dittatura

  • Un vergognoso, offensivo e preoccupante sostegno alla dittatura

    Ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera.

    Totò: dal film “I Tartassati”

    Nell’ultimo decennio del secolo passato la situazione in Albania stava seriamente e gravemente peggiorando di anno in anno. La dittatura era diventata sempre più atroce ed insopportabile. Ma non erano soltanto le perpetue, consapevoli, irresponsabili e arroganti violazioni dei diritti e delle libertà innate che preoccupavano i cittadini. Essi erano, altresì, quotidianamente costretti anche a delle restrizioni economiche di vario tipo. Restrizioni che evidenziavano e testimoniavano l’inevitabile ed il totale fallimento del sistema economico adottato dalla dittatura. La situazione era gravemente e ulteriormente peggiorata durante la seconda metà degli anni ‘80 del secolo passato. Mancavano i generi alimentari di prima necessità. Tutto era razionato e le quantità previste, per ogni nucleo familiare, erano ai limiti della sopravvivenza. Ma non sempre i cittadini riuscivano ad avere anche quello. Le file davanti ai negozi erano lunghe e non sempre i cittadini, messi uno dietro l’altro spesso anche dalla notte precedente, riuscivano a portare a casa tutto quello di cui avevano un vitale bisogno. Gli scaffali dei negozi erano sempre più vuoti. E proprio in quel drammatico periodo la propaganda del regime riuscì a trovare una “soluzione”. Ma non si trattava di garantire alla popolazione le forniture dei tanto necessari generi alimentari. No, si trattava, bensì, di un “Premio”. Proprio di un premio, con il quale la propaganda della dittatura comunista poteva fare uso ed abuso! Il 6 aprile 1987, durante una conferenza internazionale che si stava svolgendo in Messico, all’Albania è stato conferito il “Premio internazionale per la Nutrizione” (Sic!). Quale affronto e quale sarcasmo era quel “Premio” per gli affamati cittadini albanesi! E quale sfacciata ipocrisia quella della propaganda del regime! Ma la propaganda comunista allora aveva un vitale bisogno di quel “riconoscimento internazionale”. Per il resto, per quello che poteva pensare la gente, non gli importava nulla. Anche perché il famigerato “articolo 55” del Codice penale portava direttamente in prigione chiunque dicesse, o addirittura, alludesse a qualcosa. Ma la sfacciataggine della propaganda comunista non si fermò lì. Per dare più importanza e peso alla “lieta notizia”, annunciò che il “Premio”, espressione di un alto riconoscimento, era stato conferito all’Albania dalla FAO (Food and Agriculture Organization – Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura; n.d.a.). In realtà si è venuto a sapere, dopo il crollo della dittatura, che in quella conferenza la FAO partecipava semplicemente, come tutte le altre delegazioni! Mentre il premio era stato conferito all’Albania dalle autorità messicane, come un dovuto, ma anche richiesto riconoscimento. Tutto ciò perché l’Albania nel 1976 era uno dei tre Paesi soltanto che avevano sostenuto la candidatura messicana per il posto del Segretario generale dell’ONU. Un’assegnazione quella che, quasi unanimemente, è stata riconosciuta, per la seconda volta, al Segretario uscente Kurt Waldheim.

    Il 29 marzo 2017, mentre in Albania la coltivazione della cannabis era pericolosamente diffusa in tutto il territorio, in Francia veniva premiato l’attuale primo ministro albanese. Per lui il suo omologo francese aveva chiesto ed ottenuto il conferimento della tanto ambita e prestigiosa medaglia francese: quella del “Comandante della Legione d’Onore”! Proprio a lui che, almeno istituzionalmente, era la persona direttamente responsabile della cannabizzazione del Paese. Si trattava di un’attività criminale, verificata, documentata e denunciata non solo in Albania, dall’opposizione e da quei pochi media non controllati dal governo albanese, ma anche, anzi e soprattutto dalle istituzioni specializzate e dai media internazionali. Si trattava allora, nel 2017, di una preoccupante attività criminale, nella quale sono stati coinvolti almeno un ex ministro degli Interni, molti alti funzionari della polizia di Stato, ormai ricercati, ed altre istituzioni governative. E tutto ciò non poteva accadere senza il diretto beneplacito del primo ministro. Proprio di colui che, il 29 marzo 2017, ha ricevuto dalle mani del suo omologo francese la medaglia di “Comandante della Legione d’Onore”. Allora lo stesso primo ministro francese, alcuni mesi prima, riferendosi ad uno scandalo che vedeva coinvolto il suo ministro degli Interni, dichiarava: “Quando si è legati all’autorità dello Stato occorre essere impeccabili riguardo le istituzioni e le regole che le reggono”! L’autore di queste righe scriveva allora per il nostro lettore che “…Le motivazioni ufficiali dell’onorificenza non convincono e non potevano convincere nessuno in Albania… Quelle motivazioni urtano fortemente con la realtà albanese e offendono l’intelligenza di tantissimi cittadini che ne soffrono le conseguenze”. E poi continuava: “Le informazioni non mancano e sono tante, dettagliate e attendibili. Le dovrebbero conoscere anche le autorità francesi” – (A chi e cosa credere ormai in Francia?; 3 aprile 2017).

