Cina

  • Tre anni…

    Tre anni di banali analisi che hanno interessato l’intera politica italiana ed europea assieme al mondo accademico tutte imperniate sulle critiche alla politica del presidente degli Stati Uniti Trump.

    Accademici, economisti ed esperti di ogni materia hanno omesso con colpevole ignoranza o disonestà intellettuale come la politica dei dazi fosse stata inaugurata ben prima dall’Unione Europea con l’introduzione della tutela della produzione di alluminio. Nessuno di questi dotti esponenti dell’intelligentia occidentale ha saputo interpretare la posizione dell’amministrazione statunitense anche nella ricerca di una rinnovata posizione di forza che si potesse esprimere in una nuova capacità negoziale.

    Supportata dal conseguimento dell’indipendenza energetica e dalla leadership di primo produttore al mondo di petrolio, l’amministrazione statunitense si sottrae al ricatto energetico che per anni ne ha condizionato la politica. Da questa posizione di rinnovata forza ottiene finalmente di riportare il colosso cinese all’interno di un primo perimetro di regole. Questa vittoria commerciale rappresenta, in altri termini, la cocente sconfitta delle politiche economiche dell’Unione Europea.

    Mai come in questi ultimi tre anni viene confermata, ancora una volta, l’dea che per far nascere un sentimento europeista sia necessario dimostrare le competenze e tutelare gli interessi economici dei propri cittadini. Questi ultimi  sono definiti in prima istanza dalla tutela del lavoro e di conseguenza della produzione industriale. Sembra incredibile invece come tutto il mondo europeo ed italiano in particolare guardino ad una svolta “Green”  dell’economia quando il sistema delle PMI italiano ha già raggiunto da anni traguardi considerevoli (https://www.ilpattosociale.it/2018/12/10/sostenibilita-efficienza-energetica-e-sistemi-industriali/).

    Mentre l’amministrazione statunitense nell’ultimo accordo del Nafta ha determinato la rialloocazione produttiva dell’Industria automobilistica precedentemente delocalizzata in Messico  la nostra classe dirigente si diletta nell’applicazione della legge di Samuelson (https://www.ilpattosociale.it/2020/01/07/il-ritardo-culturale-accademico/).

    Il raggiungimento della piena occupazione, la borsa di Wall Street ai massimi livelli aiutati sicuramente dalla raggiunta indipendenza energetica rappresentano inequivocabilmente i risultati raggiunti dall’amministrazione  statunitense. Contemporaneamente i traguardi conseguiti dal Presidente Trump e dalla sua amministrazione evidenziano in modo inequivocabile, ancora una volta, come il nostro ritardo sia indice di una crisi culturale della quale quella  economica ne rappresenta un aspetto fondamentale.

  • Intesa per potenziare i collegamenti aerei tra Italia e Cina

    Ampliare i collegamenti aerei tra Italia e Cina, a favore dello sviluppo reciproco del turismo e del business. E’ l’obiettivo di un importante memorandum di intesa firmato dal presidente dell’Enac, Nicola Zaccheo, e il suo omologo cinese in occasione del negoziato aereo bilaterale tra l’Italia e la Repubblica Popolare Cinese, svoltosi a Pechino. La delegazione italiana, guidata dal presidente dell’Enac Zaccheo e dal direttore generale Alessio Quaranta, era composta da rappresentanti del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e dell’Ambasciata italiana a Pechino,oltre che da un team di dirigenti e tecnici dell’Ente. L’incontro per il negoziato è stato aperto da un indirizzo di saluto dell’ambasciatore italiano in Cina Luca Ferrari. L’importante accordo è stato raggiunto proprio nell’anno in cui si celebrano i cinquant’anni dall’inizio delle relazioni diplomatiche con Pechino, anno dedicato anche allo sviluppo della cultura e del turismo tra l’Italia e la Cina.

    Il Memorandum prevede un considerevole ampliamento delle intese precedenti risalenti al 2015 e in particolare: incremento della capacità in termini di frequenze passeggeri fino a 164 voli settimanali per parte, di cui 108 con decorrenza immediata, con un incremento di 28 a partire dalla stazione estiva 2021 e di ulteriori 28 a partire dalla stagione estiva 2022; punti di destinazione liberi nei rispettivi territori; code sharing domestico su tutti i collegamenti nel territorio dell’altra Nazione; co-terminalizzazione (possibilità di servire con lo stesso volo più scali dell’altro Paese), ad eccezione delle principali rotte (Pechino-Shanghai, Pechino-Guangzhou e Shanghai-Guangzhou per i vettori italiani; Roma e Milano per le compagnie cinesi); per il trasporto cargo 14 frequenze a settimana con possibilità di operare diritti di traffico di quinta libertà su 4 punti ‘intermedi’ e su 4 punti ‘oltre.

