dittatura

  • Dittatura che cerca di guadagnare tempo…

    Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più.

    Hannah Arendt

    La scorsa settimana decine di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza contro la legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong, discussa al Congresso Nazionale del Popolo cinese. Si tratterebbe di una legge che sancisce l’esercitazione dell’autorità della Repubblica Popolare cinese anche nel territorio di Hong Kong. Secondo quella legge si classificano come reati la sedizione, il separatismo, l’ingerenza straniera e il tradimento. Si prevede, altresì, che le autorità cinesi, dopo aver valutato e giudicato il reato, possano agire per “prevenire, fermare e punire” eventuali atti di secessione, sovversione o terrorismo. L’applicazione di questa legge potrebbe portare, come diretta conseguenza, sia all’apertura di varie agenzie di sicurezza cinesi a Hong Kong, che al dispiegamento di personale cinese responsabile della difesa della sicurezza nazionale sul territorio dell’ex colonia britannica. La nuova legge prevede, inoltre, che l’entrata in vigore non richieda l’approvazione del Parlamento di Hong Kong. Il che ridurrebbe seriamente i diritti acquisiti con l’accordo del 1997, secondo il quale nei rapporti tra la Cina e Hong Kong sarebbe stata applicata la formula “Un paese, due sistemi”. Un accordo quello, che ha garantito a Hong Kong delle vaste e significative libertà, non riconosciute ai cinesi, tra cui la stampa libera e la magistratura indipendente. Sono state immediate anche le reazioni dei media e delle istituzioni internazionali.

    Il 25 maggio scorso a Minneapolis, negli Stati Uniti d’America, quattro agenti hanno fermato un cittadino di colore, dopo una segnalazione di un tentato pagamento con denaro contraffatto. Da un filmato amatoriale, subito diffuso in rete, si vedeva e si testimoniava la violenza di uno dei quattro poliziotti contro il cittadino. Lui, per circa nove minuti lo ha bloccato con un ginocchio sul collo, nonostante la persona fermata ripetesse: “Non riesco a respirare”. In seguito il cittadino di colore è morto. Durante tutta la settimana sono continuate le massicce e violente proteste, cominciate il 26 maggio a Minneapolis e Saint Paul, le due città gemelle, sulla riva del Mississipi. Da allora le proteste, spesso anche molto violente, con scontri, distruzioni, con centinaia di arresti e alcuni morti, si sono propagate in molte altre città statunitensi. Tra le persone arrestate anche alcuni giornalisti e cameraman. Le immagini trasmesse in diretta hanno testimoniato quanto accadeva durante la settimana appena passata. Dall’inizio delle proteste a Minneapolis sono stati coinvolti pubblicamente, con le loro dichiarazioni e le misure prese, anche il presidente degli Stati Uniti ed alcuni sindaci. Ne ha approfittato delle proteste anche il candidato del partito democratico per le prossime elezioni presidenziali, come avversario dell’attuale presidente.

    Tutto ciò accadeva durante la scorsa settimana a Hong Kong e negli Stati Uniti. Ma anche nei Balcani non sono mancati gli sviluppi e le novità. Sabato scorso, 30 maggio, i media locali hanno informato che, a metà settimana, è stato fermato il primo ministro di Bosnia ed Erzegovina, insieme con due altre persone. Sempre secondo i media locali, tutti e tre sono stati accusati come persone coinvolte in quello che viene chiamato “L’affare dei respiratori”. Secondo la Procura bosniaca, si tratterebbe di atti corruttivi e abusivi con l’acquisto dalla Cina, per circa 5.3 milioni di euro, di una centinaia di respiratori necessari per affrontare la pandemia. Respiratori che però non potevano essere usati nei reparti del trattamento intensivo. Inoltre, la ditta importatrice dei respiratori era stata ufficialmente registrata come un’impresa per la coltivazione e il trattamento di frutte e verdure! Tutto ciò mentre in Bosnia, dopo le elezioni dell’ottobre scorso, ancora non c’è un accordo politico tra i partiti per costituire il nuovo governo.

    In Albania, durante la settimana appena passata sono continuati gli sforzi del primo ministro, dei suoi subordinati e della propaganda governativa, per spostare ed ingannare l’attenzione dell’opinione pubblica, locale ed internazionale, dalle barbarie accadute il 17 maggio scorso in pieno centro di Tirana. Barbarie, brutalità e violenza che hanno contrassegnato il vandalo abbattimento, notte tempo, dell’edificio del Teatro Nazionale. Il nostro lettore è stato ampiamente informato, di tutto ciò, durante le ultime due settimane. Quanto è accaduto nel pieno centro di Tirana il 17 maggio scorso, prima dell’alba, ha profondamente indignato e sconvolto l’opinione pubblica in Albania, tranne i “sostenitori interessati e/o a pagamento” del primo ministro. Le reazioni di sdegno e di condanna sono state unanimi. Così come sono state unanimi le reazioni e le condanne espresse dai media e dalle istituzioni internazionali. Tutto ciò ha messo di nuovo e per l’ennesima volta in grande difficoltà il primo ministro albanese. Lui che ormai non si potrebbe salvare nemmeno dalle sue vigliacche e perfide misure prese per passare le responsabilità ad altri. Le responsabilità passate al sindaco di Tirana, al ministro degli Interni e ad altri castrati funzionari della polizia di Stato e di altre istituzioni responsabili per l’abbattimento, le palesi violazioni penali e/o amministrative delle leggi in vigore, che hanno portato a tutto ciò, nonché per gli atti osceni e la barbara violenza poliziesca. Il primo ministro è uscito allo scoperto. Tutti sanno che lui, in prima persona, è l’ideatore e il vero responsabile, nonché il “rappresentante istituzionale” dei progetti corruttivi che prevedono la costruzione, al posto dell’edificio del Teatro, di sei grattacieli. Progetti che sono anche criminali, perché, con molta probabilità, quei progetti garantiscono anche il riciclaggio del denaro sporco della criminalità organizzata e della corruzione.

