dittatura

  • Anche i libri per bambini di Hong Kong nel mirino del regime di Pechino

    Anche i testi illustrati per bambini sono finiti nelle strette maglie della sicurezza nazionale di Hong Kong. La polizia ha arrestato cinque associati dell’Unione generale dei logopedisti, una sigla sindacale locale, a causa di “tre libri sediziosi” per bambini con pecore sospettate di incitare all’odio verso i governi dell’ex colonia e di Pechino, rappresentati dai lupi.

    Il sovrintendente senior Steve Li del dipartimento della Sicurezza nazionale ha spiegato le ragioni alla base delle accuse con le pecore identificate con la gente di Hong Kong, mentre nelle storie compaiono a un certo punto i lupi famelici che, nell’interpretazione, sono ritenuti essere la Cina. “Un libro mostrava le pecore molto pulite e i lupi molto sporchi. Ha cercato di accusare la Cina di aver portato il virus”, ha detto Li in una surreale conferenza stampa. Le prefazioni in due dei tre testi collegano le storie alle proteste contro il governo del 2019 e, sul punto, Li ha specificato che le pubblicazioni mirano a glorificare la violenza e ad incitare i bambini a odiare il governo e la magistratura della città. Un’altra storia alluderebbe a uno sciopero tenuto dagli operatori sanitari all’inizio del 2020 per cercare di fare pressione sul governo sulla chiusura delle frontiere con la Cina a causa della pandemia del Covid-19. “Il libro mostrava che le pecore erano molto pulite e i lupi molto sporchi. Ha cercato di accusare la Cina di aver portato il virus – ha osservato -. I libri, per esempio, mostravano i lupi mentre gettavano spazzatura e sputavano dappertutto”.

    Le persone arrestate sono due uomini e tre donne di età compresa tra i 25 e i 28 anni con l’accusa di aver cospirato per la pubblicazione di materiale sedizioso, tra cui il presidente il vicepresidente, il segretario e il tesoriere dell’Unione.

    Li ha invitato i genitori e i distributori a liberarsi dei libri incriminati: “Tutte le pubblicazioni sono rivolte a bimbi di età compresa tra i 4 e i 7 anni, età cruciale per sviluppare la conoscenza morale ed etica. Insegnando loro che il bianco è nero e il nero è bianco, con quali valori cresceranno? Potrebbero finire per avere intenzioni criminali”, ha azzardato il sovrintendente, non escludendo altri arresti.

    La Confederazione dei sindacati (CTU) pro-democrazia ha espresso forte preoccupazione per il caso, ritenuto il segnale di un’escalation volta a strangolare la libertà di espressione, nonché “una campana a morto per la libera creazione artistica. Oggi un libro per bambini è definito sedizioso. Domani qualsiasi metafora potrebbe essere letta come tale”, ha affermato la CTU in una nota. “Questo spiega anche perché molti creatori si autocensurano, ritirando le loro opere dagli scaffali. Il caso mostra ancora una volta come la legge sia stata usata dalle autorità per diffondere la paura”.

    Intanto il tribunale di West Kowloon ha negato la libertà su cauzione a quattro ex alti dirigenti dell’Apple Daily, il tabloid pro-democrazia fondato da Jimmy Lai e costretto alla chiusura il 24 giugno, accusati di aver violato la legge sulla sicurezza nazionale. L’editore associato Chan Pui-man, il capo editoriale della sezione di notizie in inglese Fung Wai-kong, il caporedattore esecutivo Lam Man-chung e l’editorialista Yeung Ching-kei devono rispondere di cospirazione e collusione con le forze straniere per il fatto di aver chiesto sanzioni contro Hong Kong e la Cina.

  • Xi Jinping in visita in Tibet, 31 anni dopo Jiang Zemin

    Dopo più di un decennio, Xi Jinping è tornato a Lhasa, la capitale del Tibet, alla guida di una delegazione ufficiale, nel 70° anniversario dell’invasione della regione da parte delle truppe comuniste, un evento celebrato a Pechino come “pacifica liberazione”. Si tratta della prima visita di Xi da presidente della Repubblica popolare: il primo e ultimo leader cinese in carica a recarvisi era stato Jiang Zemin, nel 1990.

    L’agenzia Xinhua, ha riferito che Xi è arrivato ieri a Lhasa dopo aver visitato il giorno prima Nyingchi, nel Sud verso il sensibile confine con l’India, anche nota come la Svizzera del Tibet, per le sue valli fluviali e gole alpine. Nel filmato diffuso dall’emittente statale Cctv, lo si vede salutare una folla con costumi etnici e con in mano bandiere cinesi mentre scende dall’aereo, accolto da tappeto rosso e da danze tradizionali. “Tutte le regioni e le genti di tutte le etnie in Tibet marceranno verso una vita felice”, ha promesso il presidente.

    Sebbene sia arrivato all’aeroporto di Nyingchi Mainling, la sua visita non è stata menzionata sui media ufficiali per alcuni giorni. Dopo un “caldo benvenuto da parte di quadri e folle di tutti i gruppi etnici”, racconta Cctv, Xi è andato al ponte sul fiume Nyang per valutare la situazione ecologica e ambientale di questo corso d’acqua e del fiume Yarlung Tsangpo. Il presidente ha anche visitato il locale Museo dell’urbanistica e altre aree per esaminare la pianificazione dello sviluppo urbano, la rivitalizzazione rurale e la costruzione di parchi urbani. E’ stato anche alla stazione ferroviaria di Nyingchi per conoscere la pianificazione della ferrovia Sichuan-Tibet prima di prendere un treno per Lhasa, la capitale del Tibet, e anche città più in alto del mondo, 3.656 metri sopra il livello del mare. Qui, è stato accompagnato dal capo del partito comunista locale, Wu Yingjie, in una passeggiata nel quartiere Bakhor, vicino al tempio Jokhang, tra una massiccia presenza di forze di sicurezza.

    Xi aveva visitato già due volte la regione autonoma dove Pechino è accusata a livello internazionale di perseguire il rafforzamento della sua presenza militare e politiche di assimilazione etnica e culturale: nel 1998, in veste di capo del partito della provincia del Fujian e nel 2011, come vicepresidente. In quest’ultima occasione, aveva commemorato a Lhasa quella che definisce “la pacifica liberazione del Tibet” e promesso di combattere le “attivita’ separatiste” legate al Dalai Lama, il leader spirituale buddista in esilio in India dal 1959 e contro la cui influenza sul Tibet la Cina ha combattuto per anni, investendo massicciamente nella regione dopo le proteste del 2008 contro il regime comunista. A oggi, le manifestazioni sono praticamente scomparse, fatta eccezione per i tragici gesti di alcuni monaci buddisti, fedeli al Dalai Lama, che negli ultimi anni si sono dati fuoco per protesta.

    A differenza delle precedenti visite, questa volta Xi ha spostato l’attenzione dalla questione separatismo e sicurezza interna, ai dossier interni puntando sui temi della stabilità e dello sviluppo. Secondo Junfei Wu, vice direttore del think tank Tianda Institute di Hong Kong, “l’adattamento del buddismo tibetano alla società socialista” e il rafforzamento dell’unità etnica, con la promozione di un’educazione ideologica, sono le priorità di Xi in Tibet. “La sinizzazione delle religioni è già una pietra angolare della politica religiosa del governo centrale per forgiare una identità cinese comune”, ha spiegato l’analista, citato dal South China Morning Post, “è portata avanti non solo in Tibet ma anche in Xinjiang e Mongolia Interna”. Sul fronte dello sviluppo, invece, Xi è intenzionato ad attuare grandi progetti di infrastrutture per spingere la crescita economica e l’occupazione nella regione. I dati ufficiali mostrano che il settore pubblico impiega oltre il 40% della forza lavoro tibetana e gli analisti osservano che è necessario rivedere il modello di sviluppo per renderlo più sostenibile.

  • Usurpatori che consolidano i propri poteri

    Il potere acquistato con la violenza è mera usurpazione e dura solo finché
    la forza di chi comanda prevale su quella di coloro che obbediscono.

    Denis Diderot; da ‘Il pensiero politico dell’illuminismo’

    “Tiranno, era il nome con cui i Greci (quei veri uomini) chiamavano coloro che appelliamo noi re. E quanti, o per forza, o per frode, o per volontà pur anche del popolo o dei grandi, otteneano le redini assolute del governo, e maggiori credeansi ed erano delle leggi, tutti indistintamente a vicenda o re o tiranni venivano appellati dagli antichi.”. Così scriveva Vittorio Alfieri, precursore convinto dei principi e degli ideali del Risorgimento italiano, nel primo capitolo (Cosa sia il tiranno) del suo trattato Della Tirannide, pubblicato nel 1777.  Trattando il tema dei regimi, delle tirannidi, egli proseguiva nel secondo capitolo (Cosa sia la Tirannide), scrivendo che “Tirannide indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo”. Nel terzo capitolo (Della Paura), l’autore, trattando cosa potrebbe stimolare la paura nel genere umano, scriveva: “…Teme l’oppresso, perchè oltre quello ch’ei soffre tuttavia, egli benissimo sa non vi essere altro limite ai suoi patimenti che l’assoluta volontà e l’arbitrario capriccio dell’oppressore. Da un così incalzante e smisurato timore ne dovrebbe pur nascere (se l’uom ragionasse) una disperata risoluzione di non voler più soffrire: e questa, appena verrebbe a procrearsi concordemente in tutti o nei più, immediatamente ad ogni lor patimento perpetuo fine porrebbe…”. Ed in seguito, nel quarto capitolo (Della Viltà) tratta il rapporto che si crea tra la paura e la viltà. Vittorio Alfieri era convinto che “…Dalla paura di tutti nasce nella tirannide la viltà dei più. Ma i vili in supremo grado necessariamente son quelli, che si avvicinano più al tiranno, cioè al fonte di ogni attiva e passiva paura….”. E conclude, esprimendo la sua convinzione che “….mi pare ben dimostrata cosa, che nella tirannide, ancorchè avviliti sian tutti, non perciò tutti son vili”.  In seguito, nel trattato Della Tirannide, l’autore analizza i dettagli ed esprime il suo valoroso e sempre attuale pensiero su tanti altri argomenti.