    ”L’Italia diventa la nazione europea con il numero più alto di collegamenti aerei con la Cina, grazie all’accordo siglato da Enac con l’aviazione civile cinese”, ha commentato la ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli. “Voglio esprimere la mia soddisfazione per un risultato di grande valore – ha sottolineato – che porterà più turismo e più rotte per il made in Italy,nella direzione auspicata da tanti operatori commerciali, e che rinsalda i legami tra i due paesi. La natura stessa dell’accordo, che prevede un incremento della capacità e punti di destinazione liberi sui territori, avrà una ricaduta positiva per diversi scali nel nostro paese. Sono certa che il nostro tessuto economico saprà cogliere l’importanza di questa sfida”.

    Analogo il commento di Zaccheo: ”Si tratta di un risultato eccezionale ottenuto grazie al lavoro svolto dall’Enac con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Sono state triplicate le frequenze aeree settimanali tra i due Stati. Con la liberalizzazione del numero di città italiane e cinesi che potranno avere collegamenti diretti e in code sharing regionale, così come con l’aumento delle tratte anche peri l trasporto cargo, nel prossimo triennio si apriranno enormi opportunità di sviluppo commerciale, turistico e industriale per il nostro Paese”.

     

  • La Ue non può perdere l’acciaio

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi l’11 gennaio 2020.

    La crisi e l’irrisolta questione della franco-indiana ArcelorMittal (ex Ilva) di Taranto pongono al centro il futuro della politica industriale in Italia e in Europa. Oltre alle molto dolorose conseguenze occupazionali, sociali, politiche e legali.

    L’Unione europea è la prima produttrice al mondo di beni strumentari e di prodotti industriali. In molti settori è anche all’avanguardia dell’innovazione tecnologica. Una forza che si basa principalmente sull’iniziativa privata delle imprese di media dimensione, che rappresentano l’asse portante dell’economia. Una componente che finora ha potuto dialogare in modo produttivo con le restanti imprese di grandi dimensioni nei settori storici delle attività industriali che si sono grandemente sviluppate dopo la seconda guerra mondiale.

    Nonostante tutte le difficoltà, l’Italia è ancora il secondo paese manifatturiero d’Europa. Da noi, però, l’onda lunga partita nel 1992 con le mal fatte privatizzazioni delle partecipazioni statali sta travolgendo le grandi imprese industriali italiane. Si è assistito, quindi, alla progressiva perdita di controllo di Ilva, Fiat, Pirelli, Magneti-Marelli, ma anche di molte aziende simbolo del made in Italy, come quelle dell’alimentare, della meccanica e della moda. Lo stesso è successo anche nel sistema bancario italiano, già di per sé fragile in mezzo ai giganti bancari internazionali too big to fail.

    In quest’ottica, l’industria dell’acciaio è emblematica. Per un lungo periodo ha avuto un’importanza strategica nell’economia europea e italiana e ha promosso innovazione, crescita e occupazione. La crisi economica, figlia dello sconquasso finanziario globale del 2008, ha determinato un crollo nelle produzioni e nei commerci mondiali che hanno colpito tutti i settori economici, in primis quello dell’acciaio. Come è noto, esso è strutturalmente legato ai settori dell’auto, delle costruzioni, dell’elettronica e delle industrie rinnovabili. In questo periodo la siderurgia europea ha perso il 27% della produzione e oltre 40 mila posti di lavoro. Tanto che persino la Commissione europea ha dovuto impegnarsi con specifici programmi di rilancio.

    Oggi l’Europa, con 168 milioni di tonnellate annue, è ancora la seconda produttrice di acciaio, pari al 10% del totale mondiale. La Cina, però, produce più della metà di tutto l’acciaio! In Europa il settore rappresenta l’1,3% del pil. Nell’insieme dà lavoro a quasi 2,5 milioni di persone. Direttamente a circa 330 mila. È un settore ad alta intensità di capitale che investe ogni anno circa 4 miliardi di euro in macchinari più moderni. Nei costi di produzione dell’acciaio la parte relativa all’energia rappresenta il 40%. E l’industria europea, purtroppo, paga prezzi per l’energia più alti dei suoi concorrenti. È un problema che il governo dovrebbe affrontare perché riguarda l’intero comparto industriale nazionale.