    Il 23 febbraio scorso, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ha conferito un nuovo Premio, quello dei “Campioni Internazionali dell’Anticorruzione”, a dodici personalità scelte che operano nel campo della giustizia in altrettanti Paesi del mondo (come Ecuador, Micronesia, Guatemala, Kirghizistan, Iraq, Sierra Leone, Guinea, Libia, Filippine ecc.). Tra quei dodici premiati c’era anche un giudice albanese. E guarda caso, si tratta proprio di una persona molto “chiacchierata” in questi ultimi anni. Non solo perché è un ex inquisitore del regime comunista, un procuratore che, alcuni mesi prima del crollo della dittatura, chiedeva ed otteneva la condanna a quindici anni di reclusione per alcuni cittadini, solo perché avevano abbattuto la statua di Stalin nel dicembre 1990. Tutto ciò soltanto due mesi prima del crollo della dittatura in Albania! Ma si tratta anche di un “uomo della legge” che, dati e fatti accaduti alla mano, ha continuamente infranto la legge. Anche quando, per rimanere in carica come giudice della Corte Suprema, nonostante il suo mandato fosse finito da sei anni, ha usato dei “trucchetti” ed ha beneficiato del diretto appoggio governativo. Si tratta di un “giusto” che aveva “dimenticato” di dichiarare parte dei beni in suo possedimento, come prevede proprio la legge! Si tratta della stessa persona che, nell’autunno del 2019, è stata direttamente coinvolta in un grave scandalo istituzionale. Scandalo denunciato ufficialmente dal Presidente della Repubblica. Uno scandalo che riguardava la palese violazione delle procedure per la selezione dei candidati giudici dell’allora non funzionante Corte Costituzionale. Corte che il primo ministro voleva e tuttora vuole controllare direttamente. Uno scandalo quello, sul quale è stata chiesta anche l’opinione della Commissione di Venezia (La Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto; n.d.a.). Opinione che ha dato però pienamente ragione alle accuse del Presidente della Repubblica. Ragion per cui anche il primo ministro e i suoi hanno subito dopo “abbandonato” il giudice, come la scorza di un limone spremuto, E per rendere tutto più convincente, hanno messo in campo anche l’Alto Consiglio dei Giudici che, con una sua delibera, costrinse quel “giudice illustre” a lasciare il suo importante incarico istituzionale, come presidente del Consiglio delle Nomine nella Giustizia. Il nostro lettore è stato informato di tutto ciò a tempo debito. Guarda caso però, proprio quel giudice è stato selezionato tra tanti altri, per essere premiato dal Dipartimento di Stato, il 23 febbraio scorso, con la nuova onorificenza dei “Campioni Internazionali dell’Anticorruzione”! Nella dichiarazione del Dipartimento di Stato si sottolineava, tra l’altro, anche che quel premio veniva conferito a quelle persone che, secondo l’opinione degli Stati Uniti d’America “…hanno instancabilmente lavorato, spesso affrontandosi con delle inimicizie, per difendere la trasparenza, per combattere la corruzione e per garantire il rendiconto nei propri Paesi”. Rispettando la valutazione per gli altri undici premiati, non si potrebbe dire lo stesso per il giudice albanese, anzi! Chissà perché una simile scelta fatta del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America?!

    Chi scrive queste righe, anche questa volta, avrebbe avuto bisogno di più spazio per analizzare e trattare come meriterebbe una così inattesa, immeritata e ingiustificata premiazione da parte del Dipartimento di Stato al giudice albanese. Ma tutto fa pensare ad una densa e ben pagata attività lobbistica. Come nell’aprile del 1987 con il “Premio internazionale per la Nutrizione”. E come nel marzo 2017, con la medaglia di “Comandante della Legione d’Onore”, conferita all’attuale primo ministro albanese. Peccato che non c’è più spazio per continuare! Ma tutto ciò, chi scrive queste righe lo considera convinto e semplicemente un vergognoso, offensivo e preoccupante sostegno alla dittatura ormai funzionante in Albania. Per il resto, egli pensa che aveva pienamente ragione Totò quando diceva che ognuno ha la faccia che ha, ma qualche volta si esagera.

  • Venezuela’s National Assembly asks government to expel EU ambassador

    Venezuela’s National Assembly has called on the government to expel the European Union’s ambassador to Caracas, Isabel Brilhante Pedrosa, after the bloc adopted fresh sanctions against 19 Venezuelan officials.

    The 2015 National Assembly (NA) on Tuesday urged President Nicolas Maduro to call Brilhante Pedrosa persona non grata and to close the EU office in Caracas. The country’s Foreign Minister, Jorge Arreaza would meet with the EU ambassador on Wednesday, along with ambassadors and diplomatic representatives from other EU countries, including from France, Germany, Spain and the Netherlands.

    Earlier in the week, the Union’s foreign affairs ministers decided to add 19 leading Venezuelan officials to their sanctions list, due to their “role in acts and decisions undermining democracy and the rule of law in the country, or as a result of serious human rights violations.”

    The officials are targeted for undermining the oppositions’ electoral rights and the democratic functioning of the National Assembly, and for serious violations of human rights and restrictions of fundamental freedom, according to a statement issued on Monday.

    In January, the EU’s heads of state and government had stated they were ready to adopt additional targeted restrictive measures following the outcome of December’s elections in the country.

    The EU move brings to 55 the total number of individuals subject to sanctions.

  • Due anni di galera alle giornaliste bielorusse che hanno seguito le proteste contro Lukashenko

    Katsyaryna Andreyeva e Darya Chultsova, le due giornaliste di Belsat (la stazione televisiva satellitare polacca rivolta alla Bielorussia), sono state condannate a due anni di prigione per aver riportato in diretta una manifestazione a Minsk, nel novembre scorso. La sentenza, l’ultima di una lunga scia di repressione da quando è scoppiata la protesta, è stata definita “assurda” dal legale delle reporter dato che le giornaliste “stavano solo facendo il loro mestiere”.

    Sulla vicenda è intervenuta anche la leader dell’opposizione, Svetlana Tikhanovskaya, ora in esilio. “Basta guardare Darya e Katsiaryna: forti, sorridenti, salutano i loro cari attraverso le sbarre. Lukashenko non può spezzarci”, ha scritto su Twitter in sostegno alle reporter. Andreyeva e Chultsova, 27 e 23 anni, nella loro ultima dichiarazione in aula hanno nuovamente respinto le accuse contro di loro, definendole politicamente motivate in quanto la loro unica ragione per essere alla protesta era quella di documentare cosa stava accadendo (live via streaming). Ma evidentemente il loro lavoro non è piaciuto ai piani alti del regime, dato che le forze dell’ordine si sono presentate nell’appartamento da dove stavano trasmettendo – e che aveva una buona visuale sulla piazza dove stava avvenendo la manifestazione in ricordo di Raman Bondarenko, attivista massacrato di botte da frange estremiste vicine alle autorità – e le hanno arrestate.

