dittatura

  • Trump dal documento della “Strategia” all’attuazione del “Nuovo ordine Mondiale”

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’ON. Nicola Bono, Presidente di Europa Nazione

    Questa improvvisa aggressione nessuno se l’aspettava, con bombardamenti e arresti, e soprattutto con la totale violazione delle norme del diritto internazionale che, all’art. 2, vietano ogni possibile aggressione a Stati sovrani. Insomma Trump ha violato con il Venezuela, così come Putin con l’Ucraina, le regole fondamentali del rispetto dell’indipendenza degli Stati e per questo l’ONU è da anni bloccata e del tutto inutile.

    Il progetto delle “aree di influenza”, e cioè la visione ottocentesca di Trump, che ci arretra di due secoli, è la garanzia per ogni superpotenza di avere un intero continente su cui decidere di fare quello che vuole, il che è un disegno mostruoso, perché punta esattamente all’obiettivo di dominare il mondo con il vecchio sistema della colonizzazione.

    E la sicurezza non ci sarà per nessuno, men che meno per l’Europa, almeno fino a quando i premier europei capiranno l’importanza di dare vita alla Federazione degli Stati d’Europa, come confermato dal fatto che Trump che ha escluso il continente europeo dalle sue “aree di influenza”, consegnandolo in pacco regalo a Putin.

    Pertanto Trump ha iniziato l’operazione nel “cortile di casa”, e cioè nell’intero continente americano, dal Canada all’Argentina, ma con un pizzico di furbizia che consiste nel fatto che non si fanno guerre se non c’è un bottino conveniente.

    Ed ecco perché ha aggredito il Venezuela, senza dirlo neanche al Congresso, unico organo che può autorizzare aggressioni e bombardamenti, e, senza presentare una dichiarazione di guerra al Venezuela, dunque nella totale assenza di trasparenza in quanto l’operazione era illegale, ha fatto catturare il Presidente Maduro e lo ha fatto portare in un carcere USA, con un arresto che somiglia piuttosto a un vero e proprio sequestro di persona.

    Una cosa che, fino alla aggressione dell’Ucraina, sarebbe stata impensabile e che avrebbe suscitato la reazione di qualsiasi cittadino democratico, anche americano.

    Trump dichiara che l’aggressione del Venezuela è stata una difesa dell’interesse nazionale e per contrastare il narco-terrorismo, ma dove sarebbe il terrorismo? Con la cocaina? E cioè una droga distribuita purtroppo in tutto il mondo, ma senza mai qualcuno che ne avesse rilevato un intreccio terroristico?

    Ma perché c’era il bisogno di accusare Maduro di narcoterrorismo, oltre che di altri reati, che non sono idonei a mettere a rischio la sicurezza degli USA?

    La verità è che l’unico vero obiettivo era l’eliminazione del Presidente Maduro per avere in mano il potere sul Venezuela, e prendere possesso del petrolio, che ovviamente doveva restare sotto copertura fino al raggiungimento degli obiettivi.

    Personalmente non ho mai avuto simpatie per il Presidente Maduro e, avendo diversi amici in Venezuela, ho sempre seguito la politica di questo Stato ricchissimo, ma così male amministrato, e soprattutto così dittatoriale, da togliere ogni diritto ai cittadini non aderenti alla sua fazione. Ma non condivido la gioia di chi pensa che comunque, con l’aggressione illegittima di Trump, e sulla base di capi di imputazione discutibili, che comunque si dovevano gestire nei termini di legge, si è potuto fare cadere un dittatore come Maduro. Perché questo è del tutto sbagliato in quanto, pur essendo una persona orribile, (per quanto ce sono di ben peggiori), accantonare le leggi che garantiscono i popoli per fare giustizia è un errore folle, perché con questo metodo la Terra ha avuto un esempio terribile, che rischia di trasformarla in un immenso Far West, perché l’uso della forza sta sgretolando l’idea di un diritto internazionale. In questo modo ogni Superpotenza potrà rivendicare di essere legittimata ad arrestare chiunque, ricorrendo ad accuse pretestuose basate sulla parola di personaggi conosciuti come bugiardi seriali. Così si torna ai tempi del Re Sole, con il Terzo Stato gestito come lo faceva il Marchese del Grillo, e cioè senza diritti e senza giustizia. Ed è esattamente questo che va contestato, perché le regole vanno sempre rispettate, specie sulla vicenda del Venezuela, dove il vero problema è sempre stato quello del petrolio, che consente agli USA di diventare il Paese più ricco del mondo, con un 20 per cento del petrolio mondiale, raggiungendo ben 358,47 miliardi di barili, grazie all’oro nero venezuelano che incrementerà i 55,25 miliardi di barili della riserva americana.

    E senza contare l’azzardo di un’aggressione di uno Stato alleato con Russia e Cina, che potrebbe portare a gravissime conseguenze, fino a quella di una guerra mondiale, anche perché Cina e Russia sono alla seconda mortificazione dopo il bombardamento agli impianti nucleari dell’Iran dello scorso giugno, e il caso Venezuela rischia anche di rompere gli equilibri mondiali del petrolio, anche per i doveri di difendere i propri alleati. Ed in ultimo, tornando a quanti hanno gioito per la caduta di Maduro, costoro non hanno molto da ridere, perché Trump non vuole e non può mandare soldati in Venezuela perché a partire dai Maga manifesterebbero la loro feroce contrarietà, e quindi ha deciso di governare da remoto con gli uomini e la struttura di Maduro, e quindi non ci sarà alcuna democrazia e tanto meno cambiamento di regime, a conferma che il vero interesse era solo e soltanto il petrolio. Ma l’aspetto sicuramente più grave è quello dei comportamenti dei premier europei, e dei loro balbettamenti dovuti alla cautela sulla gravissima violazione del diritto internazionale in merito all’aggressione del Venezuela e del suo Presidente, che hanno fatto a gara nel pronunciare giudizi di fatto privi delle doverose contestazioni, dimostrando ancora una volta l’irrilevanza del loro ruolo e una certa codardia, piuttosto che reagire sull’assoluta intoccabilità del diritto internazionale e chiedere che aggressioni del genere devono essere bandite per sempre.

    Ma è la scelta della Meloni a lasciare esterrefatti, essendo l’unica premier a dare per scontata la legittimità dell’intervento USA, perché: “il Governo italiano considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”. Ma Meloni, così facendo, ha definitivamente buttato nella spazzatura il suo appassionato sovranismo, perché introduce giustificazioni alle aggressioni di Stati sovrani e non prova nessuna preoccupazione delle conseguenze di una azione che di fatto provoca l’avvio del Far West, a partire dall’Ucraina e da Taiwan, che potrebbero fare la stessa fine del Venezuela e, a ruota, anche altri Stati potrebbero subire lo stesso trattamento da parte delle superpotenze. Un altro formidabile trionfo della Meloni nella difesa dell’interesse nazionale per l’Italia e per tutti i Paesi del mondo, che non hanno lo status di superpotenza. E, per quanto riguarda la Groenlandia, Meloni e il suo partito danno una magnifica soluzione essendo ormai al servizio permanente effettivo dei desiderata di Trump, teorizzando ingiustificabili e patetiche ipotesi di lavoro alquanto farlocche, come quella inventata dall’on. Fidanza che dichiara: “sosteniamo la sovranità danese come membro della UE e della Nato, ma è giusto rafforzare la presenza occidentale (l’Europa non c’è più nell’occidente dal documento sulla strategia di Trump) nell’artico per contenere russi e cinesi”.

    E, quindi, diamo la Groenlandia all’America! Uno scienziato.

    Perché il vero problema è che l’Europa non ha più alcuna funzione nell’attuale assetto mondiale, ma troverebbe una soluzione diversa se gli Stati Europei, eventualmente un primo nucleo iniziale se non fosse possibile coinvolgerli tutti, decidesse di dare vita alla Federazione degli Stati d’Europa, creando le condizioni del ritorno del vecchio continente al ruolo che gli compete nel mondo di salvaguardia dell’indipendenza europea, della libertà, della democrazia, del nostro sistema di vita e dei nostri valori.

  • Lettera aperta a Conte, Landini e la cara Elly

    Se oggi vedete i venezuelani felici non è perché stanno sostenendo una potenza straniera come gli Stati Uniti. Sono felici perché vedono la fine di un incubo. E ascoltare Giuseppe Conte, Elly Schlein e Maurizio Landini permettersi di fare la morale su quanto accaduto in questi giorni, rifugiandosi dietro discorsi sulle “basi giuridiche”, lo trovo francamente ridicolo e, personalmente, offensivo.

    Perché, a differenza vostra, io in Venezuela ci sono stato. Quel regime non l’ho studiato sui libri, non l’ho analizzato da lontano, non l’ho discusso nei salotti. Quel regime l’ho vissuto. L’ho visto con i miei occhi, a casa di un amico italo-venezuelano, nei miei venti giorni là. Era un altro presidente, ma la stessa identica logica di potere. E sentir parlare politici europei di cosa sia giusto o sbagliato per un Paese che a malapena conoscono, è semplicemente insultante.

