Cina

  • Borsalino apre a Shanghai

    Borsalino, storica maison italiana del cappello di lusso, accelera l’espansione in Cina continentale con l’apertura prevista in estate di un primo punto vendita a Shanghai, in uno dei principali centri commerciali di fascia alta della città. Lo riferisce il quotidiano britannico “Financial Times”, secondo cui il gruppo, fondato 169 anni fa e noto anche per avere realizzato il fedora indossato da Humphrey Bogart in “Casablanca”, punta ad aprire complessivamente cinque punti vendita in Cina entro la fine dell’anno, a fronte dei venti attualmente operativi nel mondo.

    “Riteniamo che questo sia il momento giusto per entrare nel mercato”, ha dichiarato l’amministratore delegato Mauro Baglietto, definendo la Cina “un mercato molto importante” che richiede però “un approccio più disciplinato rispetto al passato”. Secondo il quotidiano, l’azienda intravede un potenziale fino a quaranta punti vendita nella Grande Cina, ma senza adottare un piano di crescita aggressivo.

    L’espansione si inserisce nel rilancio del marchio dopo il fallimento del 2017 e la successiva acquisizione da parte del fondo svizzero Haeres Equita per 18 milioni di euro. Borsalino, che produce circa 300 mila cappelli l’anno e continua a realizzare a mano i suoi Panama, sta inoltre ampliando l’offerta anche alle borse in pelle. Secondo analisti citati dal giornale, il mercato cinese del lusso resta debole, ma i marchi legati a un’estetica tradizionale e di alta qualità starebbero mostrando una tenuta migliore.

    Lo sguardo alla Cina fa parte di una strategia di espansione e diversificazione che ha portato l’azienda italiana a realizzare la sua prima linea di borse ed accessori in pelle, siglando una partnership con Gamat, azienda svizzera con cui alla fine del 2025 Borsalino ha siglato un contratto di licenza quinquennale per la creazione, produzione e distribuzione di accessori a marchio proprio. Quest’ultima dovrebbe arrivare sul mercato a settembre 2026 nei punti vendita monomarca Borsalino, in una selezione di boutique e nei department store internazionali. Risale ancora al 2025 il lancio di una prima capsule di occhiali e il ritorno nell’universo dei profumi, che aveva già esplorato in passato, con il lancio di una proposta di fragranze di alta gamma realizzate da Perfume Street, il “braccio licenze” di DPLG, azienda specializzata nella creazione e distribuzione globale di fragranze e cosmetici, che ha oltre 30 anni di esperienza nel settore e vanta una storia lavorativa con grandi nomi del profumo come Coty, Interparfums, L’Oréal e Clarins.

    Haeres Equita srl, cui oggi fa capo il marchio, nel 2024 ha generato 23,6 milioni di euro di ricavi, con 2,6 di debiti netti. Si tratta del miglior bilancio a partire dal 2024, che ha segnato il ritorno all’utile (24,2 mila euro) per l’azienda, di cui il Tribunale di Alessandria aveva dichiarato il fallimento sette anni prima, quando ancora si chiamava Borsalino Giuseppe e Fratello spa. Alla sentenza si era arrivati dopo che i giudici avevano respinto la richiesta di concordato preventivo presentata dalla società, per la seconda volta. Le difficoltà non erano legate al mercato o alla qualità del prodotto, ma a vicende finanziarie esterne, in particolare il crac da 3,5 miliardi di euro dell’imprenditore Marco Marenco, allora azionista di maggioranza, in seguito al quale l’iconico cappellificio aveva chiesto e ottenuto l’ammissione al concordato in bianco.Per fortuna della società nonostante la dichiarazione di fallimento la produzione non si è mai fermata, visto che la gestione del ramo d’azienda dal 2015 era già stata affidata in affitto alla società Haeres Equita di Philippe Camperio, che nel 2017 ha rilevato per 17,5 milioni di euro il marchio Borsalino da Mediocredito, che lo aveva in pegno a fronte di un finanziamento mai onorato. L’anno successivo la stessa Haeres Equita ha vinto l’asta per acquistare capacità produttiva e negozi della società, che nel 2023 è confluita nel portafoglio di ChimHaeres Investment Holding, come accennato ad inizio articolo.

  • La ricerca: il diverso scenario tra Europa e Cina

    La ricerca con i propri investimenti economici, finanziari e professionali rappresenta il vero fattore di sviluppo di qualsiasi economia, in particolar modo nelle economie occidentali che vengono invece penalizzate da un alto costo del lavoro. Per sua stessa natura questa dovrebbe essere libera ed anche sostenuta da un quadro normativo, ma senza indicarne direzioni o obiettivi da parte delle istituzioni, in particolar modo nel settore industriale, non come è invece avvenuto nell’Unione Europea all’interno della  quale è stato adottato, come elemento caratterizzante della strategia economica, il blocco ai motori endotermici al 2035.

    In altre parole, direttamente da AI Overview: “Le riflessioni di Francesco Pontelli evidenziano le criticità del panorama automotive europeo, in particolare riguardo alle limitazioni imposte ai motori endotermici e all’impatto sulla ricerca e sviluppo.

