dittatura

  • Amicizie occulte e sudditanze pericolose

    La maggior parte dei tiranni sono stati demagoghi,
    che  si sono acquistata la fiducia del popolo con le calunnie.

    Aristotele; Politica

    Un proverbio cinese ci avverte che bisogna fare molta attenzione a chi arriva con un regalo perché chiederà sicuramente un favore. Una saggezza millenaria quella, che si verifica spesso, non soltanto tra gli esseri umani, ma anche quando si tratta di rapporti governativi tra Paesi diversi. E soprattutto quando quelli che governano e gestiscono la cosa pubblica hanno stabilito tra di loro dei rapporti occulti e delle sudditanze ed ubbidienze pericolose.

    Una settimana fa, lunedì 17 gennaio, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è stato in Albania per una visita ufficiale, anche se, realmente, è stata proprio una visita per incontrare ed accordarsi con il suo “amico e discepolo”, il primo ministro albanese. Con colui che non nasconde, anzi, esprime pubblicamente la sua “ammirazione” per l’illustre ospite. Colui che proprio quel lunedì dichiarava che era “…molto orgoglioso di potersi considerare amico del presidente Erdogan”. Guarda caso, il protocollo di Stato aveva escluso dagli incontri, anche quello, protocollarmente obbligatorio, tra i due omologhi. E cioè dell’ospite, nella qualità di Presidente della Turchia e del Presidente albanese. Una “inedita protocollare” che non è stata mai spiegata e chiarita da chi di dovere, nonostante l’espresso interessamento pubblico e mediatico.

    Durante quella breve ma intensa visita in Albania il 17 gennaio scorso, il presidente turco era venuto anche per inaugurare quanto aveva “generosamente regalato” in precedenza, durante la visita del primo ministro albanese in Turchia, il 6 – 7 gennaio 2021. Si è trattato di 522 unità abitative in una località colpita dal terremoto del 26 novembre 2019. Dei regali per il povero e bisognoso popolo albanese. Ma soprattutto dei “regali” per il suo amico e discepolo, il primo ministro. Si è trattato e si tratta di “regali”, di supporto, anche elettorale, come nel caso di un ospedale in una città albanese, bastione del partito del primo ministro. Un’altra promessa fatta dal presidente turco al suo “fratello ed amico” albanese nel gennaio 2021, proprio tre mesi prima delle elezioni politiche del 25 aprile. L’ospedale è stato ormai inaugurato l’anno scorso, come promesso. Chissà però in cambio di quali favori quei “regali”?! E dei favori fortemente voluti e richiesti, anche pubblicamente, ci sono e come!

    Lunedì 17 gennaio, il presidente turco ha inaugurato la restaurazione, con dei finanziamenti turchi, di una moschea nel pieno centro della capitale albanese. Ma come ci insegna il sopracitato proverbio cinese, non è mancata neanche la richiesta del presidente turco, dopo i regali fatti. Una richiesta per il suo “fratello”, per il suo “amico”, per il primo ministro albanese; una sola, ma all’esaudimento della quale il presidente turco ci tiene fortemente e in maniera determinata. Una richiesta fatta anche prima. Una richiesta però, che mette in serie difficoltà il primo ministro albanese perché lo mette tra due “fuochi” dai quali si guarda ben attentamente di non essere “bruciato”: sia dal “fuoco” del suo “amico”, il presidente turco, sia dal “fuoco” dei Paesi occidentali e degli Stati Uniti d’America. Si tratta di una richiesta, quella pubblicamente fatta dal presidente turco, che riguarda tutto quello e quelli che hanno a che fare con colui che, fino al 2012, era un suo caro amico e stretto collaboratore. Colui che però, dal 2013, ha denunciato pubblicamente diversi scandali di corruzione, che vedevano direttamente coinvolto l’attuale presidente turco e/o i suoi familiari. E proprio per quella ragione, da quel periodo lui diventò un pericoloso nemico da perseguire e combattere, ad ogni costo. Quel nemico è Fethullah Gülen. Ed insieme con lui tutti i suoi collaboratori e sostenitori, compresi tutti gli appartenenti dell’organizzazione FETÖ (Fethullahçı Terör Örgütü – Organizzazione del Terrore Gülenista; n.d.a.), ovunque loro si trovino nel mondo. Anche in Albania. Il presidente turco considera Gülen l’ideatore e l’organizzatore del fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016 in Turchia. Ormai lui è il principale ricercato dalla giustizia turca, accusato di terrorismo. Da anni ormai Gülen si trova negli Stati Uniti d’America. Ragion per cui la Turchia ha chiesto, a più riprese, alle autorità statunitensi la sua estradizione. Estradizione che è stata però sempre rifiutata. Non solo, ma sia gli Stati Uniti che tutti gli Stati membri dell’Unione europea hanno fermamente condannato le accuse di Erdogan nei suoi confronti. Questo acerrimo nemico del presidente turco, un noto politologo e predicatore dell’Islam, è anche il fondatore di una ben altra organizzazione, il Movimento Gülen. Egli è, allo stesso tempo, tra i fondatori dell’Associazione per la Lotta contro il Comunismo, nonché il fondatore di una rete di scuole e altre strutture di insegnamento privato, ben radicate sia in Turchia che in altri paesi, Albania compresa. Ma il presidente turco, nonostante la protezione personale data al suo principale nemico dagli Stati Uniti d’America, non demorde mai e, determinato, usa ogni occasione ed ogni mezzo per colpire e danneggiare sia il suo nemico che i suoi collaboratori e sostenitori, compresa la rete di scuole da lui fondate. Ragion per cui il presidente turco continua ad insistere con la sua richiesta per combattere i sostenitori del Movimento Gülen e sradicare le strutture scolastiche da lui fondate e finanziate. Presenti anche in Albania. E così facendo, da anni, sta mettendo in seria difficoltà anche il primo ministro albanese, suo “discepolo” perché essendo il nemico del presidente turco protetto dagli Stati Uniti e sostenuto anche dai Paesi europei il primo ministro albanese, il “fratello e amico” del presidente turco, cerca in tutti i modi di esaudire le ripetute richieste del suo “idolo”, ma cerca anche, possibilmente, di fare tutto senza dare nell’occhio dell’altra parte. Mentre il presidente turco, determinato ed agguerrito com’è, non perde occasione di ripetere e pretendere che la sua richiesta sia presa e trattata con la dovuta attenzione ed esaudita prima possibile. Lo ha fatto determinato, ma anche con una certa arroganza e prepotenza, lunedì 17 gennaio, parlando ai deputati presenti nell’aula del Parlamento albanese. Riferendosi ai collaboratori e ai sostenitori del suo acerrimo nemico, il presidente turco ha detto che “…questo gruppo mantiene ancora la sua presenza in Albania nel settore dell’istruzione, della sanità, delle organizzazioni religiose e nel settore privato”. Poi ha “avvertito” i deputati che gli appartenenti alle organizzazioni fondate dal suo nemico rappresentano anche un “pericolo per la sicurezza nazionale dell’Albania”, come per la Turchia. E con dei “messaggi tra le righe”, riferendosi sempre ai suoi nemici, considerandoli come dei “terroristi che hanno le mani coperte di sangue”, ha ribadito che “mentre ci sono tante questioni tra noi di cui parlare, discutere e intraprendere dei passi verso il nostro futuro comune, a noi (presidente turco e i suoi; n.d.a.) dispiace che stiamo perdendo tempo per una simile cosa. Speriamo che durante il nostro prossimo incontro di turno, questa questione possa essere cancellata dalla nostra agenda!”.

    Parte integrante, molto importante e significativa della visita del presidente turco in Albania, lunedì scorso 17 gennaio, ben preparata e gestita dal “protocollo ufficiale”, era proprio, come sopracitato, anche la cerimonia per la restaurazione, con dei finanziamenti turchi, della moschea sulla piazza principale, in pienissimo centro di Tirana. Una cerimonia con la quale si è conclusa la breve visita del presidente turco e nella quale però il “protocollo ufficiale” non aveva previsto la presenza dei rappresentanti della Comunità musulmana dell’Albania. In realtà in quella cerimonia tutto parlava turco. Da colui che invitava a parlare tutti quelli che era previsto parlassero, alle scritture sul podio fino alle scenografie sui muri “ristrutturati” della moschea. Anche la preghiera è stata recitata in lingua turca da un alto religioso turco. Mentre la ragione della vistosa e molto significativa mancanza, durante quella cerimonia, dei rappresentanti della Comunità musulmana dell’Albania era “semplicemente” dovuta al fatto che il presidente turco considera loro come sostenitori del suo sopracitato acerrimo nemico.