    Una “mera usurpazione”, e cioè una pura appropriazione di tutto ciò che è di altri, lo considerava Diderot, noto filosofo e scrittore francese del Settecento, il potere acquistato con la violenza. Ma la storia, dalla quale bisogna sempre imparare, ci insegna che il potere si acquista, si usurpa non solo con la violenza. Perché, come era convinto anche Vittorio Alfieri, i tiranni, coloro che “otteneano le redini assolute del governo”, lo fanno “o per forza, o per frode”. La storia ci insegna che l’usurpazione del potere, l’appropriazione in modo illecito di funzioni, incarichi e responsabilità che dovevano appartenere e si dovevano svolgere da altri, si verifica spesso, in diverse parti del mondo, sotto diversi aspetti, ma sempre con delle drammatiche conseguenze.

    Le gravi, drammatiche e sofferte conseguenze dell’usurpazione del potere si stanno verificando in questi ultimi anni anche in Albania. Il primo ministro, dopo le elezioni del 25 aprile scorso, ha consolidato l’usurpazione del potere esecutivo. E siccome lui controlla anche il potere legislativo e quello giudiziario, che secondo Montesquieu rappresentano i tre pilastri sui quali si fonda uno Stato democratico, risulterebbe che il primo ministro ha consolidato la sua usurpazione dei poteri in Albania. Nel suo ormai molto noto libro Spirito delle leggi, pubblicato nel 1748, Montesquieu scriveva che “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti”. Egli era convinto che “una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica”. Sovranità, propriamente intesa come la capacità, l’autorità di esercitare poteri. Perciò “tiranniche” rischiano di diventare anche le conseguenze della palese usurpazione del potere da parte del primo ministro in Albania.

    La scorsa settimana l’autore di queste righe informava il nostro lettore sugli sforzi fatti dal primo ministro e dalla sua ben organizzata e potente propaganda governativa per distorcere, offuscare, annebbiare l’attenzione mediatica e pubblica da una notizia resa nota il 2 luglio scorso. Si trattava della pubblicazione dell’esito di un’inchiesta portata avanti, da alcuni anni, dalla Direzione investigativa antimafia (DIA) di Bari. L’autore di queste righe scriveva: “…Per “annebbiare” tutto quanto è stato reso noto il 2 luglio scorso bisognava trovare, come sempre, anche dei colpevoli. E questa volta, oltre al sindaco, il primo ministro ha deciso di “incolpare” le strutture della polizia di Stato. Proprio di quella polizia che fino a pochi mesi fa era la “Polizia che vogliamo””. In Albania tutti possono essere ormai dichiarati colpevoli ed essere sacrificati. Basta che si salvi il principale colpevole, almeno istituzionalmente, e cioè il primo ministro. Ma lui è però anche il primo tra gli “intoccabili”. Lo ha dichiarato il 9 luglio scorso, di fronte a tutti i sindaci, che “…sarà chiunque di voi, ma non io […] che andrà davanti alla Struttura Speciale Anticorruzione per dare spiegazioni” (Ipocrisia, bugie e inganni che, invece, accusano pesantemente; 12 luglio 2021). Dal 2 luglio ad oggi sono riemersi molti scandali governativi milionari che hanno attirato l’attenzione mediatica e pubblica. Scandali che stanno mettendo in vistosa difficoltà il primo ministro e la sua propaganda governativa. Si tratta di scandali che evidenziano palesemente l’arrogante ed esorbitante abuso di potere, lo sperpero del denaro pubblico, la pericolosa e galoppante corruzione, a tutti i livelli che sta corrodendo le strutture statali e l’amministrazione pubblica. Sono tutte delle inevitabili conseguenze dell’usurpazione del potere da parte del primo ministro, ormai consolidato dopo le controllate, condizionate e manipolate elezioni parlamentari del 25 aprile 2021 in Albania.

    Ma tutto ciò non poteva mai e poi mai accadere se in Albania ci fosse stata istituzionalmente operativa una vera, responsabile e determinata opposizione. Purtroppo colui che, dal 2013 ad oggi, ha assunto la direzione del partito democratico e dell’opposizione invece di contrastare, ostacolare ed impedire la folle e irresponsabile corsa del primo ministro, fatti accaduti alla mano, ha usufruito del suo incarico per scendere a patti con lui, diventando una manna santa per il primo ministro. L’autore di queste righe ha informato da anni il nostro lettore di tutto ciò. Come ha informato il nostro lettore anche delle ridicole “giustificazioni” del capo dell’opposizione, dopo la quarta sconfitta elettorale e dopo tutte le “garanzie”, pubblicamente date da lui, sulla “difesa” del voto degli albanesi durante le elezioni del 25 aprile scorso. Ma per rimanere attaccato alla sua poltrona, per continuare a consolidare l’usurpazione del suo potere istituzionale, il capo del partito democratico ha indetto le elezioni interne per il 13 giugno scorso. Una farsa quella, di cui il nostro lettore è stato informato (Il doppio gioco di due usurpatori di potere; 14 giugno 2021). E dopo aver “vinto” un altro mandato come dirigente del partito, ha indetto anche la convocazione di un congresso straordinario del partito, in palese violazione dello Statuto. Un congresso “straordinario” che doveva trattare delle questioni più che ordinarie. Una delle quali, la costituzione del nuovo Consiglio Nazionale, in palese violazione con lo Statuto del partito. Un congresso svoltosi il 17 luglio scorso. E come era purtroppo prevedibile, il capo del partito democratico e dell’opposizione ha semplicemente usato quella “farsa congressuale” soltanto per consolidare ulteriormente l’usurpazione del partito. Si tratta proprio del primo partito di opposizione in Albania, costituito il 12 dicembre 1990 e che ha motivato e guidato gli albanesi contro la più crudele dittatura comunista in Europa. Un partito che purtroppo, dopo essere stato usurpato dal suo capo nel 2013, sarebbe diventato un’impresa familiare di grande reddito. Le cattive lingue, da anni ormai, dicono che il primo ministro “collabora” anche con il capo dell’opposizione, in cambio di benefici ed appalti milionari dati ai suoi familiari. La scorsa settimana alcuni media hanno pubblicato un nuovo scandalo milionario per la costruzione di un nuovo porto a Durazzo. Ebbene, secondo i media, quell’appalto è stato vinto da un’impresa che è stata registrata in un paradiso fiscale recentemente e che avrebbe dei legami, guarda caso, proprio con un stretto familiare dell’usurpatore del partito democratico. Indagare su questo caso sarà uno dei tantissimi compiti ed obblighi istituzionali delle nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia.

    Chi scrive queste righe, anche in questo caso, avrebbe avuto bisogno di molto più spazio, per trattare, analizzare e informare oggettivamente il nostro lettore. Egli però è convinto che sia il primo ministro, che il capo dell’opposizione, simili in molti aspetti caratteriali e modi di operare, in questi ultimissimi mesi e giorni hanno ulteriormente consolidato i propri poteri usurpati. E si tratta di poteri che, come affermava Diderot, dureranno finché la forza di chi comanda prevarrà su quella di coloro che obbediscono. E sia il primo ministro che il capo dell’opposizione hanno beneficiato anche dei “…vili che si avvicinano più al tiranno, cioè al fonte di ogni attiva e passiva paura”, come scriveva Vittorio Alfieri. Affermando anche, riferendosi al tiranno, che “…ogni società, che lo ammette è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta è schiavo”. Chi scrive queste righe condivide e spesso ripete la convinzione di Benjamin Franklin che “Ribellarsi ai tiranni significa obbedire a Dio”. E se un popolo non si ribella ai tiranni, agli usurpatori del potere, allora merita di rimanere schiavo. Al popolo, ai cittadini albanesi la scelta!

  • Una barbara e talebana distruzione che rivendica giustizia

    E’ proprio del barbaro distruggere ciò che non può comprendere.