    Perché mentre voi parlavate di legalità, i cittadini venezuelani facevano la fila per il cibo.

    Mentre difendevate la “sovranità nazionale”, loro cercavano solo di sopravvivere.

    Mentre rilasciavate dichiarazioni, chi poteva scappava.

    Scappava dalla fame vera.

    Scappava dalla violenza.

    Scappava dalla criminalità fuori controllo.

    Scappava dai cartelli della droga.

    Milioni di persone costrette a lasciare tutto. Un Paese ricchissimo ridotto in ginocchio.

    E sapete qual è la cosa più ipocrita? Che molti di quelli che oggi si indignano per quello che è successo non si sono MAI indignati mentre il Venezuela veniva distrutto giorno dopo giorno. Mai. Perché è facile difendere una dittatura lontana, quando non ci vivi sotto. È facile parlare di principi, quando a pagare non sei tu. È facile sentirsi moralmente superiori, quando il rischio lo corrono sempre gli altri.

    Per molti venezuelani, ciò che è accaduto non è stata un’aggressione. È stata la speranza. L’inizio, forse, di una nuova fase. Dopo anni di crisi, repressione, violazioni sistematiche dei diritti umani, potere mantenuto con la forza e collusioni criminali internazionali.

    E quindi mi rivolgo direttamente al presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, alla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein e al segretario generale della CGIL Maurizio Landini.

    Egregi signori, chi difende una dittatura solo perché appartiene al proprio campo politico non difende la pace, non difende il diritto, non difende i popoli. Dimostra solo di preferire l’ideologia alla verità, e una narrazione comoda alla vita reale di milioni di persone.

    Mi piacerebbe capire da voi come riuscite a conciliare il “diritto internazionale” con la realtà di un popolo che oggi, per la prima volta dopo anni, ha sentito di poter respirare. Di poter sperare. Di poter credere, di nuovo, nella libertà.

    Sperando che questo messaggio vi arrivi davvero, vi ringrazio per l’attenzione.

    Giampiero Damiano

  • Nuovi scandali abusivi come espressione del totalitarismo

    Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale

    che calpesta un volto umano, per sempre.

    George Orwell; da “1984”

    L’8 giugno 1949 a Londra veniva pubblicato per la prima volta, dalla casa editrice Secker & Warburg, un romanzo distopico di fantapolitica. L’autore era George Orwell. Il titolo originale del romanzo era Nineteen Eighty-Four (Mille novecento ottantaquattro; n.d.a.), ma in seguito diventò semplicemente 1984. L’autore finì di scrivere questo romanzo nel 1948 e convertendo le ultime due cifre di quell’anno da 48 in 84 scelse anche il suo titolo. Si tratta di un romanzo ambientato in un mondo immaginario, suddiviso in tre parti: Oceania, Euroasia ed Estasia, dove governavano tre grandi potenze totalitarie, in continuo conflitto tra loro.

    George Orwell tratta maestosamente quello che succede a Londra, capitale dell’Oceania, dove il regime totalitario veniva gestito dal Grande Fratello (Big Brother), un personaggio che controllava tutto e tutti, nonostante nessuno l’avesse mai visto di persona. L’autore tratta le conseguenze del totalitarismo, la repressione di tutte le libertà e la generazione di una società amorfa, ubbidiente e incapace di ragionare. Non si sapeva se il Grande Fratello esistesse davvero, o fosse un’invenzione tecnologica, ma lui, e chi per lui, controllava tutti tramite teleschermi muniti di telecamere, installati per legge in ogni abitazione, annientando così qualsiasi possibilità di vita privata.

    In seguito il romanzo è stato tradotto in diverse lingue e pubblicato in molti Paesi del mondo. Da un sondaggio fatto dal noto quotidiano francese Le Monde è risultato che il romanzo 1984 è stato al ventiduesimo posto della classifica dei cento migliori libri scritti nel ventesimo secolo. Ma per il suo contenuto, in altri Paesi, dove il potere veniva gestito da regimi totalitari, la pubblicazione del romanzo 1984 è stata vietata. La realtà virtuale dell’Oceania, descritta maestosamente e con un’impressionante immaginazione e lungimiranza già nel 1948 da George Orwell nelle pagine del suo romanzo 1984, purtroppo è stata e tuttora è una drammatica realtà, vissuta e sofferta in diverse parti del mondo. Anche in Albania.

    La scorsa settimana il nostro lettore è stato informato di un nuovo scandalo abusivo in cui sono stati coinvolti i dirigenti dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione in Albania. Uno scandalo reso noto recentemente, in seguito alle indagini svolte da un procuratore che ha fatto con coraggio il suo dovere istituzionale. “Si tratta di abusi milionari con quasi tutti gli appalti pubblici svolti dall’Agenzia, per più di dieci anni, in cui, documenti ed intercettazioni alla mano, risultano coinvolti direttamente anche famigliari molto stretti del primo ministro”, scriveva l’autore dell’articolo (Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali; 23 dicembre 2026).

    Ebbene, si tratta della stessa Agenzia che, nel gennaio di questo anno, ha “dato vita” anche ad una “assistente virtuale” generata tramite l’intelligenza artificiale. La stessa “assistente virtuale” che lo scorso settembre diventò la prima “ministra digitale” del nuovo governo albanese. Una ministra che doveva gestire tutti gli appalti pubblici in Albania. Il nostro lettore è stato informato di questa “novità” a livello mondiale, ossia “…la presenza nel governo di un “ministro digitale”, generato e gestito dall’intelligenza artificiale. E, guarda caso, quella ministra, che si chiama “Diella” (significa Sole in femminile, in un dialetto albanese; n.d.a.), gestirà tutte le gare d’appalto”. Una scelta quella del primo ministro, nell’ambito delle sue messinscene propagandistiche, che gli doveva servire per “attirare” l’attenzione non solo in Albania. E per qualche tempo ci è anche riuscito, visto che della sua “ministra digitale” hanno parlato e scritto diversi media internazionali. Ma in realtà si trattava solo e soltanto di propaganda, per coprire una ben diversa e molto preoccupante realtà. Una realtà di cui il nostro lettore da anni è stato informato, fatti accaduti e documentati alla mano, sempre con la dovuta e richiesta oggettività. In seguito, nello stesso articolo, il nostro lettore veniva informato che “…la “ministra digitale” serve a concentrare tutti gli appalti nelle mani del primo ministro e di chi per lui. Ma anche a scaricare tutte le colpe su un essere non esistente” (Ulteriore consolidamento di un regime; 15 settembre 2025).

    Adesso, dopo che è stato documentato lo scandalo milionario con la manipolazione e il clamoroso abuso degli appalti pubblici gestiti dall’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione in questi ultimi dieci anni, diventa chiaro anche il perché della nomina della prima “ministra digitale” al mondo, fatta dal primo ministro albanese. Come si può credere ad una simile Agenzia, che dal 2013 ad oggi è stata diretta da una “stretta collaboratrice” del primo ministro e che, intercettazioni alla mano, ha orientato e gestito tutti gli appalti abusivi ormai documentati? E non a caso, il primo ministro la sta difendendo a spada tratta, come sta facendo anche con la sua vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. E anche lei, la vice primo ministra, è direttamente coinvolta in alcuni scandali milionari dei quali il nostro lettore è stato informato durante queste ultime settimane (Preoccupante sostegno europeo, 24 novembre 2025; Scandalo ai massimi livelli governativi,1 dicembre 2025; Bugie che non possono nascondere uno scandalo milionario, 8 dicembre 2025; Bugie e minacce per coprire uno scandalo milionario, 15 dicembre 2025; Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali, 23 dicembre 2025).

    Bisogna sottolineare che l’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione da anni dipende direttamente dal primo ministro e rende conto a lui. Ragion per cui, dopo che è stato reso pubblico il sopracitato scandalo, quell’Agenzia viene considerata come “il giardino personale” del primo ministro e dei suoi più stretti famigliari. E non a caso, soprattutto durante questi ultimi anni, sono stati molti anche i progetti, accompagnati sempre da abusivi appalti legati al “controllo digitale” di sempre più ambienti pubblici. Come nel romanzo ‘1984” di George Orwell, in cui il Grande Fratello controllava tutto e tutti tramite i teleschermi muniti di telecamere. I dittatori hanno molti aspetti in comune. Il primo ministro albanese, essendo ormai un dittatore sui generis, vuole, a tutti i costi, consolidare la sua onnipotenza. E oltre alla stretta collaborazione, ormai documentata, con la criminalità organizzata albanese, pericolosa a livello internazionale, il primo ministro ormai da anni sta approfittando anche del “generoso supporto tecnologico” garantito dall’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione.