    Quanto è accaduto, notte tempo, quella domenica del 17 maggio è stato, allo stesso tempo, anche la testimonianza per eccellenza della reale restaurazione di una nuova, camuffata, ma non per questo meno pericolosa, dittatura in Albania. Quanto è accaduto notte tempo quel 17 maggio, ha dimostrato e testimoniato anche il totale fallimento della Riforma del sistema della giustizia. Una “Riforma”, volutamente programmata per farla fallire, che è costata, però, centinaia di milioni di euro e di dollari ai cittadini europei e statunitensi. Ragion per cui i soliti “rappresentanti internazionali” in Albania, hanno cercato con insistenza di considerarla come “una storia di successi”! E non a caso, dopo il 17 maggio scorso, il primo ministro sta cercando, a tutti i costi, di cancellare dalla memoria collettiva, locale ed internazionale la verità, la vera verità su quanto è accaduto. Angosciato, disperato e in panico, sta cercando di fabbricare e diffondere una sua “verità sostitutiva” basata su bugie, manipolazioni ed inganni, come al suo solito. Ragion per cui lui e la sua propaganda stanno cercando di spostare l’attenzione di nuovo sulle “riforme”, anche con la complicità dei soliti “rappresentanti internazionali”. Una eloquente testimonianza ne è stata anche quanto è accaduto la scorsa settimana con la “riforma elettorale”! Sono riusciti comunque, per il momento, a placare le sacrosanto proteste che sono seguite per due giorni, dopo quanto è accaduto il 17 maggio scorso. Mentre, nel frattempo, a Hong Kong e negli Stati Uniti si protestava contro le ingiustizie e in difesa dei diritti umani e delle libertà innate. E mentre il sistema di giustizia in Bosnia fermava il primo ministro, accusandolo di corruzione!

    Chi scrive queste righe è convinto che la dittatura in Albania sta cercando di guadagnare tempo, inventando delle “verità sostitutive”. Guai se i cittadini non riescano a capire la distinzione tra la realtà e la finzione, tra il vero e il falso! Perché allora diventeranno, anche senza volerlo e/o capirlo, dei sudditi ideali del regime totalitario. E cioè della dittatura in azione in Albania.

  • Arroganza, abusi e canagliate di una dittatura

    Le più grandi canagliate della storia non sono state commesse
    dalle più grandi canaglie, ma dai vigliacchi e dagli incapaci.

    Georges Bernanos

    Il 17 maggio scorso, prima dell’alba e dopo un assalto delle forze speciali della polizia di Stato, delle giganti ruspe hanno abbattuto l’edificio del Teatro Nazionale nel pieno centro di Tirana. Hanno colpito, hanno offeso e ingiuriato, hanno trascinato con forza e maltrattato fisicamente delle persone inermi e pacifiche che non avevano posto nessuna resistenza. Il nostro lettore è stato informato l’indomani stesso di quell’oscenità accaduta notte tempo nel pieno centro della capitale albanese (I vigliacchi della notte hanno distrutto il Teatro Nazionale, 18 maggio 2020). Si è trattato proprio di un vigliacco atto banditesco, che ha scosso profondamente l’opinione pubblica. Con quell’atto è stato dimostrato pubblicamente che in Albania non esiste più lo Stato di diritto. E non esiste neanche lo Stato legale. In Albania la dittatura ha mostrato tutta la sua brutalità. Quanto è accaduto il 17 maggio scorso è stata un’eloquente dimostrazione e una inconfutabile testimonianza dell’arroganza di una consolidata e funzionante dittatura. Un atto banditesco quello che, dopo essere stato reso noto, ha suscitato immediate e unanime reazioni di condanna anche da parte dei media e delle istituzioni internazionali. Con l’abbattimento notturno dell’edificio del Teatro Nazionale, i barbari hanno abbattuto e seppellito anche la storia legata a quell’edificio. Hanno cancellato definitivamente e come se niente fosse, a colpi di ruspe, dei preziosi Valori storici, artistici, architettonici, urbanistici ed altri. Bisogna sottolineare che Tirana, dichiarata capitale soltanto nel gennaio del 1920, prima era una città costruita, da qualche secolo, secondo i canoni dei centri abitati balcanici. Gli ideatori di quell’atto barbaro hanno annientato, allo stesso tempo, anche un edificio dove sono stati commessi i primi atti della “giustizia popolare” da parte della dittatura comunista contro i loro reali e/o presunti avversari futuri. Perché è stato proprio in quell’edificio che, nel 1945, si sono svolti i primi processi con i quali il nuovo regime ha eliminato fisicamente tutti coloro che la pensavano diversamente. Dando così inizio ad un lunghissimo e molto sofferto periodo di terrore e di estreme privazioni dei diritti e delle libertà umane per gli albanesi. Quel 17 maggio però, insieme con l’edificio del Teatro Nazionale, hanno abbattuto anche un altro edificio, identico come facciata, un suo “gemello”. Tutti e due erano parti integranti di un solo complesso, progettato da un noto architetto italiano dell’epoca e costruito a fine anni ’30 del secolo passato. Un complesso chiamato il Circolo Scanderbeg, in onore dell’eroe nazionale albanese. L’edificio “gemello”, dall’inaugarazione del Circolo nel maggio del 1939, è stato la sede dell’Istituto degli Studi albanesi. In quell’edificio, durante la dittatura, hanno avuto la loro sede diverse istituzioni di studi albanologici ed altri. Tutti e due sono stati brutalmente abbattuti il 17 maggio scorso!

    La resistenza e la protesta quotidiana dei semplici e consapevoli cittadini e degli attivisti dell’Alleanza per la Difesa del Teatro per circa 27 mesi andava oltre la difesa dell’edificio stesso. Una protesta quella, unica nel suo genere non solo in Albania, è stata prima di tutto, una protesta contro la Dittatura. Perché, dopo i tanti inquietanti ed allarmanti segnali e dopo tutto quanto è realmente accaduto durante questi ultimi anni, cresceva anche la consapevolezza dei cittadini a reagire determinati contro, per impedire il peggio. Perché, con il passare del tempo, diventava sempre più evidente che in Albania si stava consolidando una nuova dittatura sui generis. Una dittatura gestita dal primo ministro, il quale, dati e fatti realmente accaduti, documentati e denunciati, risulterebbe essere il “rappresentate ufficiale” di un’Alleanza occulta che raggruppa il potere politico, la criminalità organizzata e certi famigerati clan internazionali. Si tratta di una dittatura insidiosa e pericolosa perché viene camuffata da un “pluralismo e pluripartitismo” di facciata che il primo ministro e la sua ben organizzata e radicata propaganda l’hanno fatto promuovere, in Albania e all’estero, soprattutto presso alcune istituzioni e/o alti rappresentanti dell’Unione europea, come una “democrazia in continuo sviluppo” e una “storia di successo del funzionamento dello Stato”. Proprio contro quella insidiosa e pericolosa dittatura che si stava paurosamente consolidando in Albania, i cittadini e gli attivisti consapevoli hanno quotidianamente resistito e protestato dal febbraio 2018 e fino al 17 maggio 2020, in quella piazzetta a fianco dell’edificio del Teatro Nazionale a Tirana. Invece il barbaro assalto e l’abbattimento di quell’edificio, notte tempo, miravano, oltre al raggiungimento di altri futuri obiettivi abusivi, corruttivi e criminali, anche di attutire e di annientare quella resistenza e quella protesta che stava smascherando la falsità della propaganda governativa e stava gridando delle scomodissime verità. Adesso, dopo le oscenità del 17 maggio scorso, per tutti i cittadini che ripudiano la dittatura è tempo di dire, di gridare proprio le vere verità. Le verità su tutto ciò che è accaduto e che sta accadendo. Ma è anche il tempo in cui ognuno deve prendere le proprie responsabilità e agire di conseguenza! Prima di ogni altra cosa, adesso in Albania si dovrà trovare una soluzione fattibile per uscire da questa allarmante realtà. Ormai è diventato indispensabile e vitale, è diventato obiettivo unico, affrontare e sconfiggere la dittatura!

