dittatura

  • Il peso della responsabilità

    L’oppresso che accetta l’oppressione finisce per farsene complice.

    Victor Hugo

    L’Albania sta precipitando verso una dittatura ogni giorno che passa. Ormai non ci sono più dubbi, nonostante il primo ministro e la sua propaganda governativa stiano facendo di tutto per dare una parvenza diversa, inventando anche un’opposizione di facciata, “usa e getta”, dopo che, nel febbraio scorso, i deputati dell’opposizione istituzionale avevano rassegnato i mandati parlamentari. E quello che è ancora peggio è che si tratta di una dittatura gestita da una pericolosa alleanza tra il potere politico, i poteri occulti e la criminalità organizzata. Perciò bisogna intervenire subito, con responsabilità e determinazione. Se no, le conseguenze saranno tragiche e a lungo termine. In queste condizioni reagire consapevolmente diventa un dovere civico e patriottico, per chiunque riesca a percepire questa allarmante realtà. Anche perché in Albania le drammatiche esperienze non mancano. Circa mezzo secolo di atroci sofferenze, di negazioni e crimini ineffabili sono ancora vivi nella memoria collettiva.

    In Albania un uomo solo, il primo ministro, controlla quasi tutto. Risulterebbe che per arrivare a tanto, lui abbia fatto accordi peccaminosi con la criminalità organizzata e con certi poteri occulti europei e d’oltreoceano. Oltre al potere esecutivo e legislativo, il primo ministro controlla anche la maggior parte dei media. In più, con la sua tanto voluta riforma della giustizia, ormai ha usurpato e controlla tutto il sistema. Una riforma ideata e attuata in modo tale da permettere tutto ciò anche grazie al continuo e ingiustificabile appoggio dei rappresentanti diplomatici e delle istituzioni internazionali, quelle dell’Unione europea in primis. Ormai, a danno fatto e con una riforma volutamente fallita, nessuno di loro si prende le proprie responsabilità. Nessuno si sente colpevole del fatto che da più di un anno in Albania non funziona la Corte Costituzionale, che è l’unica garante che può e deve impedire qualsiasi violazione della Costituzione e delle leggi in vigore. Oltre alla Corte Costituzionale non funziona più neanche la Corta Suprema. Sempre grazie al voluto fallimento di quella riforma. Il che ha permesso e sta permettendo al primo ministro di oltrepassare ogni limite costituzionale e legale. Non solo, ma dal 30 giugno scorso, con la sua irresponsabile scelta di attuare votazioni moniste e anticostituzionali, il primo ministro sta cercando di controllare anche tutti i 61 comuni e le loro amministrazioni locali. Questo grazie anche al riconosciuto contributo della “nuova opposizione” da lui generata, curata e composta da buffoni e cretini messi al servizio, in cambio di qualche “generosa” ricompensa. Da alcune settimane il primo ministro e i suoi hanno avviato le procedure per rimuovere dall’incarico anche il presidente della Repubblica, l’unica istituzione che sta cercando di fermare la sua folle corsa anticostituzionale. Da alcune settimane, fatti alla mano, in Albania si sta attuando un vero e proprio colpo di Stato. In qualsiasi paese normale e democratico una cosa del genere sarebbe stata impensabile e impossibile. Invece in Albania è ormai realtà. Con tutte le conseguenze. E tutto ciò anche con il beneplacito e l’inqualificabile appoggio dei soliti “rappresentanti internazionali”, che continuano a “non vedere, non sentire e non capire” cosa sta accadendo da anni in Albania. Proprio loro, quei “rappresentanti internazionali”, sia in Albania, nell’Unione europea e oltreoceano i quali nel frattempo ostacolano, minacciano e fanno di tutto per annientare la reazione dei cittadini contro la restaurata dittatura! Cosa sarebbe successo in un ipotetico caso simile nei loro paesi d’origine?! A loro la risposta. E vergogna a loro!

    Spetta perciò agli albanesi responsabili di fermare in tempo questo pericoloso ritorno alla dittatura. Perché se no, le conseguenze saranno veramente devastanti e drammatiche per la maggior parte della popolazione. Visto però quanto è accaduto durante questi ultimi mesi in Albania, proteste massicce e pacifiche comprese, non ci sono più dubbi. Il primo ministro non ha nessuna intenzione di comportarsi da persona responsabile. Lui non ha nessuna intenzione di fare un passo indietro e dare le dimissioni. Permettendo così la costituzione di un governo di transizione, con mandato e compiti ben stabiliti, nonché con tutto il tempo necessario per garantire elezioni veramente libere e democratiche. Ormai dovrebbe essere chiaro per tutti che il primo ministro non andrà via da solo. Forse anche perché non può e non ci riesce, essendo costretto da precedenti accordi peccaminosi con certi poteri occulti e la criminalità organizzata.

    Una simile drammatica e grave situazione chiede urgentemente decisioni e reazioni responsabili anche, e soprattutto, da parte dei dirigenti dell’opposizione istituzionale. Ormai è tempo per ognuno di loro di assumersi le proprie responsabilità e di portare a compimento tutti gli obblighi istituzionali. Nonostante il peso di quelle responsabilità. Ma soprattutto è tempo di non deludere più e di non tradire la fiducia data dai cittadini indignati e ribellatisi. Ormai i cittadini oppressi dalla restaurata dittatura non possono e non devono permettere più accordi occulti all’ultimo momento, e mai resi trasparenti, tra il primo ministro e il capo dell’opposizione. Come quel patto famigerato del 18 maggio 2017 tra loro due, che ha permesso al primo ministro un secondo mandato governativo e l’attuale situazione in Albania.

    Dal 16 febbraio scorso i cittadini hanno risposto all’appello dell’opposizione e sono scesi in piazza numerosi per protestare contro il malgoverno e chiedere le dimissioni del primo ministro. Ad oggi ci sono state dieci massicce e pacifiche proteste a Tirana e tante altre in diverse parti del paese. Decine di migliaia di cittadini hanno risposto all’appello, credendo alle promesse dei dirigenti dell’opposizione. Promesse che, purtroppo, non sono state poi mantenute. Promesse e dichiarazioni che miravano soprattutto a suscitare e assicurare l’appoggio dei cittadini ai dirigenti dell’opposizione che non avevano convinto in passato, anzi! Ma non si può continuare a lungo con questo comportamento dei dirigenti dell’opposizione, i quali promettono mari e monti e poi non realizzano niente di quello che promettono. Così facendo, loro semplicemente deludono la fiducia dei cittadini indignati. Anzi, sembra che i dirigenti dell’opposizione abbiano approfittato dell’indignazione massiccia dei cittadini e dalla loro rabbia in questi ultimi mesi per rafforzare le proprie credenziali politiche. Con il loro operato alcuni dirigenti dell’opposizione stanno danneggiando seriamente la missione stessa dell’opposizione, e cioè rappresentare e sostenere i diritti dei cittadini, compreso anche il loro sacrosanto diritto di ribellarsi contro gli oppressori e le dittature. Invece con simili atteggiamenti, alcuni dirigenti dell’opposizione, a conti fatti, portano semplicemente acqua nel mulino del primo ministro e dei poteri occulti.

