Cina

  • China Covid: Chinese TV censors shots of maskless World Cup fans

    The phrase “football is nothing without fans” has become so accepted as to be cliché among some commentators. But Chinese state TV has been testing that assumption to its limit throughout the World Cup.

    On Monday, as Ghana beat South Korea in a classic World Cup clash, subtle changes to China’s coverage of the match ensured viewers were not exposed to images of maskless supporters – and to a world moving on from Covid restrictions.

    Those watching on the BBC – and in most places around the world – will have seen their screens filled with the image of a beaming, maskless, Ghana fan celebrating excitedly as the camera zooms in.

    After Mohammed Kudus fired home the winner in the 68th minute, images of dancing and cheering fans – as well as shots of anxious South Korea fans – were beamed around the world.

    But not in China, where those watching on the state broadcaster’s sports channel, CCTV 5, will have experienced these moments differently.

    Instead of being shown the raucous fans, Chinese viewers saw the reactions of South Korea’s coach Paulo Bento and Ghana manager Otto Addo.

    And as the game reached its conclusion, shots of tearful South Korea supporters with their heads in their hands were conspicuously absent on the Chinese output.

    The change is subtle but very deliberate.

    As anti-lockdown protests rock China, state TV executives have been careful to avoid beaming images of a world largely moving on from Covid-19 restrictions into citizens’ homes.

    It is not unusual for broadcasters at major tournaments to be given the option of choosing their own camera angles, and some often set a slight delay to allow the editing and selection of pictures before the public sees them.

    The BBC observed that there was roughly a 52-second delay between its own coverage of the match and CCTV 5’s.

    But in this case, the changes appear to have come after images of maskless fans celebrating in packed stadiums stoked anger in China, where snap lockdowns and restrictions remain commonplace and controversial.

    Social media users in China were quick to notice the change, with many expressing frustration at how differently the rest of the world now seems to be treating Covid.

    An open letter questioning China’s ongoing zero-Covid policies and asking if it was “on the same planet” as Qatar quickly spread on messaging app WeChat last week, before being censored.

    “On one side of the world, there is the carnival that is the World Cup, on the other are rules not to visit public places for five days,” one user of the Weibo social media platform wrote.

    Even the state-backed Global Times newspaper has conceded that some fans are “choosing to watch the games at home with their families” as many Chinese cities remain under restrictions.

    And while wide angle shots showing some maskless fans are impossible to avoid completely, close up images of supporters enjoying the action free from restrictions are unlikely to return for Chinese fans.

  • L’asse Teheran-Mosca compromette le chance di rimettere in riga Putin

    L’asse tra Teheran e Mosca compromette seriamente le possibilità dell’Ucraina e del mondo di rimettere in riga Vladimir Putin. Sul Corriere della Sera Federico Rampini illustra la diagnosi fornita dal Pentagono in tal senso. Ecco cosa scrive: «La Russia compra dall’Iran molti droni che utilizza per attaccare le infrastrutture ucraine. Tra questi ci sono i Mohajer-6 e Shahed-136: questi ultimi vengono chiamati droni-kamikaze perché anziché lanciare bombe si scagliano contro il bersaglio per distruggerlo (…). Com’è riuscito l’Iran a produrre dei droni sofisticati, pieni zeppi di tecnologie occidentali? Le risposte variano. In parte c’è il sospetto che alcune tecnologie siano cloni o copie realizzate in Cina grazie allo spionaggio industriale di Pechino ai danni dell’industria occidentale. Ma in parte sono pezzi fabbricati proprio in America, in Giappone, o in altri paesi occidentali. Una strada classica per aggirare le sanzioni è questa: molti componenti pur essendo ad altissima tecnologia sono disponibili per l’acquisto online; vengono ordinati da intermediari, molti dei quali nel Golfo Persico, e da lì istradati illegalmente verso l’Iran».

    Riferisce ancora Rampini: «Passando alla Russia, i dati del Fondo monetario internazionale dicono che alla fine di quest’anno il suo Pil dovrebbe scendere del 3,4%. È una recessione modesta, per una nazione che a volte descriviamo come «strangolata» dalle sanzioni occidentali. In effetti lo stesso Fmi ad aprile si era fatto un’idea diversa sull’efficacia delle sanzioni e prevedeva un crollo dell’8,5% del Pil russo. La correzione della previsione, al rialzo, sta a indicare che le sofferenze dell’economia russa sono meno gravi. Un’occhiata al commercio estero della Russia rivela che l’isolamento è molto relativo, o addirittura inesistente. Dopo l’invasione dell’Ucraina e il varo delle prime sanzioni a fine febbraio, la Russia ha visto ridursi il suo interscambio con alcuni paesi, e aumentare quello con altri. Tra i paesi del mondo con cui l’import-export russo è aumentato in questi nove mesi ci sono ovviamente dei giganti emergenti che non partecipano alle nostre sanzioni: Cina, India, Turchia, Brasile. Ma ci sono anche paesi europei o nostri alleati, che partecipano alle sanzioni. L’import-export russo è cresciuto dell’80% con il Belgio, del 57% con la Spagna, del 32% con l’Olanda e del 13% con il Giappone. In parte questo si spiega con il fatto che nei primi mesi post-invasione l’Europa ha continuato a comprare gas russo, anzi ha addirittura accelerato i suoi acquisti in vista dell’inverno, e lo ha fatto pagando prezzi altissimi. Negli ultimi mesi la situazione è cambiata, sia per le contro-sanzioni di Putin che hanno ridotto molto le forniture di gas, sia per il calo dei prezzi.  Ci sono altre spiegazioni oltre al gas e petrolio. La Russia è anche uno dei massimi fornitori mondiali di molte materie prime non energetiche: grano, amianto, ferro e minerali ferrosi, nickel, platino, ammoniaca, potassio, fertilizzanti, lignite, asfalto, oli di semi vari. L’elenco è lungo, una parte di queste materie prime non sono soggette a sanzioni. E comunque anche laddove ci sono sanzioni, l’incentivo ad aggirarle è potente, in un mondo che è abituato a rifornirsi di materie prime in Russia. Non solo le economie emergenti. La Francia compra uranio russo per le sue centrali nucleari. Il Belgio si rifornisce di diamanti russi per alimentare uno dei centri più attivi del mondo nella lavorazione e commercio di pietre preziose, la città portuale di Anversa».

