Cina

  • Il PE si prepara a votare l’accordo sulle indicazioni geografiche UE-Cina

    Il 6 novembre 2019 l’UE e la Cina hanno concluso i negoziati su un accordo autonomo in merito alla cooperazione sulla protezione delle indicazioni geografiche (IG) di prodotti, perlopiù agricoli. Il reciproco accordo UE-Cina mira a proteggere 100 IG dell’UE in Cina e 100 IG cinesi nell’UE contro l’imitazione e l’appropriazione indebita. Il 20 luglio 2020 il Consiglio UE ha approvato la firma dell’accordo e il Parlamento europeo deve ora dare il suo consenso alla conclusione del contratto. Una volta entrato in vigore, l’accordo potrebbe contribuire a promuovere le esportazioni dei prodotti alimentari di alta qualità dell’UE, compresi vini e alcolici, verso la terza destinazione più grande per le esportazioni agroalimentari dell’UE, cioè la Cina.

    L’accordo amplierebbe inoltre il riconoscimento globale del regime di protezione delle IG sui generis dell’UE, un obiettivo chiave della politica commerciale dell’UE.

  • Democrazia alla pechinese, Hong Kong rinvia di un anno le elezioni

    Hong Kong rinvia di un anno le elezioni in programma per il 6 settembre. La governatrice pro-Pechino Carrie Lam ha annunciato il rinvio al 5 settembre del 2021, motivandolo con il peggioramento della situazione legata al coronavirus. “L’annuncio che devo fare oggi è la decisione più difficile che ho dovuto prendere negli ultimi sette mesi”, ha detto Lam, definendola una “decisione essenziale” basata “unicamente su ragioni di pubblica sicurezza”. La mossa giunge in un periodo politicamente molto teso, all’indomani dell’esclusione dal voto di 12 candidati pro-democrazia fra cui il giovane attivista Joshua Wong, già leader della Rivoluzione degli ombrelli del 2014 e tra i volti delle proteste del 2019. “La nostra resistenza continuerà e speriamo che il mondo possa stare con noi in questa imminente battaglia in salita”, ha affermato Wong. Che ha anche definito il rinvio “la più grande frode elettorale della storia di Hong Kong”. Per la governatrice di Hong Kong, che ha precisato di avere l’appoggio della Cina, “non ci sono state valutazioni politiche”. Ma l’opposizione è di tutt’altro parere: un gruppo di 22 deputati ha diffuso una dichiarazione in cui accusa il governo di usare la pandemia come scusa per ritardare il voto. E anche Human Rights Watch (Hrw) ha criticato l’amministrazione locale: “È una mossa cinica per contenere un’emergenza politica, non un’emergenza sanitaria”, e questo consente alla governatrice di “negare alla gente di Hong Kong il loro diritto a scegliere il proprio governo”, ha dichiarato la direttrice del gruppo in Cina, Sophie Richardson. A Hong Kong dall’inizio di luglio è stato registrato un boom di contagi da coronavirus: giovedì risultavano 3.100 casi (su 7,5 milioni di abitanti), un numero più che raddoppiato rispetto ai dati del 1° luglio. Ragion per cui il governo ha inasprito le misure di distanziamento sociale, limitando la possibilità di incontri in spazi pubblici a due persone e vietando la possibilità di mangiare nei ristoranti dopo le 18. Ma Human Rights Watch sottolinea che non è stato fatto “nessun tentativo di valutare metodi alternativi di voto o di assicurare il rispetto del diritto di voto di tutti”. Lo slittamento è un duro colpo per l’opposizione: nelle ultime elezioni distrettuali di novembre il blocco pro-democrazia aveva ottenuto una vittoria schiacciante e aveva intenzione di cavalcare questa spinta per ottenere la maggioranza nel Consiglio legislativo di Hong Kong (LegCo). Sperava di capitalizzare alle urne l’attuale malcontento per la gestione della maggioranza pro Pechino, in particolare dopo che a fine giugno è entrata in vigore la controversa legge per la sicurezza nazionale, in base alla quale ai candidati che violano la legge può essere impedito di correre alle elezioni. Il testo è considerato un tentativo di Pechino di ridurre il dissenso nell’ex colonia britannica, dopo mesi di proteste pro-democrazia e contro il governo.