    Chi scrive queste righe pensa che la situazione in Albania sia veramente grave. I dirigenti dell’opposizione devono assumersi tutte le loro responsabilità e non devono soccombere al loro peso. Altrimenti devono fare un passo indietro. Spetta però ai cittadini impedire la restaurazione della dittatura, reagendo consapevolmente e determinati, per non diventare degli oppressi. Perché l’oppresso che accetta l’oppressione finisce per farsene complice. Agli albanesi la scelta!

  • Riflessioni dopo le votazioni moniste

    Il buon cittadino è quello che non può tollerare nella sua patria
    un potere che pretende d’essere superiore alle leggi.

    Marco Tullio Cicerone

    Il 30 giugno scorso il primo ministro albanese ha fatto tornare il paese al periodo della dittatura comunista, trascurando un decreto del presidente della Repubblica che rimandava la data delle elezioni amministrative previste proprio per il 30 giugno 2019. Elezioni ufficialmente boicottate dall’opposizione, perché convinta della strategia ormai nota del primo ministro, per manipolare, condizionare e controllare significativamente il risultato finale delle elezioni. Anche con l’uso della criminalità organizzata e dei dirigenti della polizia di Stato. Lo hanno confermato recentemente, senza ambiguità alcuna, le pubblicazioni di decine di intercettazioni telefoniche fatte dal noto quotidiano tedesco Bild. Intercettazioni che in qualsiasi altro paese democratico non solo avrebbero causato le dimissioni del primo ministro e di altri ministri, ma avrebbero portato immediatamente all’avvio di procedure giudiziarie previste dalle leggi in vigore. Ma niente di tutto ciò è accaduto in Albania. Anzi, il primo ministro, per “sfumare” questo clamoroso scandalo, ha deciso di avventurarsi in un processo elettorale monista. In 31 dei complessivi 61 comuni c’erano soltanto i candidati del primo ministro. Nei rimanenti 30, per dare una parvenza di pluralismo, erano registrati alcuni candidati “indipendenti” e/o quelli di un partito uscito all’ultimo minuto dal cappello del primo ministro.

    Il 10 giugno scorso il presidente della Repubblica ha chiarito il perché della sua decisione di annullare le elezioni amministrative del 30 giugno. Il suo decreto è stato pubblicato in seguito sulla Gazzetta Ufficiale. Il che, per la legislazione albanese, significa che quel decreto diventa obbligatorio per tutti. Nonostante ciò il primo ministro ha ignorato palesemente e pubblicamente il decreto del presidente, come se niente fosse. Non solo, ma ha abusato del suo potere quasi assoluto, per coinvolgere anche altre istituzioni a sostenere la sua irresponsabile e illegittima decisione. Tutto ciò in un periodo di grave crisi istituzionale e politica, mentre da più di un anno in Albania non funziona la Corte Costituzionale. Proprio quella Corte che è l’unica autorità riconosciuta dalla stessa Costituzione come garante imparziale in casi di conflitti istituzionali, legali, e altro. In più, e proprio per gettare benzina sul fuoco, il primo ministro e la sua maggioranza parlamentare hanno avviato una procedura per rimuovere dall’incarico il presidente della Repubblica. Tutto questo avviato da un parlamento che ormai, secondo gli esperti, non è più legale, non avendo il numero complessivo e obbligatorio dei deputati, dopo la rassegnazione dei mandati dei deputati dell’opposizione e dopo l’esaurimento completo delle liste elettorali. Come previsto e sancito dalla Costituzione. Ma anche in questo caso, in mancanza della Corte Costituzionale, il primo ministro decide secondo la sua “volontà” e convenienza, portando dietro di sé anche altre istituzioni, indipendenti sulla carta, ma messe totalmente al suo servizio. Una fra tutte, la Commissione Centrale Elettorale. Ma anche altre strutture statali previste per gestire le elezioni.

    Durante queste ultime settimane l’Albania sta vivendo un vero colpo di Stato, messo in atto consapevolmente dal primo ministro per controllare tutto e tutti, oltrepassando palesemente le sue competenze istituzionali, riconosciute dalla Costituzione e dalle leggi in vigore in Albania. Ma in Albania la Corte Costituzionale [volutamente] non funziona da più di un anno a questa parte, mentre le leggi le interpreta il primo ministro a suo piacimento e interesse. In più il primo ministro, tramite i suoi ubbidienti e sottomessi ministri, controlla pienamente sia la polizia di Stato che l’esercito e le forze speciali. Un vero colpo di Stato, come da manuale.

    Alcuni giorni fa il Consiglio d’Europa, vista la situazione in Albania, ha ufficialmente rifiutato di portare i suoi osservatori per le votazioni moniste del 30 giugno. Perché di votazioni si tratta e non di elezioni! Una decisione che rispecchia la gravissima realtà attuale albanese. Realtà che vede schierati da una parte il primo ministro e tutte le istituzioni a lui sottomesse e dall’altra parte il presidente della Repubblica, l’opposizione e la maggior parte dei cittadini. Una realtà che si sta rapportando correttamente e con professionalità anche con i media internazionali, come non accadeva da molto tempo. Una decisione quella del Consiglio d’Europa, che rappresenta anche un significativo messaggio da parte di un’istituzione specializzata per le elezioni e che è stata sempre presente con i suoi osservatori durante le elezioni albanesi. Come in molti altri paesi europei e non solo.

    Nel frattempo, e purtroppo, i soliti “rappresentanti internazionali”, sia europei che da oltreoceano, non vedono, non sentono e non capiscono niente di tutto ciò che sta realmente accadendo in Albania durante queste ultime settimane. Hanno scelto di nuovo e come sempre di schierarsi apertamente a fianco del primo ministro. Chissà perché?! Però l’operato molto pericoloso e l’atteggiamento pubblico dei “rappresentanti internazionali” può avere gravi ripercussioni per le sorti dell’Albania. Qualcuno addirittura ha “consigliato” agli albanesi di andare a votare il 30 giugno, mentre per il sopracitato decreto del presidente della Repubblica tutto si potrebbe vedere quando si costituirà la Corte Costituzionale! In Albania ormai si sa che il primo ministro controlla tutto, sistema della giustizia compreso. Il primo ministro, se tutto rimane così com’è e i cittadini non reagiscono per cacciarlo via, sceglierà i giudici della Corte Costituzionale come meglio crede. E poi quella Corte, secondo i rappresentanti internazionale potrebbe decidere liberamente?! Fa ridere anche i polli.

    Chi scrive queste righe è convinto che i veri responsabili della grave situazione in cui si trovano adesso gli albanesi sono proprio loro. Perché la responsabilità, in fin dei conti, è sempre dei cittadini. Di quei cittadini che con le loro scelte, l’indifferenza, l’apatia e spesso con la loro irresponsabilità civile permettono ai politici, agli attuali politici, di governare e di decidere sulle loro sorti. La saggezza secolare insegna che ogni popolo ha il governo che si merita. Ma chi scrive queste righe non può però non considerare responsabili della grave e allarmante realtà albanese anche i soliti “rappresentanti internazionali”. Sia quelli europei che da oltreoceano. Proprio quelli che con le loro dichiarazioni e il loro aperto posizionamento a fianco del primo ministro albanese, appoggiando le sue irresponsabili scelte, hanno causato e stanno causando danni enormi. Restaurazione della dittatura compresa.