  • Berlino pone dei paletti agli acquisti cinesi di microchip

    Il governo tedesco blocca lo shopping cinese nel settore strategico dei semiconduttori. L’esecutivo di Olaf Scholz ha stabilito d’impedire l’acquisto di investitori cinesi di due fabbriche di microchip. “La Cina resta un nostro partner, ma non dobbiamo essere ingenui”, ha sentenziato il vicecancelliere Robert Habeck, promotore del veto approvato dall’Esecutivo.

    Il primo caso è quello della fabbrica di microchip del gruppo Elmos di Dortmund, che ha già annunciato di voler prendere provvedimenti legali contro lo stop forzato dell’operazione cinese, che sarebbe avvenuta attraverso una filiale svedese. Ma anche la Ers Electronic, con sede in Baviera – il nome è trapelato da indiscrezioni circolate sui media locali – sarebbe stata colpita dalla decisione del governo. “È importante il segnale che inviamo oggi: siamo un’economia di mercato aperta, ma un’economia di mercato aperta non deve essere ingenua”, ha sostenuto il ministro dell’Economia, davanti alla stampa. Habeck ha spiegato che le valutazioni in futuro saranno “anche più severe”. “In alcuni settori critici le dipendenze vanno infatti ridotte”, secondo il politico verde, che ha ereditato l’enorme problema del gas, risorsa rispetto alla quale la Germania ha sviluppato per anni una rovinosa dipendenza dalla Russia. Nei giorni scorsi aveva fatto discutere una notizia di segno inverso, con la decisione di Olaf Scholz di imporsi per la cessione proprio ai cinesi di una quota del 24,9% di uno dei terminal del porto di Amburgo: la città da cui proviene il cancelliere che proprio del capoluogo anseatico è stato a lungo sindaco. La decisione del Kanzler, che si è fatto valere superando la resistenza di diversi ministeri, cedendo solo sulla quantità della “fetta” (inizialmente era prevista una partecipazione del 35%), ha preceduto un importante viaggio del leader tedesco in Cina.

  • Autocrati che usano gli stessi metodi non a caso si somigliano

    Io credo che le sole cose sicure in questo mondo siano le coincidenze.

    Leonardo Sciascia

    Tutto si è svolto e finito come era stato previsto. I lavori del XX Congresso nazionale del partito comunista cinese, iniziato il 16 ottobre, si sono conclusi una settimana dopo, il 22 ottobre scorso. Alla fine dei lavori circa 2300 delegati del congresso, presenti nella Grande Sala del Popolo, su piazza Tiananmen nel pieno centro di Pechino, hanno votato all’unanimità le modifiche della Costituzione, il documento base del partito. Costituito nel 1921 a Shanghai, città che allora era nota come la Concessione francese di Shanghai, il partito svolse in seguito il suo primo congresso nazionale che durò nove giorni, dal 23 al 31 luglio 1921. Durante quel congresso è stata approvata anche la prima Costituzione del partito comunista cinese. Un anno dopo, nel luglio 1922 e di nuovo a Shanghai si svolse il secondo congresso del partito, durante il quale si approvò anche l’iscrizione del partito all’Internazionale comunista. Basandosi sull’ideologia marxista e leninista, come anche il partito comunista dell’Unione sovietica, gli obiettivi del partito comunista cinese erano quelli tipici dei partiti di simile orientamento ideologico, costituiti in seguito in diversi Paesi del mondo. Tra quegli obiettivi, i più importanti erano il rovesciamento della borghesia e l’eliminazione delle distinzioni di classe. Obiettivi quelli per l’esercito rivoluzionario del proletariato che si doveva formare. In seguito, si doveva istituire la dittatura del proletariato che, a sua volta, doveva attuare la continua lotta di classe; un importante obiettivo permanente per il partito comunista che doveva guidare anche la nazionalizzazione dei mezzi di produzione.

