Cina

  • Il dollaro ora ha il fiato pesante

     

    Di seguito riproponiamo l’articolo “Il dollaro ora ha il fiato pesante” che l’ex sottosegretario all’Economia Mario Lettieri e l’economista Paolo Raimondi hanno pubblicato su ItaliaOggi il 3 agosto

     

    Se persino un economista della banca americana Jp Morgan Chase, la più grande tra le «too big to fail» (troppo grosse per poter fallire ndr) ammette che l’era del dollaro come moneta degli scambi internazionali è arrivata al termine, vuol dire che qualcosa d’importante sta veramente cambiando nel sistema monetario mondiale. Il dollaro è stato la valuta di riserva dominante per quasi un secolo. Ma Craig Cohen, l’economista della citata banca, afferma che «il dollaro potrebbe perdere lo status di principale valuta internazionale».

    Una causa non secondaria è il crescente potere delle economie asiatiche, in particolare quello della Cina e del Giappone. Oggi l’intera regione asiatica, che comprende anche la Russia, vanta più del 50% del pil mondiale. E, com’è noto, per i commerci interni di questa vasta area si fa sempre più spesso uso di monete locali. L’altra ragione sta nel gigantesco debito pubblico americano che ha raggiunto i 22 mila miliardi di dollari. Ciò, inevitabilmente, rende la valuta americana più vulnerabile e meno appetibile per gli investitori. La prova evidente è la corsa all’oro e la crescita del suo valore. La Russia e la Cina guidano quest’azione. Nei primi cinque mesi dell’anno hanno aumentato le loro riserve auree di ben 70 tonnellate.

    Sembra che negli ultimi 10 anni la quota di oro nelle riserve russe sia quasi decuplicata. La Banca centrale di Mosca ne detiene 2190 tonnellate per un valore di circa 90 miliardi di dollari. Un quinto di tutte le riserve russe. Nel 2018 la Banca centrale russa ha dimezzato le riserve di dollari passando dal 45,8% al 22,7% del totale, sostituendoli con l’euro (passato dal 21,7% al 31,7%) e con lo yuan (salito dal 2,8% al 14,2% del totale)

    La Cina da gennaio sta acquistando decine di tonnellate di oro il mese che in parte sono destinate a incrementare le riserve. La quantità totale di oro è di circa duemila tonnellate. Rimane ancora molto spazio, poiché l’oro rappresenterebbe solo il 3,5% del totale delle riserve cinesi. Comunque, la concentrazione di oro è ancora negli Usa. Vi sarebbero, infatti, circa 8.200 tonnellate, pari a oltre il 70% di tutte le riserve americane. Una simile percentuale vale anche per la Germania. In Italia l’oro, con circa 2.450 tonnellate, rappresenta il 66% di tutte le nostre riserve. Ma la tendenza a livello mondiale di rimpiazzare il dollaro, nella composizione delle riserve, con l’oro e con altre monete prosegue speditamente.

    La progressiva perdita di affidabilità del «sistema dollaro» è testimoniata anche dalla presa di distanza di molti investitori istituzionali internazionali dai titoli di stato americani. In passato la Russia era ritenuta uno dei maggiori investitori in Treasury bond. Nel 2010 ne aveva 176 miliardi di dollari. Adesso la quota è scesa a 12 miliardi. La Cina, il principale detentore mondiale di Treasury bond, mese dopo mese ne vende per decine di miliardi di dollari. Negli ultimi due anni ha raggiunto il minimo storico, scendendo a 1.100 miliardi.

    Anche i più stretti alleati degli Usa incominciano ad avere dubbi circa l’attendibilità del sistema finanziario americano, tanto che persino la Gran Bretagna nel solo mese di aprile ha ridotto il portafoglio di obbligazioni americane di 16,3 miliardi di dollari. Il Giappone, che è il secondo creditore degli Usa, ha fatto lo stesso.

    Secondo il ministero delle Finanze di Washington, la stessa disaffezione si starebbe manifestando anche nella borsa di Wall Street, dove nei passati 13 mesi gli investitori stranieri avrebbero venduto azioni di società americane, soprattutto dei settori high tech, per circa 215 miliardi di dollari.