    Ecco i punti chiave basati sulle considerazioni di F. Pontelli ed il contesto attuale:

    1. Blocco Ricerca ed Efficienza: le normative europee che puntano a vietare la vendita di nuovi motori endotermici (benzina/diesel) dal 2035 stanno portando a una contrazione degli investimenti nella ricerca e sviluppo di queste tecnologie da parte delle principali aziende automobilistiche europee.
    2. Contesto Europeo vs Asia: mentre in Europa la produzione di motori tradizionali è destinata a chiudere (??), con i fornitori che spariscono, in Asia la produzione proprio di motori endotermici e conseguentemente di investimenti in ricerca continua a volumi elevati.
    3. Investimenti ad alto rischio: anche i budget ingenti (come i 60 miliardi di euro citati per VW) rischiano di non risultare sufficienti a garantire la competitività dei motori endotermici fino alla scadenza del 2029-2030 a causa della transizione forzata verso l’elettrico imposta dalle istituzioni europee. Viceversa, in Cina, dove non esiste nessun blocco normativo, e pur favorendo la mobilità elettrica, comunque si stanno ridefinendo gli standard di efficienza dei motori diesel, raggiungendo traguardi tecnologici notevoli che riducono drasticamente i consumi, specialmente nel settore dei veicoli commerciali. In questo contesto allora i principali punti chiave degli ultimi sviluppi tecnologici possono venire indicati con il conseguimento di alcuni traguardi.
    4. Record di Efficienza Termica: Weichai Power ha sviluppato un motore diesel con un’efficienza termica certificata del 53,09%. Questo risultato, ottenuto grazie a oltre 160 innovazioni su aspirazione, turbine e camera di combustione ottimizza appunto la resa termica del motore.
    5. Rivoluzione Yuchai  EREV: il costruttore cinese Yuchai ha presentato un innovativo sistema diesel-elettrico (range extender) con volano. Questa tecnologia promette di dimezzare i consumi (50% di risparmio) nei veicoli commerciali grazie a una gestione ottimizzata dell’energia.
    6. Focus sul Diesel in Cina: nonostante il forte sviluppo delle auto elettriche, la Cina continua a investire massicciamente nel miglioramento dei motori a combustione interna per il trasporto pesante, puntando a costi operativi inferiori.

    All’interno di una visione temporale in grado di andare oltre il prossimo decennio, quindi oltre in 2035, anno della applicazione del divieto di produzione dei motori endotermici in Europa, la Cina si dimostrerà ancora una volta in grado di rispondere a quelle esigenze di trasporto attraverso l’utilizzo dei motori endotermici ad alta efficienza (diesel).

    Questo probabile scenario rappresenta l’ennesima conferma dei diversi esiti della ricerca sviluppatasi in Europa ed in Cina.

    Si dimostra, quindi, quanto possa essere negativo il peso della ideologia politica imposta allo sviluppo ed alla ricerca rispetto ad un pragmatismo cinese in grado di spingere verso una determinata direzione senza per questo escludere tutte le altre.

  • Quasi tre medicinali su quattro arrivano in Europa dall’Asia. E ora l’eccesso normativo espone la Ue al rischio di rimanere priva di forniture

    Il 74% dei medicinali utilizzati nell’Unione europea proviene dall’Asia come Roberta Pizzocaro (presidente e azionista di Olon, industria di Rodano, nel Milanese, parte del gruppo della famiglia Pizzocaro) fa presente a Stefano Righi del Corriere della Sera. Vista la situazione internazionale, la Ue è dunque potenzialmente a rischio: le forniture di medicine potrebbero interrompersi. «È una situazione allarmante a livello europeo, ma in verità la criticità supera i confini della Ue: sono moltissime le aree del mondo che sono legate, a livello di medicinali, alle forniture prodotte in Asia, soprattutto in Cina e in India. In Europa, in particolare, il 74 per cento dei principi attivi utilizzati proviene dall’Asia» afferma Pizzocaro, sottolineando che l’outsourcing della produzione di medicinali è dovuto al fatto che «le normative europee impongono costi, penso a sicurezza e smaltimento, che in Asia non sono contemplati. Quindi i produttori asiatici possono entrare nel mercato europeo offrendo livelli di prezzo non sostenibili dalle imprese europee».

    Il problema degli approvvigionamenti era già emerso all’epoca del Covid, ma il Critical Medicines Act con cui dopo quell’evento si è preso atto dell’opportunità di riportare in Europa la produzione di medicinali di primaria importanza è a tutt’oggi in via di elaborazione. E le imprese europee invocano par condicio rispetto ai produttori extra-Ue che intanto possono fare concorrenza sul mercato della Ue senza essere sottoposti a controlli tanto ferrei quanto quelli in vigore per chi produce nella Ue. «Le statine che abbassano il colesterolo vengono prodotte soprattutto in Asia, così come gli antibiotici e diversi anticancro ampiamente utilizzati negli ospedali italiani. Il diffusissimo Ibuprofene arriva dalla Cina».

    Fuori discussione la qualità dei medicinali importati – non si tratta di prodotti di serie B, sono qualitativamente validi ed infatti ne è pienamente consentita la vendita in Europa – il problema tocca da un lato la capacità industriale europea, perché una normativa troppo severa verso chi produce in Europa provoca (in questo come in molti altri campi) la chiusura di aziende europee che non riescono a sopportare oneri a cui i competitors extra-Ue non sono sottoposti, e dall’altro la tutela del consumatore e la salute in generale degli europei perché se è vero che i medicinali prodotti fuori dall’Europa non passano attraverso lo stretto di Hormuz resta comunque il fatto che le crisi internazionali, basti pensare ai potenziali problemi dei collegamenti aerei dovuti al rincaro dei carburanti per via del contesto del Golfo Persico, mettono a rischio la regolarità delle forniture.