    Arthur Charles Clarke

    La Corte Costituzionale in Albania, anche se completata solo con sette giudici dei nove, come prevede la Costituzione, dopo un blocco di funzionamento di circa tre anni almeno riesce ad esprimersi. Così è stato anche venerdì scorso, 2 luglio 2021. Si doveva deliberare sul caso della demolizione dell’edificio del Teatro Nazionale. Una demolizione fatta nelle primissime ore del 17 maggio 2020 e in piena chiusura dovuta alla pandemia. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di quell’atto barbaro e vigliacco l’indomani dell’accaduto. Egli scriveva allora: “Da ieri, domenica 17 maggio, prima dell’alba, l’edificio del Teatro Nazionale a Tirana non esiste più. Lo hanno demolito, lo hanno distrutto in fretta e furia, dopo un barbaro e vigliacco assalto notturno di ingenti forze speciali della polizia di Stato ed altre strutture paramilitari. È stata veramente una barbarie, una malvagia opera ideata, programmata e messa in atto finalmente dagli individui delle tenebre. Partendo dal primo ministro e dal sindaco della capitale”. E poi concludeva scrivendo: “… i vigliacchi della notte hanno distrutto ieri il Teatro Nazionale. Perché è noto che i corrotti, i pipistrelli umani, non sanno cosa sia la luce. Perciò agiscono solo di notte! (I vigliacchi della notte hanno distrutto il Teatro Nazionale; 18 maggio 2021).

    Venerdì scorso la Corte Costituzionale, dopo tre precedenti sedute pubbliche iniziate un mese fa e dopo aver esaminato e giudicato, si è espressa sulle tre denunce fatte dal presidente della Repubblica. Denunce che si riferivano all’edificio del Teatro Nazionale e che evidenziavano delle violazioni della Costituzione e delle leggi in vigore da parte delle istituzioni. Bisogna sottolineare che quando sono state depositate le denunce la Corte Costituzionale non era funzionante. Con la prima denuncia, del 24 luglio 2019, il presidente della Repubblica chiedeva alla Corte Costituzionale di dichiarare come anticostituzionale la legge “speciale” approvata il 5 luglio 2018 dal Parlamento con solo i voti della maggioranza governativa. Nonostante due rinvii della legge, decretati dal presidente della Repubblica, argomentando anche tutte le violazioni costituzionali e legali fatte, è comunque entrata in vigore la legge che il Parlamento approvò definitivamente con i voti della maggioranza il 20 settembre 2018. La legge “speciale” sanciva le procedure per la demolizione dell’edificio del Teatro Nazionale, permettendo, in seguito, la costruzione sul territorio pubblico, in pieno centro di Tirana, dei grattacieli con dentro anche un teatro. Nella denuncia presentata dal presidente della Repubblica presso la Corte Costituzionale il 24 luglio 2019 si evidenziavano diverse violazioni costituzionali e legali. Secondo il presidente la legge “speciale” per il Teatro Nazionale violava i principi dell’uguaglianza davanti alla legge e quello della libertà dell’attività economica dei cittadini. La legge non rispettava i principi costituzionali dell’identità nazionale e del patrimonio nazionale. La legge non rispettava neanche quanto prevedono gli articoli 71 e 74 dell’Accordo della Stabilizzazione e Associazione dell’Albania con l’Unione europea. La legge violava anche i principi della Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (ufficializzata a Parigi il 17 ottobre 2003; n.d.a.), che l’Albania ha sottoscritto. In più violava il principio della decentralizzazione e dell’autonomia del potere locale. Secondo il presidente della Repubblica “La legge per la demolizione [dell’edificio] del Teatro Nazionale è un simbolo, un ‘capolavoro’ con il quale, come mai prima, si sta attuando in piena armonia un crimine costituzionale, nazionale e culturale; tutto questo solo per gli interessi di quella che posso chiamarla rule of oligarchs (potere degli oligarchi)”.

    L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore degli abusi di potere e delle conseguenze di quella legge “speciale”. Egli scriveva allora: “Giovedì scorso il Parlamento, con i soli voti della maggioranza governativa, ha approvato una legge speciale, con procedure d’urgenza, in palese contrasto con quanto prevede la Costituzione e le leggi in vigore nella Repubblica d’Albania. Legge che prevede l’abbattimento del Teatro, il passaggio ad un costruttore privato e la costruzione, al posto del Teatro, di alcuni mostri di cemento armato. Una fonte milionaria di profitti corruttivi per chi lo ha ideato e ormai permesso quella legge anticostituzionale.” (Dannoso operato di alcuni rappresentanti; 9 luglio 2018). L’autore di queste righe, sempre riferendosi all’attuazione del diabolico, corruttivo e clientelistico piano del primo ministro per distruggere l’edificio del Teatro Nazionale, scriveva convinto che “…per garantire la riuscita di quella diabolica impresa e scavalcare i tanti palesi e insormontabili ostacoli legali, hanno trovato la soluzione tramite la legge speciale. Proprio di quel tipo di leggi che, come prevede la Costituzione, si adoperano soltanto in casi eccezionali, come conflitti armati, invasioni e altre determinate e previste emergenze. Mentre fare una legge speciale per la demolizione del Teatro Nazionale e passare tutta l’area ad un privato prescelto dal primo ministro, per poi costruire dei grattacieli, era tutt’altro che un caso eccezionale e/o un’emergenza! Era però chiaramente una legge che permetteva di prendere due piccioni con una fava. Prima si garantiva il riciclaggio di enormi quantità di denaro sporco da investire in edilizia e poi si garantivano, a lungo andare, “puliti” guadagni, altrettanto enormi, dai ricavati delle attività svolte in quegli edifici.” (Palcoscenico salvato; 29 luglio 2019).

    Tornando alle denunce fatte dal presidente della Repubblica presso la Corte Costituzionale, la seconda denuncia era quella del 14 maggio 2020. Denuncia che riguardava una decisione del Consiglio dei ministri dell’8 maggio 2020, con la quale il governo passava i 5522 metri quadri del Teatro Nazionale, proprietà del ministero della cultura, al comune di Tirana. Una decisione che, guarda caso, è stata pubblicata in fretta e furia, lo stesso giorno, anche sulla Gazzetta Ufficiale! Insieme con la precedente era anche la terza denuncia con la quale il presidente della Repubblica contrastava la decisione presa dal Consiglio comunale di Tirana, il 14 maggio 2020, per demolire l’edificio del Teatro Nazionale, in seguito alla sopracitata decisione del Consiglio dei ministri dell’8 maggio 2020. Il presidente della Repubblica chiedeva alla Corte Costituzionale di annullare quella decisione del consiglio comunale della capitale. Anche perché proprio il 14 maggio 2020 la Corte dei Conti aveva chiesto al comune di Tirana la sospensione di ogni attuazione delle decisioni prese e/o da prendere e che riguardavano l’edificio del Teatro Nazionale. Una richiesta ufficiale, quella della Corte dei Conti, che si riferiva alle decisioni che doveva prendere la Corte Costituzionale in merito alle denunce fatte: quando doveva ritornava ad essere funzionante.

    Ebbene, il 2 luglio scorso la Corte Costituzionale ha finalmente espresso la sua decisione sulle sopracitate denunce. La Corte ha accolto due delle tre richieste del presidente della Repubblica. E cioè ha accolto la richiesta dell’abrogazione della legge “speciale” sul Teatro Nazionale e quella dell’abrogazione della decisione del Consiglio dei ministri sul passaggio di proprietà, dal ministero della cultura al comune di Tirana, del Teatro Nazionale. La Corte ha giudicato che tutte e due erano non compatibili con la Costituzione della Repubblica albanese. La Corte non ha accolto, invece, la richiesta dell’annullamento della delibera del consiglio comunale di Tirana sulla demolizione dell’edificio del Teatro Nazionale. La Corte Costituzionale ha, altresì, sospeso l’applicazione sia della legge “speciale” sul Teatro Nazionale che della decisione del Consiglio dei ministri sul passaggio di proprietà del Teatro Nazionale fino all’entrata in vigore della decisione finale della Corte Costituzionale. Entro i termini previsti dalla legge saranno presentate dalla Corte Costituzionale tutte le argomentazioni scritte che hanno portato alle decisioni prese il 2 luglio scorso. Allora sarà capito anche il non annullamento della decisione del consiglio comunale della capitale. Chissà, forse perché è competenza del tribunale amministrativo?!

    Comunque sia, le decisioni della Corte Costituzionale hanno messo in evidenza i tanti scandali e le tante continue violazioni consapevoli della Costituzione e della legislazione in vigore da parte dei promotori e degli’attuatori del corruttivo progetto per la demolizione del Teatro Nazionale. Partendo dal primo ministro albanese e seguito poi dagli altri suoi ubbidienti subordinati. Lunedì 5 luglio, l’Alleanza per la difesa del Teatro, in base alla decisione della Corte Costituzionale del 2 luglio scorso, ha presentato presso la Struttura Speciale Anticorruzione altri fatti documentati a carico del sindaco della capitale e di altre persone coinvolte nella demolizione dell’edificio del Teatro Nazionale. In seguito sarà la volta della Struttura Speciale Anticorruzione di dimostrare la sua integrità professionale e la sua indipendenza istituzionale. Se no, allora sarà un’ulteriore conferma della cattura e del controllo delle nuove istituzioni del sistema “riformato” della giustizia direttamente dal primo ministro e/o da chi per lui. Purtroppo, ad oggi, l’operato della Struttura Speciale Anticorruzione non ha giustificato per niente le aspettative, anzi! Che sia questa la volta buona!