    In Italia l’industria siderurgica, con circa 33 mila occupati, rappresenta il 2% dell’occupazione manifatturiera. L’80% della produzione avviene già con il sistema a forno elettrico, che è molto meno inquinante rispetto a quello a ciclo continuo con altoforno. L’ex Ilva di Taranto è il più grande impianto a ciclo continuo d’Europa, produce 4,5 milioni di tonnellate annue e occupa 8.200 persone, con un indotto molto vasto. Il nuovo piano industriale deve essere una transizione verso la de carbonizzazione. La grande sfida è di mettere in campo riconversioni verso forni a idrogeno. La sostenibilità ambientale e la difesa della salute non possono in nessun modo essere messe in secondo piano.

    La crisi del settore a livello mondiale sarebbe dovuta a una sovrapproduzione rispetto alla situazione di stagnazione economica generalizzata.

    Detto ciò, però, la Cina, aumentando costantemente la sua produzione a prezzi più bassi, inevitabilmente mette in difficoltà i produttori europei. L’Europa, quindi, rischia di diventare dipendente dalle forniture estere di un materiale fondamentale per la sua economia. Senza considerare le garanzie e la qualità del prodotto importato. Di conseguenza, i produttori europei sono in crisi e molti hanno deciso di tagliare produzione e occupazione. Anche le loro azioni sono in caduta nelle borse. Secondo noi, l’Organizzazione mondiale del commercio non può essere indifferente nel gestire la qualità dei prodotti commerciati.

    Per esempio, la British Steel, in bancarotta, è stata acquistata da un’impresa cinese. Altre acciaierie, se dovessero chiudere, rischiano di essere smantellate e trasportate in Cina, in India o in altri paesi, dove i controlli di qualità, il rispetto della salute e dell’ambiente e i diritti sindacali e civili sono spesso lacunosi. Questa è stata anche la strada dissestata delle localizzazioni, già sperimentata dagli stessi Stati Uniti alla ricerca di costi più bassi. Il risultato per Washington sono stati deficit nei commerci di beni (senza i servizi) per centinaia di miliardi di dollari. Nel 2018 il deficit è stato di quasi 900 miliardi!

    Se alcuni settori industriali e altre infrastrutture sono considerati strategici, allora è necessario che restino attivi e sotto il controllo nazionale ed europeo. Non si tratta di ritornare a un passato in cui si producevano i panettoni di stato ma, se fosse necessario, e non vi fossero imprenditori all’altezza, la partecipazione pubblica non solo è auspicabile ma inevitabile. Non scordiamoci mai che l’Italia e l’Europa dovranno confrontarsi con la potenza economica cinese la cui gestione è notevolmente politica e statale. Per non parlare degli Stati Uniti che, al di là della retorica neoliberista, hanno una fortissima presenza statale nei settori considerati di interesse nazionale. Basti pensare che il solo bilancio militare del 2019 è di oltre 700 miliardi di dollari.

    In Europa, la Francia e la Germania non sono mai arrossite quando lo stato è intervenuto come azionista stabile nei settori privati. Anche noi, come fanno le loro banche d’investimento, dovremmo mettere in campo la Cassa depositi e prestiti ogni qualvolta si reputi indispensabile difendere i livelli di produzione e di occupazione. Ovviamente in una logica di investimento produttivo e non di dissipazione com’è spesso avvenuto in passato (vedi Alitalia). Intanto il nostro paese, la partita Ilva non la può perdere.

    * già sottosegretario dell’economia ** economista

  • China replaces top Hong Kong envoy after months of protests

    China’s ruling Communist Party replaced Wang Zhimin, the country’s official in charge of relations with Hong Kong.

    China’s ministry of human resources and social security announced on 4 January that he has been succeeded by Luo Huining, who was higher in the Communist party hierarchy than Wang, who became head of the Liaison Office in 2017. Analysts say the move is a response to Beijing’s displeasure with Wang.

    The event follows months of pro-democracy demonstrations in Hong Kong, often followed by brutal crackdown by security forces, that began when people took to the streets to reject a bill that would have facilitated extradition to China.