    Nonostante tutto ciò, Trump auspica una svalutazione del dollaro. Così, sostiene lui, si comprerebbero meno beni sui mercati mondiali e le esportazioni americane diventerebbero più competitive.

    In uno dei suoi recenti «messaggini» ha detto che «la Cina e l’Europa giocano con la grande manipolazione monetaria e immettono ingenti quantità di soldi freschi nei lori sistemi allo scopo di competere con gli Usa». Il presidente americano chiede, quindi, di stampare più dollari e con essi comprare altre monete, rendendo più conveniente per gli investitori stranieri cambiare le loro valute in dollari.

    Molti, anche negli Usa, gli hanno fatto notare che un dollaro svalutato non è la soluzione. È soltanto il percorso più sicuro per far aumentare i prezzi all’interno del paese, poiché le importazioni Usa sono in gran parte prodotti semilavorati che entrano nei processi produttivi nazionali. Ma Trump non ci sente. Se oltre alla guerra dei dazi si dovesse rischiare anche una guerra delle valute, la stabilità economica mondiale potrebbe essere messa pericolosamente a rischio e con essa, naturalmente, anche il ruolo del dollaro. Al riguardo il presidente della Bce, Mario Draghi, è stato molto chiaro: «Consideriamo l’accordo internazionale per evitare le svalutazioni valutarie competitive un pilastro del multilateralismo». Parole sagge e consapevoli.

  • IMF lowers global growth projections amid Sino-American trade war

    The International Monetary Fund downgraded its growth projection for 2019 amidst a Sino-American trade war and the increasing likelihood of a no-deal Brexit.

    The Washington-based institution now projects 3,2% global growth rather than 3,3% projected in April and 3,6% projected in January. The downgrade is mostly justified by declining investment, as business confidence is collapsing and the market is risk-averse. Consumer confidence is also affected.

    In May 2019 China and the US were embroiled in a spiralling trade was of escalating tariffs. Some US companies are moving their supply chains out of China to avoid tariffs. Global trade volumes are said to have declined by 0,5% since the first quarter of 2019.

    The IMF model still presumes an orderly UK exit, which means the risk to global growth is on the downside. The UK’s projected growth stands at 1,3% for 2019, which is marginally better than the 1,2% earlier this year.

    However, if the UK leaves without a transition arrangement, the economy could suffer a serious shock. For 2020, the IMF projects 1,4% growth, provided there is no disorderly Brexit. As for the US economy, the trade war is expected to cost dearly: from 2,9% growth projected in 2019, growth will drop to 1,9% in 2020.

    Another downside shock for the European economy – particularly Germany – would be the introduction of tariffs on European cars imported to the US.

    Responding to the economic slowdown, the US Federal Reserve is expected to cut interest rates by at least 25 basis points at the end of July. According to Der Spiegel, the European Central Bank is preparing for the second wave of quantitative easing by November. Both the ECB and the Bank of Japan already have their interest rates at zero.

    On Tuesday, American trade negotiators told CNBC that U.S. officials are planning to travel to China sometime between Friday and Thursday, August 1, but a deal is nowhere in sight. The US is willing to discuss easing restrictions on China’s Huawei in exchange for the purchase of U.S. agricultural produce but this will not pave the way to an end to the ongoing trade war.

  • La Cina affronta la crescita più lenta in una generazione

    Il secondo trimestre del 2019 ha visto il tasso di crescita della Cina più lento dal 1990. Nei tre mesi fino a giugno, l’economia cinese è cresciuta del 6,2%, anno dopo anno, in gran parte in linea con le previsioni ufficiali. La crescita industriale è proseguita del 6,3%, mentre il commercio al dettaglio è aumentato del 9,8%. La continua crescita è in gran parte determinata da investimenti pubblici, tagli significativi delle imposte e riduzione dei buffer di capitale richiesti dai prestatori cinesi. Questo pacchetto di stimoli cumulativi sembra funzionare, anche nel mezzo della grande guerra commerciale sino-americana e delle esportazioni in declino.

    Tuttavia, secondo l’ufficio di servizi statistici della Cina, l’economia sta affrontando una pressione al ribasso nella seconda metà del 2019. Gli analisti di mercato prevedono un rallentamento del 6-6,1% per il 2019, in calo rispetto a un obiettivo ufficiale del 6,5%. Il rallentamento della crescita nella seconda più grande economia del mondo sta sollevando preoccupazioni per una potenziale ricaduta sull’economia globale. E’ lecito pensare che il governo cinese si a attiverà per introdurre nuove misure di stimolo.