  • Londra non dimentica Hong Kong nelle mani di Xi Jinping

    Il Regno Unito ha sospeso gli accordi di estradizione con Hong Kong ed esteso alla sua ex colonia l’embargo sulle armi già in vigore per la Cina continentale dal massacro di piazza Tienanmen. Dopo il colpo inferto al colosso della telefonia cinese Huwaei e la promessa di visti a pioggia per gli Hong Kongers, Londra ha deciso di intensificare lo scontro con Pechino seguendo l’esempio, e la volontà, degli Stati Uniti. Le misure erano già state anticipate nelle scorse ore dallo stesso premier britannico Boris Johnson che ha espresso timore per la violazione dei diritti umani in Cina, anche se, ha sottolineato, questo non lo spingerà a diventare “sinofobo su ogni questione”. La conferma delle misure è arrivata dal ministro degli Esteri Dominic Raab. Parlando alla Camera dei Comuni, il ministro ha espresso preoccupazione per la nuova legge sulla sicurezza nazionale varata da Pechino e per i presunti abusi, perpetrati in particolare nella provincia dello Xinjiang, ai danni della minoranza uigura. Raab ha descritto le misure come ragionevoli e proporzionate: “Proteggeremo i nostri interessi vitali, difenderemo i nostri valori e faremo in modo che la Cina rispetti i suoi obblighi internazionali”. La decisione di Londra segue quella già presa da Usa, Australia e Canada che hanno sospeso gli accordi di estradizione perché la nuova legge sulla sicurezza “erode l’indipendenza giudiziaria di Hong Kong” permettendo alle persone estradate nella regione amministrativa speciale di essere processate nei tribunali continentali. L’embargo disposto da Londra vieta poi alle società britanniche di esportare armi potenzialmente letali, i loro componenti o munizioni, nonché attrezzature che potrebbero essere utilizzate per la repressione delle manifestazioni interne. Pechino ha contestato le nuove misure ancor prima che fossero state formalmente annunciate da Raab. L’ambasciatore cinese nel Regno Unito, Liu Xiaoming, ha detto alla Bbc che Londra si è fatta “comandare” dagli Stati Uniti e ha respinto le accuse delle violazioni dei diritti umani del popolo uiguro. “La gente dice che la Cina sta diventando molto aggressiva. È totalmente sbagliato”, ha detto Liu, “La Cina non è cambiata. Sono i paesi occidentali, guidati dagli Stati Uniti, che hanno iniziato questa cosiddetta nuova guerra fredda contro Pechino”. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha “condannato con forza” le misure e ha chiesto al Regno Unito di “non fare ulteriori passi falsi per evitare altri danni alle relazioni tra Londra e Pechino”. Wang in particolare ha difeso la legge sulla sicurezza nazionale che, secondo il governo britannico, lede il principio ‘Un Paese due sistemi’ sui cui dal 1997 si è basata l’autonomia di Hong Kong.

  • US orders closure of Chinese consulate in Houston

    The United States government has ordered China to “cease all operations and events” at its consulate in Houston, Texas, the Chinese foreign ministry said.

    Tensions have escalated between China and the US amid an ongoing trade war, the coronavirus pandemic, and US criticism of China’s human rights abuses in Hong Kong and Xinjiang.

    A US state department spokesperson said the consulate was directed to close “in order to protect American intellectual property and Americans’ private information”. A separate state department statement said that China “has engaged for years in massive illegal spying and influence operations” and that those “activities have increased markedly in scale and scope over the past few years”.

    “China strongly condemns such an outrageous and unjustified move which will sabotage China-US relations. We urge the US to immediately withdraw its erroneous decision, otherwise China will make legitimate and necessary reactions”, the Chinese foreign ministry said in response.

    Meanwhile, US secretary of state Mike Pompeo visited the United Kingdom, where he met prime minister Boris Johnson and urged a coalition that understands the threat of the Chinese Communist Party.

    Amid heightened tensions with China, Britain has in recent weeks banned Huawei from its 5G network, suspended an extradition treaty with Hong Kong and offered refuge for millions of Hong Kongers who feel threatened.