    Come nel romanzo “1984” di George Orwell, il Grande Fratello albanese controlla tutti i dati sensibili dei cittadini. Il che ha permesso ai suoi “patrocinatori” di essere parte attiva degli ultimi massacri elettorali, dei quali il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Ma i dati personali e riservati dei cittadini sono stati usati anche dalla criminalità organizzata, come risulta dalle indagini svolte. In più risulta che tramite l’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione sono stati manipolati abusivamente anche i dati catastali delle proprietà dei cittadini, ma anche quelle statali. Si tratta di abusi scandalosi che non potevano mai e poi mai essere stati attuati senza l’ordine o, almeno, l’espresso beneplacito del primo ministro. Colui che è il diretto responsabile, istituzionalmente parlando, dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione, che sta da più di dieci anni abusando dei soldi dei cittadini più poveri dell’Europa.

    Chi scrive queste righe considera che questi scandali abusivi sono un’espressione del totalitarismo. Parafrasando George Orwell, nel caso dell’Albania, si potrebbe dire che se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano, per sempre.

  • Dichiarazione europea e preoccupanti realtà nazionali

    L’instaurazione di istituzioni per il controllo democratico dei governanti

    è la sola garanzia per l’eliminazione dello sfruttamento.

    Karl Popper; da “La società aperta e i suoi nemici”, 1945

    Il 17 dicembre scorso a Bruxelles si è tenuto il vertice tra l’Unione europea e i Paesi dei Balcani occidentali. L’Unione è stata rappresentata dal presidente del Consiglio europeo, dalla presidente della Commissione europea e dall’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, mentre i Paesi balcanici erano rappresentati dai rispettivi capi di Stato e di governo. Era assente solo il presidente della Serbia, il quale ha “giustificato” la sua assenza come un “atto necessario per proteggere la Serbia e i suoi interessi”. Interessi però legati alla Russia.

    Alla fine del vertice è stata pubblicata una Dichiarazione comune firmata dai massimi dirigenti delle istituzioni dell’Unione europea e dei Paesi membri dell’Unione, dopo essersi consultati anche con i rappresentati dei Paesi balcanici, presenti al vertice. La Dichiarazione, nel suo primo paragrafo, afferma che “….La guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina e le crescenti sfide geopolitiche sottolineano la necessità di legami sempre più forti tra l’UE e i Balcani occidentali”. I firmatari affermano, altresì, che il vertice riconferma “…il partenariato strategico tra l’Unione europea e i Balcani occidentali”.

    “Riaffermiamo il nostro impegno pieno e inequivocabile a favore della prospettiva di adesione all’Unione europea dei Balcani occidentali. Il futuro dei Balcani occidentali è nella nostra Unione. L’allargamento è una possibilità realistica, che dovremmo cogliere”. Così dichiarano i massimi rappresentanti dell’Unione europea e dei Paesi membri nel secondo paragrafo della Dichiarazione. Si tratta di una strategia ormai nota, che da alcuni anni è stata adottata dall’Unione europea nei confronti dei Paesi balcanici. Una strategia geopolitica per affrontare le influenze, nei Balcani occidentali, della Russia, ma anche di altri Paesi, come la Cina e quelli del Golfo Persico.

    Invece nel quarto paragrafo della Dichiarazione viene sancito che “l’allargamento rappresenta un investimento geostrategico nella pace, nella sicurezza, nella stabilità e nella prosperità”. Di questo argomento ha parlato anche la presidente della Commissione europea alla fine del vertice tra l’Unione europea e i Paesi dei Balcani occidentali. Lei ha dichiarato che “…In questi tempi di incertezza geopolitica, l’allargamento è più di una scelta di pace. È una scelta strategica […]. Gli attuali venti geopolitici contrari sono forti e rapidi. E la velocità del processo di adesione deve essere all’altezza dei cambiamenti geopolitici”.

    Bisogna però evidenziare che la scelta delle strategie deve essere molto attenta e responsabile. Si, perché come la storia, ma anche gli sviluppi degli ultimi anni ci insegnano, determinate “strategie” adottate dall’Unione europea in precedenza e riferite ad alcuni Paesi, soprattutto quelli dell’Europa orientale, hanno creato e continuano a creare serie preoccupazioni e problematiche.

    Nel quinto paragrafo della Dichiarazione si esprime il compiacimento dell’Unione europea per l’impegno delle autorità responsabili dei Paesi balcanici “….a difendere i valori e i principi europei, in linea con il diritto internazionale, il primato della democrazia, i diritti e i valori fondamentali e lo Stato di diritto, e si aspetta che dimostrino tale impegno sia a parole che nei fatti, assumendo la titolarità e attuando le riforme necessarie, in particolare sulle questioni fondamentali”.

    Mentre nel diciassettesimo paragrafo della Dichiarazione i firmatari fanno appello alle autorità dei Paesi candidati dei Balcani occidentali di “….proseguire gli sforzi congiunti nella lotta contro la corruzione, il traffico di droga e tutte le forme gravi di criminalità organizzata […] in linea con il nuovo piano d’azione comune firmato di recente e alla luce dell’avvio della coalizione europea contro la droga per affrontare le sfide in questo ambito”.

    Sì, è veramente importante, e la storia ci insegna e ci consiglia, che i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea debbano insistere e chiedere ai massimi rappresentanti di ogni singolo Paese candidato di rispettare i criteri di Copenaghen ed altri documenti fondamentali dell’Unione stessa. E, allo stesso tempo, i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea, facendo riferimento anche ai rapporti ufficiali delle strutture specializzate dell’Unione e anche di altre organizzazioni internazionali, debbano chiedere e pretendere che in ogni Paese candidato vengano combattute la corruzione e la criminalità organizzata, nonché i traffici illeciti degli stupefacenti.

    Ogni Paese candidato dovrebbe dimostrare che merita veramente di diventare un Paese membro dell’Unione europea. E per essere tale, prima di tutto, deve rispettare i principi di una funzionante democrazia. Perché fare diventare membro un Paese dove si sta consolidando un regime, una dittatura camuffata da pluripartitismo, solo per delle ragioni “geostrategiche e geopolitiche”, sarà una scelta che, prima o poi, potrebbe diventare problematica e preoccupante. La storia degli ultimi anni ce lo insegna. E nei Balcani occidentali, fatti accaduti e che tuttora stanno accadendo, fatti documentati e pubblicamente noti alla mano, ci sono alcuni Paesi dove non si rispettano i principi democratici, dove la corruzione è diventata un male endemico e dove la criminalità organizzata è attiva e spesso convive e collabora con il potere politico. L’Albania, fatti accaduti, pubblicamente ed internazionalmente noti alla mano, è uno di questi Paesi.

    Basterebbe solo lo scandalo milionario dell’appalto per la costruzione di un tunnel, di due ponti e della supervisione dei lavori del tunnel sulla costiera ionica nel sud dell’Albania per dimostrare e testimoniare la vera, vissuta, sofferta e drammatica realtà albanese. Si tratta di uno scandalo in cui sono direttamente e attivamente coinvolti la vice primo ministro, allo stesso tempo ministra delle Infrastrutture e dell’Energia e anche il primo ministro, il quale continua a minacciare i giudici e i procuratori che hanno indagato e deciso sul caso. Il nostro lettore è stato informato, con la dovuta e richiesta oggettività, durante le precedenti settimane di questo nuovo, clamoroso e milionario scandalo (Preoccupante sostegno europeo, 24 novembre 2025; Scandalo ai massimi livelli governativi,1 dicembre 2025; Bugie che non possono nascondere uno scandalo milionario, 8 dicembre 2025; Bugie e minacce per coprire uno scandalo milionario, 15 dicembre 2025).

    Ma la scorsa settimana in Albania sono state rese pubblicamente note una vasta documentazione, comprese delle intercettazioni, legate ad un nuovo e clamoroso scandalo milionario in cui sono stati coinvolti i massimi dirigenti dell’Agenzia nazionale della Società dell’Informazione. Si tratta di abusi milionari con quasi tutti gli appalti pubblici svolti dall’Agenzia, per più di dieci anni, in cui, documenti ed intercettazioni alla mano, risultano coinvolti direttamente anche famigliari molto stretti del primo ministro. Il nostro lettore sarà informato dettagliatamente di questo scandalo.

    Chi scrive queste righe è convinto che l’Albania, in queste condizioni, non può diventare un Paese membro dell’Unione europea. E se questo accadrebbe, per motivi “geopolitici e geostrategici”, ma anche per degli “interessi” di alcuni dei “grandi dell’Europa”, allora sarebbe un’offesa per i Padri Fondatori dell’allora Comunità Economica Europea, ormai diventata Unione europea. Ma anche per milioni di cittadini dei Paesi membri e per tutti coloro che credono nei valori fondamentali dell’umanità, della democrazia e dello Stato di diritto. Valori che vengono violati quotidianamente e consapevolmente in Albania da chi di dovere, partendo dal primo ministro. Anzi, soprattutto da lui. Aveva ragione il noto filosofo Karl Popper quando affermava che l’instaurazione di istituzioni per il controllo democratico dei governanti è la sola garanzia per l’eliminazione dello sfruttamento.