    Chi scrive queste righe pensa che da adesso in poi i dirigenti dell’opposizione non possono più nascondersi dietro promesse patetiche e sacri giuramenti. Da adesso in poi o loro si impegnano realmente a rovesciare la dittatura criminale restaurata, come promesso e costi quel che costi, oppure poi non avranno scusa alcuna. Perciò devono essere considerati e trattati per quello che veramente sono. E cioè per dei sostenitori, nolens volens del primo ministro e del suo regime. Avranno senz’altro anche quello che si meritano. Ai cittadini l’ultima parola! Ricordando che il buon cittadino, secondo Cicerone, è quello che non può tollerare nella sua patria un potere che pretende d’essere superiore alle leggi.

  • Maduro rinomina la moneta ma non arresta l’emorragia di venezuelani alla fame

    Cinque zeri in meno al bolivar, la moneta del Venezuela, non sembrano sufficienti a evitare che di cinque zeri, e forse anche più, si assottigli la popolazione del Venezuela, che grazie a Chavez prima e Maduro oggi vede l’inflazione galoppare (82,7% a luglio). Alle prese con prezzi di 14 milioni di vecchi bolivar per un pollo di 2,5 chili (prezzo equivalente a 2 dollari americani), di 2,5 milioni di bolivar per un rotolo di carta igienica, 3,5 per un pacco di assorbenti, 5 per un chilo di pomodori e 8 per un pacco di pannolini, i venezuelani si accalcano alle frontiere con Brasile e Colombia, tanto da aver indotto i Paesi confinanti a meditare di chiudere le frontiere. Secondo la polizia brasiliana sono 460 i venezuelani che ogni giorno continuano ad attraversare il confine nello stato brasiliano di Roraima e il candidato alle presidenziali del 7 ottobre Jair Bolsonaro – al secondo posto nelle preferenze dei brasiliani – ha proposto di creare un “campo per rifugiati”. Solo la settimana scorsa sono stati 1.200 cittadini del Venezuela espulsi dalla località di Pacaraima e l’Onu ha calcolato che la crisi economica ha spinto oltre due milioni di persone a fuggire dal Paese, 500mila solo quest’anno. Secondo una ricerca annuale condotta da varie università del Paese, il 90% dei venezuelani vive in povertà e oltre il 60% ammette di svegliarsi affamato perché non ha denaro per comprare cibo sufficiente a sfamarsi. Sabato scorso, i residenti hanno attaccato gli immigrati che sono stati costretti a fuggire in Venezuela, prima che il presidente Michel Temer ordinasse l’invio di truppe federali. Di fatto, Roraima ha chiesto la chiusura temporanea del confine con il Venezuela
    Economisti e opposizione sono scettici in merito alla nuova moneta lanciata da Maduro. Per Henrique Capriles, noto leader dell’opposizione, “il governo ha deciso di gettarci nel disastro finale”. Andrés Velasquez, esponente dell’opposizione, ha parlato di “uno sciopero” che è “il primo passo di un’agenda di lotta che certamente prevederà altre interruzioni”. Ma Diodado Cabello, lealista di Maduro e presidente della Costituente, ha promesso una “contro-manifestazione”.

  • Operato abominevole e dannoso

    Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati […] All’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.

    Vangelo secondo Matteo; 23; 27-28

    Il 26 giugno scorso, a Lussemburgo, i ministri degli Esteri dell’Unione europea hanno deciso di non aprire i negoziati con l’Albania, come paese candidato all’adesione nell’Unione europea. La decisione è stata adottata dal Consiglio europeo a Bruxelles due giorni dopo.

    Il 13 luglio scorso a Bruxelles, il Commissario per la Politica di Vicinato e i Negoziati per l’Allargamento Johannes Hahn, a fianco del primo ministro albanese, ha dichiarato che loro due erano convinti che la sopracitata decisione rappresentava “Un grande passo in avanti nel processo dell’integrazione dell’Albania” (Sic!). Il Commissario europeo lo ha ripetuto anche il 17 luglio a Tirana, sempre a fianco del primo ministo albanese. Riferendosi di nuovo alla decisione del 26 giugno, lui ha detto che “L’Albania ha appena ricevuto uno straordinario apprezzamento perché […] il consiglio degli affari generali dell’Unione europea ha apprezzato le riforme attuate in Albania”. Musica per le orecchie del primo ministro al suo fianco. Come se le avesse dette proprio lui quelle parole. E non erano passate neanche tre settimane da quando dagli uffici della Commissione, forse dal suo ufficio, veniva informato, via Twitter, della sopramenzionata decisione del 26 giugno 2018. E cioè che l’Albania “ha bisogno di ulteriore progresso con la riforma della giustizia, la lotta contro la corruzione [e] la criminalità organizzata” (Albania: Further progress on judicial reform, fight against corruption, organized crime needed.#EUenlargement #Enlargement). Mentre il documento ufficiale, pubblicato dopo il vertice dei ministri degli Esteri del 26 giungo, nei paragrafi 45-53 sull’Albania, si riferiava a ben altro (Patto Sociale n.318). Chissà dove ha visto il Commissario questo “grande passo in avanti nel processo di integrazione dell’Albania”. E chissà a quale “straordinario apprezzamento” lui si riferiva. Da sottolineare però, che a Tirana il Commissario ha evitato di incontrare i rappresentanti dell’opposizione. Contrariamente a quanto ha fatto poche ore prima in Macedonia. Avrà avuto le sue buone ragioni, visto che il motivo delle visite era lo stesso; il percorso europeo dei due paesi. Con le sue dichiarazioni, il Commissario per la Politica di Vicinato e i Negoziati per l’Allargamento ha semplicemente dato fiato a quanto è stato costretto a dire il primo ministro, suo malgrado e con tante sofferenze, dopo il 26 giugno. E cioè dopo quella decisione dei ministri delgi Esteri dell’Unione, che ha sgretolato tutte le sue “ottimistiche aspettative” sull’apertura dei negoziati.

    Riferendosi alla vissuta realtà albanese e fino a prova contraria, tutto farebbe pensare ad una ben organizzata campagna propagandistica al sostegno del primo ministro. La stessa impressione hanno fatto anche le dichiarazioni del ministro tedesco per gli Affari europei Michael Roth, rilasciate a Tirana domenica scorsa. Socialdemocratico, cioè dello stesso raggruppamento politico come il primo ministro albanese, lui ha sottolineato tra l’altro, che era venuto a “congratularsi con l’Albania per i successi”. Per poi aggiungere che l’Albania è “sulla strada giusta verso l’adesione, dopo aver avuto dall’Unione europea una raccomandazione positiva”. Anche in questo caso, chissà dove ha visto “i successi” il ministro tedesco e chissà a quale “raccomandazione positiva” si riferiva. Perché basta ricordare a lui che da cinque, le condizioni poste all’Albania dai ministri degli Esteri a Lussemburgo, il 26 giungo scorso, sono diventate tredici e ben articolate e severe. E d’ora in poi non saranno soltanto le istituzioni europee a verificare l’adempimento rigoroso delle suddette condizioni, ma anche delle apposite strutture e i parlamenti dei singoli paesi europei (Patto Sociale n.318). Chissà perché!

