Cina

  • Il necessario ritorno alla realtà

    Una volta acquisiti i risultati delle elezioni regionali caratterizzate, specialmente in Veneto, da un tono molto garbato, sarebbe ora opportuno ritornare immediatamente alla realtà politica ed economica.

    Andrebbe Infatti ricordato come, nonostante una campagna elettorale in particolar modo in Veneto decisamente breve, il contesto internazionale non si sia fermato per attendere i risultati delle elezioni del Veneto, Campania e Puglia e le inevitabili ripercussioni in ambito politico tanto regionale quanto nazionale.

    Viceversa, nella corsa all’innovazione la Cina, come espressione della volontà legata ad una diminuzione dei costi e dei tempi in termini generali (*), ha avviato un possibile cambiamento che potrebbe determinare delle ricadute importanti, e non certo positive, anche per il tessuto produttivo ed economico del Veneto, del nord Italia e dell’Italia intera.

    La Cina, infatti, ha inaugurato la rotta artica per il trasporto delle merci dall’estremo Oriente fino ai mercati occidentali definita “Via della Seta Polare” (Polar Silk Road), alternativa strategica alle rotte tradizionali che passano per il canale di Suez. Questa nuova opzione strategica determina inevitabilmente delle implicazioni sia economiche che geopolitiche importanti, in quanto, pur essendo ancora una rotta legata alla stagionalità, tuttavia la Cina ed il suo sistema cantieristico stanno avviando la produzione di colossi del mare porta container in grado di rompere i ghiacci artici.

    Come inevitabile conseguenza la ricaduta in termini economici, soprattutto in termini logistici, in ambito europeo e nello specifico italiano e Veneto potrebbe essere devastante, in quanto questa rotta favorirà il sistema portuale del Nord Europa con grandi penalizzazioni per i porti nel sud Europa, in primis quelli italiani, fatta forse eccezione per il porto di Trieste grazie alla sua specializzazione negli idrocarburi.

    Questa nuova via della seta Polare, infatti, permette di dimezzare i tempi di navigazione portandoli dai 40 giorni per il canale di Suez ai 18 per la via artica diminuendo quindi di circa il 50% il consumo di nafta pesante e, di conseguenza, i costi di trasporto e, sotto il profilo logistico, lasciando scoperti buona parte dei porti del Sud Europa, italiani in primis. E non andrebbe, poi, dimenticato come questa nuova rotta nasca dal rafforzamento degli accordi tra la Cina e la Russia e andrebbe ulteriormente interpretata come una inevitabile conseguenza del fallimento diplomatico europeo e dei pacchetti di sanzioni economiche.

    Tornando quindi alle elezioni regionali sarebbe opportuno che tanto la maggioranza quanto l’opposizione, sia in ambito regionale che nazionale ed europeo, cominciassero a prendere in considerazione le sfide che attendono le singole regioni come il Paese nel suo complesso, anche in considerazione del fatto che  i buoni amministratori, come spesso si definiscono  i politici,  permettono, in ragione delle risorse, attraverso le proprie competenze il conseguimento di risultati politici, economici e sociali.

    La compressione, invece, degli scenari futuri richiede diverse e più articolate competenze, ma fondamentali per assicurare quelle risorse necessarie ai buoni amministratori.

    (*) adottando il principio “faster and cheaper”

  • Fondi europei per la costruzione di un ponte da parte di cinesi in Tunisia

    Il ponte di Biserta, finanziato prevalentemente dall’Unione europea ma realizzato da un consorzio cinese, è in piena fase di costruzione e si avvia al completamento entro la metà del 2027. Lo ha confermato l’ambasciatore della Repubblica popolare cinese in Tunisia, Wan Li, rassicurando che “i lavori stanno procedendo bene”. In un’intervista all’agenzia di stampa tunisina “Tap”, il diplomatico ha dettagliato i progressi: circa il 14 per cento della costruzione delle fondamenta è concluso, e la prossima fase si concentrerà sulle strutture di base e sulle infrastrutture sottomarine. Con un budget totale di circa 250 milioni di euro, l’iniziativa è sostenuta da importanti partner internazionali. La Banca europea per gli investimenti (Bei) ha stanziato un prestito di 123 milioni di euro, garantito dall’Unione Europea (Ue), affiancato da un prestito di 122 milioni di euro della Banca africana di sviluppo (AfDb). Inoltre, l’Ue ha supportato il progetto sin dall’inizio, nel 2016, con una donazione di circa tre milioni di euro per gli studi di fattibilità e la progettazione. Nonostante il corposo finanziamento europeo, il contratto di costruzione, del valore di 200 milioni di euro (il 79% dell’investimento totale), è stato assegnato al colosso cinese Sichuan Road and Bridge Group (Srbg), selezionato tramite gara internazionale. Lambasciatore Wan Li ha sottolineato la stretta collaborazione con le autorità tunisine per assicurare la consegna del progetto nella seconda metà del 2027. I lavori di scavo dei pilastri sono partiti a luglio.

    Situato strategicamente tra il Lago di Biserta e il Mediterraneo, il nuovo ponte-  lungo 2,07 km e alto 56 metri – è fondamentale per la Tunisia. L’opera è destinata a migliorare significativamente la mobilità e la qualità della vita, collegando la città con la sua zona industriale e ottimizzando l’accesso al porto commerciale. Il ponte, articolato in tre fasi (collegamento sud, ponte principale, e collegamento nord con svincolo autostradale), convoglierà il traffico fuori dal centro urbano, decongestionando l’attuale ponte mobile, attraversato da oltre 44.000 veicoli al giorno. Oltre a razionalizzare il traffico, l’iniziativa è pensata a a sostenere l’attività economica regionale, facilitando gli scambi sia con il Nord-est che con l’Algeria.

    Il governatorato di Biserta, nella regione settentrionale della Tunisia, punta a rafforzare il suo ruolo economico e turistico con progetti infrastrutturali di vasta portata. Il direttore regionale dello sviluppo, Abdellatif Hamid, ha recentemente annunciato che la regione intende anche costruire un porto di terza o quarta generazione in acque profonde, capace di accogliere navi di grandi dimensioni e di rilanciare l’economia locale. Questo progetto è inserito nel piano di sviluppo quinquennale, elaborato attraverso un processo che parte dal livello locale per arrivare a quello nazionale. Nonostante il potenziale strategico—con oltre 200 chilometri di costa, ampie foreste e siti naturali unici come l’isola di La Galite e la riserva di Ichkeul—la regione deve ancora superare significative sfide, come le disparità di sviluppo tra le diverse aree del governatorato. Mentre il litorale orientale si basa principalmente sull’agricoltura e le delegazioni come Tinja e Mateur sono poli economici, le zone occidentali, come Sejnane, Joumine e Ghezala, registrano gli indicatori di sviluppo più bassi e necessitano di interventi urgenti.

    Commentando la cooperazione bilaterale, l’ambasciatore Wan Li ha aggiunto che la Cina “auspica di rafforzare in futuro la collaborazione nel settore del trasporto aereo” e ha evocato la possibilità di istituire una rotta diretta tra Pechino e Tunisi, precisando che “si tratta di una questione complessa, ma che vale la pena studiare per favorire gli scambi economici e turistici tra i due Paesi”. Nonostante i progetti congiunti di alto profilo – finanziati da terzi come nel caso del ponte di Biserta – la cooperazione economica tra Tunisia e Cina nasconde un profondo squilibrio commerciale che aggrava pesantemente il deficit tunisino. Secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica (Ins), la bilancia commerciale pende in modo netto a favore di Pechino: nel 2024, il disavanzo tunisino ha toccato i nove miliardi di dinari (circa 2,7 miliardi di euro). Questo forte divario è il risultato di un flusso di importazioni massiccio dalla Cina, che supera i 9,07 miliardi di dinari (circa 2,6 miliardi di euro) e include un’ampia gamma di prodotti, dai macchinari agli apparecchi elettrici, dai filamenti sintetici ai beni di consumo. Di contro, l’export tunisino verso il colosso asiatico rimane marginale, fermandosi a soli 75,7 milioni di dinari (22 milioni di euro), pari a un esiguo due per cento del totale degli scambi bilaterali. La Cina si conferma così, insieme a partner chiave come Russia e Algeria, uno dei principali fattori di pressione sulla vulnerabile bilancia commerciale della Tunisia.