  • Il presidente della Repubblica che ubbidisce umilmente al despota

    Dispotismo. Uno principe, e tutti li altri servi.

    Nicolò Machiavelli

    Il 4 giugno 2022, durante la sessione plenaria del Parlamento albanese, con 78 voti, 4 contrari ed un’astensione, è stato eletto l’attuale presidente della Repubblica. Prima si sono svolte tre altre votazioni che hanno avuto un esito negativo. Durante quelle votazioni però si doveva raggiungere la maggioranza qualificata di 3/5 per eleggere il presidente. Perciò 84 deputati, dai complessivi 140, dovevano votare a favore. Si trattava di esiti ben programmati dalla maggioranza dell’attuale primo ministro. Il comma 3 dell’articolo 87 della Costituzione prevede che dopo le prime tre votazioni con esito negativo, la quarta votazione non richiede più la maggioranza qualificata, bensì una semplice maggioranza di 71 deputati. E proprio questo è accaduto il 4 giugno 2022. L’attuale presidente della Repubblica è stato eletto con una maggioranza semplice.

    Durante la sessione dell’elezione dell’attuale presidente della Repubblica, per fare apparire che tutto fosse normale e “non influenzato”, il nome proposto da un “gruppo di deputati” si trovava in una busta chiusa. Si trattava di una scelta “affidata” ad un gruppo di ubbidienti deputati, ma che, in realtà, la scelta era esclusivamente del primo ministro. E non poteva essere altrimenti, visto il pieno dominio del primo ministro, non solo sui deputati del suo gruppo parlamentare, ma anche su quasi tutti gli altri poteri ed istituzioni, che dovevano essere indipendenti.

    Il primo ministro però voleva controllare anche l’istituzione del presidente della Repubblica che, fino ad allora, spesso non ubbidiva alla sua volontà. Con la votazione in Parlamento del nome nella “busta chiusa” il 4 giugno 2022 è stato scavalcato anche questo ostacolo. Sì, perché era il nome di una persona scelta con la dovuta cura ed attenzione. Una persona che doveva avere la fiducia del primo ministro, ma che doveva anche ubbidire a lui. E così è stato. Il nuovo presidente era un medico dell’esercito che, dal luglio 2020, era nominato, chissà perché, il Capo dello Stato maggiore delle Forze armate. Quanto è accaduto da allora in poi, fatti accaduti, documentati e pubblicamente noti alla mano, ha sempre ed inconfutabilmente dimostrato e testimoniato che l’attuale presidente della Repubblica non ha smentito le aspettative del primo ministro.

    Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito, della totale e vergognosa ubbidienza dell’attuale presidente della Repubblica d’Albania agli ordini e alla volontà del primo ministro (Vergognosa, arrogante e sprezzante ipocrisia dittatoriale in azione, 6 giugno 2022; Messinscene e collaborazioni occulte a sostegno di un autocrate, 25 luglio 2022; Ulteriore consolidamento di un regime, 15 settembre 2025 ecc…). L’autore di queste righe scriveva solo due giorni dopo l’elezione del presidente della Repubblica, sempre con la richiesta e dovuta oggettività che “Le cattive lingue stanno parlando e dicendo tante cose durante questi ultimissimi giorni sull’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Ma anche su di lui stesso, di certi suoi “problemi” con la giustizia e dell’“appoggio” arrivato per la sua selezione ed elezione da oltreoceano. Hanno parlato del “linguaggio del corpo” che, secondo gli specialisti, fa del nuovo presidente una persona molto riconoscente al primo ministro e che, perciò, potrebbe essergli anche molto ubbidiente” (Vergognosa, arrogante e sprezzante ipocrisia dittatoriale in azione; 6 giugno 2022).

    Il nostro lettore da anni è stato informato, fatti accaduti, documentati e facilmente verificabili alla mano, che in Albania da un decennio è stata restaurata e si sta consolidando, ogni giorno che passa, una nuova dittatura sui generis. E riferendosi alla sua “elezione” come presidente, l’autore di queste righe scriveva: “Domenica scorsa, il 24 luglio, in Albania è stato messo in atto un ulteriore, pericoloso e preoccupante passo verso il consolidamento della dittatura sui generis. Una dittatura, questa, camuffata soltanto da una facciata pluralistica, che si sta restaurando da alcuni anni in Albania”. E riferendosi al discorso dell’insediamento dell’attuale presidente della Repubblica, che niente aveva a che fare con la vera realtà, aggiungeva: “Le cattive lingue, durante queste ultime ore, stanno dicendo convinte che il discorso letto dal Presidente della Repubblica durante la cerimonia del suo insediamento è stato scritto da un “opinionista”, un convinto sostenitore delle “politiche” del primo ministro albanese. E si sa ormai, le cattive lingue in Albania difficilmente sbagliano” (Messinscene e collaborazioni occulte a sostegno di un autocrate, 25 luglio 2022).

    Mentre alcune settimane fa, subito dopo la presentazione del suo nuovo governo da parte del primo ministro, il nostro lettore è stato informato che “…. il 12 settembre scorso, il presidente della Repubblica … [che] è un ubbidiente notaio del primo ministro, ha approvato con un decreto, oltre all’incarico del primo ministro di presentare il suo nuovo governo, anche la nomina della “ministra digitale”. Il che rappresenta una palese violazione degli articoli 102 e 103 della Costituzione della Repubblica d’Albania” (Ulteriore consolidamento di un regime, 15 settembre 2025 ecc…).

    La Costituzione della Repubblica riconosce che quella del presidente è la più alta istituzione dello Stato. L’articolo 86, comma 1 sancisce che “Il presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità del popolo.”. Purtroppo fatti accaduti, documentati, pubblicamente noti e facilmente verificabili testimoniano che il presidente della Repubblica d’Albania ha miseramente, vergognosamente e sempre ubbidito agli ordini e alla volontà del primo ministro, nonostante la sua istituzione sia la terza in ordine gerarchico, come sancisce la Costituzione.

    Purtroppo l’operato del presidente della Repubblica d’Albania, dal suo insediamento ad oggi, ha sempre confermato quanto è stato sopracitato. Lo testimonia anche il suo operato di queste ultime settimane. Con la sua firma, il presidente ha violato palesemente la Costituzione della Repubblica diverse volte. Si tratta di violazioni facilmente verificabili che, guarda caso, coincidono proprio con degli obiettivi posti, voluti e pubblicamente espressi dal primo ministro. Tra quelle violazioni vi è anche la firma del decreto per fissare la data delle elezioni parziali in sei comuni. Compreso il comune della capitale, dopo l’arresto del sindaco il 10 febbraio scorso, di cui il nostro lettore è stato informato a tempo debito. Il presidente della Repubblica ha violato la Costituzione durante queste ultime settimane anche con i suoi decreti sui mandati dei giudici della Corte Costituzionale, sull’approvazione della legge anticostituzionale per le commissioni investigative del Parlamento, sulla “ministra dell’intelligenza artificiale” ed altri ancora.

    Ma lui ha violato la Costituzione anche per dei profitti personali e di suo figlio. L’articolo 89 della Costituzione sancisce che “Il presidente della Repubblica non può esercitare nessun’altra attività pubblica […] e nessun’altra attività privata”. Ebbene, in palese violazione di quell’articolo il presidente della Repubblica continua ad intascare introiti sia come lettore presso l’Accademia delle Forze armate, sia come medico in una clinica privata! Mentre l’impresa dove lavora suo figlio ha vinto tutti gli appalti pubblici finanziati dalla presidenza della Repubblica! Almeno queste “piccole ricompense”, in cambio di tanti umili “servizi” resi al primo ministro li merita, o no?

    Chi scrive queste righe informa il nostro lettore che fino ad ora, il presidente della Repubblica, che ubbidisce umilmente al despota, il primo ministro, non ha detto nessuna, proprio nessuna parola per difendere se stesso. Un eloquente “silenzio” che conferma in maniera inconfutabile la sua piena colpevolezza. La realtà albanese conferma pienamente quanto affermava Nicolò Machiavelli sul dispotismo che è solo “uno principe e tutti li altri servi”. Il principe è il primo ministro, mentre tutti gli altri, compreso anche il presidente della Repubblica, sono i suoi miseri ed ubbidienti servi.