    Durante il XX congresso nazionale del partito comunista cinese i delegati all’unanimità hanno approvato l’emendamento alla Costituzione del partito sul numero dei mandati, che non erano più di due, per il segretario generale. È stato proprio quell’emendamento che ha permesso all’attuale segretario generale di avere il suo tanto ambito terzo mandato. Il che ha ulteriormente rafforzato i suoi poteri che già erano grandi. Lo stesso emendamento stabiliva anche i cosiddetti “due stabili” e le “due salvaguardie”. Un modo tipicamente cinese per definire determinate cose. Il primo tra i “due stabili” sancisce che il segretario generale è il “nucleo” del partito. Il secondo stabilisce che le idee del segretario generale diventano anche i principi guida del partito. Mentre le “due salvaguardie” sanciscono lo status centrale del segretario generale all’interno del partito e l’autorità centralizzata del partito a livello nazionale. Misure quelle volute dal segretario generale, per consolidare ulteriormente il suo potere istituzionale, il ruolo guida del suo pensiero e della sua volontà all’interno del partito comunista cinese che in realtà è un partito – Stato.

    I delegati del XX congresso nazionale del partito comunista cinese hanno approvato all’unanimità anche una risoluzione finale. In quella risoluzione si ribadisce, tra l’altro, la ferma opposizione all’indipendenza di Taiwan. Tutto questo anche dopo la visita della presidente della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti d’America nei primi giorni dell’agosto scorso. Una visita che ha suscitato subito delle reazioni ufficiali e delle “esercitazioni militari” nei pressi dell’isola da parte della Cina. In quella risoluzione si conferma che la Cina farà “un’opposizione risoluta per scoraggiare i separatisti che cercano ‘l’indipendenza di Taiwan'”.

    Alla fine dei lavori del XX congresso nazionale del partito comunista cinese il segretario generale, durante il suo intervento conclusivo, sempre con il tipico modo cinese d’espressione, ha dichiarato: “Non saremo spaventati da pericolose tempeste, perché la gente ci darà sempre fiducia. Cavalcheremo sempre la tempesta con la nostra gente prendendo le loro priorità come nostre e agendo secondo i loro desideri, continueremo il duro lavoro per trasformare la loro aspirazione a una vita migliore in realtà”. Lui ha affermato, altresì, che “Di fronte a nuove sfide e test nel viaggio che ci attende, dobbiamo rimanere in allerta e rimanere sobri e prudenti come uno studente che affronta un esame senza fine. Non dobbiamo fermare i nostri passi nell’esercizio di una piena e rigorosa governance all’interno del partito. Dobbiamo assicurarci che il nostro partito secolare, il più grande del mondo, diventi sempre più vigoroso attraverso l’autoriforma e continui ad essere la solida spina dorsale su cui il popolo cinese può contare in ogni momento”. Il segretario generale del partito poi ha aggiunto: “Proprio come la Cina non può svilupparsi isolata dal mondo, il mondo ha bisogno della Cina per il suo sviluppo […] Attraverso oltre 40 anni di incessanti riforme e aperture, abbiamo creato i due miracoli di una rapida crescita economica e di una stabilità sociale di lungo termine”. Alla fine del suo discorso, fiducioso, dopo aver ottenuto il tanto ambito terzo mandato, il segretario generale del partito comunista cinese ha dichiarato che la Cina “creerà molte più opportunità per il mondo”. I lavori del del XX congresso nazionale del partito comunista cinese si sono conclusi con le note dell’Internazionale, suonata dalla banda militare. Un tipico e molto significativo messaggio di basilare appartenenza ideologica.

    Ma non è solo il segretario generale del partito comunista cinese, un partito – Stato, che ha rafforzato i suoi poteri istituzionali e personali in seguito a degli emendamenti costituzionali. Lo hanno fatto anche altri autocrati. Uno dei quali è il presidente della Turchia. Lo ha fatto con il referendum del 16 aprile 2017. Lui, fondatore nel 2001, del partito della Giustizia e dello Sviluppo (nella lingua turca Adalet ve Kalkınma Partisi – AKP; n.d.a.), dopo essere stato sindaco di Istanbul (1994 – 1998) e primo ministro dal 2003 fino al 2014, è stato eletto presidente della Turchia nell’agosto del 2014. In seguito, dopo il fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016, il presidente turco ha deciso di rafforzare i propri poteri. Allora lui ha indicato e denunciato il mandante di quel colpo di Stato: Fethullah Gülen, suo amico fino a qualche anno fa.  L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore di quel golpe. Egli scriveva tra l’altro che “Il fallito golpe del 15 luglio 2016 rappresenta un momento cruciale della recentissima storia della Turchia in cui è stato coinvolto direttamente e personalmente Erdogan”. Sottolineando che il presidente turco dopo il fallimento del golpe aveva soprattutto “…ideato e avviato un periodo di rappresaglie e di purghe”. Aggiungendo che lui “Vedeva e considerava nemici dappertutto, chiunque poteva essere e/o diventare un pericoloso avversario per lui. Perciò dichiarò guerra a tutto e tutti. Obiettivi e vittime, uccisi o condannati, decine di migliaia, tra alti ufficiali dell’esercito, giornalisti, docenti universitari e insegnanti, artisti e altri ancora. E se questo non rappresenta un inizio di dittatura, allora cos’è?” (Erdogan come espressione di totalitarismo; 28 marzo 2017). L’autore di queste righe ha informato il nostro lettore anche della cosiddetta Dottrina Davutoglu. Egli, tra l’altro, scriveva nel gennaio dello scorso anno anche di quella dottrina sottolineando che “…da più di dieci anni ormai, è diventata parte integrante ed attiva della politica estera della Turchia”. Chi scrive queste righe informava il nostro lettore che “…La Dottrina Davutoglu, fortemente sostenuta anche dall’attuale presidente turco, si basa sul principio dell’istituzione di una specie di Commonwealth degli Stati ex ottomani, dal nord Africa fino ai Balcani. Secondo questa dottrina, la Turchia dovrebbe diventare un ‘catalizzatore e motore dell’integrazione regionale’. La Turchia deve non essere ‘un’area di anonimo passaggio’ ma diventare ‘l’artefice principale del cambiamento’. Mentre Erdogan, prima da primo ministro e poi da presidente, continua deciso all’attuazione di questa dottrina”. Ma da alcuni anni l’autore di queste righe ha trattato ed informato il nostro lettore, sempre basandosi sui fatti accaduti e documentati, anche dei rapporti di “amicizia e di fratellanza” tra il presidente turco ed il primo ministro albanese. Un rapporto quello che egli ha sempre considerato, basandosi soltanto sui fatti accaduti, pubblicamente noti e documentati, come occulto e fondato su delle sudditanze pericolose da parte del primo ministro albanese (Erdogan come espressione di totalitarismo, 28 marzo 2017; Relazioni occulte e accordi peccaminosi, 11 gennaio 2021; Diabolici demagoghi, disposti a tutto per il potere, 18 gennaio 2021; Amicizie occulte e sudditanze pericolose, 24 gennaio 2022).