    Analysts say Beijing was attempting to take more direct control of Hong Kong policy:

    “It’s always been the same group of people managing Hong Kong and Macau affairs, but their abilities are now in doubt. They did not want to take responsibility and produced self-serving reports that misled Beijing when making decisions about the situation in Hong Kong”, an expert warned.

    Hong Kong’s leader, Carrie Lam, said that the Liaison Office would continue to work with the government under Luo’s leadership, aiming for a “positive development” of the events.

    Last month, China’s President Xi Jinping expressed his full support for Lam and for the Hong Kong government.

  • Uiguri, minoranze e diritti umani per celebrare l’edizione 2019 del Premio Sacharov

    L’Ufficio a Milano del Parlamento europeo organizza lunedì 27 gennaio 2020 alle ore 10.00, presso la Sala Conferenze di Corso Magenta 59, un incontro pubblico in occasione dell’edizione 2019 del Premio Sacharov per la libertà di pensiero conferito mercoledì 18 dicembre a Ilham Tohti, durante la sessione plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo.

    L’incontro organizzato in collaborazione con Il Post sarà l’occasione per discutere di diritti umani e approfondire la situazione della minoranza uigura in Cina insieme a giornalisti e rappresentanti delle associazioni in difesa dei diritti umani. Al Seminario, introdotto da Maurizio Molinari, Responsabile Ufficio del Parlamento europeo a Milano e Massimo Gaudina, Capo della Rappresentanza a Milano della Commissione europea, moderato Luca Misculin, Giornalista del Post, parteciperanno rappresentanti delle associazioni in difesa dei diritti umani e parlamentari europei delle Commissioni AFET, DROI, ECON.

    La partecipazione è libera previa prenotazione all’indirizzo mail epmilano@europarl.europa.eu.

  • La Cina spinge al record l’export di carne bovina del Brasile

    Le esportazioni di carne brasiliana hanno registrato volumi e vendite record nel 2019. In particolare dopo l’accelerazione della domanda cinese le vendite di proteine brasiliane hanno registrato un’impennata. Lo ha reso noto l’Associazione brasiliana per l’esportazione di carne (Abiec) riferendo che il Brasile ha chiuso lo scorso anno con 1,8 milioni di tonnellate di carne bovina esportata, in crescita del 12,4% su base annua, generando ricavi per 7,6 miliardi di dollari, in crescita del 15,5% rispetto al 2018. 

    «I numeri mostrano quanto la carne brasiliana sia ben accettata e abbia una buona competitività all’estero», ha dichiarato il presidente dell’Abiec, Antonio Jorge Camardelli, in una nota diffusa alla stampa.

    Nel 2019 la Cina ha consolidato la sua posizione come maggiore acquirente di carne brasiliana, con una quota del 26,7% del volume complessivo di merce esportata. Secondo i dati della Abiec, rispetto al 2018 le esportazioni nel paese asiatico sono aumentate del 53,2% in volume, raggiungendo le 494.078 tonnellate, e dell’80% in termini di entrate totalizzando 2,67 miliardi di dollari. L’aumento della domanda è stato causato anche della diffusione di peste suina che ha ridotto di oltre il 40% la popolazione animale negli allevamenti del Paese. Pertanto, oltre al record per la carne bovina, le esportazioni di carne di maiale dal Brasile hanno raggiunto i massimi storici nel 2019, secondo i dati pubblicati il 7 gennaio dall’Associazione brasiliana di proteine animali (Abpa).

  • Il ritardo culturale accademico

    Considerati tra i maggiori esperti di economia mondiali i proff. Alesina e Giavazzi criticano le posizioni di Trump sui dazi (dimenticando come  questa politica sia stata avviata ben prima dalla stessa Unione Europea con l’alluminio) citando la legge di Samuelson. Sostanzialmente questa teoria afferma come  la differenza di costi di produzione tra Cina e Stati Uniti, per esempio, nella produzione di magliette e computer provocherà essenzialmente la sparizione nell’industria tessile negli Stati Uniti che verrà sviluppata (il termine delocalizzazione produttiva risulta sconosciuto) in Cina mentre la realizzazione dei prodotti alto di gamma, come i computer, troverà massimo sviluppo negli Stati Uniti.

    Questa teoria  dei “vantaggi comparati” si basa (semplificando) sulla analisi di  due Nazioni come Stati Uniti e Cina che presentano costi  del lavoro  fortemente differenti.