    Prospettando la più lenta crescita economica della Cina, Wang Tao, capo economista di UBS China, ha dichiarato all’emittente pubblica tedesca DW che la crescita rimane in linea con le aspettative, che è soddisfacente dato lo shock esterno, innescato dalla guerra commerciale con gli USA. Considerando l’economia cinese da 13 trilioni di dollari, la crescita del 6,2% contribuisce ancora per un terzo alla crescita globale.

  • Allarme auto elettriche: poco profitto e futuro incerto

    Da anni l’intero settore automobilistico è stato invaso dalle nuove tecnologie e specialmente dai nuovi motori sempre più green e attenti all’ambiente. La rivoluzione ha portato continui investimenti nel settore delle vetture elettriche e ad impatto zero, ma non sembra che stia andando tutto come previsto.

    Alix Partners, una società di consulenza, descrive l’industria automobilistica ormai come un deserto del profitto. E non è il primo indizio a riguardo. Prima Standard & Poor’s ha avvisato che l’outlook sui margini tende al brutto a causa dei troppi investimenti, a fronte dei quali la risposta del mercato appare quanto meno improbabile. Poi è stata la volta addirittura del numero due di Bmw, che ha spiegato come i cittadini europei siano molto scettici nell’acquistare auto solo elettriche.

    Gli analisti guardano con preoccupazione ad alcuni indicatori del settore. Il più importante è la quantità impressionante di soldi che i costruttori stanno investendo, da qui al 2023: 225 miliardi di dollari per l’elettrificazione della gamma e altri 50 per la guida autonoma, stando alle stime di Alix Partners. Per dare un riferimento, 275 miliardi è la metà dei 553 miliardi di Ebit che i costruttori di auto e veicoli leggeri hanno generato nel quinquennio 2014/18.

    Le imprese devono costantemente fare investimenti, per andare incontro alle opportunità di nuova domanda che si prospettano all’orizzonte, ma gli analisti in verità dipingono un trend tutt’altro che espansivo nei prossimi anni. Il primo mercato del Mondo, la Cina, che ha generato in questo decennio i due terzi della crescita, pare stia tirando il freno: si proietta un meno 8% quest’anno. Gli Stati Uniti sono entrati nella fase calante del ciclo e l’Europa, per bene che possa fare, non darà i volumi necessari.

    La spinta verso l’elettrificazione arriva comunque dai governi, che impongono limiti alle emissioni impossibili da rispettare e inutili sotto il profilo ambientale, accompagnati da multe miliardarie. Davanti a queste imposizioni, i costruttori si sono sentiti incalzati. In altri termini, è la prima volta che non sono loro, i car makers, a dettare l’agenda dello sviluppo.

    Resta importante capire l’impatto che avranno questi cospicui investimenti con poco mercato e scarsi profitti. Un generale indebolimento finanziario dell’industria automobilistica, che già lo scorso anno ha mandato un’avvisaglia: una flessione del 20% dei profitti, pari a 25 miliardi di dollari, nonostante una contestuale riduzione di 44mila addetti, la prima dopo la crisi 2008/10.

    Per quanto riguarda i consumi del nostro Paese, gli automobilisti italiani sono fortemente interessati all’auto elettrica, ma sono ancora molti i talloni d’Achille che ne frenano l’acquisto. I problemi sono noti, e discussi, da anni: al momento costa troppo, almeno rispetto alle vetture convenzionali, l’autonomia genera ansia e preoccupazioni e la rete di ricarica non è sufficiente e capillare.

    Michele Crisci, presidente dell’Unrae, sottolinea che “il futuro dell’auto elettrica sarà molto legato alla capacità che le infrastrutture avranno di permettere agli utenti una ricarica continua, veloce, diffusa in maniera ampia sia domestica sia pubblica, sia nei luoghi dove lavoriamo. L’auto del futuro – conclude Crisci – sarà sicuramente un’auto elettrica, connessa e condivisa. È inevitabile un periodo di transizione. Si devono tenere in considerazione i futuri sviluppi tecnologici, ma anche la situazione presente, perché in Italia abbiamo 37 milioni di autoveicoli obsoleti rispetto a queste tecnologie”.