    Chi scrive queste righe considera quanto è accaduto il 17 maggio 2020 una barbara e talebana distruzione che rivendica giustizia. Egli, anche in questo caso, avrebbe avuto bisogno di molto più spazio per analizzare, trattare ed informare il nostro lettore sul caso del Teatro Nazionale. Un caso che, con il suo simbolismo, è molto rappresentativo e rispecchia la vissuta e sofferta realtà albanese. Chi scrive queste righe è convinto che quanto è accaduto con il Teatro Nazionale è la metafora di quello che accade quotidianamente in Albania. Egli è convinto anche che quanto è accaduto il 17 maggio 2020 con il Teatro Nazionale è stata un’eloquente dimostrazione e una inconfutabile testimonianza dell’arroganza di una consolidata e funzionante dittatura. E, nel frattempo, condivide il pensiero di Arthur Charles Clarke, secondo il quale è proprio del barbaro distruggere ciò che non può comprendere.

  • Yemeni model facing unfair trial by rebel authorities – rights group

    A Yemeni actress and model accused of an “indecent act” and drug possession is facing an unfair trial by rebel authorities, Human Rights Watch says.

    Intisar al-Hammadi, 20, who denies the charges, was detained by the Houthi movement’s forces in Sanaa in February.

    Her lawyer alleged she was physically and verbally abused by interrogators, subjected to racist insults, and forced to sign a document while blindfolded.

    Prosecutors also allegedly threatened her with a forced “virginity test”.

    Her lawyer told HRW that he had been prevented from seeing Ms Hammadi’s casefile and was stopped from representing her when she appeared in court twice earlier this month.

    The Houthis, who have been fighting a war against Yemen’s internationally recognised government since 2015, have not commented on the case.

    Ms Hammadi, who has a Yemeni father and an Ethiopian mother, has worked as a model for four years and acted in two Yemeni TV series.

    She sometimes appeared in photographs posted online without a headscarf, defying strict societal norms in the conservative Muslim country.

    Her lawyer said she was travelling in a car with three other people in Sanaa on 20 February when rebel Houthi forces stopped it and arrested them. Ms Hammadi was blindfolded and taken to a Criminal Investigations Directorate building, where she was held incommunicado for 10 days, he added.

    “Her phone was confiscated, and her modelling photos were treated like an act of indecency and therefore she was a prostitute [in the eyes of Houthi authorities],” the lawyer told HRW.

    According to HRW, Ms Hammadi told a group of human rights defenders and a lawyer who were allowed to visit her in prison in late May that she was forced by interrogators to sign a document while blindfolded. The document was reportedly a “confession” to several offences.

    In March, Ms Hammadi was transferred to the Central Prison in Sanaa, where guards called her a “whore” and “slave”, because of her dark skin and Ethiopian descent, her lawyer said.

    He added that prosecutors halted their plans to force her to undergo a “virginity test” in early May after Amnesty International issued a statement condemning them. The World Health Organization has said that “virginity tests” have no scientific merit or clinical indication and that they are a violation of human rights.

    “The Houthi authorities’ unfair trial against Intisar al-Hammadi, on top of the arbitrary arrest and abuse against her in detention, is a stark reminder of the abuse that women face at the hands of authorities throughout Yemen,” said Michael Page, HRW’s deputy Middle East director.

    “The Houthi authorities should ensure her rights to due process, including access to her charges and evidence against her so she can challenge it, and immediately drop charges that are so broad and vague that they are arbitrary.”

  • Alleanze, irresponsabilità e ipocrisia in sostegno dei dittatori

    I dittatori cavalcano avanti e indietro su tigri da cui non

    possano scendere. E le tigri diventano sempre più affamate.

    Wiston Churchill

    I dittatori non smentiscono mai se stessi. Quanto è accaduto otto giorni fa in Bielorussia ne è un’ulteriore e grave conferma. Era la mattina del 23 maggio scorso quando il pilota del volo Ryanair FR 4978, decollato da Atene e diretto a Vilnius, ha ricevuto un messaggio con il quale le autorità aeroportuali bielorusse notificavano una “potenziale minaccia alla sicurezza a bordo”. La “minaccia” sarebbe stata la presenza, a bordo dell’aereo, di una bomba. Subito dopo, l’aereo civile di linea è stato intercettato da un aereo dell’aeronautica militare bielorussa e costretto ad un atterraggio forzato all’aeroporto di Minsk. Quanto è accaduto dopo e reso pubblicamente noto ha dimostrato e testimoniato la falsità di tutta quella messinscena del regime bielorusso. Una messinscena solo per permettere alle autorità di attuare quanto era stato programmato con cura anticipatamente. Sì, perché si doveva arrestare un oppositore del regime e lo hanno fatto. Le autorità bielorusse, eseguendo gli ordini partiti da lì dove si decide tutto, hanno arrestato Roman Protasevich, un giornalista ventiseienne bielorusso e la sua compagna russa. Proprio così, un giornalista. Perché per i regimi e i dittatori i giornalisti che si oppongono a loro e li denunciano diventano fastidiosi, diventano pericolosi, perciò, diventano nemici da combattere e annientare. Così hanno fatto anche con Roman Protasevich. Lui da tempo è stato costretto a vivere in Polonia, essendo stato co-fondatore ed ex direttore del canale Telegram Nexta, con base in Polonia e colui che attualmente dirige un nuovo media, La Bielorussia del mal di testa, molto seguita dagli oppositori del regime bielorusso di Lukashenko. La misera messinscena del 23 maggio scorso all’aeroporto di Minsk non poteva non essere accompagnata da un “piccolo giallo”. Sì, perché dai 126 passeggeri partiti da Atene, a Vilnius sono arrivati soltanto 121. Cioè, oltre al giornalista e la sua compagna arrestati, mancavano all’appello altri tre, tutti “svaniti”, “evaporati” nell’aeroporto di Minsk. Le cattive lingue hanno parlato subito di agenti dei servizi segreti. Immediatamente dopo l’arresto del giornalista dissidente, la dirigente dell’opposizione bielorussa, costretta, purtroppo, anche lei all’esilio dopo le elezioni del 9 agosto 2020 e le proteste successive in Bielorussia, ha dichiarato che lui “rischia la pena di morte in Bielorussia”. Questo perché, secondo lei, Lukashenko sta trasformando la Bielorussia “…nella Corea del Nord d’Europa; non trasparente, imprevedibile e pericolosa”.

    Nel frattempo sono state immediate le reazioni delle cancellerie occidentali, di quella statunitense e delle istituzioni internazionali, Unione europea e NATO comprese. Lo scandalo del dirottamento forzato dell’aereo è stato considerato un “atto di pirateria” ed un “dirottamento di Stato”. Tutti, oltre a chiedere l’immediata liberazione del giornalista dissidente e della sua compagna, hanno proposto ed attuato anche delle sanzioni contro la Bielorussia e il regime di Aleksander Lukashenko. In attesa del prossimo vertice del Consiglio europeo, per decidere sulle sanzioni nei confronti della Bielorussia, ci sono le reazioni di tutti i massimi rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea. Subito dopo lo scandalo dell’atterraggio forzato dell’aereo e il successivo arresto del giornalista dissidente ha reagito la presidente della Commissione europea. Lei ha dichiarato che “…Serve una risposta molto forte contro questo dirottamento completamente inaccettabile. Lukashenko deve capire che questo atto non può essere senza conseguenze!”. Per poi ribadire che“…il pacchetto economico da 3 miliardi di investimenti pronto ad andare dall’Unione europea in Bielorussia resta congelato finché la Bielorussia non diventerà democratica”. Affermando anche che si stanno discutendo sanzioni dirette contro individui ed entità economiche che finanziano il regime. Mentre il presidente degli Stati Uniti d’America ha condannato duramente l’atterraggio forzato dell’aereo e l’arresto del giornalista dissidente, oppositore del regime di Lukashenko. In più lui ha appoggiato la richiesta di sanzioni economiche dell’Unione europea ad ha affermato di aver chiesto al suo team di studiare opzioni adeguate per i responsabili. Nel frattempo i Paesi membri dell’Unione europea hanno deciso di boicottare gli spazi aerei della Bielorussia. Mentre la compagnia di bandiera francese Air France ha annunciato che non volerà per il momento sulla Bielorussia. La stessa misura ha preso anche la compagnia tedesca Lufthansa, con la sospensione delle proprie attività nello spazio aereo bielorusso. La Russia invece si è schierata contro le cancellerie occidentali e le istituzioni internazionali. Il presidente russo e/o chi per lui ha pubblicamente dichiarato il suo appoggio al presidente Lukashenko, perché gli alleati non si abbandonano in simili difficili momenti, anzi!

