dittatura

  • Un bue che dovrebbe dire cornuto ad un altro bue

    Quando si ferma un dittatore, ci sono sempre dei rischi.
    Ma ci sono rischi maggiori nel non fermarlo.

    Margaret Thatcher

    Il bue che dice cornuto all’asino è un modo di dire, molto diffuso in Italia e, in altre forme lessicali, anche in altri paesi del mondo. Un modo di dire che rispecchia, come sempre accade, la saggezza popolare che ci viene tramandata da secoli. Un modo di dire che addita tutti coloro che vedono i difetti degli altri, senza essere mai consapevoli dei propri. Oppure, peggio ancora, fingendo di non capirli. Una sua versione la troviamo anche nelle Sacre Scritture. Secondo l’evangelista Luca, Gesù chiede ai suoi discepoli: “Può forse un cieco guidare un altro cieco?”. E poi prosegue: “Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che è nel tuo?” (Vangelo secondo Luca; 6/39-41).

    Durante il mese d’agosto appena passato sono accadute molte cose nel mondo. Alcune hanno, giustamente, attirato l’attenzione delle cancellerie e delle istituzioni internazionali, nonché quella dell’opinione pubblica. Non poteva passare inosservato neanche quanto è accaduto in Bielorussia durante e dopo le elezioni presidenziali del 9 agosto scorso. Elezioni svolte in un clima di dura repressione contro l’opposizione messa in atto dalle strutture dello Stato. Ha vinto di nuovo, con l’80.23 %, Aleksander Lukashenko, in potere dal luglio del 1994. Dal 9 agosto in poi i cittadini stanno protestando contro le manipolazioni e i brogli elettorali, affrontandosi con la violenza delle forze di polizia e di altre strutture repressive specializzate. Proteste che sono continuate anche durante la scorsa settimana. Quanto è accaduto e sta accadendo in Bielorussia rappresenta una seria preoccupazione per tutti. Perché una dittatura, ovunque essa sia costituita, rappresenta sempre una seria preoccupazione non solo per chi ne soffre direttamente le conseguenze.

    Tutte le cancellerie occidentali hanno fortemente condannato la farsa elettorale in Bielorussia. Così come hanno fatto anche le più importanti istituzioni internazionali. Comprese quelle dell’Unione europea e l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione europea). Sono state molte e unanimi le dichiarazioni pubbliche dei capi di Stato e di governo, subito dopo le elezioni e in seguito. Tutti hanno condannato la farsa elettorale del 9 agosto scorso, l’uso sproporzionato e ingiustificato della violenza conto i manifestanti e gli arresti di migliaia di essi. E’ stato chiesto anche il diretto coinvolgimento dell’OSCE in una missione di verifica di tutte le [presunte] avvenute manipolazioni e irregolarità prima, durante e dopo le elezioni del 9 agosto. Ma anche sulle atroci repressioni messe in atto contro i manifestanti, da parte delle forze di polizia e delle truppe speciali. Quelli sono anche degli obiettivi statutari dell’OSCE. Ragion per cui, il 28 agosto scorso, è stata tenuta a Vienna una seduta speciale del Consiglio permanente dell’OSCE. Seduta convocata dal presidente di turno dell’OSCE che, guarda caso, quest’anno è proprio il primo ministro albanese, essendo anche ministro degli esteri.

    E qui comincia il bello! Perché proprio lui con le elezioni libere, oneste e democratiche ha un rapporto “speciale”, come il diavolo lo ha con l’acqua santa! Un fatto questo, ormai verificato e evidenziato a più riprese, dal 2013 ad oggi, da diversi rapporti internazionali. Compreso anche l’ultimo in ordine di tempo. E cioè il Rapporto finale dell’OSCE stessa sulle elezioni [votazioni moniste] per l’amministrazione pubblica del 30 giugno 2019 in Albania. Il nostro lettore è stato informato sulle clamorose manipolazioni e le palesi violazioni prima, durante e dopo quelle elezioni (Riflessioni dopo le votazioni moniste, 1 luglio 2019; Votazioni moniste come farsa, 8 luglio 2019). Violazioni sia delle procedure e di quanto prevede la legislazione elettorale in vigore, ma anche della Costituzione stessa. In un paese però, come è l’Albania, dove da più di tre anni ormai la Corte Costituzionale [volutamente] non funziona più!

    Durante la sopracitata seduta del Consiglio permanente dell’OSCE è stato concordato sulla necessità di inviare una missione in Bielorussia, in seguito a quanto è successo e sta succedendo dal 9 agosto in poi. E’ stato unanimemente sottolineato però che quella missione avrà luogo soltanto dopo l’approvazione ufficiale da parte delle autorità bielorusse. Autorizzazione che, ad oggi, non è stata rilasciata. Non solo, ma il presidente Lukashenko ha fatto sapere, a più riprese, che niente di tutto ciò potrà accadere. Lo ha fatto sapere, anche senza parlare, quando si è fatto vedere con un fucile in mano e con un giubbotto antiproiettile sul corpo.

    Sono tante le somiglianze del presidente bielorusso con il primo ministro albanese. E non solo quelle che hanno a che fare con le elezioni. Loro somigliano molto nel modo in cui affrontano le proteste dei cittadini, che scendono in piazza per chiedere ed ottenere il rispetto dei propri sacrosanti diritti. Loro somigliano nel modo in cui reprimono quelle proteste. Compresi anche i tanti denunciati e spesso anche documentati casi di torture e maltrattamenti nei confronti dei manifestanti arrestati. Loro somigliano nel vistoso calo della loro presunta e pretesa “popolarità”, in seguito ai tanti scandali, ai tanti abusi con il potere, ai tanti fallimenti economici e tanto altro. Ma loro somigliano, in questi giorni, anche nella loro determinata intenzione di aggrapparsi al potere, non importa come. Lo sta dimostrando in questi giorni il presidente bielorusso, non solo con le sue dichiarazione, ma anche con degli atti concreti. Così come lo sta facendo anche il primo ministro albanese. Quest’ultimo, visto il diffuso malcontento popolare sempre in crescita, ha tolto la maschera e sta facendo di tutto per avere un terzo mandato. Ha addirittura stracciato e calpestato, nell’arco di meno di due mesi, anche l’accordo raggiunto il 5 giugno scorso sulla riforma elettorale. Il primo ministro albanese, in grosse e vistose difficoltà, ha chiesto alcuni giorni fa ai “suoi fedelissimi” di darsi da fare per avere i voti, costi quel che costi e con tutti i modi. La criminalità organizzata è a sua disposizione, com’è stata anche durante le precedenti elezioni. Anche perché, così facendo, la criminalità organizzata difende i suoi investimenti miliardari. Tutto ciò perché l’unico modo che garantisce a lui “l’incolumità” dopo tanti, continui e innumerevoli scandali e abusi, potrebbe essere soltanto un’altra la vittoria elettorale.

    Riferendosi alla presidenza di turno dell’OSCE esercitata quest’anno dall’Albania, l’autore di queste righe esprimeva, tra l’altro, nel gennaio di quest’anno, la sua convinzione che “Il governo albanese e i suoi rappresentanti ufficiali non sono in grado e perciò non possono garantire l’osservanza e l’adempimento di tutti gli obiettivi istituzionali dell’OSCE. Una simile situazione imbarazzante si poteva e si doveva evitare.” (Una presidenza del tutto inappropriate; 20 gennaio 2020). Chi scrive queste righe è convinto che le dittature e i dittatori si somigliano. Similia cum similibus comparantur. E comparando, si trovano tante cose in comune tra il presidente bielorusso e il primo ministro albanese. Chi scrive queste righe non sa se ci sarà un incontro tra Lukashenko e una rappresentanza guidata dal primo ministro albanese, nella veste del presidente di turno dell’OSCE. Ma nel caso un incontro del genere avvenisse il primo ministro albanese si troverebbe nelle condizioni del bue che dovrebbe dire cornuto ad un altro bue, suo simile. L’autore di queste righe è convinto però che sia per i cittadini bielorussi che per quegli albanesi valgono sempre le parole di Margaret Thatcher. E cioè che “Quando si ferma un dittatore, ci sono sempre dei rischi. Ma ci sono rischi maggiori nel non fermarlo”. Spetta ai cittadini di fare la loro scelta e agire di conseguenza.

  • Bugie, arroganza e manipolazioni

    Gli uomini possono essere manipolati in tutti i modi.