    Dal 17 maggio e durante tutta la settimana scorsa, dopo aver abbattuto l’edificio del Teatro Nazionale, il primo ministro e la propaganda governativa, trovatisi in grandi difficoltà, stanno cercando in tutti i modi, di “ammortizzare l’effetto” di quel barbaro assalto e dell’abbattimento dell’edificio. Stanno cercando di ingannare di nuovo, e come al solito, l’opinione pubblica. Stanno cercando di inventare, di sana pianta, e di diffondere un’altra verità, una “verità sostitutiva” a quella reale. Il primo ministro, seguito dal sindaco della capitale, dal ministro degli Interni e da altri succubi e vigliacchi funzionari delle istituzioni governative e statali, polizia di Stato compresa, stanno mentendo per coprire e negare tutte quelle oscenità che hanno fatto. In loro supporto si sono schierati anche i soliti analisti e opinionisti a pagamento e a servizio diretto del primo ministro. Loro tutti, primo ministro in testa, stanno facendo l’impossibile, in modo che le loro bugie, la loro “verità sostitutiva” fabbricata in fretta e furia possano annientare e cancellare dalla memoria collettiva quanto è accaduto nelle prime ore del 17 maggio in pienissimo centro di Tirana. Purtroppo in tutta questa gigantesca operazione ingannatrice sono stati coinvolti anche i soliti “rappresentanti internazionali”. Proprio quelli che adesso stanno parlando di nuovo delle “riforme”, diffondendo anche delle insinuazioni speculative e cospirative per “sconvolgere e disorientare” l’opinione pubblica. Proprio loro che non hanno detto una sola parola sulle oscenità accadute, notte tempo, il 17 maggio scorso. Anzi, una di loro, l’ambasciatrice statunitense, quel giorno ha “postato” dei fiori tramite le reti social! Proprio quei “rappresentanti internazionali”, che intervengono per delle futili cose e che non hanno fatto della discrezione e della riservatezza istituzionale il loro modo di svolgere il mandato, hanno taciuto di fronte all’arroganza, agli abusi e alle canagliate di una dittatura dal 17 maggio ad oggi!

    Chi scrive queste righe considera il primo ministro e i suoi leccapiedi, nonostante le apparenze, dei miseri vigliacchi e incapaci. Lo hanno dimostrato in diverse occasioni, pubblicamente note. Ma sembrano forti perché si servono degli strumenti della dittatura, sistema di giustizia e polizia di Stato compresi. Egli non smetterà mai di ripetere quanto ha detto Bejnamin Franklin. E cioè che ribellarsi ai tiranni significa obbedire a Dio! Anche contro i tiranni in Albania!

  • I vigliacchi della notte hanno distrutto il Teatro Nazionale

    La luce è venuta al mondo, ma gli uomini hanno amato più
    le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie.

    Dal Vangelo secondo Giovanni; 3,19

    I vigliacchi, che temono e odiano la luce, scelgono sempre le tenebre per le loro opere malvagie. Lo testimonia anche l’evangelista Giovanni nel terzo capito del suo Vangelo. Racconta di Nicodèmo, un noto fariseo e uno dei capi dei giudei, che incontra Gesù e gli chiede di spiegargli diverse cose che non riusciva a capire. Gesù risponde a Nicodèmo, dando delle risposte semplici, ma facili da capire. E ribadisce che, nonostante la bontà del Creatore, “…la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male odia la luce e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate (Gv. 3/19-20)”. Papa Francesco, il 22 aprile scorso, durante l’omelia della messa a Santa Marta, riprendendo questo passaggio della Bibbia, ha detto: ”C’è gente […] che non può vivere nella luce perché è abituata alle tenebre. La luce la abbaglia, è incapace di vedere. Sono dei pipistrelli umani, soltanto sanno muoversi nella notte […]. E tanti scandali umani, tante corruzioni ci segnalano questo. I corrotti non sanno cosa sia la luce…”.