    I gravi problemi in Albania sono tanti e allarmanti. Tutti evidenziati anche nelle sopracitate nuove e ormai tredici condizioni. Problemi che riguardano la connivenza della criminalità organizzata con i massimi livelli della politica, la coltivazione e il traffico illecito di stupefacenti, la corruzione diffusa a tutti i livelli ecc. Ma basterebbe riferirsi soltanto a quanto sta accadendo con la riforma del sistema della giustizia in Albania, per capire quanto siano infondate le dichiarazioni “tutto rose e fiori” dei due sopramenzionati alti rappresentanti europei.

    Sbandierata come un successo dal primo ministro e dalla sua ben oleata propaganda governativa e mediatica, la riforma, invece di generare un credibile e autorevole sistema di giustizia, indipendente dalla politica, purtroppo e innevitabilmente, da come è stata concepita e adottata, ha volutamente bloccato il sistema stesso. Attualmente in Albania non funziona più la Corte Costituzionale, mentre la Corte Suprema è al collasso (Patto Sociale n.314). Per non parlare poi, come testimoniato in più occasioni negli ultimi mesi, della ormai controllata Procura della Repubblica da parte del primo ministro. Controllo attuato con la nomina “partigiana” del procuratore generale provvisorio, in palese violazione della Costituzione della Repubblica e delle leggi in vigore. Proprio di quella Costituzione emendata e di quelle leggi approvate nell’ambito della riforma della giustizia. Spesso anche con il “supporto specializzato” dei rappresentanti dell’Unione europea e altri. Che adesso si nascondono, chissà dove, non assumendo le proprie responsabilità. Mentre il danno, anche da loro causato, è grave. Perché l’Albania ormai sta precipitando verso una nuova camuffata dittatura.

    Purtroppo atteggiamenti e dichiarazioni simili a quelle del Commissario per la Politica di Vicinato e i Negoziati per l’Allargamento e del ministro tedesco per gli Affari europei non sono state le uniche negli ultimi anni. Basta pensare e riferirsi alle dichiarazioni pubbliche, sia a Bruxelles che a Tirana, dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Federica Mogherini e, in alcuni occasioni, anche del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Il lettore de “Il Patto Sociale” è stato sempre e a tempo debito informato di tutto ciò.

    Chi scrive queste righe si chiede se certi “europei” riescono a capire veramente la vissuta realtà albanese. Forse non lo capiscono, perché possono non essere informati adeguatamente. O perché possono essere intenzionalmente malinfortati. Comunque sia, la responsabilità è loro. Ma se lo capiscono, allora con il loro operato stanno sacrificando “la piccola Albania” per “determinati altri interessi”. Come è stato fatto anche prima, da un secolo a questa parte. E se così fosse, essi non devono più fare i giusti e gli onesti. Anche perché il loro operato non combacia con i principi dei Padri Fondatori dell’Unione europea. Mentre il danno pesa gravemente sull’Albania. Comunque sia, essi sono e rimangono responsabili, per quello che compete loro.

    Ad ogni modo rimane sempre attuale l’ammonimento di San Matteo: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati. All’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità”.

  • Dannoso operato di alcuni rappresentanti

    I diplomatici tradiscono tutto, tranne che le loro emozioni.

    Victor Hugo

    Dopo il crollo della dittatura comunista, il ruolo dei rappresentanti diplomatici e delle istituzioni internazionali è stato determinante e di grande importanza. Positivo, quando hanno contribuito alla costituzione di una nuova società democratica e allo sviluppo del paese, negativo, quando hanno fatto il contrario, servendo determinati interessi personali e di gruppi occulti. E lo hanno fatto. Almeno alcuni di loro. Ma non sempre, come è stato in seguito dimostrato, hanno agito in conformità con le politiche e gli obiettivi degli Stati che rappresentavano. Spesso avrebbero agito a titolo personale, seguendo e obbedendo a degli interessi occulti. Soprattutto durante questi ultimi anni.

    In Albania i rappresentanti diplomatici non sempre hanno rispettato quanto prevede e stabilisce la Convenzione di Vienna. Convenzione entrata in vigore il 18 aprile 1961 che, tra l’altro, sancisce i diritti e/o i doveri che determinano e disciplinano le norme del diritto internazionale e l’operato degli stessi rappresentanti diplomatici. E lo hanno fatto perché essi obbedivano a quanto era stato chiesto loro dalle istituzioni e/o da gruppi d’interesse del paese che rappresentavano. Oppure perché, di loro propria iniziativa, avevano assunto una determinata posizione e svolgevano un altrettanto determinato ruolo. Di certo la ”colpa” non è stata tutta loro. Perché c’è stato sempre anche chi chiedeva, ordinava e ricompensava. Perciò la “colpa” è stata ed è tuttora anche e soprattutto di quelli che hanno chiesto e/o permesso che tutto ciò accadesse.

    Alcuni ambasciatori, in determinate e cruciali occasioni, dovevano agire solo e soltanto secondo i loro obblighi istituzionali. Almeno dovevano informare correttamente le istituzioni che rappresentavano delle problematiche realtà albanesi. Ma non lo hanno fatto. Invece, in altre determinate occasioni, dovevano tacere e non assumere attributi che non spettava loro, sempre secondo i loro obblighi istituzionali, e non lo hanno fatto. Hanno scelto di schierarsi a fianco dei rappresentanti del potere politico, primo ministro in testa. Lo hanno fatto anche quando loro avevano del torto marcio e andavano apertamente contro gli interessi dei cittadini e del paese ospitante. Lo hanno fatto, nonostante avessero avuto sempre tutte le necessarie informazioni sulla vera e vissuta realtà. Ma hanno scelto diversamente, incuranti che con le loro dichiarazioni, atteggiamenti e/o atti pubblici potevano aiutare il male. Lo hanno fatto, altalenandosi tra il ruolo di governatore dell’Albania, a quello di portavoce del primo ministro (Patto Sociale n.254; 283; 284; 288; 290; 292; 293 ecc.). Le cattive lingue sono convinte che tutto ciò sia accaduto solo e soltanto in cambio di cospicui benefici materiali e non solo. E come spesso è successo, le cattive lingue hanno avuto l’occhio lungo, sapendo bene quello che hanno detto.

    Una significativa sintesi dei problematici e spesso dannosi atteggiamenti di certi ambasciatori e altri rappresentanti delle istituzioni internazionali, presenti in Albania è stata fatta il 15 dicembre 2017, durante una trasmissione televisiva in prima serata, dall’attuale ambasciatore dell’OSCE in Albania, dall’ottobre 2016. Egli è un buon conoscitore della realtà albanese, essendo stato anche l’ambasciatore della Germania a Tirana nel periodo 2007 – 2010. Facendo mea culpa, l’ambasciatore ha dichairato, tra l’altro, che “È proprio il caso di una riflessione per la comunità internazionale su quello che è andato male in Albania, nel senso della democrazia, perché c’è una percezione, secondo la quale sembra che quando le cose vanno bene è tutto merito degli stranieri, mentre quando vanno male la responsabilità è delle autorià locali”.