  • Persi Conte e l’Italia, la Cina trova nello slovacco Fico il suo nuovo cavallo di Troia in Europa

    Giuseppe Conte da premier aveva fatto dell’Italia il cavallo di Troia della Cina, portando l’Italia – unico tra i Paesi della Ue – ad aderire al progetto della Via della Seta con la quale Pechino mira a esercitare un’influenza coloniale fuori dai propri confini. Una volta giunta a Palazzo Chigi Giorgia Meloni ha provveduto a non rinnovare l’adesione italiana a quel progetto ma ora Xi Jinping ha trovato un nuovo cavallo di Troia in Europa: Robert Fico, che non è il candidato 5 stelle per la Campania ma il premier della Slovacchia.

    Unico europeo presente alla parata militare a Pechino per celebrare gli 80 anni della vittoria cinese sul Giappone nella II Guerra Mondiale durante la quale Xi Jinping s’è fatto immortalare in fotografia uno e trino insieme a Vladimir Putin e Kim Jong Un (perfino l’ungherese Viktor Orban ha preferito mandare a Pechino, in sua rappresentanza, un proprio delegato), Fico è stato investito dal presidente cinese del ruolo di pontiere tra il Paese del Dragone e l’Unione europea, nel mentre il Paese del Dragone sfoggiava tutto quell’arsenale militare (comprese armi completamente nuove) col quale intende far capire che quel nuovo ordine mondiale di cui si fa assertore è pronto a perseguirlo, in caso, non solo tramite la posizione di forza garantita dal seggio nel Consiglio di sicurezza dell’Onu e dal conseguente diritto di veto per bloccare ogni iniziativa sgradita che le Nazioni Unite volessero intraprendere per la disciplina dell’ordine internazionale. Fico peraltro aera già stato anche a Mosca lo scorso maggio per analoga iniziativa russa (la celebrazione della vittoria sulla Germania nazista, che in Russia viene chiamata grande guerra patriottica) dopo aver messo in discussione le sanzioni europee alla stessa Russia per la nuova ‘grande guerra patriottica’ che Putin ha avviato verso l’Ucraina.

    Insieme a Fico e al delegato ungherese, nonché a Putin e Jong Un, all’invito alla parata a Pechino hanno aderito i presidenti di Bielorussia (Aleksandar Lukashenko), Azerbaigian (Ilham Aliyev), i primi ministri di Pakistan (Shehbaz Sharif) e Armenia (Nikol Pashinyan), nonché Kassym-Jomart Tokayev (Kazakhstan), Shavkat Mirziyoyev (Uzbekistan), Serdar Berdimuhamedov (Turkmenistan), Emomali Rahmon (Tagikistan),  Sadyr Japarov (Kirghizistan), il presidente del Laos Thongloun Sisoulith, il presidente della Mongolia Ukhnaa Khurelsukh, il primo ministro della Malesia Anwar Ibrahim, il primo ministro del Nepal Sharma Oli, il  presidente e il ministro degli Esteri dell’Indonesia, Prabowo Subianto e Sugiono.

    L’Unione europea ha immediatamente fatto presente che la partecipazione di Fico alla cerimonia cinese non impegna la stessa Ue e non è avvenuta in rappresentanza dei 27 Paesi dell’Unione.

  • Falsari della realtà

    Colui che si permette di dire una bugia una volta,

    trova molto più facile farlo una seconda volta.

    Thomas Jefferson

    Ogni Paese che ha deciso di diventare membro dell’Unione europea, è obbligato ad adempiere e rispettare tre criteri base, noti come i Criteri di Copenaghen. Quei criteri sono stati stabiliti durante la riunione del Consiglio europeo svoltosi proprio a Copenaghen il 21 e 22 giugno 1993. Criteri che in seguito sono stati rielaborati ed aggiornati durante la riunione del Consiglio europeo svoltosi a Madrid il 15 e 16 dicembre 1995.

    Il primo criterio, quello politico, si riferisce alla presenza e al funzionamento, nel Paese aspirante, delle istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti umani, il rispetto delle minoranze e la loro tutela. Il secondo criterio, quello economico, prevede ed esige l’esistenza di un sistema dell’economia di mercato affidabile, capace di far fronte alle forze del mercato e alla pressione concorrenziale all’interno dell’Unione europea. Mentre il terzo criterio, comunemente noto come il criterio dell’acquis communautaire (acquisto comunitario; n.d.a.) si riferisce proprio alla capacità di accettare tutti gli obblighi derivanti dall’adesione del Paese candidato nell’Unione europea, nonché all’adempimento di tutti gli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria sanciti dalla stessa Unione europea.

    Il 12 giugno 2006 tra l’Albania e l’Unione europea è stato firmato l’Accordo di Stabilizzazione ed Associazione. Con quell’Accordo comincia anche il percorso europeo dell’Albania. In seguito, il 28 aprile 2009, il governo albanese presentava l’applicazione per l’adesione all’Unione europea, mentre durante la riunione del Consiglio europeo del 26 e 27 giungo 2014 è stata presa la decisione di dare all’Albania lo status del Paese candidato all’adesione.

    Da allora il percorso europeo dell’Albania è stato sempre in salita. Il Consiglio europeo ha sempre bloccato il suo avanzamento, nonostante i “rapporti ottimistici” della Commissione europea. Non solo, ma il Consiglio europeo ha aumentato le condizioni che l’Albania doveva adempiere prima di rendersi pronta all’adesione. Si trattava di condizioni sine qua non poste dal Consiglio europeo che, durante la sua riunione del 25 marzo 2020 sono arrivati fino a 15. Si tratta di condizioni che tuttora rimangono non adempiuti, nonostante gli sforzi ingannatori e propagandistici del primo ministro albanese e/o di chi per lui. Ma anche delle attività lobbistiche nelle istituzioni dell’Unione europea, soprattutto nella Commissione, per far  apparire il falso come vero. Il nostro lettore è stato informato sempre e a tempo debito, con la dovuta e richiesta oggettività di tutto ciò.

    Le ragioni dei continui e ben motivati rifiuti del Consiglio europeo all’avanzamento del percorso europeo dell’Albania, nonché le nuove condizioni sine qua non poste dal Consiglio europeo sono state direttamente legate alla preoccupante realtà albanese. E lo sono ancora. Si tratta di una realtà contraddistinta da una sempre più galoppante corruzione radicalmente diffusa, che partiva e che tuttora parte dai più alti livelli istituzionali. Una realtà dove l’abuso del potere era ed è sempre presente. Una realtà in cui la criminalità organizzata, con il supporto anche delle più alte autorità istituzionali, compreso il primo ministro, si sente ed è veramente indisturbata. Ed in cambio offre sempre il necessario supporto al partito/clan del primo ministro, soprattutto durante le “elezioni”, sia politiche che amministrative. Una realtà che testimonia, fatti accaduti, documentati e denunciati ufficialmente alla mano, il controllo personale del sistema “riformato” della giustizia da parte del primo ministro albanese. E quelli sono solo alcuni aspetti della preoccupante realtà albanese.

    Sono stati molti i rapporti delle istituzioni specializzate internazionali che hanno ribadito una simile realtà. Da alcuni anni i rapporti ufficiali di Moneyval (Comitato di Esperti per la valutazione delle misure anti riciclaggio e il finanziamento del terrorismo, struttura del Consiglio d’Europa; n.d.a.) confermano questa preoccupante e pericolosa realtà, così come anche i rapporti ufficiali di un’altra struttura specializzata, la FATF (Financial Action Task Force on Money Laundering, nota anche come il Gruppo di Azione Finanziaria (GAFI); n.d.a.). Gli abusi e la corruzione galoppante delle istituzioni albanesi di vario livello sono stati evidenziati e denunciati anche dai rapporti di un organismo indipendente all’interno della Commissione Europea: l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (Office européen de lutte anti-fraude – OLAF; n.d.a.). Ma nonostante tutto ciò alcuni alti rappresentanti delle istituzioni dell’Unione europea, soprattutto della Commissione, con le loro dichiarazioni ufficiali, cercano di presentare una diversa ed immaginaria realtà, che non ha niente in comune con la vera, vissuta e sofferta realtà albanese. Loro sanno anche il perché. Il nostro lettore da anni è stato spesso informato di questi preoccupanti e intollerabili atteggiamenti di certi alti rappresentanti.delle istituzioni dell’Unione europea, soprattutto della Commissione.

    Martedì scorso, 16 settembre, si è svolta a Bruxelles la sesta conferenza intergovernativa tra l’Unione europea e l’Albania. Durante quella conferenza sono stati aperti altri quattro capitoli, come previsti dalla procedura dei negoziati per l’adesione del Paese candidato all’Unione europea. Durante quella  conferenza la commissaria europea per l’allargamento e la politica di vicinato è stata molto ottimista sul percorso europeo dell’Albania, riferendosi però ad una realtà inesistente. Chissà perché lei ha dovuto dichiarare il falso?!