    I paradossi non finiscono qui. La Cina si dice infatti anche pronta a condividere con la Tunisia la propria esperienza nello sviluppo dell’industria chimica. Come anticipato da “Agenzia Nova” nei giorni scorsi, Wan Li ha confermato che una squadra tecnica cinese è stata inviata il 21 ottobre a Gabes, al fine di valutare le condizioni ambientali nella regione. Il diplomatico cinese ha confermato che la Tunisia ha chiesto assistenza a Pechino per la riabilitazione delle unità di produzione del complesso chimico di Gabes, con l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas e porre fine all’inquinamento ambientale. Tale richiesta è giunta a seguito di un incontro con il ministro delle Infrastrutture e dell’Edilizia abitativa, Salah Zouari, il 18 ottobre.

  • La Cina chiude il cerchio

    L’ultima decisione del colosso cinese in relazione al settore Automotive è rappresentata dalla sospensione degli incentivi all’acquisto delle auto elettriche. Questa decisione si rivela decisamente anticiclica sia sotto il profilo economico che ideologico e chiude il cerchio di una strategia di politica estera ed economica cinese con il conseguimento degli obiettivi. E dimostra, innanzitutto, ancora una volta, come le autovetture elettriche non rappresentassero l’opzione strategica all’interno di una ideologia ambientalista e tantomeno un fattore economicamente sostenibile.

    In altre parole, la transizione elettrica si è rivelata semplicemente come uno strumento politico e soprattutto economico finalizzato alla crescita della dipendenza europea dalle forniture cinesi e, di conseguenza, un fattore di crescita dell’ingerenza politica della Cina.

    Lo stesso monopolio delle terre rare che rende ora il colosso cinese centrale in qualsiasi politica di sviluppo tanto europea quanto statunitense è stato realizzato negli ultimi decenni con la totale miope sottovalutazione strategica dei vertici politici europei e statunitensi. I primi impegnati in una ridicola transizione ambientalista ma non preoccupandosi delle materie prime con le quali realizzarla, i secondi incapaci di apprezzare l’indipendenza energetica che lo Sheil Oil e Sheil Gas hanno garantito liberandoli dal ricatto mediorientale, ma ora si trovano nuovamente ostaggio del colosso cinese, cioè da una istituzione politica a loro avversa.

    E mentre il successo elettorale di una finta ideologia progressista spingeva i vertici politici europei ad occuparsi dei tappi per le bottiglie ed i secondi della tutela della economia finanziaria, la Cina, giocando proprio sulla pochezza espressa dai vertici delle istituzioni occidentali, ha raggiunto e realizzato una vera e propria dipendenza nel mondo occidentale dalle proprie forniture di terre rare.

    In altre parole, la assoluta miopia europea che ha impostato ed abbracciato questo delirio ambientalista del GreenDeal, il quale ha determinato anche il divieto alle auto endotermiche al 2035 anticipato al 2030 per quanto riguarda le flotte aziendali ed autonoleggio, nei fatti si è dimostrata la piattaforma ideologica perfetta per realizzare il quadro del gigante cinese e così portare a compimento il proprio progetto di allargamento della propria ingerenza politica.

    La Cina è stata, e rimane, il principale alleato del delirio europeo relativo alla transizione elettrica nella mobilità come della digitalizzazione (imperdonabile scegliere una strategia senza valutare le problematiche che la rendano possibile). Un errore clamoroso che ha visto coinvolte anche le case automobilistiche europee le quali, ignorando, o peggio, sottovalutando ogni valutazione sulle potenzialità del mercato, hanno abbracciato ed investito nel delirio di una transizione elettrica che ora pagano con delle trimestrali da brividi. Volkswagen e Porsche presentano, infatti, trimestrali disastrose non tanto legate al calo delle vendite quanto agli assurdi investimenti in impianti per la produzione di automobili elettriche che il mercato non vuole ora e probabilmente neppure domani.

    La miopia occidentale ha portato la Cina di fatto a diventare la prima potenza strategica nel mondo non tanto per una potenzialità economica e culturale, quanto grazie agli effetti delle proprie strategie di approvvigionamento tali da renderla monopolista. In più la Cina è riuscita addirittura ad esportare un modello di sviluppo che ora con la fine degli incentivi abbandona senza alcun rimorso, mentre i governi europei e in particolare quello italiano hanno ancora una volta dimostrato di avere sottoscritto sic et nunc.

    Basti ricordare che contemporaneamente alla sospensione degli incentivi alle auto elettriche in Cina, con una coincidenza persino comica, il governo italiano ha varato un piano di incentivi per il passaggio proprio alla mobilità elettrica. Con un tempismo che dimostra sostanzialmente l’assoluta disconnessione, incompetenza ed inadeguatezza del governo e soprattutto dei ministri competenti per materia.

    Il buio strategico che l’Europa e gli Stati Uniti hanno dimostrato negli ultimi decenni durante la corsa all’approvvigionamento cinese si rivela sicuramente come il più tragico a livello strategico dal dopoguerra ad oggi e conferma la sostanziale incapacità delle esponenti istituzionali occidentali ad affrontare la complessità di un mercato globale.

    Ancora una volta, la presunzione occidentale basata su di una superiorità intoccabile ha fatto sì che al vertice istituzionale degli Stati Uniti e delle istituzioni europee potessero accedere persone prive di ogni qualifica ma forti della sola legittimazione elettorale, mentre la Cina è riuscita a chiudere il quadro della propria strategia riuscendo ad esportare in Europa l’ideologia ambientalista che pone le proprie auto al centro di tale sviluppo mentre gli Stati Uniti hanno spinto per un modello di sviluppo economico senza preoccuparsi degli elementi base per sostenerlo.

    Non va trascurato come la forza della Cina sia stata sostenuta soprattutto dalla debolezza delle istituzioni occidentale le quali invece di pensare al futuro nel medio e lungo termine hanno abbracciato, coadiuvati dalla miope complicità del mondo accademico, ideologie e soprattutto modelli politici con un respiro strategico fino alla settimana successiva o al massimo al prossimo appuntamento elettorale.

    Il declino culturale di un continente non è espresso dalla mancanza di tutela dei vari generi come richiede la cultura Woke e tantomeno da rigurgiti “fascisti” nostalgici considerati pericolosi per la democrazia. Il vero declino culturale è rappresentato dalla incapacità di leggere ed immaginare il futuro economico e di sviluppo del proprio continente, proprio mentre la Cina chiude il proprio cerchio relativamente allo sviluppo dell’economia occidentali.

    L’ultima decisione del colosso cinese in relazione al settore Automotive è rappresentata dalla sospensione degli incentivi all’acquisto delle auto elettriche. Questa decisione si rivela decisamente anticiclica sia sotto il profilo economico che ideologico e chiude il cerchio di una strategia di politica estera ed economica cinese con il conseguimento degli obiettivi. E dimostra, innanzitutto, ancora una volta, come le autovetture elettriche non rappresentassero l’opzione strategica all’interno di una ideologia ambientalista e tantomeno un fattore economicamente sostenibile.

    In altre parole, la transizione elettrica si è rivelata semplicemente come uno strumento politico e soprattutto economico finalizzato alla crescita della dipendenza europea dalle forniture cinesi e, di conseguenza, un fattore di crescita dell’ingerenza politica della Cina.

    Lo stesso monopolio delle terre rare che rende ora il colosso cinese centrale in qualsiasi politica di sviluppo tanto europea quanto statunitense è stato realizzato negli ultimi decenni con la totale miope sottovalutazione strategica dei vertici politici europei e statunitensi. I primi impegnati in una ridicola transizione ambientalista ma non preoccupandosi delle materie prime con le quali realizzarla, i secondi incapaci di apprezzare l’indipendenza energetica che lo Sheil Oil e Sheil Gas hanno garantito liberandoli dal ricatto mediorientale, ma ora si trovano nuovamente ostaggio del colosso cinese, cioè da una istituzione politica a loro avversa.

    E mentre il successo elettorale di una finta ideologia progressista spingeva i vertici politici europei ad occuparsi dei tappi per le bottiglie ed i secondi della tutela della economia finanziaria, la Cina, giocando proprio sulla pochezza espressa dai vertici delle istituzioni occidentali, ha raggiunto e realizzato una vera e propria dipendenza nel mondo occidentale dalle proprie forniture di terre rare.