  • Il Pil cinese è già guarito dalla pandemia

    Prima a finire nelle secche del coronavirus e adesso prima a uscirne tra i principali Paesi: la Cina ha visto la sua economia risollevarsi nel secondo trimestre con un rimbalzo del Pil del 3,2% su base annua e dell’11,5% sul periodo gennaio-marzo, battendo con margine le previsioni degli analisti pari,

    rispettivamente, a +2,5% e a +9,6%. Il messaggio, con gran parte del pianeta stretto ancora dalla pandemia del Covid-19, è che Pechino grazie alla sua gestione della crisi ha centrato l’inversione di rotta sul tonfo del 6,8% del primo trimestre (-9,8% congiunturale), la prima contrazione dal 1992, anno d’inizio dei dati statistici trimestrali. A rimarcare la svolta c’è stata la contestuale, rispetto ai dati sul Pil, e inconsueta diffusione della lettera di risposta del presidente Xi Jinping a quella ricevuta dai 18 capi azienda del Global CEO Council che riunisce 39 multinazionali leader nei rispettivi settori di attività. “I fondamentali di lungo termine di solida crescita dell’economia non sono cambiati e non cambieranno” e la Cina continuerà ad approfondire le riforme e ad aprire i mercati, fornendo “un migliore ambiente business per gli investimenti e lo sviluppo delle imprese cinesi e straniere”, ha scritto Xi nel mezzo dello scontro con gli Stati Uniti.

    Malgrado l’exploit del Pil, le Borse cinesi sono affondate: i listini, tradizionali anticipatori degli umori degli investitori, hanno visto su Shanghai il peggior calo da febbraio (-4,50%) e Shenzhen chiudere a -5,20%. L’analisi del Pil ha fatto emergere una produzione industriale in crescita del 4,4% nel trimestre, non sostenuto da un adeguato aumento della domanda. Le vendite al dettaglio, in frenata per il sesto mese di fila, sono scese a giugno dell’1,8% su attese a +0,5%, mentre il calo semestrale è dell’11,4%. Gli investimenti fissi hanno avuto una frenata annua del 3,1%, a 28.160 miliardi di yuan

    (4.000 miliardi di dollari circa), nella prima metà del 2020, ma avendo la parte privata in sofferenza (-7,3%) e quella pubblica a +2,1%. “L’economia nazionale ha superato progressivamente l’impatto avverso della pandemia nella prima metà del 2020 e ha dimostrato un momento di crescita tonica e di graduale ripresa”, ha notato l’Ufficio nazionale di statistica, non nascondendo “gli evidenti e crescenti rischi e sfide future interne ed esterne”, a partire dalla pressione Usa, quando “la ripresa non è consolidata”. L’interscambio commerciale in dollari è ritornato positivo a giugno su maggio: l’export è salito dello 0,5% con la domanda di materiale medico anticoronavirus e prodotti farmaceutici, mentre l’import è andato a +2,7% con elettronica e materie prime. “Il recupero è stato ottenuto grazie alle politiche fiscali e sociali a supporto delle attività economiche. Nuovi incentivi hanno consentito alle imprese di ridurre i costi operativi, ottenere liquidità e favorire l’occupazione, la cui stabilità è da sempre uno dei temi chiave per il governo cinese”, ha notato Lorenzo Riccardi della Shanghai Jiaotong University.

    La disoccupazione di giugno è scesa al 5,7% dal 5,9 di maggio, mentre sono stati 5,64 milioni di posti di lavoro nel semestre: il dato considera l’occupazione urbana e non la forza lavoro migrante che pesa per un terzo circa di quella totale. Stime indipendenti parlano di 20 milioni di posti di lavoro persi a causa del Covid-19 e a luglio ci saranno circa 9 milioni di nuovi diplomati e laureati in cerca della prima occupazione. Dopo il 2019 con un Pil in crescita del 6,1%, ai minimi degli ultimi 29 anni, il Fmi ha stimato una Cina in crescita dell’1% nel 2020, con un’economia mondiale in contrazione del 4,9%. “Siamo entrati in una nuova fase della crisi, una fase che richiederà ulteriore agilità politica e azione per assicurare una ripresa durevole e condivisa”, ha messo in guardia il direttore generale del Fmi, Kristalina Georgieva, rilevando che l’attività economica globale “ha iniziato gradualmente a rafforzarsi. Ma non siamo ancora fuori dai guai”. L’incertezza resta alta, ha marcato il documento del Fondo preparato per il G20 dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali, che si terrà virtualmente il 18 luglio. Al G20 il Fmi ha chiesto gli “sforzi collettivi” che “sono essenziali per mettere fine alla crisi finanziaria e rilanciare la crescita”.

  • Japan accuses China of using pandemic as cover to make territorial claims

    Japan has accused China of pushing its territorial claims under the cover of the coronavirus pandemic.

    China “is continuing to attempt to alter the status quo in the East China Sea and the South China Sea”, Japan said in its annual defence review approved by prime minister Shinzo Abe’s government on Tuesday.