    Nel frattempo che tutti i Paesi membri dell’Unione europea hanno adoperato misure su voli e/o divieti di spazi aerei, “stranamente” però, un volo proveniente dalla Bielorussia, è atterrato all’aeroporto internazionale di Tirana nel pomeriggio del 26 maggio scorso. E cioè tre giorni dopo lo scandalo dell’atterraggio forzato e l’arresto del giornalista dissidente nell’aeroporto di Minsk. Un tempo più che sufficiente, quello, per il primo ministro albanese e i suoi “consiglieri’ per decidere da che parte stare. E la scelta è stata fatta! I simili scelgono i propri simili ci insegna la saggezza popolare. Perché chi si somiglia si piglia recita il proverbio. Anche perché lui, il primo ministro albanese, e il presidente bielorusso Lukashenko ne hanno di cose in comune. L’autore di queste righe ha trattato per il nostro lettore questo argomento (Un bue che dovrebbe dire cornuto ad un altro bue, 7 settembre 2020; Inquietanti dimostrazioni dittatoriali, 28 settembre 2020; Un inganno tira l’altro, 5 ottobre 2020). Così come ha trattato anche la “vittoria” elettorale del primo ministro albanese il 25 aprile scorso, molto simile alla “vittoria” elettorale di Lukashenko il 9 agosto 2020. Una “vittoria” quella del primo ministro albanese, che gli ha confermato il suo tanto ambito terzo mandato, mentre Lukashenko, con la “vittoria” elettorale del 9 agosto 2020, vinceva il suo sesto mandato. Chissà se questo potrà essere, però, un obiettivo raggiungibile per il suo “simile”, il primo ministro albanese?! Il quale, nel frattempo si sa, anzi è pubblicamente noto, che ha avuto un altro, forte, concreto e molto importante sostegno elettorale da parte di un altro loro “simile”.  Il primo ministro albanese ha avuto il pieno e dichiarato appoggio del presidente turco Erdogan. Sempre i simili cercano e sostengono i propri simili!

    Il 27 maggio scorso il ministro aggiunto per l’Europa presso il ministero degli Affari esteri in Germania è stato in Albania per una visita ufficiale. Dopo l’incontro ufficiale con il primo ministro albanese tutti e due hanno partecipato ad una conferenza con i rappresentanti dei media. Nessuno aveva dubbi sui contenuti delle dichiarazioni del primo ministro albanese. Soprattutto adesso, dopo la “vittoria” del suo terzo mandato. Ma anche il ministro [tedesco] aggiunto per l’Europa, con le sue dichiarazioni, non ha smentito le aspettative. E neanche se stesso. Si perché, lui è stato sempre “ottimista” per i risultati raggiunti dal governo albanese e convinto dei continui progressi fatti dall’Albania nel suo percorso europeo. Nonostante la realtà vissuta in Albania è stata da anni ben diversa da quella alla quale si riferiva il 27 maggio scorso il ministro tedesco e molto, ma molto preoccupante. Tanto preoccupante che ha costretto lo stesso Bundestag tedesco ad elencare nove condizioni e poi approvare quelle condizioni a fine settembre 2019. Si tratta di condizioni che dovevano essere tutte osservate e rispettate dal governo albanese prima che il rappresentante tedesco al Consiglio europeo, e cioè la cancelliera Merkel, potesse votare a favore della convocazione della prima conferenza intergovernativa tra l’Albania e l’Unione europea, che sarebbe il primo passo, per poi proseguire con tutte le altre procedure previste fino all’adesione definitiva all’Unione europea. A quelle nove condizioni tedesche, sono state aggiunte anche altre sei da altri Paesi membri dell’Unione europea, per diventare così quindici condizioni per l’Albania. A fine giugno 2020 il Parlamento europeo ha approvato quelle quindici condizioni con una risoluzione che ha avuto un largo e trasversale sostegno con 532 voti favorevoli, 70 voti contrari e 63 astensioni. Anche queste verità le dovrebbe aver saputo benissimo il ministro aggiunto per l’Europa presso il ministero degli Affari esteri in Germania, mentre faceva le sue dichiarazioni a fianco del primo ministro albanese e davanti i giornalisti il 27 maggio scorso. Ma le sue dichiarazioni erano “stranamente” tutto rose e fiori. Chissà perché?! Ma nessuno che conosce la realtà vissuta e sofferta in Albania può credere alle affermazioni del ministro tedesco. Perché è impossibile credere che “L’Albania ha esaudito tutte le condizioni per fare un passo avanti nel processo dell’integrazione europea”! Basterebbe prendere quelle quindici condizioni e verificarle una ad una se siano state esaudite veramente o meno! Molto semplice, ma chissà perché il ministro tedesco non lo ha fatto! E chissà perché anche sulle “ragioni” di alcune decisioni prese dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America sull’Albania in questi ultimi mesi. Il nostro lettore è stato informato anche la scorsa settimana su queste “strane” decisioni (Eclatanti e preoccupanti incoerenze istituzionali; 24 maggio 2021).

    Chi scrive queste righe valuta come molto irresponsabile e pericoloso “fermare gli occhi, le orecchie ed il cervello” di fronte a delle eclatanti realtà che testimoniano il consolidamento di un regime in Albania. Come quello di Lukashenko in Bielorussia. Oppure come quello di Erdogan in Turchia. Ma mentre per quei regimi, almeno formalmente, ci sono delle prese di posizione e di sanzioni da parte delle cancellerie occidentali e quella statunitense, nel caso dell’Albania, stranamente, c’è un sostegno al primo ministro. Lui che è, almeno, il rappresentante istituzionale di una nuova dittatura, espressione di una altrettanto pericolosa alleanza tra il potere politico, la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti internazionali. Chi scrive queste righe non si stancherà mai di ripeterlo. Con simili ipocrisie delle cancellerie occidentali si aggravano e si appesantiscono ulteriormente le sofferenze degli albanesi. Sì, perché anche quelle ipocrisie servono da sostegno ai dittatori. Proprio quelli che cavalcano avanti e indietro su tigri da cui non possano scendere. Perché, secondo Wiston Churchill, quelle tigri diventano sempre più affamate.

  • Contro Minsk adesso azione forte e decisa dopo l’arresto di Protasevich

    Il dirottamento del volo Ryanair Atene-Vilnius con il chiaro intento di far arrestare dalla polizia bielorussa Roman Protasevich, giornalista e oppositore del presidente Alexandr Lukashenko, da tempo dissidente in Polonia, è un atto di estrema gravità che non ha precedenti. Con lui è stata fermata anche la fidanzata russa Sofia Sapega mentre si sa poco di altri quattro cittadini russi fatti scendere insieme alla coppia.

    Il gesto, condannato da tutta la comunità internazionale, compresa l’Unione europea che ha chiesto il blocco dei voli verso Minsk e il divieto di sorvolo dello spazio aereo comunitario per la compagnia Belavia, è ancor più deprecabile se si pensa alla motivazione addotta, ovvero bomba a bordo e minaccia terroristica che ha allarmato i tanti passeggeri che erano a bordo di quel volo.

    Servirà un’azione forte e decisa nei confronti del governo di Minsk perché le accuse contro Protasevich possono portare a 12 anni di carcere e poiché il giornalista è sulla lista nera del terrorismo se accusato di atti terroristici rischia la pena di morte, ancora attiva nel Paese.

  • Bisogna reagire

    Non c’è differenza tra uccidere personalmente e prendere decisioni

    che invieranno altri ad uccidere. È esattamente la stessa cosa.

    Golda Meir

    Da lunedì 10 maggio sono ripresi gli scontri nella Striscia di Gaza. Tutto iniziò alcuni giorni prima, dopo la decisione della Corte Suprema israeliana, il 6 maggio, relativa allo sgombero di alcuni edifici abitati da palestinesi a Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est. Una zona quella che è sotto la giurisdizione israeliana dal 1980. Le proteste cominciate il 6 maggio si trasformarono in seguito in scontri veri e propri tra cittadini ebrei e palestinesi. Il 10 maggio scorso Hamas (organizzazione palestinese politica e paramilitare considerata come organizzazione terroristica da alcune nazioni nel mondo; n.d.a.) ha cominciato ad attaccare diverse città israeliane nella Striscia di Gaza con razzi e missili. In quegli attacchi Hamas è stata affiancata dalla Jijad islamica palestinese (gruppo militante palestinese, considerato come un’organizzazione sospetta di terrorismo; n.d.a.). Come immediata risposta Israele ha cominciato gli attacchi aerei contro obiettivi governativi e militari palestinesi nella Striscia di Gaza, ma anche su edifici civili, dove si sospettava fossero funzionanti degli uffici di Hamas. Gli scontri armati continuano incessanti dal 10 maggio e, ad oggi, secondo l’ultimo bilancio del ministero della Sanità palestinese, sono 218 le vittime palestinesi. Durante questi nove giorni di scontri armati, secondo fonti ufficiali israeliani, sono stati lanciati verso Israele circa 3150 razzi, precisando anche che circa il 90% dei razzi sono stati intercettati dal sistema israeliano di difesa missilistica. Sabato scorso è stata abbattuta anche la Torre dei Media a Gaza, l’edificio dove avevano sede sia l’Associated Press statunitense che l’emittente televisiva satellitare araba al-Jazeera. Nel frattempo gli scontri nella Striscia di Gaza continuano, nonostante le mediazioni diplomatiche di alcuni Paesi e/o organizzazioni internazionali. Domenica 16 maggio, papa Francesco, durante la preghiera della Regina Cæli, ha implorato e pregato per la pace in Terra Santa e in tutta la Striscia di Gaza.