    L’edificio del Teatro Nazionale in Albania è stato classificato da Europa Nostra come uno dei sette oggetti più a rischio in Europa e, perciò, da essere seriamente protetto. Da sottolineare che Europa Nostra è una federazione paneuropea specializzata per il patrimonio culturale in Europa. Ed è anche collaboratrice ufficiale dell’UNESCO, nonché di altre istituzioni dell’Unione europea. Secondo la sua valutazione espressa ufficialmente nel marzo scorso, l’edificio del Teatro Nazionale in Albania rappresenta un “…esempio straordinario dell’architettura moderna italiana degli anni ’30 (del secolo passato; n.d.a.), che è [anche] uno dei più spiccati centri culturali del paese”. Ebbene, da ieri, domenica 17 maggio, prima dell’alba, l’edificio del Teatro Nazionale a Tirana non esiste più. Lo hanno demolito, lo hanno distrutto in fretta e furia, dopo un barbaro e vigliacco assalto notturno di ingenti forze speciali della polizia di Stato ed altre strutture paramilitari. È stata veramente una barbarie, una malvagia opera ideata, programmata e messa in atto finalmente dagli individui delle tenebre. Partendo dal primo ministro e dal sindaco della capitale. Barbari, come i famigerati militanti fanatici dell’ISIS che, dal 2015 e fino al 2017, hanno distrutto moltissime preziose opere d’arte dell’antica città di Palmira, in Siria. E che avevano minato e fatto saltare in aria tra l’altro, anche il santuario di Baal-Shamin e la cella del tempio di Bell. Con la sola differenza però, che hanno usato delle giganti ruspe, invece che della dinamite. Anche perché l’edificio del Teatro Nazionale era in pienissimo centro di Tirana e circondato da vari ministeri. Barbari anche come i talebani che agli inizi degli anni 2000 hanno distrutto molti oggetti ed opere d’arte della cultura millenaria indo-greca, sia in Pakistan che in Afghanistan. Una cultura che va dal V secolo a.C. al II secolo d.C. e che rappresentava delle figure religiose nelle quali si mescolavano la tradizione indiana in vesti tipiche della cultura greca. Fra queste le prime rappresentazioni del Buddha in forma umana che assume i connotati delle divinità greche e, in particolare, del Dio Apollo. Ma almeno i talebani e i fanatici militanti dell’ISIS agivano “nel nome di Allah”. Invece i barbari che ieri a Tirana, notte tempo, hanno vigliaccamente distrutto l’edificio del Teatro Nazionale sono stati motivati semplicemente da loschi affari corruttivi, in connivenza con la criminalità organizzata, per riciclare miliardi ed investirli poi in edilizia. Perché, come il nostro lettore è stato informato da precedenti articoli, l’unico e vero motivo che ha spinto l’attuale primo ministro a distruggere l’edificio del Teatro Nazionale era proprio quello. Un’idea fissa e un progetto reso pubblico dal 1998, da quando lui era ministro della Cultura! Si, proprio così. Un ministro della Cultura che voleva distruggere il Teatro Nazionale per costruire dei grattacieli! Le cattive lingue dicono però che possa trattarsi anche di uno scandalo milionario da coprire. Uno scandalo che risale a circa venti anni fa, firmato proprio dall’allora ministro della Cultura. Scandalo che si poteva coprire solo e soltanto con la distruzione dell’edificio, perché “l’imbroglio” si basava proprio sulla manipolazione delle superfici. Chissà se le cattive lingue hanno ragione?! Ma in Albania spesso hanno azzeccato però. Comunque sia, documenti e fatti accaduti alla mano, la distruzione di quell’edificio è stata sempre motivata da ingenti e continui guadagni finanziari. L’autore di queste righe, riferendosi a questo, scriveva nel giugno 2018, che “Siamo davanti, perciò, ad un affare speculativo edilizio che comporterebbe profitti finanziari elevatissimi”. Dei profitti derivati dal “riciclaggio di denaro sporco proveniente dai traffici illeciti, aumentati paurosamente in questi ultimi anni (Il tempo è dei farabutti ma….; 18 giugno 2018)”. Nello stesso articolo chi scrive queste righe metteva in evidenza anche i tanti riconosciuti e indiscussi valori culturali, storici ed emotivi dell’edificio del Teatro Nazionale. Egli scriveva allora: “Bisogna sottolineare che il Teatro Nazionale non è semplicemente un edificio e basta. Il Teatro Nazionale rappresenta la storia della nascita e dell’evoluzione di tutte le arti sceniche in Albania. Quell’edificio, progettato da noti architetti italiani a fine anni ’30 del secolo passato, dal 1945 in poi è stato la culla di tutte le scuole artistiche albanesi. Lì hanno debuttato l’orchestra filarmonica, il circo e il teatrino delle marionette. Il Teatro rappresenta, però, anche un importante aspetto umano, spirituale ed emozionale, non solo per gli attori e altri che hanno lavorato lì, ma per tante altre persone di diverse generazioni. Il Teatro è parte integrante della storia della capitale, dichiarata come tale soltanto nel 1920. Perciò abbattendo quell’edificio, si abbattono, si distruggono e si perdono per sempre tutti questi valori. Semplicemente per far guadagnare miliardi ad alcuni farabutti”.

    Proprio quell’edificio è stato abbattuto ieri, prima dell’alba, dopo un assalto militare di centinaia di agenti armati delle truppe speciali, della polizia di Stato ed altri. Un assalto come se di fronte ci fossero stati dei pericolosi terroristi! Hanno però assalito e brutalmente aggredito quei pochi attivisti pacifici dell’Alleanza per la Difesa del Teatro che, da luglio 2019 e fino a ieri, si organizzavano a turni per essere presenti lì, temendo proprio quello che poi è accaduto. Le fotografie e i video che hanno fissato quel banditesco assalto di ieri, il barbaro trattamento degli attivisti dell’Alleanza per la Difesa del Teatro e l’immediato abbattimento dell’edificio sono e saranno una preziosa testimonianza di tutte quelle oscenità, messe in atto dallo Stato contro i Valori culturali, storici ed artistici, nonché contro degli attivisti inermi e pacifici. E tutto ciò in piena e ben evidenziata violazione delle leggi e delle procedure in vigore. Quanto è accaduto e quello che ha “giustificato” l’assalto e la demolizione, compresi gli ideatori e tutte le persone coinvolte, verrà un giorno giudicato. Ma non però, dall’attuale sistema “riformato” di giustizia, totalmente e personalmente controllato dal primo ministro. Intanto oggi pomeriggio, alle 16.30, l’Alleanza per la Difesa del Teatro ha convocato i cittadini ad unirsi con loro in una massiccia protesta pacifica. Che sia anche l’inizio di una vera e indispensabile svolta politica in Albania!

    Chi scrive queste righe promette al nostro lettore di informarlo di tutti gli inevitabili ed attesi sviluppi, dopo che i vigliacchi della notte hanno distrutto ieri il Teatro Nazionale. Perché è noto che i corrotti, i pipistrelli umani, non sanno cosa sia la luce. Perciò agiscono solo di notte!