    In altre parole, la assoluta miopia europea che ha impostato ed abbracciato questo delirio ambientalista del GreenDeal, il quale ha determinato anche il divieto alle auto endotermiche al 2035 anticipato al 2030 per quanto riguarda le flotte aziendali ed autonoleggio, nei fatti si è dimostrata la piattaforma ideologica perfetta per realizzare il quadro del gigante cinese e così portare a compimento il proprio progetto di allargamento della propria ingerenza politica.

    La Cina è stata, e rimane, il principale alleato del delirio europeo relativo alla transizione elettrica nella mobilità come della digitalizzazione (imperdonabile scegliere una strategia senza valutare le problematiche che la rendano possibile). Un errore clamoroso che ha visto coinvolte anche le case automobilistiche europee le quali, ignorando, o peggio, sottovalutando ogni valutazione sulle potenzialità del mercato, hanno abbracciato ed investito nel delirio di una transizione elettrica che ora pagano con delle trimestrali da brividi. Volkswagen e Porsche presentano, infatti, trimestrali disastrose non tanto legate al calo delle vendite quanto agli assurdi investimenti in impianti per la produzione di automobili elettriche che il mercato non vuole ora e probabilmente neppure domani.

    La miopia occidentale ha portato la Cina di fatto a diventare la prima potenza strategica nel mondo non tanto per una potenzialità economica e culturale, quanto grazie agli effetti delle proprie strategie di approvvigionamento tali da renderla monopolista. In più la Cina è riuscita addirittura ad esportare un modello di sviluppo che ora con la fine degli incentivi abbandona senza alcun rimorso, mentre i governi europei e in particolare quello italiano hanno ancora una volta dimostrato di avere sottoscritto sic et nunc.

    Basti ricordare che contemporaneamente alla sospensione degli incentivi alle auto elettriche in Cina, con una coincidenza persino comica, il governo italiano ha varato un piano di incentivi per il passaggio proprio alla mobilità elettrica. Con un tempismo che dimostra sostanzialmente l’assoluta disconnessione, incompetenza ed inadeguatezza del governo e soprattutto dei ministri competenti per materia.

    Il buio strategico che l’Europa e gli Stati Uniti hanno dimostrato negli ultimi decenni durante la corsa all’approvvigionamento cinese si rivela sicuramente come il più tragico a livello strategico dal dopoguerra ad oggi e conferma la sostanziale incapacità delle esponenti istituzionali occidentali ad affrontare la complessità di un mercato globale.

    Ancora una volta, la presunzione occidentale basata su di una superiorità intoccabile ha fatto sì che al vertice istituzionale degli Stati Uniti e delle istituzioni europee potessero accedere persone prive di ogni qualifica ma forti della sola legittimazione elettorale, mentre la Cina è riuscita a chiudere il quadro della propria strategia riuscendo ad esportare in Europa l’ideologia ambientalista che pone le proprie auto al centro di tale sviluppo mentre gli Stati Uniti hanno spinto per un modello di sviluppo economico senza preoccuparsi degli elementi base per sostenerlo.

    Non va trascurato come la forza della Cina sia stata sostenuta soprattutto dalla debolezza delle istituzioni occidentale le quali invece di pensare al futuro nel medio e lungo termine hanno abbracciato, coadiuvati dalla miope complicità del mondo accademico, ideologie e soprattutto modelli politici con un respiro strategico fino alla settimana successiva o al massimo al prossimo appuntamento elettorale.

    Il declino culturale di un continente non è espresso dalla mancanza di tutela dei vari generi come richiede la cultura Woke e tantomeno da rigurgiti “fascisti” nostalgici considerati pericolosi per la democrazia. Il vero declino culturale è rappresentato dalla incapacità di leggere ed immaginare il futuro economico e di sviluppo del proprio continente, proprio mentre la Cina chiude il proprio cerchio relativamente allo sviluppo dell’economia occidentali.

  • Il nuovo presidente della Bolivia rallenta l’erosione cinese del peso degli Usa in Sudamerica

    La vittoria del moderato Rodrigo Paz Pereira alle presidenziali in Bolivia rappresenta una svolta importante per l’America latina: viene infatti meno un importante membro della famiglia “neo-socialista”, parte di quei governi che per lunghi tratti hanno sfilato i loro Paesi dall’orbita degli Stati Uniti proponendosi come attori di un dialogo Sud-Sud la cui agenda è stata in gran parte dettata dalla Cina. Tolti i regimi fortemente autocratici ancora in piedi – da Cuba al Nicaragua, passando per il Venezuela – la Bolivia è stata soprattutto per mano di Evo Morales (2006-2019) uno dei Paesi più determinati ad applicare la formula divenuta popolare a inizio secolo: rapporti con Washington al minimo e grandi affari con Pechino, prima tramite la vendita delle abbondanti materie prime per finanziare la generosa spesa pubblica interna, con l’invito alle imprese a partecipare ai grandi progetti infrastrutturali. Paz Pereira ha già fatto sapere che ripristinerà le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, interrotte nel 2008 nel pieno di una crisi tra Morales e l’amministrazione Usa guidata dall’allora presidente George W. Bush, sorta a seguito dell’espulsione dell’ambasciatore e dei funzionari dell’agenzia antidroga Dea. Il presidente eletto ha anche annunciato che alla cerimonia di insediamento, in programma l’8 novembre prossimo, non inviterà i capi di Stato di Cuba, Venezuela e Nicaragua, che “chiaramente non sono democrazie”.

    L’importanza della svolta registrata a La Paz è riflessa anche in un comunicato congiunto in cui dieci governi del continente americano – tra cui Stati Uniti, Argentina ed Ecuador – si dicono pronti “a sostenere gli sforzi dell’amministrazione entrante per stabilizzare l’economia della Bolivia e aprirla al mondo”, benedicendo “l’allontanamento dalla cattiva gestione degli ultimi due decenni”. Le ultime elezioni hanno peraltro quasi reso invisibile il Movimento per il socialismo (Mas), il partito che ha sostenuto i governi Morales intestandosi le battaglie dei contadini e delle popolazioni indigene, le stesse che già nei mesi scorsi hanno indetto manifestazioni e blocchi stradali contro i primi, timidi, annunci di riforme liberali. Un monito che il governo entrante prende sul serio promettendo una transizione non “traumatica”. Un percorso analogo a quello intrapreso dalla Bolivia lo ha perfezionato lo scorso aprile l’Ecuador, con la rielezione di Daniel Noboa a presidente. Il giovane esponente di una famiglia imprenditoriale ha battuto per due volte Luisa Gonzalez, la parlamentare su cui aveva scommesso Rafael Correa – presidente dal 2007 al 2017, e oggi in esilio in Belgio -, uno dei simboli della stagione del cosiddetto “socialismo del XXI secolo”. Noboa ha garantito collaborazione alla Casa Bianca – a partire dal tema della gestione dei migranti, ma anche sottoponendo a referendum l’idea di concedere alle forze Usa la base militare nelle Galapagos – e messo in campo l’obiettivo di un riequilibrio dei conti pubblici che passa anche attraverso la denuncia di contratti firmati in passato con Pechino, a partire da alcune grandi infrastrutture energetiche “pagate” con la cessione di petrolio a prezzi calmierati. La decisione di togliere i sussidi al costo del diesel, voce onerosa dei conti pubblici, ha spinto le popolazioni indigene a proclamare uno sciopero che dura ormai da oltre un mese.

    Ma il Paese sudamericano che ha compiuto il cambiamento più radicale, mettendo apparentemente fine anche alla dinastia politica dei Kirchner, rimane l’Argentina. Il presidente Javier Milei, al potere dalla fine del 2023, ha subito messo in chiaro che Buenos Aires ha Washington come unico referente, dal punto di vista strategico, commerciale e militare. Un’adesione incondizionata all’Occidente, inteso come estensione dei valori liberali cari alla tradizione Usa, che non solo mette all’indice i rapporti con il “sud del mondo”, a partire dall’Iran, ma fa sì che l’Argentina sia oggi uno dei partner più convinti di Israele. Assunta la presidenza, Milei ha per prima cosa tolto la firma apposta dal predecessore, Alberto Fernandez, al trattato di adesione ai Brics, blocco ritenuto “strategicamente inutile” e con compagni di viaggio non graditi. La sintonia con la Casa Bianca ha da ultimo permesso a Milei di firmare un accordo di “swap” fino a venti miliardi di dollari, un aiuto finanziario cruciale per portare avanti la più che ambiziosa agenda di riforme, costruita su un pareggio di bilancio prima impensabile e un’apertura ai mercati a lungo negata, con l’obiettivo riportare a livelli fisiologici l’inflazione.