    Riferendosi al percorso europeo dell’Albania, lei ha dichiarato che “La velocità [del percorso europeo] dell’Albania è impressionante”. Ha altresì affermato che “… Questo risultato è dovuto all’impegno del governo albanese nel portare avanti le riforme. L’Albania sta dimostrando che un cambiamento positivo è possibile” (Sic!). E poi, convinta, ha dichiarato che “l’Unione europea appoggia questo sviluppo. Continuate così! Cominceremo a chiudere i capitoli prima possibile, per adempiere tutti entro il 2027”.

    Un “ottimismo” quello della commissaria europea per l’allargamento e la politica di vicinato che era stato espresso durante la campagna elettorale anche dal primo ministro albanese. Una campagna che si è conclusa con un vero e proprio massacro elettorale l’11 maggio scorso. La chiusura dei negoziati entro il 2027 e l’adesione dell’Albania all’Unione europea entro il 2030 era l’unica “promessa elettorale” fatta dal primo ministro durante la campagna elettorale. Questo perché durante le tre precedenti campagne (2013, 2017, 2021) lui ha fatto tantissime promesse ma, fatti accaduti e documentati alla mano, non ha mantenuto nessuna, proprio nessuna di quelle “promesse”. Il nostro lettore è ampiamente informato di tutto quello che è avvenuto prima e durante quelle “elezioni”. Chissà perché una simile somiglianza tra la “promessa elettorale” del primo ministro albanese e le dichiarazioni della commissaria europea per l’allargamento e la politica di vicinato?!

    Chi scrive queste righe è convinto, fatti alla mano, che in Albania non è stato adempiuto nessuno dei tre criteri di Copenaghen. Una condizione sine qua non per aderire all’Unione europea. Egli valuta, altresì, che le dichiarazioni della commissaria europea per l’allargamento e la politica di vicinato non hanno niente in comune con la vera e pericolosa realtà albanese. Una realtà che risulta essere la conseguenza diretta del consolidamento di una nuova dittatura sui generis, ormai attiva da alcuni anni. Per i falsari della realtà, come la commissaria europea per l’allargamento, vale l’affermazione di Thomas Jefferson: “Colui che si permette di dire una bugia una volta, trova molto più facile farlo una seconda volta”. E lei non è la prima volta che afferma il falso sulla realtà albanese.

  • Ulteriore consolidamento di un regime

    Se vuoi avere successo a questo mondo, prometti tutto e non mantenere nulla.

    Napoleone Bonaparte

    L’8 novembre 2007 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, adottando la Risoluzione 62/7, ha proclamato la celebrazione della Giornata internazionale della Democrazia il 15 settembre di ogni anno. L’obiettivo di proclamare una simile occorrenza è stato ed è tuttora quello di evidenziare e ricordare a tutti che la democrazia sansisce anche tutti i diritti dei cittadini, diritti che devono essere rispettati e tutelati per legge.

    Quest’anno il tema della Giornata Internazionale della Democrazia è “Garantire una governance efficace dell’Intelligenza Artificiale a tutti i livelli”. Tutto in base a delle strategie ben studiate per beneficiare dell’Intelligenza artificiale, ma, allo stesso tempo, garantire la diminuzione dei rischi che si potrebbero verificare. Nel suo messaggio di quest’anno per la Giornata internazionale della Democrazia, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha però sottolineato, tra l’altro, che l’uso dell’Intelligenza Artificiale rappresenta anche delle sfide significative se lasciata senza controllo. Avvertendo, altresì, che l’uso non regolamentato dell’Intelligenza Artificiale “potrebbe avere serie implicazioni per la democrazia, la pace e la stabilità”.

    In uno Stato democratico i poteri devono essere separati ed indipendenti. Una convinzione trattata già nell’antichità da Platone, Aristotele, Polibio ecc, tenendo presente la realtà di quel periodo. Un tema che venne trattato in seguito anche da Henry de Bracton (XIII secolo) e da John Locke (XVII secolo). Ma il principio della separazione dei poteri è stato elaborato poi da Montesquieu (Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu; n.d.a.) che ormai viene considerato come il fondatore della teoria politica della separazione dei poteri. Nel 1748 Montesquieu pubblicò a Ginevra la sua importante opera molto nota a livello mondiale, De l’esprit des lois (Lo spirito delle leggi; n.d.a.), divisa in due volumi e composta da trentuno libri.

    Montesquieu era convinto che il potere esecutivo, quello legislativo ed il potere giuridico devono essere separati ed indipendenti. Lui era convinto che “chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti”. Lo testimonia la storia, riferendosi a tutti i dittatori in varie parti del mondo. E per evitare una simile situazione Montesquieu affermava convinto: “Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere”. Bisogna sottolineare che nel periodo in cui Montesquieu scriveva la sua opera De l’esprit des lois, i media non erano ancora riconosciuti come un potere, mentre da alcuni decenni sono considerati come il quarto potere.

    Attualmente in varie parti del mondo ci sono dei Paesi in cui, purtroppo, sono stati stabiliti ed operano dei regimi totalitari, dittatoriali consolidati e/o in via di consolidamento. Ovviamente si tratta di regimi che, per vari motivi, si adattano alle realtà e riescono anche a camuffarsi dietro una parvenza di fasullo pluripartitismo. Quanto sta accadendo attualmente in alcuni Paesi dell’America Latina, dell’Asia, del Medio Oriente, ma anche in alcuni Paesi dell’Europa ne è una inconfutabile conferma. Una realtà che, da circa un decennio, si sta verificando anche in Albania.

    L’11 maggio scorso in Albania si sono svolte le “elezioni” politiche. Ma che però in realtà, fatti accaduti, documentati, testimoniati e ufficialmente denunciati alla mano, risulta che siano state un vero e proprio massacro elettorale. Tutto ben ideato e programmato dagli “strateghi” del primo ministro albanese ed attuato, partendo alcuni mesi prima dell’11 maggio scorso, da alcuni noti clan della criminalità organizzata, da migliaia di funzionari di vario livello dell’amministrazione pubblica, sia centrale che locale, dalle strutture della polizia di Stato ed altri. Si tratta sempre non di opinioni, bensì di fatti accaduti, documentati, testimoniati e ufficialmente denunciati alla mano. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito di tutto ciò (In attesa di altri abusi elettorali, 6 maggio 2025; Un autocrate che ottiene il quarto mandato con abusi elettorali, 12 maggioAppoggiano un autocrate corrotto in cambio di proficui accordi, 19 maggio 2025; Preoccupanti ed ipocriti atteggiamenti dei ‘grandi dell’Europa’, 27 maggio 2025 ecc.).

    E di fronte ad una simile preoccupante e molto pericolosa realtà, le varie strutture specializzate del sistema “riformato” della giustizia non hanno fatto però niente, nonostante siano state tantissime le denunce pubblicate e depositate ufficialmente presso le apposite strutture di quel sistema. Denunce che evidenziavano, registrazioni audio e video comprese, quel massacro elettorale, finalizzato l’11 maggio scorso. E non poteva essere altrimenti perché essendo quello della giustizia un sistema controllato personalmente dal primo ministro, non poteva fare niente che non fosse un suo ordine. Il che dimostra e testimonia che in Albania, volutamente, non funziona più il principio della separazione dei poteri di Montesquieu.

    Dal ben ideato, programmato ed altrettanto ben attuato massacro elettorale dell’11 maggio scorso, il primo ministro ormai ha 83 deputati dei complessivi 140, oltre ad altri che possono mettersi al suo servizio, quando sarà necessario. Il che significa che il primo ministro, ormai diventato l’Ayatollah dell’Albania, può fare tutto, approvando leggi che gli permetteranno di consolidare ulteriormente il suo regime e avere tutto quello che gli serve.

    Giovedì scorso il primo ministro ha presentato i nomi dei ministri del suo nuovo governo. E come sempre si tratta di persone a lui devote e vergognosamente ubbidienti. Ma questa ormai non è più una novità. La “novità” era la presenza nel governo di un “ministro digitale”, generato e gestito dall’intelligenza artificiale. E guarda caso, quella ministra, che si chiama “Diella” (significa Sole in femminile, in un dialetto albanese; n.d.a.), gestirà tutte le gare d’appalto che ormai, secondo il primo ministrosaranno spostate dai ministeri e affidate a Diella, che è la servitrice degli appalti pubblici” (Sic!). Giovedì scorso il primo ministro albanese, oltre a presentare la novità “Diella” e gli altri ministri, ha altresì affermato che sarà un obbligo quello di vedere il suo partito al potere fino agli anni ’50. In una vera democrazia questo obiettivo non può essere mai realizzato.

