Cina

  • La Russia torna il primo fornitore di petrolio della Cina

    La Russia scalza dopo 19 mesi l’Arabia Saudita e a maggio ritorna a essere il primo fornitore di petrolio della Cina. A dispetto delle sanzioni di Usa e alleati per l’aggressione militare all’Ucraina, le raffinerie di Pechino stanno lavorando a pieno regime grazie ai prezzi offerti da Mosca e scontati fino al 30%.

    L’import di greggio è salito del 55% annuo: considerando l’oleodotto della Siberia orientale del Pacifico e le spedizioni marittime, ha totalizzato quasi 8,42 milioni di tonnellate (contro i 7,82 milioni dell’Arabia Saudita), pari a 2 milioni di barili al giorno (+25% sugli 1,59 milioni di aprile).

    I prodotti energetici, con la voce principale costituita appunto dal petrolio, hanno caratterizzato ancora di più l’interscambio di Pechino con Mosca visto l’esborso record cinese di 7,47 miliardi di dollari, uno in più rispetto ad aprile e il doppio se riferito a maggio 2021, secondo le Dogane cinesi. Le sorprese non si fermano qui: i dati hanno mostrato che anche le importazioni di gas naturale liquefatto (Gnl) sono salite a quasi 400.000 tonnellate (+56% su maggio 2021), grazie all’apporto dei progetti Sakhalin-2 nell’Estremo Oriente e Yamal Gnl nell’Artico russo.

    Il generoso taglio dei prezzi ha aiutato Mosca a mantenere i flussi di cassa su livelli adeguati nel mezzo dello sforzo bellico, favorendo la raccolta di 20 miliardi di dollari a maggio grazie all’export di greggio. Col bando alle importazioni deciso da Stati Uniti, Canada, Regno Unito e Australia, e con l’Ue che ha deciso un taglio drastico del 90% entro fine anno, il Cremlino è alla ricerca disperata di acquirenti. L’Europa è al momento il più grande acquirente di energia russa.

    La politica seguita dalla Cina non è una sorpresa, anzi era dato per certo dagli analisti, in base ad altre esperienze come l’Iran, sotto sanzioni Usa. Un aiuto (una “giustificazione adeguata”, come l’ha definita un trader di settore parlando con l’agenzia di stampa Ansa) è stato fornito dall’India e dal suo appetito per gli sconti del petrolio russo. Secondo le proiezioni di Refinitiv, i flussi verso Nuova Delhi sono stimati a maggio a 3,36 milioni di tonnellate, quasi 9 volte oltre la media mensile del 2021 di 382.500 tonnellate. Il Paese ha ricevuto 4,8 milioni di tonnellate di oro nero russo scontato dall’inizio della guerra in Ucraina, sempre secondo la società di elaborazione dati.

    L’India, che non ha condannato l’invasione russa, è la miglior polizza in caso di eventuali ritorsioni americane contro Pechino: “Se un Paese con rapporti privilegiati con gli Usa compra da Mosca malgrado le sanzioni americane, non si capisce perché non dovrebbe farlo la Cina”, ha rilevato ancora il trader.

    La mossa di Pechino verso il partner “senza limiti” fa parte anche dell’attento posizionamento della leadership comunista sul conflitto ucraino, che ha visto il presidente Xi Jinping, nel colloquio avuto la scorsa settimana con l’omologo Vladimir Putin, offrire un forte sostegno. La Cina ha criticato via via le sanzioni occidentali definendole “terrorismo finanziario” e attaccando le forniture militari a Kiev fino ad acquistare a passo crescente il petrolio russo in saldo.

  • Saltato l’accordo tra Cina e Paesi del Pacifico

    E’ saltato il progetto di Pechino per il Pacifico che aveva messo in allarme sia gli Usa sia l’Australia: i Paesi del Pacifico meridionale hanno rifiutato di sottoscrivere l’ampio accordo regionale economico e di sicurezza proposto dalla Cina, dopo l’incontro virtuale tenuto il 30 maggio nelle isole Figi dai ministri degli Esteri delle parti coinvolte.

    “Continueremo ad avere discussioni e consultazioni per formare più consenso sulla cooperazione”, ha affermato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, in una conferenza stampa congiunta con il premier delle Figi, Frank Bainimarama, hanno riferito i media australiani.

    I contenuti dell’accordo, trapelati la scorsa settimana e rivolti a coagulare un consenso con 10 Paesi insulari, avevano copertura molto vasta, passando dal libero scambio alla fornitura di aiuti umanitari e anti-Covid fino a delineare la visione di Pechino per un rapporto molto più stretto con il Pacifico meridionale, in particolare in materia di sicurezza, tra la formazione delle forze di polizia, la cybersecurity, la mappatura marina sensibile e un maggiore accesso alle risorse naturali.