    Il 1o febbraio scorso in Myanmar l’esercito. guidato dal capo delle forze armate birmane, ha preso il potere dopo un colpo di Stato. Sono stati arrestati tutti i massimi dirigenti della maggioranza governativa, compresa Aung San Suu Kyi, il premio Nobel per la Pace. Da allora in Myanmar continuano le proteste e gli scontri tra le forze armate e i cittadini. Domenica 16 maggio, papa Francesco ha celebrato la Santa messa per i cittadini birmani residenti a Roma. Il Santo Padre ha pregato per l’amato popolo birmano. Un popolo segnato e sofferente per la violenta repressione delle manifestazioni in Myanmar, dopo il golpe del primo febbraio scorso, che ha portato al potere la giunta militare. Durante la sopracitata messa un sacerdote birmano ha ricordato, tra l’altro, anche le parole dette da papa Francesco alcuni mesi fa, riferendosi a Suor Anne. La suora, le cui immagini, in ginocchio, davanti alle forze di sicurezza birmane, che scongiurava per la vita dei giovani, hanno commosso tutti. Allora papa Francesco disse: “…Anche io mi inginocchio sulle strade del Myanmar, stendo le braccia e dico cessi la violenza”. Ieri, durante la messa, il sacerdote birmano ha fatto riferimento anche di “certi interessi internazionali” di alcune grandi potenze, che appoggiano il regime dei militari in Myanmar.

    L’autore di queste righe pensa che, sia nel caso degli scontri degli ultimi giorni nella Striscia di Gaza, che nel caso degli scontri tra i cittadini e le forze armate, comprese le strutture paramilitari che appoggiano i golpisti in Myanmar, una parte della responsabilità è anche delle cancellerie occidentali e di quella statunitense. Egli pensa che certe preoccupanti e disumane realtà potevano essere state evitate se determinati atteggiamenti delle cancellerie occidentali sarebbero stati diversi. Purtroppo “certi interessi” economici e geostrategici delle grandi potenze internazionali spesso prevalgono sugli interessi delle popolazioni. Come nella Striscia di Gaza e in Myanmar.  Ed in Myanmar, ma non solo, la Cina, la Russia ed altri Paesi vendono le armi ed hanno diversi interessi. Ragion per cui “tollerano” i regimi! Interessi che hanno portato anche alla “chiusura degli occhi e delle orecchie” sia delle cancellerie occidentali che di certi “rappresentanti” delle istituzioni internazionali, comprese anche quelle dell’Unione europea, di fronte alla restaurazione dei regimi totalitari. Compreso quello in Albania. Hanno chiuso gli occhi e le orecchie di fronte alla galoppante corruzione, alle attività illecite, alla connivenza documentata del potere politico con la criminalità organizzata e tanto altro. Tutto questo perché venga “garantita” una specie di stabilità, a scapito dei cittadini. Ma per loro, chi se ne frega dei cittadini! Essi sono delle pecore, come quelle della Fattoria degli animali, maestosamente descritta da George Orwell. Purtroppo, non di rado, i rappresentanti delle cancellerie occidentali e/o delle istituzioni internazionali, tollerano i nuovi dittatori e poi, con una vergognosa e dannosa “ipocrisia”, parlano di “diritti” e di “democrazia”! Ragion per cui, spesso, loro hanno fatto e stanno facendo di tutto per mettere in piedi e mantenere funzionante la Stabilocrazia in diversi Paesi del mondo. Anche in Albania. L’autore di queste righe ha trattato per il nostro lettore questo argomento (Stabilocrazia e democratura; 25 febbraio 2019).

    Proprio un anno fa, il 17 maggio 2020, è stato barbaramente demolito l’edificio del Teatro Nazionale in Albania. Un edificio, in pienissimo centro di Tirana, dichiarato protetto anche da alcune rinomate istituzioni specializzate internazionali. Le immagini trasmesse dai media in quel 17 maggio 2020 sembravano e somigliavano a quelle che si vedono in questi giorni quando si trasmettono le cronache di guerra dalla Striscia di Gaza. Ma mentre, per esempio, l’abbattimento della Torre dei Media a Gaza tre giorni fa è stata causata dai bombardamenti, quello dell’edificio del Teatro Nazionale a Tirana, proprio un anno fa, è dovuto non a dei bombardamenti, ma da un atto vile e barbaro, voluto, ideato e programmato da anni nella diabolica e perversa mente dell’attuale primo ministro albanese.

    La scorsa settimana Cristiana Muscardini scriveva per il nostro lettore che “…In molti siamo stati inorriditi quando i talebani hanno distrutto i Buddha di Bamiyan o l’Isis ha frantumato il Tempio di Baalshamin a Palmira”. Trattando l’importanza della conservazione dei monumenti e di quanto sta accadendo in questi ultimi anni in varie parti del mondo, compresi anche dei Paesi evoluti, ella, giustamente, si chiedeva “…Di questo passo dovremmo radere al suolo le piramidi perché costruite da schiavi e forse anche gli acquedotti romani per non parlare dei templi non solo dell’Antica Grecia?” (Rimuovere la storia senza contestualizzarla; 12 maggio 2021).

    L’autore di queste righe oggi farà semplicemente riferimento ad alcuni passaggi di quello che ha scritto un anno fa sul vigliacco, scellerato e barbaro abbattimento, nelle primissime ore del 17 maggio 2020 dell’edificio del Teatro Nazionale. Un anno fa l’autore di queste righe informava il nostro lettore: “…Ebbene, da ieri, domenica 17 maggio, prima dell’alba, l’edificio del Teatro Nazionale a Tirana non esiste più. Lo hanno demolito, lo hanno distrutto in fretta e furia, dopo un barbaro e vigliacco assalto notturno di ingenti forze speciali della polizia di Stato ed altre strutture paramilitari. È stata veramente una barbarie, una malvagia opera ideata, programmata e messa in atto finalmente dagli individui delle tenebre”. E poi continuava, scrivendo “…Barbari, come i famigerati militanti fanatici dell’ISIS che, dal 2015 e fino al 2017, hanno distrutto moltissime preziose opere d’arte dell’antica città di Palmira, in Siria. E che avevano minato e fatto saltare in aria tra l’altro, anche il santuario di Baal-Shamin e la cella del tempio di Bell. Con la sola differenza però che hanno usato delle giganti ruspe, invece che della dinamite…” L’autore di queste righe informava il nostro lettore anche del perché di questo barbaro atto: ”…Comunque sia, documenti e fatti accaduti alla mano, la distruzione di quell’edificio è stata sempre motivata da ingenti e continui guadagni finanziari” (I vigliacchi della notte hanno distrutto il Teatro Nazionale; 18 maggio 2020).  Egli lo aveva ribadito già nel giugno 2018, che “Siamo davanti, perciò, ad un affare speculativo edilizio che comporterebbe profitti finanziari elevatissimi. Dei profitti derivati dal riciclaggio di denaro sporco proveniente dai traffici illeciti, aumentati paurosamente in questi ultimi anni (Il tempo è dei farabutti ma….; 18 giugno 2018)”. Egli ribadiva, molto preoccupato, anche che “…Con quell’atto è stato dimostrato pubblicamente che in Albania non esiste più lo Stato di diritto. E non esiste neanche lo Stato legale. In Albania la dittatura ha mostrato tutta la sua brutalità. Quanto è accaduto il 17 maggio scorso è stata un’eloquente dimostrazione e una inconfutabile testimonianza dell’arroganza di una consolidata e funzionante dittatura (Arroganza, abusi e canagliate di una dittatura; 25 maggio 2020).

    Chi scrive queste righe considera e, da tempo, ribadisce come molto significativo il simbolismo della vigliacca e barbara demolizione dell’edificio del Teatro Nazionale in pieno centro di Tirana il 17 maggio 2020, proprio un anno fa. Ma dopo le elezioni del 25 aprile scorso e visto anche quanto sta accadendo in questi ultimi giorni con l’opposizione in Albania, le ragioni per le quali i cittadini devono essere molto preoccupati sono ulteriormente aumentate. Spetta a loro scegliere tra essere pecore ubbidienti, oppure reagire contro il regime. Come in Myanmar.

  • Dopo il 25 aprile chi si giustifica si autoaccusa

    La disaffezione per la politica è pari solo alla
    sfiducia nei confronti dei politici di professione

    Max Weber

    Così scriveva Max Weber, noto studioso della sociologia politica, nel suo saggio La politica come professione, pubblicato nel luglio 1919 (Titolo originale Politik als Beruf; nella lingua tedesca la parola Beruf significa sia professione che vocazione, n.d.a.). E poi, dopo quella affermazione, specificava che “…agli occhi di molti cittadini sembra quasi che molti, se non tutti, i mali che affliggono la società siano causati da una casta insaziabile e corrotta, sempre pronta a coltivare i propri interessi e largamente orientata all’interesse, alla corruzione e al malaffare”. Con rammarico Weber constatava che la politica non sempre rappresentava “…l’arte suprema e più alta, capace di costruire lo sviluppo, la pace e il benessere”. Max Weber era convinto che per i politici due sono i peccati mortali. Uno è l’assenza di una causa da seguire e da attuare, l’altro è la mancanza di responsabilità. Nel suo sopracitato saggio egli scriveva che “…La vanità, vale a dire il bisogno di porre se stessi in primo piano, nel modo più visibile possibile, induce l’uomo politico nella fortissima tentazione di commettere uno di questi due peccati, se non tutti e due insieme”. In seguito, riferendosi al politico demagogo, affermava che costui “…è costretto a contare sull’effetto; egli si trova perciò continuamente in pericolo, tanto da diventare un mero attore, quanto di prendere con leggerezza la responsabilità per le conseguenze del suo agire e di preoccuparsi solamente dell’impressione che suscita”. Secondo Weber è sempre possibile che si possa avere una organizzazione statale dove il potere venga gestito da quelli che lui chiamava i “politici di professione”. E cioè persone “…senza vocazione, senza le intime qualità carismatiche che per l’appunto fanno un capo’. Egli era convinto ed elencava quelle tre necessarie qualità che fanno diventare una persona un vero ed affidabile uomo politico. Quelle tre qualità, secondo Weber, sono la passione, il senso di responsabilità e la lungimiranza.