    George Orwell; da “1984”

    1984 e La fattoria degli animali sono i due capolavori di George Orwell dai quali ci si impara sempre. Il romanzo 1984, scritto nel 1948 e pubblicato un anno dopo, ambientato a Londra in un futuro prossimo, nel 1984, risulta essere uno dei libri tra i più letti in tutto il mondo. Il titolo stesso è una semplice permutazione delle due ultime cifre dell’anno 1948. Scrivendo quel libro, l’autore voleva diffondere un chiaro e perentorio messaggio tra i suoi lettori. Lui stesso aveva dichiarato che aveva scritto 1984 “…per cambiare il parere degli altri sul tipo di società, per la quale essi devono combattere”. E gli “altri” erano, sono e saranno sempre tutti coloro che, leggendo il libro, potessero/possano riflettere, valutare, e agire di conseguenza. Un obiettivo quello posto da Orwell, che sembra abbia superato tutte le sue aspettative, visto il grandissimo numero di lettori che hanno letto e riletto il libro, riflettendo, valutando e agendo di conseguenza. Anche l’autore di queste righe è uno tra quegli “altri”. Egli è fermamente convinto che bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, per non permettere mai che funzioni il modello “Oceania”, ovunque si possa presentare un simile ed eventuale pericolo. Un modello quello, descritto nei minimi dettagli e maestosamente da George Orwell.

    Oceania era una delle tre grandi nazioni in cui era diviso il mondo nel 1984. Tutto era accaduto dopo una terza guerra mondiale, una guerra nucleare, avvenuta negli anni ’50 del secolo scorso. Le tre grandi nazioni, diventate delle dittature, erano in un continuo conflitto tra di loro. In Oceania tutto veniva controllato e gestito dal “Grande Fratello” (Big Brother), il capo indiscusso dell’unico Partito, che nessuno aveva mai visto però. Un personaggio occulto, inventato da George Orwell per rappresentare il “Potere assoluto”. Un “Grande Fratello” che, tramite le manipolazioni programmate e meticolosamente attuate del cervello umano ed una spietata repressione, aveva annullato la coscienza dell’individuo e quella collettiva in Oceania. Il “Grande Fratello” che è, come concetto e come effetti prodotti, molto attuale e pericoloso in tutto il mondo, vista la diffusione mediatica, l’uso sproporzionato e, purtroppo, con delle ben evidenziate conseguenze negative. Anche per questo dobbiamo tanto alla lungimiranza di Orvell.

    Un altro chiaro messaggio che egli ci ha trasmesso è che bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, per non permettere mai che la cultura sia annientata dal “Potere assoluto”. Per non permettere mai che tutto ciò possa aiutare anche quella che Orwell chiamava la “Neolingua” (Newspeak). E cioè una “lingua” con un ridottissimo numero di parole attive, per ridurre, perciò, al massimo la capacità di espressione e di pensiero, individuale e/o collettivo. Una “lingua” che tende a soffocare la lingua vivente, fino a farla scomparire. Ragion per cui bisogna salvare la lingua dalla “corruzione della parola”, come scriveva Orwell.

    Bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, anche per non permettere mai che chiunque, un “Grande Fratello” o chicchessia, possa manipolare mentalmente il genere umano, fino al punto di attivare quello che Orwell chiamava il “Bipensiero” (Doublethink ). E cioè “la capacità di sostenere simultaneamente due opinioni in palese contraddizione tra loro e di accettarle entrambe come esatte”. Una ragione in più perché bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, per non permettere mai che possa funzionare quella diabolica distorsione e manipolazione mentale, ideata, programmata e attuata dal “Potere assoluto”, ovunque e in qualsiasi tempo. Per non permettere mai, come scriveva Orwell, che si possa “usare un inganno cosciente e, nello stesso tempo, mantenere una fermezza di proposito che dimostri una totale onestà: spacciare deliberate menzogne e credervi”.

    Bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, anche per non permettere mai più che nessun “Grande Fratello”, ovunque e in qualsiasi tempo, possa annientare tutto il passato, tutta la storia, in modo che tutto cominci con il “Potere assoluto”. Come è stato maestosamente descritto da George Orwell nel suo 1984. E cioè per non permettere mai che in qualsiasi paese ci si possa arrivare fino al punto che “La menzogna diventa verità e passa alla storia”. E che “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”, come scriveva Orwell. Per non permettere mai che si possano considerare normali delle contraddizioni come “La guerra è pace”, “La libertà è schiavitù” e “L’ignoranza è forza”!

    Bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, anche per non permettere mai più che un “Grande Fratello”, rappresentante di qualsiasi “Potere assoluto”, possa controllare tutto e tutti con dei mezzi della tecnologia di telecomunicazione e altri potenti e diffusissimi mezzi tecnologici delle ultime generazioni. Come accadeva in Oceania, dove tramite i teleschermi, installati in ogni ambiente, non solo venivano trasmessi gli “ordini del Partito”, ma anche si controllava, in qualsiasi momento, la vita privata delle singole persone.

    Bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, anche per non permettere mai più che delle strutture paramilitari possano agire nel nome e per conto del  “Potere assoluto”. Come accadeva in Oceania, dove una polizia politica, la “Psicopolizia” (Thought Police), interveniva in ogni situazione sospetta e non tollerata dal “Partito”. Una struttura quella della “Psicopolizia”, parte integrante del “Ministero dell’Amore” (Miniluv), che con metodi crudeli “convinceva” tutti i “dissidenti”, oppure gli faceva tacere per sempre.

    Tutti questi sono dei chiari e molto significativi messaggi che ci ha trasmesso George Orwell con il suo ben noto romanzo 1984. Messaggi che sono attuali in ogni parte del mondo, ovunque si possa verificare la costituzione di un regime totalitario, di una dittatura. Albania compresa. Sì, perché attualmente in Albania è stata restaurata una nuova dittatura, controllata e gestita dalla criminalità organizzata e da certi raggruppamenti occulti locali ed internazionali. Una dittatura che ha nel primo ministro il “rappresentante ufficiale”. Una dittatura che sta cercando di usare una facciata di “pluralismo politico”, per ingannare soprattutto le istituzioni internazionali e/o le cancellerie occidentali. Perché ormai è incurante di quello che ne pensano i cittadini albanesi.

    Chi scrive queste righe è convinto che in Albania il “Potere assoluto” sta usando metodi simili a quelli usati nell’Oceania del 1984. Si sta facendo di tutto, in modo che la Storia cominci con l’attuale primo ministro. Si sta cercando di cancellare e, possibilmente, annientare le tradizioni e la cultura. Si sta cercando, in modo programmato, di “rinnovare” il sistema dell’istruzione. Il risultato è significativo. Soltanto negli ultimi anni è aumentato paurosamente il numero degli analfabeti funzionali tra i giovani. Sono di pubblico dominio l’ipocrisia forzata e, la sfacciataggine dei funzionari dell’amministrazione pubblica, che si contraddicono mentalmente. Espressioni “albanesi” del “Bipensiero” e della “Neolingua” orwelliana. Chi scrive queste righe è convinto che il vigliacco abbattimento dell’edificio del Teatro Nazionale ne è un’eloquente ed inconfutabile testimonianza della dittatura in azione. Delle strutture simili alla “Psicopolizia” di Orwell hanno dimostrato il 17 maggio scorso, notte tempo e in pieno periodo di chiusura per la pandemia, tutto il potere del regime. Spetta solo ai cittadini albanesi reagire determinati e sempre più numerosi per evitare il peggio. Ricordando anche quanto ha scritto George Orwell nel suo 1984. Tutto debba servire come monito e chiaro messaggio per gli albanesi rivoltosi.

  • Cominciato il processo contro l’ex Presidente del Sudan al-Bashir

    E’ iniziato il processo contro Omar al-Bashir, presidente del Sudan per oltre trent’anni, per il colpo di stato militare che lo ha portato al potere il 30 giugno 1989. Bashir, già accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità per il sanguinoso intervento in Darfur, era stato costretto a lasciare il potere nel 2019 a seguito delle proteste iniziate alla fine del 2018. Ad agosto era stato formato un governo unitario composto da funzionari dell’esercito e civili.

    Con Bashir sono stati mandati a processo anche più di venti ex funzionari che hanno prestato servizio nel suo governo. Insieme agli ufficiali, l’ex presidente è accusato di aver pianificato il colpo di stato in cui l’esercito ha arrestato i leader politici del Sudan, sospeso il parlamento, chiuso l’aeroporto e annunciato il rovesciamento alla radio. Bashir è già stato condannato per corruzione. Potrebbe essere condannato a morte se ritenuto colpevole del suo ruolo nel colpo di stato. Il processo è stato sospeso fino all’11 agosto per essere ripreso in un tribunale più grande dove più avvocati e familiari di imputati potranno partecipare.

  • Arrampicarsi sugli specchi

    Vorrei voler, Signor, quel ch’io non voglio.

