Cina

  • Regime change in Afghanistan increases investment risk for Russia, Central Asia

    Investment opportunities will depend entirely on Taliban governance

    Taliban’s takeover of Afghanistan has sparked fears of extremism, Chris Weafer, co-founder of Macro-Advisory in Moscow, wrote in a note to investors.

    “Moscow’s long-standing fear of instability on its southern borders is the primary factor in its calculations with Kabul. That depends on the ability of the Central Asian nations bordering Afghanistan — Turkmenistan, Uzbekistan, and Tajikistan – to defend their borders and keep radical Islamic fighters, such as ISIL, and extremist ideology, from destabilizing their own societies,” Weafer said, adding that all three border states have had previous experience of extremist attacks and fear such episodes could be repeated if either the new government in Kabul is unwilling, or unable, to contain extremist groups.

    Having met regularly with Taliban leaders since 2018, Russia is well prepared to deal with the impact of regime change in Afghanistan, Weafer said. “Most recently a senior delegation visited Moscow in July. Russian officials in Afghanistan have also been engaged with the Taliban for many years. Both sides say they will work together. Moscow will also use this as an opportunity to remind the Central Asian states that it is the only real power in the region, that it has been consistent and multilateral over the past twenty years, and, via the CSTO (Collective Security Treaty Organization), provides nuclear cover for member states,” Weafer argued.

    Moscow will want to work with neighboring states, Weafer wrote, arguing that Russia will not officially recognize the new government or remove the Taliban from the list of proscribed terrorist organizations until the UN Security Council does so.

    “Evidence of the new pragmatism with the White House. It is confirmed that the US-NATO withdrawal was discussed at the Biden-Putin summit in Geneva. But Congress may see this as evidence of Russia collusion. The danger for Russia is that engagement with the new government, and news of the various meetings since 2018, may be interpreted as evidence of collusion by US congress. Some members may use this in support of fresh sanctions, i.e. if any fresh catalyst arises,” Weafer argued.

    Investment opportunities will depend entirely on Taliban governance, Weafer wrote, adding that Afghanistan’s major investment advantage is the estimated $3 trillion worth of minerals, including rare-earth minerals, which have hardly ever been developed. This will clearly be of interest to China, although criticism of Chinese actions against the Muslim Uighurs by the Taliban will be an obstacle initially.

    Turkmenistan is best placed politically, Weafer argued, reminding that the government in Ashgabat has maintained frequent and direct contacts with the Taliban and, at a February meeting, secured an agreement to allow the Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI) gas pipeline and the Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan (TAP) Power Interconnection projects to proceed.

    Regarding Uzbekistan, Weafer said Tashkent’s hopes for greater connectivity may suffer. “Uzbekistan has been pushing for a direct transport link across Afghanistan to the Iranian port of Chabahar and to Gwadar in Pakistan. Tashkent has been dealing with the previous government rather than the Taliban. But, if the Taliban wants to develop the economy, then these routes will continue to be built, although later,” the Macro-Advisory expert wrote.

    Tajikistan is most vulnerable, Weafer argued, noting that the country has the longest and most porous border with Afghanistan and is close to areas currently controlled by the more militant ISIL. Russia has 5,000 troops on the border but, still, investment risk will be higher here than for other countries.

    According to Weafer, everything will depend on how the new government in Afghanistan acts and the control it can exercise. “It is far too early to be able to assess the impact on investment risk and opportunities in Afghanistan or concerning the major projects planned from neighboring states to export to Afghanistan or using the country as a conduit for, e.g. transport and power links. “All will be delayed for some time because of the suspension of funding by the World Bank and other IFIs and until the intentions and behavior of the new Kabul government are better known,” Weafer said.

    Major projects in Central Asia are also dependent on what happens in Kabul, he noted. “If they are true to their word, then these projects will resume, and investment opportunities will be even more readily accessible by foreign investors and multinationals,” Weafer said, adding, “If not, then the development plans for neighboring countries in Central Asia will be negatively impacted and investment risk across the region will rise”.