    Un significativo caso è quello legato alla massiccia coltivazione della cannabis su tutto il territorio e il traffico illecito della cannabis e di altre droghe pesanti. Una seria ed attuale preoccupazione per diverse agenzie specializzate, sia in Europa che negli Stati Uniti d’America, ma che è stata costantemente e ostinatamente ignorata e negata dall’ambasciatore statunitense e dalla rappresentante dell’Unione europea. Parlando di questa allarmante realtà, il loro collega dell’OSCE, durante la sopracitata intervista, ha dicharato che “C’è stato un prolungato silenzio, mentre il problema pullulava, finché scoppiò”. Per poi proseguire, chiedendosi “Cosa poteva fare meglio la comunità internazionale? Ho regolarmente riflettuto su questa situazione (della cannabis; n.d.a.). Far sapere chiaramente e dall’inizio i problemi è qualcosa che aiuta tutti.[…] Penso che tutti stiamo cercando di trarre delle conclusioni da quello che è ormai successo”.

    Quanto è accaduto in Albania ultimamente dimostra, evidenze alla mano, che alcuni ambasciatori, con il loro operato, si sono comportati come dei veri governatori dell’Albania.  Oltrepassando e ignorando così anche quanto previsto dalla Convenzione di Vienna. Ovvimanente tutto ciò non poteva succedere senza il beneplacito del potere politico locale. Un caso eclatante è stato quello della riforma del sistema di giustizia. Riforma che, nonostante quanto è stato detto e propagandato dal 2016 ad oggi, sia dal primo ministro che dall’ambasciatore statunitense e da quella dell’Unione europea, in realtà ha attualmente bloccato il sistema stesso. Basta riferirsi soltanto all’incapacità, ormai da alcune settimane, della Corte Costituzionale di deliberare (Patto Sociale n.314). Le conseguenze sono già evidenti e molto serie. Ma il vero e grave problema è che ormai il sistema della giustizia viene controllato dal primo ministro. Gli ultimi allarmanti sviluppi in Albania rappresentano delle ulteriori e serie avvisaglie del ritorno ad un sistema totalitario. Tutto ciò grazie anche all’incondizionato appoggio dei sopramenzionati ambasciatori e di alcuni altri rappresentanti delle istituzioni internazionali, subalterni a loro, che dovevano sostenere tecnicamente la riforma.

    Le allarmanti conseguenze di questa situazione si stanno evidenziando chiaramente anche dallo scandalo, tuttora in corso, del Teatro Nazionale (Patto Sociale n.316). Giovedì scorso il Parlamento, con i soli voti della maggioranza governativa, ha approvato una legge speciale, con procedure d’urgenza, in palese contrasto con quanto prevede la Costituzione e le leggi in vigore nella Repubblica d’Albania. Legge che prevede l’abbattimento del Teatro, il passaggio ad un costruttore privato e la costruzione, al posto del Teatro, di alcuni mostri di cemento armato. Una fonte milionaria di profitti corruttivi per chi lo ha ideato e ormai permesso quella legge anticostituzionale. Ma la Corte Costituzionale non può più deliberare. Chissà se per caso?! Mentre gli ambasciatori continuano a non vedere e non sapere niente.

    Chi scrive queste righe è convinto che anche simili dannosi operati, di certi rappresentanti diplomatici, possano agevolare il ritorno ad un regime totalitario in Albania. Tra poco, a fine mandato, i due sopracitati ambasciatori lasceranno l’Albania. Se ne andranno, ma lasceranno dietro non pochi seri problemi, creati anche da loro stessi. Egli non saprà mai però, se e come hanno tradito anche la loro coscienza. Se ne hanno una.

  • Patto con il diavolo

    Finita la partita, re e pedone tornano nella stessa scatola

    Proverbio

     Il 25 aprile 1993 è arrivato in Albania Papa Giovanni Paolo II. La prima visita di un Papa in un Paese che per Costituzione, sotto la dittatura, aveva bandito tutte le religioni. Durante quella visita il Papa, tra tanti messaggi, ha lanciato il monito: “Albania, rimani all’altezza dei doveri che ti attendono!”. Un messaggio significativo e lungimirante, visto quanto sta accadendo in Albania. E nonostante da quella visita ne sono passati ormai venticinque anni, nessuno avrebbe pensato, e men che meno creduto allora, che la realtà vissuta in Albania, quella vera, sarebbe diventata così pericolosa e allarmante qual è.

    Nessuno avrebbe pensato, e men che meno creduto allora, tra tante cose che sono accadute nel frattempo, che la criminalità sarebbe stata così pericolosamente sviluppata e organizzata, a livello locale ed internazionale, da diventare un serio problema dentro e fuori l’Albania. Nessuno avrebbe pensato, e men che meno creduto allora, che sarebbero stati in tanti, e non solo gli avversari politici del primo ministro, ad additarlo come ideatore e attuatore della famigerata strategia della cannabizzazione del Paese. Proprio di quella strategia che sembrerebbe aver avuto come coordinatore nazionale un ex ministro degli Interni. Nessuno avrebbe pensato, e men che meno creduto allora, di un pericoloso e reale ritorno ad una nuova e occulta dittatura. Purtroppo, invece di vedere avverato il sogno per eccellenza “vogliamo l’Albania come tutta l’Europa”, gli albanesi adesso, venticinque anni dopo quella visita di Papa Giovani Paolo II, vedono che il loro obiettivo europeo sta sfumando e svanendo. Almeno quello di essere raggiunto soltanto per meriti e valori e non per altro.

    Tornando alla sopracitata strategia della cannabizzazione dell’Albania e basandosi sui tantissimi fatti accaduti, ormai e pubblicamente noti, localmente ed internazionalmente, tutti sono concordi che niente di tutto ciò potesse succedere se non ci fosse stato, per lo meno, il beneplacito del primo ministro. Così come tutti sono concordi che grazie a quella famigerata strategia il primo ministro ha raggiunto il suo tanto ambito obiettivo: avere un secondo mandato. Perché, come hanno evidenziato anche gli osservatori internazionali, il voto degli albanesi nelle elezioni politiche del 25 giugno scorso è stato un voto significativamente condizionato, controllato e orientato. Perché, come si temeva allora e come si sa ormai, i miliardi della cannabis hanno fatto “il miracolo”.