    “Andreyeva e Chultsova avevano appena coperto un’azione di protesta”, ha ricordato il legale Syarhey Zikratski. “Tutti abbiamo seguito i loro servizi. Le parole che hanno usato erano solo una descrizione di ciò che stava accadendo e sono state erroneamente utilizzate come base per l’accusa contro di loro”, ha dichiarato Zikratski sottolineando che il lavoro giornalistico non può essere definito “disturbo dell’ordine civile”, come sentenziato dalla corte. Il marito di Andreyeva, Ihar Ilyash, anch’egli un giornalista, si è scagliato contro la sentenza: “Ora tutti noi giornalisti dobbiamo riferire ancora di più cosa sta avvenendo per distruggere completamente questo regime terroristico”.

    Nel mentre il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, visto sempre di più come un paria dalla comunità internazionale, ha annunciato un incontro, lunedì 22 febbraio, con Vladimir Putin per “estesi colloqui”. Lukashenko ha negato di voler chiedere a Mosca un altro prestito, questa volta per 3 miliardi di dollari, così come sostengono alcune voci. “Ci sono cose più importanti di cui parlare, come il sostegno della Russia alla difesa e alla sicurezza del nostro Paese”, ha detto Lukashenko precisando che, oltre a Putin, vedrà il vicesegretario del Consiglio di Sicurezza, Dmitry Medvedev.

    Il Cremlino ha confermato l’incontro precisando che i 2 leader si concentreranno sui “rapporti bilaterali”, benché non si escludono scambi di vedute sui principali argomenti dell’agenda “internazionale”. Mosca, non è un segreto, resta interessata al progetto dello Stato dell’Unione in un’ottica di “maggiore integrazione”. Chi conosce il dossier sostiene però che si tratterebbe quasi di un’annessione. Lukashenko, per ora, è riuscito a resistere alle mire del Cremlino.

  • Deliri e irresponsabilità di un autocrate

    Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale: vedano cioè in lui l’animale delirante.

    Friedrich Nietzsche

    Il crollo del Muro di Berlino il 9 novembre 1989 segnò anche l’inizio della disgregazione del blocco comunista, guidato dall’Unione Sovietica (l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, costituita il 30 dicembre 1922 e smembrata  il 26 dicembre 1991; n.d.a.).  Un anno dopo, in tutti i Paesi dell’Europa dell’est erano caduti i regimi totalitari comunisti. L’ultimo che resisteva ancora, in quel periodo, era il più crudele di tutti, il regime albanese, nonostante avesse le sue ore contate. Ed era il 20 febbraio del 1991 quando migliaia cittadini, che avevano ucciso finalmente la paura, si diressero verso il centro di Tirana. Proprio lì, nella piazza principale della capitale, dove una gigantesca statua del dittatore comunista sfidava tutti. Una statua che i cittadini erano ben determinati e motivati a buttarla giù. Non sono valsi a niente neanche gli attacchi delle forze speciali del regime di fronte alla sacrosanta rivolta dei cittadini oppressi, da decine di anni, dalla dittatura. Finalmente, alle 14.06 di quel memorabile 20 febbraio 1991, la statua del dittatore è stata buttata giù, tirata con un cavo d’acciaio da un vecchio camion. Crollò così l’ultimo regime comunista dell’Europa dell’est. Il simbolismo di quella data era molto significativo ed importante. Lo esprimevano bene le frasi, gridate con cuore in quel periodo, dai cittadini in ogni parte dell’Albania. “Vogliamo l’Albania democratica!”. “Vogliamo l’Albania come tutta l’Europa!”. Così echeggiavano le strade e le piazze trent’anni fa in Albania.

    Purtroppo adesso, trent’anni dopo quel memorabile 20 febbraio 1991, l’Albania non è ancora un Paese democratico. Anzi, in Albania da alcuni anni, si sta consolidando una nuova e camuffata dittatura. Ma non per questo, meno pericolosa. Guarda caso, alcuni dei dirigenti delle massime istituzioni pubbliche sono proprio i diretti discendenti dei dirigenti della nomenklatura durante la dittatura comunista. Primo ministro in testa. E, guarda caso, l’ultimo ministro degli Interni della dittatura comunista attualmente è il presidente del Parlamento! Purtroppo adesso, dopo trent’anni, l’Albania si sta allontanando, ogni giorno di più, da quell’Europa che ha sempre rappresentato la libertà, la democrazia e la prosperità per gli albanesi. Non solo, ma purtroppo adesso, trent’anni dopo, si sta consapevolmente e diabolicamente cercando di dimenticare il 20 febbraio 1991 e tutto il suo simbolismo. Sabato scorso correva il trentesimo anniversario del simbolico crollo della famigerata e crudele dittatura comunista in Albania. Ma sabato scorso, tranne qualche “cinguettio” nelle reti sociali, quasi niente è stato fatto per ricordare e celebrare quanto è accaduto quel lontano ormai 20 febbraio 1991. Purtroppo, da alcuni anni, si stanno vistosamente riducendo le attività pubbliche per commemorare quella data ed il suo simbolismo! Ovviamente non ci si poteva aspettare che il primo ministro e i suoi facessero qualcosa in proposito. Ma non hanno organizzato e non hanno fatto nessuna attività celebrativa neanche i dirigenti del maggiore partito dell’opposizione albanese. Proprio di quel partito che, costituito nel dicembre 1990, ha motivato e guidato i cittadini nelle loro proteste, compresa anche quella del 20 febbraio 1991. Proteste che hanno fatto cadere l’ultima dittatura comunista nell’Europa dell’est. Chissà perché un simile comportamento da parte dei dirigenti dell’opposizione albanese?!