    The summit of leaders of the Shanghai Cooperation Organization (SCO) is set for September 16-17th in Dushanbe.

  • Ancora allarme per il pomodoro cinese

    Come abbiamo già denunciato più volte anche quest’anno, mentre in Italia volge al termine la campagna del pomodoro, arriva l’allarme delle organizzazioni agricole. In Italia i derivati di pomodoro cinese, ricorda la Coldiretti, è arrivata a +164% ed anche dalla Turchia aumenta rapidamente l’arrivo di questi prodotti.

    I derivati del pomodoro sono un condimento particolarmente utilizzato in Italia sia direttamente dai consumatori che come parte di prodotti alimentari che l’Italia esporta. I pomodori coltivati al di fuori delle norme di garanzia che evitano l’utilizzo, per la coltivazione di prodotti che in Europa sono stati individuati come cancerogeni e pericolosi, rappresentano un rischio per la salute.

    Nel nostro Paese vi è l’obbligo che l’etichetta porti il luogo di coltivazione del pomodoro, questa specifica deve esserci anche per i derivati ma non è previsto nulla per i prodotti che saranno esportati. Per questo vi è il rischio concreto è che si esportino dall’Italia salse, passati, concentrati per i quali non è stato utilizzato pomodoro italiano e questa sarebbe ovviamente una frode e un grave danno per il made in Italy. Nella coltivazione del pomodoro si usano, in molti paesi, anche prodotti che forzano la maturazione in 24/36 ore. Questo sistema fortunatamente non è usato nel nostro Paese dove le aziende che lavorano il pomodoro ricevono il prodotto secondo turni prestabiliti e i pomodori seguono la naturale maturazione.

    E’ molto importante che non solo le associazioni di categoria e coloro che sono preposti al controllo, a partire dai nuclei anti sofisticazione, vigilino con attenzione per controllare che le importazioni dalla Cina, come anche da altri Paesi, non nascondano frodi o inganni, altrettanto importante è che i consumatori verifichino l’etichettatura di quanto stanno acquistando.

  • Anche i libri per bambini di Hong Kong nel mirino del regime di Pechino

    Anche i testi illustrati per bambini sono finiti nelle strette maglie della sicurezza nazionale di Hong Kong. La polizia ha arrestato cinque associati dell’Unione generale dei logopedisti, una sigla sindacale locale, a causa di “tre libri sediziosi” per bambini con pecore sospettate di incitare all’odio verso i governi dell’ex colonia e di Pechino, rappresentati dai lupi.

    Il sovrintendente senior Steve Li del dipartimento della Sicurezza nazionale ha spiegato le ragioni alla base delle accuse con le pecore identificate con la gente di Hong Kong, mentre nelle storie compaiono a un certo punto i lupi famelici che, nell’interpretazione, sono ritenuti essere la Cina. “Un libro mostrava le pecore molto pulite e i lupi molto sporchi. Ha cercato di accusare la Cina di aver portato il virus”, ha detto Li in una surreale conferenza stampa. Le prefazioni in due dei tre testi collegano le storie alle proteste contro il governo del 2019 e, sul punto, Li ha specificato che le pubblicazioni mirano a glorificare la violenza e ad incitare i bambini a odiare il governo e la magistratura della città. Un’altra storia alluderebbe a uno sciopero tenuto dagli operatori sanitari all’inizio del 2020 per cercare di fare pressione sul governo sulla chiusura delle frontiere con la Cina a causa della pandemia del Covid-19. “Il libro mostrava che le pecore erano molto pulite e i lupi molto sporchi. Ha cercato di accusare la Cina di aver portato il virus – ha osservato -. I libri, per esempio, mostravano i lupi mentre gettavano spazzatura e sputavano dappertutto”.

    Le persone arrestate sono due uomini e tre donne di età compresa tra i 25 e i 28 anni con l’accusa di aver cospirato per la pubblicazione di materiale sedizioso, tra cui il presidente il vicepresidente, il segretario e il tesoriere dell’Unione.