    L’Albania ha un limitato territorio e un’altrettanta limitata popolazione. Ragion per cui tutti sanno tutto di tutti. Perciò non poteva passare inosservata la diffusa coltivazione della cannabis, soprattutto dal 2015 in poi. Quanto stava accadendo è stato continuamente denunciato dall’opposizione e dai media non controllati. Quella realtà è stata trattata mediaticamente anche da noti giornali e agenzie internazionali. All’inizio le denunce venivano diabolicamente ridicolizzate, smentite e/o sfumate dal primo ministro in persona e dalla propaganda governativa. Nonostante gli enormi sforzi, era una missione impossibile. Non sono valsi a niente neanche gli spettacoli faraonici del primo ministro e del suo delfino, il “più virtuoso ministro degli Interni” (2013-2017), davanti a platee riempite di poliziotti in uniforme. Platee e scenari, in palese violazione della legge sulla depoliticizzazione della polizia di Stato, che ricordavano un periodo buio, vissuto non molto tempo fa. L’obiettivo era quello di far credere ad una realtà immaginaria, virtuale, senza cannabis e soltanto con successi della nuova “Polizia che Vogliamo”. Una nominazione coniata e tanto a cuore al primo ministro e al suo [allora] ministro degli Interni. In un simile raduno hanno fatto di tutto per diffamare un devoto commissario di polizia che aveva denunciato tutto nel 2015 (Patto Sociale n.193). Denunce che sono state confermate e si sono avverate soltanto due anni dopo. Tutto ciò reso pubblicamente noto in seguito ad una lunga e laboriosa indagine della procura di Catania (Patto Sociale n.285).

    Da quel momento, e cioè dall’ottobre 2017 in poi, il primo ministro si è trovato in continue difficoltà. Difficoltà soprattutto in ambito internazionale, ma anche in quello interno. Ha dovuto ingoiare il rospo e parlare della cannabis. Proprio di quella cannabis, la cui esistenza l’aveva sempre e comunque negato con tutti i modi e mezzi. Sfacciato e bugiardo qual’è, una volta accettata come realtà, non ha mai riconosciuto nessuna responsabilità sua e dei suoi, ma, addiritura, ha cercato di parlare di “successi della polizia nella lotta contro la cannabis” (Sic!). E soprattutto ha dato un supporto politico e istituzionale all’accusato ex ministro degli Interni, il suo braccio destro nell’attuazione della famigerata strategia della cannabizzazione del Paese.

    Nel frattempo il primo ministro aveva attuato anche il tanto ambito controllo del sistema della giustizia. Il lettore de “Il Patto Sociale” è stato ampiamente e continuamente informato di questo grave fatto. Dopo aver nominato un provisore Procuratore Generale, in palese e allarmante violazione della Costituzione, in seguito ad una votazione farsa in Parlamento, il primo ministro si sente ormai più sicuro. Ultimamente in Albania si trovano bloccate e incapaci di deliberare, sia la Corte Costituzionale che la Corte Suprema. Tutto ciò grazie alla sua maggioranza in Parlamento e/o al pieno controllo delle istituzioni derivate dall’altrettanta controllata riforma della giustizia.

    Ultimamente, nell’arco di due settimane, con in mezzo una visita vergognosamente fallita del primo ministro a Berlino (Patto Sociale n.309), sono stati resi pubblicamente noti due atteggiamenti opposti dell’ex ministro degli Interni. Il 19 aprile scorso, dopo sei mesi, lui appare in Parlamento, per non perdere il suo mandato, secondo quanto previsto dalla legge. Soltanto dopo due settimane però, lo scorso 3 maggio, durante un’annunciata conferenza stampa dal Parlamento, l’ex ministro ha “consegnato volontariamente” il suo mandato di deputato! Continuando comunque, come ha fatto dall’ottobre 2017, a lanciare dei “messaggi mafiosi in codice” per il suo “protettore politico” e/o per altri, compreso l’attuale ministro degli Interni, suo collega del partito.  Forse per via del fratello di quest’ultimo, che sarebbe coinvolto, secondo le tante accuse pubbliche, nel traffico degli stupefacenti!

    Sentendo le dichiarazioni del 3 maggio scorso dell’ex ministro degli Interni in Parlamento, vengono naturali alcune riflessioni. Si tratterebbe [forse] di un patto con il primo ministro, dopo la sua visita a Berlino?! Perché un simile cambiamento di comportamento da parte dell’ex ministro in attesa della decisione, a fine giugno prossimo, del Consiglio europeo per l’apertura dei negoziati? Che sarebbe una decisione vitale per il primo ministro (Patto Sociale n.308). Si tratterebbe di una fiducia mancata nei confronti del primo ministro, ma anche di mancanza di altre vie d’uscita per l’ex ministro? Chissà! Comunque, attenzione al solito inganno! Perché nel caso sia veramente un “patto” tra loro due, sembrerebbe un patto occulto tra criminali. Un patto con il diavolo.

  • La distrazione occidentale nei confronti della Cina

    Da più parti si è ovviamente sottolineato come l’elezione del Presidente Putin non sembri rispondere ai criteri di trasparenza che presumibilmente appartengono alle democrazie occidentali. Certamente Putin, ormai dal lontano 1999, è ‘il signore di tutte le Russie’. E altrettanto certamente dà “fastidio” ai capi della finanza globale occidentale l’impossibilità di accedere completamente al sistema economico finanziario della grande Russia.

    Quello che ci rende perplessi, una perplessità che peraltro è subito vanificata da evidenti considerazioni, è che quello stesso mondo finanziario e politico capitale occidentale non trovi che blande critiche per stigmatizzare come il Congresso nazionale del popolo cinese, con 2958 sì, due no, tre schede bianche ed una nulla, abbia approvato la riforma della Costituzione che conceda al presidente Xi Jiping la possibilità di restare a vita presidente della Repubblica Popolare Cinese. Jinping il 15 novembre 2012 era stato eletto, dal 18° Congresso nazionale del Partito comunista cinese, Segretario generale del Partito e nello stesso giorno nominato Capo della Commissione militare centrale, le due cariche sono le più importanti del Partito Comunista cinese. Il 14 marzo 2013 Jiping fu eletto Presidente della Repubblica Popolare Cinese dall’Assemblea nazionale del popolo.

    Che la nuova riforma della Costituzione conceda a Xi Jiping, di fatto, una presidenza a vita non sembra avere particolarmente turbato quel mondo capitalista autoreferenziale che di fatto vede nella Cina uno sbocco per i propri affari e non considera né le minacce provocate da Pechino ai mercati interni dei singoli Paesi occidentali né la colonizzazione che la Cina sta effettivamente portando avanti in Africa e non solo. Se teniamo conto, secondo i dati del 2016, che i cinesi sono un miliardo e 379 milioni e che nella Repubblica Popolare ci sono ben 56 etnie, perciò molte diverse religioni, si può anche comprendere come si possa chiudere un occhio sull’elezione a vita del presidente cinese nella speranza che lo stesso riesca ad evitare esodi di massa dal suo immenso impero. Ciò non toglie però che le regole della democrazia e il rispetto della verità non possono essere velate da interessi economici, non sempre legittimi. La politica dei due pesi e due misure rimane uno dei più evidenti difetti di un certo sistema capital-occidentale e impedisce il radicarsi di una vera democrazia anche nei nostri Paesi.

  • Non permettere che si dimentichi…

    Si può perdonare, ma dimenticare è impossibile.

    Honoré de Balzac

     “Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”. Una frase scritta in trenta lingue diverse su un monumento commemorativo nel campo di concentramento di Dachau. Un messaggio ammonitorio valido per tutti, in qualsiasi tempo e luogo. Un appello per non dimenticare. Per non dimenticare le tragedie collettive che hanno segnato la storia e che hanno coinvolto milioni di persone. Tragedie causate da regimi totalitari e dittature, costituite anche in paesi tra i più evoluti e colti del mondo.