    La visita del presidente turco lunedì scorso, 17 gennaio, in Albania ha suscitato molte contestazioni espresse pubblicamente da analisti, opinionisti, ma anche da molti semplici cittadini. E non solo per il fatto che quella visita coincideva proprio con il 554o anniversario della morte dell’Eroe nazionale albanese, Giorgio Castriota. Di colui che per 25 anni consecutivi, dal 1443 e fino al 1468 (morì da malattia il 17 gennaio 1468), ha combattuto e vinto contro gli eserciti ottomani, alcune volte guidate personalmente dai sultani dell’epoca. Tenendo presente anche l’agenda della visita e le dichiarazioni del presidente turco il 17 gennaio scorso in Albania, la “coincidenza” sulla data scelta a molti è sembrata proprio come una sfida che l’ospite ed il caro “amico” del primo ministro faceva agli albanesi, i quali sono molto legati al loro Eroe nazionale. In più, sia il presidente turco che il suo anfitrione, il primo ministro albanese, durante quella visita, con le loro dichiarazioni hanno cercato di camuffare e di nascondere le vere ragioni della visita stessa. Hanno detto delle frasi che ne contraddicevano altre e non riuscivano a nascondere i veri obiettivi geostrategici della Turchia in Albania e nei Balcani. Tutto come previsto nella ormai nota Dottrina Davutoglu. Una dottrina quella che, da più di dieci anni ormai, è diventata parte integrante ed attiva della politica estera della Turchia. La Dottrina Davutoglu, fortemente sostenuta anche dall’attuale presidente turco, si basa sul principio dell’istituzione di una specie di Commonwelth degli Stati ex ottomani, dal nord Africa fino ai Balcani. Secondo questa dottrina, la Turchia dovrebbe diventare un “catalizzatore e motore dell’integrazione regionale”. La Turchia deve non essere “un’area di anonimo passaggio” ma diventare “l’artefice principale del cambiamento”. Mentre Erdogan, prima da primo ministro e poi da presidente, continua deciso all’attuazione di questa dottrina. Da alcuni anni l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore, non solo della Dottrina Davutoglu, ma anche dei rapporti di “amicizia occulta” tra il presidente turche e il primo ministro albanese e di quelle che egli considera come delle “sudditanze pericolose”. (Erdogan come espressione di totalitarismo, 28 marzo 2017; Relazioni occulte e accordi peccaminosi, 11 gennaio 2021; Diabolici demagoghi, disposti a tutto per il potere, 18 gennaio 2021).

    Chi scrive queste righe da tempo è convinto della pericolosità delle amicizie occulte e dei rapporti di ubbidiente sudditanza che crea e segue il primo ministro albanese con altri suoi “simili”. Compreso anche il presidente turco. Simili soprattutto per il loro comportamento con il potere istituzionale e per i loro rapporti con i principi della democrazia. Simili per la loro arroganza e prepotenza e per il loro modo despotico di calpestare i sacrosanti diritti innati, acquisiti e riconosciuti dell’essere umano. Ma simili anche per le loro capacita demagogiche con le quali cercano e spesso anche riescono ad ingannare i propri cittadini. Confermando così quanto pensava Aristotele circa cinque secoli fa. E cioè che “La maggior parte dei tiranni sono stati demagoghi che si sono acquistata la fiducia del popolo con le calunnie”.

  • Il vizio esce con l’ultimo respiro

    Niente è più forte di un’idea il cui tempo è arrivato.

    Victor Hugo

    Ogni nazione/popolo ha il governo che si merita. Nel bene e nel male. È una frase molto nota ed usata da tempi remoti. Un’affermazione attribuita a Socrate, uno dei più rinomati filosofi della Grecia antica, vissuto venticinque secoli fa. Ma la frase usata da Socrate sarebbe stata espressa non proprio così. Secondo molti studiosi, la frase usata da Socrate era “Ogni nazione/popolo merita il suo sovrano”. Anche perché in quel periodo, più che di governo, si trattava di una persona che gestiva il potere, come despota, come sovrano assoluto. L’incertezza sulle vere parole usate dal noto filosofo è dovuta al fatto che tutti i pensieri di Socrate ci sono pervenuti tramite quanto hanno lasciato scritto altri suoi coetanei e/o discepoli. Ma in tempi molto più recenti, la frase, che ormai si usa comunemente, è quella formulata dal filosofo e diplomatico Joseph De Maistre. Lui era l’inviato del re Vittorio Emanuele I presso la corte dello Zar Alessandro I a San Pietroburgo tra il 1803 e 1817. In una sua lettera, pubblicata su un giornale russo nel 1811 egli scriveva: “Ogni popolo ha il governo che si merita”. E si riferiva a quanto accadeva nella Russia zarista in termini critici.

    “Ogni popolo ha il governo che si merita” è un’affermazione che, purtroppo, lo sta testimoniando anche la realtà albanese; almeno quella vissuta e sofferta dal 2013 in poi. Ma in male però. Analizzando quanto è accaduto durante questi ultimi otto anni, sempre facendo riferimento a dei dati verificabili e ai fatti accaduti, documentati, testimoniati e denunciati, risulta che gli albanesi sono diventati sempre più permissivi, indifferenti e, addirittura apatici. Ma anche “pragmatici”. Le ragioni potrebbero essere diverse e specifiche per diversi gruppi sociali e/o per dei singoli individui. Ovviamente la sempre più crescente delusione dai rappresentanti politici dei vari partiti ha fatto la sua. Ma anche la crescente povertà, quella realmente vissuta e non mascherata dai tanti “abili giochetti statistici” delle istituzioni governative, ha indotto gli albanesi a “scendere a patti”, vendendo il loro voto in cambio di soldi e/o di generi alimentari. Un fenomeno questo sempre più presente e sempre più diffuso, soprattutto nelle aree rurali. Ma anche nelle città, compresa la capitale. Un fenomeno che è stato evidenziato e sottolineato nei rapporti ufficiali degli osservatori internazionali durante le ultime elezioni, quelle del 25 aprile scorso, che hanno permesso all’attuale primo ministro di ottenere il suo terzo mandato. Ma ci sono anche altre ragioni che hanno permesso agli albanesi di “tollerare” e di avere il “governo che si meritano”. Lo hanno fatto per degli interessi diversi. Lo hanno fatto la maggior parte degli impiegati nell’amministrazione pubblica, per paura di perdere il lavoro e/o perché erano stati costretti a dimostrare il voto, fotografando le schede elettorali, in piena violazione delle leggi in vigore. Lo hanno fatto non pochi imprenditori che sono in “buoni rapporti” con il governo. E loro stessi, come datori di lavoro, hanno obbligato coloro che sono stipendiati in quelle imprese. Lo hanno fatto anche non pochi “rappresentanti” della società civile che beneficiano della “generosità” del governo e/o di tutti quelli che finanziano i loro progetti, comprese anche alcune ambasciate e/o organizzazioni internazionali. E coloro che sono ormai “rappresentanti’ della società civile in Albania non sono pochi.  Ma, ovviamente, in tutto ciò hanno contribuito anche alcuni raggruppamenti occulti locali ed internazionali. Così come hanno contribuito, perché direttamente interessati, diversi clan della criminalità organizzata, non solo quella locale, che da anni ormai, contenuti dei rapporti ufficiali delle istituzioni specializzate internazionali alla mano, ma non solo, collaborano strettamente con i rappresentanti politici. Si tratta di quell’alleanza che, da anni ormai, l’autore di queste righe sta informando il nostro lettore. E cioè dell’alleanza del potere politico, istituzionalmente rappresentata dal primo ministro, con la criminalità organizzata e determinati raggruppamenti occulti locali e internazionali. Ragion per cui, nolens volens, anche il popolo albanese, durante questi ultimi anni merita il governo che ha. Che diventa sempre peggiore. Ma purtroppo, parafrasando la sopracitata frase formulata da Joseph De Maistre, sembrerebbe che il popolo albanese meriti anche l’opposizione che ha.

    L’autore di queste righe, da anni, ma soprattutto dal 2017, ha spesso trattato per il nostro lettore questa drammatica situazione in cui si trovava l’opposizione albanese, riferendosi, prima di tutto, ai dirigenti dell’opposizione, quelli del partito democratico in primis, essendo quel partito il maggiore partito dell’opposizione. Si tratta del primo partito oppositore della dittatura comunista, costituito il 12 dicembre 1990. Si tratta proprio di quel partito che ha organizzato e ha guidato tutte le massicce proteste che hanno portato alla caduta della dittatura comunista. Da tutti i fatti accaduti alla mano, soprattutto dal 2017 in poi, risulta che il dirigente del partito democratico, allo stesso tempo anche il capo dell’opposizione, in carica dal 2013, solo due mesi prima che il primo ministro cominciasse il suo primo mandato, ha deluso tutte, veramente tutte le aspettative. Aspettative che diventano un obbligo istituzionale, ma anche personale e riguardano le responsabilità politiche da onorare. Il capo del partito democratico, durante tutto il suo operato come tale, con le sue decisioni prese, con le sue scelte fatte, ha palesemente dimostrato che più di un dirigente del partito, è stato un usurpatore di quell’incarico istituzionale. Ragion per cui anche l’autore di queste righe, da tempo ormai, quando si riferisce a lui lo considera proprio come l’usurpatore del partito democratico. Un individuo che si ricorderà come una persona che ha promesso pubblicamente e mai ha mantenuto e rispettato una sola sua promessa fatta. Un individuo che ha mentito ripetutamente e costantemente non solo agli elettori del partito democratico, ma anche ai cittadini albanesi. Un individuo che ha cercato in seguito, dopo ogni sua promessa non mantenuta, dopo ogni sua bugia pubblica, di ingannare di nuovo, facendo altre promesse e pronunciando pubblicamente altre bugie. Un individuo che con il suo operato non ha fatto altro che facilitare l’operato disastroso del suo “avversario politico”, il primo ministro, diventando così una sua misera “stampella”.