    Purtroppo, come dimostrano innumerevoli fatti accaduti e che stanno continuamente accadendo, fatti documentati e testimoniati, fatti pubblicamente noti e denunciati, la situazione in Albania sta peggiorando ogni giorno che passa. Il nostro lettore, da anni ormai, è stato continuamente informato di una simile e drammatica realtà. E di questa grave e preoccupante realtà il principale responsabile è il primo ministro del Paese. Proprio colui che, come sancito dalla Costituzione della Repubblica, ha il compito e l’obbligo istituzionale di gestire, nel migliore dei modi, la cosa pubblica e di garantire tutti i processi necessari per la democratizzazione del Paese, il rispetto di tutti i diritti dei cittadini, nonché il loro benessere, in tutte le sue forme. Purtroppo quanto è accaduto in Albania, anche durante quest’ultimo anno, dimostrerebbe proprio il contrario. Un anno questo, reso ancora più difficile dalla pandemia. Una grave situazione che non è stata affrontata con la dovuta serietà e responsabilità, istituzionale ed umana, da parte del primo ministro. Anzi, quanto è accaduto e sta accadendo, anche in questi ultimi giorni, sta palesemente evidenziando e testimoniando proprio un comportamento irresponsabile e delirante del primo ministro. Lui e la sua potente e ben organizzata propaganda stanno cercando di mentire e di ingannare di nuovo e per l’ennesima volta i sofferenti cittadini. Anche durante questo difficile e seriamente grave periodo di pandemia. Come sempre hanno fatto in questi otto anni, da quanto lui è salito al potere. E durante questi ultimi otto anni il primo ministro non ha fatto altro che abusare del potere conferito. Tenendo, però, presente che l’Albania è uno tra i più poveri Paesi europei. Un Paese dove, purtroppo, non funzionano più le istituzioni. O meglio, dove quasi tutte le istituzioni sono direttamente controllate dal primo ministro e/o da chi per lui. Comprese anche le istituzioni del “riformato” sistema della giustizia! Anche questo è ormai un fatto noto pubblicamente ed internazionalmente. E tutto ciò, per raggiungere un solo obiettivo: far vincere a tutti i costi il tanto ambito e vitale terzo mandato all’attuale primo ministro albanese.

    Proprio di colui che, con la sua ormai ben nota irresponsabilità, non ha fatto niente, diversamente da tutti i suoi simili, anche nei paesi balcanici confinanti, per procurare in tempo i tanto necessari vaccini contro la pandemia. E mentre adesso che la pandemia si sta paurosamente propagando, uscendo da ogni controllo, in Albania mancano i vaccini, nonostante le continue “promesse” del primo ministro. “Promesse” ripetute ogni settimana con la stessa “fermezza e convinzione” da lui e che, poi, ogni settimana regolarmente non sono mantenute. L’unica cosa che il primo ministro sta cercando in tutti i modi di fare è continuare a mentire e ingannare spudoratamente per fare tutto il possible per nascondere questa realtà molto drammatica. Proprio lui che, soprattutto durante la pandemia, ha sperperato milioni per i suoi “soliti clienti”, tramite “appalti” privi di ogni dovuta e obbligatoria trasparenza. Proprio lui però che non ha speso niente per affrontare la pandemia. Ha sperperato il denaro pubblico, con il quale ogni persona responsabile che ha, come lui, simili obblighi istituzionali dovrebbe aver garantito in tempo, tra l’altro, anche la necessaria quantità di vaccini. Ma lui ha scelto, come sempre in questi otto anni, di abusare del potere e della cosa pubblica, a scapito dei cittadini.

    Da persona irresponsabile qual è, il primo ministro albanese sta cercando di sfuggire dai suoi obblighi istituzionali. Come sempre ha fatto. Ma ha però la delirante sfacciataggine di far credere agli albanesi che essi verranno vaccinati solo e soltanto perché, come dichiarava alcuni giorni fa, “… avete me come primo ministro”! Come ha già dichiarato prima, che lui è “il rappresentante di Dio”. Proprio lui, il “Padre degli albanesi”! Un “Padre” che, nel suo irrefrenabile delirio, riconosce a se stesso anche il diritto di selezionare chi deve essere vaccinato, per essere salvato, e chi deve subire dalla pandemia. Compresi, tra questi ultimi, anche la maggior parte dei medici, infermieri ed altro personale sanitario che devono, ogni giorno, essere esposti al contagio dal coronavirus. Generando così, irresponsabilmente e pericolosamente, nel pieno del suo delirio di onnipotenza, anche l’avvio di un processo di genocidio tra gli albanesi.

    Chi scrive queste righe è fermamente convinto che c’è solo e soltanto una soluzione contro i deliri e l’irresponsabilità di un autocrate come l’attuale primo ministro albanese. La soluzione contro un simile “animale delirante”, come scriveva Friedrich Nietzsche, è una ribellione e una determinata rivolta continua dei cittadini consapevoli e responsabili. Proprio di quei cittadini che valutano come sacrosanti ed alienabili i valori della Libertà e della Democrazia. Di quei cittadini che capiscono e condividono consapevolmente quanto scriveva Primo Levi. E cioè che “Tutti coloro che dimenticano il loro passato sono condannati a riviverlo!”. Una frase, quest’ultima, che ricorda anche quanto è stato scritto, in trenta lingue diverse, su un monumento commemorativo nel primo campo di concentramento in Germania, quello di Dachau,. Soltanto così gli albanesi possono arginare e rovesciare l’ormai funzionante regime autocratico in Albania. Soltanto così essi possono portare avanti quel processo di democratizzazione cominciato il 20 febbraio 1991. A loro la scelta!

  • Turkey arrests hundreds over alleged PKK links in Iraq executions

    Turkey on Monday announced the detention of more than 700 people over alleged links to the Kurdistan Workers’ Party (PKK), after it accused the group of executing 13 Turkish nationals in northern Iraq.

    Over the weekend, Ankara said PKK rebels had executed the 13 kidnapped Turks, while the PKK blamed Turkish airstrikes on their bases for their deaths. Αccording to the Turkish Defence Minister, Hulusi Akar, the victims, which were mostly soldiers, police and civilians, lost their lives during a Turkish military operation against the PKK and were found in a cave complex in the Iraqi Kurdistan Region’s mountainous Gare area.

    Twelve of them were shot in the head and one in the shoulder, Akar said on Sunday.

    The US State Department said in a statement the same day that it “deplores the death of Turkish citizens”, if the reports were confirmed, prompting Erdogan to accuse Washington of supporting the Kurdish militants and to label the statement as “deplorable”.

    “You say you don’t support the terrorists but you are actually on their side,” Erdogan said in a televised speech.

    The incident is expected to further fuel a spat between the two NATO allies, with Erdogan slamming the US for supporting the Syrian Kurdish militias of the People’s Protection Units (YPG), which Turkey sees as linked to PKK.