    Della generazione di leader protagonisti della prima ondata di governi sudamericani di centrosinistra resiste Luiz Inacio Lula da Silva, tornato alla presidenza del Brasile dopo la parentesi di un altro leader strettamente legato a Trump, Jair Bolsonaro. E il Brasile è non a caso uno dei Paesi su cui si fa più sentire la strategia di pressione – commerciale ma non solo – varata dall’attuale amministrazione Usa, che ha annunciato dazi fino al 50 per cento su molti dei prodotti in uscita dal Paese e sanzioni nei confronti di alti funzionari della magistratura, in parte per la “caccia alle streghe” aperta contro Bolsonaro, in parte per le sentenze comminate a piattaforme come X e interpretate come azioni di “censura”. L’annunciato, forse imminente, dialogo tra Lula e Trump potrebbe svelare fino a che punto il braccio di ferro della Casa Bianca può piegare Brasilia. Ma rimane il fatto che sul Brasile, che intende usare la leva dei Brics anche per ridurre il ruolo del dollaro sulla scena commerciale globale, l’azione di contrasto degli Stati Uniti è molto più intensa di quella che aveva in un primo tempo permesso a Lula di ambire a un ruolo di protagonista regionale.

    Una pressione sempre più intensa viene oggi esercitata dall’amministrazione Trump sulla Colombia di Gustavo Petro, primo presidente di sinistra della storia del Paese. Petro, un passato da guerrigliere oggi rinegato, si era già misurato con Trump sulle manovre per il rimpatrio dei migranti e ha rincarato la dose nella fase più acuta della crisi di Gaza, arrivando a chiedere ai militari Usa, sulla piazza di New York, di non rispondere agli ordini della Casa Bianca. Senza contare la mancata condanna, se non il sostegno, al venezuelano Nicolas Maduro, di nuovo finito al centro delle attenzioni dell’amministrazione Usa. Negli ultimi mesi Trump ha aumentato la spinta su Bogotà annunciando prima lo stop ai finanziamenti nella lotta contro la droga, poi quelli allo sviluppo e promettendo da ultimo una tornata di dazi per punire la presunta inazione nel contrasto ai trafficanti attribuita al “peggior presidente” della storia della Colombia, egli stesso potenziale leader di un Cartello. A maggio del 2026 la Colombia tornerà a scegliere il presidente ed è ben possibile che il Paese torni a essere naturale alleato degli Stati Uniti, come lo è stato a lungo. Una contesa sulla quale si può riaffacciare a sorpresa l’ombra dell’ex presidente Alvaro Uribe (2000-2010): ieri, 21 ottobre, la Corte d’appello di Bogotà ha infatti cancellato la condanna a 12 anni inflitta a luglio in primo grado, dando forza ai numerosi seguaci del leader conservatore che guidava il Paese negli anni in cui la regione correva a sinistra.

    E sempre più difficile sembra essere la vita di Nicolas Maduro a Caracas. Da metà settembre, il Comando sud delle forze armate Usa ha inviato al largo delle coste venezuelane unità militari per intercettare le rotte del narcotraffico, dando conto di periodici, anche se non sempre documentati, affondamenti di barche dei “cartelli”. La scorsa settimana Trump ha anche svelato di aver autorizzato “operazioni di terra” della Cia, sempre per disinnescare il traffico di droga, ma gli analisti regionali concordano sul fatto che si tratti di una manovra di pressione per rendere sempre meno sicura la permanenza di Maduro al potere a Caracas. Più fonti stampa riferiscono di tentativi portati avanti dal governo venezuelano per accordi che puntino a un passaggio di poteri, consentendo all’attuale presidente di abbandonare la scena senza troppi danni. Negoziati, a cui lavorerebbe in qualità di mediatore anche il Qatar, che al momento non sembrano però aver effetto. Quel che è certo è che la fiducia concessa dal governo dell’ex presidente Joe Biden a Maduro – sanzioni sospese in cambio di elezioni libere – ha fatto il suo tempo e una eventuale fine del “chavismo”, con il ritorno a destra della Colombia, riporterebbe l’intera costa settentrionale del Sud America sulle frequenze della Casa Bianca.

    C’è poi il caso del Perù, Paese che nel 2024 ha inaugurato il Porto di Chancay, una imponente opera infrastrutturale che offre un nuovo terminale alle rotte del traffico marittimo sul Pacifico, tanto in direzione Asia quanto lungo le coste dell’America del nord. Si tratta del maggior investimento realizzato con capitale cinese nell’infrastruttura portuale dell’America latina. L’opera ha visto la luce sotto la presidenza di Dina Boluarte, destituita dal parlamento a metà mese per “l’incapacità morale” ad affrontare la crisi di sicurezza. Boluarte, ottavo capo dello Stato in meno di dieci anni, aveva rilevato il maestro elementare Pedro Castillo, di cui era vice, presentato come paladino dei peruviani storicamente meno rappresentati, quelli della periferia. Il potere “ad interim” è passato al presidente del Parlamento, José Enrique Jerì, fino alle elezioni generali di aprile 2026. L’uomo, da subito assediato da nuove proteste di piazza, ha presentato un governo di tecnici promettendo di congelare l’agenda politica fino al ritorno alle urne. C’è il Cile, Paese che dal ritorno alla democrazia ha mostrato solide basi istituzionali e una capacità di gestire senza particolari drammi l’alternanza di governi, come peraltro l’Uruguay e in parte il Paraguay. A Santiago, stando ai sondaggi, dopo il governo guidato dall’ex comunista Gabriel Boric, il potere dovrebbe tornare alla destra.

    Nessun cambiamento è invece previsto per il Messico, la cui presidente, Claudia Sheinbaum, ha tutti i numeri per completare il sessennio di governo iniziato a metà 2024. Sheinbaum si presenta in perfetta continuità con il predecessore, Andrés Manuel Lopez Obrador, specie nella gestione dei rapporti con Washington: nessuno scontro frontale e disponibilità al dialogo su tutti i temi dell’agenda bilaterale, anche a fronte delle richieste più pressanti della Casa Bianca, dalla blindatura delle frontiere per contrastare il flusso dei migranti alla lotta ai Cartelli e al traffico di “precursori” del fentanyl in arrivo dalla Cina. Peraltro, il trattato dei Paesi dell’America del nord (Usmca) non solo certifica l’importanza del rapporto commerciale tra i suoi protagonisti, ma è – anche nella volontà di Città del Messico – lo strumento migliore per riportare nel continente le catene di produzione industriali, a partire da quella del settore automotive. Al tempo stesso, tanto Lopez Obrador quanto Sheinbaum ostentano una certa autonomia di giudizio sui temi regionali. In Messico, nel 2019, ha trovato rifugio Evo Morales in fuga dalla Bolivia per le contestazioni sulle ultime presidenziali vinte; l’ambasciata messicana a Quito ha ospitato l’ex vice presidente socialista dell’Ecuador Jorge Glas (fino a quando la polizia lo ha arrestato grazie a una inedita invasione che ha portato alla sospensione dei rapporti diplomatici). E il Messico è rimasto uno dei pochi Paesi a non denunciare, ad esempio, i pesanti brogli compiuti alle ultime elezioni in Venezuela.

  • L’Etiopia punta su Mosca e Pechino per svilupparsi

    In un momento di forte instabilità finanziaria interna e di crescente isolamento dai tradizionali partner occidentali, l’Etiopia sembra aver scelto una traiettoria sempre più orientata verso Est. Il Paese del Corno d’Africa, specie dall’avvento al potere del primo ministro Abiy Ahmed, ha infatti rafforzato in modo deciso i suoi legami con due potenze globali: la Cina, da una parte, e la Russia, dall’altra. Se Pechino è diventata il primo interlocutore di Addis Abeba per quanto riguarda le questioni economiche e commerciali, Mosca si propone come partner strategico nel trasferimento tecnologico, sostenendo l’ingresso dell’Etiopia nell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) e investendo nel settore energetico ad alto valore aggiunto. Una strategia, quella etiope, che risponde all’esigenza di superare l’attuale crisi economica interna, ma che costituisce anche una precisa scelta geopolitica che potrebbe ridefinire il ruolo dell’Etiopia nel contesto africano e internazionale. È in questo contesto che il governo di Addis Abeba ha avviato negoziati con la Cina per convertire una parte del suo debito di oltre 5,3 miliardi di dollari in prestiti denominati in yuan. Ad annunciarlo è stato il governatore della Banca centrale etiope (Nbe), Eyob Tekalign, che in un’intervista rilasciata a “Bloomberg” ha definito Pechino “un partner molto importante” per il Paese dell’Africa orientale. “Il volume degli scambi e degli investimenti è in crescita”, ha detto Eyob, “quindi ha davvero senso organizzare uno swap (scambio) valutario, anche in termini di conversione”.