    L’autore di queste righe e, come lui, anche tanti altri, da innumerevoli fatti accaduti alla mano, non può non pensare che l’usurpatore del partito democratico ha avuto almeno due compiti prestabiliti da attuare, nonostante possano sembrare alquanto strani ed inverosimili. Il primo è stato la continua disgregazione delle strutture del partito democratico. Il secondo è stato quello di corrodere e di corrompere lo spirito della sacrosanta ribellione dei cittadini di fronte alla violazione dei loro diritti. Purtroppo, da tutto quello che è accaduto e pubblicamente noto in questi ultimi anni, risulterebbe che tutti e due questi compiti sono stati esauditi dall’usurpatore del partito democratico, allo stesso tempo capo dell’opposizione albanese. Di tutto ciò, da anni, l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore. Compresi anche gli articoli degli ultimi mesi (Il doppio gioco di due usurpatori di potere, 14 giugno 2021; Usurpatori che consolidano i propri poteri, 19 Luglio 2021; Meglio perderli che trovarli, 13 settembre 2021; Agli imbroglioni quello che si meritano, 1 novembre 2021; Un misero e solitario perdente ed un crescente movimento in corso, 22 novembre 2021). Così come ha informato il nostro lettore della nascita, dal settembre scorso, di un nuovo Movimento che ha, come obiettivo primario, la ricostituzione del partito democratico albanese con i principi del conservatorismo occidentale. Un Movimento il quale, da quando è stato avviato, sta avendo sempre più appoggio dalla base del partito ma che sta attirando anche l’attenzione di tutta l’opinione pubblica, avendo così lo sviluppo che, da più di tre mesi ormai, sta offuscando tutti gli altri. Un Movimento che, in rispetto dello Statuto del partito democratico albanese, in seguito alla richiesta di almeno un quarto dei delegati del congresso del partito, ha convocato l’11 dicembre scorso il congresso straordinario del partito. E proprio quel congresso si è svolto sabato scorso, alla presenza di circa 65% dei delegati. Durante quel congresso i legittimi partecipanti hanno preso diverse decisioni importanti che si riferivano a diversi e necessari emendamenti dello Statuto del partito. Durante il congresso dell’11 dicembre scorso i delegati hanno votato anche l’espulsione dell’usurpatore del partito democratico come dirigente del partito. E per rendere quella decisione più democratica possibile, sempre durante il congresso del sabato scorso, i delegati hanno deciso anche la votazione di tutti gli iscritti del partito democratico sabato prossimo, 18 dicembre, tramite un referendum, per la conferma di quella decisione. In più, i delegati del congresso hanno votato anche la costituzione di una Commissione transitoria per la ricostituzione del partito democratico. Una Commissione che coordinerà tutte le attività del partito democratico fino alla ristrutturazione degli organi dirigenti del partito, in centro e sul tutto il territorio. In più, questa Commissione avrà il compito di organizzare la convocazione del congresso ricostituivo del partito democratico, il 22 marzo 2022.

    Nel frattempo, l’usurpatore del partito democratico, non più dirigente dall’11 dicembre scorso, ma soltanto un semplice deputato, trovandosi in vistosa difficoltà, con alcuni suoi “fedelissimi”, sta cercando di fare “diversione”. Stanno cercando di ingannare di nuovo. E come sempre, si stanno contraddicendo vistosamente, vergognosamente e miseramente. Ma a loro non importa che stanno diventando ridicoli pubblicamente. Per loro si tratta di una “reazione” di sopravvivenza. Ragion per cui tutto è permesso. Bugie, promesse, inganni e “minacce” comprese. Ma come la saggezza popolare ci insegna, in diverse lingue, il vizio esce con l’ultimo respiro. Saggezza, che si sta dimostrando anche adesso, in queste ultime settimane e in questi ultimi giorni, con quanto sta facendo l’ormai ex dirigente/usurpatore del partito democratico albanese. Ma la sua corsa è agli ultimi metri. E la fine di quella corsa, con ogni probabilità, sarà quella che lui e i suoi pochi, pochissimi “fedeli” non avrebbero mai voluto accadesse. E insieme con l’ormai ex dirigente e usurpatore del partito, neanche il suo “protettore”, il primo ministro, avrebbe voluto accadesse.

    Chi scrive queste righe, visti gli sviluppi prodotti dal Movimento per la ricostituzione del partito democratico albanese, continuerà a seguirli e poi informare il nostro lettore. E sempre con la massima oggettività possibile. Egli però e convinto che se non ci fosse questo Movimento, la situazione in Albania sarebbe stata peggiore di quella del settembre scorso, quando il Movimento prese via. Perché l’ormai costituita dittatura sui generis in Albania non avrebbe avuto, come in questi ultimi anni, nessun vero ostacolo oppositivo. Adesso potrebbe rinascere la speranza per gli albanesi che la frase “Ogni nazione ha il governo che si merita” possa avere una connotazione positiva in futuro. Anche perché, come era convinto Victor Hugo, niente è più forte di un’idea il cui tempo è arrivato. E quell’idea potrebbe essere rappresentata dal nuovo Movimento. Spetta però agli albanesi vegliare e fare di tutto perché quell’idea possa essere realizzata senza alterazioni. Agli albanesi la scelta.

  • Consapevolmente dalla parte del male, appoggiando una dittatura

    La tolleranza diventa un crimine quando applicata al male.

    Thomas Mann

    Durante i secoli ogni popolo, a seconda dell’appartenenza religiosa, della tradizione e della storia vissuta, ha stabilito le sue festività che devono essere rispettate e celebrate. Comprese quelle che si riferiscono all’indipendenza e alla liberazione del proprio Paese. Sì, perché durante la loro lunga storia, ogni popolo ha dovuto combattere il male dell’oppressione e dell’occupazione.

    In Italia, per esempio, si celebra ogni anno dal 1946, la festa della Repubblica, per ricordare ed onorare la nascita della Repubblica italiana. Una scelta che fecero gli italiani, tra la monarchia e la repubblica, tramite il referendum istituzionale tenuto il 2 ed il 3 giugno 1946. Una scelta che è stata determinata anche dal fatto che la famiglia reale dei Savoia diede il suo appoggio al regime fascista. Da quel giugno del 1946, gli italiani festeggiano il 2 giugno la festa della loro Repubblica. Così come festeggiano, dal 1945, ogni 25 aprile anche la festa della Liberazione, per commemorare la liberazione dell’Italia, alla fine della seconda guerra mondiale, sia da una dura, spietata e sofferta occupazione nazista, che dal regime fascista che lo ha preceduto.

    In Francia si celebra, ogni 14 luglio dal 1880, la Festa Nazionale francese per eccellenza, le 14 juillet. Una ricorrenza proposta e decisa per ricordare ed onorare non la presa della Bastiglia (14 luglio 1789; n.d.a.), ma la festa della Federazione, ossia il giuramento federativo del 14 luglio 1790. Giorno in cui, a Parigi, si radunarono in tantissimi per salutare la grande armata dei federati, guardie nazionali e volontari, provenienti da tutti i dipartimenti della Francia per dare appoggio alla rivoluzione. Quel giorno loro prestarono giuramento “alla Nazione, alla Legge e al Re”. In Francia si celebra, dal 1944, anche il 25 agosto. Era il giorno della liberazione di Parigi dai nazisti da parte delle forze armate francesi ed americane, dopo lo sbarco degli alleati in Normandia, il 6 giugno 1944. Ma era dal 19 agosto che i parigini erano stati ribellati contro le forze naziste presenti nella capitale, sapendo anche dell’arrivo delle truppe alleate. Era però la 2a divisione blindata francese, e non altre truppe che, dietro la ferma insistenza del generale Charles de Gaulle già dalla notte del 24 agosto entrò a Parigi. Si è trattato, soprattutto, di un atto con una grande valenza simbolica che i dirigenti militari francesi, de Gaulle in testa, volevano a tutti i costi. Perché volevano ridare alla Francia tutto il suo prestigio perso con l’occupazione nazista nel giugno 1940 e la costituzione del governo collaborazionista, la cosiddetta repubblica di Vichy. Così facendo, i dirigenti francesi affermavano la rinascita della Francia e la sua parità con le altre grandi potenze alleate. Un’altra ricorrenza che si celebra in Francia è l’8 maggio, la festa della Vittoria (la Fête de la Victoire; n.d.a.). Una festa che ricorda la vittoria delle truppe alleate contro i nazisti e la fine, nel territorio europeo, della seconda guerra mondiale. L’8 maggio 1945 è stato scelto proprio per ricordare la resa definitiva e senza condizioni della Germania nazista, dopo i negoziati della capitolazione tra il 7 ed il 9 maggio 1945. E come in Italia ed in Francia, le festività e le ricorrenze legate all’indipendenza e alla liberazione si commemorano in tutti i Paesi europei e in tutte le altre parti del mondo. Anche in Albania.