    In conclusione i costruttori, dopo più di un secolo di mobilità individuale a motore, oltre a meritare fiducia e rispetto, hanno le spalle per reggere questa nuova sfida. Ma le prossime strategie andranno prese con oculatezza per evitare che tutto il settore finisca in una enorme bolla senza futuro.

  • Sistema monetario con lo yuan

    Riceviamo e pubblichiamo l’articolo a firma di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su Italia Oggi del 6 luglio 2019.

    A ogni azione corrisponde una reazione che, a volte, sorprende chi ha iniziato il contenzioso. È il caso della politica dei dazi e delle sanzioni di Donald Trump: stanno determinando le condizioni per la nascita di un sistema monetario parallelo basato sullo yuan cinese utilizzabile per gli scambi commerciali e come riserva monetaria. Soprattutto in Asia.

    Anche le sanzioni americane nei confronti di chi importa petrolio dall’Iran, di fatto, spingono in tale direzione. La Cina è il principale importatore di energia dall’Iran e continuerà a farlo. Il problema, di conseguenza, sorgerà al momento del pagamento in dollari.

    Ogni anno la Cina importa dal resto del mondo petrolio per 250 miliardi di dollari e altri 150 miliardi di merci, quali l’acciaio, il rame, il carbone e la soia. Tutte queste commodity finora sono valutate e commerciate in campo internazionale in dollari. Perciò anche la Cina li deve pagare con la valuta americana. Ciò dà alle autorità Usa un ampio margine di manovra su cosa la Cina compra e da chi. In verità, negli anni passati, gli Usa non hanno mai nascosto l’intenzione e la capacità di usare questa leva per condizionare certi sviluppi geopolitici e geoeconomici. Ad esempio, hanno imposto forti sanzioni pecuniarie contro alcune banche non americane, come la Standard Chartered inglese e la Bnp Paribas francese, per aver fatto operazioni finanziarie in dollari con le controparti iraniane, anche se le suddette banche non avevano violato alcuna regola dei paesi in cui gli accordi erano stati stipulati.

    Lo stesso potrebbe oggi succedere per quelle banche, cinesi oppure no, che dovessero giocare un ruolo nei pagamenti in dollari per saldare contratti d’importazione del petrolio iraniano. Pensare di costringere gli importatori di petrolio iraniano, tra cui la Cina, il Giappone, l’India e la Corea del Sud, a cambiare il paese di rifornimento, approvvigionandosi dall’Arabia Saudita, alleata di Washington, potrebbe rivelarsi un grave errore.

    Di fronte a questa situazione sta emergendo una serie di nuovi strumenti valutari internazionali alternativi al dollaro. Pechino lavora in questa direzione e si prevede per lo yuan un ruolo centrale. Prima di tutto, il governo cinese sta agevolando l’accesso ai finanziamenti in yuan attraverso organismi offshore con base a Hong Kong. In secondo luogo, per convincere chi esporta petrolio in Cina ad accettare pagamenti in yuan, Pechino intende dimostrare che i paesi produttori potrebbero utilizzare gli yuan non solo per l’acquisto di beni cinesi. Pechino, perciò, programma di offrire prodotti finanziari con un valore sicuro e stabile, facilmente monetizzabili, che potrebbero diventare, addirittura, un’alternativa ai bond del Tesoro americano.

    La Cina sta offrendo contratti future sul petrolio e sull’oro che, tra l’altro, permetterebbero agli interessati di creare una garanzia sul prezzo del petrolio ma anche di poterli convertire in oro. Il processo sembra lento ma è irreversibile. La Cina ha già convinto il Qatar ad accettare lo yuan per il pagamento di parte delle sue esportazioni di petrolio. Inoltre, come conseguenza dell’importante accordo pluriennale di acquisto di petrolio e gas russo per 400 miliardi di dollari da parte della Cina, lo scorso anno Mosca ha cambiato l’equivalente di 50 miliardi di dollari delle sue riserve monetarie in yuan. Pechino ha già siglato accordi di swap monetari con più di 30 Paesi, tra cui il Giappone e la Russia, che permettono di utilizzare per i commerci lo yuan. Molti progetti di cooperazione tra Brasile e Cina sono già finanziati e regolati in yuan.