    Espressione di quel rapporto di “amicizia e di fratellanza” ma anche di “sudditanza occulta” sono state anche le chiusure nella capitale dell’Albania, il 23 settembre scorso, di un collegio e di un‘asilo per bambini. Tutte e due parte di una fondazione turca finanziata dalla stessa persona accusata dal presidente turco come ideatore e organizzatore del sopracitato golpe del 15 luglio 2016 in Turchia. Quelle due chiusure, considerate del tutto ingiustificate e illecite secondo i dirigenti del collegio e dell’asilo, ma anche da noti professionisti di giurisprudenza e avvocati, sono state attuate solo poco dopo l’inizio di quest’anno scolastico. Non sono servite a niente le giustificazioni date dalla ministra dell’istruzione e da altri rappresentanti governativi. Anzi, hanno soltanto aumentato la diffusa convinzione che quelle chiusure sono state richieste espressamente dal presidente turco al primo ministro albanese e da quest’ultimo eseguite con ubbidienza. Come sempre. E come sempre in cambio di qualche “supporto” da parte del presidente turco, suo “caro amico e fratello”. Che le chiusure, il 23 settembre scorso, del collegio e dell’asilo sono state eseguite in seguito ad una richiesta del presidente turco, o da chi per lui, lo hanno in seguito affermato anche alcune fonti mediatiche in Turchia. Ma quello della chiusura del collegio e dell’asilo non sono stati un caso isolato. Perché due anni fa sono state chiuse tre altre scuole in altrettante città albanesi, sempre parte della rete di scuole ed asili della sopracitata fondazione finanziata dal nemico personale del presidente turco. Durante questi ultimi anni l’opinione pubblica in Albania è stata spesso informata delle ripetute richieste di diversi alti rappresentanti del governo turco, compreso anche lo stesso presidente turco, per delle drastiche misure restrittive nei confronti di tutte le scuole ed altre strutture di quella Fondazione. Ma altre richieste, ormai pubblicamente note, sono state ripetutamente fatte al primo ministro albanese ed altri alti rappresentanti istituzionali, in diverse occasioni, per intervenire e cambiare i vertici della Comunità musulmana albanese, sempre perché considerati come sostenitori del nemico personale del presidente turco.

    Due settimane fa è stata resa nota una notizia molto preoccupante. Un diplomatico turco è stato presentato al ministero degli Affari Esteri in Albania come parte attiva dei dirigenti ed alti funzionari dello stesso ministero. La notizia non è stata mai negata da chi di dovere. Il che ne è la diretta conferma della veridicità della stessa. E guarda caso, nello stesso periodo, all’inizio di questo mese, il primo ministro albanese è andato in Turchia per una visita ufficiale e si è incontrato con il suo caro “amico e fratello”, il presidente turco. Lo hanno reso noto le agenzie di stampa turche. Niente di anormale si potrebbe subito pensare. Ma solo il fatto che quella visita non è stata resa nota né dallo stesso primo ministro albanese, come fa sempre tramite i suoi “cinguettii” quotidiani e neanche dal suo ufficio stampa, crea molti sospetti sulla stessa visita. Chissà di cosa hanno discusso e si sono accordati questa volta i due “amici e fratelli”?!

    Chi scrive queste righe è convinto che non sono solo il segretario generale del partito comunista cinese e il presidente turco che hanno rafforzato i propri poteri istituzionali e personali con degli emendamenti costituzionali. Lo hanno fatto diversi autocrati e dittatori come quello russo ed altri. E, nel suo piccolo, lo ha fatto a più riprese anche il primo ministro albanese. Sono sempre degli autocrati che usano gli stessi metodi. Perciò non a caso si somigliano. Aveva ragione Leonardo Sciascia, il quale credeva che le sole cose sicure in questo mondo siano le coincidenze.

  • Sanzioni Ue all’Iran

    L’Unione europea ha licenziato un pacchetto sanzioni ai danni dell’Iran a causa delle «feroci repressioni” della protesta scatenata dal caso Mahsa Amini e ha messo nel mirino le “presunte” forniture di droni alla Russia.