    Il 28 novembre 1912 l’Albania, con l’appoggio anche delle grandi potenze europee, divenne un Paese libero e sovrano, staccandosi definitivamente dall’allora traballante Impero ottomano. Quel giorno non era scelto a caso, ma aveva un forte significato storico. Perché il 28 novembre 1443 l’eroe nazionale dell’Albania, Georgio Castriota, detto Scanderbeg (dalla lingua turca Iscander significa Alessandro e si riferisce ad Alessandro Magno di Macedonia; n.d.a.), tornato nella sua terra natale, dopo aver disertato dall’esercito ottomano, ha cacciato le truppe d’occupazione dal castello della propria famiglia, alzando la sua bandiera. L’indipendenza dell’Albania dall’Impero ottomano è stata riconosciuta internazionalmente, con la firma del Trattato di Londra, il 30 maggio 1913. Da quel tempo, il 28 novembre viene celebrata come la festa Nazionale dell’Albania. Ed era proprio il 28 novembre 1944, quando l’ex dittatore comunista proclamò questa data anche come la festa della Liberazione dell’Albania dall’occupazione fascista e nazista, durante la seconda guerra mondiale. Una proclamazione ufficializzata dal Bollettino n.51 del 28 novembre 1944, che veniva pubblicato allora quotidianamente dal partito comunista. In quel Bollettino, riferendosi alla festa dell’Indipendenza, si scriveva: “I festeggiamenti del grande giorno del 28 novembre che ricorda la vittoria dell’Indipendenza nazionale nel 1912 e che quest’anno coincide con la festa della liberazione di Tirana e di tutta l’Albania continueranno per tre giorni…”. Attenzione! Si ribadiva senza equivoci che “coincide con la festa della liberazione di Tirana e di tutta l’Albania”. Ma in poco meno di un anno, il 9 novembre 1945, il partito comunista albanese al potere, durante una riunione della dirigenza del Consiglio Antifascista di Liberazione Nazionale, organo supremo allora, decise diversamente sulla data della Liberazione. La cambiò di solo un giorno, proclamando come tale da allora il 29 novembre. E non a caso. Tutto è dovuto alla totale dipendenza dal partito comunista jugoslavo del partito comunista albanese, già dalla sua costituzione nel novembre 1941. Come “giustificazione” si diede allora un “fatto storico”, inventato a proposito, ma mai documentato e/o testimoniato. Si dichiarò ufficialmente che era proprio il 29 novembre il giorno in cui “…l’ultimo soldato nazista lasciò il territorio albanese” (Sic!). Mentre gli scontri armati, secondo diverse testimonianze, continuarono ancora. La vera ragione era un’altra ed era legata alla Jugoslavia. Il 29 novembre rappresentava una data importante per il partito comunista di Tito. Il 29 novembre 1943, il Consiglio Antifascista di Liberazione Nazionale jugoslavo (imitato come denominazione anche dal partito comunista albanese, come sopracitato) si autoproclamò come l’unico potere legale in Jugoslavia. In più Tito è stato nominato presidente del Consiglio. Ma il 29 novembre in Jugoslavia aveva anche un’altra valenza storica. Il 29 novembre 1945 è stata proclamata la Repubblica popolare federativa della Jugoslavia. Perciò i “vassalli” del partito comunista albanese decisero di cambiare la data della festa di Liberazione dal 28 al 29 novembre, come espressione di devozione e di sudditanza ai cari “compagni” jugoslavi. Bisogna sottolineare che era così forte quella sudditanza, che nel 1946 i dirigenti del partito comunista albanese avevano sottoscritto un Trattato di Amicizia e di Collaborazione, concordato per far diventare più solido il legame tra i due Paesi, che mirava a fare dell’Albania la settima repubblica jugoslava. Per fortuna che in seguito i rapporti peggiorarono e, nel 1948, l’Albania si staccò dall’influenza jugoslava per entrare sotto quella dell’Unione sovietica.

    Da allora, comunque, in Albania continuano ad essere celebrate separate le due feste: quella dell’indipendenza il 28 novembre e quella della Liberazione il 29 novembre.  E continuano, dopo il crollo della dittatura comunista, anche i dibattiti e le discussioni, a vari livelli, tra gli specialisti storici e i rappresentanti politici, sulla vera data della liberazione dell’Albania dall’occupazione nazista. Ma, ad oggi, non c’è un comune accordo. Il partito socialista albanese, diretto discendente del partito comunista, riconosce il 29 novembre come festa della Liberazione. Mentre i partiti della parte opposta festeggiano sia la festa dell’Indipendenza che quella della Liberazione ogni 28 novembre. Ed è proprio il 28 novembre che, dal punto di vista protocollare, arrivano anche tutti i messaggi d’auguri dalle presidenze e dalle cancellerie degli altri Paesi. Anche quelli dagli Stati Uniti d’America, dopo il crollo della dittatura comunista nel 1991, quando si ristabilirono i rapporti diplomatici. All’occasione, oltre al presidente statunitense, che manda un messaggio d’auguri al suo omologo albanese, il Dipartimento di Stato diffonde pubblicamente una dichiarazione con la quale augura in occasione della festa dell’Indipendenza, il 28 novembre. Così è stato anche la scorsa settimana. Ma guarda caso, l’ambasciatrice statunitense in Albania, diversamente dai suoi dirigenti istituzionali del Dipartimento, ha inviato i suoi auguri agli albanesi con un suo “cinguettio” in rete per il 77esimo anniversario della liberazione. “Auguri per il Giorno della Liberazione, Albania!”. Così scriveva l’ambasciatrice. Mettendosi inutilmente, inspiegabilmente e ingiustificabilmente al centro dei dibattiti e delle meritate critiche ed accuse per schierarsi apertamente ed ufficialmente, al contrario del Dipartimento di Stato, in un modo del tutto non diplomatico, con il partito del primo ministro. Cosa che infatti sta facendo pubblicamente da poche settimane, dopo che è stata accreditata. Lei sa anche il perché, ma dovrebbe essere stato un buon motivo che l’ha spinta ad una simile scelta. Dovrebbe però conoscere quel minimo necessario della storia albanese della seconda metà del secolo passato almeno e di quella di questi due ultimi decenni prima di scrivere un simile “messaggio d’auguri”. Perché da quella data, il 29 novembre 1944, considerandola per un momento come giustificata storicamente, l’Albania è stata liberata sì dall’occupazione nazista, ma è entrata in un periodo molto drammatico, durato per più di 46 lunghissimi e soffertissimi anni sotto la più spietata e sanguinosa dittatura comunista dell’Europa dell’Est. Ma così facendo però, l’ambasciatrice statunitense in Albania si schiera apertamente e consapevolmente dalla parte del male, appoggiando una dittatura. Appoggiando proprio la dittatura sui generis restaurata e ormai consolidata, come espressione diretta dell’alleanza tra il potere politico, rappresentato dal primo ministro istituzionalmente, la criminalità organizzata locale ed internazionale e alcuni clan occulti, anche quelli locali ed internazionali. Ed uno di quei raggruppamenti occulti, il più potente dal punto di vista finanziario e decisionale in Albania, secondo le cattive lingue, ha la sua sede proprio oltreoceano. Sempre secondo le cattive lingue, l’ambasciatrice statunitense in Albania, così come alcuni suoi superiori nel Dipartimento di Stato statunitense, sono sotto le dirette influenze e al servizio di quel raggruppamento occulto di oltreoceano. E, guarda caso, le cattive lingue raramente hanno sbagliato su quello che, da anni, sta accadendo e tuttora accade in Albania.

    Chi scrive queste righe da anni sta denunciando quanto stanno facendo alcuni ambasciatori, quelli statunitensi in primis e certi “rappresentanti internazionali” in Albania. Quanto è stato ormai reso pubblico, dal 15 agosto scorso, su quello che era accaduto per venti anni in Afghanistan, potrebbe rendere meglio l’idea. Chi scrive queste righe ricorda di nuovo al nostro lettore che l’ambasciatrice, come altri suoi predecessori, non ha mai detto una parola per condannare la corruzione galoppante dei massimi rappresentanti politici in Albania. Anche quando i rapporti ufficiali del Dipartimento di Stato statunitense riferivano di una preoccupante realtà. La stessa ambasciatrice era tra le primissime persone che si sono congratulate ufficialmente e pubblicamente, con il primo ministro per la sua “vittoria” elettorale del 25 aprile scorso, prima ancora del risultato finale delle elezioni! E si potrebbe continuare con molti altri fatti, ormai pubblicamente noti, che dimostrerebbero la violazione, da parte dell’ambasciatrice statunitense dell’articolo 41 della Convezione di Vienna sulle relazioni diplomatiche. Chi scrive queste righe, visti anche gli sviluppi di questi ultimi mesi in Albania, pensa che tutti gli albanesi onesti e patrioti devono prendere in mano le loro sorti e anche quelle del Paese ed agire di conseguenza, ribellandosi contro il Male. Perché, come era convinto anche Thomas Mann, la tolleranza diventa un crimine quando applicata al male,

  • Hong Kong passes new film censorship law

    Hong Kong’s legislature has passed a new law banning films deemed to violate China’s national security interests, the latest blow to freedom of expression in the territory.