    L’ambasciatore cinese alle Figi ha riferito che, malgrado un “sostegno generale”, l’accordo è stato messo da parte dopo che alcuni Paesi hanno espresso diverse preoccupazioni. Bainimarama ha alluso al dissenso emerso durante l’incontro, osservando che il gruppo dei partecipanti puntava a trovare “prima il consenso”.

    Il rifiuto dell’accordo è maturato nel mezzo di un tour de force diplomatico di Wang nella regione con la visita di otto Paesi in dieci giorni, in un viaggio che gli esperti di sicurezza hanno descritto come una mossa per imprimere una forte impronta all’influenza cinese nella regione contro Usa, Australia e Nuova Zelanda.

    Cina e Figi, quest’ultimo Paese nel frattempo ha aderito al piano economico Indo-Pacifico lanciato a Tokyo dal presidente americano Joe Biden per contenere Pechino, hanno firmato almeno tre accordi dopo l’incontro, che secondo Wang amplieranno la cooperazione su economia, commercio, agricoltura, pesca, turismo, aviazione civile, istruzione, forze dell’ordine e gestione delle emergenze, assicurando che Pechino avrebbe fornito assistenza ai Paesi insulari senza “nessun vincolo politico”.

    Bainimarama ha riaffermato l’importanza del cambiamento climatico per il Pacifico, affermando che le nazioni delle regione non erano interessate “alle questioni geopolitiche”, esortando la Cina a prendere impegni più forti sul riscaldamento del pianeta. Lo stop ai piani di Pechino è arrivato appena dopo un mese dalla firma del controverso accordo bilaterale sulla sicurezza firmato da Isole Salomone e Cina, causando allarme in tutto l’Occidente e motivando visite diplomatiche di alto livello da parte di Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti.

  • E’ tempo di riscrivere le regole

    La guerra della Russia all’Ucraina ha messo in luce vari aspetti negativi della globalizzazione, che non ha tenuto conto delle realtà geopolitiche, ed evidenziato gli errori di coloro che hanno anteposto a tutto i loro momentanei interessi aziendali.
    Per comprendere meglio le scelte che dovremo fare, come Stati e come imprese, in uno scenario che ci mette di fronte ad una imminente catastrofe alimentare, con tutte le ovvie tragiche conseguenze, è bene ripartire dall’ingresso, nel 2001, della Cina nel WTO.
    La Cina infatti non è soltanto un colosso mondiale o lo Stato che minaccia di invadere Taiwan ma anche il nuovo potente alleato di Mosca, l’altra super potenza che, come la Cina, calpesta, con la stessa indifferenza, diritti umani e regole di mercato.
    Dall’ingresso del Dragone nell’Organizzazione Mondiale del Commercio avrebbero potuto anche scaturire vantaggi per tutti se le regole fossero state rispettate e se l’Occidente avesse avuto più attenzione nel valutare le effettive realtà degli altri Paesi e le imprese meno brama di arricchirsi, anche  a scapito di consumatori e lavoratori. Ormai è noto che per troppi anni la delocalizzazione non ha portato significativi vantaggi né alle popolazioni occidentali né, in gran parte, a quelli dei Paesi emergenti o in via di sviluppo ma certamente vantaggi  ai  governi autocratici  di quei paesi ed agli oligarchi loro legati.
    Nel 2001 il Pil della Cina era di 1339 miliardi di dollari, l’anno scorso, dopo 20 anni di WTO, è diventato di più di 15 mila miliardi di dollari grazie anche ai dazi minori per il suo import e alle tariffe migliori per le sue esportazioni. L’ingresso della Cina nel WTO, sponsorizzato da Clinton e accettato o condiviso più o meno da tutti, UE compresa, ha portato una serie di problemi proprio nel settore del commercio e della libera e corretta concorrenza e non ha risolto i problemi legati ad un maggior rispetto dei diritti umani o ad un miglioramento del sistema politico verso una, anche minima, democrazia, certamente invece in larga parte è migliorato il tenore di vita della popolazione cinese.
    Se per i cinesi il WTO è stato un grande vantaggio altri Paesi hanno subito gravi conseguenze con perdite enormi nell’occupazione ed ingenti danni a causa delle merci illegali, di quelle contraffatte e del dumping attuato dal governo di Pechino.

    Quando la Cina entrò nel WTO si impegnò a rispettare le regole commerciali degli altri Paesi membri dell’Organizzazione Mondiale ma questo non è avvenuto.  La Cina non tratta le imprese estere come quelle domestiche, le imprese di Stato non hanno ridotto il loro peso nell’economia, continuano gli aiuti di Stato alle imprese cinesi,i cinesi  vendono all’estero prodotti ad un prezzo inferiore del loro valore(dumping), le imprese straniere che aprono un’attività in Cina devono cedere ai partner cinesi, che devono avere obbligatoriamente, la loro tecnologia, continuano i furti di proprietà intellettuale, in Cina vi è discriminazione nell’applicazione delle regole di concorrenza, le aziende straniere non vincono appalti pubblici, non è liberalizzata la distribuzione di audiovisivi, le banche straniere non hanno lo stesso trattamento di quelle nazionali. Inoltre la Cina ha superato, anche attraverso la triangolazione, l’esportazione di materie e prodotti, come l’acciaio, per i quali esistono quote fissate e questi sono solo alcuni esempi. Tutto questo senza tenere conto che molti dei prodotti esportati sono fatti nei campi di lavoro forzato!