    Ragion per cui si commemora, tra l’altro, ogni 27 gennaio, anche il “Giorno della Memoria” per non dimenticare le atrocità nei campi di concentramento e le conseguenze dell’Olocausto, della Shoah e delle leggi razziali. Riferendosi al “Giorno della Memoria”, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite affermava nel 2005 che “…tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite hanno il dovere di inculcare nelle generazioni future le ‘lezioni dell’Olocausto’”.

    Ragion per cui, ogni 10 febbraio in Italia si commemora il “Giorno del Ricordo”, riferendosi alle famigerate “Foibe”. Nell’apposita legge del marzo 2004 si sancisce l’obbligo civile e morale per conservare e rinnovare “…la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati italiani, durante la seconda guerra mondiale e dell’immediato secondo dopoguerra (1943-1945), e della più complessa vicenda del confine orientale”.

    Per questo, anche in Albania, si dovrebbe ricordare, tra l’altro, il 20 febbraio 1991. Per commemorare il giorno, durante il quale decine di migliaia di cittadini, scrollandosi di dosso la paura, si ribellarono e abbatterono la statua del dittatore, eretta in pieno centro di Tirana. Un significativo atto storico che segnò l’inizio di un lungo e, purtroppo, ancora impantanato processo di democratizzazione del Paese.

    Gli albanesi, tutti gli albanesi responsabili, non devono e non dovranno mai permettere di dimenticare il vero significato del 20 febbraio 1991! Non solo per non dimenticare le atrocità della dittatura in Albania. Ma anche per non permettere che una cosa del genere si possa ripetere. I segnali, purtroppo, stanno pericolosamente aumentando di giorno in giorno.

    Quest’anno, sfortunatamente e nonostante l’allarmante realtà nella quale si trova l’Albania, le attività per commemorare il 20 febbraio sono state sporadiche e hanno deluso le aspettative. Sono mancate soprattutto e inspiegabilmente le attività organizzate dal partito democratico, il maggior partito dell’attuale opposizione e lo stesso che, ventisette anni fa, ispirava e guidava gli albanesi per rovesciare la dittatura comunista. Quegli albanesi che, tra l’altro, il 20 febbraio 1991, abbatterono il simbolo per eccellenza della dittatura: la statua del dittatore.

    Quanto (non) è accaduto lo scorso 20 febbraio 2018 deve allarmare tutti quelli che, da cittadini responsabili e/o da persone politicamente e istituzionalmente coinvolte, hanno il dovere di non dimenticare. Perché “mettere nell’oblio” una data così importante per la recente memoria collettiva degli albanesi potrebbe avere preoccupanti conseguenze nel futuro. Perché la dittatura, una nuova e sui generis dittatura, quella della criminalità organizzata che ormai controlla e/o collabora con la politica, sta alle porte.

    Coloro che governano adesso in Albania sono gli eredi politici del famigerato partito comunista della dittatura, adesso in Albania stanno governando di nuovo anche i discendenti diretti e i rampolli di coloro che governavano durante la dittatura. L’attuale primo ministro è uno di quelli. Come anche il ministro degli esteri e altri ancora. L’attuale presidente del Parlamento è uno dei più spietati esecutori istituzionali di tante persone, essendo l’ultimo ministro degli Interni della dittatura. La dittatura fu abolita ufficialmente in Albania nel 1992, ma, purtroppo, continua ad essere presente tuttora, tramite i suoi rampolli.

    In una simile realtà, il ruolo dell’opposizione politica in Albania diventa cruciale. Ma quanto sta facendo attualmente l’opposizione, soprattutto da un anno a questa parte, dovrebbe veramente preoccupare tutti coloro che non vogliono che la storia si ripeta di male in peggio.

    Il dramma dell’Albania adesso è doppio. Da un lato c’è un primo ministro, il quale ha ideato e attuato la strategia della ‘cannabizzazione’ di tutto il territorio e della connivenza con la criminalità organizzata, per scopi elettorali. Dall’altro lato c’è un capo del maggior partito dell’opposizione e dell’opposizione stessa che tutto sta facendo tranne quello che veramente e realmente doveva e dovrebbe fare. Si tratta proprio del capo di quel partito che rovesciò la dittatura, ispirando e motivando i cittadini anche durante quel 20 febbraio 1991 a Tirana.

    In realtà in Albania adesso il primo ministro governa senza problemi, nonostante i continui scandali, proprio perché l’opposizione gli sta servendo “da spalla”. Adesso in Albania il capo dell’opposizione e l’opposizione stessa sembrano stiano facendo e/o reggendo il gioco del primo ministro e di certi interessi occulti, compresi anche quelli di qualche speculante miliardario dall’oltreoceano.

    Nel 1991 la dittatura, in crisi di sopravvivenza, cercò di ingannare gli albanesi, rappresentando come “sistema pluripartitico” una strana miscela tra l’unico partito al potere e alcune cosiddette  “organizzazioni di massa”, controllate completamente dal regime. Organizzazioni che venivano considerate, con vanto, come “le leve del Partito”. Con ogni probabilità adesso si stia cercando di ripetere la stessa “strategia di sopravvivenza”, da parte del primo ministro. Purtroppo servendosi, in questo caso, non più delle organizzazioni di massa, come fecero i suoi predecessori nel 1991, ma bensì dell’opposizione stessa, ventisette anni dopo. Non a caso quest’anno è stata lasciata nell’oblio anche la commemorazione del 20 febbraio da parte del capo dell’opposizione!

    Chi scrive queste righe è convinto che gli albanesi non dovranno mai dimenticare di commemorare quanto accade il 20 febbraio 1991 e di riflettere sul suo significato! Sarebbe stato come se gli ebrei e tanti altri avessero dimenticato il “Giorno della Memoria” e, con quel giorno, anche l’Olocausto e la Shoah! Sarebbe stato come se gli italiani, ma non solo, avessero dimenticato il “Giorno del Ricordo” e le foibe. Sarebbe stato come se i tedeschi e altri milioni di cittadini in Europa e nel mondo avessero dimenticato il “Berliner Mauer” (il Muro di Berlino) e tutto quello che il “Muro” rappresentava e rappresenta! Chi scrive queste righe è convinto che se gli albanesi cominciassero a dimenticarsi del 20 febbraio 1991 allora bisognerebbe che qualcuno ricordasse loro quanto disse Erich Honecker sul Muro di Berlino. E cioè che “…Il Muro esisterà ancora fra cinquanta e anche fra cento anni, fino a quando le ragioni della sua esistenza non saranno venute meno”.

  • Un secolo tra caos, delusioni e aspettative

    Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita,
    incontrerai tante maschere e pochi volti.

    Luigi Pirandello

    I Balcani, trovandosi posizionati dove si incrociano l’Occidente e l’Oriente, dall’antichità ad oggi rappresentano un territorio dove si intrecciano e si scontrano interessi economici, perciò anche geostrategici.