  • Apertura culturale

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Da molto tempo la sempre più diffusa conoscenza delle lingue straniere e l’incremento enorme dei viaggi internazionali hanno reso il mondo più “piccolo” e hanno creato le condizioni per una potenziale apertura di orizzonte culturale. Ciò nonostante, educati sin da bambini a guardare tutto il mondo dalla nostra prospettiva, a studiare la storia da un punto di vista nazionale o, al massimo, europeo, a pensare che quelli che crediamo essere i “nostri valori” siano naturalmente “universali”, non ci rendiamo conto che possano esistere anche altre realtà ben diverse da quelle che noi immaginiamo essere uniche. Non è solo il cittadino qualunque a negarsi una prospettiva più ampia ma ciò che è drammatico è che anche la maggior parte dei nostri intellettuali (o pseudo-tali) e, ancora peggio, dei nostri politici non riesce a immaginare che il mondo sia diverso da ciò che secoli di imperialismo politico e culturale ispano-franco-anglo-sassone hanno dipinto e continuano a fare.

    Purtroppo questo egocentrismo formativo ci induce a non considerare il pensiero e le prospettive altrui, finendo con indurci verso errori i le cui conseguenze politiche possono diventare per noi molto negative.

    Uno degli effetti che si dimostreranno sempre più contrari ai nostri interessi presenti e futuri è il rapporto con il mondo arabo. A nessuno di noi sfugge quanto sia stato, ed è, importante il rapporto con Israele, ma gli atti criminali del governo Netanyahu che noi sottovalutiamo continuando a minimizzarli e a mantenere con Tel Aviv rapporti sostanzialmente formali ci hanno alienato la simpatia di tutte le popolazioni arabe. I rapporti di Arab Barometer, un’organizzazione con sede presso la Princeton University negli Stati Uniti, a seguito di un’indagine condotta in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Marocco, Palestina, Siria e Tunisia dimostrano che la stragrande maggioranza degli intervistati hanno perso ogni fiducia in un ordine regionale guidato dall’Occidente e dagli USA in particolare. Quando le domande riguardavano quale Paese proteggesse maggiormente la libertà, la maggior parte ha scelto Cina, Iran e Russia piuttosto che un qualunque Paese occidentale. Il nostro problema non è con i governi autoritari di questi Stati che, si sa, sarebbero disposti a dimenticare ogni torto subito dai palestinesi e a non vedere i massacri compiuti dai sionisti a Gaza, nei Territori e in Libano, bensì con le loro popolazioni. Ogni governo, per quanto autoritario, è preoccupato dalla prospettiva di proteste di massa ed è limitato nelle proprie azioni dall’opinione pubblica. Una dimostrazione è che Riad era già pronta ad un accordo con Israele aderendo al Patto di Abramo ma, dopo la reazione spropositata israeliana a Gaza, ha dovuto fermarsi e rinunciare. Le politiche estere di Trump quasi ovunque in quei paesi trovano un apprezzamento popolare che mai supera il 24% e in Giordania è addirittura del solo 12%. In Egitto ben il 66% pensa che perfino Biden fosse migliore di Trump e più o meno è quanto si nota anche negli altri paesi arabi. Tra i paesi europei, solo la Spagna raccoglie un qualche consenso mentre la Cina, seguita dalla Russia, è di gran lunga preferita quasi ovunque. Perfino l’Iran, storico nemico dei governi arabi sunniti, raccoglie, salvo in Siria, una simpatia crescente. Noi ci riempiamo la bocca con la fola del “diritto internazionale” ma che sia una copertura fittizia di una nostra ipocrisia basata sul doppio standard è così chiaro all’egiziano medio (ricordiamo che l’Egitto è tra i migliori alleati degli USA tra i Paesi non-NATO) che il 58% afferma che chi meglio lo rappresenta è la Cina.

    Le cose non vanno meglio per noi in Asia, in Africa e in sud-America ove incontriamo le maggiori critiche quando affrontiamo il tema dei rapporti con la Russia. In quei Paesi non è solo l’ormai evidente “doppio standard” da noi applicato che ci viene rimproverato, ma c’è anche chi allude alla “stupidità” di noi europei che abbiamo politici totalmente asserviti a interessi americani con il risultato di distruggere le nostre economie. In particolare il riferimento è all’atteggiamento europeo nella guerra in Ucraina. Già molti pensatori occidentali importanti quali l’ex diplomatico americano George Kennan o l’australiano Owen Harris avevano avvertito, decenni orsono, che l’allargamento della NATO verso est avrebbe infine provocato una reazione russa. Il presidente brasiliano Lula Da Silva nel maggio 2022 disse pubblicamente: “Putin non avrebbe dovuto invadere l’Ucraina. Ma non è solo Putin a essere colpevole. Anche gli Stati Uniti e l’UE sono colpevoli. Qual è stata la ragione dell’invasione dell’Ucraina? NATO? Allora gli USA e l’Europa avrebbero dovuto dire: l’Ucraina non entrerà nella NATO. Questo avrebbe risolto il problema”. Oggi è ancora peggio. Trump ha capito che l’azione americana in Ucraina fu un errore e ha cercato di cambiare strada puntando a un accordo con Mosca ma i leader europei hanno cercato da subito di far fallire i suoi sforzi incoraggiando Zelensky a non scendere a compromessi per un accordo di pace. L’UE si è poi macchiata di ridicolo e perfino un noto anti-russo come il leader polacco Tusk lo ha ammesso: “500 milioni di europei stanno implorando protezione da 300 milioni di americani contro 140 milioni di russi che non sono riusciti a sconfiggere 50 milioni di ucraini per tre (oggi quattro) anni”.