    E’ evidentemente come questa analisi comparativa possa venire applicata a tutte le nazioni dell’Occidente sviluppato rispetto a quelle del Medio ed estremo Oriente e dell’Africa Occidentale.

    La  maggiore incidenza percentuale dei costi di produzione per i prodotti a minore valore aggiunto rispetto ad una produzione alto di gamma inevitabilmente ha determinato lo spostamento della produzione, per esempio di magliette, nei paesi a basso costo di manodopera. (*)

    Francamente si rimanere basiti sentendo una teoria economica applicata “sic et simpliciter” in un contesto storico economico in continua e progressiva  evoluzione. Anche perché la storia contemporanea sta evidenziando come il vantaggio competitivo in ambito tecnologico (vedi 5G) proprio della Cina e dei paesi dell’estremo Oriente dimostri esattamente che la differenziazione tra prodotti di alto e basso di gamma come di alto o basso contenuto tecnologico risulti sostanzialmente superata in un’analisi comparativa.

    In più le delocalizzazioni produttive non vengono introdotte in applicazione dei principi della legge di Samuelson ma semplicemente hanno rappresentato l’applicazione del principio speculativo mediato dal settore finanziario al settore industriale. Una legittima strategia che presenta l’unico obiettivo non tanto della crescita delle aziende quanto della riduzione dei costi e di conseguenza di un maggiore rendimento del capitale investito (Roe).

    Sembra incredibile come due  tra i maggiori economisti del mondo non attribuiscano importanza in un’ottica di sviluppo strategico al “reshoring produttivo” (uno degli obiettivi della politica dell’amministrazione statunitense odierna).

    Inoltre, a puro titolo di cronaca, le ultime rilevazioni statistiche dimostrano come il nostro Paese non cresca da oltre vent’anni, quindi ben prima della nascita del mercato globale che avrebbe dovuto rappresentare la  panacea per lo sviluppo senza limiti e tanto meno confini. Inoltre la stessa globalizzazione, con la conseguente concorrenza tra sistemi fiscali nazionali, ha dimezzato le tassazione societaria (fonte WSJ) la quale non ha determinato come conseguenza alcun aumento dei consumi specialmente per le economie occidentali ed in particolare italiana.

    Il ritardo culturale viene poi dimostrato ancor più dalla mancata analisi del contesto contemporaneo  nel quale la digitalizzazione permette trasferimenti tecnologici in tempo reale indipendentemente dalla nazione nella quale  vengano  ideati ( https://marketingambientale.blogspot.com/2017/11/francesco-pontelli-economista.html?m=1).

    Il contesto economico contemporaneo viene inteso come cristallizzato e quindi privo di ogni evoluzione nell’analisi di Alesina e Giavazzi i quali  non riservano alcuna importanza al fattore  evolutivo.

    Se sono queste le intelligenze di riferimento vent’anni dopo l’ingresso nel terzo millennio dalle quali dovrebbero trovare uno spunto tutte le strategie economiche del mondo occidentale fermiamoci un attimo perché il loro ritardo culturale, esattamente come il nostalgico ritorno ai mercati bloccati e chiusi tanto cari ai sovranisti, non ci permettono di nutrire alcuna speranza.

    Il  vero declino culturale emerge quando le classi apicali della società continuano ad applicare regole economiche come se negli ultimi vent’anni non fosse cambiato il mondo nella sua globalità ma come  semplice esibizione di  puro nozionismo culturale. A questa si aggiunge l’incapacità di comprendere come il mondo digitalizzato, ormai  in aggiornamento perenne, rende inevitabile la rivisitazione e la rielaborazione di  ogni legge economica.

    Questo intervento in ambito economico rappresenta il segno del nostro declino inarrestabile e contemporaneamente le ragioni  del ritardo culturale di  una intera classe dirigente ed accademica. Ogni analisi economica decontestualizzata dalla evoluzione del mercato risulta assolutamente manieristica. Sicuramente la strategia deve virare verso la tutela del lavoratore più che del lavoro ma l’unico parametro oggettivo per valutare gli effetti positivi di ogni strategia o iniziativa economica viene rappresentato dalla semplice ricaduta positiva di occupazione stabile. Tutto il resto rappresenta poesia o peggio ancora ideologia.