    Punishment for violating the law includes up to three years imprisonment and $130,000 (£95,000) in fines.

    Critics say the legislation will stifle the vibrant local film industry.

    Last year, China imposed a national security law on Hong Kong that effectively outlawed dissent.

    The legislation, which came after huge pro-democracy protests in 2019, criminalises secession, subversion, terrorism and collusion with foreign forces. Critics say it is aimed at crushing dissent but China says it is meant to maintain stability.

    The film censorship law was approved in the opposition-free Legislative Council. It gives the chief secretary – the second-most powerful figure in the city’s administration – the power to revoke a film’s licence if it is found to “endorse, support, glorify, encourage and incite activities that might endanger national security”.

    Experts and content producers have raised worries about the impact of the legislation, which does not cover films posted online, on creativity and freedom of expression.

    Filmmaker Kiwi Chow, whose documentary Revolution of Our Times about the 2019 protests was featured at the Cannes Film Festival this year, told Reuters news agency the law would “worsen self-censorship and fuel fear among filmmakers”.

    A speedy job

    By Martin Yip, BBC News Chinese, Hong Kong

    The bill was passed by a simple showing of hands, at the last meeting of the council’s much extended current term. And despite the lack of opposition in the legislature, lawmakers still debate.

    Councillor Luk Chung-hung claimed it was political films that hindered creativity, not the proposed censorship law. Another councillor, Priscilla Leung, who is also a law professor, insisted the bill was in full compliance with human rights laws, and she hoped to stop such films from “brainwashing” young people.

    Filmmakers will certainly be concerned. Dr Kenny Ng of the Hong Kong Baptist University’s Film Academy said the new law would see film distributors worrying if their already-approved films would be withdrawn, meaning more uncertainty in the industry.

    As for the lawmakers, it is time to prepare for winning their job back as the election takes place in December – under completely new election laws.

    The arts industry was already being targeted even before the new law. In June, a local theatre pulled the award-winning documentary Inside The Red Brick Wall, also about the 2019 protests, and its distributor lost government funding.

    Book publishers have admitted to self-censoring and the largest pro-democracy paper, Apple Daily, closed earlier this year amid a national security investigation.

    Meanwhile, many opposition figures are already in prison or in exile.

  • Golpe dei militari in Sudan, arrestato il premier

    I militari hanno preso il controllo della transizione che avrebbe dovuto traghettare il Sudan dal dispotismo del presidente Omar Al Bashir deposto nel 2019 alla democrazia: con un colpo di stato in piena regola, hanno arrestato premier e ministri civili, imposto lo Stato d’emergenza, bloccato internet, assaltato la tv e sparato su manifestanti causando alcuni morti – nella serata del 26 ottobre se ne contavano almeno tre – e oltre 80 feriti. Il tutto fra condanne internazionali e appelli a tornare al coordinamento con i civili.

    Il generale Abdel Fattah Burhan, presidente del Consiglio Militare di Transizione e di fatto già leader del Sudan, ha annunciato lo scioglimento del governo e del Consiglio sovrano paritetico dove sedevano esponenti militari e altrettanti civili, costituendo un sorta di capo di Stato collettivo che stava guidando il Sudan dall’agosto di due anni fa. Oltre al premier, il 63enne economista Abdallah Hamdok, sono stati arrestati e deportati in luoghi sconosciuti anche diversi ministri civili che affiancavano quelli militari nell’esecutivo. Stessa sorte per tutti i rappresentanti civili in seno al Consiglio sovrano. Il 61enne Burhan, finora mostratosi vicino ad Egitto, Emirati ed Arabia Saudita, in un discorso televisivo tenuto in mimetica e basco ha annunciato stato di emergenza, coprifuoco, sospensione di alcuni articoli della Costituzione e la formazione di un nuovo esecutivo “indipendente” e “rappresentativo” per “correggere la transizione”. Oltre all’annuncio del cambio di diversi governatori, il generale ha confermato “elezioni libere” come previsto per la fine del 2023, anno in cui ci dovrebbe essere il passaggio del potere a un governo eletto. Nella penultima settimana di ottobre Hamdok aveva annunciato che il passaggio a un potere pienamente civile sarebbe avvenuto entro il 17 novembre, come chiesto da parte della piazza. E questo dopo che un fallito golpe tentato a settembre da nostalgici del trentennale dittatore islamista Bashir aveva spinto i militari a chiedere un rimpasto di governo.

    Il premier, dapprima messo ai domiciliari, è stato deportato con la moglie per essersi rifiutato di appoggiare il golpe e aver invece istigato i manifestanti a protestare, seppur pacificamente. Fra pneumatici in fiamme e strade bloccate con vari ostacoli, i dimostranti hanno però cercato di marciare vicino al quartier generale delle forze armate, situato nel centro della capitale Khartoum e protetto da giorni con nuovi blocchi di cemento: i militari hanno sparato e lanciato lacrimogeni. Il bilancio provvisorio di almeno 3 morti e oltre 80 feriti è stato fornito dall’Associazione dei medici sudanesi.

    “Condanno il colpo di stato militare in corso in Sudan. Il primo ministro Abdalla Hamdok e tutti gli altri funzionari devono essere rilasciati immediatamente”, ha dichiarato il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. La Farnesina, nell’esprimere “preoccupazione”, ha auspicato che con il contributo di Ue, Unione africana e altri ed organismi regionali si possa tornare al più presto allo spirito del processo di transizione democratica in Sudan, sostenuto dalla comunità internazionale. L’Unione Africana ha chiesto il rilascio di Hamdok e degli altri esponenti arrestati, oltre a una “ripresa immediata delle consultazioni fra civili e militari”. “Molto allarmati” per questo sviluppo si sono detti anche gli Usa. Il Sudan è sempre stato sotto il giogo di militari e islamisti durante tutti i 65 anni della propria indipendenza e ora la principale confederazione di sindacati sta esortando alla “disobbedienza civile a allo sciopero totale fino alla sconfitta dei golpisti”.

  • Un’ulteriore e preoccupante espressione di totalitarismo

    La propaganda è veramente un’arma, come i cannoni o le bombe, e imparare a difendersene è importante, come trovare riparo durante un attacco aereo.

    George Orwell

    Il suo vero nome è Eric Arthur Blair, ma per la maggior parte dei suoi lettori egli era e rimane George Orwell. È l’autore di diversi libri, due dei quali sono stati tradotti e letti in diverse lingue del mondo da molte, moltissime persone. Si tratta di due romanzi. Uno è La fattoria degli animali, pubblicato nel 1945. L’altro è 1984, scritto nel 1948 e pubblicato nel 1949, soltanto pochi mesi prima della scomparsa dello scrittore. George Orwell, grazie alla sua breve ma intensa, spesso sofferta e diretta esperienza di vita, aveva ben consolidato ed esprimeva chiaramente le sue convinzioni, anche sulla grande importanza e i diretti effetti della propaganda sul genere umano. Intesa come una consapevole e dettagliatamente pianificata attività persuasiva per raggiungere determinati obiettivi, ottenendo consenso pubblico, la propaganda ha facilitato, tra l’altro, anche la costituzione dei sistemi totalitari tra le due guerre mondiali. Ragion per cui della propaganda si faceva e continua a farsi un uso programmato, continuo, sproporzionato e assordante in tutte le dittature. Ed è uno dei temi che George Orwell tratta maestosamente nel suo capolavoro 1984. E proprio in quel romanzo egli è stato, tra l’altro, anche colui che, per la prima volta, ha coniato ed usato l’ormai diffusa espressione: il “Grande fratello”. Così veniva considerato e chiamato da tutti in Oceania il capo indiscusso del Partito. Un personaggio misterioso che nessuno aveva mai visto, ma che il suo volto però si trovava in tutti i manifesti affissi ovunque e apparsi anche nei teleschermi presenti in ogni luogo pubblico, in tutti gli uffici e le abitazioni dell’Oceania, la cui capitale era Londra. Era uno dei tre grandi Paesi dittatoriali che controllavano in mondo intero e che si trovavano in un continuo ed acerrimo conflitto tra loro. Si, perché le lotte erano considerate allora, nel 1984 e dopo la fine della [immaginaria] terza guerra mondiale, come una necessità per garantire il raggiungimento ed il mantenimento del difficile e instabile equilibrio mondiale. Il “Potere assoluto”, rappresentato dal “Grande fratello”, si basava sulla propaganda che faceva uso dei mezzi di comunicazione di massa e della tecnologia, per manipolare l’opinione pubblica e per attuare l’annullamento totale e definitivo dell’individualità. In Oceania, come scriveva George Orwell, “…nulla si possedeva di proprio, se non pochi centimetri cubi dentro il cranio”. Sì, perché a tutto pensava il “Grande fratello”. Perché, come scriveva Orwell “…Ogni successo, ogni risultato positivo, ogni vittoria, ogni conoscenza scientifica […] si pensa provengano dalla sua guida e dalla sua ispirazione”.