    Kishore Mahbubani, un diplomatico di Singapore che rappresentò il suo Stato anche all’ONU tra il 1984 e il 1989, tra il 1998 e il 2004, fu Presidente del United Nations Security Council nel 2001 e 2002 ed è professore di geopolitica in varie università asiatiche e statunitensi, scrive: “La triste verità è che l’Occidente non sembra disposto ad ascoltare il Sud globale. I Paesi del Sud globale non condividono tutti le prospettive occidentali dominanti sull’ordine mondiale…Molti dei 3,3 miliardi di persone che non sono cinesi insieme a molti dei circa 1,5 miliardi di persone che vivono in Africa e oltre 600 milioni che vivono in America Latina, vedono la Cina e la Russia in modo diverso”. E continua: “I leader dell’UE sono rimasti per lo più in silenzio mentre Israele distruggeva Gaza. Non solo molti più civili sono morti a Gaza che in Ucraina ma le azioni militari israeliane potrebbero aver causato la morte del 5/10 percento della popolazione di Gaza prima della guerra (cita stime pubblicate su Foreign Affairs), una cifra esponenzialmente superiore al bilancio della guerra russa in Ucraina”. E aggiunge: “Nessuno rispetta un prete adultero che predica in chiesa la fedeltà coniugale. Ma è così che i leader europei sono visti nel Sud globale”.

    Oltre alla ostilità verso la Russia, l’Europa ha anche criticato la Cina per motivi “morali “(sic!) in merito a mancanza di democrazia e rispetto dei diritti umani ma si dimentica che il tanto vituperato Partito Comunista Cinese attuale (verso il quale non nutro alcuna particolare simpatia politica-N.D.A.) in quarant’anni ha portato il Paese dall’essere un produttore insignificante a livello mondiale a coprire oggi più del 30% dei beni commerciati a livello globale. Contemporaneamente va ricordato che nel 1990 il livello di povertà assoluta in Cina era stimato essere del 99,7% e oggi, secondo l’ONU, è pari allo 0%. In altre parole, oltre 800 milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema dal 1990. Come conseguenza il PCC gode di un grande rispetto e legittimità agli occhi dei cinesi e in molti Paesi asiatici. Eppure, noi continuiamo ad auspicare un “cambio di regime”! Continua Mahbubani: “(i leader occidentali) non si rendono conto di apparire perfettamente ridicoli agli occhi dell’88% della popolazione mondiale che vive fuori dall’Occidente”.

    In un suo libro (L’ultima possibilità dell’Occidente) il Presidente della Finlandia Alexander Stbb scrive: “I governi dell’Occidente globale possono mantenere la loro fiducia nella democrazia e nel mercato ma senza insistere che siano applicabili universalmente; in altri posti possono prevalere modelli differenti”.

    A proposito dell’Occidente, chiediamocelo: cosa è esattamente? O almeno: cosa è diventato? Abbiamo una cultura in comune veramente molto sentita? E qual è oggi? Ciò che veramente ci accomuna, oltre a subire una tradizione geopolitica radicata nell’imperialismo anglo-sassone, è di aver subordinato la politica all’economia e l’economia alle oligarchie finanziarie. Siamo diventati estranei a ogni spiritualità, a ogni filosofia, a ogni forma artistica. Siamo oramai alieni da ogni concetto che vada oltre il rapporto costi-benefici. E continuiamo a pensare di poter insegnare al mondo i nostri “valori”? Magari di imporli con le armi?

    La nostra totale cecità, la faziosità stupida, l’inconsapevolezza della realtà del mondo odierno è ben raffigurata dalle affermazioni idiote del pur colto Presidente francese Macron quando, mentre gli israeliani e gli americani bombardano l’Iran costui chiama il Presidente iraniano al telefono per chiedergli di “smettere di attaccare i Paesi regionali”. In altre parole gli dice che anche se i bombardamenti partono dai Paesi del Golfo senza preavviso o dichiarazioni di guerra per la seconda volta in meno di un anno, loro, gli iraniani, devono farsene una ragione e smetterla di reagire. Il meno colto Merz (forse non a caso ex dirigente di Blackrock per l’Europa), a sua volta, dimostra la piccineria intellettuale dei leader europei affermando: “Il diritto internazionale non si applica più efficacemente all’Iran…Non è il momento di fare la predica agli Stati Uniti e a Israele sulla legalità delle loro azioni…Anni di sanzioni e condanne contro Teheran non hanno prodotto risultati tangibili”. Evidentemente, non ci resta che bombardarli? O, come affermato da Trump, distruggere totalmente la loro millenaria civiltà°?

    Ci dobbiamo dunque stupire se il resto del mondo sta cominciando a prendere le distanze da noi “Occidentali” e guardare altrove?

  • Questione di Stretti

    Come è naturale l’attenzione di tutti è concentrata sullo stretto di Hormuz la chiusura del quale ha già messo in difficolta molti Stati, non solo in Europa, ma un altro pericolo incombe sul nostro futuro economico, infatti lo stretto di Taiwan rimane a rischio per la continua minaccia di un’invasione cinese.

    Le conseguenze della chiusura di Hormuz al passaggio delle navi è grave specialmente per tutto il comparto legato al petrolio ma, secondo gli analisti, appena terminerà il conflitto i problemi si dovrebbero risolvere in breve, tutto dipende ovviamente dai tempi necessari per arrivare ad un accordo, sempre ammesso che sia realizzabile, più complessa invece può essere la situazione legata ai fertilizzanti o all’elio.

    L’eventuale chiusura, o temporanea inagibilità, dello stretto di Taiwan, che potrebbe cadere sotto il diretto controllo cinese, porrebbe problemi ancora più gravi in quanto il 90% dei semiconduttori più all’avanguardia sono prodotti a Taipei e sono quelli utilizzati sia per uso militare che per l’intelligenza artificiale.