    In recent years, tensions have increased over the territory in the South China Sea, where China has been building military bases. The region is also claimed by Brunei, Indonesia, Malaysia, the Philippines, Taiwan and Vietnam.

    The white paper said that Beijing was asserting territorial claims In the South China Sea by establishing administrative districts around disputed islands that forced countries distracted by the coronavirus outbreak to respond.

    On Monday, the United States declared declares “most” of China’s maritime claims in the waters illegal. In a lengthy statement, secretary of state Mike Pompeo said that China’s “campaign of bullying to control” the disputed waters was wrong and that Beijing had “no legal grounds to unilaterally impose its will on the region”: “The world will not allow Beijing to treat the South China Sea as its maritime empire”, Pompeo said.

    Japan’s document also said that China appears to be responsible for “propaganda” and “disinformation” amid “social uncertainties and confusion” caused by the coronavirus outbreak.

     

  • Russia e Cina pongono il veto alla risoluzione ONU per gli aiuti umanitari in Siria ma l’UE tira dritto

    L’UE contro Russia e Cina dopo che i due Paesi hanno ripetutamente posto il veto ad una risoluzione delle Nazioni Unite per la fornitura di aiuti umanitari in Siria. Il responsabile della politica estera dell’Unione europea, Josep Borrell, non ha usato mezzi termini per commentare la decisione: “L’approccio non costruttivo di alcuni membri del Consiglio di sicurezza è tanto più deplorevole in un momento in cui i bisogni non sono mai stati così grandi e nel contesto della pandemia di coronavirus”.

    La risoluzione è stata infine approvata sabato scorso, dopo cinque tentativi, e solo dopo l’astensione di Russia e Cina. Alle Nazioni Unite è consentito solo un punto di attraversamento dalla Turchia, il cosiddetto Bab al-Hawa, rispetto ai due precedentemente disponibili. Il limitato accesso per la fornitura di assistenza umanitaria d’emergenza penalizzerà migliaia di persone bisognose nella Siria nordoccidentale poiché ostacolerà la consegna di forniture salvavita.

    L’UE continuerà comunque a sostenere la popolazione siriana in difficoltà, nonostante le circostanze sfavorevoli. Borrell ha anche sottolineato che il conflitto richiede una soluzione politica e non militare, citando i risultati di una conferenza sul futuro della Siria, tenutasi a giugno a Bruxelles.

     

  • In Cina donne uigure sterilizzate con la forza

    Continuano le atrocità di Pechino nei confronti degli uiguri e questa volta le vittime sono le donne, stando ad un nuovo rapporto sulla persecuzione che si protrae da anni. Pare infatti che molte donne siano costrette ad essere sterilizzate o dotate di dispositivi contraccettivi nello Xinjiang nel tentativo di limitare l’aumento della popolazione di uiguri musulmani. Il Partito Comunista Cinese ha relegato negli ultimi tre anni la comunità uigura nel campo di rieducazione dello Xinjiang, una regione autonoma della Cina che confina con le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Pechino ha etichettato i campi come “centri di aiuto”, progettati, secondo il Partito Comunista, per combattere l’estremismo religioso. Precedenti documenti trapelati hanno però mostrato che si tratta invece di campi di rieducazione ideologica. Le Nazioni Unite stimano che oltre un milione di musulmani siano stati incarcerati nello Xinjiang. Il motivo principale per il quale le persone vengono mandate nei campi è quello di avere troppi bambini. Il rapporto cita statistiche del governo, documenti statali e interviste con ex detenuti e un ex istruttore del campo di detenzione. Le detenute hanno dichiarato di aver ricevuto iniezioni che hanno interrotto le mestruazioni o causato sanguinamenti insoliti in linea con gli effetti dei farmaci anticoncezionali. L’indagine ha rilevato che i funzionari sottopongono regolarmente le donne di minoranza uigura ai controlli di gravidanza e costringano centinaia di esse ad usare dispositivi intrauterini, alla sterilizzazione e persino all’aborto. Le associazioni per la difesa dei diritti hanno denunciato la pratica come un “genocidio lento e doloroso”. E’ probabile, secondo il rapporto in questione, che le autorità dello Xinjiang si stiano impegnando nella sterilizzazione di massa di donne con tre o più bambini. La Cina ha negato le accuse, definendole “prive di fondamento”.