    Diversi sono stati i contenziosi aperti dal WTO contro la Cina: per aver superato il limite di esportazione di terre rare, per non aver adempiuti agli obblighi di trasferimento di tecnologia, per la violazione della proprietà intellettuale, per i sussidi dati ai suoi produttori di alluminio. Altri contenziosi sono stati aperti  in diverse occasioni dalla UE.

    Oggi, mentre infuria la battaglia del grano bloccato per colpa di Putin e una gran parte del mondo è sull’orlo della fame, sarebbe necessario anche affrontare i problemi che la Cina, alleatasi proprio con lo Zar alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina, sta causando con la sua indifferenza alle regole che lei stessa aveva accettato nel 2001.
    La globalizzazione come è stata impostata non funziona più, il WTO deve essere rivisto: dall’organizzazione interna alle regole per i suoi componenti.

    Il mondo dall’inizio della guerra contro l’Ucraina, dopo le atrocità commesse dall’esercito russo e le dichiarazioni di molti esponenti del regime, a partire proprio da Putin, non è più lo stesso e dobbiamo cominciare a capirlo e ad agire di conseguenza, senza improvvisazioni e pressappochismi ma con lucidità e competenza sapendo che ogni scelta porta conseguenze, che la pace deve essere un costante obiettivo ma che non possiamo tramutarla in una resa di fronte alla violenza militare o economica.

  • Il Canada esclude Huawei e ZTE dal 5G

    La Cina ha criticato duramente il Canada per la decisione di escludere dal suo network di telecomunicazioni i colossi Huawei e ZTE, a partire dalle reti del 5G, definendo “infondata” la stretta perché su “inesistenti rischi per la sicurezza”.

    “La Cina è fermamente contraria a tutto questo”, ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin, assicurando che Pechino “adotterà tutte le misure necessarie” per proteggere le aziende cinesi. Mentre lo stesso gruppo di Shenzhen ha definito il blocco ai suoi servizi come una “decisione politica”.

    La decisione di Ottawa è in linea con quelle adottate da Stati Uniti, Australia, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Giappone e Svezia, che hanno già bloccato o fortemente limitato l’uso di tecnologie Huawei, e segue l’aspro scontro diplomatico con Pechino sulla detenzione di quasi tre anni di Meng Wangzhou, la manager a capo della finanza di Huawei, nonché figlia del fondatore Ren Zhengfei, arrestata a Vancouver a dicembre 2018 su richiesta Usa con l’accusa di violazione delle sanzioni all’Iran. La Cina, pochi giorni dopo il suo fermo, arrestò due cittadini canadesi – l’ex diplomatico Michael Kovrig e l’uomo d’affari Michael Spavor – in quella che gli osservatori videro come una rappresaglia per l’arresto di Meng. Tutti e tre furono rilasciati a settembre 2021 dopo che la manager trovò un accordo con il Dipartimento alla Giustizia Usa sulle accuse di frode, ponendo fine all’estenuante battaglia legale per la sua estradizione negli Stati Uniti.

    Washington ha messo in guardia sulle implicazioni per la sicurezza legate alle forniture delle aziende tecnologiche cinesi, soprattutto concedendo l’accesso a infrastrutture di tlc o strategiche che potrebbero essere usate per lo spionaggio o anche per il semplice sabotaggio.

    Giovedì scorso il ministro dell’industria canadese Francois-Philippe Champagne, sul 5G, ha annunciato “l’intenzione di vietare l’inclusione di prodotti e servizi di Huawei e ZTE nei sistemi di telecomunicazioni canadesi”, aggiungendo che non ci sarà alcuna autorizzazione agli operatori che “vorranno avvalersi di prodotti o servizi che mettono a rischio la sicurezza nazionale”. Inoltre, gli operatori che ne fanno già uso “dovranno cessarne l’uso e rimuoverla”, in merito alle apparecchiature 4G.

    Per Huawei si tratta di un brutto colpo, nel mezzo degli sforzi per riorientare il business dopo la stretta americana sulle forniture di componenti hi-tech Usa. “Nonostante un calo delle entrate nel 2021, la nostra capacità di realizzare profitti e generare flussi di cassa è in aumento e siamo più capaci di affrontare l’incertezza”, disse Meng, ‘Lady Huawei’, al suo primo grande evento pubblico, parlando un po’ emozionata del bilancio 2021 chiuso con utili netti record in rialzo del 75,9% e ricavi in frenata del 28,6%.