    Li ha invitato i genitori e i distributori a liberarsi dei libri incriminati: “Tutte le pubblicazioni sono rivolte a bimbi di età compresa tra i 4 e i 7 anni, età cruciale per sviluppare la conoscenza morale ed etica. Insegnando loro che il bianco è nero e il nero è bianco, con quali valori cresceranno? Potrebbero finire per avere intenzioni criminali”, ha azzardato il sovrintendente, non escludendo altri arresti.

    La Confederazione dei sindacati (CTU) pro-democrazia ha espresso forte preoccupazione per il caso, ritenuto il segnale di un’escalation volta a strangolare la libertà di espressione, nonché “una campana a morto per la libera creazione artistica. Oggi un libro per bambini è definito sedizioso. Domani qualsiasi metafora potrebbe essere letta come tale”, ha affermato la CTU in una nota. “Questo spiega anche perché molti creatori si autocensurano, ritirando le loro opere dagli scaffali. Il caso mostra ancora una volta come la legge sia stata usata dalle autorità per diffondere la paura”.

    Intanto il tribunale di West Kowloon ha negato la libertà su cauzione a quattro ex alti dirigenti dell’Apple Daily, il tabloid pro-democrazia fondato da Jimmy Lai e costretto alla chiusura il 24 giugno, accusati di aver violato la legge sulla sicurezza nazionale. L’editore associato Chan Pui-man, il capo editoriale della sezione di notizie in inglese Fung Wai-kong, il caporedattore esecutivo Lam Man-chung e l’editorialista Yeung Ching-kei devono rispondere di cospirazione e collusione con le forze straniere per il fatto di aver chiesto sanzioni contro Hong Kong e la Cina.

  • Xi Jinping in visita in Tibet, 31 anni dopo Jiang Zemin

    Dopo più di un decennio, Xi Jinping è tornato a Lhasa, la capitale del Tibet, alla guida di una delegazione ufficiale, nel 70° anniversario dell’invasione della regione da parte delle truppe comuniste, un evento celebrato a Pechino come “pacifica liberazione”. Si tratta della prima visita di Xi da presidente della Repubblica popolare: il primo e ultimo leader cinese in carica a recarvisi era stato Jiang Zemin, nel 1990.

    L’agenzia Xinhua, ha riferito che Xi è arrivato ieri a Lhasa dopo aver visitato il giorno prima Nyingchi, nel Sud verso il sensibile confine con l’India, anche nota come la Svizzera del Tibet, per le sue valli fluviali e gole alpine. Nel filmato diffuso dall’emittente statale Cctv, lo si vede salutare una folla con costumi etnici e con in mano bandiere cinesi mentre scende dall’aereo, accolto da tappeto rosso e da danze tradizionali. “Tutte le regioni e le genti di tutte le etnie in Tibet marceranno verso una vita felice”, ha promesso il presidente.

    Sebbene sia arrivato all’aeroporto di Nyingchi Mainling, la sua visita non è stata menzionata sui media ufficiali per alcuni giorni. Dopo un “caldo benvenuto da parte di quadri e folle di tutti i gruppi etnici”, racconta Cctv, Xi è andato al ponte sul fiume Nyang per valutare la situazione ecologica e ambientale di questo corso d’acqua e del fiume Yarlung Tsangpo. Il presidente ha anche visitato il locale Museo dell’urbanistica e altre aree per esaminare la pianificazione dello sviluppo urbano, la rivitalizzazione rurale e la costruzione di parchi urbani. E’ stato anche alla stazione ferroviaria di Nyingchi per conoscere la pianificazione della ferrovia Sichuan-Tibet prima di prendere un treno per Lhasa, la capitale del Tibet, e anche città più in alto del mondo, 3.656 metri sopra il livello del mare. Qui, è stato accompagnato dal capo del partito comunista locale, Wu Yingjie, in una passeggiata nel quartiere Bakhor, vicino al tempio Jokhang, tra una massiccia presenza di forze di sicurezza.