    “Stiamo raccogliendo le prove e siamo pronti a reagire con i mezzi a nostra disposizione”, ha detto l’alto rappresentante della politica estera Ue Josep Borrell al termine del consiglio affari esteri Ue (Cae) riunitosi in Lussemburgo. Un artifizio diplomatico perché, in realtà, l’Ue sarebbe intenzionata a intervenire presto.

    La velocità delle crisi, insomma, supera l’attuale capacità dell’Ue di farvi fronte. Il Cae doveva essere incentrato sul grande risultato di far partire, finalmente, la missione di addestramento Ue per le forze ucraine (ben 15mila nell’arco dei prossimi due anni). Per come si era messa ad agosto dopo l’annuncio a sorpresa di Borrell, con una certa riluttanza a procedere da parte di alcuni Stati membri, Bruxelles ha chiuso la partita in tempi assai brevi per queste latitudini.

    L’Ungheria ad esempio si è astenuta, lasciando “costruttivamente” andare avanti gli altri. La missione avrà il quartier generale a Bruxelles, istruirà anche le forze di difesa territoriali ucraine (dunque non solo l’esercito regolare) e si svolgerà sul territorio di alcuni Paesi Ue (Polonia, Germania e Francia). Luce verde anche a un’ulteriore tranche di assistenza militare all’Ucraina da 500 milioni di euro, sempre attraverso lo European Peace Facility.

    Al Cae si è unito in collegamento – da un bunker antiaereo – il ministro degli Esteri di Kiev Dmytro Kuleba. “Credo che sia la prima volta che accade una cosa del genere”, ha sottolineato Borrell. Kuleba ha sferzato gli alleati a procedere con un nono giro di sanzioni alla Russia e ha sollevato con forza la questione dei droni iraniani (stando ad altri media Teheran starebbe per fornire a Mosca anche missili a corto raggio). L’Ue sul punto si sta attivando e i 27 hanno chiesto la compilazione di un dossier, con il contributo della varie intelligence. Sembra un paradosso, con le immagini dei droni che piovono sui cieli ucraini. “Ma di droni è pieno il mondo”, ha confidato un alto funzionario europeo. “L’intesa politica sulla necessità di sanzionare l’Iran c’è già, ora serve il contributo del servizio legale”.

    Intanto il Consiglio si è mosso colpendo 11 individui e 4 entità iraniane – compresa la polizia morale – per il ruolo svolto nel corso delle repressioni (divieto d’ingresso nell’Ue e confisca dei beni). “Sappiamo che non cambierà d’incanto la vita degli iraniani ma si tratta di un messaggio politico che Teheran non gradirà: è il modo che l’Ue ha per iniziare a intervenire su questi temi”, ha notato Borrell.

    L’altro aspetto di peso è stato il dibattito sulla Cina, proprio il giorno successivo al discorso – giudicato come “assertivo” – di Xi al congresso del Partito Comunista. Un documento preparato dal servizio di azione esterna dell’Ue ha raccomandato ai 27 di attuare una postura più severa nei confronti di Pechino; documento che non è stato “confutato” dai ministri presenti. “La Cina è sempre di più un competitor per noi”, ha sentenziato Borrell. “Ma i problemi del mondo non si possono risolvere senza di lei, uno su tutti il cambiamento climatico”.

    Il dibattito continuerà ma l’obiettivo è di potenziare “la resilienza” del blocco e di evitare la ripetizioni di errori del passato. Ovvero rigettare le dipendenze in settori strategici per l’Unione – tipo le “terre rare” – al contrario di quanto fatto con la Russia sul gas.

  • Five reasons why China’s economy is in trouble

    China’s economy is slowing down as it adapts to a punishing zero-Covid strategy and weakening global demand.

    Official growth figures for the July to September quarter are expected soon – if the world’s second-largest economy contracts, that increases chances of a global recession. Beijing’s goal – an annual growth rate of 5.5% – is now out of reach although officials have downplayed the need to meet the target. China narrowly avoided contraction in the April to June quarter. This year, some economists do not expect any growth.

    The country might not be battling steep inflation like the US and the UK, but it has other problems – the factory of the world has suddenly found fewer customers for its products both domestically and internationally. Trade tensions between China and major economies such as the US are also hampering growth.

    And the yuan is on course for its worst year in decades as it plummets against the US dollar. A weak currency spooks investors, fuelling uncertainty in financial markets. It also makes it difficult for the central bank to pump money into the economy.

    All of this is happening at a time when the stakes are especially high for President Xi Jinping – he is expected to secure an unprecedented third term at the Communist Party Congress (CPC) which begins on 16 October.

    So what exactly has gone wrong?

    1. Zero Covid is wreaking havoc

    Covid outbreaks in several cities, including manufacturing hubs like Shenzhen and Tianjin, have been hurting economic activity across industries.

    People are also not spending money on things like food and beverages, retail or tourism, putting major services under pressure.

    On the manufacturing side, factory activity appears to have climbed back up in September, according to the National Bureau of Statistics.

    The rebound could be because the government is spending more on infrastructure.

    But it came after two months in which manufacturing did not expand. And it has raised questions, especially since a private survey showed that factory activity actually fell in September, with demand hitting output, new orders and employment.

