosciuta dalla stessa Costituzione come garante imparziale in casi di conflitti istituzionali, legali, e altro. In più, e proprio per gettare benzina sul fuoco, il primo ministro e la sua maggioranza parlamentare hanno avviato una procedura per rimuovere dall’incarico il presidente della Repubblica. Tutto questo avviato da un parlamento che ormai, secondo gli esperti, non è più legale, non avendo il numero complessivo e obbligatorio dei deputati, dopo la rassegnazione dei mandati dei deputati dell’opposizione e dopo l’esaurimento completo delle liste elettorali. Come previsto e sancito dalla Costituzione. Ma anche in questo caso, in mancanza della Corte Costituzionale, il primo ministro decide secondo la sua “volontà” e convenienza, portando dietro di sé anche altre istituzioni, indipendenti sulla carta, ma messe totalmente al suo servizio. Una fra tutte, la Commissione Centrale Elettorale. Ma anche altre strutture statali previste per gestire le elezioni.

    Durante queste ultime settimane l’Albania sta vivendo un vero colpo di Stato, messo in atto consapevolmente dal primo ministro per controllare tutto e tutti, oltrepassando palesemente le sue competenze istituzionali, riconosciute dalla Costituzione e dalle leggi in vigore in Albania. Ma in Albania la Corte Costituzionale [volutamente] non funziona da più di un anno a questa parte, mentre le leggi le interpreta il primo ministro a suo piacimento e interesse. In più il primo ministro, tramite i suoi ubbidienti e sottomessi ministri, controlla pienamente sia la polizia di Stato che l’esercito e le forze speciali. Un vero colpo di Stato, come da manuale.

    Alcuni giorni fa il Consiglio d’Europa, vista la situazione in Albania, ha ufficialmente rifiutato di portare i suoi osservatori per le votazioni moniste del 30 giugno. Perché di votazioni si tratta e non di elezioni! Una decisione che rispecchia la gravissima realtà attuale albanese. Realtà che vede schierati da una parte il primo ministro e tutte le istituzioni a lui sottomesse e dall’altra parte il presidente della Repubblica, l’opposizione e la maggior parte dei cittadini. Una realtà che si sta rapportando correttamente e con professionalità anche con i media internazionali, come non accadeva da molto tempo. Una decisione quella del Consiglio d’Europa, che rappresenta anche un significativo messaggio da parte di un’istituzione specializzata per le elezioni e che è stata sempre presente con i suoi osservatori durante le elezioni albanesi. Come in molti altri paesi europei e non solo.

    Nel frattempo, e purtroppo, i soliti “rappresentanti internazionali”, sia europei che da oltreoceano, non vedono, non sentono e non capiscono niente di tutto ciò che sta realmente accadendo in Albania durante queste ultime settimane. Hanno scelto di nuovo e come sempre di schierarsi apertamente a fianco del primo ministro. Chissà perché?! Però l’operato molto pericoloso e l’atteggiamento pubblico dei “rappresentanti internazionali” può avere gravi ripercussioni per le sorti dell’Albania. Qualcuno addirittura ha “consigliato” agli albanesi di andare a votare il 30 giugno, mentre per il sopracitato decreto del presidente della Repubblica tutto si potrebbe vedere quando si costituirà la Corte Costituzionale! In Albania ormai si sa che il primo ministro controlla tutto, sistema della giustizia compreso. Il primo ministro, se tutto rimane così com’è e i cittadini non reagiscono per cacciarlo via, sceglierà i giudici della Corte Costituzionale come meglio crede. E poi quella Corte, secondo i rappresentanti internazionale potrebbe decidere liberamente?! Fa ridere anche i polli.

    Chi scrive queste righe è convinto che i veri responsabili della grave situazione in cui si trovano adesso gli albanesi sono proprio loro. Perché la responsabilità, in fin dei conti, è sempre dei cittadini. Di quei cittadini che con le loro scelte, l’indifferenza, l’apatia e spesso con la loro irresponsabilità civile permettono ai politici, agli attuali politici, di governare e di decidere sulle loro sorti. La saggezza secolare insegna che ogni popolo ha il governo che si merita. Ma chi scrive queste righe non può però non considerare responsabili della grave e allarmante realtà albanese anche i soliti “rappresentanti internazionali”. Sia quelli europei che da oltreoceano. Proprio quelli che con le loro dichiarazioni e il loro aperto posizionamento a fianco del primo ministro albanese, appoggiando le sue irresponsabili scelte, hanno causato e stanno causando danni enormi. Restaurazione della dittatura compresa.

    Chi scrive queste righe pensa che da adesso in poi i dirigenti dell’opposizione non possono più nascondersi dietro promesse patetiche e sacri giuramenti. Da adesso in poi o loro si impegnano realmente a rovesciare la dittatura criminale restaurata, come promesso e costi quel che costi, oppure poi non avranno scusa alcuna. Perciò devono essere considerati e trattati per quello che veramente sono. E cioè per dei sostenitori, nolens volens del primo ministro e del suo regime. Avranno senz’altro anche quello che si meritano. Ai cittadini l’ultima parola! Ricordando che il buon cittadino, secondo Cicerone, è quello che non può tollerare nella sua patria un potere che pretende d’essere superiore alle leggi.

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