    PKK has been classified as a terrorist organisation by the US and Western countries, as well as by the European Parliament.

  • Nuova accusa contro Suu Kyi in Myanmar e la Cina si irrita

    L’ex capo del governo birmano, Aung San Suu Kyi, rischia di rimanere in carcere a tempo indefinito senza processo, dopo che è stata accusata di avere “violato la legge sulla gestione dei disastri naturali”. Una accusa che si aggiunge a quella di avere importato illegalmente dei walkie-talkie. La legge è stata varata per perseguire le persone che hanno infranto le restrizioni sul coronavirus. La pena massima per la violazione delle leggi sul Covid è di tre anni di reclusione. Ma una modifica del codice penale introdotta dalla giunta la scorsa settimana consente la detenzione senza il permesso del tribunale. I militari che hanno spodestato con un golpe e tengono nascosta da 15 giorni ai domiciliari l’ex leader settantacinquenne, hanno assicurato che il premio Nobel per la pace “è in buona salute”.

    Nel Paese intanto continuano la stretta repressiva e gli arresti dei dissidenti nonostante le condanne della comunità internazionale e le imponenti manifestazioni di piazza che chiedono la liberazione della leader. Internet è stato bloccato quasi del tutto per la seconda notte consecutiva, ma sui militari è arrivata una doccia fredda da Pechino: il golpe “non è affatto quello che la Cina vorrebbe vedere”, ha ammonito l’ambasciatore cinese nella ex Birmania, Chen Hai. “Avevamo notato da tempo la faida interna per le elezioni, ma non eravamo stati informati in anticipo di un cambiamento politico”, ha spiegato in una dichiarazione pubblicata sul sito Internet dell’ambasciata cinese.

    Il monito della Cina arriva mentre resta forte la pressione internazionale sulla giunta militare. L’inviata dell’Onu per il Myanmar, Christine Schraner Burgener, ha avvertito di “possibili gravi conseguenze” qualora venga usata la “mano pesante” contro i dimostranti. Burgener ha avuto un colloquio telefonico con Soe Win, vice comandante dell’esercito e ha definito il blocco di internet una violazione dei “principi democratici fondamentali”. Le restrizioni all’accesso alla rete, ha aggiunto l’inviata Onu, stanno danneggiando anche “settori chiave, banche comprese”.

    I carri armati continuano a percorrere le strade del Paese. Circa 420 persone – politici, medici, attivisti, studenti, scioperanti – sono state arrestate nelle ultime due settimane. Rimane segreta la località dove sono detenuti Suu Kyi, ex capo de facto del governo civile e il presidente della Repubblica, Win Myint, incarcerati nelle prime ore del golpe. La connessione internet è stata quasi completamente interrotta alle 19,30 italiane e riattivata 8 ore dopo.

    La repressione non ferma però la mobilitazione per la democrazia. Centinaia di manifestanti hanno marciato anche di recente a Yangon, la capitale economica del Myanmar. “Ridateci i nostri leader!” e “Dateci speranza!” gli slogan sugli striscioni. I blindati per strada hanno però scoraggiato molti cittadini e le manifestazioni non sono più affollate come nei giorni precedenti.

  • La consapevole e arrogante violazione dei criteri

    L’arroganza, la presunzione, il protagonismo, l’invidia:
    questi sono i difetti da cui occorre guardarsi.

    Plutarco

    Il mondo in cui viviamo, da che è nato, da che fa parte di quest’immenso, infinito Universo, va avanti grazie all’incessante ed infallibile funzionamento di un insieme di fenomeni e di processi intrinsechi. Fenomeni e processi che sono nati con l’Universo, dalla notte dei tempi, molto prima dell’apparizione del Homo sapiens. Fenomeni e processi che garantiscono non solo l’esistenza e la sopravvivenza del mondo, ma soprattutto il suo sviluppo multiforme e multidimensionale. Con il passare del tempo e con il continuo sviluppo ed arricchimento del sapere, il genere umano ha cominciato a definire e descrivere tutto, fenomeni e processi compresi, usando come base quelle che ormai, in senso generico, vengono semplicemente riconosciute come leggi e regole. Sono delle espressioni concise e sintetiche, non solo matematiche, le quali cercano di descrivere lo stato d’essere e quello che potrebbe accadere con qualsiasi sistema. Sia quelli naturali, che sociali ed altri. Sono delle leggi e regole che, tra l’altro, descrivono, spiegano e prevedono l’evoluzione del sistema, fluttuazioni comprese, in base alle conoscenze acquisite. Evoluzione che porterà sempre a degli equilibri, nuovi o preesistenti, del sistema. Si tratta proprio di quei fenomeni e processi che determinano il comportamento e l’evoluzione del sistema, sia quello naturale, che sociale ed altro. E grazie a un simile, continuo, infallibile, intrinseco, nonostante spesso sconosciuto funzionamento, il sistema stesso non si [auto] distrugge. Anche quando, in seguito a delle “perturbazioni” interne e/o esterne al sistema, altri fenomeni e processi tendono a farlo. Questo ci insegnano le scienze che studiano l’Universo, sia a livello dell’infinitamente piccolo delle particelle, che a quello intergalattico. Questo ci insegnano le scienze che studiano l’essere umano e il funzionamento del suo organismo, partendo da una singola cellula. Questo ci insegnano anche le scienze che studiano i raggruppamenti e le società umane. E nell’ambito della coesistenza sociale, il genere umano, da quando è stato dotato di consapevolezza ed, in seguito, anche di responsabilità, ha cominciato tra l’altro a concepire dei criteri e a darsi delle regole. Non solo, ma in base a quei criteri, dall’antichità ai giorni nostri, ha legiferato per rispettare le regole date. Costituendo così un insieme di diritti ed obblighi condivisi, o che si dovrebbero condividere da tutti e che dovrebbero garantire la stabilità e lo sviluppo delle società stessa.