    Demand in countries like the US has declined too because of higher interest rates, inflation and the war in Ukraine.

    Experts agree that Beijing could do more to stimulate the economy, but there is little reason in doing so until zero Covid ends.

    “There is not a lot of point in pumping money into our economy if businesses cannot expand or people cannot spend the money,” said Louis Kuijs, chief Asia economist at S&P Global Ratings.

    2. Beijing isn’t doing enough

    Beijing has stepped in – in August it announced a 1 trillion yuan ($203bn; £180bn) plan to boost small businesses, infrastructure and real estate.

    But officials can do a lot more to trigger spending to meet growth targets and create jobs.

    This includes investing more in infrastructure, easing borrowing conditions for home buyers, property developers and local government, and tax breaks for households.

    “The response of the government to the weakness in the economy has been quite modest compared to what we have seen during previous economic bouts of weakness,” Mr Kuijs said.

    3. China’s property market is in crisis

    Weak real estate activity and negative sentiment in the housing sector has undoubtedly slowed growth.

    This has hit the economy hard because property and other industries that contribute to it account for up to a third of China’s Gross Domestic Product (GDP).

    “When confidence is weak in the housing market, it makes people feel unsure about the overall economic situation,” Mr Kuijs said.

    Home buyers have been refusing to make mortgage payments on unfinished buildings and some doubt their houses will ever be completed. Demand is down for new homes and that has reduced the need for imports of commodities used in construction.

    Despite Beijing’s efforts to prop up the real estate market, home prices in dozens of cities have declined by more than 20% this year.

    With property developers under pressure, analysts say authorities might have to do far more to restore confidence in the real estate market.

    4. Climate change is making matters worse

    Extreme weather is starting to have a lasting impact on China’s industries.

    A severe heatwave, followed by a drought, hit the south-western province of Sichuan and the city of Chongqing in the central belt in August.

    As the demand for air conditioning spiked, it overwhelmed the electricity grid in a region that almost entirely relies on hydropower.

    Factories, including major manufacturers like iPhone maker Foxconn and Tesla, were forced to cut hours or shut altogether.

    China’s Statistics bureau said in August that profits in the iron and steel industry alone were down by more than 80% in the first seven months of 2022, compared to the same period last year.

    Beijing eventually came to the rescue with tens of billions of dollars to support energy companies and farmers.

    5. China’s tech titans are losing investors

    A regulatory crackdown on China’s tech titans – which has already lasted two years – is not helping.

    Tencent and Alibaba reported their first drop in revenue in the most recent quarter – Tencent’s profits fell by 50%, while Alibaba’s net income fell by half.

    Tens of thousands of young workers have lost work – adding to a jobs crisis where one in five people aged 16 to 24 are unemployed. This could hurt China’s productivity and growth in the long run.

    Investors are also sensing a shift in Beijing – some of China’s most successful private companies have come under greater scrutiny as Mr Xi’s grip on power grows.

    As state-owned companies appear to be gaining favour, foreign investors are taking money off the table.

    Japan’s Softbank pulled out a huge amount of cash from Alibaba, while Warren Buffet’s Berkshire Hathaway is selling its stake in electric vehicle maker BYD. Tencent has had more than $7bn worth of investments withdrawn in the second half of this year alone.

    And the US is cracking down on Chinese companies listed on the American stock market.

    “Some investment decisions are being postponed, and some foreign companies are seeking to expand production in other countries,” S&P Global Ratings said in a recent note.

    The world is becoming accustomed to the fact that Beijing may not be as open for business as it used to be – but Mr Xi is risking the economic success that has powered China in recent decades.

  • Hong Kong judge finds five guilty over children’s books

    A Hong Kong judge has found five speech therapists guilty of publishing seditious children’s books.

    Their books – about sheep trying to hold back wolves from their village – were interpreted by authorities as having an overtly political message.

    After a two-month trial a government-picked national security judge said their “seditious intention” was clear.

    It comes amid a crackdown on civil liberties since 2020, when China imposed a new national security law.

    Beijing has said the law is needed to bring stability to the city, but critics say it is designed to squash dissent.

    The law makes it easier to prosecute protesters and reduces the city’s overall autonomy, while also increasing Beijing’s influence over political and legal decision-making in the city.

    The group of five speech therapists, who were founding members of a union, produced cartoon e-books that some interpreted as trying to explain Hong Kong’s pro-democracy movement to children.

    In one of the three books a village of sheep fight back against a group of wolves who are trying to take over their settlement.

    In another one, the enemy attackers are portrayed as dirty and diseased wolves.

    “The seditious intention stems not merely from the words, but from the words with the proscribed effects intended to result in the mind of children,” wrote Judge Kwok Wai-kin in his judgement, AFP news agency reports.

    He said the books’ young readers would be led to believe that Chinese authorities were coming to Hong Kong with the “wicked intentions” of ruining the lives of the city’s inhabitants.

    Lai Man-ling, Melody Yeung, Sidney Ng, Samuel Chan and Fong Tsz-ho, who have already spent more than a year in jail awaiting the verdict, will be sentenced in the next few days.

    The group, who are aged between 25 and 28 and had pleaded not guilty, face up to two years in prison.

    “In today’s Hong Kong, you can go to jail for publishing children’s books with drawings of wolves and sheep. These ‘sedition’ convictions are an absurd example of the disintegration of human rights in the city,” said Gwen Lee from rights group Amnesty International.