    È passato ormai poco più di un secolo da quanto Max Weber pubblicò il suo ben noto saggio La politica come professione. Ma le sue idee, le sue convinzioni e le sue definizioni, trattate in quel saggio, rimangono tuttora attuali. Valgono anche per i politici in Albania dove, purtroppo, fatti accaduti e che stanno tuttora accadendo alla mano, la maggior parte dei rappresentanti politici sono una dimostrazione vivente ed attiva di quello che, secondo Weber, un uomo politico non dovrebbe mai essere. Sia quelli della maggioranza governativa che dell’opposizione, partendo dai massimi rappresentanti. E non poteva essere altrimenti, vista la grave e molto preoccupante realtà vissuta e sofferta quotidianamente dai semplici cittadini in Albania. Una realtà quella, espressione diretta delle conseguenze della cattiva gestione delle responsabilità politiche da parte di tutti. Di tutti quelli che, come sopracitato, Max Weber definiva e considerava come “una casta insaziabile e corrotta”. Ma basterebbe riferirsi soltanto a quei due sopracitati “peccati mortali”, come li definiva Weber, cioè all’assenza di una causa e alla mancanza di responsabilità. Egli per causa intendeva quella in servizio e a beneficio dello Stato e della società. Mentre qualunque sia la causa perseguita dal primo ministro albanese durante tutti questi anni mai e poi mai potrebbe essere considerata una causa a beneficio dei cittadini, non si sa invece quale è stata ed è la causa del capo dell’opposizione. Anzi, sembrerebbe che lui non abbia avuto mai una causa vera e propria vista la facilità di passaggio da una ad un’altra [considerata] tale. E nessuna delle sue “cause”, guarda caso, è stata portata a conclusione. Mentre, per quando riguarda l’altro “peccato mortale” dei politici, e cioè la mancanza di responsabilità, in Albania, si sfonda una porta aperta. Ne sono una vivente testimonianza sia il primo ministro, che il capo dell’opposizione. E se proprio per quella mancanza di responsabilità nella gestione della cosa pubblica da parte del primo ministro, come rappresentante istituzionale, la situazione in Albania sta peggiorando di giorno in giorno, per la mancanza di responsabilità da parte dei massimi dirigenti dell’opposizione invece, soprattutto del capo, quale rappresentante istituzionale dell’opposizione stessa, in Albania si sta diffondendo sempre di più la mancanza di speranza per il futuro, l’indifferenza e, addirittura, anche l’apatia dei cittadini. Con tutte le derivate ed allarmanti conseguenze, la più pericolosa e preoccupante delle quali è l’esodo massiccio e continuo degli albanesi, durante questi ultimi anni, lasciando tutto e tutti in patria, per cercare un futuro migliore in altri Paesi, principalmente dell’Unione europea, ma non solo. Un reale e allarmante problema quello, non solo per il futuro dell’Albania, ma anche per molte cancellerie occidentali e/o per le istituzioni dell’Unione europea. L’autore di queste righe ha spesso informato il nostro lettore di questo fenomeno preoccupante per tutti.

    Purtroppo e come si attendeva, il risultato delle elezioni politiche del 25 aprile scorso in Albania ha reso possibile la vittoria di un suo terzo mandato all’attuale primo ministro. Un risultato tale che permette a lui di governare da solo e, in caso di bisogno, di procurare anche tutti i voti necessari in parlamento. Voti di deputati di altri partiti parlamentari in cambio di “benefici”, come purtroppo è stato spesso verificato anche durante le precedenti legislature. Il risultato delle elezioni del 25 aprile scorso ha, purtroppo, ulteriormente consolidato la dittatura sui generis, ormai da alcuni anni restaurata in Albania. Una dittatura camuffata, questa, come espressione diretta della pericolosa alleanza tra il potere politico con la criminalità organizzata e certi raggruppamenti occulti internazionali. Anche di una simile preoccupante realtà l’autore di queste righe ha, da anni e continuamente, informato il nostro lettore, cercando di essere più oggettivo possibile e riferendosi soltanto a dati e/o fatti accaduti e che stanno tuttora accadendo e facilmente verificabili.

    Purtroppo anche questa vittoria elettorale del primo ministro, più che un’espressione libera e democratica della volontà dei cittadini è dovuta a diversi preoccupanti e illeciti fattori. È dovuta all’uso improprio e illegale dei mezzi materiali e/o delle risorse umane dell’amministrazione pubblica, sia quella centrale che locale, quest’ultima totalmente controllata dal primo ministro dal giugno 2019. Come anche dalla massiccia e diffusa, sul tutto il territorio, compravendita dei voti. Ma anche ad altri modi con i quali è stato controllato, condizionato e manipolato il risultato finale delle elezioni. L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore durante le ultime settimane su quello che si stava programmando da molto prima per garantire il terzo e molto ambito mandato all’attuale primo ministro albanese (Scenari orwelliani in attesa del 25 aprile; 19 aprile 2021). Lunedì scorso egli affermava che “Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro e i suoi ne hanno fatte di tutti i colori, per garantire il terzo mandato, compresi anche l’uso di centinaia di migliaia di dati personali e protetti dalla legge per scopi elettorali, la compravendita dei voti e il coinvolgimento delle strutture statali e degli alti funzionari delle istituzioni, durante la campagna elettorale” (Il regime che si sta riconfermando dopo il 25 aprile; 27 aprile 2021). In attesa di ulteriori ed annunciate testimonianze documentarie (scritte, audio e/o video), che i dirigenti della perdente opposizione hanno promesso, dopo la loro sconfitta, di pubblicare nei prossimi giorni, è comunque un’opinione diffusa e, spesso, anche una ferma convinzione, che il terzo mandato ottenuto dal primo ministro il 25 aprile scorso si basa su innumerevoli brogli elettorali, su tanti abusi di potere, sulla documentata connivenza con la criminalità organizzata e/o certi raggruppamenti occulti e ben altro. Rimane soltanto che tutto ciò venga testimoniato, documentato e reso pubblico, come hanno promesso i massimi dirigenti dell’opposizione durante tutta la scorsa settimana. Promesse quelle obbligatorie adesso ad essere rispettate ed onorate. Per non ripetere quello che è accaduto sempre e purtroppo durante questi ultimi anni, dal 2017 ad oggi, con le promesse, soprattutto quelle fatte dal capo dell’opposizione. Promesse pubbliche, con tanto di giuramenti solenni che, in seguito, sono state regolarmente e continuamente “dimenticate”. Anche di tutto ciò l’autore di queste righe ha informato il nostro lettore durante tutti questi anni (Habemus pactio, 22 maggio 2017; Dall’Albania niente di nuovo, 27 giugno 2017; Giù le mascchere, 3 luglio2017; La scelta tra il bene e il male, 24 luglio 2017…E molti altri negli anni in seguito).

    Chi scrive queste righe analizzerà, tratterà ed informerà nelle prossime settimane il nostro lettore sugli sviluppi politici in Albania. Egli però è convinto che affrontare e contrastare la restaurata dittatura camuffata in Albania dovrebbe diventare ormai un dovere ed un impegno patriottico. Ma chi scrive queste righe pensa che i dirigenti dell’opposizione, prima di parlare, giustamente, del massacro elettorale da tempo ideato, programmato e finalmente attuato il 25 aprile scorso, dovrebbero chiedere scusa ai loro sostenitori, ma anche agli albanesi. Anzi, sono obbligati, prima di giustificare la clamorosa e l’ennesima sconfitta elettorale, di chiedere scusa per aver dato tutte le garanzie agli albanesi, che avrebbero assicurato il volo libero e democratico. Perché adesso, dopo il 25 aprile, chi si giustifica si autoaccusa. E aumenta così la disaffezione dei cittadini per la politica e la loro sfiducia nei confronti dei politici di professione. Come scriveva Max Weber.

  • Il regime che si sta riconfermando dopo il 25 aprile

    C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino consiste nel togliergli la voglia di votare.