    Tale è anche quell’insieme di criteri che, dal 1993, vengono riconosciuti da tutti come i Criteri di Copenaghen. Sono tre i criteri i quali devono essere presi in considerazione e rispettati da ogni Stato che ha come obiettivo l’adesione nell’Unione europea. Si tratta del criterio politico, quello economico e i cosiddetti “Acquis communautaire”. Sono stati approvati dal Consiglio europeo a Copenaghen nel 1993, prevedendo già allora l’allargamento dell’Unione con i Paesi dell’Europa dell’est. Sono dei criteri che derivano dagli articoli 6 e 49 del Trattato di Maastricht e delineano quello che uno Stato candidato deve obbligatoriamente fare per rendere possibile l’adozione e l’attuazione delle normative e della legislazione dell’Unione europea. Il criterio politico prevede la presenza, nello Stato candidato, di istituzioni statali e pubbliche stabili che possano garantire la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela. Il criterio economico, prevede il funzionamento di un’economia di mercato, capace di affrontare le forze del mercato e la pressione concorrenziale all’interno dell’Unione Europea. In più, lo Stato candidato deve altresì rispettare gli “Acquis communautaire”; quell’insieme di diritti ed obblighi accettati e condivisi da tutti i Paesi membri dell’Unione europea. Diritti ed obblighi che devono essere accettati e rispettati anche da ogni Paese candidato all’adesione nell’Unione europea.

    L’Albania è uno dei Paesi che ha cominciato il suo percorso per aderire all’Unione europea da più di venti anni fa. Nel 2000 è stato riconosciuto come un “Paese candidato potenziale”. Poi, nel 2003 l’Albania ha avviato i negoziati sull’Accordo di Stabilizzazione e Associazione, firmato nel 2006. Nel 2009 l’Albania ha consegnato ufficialmente l’applicazione per l’adesione all’Unione europea. Poi nel 2014 l’Albania è stata riconosciuta dal Consiglio europeo come un “Paese candidato” all’adesione, ancora in attesa, però, di aprire i negoziati, come tale, con l’Unione europea. Un’apertura quella, condizionata, nel 2014, non solo dall’adempimento dei criteri comunitari, ma anche dal superamento di cinque condizioni poste dal Consiglio europeo. Purtroppo, ad oggi, i criteri dell’adesione continuano a non essere rispettati, mentre le condizioni, da cinque, sono diventate quindici! Un lungo, difficile processo europeo quello dell’Albania, che negli ultimi anni si sta rendendo ancora più difficile, al limite dell’impossibile. Da anni ormai e a più riprese, il nostro lettore è stato informato di quel processo e delle realtà locali che lo stanno rendendo sempre più difficile e lo stanno [volutamente] ostacolando. Sono tanti i fenomeni negativi generati, ufficialmente verificati e denunciati nel “sistema Paese”. Sono numerosi e, purtroppo, sempre in aumento anche i preoccupanti processi che impediscono l’apertura dei negoziati come “Paese candidato” con l’Unione europea. Ed è proprio una simile ed aggravata realtà che ha costretto i rappresentanti di alcuni Stati membri dell’Unione, anche nell’ambito del Parlamento e del Consiglio europeo, a bloccare il percorso europeo dell’Albania. Un blocco quello che verrebbe tolto solo e soltanto dopo l’adempimento delle ormai quindici condizioni sine qua non poste dal Consiglio europeo durante il suo vertice del marzo 2020.

    Purtroppo, dati e fatti ormai accaduti e che stanno accadendo alla mano, il governo albanese sta volutamente e con arroganza violando i criteri dell’adesione all’Unione europea. Riferendosi ai Criteri di Copenaghen, quello politico prevede la presenza di istituzioni che possano garantire la democrazia. Ebbene tutti sanno che ormai l’Albania ha poco o, addirittura, niente in comune con una vera democrazia, tranne una facciata che si sta sgretolando ogni giorno che passa. Non solo, ma in Albania si sta paurosamente restaurando una nuova e camuffata dittatura. Il criterio politico di Copenaghen prevede il funzionamento dello “Stato di diritto”. Purtroppo, sempre dati e fatti ormai accaduti e che stanno accadendo alla mano, in Albania spesso e volutamente non si rispettano neanche le leggi in vigore. E sempre dati e fatti ormai accaduti e che stanno accadendo alla mano, ciò che rappresenta una vera e propria preoccupazione è la cattura ed il controllo del sistema “riformato” della giustizia da parte del primo ministro e/o dai suoi pochi “fedelissimi”. Durante questi ultimi anni, ma anche nelle ultime settimane, si sta verificando, testimoniando e denunciando una consapevole e pericolosa connivenza del potere politico con la criminalità organizzata e certi clan occulti. In quanto al criterio economico, tutto è ormai controllato da pochissimi oligarchi, “amici” dei massimi rappresentanti politici. Perciò, una simile realtà vissuta e sofferta in Albania, non potrebbe, mai e poi mai, avere niente in comune neanche con gli “Acquis communautaire”. Al nostro lettore la valutazione e le conclusioni!

    Chi scrive queste righe pensa che quella albanese rappresenta veramente un’allarmante realtà che si sta aggravando ogni giorno che passa. Una realtà che diventerà ancora più preoccupante nelle settimane seguenti, tenendo presente le elezioni del 25 aprile prossimo. Una realtà ormai nota e presa sempre più seriamente in considerazione anche dalle cancellerie occidentali. Una realtà che ha fatto aumentare da cinque a quindici le condizioni sine qua non poste nel 2020 dal Consiglio europeo. Una realtà che, guarda caso, viene “stranamente” ignorata però dalla Commissione europea, come lo dimostrano tutti i suoi rapporti ufficiali dal 2014 ad oggi. Nel frattempo il primo ministro albanese, sta consapevolmente e con arroganza violando regole, leggi e criteri, compresi anche quelli di Copenaghen. Lui, con la sua ormai ben nota arroganza, la sua innata presunzione, il suo smisurato protagonismo, nonché con la sua testimoniata invidia di “avere di più”, ha dimostrato la determinazione ad avere un terzo mandato, costi quel che costi! Questi sono però anche i sui difetti che lo spingono in questa sua folle, pericolosa ed irresponsabile corsa. Difetti dai quali occorre guardarsi bene. Guardarsi bene tutti, sia in Albania che nell’Unione europea, per non permettere mai l’[auto] distruzione del sistema Paese!