    The group was charged under a colonial-era sedition law which until recently had been rarely used by prosecutors.

    Also on Wednesday, the head of Hong Kong’s journalist union was arrested just weeks before he was due to leave the city to take up a fellowship at Oxford University.

    Ronson Chan, 41, was taken away by police while reporting on a meeting of public housing owners – his employer Channel C said.

    Police confirmed they had arrested an individual after he refused to show his ID and acted “uncooperatively”.

  • Le guerre per le terre rare minano anche il nostro futuro

    Mentre la nostra attenzione è, ovviamente, concentrata sui diversi problemi dovuti al rincaro del gas e alla sospensione di gran parte dei rifornimenti dalla Russia, si rischia che manchi all’analisi del nostro futuro quali saranno le conseguenze delle varie guerre di potere per accaparrarsi quelle materie prime senza le quali la società mondiale non può più vivere.

    Lo scontro tra i grandi della terra è sulle terre rare senza le quali le vecchie e nuove tecnologie non possono funzionare e in questo scontro ogni giorno si contano molte vittime.

    Il Congo è ricco di coltan, il minerale indispensabile per il funzionamento dei migliori microchip, quei microchip che regolano ogni tecnologia e presto saranno usati anche nell’industria pesante. Il coltan del Congo è particolare per la concentrazione di columbite-tantalite che porta ad un risparmio energetico, ad esempio prolunga la durata delle batterie e perciò è particolarmente richiesto anche per le macchine elettriche.

    La grande richiesta del coltan, in una paese poverissimo nonostante le tante risorse minerarie, cobalto in testa, aumenta le lotte intestine, i traffici internazionali, le guerre di potere, tutto a scapito della popolazione, che in gran parte lavora più di 12 ore al giorno, senza protezione e per una misera manciata di dollari.

    La Cina ha ovviamente un rapporto stretto con il governo congolese e ha usato tutti i mezzi per aggiudicarsi l’esclusiva del cobalto e si muove, anche sotto la copertura di varie società che tra loro si fondono con giochi ad incastro. Nel frattempo la situazione di donne e bambini resta drammatica mentre gli attacchi di bande armate, dei contrabbandieri e dell’Isis continuano contro la popolazione civile.

    Continua anche la corsa al litio, materiale essenziale per le moderne tecnologie e del quale la Bolivia detiene un quarto delle riserve mondiali conosciute ma non ne produce che pochissime quantità perché l’ex presidente Morales comanda ancora. Pur essendo nazionalizzata l’estrazione del litio, esiste solo un piccolo impianto che non riesce a produrre in modo industriale. Nel 2021 Morales ha deciso di mettere fine alla fallimentare nazionalizzazione ma solo nell’interesse di Pechino e Mosca.

    Le batterie al litio sono le più efficienti e riciclabili perciò è un grande affare produrlo, utilizzarlo, venderlo vista la necessità di arrivare all’autotrasporto elettrico così la metà delle compagnie che potranno avviare progetti di ricerca sul litio sono cinesi. Una di queste ha fatto una società mista con una società statale boliviana per l’industrializzazione delle saline. Il litio boliviano sarà anche a disposizione di una azienda statale russa che si occupa di energia nucleare, poiché è uno dei maggiori produttori mondiali di uranio, la Bolivia è ricca anche di questo materiale.

    Russia e Cina pur essendo apparentemente alleate su molte questioni, compreso il silenzio colpevole del presidente cinese sulla guerra di Putin contro l’Ucraina, in effetti hanno una forte rivalità per la conquista proprio delle terre rare. Queste terre sono molto presenti nel sottosuolo degli ex paesi satelliti dell’Unione Sovietica come il  Kazakistan, il Turkmenistan, il Kirghizistan.

    La concorrenza continua anche per appropriarsi dei grandi giacimenti, non solo di preziosissimo rame, in Afganistan. In effetti le concessioni di alcune miniere sono in mano cinese già dal 2007 ma le note vicende afgane hanno per ora impedito l’estrazione. I cinesi inoltre potrebbero godere di un enorme giacimento di litio nell’alto Tibet individuato recentemente.

    Guerre e guerriglie grandi e piccole, ufficiali od ufficiose, continuano e si espandono, in nome di finti ideali, per garantire terre rare e potere ai giganti del mondo mentre le popolazioni dei paesi, che nel  sottosuolo hanno tante ricchezze, restano sempre più povere.

    Quando i giganti avranno raggiunto la piena acquisizione dei metalli e delle terre rare saranno i padroni definitivi del mondo, forse si faranno guerra tra di loro, forse si divideranno il mondo ma certamente noi non saremo più liberi ed indipendenti come siamo ora, o come crediamo di essere.

    Anche per questo aiutare il popolo ucraino a salvare la sua indipendenza e le ricchezze del suo sottosuolo è necessario e giusto anche per il nostro futuro di libertà e benessere.

  • L’Onu accusa la Cina di compiere crimini contro gli uiguri

    Le accuse alla Cina sulle “gravi violazioni” dei diritti umani nello Xinjiang sono “credibili” e  lo stato è tale da richiedere un'”urgente attenzione” internazionale: l’Ufficio dell’Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani si è spinto fino a rilevare che “la portata della detenzione arbitraria e discriminatoria degli uiguri e di altri gruppi a maggioranza musulmana può costituire crimini internazionali, in particolare contro l’umanità”.