  • Pechino vuole limitare i visti agli americani che difendono l’autonomia di Hong Kong

    La nuova e controversa legge sulla sicurezza nazionale fortemente voluta da Pechino per Hong Kong è in dirittura d’arrivo, anche perchè il primo luglio coincide con la data in cui, nel 1997, l’ex colonia britannica passò sotto la sovranità della Cina. Tra Pechino e Washington, intanto, è scoppiata la guerra dei visti con l’annuncio, più d’immagine che di sostanza, della stretta per quelli dei funzionari americani che “si sono comportati in modo oltraggioso” sulle vicende di Hong Kong. Il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, illustrando la risposta a un’analoga mossa di Washington, ha chiesto agli Stati Uniti di fermare le sue interferenze sull’ex colonia minacciando in caso contrario “forti contromisure”.

    Venerdì 26 giugno, l’amministrazione Trump ha annunciato la stretta sui visti statunitensi per un certo numero di funzionari cinesi non precisati per la violazione dell’autonomia dell’ex colonia. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha spiegato che le restrizioni si sarebbero applicate ad “attuali ed ex” funzionari del Partito comunista cinese “ritenuti responsabili o complici della destabilizzazione dell’alto grado di autonomia di Hong Kong”. “Il piano di ostacolare l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale non potrà mai prevalere”, ha aggiunto Zhao, secondo cui “per prendere di mira le azioni illecite degli Stati Uniti, la Cina ha deciso di imporre restrizioni sui visti agli individui americani che si sono comportati in modo oltraggioso sulle questioni” dell’ex colonia, ha notato Zhao senza precisare i soggetti nel mirino.

    Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione europea e agenzia dell’Onu sui diritti umani hanno espresso timori che la legge possa essere usata per soffocare le critiche a Pechino, con mezzi simili seguiti sul fronte domestico per reprimere il dissenso. La Cina ha affermato che la nuova legge prenderà di mira solo un piccolo gruppo di persone, mentre affronta separatismo, sovversione, terrorismo e interferenze straniere a Hong Kong con pene che potrebbero contemplare, secondo i media locali, il carcere a vita, parte di un testo ancora sconosciuto e che lo potrebbe restare ancora per diverso tempo. Domenica 28 giugno il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo, il ramo legislativo del parlamento cinese, ha esaminato la bozza del disegno di legge: i media statali hanno riferito l’appoggio schiacciante ricevuto. Il governo centrale ha “una determinazione incrollabile di portare avanti la legge sulla sicurezza nazionale e di salvaguardare sovranità e interessi nazionali”, ha detto la tv statale Cctv, citando un portavoce. La legge sulla sicurezza nazionale segna “la fine della manipolazione Usa della società di Hong Kong. ‘Un Paese, due sistemi’ continuerà, ma Hong Kong sarà sempre una città cinese. Non sarà enclave politico Usa”, ha rincarato su Twitter Hu Xijin, editor-in-chief del tabloid nazionalista Global Times.

  • Il dialogo energetico UE-Cina si concentra sulle politiche ecologiche dopo il coronavirus

    La commissaria europea per l’energia Kadri Simson e il suo omologo cinese, Zhang Jianhua, amministratore della National Energy Administration of China, hanno discusso delle politiche in materia di energia pulita, nello sforzo di entrambe le parti per superare la crisi economica causata da COVID19.

    Durante il nono dialogo UE-Cina sull’energia, che si è svolto parallelamente al 22° vertice UE-Cina tramite videoconferenza, Simpson e Zhang hanno discusso del piano di ripresa dell’UE e del Green Deal europeo, nonché delle misure della Cina volte a stimolare lo sviluppo di energia pulita e la responsabilità condivisa di promuovere investimenti nel settore dell’energia verde nei paesi terzi.

    Simson e Zhang hanno anche discusso di problemi di sicurezza sui mercati globali dell’energia, diversificazione delle valute per le transazioni energetiche, progressi nelle riforme del mercato dell’energia nell’UE e in Cina, nonché di innovazione energetica e cooperazione commerciale. “Le imprese europee e cinesi sono state invitate a presentare le loro opinioni sulle opportunità e le sfide degli investimenti energetici in Cina”, si legge in un comunicato stampa della Commissione.

    Sono stati esaminati i progressi compiuti sull’attuazione della cooperazione energetica UE-Cina, che è stata firmata a margine del vertice UE-Cina del 2019. Simson e Zhang hanno anche fatto il punto sui progressi della piattaforma di cooperazione energetica tra i due Pesi, lanciata a maggio 2019, e hanno discusso delle attività previste nell’ambito del secondo programma di lavoro annuale della piattaforma.

     

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