    Michelangelo Buonarroti; da “Rime; sonetto 87”

    Così comincia il sonetto 87 delle Rime, scritto da Michelangelo Buonarroti, il grande artista del Rinascimento, che era anche un poeta. Un sonetto che esprime i dilemmi e le debolezze, compreso anche “ogni spietato orgoglio”, che tormentano l’animo umano. Rivolgendosi al Signore il poeta confessa che “I’ t’amo con la lingua, e poi mi doglio c’amor non giunge al cor”. Egli, consapevole di tutto ciò, ha bisogno della grazia divina “che scacci ogni spietato orgoglio”. Bramoso della luce del Signore, il poeta esprime un desiderio e una preghiera: “Squarcia ’l vel tu, Signor, rompi quel muro che con la sua durezza ne ritarda il sol della tuo luce, al mondo spenta!”.

    Dilemmi e contraddizioni che tormentano tutti durante la vita, per vari motivi. Sia le persone semplici che quelle che hanno ed esercitano potere. Anzi, soprattutto questi ultimi. Perché con il potere che hanno e con le loro decisioni potrebbero fare anche del male. E quel male, per vari motivi, lo possono fare consapevolmente. Oppure perché costretti. Ma se costretti, poi ne soffrirebbero dai tormenti, incapaci di reagire. Ragion per cui chiedono al Signore: “Vorrei voler, Signor, quel ch’io non voglio”. Proprio così; vorrebbero volere quello che non vogliono. O che non hanno voluto! Esprimendo anche il loro pentimento per quello che hanno fatto.

    Purtroppo in Albania coloro che attualmente hanno ed esercitano potere decisionale non solo non si pentono, ma continuano disperatamente determinati a fare del male. Anzi, a passare di male in peggio. Il primo ministro albanese è uno tra quelli. Ormai si sta comportando sempre più confusamente e sta agendo in preda alla disperazione, ma sempre più isolato e abbandonato. Ormai sembra che lo stiano abbandonando anche coloro che fino a poche settimane fa lo appoggiavano pubblicamente. Compresi anche i soliti “rappresentanti internazionali”. Ma questo non vuol dire che i danni e le dirette conseguenze del suo operato sarebbero meno preoccupanti. Anzi, i danni causati dalla disperazione e dal panico di coloro che hanno ed esercitano il potere possono essere ben peggiori. La storia sempre ci insegna. Disperato com’è dagli innumerevoli e continui fallimenti, dalla grave ed allarmante realtà nella quale si trova il paese, dai clamorosi scandali che lo coinvolgerebbero, direttamente e/o indirettamente, e forse anche dai “prezzi” che dovrebbe pagare alla criminalità organizzata e ai clan occulti per i “servizi resi”, il primo ministro albanese si sta discreditando pubblicamente sempre di più, ogni giorno che passa. Tra l’altro, e suo malgrado, adesso lui sta pagando anche il conto per tutte le bugie, gli inganni e le promesse fatte e mai mantenute. Adesso, tra l’altro e ogni giorno che passa, si sta pubblicamente demolendo e discreditando tutta la falsità del suo operato. Operato basato consapevolmente, come scelta strategica, sull’immagine e non sulla sostanza, sulla facciata, sulle messinscena, sui “successi virtuali”. Ormai sono di dominio pubblico tutte le sue innumerevoli contraddizioni con quanto ne ha dichiarato precedentemente. Ormai sono di dominio pubblico le sue innumerevoli e quotidiane bugie e inganni. Ormai stanno venendo a galla tutte le sue manipolazioni. Lui che, ad oggi, è stato sostenuto fortemente in tutto ciò anche da una potente e ben pagata propaganda, che passa spesso anche i confini del paese, adesso è in difficoltà.

    Adesso il primo ministro può usufruire delle sue bugie, dei suoi inganni, della sua disperazione e del “mondo di mezzo”. Lo sta dimostrando anche in questi giorni con l’accordo sulla Riforma elettorale, firmato il 5 giungo scorso dai rappresentanti della maggioranza e dell’opposizione nel Consiglio Politico. Il nostro lettore è stato informato subito e per due settimane consecutive, di quell’accordo e delle sue conseguenze. Accordo che, vista la realtà vissuta in Albania, dove adesso una nuova e pericolosa dittatura è operativa e funzionante, potrebbe permettere al primo ministro un terzo mandato. L’autore di queste righe è stato e rimane convinto che il contenuto di quell’accordo non garantisce elezioni democratiche, libere ed oneste. Proprio quelle elezioni, di cui hanno adesso un vitale bisogno l’Albania e gli albanesi. L’accordo sulla Riforma elettorale non è tale però. Quell’accordo, e soprattutto il modo come è stato raggiunto, ha ricordato all’autore di queste righe la montagna che, dopo tanto chiasso, partorisce un topolino, espresso maestosamente dalla fiaba di Esopo (Dittatura sostenuta anche dai ‘rappresentanti internazionali’…;8 giugno 2020). Riferendosi a tutti coloro che hanno contribuito alla firma di quell’accordo, compresi i soliti “rappresentanti internazionali”, l’autore di queste righe scriveva: “Tutti, però, hanno fatto e stanno facendo finta che l’Albania sia un paese dove quella Riforma consoliderebbe ulteriormente la democrazia (Sic!). Invece ciò che, in realtà, potrebbe consolidare la Riforma elettorale sarebbe la nuova dittatura restaurata ormai in Albania, permettendo un terzo mandato all’attuale primo ministro!”. E poi proseguiva: “…invece, con la Riforma elettorale, nelle condizioni particolari in cui si trova l’Albania, quell’approccio è stato sbagliato già in partenza. Perciò anche il prodotto finale non poteva essere quello dovuto e necessario per il paese. Nel caso dell’Accordo sulla Riforma elettorale, tenendo presente la drammatica situazione, causata, controllata e gestita da una nuova e pericolosa dittatura, negoziare, o meglio mercanteggiare, come è stato fatto, significherebbe semplicemente ignorare la sostanza e trattare dei dettagli tecnici!” (Dannosa ipocrisia in azione, come un déjà vu; 15 giugno 2020).

    Il primo ministro albanese però, cercando a tutti i costi di vincere un terzo mandato e noncurante di tutto il resto e di tutte le conseguenze, adesso sta ignorando anche quanto è stato sancito dal sopracitato accordo. La scorsa settimana ha pubblicamente proposto e chiesto dei cambiamenti alla Costituzione per permettere poi una sua “vittoria a tavolino”. Un obiettivo quello, alla base del quale è la sua sopravvivenza politica e non solo, che viola però palesemente quanto previsto dalla stessa Costituzione. Tutto ciò, mentre la Corte Costituzionale, da circa tre anni ormai, non è più funzionante. Un blocco programmato e attuato volutamente e con cura, che ha permesso al primo ministro di controllare personalmente, e/o da chi per lui, tutto il sistema della giustizia. E guarda caso, la scorsa settimana, mentre il primo ministro presentava i suoi cambiamenti della Costituzione, “inaspettatamente” hanno dato le loro dimissioni tre candidati giudici per le vacanze nella Corte Costituzionale. Il che bloccherebbe ulteriormente, almeno per altri sei mesi, la funzionalità della Corte stessa. Il che permetterebbe al primo ministro di andare avanti, non ostacolato, nella sua folle e disperata corsa verso un terzo mandato. Una realtà, questa degli ultimi giorni, che sta evolvendo di ora in ora. Il nostro lettore sarà sempre informato sugli ulteriori ed inevitabili sviluppi.

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro albanese, nella sua folle e disperata corsa verso un terzo mandato, è capace di tutto. Lui adesso si sta arrampicando sugli specchi. Chi scrive queste righe è stato sempre convinto che il primo ministro avrebbe ignorato anche le “tecnicalità” sancite dall’Accordo del 5 giungo scorso. Il primo ministro però non si pente di tutto quello che ha fatto. E perciò non chiederà mai: “Vorrei voler, Signor, quel ch’io non voglio”. Forse però chiederà al Diavolo di aiutarlo a realizzare il suo desiderio: ”Vorrei voler quel ch’io voglio! E lo voglio avere, costi quel che costi!”. Chissà però se il Diavolo lo aiuterà?! Anche perché lui non rispetta i patti. Nemmeno quelli con un primo ministro.

  • Similitudini

    …La corruzione è dappertutto, il talento è raro. Perciò, la corruzione è

    l’arma della mediocrità che abbonda, e voi ne sentirete ovunque la punta.