  • Obiettivi mascherati di una messinscena mediatica

    Il trionfo della demagogia è momentaneo, ma le rovine sono eterne.
    Charles Péguy, da “Pensieri”

    Domenica scorsa, 29 marzo, è arrivato in Italia un gruppo di 30 medici ed infermieri dall’Albania. Dopo l’arrivo e l’accoglienza ufficiale a Verona, il gruppo è stato trasferito a Brescia, dove era stabilito che gli specialisti albanesi dovevano prestare servizio. Quell’evento è stato accompagnato da un impressionante rendiconto mediatico, seguito da un’altisonante eco, sia televisivo che della carta stampata. Al centro di tutto ciò non erano però e purtroppo i medici e gli infermieri, come giustamente e doverosamente doveva essere. No. Era, invece, il primo ministro albanese. Diversi i servizi televisivi in tutte le edizioni della domenica e anche del giorno successivo, nonché molte interviste per alcune televisioni e giornali, compreso anche uno sportivo. L’autore di queste righe, però, considera tutto ciò semplicemente l’ennesima buffonata mediatica dalla quale il primo ministro albanese ha cercato di trarre vantaggio. Riferendosi al sopracitato evento, egli scriveva la scorsa settimana per il nostro lettore (Decisioni ipocrite e pericolose conseguenze; 30 marzo 2020): “Purtroppo, a fatti ormai accaduti e ben evidenziati quotidianamente, risulterebbe che al primo ministro non interessa tanto la salute dei cittadini”. E continuava, sottolineando che “Fatti accaduti alla mano, sembrerebbe che al primo ministro interessi soltanto l’apparizione mediatica e le immagini di facciata per usi puramente propagandistici. Sia in Albania che, quando si può e si crea l’opportunità, anche all’estero.”. Era perciò un’altra “ghiotta opportunità per il primo ministro albanese di apparire mediaticamente a livello internazionale”. Apparire, però, non per quello che veramente è e per come ormai lo conoscono bene in patria. No. È apparso senza la mascherina, come “consiglia” i cittadini da “padre degli albanesi”, ma comunque mascherato, recitando il ruolo del dirigente politico “attraente e alla moda”, ma anche “premuroso” per le sofferenze degli altri.

    Purtroppo si è trattato di una messinscena mediatica, dalla quale, però, i cittadini italiani sono stati ingiustamente e immeritatamente non solo disinformati, ma anche ingannati. Sia sulla realtà vissuta in Albania che, e soprattutto, su quello che realmente rappresenta il primo ministro albanese. Al pubblico italiano lui è stato presentato come un “modello interessante di positività”, mentre in patria la sua irresponsabilità istituzionale e/o personale, nonché il modo abusivo di gestire il potere e la cosa pubblica risultano essere ormai un’opinione sempre più consolidata e diffusa. Durante quella sopracitata buffonata mediatica della settimana scorsa, gli attenti “registi” hanno nascosto però ai cittadini italiani un “dettaglio”. E cioè che ormai in Albania, in seguito ad una ben ideata e attuata strategia, si sta pericolosamente consolidando una nuova dittatura. Una dittatura capeggiata dal primo ministro che ormai controlla quasi tutte le istituzioni statali e governative. Da colui che oltre al potere esecutivo e legislativo, ormai ha sotto controllo quasi tutti i media. Da colui che, per mettere sotto controllo anche quella parte non controllata e non sottomessa dei media, qualche settimana fa ha fatto approvare, dai suoi “eunuchi” deputati, una nuova legge che ha chiamato la “legge anti calunnia”! Niente di tutto ciò ed altro ancora è stato detto ai cittadini italiani durante tutta quella messinscena mediatica della settimana scorsa in Italia. Così facendo, i “registi” e gli attenti “curatori” della buffonata hanno semplicemente ingannato il pubblico italiano, presentandogli il primo ministro albanese come un “santo”, un dirigente “premuroso”, sia per i suoi cittadini che per quegli italiani, in questo grave momento di grande bisogno dovuto alla pandemia. Nascondendo così il suo vero volto e il vero carattere, quello del dittatore imbroglione. Quello del primo ministro albanese non era un atto di solidarietà e di “riconoscimento” nei confronti del popolo italiano, bensì una “trovata pubblicitaria”, una boccata d’aria per un affannato che sta attraversando un periodo molto difficile in patria. A proposito e rimanendo sempre sul tema: la scorsa settimana non è stata riservata la stessa “accoglienza” mediatica ai medici arrivati dalla Polonia. Come non è stato fatto anche con i loro colleghi albanesi. E neanche con i 30 medici e infermieri (sempre lo stesso numero!) arrivati ieri in Italia dall’Ucraina. Come neanche per gli aiuti materiali arrivati, sempre ieri, dall’Egitto. Ci sono stati, sì, dei servizi televisivi all’interno dei telegiornali, ma tutto è finito lì. Nessun spazio televisivo e/o della carta stampata, alle autorità che hanno accompagnato i medici e/o il materiale sanitario. Niente di tutto ciò che è stato riservato al primo ministro albanese. Chissà perché?!

    Ormai tutta l’opinione pubblica è convinta e consapevole che l’Italia, nel frattempo e da più di un mese, sta affrontando una situazione grave, con drammatiche conseguenze in vite umane, dovuta proprio alla pandemia. Da alcune settimane, oltre alla stessa pandemia, coloro che hanno la responsabilità di gestire la cosa pubblica in Italia stanno cercando di trovare nuove ed ulteriori risorse finanziarie, indispensabili per affrontare non tanto la pandemia stessa, ma le sue conseguenze. Ormai è una convinzione comune di tutti gli specialisti e delle istituzioni specializzate in economia e finanza nel mondo che il periodo dopo la pandemia sarà un periodo molto difficile a scala globale. Italia compresa. Ragion per cui i massimi rappresentanti politici e/o quelli delle istituzioni responsabili stanno cercando di garantire un maggiore e concerto sostegno finanziario e/o delle agevolazioni di vario tipo. Da alcune settimane i rappresentanti della maggioranza governativa e delle istituzioni responsabili in Italia stanno trattando sia con le istituzioni specializzate dell’Unione europea che con i massimi rappresentanti politici dei singoli paesi. Sono ormai note a tutti le difficoltà e gli attriti che si stanno verificando e rivelando sia a livello dell’Unione europea che tra i singoli e/o raggruppamenti di paesi membri dell’Unione.