  • Alta tensione su Ucraina e Taiwan tra Usa e Cina

    Risale la tensione tra Usa e Cina, tra moniti contrapposti sulla guerra russa in Ucraina e le “provocazioni militari” cinesi contro Taiwan, dove un network locale ha trasmesso per errore l’allerta per un attacco di Pechino seminando il panico tra la popolazione.

    Poche ore prima di essere ricevuto alla Casa Bianca insieme ai vertici militari, il capo del Pentagono Lloyd Austin ha telefonato al ministro della difesa cinese Wei Fengh per la prima volta dall’inizio dell’amministrazione Biden, rompendo un’impasse di comunicazione che Washington vedeva con crescente preoccupazione a causa dell’alleanza tra Pechino e Mosca sullo sfondo della guerra in Ucraina.

    Per oltre un anno il segretario alla difesa aveva tentato di parlare col generale Xu Qiliang, l’ufficiale più alto in grado nella struttura del partito comunista, in quanto vicepresidente della Commissione militare centrale, organo di vertice delle forze armate con a capo il presidente Xi Jinping. In passato era una prassi consolidata, ma questa volta Pechino ha insistito per il rispetto del protocollo e quindi per un contatto tra pari grado.

    L’obiettivo degli Usa era di riprendere il dialogo, ribadendo il messaggio di Biden nella video chiamata a Xi del 18 marzo, in cui il presidente americano aveva minacciato severe conseguenze se Pechino fornirà assistenza militare o economica a Mosca nel conflitto in Ucraina. Austin ha inoltre ricordato l’importanza di gestire la competizione strategica Usa-Cina, anche nei campi nucleare, spaziale e cyber, migliorando i canali di comunicazione nelle crisi. Il ministro della difesa americano, infine, ha ribadito le preoccupazioni di Washington per le provocazioni militari di Pechino contro Taiwan e per le attività del Dragone nel mare cinese meridionale orientale. Ma la telefonata, durata 45 minuti, è diventata un burrascoso colloquio ad alta tensione, stando al resoconto di Pechino.

    La Cina ha esortato gli Stati Uniti “ad astenersi dall’utilizzare la questione ucraina per diffamare e incastrare o esercitare pressioni su Pechino attraverso le minacce”, respingendo qualsiasi accostamento tra Kiev e Taiwan, l’isola che rappresenta la vera linea rossa dei rapporti bilaterali. Pechino la considera parte “inalienabile” del suo territorio da riunificare anche con l’uso della forza, se necessario. “E’ una parte inseparabile della Cina, un fatto e uno status quo che nessuno può cambiare” e “se la questione non sarà adeguatamente gestita avrà un impatto destabilizzante sulle relazioni tra i due Paesi”, ha messo in guardia Wei.

    Il monito arriva dopo che Pechino ha assicurato che aumenterà il “coordinamento strategico” con Mosca – ribadendo quindi  “l’amicizia senza confini” suggellata da Putin e Xi ai Giochi invernali cinesi – e ha siglato un accordo di sicurezza con le isole Salomone, potenziale preludio di una base militare del Dragone nell’arcipelago a nord-ovest dell’Australia: un’intesa che sembra una risposta ad Aukus (la Nato del Pacifico di Usa, Gran Bretagna e Australia per contenere la Cina) e che potrebbe minacciare l’equilibrio di potere in una regione cruciale per i traffici marittimi.

  • Pil cinese oltre le attese, ma c’è l’incognita Shanghai

    Le misure draconiane della Cina per contenere il Covid-19, utili per la ripresa post pandemica e per tenere il virus sotto controllo negli ultimi due anni, stanno ora emergendo come la più grande minaccia alla crescita. Il campanello d’allarme è ufficialmente suonato per la leadership comunista con il Pil, salito del 4,8% annuo nei primi tre mesi del 2022 (dal 4% di fine 2021 e dal 4,4% atteso) e dell’1,3% su base congiunturale, meno dell’1,5% rivisto di ottobre-dicembre 2021 e più dello 0,6% della vigilia.

    Il funzionamento dell’economia “è stato generalmente stabile”, ma i “frequenti focolai” di Covid-19 e uno “scenario internazionale sempre più grave e complesso”, nel mezzo della guerra Ucraina-Russia, hanno creato ulteriori tensioni sull’evoluzione dell’intero anno, ha ammesso nel briefing Fu Linghui, portavoce dell’Ufficio nazionale di statistica. L’economia è aumentata più rapidamente del previsto dagli analisti, ma gli ultimi dati hanno rivelato la contrazione delle vendite al dettaglio (-3,5% a marzo su -1,6% atteso, primo calo da luglio 2020, per un magro +3,3% nei primi tre mesi), pagando i blocchi anti-Covid. La produzione industriale ha avuto un rialzo del 5% (da attese del 4,5%), scontando il calo del manifatturiero e ha chiuso il trimestre a +6,5%, tenendo a malapena il passo con il Pil, trainato principalmente da investimenti ed export.