    Se la Cina dovesse mettere in essere un blocco navale intorno a Taiwan, o addirittura invadere l’isola, tutto il settore hi-tech, sia americano che europeo, sarebbe messo in ginocchio.

    Per cercare di prepararsi agli scenari più tragici, il collasso del nostro sistema economico e di comunicazione, sia gli Stati Uniti che l’Europa stanno mettendo a punto nuove stamperie di semiconduttori ma non è né semplice né veloce realizzarle in modo che possano sopperire all’immensa esigenza che vi è di questi prodotti.

    Di fronte ai nuovi scenari di questi ultimi anni, cominciati con la spietata guerra di Putin contro l’Ucraina, il mondo vive in continue incertezze ed una volta di più si è, purtroppo, dimostrato, come solo alcuni sostenevano, che c’è un limite alla globalizzazione, nessun paese dovrebbe essere così dipendente da altri da rischiare, in caso di conflitti o di catastrofi, di rimanere privo di beni essenziali per la sopravvivenza della propria economia e della vita dei suoi abitanti.

    Una lezione soprattutto per gli europei la cui lentezza nel decidere e nell’agire aggrava ogni problema mentre c’è ancora chi, commettendo un grave errore, continua ad opporsi al voto a maggioranza all’interno del Consiglio e mentre l’Europa discute un’altra parte del mondo va avanti.

  • Guerra all’Iran per un’America grande

    Più il tempo passa, più diventa evidente che Trump non è un pazzo incoerente ma con lucidità criminale persegue l’obiettivo che ha sempre dichiarato: fare l’America (ancora) grande e cioè dominante nel mondo. Costi quel che costi.

    La guerra all’Iran, per quanto sia impopolare persino nel suo Paese, è per lui un tassello indispensabile per garantire che gli Stati Uniti possano continuare a rimanere la prima e l’unica grande potenza mondiale. Come? Garantendosi la certezza di diventare il quasi monopolista dell’offerta di gas e petrolio per tutti i mercati.

    Da quando si è sviluppato il metodo di ottenere entrambi dalle rocce sedimentarie chiamate scisti bituminosi gli USA sono diventati il primo produttore mondiale e, checché si dica o si faccia in merito alla “transizione verde”, gas e petrolio resteranno per molti anni ancora la fonte di energia primaria per tutte le economie e per lo sviluppo industriale. Chi è in grado di imporne il prezzo e di controllarne l’accesso acquisisce verso i clienti, volenti o nolenti che siano, il potere di condizionarli in ogni loro decisione politica. A tutt’oggi è l’OPEC, l’organismo che raggruppa molti dei più grandi produttori (ed è associato alla Russia), che fissa le quote di produzione e di conseguenza il prezzo pagato dai mercati. Chi produce ma non ne fa parte deve adattarsi o cercare di ritagliarsi uno spazio nel proprio mercato interno o presso clienti obbligati a comprare da loro. In questo caso, è comunque il riferimento ai prezzi decisi dall’OPEC a dettare le condizioni. Un esempio di come si può obbligare un potenziale cliente ad abbandonare i fornitori tradizionali per acquistare da uno anziché da un altro lo vediamo in Europa che, trascinata nella trappola ucraina e anti russa proprio dagli americani, ha interrotto forniture di gas e petrolio ai prezzi concordati molto favorevoli per poi comprare gli stessi prodotti dagli Stati Uniti e dai loro vassalli medio-orientali o norvegesi a prezzi maggiorati. Oltre all’Europa, due grandi importatori di gas e petrolio e con produzione interna quasi assente o comunque di gran lunga insufficiente sono la Cina, il Giappone e l’india. Senza contare tutti quei Paesi minori che, pur con economie piccole, devono comunque approvvigionarsene (detto per pura informazione: una porta-container o una nave da crociera possono consumare da 300 a 800 tonnellate di carburante al giorno ciascuna, in barba ai desiderata del “risparmio energetico” green).

    Occorre allora vedere chi sono attualmente i più grandi produttori di petrolio e gas e dove stanno le maggiori riserve utilizzate o ancora da utilizzare.

    Ebbene, il più grande produttore petrolifero sono oggi gli Stati Uniti, seguiti, in ordine, da Arabia Saudita, Russia, Canada, Iraq, Cina e Brasile. Per il gas: Stati Uniti, Russia, Iran, Cina e Qatar. Quanto alle riserve conosciute i maggiori detentori sono: Venezuela, Arabia Saudita, Iran, Canada, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Russia. Tra le riserve presenti ma meno attualmente sfruttate: Venezuela, Iran e Iraq.  A tutto ciò occorre aggiungere le possibilità nell’Artico che, se e quando utilizzate, potrebbero spostare molto in là il picco di produzione oggi stimato verso i cinquanta anni da oggi.