    Honoré de Balzac; da “Papà Goriot”

    Così diceva convinto Vautrin al giovane Eugene de Rastignac. Correva l’anno 1819. In quel tempo tutti e due vivevano a Parigi. Vautrin, ladro e usuraio, era stato condannato ai lavori forzati, ma era evaso appena aveva potuto. Il suo vero nome era Jacques Collin, ma negli ambienti della malavita parigina lo avevano soprannominato ‘Inganna-la-morte’ (Trompe-la-Mort). La polizia lo stava cercando dappertutto, perché era una persona molto pericolosa. Eugene de Rastignac invece, uno dei personaggi non solo del romanzo Papà Goriot, ma anche di molti altri romanzi della Commedia Umana di Balzac, era un giovane di 21 anni, arrivato a Parigi per studiare legge. Lui non sapeva niente di Vautrin. Un giorno Vautrin cercava di spiegare a Rastignac che in questo mondo “non ci sono principi, ma soltanto eventi. Non ci sono leggi, ma soltanto circostanze”. E che “…l’uomo intelligente si adatta agli eventi e alle circostanze per dominarle”. Vautrin consigliava a Rastignac di “non insistere con le proprie convinzioni”, e nel caso servisse, se qualcuno glielo chiedeva, “doveva vendere i suoi principi”. Si, proprio vendere, in cambio di soldi o altro! Vautrin rappresentava a Parigi la “Società dei diecimila”, che era un raggruppamento non di ladri comuni, ma “di ladri di alto livello”. E lui gestiva enormi quantità di denaro per conto della Società. Balzac ci racconta che i soci erano persone che “non si sporcano le mani per delle piccole cose e non si immischiano in affari se non riescono a guadagnare, come minimo, diecimila franchi”. Da buon usuraio qual era, Vautrin vede anche in Rastignac una persona dalla quale poteva approfittare, essendo lui un povero giovane di provincia, ma ambizioso ed arrivista, Vautrin propone a Rastignac un accordo, dal quale poteva avere un guadagno del 20% come commissione. Accordo che non si concluse, anche perché, finalmente, Vautrin viene arrestato dalla polizia.

    Duecento anni dopo quegli eventi, maestosamente raccontati da Balzac nel suo romanzo Papà Goriot, le cose si ripetono, generando, tra l’altro, delle similitudini. In ogni parte del mondo, così come in Albania. Guarda caso, l’attuale primo ministro viene chiamato anche il “signor 20%”. Lo hanno soprannominato così dopo le diverse accuse pubbliche, fatte da quando era il sindaco di Tirana. Secondo quelle accuse lui, o chi per lui, chiedeva ai costruttori una commissione del 20% dell’investimento in cambio del permesso per costruire. Durante questi ultimi anni il primo ministro albanese è stato accusato ripetutamente e pubblicamente, documenti alla mano, in albanese e in altre lingue, di molti fatti gravi. Le accuse pubbliche riguardavano e riguardano, tra l’altro, gli stretti legami che lui, e/o chi per lui, ha con la criminalità organizzata. Legami che si basano su un solido supporto reciproco. Una collaborazione quella, che secondo le documentate e ripetute accuse pubbliche, ha permesso al primo ministro i suoi due mandati istituzionali e altre vittorie elettorali. Mentre alla criminalità organizzata ha garantito affari miliardari. Compresi, tra l’altro, la diffusa coltivazione della cannabis su tutto il territorio nazionale e il traffico illecito di stupefacenti. Traffico che continua indisturbato, come dimostrano i fatti resi noti dalle procure dei paesi confinanti, ma soprattutto quelle italiane. Soltanto una settimana fa è stato sequestrato sulle coste italiane un grosso carico di droga proveniente dall’Albania.

    Il primo ministro albanese è stato accusato di aver nascosto delle condanne in altri paesi europei. Accuse fatte, anche quelle, sia in albanese che in altre lingue. Una decina di giorni fa un noto collezionista di icone, durante un’intervista televisiva in prima serata, ha ripetuto la sua accusa. E cioè che l’attuale primo ministro albanese è stato arrestato e condannato in Francia agli inizi degli anni ’90 per traffico di icone rubate! Quella del collezionista, durante l’intervista televisiva una decina di giorni fa, non era soltanto una ripetuta accusa ma, come ha dichiarato lui, era anche una sfida pubblica al primo ministro. Ad oggi però, il primo ministro, che ha denunciato ufficialmente “per calunnia” molte persone, compresi politici, giornalisti e/o redazioni di giornali e altri media in Albania e in altri paesi, non ha detto neanche una sola parola e non ha presentato nessun ricorso “per calunnia” contro il collezionista di icone. E se fossero vere le accuse fatte dal collezionista, ma non solo da lui, sia in albanese che in altre lingue, allora si aggiunge un’altra similitudine tra il primo ministro albanese e Vautrin.

    Le similitudini non finiscono qui però. Sempre in base alle tante denunce e accuse pubbliche, risulterebbe che il primo ministro albanese sia anche il rappresentante istituzionale degli interessi miliardari di certi raggruppamenti occulti locali ed internazionali. Guarda caso, un altra similitudine con Vautrin, che era il rappresentante della sopracitata “Società dei diecimila”, come ci racconta Balzac nel suo romanzo Papà Goriot. Il nostro lettore conosce ormai l’emblematico caso del barbaro e vigliacco abbattimento, notte tempo, il 17 maggio scorso, dell’edificio del Teatro Nazionale, in pieno centro di Tirana. Si tratta proprio del caso per eccellenza che dimostra e testimonia la stretta collaborazione tra il potere politico con la criminalità organizzata e certi clan occulti. Una pericolosa collaborazione che sta alle fondamenta della nuova dittatura sui generis ormai restaurata ed operativa in Albania. L’unica incognita, almeno pubblicamente, è chi comanda in quella “combriccola”. Tutti ormai sanno però, che l’abbattimento del Teatro Nazionale rappresenta un affare criminale miliardario, che parte dal riciclaggio del denaro sporco, proveniente dai traffici illeciti e dalla corruzione ai più alti livelli, per poi continuare con grossi investimenti e introiti garantiti. Per agevolare ed ufficializzare tutto ciò, il primo ministro albanese presentò ed approvò in Parlamento una “legge speciale”, in piena estate del 2018, per passare in grande fretta la proprietà pubblica ad un privato, noto cliente del potere politico. Ormai il riciclaggio del denaro sporco è un’allarmante realtà in Albania. Una realtà che è stata testimoniata, tra l’altro, anche dai due ultimi rapporti annuali del MONEYVAL (Comitato di esperti per la valutazione delle misure contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo; una struttura del Consiglio d’Europa). Dai rapporti si evidenzia che “…la corruzione rappresenta grandi pericoli per il riciclaggio del denaro in Albania”. E che “…l’attuazione della legge, ad oggi, ha avuto una limitata attenzione per combattere la corruzione legata al riciclaggio del denaro”! Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò (Abusi e corruzione anche in tempi di pandemia; 4 maggio 2020). E non poteva essere diversamente, con un simile “rappresentante istituzionale” qual è il primo ministro albanese. Come era anche Vautrin per la sopracitata “Società dei diecimila”. E queste sopracitate sono soltanto alcune delle similitudini tra i due.

    Chi scrive queste righe trova attuale quanto scriveva Balzac nel suo Papà Goriot. E cioè che anche in Albania nel 2020, come in Francia del 1819, la corruzione la trovi dappertutto. Ed è l’arma della mediocrità che abbonda, la cui punta si sente ovunque. L’autore di queste righe è convinto però che, diversamente da quanto accadeva a Parigi nel 1819, dove Vautrin veniva arrestato dal sistema della giustizia, in Albania nel 2020 il sistema della giustizia è controllato personalmente proprio dal primo ministro. Nel 1819 Vautrin consigliava a Rastignac che, se servisse, “doveva vendere i suoi principi”. Mentre il primo ministro albanese, nel caso abbia mai avuto dei principi, ormai li ha già venduti ai richiedenti. Ad un buon prezzo però!

  • Erdogan pronto a ‘convertire’ Santa Sofia in moschea

    Santa Sofia deve tornare ad essere una moschea. Parola e volontà di Erdogan che potrebbero realizzarsi a breve se il Consiglio di stato turco dovesse pronunciarsi a favore della proposta del Presidente che andrebbe così ad annullare il decreto del 1934 che trasformava Santa Sofia (Hagia Sophia) da mosche a museo. Ultimate le udienze giovedì scorso il verdetto scritto è previsto entro 15 giorni. Secondo alcune fonti sembra che Erdogan abbia incaricato i funzionari del governo di condurre uno studio approfondito su come cambiare lo status da un museo in moschea.

    La meravigliosa costruzione, che risale a 1500 anni fa ed è patrimonio UNESCO, attira da sempre milioni di turisti ad Istanbul. Prima di diventare museo, Santa Sophia, cattedrale patriarcale greca di epoca bizantina, costruita nel sesto secolo, fu trasformata in una moschea ottomana dopo la conquista della città di Costantinopoli da parte di Mehmet il Conquistatore nel 1453.