    Da alcune settimane in Italia è stata messa in moto una pungente campagna diplomatica, istituzionale e mediatica che aveva, ed ha, come obiettivo sia le istituzioni dell’Unione europea e i loro dirigenti, che quelli di alcuni Stati membri dell’Unione. Una campagna che mirava e continua a mirare all’ottenimento di supporti e/o agevolazioni finanziarie per affrontare meglio la pandemia, ma soprattutto per affrontare il grave periodo economico e finanziario che si prospetta dopo la pandemia, a livello globale. Il presidente del Consiglio italiano non è stato soddisfatto neanche dalle dichiarazioni della presidente della Commissione europea rilasciate durante un’intervista ad un quotidiano italiano. Tenendo presente tutta quella messinscena, in Albania è ormai opinione diffusa che il sopracitato supporto mediatico offerto al primo ministro faceva parte proprio di quella campagna e serviva, per quello che poteva, a “mettere in imbarazzo” l’Unione europea e i singoli paesi membri. Opinione condivisa anche dagli analisti in Italia.

    Chi scrive queste righe pensa che potrebbe veramente trattarsi di una messinscena mediatica con degli obiettivi diversi da raggiungere. Da tutte e due le parti. Egli però considera comprensibile tutta la preoccupazione dei massimi rappresentanti politici e istituzionali in Italia che stanno cercando finanziamenti ad affrontare la prevista crisi per il bene degli italiani. Mentre condanna l’ennesima buffonata del primo ministro albanese che sta disperatamente cercando “sostegno”, anche tramite messinscene mediatiche, per consolidare la sua dittatura contro il popolo albanese! La differenza è abissale! Chi scrive queste righe condivide il pensiero di Charles Péguy. E cioè che il trionfo della demagogia è momentaneo, ma le rovine sono eterne. Perciò gli albanesi non devono permettere ad una persona, afflitta da aberrazioni mentali, di rovinare il loro futuro.

     

  • Telenovela Venezuela: i pm americani accusano Maduro, quelli venezuelani Guaido

    Le sorti della governabilità del Venezuela passano sempre più per le vie giudiziarie. Dopo che gli Stati Uniti hanno posto una taglia di 15 milioni di dollari su Nicolas Maduro, ciò che dovrebbe bastare in un Paese letteralmente alla fame a organizzare la cattura del presidente, in quanto accusato dalla magistratura yankee di narcotraffico, il procuratore della Repubblica venezuelano, Tarek William Saab ha fatto sapere che il leader dell’opposizione Juan Guaido sarà chiamato a testimoniare nell’ambito di una indagine aperta contro l’ex generale venezuelano rifugiatosi in Colombia, Cliver Alcala Cordones, accusato di aver coordinato un piano per uccidere alti responsabili governativi ed eseguire un colpo di stato in Venezuela.

    Guaido, ha riferito la tv statale Vtv, è stato chiamato a comparire davanti a due pm nazionali giovedì “2 aprile per dichiarare riguardo alla confessione di Alcala Cordones realizzata dopo il sequestro di un arsenale da guerra in Colombia, a partire del quale il disertore ha riconosciuto che lo stesso Guaido sarebbe stato il mandante dell’operazione”. Il procuratore Saab ha concluso il suo annuncio affermando: “Vediamo come ci siano dei soggetti al margine della legge, totalmente ossessionati dalla conquista del potere solo per ottenere vantaggi economici, per promuovere come già lo hanno fatto a livello nazionale ed internazionale la corruzione”.

    La sera precedente l’esternazione del magistrato, il 30 marzo, in un discorso dal palazzo presidenziale, il presidente Maduro aveva avvertito che “la giustizia arriverà, con una ‘operazione tun-tun’ a tutti i terroristi, cospiratori violenti e complottisti”. E, aveva aggiunto: “arriverà anche da te (riferendosi a Guaido) che mi vedi, arriverà. Pensi che non verrà da te, la giustizia verrà da te e quando ti toccherà ‘tun-tun’, non metterti a piangere sui social”.

  • Maduro narcotrafficante, taglia da 15 milioni di dollari

    Gli Stati Uniti hanno accusato il presidente del Venezuela Nicolas Maduro e altri alti funzionari del Paese di “narco-terrorismo” e hanno messo sulla testa del capo di Stato una taglia da 15 milioni di dollari. Le accuse a carico del novello ‘Pablo Escobar’ che è subentrato a Chavez nella sciagurata gestione del Paese sudamericano sono state formulate dalle corti di New York e Miami e rese note dal ministro della Giustizia a stelle e strisce, William Barr: cospirazione con una organizzazione terroristica per inondare gli Stati Uniti di cocaina e usare la droga come arma per minare la salute degli americani, nonché favorire il traffico di cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti, grazie all'”alleanza” tra governo venezuelano e le rinate Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia. Il Venezuela avrebbe anche sostenuto il gruppo militare libanese di Hezbollah.

    La Casa Bianca aveva già riconosciuto ufficialmente l’oppositore di Maduro, Juan Guaidò, come legittimo presidente del Venezuela. “Il regime di Maduro – ha commentato Barr – è inondato da corruzione e criminalità”. Insieme al presidente sono stati incriminati altri dirigenti del governo, dal direttore dell’intelligence venezuelana al generale dell’esercito, fino al ministro dell’Industria. Su di loro è stata posta una taglia da 10 milioni di dollari.

    Secondo la procura di Miami, alcuni membri del governo venezuelano avrebbero riciclato il denaro sporco in Florida, investendo in proprietà immobiliari. Secondo Washington i ribelli colombiani “hanno ottenuto il sostegno del regime di Maduro, che sta permettendo loro di usare il Venezuela come un rifugio sicuro dal quale possono continuare a condurre il loro traffico di cocaina”. Maduro ha negato tutto e su Twitter ha accusato gli Stati Uniti e la Colombia di voler “scatenare la violenza in Venezuela”. “Come capo di Stato – ha aggiunto – ho l’obbligo di difendere la pace e la stabilità di tutto il Paese in ogni. Non ce la faranno neanche stavolta”.

    Era da 32 anni che il dipartimento di Stato americano non accusava un capo di stato straniero: l’ultima volta era avvenuto nel 1988, quando era toccato al leader panamense Manuel Noriega, accusato di essere un narcotrafficante in combutta con il cartello colombiano di Medellin.

  • Scontri in Venezuela tra l’opposizione e la polizia di Maduro

    Scontro tra le forze di sicurezza venezuelane fedeli al presidente Nicolas Maduro e i manifestanti guidati dal leader dell’opposizione Juan Guaido nella capitale del paese, Caracas.

    Dopo aver contestato la controversa rielezione di Maduro nel 2018, Guaido si è proclamato presidente provvisorio del paese ed è stato sostenuto da quasi 60 paesi, tra cui UE, Stati Uniti e Regno Unito. Tale mossa aveva scatenato numerose proteste ontro il governo socialista di Maduro.