    Dopo la caduta dell’impero bizantino, nel 1453, in seguito all’invasione ottomana, una nuova pagina si aprì nella storia dei Balcani. Un nuovo impero, quello ottomano, si impossessò della penisola, invadendo tutto il territorio. Un impero militare, tra i più vasti come superficie e che durò più a lungo, ebbe il suo massimo splendore nel 17o secolo, per poi cominciare il suo declino. Non bastarono neanche tante riforme (1839 – 1876), note come Tanzimat, per salvarlo. Un duro colpo per l’impero fu la sconfitta inferta dalla Russia conclusa con la pace di Santo Stefano, sancita finalmente dal Trattato di Berlino (1878). Il Trattato prevedeva, tra l’altro, l’indipendenza dall’impero ottomano dei principati della Serbia, del Montenegro e della Romania. Mentre l’Albania rimaneva di nuovo sotto l’impero. All’occasione sembra che il cancelliere Bismarck abbia detto in quel periodo che “…l’Albania è semplicemente un’espressione geografica”.

    Cominciarono allora a organizzarsi e intensificarsi anche in Albania vari movimenti che avevano come obiettivo la costituzione di uno Stato albanese. A onor del vero, i movimenti e le organizzazioni create e attive in quel periodo e per quello scopo, avevano diversi approci ad un simile obiettivo. In base a noti documenti storici, relativi a quel periodo, risulterebbe che c’era una confusione e diversità nella formulazione delle richieste (indipendenza, autonomia o altro).  Lo stesso anche per le alleanze da fare per raggiungere tale obiettivo.

    L’inizio del 20o secolo trovò l’Albania sempre sotto l’impero ottomano che, da parte sua, stava vivendo un periodo difficile. La rivoluzione dei “Giovani turchi” del 1908 ne era un esempio eloquente. Quel movimento ebbe ripercussioni anche in Albania, allora ed in seguito. Anche perché alcuni dei dirigenti del movimento erano molto attivi nei Balcani e in Albania. Quattro anni dopo cominciarono le due guerre balcaniche (1912 – 1913). Guerre che iniziarono come scontri belici tra l’impero ottomano e la Lega balcanica per poi trasformarsi come scontri tra i membri della Lega per la spartizione dei territori.

    Preoccupati seriamente della situazione, soprattutto dopo l’inizio della prima guerra balcanica (8 agosto 1912), alcuni rappresentanti politici albanesi riuscirono finalmente, con l’appoggio soprattutto dell’Austria e dell’Italia, a proclamare, il 28 novembre 1912, l’indipendenza dell’Albania. Dopo di che, il 4 dicembre 1912 si costituì anche un governo albanese provvisorio. Governo che non ebbe per niente vita facile e lunga. Soprattutto perché i disaccordi, i contrasti e le inimicizie tra le diverse fazioni locali erano reali e forti. L’Albania era, in quel periodo, divisa e controllata da vari clan. E i capi clan erano legati e appoggiati da singoli e/o più governi dei paesi confinanti e non. Da sottolineare che molti tra i politici albanesi attivi in quel periodo erano anche parenti, spesso stretti, e/o legati da matrimoni. Nonostante ciò, spesso erano avversari.

    Un vero caos regnava in quel periodo in Albania. Un paese molto povero, dove la popolazione era divisa tra musulmani (la maggiorparte sunniti e il resto una derivante sciita), che costituivano la maggioranza, e cristiani (ortodossi e cattolici). In più la popolazione veniva spesso divisa e classificata come turchi (cioè musulmani) e greci (cioè cristiani ortodossi). Il che era chiaramente a scapito della loro vera nazionalità: essere albanesi. Tutto concepito ed attuato, per tanti decenni, da politiche maligne di dominanza etnica.

    Le tensioni interne in Albania, nonché le pressioni e le varie influenze straniere, appesantivano la situazione e aumentavano il caos nel Paese. La perdita di alcuni territori, in seguito al Trattato di Londra (1913) gettò benzina sul fuoco. Le Grandi Potenze, tramite la Conferenza degli Ambasciatori a Londra, cercando di minimizzare quel crescente caos, proclamarono l’Albania uno Stato indipendente, organizzato sotto forma di un Principato ereditario neutrale. La Conferenza scelse anche il sovrano. Era un principe prussiano, nonostante le altre preferenze, di altrettanto altri fattori e attori politici, locali e stranieri, attivi in quel periodo. Purtroppo risultò una scelta non appropriata. Il nuovo sovrano arrivò in Albania il 7 marzo 2014 e fu costretto a lasciare il Paese il 3 settembre 1914. Il “Principato”, ideato e costituito con tanta pompa dalle potenze europee, fallì quasi subito e non poteva essere altrimenti. Perché non avevano scelto bene la persona giusta e perché non avevano capito e gestito bene gli interessi e le ambizioni delle varie fazioni in lotta in Albania. Il caos e le delusioni continuarono in Albania, mentre le aspettative svanirono.

    L’allora console italiano a Durazzo (1914), buon conoscitore della realtà albanese di quel periodo, scriveva che “….l’Albania è un paese dove la storia non si creava intorno agli ideali o ai grandi interessi, bensì intorno ad una infinita serie di intrighi, scontri e passioni improvise tra i clan albanesi del nord, del centro e del sud [del Paese], i quali si accordavano pochissimo tra di loro per qualsiasi cosa…”. Mentre la popolazione, nella maggior parte contadina e povera, si lasciava condizionare dai proprietari terrieri e/o dalle propagande religiose. Un giornalista francese scriveva nel 1915 che “…in Albania l’unica preoccupazione dei contadini è quella di rimanere liberi da [gli obblighi ad] ogni governo. Ma, sfortunatamente, in quell’odio contro il potere essi inserivano anche l’odio degli uni contro gli altri. È proprio questo che crea la “Questione Albania”.

    Quel caos continuò, seppure diversamente, anche nel periodo tra le due guerre mondiali. In seguito alle decisioni della Conferenza di pace di Parigi, sancite dal Trattato di Versailles (28 giugno 1919), vasti territori albanesi sono stati dati ai Paesi confinanti. Ragion per cui diventò priorità la difesa dell’integrità nazionale. Compito dei diversi governi dello Stato albanese, spesso di vita molto breve, dal 1920 in poi. Stato che fino al 1928 era una Repubblica parlamentare e che diventò un Regno parlamentare fino all’invasione italiana, il 7 aprile 1939. Per poi, proseguire, dal 1945 fino al 1991, con una delle più feroci dittature.

    Purtroppo, anche un secolo dopo, la situazione in Albania non è tra le migliori. Anzi! Sono tante le similitudini, in sostanza, con il passato. Cambiano soltanto i tempi e le persone. L’autore di queste righe poteva e voleva elencare non poche di esse ma lo spazio a disposizione non glielo permette. Comunque egli è convinto che adesso, come allora, i politici, mentono senza pudore e rimorsi, e sempre nel nome del popolo e dell’Albania. Continuando a fare, però, soltanto i loro giochi d’interesse, compresi degli affari sporchi e occulti, accordandosi dietro le quinte, spesso anche con “appoggi internazionali”. Come un secolo fa. Tante maschere e pochi volti. Chi subisce è sempre, e purtroppo, l’Albania e gli albanesi.

Close

Adblock Rilevato

Ti preghiamo di supportarci disabilitando il tuo ad Block su questo dominio.