    La congiuntura aumenterà la pressione sul governo centrale e sul presidente Xi Jinping che ha riaffermato il suo impegno per la politica zero-Covid malgrado i costi crescenti e i lockdown nelle città più grandi del Paese. I contagi sono saliti in tutta la Cina ad aprile e Shanghai, il principale hub finanziario, è bloccata. L’ondata Omicron è scoppiata in una fase delicata dell’economia, già provata dalla crisi del debito nel settore immobiliare (che valeva circa un terzo del Pil) e di un’ampia perdita di slancio con la stretta sul settore hi-tech e Internet.

    A inizio marzo, malgrado le prevedibili ricadute internazionali dell’aggressione della Russia contro l’Ucraina, il premier Li Keqiang ha annunciato un Pil per il 2022 del 5,5%, il più basso in 30 anni. I dati dei primi tre mesi non includono del tutto gli eventi di Shanghai, che a fine di marzo ha visto il lockdown più grave della Cina dall’emergenza del coronavirus di Wuhan di inizio 2020, tra pesanti polemiche per la gestione della crisi e casi di Covid – accertati e asintomatici – attualmente stabili sopra quota 20.000 al giorno.

    La scorsa settimana, Nomura ha stimato che 45 città, responsabili del 40% del Pil cinese, erano in blocco completo o parziale, limitando la circolazione a 370 milioni di persone, e ha aggiunto che il Paese “è a rischio di recessione”.

    Gli investimenti in immobilizzazioni sono saliti del 9,3% nei primi 3 mesi del 2022 sullo stesso periodo dello scorso annuo, oltre le stime dell’8,5%. Male la disoccupazione urbana: 5,8% dal 5,5% di febbraio, ai livelli più alti da due anni.

    Intanto, il vicepremier Liu He ha sollecitato la stabilizzazione delle catene di approvvigionamento in risposta alle disfunzioni del Covid. “Dovremmo risolvere i problemi in sospeso uno per uno nelle regioni chiave”, ha detto Liu a una riunione sulla logistica. Il ministero dell’Industria e della Tecnologia ha chiarito venerdì che lavorerà con 666 aziende produttrici di semiconduttori, automobili e beni medicali a Shanghai per far ripartire le attività a regime. La produzione di circuiti integrati, ad esempio, è scesa del 4,2% nei primi 3 mesi dell’anno: è la performance trimestrale peggiore dal -8,7% di inizio 2019.

  • L’Onu torna a occuparsi della sorte degli uiguri in Cina

    Dal 28 febbraio all’1 aprile si è svolta la 49esima Sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite nel corso della quale nove ministri degli Esteri hanno espresso le loro preoccupazioni per le gravi violazioni dei diritti umani commesse dal governo cinese contro gli uiguri. Inoltre, questi governi hanno anche esortato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, a pubblicare rapidamente il suo rapporto sulla situazione nel Turkistan orientale. Queste affermazioni sono state evidenziate anche nella dichiarazione dell’articolo 4 dell’Unione europea il 22 marzo. L’Ue ha inoltre chiesto il rilascio immediato e incondizionato dell’economista uiguro incarcerato e vincitore del Premio Sacharov Ilham Tohti e altri.

    L’8 marzo l’Alto Commissario ha annunciato di aver raggiunto un accordo con il governo cinese per una visita nel Turkistan orientale a maggio. In vista di questo annuncio, il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha ribadito il suo appello alla Cina affinché consenta all’Alto Commissario una “visita credibile in Cina”, anche nel Turkistan orientale. Il Congresso mondiale degli uiguri (Wuc) si è unito a quasi 200 gruppi per i diritti umani in una lettera aperta in cui esortava l’Alto Commissario a pubblicare rapidamente il rapporto del suo ufficio sulle violazioni dei diritti del governo cinese nei confronti degli uiguri e di altri turchi nel Turkistan orientale. Il 16 marzo, il presidente della Wuc, Dolkun Isa, ha espresso le sue gravi preoccupazioni per il genocidio in corso commesso dal governo cinese contro gli uiguri e altri turchi. Ha anche evidenziato la repressione della Cina nei confronti degli attivisti uiguri all’estero. In un’altra dichiarazione, Zumretay Arkin, responsabile del programma e dell’advocacy della Wuc, ha esortato l’Alto Commissario a pubblicare rapidamente il suo rapporto sulla situazione dei diritti umani nel Turkistan orientale e ha invitato il relatore speciale sulla promozione e la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali, Fionnuala Ní Aoláin, a partecipare all’imminente visita dell’Alto Commissario nel Turkistan orientale.