    Critiche e polemiche internazionali, come era prevedibile, non si sono fatte attendere. La Grecia accusa Erdogan di far rivivere, con questa decisione, un sentimento religioso fanatico e nazionalista e il ministro della cultura greca, Lina Mendoni, ha fatto sapere con fermezza che non ci possono essere cambiamenti nel sito del patrimonio mondiale dell’UNESCO senza l’approvazione del comitato intergovernativo dell’organismo.

    Anche gli Stati Uniti, con il segretario di Stato Mike Pompeo, criticano fortemente la decisione perché in questo modo non solo verrebbe annullato quel ponte necessario tra diverse tradizioni e culture religiose che è sempre più raro vedere nell’epoca moderna ma anche quel percorso che, a suo tempo, ha contribuito alla costituzione della Repubblica di Turchia. E’ necessario perciò che rimanga un museo accessibile a tutti.

    Erdogan, dal canto suo, fa sapere che è stato invece un errore molto grande convertire la Basilica di Santa Sofia in un museo e che l’idea della ‘riconversione’ dello splendido edificio era parte della campagna pre-elettorale perché la ‘richiesta’ popolare stava diventato sempre più forte.

    Intanto, lo scorso 5 giugno, gli Imam hanno recitato versi del Corano all’interno di Santa Sofia, nel 567° anniversario della conquista di Istanbul da parte degli ottomani.

  • Dannosa ipocrisia in azione, come un déjà vu

    Gli ipocriti più miti sono anche i più temibili.

    Le maschere di velluto sono sempre nere.

    Victor Hugo; da “Oceano”

    Ormai sono diventati tutti dei miseri ipocriti. Dopo essere stati, ognuno per conto proprio e per ben noti motivi, arroganti, agguerriti e perentori fino ad una decina di giorni fa, adesso in Albania tutti hanno cambiato maschera e modo di recitare. Il primo ministro, da arrogante, prepotente e cinico qual è, di sua natura, sta cercando di apparire “collaborativo”. I dirigenti dell’opposizione, da perentori nelle loro richieste “non negoziabili” e agguerriti, riferendosi alle “line rosse” da non oltrepassare, ormai “cantano vittoria” per nascondere, invece, una vistosa sconfitta. I soliti “rappresentanti internazionali”, da irremovibili e aspri tutori, dopo aver “messo in riga le parti”, adesso si sono fatti da parte e stanno “rispettando” quanto sancito dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Proprio loro, che fino a pochi giorni fa hanno palesemente violato quella Convenzione, mostrando anche le loro “preferenze”. Da non dimenticare, per dovere di cronaca, neanche i ridicoli e insignificanti rappresentanti della “nuova opposizione” parlamentare, che da circa un anno, da quando l’opposizione ha rassegnato i mandati parlamentari, è diventata un “serbatoio di voti” per il primo ministro. Proprio loro adesso hanno alzato la voce, giurando “fedeltà ai principi” e intransigenza di fronte a quanto decidono i “grandi”. Presentando però delle proposte e/o richieste “suggerite amichevolmente” da qualche “rappresentante internazionale”, oppure redatte negli uffici controllati dal primo ministro e i suoi! Tutti sono dei miseri ipocriti però, nessuno escluso. Tutti stanno recitando adesso, dopo la sera del 5 giungo scorso in Albania. Giorno in cui, grazie ai soliti “rappresentanti internazionali”, è stato raggiunto il “consenso” e firmato un documento scritto in inglese per la “grande fretta”: quello dell’Accordo sulla Riforma elettorale. Tutti, però, hanno fatto e stanno facendo finta che l’Albania sia un paese dove quella Riforma consoliderebbe ulteriormente la democrazia (Sic!). Invece ciò che, in realtà, potrebbe consolidare la Riforma elettorale sarebbe la nuova dittatura restaurata ormai in Albania, permettendo un terzo mandato all’attuale primo ministro! Il nostro lettore è stato informato la scorsa settimana (Dittatura sostenuta anche dai ‘rappresentanti internazionali’; 8 giugno 2020).

    L’Albania purtroppo non è un paese democratico. E men che meno un paese economicamente e socialmente prospero ed evoluto, come altri paesi dell’Europa occidentale. Anzi! Ragion per cui non si devono “adottare” e attuare degli approcci fatti in quei paesi. Sarebbe sbagliato e con delle conseguenze negative. L’Albania ha ereditato tutt’altro dal passato. Da quel passato sotto l’impero ottomano prima, per circa cinque secoli, e poi sotto la dittatura comunista, per circa cinque decenni. Da quel passato l’Albania ha ereditato un’evidente arretratezza economica, politica e culturale. Purtroppo questi “segni del passato” si sono fatti sentire e hanno ostacolato i processi della democratizzazione del paese dopo la caduta della dittatura comunista nel 1991. I cinici avrebbero detto, non avendo tutti i torti, che non si potrebbe cancellare così facilmente e in poco tempo il passato! L’Albania, però, ha un vitale bisogno di cambiare, di iniziare un lungo e difficile, ma veritiero, percorso verso una fattibile e funzionante democrazia. E i cittadini hanno il sacrosanto diritto di ambire alla prosperità economica e sociale. Ma, invece, quanto sta accadendo durante questi ultimi anni in Albania va proprio al senso contrario.

    L’autore di queste righe è convinto e lo ribadisce da tempo, dati e fatti accaduti e/o che stanno tuttora accadendo alla mano, che in Albania ormai è stata restaurata una nuova dittatura. Una realtà che viene evidenziata e confermata anche da quanto è stato pubblicato dai rapporti ufficiali delle istituzioni internazionali specializzate. Si tratta di una dittatura sui generis, ma non per questo meno pericolosa, anzi! Perché si tratta di una dittatura camuffata da una facciata di pluralismo e pluripartitismo. Quanto sta accadendo con la Riforma elettorale in queste ultime settimane, all’autore di queste righe ricorda quello che Tancredi diceva allo zio, principe di Salina (Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa). “… Zio, se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”! L’approccio alla Riforma elettorale e tutto quello che è successo fino alla firma dell’Accordo non è stato quello dovuto, anzi! I rappresentanti politici al Consiglio Politico e soprattutto i soliti “rappresentanti internazionali” hanno trattato i negoziati come si fa di solito in commercio, o in altre occasioni simili. Hanno cercato ed ottenuto che le parti “concedessero” qualcosa in cambio di altro. E invece, con la Riforma elettorale, nelle condizioni particolari in cui si trova l’Albania, quell’approccio è stato sbagliato già in partenza. Perciò anche il prodotto finale non poteva essere quello dovuto e necessario per il paese. Nel caso dell’Accordo sulla Riforma elettorale, tenendo presente la drammatica situazione, causata, controllata e gestita da una nuova e pericolosa dittatura, negoziare, o meglio mercanteggiare, come è stato fatto, significherebbe semplicemente ignorare la sostanza e trattare dei dettagli tecnici! Perché i negoziati per quell’Accordo non erano dei negoziati per costituire un’alleanza governativa, o per dividere il potere, il controllo e/o le influenze in un accordo commerciale, oppure imprenditoriale! No! Perché la Riforma elettorale dovrebbe essere tale da garantire, finalmente, delle elezioni libere, oneste e democratiche in Albania. Da garantire elezioni tramite le quali il cittadino possa esprimere liberamente le proprie scelte, senza essere condizionato, minacciato, manipolato ecc.. Proprio come è accaduto durante le ultime elezioni in Albania. Ragion per cui, ogni altro tipo di “compromesso” danneggerebbe l’esito della Riforma.

    Quanto è stato raggiunto con l’Accordo del 5 giugno scorso potrebbe compromettere seriamente e di nuovo anche e soprattutto le elezioni libere, oneste e democratiche in Albania. Purtroppo i dirigenti dell’opposizione, dopo il 5 giugno scorso, si sono di nuovo dimenticati delle tante “condizioni non negoziabili’ e delle “linee rosse” da non essere mai oltrepassate dal primo ministro e/o dai suoi. Si sono di nuovo dimenticati anche delle tante promesse pubbliche fatte ai cittadini, mentre chiedevano proprio il loro appoggio “per rovesciare questo governo corrotto e compromesso”! Ragion per cui adesso però i dirigenti dell’opposizione avrebbero come minimo l’obbligo politico, istituzionale e morale di chiarire tutto. Chiarire perciò se hanno mentito prima, oppure adesso che stanno “cantando vittoria”?! Loro adesso dovrebbero avere anche il coraggio di spiegare ai loro sostenitori e, in generale, ai cittadini, il perché di questo “dietro front”, di questo cambiamento radicale. Ma sembrerebbe che quel necessario e obbligatorio coraggio a loro manca purtroppo. Comunque adesso loro non possono fare i finti tonti e come se fossero caduti dalle nuvole! Un’inutile ipocrisia, perché da tempo ormai, non sono più credibili.