    In Albania da anni ormai si abusa del potere conferito e/o usurpato, mentre la corruzione parte dai più alti livelli istituzionali, quella del primo ministro in primis. Ma il potere giudiziario ubbidisce ai sui ordini e non può combattere l’abuso del potere e neanche la corruzione ben radicata. E anche questa non è un’opinione, bensì una realtà confermata anche dalle istituzioni e dai media internazionali. Perciò la “ministra digitale” serve a concentrare tutti gli appalti nelle mani del primo ministro e di chi per lui. Ma anche a scaricare tutte le colpe su un essere non esistente. Un giorno dopo, il 12 settembre scorso, il presidente della Repubblica, nonostante per legge sia la più alta istituzione del Paese, mentre in realtà, fatti accaduti alla mano, è un ubbidiente notaio del primo ministro, ha approvato con un decreto, oltre all’incarico del primo ministro di presentare il suo nuovo governo, anche la nomina della “ministra digitale”. Il che rappresenta una palese violazione degli articoli 102 e 103 della Costituzione della Repubblica d’Albania.

    Chi scrive queste righe considera quanto sta accadendo durante questi ultimi mesi in Albania come un ulteriore e pericoloso consolidamento di un regime sui generis. Mentre il primo ministro continua a ingannare. Come con la “ministra digitale”. Ma il Segretario Generale delle Nazioni Unite affermava che l’uso dell’Intelligenza artificiale rappresenta anche delle sfide significative, se lasciata senza controllo. Invece il primo ministro albanese ha fatto suo il consiglio di Napoleone Bonaparte. E cioè “Se vuoi avere successo a questo mondo, prometti tutto e non mantenere nulla”.

  • Il regime chiude abusivamente una televisione ‘non gradita’

    Censura e libertà di stampa saranno sempre in lotta fra loro. La censura

    la esige ed esercita il potente, la libertà di stampa la reclama l’inferiore.

    Johann Wolfgang Goethe, Massime e riflessioni, 1833 (postumo)

    Due settimane fa l’autore di queste righe informava il nostro lettore di quello che prevedevano sia la Costituzione che il famigerato articolo 55 del Codice penale durante la spietata dittatura comunista in Albania (1945 – 1991). In quel articolo si sanciva che “L’agitazione e la propaganda fascista, antidemocratica, religiosa, guerrafondaia, antisocialista, così come la distribuzione, oppure la conservazione per la distribuzione della letteratura con un contenuto tale [capace] d’indebolire oppure di minare lo Stato della dittatura del proletariato, si condanna con la privazione della libertà da 3 a 10 anni. Le stesse opere, nel caso siano state attuate in tempo di guerra, oppure abbiano causato delle conseguenze estremamente pesanti, si condannano con la privazione della libertà con non meno di 10 anni, o con la morte”.

    Il nostro lettore, due settimane fa, è stato altresì informato che il 25 luglio scorso è stata presentata la bozza del nuovo Codice penale. L’autore di queste righe scriveva per il nostro lettore: “…Tra i tanti emendamenti presentati, alcuni meritano veramente tutta l’attenzione dell’opinione pubblica, delle cancellerie europee e delle istituzioni internazionali, comprese quelle dell’Unione europea, visto che l’Albania è un Paese candidato all’adesione […]. Si tratta di una “copia” camuffata del sopracitato articolo 55. La nuova proposta prevede condanne fino a 3 anni per la “profanazione” del Presidente, del Parlamento, del Consiglio dei ministri ecc…[…]. Ma tutti sono concordi sul fatto che con questo articolo si cerca di difendere il primo ministro dalle tante, innumerevoli, continue e ben meritate accuse, critiche, ridicolizzazioni e ben altro”. (Ritorno ai metodi censoriali del regime comunista; 5 agosto 2025).

    Solo quindici giorni dopo la sopracitata presentazione della bozza del nuovo Codice penale, un atto abusivo ha attirato l’attenzione pubblica in Albania. Alle ore 7:36 di sabato, 9 agosto scorso, è stato bloccato il segnale di un’importante televisione informativa. Parte integrante di un noto gruppo mediatico, la televisione, costituita nel 2002, è stata la prima rete televisiva in Albania che trasmette ininterrottamente le notizie, sia quelle locali che internazionali. Si tratta, fatti accaduti e documentati alla mano, di un atto abusivo e vendicativo del regime del primo ministro contro un media che non “ubbidiva” più ai suoi ordini.

    Bisogna sottolineare, sempre fatti accaduti, documentati e pubblicamente noti alla mano, che alcuni proprietari dei più influenti e diffusi gruppi mediatici in Albania sono anche degli “amici” del primo ministro. E lui, in cambio, valuta questa “amicizia”. Lo ha fatto anche come il presidente del Comitato degli Investimenti Strategici. L’ultima sua “beneficenza” è stata fatta alla dirigente di un noto e potente gruppo mediatico, il 10 aprile scorso. Durante una seduta del Comitato degli Investimenti Strategici lei è stata dichiarata “Investitore strategico” ed ha ottenuto una licenza per costruire in una ambita area della capitale. E come lei, in precedenza, hanno “beneficiato” anche altri proprietari di noti gruppi mediatici.

    Ma simili “amicizie” non durano a lungo, soprattutto se non ci sono più degli “interessi reciproci” da condividere. Lo conferma il caso del proprietario del gruppo mediatico attaccato il 9 agosto scorso. Ovviamente, fatti accaduti e pubblicamente noti alla mano, lui non è uno stinco di santo, anzi! Ragion per cui lui è stato anche “amico” del primo ministro. Lo dicevano i saggi latini: Similes cum similibus congregantur.  Ma il proprietario del gruppo mediatico malauguratamente è stato “amico” anche del sindaco della capitale, in carcere ormai dal 10 febbraio scorso. Il nostro lettore è stato informato a tempo debito di quell’incarcerazione e delle ragioni per cui è stata voluta, ordinata ed eseguita. Il primo ministro, come ha fatto ormai anche con altri suoi “collaboratori”, lo ha usato e poi lo buttato via come scorza di limone spremuto. L’ingannatrice messinscena del primo ministro è durata solo alcuni giorni dopo l’arresto del sindaco.

    Sembrerebbe però che il proprietario del gruppo mediatico sopracitato avesse continuato l’amicizia ed il supporto, anche mediatico, con il sindaco della capitale, ormai in prigione. Chissà perché?! Le cattive lingue parlano però di interessi comuni legati ad investimenti nel campo dell’edilizia e non solo. Nel frattempo la televisione chiusa abusivamente il 9 agosto scorso, stava trasmettendo delle notizie non gradite al primo ministro. Alcuni giornalisti del gruppo mediatico stavano pubblicando dei fatti e dati che coinvolgevano direttamente il primo ministro e/o alcuni suoi stretti famigliari in alcuni scandali corruttivi ed abusivi milionari. Scandali sui quali le istituzioni del sistema “riformato” della giustizia hanno steso un velo pietoso, nonostante presso quelle istituzioni siano state depositate, da anni ormai, delle denunce molto dettagliate.

    Dalle prime ore di sabato, 9 agosto scorso, decine di poliziotti hanno circondato i due edifici della televisione, parte del gruppo mediatico abusivamente aggredito. Nel frattempo era stato interrotto anche la fornitura di energia elettrica. Alle ore 7:36 del 9 agosto la televisione non trasmetteva più. Secondo le autorità si tratta di un contenzioso tra il ministero dell’Economia, Cultura ed Innovazione ed il gruppo mediatico, che riguarda i contratti d’affitto e altri atti procedurali. Ma, documenti alla mano, i rappresentanti dei gruppo mediatico dimostrano che il contenzioso riguarda solo uno dei due edifici bloccati da decine di poliziotti armati. I rappresentanti della polizia di Stato non hanno però dimostrato i necessari documenti sui quali si basava quell’operazione. In più sono stati violati anche i limiti di tempo, previsti dalla legge, supponendo che esisteva la pretesa base legale. Ragion per cui diventa normale e naturale pregiudicare la chiusura del segnale della ben nota televisione che trasmetteva, 24 ore su 24, notizie sia dall’Albania che da tutto il mondo.

    Nei giorni succesivi in quegli edifici sequestrati sono entrati, in palese violazione delle procedure legali, anche forze della polizia militare, nonché dei camion che hanno caricato e portato via tutti i documenti, i computer ed altri materiali dei giornalisti della televisione e del gruppo mediatico. Bisogna sottolineare che alcuni di quei giornalisti stavano indagando sugli abusi e gli scandali che coinvolgevano personalmente il primo ministro e alcuni suoi stretti collaboratori e famigliari. Le cattive lingue dicono che questa è anche la ragione del “sequestro” dei due edifici.

    La scorsa settimana è stato reso noto un rapporto del Dipartimento di Stato statunitense in cui si trattava anche la libertà d’espressione. Il capitolo sull’Albania del rapporto era realistico e molto critico. “I giornalisti si sono spesso autocensurati per evitare la violenza…e per mantenere il posto di lavoro ….. Il governo, i partiti politici e i gruppi criminali hanno usato i loro diretti legami con i proprietari dei media e i capi redattori per influenzare i contenuti dei rapporti” affermava il rapporto. In più, subito dopo la chiusura della televisione, hanno subito reagito le associazioni dei giornalisti locali ed internazionali, nonché i media europei. Ragion per cui oggi, 18 agosto è stato ripristinato il segnale televisivo. Chissà perché questo dietrofront del primo ministro?! Si perché nessuno poteva chiudere abusivamente una televisione ‘non gradita” senza il suo ordine.