    Il 30 marzo, una delegazione di rappresentanti uiguri, tra cui il presidente del World Uyghur Congress, Dolkun Isa, ha incontrato Lisa Peterson, assistente segretario ad interim per il Dipartimento di Stato, la neo-nominata ambasciatrice statunitense Beth Van Schaack, e l’ambasciatore generale per la libertà religiosa, Rashad Hussain, per parlare di modi concreti per affrontare il genocidio degli uiguri.

    Durante questo viaggio, il presidente della Wuc ha anche incontrato il presidente della commissione per gli affari esteri della Camera degli Stati Uniti, Gregory Meeks, l’ex vice consigliere per la sicurezza nazionale, Matthew Pottinger, l’ex ambasciatore generale per le questioni femminili globali, Kelley Currie, nonché il membro del Parlamento europeo Reinhard Bütikofer e il membro del Parlamento britannico, Nus Ghani.

    Il 30 marzo, Dolkun ha parlato a un ricevimento per i responsabili politici che guidano la risposta al genocidio degli uiguri, organizzato dalla Uyghur American Association e dall’Uyghur Human Rights Project a Washington. “Con alleati come te, non abbiamo perso la speranza. Come molti sanno, ho perso mia madre in un campo. Mio padre è morto in circostanze misteriose. Mio fratello maggiore è stato condannato a 17 anni di carcere. E mio fratello minore è stato condannato all’ergastolo. Ma questo non mi ha impedito di difendere il mio popolo”, ha detto nel suo discorso di apertura.

    Dal 25 al 27 marzo, il Wuc ha organizzato con successo un programma di formazione per il rafforzamento delle capacità per giovani attivisti a Bursa, in Turchia. La formazione è stata preceduta da una cena di benvenuto, organizzata con la città di Bursa, alla quale hanno partecipato delegati e rappresentanti del Wuc in Turchia, politici turchi, studiosi e media.

    Durante la formazione, 40 giovani attivisti uiguri provenienti dall’Asia centrale, dall’Europa e dalla Turchia hanno partecipato di persona e altri 7 si sono uniti virtualmente per apprendere come condurre un advocacy efficace ed efficace in contesti locali e internazionali. Il workshop ha fornito ai giovani attivisti uiguri le competenze, le risorse e gli strumenti per facilitare il loro coinvolgimento con le diverse parti interessate in modo efficace e sostenibile. Importanti leader di comunità, studiosi e attivisti per i diritti umani hanno tenuto presentazioni per riconoscere, affrontare e mitigare i rischi e le sfide legate alla difesa dei diritti umani, in particolare con stati ostili, come la Cina. Tra i relatori figuravano Luke De Pulford, Rahima Mahmut, Mia Hasenson-Gross, Lucia Parruci, il dottor Erdem Özdemir, il dottor Erkin Ekrem, Perhat Muhammet e Zumretay Arkin.

  • Verso una valuta russo-cinese

    Riceviamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi l’8 aprile 2022.

    Può sorprendere quei politici che credono che gli eventi importanti accadano all’improvviso, senza la necessaria e lunga preparazione. La possibile apparizione di una nuova moneta internazionale alternativa al dollaro non è una sorpresa.

    A metà marzo si è tenuto in Armenia l’incontro “Nuova fase della cooperazione monetaria, finanziaria ed economica tra l’Unione economica euroasiatica (Uee) e la Repubblica popolare cinese”, organizzato dalla Commissione economica euroasiatica e dall’Università Renmin di Pechino per definire i contorni di un nuovo sistema monetario e finanziario internazionale, almeno per quanto riguarda la parte orientale del mondo.

    L’Uee è l’unione economica e commerciale cui partecipano la Russia, la Bielorussia, il Kazakistan, la Kirghisia e l’Armenia con un Pil di circa 1.700 miliardi di dollari. Essa è molto proiettata verso una stretta collaborazione con la Belt and Road Initiative, la nuova Via della seta voluta dalla Cina. Già nel 2020 la Cina aveva aumentato di circa il 20% il suo turnover commerciale con l’Uee, mentre l’utilizzo delle monete nazionali rappresentava solo il15% dell’interscambio totale.

    Sul tavolo vi è la creazione di una “nuova moneta” basata su un paniere di valute, tra cui il rublo e lo yuan, ancorata anche al valore di alcune materie prime strategiche, incluso l’oro.

    Pensare che sia solo la reazione disperata alla recente imposizione di super sanzioni nei confronti della Russia, sarebbe una valutazione fuorviante. Si tratta, invece, di un progetto in campo da molti, molti anni, sia in Russia sia in Cina.