    Chi scrive queste righe è convinto che in nessun paese, da che mondo è mondo, una dittatura possa essere sostituita con il “voto libero”! La storia ci insegna. Perché in nessuna dittatura non si riesce a votare liberamente. Le dittature, da che mondo è mondo, si rovesciano solo e soltanto con le rivolte popolari! Poi, in seguito, l’ordine delle cose si stabilisce con il voto libero, onesto e democratico. Perciò egli la considera una dannosa e pericolosa ipocrisia in azione, quella dei rappresentanti politici e internazionali in Albania, dopo l’Accordo del 5 giugno scorso! Dannosa e pericolosa perché, come scriveva Victor Hugo, gli ipocriti più miti sono anche i più temibili. E le maschere di velluto sono sempre nere. Anche quelle in scena adesso in Albania!

  • Dittatura sostenuta anche dai ‘rappresentanti internazionali’…

    Le azioni dei malvagi non possono sfuggire agli occhi degli uomini.
    Con tutto il suo sforzo la terra non riesce a nasconderle.

    William Shakespeare; da “Amleto”

    Chi pensa che le fiabe sono cose solo per i bambini si sbaglia. Perché nelle fiabe è stata impressa la saggezza millenaria dell’umanità da periodi immemorabili. Gli insegnamenti, le allegorie delle fiabe, essendo la riflessione delle esperienze derivate dalla vita vissuta e sofferta dalle diverse civiltà sparse in tutto il mondo, dovrebbero servire da lezione per tutti. Sia per i bambini, che per i grandi. Ed in alcune occasioni, soprattutto per i grandi.

    Uno dei più noti raccontatori di fiabe è stato Esopo. Le sue fiabe, scritte circa ventisette secoli fa, continuano ad affascinare e insegnare ancora, grandi e piccini. Una di quelle è anche la fiaba della montagna che partorì un topolino. Esopo ci racconta che “C’era una volta una montagna che era prossima a partorire”. Sì, perché nel mondo delle fiabe accade di tutto. Ebbene, “…Presa dal dolore, dalla cima della montagna cominciò ad uscire il fumo mentre la terra intorno tremava”. Così raccontava Esopo. E poi continua “…Gli abitanti dei vicini villaggi cominciarono a temere per le loro vite, sicuri che qualcosa di terribile stava per accadere”. Dopo ore di attesa finalmente si sentì una scossa più violenta delle altre e un’enorme nuvola di fumo si alzò davanti agli occhi della gente impaurita. Niente paura però, perché “…Quando la nube si dissolse, spuntò fuori dalle rocce ancora fumanti la testa di un piccolo sorcio. La montagna aveva partorito un topolino!”. Così raccontava Esopo circa ventisette secoli fa.

    Quanto è accaduto in Albania durante la scorsa settimana, non poteva non far ricordare all’autore di queste righe proprio la fiaba della Montagna che partorisce un topolino. Quanto è accaduto la scorsa settimana in Albania era, purtroppo, la cronaca prevista e preannunciata di una farsa, di una commedia messa grossolanamente in scena. I “commedianti” erano i rappresentanti dei partiti politici in quello che è stato chiamato il “Consiglio Politico”. Un Consiglio che doveva negoziare e portare ad un accordo sulla Riforma elettorale. Anche gli “autori, gli sceneggiatori e i registi” della messinscena erano i soliti. Erano il primo ministro, i dirigenti dell’opposizione e, soprattutto, i soliti “rappresentanti internazionali”. E cioè alcuni ambasciatori e rappresentanti delle istituzioni internazionali in Albania. Quelli che però e purtroppo, hanno violato e stanno violando consapevolmente quanto è stato stabilito dalla Convenzione di Vienna del 1961 sulle relazioni diplomatiche. Convenzione che, riferendosi alle persone con mandato diplomatico, nell’articolo 41/1 sancisce: “Tutte le persone che godono di privilegi e immunità sono tenute, senza pregiudizio degli stessi, a rispettare le leggi e i regolamenti dello Stato accreditatario. Esse sono anche tenute a non immischiarsi negli affari interni di questo Stato”. Cosa che i soliti “rappresentanti internazionali” in Albania hanno regolarmente ignorato e hanno fatto proprio il contrario. Tutto ciò non doveva e non poteva mai e poi mai accadere senza il beneplacito dei massimi rappresentanti politici locali i quali hanno concesso loro quei “diritti speciali”. In cambio, però, del voluto e concordato sostegno, quando necessario, da parte dei “rappresentanti internazionali”. Sono stati proprio loro però, quelli presenti e i loro precedenti colleghi, che durante questi ultimi anni non hanno visto, non hanno sentito e non hanno capito niente di quello che stava e/o sta accadendo in Albania. Non hanno visto come la coltivazione della cannabis è stata diffusa sul tutto il territorio. Non hanno sentito del traffico illecito degli stupefacenti, che continua tuttora indisturbato. Non hanno sentito neanche del diretto coinvolgimento dei massimi funzionari della polizia di Stato in tutto ciò. Non hanno visto e non hanno capito i clamorosi brogli elettorali che hanno consolidato il potere personale dell’attuale primo ministro. Non hanno visto, durante tutti questi ultimi anni, gli innumerevoli scandali milionari. Scandali che, guarda caso, in questi mesi non sono stati “impauriti” neanche dalla pandemia del coronavirus. Loro non hanno visto e non si sono resi conto della galoppante e ben radicata corruzione che sta barbaramente e avidamente divorando la cosa pubblica in Albania e sta infettando tutto il tessuto sociale. Non hanno capito il voluto e programmato fallimento della Riforma di giustizia con tutte le drammatiche ed allarmanti conseguenze. Compreso il non funzionamento, da più di due anni, della Corte Costituzionale e della Corte Suprema! Non hanno neanche capito che, dati e fatti accaduti e pubblicamente denunciati alla mano, il primo ministro controlla quasi tutti i poteri, pilastri di uno stato democratico. Non hanno visto e non hanno capito perciò, che in Albania ormai è stata consolidata una nuova e sui generis dittatura pericolosa, gestita dal potere politico, in stretta collaborazione con la criminalità organizzata e certi clan occulti locali e internazionali. No, non solo i “rappresentanti internazionali” non hanno visto, non hanno sentito e non hanno capito niente, ma parlano ed elogiano sempre i “grandi successi e gli entusiasmanti progressi” che ha fatto e sta facendo il governo in Albania! Ragion per cui il Consiglio europeo ha unanimemente deliberato, il 26 marzo scorso, per l’apertura dei negoziati dell’adesione dell’Albania all’Unione europea. Proprio quel Consiglio che per anni aveva invece e giustamente rifiutato. Lo hanno fatto però il 26 marzo scorso, mentre nel frattempo la realtà albanese è passata, dati e fatti accaduti alla mano, di male in peggio. Loro sanno anche il perché! I “rappresentanti internazionali non hanno visto, guarda caso, neanche l’assalto paramilitare e il successivo abbattimento talebano, notte tempo, dell’edificio del Teatro Nazionale il 17 maggio scorso, in pieno centro di Tirana! Si è trattato di atti barbari ed osceni, che hanno palesemente e inconfutabilmente evidenziato l’indisturbato funzionamento della dittatura in Albania. E proprio per nascondere quando è accaduto il 17 maggio scorso, inventando una “verità sostitutiva” per spostare ed ingannare la memoria pubblica, come parte integrante di uno “scenario” saggiamente premeditato e messo in atto, hanno “riattivato” i lavori del “Consiglio Politico” per la Riforma elettorale. Proprio come un prestigiatore estrae una lepre dal cappello, ingannando con i trucchi del mestiere gli spettatori.

    Quanto è accaduto la scorsa settimana è stata, tra l’altro, anche l’ennesima dimostrazione dell’irritante arroganza dei soliti “rappresentanti internazionali”. Quanto è accaduto la scorsa settimana però ha dimostrato, per l’ennesima volta, l’eclatante incoerenza e le bugie dei dirigenti dell’opposizione politica in Albania. Proprio loro che avevano “giurato”, a più riprese e in modo perentorio, che non avrebbero mai e poi mai negoziato determinate condizioni, dimenticando tutto alla fine, la sera del 5 giugno scorso hanno concesso la firma dell’Accordo sulla Riforma elettorale. Adesso i dirigenti dell’opposizione “cantano vittoria”, realmente rimasti però con un pugno di mosche in mano! Le conseguenze dell’Accordo le soffriranno i cittadini mentre, vista la vissuta realtà, con ogni probabilità l’Accordo permetterà al primo ministro un terzo mandato.