    Alla vigilia del G20 Russia e Cina hanno sottoscritto un accordo per l’utilizzo di strumenti finanziari in rubli e in yuan fino a coprire nei prossimi anni il 50% di tutti i loro commerci bilaterali. È da notare che allo stesso tempo i due paesi stanno espandendo enormemente le loro riserve in oro.

    La stessa realizzazione della «Belt and Road Initiative», la Nuova Via della Seta, e il ruolo di finanziamento dell’ Aiib, Asian Infrastucture Investment Bank, serviranno per l’internazionalizzazione dello yuan. Molti progetti infrastrutturali con i paesi asiatici coinvolti sono già stipulati nella valuta cinese. Al riguardo è interessante la lettura dell’ultimo bollettino della Banca Mondiale sull’economia dei paesi dell’Africa sub-sahariana, dove la presenza e la cooperazione della Cina è visibilmente molto elevata. La composizione per valuta dell’intero ammontare del debito pubblico e privato di quella regione sarebbe così suddivisa: soltanto il 5,7% in euro, il 62,4% in dollari e il 25% in altre monete. E in quest’ultima categoria lo yuan occupa la parte preponderante.

    Questi processi di portata globale avranno inevitabilmente effetti sull’Europa, chiamata a giocare un ruolo attivo e non subalterno ad altri interessi.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Lo scienziato cinese che modifica il dna dei bimbi sospende gli esperimenti

    He Jiankui, lo scienziato cinese che dice di aver fatto nascere le prime due gemelle con dna geneticamente modificato (da padre sieropositivo) ha comunicato di aver sospeso la sperimentazione, dicendosi però «orgoglioso» della sperimentazione. L’annuncio è arrivato dopo forti polemiche, mentre gli scienziati di tutto il mondo hanno messo in guardia sui rischi. Modificare embrioni umani potrebbe infatti creare mutazioni impreviste, i cosiddetti effetti ‘off target’, che possono avere impatto a lungo termine.

    Nel frattempo otto coppie di volontari, con padre sieropositivo e madre sieronegativa, avevano già firmato per partecipare alla sperimentazione. Anche se una coppia si è poi ritirata, secondo quanto riferito da He tra queste coppie si è registrata «un’altra potenziale gravidanza» (si tratta però, ha specificato, di «una gravidanza chimica», cioè di un aborto molto precoce). «I volontari erano informati del rischio dell’esistenza di potenziali off-target e hanno deciso l’impianto», ha detto He, precisando anche che l’università di Shenzen «non era a conoscenza» dello sviluppo del trial.

    La Southern University of Science and Technology ha preso le distanze dalla sperimentazione, precisando di aver posto He in congedo non retribuito da febbraio, perché aveva «violato gravemente l’etica accademica». Anche gli organizzatori del Second International Summit on Human Genome Editing hanno negato di esser stati a conoscenza del lavoro di He. He, che ha studiato alla Stanford University, ha spiegato di aver modificato il genoma con la tecnica di editing CRISPR, che permette di rimuovere e sostituire una parte del dna. Il coinventore della tecnica, Feng Zhang, lo ha criticato: «La mia preoccupazione è che questo esperimento davvero non avrebbe dovuto accadere», «non è stato trasparente, non rappresenta la scienza».

    Se la modifica del dna può essere utile contro le malattie ereditarie, è invece controversa perché i ‘ritocchi’ vengono trasmessi alle future generazioni e possono ripercuotersi su tutto il pool genetico. In molti Paesi la procedura di modifica del dna umano è strettamente controllata e la stessa Cina ha dichiarato che l’esperimento di He sarebbe stato vietato. Tuttavia, l’ex ministro della Salute cinese ha sottolineato che le leggi non sono rigide, quindi è raro che gli scienziati che le violano siano puniti. Intanto, la Commissione nazionale per la salute ha ordinato una «indagine immediata».