    Il governatore ha ammesso che si tratta di una strategia ancora “in fase di elaborazione”, ma ha confermato l’invio di una richiesta ufficiale di colloqui a Pechino su cui le due parti “stanno lavorando”. Il governatore ha inoltre dichiarato che sono in corso trattative con l’Export-Import Bank of China e la People’s Bank of China (Pbc) in tal senso. Dopo la sua nomina a governatore della Nbe, del resto, Eyob Tekalign ha fatto della Cina la sua prima destinazione ufficiale, effettuando una missione a capo di una delegazione di alto livello volta a far avanzare i colloqui sulla ristrutturazione del debito e rafforzare la cooperazione economica. Durante le recenti riunioni annuali della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale (Fmi), Eyob ha avuto anche dei colloqui bilaterali con il governatore della Banca popolare cinese (Pbc), Pan Gongsheng, incentrati sul rafforzamento della cooperazione finanziaria tra Etiopia e Cina. Gli incontri hanno fatto seguito all’accordo di ristrutturazione del debito recentemente concluso con il Comitato ufficiale dei creditori, copresieduto da Cina e Francia, con l’obiettivo di accelerare il processo di ristrutturazione del debito etiope. Se i negoziati dovessero andare in porto, l’Etiopia sarebbe il secondo Paese africano dopo il Kenya a rivolgersi a Pechino per convertire parte del suo debito in prestiti denominati in yuan. Accordi simili sono già stati stipulati da Sri Lanka e Ungheria.

    Nonostante le continue problematiche legate al debito, i titoli di Stato dell’Etiopia hanno recentemente raggiunto il livello più alto dal 2021. La scorsa settimana l’agenzia Fitch ha confermato il rating di default a lungo termine dell’Etiopia a “Restricted Default”, citando il persistente default del suo Eurobond e di altri debiti esteri commerciali. Fitch ha osservato che il governo sta cercando di ristrutturare circa 15 miliardi di dollari di debito estero e ha compiuto “notevoli progressi” nelle riforme macroeconomiche, tra cui la liberalizzazione del tasso di cambio e il controllo dell’inflazione. In questo quadro, nel luglio scorso l’Etiopia ha siglato un memorandum d’intesa con i creditori ufficiali per un alleggerimento del debito di 2,5 miliardi di dollari fino al 2028, con accordi bilaterali – compresi quelli con la Cina – attualmente in fase di finalizzazione. I colloqui sul debito in Etiopia si svolgono tuttavia in un contesto di prolungata incertezza finanziaria per il Paese africano. Il governo etiope ha infatti annunciato la scorsa settimana che i negoziati con gli obbligazionisti si sono arenati a causa di disaccordi su questioni chiave. Nonostante la situazione di stallo, le autorità di Addis Abeba hanno affermato che sono stati compiuti “progressi sostanziali” e si sono espresse ottimiste sulla ripresa dei colloqui “nel prossimo futuro”.

    L’Etiopia è stata dichiarata formalmente in default nel dicembre 2023, diventando nel giro di tre anni il terzo Paese del continente, dopo Zambia e Ghana, a essere insolvente sul suo debito estero. Le autorità di Addis Abeba non hanno allora saldato una cedola da 33 milioni di dollari richiesta per il suo unico titolo di Stato internazionale, un Eurobond da un miliardo di dollari. Già in precedenza le autorità etiopi avevano annunciato l’intenzione di dichiarare il default come conseguenza della crisi generata dalla pandemia di Covid-19 e dalla dispendiosa guerra di due anni condotta nel Tigrè, conclusa nel novembre 2022. La dichiarazione di insolvenza aveva determinato un declassamento da parte delle agenzie di rating del credito, a partire da Fitch, che ha rivisto al ribasso il suo giudizio da “CC” a “C”. A seguire, anche S&P Global Ratings ha declassato il Paese, inserendolo nella categoria “default” in quanto inadempiente sui suoi obblighi di pagamento, provocando il crollo in borsa dell’Eurobond etiope.

    La situazione estremamente delicata in cui versa l’economia etiope, del resto, spinge il governo del primo ministro Abiy Ahmed a cercare nuovi partner economici e commerciali. Così, parallelamente ai colloqui in corso con Pechino, Addis Abeba guarda in maniera crescente all’altra potenza orientale: la Russia. È in questo contesto che rientra la recente visita ufficiale di due giorni effettuata a Mosca dal ministro degli Esteri etiope Gedion Timothewos, che nel suo primo giorno di visita Gedion ha incontrato il ministro dello Sviluppo economico della Federazione Russa, nonché co-presidente della Commissione intergovernativa etiope-russa per la cooperazione economica, scientifica e tecnica e il commercio, Maksim Reshetnikov Gennadievich, con il quale ha discusso dell’importanza di rafforzare ulteriormente le relazioni di lunga data e multiformi tra Etiopia e Russia. Un incontro durante il quale, secondo quanto riferito in una nota del ministero degli Esteri di Addis Abeba, il ministro Reshetnikov ha ribadito il pieno sostegno della Russia all’adesione dell’Etiopia all’Omc. Il capo della diplomazia etiope ha inoltre tenuto colloqui con alti funzionari di Rosatom, la Società statale russa per l’energia atomica, e di altre agenzie competenti per esplorare modalità per migliorare la cooperazione bilaterale nei settori energetico e tecnologico.

    L’Etiopia e la Russia hanno recentemente formalizzato un piano d’azione per promuovere lo sviluppo di un progetto di energia nucleare in Etiopia, nell’ambito di una più ampia tabella di marcia per la cooperazione discussa durante la visita del primo ministro Abiy Ahmed a Mosca, il mese scorso. L’accordo è stato stipulato il 25 settembre scorso tra Alekseij Likhachev, direttore generale di Rosatom, e il ministro Gedion Timothewos, e delinea le misure concrete per la cooperazione tra Rosatom e l’Ethiopian Electric Power Corporation (Eepc) per la realizzazione di una centrale nucleare in Etiopia. In quel frangente, entrambe le parti hanno anche sottolineato la volontà di promuovere la cooperazione in materia di energia e infrastrutture, come già affermato nell’accordo intergovernativo del 2017 sulla cooperazione nell’uso pacifico dell’energia nucleare. È in questo contesto che, lo scorso 14 ottobre, il governo etiope ha approvato l’istituzione di una commissione parlamentare per l’energia nucleare, che sarà guidata dal capo di gabinetto del primo ministro Abiy Ahmed, Sandokan Debbebe.

    La commissione, nelle intenzioni del governo, avrà il compito di “guidare e coordinare l’uso pacifico della tecnologia nucleare” da parte dell’Etiopia, secondo gli standard internazionali. Il mandato prevede la supervisione dell’applicazione della scienza nucleare in settori chiave come la produzione di energia elettrica, lo sviluppo industriale, la sicurezza alimentare, l’assistenza sanitaria, la ricerca scientifica e l’innovazione. L’istituzione della commissione rappresenta un ulteriore segno della volontà del primo ministro Abiy Ahmed di investire sull’energia nucleare. In occasione dell’inaugurazione della Grande diga della rinascita etiope (Gerd), lo scorso 9 settembre, il premier etiope aveva annunciato investimenti per 30 miliardi di dollari in un progetto che prevede la costruzione di due centrali nucleari, da realizzare fra il 2032 e il 2034, entrambe con una capacità di circa 1.200 megawatt (Mw). Oltre al progetto nucleare, l’Etiopia mira a costruire una raffineria di petrolio, un impianto di gas e un nuovo grande aeroporto.