    Il progetto fu reso pubblico già nell’ottobre del 2020 dall’economista russo Sergei Glazyev, membro del consiglio e ministro incaricato dell’Integrazione e della Macroeconomia della Commissione economica euroasiatica. Egli aveva sollecitato a creare nuovi strumenti nazionali di pagamento per accantonare l’utilizzo di “valute di Paesi terzi”, intendendo ovviamente soprattutto il dollaro e l’euro, nelle transazioni commerciali e monetarie tra i membri dell’Unione euroasiatica e la Cina.

    Glazyev affermava che l’idea era la risposta «alle sfide e ai rischi comuni associati al rallentamento economico globale e alle misure restrittive contro gli Stati dell’Uee e la Cina». Si trattava di un piano per superare il sistema unipolare del dollaro, già in atto dopo le sanzioni imposte alla Russia a seguito dell’annessione della Crimea nel 2014. L’economista russo sosteneva che l’infrastruttura finanziaria e di pagamento era già stata creata ed era necessario sviluppare un sistema d’incentivi per favorirne l’utilizzo nelle relazioni commerciali ed economiche.

    Il ministro della Commissione economica euroasiatica proponeva: 1) sviluppare dei meccanismi per stabilizzare i tassi di cambio delle valute nazionali dei Paesi membri, riducendo le commissioni bancarie e gli interessi sui prestiti; 2) creare dei meccanismi per determinare i prezzi delle merci nelle valute nazionali nell’ambito degli accordi tra l’Uee e la Belt and Road Initiative, coinvolgendo in seguito anche altri Paesi, eventualmente quelli della Shanghai Cooperation Organization (Sco) e quelli dell’Asean.

    Naturalmente in tale processo s’inserisce anche la recente richiesta di Putin di esigere il pagamento in rubli delle forniture del gas, i cui contorni sono ancora da chiarire.

    Riconoscendo l’incapacità del dollaro di sostenere l’intero sistema monetario e finanziario globale, già prima della grande crisi finanziaria del 2008 avevamo proposto l’idea di creare, in modo lungimirante e concordato, un nuovo sistema internazionale basato su un paniere di monete importanti, tra cui il dollaro, l’euro, lo yuan e il rublo. In un mondo erroneamente creduto unipolare, purtroppo, non se n’è fatto niente. Il sistema del dollaro, e gli interessi geoeconomici a esso connessi, non l’hanno permesso.

    La recente proposta russo-cinese di creare una loro nuova moneta basata su un paniere di valute e di materie prime è un dato di fatto da analizzare. Possiamo solo affermare che, in questo modo separato, purtroppo non potrà che approfondire la divisione tra Est e Ovest e aggravare ulteriormente la pericolosa situazione attuale.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Così la guerra di Putin cambia gli equilibri globali

    Nulla sarà più come prima. La guerra di Putin in Ucraina è destinata a cambiare gli equilibri geopolitici e la scacchiera globale che conoscevamo poco più di un mese fa, prima che i tank e i missili russi riportassero una guerra novecentesca nel cuore dell’Europa. Molti cambiamenti sono già in atto, altri sono in parte prevedibili, altri ancora potrebbero sorprenderci nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

    È facile vedere quello che sta accadendo in Europa. Il futuro è già qui tra noi: il forte riavvicinamento tra Stati Uniti ed Unione europea dopo anni di rapporti faticosi, il rafforzamento della Nato che dalla ‘morte cerebrale’ vista da Macron adesso ha di nuovo un senso e un orizzonte, il passo deciso dell’Ue verso una politica estera comune e la creazione di un’identità di difesa comune, sempre che i leader europei non cadano di nuovo in qualcuna di quelle amnesie da cui ciclicamente sono colpiti.

    Sono passi che si pensava potessero richiedere anni e che invece stanno avvenendo, sotto i nostri occhi, in poche settimane. Ma allargando lo sguardo si può intuire come la guerra di Putin sia destinata a cambiare i rapporti diplomatici e gli schieramenti in tutti gli angoli del mondo.

    La Cina, suo malgrado, è al centro di queste novità. Pechino ha mantenuto una posizione volutamente ambigua ma sta già pianificando le mosse per i prossimi anni. Il recente rafforzamento delle relazioni voluto da Putin e Xi non è stato rinnegato. Ma la Cina da un lato evita di condannare esplicitamente Mosca e dall’altro continua a dire di credere nel dialogo e nel rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità degli Stati. Il timore di Pechino è che la crisi economica conseguente alle sanzioni possa influire sul suo espansionismo centrato sul progetto nella ‘Nuova via della seta’.

    D’altra parte la globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi è destinata a mutare velocemente e l’interconnessione e l’interdipendenza dell’economia globale sicuramente subiranno sensibili passi indietro.

    La Cina non si esporrà sulla guerra e nel frattempo preparerà il terreno per nuove alleanze. Il ministro degli Esteri Wang si è recentemente recato in India, per la prima visita dagli scontri del 2020 sul confine himalayano che portarono a un rapido deterioramento dei legami tra i due Paesi più popolosi del mondo. Ora tutto sembra quasi dimenticato di fronte ai nuovi problemi da affrontare. Possibilmente insieme. La Cina e l’India importano energia dalla Russia e il 50 per cento degli armamenti indiani viene da Mosca.