    (*) Chissà se ricordano  i due professori  dove viene prodotta la Apple (https://www.corriere.it/opinioni/19_dicembre_21/gli-errori-trump-nostri-4656361e-2422-11ea-8330-496805e4bde5.shtml)

     

  • I dazi Usa fanno calare le esportazioni cinesi

    Le esportazioni della Cina hanno registrato in novembre un calo dell’1,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. In seguito ai dazi introdotti dagli Usa, il surplus del commercio estero cinese, sempre in novembre, è sceso a 38.730 miliardi di dollari (35.022 miliardi di euro) a fronte dei 42.911 miliardi di dollari (38.802 miliardi di euro) registrati a ottobre. Il surplus commerciale con gli Usa è passato da 26.450 a 24.600 miliardi di dollari(da23.917 a 22.244 miliardi di euro). Negli 11 primi mesi del 2019 il valore dell’interscambio commerciale Cina-Usa si è ridotto del 15,2% con un ribasso del 12,5% dell’export e del 23,3% dell’import.

    Gli analisti non si attendevano un andamento negativo delle esportazioni cinese, che erano anzi previste in rialzo dello 0,8% grazie al traino degli acquisti natalizi. Novembre è stato il quarto mese del 2019 in cui l’export cinese ha accusato una caduta. Il direttore dell’ufficio statistico dell’Amministrazione generale delle Dogane, Li Kuiwen, ha affermato che il calo si deve «al rallentamento della crescita economica e commerciale internazionale» e ha sostenuto che «l’economia cinese si mantiene stabile». Un segnale in tal senso, sarebbe l’incremento delle importazioni pari allo 0,3%, il che indica che la domanda interna è alta. È il primo dato positivo dell’import cinese dell’aprile scorso.

  • Belgio base delle spie cinesi in Europa

    In Italia la Cina può contare su Beppe Grillo, che si reca nell’ambasciata di Pechino prima e dopo incontrare il ministro degli Esteri, quello che in visita nel Paese del Dragone chiamò Mr Ping il presidente Xi Jinping, Luigi Maio. In Europa la Cina non può fare altrettanto affidamento su locali e si affida quindi alle sue spie, che secondo quanto risulta al giornale tedesco Die Welt sono concentrate sopratutto in Belgio.

    La presenza di Nato e Ue e il relativo corollario di diplomatici, politici e militari che si scambiano confidenze e informazioni, spiega Bloomberg, non c’entra. A favorire la presenza degli 007 dagli occhi a mandorla è il quadro istituzionale debole e frammentato del Belgio, che fa sì che la vigilanza sia inferiore rispetto ad altre nazioni.

    Il bersaglio principale sono gli Usa ma hanno registrato una forte attività di spionaggio cinese anche Polonia, Francia, Germania e Regno Unito. «I cinesi stanno diventando molto più attivi che negli scorsi 10 o 20 anni – ha spiegato a Bloomberg Charles Parton, un ex diplomatico britannico con oltre vent’anni di esperienza in Cina.

  • Cosco diventa socio del terminal intermodale di Budapest

    Il gruppo armatoriale cinese Cosco Shipping ha finalizzato le trattative in corso da oltre due anni e, attraverso la filiale ferroviaria OceanRail, ha siglato un accordo con il gruppo ferroviario austriaco ÖBB per acquisire una quota della Rail Cargo Terminal – Bilk (Budapest Intermodal Logistic Center), la società – finora detenuta interamente dall’azienda austriaca tramite la filiale Rail Cargo Group (RCG) – che gestisce un terminal intermodale a Budapest che copre un’area di 223mila metri quadri ed ha una capacità di traffico annua pari a 230mila container teu.

    L’interesse del gruppo cinese deriva dal fatto che il terminal ungherese è collocato in una posizione strategica, all’incrocio fra i principali corridoi logistici est, ovest, sud e nord del continente europeo, ed è un importante snodo del sistema di trasporto nell’Europa centrale ed orientale nell’ambito del Corridoio Mediterraneo e del Corridoio Orientale/Mediterraneo Orientale della rete transeuropea dei trasporti TEN-T. I nuovi soci hanno sottolineato di voler fornire un contributo rilevante alla crescita dell’attività del terminal intermodale di Budapest, incrementandone l’efficienza e promuovendo la creazione di un network di collegamenti ferroviari che connettano l’hub ungherese con i porti del Pireo, di Rijeka, di Koper, di Trieste, di Amburgo e con altri scali portuali europei.

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