    “Oggi torniamo di nuovo in piazza, lo spazio in cui i cittadini sono liberi”, è stato il commento di Guaido, aggiungendo che i manifestanti sono la legittima rappresentazione del popolo venezuelano.

    I manifestanti chiedono nuove elezioni. La polizia ha sparato gas lacrimogeni sulla folla. Nel frattempo, il partito al potere ha invitato il Paese ad un’altra mobilitazione in concomitanza con quella dei sostenitori di Guaido.

    Sotto la guida di Maduro, il Venezuela ha subito un collasso economico. Più di 4 milioni di cittadini sono fuggiti dal paese, molti in Colombia. Coloro che rimangono affrontano carenze di elettricità, cibo e medicinali.

    Gli attivisti per i diritti umani hanno ripetutamente condannato la situazione e gli attacchi del governo Maduro contro manifestanti e giornalisti.

     

  • Made in Italy: valore economico, etico e politico

    Le delocalizzazioni produttive rappresentavano il trasferimento del vantaggio culturale e tecnologico (espressione dell’evoluzione tecnica e culturale) dei paesi occidentali ai paesi a basso costo manodopera.

    All’interno di questo processo produttivo, frutto dell’applicazione dell’aspetto speculativo tipico del mondo finanziario al mondo industriale, si inserisce una nazione come la Cina che utilizza la propria struttura politica, certo non soggetta ad approvazione elettorale, per rendere ancora più vantaggioso il costo del lavoro cinese con i carcerati di una minoranza etnica e religiosa all’interno delle strutture produttive (https://it.fashionnetwork.com/news/Cina-molti-grandi-marchi-legati-al-lavoro-forzato-degli-uiguri-,1193322.html). Non è più tollerabile per i consumatori occidentali accettare prodotti made in China frutto non tanto di economie in scala a basso costo di manodopera ma anche della volontà di uno Stato dittatoriale che utilizza i propri sudditi detenuti. In questo senso, infatti, va inserita la proposta di legge statunitense Shop Safe Act la quale attribuisce la responsabilità anche al gestore dell’e-commerce nel caso di una proposta commerciale di prodotti contraffatti made in China, rispondendo così in modo attivo alle richieste dell’American Apparel &Footwear Associaton che aveva sollevato questo problema in nome ed in rappresentanza di oltre mille aziende associate.

    Ovviamente in Italia iniziative del genere da parte delle associazioni di categoria risultano nulle come l’annunciata blockchain ministeriale che si è arenata per mancanza di fondi.

    Tornando quindi allo sfruttamento di maestranze già sotto il vincolo della detenzione risulta evidente come questa situazione rappresenti una versione 4.0 dello schiavismo, con buona pace dei sostenitori dell’economia globale priva di un senso e soprattutto di un quadro normativo generale a tutela del lavoro condiviso.

    In questo contesto privo di ogni minimo comune denominatore normativo a tutela dei lavoratori le delocalizzazioni rappresentano semplicemente l’extra guadagno per gli azionisti in quanto molto spesso non vengono trasferite sul prezzo finale al consumatore.

    Ora più che mai la tutela del Made in Italy rappresenta una risorsa economica ma anche etica e politica. Magari copiando protocolli dello Swiss Made ed iniziative legislative Made in Usa.

  • 695 nuovi arresti in Turchia per sospetti legami con Gulen

    La Turchia emesso una serie di mandati di detenzione contro 695 persone sospettate di avere legami con la rete statunitense di predicatori islamici facenti capo a Fethullah Gulen, accusata da Ankara di aver pianificato il tentativo di colpo di stato del 2016.

    I media statali hanno riferito che i pubblici ministeri stavano procedendo con la detenzione di 467 presunti seguaci di Gulen sospettati di brogli durante un esame per la promozione del sovrintendente della polizia nel 2009. Sono stati inoltre emessi altri 157 mandati contro ufficiali militari di cui 101 erano ancora in servizio attivo nell’Aeronautica o nella Marina.

    Nel 2016, un gruppo di ufficiali aveva tentato un colpo di stato per rovesciare il presidente Recep Tayyip Erdogan. Circa 250 persone furono uccise nel tentativo fallito. Dopo il colpo di stato, circa 80.000 persone sono state arrestate e circa 150.000 sono allontanate dai propri posti di lavoro statale. Gulen vive in esilio autoimposto negli Stati Uniti dal 1999 e ha sempre negato il coinvolgimento nel tentativo di golpe. Tuttavia, operazioni contro la sua rete di contatti vengono regolarmente eseguite in Turchia, poiché le autorità affermano che il gruppo rimane una minaccia per la sicurezza nazionale.

  • Stato di polizia come una vissuta realtà

    Quando la verità non è più libera, la libertà non è più reale.
    Le verità della polizia sono le verità di oggi.

    Jacques Prévert

    Sì, purtroppo la costituzione dello Stato di polizia in Albania è ormai una vissuta realtà. Anche ufficialmente. Proprio di uno Stato di polizia si tratta, riferendosi purtroppo alla negativa connotazione, secondo la quale si prevede l’uso massiccio e continuo delle forze di polizia per mettere in atto le decisioni di chi detiene il potere, spesso a scapito dei cittadini. Lo ha annunciato il 31 gennaio scorso la ministra della giustizia, subito dopo che il Consiglio dei ministri aveva approvato un Atto normativo. Con quell’Atto si prevedono massimi poteri decisionali e/o operazionali per il ministro degli Interni e/o per i rappresentanti della polizia di Stato. Diritti che urtano e violano palesemente quanto prevede la Costituzione della Repubblica d’Albania. Non solo, ma con quell’approvazione governativa, la Costituzione è stata violata anche e soprattutto, nelle sue definizioni riguardanti un Atto normativo. Perché un Atto normativo, con il potere della legge, viene approvato solo e soltanto nelle condizioni di “necessità e di urgenza”. Cioè solo e soltanto in quei limitati casi in cui la soluzione della problematica, tramite la procedura normale dell’approvazione della legge, non può garantire la dovuta celerità e l’efficacia necessaria. Non solo ma, vista la particolarità, comunque la Costituzione prevede e sancisce che per il controllo della costituzionalità dei casi in cui si approva un Atto normativo con il potere della legge è sempre la Corte Costituzionale, dietro richiesta, che dovrà fare una approfondita verifica e decidere, caso per caso, se ci siano state delle violazioni della Costituzione stessa. Ma, guarda caso, in Albania la Corte Costituzionale non è funzionante da più di due anni! Il che significa che nessuno può impedire l’attuazione dell’Atto normativo approvato in fretta, il 31 gennaio scorso, dal Consiglio dei ministri.