    Chi scrive queste righe, come spesso è accaduto, avrebbe avuto molte altre cose da trattare e analizzare, ma lo spazio non glielo permette. Egli promette però di riprendere questo argomento nelle prossime settimane, cercando di rendere chiaro e comprensibile, per il nostro lettore, quanto sta accadendo in una dittatura sostenuta anche dai “rappresentanti internazionali”. Nel frattempo però, condivide e adatta quanto scriveva William Shakespeare nella sua tragedia Amleto. E cioè che le azioni dei malvagi non possono sfuggire agli occhi degli uomini. E che neanche con tutto il suo sforzo, la terra non riuscirà a nascondere le azioni di tutti i malvagi in Albania. Di tutti!

  • Dittatura che cerca di guadagnare tempo…

    Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più.

    Hannah Arendt

    La scorsa settimana decine di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza contro la legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong, discussa al Congresso Nazionale del Popolo cinese. Si tratterebbe di una legge che sancisce l’esercitazione dell’autorità della Repubblica Popolare cinese anche nel territorio di Hong Kong. Secondo quella legge si classificano come reati la sedizione, il separatismo, l’ingerenza straniera e il tradimento. Si prevede, altresì, che le autorità cinesi, dopo aver valutato e giudicato il reato, possano agire per “prevenire, fermare e punire” eventuali atti di secessione, sovversione o terrorismo. L’applicazione di questa legge potrebbe portare, come diretta conseguenza, sia all’apertura di varie agenzie di sicurezza cinesi a Hong Kong, che al dispiegamento di personale cinese responsabile della difesa della sicurezza nazionale sul territorio dell’ex colonia britannica. La nuova legge prevede, inoltre, che l’entrata in vigore non richieda l’approvazione del Parlamento di Hong Kong. Il che ridurrebbe seriamente i diritti acquisiti con l’accordo del 1997, secondo il quale nei rapporti tra la Cina e Hong Kong sarebbe stata applicata la formula “Un paese, due sistemi”. Un accordo quello, che ha garantito a Hong Kong delle vaste e significative libertà, non riconosciute ai cinesi, tra cui la stampa libera e la magistratura indipendente. Sono state immediate anche le reazioni dei media e delle istituzioni internazionali.

    Il 25 maggio scorso a Minneapolis, negli Stati Uniti d’America, quattro agenti hanno fermato un cittadino di colore, dopo una segnalazione di un tentato pagamento con denaro contraffatto. Da un filmato amatoriale, subito diffuso in rete, si vedeva e si testimoniava la violenza di uno dei quattro poliziotti contro il cittadino. Lui, per circa nove minuti lo ha bloccato con un ginocchio sul collo, nonostante la persona fermata ripetesse: “Non riesco a respirare”. In seguito il cittadino di colore è morto. Durante tutta la settimana sono continuate le massicce e violente proteste, cominciate il 26 maggio a Minneapolis e Saint Paul, le due città gemelle, sulla riva del Mississipi. Da allora le proteste, spesso anche molto violente, con scontri, distruzioni, con centinaia di arresti e alcuni morti, si sono propagate in molte altre città statunitensi. Tra le persone arrestate anche alcuni giornalisti e cameraman. Le immagini trasmesse in diretta hanno testimoniato quanto accadeva durante la settimana appena passata. Dall’inizio delle proteste a Minneapolis sono stati coinvolti pubblicamente, con le loro dichiarazioni e le misure prese, anche il presidente degli Stati Uniti ed alcuni sindaci. Ne ha approfittato delle proteste anche il candidato del partito democratico per le prossime elezioni presidenziali, come avversario dell’attuale presidente.

    Tutto ciò accadeva durante la scorsa settimana a Hong Kong e negli Stati Uniti. Ma anche nei Balcani non sono mancati gli sviluppi e le novità. Sabato scorso, 30 maggio, i media locali hanno informato che, a metà settimana, è stato fermato il primo ministro di Bosnia ed Erzegovina, insieme con due altre persone. Sempre secondo i media locali, tutti e tre sono stati accusati come persone coinvolte in quello che viene chiamato “L’affare dei respiratori”. Secondo la Procura bosniaca, si tratterebbe di atti corruttivi e abusivi con l’acquisto dalla Cina, per circa 5.3 milioni di euro, di una centinaia di respiratori necessari per affrontare la pandemia. Respiratori che però non potevano essere usati nei reparti del trattamento intensivo. Inoltre, la ditta importatrice dei respiratori era stata ufficialmente registrata come un’impresa per la coltivazione e il trattamento di frutte e verdure! Tutto ciò mentre in Bosnia, dopo le elezioni dell’ottobre scorso, ancora non c’è un accordo politico tra i partiti per costituire il nuovo governo.

    In Albania, durante la settimana appena passata sono continuati gli sforzi del primo ministro, dei suoi subordinati e della propaganda governativa, per spostare ed ingannare l’attenzione dell’opinione pubblica, locale ed internazionale, dalle barbarie accadute il 17 maggio scorso in pieno centro di Tirana. Barbarie, brutalità e violenza che hanno contrassegnato il vandalo abbattimento, notte tempo, dell’edificio del Teatro Nazionale. Il nostro lettore è stato ampiamente informato, di tutto ciò, durante le ultime due settimane. Quanto è accaduto nel pieno centro di Tirana il 17 maggio scorso, prima dell’alba, ha profondamente indignato e sconvolto l’opinione pubblica in Albania, tranne i “sostenitori interessati e/o a pagamento” del primo ministro. Le reazioni di sdegno e di condanna sono state unanimi. Così come sono state unanimi le reazioni e le condanne espresse dai media e dalle istituzioni internazionali. Tutto ciò ha messo di nuovo e per l’ennesima volta in grande difficoltà il primo ministro albanese. Lui che ormai non si potrebbe salvare nemmeno dalle sue vigliacche e perfide misure prese per passare le responsabilità ad altri. Le responsabilità passate al sindaco di Tirana, al ministro degli Interni e ad altri castrati funzionari della polizia di Stato e di altre istituzioni responsabili per l’abbattimento, le palesi violazioni penali e/o amministrative delle leggi in vigore, che hanno portato a tutto ciò, nonché per gli atti osceni e la barbara violenza poliziesca. Il primo ministro è uscito allo scoperto. Tutti sanno che lui, in prima persona, è l’ideatore e il vero responsabile, nonché il “rappresentante istituzionale” dei progetti corruttivi che prevedono la costruzione, al posto dell’edificio del Teatro, di sei grattacieli. Progetti che sono anche criminali, perché, con molta probabilità, quei progetti garantiscono anche il riciclaggio del denaro sporco della criminalità organizzata e della corruzione.

    Quanto è accaduto, notte tempo, quella domenica del 17 maggio è stato, allo stesso tempo, anche la testimonianza per eccellenza della reale restaurazione di una nuova, camuffata, ma non per questo meno pericolosa, dittatura in Albania. Quanto è accaduto notte tempo quel 17 maggio, ha dimostrato e testimoniato anche il totale fallimento della Riforma del sistema della giustizia. Una “Riforma”, volutamente programmata per farla fallire, che è costata, però, centinaia di milioni di euro e di dollari ai cittadini europei e statunitensi. Ragion per cui i soliti “rappresentanti internazionali” in Albania, hanno cercato con insistenza di considerarla come “una storia di successi”! E non a caso, dopo il 17 maggio scorso, il primo ministro sta cercando, a tutti i costi, di cancellare dalla memoria collettiva, locale ed internazionale la verità, la vera verità su quanto è accaduto. Angosciato, disperato e in panico, sta cercando di fabbricare e diffondere una sua “verità sostitutiva” basata su bugie, manipolazioni ed inganni, come al suo solito. Ragion per cui lui e la sua propaganda stanno cercando di spostare l’attenzione di nuovo sulle “riforme”, anche con la complicità dei soliti “rappresentanti internazionali”. Una eloquente testimonianza ne è stata anche quanto è accaduto la scorsa settimana con la “riforma elettorale”! Sono riusciti comunque, per il momento, a placare le sacrosanto proteste che sono seguite per due giorni, dopo quanto è accaduto il 17 maggio scorso. Mentre, nel frattempo, a Hong Kong e negli Stati Uniti si protestava contro le ingiustizie e in difesa dei diritti umani e delle libertà innate. E mentre il sistema di giustizia in Bosnia fermava il primo ministro, accusandolo di corruzione!

    Chi scrive queste righe è convinto che la dittatura in Albania sta cercando di guadagnare tempo, inventando delle “verità sostitutive”. Guai se i cittadini non riescano a capire la distinzione tra la realtà e la finzione, tra il vero e il falso! Perché allora diventeranno, anche senza volerlo e/o capirlo, dei sudditi ideali del regime totalitario. E cioè della dittatura in azione in Albania.