    Visti questi dati diventa comprensibile che, se gli USA considerano la Cina il più grande e pericoloso concorrente per l’egemonia mondiale, poter controllare la maggior parte delle forniture energetiche verso quel Paese consentirà a Washington avere, come si usa dire, il coltello dalla parte del manico. Ecco allora che diventa chiara l’azione aggressiva contro il Venezuela. Non importava, ma già lo sapevamo, di che tipo fosse il regime a Caracas, bensì contava interrompere le forniture in corso a favore di Pechino e impadronirsene in barba a ogni pseudo “diritto internazionale”. Inoltre, era e resta imprescindibile il fatto che ogni transazione di gas e petrolio si debba svolgere in dollari, garantendo così la supremazia di quella valuta negli scambi mondiali e quindi consentendo agli USA di continuare a emettere dollari a sbafo. L’Arabia Saudita è un problema minore perché i mezzi per condizionarla sono numerosi e il regime, pur con qualche velleità di indipendenza, non può permettersi di passare una “linea rossa”. L’Iraq è particolarmente instabile, corrotto e corruttibile e resta così un problema minore. Con la Russia Trump persegue da tempo un qualche accordo che, apparentemente, riguarda la guerra in Ucraina ma, in realtà, ha obiettivi molto più vasti. Che Mosca sia attualmente legata a Pechino a doppio filo è poco importante poiché tutti sanno che tra i due Paesi non c’è, ne è mai esistito, un rapporto d’amore ma solo di convenienza contingente, suscettibile di cambiare secondo le circostanze. Ciò su cui gli americani non possono transigere è che sia fatta salva la loro egemonia sull’Europa e la Russia lo accetti. Il Canada ha anch’esso qualche velleità di sganciarsi dalle prepotenze statunitensi soprattutto dopo le sparate trumpiane, ma non è nemmeno una tigre di carta visto che la sua economia è legata a doppio filo con quella del più grande e possente Paese che lo confina al sud.

    Tra i grandi produttori e con le maggiori riserve resta l’Iran e da qui si capisce il vero perché di questa guerra. Teheran, oltre alla retorica governativa anti-americana e anti-israeliana, a causa delle sanzioni si è pericolosamente avvicinata alla Cina a cui vende gas e petrolio con pagamenti in yuan e non in dollari. Se fosse ufficialmente riammessa sul mercato internazionale potrebbe sconvolgere tutti gli attuali equilibri di mercato e le sue potenzialità produttive potrebbero garantire le forniture di energia a tutti i potenziali concorrenti degli Stati Uniti. Ecco dunque la “necessità” di cambiare il regime degli Ayatollah per sostituirlo con qualcuno più disponibile a fare ciò che si è ottenuto con il Venezuela. Anche mettendo subito la produzione (e la vendita) gas-petrolifera sotto la tutela degli “amici” americani. Pechino ha ben chiara la situazione e, seppur in modo più discreto di quanto gli occidentali hanno fatto con l’Ucraina contro la Russia, sta aiutando l’Iran in questa nuova guerra che finisce, come l’altra, ad essere una guerra per procura. Poco importa se con i bombardamenti a tappeto si distruggono tutte le infrastrutture economiche del Paese e si massacrano centinaia di cittadini “desiderosi di democrazia”. Se gli americani riusciranno nel loro intento, cosa peraltro niente affatto sicura, poco importa persino se in futuro l’Iran si costruirà centrali atomiche e persino la bomba: ciò che conta è che tutto avvenga sotto la “giusta” tutela. D’altra parte l’amico Israele già ne possiede e a Washington nessuno ne è preoccupato. A proposito di Israele, occorrerebbe domandarsi quanto nelle stragi che stanno continuando a commettere a Gaza e in Libano conti la volontà di garantirsi la propria sicurezza e quanto invece il delirante desiderio di fare quella “Grande Israele” che i forsennati fanatici religiosi ritengono loro promessa dal loro dio.

    Come sempre, quando si scatena una qualunque guerra è necessario convincere le varie opinioni pubbliche e i propri soldati mandati al macello e di averlo fatto per nobili motivi, siano essi “l’esportazione della democrazia”, la “tutela dei diritti umani” o altre motivazioni benemerite e umanitarie di alcun genere. La verità è che, dietro le necessarie propagande dispensate in abbondanza da tutti i fronti, i motivi sono sempre economici e di potenza. Se qualcuno ancora ne dubitasse, vada a controllare con quali Paesi e con quali regimi chi vanta i propri “sacri valori” mantiene le migliori e più profonde relazioni. A partire dagli amici degli Stati Uniti ma senza dimenticare anche con chi la nostra Europa ha ottimi rapporti.

  • Già ora i primi vincitori e perdenti

    Ad oltre due settimane dall’inizio della guerra in Medio Oriente che gli Stati Uniti ed Israele hanno sferrato nei confronti dell’Iran si possono cominciare ad intravedere quali saranno i prossimi scenari bellici che si stanno definendo e soprattutto quali potrebbero già oggi venire definiti i primi vincitori e sconfitti del conflitto medio orientale.

    Il Pentagono, che aveva sconsigliato l’intervento bellico contro l’Iran in quanto avrebbe distolto preziose risorse militari dallo scenario principale che sarà quello che vedrà fronteggiarsi Cina e Stati Uniti per l’isola di Taiwan, sta trasferendo componenti del costoso sistema antimissile THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) e batterie Patriot dalla Corea del Sud verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

    L’obiettivo immediato è quello di rispondere alle stringenti esigenze di una immediata protezione degli Stati del Golfo determinate dalla “inaspettata” risposta della teocrazia iraniana, che di fatto ridicolizza tutte le analisi proposte al Presidente degli Stati Uniti tanto dai servizi di intelligence quanto dagli strumenti di intelligenza artificiale ampiamente utilizzati.

    Il ritiro di queste batterie rappresenta un successo diplomatico a costo zero per Xi Jinping in quanto lascia il prossimo scenario bellico dell’Indo-Pacifico temporaneamente sguarnito. Per Pechino, che punta da decenni alla riunificazione con Taiwan, la “distrazione” americana offre una finestra di opportunità tattica inestimabile tale da poterla indurre ad un anticipo dell’invasione ora ipotizzata per il 2027/28.