    La reazione è stata immediata e trasversale. Sia da parte dei costituzionalisti, degli specialisti della giurisprudenza, degli opinionisti e gli analisti, che dai rappresentanti dei partiti politici in opposizione con l’attuale maggioranza governativa. Ha reagito deciso anche il Presidente della Repubblica. Del caso si sono occupati, reagendo, anche i media internazionali. L’opinione pubblica è stata giustamente molto preoccupata, considerando e interpretando l’approvazione dell’Atto normativo come un’ulteriore prova e testimonianza del consolidamento di una nuova dittatura in Albania. Lì, dove la situazione sta diventando sempre più allarmante e grave. L’autore di queste righe da tempo lo sta ribadendo e denunciando questa realtà. Il nostro lettore è stato sempre informato di tutto ciò, con tante testimonianze e dimostrazioni, nonché con le analisi che hanno confermato quanto sta accadendo in Albania.

    L’Atto normativo in questione prevede la confisca dei patrimoni e delle proprietà illecitamente accumulate da parte dei condannati per delle attività criminali, per aver partecipato ad attività terroristiche, a traffici illeciti e altri crimini gravi. Fin qui niente di male, anzi! Ma in Albania esistono ormai diverse leggi appositamente approvate negli anni passati per combattere tutte le attività criminali previste nel sopracitato Atto normativo. Non solo, ma esiste, e dovrebbe essere attuata in tutti i casi che si presentano, anche la legge “anti-mafia”. Legge approvata già dal 2009 e che prevede, tra l’altro, anche la confisca dei patrimoni e delle proprietà illecitamente accumulate dei criminali, giudicate come tali. Allora è inevitabile e viene naturale la domanda: perché l’approvazione di quest’Atto normativo? Perché tutta questa grande fretta, violando la Costituzione della Repubblica? La risposta è legata alla grave situazione in cui si trova il primo ministro albanese, responsabile istituzionalmente, ma anche personalmente, della profonda ed allarmante crisi multidimensionale, in cui versa, da alcuni anni l’Albania. Per intimidire e mettere sotto pressione anche quei pochi procuratori e/o giudici “non controllati e ubbidienti”, il primo ministro, e/o chi per lui, ideò una “crociata punitiva e purificante”. Guai a quei procuratori e/o giudici che, messi alle strette dalla [fallita] riforma del sistema di giustizia, secondo lui, pensavano e agivano con il moto “Acchiappa quello che si può acchiappare”. Il diritto d’autore di questa denominazione, però, spetta esclusivamente al primo ministro. Ma si sa, il sistema della giustizia, dati e fatti alla mano, è sempre più controllato da lui personalmente. Ed era proprio lui, facendo finta di niente, come sempre, che durante la seduta plenaria del Parlamento, il 10 ottobre 2019, rese pubblica la sua “crociata punitiva e purificante”. Ma allora parlava di una legge e non di un Atto normativo. Parlava di procuratori e giudici corrotti e non soltanto di criminali. Chissà perché ha cambiato la “strategia d’approccio”?! Ed aveva tutto il tempo necessario per avviare le procedure parlamentari necessarie per approvare la legge di cui parlava il 10 ottobre 2019. Ma non lo ha fatto. E invece di una legge ha approvato un Atto normativo con il potere della legge che urta e viola palesemente con la Costituzione. Ne avrà avuto le sue buone ragioni!

    Ormai tutti sono convinti che si tratta di un Atto che ignora quanto prevede e sancisce la Costituzione. Si tratta di un Atto che passa al ministro degli Interni e alla polizia di Stato delle competenze legali che hanno, esclusivamente e come prevedono le leggi in vigore, i tribunali e le procure. Si tratta di un Atto che mette sotto il controllo del ministro degli Interni sia il procuratore generale della Repubblica che i dirigenti di altre strutture del sistema di giustizia. Si tratta di un Atto che mette, perciò, tutto e tutti sotto il diretto controllo del ministro degli Interni, cioè del primo ministro. Si tratta di un Atto che però mette a nudo tutta la propaganda del primo ministro e dei suoi, sui “successi” del “riformato” sistema di giustizia e della polizia di Stato nella lotta contro la criminalità organizzata. Si tratta di un Atto che mira anche ad “ingannare” le cancellerie europee e le istituzioni internazionali, quando verrà il momento di decidere sul percorso europeo dell’Albania. Forse tra qualche mese. Ma si tratta di un Atto che testimonia la costituzione di uno Stato di polizia. Dovrebbe diventare una forte e seria ammonizione per tutti la convinzione del noto scrittore e saggista cinese Lin Yutang, vissuto negli Stati Uniti durante il secolo passato. E cioè che “Dove ci sono troppi poliziotti non c’è libertà”!

    Chi scrive queste righe considera allarmante quanto sta accadendo adesso in Albania. Considera l’approvazione del sopracitato Atto normativo come un’ulteriore espressione di totalitarismo ed un’altra [provocatoria] mossa per consolidare la dittatura in Albania. Egli è convinto che è un dovere civico e patriottico di ogni singolo, responsabile e ancora non indifferente cittadino albanese, di agire attivamente, per impedire l’attuazione delle diaboliche e pericolose “strategie” del primo ministro. Nonostante considera l’Atto come l’ennesima buffonata propagandistica, ideata e diretta da lui per “guadagnare altro tempo prezioso”, egli valuta seriamente e condanna la spregiudicatezza delle sue decisioni e delle sue azioni concrete, nonché la pericolosità della sua concezione sullo Stato e sulla Costituzione. L’Atto normativo ha soltanto messo in evidenza tutto ciò. Ed ha dimostrato che, purtroppo, lo Stato di polizia è una vissuta realtà in Albania. Per impedire che le verità della polizia diventino le verità dominanti, bisogna che tutti gli albanesi responsabili agiscano determinati e senza indugi contro lo Stato di polizia e contro la restaurata dittatura. Chi scrive queste righe non smetterà mai di ricordare e ripetere, a se stesso e agli altri, l’insegnamento di Benjamin Franklin: “Ribellarsi ai tiranni significa obbedire a Dio”!

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