    L’autore del romanzo 1984 era convinto che, facendo uso di tutti i potenti e ben coordinati mezzi di propaganda “…si può manipolare l’opinione pubblica a proprio piacimento”. Tutto ciò in funzione e sostegno della strategia del “Grande Fratello”, uno dei pochi obiettivi fondamentali del quale era quello di controllare e di orientare il modo di pensare non solo di una singola persona, ma di tutta la società. Altri obiettivi della strategia del “Grande fratello” erano sia la costituzione della “Neolingua” (Newspeak), che l’attivazione di quello che veniva chiamato il “Bipensiero” (Doublethink). Di una grande importanza era stata considerata anche la costituzione e l’intransigente onnipresenza operativa della “Psicopolizia” (Thought Police) in tutta l’Oceania. Una struttura, quella, parte integrante del “Ministero dell’Amore” (Miniluv), che con i suoi metodi “persuasivi riusciva a convincere tutti”, oppure “li faceva tacere per sempre”. George Orwell era fermamente determinato e socialmente motivato a diffondere il suo messaggio ammonitivo contro tutto ciò che poteva, in qualche modo, contribuire ad annientare dei diritti e dei valori fondamentali dell’umanità come la libertà e la dignità individuale. Già da prima dell’inizio della seconda guerra mondiale e fino alla fine Orwell aveva reso pubblico il suo impegno sociale e la sua determinazione a scrivere contro le ingiustizie e le mostruosità delle dittature, sia di destra che di sinistra. Ragion per cui, come egli stesso aveva affermato, ogni sua riga “…sarà spesa contro il Totalitarismo”. E così ha fatto. Come testimoniano anche i suoi due noti romanzi: La fattoria degli animali e 1984. Dopo aver finito 1984, Orwell aveva dichiarato che lo aveva scritto “…per cambiare il parere degli altri sul tipo di società per la quale essi devono combattere”.

    L’autore di queste righe è una di quelle tante, tantissime persone in tutto il mondo che hanno letto e riletto, imparando molto, sia La fattoria degli animali che 1984. Egli ha anche scritto per il nostro lettore un intero articolo riferendosi soprattutto al romanzo 1984. Riferendosi all’onnipotente ed onnipresente “Grande fratello”, quale rappresentante indiscusso del “Potere assoluto”, egli scriveva che “…tramite le manipolazioni programmate e meticolosamente attuate del cervello umano ed una spietata repressione, aveva annullato la coscienza dell’individuo e quella collettiva in Oceania”. L’autore di queste righe è stato e tuttora è convinto che bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, per non permettere mai che anche la cultura sia annientata dal “Potere assoluto”. Per non permettere mai che la “Neolingua” (Newspeak), con un ridottissimo numero di parole attive, potesse “…ridurre, perciò, al massimo la capacità di espressione e di pensiero, individuale e/o collettivo.” Perché era una lingua che tendeva “… a soffocare la lingua vivente, fino a farla scomparire”. Ragion per cui bisogna sempre salvare la lingua dalla “corruzione della parola”, come scriveva George Orwell. L’autore di queste righe, in seguito, esprimeva la sua ferma convinzione che “…Bisogna combattere, sempre più numerosi e determinati, anche per non permettere mai che chiunque, un “Grande Fratello” o chicchessia, possa manipolare mentalmente il genere umano, fino al punto di attivare quello che George Orwell chiamava il “Bipensiero” (Doublethink). E cioè la capacità di sostenere simultaneamente due opinioni in palese contraddizione tra loro e di accettarle entrambe come esatte”. Ma anche per non permettere mai che in qualsiasi Paese si possa arrivare fino al punto che “La menzogna diventi verità e passi alla storia”. E per non permettere mai che colui il quale controlla il passato possa controllare il futuro. Perché, come scriveva Orwell, “chi controlla il presente controlla il passato”. Per non permettere mai di considerare normali affermazioni come “La guerra è pace”, “La libertà è schiavitù” e “L’ignoranza è forza”. (Bugie, arroganza e manipolazioni; 27 luglio 2020).

    Il 18 settembre scorso in Albania è stato costituito il nuovo governo; il terzo guidato dall’attuale primo ministro. Proprio colui che, basandosi su delle realtà immaginarie e virtuali, diffuse dalla sua ben potente e funzionante propaganda governativa e mediatica, non ha mai mantenuto una che una sola promessa fatta ufficialmente e pubblicamente. Proprio quel primo ministro che, fatti accaduti, documentati e ufficialmente denunciati alla mano, è il rappresentante istituzionale di una ormai costituita dittatura sui generis. Di un nuovo regime totalitario, espressione dell’alleanza del potere politico con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti locali e internazionali, della quale non si sa chi sia il vero gestore.  Si tratta, in realtà, di una nuova restaurata dittatura che si serve anche di un’opposizione politica che da anni ormai è semplicemente una “stampella” del primo ministro e serve come facciata, sfruttata ed usata per dei motivi propagandistici quando serve. E serve spesso, serve ogni giorno, vista la drammatica realtà, quotidianamente vissuta e sofferta in Albania. In una simile realtà, il 18 settembre scorso, durante la prima riunione del Consiglio dei ministri, subito dopo il giuramento del nuovo governo nelle mani del Presidente della Repubblica, tra i primi atti ufficiali approvati c’era anche la delibera della costituzione dell’Agenzia per i Media e l’Informazione! Un segnale veramente allarmante ed un’ulteriore e preoccupante espressione di totalitarismo, vista proprio la drammaticità e la gravità della testimoniata e facilmente verificabile realtà albanese. Si tratta di un altro passo pericoloso in avanti verso un ulteriore consolidamento del regime totalitario in Albania. L’appena costituita Agenzia per i Media e l’Informazione, sarà controllata direttamente dal primo ministro, tramite il suo direttore generale, che è uno dei veramente pochi fedelissimi del primo ministro, attualmente il suo direttore della comunicazione. L’atto ufficiale di costituzione della nuova Agenzia stabilisce che il direttore generale avrà lo stesso status di quello del ministro. La nuova Agenzia avrà il compito di coordinare la comunicazione con i media ed il pubblico di tutti i ministeri e delle altre istituzioni importanti governative in Albania. Sempre secondo l’atto di costituzione, l’Agenzia avrà anche il compito di controllare l’attività pubblica dei ministri, comprese le loro ufficiali dichiarazioni pubbliche, nonché le nomine e le sostituzioni dei portavoce delle istituzioni governative. Immediate e forti sono state tutte le reazioni ufficiali delle organizzazioni internazionali dei media. Nella loro dichiarazione ufficiale i rappresentanti di sei organizzazioni internazionali per la libertà dell’espressione hanno considerato l’Agenzia come un mezzo di repressione e di controllo dei giornalisti e chiedono alle istituzioni dell’Unione europea di “coinvolgere immediatamente il governo albanese per trattare simili preoccupazioni come questioni prioritarie durante i prossimi negoziati d’adesione [nell’Unione europea]”.

    Chi scrive queste righe continuerà a seguire questo argomento e ad informare oggettivamente il nostro lettore, come sempre ha fatto. Nel frattempo è convinto però, che l’atto della costituzione dell’Agenzia per i Media e l’Informazione, proprio durante la prima riunione dell’appena costituito governo albanese, non può non destare serie preoccupazioni. Perché rievoca tutto quanto ha maestosamente scritto George Orwell nel suo ben noto e molto letto romanzo 1984 e fa pensare ad un ministero della propaganda. Ma, inevitabilmente, rievoca e ricorda il modello del ministero della Propaganda, diretto dal 1933 al 1945 da Joseph Goebbels, durante il famigerato regime nazista in Germania. E tutto ciò non può non essere considerato un’ulteriore e preoccupante espressione di totalitarismo, come conferma della restaurazione e del consolidamento della dittatura sui generis in Albania! Gli albanesi però devono tenere ben presente che, come scriveva George Orwell, la propaganda è veramente un’arma, come i cannoni o le bombe, e imparare a difendersene è importante, come trovare riparo durante un attacco aereo.

  • North Korea: Vulnerable at risk of starvation, UN expert says

    Vulnerable children and elderly people in North Korea are at risk of starvation, a UN expert has said.

    The UN’s special rapporteur on human rights in the country blamed international sanctions and a Covid blockade for worsening food shortages.

    As a result, North Koreans are struggling daily to “live a life of dignity” Tomas Ojea Quintana said.

    He called for the sanctions – imposed over North Korea’s nuclear programmes – to be lifted to prevent a crisis.

    North Korea is thought to be in dire economic straits.

    It closed its borders to contain the spread of Covid-19. Trade with China has plummeted as a result. North Korea relies on China for food, fertiliser and fuel.

    This week, leader Kim Jong-un admitted the country was facing a “grim situation”, the state news agency reported.

    There have been reports that food prices had spiked, with NK News reporting in June that a kilogram of bananas costs $45 (£32).

    In his latest report, Mr Quintana said the UN Security Council should look at easing the international sanctions and allow “humanitarian and life-saving assistance”.

    The US under President Joe Biden has repeatedly said it is willing to talk to North Korea, but has demanded Pyongyang give up nuclear weapons before sanctions can be eased. North Korea has so far refused.