    Chi scrive queste righe è convinto che quanto è accaduto il 9 agosto scorso con la chiusura del segnale di una nota televisione è un’ulteriore testimonianza del regime in azione. Non dobbiamo dimenticare quanto affermava Goethe: “Censura e libertà di stampa saranno sempre in lotta fra loro. La censura la esige ed esercita il potente, la libertà di stampa la reclama l’inferiore”.

  • Realtà dittatoriali che si somigliano

    Sappiamo che mai nessuno prende il potere con l’intenzione di abbandonarlo.

    George Orwell

    “… Ho visto un ragazzino, forse di dieci anni, che guidava un enorme cavallo da tiro lungo uno stretto sentiero, frustandolo ogni volta che cercava di girare. Mi ha colpito il fatto che se solo questi animali prendessero coscienza della loro forza non dovremmo avere alcun potere su di loro. E che gli uomini sfruttano gli animali più o meno allo stesso modo in cui i ricchi sfruttano il proletariato”.

    Così scriveva George Orwell nella prefazione del suo ben noto romanzo Animal Farm (La fattoria degli animali; n.d.a.). La prima pubblicazione del romanzo risale al17 agosto 1945, proprio 80 anni fa. Un romanzo che l’autore scrisse tra il 1943 e il 1944, mentre continuava la seconda guerra mondiale., periodo in cui lui però era ormai ben consapevole della pericolosità del regime stalinista, grazie anche alla sua personale esperienza durante la guerra civile in Spagna. Invece il governo britannico, in alleanza con l’Unione Sovietica, sosteneva che quanto si diceva riguardo al “terrore rosso” in quel periodo era semplicemente falso e dovuto soltanto alla propaganda nazista.

    Dopo che gli animali cacciarono via il crudele proprietario Mr. Jones, della “Fattoria padronale” (Manor Farm; n.d.a.), quella divenne la fattoria degli animali. I maiali però decidevano su tutto, nonostante il settimo comandamento, approvato all’unanimità da tutti gli animali, affermasse che “tutti gli animali sono uguali”. I maiali modificarono poi quel comandamento, stabilendo che “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. Però non tutto andò come promettevano e garantivano i maiali, anzi! In seguito ad un primo periodo di un certo benessere, la carestia divenne una sofferta realtà per gli animali. Cominciarono a scarseggiare i più indispensabili generi alimentari. Ma non per i maiali però. Si, perché loro si dovevano nutrire bene per poter continuare a pensare, decidere e risolvere tutte le problematiche della fattoria, per il bene degli animali e non per il loro bene. Ma la vera realtà era ben altra.

    Nel settimo capitolo del romanzo si descrive questa drammatica realtà. “…In gennaio cominciò a scarseggiare il cibo […]. Per giorni e giorni gli animali non ebbero altro per nutrirsi che paglia tritata e barbabietole. La fame pareva guardarli in faccia”. Nonostante ciò, i maiali riuscivano a convincere gli animali che si trattava di un periodo transitorio, ma che tutto doveva tornare come prima, anzi, meglio di prima. L’unico che non si ingannava dalla propaganda dei maiali era il saggio Benjamin, l’anziano asino della fattoria, Lui non commentava neanche le modifiche fatte al primo comandamento “Tutto ciò che va su due gambe è nemico” che in seguito divenne “Quattro gambe buono, due gambe cattivo”. Alla fine del romanzo si vedono i maiali che cominciarono a camminare su i due piedi posteriori. Clarinetto, il maiale capo propaganda, cominciò a convincere tutti gli altri animali che il comandamento, da loro approvato all’unanimità dopo aver costituito la fattoria degli animali, affermava proprio che “Quattro gambe buono, due gambe meglio”.

    Quello che George Orwell aveva descritto maestosamente ed allegoricamente da nel suo romanzo La fattoria degli animali, molto apprezzato a livello mondiale, è stata purtroppo una sofferta e drammatica realtà in Albania durante il periodo della dittatura comunista (1945 – 1991). Subito dopo aver preso il potere, il regime comunista, oltre ad imprigionare e/o uccidere tutti quegli che considerava come “nemici del popolo”, sequestrò anche tutti i loro beni mobili ed immobili, proprio in “nome del popolo”. Ma fatti accaduti, documentati, testimoniati e pubblicamente noti alla mano, il popolo, cittadini e contadini, non solo non approfittava niente ma, addirittura, ha anche perso, soprattutto i contadini. Sì, perché alcuni anni dopo aver preso il potere, lo spietato ed opprimente regime comunista decise di collettivizzare le proprietà terriere dei contadini. Un duro colpo per loro che, di generazione in generazione, con quei terreni nutrivano le proprie famiglie e, a seconda dei casi, procuravano anche degli introiti finanziari con i quali poi compravano quello che serviva. Ma per la propaganda del regime, erano proprio i contadini che, con la loro volontà, avevano deciso di riunirsi in quelle che venivano chiamate “cooperative agricole”. Come accadeva nella “Fattoria degli animali” di George Orwell.

    Subito dopo che la dittatura comunista si restaurò e poi si consolidò in Albania, gli albanesi, senza accorgersi all’inizio, almeno molti di loro, hanno perso, prima di tutto, la loro libertà e altri diritti innati. Diritti che nei Paesi democratici erano protetti dalla legge. E se qualcuno tentava di obiettarsi alle decisioni del regime, finiva subito in prigione o nei “campi di lavoro”, costruiti come i famigerati campi/lager dell’Unione Sovietica. E li, oltre ai lavori forzati che straziavano fisicamente i condannati, si applicavano anche altre spietate torture che causavano dei veri e propri esaurimenti psichici. Come accadeva, per esempio, in un “campo di lavoro” nel sud est dell’Albania, dove i “nemici del popolo” dovevano prosciugare una vasta palude. In quel campo, gli stessi imprigionati avevano scavato delle cavità che venivano riempite non solo con le torbide acque della palude, ma anche con degli escrementi umani. E lì poi facevano entrare e rimanere per molto tempo i “nemici del popolo”, immersi fino al collo in quelle luride e puzzolenti acque.

    Durante la spietata dittatura comunista i cittadini cominciarono a subire anche la mancanza di molti prodotti di comune uso quotidiano. Soprattutto partendo dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso, quando il dittatore comunista, dopo la totale e irrimediabile rottura con l’Unione sovietica (1961), decise di rompere anche con la Cina che, da anni ormai, era l’unico sostenitore, economico e non solo, dell’Albania.

    Ma soprattutto, dall’inizio degli anni ’80, in Albania sono cominciati a mancare regolarmente anche i generi alimentari, quelli più importanti per la sopravvivenza. Tutto, partendo dal pane, era stato razionato, in base ai membri della famiglia. E questo nelle città, perché nei paesi i contadini si trovavano in situazioni peggiori. Ma oltre al pane, erano razionati anche altri generi alimentari. Come accadeva nella “Fattoria degli animali” di George Orwell. Ma guarda caso però, proprio in quel drammatico periodo, il 6 aprile 1987, durante un’attività in Messico, all’Albania veniva accordato il “premio internazionale per l’alimentazione” (Sic!). Chissà perché?! Ma ovviamente niente aveva a che fare con la vera, vissuta e sofferta realtà albanese in quel periodo.

    Durante l’ultimo decennio in Albania è stata restaurata e si sta consolidando, ogni giorno che passa, una nuova dittatura sui generis. Lo testimoniano innumerevoli fatti accaduti e pubblicamente noti, ormai confermati e denunciati anche dalle istituzioni specializzate internazionali. Una dittatura che sta generando gravi e molto preoccupanti problematiche per la popolazione. Si tratta, tra l’altro, anche dell’impoverimento continuo di una sempre più ampia fascia sociale in Albania. Una drammatica e sofferta realtà confermata ultimamente anche dall’Ufficio statistico dell’Unione europea (Eurostat) e dalla Banca Mondiale. L’Albania è ormai l’ultimo Paese europeo per il suo potere d’acquisto, secondo un rapporto ufficiale dell’Eurostat, pubblicato la scorsa settimana.

    Chi scrive queste righe è convinto che quanto è stato maestosamente scritto da George Orwell nel suo romanzo “La fattoria degli animali”, descrive anche la drammatica realtà attuale in Albania. Una realtà che somiglia a quella vissuta e sofferta durante il passato regime comunista. George Orwell affermava: “Sappiamo che mai nessuno prende il potere con l’intenzione di abbandonarlo”. Questa sua convinzione viene confermata anche dal comportamento del primo ministro albanese, che somiglia ed imita il capo della precedente spietata dittatura comunista in Albania.

    (*) Perché l’Albania era già una dittatura e perciò non paragonabile ad un Paese democratico

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