  • Diabolici demagoghi, disposti a tutto per il potere

    La maggior parte dei tiranni sono stati demagoghi che si sono acquistata la fiducia del popolo con le calunnie.
    Aristotele; “Politica”


    Il 6 e il 7 gennaio scorso il primo ministro albanese è stato in Turchia per una visita ufficiale. L’anfitrione, il presidente turco, aveva riservato un’accoglienza in pompa magna per il suo discepolo e “caro amico” albanese. Secondo le informazioni ufficiali si trattava di una visita, durante la quale i due “amici” hanno rinnovato la loro stretta collaborazione. Sono stati firmati diversi accordi, tra i quali il più importante era l’Accordo del Partenariato Strategico tra i due Paesi. Sempre secondo le informazioni ufficiali, il presidente turco ha promesso al suo ospite albanese sostegno ed investimenti in Albania. Si tratta di investimenti per la costruzione di 522 unità abitative nelle zone colpite dai terremoti del 2019 e di un ospedale. Ma si tratta anche di investimenti per la costruzione/ricostruzione di diverse moschee in Albania. Bisogna ricordare che in pieno centro di Tirana, accanto al Parlamento, con il diretto interessamento del presidente turco e gli investimenti da lui garantiti, è stata costruita ormai la più grande moschea di tutta la penisola balcanica. Durante la comune conferenza stampa, il 7 gennaio scorso, il presidente turco ha dichiarato solennemente che “…l’Albania è un Paese amico, fratello e alleato. Siamo due popoli fratelli, che abbiamo combattuto insieme e che abbiamo lasciato segni nella storia”. Poi ha aggiunto che dappertutto in Albania attualmente si “trovano molte testimonianze della cultura comune”. Affermazioni che rispecchiano alcuni dei pilastri della cosiddetta Dottrina Davutoğlu, la quale è stata trattata la scorsa settimana dall’autore di queste righe (Relazioni occulte e accordi peccaminosi; 11 gennaio 2021). Durante la stessa conferenza stampa, il primo ministro albanese ha ringraziato il suo “caro amico” presidente per quanto ha fatto e sta facendo per l’Albania e, a sua volta, ha promesso la stretta collaborazione, sua e del suo governo, per combattere il terrorismo e le organizzazioni terroristiche. Una cosa che il presidente turco aveva da tempo chiesto al suo “amico” ed ha pubblicamente sottolineato anche durante la comune conferenza stampa. Secondo quest’ultimo “…la collaborazione nella lotta contro il terrorismo” rappresenta un’importanza particolare. Subito dopo ha specificato che si trattava di una sola organizzazione, considerata terroristica dal presidente turco. Ribadendo, convinto e determinato, anche che non permetterà mai che quell’organizzazione possa “…avvelenare le relazioni tra i due Paesi.”. Opinione, quella, condivisa anche dal primo ministro albanese. Ed era la sola richiesta che il presidente turco aveva fatto al primo ministro albanese durante la sopracitata visita. Almeno secondo quanto hanno ufficialmente dichiarato durante la loro comune conferenza stampa. Perché di quello sul quale  loro due si sono accordati in privato, e ne hanno avuto occasione, non si è saputo e non si saprà mai. Ma, leggendo tra le righe si capisce che non tutto è stato detto al pubblico, anzi! Perché non si possono dire le ragioni e neanche le reciproche promesse fatte per degli accordi e delle intese di interesse personale. Di entrambi. Per il momento il primo ministro albanese deve fare di tutto per avere un terzo mandato, costi quel che costi, durante le elezioni del 25 aprile prossimo. Ed al suo “caro amico”, al presidente turco, sono “sfuggite” alcune parole, durante la sopracitata conferenza stampa, che si riferivano proprio al suo appoggio per il primo ministro durante quelle elezioni. Parlando della sopracitata costruzione di un ospedale in una delle regioni roccaforti del primo ministro albanese, come parte importante degli accordi firmati, il presidente turco ha detto che “…finirà prima delle elezioni!”. In più, il presidente turco ha anche espresso la sua convinzione che “…le elezioni del 25 aprile saranno utili per il popolo albanese e l’Albania”. E, ovviamente, perché tutto ciò possa accadere, il presidente turco dovrebbe aver promesso al suo amico albanese tutto il suo appoggio. A patto, però, che quest’ultimo continuasse a garantire la collaborazione ed il suo personale impegno nella lotta comune contro quella “organizzazione terroristica” che potrebbe “avvelenare le relazioni tra i due Paesi”.

    Si tratta dell’organizzazione FETÖ (Fethullahçı Terör Örgütü – Organizzazione del Terrore Gülenista; n.d.a.). Secondo il presidente turco, il capo di quest’organizzazione, Fethullah Gülen, è stato proprio l’ideatore e l’organizzatore del fallito colpo di Stato del 16 settembre 2016 in Turchia. In realtà Gülen, un noto politologo e predicatore dell’Islam, è il fondatore di una ben altra organizzazione, il Movimento Gülen. Egli è anche tra i fondatori dell’Associazione per la Lotta contro il Comunismo, nonché di una rete di scuole e altre strutture di insegnamento privato, da allora ben radicata sia in Turchia, che in altri paesi. Albania compresa. Gülen è stato, fino al 2012, uno dei più stretti amici e collaboratori dell’attuale presidente turco. Amicizia e collaborazione che finì definitivamente nel 2013, quando Gülen denunciò pubblicamente gli scandali della corruzione, che vedevano direttamente coinvolto Erdogan e i suoi familiari. Da allora quest’ultimo ha dichiarato guerra all’ultimo sangue a Gülen, essendo anche ufficialmente considerato il capo della sopracitata organizzazione FETÖ dalle istituzioni turche della giustizia. Da anni ormai Gülen si trova negli Stati Uniti d’America. Ragion per cui la Turchia ha chiesto, a più riprese, alle autorità statunitense l’estradizione di Gülen. Estradizione che è stata sempre rifiutata. Non solo, ma sia gli Stati Uniti, che tutti gli Stati membri dell’Unione europea hanno fermamente condannato le accuse di Erdogan nei confronti di Gülen.