    Tornando quindi al punto principale, il primo vero vincitore della guerra ancora in corsa in Medioriente certamente risulta la Cina, la quale si trova protagonista all’interno di un sicuro prossimo scenario, ora privo di quelle armi tattiche da parte degli alleati occidentali che tanto l’avevano preoccupata, probabilmente inducendola fino al ora ad un rinvio dall’invasione dell’isola di Formosa.

    Contemporaneamente Taiwan si dimostra, ancor più adesso, una preda molto più facile rispetto all’inizio della guerra del Medio Oriente, in quanto il proprio primo alleato, gli Stati Uniti, è distratto dagli eventi successivi alla guerra con l’Iran che stanno mettendo in seria difficoltà la potente macchina militare statunitense.

    Taiwan rappresenta sicuramente la prima vittima di questo azzardo bellico statunitense ed israeliano programmato e realizzato con l’ausilio della AI. Questo strumento tecnologico tanto enfatizzato, analizzandolo in rapporto agli effetti degli eventi bellici e alla situazione che si sta determinando tanto in Medio Oriente quanto nello scenario dell’Indo Pacifico, si sta rivelando, se utilizzato per confermare una propria visione e non per alimentare la conoscenza, senza alcun vantaggio strategico ed operativo ma viceversa concorre ad una disfatta tecnologica e sul campo di guerra.

  • Japan to deploy missiles on island near Taiwan by 2031

    Japan plans to deploy surface-to-air missiles to its remote western island near Taiwan by March 2031, its defence minister said, as regional tensions simmer.

    It is the first time that Japan specified a timeline for the missile deployment to Yonaguni island since it was announced in 2022.

    China claims self-ruled Taiwan as its own and has not ruled out the use of force to “reunify” with it. Yonaguni is visible from Taiwan’s shores on a clear day, located just 110km (68 miles) away.

    Tensions between Tokyo and Beijing have run high since November when Japanese Prime Minister Sanae Takaichi appeared to suggest that Japan would activate its self-defence force in the event of an attack on Taiwan.

    ADVERTISEMENT The worry has long been that any attack on Taiwan, which counts the US as an ally, could result in a direct military conflict between Washington and Beijing, then widen to include other US allies in the region such as Japan.

    Takaichi’s remarks to parliament plunged ties with China to their lowest level in years and Beijing has been piling on the pressure in a wide range of ways – sending warships, throttling rare earth exports, curbing Chinese tourism, cancelling concerts and even reclaiming its pandas.

    Japanese defence minister Shinjiro Koizumi announced the timeline for the missiles on Tuesday, a day after China imposed export curbs on 20 Japanese companies and entities, citing national security concerns.

    Koizumi said the Yonaguni unit will be equipped with medium-range surface-to-air missiles able to intercept incoming aircraft and missiles.

    With a range of about 50km and 360-degree capability, the Japanese-made missile system can track up to 100 targets simultaneously and engage up to 12 at once.

    China has yet to react to Koizumi’s announcement. But when Koizumi visited Yonaguni in November, Beijing said Japan was moving to “create regional tension and provoke military confrontation”.

    Within days, China flew drones near the island to express its anger, prompting Japan to scramble aircraft jets in response.

    The latest developments come after Takaichi secured a landslide victory in parliamentary elections earlier this month. That victory gave Takaichi political space to double down on boosting Japan’s defence capabilities.

    This makes the announcement on Yonaguni island more than just a military adjustment – it looks like the opening chapter for a more assertive Tokyo. And as Takaichi bolsters the country’s military and defence budget, such assertiveness seems unlikely to end here.

    The Yonaguni announcement also shows where Japan sees its front line – and how far it is prepared to go to defend it.

    Over the past decade, Japan has transformed sleepy Yonaguni into a military outpost, which currently handles coastal surveillance and is staffed by some 160 members of Japan’s self-defence force.

    An electronic warfare unit capable of disrupting enemy communications and radar will be set up there in fiscal year 2026, which runs from April to March next year.

    The timing for the deployment of the missile unit “may change depending on the progress of future facility improvements, but the current plan is for fiscal year 2030”, Koizumi said.

  • Collisione sfiorata tra un satellite cinese e un apparecchio di Starlink

    Una sfiorata collisione tra un satellite cinese e un dispositivo della costellazione Starlink avrebbe spinto SpaceX, l’azienda aerospaziale di Elon Musk, a decidere l’abbassamento dell’orbita di oltre 4 mila satelliti. Lo afferma un gruppo di ricercatori cinesi in un’analisi pubblicata il 27 gennaio secondo cui il mancato impatto avrebbe avuto un ruolo chiave nella scelta annunciata dalla società statunitense. Secondo quanto ricostruito dai ricercatori dell’Istituto di software dell’Accademia cinese delle scienze, il 10 dicembre scorso un satellite cinese e un satellite Starlink sono passati a una distanza di circa 200 metri, poco dopo un lancio avvenuto dalla Cina nordoccidentale. L’episodio era stato segnalato lo scorso mese in un messaggio sui social da Michael Nicolls, vicepresidente per l’ingegneria di SpaceX. Tre settimane più tardi, lo stesso Nicolls ha annunciato l’intenzione di abbassare l’orbita di quasi la metà degli oltre 9 mila satelliti operativi Starlink, portandoli da circa 550 chilometri a 480 chilometri di altitudine, con l’obiettivo dichiarato di “aumentare la sicurezza nello spazio”. Secondo i ricercatori cinesi, nonostante l’assenza di una collisione, l’episodio “è stato comunque allarmante e ha direttamente innescato la decisione di Starlink di procedere a un abbassamento su larga scala delle orbite”.