  • Arroganza, abusi e canagliate di una dittatura

    Le più grandi canagliate della storia non sono state commesse
    dalle più grandi canaglie, ma dai vigliacchi e dagli incapaci.

    Georges Bernanos

    Il 17 maggio scorso, prima dell’alba e dopo un assalto delle forze speciali della polizia di Stato, delle giganti ruspe hanno abbattuto l’edificio del Teatro Nazionale nel pieno centro di Tirana. Hanno colpito, hanno offeso e ingiuriato, hanno trascinato con forza e maltrattato fisicamente delle persone inermi e pacifiche che non avevano posto nessuna resistenza. Il nostro lettore è stato informato l’indomani stesso di quell’oscenità accaduta notte tempo nel pieno centro della capitale albanese (I vigliacchi della notte hanno distrutto il Teatro Nazionale, 18 maggio 2020). Si è trattato proprio di un vigliacco atto banditesco, che ha scosso profondamente l’opinione pubblica. Con quell’atto è stato dimostrato pubblicamente che in Albania non esiste più lo Stato di diritto. E non esiste neanche lo Stato legale. In Albania la dittatura ha mostrato tutta la sua brutalità. Quanto è accaduto il 17 maggio scorso è stata un’eloquente dimostrazione e una inconfutabile testimonianza dell’arroganza di una consolidata e funzionante dittatura. Un atto banditesco quello che, dopo essere stato reso noto, ha suscitato immediate e unanime reazioni di condanna anche da parte dei media e delle istituzioni internazionali. Con l’abbattimento notturno dell’edificio del Teatro Nazionale, i barbari hanno abbattuto e seppellito anche la storia legata a quell’edificio. Hanno cancellato definitivamente e come se niente fosse, a colpi di ruspe, dei preziosi Valori storici, artistici, architettonici, urbanistici ed altri. Bisogna sottolineare che Tirana, dichiarata capitale soltanto nel gennaio del 1920, prima era una città costruita, da qualche secolo, secondo i canoni dei centri abitati balcanici. Gli ideatori di quell’atto barbaro hanno annientato, allo stesso tempo, anche un edificio dove sono stati commessi i primi atti della “giustizia popolare” da parte della dittatura comunista contro i loro reali e/o presunti avversari futuri. Perché è stato proprio in quell’edificio che, nel 1945, si sono svolti i primi processi con i quali il nuovo regime ha eliminato fisicamente tutti coloro che la pensavano diversamente. Dando così inizio ad un lunghissimo e molto sofferto periodo di terrore e di estreme privazioni dei diritti e delle libertà umane per gli albanesi. Quel 17 maggio però, insieme con l’edificio del Teatro Nazionale, hanno abbattuto anche un altro edificio, identico come facciata, un suo “gemello”. Tutti e due erano parti integranti di un solo complesso, progettato da un noto architetto italiano dell’epoca e costruito a fine anni ’30 del secolo passato. Un complesso chiamato il Circolo Scanderbeg, in onore dell’eroe nazionale albanese. L’edificio “gemello”, dall’inaugarazione del Circolo nel maggio del 1939, è stato la sede dell’Istituto degli Studi albanesi. In quell’edificio, durante la dittatura, hanno avuto la loro sede diverse istituzioni di studi albanologici ed altri. Tutti e due sono stati brutalmente abbattuti il 17 maggio scorso!

    La resistenza e la protesta quotidiana dei semplici e consapevoli cittadini e degli attivisti dell’Alleanza per la Difesa del Teatro per circa 27 mesi andava oltre la difesa dell’edificio stesso. Una protesta quella, unica nel suo genere non solo in Albania, è stata prima di tutto, una protesta contro la Dittatura. Perché, dopo i tanti inquietanti ed allarmanti segnali e dopo tutto quanto è realmente accaduto durante questi ultimi anni, cresceva anche la consapevolezza dei cittadini a reagire determinati contro, per impedire il peggio. Perché, con il passare del tempo, diventava sempre più evidente che in Albania si stava consolidando una nuova dittatura sui generis. Una dittatura gestita dal primo ministro, il quale, dati e fatti realmente accaduti, documentati e denunciati, risulterebbe essere il “rappresentate ufficiale” di un’Alleanza occulta che raggruppa il potere politico, la criminalità organizzata e certi famigerati clan internazionali. Si tratta di una dittatura insidiosa e pericolosa perché viene camuffata da un “pluralismo e pluripartitismo” di facciata che il primo ministro e la sua ben organizzata e radicata propaganda l’hanno fatto promuovere, in Albania e all’estero, soprattutto presso alcune istituzioni e/o alti rappresentanti dell’Unione europea, come una “democrazia in continuo sviluppo” e una “storia di successo del funzionamento dello Stato”. Proprio contro quella insidiosa e pericolosa dittatura che si stava paurosamente consolidando in Albania, i cittadini e gli attivisti consapevoli hanno quotidianamente resistito e protestato dal febbraio 2018 e fino al 17 maggio 2020, in quella piazzetta a fianco dell’edificio del Teatro Nazionale a Tirana. Invece il barbaro assalto e l’abbattimento di quell’edificio, notte tempo, miravano, oltre al raggiungimento di altri futuri obiettivi abusivi, corruttivi e criminali, anche di attutire e di annientare quella resistenza e quella protesta che stava smascherando la falsità della propaganda governativa e stava gridando delle scomodissime verità. Adesso, dopo le oscenità del 17 maggio scorso, per tutti i cittadini che ripudiano la dittatura è tempo di dire, di gridare proprio le vere verità. Le verità su tutto ciò che è accaduto e che sta accadendo. Ma è anche il tempo in cui ognuno deve prendere le proprie responsabilità e agire di conseguenza! Prima di ogni altra cosa, adesso in Albania si dovrà trovare una soluzione fattibile per uscire da questa allarmante realtà. Ormai è diventato indispensabile e vitale, è diventato obiettivo unico, affrontare e sconfiggere la dittatura!

    Dal 17 maggio e durante tutta la settimana scorsa, dopo aver abbattuto l’edificio del Teatro Nazionale, il primo ministro e la propaganda governativa, trovatisi in grandi difficoltà, stanno cercando in tutti i modi, di “ammortizzare l’effetto” di quel barbaro assalto e dell’abbattimento dell’edificio. Stanno cercando di ingannare di nuovo, e come al solito, l’opinione pubblica. Stanno cercando di inventare, di sana pianta, e di diffondere un’altra verità, una “verità sostitutiva” a quella reale. Il primo ministro, seguito dal sindaco della capitale, dal ministro degli Interni e da altri succubi e vigliacchi funzionari delle istituzioni governative e statali, polizia di Stato compresa, stanno mentendo per coprire e negare tutte quelle oscenità che hanno fatto. In loro supporto si sono schierati anche i soliti analisti e opinionisti a pagamento e a servizio diretto del primo ministro. Loro tutti, primo ministro in testa, stanno facendo l’impossibile, in modo che le loro bugie, la loro “verità sostitutiva” fabbricata in fretta e furia possano annientare e cancellare dalla memoria collettiva quanto è accaduto nelle prime ore del 17 maggio in pienissimo centro di Tirana. Purtroppo in tutta questa gigantesca operazione ingannatrice sono stati coinvolti anche i soliti “rappresentanti internazionali”. Proprio quelli che adesso stanno parlando di nuovo delle “riforme”, diffondendo anche delle insinuazioni speculative e cospirative per “sconvolgere e disorientare” l’opinione pubblica. Proprio loro che non hanno detto una sola parola sulle oscenità accadute, notte tempo, il 17 maggio scorso. Anzi, una di loro, l’ambasciatrice statunitense, quel giorno ha “postato” dei fiori tramite le reti social! Proprio quei “rappresentanti internazionali”, che intervengono per delle futili cose e che non hanno fatto della discrezione e della riservatezza istituzionale il loro modo di svolgere il mandato, hanno taciuto di fronte all’arroganza, agli abusi e alle canagliate di una dittatura dal 17 maggio ad oggi!

    Chi scrive queste righe considera il primo ministro e i suoi leccapiedi, nonostante le apparenze, dei miseri vigliacchi e incapaci. Lo hanno dimostrato in diverse occasioni, pubblicamente note. Ma sembrano forti perché si servono degli strumenti della dittatura, sistema di giustizia e polizia di Stato compresi. Egli non smetterà mai di ripetere quanto ha detto Bejnamin Franklin. E cioè che ribellarsi ai tiranni significa obbedire a Dio! Anche contro i tiranni in Albania!

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