     

  • Solo 4 banche cinesi su 19 superano gli stress test

    Sulla testata Transatlantico diretta da Andrew Spannaus, Paolo Balmas scrive che solo 4 banche su 19 hanno superato uno stress test eseguito dalla Development Bank of Singapore (DBS): la China Construction Bank, la China Merchants Bank, la Chongqing Rural Commercial Bank and the Bank of Shanghai. La DBS ha sottoposto le 19 banche, che rappresentano il 76% dell’intero settore bancario cinese, a una condizione caratterizzata dalla congiunzione di tre scenari negativi: un veloce calo della crescita economica al 4% per il 2020 (ora si aggira intorno al 6,6%); un crollo del 31% dei prezzi del real estate dovuto a una potenziale bolla del settore; un raddoppiamento dei tassi d’interesse sui crediti in sofferenza dal 5 al 10%. I risultati della DBS richiedono un intervento di circa due trilioni di yuan, ovvero oltre 290 miliardi di dollari.

    Lo scenario, riferisce l’articolo, non è fra i più positivi e si somma ai dubbi che molti investitori occidentali hanno già sull’economia cinese in generale. Tuttavia, la rappresentazione del settore bancario cinese offerto dalla DBS risulta in contrasto con gli ultimi report delle maggiori istituzioni internazionali del settore, il Financial Stability Board (FSB) e la Bank of International Settlement (BIS), le quali descrivono le banche cinesi, almeno quelle considerate ‘sistemiche’, in linea con gli standard internazionali e più caute delle controparti occidentali per quanto riguarda la gestione dei rischi.

  • Il controllo facciale? Una meraviglia sull’iPhone, una minaccia in mano allo Stato

    La tecnologia aiuta a vivere meglio, è indubbio (a parte la fatica di imparare a usarla), ma quando finisce in mano allo Stato possono essere guai. La tecnologia facciale, come ben sa chi ha gli ultimi modelli di iPhone, consente di essere riconosciuti come titolari del proprio cellulare e attivarlo, escludendo che altri possano farlo. Ottimo, comodo, non c’è che dire. Ma la tecnologia facciale può anche essere usata ad altri fini, in alcuni Paesi è già così e l’Italia potrebbe prendere esempio.

    In Cina la tecnologia facciale viene già utilizzata per la ricerca di sospetti colpevoli: Mr Ao è stato individuato tra 60mila persone ad un concerto e arrestato in quanto ricercato per reati economici. L’Italia, che con questo governo ha stretto rapporti talmente buoni con Pechino (nuova via della seta) da suscitare forti perplessità in Europa ed Usa, potrebbe fare altrettanto. Una volta che una faccia sia stata ripresa da una telecamera, il controllo facciale consente di riscontrare se una certa persona è esattamente quella con quella faccia oppure no. Anche qui, si può pensare che la tecnologia sia utile ai fini investigativi e che tali fini rendano lecito usare simili tecnologie. Il problema, però, è che nulla vieta – il timore è stato espresso anche da Aldo Cazzullo su Style Magazine – che l’autorità si faccia prendere un po’ troppo la mano, visto quanto è comodo il controllo facciale, ad esempio utilizzandolo per identificare chi posteggia in doppia fila (atteggiamento non dei più commendevoli, d’accordo, ma talmente grave da giustificare un controllo simile? La pubblica amministrazione, prima di addossare colpe e multe, non dovrebbe provvedere a garantire parcheggi visto che nessuna Greta o sforzo ambientalista rende possibile ad oggi far scomparire le auto?).

    Le telecamere, sempre più numerose, che vigilano su luoghi pubblici sollevano già problemi di privacy (d’accordo la tutela della sicurezza, ma questo autorizza a registrare le facce di tutti e archiviare i relativi dati?), il controllo facciale lascia supporre che si creino immensi database/archivi con le facce di ciascuno di noi, per tempi indefiniti (perché ovviamente per usare il controllo facciale occorre avere una persona in carne ed ossa ed una faccia di cui si ha l’immagine da raffrontare). E creare questi immensi database non significa supporre che ciascuno di noi sia un potenziale colpevole non ancora scoperto. Il magistrato Piercamillo Davigo la pensa esattamente così (ma di solito circoscrive questa idea a quanti hanno a che fare con denaro pubblico e possono corrompere o essere corrotti, non la formula nei confronti di tutti indiscriminatamente), la Costituzione italiana all’articolo 27 dice che non si può ritenere colpevole nessuno neanche quando nei suoi confronti si è già arrivati a processo fino a sentenza definitiva e non più contestabile in altro tribunale. Ma se non è possibile pensare che sia colpevole chi è indagato/sotto processo, come si può sospettare chi neanche è indagato o sotto processo (certo, potrebbe compiere qualcosa di più o meno illegale nell’arco della sua vita, ma se vale questo ragionamento allora per la stessa logica securitaria dovrebbero essere incarcerati tutti i figli di coloro che siano stati ritenuti colpevoli di qualche reato).