    Guarda caso però, l’Albania che sta proseguendo, anche se con risultati vistosamente negativi, il processo dell’adesione nell’Unione, è anche l’unico Paese europeo che da alcuni anni ormai sta condividendo ufficialmente quanto ritiene il presidente turco Erdogan. Mettendosi così, apertamente, contro tutti i Paesi occidentali e gli Stati Uniti. Chissà perché e chissà in cambio di cosa?! Non solo, ma era proprio a fianco del suo “caro amico” Erdogan che il primo ministro, durante la sopracitata conferenza stampa, ha accusato le istituzioni dell’Unione europea. Riferendosi agli Stati membri e all’Unione stessa, lui ha dichiarato che “…diversamente da alcuni altri […] la Turchia e il presidente Erdogan si sono trovati vicini al popolo albanese durante la pandemia, dimostrando valori di solidarietà”. Nessuno sa, però, a quali aiuti si riferiva il primo ministro albanese e in cambio di quale promessa fatta a lui [personalmente] dal presidente turco. E non è la prima volta, soprattutto in questi ultimi anni, mentre il processo europeo dell’Albania è vistosamente bloccato, per diretta responsabilità del primo ministro albanese, che quest’ultimo attacca e minaccia le istituzioni europee e/o i singoli Stati membri dell’Unione europea. Seguendo proprio l’esempio del suo “caro amico” Erdogan.

    Chi scrive queste righe pensa che la somiglianza tra loro va oltre ed è molto più ampia. O meglio dire, la smania del primo ministro albanese di imparare, di imitare e di somigliare al suo amico in tutto e per tutto è vistosa. E in tutto e per tutto li accomuna una caratteristica: per il loro potere personale sono disposti a qualsiasi cosa, ignorando principi e vendendo anche l’anima, se necessario. L’attaccamento al potere ha messo in evidenza i loro comportamenti da veri despoti. Essendo, però, anche molto attenti, con le loro note capacità demagogiche, di apparire come dei patrioti, come dei “padri della nazione”, premurosi e attenti al benessere dei rispettivi cittadini. Calpestando, però, le loro innate libertà e i loro sacrosanti diritti. E come la maggior parte dei tiranni, che sono stati anche demagoghi, si sono acquistata la fiducia del popolo con le calunnie.

  • Hong Kong arrests 53 for trying to ‘overthrow’ government with unofficial vote

    Hong Kong police arrested 53 people in raids on democracy activists on Wednesday in the biggest crackdown since China last year imposed a new security law which rights activists say is aimed at eliminating dissent.

    About 1,000 police took part in the raids. The arrests were linked to last year’s unofficial vote to choose opposition candidates in city elections, which authorities said was part of a plan to overthrow the government.

    The arrests come as authorities continue a crackdown on dissent under a new controversial security law imposed by Beijing. The law aims to tackle secession, subversion, terrorism and collusion with foreign forces, with punishments of up to life in prison.

    Hong Kong Secretary for Security John Lee said those arrested had planned to cause “serious damage” to society and that authorities would not tolerate subversive acts. Beijing’s top representative office in Hong Kong said in a statement it firmly supported the arrests.

    Police did not name those arrested, but their identities were revealed by their social media accounts and their organisations. They included former lawmakers, activists and people involved in organising the 2020 primaries, among them James To, Lam Cheuk-ting, Benny Tai and Lester Shum.

    Since its imposition, leading activists such as media tycoon Jimmy Lai have been arrested, some democratic lawmakers have been disqualifiedactivists have fled into exile and protest slogans and songs have been declared illegal.

  • Due ex gerarchi etiopi lasciano l’ambasciata italiana dopo 30 anni

    Due ex gerarchi del regime del dittatore etiope Menghistu sono usciti dopo 30 anni dall’ambasciata italiana in Etiopia, dove si erano rifugiati per sfuggire alla pena di morte, dopo aver ricevuto la grazia. Sono Berhanu Bayeh e Addis Tedla, rispettivamente ministro degli Esteri e capo di stato maggiore del ‘Negus Rosso’. Per il loro ruolo nelle uccisioni di massa durante gli anni del terrore sono stati giudicati colpevoli di genocidio. La loro storia è venuta alla luce soltanto due anni fa con la pubblicazione del libro ‘I noti ospiti’, così venivano chiamati negli ambienti diplomatici italiani i due funzionari etiopi, scritto dall’ex ambasciatore in Etiopia Giuseppe Mistretta e dall’ex primo segretario dell’ambasciata italiana ad Addis Abeba, Giuliano Fragnito.

    La più lunga saga diplomatica in materia di asilo inizia il 26 maggio del 1991. Dopo 14 anni di terrore, violenze e sangue il dittatore Menghitsu fugge in Zimbabwe, dove vive ancora oggi in un esilio dorato nonostante la condanna a morte in contumacia nel 2008. Il suo ministro degli Esteri e il capo di stato maggiore cercano rifugio, assieme ad altri otto funzionari, presso l’ambasciata italiana ad Addis Abeba. L’allora ambasciatore, Sergio Angeletti, li accoglie in base a un principio della nostra Costituzione che sancisce non si possono consegnare prigionieri che rischiano la pena di morte anche se la condanna vera e propria per Bayeh e Tedla è arrivata solo nel 2006. Il nuovo presidente dell’Etiopia Meles Zenwai chiede il rilascio immediato dei funzionari, 6 di loro escono volontariamente. Tra quelli che restano all’ambasciata italiana ci sono anche il tenente generale Tesfaye Gebre Kidan, ex ministro della Difesa, e Hailu Yimenu, primo ministro ad interim e comandante dell’esercito in Eritrea. Quest’ultimo si è suicidato impiccandosi al cancello dell’ambasciata un mese dopo. Gebr Kidan sarebbe stato ucciso durante una lite da Bayeh che lo avrebbe colpito in testa con una bottiglia.

    In questi 30 anni il governo etiope ha chiesto ripetutamente all’Italia la consegna di Bayeh e Tedla, oggi 82 e 74 anni. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha espresso soddisfazione per la conclusione della vicenda e per la concessione da parte del governo etiope della libertà condizionale ai due ex gerarchi. Secondo Amnesty International durante il regime di Menghitsu, ‘il macellaio di Adis Abeba’, sono stati uccise 50.000 persone oltre 100.000 sono state incarcerate e torturate.

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