    Robert Sabatier

    Domenica 25 aprile in Albania si sono svolte le elezioni politiche. Circa il 48.2% degli albanesi, quelli che hanno scelto di votare, sono andati alle urne. Diversamente da quanto è successo durante la campagna elettorale, “riscaldata” soprattutto negli ultimi giorni della scorsa settimana, domenica tutto era tranquillo. Sembrava un po’ strano e contrastava con certi avvertimenti e tentativi di suscitare scontri e conflitti. Le elezioni si sono svolte in piena tranquillità e senza nessun incidente elettorale, come è accaduto nelle precedenti elezioni. Fatto questo che è stato confermato da tutti i rappresentanti politici dei partiti principali in gara, dopo la chiusura dei seggi. In più, questi non hanno neanche denunciato alcuna irregolarità elettorale. Ma tutto ciò non significa che il 25 aprile, in Albania, le elezioni siano state libere, imparziali e democratiche. Sì, perché ormai in Albania il controllo, il condizionamento e la manipolazione del voto non avvengono il giorno delle elezioni, anzi, ormai si fa molta attenzione alla “facciata”. Per la propaganda governativa tutto deve sembrare normale e tranquillo quel giorno. Tutto comincia da molte settimane prima, se non addirittura da molti mesi prima e in vari modi, ormai ben noti in Albania. Il primo ministro, sicuro di tutto ciò, durante tutta la campagna elettorale, ma anche prima, in mancanza di una sola promessa fatta pubblicamente e mantenuta in questi otto anni, aveva consapevolmente scelto di fare campagna elettorale con la sua ben nota arroganza verbale, con le sue offese ed insulti coatti. Perché lui e i suoi “strateghi” , non potendo dimostrare uno, soltanto un risultato concreto, non potendo dare una, soltanto una dimostrazione di una promessa mantenuta, avevano basato la campagna anche sui “diversivi verbali”, sulle offese e sugli insulti degli avversari. E purtroppo sembrerebbe che quella “strategia” non abbia “guastato”, permettendo quello che, ad ora, è il risultato elettorale parziale. Si perché sembra che il 26 aprile sera, tenendo presente i dati ufficiali resi pubblici dalla Commissione Centrale Elettorale, dopo lo scrutinio di circa 70% dei seggi, risulterebbe che si stia riconfermando il tanto ambito terzo mandato per il primo ministro. Rimane da vedere se questa tendenza si confermerà anche dopo lo scrutinio dei seggi rimanenti, permettendo così all’attuale primo ministro di ottenere il diritto di costituire il suo nuovo governo il prossimo settembre, come prevedono la Costituzione e le leggi in vigore.

    Lunedì scorso l’autore di queste righe informava il nostro lettore che “Questa che inizia oggi è l’ultima settimana prima delle elezioni. Il primo ministro albanese e tutti i suoi stanno cercando, con tutti i modi e mezzi, di nascondere tutti gli scandali governativi, tutte le promesse fatte e mai mantenute, tutta la gravità della situazione da loro generata e tante altre cose”. E poi aggiungeva, ribadendo che per vincere le elezioni ed il suo terzo mandato, al primo ministro “…Servono i milioni della corruzione, dei traffici illeciti, dell’abuso del potere e dell’orientamento occulto degli interessi per controllare, condizionare e comprare il voto dei cittadini impoveriti, disperati e sofferenti”. Egli, in più, aveva informato il nostro lettore anche dell’ultimo scandalo elettorale, reso noto l’11 aprile scorso. Si, perché l’11 aprile scorso tutti hanno saputo, in Albania ma non solo, che “…Centinaia di migliaia di dati personali e protetti dalla legge sono stati da tempo messi a disposizione e usati, per scopi elettorali, dal partito del primo ministro. Un vero e proprio scandalo, che coinvolge il Partito e le istituzioni governative. Uno scandalo che ha messo alla prova di nuovo anche il sistema “riformato” della giustizia”. E, riferendosi al sistema della giustizia in Albania, egli scriveva anche che quel sistema “…invece di avviare le dovute indagini, previste dalla legge, per evidenziare come sono finiti quei dati riservati e protetti negli uffici del Partito, per uso e abuso elettorale, sta indagando il media che li ha pubblicati, facendo solo il suo dovere, riconosciuto dalla legge”. (Scenari orwelliani in attesa del 25 aprile…; 19 aprile 2021). Tanto era grande quello scandalo del sistema “riformato” della giustizia, personalmente controllato dal primo ministro albanese e/o da chi per lui, che si è attivata subito, dietro la richiesta del media in causa, anche la Corte europea dei Diritti dell’Uomo. Dopo una sua seduta straordinaria del 22 aprile scorso, e cioè soltanto 11 giorni dopo lo scandalo, la Corte ha deliberato proprio contro la decisione della procura albanese, chiedendo ed obbligando il ritiro dell’ordine di sequestro nei confronti del media. Un ordine, quello, chiesto dalla procura e convalidato dal tribunale! Basta soltanto questo per capire come funzionano ormai e purtroppo in Albania le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia!

    Nel pomeriggio di lunedì 26 aprile, la Missione comune degli Osservatori dell’ODIHR (Office for Democratic Institutions and Human Rights – Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani, come parte integrante dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa; n.d.a.), ha presentato a Tirana il Rapporto preliminare sulle elezioni politiche del 25 aprile. In quel Rapporto, gli osservatori hanno evidenziato, tra l’altro, la compravendita del voto, che poi porta gli albanesi a non avere fiducia del sistema. Gli osservatori hanno fatto riferimento al sopracitato scandalo dell’uso abusivo di centinaia di migliaia di dati personali e protetti dalla legge per scopi elettorali e le sue conseguenze sul risultato elettorale. Nel Rapporto preliminare dell’ODIHR venivano, altresì, evidenziati come fenomeni in violazione delle leggi in vigore, sia il coinvolgimento delle strutture statali e degli alti funzionari delle istituzioni, durante la campagna elettorale, in favore della maggioranza governativa, sia l’influenza in favore del partito del primo ministro, derivata dai cambiamenti fatti negli ultimi mesi prima delle elezioni, alla Costituzione e al Codice elettorale. Queste erano soltanto alcune delle osservazioni presentante nel sopracitato Rapporto preliminare dell’ODIHR.

    In attesa di conoscere il risultato finale delle elezioni, risultato che senz’altro condizionerà gli sviluppi politici nei prossimi anni in Albania, bisogna evidenziare alcuni scontri istituzionali accaduti la scorsa settimana, pochi giorni prima della chiusura della campagna elettorale. Scontri che hanno coinvolto personalmente il presidente della Repubblica e l’ambasciatrice statunitense. Tutto cominciò dopo che il presidente aveva accusato la “strategia” del primo ministro per condizionare, controllare e manipolare il voto dei cittadini, facendo capire che lui approfittava anche dall’appoggio dei “rappresentanti internazionali”. Il presidente aveva di nuovo denunciato il diretto coinvolgimento della criminalità organizzata in tutto ciò, usando, purtroppo, un linguaggio non molto “istituzionale” e minacciando determinate azioni contro tutti quelli che avrebbero reso possibile l’attuazione di una simile e pericolosa “strategia”. La reazione dell’ambasciatrice statunitense, come persona coinvolta, è stata forte ed immediata, tramite le reti social, durante un dibattito televisivo del presidente della Repubblica con i giornalisti in prima serata, venerdì scorso. Secondo fonti mediatiche, risulterebbe che l’ambasciatrice abbia minacciato, a sua volta e direttamente, il presidente della Repubblica di rendere pubblici alcuni “scheletri nell’armadio” dello stesso presidente. Si vedrà cosa accadrà nei prossimi giorni, o comunque nel prossimo futuro, e se lei manterrà la parola. Nel frattempo però, l’ambasciatrice e altri suoi colleghi sono stati presenti e molto attivi il 25 aprile, giorno delle elezioni, in diverse città e in diversi seggi elettorali. Anche il giorno dopo le elezioni, l’ambasciatrice è stata molto attiva, visitando diversi ambienti, sedi delle Commissioni zonali per l’amministrazione elettorale e articolando determinate dichiarazioni ufficiali. Cosa che i suoi colleghi, in diversi altri Paesi del mondo, non hanno mai fatto e neanche avrebbero mai pensato di fare. Anche perché azioni e/o presenze del genere risulterebbero essere in palese violazione con la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche, ma in Albania i “rappresentanti internazionali” hanno goduto da anni e tuttora godono dei diritti “speciali”, offerti “generosamente” dai rappresentanti politici locali in cambio, ovviamente, di “appoggi speciali”. Diritti con i quali, non di rado, i “rappresentanti internazionali” hanno abusato, generando, però, non poche problematiche per l’Albania e gli albanesi.

    Chi scrive queste righe è convinto che il primo ministro e i suoi ne hanno fatte di tutti i colori, per garantire il  terzo mandato, compresi anche l’uso di centinaia di migliaia di dati personali e protetti dalla legge per scopi elettorali, la compravendita dei voti e il coinvolgimento delle strutture statali e degli alti funzionari delle istituzioni, durante la campagna elettorale. Come è stato chiaramente evidenziato anche dal Rapporto preliminare dell’ODIHR, reso ormai pubblico. E se, malauguratamente per gli albanesi, risulterà una pericolosa riconferma del regime del primo ministro, restaurato e funzionante ormai in Albania, allora questo dovrà allarmare non solo gli albanesi. Dovrebbe allarmare e preoccupare anche le cancellerie occidentali e le istituzioni dell’Unione europea. Anche perché tutto ciò potrebbe togliere, tra l’altro, anche la voglia dei cittadini di votare. Il che sarebbe, come scriveva Robert Sabatier, peggiore della negazione del diritto del voto agli stessi cittadini. Con tutte le sue derivanti conseguenze!

Back to top button