  • La Svezia deciderà se estradare il funzionario cinese accusato di corruzione

    La corte suprema svedese deciderà sulla richiesta di estradizione, da parte della Cina, di Qiao Jingjun, che secondo il Partito comunista cinese sarebbe responsabile di appropriazione indebita di svariati milioni di dollari durante il periodo in cui è stato direttore di un magazzino di cereali ad Henan. Qiao è stato arrestato nei pressi di Stoccolma a giugno del 2018.

    Il caso è monitorato perché la Cina è stata spesso accusata di violazione dei diritti umani e per questo se da un lato i pubblici ministeri svedesi pare sostengano l’autorizzazione all’estradizione di Qiao la sua difesa si sta  invece battendo per evitarla. Il caso creerebbe un precedente in Europa.

    La Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) cerca di garantire la protezione dalla tortura e l’accesso ad un processo equo. I critici sono convinti che il processo di Qiao in Cina sarebbe uno show-trial, probabilmente televisivo, con l’imputato che viene istigato alla confessione. Inoltre, se l’estradizione andasse in porto, sarebbe processato da un tribunale speciale secondo un sistema che supervisiona i membri del partito, i lavoratori dello Stato e i funzionari amministrativi e che è completamente separato dal sistema legale tradizionale.

    Il caso svedese si svolge proprio mentre i manifestanti scendono nelle strade di Hong Kong per opporsi ad una nuova legge di estradizione che richiederebbe alle autorità del territorio di espelle i sospettati inviandoli in Cina.

    Il Paese asiatico sta perseguendo la cosiddetta operazione SkyNet, cercando di catturare i fuggiaschi ricercati per corruzione in tutto il mondo, avendo pubblicato una lista con 100 nomi in cui quello di Qiao è al terzo posto.

  • La comunità internazionale chiede di fare luce sulle violazioni dei diritti umani nel Kashmir

    La comunità internazionale, compresa l’Unione Europea, è sempre più preoccupata per il lungo conflitto tra India e Pakistan per la disputa sulla regione del Kashmir. La diatriba risale al 1948 quando, dopo la fine del dominio britannico, al popolo del Kashmir fu promesso dalle Nazioni Unite un voto plebiscitario sul suo status futuro. Dovevano cioè scegliere tra l’integrazione con l’India, il Pakistan oppure optare per  l’indipendenza. Sia l’India che il Pakistan rivendicavano la regione himalayana e la conseguenza fu lo scoppio di due guerre. Le tensioni più elevate si rilevano nella parte del Kashmir amministrata dall’India, dove vivono circa i due terzi della popolazione.

    L’India e il Pakistan, entrambe potenze nucleari, di recente sono tornate ad affrontarsi per la stessa questione e alla disputa si è aggiunta anche la Cina che esercita un’influenza crescente sulla regione in quanto le sue forze armate occupano piccole aree del Kashmir. Gli attacchi contro i civili sono frequenti, in particolare nella parte indiana del confine conteso, i prigionieri nel Kashmir amministrato dall’India sono stati sottoposti ad abusi e torture, tra cui “water-boarding, privazione del sonno e torture sessuali”, come rileva un rapporto di Association of Parents of Disappeared Persons e Jammu and Kashmir Coalition of Civil Society, due associazioni che si occupano di diritti umani. Le forze indiane sono state fortemente criticate per l’uso eccessivo della forza dall’ONU che ha chiesto un’indagine internazionale sulle violazioni dei diritti. Il responsabile per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, inoltre, ha chiesto di istituire una apposita commissione d’inchiesta.

    Secondo uno studio pubblicato nel 2015 da Medici senza frontiere il 19% della popolazione prevalentemente musulmana del Kashmir soffre di disturbo da stress post-traumatico a causa del conflitto e delle condizioni in cui è costretta a vivere.

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