  • SpaceX says it has cut Starlink services to Myanmar scam camps

    Elon Musk’s SpaceX says it has cut Starlink satellite communication links to more than 2,500 devices used by scam compounds in Myanmar.

    More than 30 compounds are believed to be operating along the Thai-Myanmar border, where people from around the world are trafficked and forced to work on scams generating tens of billions of dollars annually.

    Announcing the move, Lauren Dreyer, head of Starlink business operations, said the firm takes action on the rare occasion it identifies violations.

    The service’s termination follows Monday’s takeover of one of the largest compounds, KK Park, by the Myanmar military, as it retakes territory lost to insurgent groups over the past two years.

    Campaigners have long warned that Starlink technology has enabled the mainly Chinese crime syndicates to operate from remote locations along the border.

    Myanmar has become infamous for these operations, which defraud victims through romantic ploys and bogus investment schemes.

    Workers are lured under the guise of legitimate jobs, only to be held captive and forced into criminal activity.

    Survivors recount gruelling conditions, long hours, torture and beatings for failing to meet targets. Many of the victims come from African countries.

    “In Myanmar… SpaceX proactively identified and disabled over 2,500 Starlink Kits in the vicinity of suspected ‘scam centers’,” Dreyer said in a post on X.

    “We are committed to ensuring the service remains a force for good and sustains trust worldwide: both connecting the unconnected and detecting and preventing misuse by bad actors,” she added.

    On Monday Myanmar’s military said it had “cleared” KK Park, releasing more than 2,000 workers and confiscating 30 Starlink terminals.

    Photographs show the satellite dishes on the compound’s rooftops and footage supplied to the BBC showed thousands of workers leaving KK Park on foot.

    However, at least 30 other scam compounds remain active along the border, employing tens of thousands globally. Many are protected by militia groups loyal to the Myanmar military and it is unclear whether they have also lost access to Starlink services they once relied on.

    These centres have become a key component of Myanmar’s wartime economy, as the junta battles various rebel groups while relying on Chinese support to maintain its hold on power.

  • China seizes 60,000 maps over ‘mislabelled’ Taiwan

    Chinese customs officers in eastern Shandong province have seized 60,000 maps that “mislabelled” the self-governed island of Taiwan, which Beijing claims as part of its territory.

    The maps, authorities said, also “omitted important islands” in the South China Sea, where Beijing’s claims overlap with those of its neighbours, including the Philippines and Vietnam.

    The “problematic” maps, meant for export, cannot be sold because they “endanger national unity, sovereignty and territorial integrity” of China, authorities said.

    Maps are a sensitive topic for China and its rivals for reefs, islands and outcrops in the South China Sea.

    China Customs said that the maps also did not contain the nine-dash line, which demarcates Beijing’s claim over nearly the entire South China Sea.

    The line comprises nine dashes which extends hundreds of miles south and east from its most southerly province of Hainan.

    The seized maps also did not mark the maritime boundary between China and Japan, authorities said.

    Authorities said the maps mislabelled “Taiwan province”, without specifying what exactly the mislabelling was.

    China sees self-ruled Taiwan its territory and has not ruled out the use of force to take the island. But Taiwan sees itself as distinct from the Chinese mainland, with its own constitution and democratically-elected leaders.

    Tensions in the South China Sea flare up occassionally – most recently over the weekend, when ships from China and the Philippines figured in another encounter.

    Manila accused a Chinese ship of deliberately ramming and firing its water cannon at a Philippine government vessel.

    But Beijing said the incident happened after the Philippine vessel ignored repeated warnings and “dangerously approached” the Chinese ship.

    The Philippines and Vietnam are also particularly sensitive to depictions of the South China Sea in maps.

    The Barbie movie from 2023 was banned in Vietnam and censored in the Philippines for showing a South China Sea map with the nine dash line.

    The statement from China Customs did not say where the seized maps were intended to be sold. China supplies much of the world’s goods, from Christmas lights to stationery.

    The confiscation of “problematic maps” by Chinese customs officers is not uncommon – though the number of the maps seized in Shandong easily eclipses past seizures. Goods that fail inspection at the customs are destroyed.

    In March, customs officers at an airport in Qingdao seized a batch of 143 nautical charts that contained “obvious errors” in the national borders.

    In August, customs officers in Hebei province seized two “problematic maps” that, among other things, contained a “misdrawing” of the Tibetan border.

  • Non solo auto, gli italiani ormai scelgono il Made in China anche per gli elettrodomestici

    Non ci sono solo la sciagurata idea ambientalista o l’infatuazione per una teen ager col curriculum proprio di una teen ager quale Greta Thumberg che ha portato l’Europa a indirizzarsi verso auto elettriche consentendo alla Cina di sbaragliare l’automotive del vecchio continente. Il Dragone sta erodendo l’industria europea anche sul versante degli elettrodomestici. I player europei (dalla ex Whirlpool oggi Beko, a Electrolux e Bosch) nel primo semestre di quest’anno hanno perso l’1,4% di affari mentre le case asiatiche (in particolare, le cinesi Haier, Midea, Hisense) si hanno incrementato la loro quota di mercato dell’1,3%.

    Un rapporto sulle esportazioni cinesi di elettrodomestici bianchi nel primo semestre del 2025, pubblicato recentemente dalla China Chamber of Commerce for Import and Export of Machinery and Electronic Products (CCCME), evidenzia come le esportazioni cinesi globali di elettrodomestici abbiano raggiunto i 68,78 miliardi di dollari nel primo semestre, con una crescita del 6,2% su base annua. L’Italia emerge come nono mercato di destinazione globale per le esportazioni cinesi di elettrodomestici bianchi e secondo mercato europeo dopo la Germania. Il rapporto CCCME documenta come il valore delle esportazioni cinesi di elettrodomestici bianchi verso l’Italia abbia superato gli 1,74 miliardi di dollari nel primo semestre, segnando un incremento del 9,8% su base annua e posizionando il tasso di crescita al terzo posto tra i primi dieci mercati mondiali. I recenti dati ICE (Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane), confermano che da gennaio ad aprile del 2025 la Cina si è affermata come il principale paese di origine per le importazioni italiane di elettrodomestici, con un valore diretto superiore a 590 milioni di euro.

    Nell’insieme le vendite di lavatrici, asciugatrici, forni, cappe, frigoriferi, freeze, microonde sono aumentate dell’1,8% ma i ricavi sono cresciuti solo dello 0,3% e questo testimonia che i competitors dei brand europei fanno leva anzitutto sul prezzo, vendendo al ribasso. Per le asciugatrici il prezzo medio per unità è sceso del 13%, per le cappe dell’11%, per i microonde dell’8,5%, per le lavastoviglie del 6,6%.

    In Italia ha chiuso i battenti la Candy, peraltro già posseduta dalla cinese Haier, ed il sindacato, ma non solo il sindacato, chiede «politiche industriali». Il governo ha stabilito un contributo fino al 30% del costo di un elettrodomestico, ma il problema investe non solo la domanda a valle, ma anche a monte i costi di produzione degli elettrodomestici. Produrre in Italia ha costi più alti non solo per i maggiori costi della manodopera ma anche perché costa maggiormente l’approvvigionamento energetico delle industrie (problema che riguarda tutti i settori, non solo le fabbriche di elettrodomestici). E introdurre dazi verso gli elettrodomestici in arrivo dall’Asia sarebbe una politica inefficace, perché a quel punto i brand extraeuropei delocalizzerebbero la produzione all’interno della stessa Ue (scegliendo verosimilmente Paesi nei quali il costo dell’energia per far funzionare gli stabilimenti è più basso che in Italia).

  • Lo scoop sul Covid costa alla cronista cinese una seconda condanna a quattro anni

    La giornalista cinese Zhang Zhan, 42 anni, ha ricevuto un’altra condanna a quattro anni da parte del tribunale di Wuhan che va ad aggiungersi a quella che sta scontando dal 2020 per aver documentato le prime fasi dell’epidemia di Covid-19. Come reso noto dall’associazione internazionale Reporter senza frontiere Zhang Zhan è stata condannata con la vaga accusa di “aver provocato litigi e provocato problemi” in Cina, la stessa accusa che ha portato alla sua incarcerazione nel dicembre 2020 dopo aver pubblicato resoconti di prima mano dalla città centrale di Wuhan sulla diffusione precoce del coronavirus.