    A pochi minuti dalla scadenza del suo mandato, l’Alto Commissario Michele Bachelet ha diffuso il rapporto a lungo atteso sullo stato dei diritti umani nello Xinjiang, sgretolando le ragioni delle politiche contro il  radicalismo opposte dalla Cina. Che ha reagito furiosamente: “Il cosiddetto rapporto critico è pianificato e inventato in prima persona dagli Usa e da alcune forze occidentali. E’ del tutto illegale e non è valido”, ha tuonato il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin. “E’ un miscuglio di disinformazione ed è uno strumento politico usato come parte della strategia occidentale di far leva sullo Xinjiang per controllare la Cina”, ha aggiunto.

    Le quasi 50 pagine del lavoro hanno messo in discussione le strategie contro terrorismo ed estremismo “e le politiche associate che hanno portato a schemi intrecciati di restrizioni gravi e indebite su una ampia gamma di diritti umani”, tra problematiche “di standard internazionali sui diritti umani” con concetti vaghi e aperti che danno ai funzionari ampi margini di discrezionalità. Il rapporto copre un periodo pluriennale durante il quale le autorità cinesi avrebbero detenuto arbitrariamente fino a 1,8 milioni di uiguri e di altre minoranze, secondo molti lavori investigativi di gruppi per i diritti umani, ricercatori, media e attivisti, tra torture, sterilizzazioni forzate e lavori di rieducazione, sradicamento delle tradizioni linguistiche, culturali e religiose, in quello che Usa e diversi parlamenti occidentali hanno definito genocidio e crimini contro l’umanità. Il rapporto ha formulato anche 13 raccomandazioni a Pechino, incluso il rilascio tempestivo dei detenuti in centri vocazionali, prigioni o altre strutture.

    Adrian Zenz, antropologo tedesco, è forse la persona più invisa a Pechino per aver sollevato in modo sistematico la questione, finendo per essere colpito da sanzioni. “Non è forte sotto tutti i punti di vista, ma è un ottimo inizio. Non credo che il rapporto sia il miglior risultato possibile, ma date le circostanze, è meglio di quello che avrebbe potuto essere”, ha ammesso con realismo. Su Twitter ha apprezzato il metodo principale seguito, in linea con il suo, ovvero “l’uso di documenti del governo cinese per provare le violazioni dei diritti”, senza artifici.

    “Questo rapporto è estremamente importante e apre la strada a un’azione significativa da parte degli organismi dell’Onu e della comunità imprenditoriale”, ha commentato il presidente del Congresso uiguro mondiale Dolkun Isa.

    Bachelet aveva promesso la diffusione del rapporto entro la fine del mandato a dispetto delle pressioni, difendendosi dalle accuse di indulgenza verso Pechino, affermando che il dialogo “non significa chiudere gli occhi, che siamo tolleranti, che distogliamo lo sguardo o che chiudiamo gli occhi. E ancor meno che non possiamo parlare francamente”. L’ex presidente del Cile era stata criticata per la visita fatta a fine maggio in Cina e nello Xinjiang tra varie restrizioni. Aveva avuto anche una videoconferenza con il presidente Xi Jinping che aveva ammonito che le “questioni relative ai diritti umani non dovrebbero essere politicizzate, strumentalizzate o trattate con doppi standard”, osservando che la Cina ha “un percorso di sviluppo dei diritti umani che si adatta alle sue condizioni nazionali”.

    Sophie Richardson, a capo di Human Rights Watch per la Cina, anche lei finita nelle sanzioni di Pechino, ha notato che il rapporto Bachelet non è quello che Xi “voleva un mese prima del 20° Congresso del Partito comunista”, quando il leader cercherà un inedito terzo mandato.

  • Hong Kong’s ‘Grandma Wong’ jailed over 2019 protests

    A prominent Hong Kong protester has been jailed for 32 weeks for taking part in anti-government protests in 2019.

    Alexandra Wong, 66, nicknamed Grandma Wong, denied the charges earlier this year, but changed her plea to guilty on Wednesday, the first day of her trial.

    Ms Wong was regularly seen at the protests three years ago, usually waving a British union jack flag.

    Prosecutors charged her in connection with two flash mobs on 11 August 2019.

    They accused Ms Wong of shouting “offensive words” at an unlawful assembly, adding that her flag-waving and slogans encouraged an illegal gathering.

    Hong Kong Principal Magistrate Ada Yim said the protests had caused “disruption to social order”.

    Ms Wong disappeared half way through the 2019 protests, but re-emerged in October 2020, saying she had been detained in the border city of Shenzhen and forced to renounce her activism.

    Her jailing comes a day after Hong Kong authorities sentenced a veteran activist and terminal cancer patient to nine months in jail for his attempt to protest against the Beijing Olympics.

    Koo Sze-Yiu, 75, was arrested by police in February before he could carry out a solo demonstration criticising China.

    He was charged with sedition, which he has denied. He has said he will appeal against the sentence.

    Hong Kong was rocked by months of anti-government protests in 2019 and 2020. They were initially sparked by plans to allow extradition to mainland China, and then grew to include several issues, including anger over a controversial new security law brought in by China which cracks down on dissent.

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