    Lo studio identifica il satellite cinese coinvolto come un dispositivo per l’osservazione terrestre ad alta risoluzione, lanciato insieme ad altri otto carichi a bordo di un razzo Kinetica-1 e realizzato da Chang Guang Satellite Technology. Il satellite, designato come 2025-292A o 66993 dal Comando spaziale degli Stati Uniti per fini di tracciamento, avrebbe avuto i primi dati orbitali disponibili meno di 14 minuti prima del passaggio ravvicinato, lasciando a SpaceX un margine di tempo molto ridotto per individuare il rischio. In un articolo pubblicato ieri dalla testata di analisi “Space and Network”, il team di ricerca afferma di aver utilizzato la piattaforma cinese di studio delle mega-costellazioni per identificare il dispositivo orbitale. Gli autori osservano che, sebbene SpaceX abbia sottolineato come l’abbassamento delle orbite consenta ai satelliti dismessi di rientrare più rapidamente nell’atmosfera e disintegrarsi, la decisione contribuirebbe anche a rafforzare l’immagine dell’azienda come operatore responsabile, in un contesto di crescenti preoccupazioni per la sicurezza legate alle grandi costellazioni satellitari.

    I ricercatori notano inoltre che il passaggio a un’orbita più bassa potrebbe aumentare la sicurezza degli stessi satelliti Starlink. Analizzando le orbite iniziali dei satelliti non Starlink lanciati dal 2019, emerge infatti che la maggior parte è collocata al di sopra dei 500 chilometri. Poiché Cina e altri Paesi stanno dispiegando grandi costellazioni nella fascia compresa tra 500 e 600 chilometri, un’orbita intorno ai 480 chilometri risulterebbe “relativamente più sicura” rispetto a quella a 550 chilometri. Lo studio evidenzia tuttavia anche i potenziali svantaggi della scelta. Operare a un’altitudine inferiore può migliorare la qualità del segnale e ridurre la latenza, ma l’aumento dell’attrito atmosferico accelera il consumo di carburante necessario al mantenimento dell’orbita e riduce la vita operativa dei satelliti, con un conseguente aumento dei costi. Secondo i dati citati dai ricercatori, i satelliti Starlink a 560 chilometri registrano un decadimento orbitale medio giornaliero di circa 101 metri, contro i 267 metri a 485 chilometri.

    Gli autori mettono infine in guardia contro un abbassamento simultaneo di circa 4.400 satelliti, che costituirebbe la più grande manovra orbitale mai tentata. Una movimento così denso, avvertono, aumenterebbe in modo significativo il rischio di passaggi ravvicinati e potrebbe aprire una finestra di elevata pericolosità della durata di mesi, rappresentando una prova estrema per il sistema autonomo di prevenzione delle collisioni di Starlink. Qualsiasi perdita di controllo o collisione potrebbe innescare una reazione a catena con conseguenze potenzialmente catastrofiche. La questione si inserisce in un contesto di critiche reiterate da parte della Cina all’espansione rapida della costellazione Starlink, che Pechino considera una fonte di rischi operativi, citando anche due precedenti avvicinamenti alla stazione spaziale cinese Tiangong nel 2021 e la recente frammentazione di un satellite Starlink che avrebbe generato oltre cento detriti.

  • China demands Taliban protect its citizens after deadly Kabul blast

    Beijing has demanded the Taliban government protect its citizens after an explosion at a Chinese restaurant in the Afghan capital Kabul killed at least seven people.

    Six Afghans and one Chinese national were killed, and several more injured, in the blast at a Chinese restaurant in a heavily-guarded part of the city centre on Monday, officials told the media.

    The jihadist group Islamic State (IS) said it was behind the attack – although police in Kabul said the “nature of the explosion is unknown so far and is being investigated”.

    China has urged its citizens not to travel to Afghanistan, where the Taliban seized control in 2021. Islamic State has claimed numerous bombings since then.

    Speaking on Tuesday, Beijing’s foreign ministry spokesman Guo Jiakun added that China had “made urgent representations with the Afghan side, demanding that the Afghan side spare no effort to treat the injured, further take effective measures to protect the safety of Chinese citizens”.

    City police spokesman Khalid Zadran said the explosion took place near the kitchen of the Chinese Noodle restaurant, which is located under a guesthouse in the capital’s Shahr-e-Naw area.

    Dejan Panic, the Afghanistan director of humanitarian group EMERGENCY, said they received “20 people” at their hospital, seven of whom were dead on arrival. Four women and a child were also among the injured.

    Footage circulating on social media of the aftermath of the explosion showed a large hole torn in the side of the building, Reuters news agency said.

    Eyewitnesses told BBC Afghan that a car outside the restaurant had been completely destroyed, and that locals had helped rush people in “critical condition” to hospital. Large sheets were later put up to cover the damaged building.

    Police spokesman Zadran said the restaurant mainly served Chinese Muslims, and was run by a Chinese Muslim man from the Chinese region of Xinjiang, his wife and his Afghan business partner.

    In its statement, the local branch of IS said that China was on “the list” of its targets, especially given China’s “increasing crimes against the oppressed Uyghur Muslims”.

    China has been accused of committing crimes against humanity against the Uyghur population and other mostly-Muslim ethnic groups in the north-western region of Xinjiang.

    The Chinese government has denied all allegations of human rights abuses in Xinjiang.

    IS has previously said it was behind an attack on a Chinese-owned hotel in Kabul back in 2022, in which three of the attackers died and at least two other people were injured.

    More recently, Chinese nationals just over the border in Tajikistan have been targeted by unknown attackers. In November, six Chinese nationals were killed in three separate incidents. Beijing has told its citizens to leave the Tajik-Afghan border.

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