    Earlier this week, Mr Kim blamed the US for stoking tensions, saying it needs to continue developing weapons for self-defence.

    Despite its economic woes, North Korea has continued to build its weapons and missile arsenals.

    It has recently tested what it claims to be new hypersonic and anti-aircraft missiles.

  • Anche i libri per bambini di Hong Kong nel mirino del regime di Pechino

    Anche i testi illustrati per bambini sono finiti nelle strette maglie della sicurezza nazionale di Hong Kong. La polizia ha arrestato cinque associati dell’Unione generale dei logopedisti, una sigla sindacale locale, a causa di “tre libri sediziosi” per bambini con pecore sospettate di incitare all’odio verso i governi dell’ex colonia e di Pechino, rappresentati dai lupi.

    Il sovrintendente senior Steve Li del dipartimento della Sicurezza nazionale ha spiegato le ragioni alla base delle accuse con le pecore identificate con la gente di Hong Kong, mentre nelle storie compaiono a un certo punto i lupi famelici che, nell’interpretazione, sono ritenuti essere la Cina. “Un libro mostrava le pecore molto pulite e i lupi molto sporchi. Ha cercato di accusare la Cina di aver portato il virus”, ha detto Li in una surreale conferenza stampa. Le prefazioni in due dei tre testi collegano le storie alle proteste contro il governo del 2019 e, sul punto, Li ha specificato che le pubblicazioni mirano a glorificare la violenza e ad incitare i bambini a odiare il governo e la magistratura della città. Un’altra storia alluderebbe a uno sciopero tenuto dagli operatori sanitari all’inizio del 2020 per cercare di fare pressione sul governo sulla chiusura delle frontiere con la Cina a causa della pandemia del Covid-19. “Il libro mostrava che le pecore erano molto pulite e i lupi molto sporchi. Ha cercato di accusare la Cina di aver portato il virus – ha osservato -. I libri, per esempio, mostravano i lupi mentre gettavano spazzatura e sputavano dappertutto”.

    Le persone arrestate sono due uomini e tre donne di età compresa tra i 25 e i 28 anni con l’accusa di aver cospirato per la pubblicazione di materiale sedizioso, tra cui il presidente il vicepresidente, il segretario e il tesoriere dell’Unione.

    Li ha invitato i genitori e i distributori a liberarsi dei libri incriminati: “Tutte le pubblicazioni sono rivolte a bimbi di età compresa tra i 4 e i 7 anni, età cruciale per sviluppare la conoscenza morale ed etica. Insegnando loro che il bianco è nero e il nero è bianco, con quali valori cresceranno? Potrebbero finire per avere intenzioni criminali”, ha azzardato il sovrintendente, non escludendo altri arresti.

    La Confederazione dei sindacati (CTU) pro-democrazia ha espresso forte preoccupazione per il caso, ritenuto il segnale di un’escalation volta a strangolare la libertà di espressione, nonché “una campana a morto per la libera creazione artistica. Oggi un libro per bambini è definito sedizioso. Domani qualsiasi metafora potrebbe essere letta come tale”, ha affermato la CTU in una nota. “Questo spiega anche perché molti creatori si autocensurano, ritirando le loro opere dagli scaffali. Il caso mostra ancora una volta come la legge sia stata usata dalle autorità per diffondere la paura”.

    Intanto il tribunale di West Kowloon ha negato la libertà su cauzione a quattro ex alti dirigenti dell’Apple Daily, il tabloid pro-democrazia fondato da Jimmy Lai e costretto alla chiusura il 24 giugno, accusati di aver violato la legge sulla sicurezza nazionale. L’editore associato Chan Pui-man, il capo editoriale della sezione di notizie in inglese Fung Wai-kong, il caporedattore esecutivo Lam Man-chung e l’editorialista Yeung Ching-kei devono rispondere di cospirazione e collusione con le forze straniere per il fatto di aver chiesto sanzioni contro Hong Kong e la Cina.

  • Xi Jinping in visita in Tibet, 31 anni dopo Jiang Zemin

    Dopo più di un decennio, Xi Jinping è tornato a Lhasa, la capitale del Tibet, alla guida di una delegazione ufficiale, nel 70° anniversario dell’invasione della regione da parte delle truppe comuniste, un evento celebrato a Pechino come “pacifica liberazione”. Si tratta della prima visita di Xi da presidente della Repubblica popolare: il primo e ultimo leader cinese in carica a recarvisi era stato Jiang Zemin, nel 1990.

    L’agenzia Xinhua, ha riferito che Xi è arrivato ieri a Lhasa dopo aver visitato il giorno prima Nyingchi, nel Sud verso il sensibile confine con l’India, anche nota come la Svizzera del Tibet, per le sue valli fluviali e gole alpine. Nel filmato diffuso dall’emittente statale Cctv, lo si vede salutare una folla con costumi etnici e con in mano bandiere cinesi mentre scende dall’aereo, accolto da tappeto rosso e da danze tradizionali. “Tutte le regioni e le genti di tutte le etnie in Tibet marceranno verso una vita felice”, ha promesso il presidente.

    Sebbene sia arrivato all’aeroporto di Nyingchi Mainling, la sua visita non è stata menzionata sui media ufficiali per alcuni giorni. Dopo un “caldo benvenuto da parte di quadri e folle di tutti i gruppi etnici”, racconta Cctv, Xi è andato al ponte sul fiume Nyang per valutare la situazione ecologica e ambientale di questo corso d’acqua e del fiume Yarlung Tsangpo. Il presidente ha anche visitato il locale Museo dell’urbanistica e altre aree per esaminare la pianificazione dello sviluppo urbano, la rivitalizzazione rurale e la costruzione di parchi urbani. E’ stato anche alla stazione ferroviaria di Nyingchi per conoscere la pianificazione della ferrovia Sichuan-Tibet prima di prendere un treno per Lhasa, la capitale del Tibet, e anche città più in alto del mondo, 3.656 metri sopra il livello del mare. Qui, è stato accompagnato dal capo del partito comunista locale, Wu Yingjie, in una passeggiata nel quartiere Bakhor, vicino al tempio Jokhang, tra una massiccia presenza di forze di sicurezza.

    Xi aveva visitato già due volte la regione autonoma dove Pechino è accusata a livello internazionale di perseguire il rafforzamento della sua presenza militare e politiche di assimilazione etnica e culturale: nel 1998, in veste di capo del partito della provincia del Fujian e nel 2011, come vicepresidente. In quest’ultima occasione, aveva commemorato a Lhasa quella che definisce “la pacifica liberazione del Tibet” e promesso di combattere le “attivita’ separatiste” legate al Dalai Lama, il leader spirituale buddista in esilio in India dal 1959 e contro la cui influenza sul Tibet la Cina ha combattuto per anni, investendo massicciamente nella regione dopo le proteste del 2008 contro il regime comunista. A oggi, le manifestazioni sono praticamente scomparse, fatta eccezione per i tragici gesti di alcuni monaci buddisti, fedeli al Dalai Lama, che negli ultimi anni si sono dati fuoco per protesta.

    A differenza delle precedenti visite, questa volta Xi ha spostato l’attenzione dalla questione separatismo e sicurezza interna, ai dossier interni puntando sui temi della stabilità e dello sviluppo. Secondo Junfei Wu, vice direttore del think tank Tianda Institute di Hong Kong, “l’adattamento del buddismo tibetano alla società socialista” e il rafforzamento dell’unità etnica, con la promozione di un’educazione ideologica, sono le priorità di Xi in Tibet. “La sinizzazione delle religioni è già una pietra angolare della politica religiosa del governo centrale per forgiare una identità cinese comune”, ha spiegato l’analista, citato dal South China Morning Post, “è portata avanti non solo in Tibet ma anche in Xinjiang e Mongolia Interna”. Sul fronte dello sviluppo, invece, Xi è intenzionato ad attuare grandi progetti di infrastrutture per spingere la crescita economica e l’occupazione nella regione. I dati ufficiali mostrano che il settore pubblico impiega oltre il 40% della forza lavoro tibetana e gli analisti osservano che è necessario rivedere il modello di sviluppo per renderlo più sostenibile.

  • Usurpatori che consolidano i propri poteri

    Il potere acquistato con la violenza è mera usurpazione e dura solo finché
    la forza di chi comanda prevale su quella di coloro che obbediscono.