    L’Occidente teme quindi che nel medio periodo si possa creare un’alleanza tra India e Cina che strizzi l’occhio alla Russia. Sarebbe uno scenario impazzito che riporterebbe il mondo diviso fra 2 fronti con una nuova forma di Guerra fredda. Ma stavolta a guidare il fronte orientale non sarebbe più Mosca ma Pechino.

    Ma sarebbe anche uno scenario che andrebbe, in parte, contro gli interessi cinesi: dove finirebbero gli scambi commerciali con gli Usa e l’Europa di un Paese che punta tutto o quasi sul commercio internazionale? Anche, e soprattutto, nelle scelte di Pechino e nella risposta a questa domanda, che potremmo avere da qui a pochi mesi, si formerà il nuovo assetto della geopolitica globale dei prossimi anni.

    Per capire quanto la guerra di Putin stia cambiando il mondo si può anche guardare all’America latina dove Argentina e Brasile sono molto cauti nella condanna all’invasione russa e pensano invece a sostituire Mosca e Kiev nelle esportazioni di mais nei mercati globali. Buenos Aires e Brasilia sono rispettivamente il secondo e il terzo produttore mondiale di mais e adesso guardano alla guerra con un’altra prospettiva.

    Il Donbass, un mese fa, sembrava molto lontano. Adesso dalla guerra nata in quella piccola regione nascono i cambiamenti globali che costruiranno il mondo di domani.

    E Putin, dando il via libera ai suoi carri armati, voleva cambiare la storia. Ed è quello che sta accadendo, ma non nella direzione che voleva lui.

  • Per mediare con lo zar occorrono solo un imperatore e un califfo?

    Le accuse di Pechino alla Nato ed agli Stati Uniti, considerati dal Dragone i responsabili della guerra in Ucraina, sono l’ennesimo esempio della strategia che la Cina ha messo in essere da tempo, ma questa ultima dichiarazione fa ben comprendere come sia difficile credere che l’imperatore cinese possa essere il mediatore più adatto a fermare Putin e a fargli accettare la pace.

    Tralasciando le iniziative cinesi degli ultimi anni, acquisizioni di importanti porti internazionali come del debito di molti paesi africani, espansione continua della propria area di influenza politica e commerciale, dure repressioni verso coloro che rivendicavano un po’ di autonomia e libertà, come Hong Kong, o un minimo di diritti umani, come gli uiguri, non possiamo dimenticare i colpevoli silenzi e le informazioni che la Cina ha negato al mondo all’inizio della pandemia. Proprio in questi giorni nuovi studi rilanciano la sempre più consistente probabilità che il covid si sia espanso per la fuga del virus da un loro laboratorio. Inoltre già dalla scorsa estate i cinesi hanno iniziato due operazioni entrambi preoccupanti: l’acquisto e l’accantonamento di molti prodotti alimentari e di alcune materie prime e il rallentamento nelle consegna di molte merci destinate all’Occidente. Se aggiungiamo a questi pochi, ma significativi ed incontestabili fatti, che la Cina, da mesi, riceveva dalla  Russia più gas di quanto era contemplato dal  contratto, che è stato siglato da poche settimane un nuovo accordo per una ancor più ingente fornitura e che Putin e Xi Jinping hanno platealmente rinsaldato i loro rapporti di amicizia e collaborazione, si comprende bene come sia più che legittimo ritenere che il presidente cinese conoscesse, almeno in gran parte, le vere intenzioni di Putin verso l’Ucraina.

    C’è in gioco, per i due autocrati con ambizioni imperiali, la capacità di poter influenzare il resto del mondo sia economicamente che militarmente assicurandosi che nessuno possa frapporsi per impedire le loro mire espansioniste e la coercizioni che esercitano sui loro popoli e su quelli che hanno conquistato o conquisteranno.

    Il mondo libero deve cominciare a comprendere che sono messe in pericolo tutte le conquiste fatte nei decenni passati, dalla democrazia alla libertà, dai diritti umani al mercato e al benessere sociale.

    Gravi responsabilità pesano su alcuni governi ed istituzioni occidentali se, per avere un mediatore in grado di trattare con Putin, si deve sperare in Erdogan o in Xi Jinping, entrambi noti, all’interno e all’esterno del loro Paese, per il disprezzo che hanno dimostrato verso la democrazia ed il diritto.

    Terminata la guerra, ci auguriamo presto e senza altri drammatici eventi, il mondo libero dovrà cominciare seriamente a pensare a come rivedere il modo di rapportarsi, anche sul piano economico, con paesi e governi che non credono nei suoi valori fondanti.

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