    “Dovrebbe essere celebrata a livello globale come un’eroina dell’informazione, non dovrebbe essere intrappolata in condizioni carcerarie brutali”, ha dichiarato Aleksandra Bielakowska, responsabile di RSF per l’Asia-Pacifico. «Il suo calvario e la sua persecuzione devono finire. È più urgente che mai che la comunità diplomatica internazionale faccia pressione su Pechino per il suo rilascio immediato».

    Zhang è stata inizialmente arrestata dopo la pubblicazione di alcuni reportage, inclusi alcuni video, in cui documentava gli ospedali affollati e le strade vuote che dipingevano un quadro iniziale della malattia più terribile rispetto alla narrativa ufficiale minimizzante. La stessa narrazione che portava nei primi momenti il nostro governo a evitare qualsiasi tipo di discriminazione nei confronti di chi veniva dalla Cina. Una misura che sarebbe dovuta essere sanitaria e non certo discriminatoria.

    Le autorità cinesi non hanno mai specificato pubblicamente per quali attività Zhang sia stata accusata. “Questa è la seconda volta che Zhang Zhan viene processata con accuse infondate che non sono altro che un palese atto di persecuzione per il suo lavoro giornalistico”, ha dichiarato Beh Lih Yi, direttore dell’Asia-Pacifico per il Comitato per la protezione dei giornalisti con sede a New York. “Le autorità cinesi devono porre fine alla detenzione arbitraria di Zhang, far cadere tutte le accuse e liberarla immediatamente”.

  • Errori americani

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Il lituano Andrius Kubilius, il commissario europeo alla difesa, afferma che Vladimir Putin è il «nemico pubblico numero uno dell’Ue». E che la Russia sta preparando un attacco all’Europa «nei prossimi 3-4 anni». Chiunque pensi con la propria testa e non sia vittima della propaganda che ci arriva ogni giorno dalla stampa principale e dalle TV sa che è inverosimile che la Russia abbia una qualche intenzione di attaccare un qualunque Paese europeo. Sono tre anni che non riesce a chiudere la partita con l’Ucraina e solo dei pazzi o chi ha altri inconfessabili obiettivi possono credere che Mosca voglia lanciarsi in una guerra diretta contro tutta la NATO. Eppure, in Europa da mesi a questa parte esiste davvero una situazione pericolosa che non va sottovalutata. Basterebbe infatti un piccolo incidente, magari non voluto espressamente da alcuno, per far scoccare quella scintilla che porti veramente a una guerra. Starmer, Merz e Macron sembrano proprio invocarla e non da poco Zelensky fa di tutto per spingere la NATO a intervenire direttamente in suo aiuto. Come sempre accade, è ovvio che ci sia chi guadagna sui conflitti ma, nonostante la propaganda, le opinioni pubbliche non ne vogliono sapere. Fino a che i noti guerrafondai si limitano a mandare milioni di euro e armi a un Paese già fallito, la maggior parte dei cittadini europei preferisce non vedere il rischio, sperando che scompaia.

    Purtroppo il pericolo di una vera guerra in Europa non è cominciato con l’invasione russa dell’Ucraina, né con il colpo di Stato a Kiev del 2014: è stata innescata già dal momento in cui l’Unione Sovietica è crollata. Le ragioni vanno cercate nei comportamenti dell’unico vero potere che da quel momento era rimasto nel mondo: gli Stati Uniti. Dalla fine della seconda guerra mondiale noi europei occidentali siamo stati totalmente dipendenti dagli USA e, anche se abbiamo dovuto rinunciare alla nostra totale autonomia politica ed economica, ne abbiamo anche tratto grandi vantaggi. Non solo una certa libertà individuale che è mancata a quelli che sono rimasti sotto il tallone sovietico ma anche un vero benessere economico abbastanza diffuso. In cambio, abbiamo accettato di condurre la nostra politica estera semplicemente come vassalli. Caduta l’URSS e rimasti l’unica grande potenza, l’obiettivo dichiarato dei nostri amici americani (messo per iscritto in un documento sulla “Sicurezza Nazionale”) è stato quello di impedire che potesse nascere nell’intero mondo un qualunque antagonista alla loro supremazia. È da quel momento che, ahimé, hanno commesso una serie di sbagli strategici che hanno aumentato i rischi di una nuova guerra mondiale.

    Anche se qualcuno vuole oggi attribuire al solo Trump e ai suoi modi tutt’altro che diplomatici i problemi, interni ed esterni, che il mondo Occidentale si trova ad affrontare essi datano da molto prima.

    Se guardiamo alla storia recente degli ultimi trent’anni possiamo vedere quali sbagli Washington ha commesso per farci temere di una catastrofe mondiale. Non che prima del 1989 tutto fosse stato fatto con lungimiranza e per accertarlo basta vedere che nessuna Agenzia americana capì fino all’ultimo la debolezza politica dello Scià iraniano. Fu anche per quella cecità che a Teheran, dopo la rivoluzione, nacque un regime totalmente ostile. Come non fosse bastato il non aver prevenuto gli eventi, gli USA detterò ospitalità allo Scià stesso nonostante la dichiarata diffida formulata dal regime degli Ayatollah. La conseguenza fu l’occupazione dell’Ambasciata di Teheran cui seguì il disgraziato tentativo della liberazione militare degli ostaggi. Non solo il blitz non riuscì a causa di varie inefficienze militari ma morirono 8 soldati americani. Da allora i rapporti con un Paese che era ricchissimo di materie prime e vantava una cultura millenaria furono solo ostili. Nei confronti dell’Iran fu poi commesso in seguito un altro grave errore e questa volta da Trump nel suo primo mandato: la decisione unilaterale di disdire lo JCPOA. Oggi, anziché essere isolato, l’IRAN fa parte dei BRICS e esporta petrolio quanto non faceva più dal 1978.

    Un altro grave errore compiuto quando ancora esistevano due blocchi fu commesso quando per l’Europa si presentò per la prima volta l’occasione di costruire un esercito comune (a parte la fallita CED del 1954). Attualmente sembra che anche da oltre-oceano lo si auspichi ma allora ci fu proibito. Chi espressamente si oppose a quell’ipotesi fu, nel 1998, il Segretario di Stato Madeleine Albright che avvertì gli europei che Washington avrebbe giudicato negativamente ogni decisione europea in quel senso: nessuna duplicazione della NATO sarebbe stata ammessa e quando si fosse trattato di appalti per la difesa dovevano essere gli USA a decidere chi avrebbe, o non avrebbe, potuto parteciparvi tra i Paesi al di fuori dell’Alleanza. Poco dopo toccò a un altro fanatico corto-vedente impedire il rafforzamento militare dell’Europa: Paul Wolfowitz un neo-conservatore. Gli europei si erano riuniti a Berlino nel 2003 con l’obiettivo di creare una forza di reazione rapida europea capace di intervenire in crisi internazionali senza dipendere completamente dagli Stati Uniti. Si parlò anche di istituire una cellula civile-militare all’interno dello Stato Maggiore UE per pianificare e coordinare operazioni militari in modo autonomo. Con l’intenzione di impedirlo, all’incontro arrivò Paul Wolfowitz, Sottosegretario di Stato USA, e assieme alla famigerata Victoria Nuland (quella che per impedire una soluzione negoziata e pacifica delle dimostrazioni di Maidan a Kiev nel 2014 disse che bisognava eccitare gli scontri. Al suo ambasciatore che manifestava le perplessità degli europei disse “Fuck the EU”) esercitarono pressioni affinché non si sviluppasse alcuna struttura militare autonoma.  Furono così riconfermati il controllo e l’unilateralismo americano in contrasto con le aspirazioni europee di un ruolo più equilibrato e militarmente multipolare. Il risultato: gli accordi detti di Berlin Plus permisero sì all’UE di usare proprie risorse ma solo in missioni dove la NATO non fosse direttamente coinvolta. Come usarle? Attraverso un esercito di soli 5000 uomini (sic!) con comando a rotazione. Cioè: nulla. Anche oggi, quando sono gli stessi Stati Uniti a chiederci di rafforzare le nostre difese, la condizione è che tutto deve comunque essere coordinato con la NATO. L’errore? Impedirci di diventare dei veri partner per confermarci come “colonie” dell’Impero USA.