    Denis Diderot; da ‘Il pensiero politico dell’illuminismo’

    “Tiranno, era il nome con cui i Greci (quei veri uomini) chiamavano coloro che appelliamo noi re. E quanti, o per forza, o per frode, o per volontà pur anche del popolo o dei grandi, otteneano le redini assolute del governo, e maggiori credeansi ed erano delle leggi, tutti indistintamente a vicenda o re o tiranni venivano appellati dagli antichi.”. Così scriveva Vittorio Alfieri, precursore convinto dei principi e degli ideali del Risorgimento italiano, nel primo capitolo (Cosa sia il tiranno) del suo trattato Della Tirannide, pubblicato nel 1777.  Trattando il tema dei regimi, delle tirannidi, egli proseguiva nel secondo capitolo (Cosa sia la Tirannide), scrivendo che “Tirannide indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo”. Nel terzo capitolo (Della Paura), l’autore, trattando cosa potrebbe stimolare la paura nel genere umano, scriveva: “…Teme l’oppresso, perchè oltre quello ch’ei soffre tuttavia, egli benissimo sa non vi essere altro limite ai suoi patimenti che l’assoluta volontà e l’arbitrario capriccio dell’oppressore. Da un così incalzante e smisurato timore ne dovrebbe pur nascere (se l’uom ragionasse) una disperata risoluzione di non voler più soffrire: e questa, appena verrebbe a procrearsi concordemente in tutti o nei più, immediatamente ad ogni lor patimento perpetuo fine porrebbe…”. Ed in seguito, nel quarto capitolo (Della Viltà) tratta il rapporto che si crea tra la paura e la viltà. Vittorio Alfieri era convinto che “…Dalla paura di tutti nasce nella tirannide la viltà dei più. Ma i vili in supremo grado necessariamente son quelli, che si avvicinano più al tiranno, cioè al fonte di ogni attiva e passiva paura….”. E conclude, esprimendo la sua convinzione che “….mi pare ben dimostrata cosa, che nella tirannide, ancorchè avviliti sian tutti, non perciò tutti son vili”.  In seguito, nel trattato Della Tirannide, l’autore analizza i dettagli ed esprime il suo valoroso e sempre attuale pensiero su tanti altri argomenti.

    Una “mera usurpazione”, e cioè una pura appropriazione di tutto ciò che è di altri, lo considerava Diderot, noto filosofo e scrittore francese del Settecento, il potere acquistato con la violenza. Ma la storia, dalla quale bisogna sempre imparare, ci insegna che il potere si acquista, si usurpa non solo con la violenza. Perché, come era convinto anche Vittorio Alfieri, i tiranni, coloro che “otteneano le redini assolute del governo”, lo fanno “o per forza, o per frode”. La storia ci insegna che l’usurpazione del potere, l’appropriazione in modo illecito di funzioni, incarichi e responsabilità che dovevano appartenere e si dovevano svolgere da altri, si verifica spesso, in diverse parti del mondo, sotto diversi aspetti, ma sempre con delle drammatiche conseguenze.

    Le gravi, drammatiche e sofferte conseguenze dell’usurpazione del potere si stanno verificando in questi ultimi anni anche in Albania. Il primo ministro, dopo le elezioni del 25 aprile scorso, ha consolidato l’usurpazione del potere esecutivo. E siccome lui controlla anche il potere legislativo e quello giudiziario, che secondo Montesquieu rappresentano i tre pilastri sui quali si fonda uno Stato democratico, risulterebbe che il primo ministro ha consolidato la sua usurpazione dei poteri in Albania. Nel suo ormai molto noto libro Spirito delle leggi, pubblicato nel 1748, Montesquieu scriveva che “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti”. Egli era convinto che “una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica”. Sovranità, propriamente intesa come la capacità, l’autorità di esercitare poteri. Perciò “tiranniche” rischiano di diventare anche le conseguenze della palese usurpazione del potere da parte del primo ministro in Albania.

    La scorsa settimana l’autore di queste righe informava il nostro lettore sugli sforzi fatti dal primo ministro e dalla sua ben organizzata e potente propaganda governativa per distorcere, offuscare, annebbiare l’attenzione mediatica e pubblica da una notizia resa nota il 2 luglio scorso. Si trattava della pubblicazione dell’esito di un’inchiesta portata avanti, da alcuni anni, dalla Direzione investigativa antimafia (DIA) di Bari. L’autore di queste righe scriveva: “…Per “annebbiare” tutto quanto è stato reso noto il 2 luglio scorso bisognava trovare, come sempre, anche dei colpevoli. E questa volta, oltre al sindaco, il primo ministro ha deciso di “incolpare” le strutture della polizia di Stato. Proprio di quella polizia che fino a pochi mesi fa era la “Polizia che vogliamo””. In Albania tutti possono essere ormai dichiarati colpevoli ed essere sacrificati. Basta che si salvi il principale colpevole, almeno istituzionalmente, e cioè il primo ministro. Ma lui è però anche il primo tra gli “intoccabili”. Lo ha dichiarato il 9 luglio scorso, di fronte a tutti i sindaci, che “…sarà chiunque di voi, ma non io […] che andrà davanti alla Struttura Speciale Anticorruzione per dare spiegazioni” (Ipocrisia, bugie e inganni che, invece, accusano pesantemente; 12 luglio 2021). Dal 2 luglio ad oggi sono riemersi molti scandali governativi milionari che hanno attirato l’attenzione mediatica e pubblica. Scandali che stanno mettendo in vistosa difficoltà il primo ministro e la sua propaganda governativa. Si tratta di scandali che evidenziano palesemente l’arrogante ed esorbitante abuso di potere, lo sperpero del denaro pubblico, la pericolosa e galoppante corruzione, a tutti i livelli che sta corrodendo le strutture statali e l’amministrazione pubblica. Sono tutte delle inevitabili conseguenze dell’usurpazione del potere da parte del primo ministro, ormai consolidato dopo le controllate, condizionate e manipolate elezioni parlamentari del 25 aprile 2021 in Albania.

    Ma tutto ciò non poteva mai e poi mai accadere se in Albania ci fosse stata istituzionalmente operativa una vera, responsabile e determinata opposizione. Purtroppo colui che, dal 2013 ad oggi, ha assunto la direzione del partito democratico e dell’opposizione invece di contrastare, ostacolare ed impedire la folle e irresponsabile corsa del primo ministro, fatti accaduti alla mano, ha usufruito del suo incarico per scendere a patti con lui, diventando una manna santa per il primo ministro. L’autore di queste righe ha informato da anni il nostro lettore di tutto ciò. Come ha informato il nostro lettore anche delle ridicole “giustificazioni” del capo dell’opposizione, dopo la quarta sconfitta elettorale e dopo tutte le “garanzie”, pubblicamente date da lui, sulla “difesa” del voto degli albanesi durante le elezioni del 25 aprile scorso. Ma per rimanere attaccato alla sua poltrona, per continuare a consolidare l’usurpazione del suo potere istituzionale, il capo del partito democratico ha indetto le elezioni interne per il 13 giugno scorso. Una farsa quella, di cui il nostro lettore è stato informato (Il doppio gioco di due usurpatori di potere; 14 giugno 2021). E dopo aver “vinto” un altro mandato come dirigente del partito, ha indetto anche la convocazione di un congresso straordinario del partito, in palese violazione dello Statuto. Un congresso “straordinario” che doveva trattare delle questioni più che ordinarie. Una delle quali, la costituzione del nuovo Consiglio Nazionale, in palese violazione con lo Statuto del partito. Un congresso svoltosi il 17 luglio scorso. E come era purtroppo prevedibile, il capo del partito democratico e dell’opposizione ha semplicemente usato quella “farsa congressuale” soltanto per consolidare ulteriormente l’usurpazione del partito. Si tratta proprio del primo partito di opposizione in Albania, costituito il 12 dicembre 1990 e che ha motivato e guidato gli albanesi contro la più crudele dittatura comunista in Europa. Un partito che purtroppo, dopo essere stato usurpato dal suo capo nel 2013, sarebbe diventato un’impresa familiare di grande reddito. Le cattive lingue, da anni ormai, dicono che il primo ministro “collabora” anche con il capo dell’opposizione, in cambio di benefici ed appalti milionari dati ai suoi familiari. La scorsa settimana alcuni media hanno pubblicato un nuovo scandalo milionario per la costruzione di un nuovo porto a Durazzo. Ebbene, secondo i media, quell’appalto è stato vinto da un’impresa che è stata registrata in un paradiso fiscale recentemente e che avrebbe dei legami, guarda caso, proprio con un stretto familiare dell’usurpatore del partito democratico. Indagare su questo caso sarà uno dei tantissimi compiti ed obblighi istituzionali delle nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia.

    Chi scrive queste righe, anche in questo caso, avrebbe avuto bisogno di molto più spazio, per trattare, analizzare e informare oggettivamente il nostro lettore. Egli però è convinto che sia il primo ministro, che il capo dell’opposizione, simili in molti aspetti caratteriali e modi di operare, in questi ultimissimi mesi e giorni hanno ulteriormente consolidato i propri poteri usurpati. E si tratta di poteri che, come affermava Diderot, dureranno finché la forza di chi comanda prevarrà su quella di coloro che obbediscono. E sia il primo ministro che il capo dell’opposizione hanno beneficiato anche dei “…vili che si avvicinano più al tiranno, cioè al fonte di ogni attiva e passiva paura”, come scriveva Vittorio Alfieri. Affermando anche, riferendosi al tiranno, che “…ogni società, che lo ammette è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta è schiavo”. Chi scrive queste righe condivide e spesso ripete la convinzione di Benjamin Franklin che “Ribellarsi ai tiranni significa obbedire a Dio”. E se un popolo non si ribella ai tiranni, agli usurpatori del potere, allora merita di rimanere schiavo. Al popolo, ai cittadini albanesi la scelta!

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