    Un altro grave errore strategico fu la seconda guerra del Golfo (2003) contro Saddam Hussein. Che costui fosse un delinquente politico è indiscutibile, ma la sua eliminazione costituì la fine dell’unica potenza militare confinante con l’Iran che poteva impedire il dilagare iraniano verso ovest. Dopo la caduta del regime di Saddam, a causa della tradizionale incapacità di capire culture diverse dalla loro, gli americani mandarono dapprima un incapace (Bremer) a gestire lo Stato in fieri e poi fecero nominare Presidente del Consiglio di Governo iracheno un tal Chalabi, sponsorizzato dalla CIA e dai neo-conservatori. Costui era soltanto uno scaltro sciita che ben presto si asservì agli interessi iraniani. Attualmente, l’Iraq è un Paese estremamente corrotto e fallimentare (salvo il Kurdistan che è quasi un’oasi felice) ed è egemonizzato principalmente da Teheran. La forma democratica resta solo un’apparenza.

    Lo sbaglio più grave in assoluto degli anni di inizio 2000 (tralasciamo qui per pietà i fallimenti in Afganistan, in Siria, in Libia ecc.) fu però l’atteggiamento verso la Russia, cui subito si allinearono servilmente e masochisticamente gli europei. Spiegare dettagliatamente gli errori che cominciarono a partire dalla fine dell’URSS diventerebbe molto lungo ma, per capire perché e come furono commessi occorre rifarsi alle visioni politiche di Zbigniew Brzezinski. Costui, collega e avversario di Kissinger, pur se molto meno intelligente, fu un politico e politologo polacco naturalizzato statunitense nel 1958. Consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter dal 1977 al 1981, divenne anche collaboratore di altri Presidenti e docente universitario ascoltatissimo come esperto di politica internazionale, con particolare riferimento ai rapporti con l’Unione Sovietica. Gli stessi suoi estimatori temevano la sua ideologia intransigente, lo stile abrasivo e l’incapacità di lavorare con una squadra. Di lui si ricordano molti suggerimenti che si dimostrarono poi gravi abbagli. Ad esempio il finanziamento dei mujahiddin in Pakistan e Afghanistan durante la guerra fredda e, nel 1999, il bombardamento della Jugoslavia. In merito al sostegno ad Al Qaida in Afganistan Brzezinski (e i suoi sodali) non capirono che quei fanatici islamisti odiavano i sovietici come odiavano gli occidentali e il risultato si vide soltanto in seguito, con l’11 settembre 2001. Nel 2011 appoggiò apertamente l’intervento della NATO in Libia contro Gheddafi e nel 2014, dopo il referendum che sancì l’annessione della Crimea alla Russia, affermò che l’azione russa “meritava una risposta” e paragonò Putin a Hitler e Mussolini. Il suo pensiero politico (che ha influenzato tutti i Governi americano dal 1989 in poi) è riassunto nel suo libro “La grande scacchiera” del 1997. In quelle pagine Brzezinski riprende il concetto ottocentesco di “Grande Gioco” (quello tra Russia e Gran Bretagna in Asia centrale nel diciannovesimo secolo) e lo proietta in chiave globale. La metafora della scacchiera indica che gli Stati Uniti devono muovere i pezzi (alleanze, istituzioni, basi militari, diplomazia) per mantenere il vantaggio su tutti i possibili concorrenti mondiali. Per farlo, la priorità è impedire che emerga una potenza egemone in Eurasia capace di sfidare la leadership americana. Secondo lui, poiché per dimensioni e armamenti ereditati dall’URSS Mosca potrebbe diventare egemone su qualche parte dell’Eurasia, occorre “contenerla”. Come? Allargando al massimo la NATO. In particolare: «Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico», ed ecco così spiegato l’interesse americano verso Kiev, altro che esportazione della democrazia! Brzezinski aveva suggerito di incorporare l’intero ex patto di Varsavia all’interno di Unione Europea e Alleanza Atlantica e, infatti, uno dopo l’altro furono inglobati nella NATO e nell’Unione Europea. Ciò nonostante le celebri rassicurazioni che ciò non sarebbe mai avvenuto fatte a Mikhail Gorbaciov da Manfred Woerner, segretario generale dell’Alleanza atlantica, e da altri dal 1988 al 1994. Nel 2008 al vertice NATO di Bucarest Washington inserì nell’ordine del giorno l’ingresso nella NATO di Georgia e Ucraina. Al momento si opposero però Germania e Francia perché, sostennero, “ciò avrebbe significato uno schiaffo alla Russia che sarebbe stata obbligata a reagire”. Di questo avviso, contrario a una estensione dell’Alleanza senza limiti, si dichiararono in varie circostanze anche Kissinger e l’ex Ambasciatore a Mosca George Kennan (costui che fu il padre della teoria del “contenimento” dell’URSS riteneva un grave errore applicare quel concetto alla nuova Russia). Già nel convegno sulla sicurezza di Monaco del 2007 Putin denunciò l’espansione della NATO verso est, definendola una minaccia alla sicurezza della Russia. Come risposta, la Clinton, allora Segretario di Stato, nel 2009 si presentò a Mosca con un pulsante che diceva: “reset”, alludendo ad una presunta volontà americana di ristabilire buoni rapporti con la Federazione Russa. Putin accettò ma l’aspettativa positiva fu presto smentita da nuovi tentativi di “rivoluzioni colorate” spalleggiate dall’Occidente in Paesi ex sovietici i cui Governi avevano relazioni strette con Mosca. La fiducia reciproca venne allora meno e non fu più recuperata. I russi avevano sperato loro fosse riconosciuta la possibilità di mantenere una certa influenza su Paesi che consideravano strategici per la loro sicurezza ma i fatti smentirono le promesse. Il colpo di Stato a Kiev del 2014 segnò il punto di non ritorno. Ebbene, l’attuale guerra in Ucraina è la naturale conseguenza dell’assedio cui la Russia è stata sottoposta dal momento della sua nascita come Stato. Prima di Putin lo fecero molte società americane che tentarono di acquisirne le ricchezze strategiche in modi più o meno legali con la complicità degli oligarchi di allora (vedi Khodorkovsky). Dopo l’arrivo al potere del nuovo Zar, fu il Governo americano e i Brzezinski vari, direttamente o tramite ONG etero-comandate, a condurre con una lotta politica senza scampo seppur mai dichiarata apertamente. Risultato: l’Europa ha dovuto rinunciare a commerciare con il Paese al mondo più ricco di tutte le materie prime e bisognoso del nostro know-how e dei nostri investimenti. In cambio, lo abbiamo buttato, seppure storicamente reticente, nelle braccia della Cina con la quale oggi guida i BRICS, lo SCO e la ribellione mondiale al potere dell’Occidente.

    Un secondo errore strategico altrettanto deleterio compiuto dagli americani fu l’atteggiamento verso la Cina dopo l’arrivo al potere di Deng Xiaoping. Furono diversi gli analisti indipendenti che intuirono subito che la nuova Repubblica Popolare Cinese avrebbe potuto, in un tempo non troppo breve, diventare un pericoloso concorrente per la supremazia Occidentale nel mondo, ma a Washington erano di altro avviso. Abbacinati dal grande sviluppo economico, gli stolidi americani si convinsero che il crescere della ricchezza avrebbe comportato una evoluzione politica verso forme di democrazia liberale (quindi controllabile anche dall’esterno) e, senza comprensione (come sempre) delle realtà storiche e sociali di altri Paesi, pensavano che la Cina sarebbe potuta diventare un nuovo “cliens” (nel senso latino) del potere americano. Protagonista di questo progetto fu Bill Clinton che pensava di utilizzare il libero scambio e gli investimenti USA come mezzi per integrare la Cina nell’ordine globale guidato dagli Stati Uniti. Fu a questi scopi che nel 1999 firmò con Pechino un accordo bilaterale e nel 2000, il Congresso degli Stati Uniti approvò la concessione dello status di “Permanent Normal Trade Relations” (PNTR) alla Cina, passo fondamentale per la sua adesione all’OMC che divenne effettiva nel 2001. Naturalmente gli europei, obbedienti come d’abitudine, non seppero opporsi. Nonostante la Cina non fu mai (e non lo è ancora) totalmente rispettosa delle regole dell’OMC, il suo ingresso nell’organizzazione le consentì di diventare la “fabbrica del mondo”. Con le conseguenze economiche e politiche sull’Occidente che oggi conosciamo.

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