    Xi aveva visitato già due volte la regione autonoma dove Pechino è accusata a livello internazionale di perseguire il rafforzamento della sua presenza militare e politiche di assimilazione etnica e culturale: nel 1998, in veste di capo del partito della provincia del Fujian e nel 2011, come vicepresidente. In quest’ultima occasione, aveva commemorato a Lhasa quella che definisce “la pacifica liberazione del Tibet” e promesso di combattere le “attivita’ separatiste” legate al Dalai Lama, il leader spirituale buddista in esilio in India dal 1959 e contro la cui influenza sul Tibet la Cina ha combattuto per anni, investendo massicciamente nella regione dopo le proteste del 2008 contro il regime comunista. A oggi, le manifestazioni sono praticamente scomparse, fatta eccezione per i tragici gesti di alcuni monaci buddisti, fedeli al Dalai Lama, che negli ultimi anni si sono dati fuoco per protesta.

    A differenza delle precedenti visite, questa volta Xi ha spostato l’attenzione dalla questione separatismo e sicurezza interna, ai dossier interni puntando sui temi della stabilità e dello sviluppo. Secondo Junfei Wu, vice direttore del think tank Tianda Institute di Hong Kong, “l’adattamento del buddismo tibetano alla società socialista” e il rafforzamento dell’unità etnica, con la promozione di un’educazione ideologica, sono le priorità di Xi in Tibet. “La sinizzazione delle religioni è già una pietra angolare della politica religiosa del governo centrale per forgiare una identità cinese comune”, ha spiegato l’analista, citato dal South China Morning Post, “è portata avanti non solo in Tibet ma anche in Xinjiang e Mongolia Interna”. Sul fronte dello sviluppo, invece, Xi è intenzionato ad attuare grandi progetti di infrastrutture per spingere la crescita economica e l’occupazione nella regione. I dati ufficiali mostrano che il settore pubblico impiega oltre il 40% della forza lavoro tibetana e gli analisti osservano che è necessario rivedere il modello di sviluppo per renderlo più sostenibile.

  • Merkel e Macron provano a dialogare con la Cina dopo lo strappo con l’Ue

    È la seconda trilaterale in pochi mesi, ma dopo le recenti forti tensioni con la Cina, oggi si cerca innanzitutto di riprendere il filo del dialogo: Angela Merkel, Emmanuel Macron e Xi Jinping hanno affrontato, in un incontro virtuale, le relazioni dell’Ue con Pechino, strapazzate dalla cosiddetta guerra delle sanzioni e dallo stop all’accordo sugli investimenti, arrivato a maggio dal Parlamento europeo. Sullo sfondo pesa anche il G7 di Carbis Bay, che pur moderando la durezza americana, ha comunque assorbito l’impronta della politica di Joe Biden, con toni forti sulle violazioni dei diritti umani, e il via libera al progetto alternativo alla via della Seta. Se a Berlino, dopo l’incontro trilaterale, è uscita fuori solo una nota dedicata ai temi trattati nel colloquio – con una sottolineatura sulle richiesta avanzate dai leader europei in materia climatica – è stato il leader cinese a farsi sentire subito dopo, sollecitando l’Ue a impegnarsi “per il mantenimento di un vero multilateralismo”. Pechino rivendica dall’Europa “un ruolo più attivo negli affari internazionali”, e “un’autonomia strategica”, che sia di contributo “alla pace, alla stabilità, allo sviluppo e alla prosperità del mondo”, ha detto Xi. Il presidente cinese ha anche aggiunto di aver garantito alla cancelliera e al capo dell’Eliseo che l’obiettivo della Cina “è quello di svilupparsi bene e non di sostituirsi ad altri”. E sarebbe disposta “a rafforzare dialogo e cooperazione con tutte le parti, difendendo con forza sovranità, sicurezza e interessi”. All’ordine del giorno, stando alla nota del portavoce dell’esecutivo tedesco Steffen Seibert, “il commercio internazionale, la protezione del clima, e la biodiversità”.

    Inoltre si è affrontata la questione della collaborazione nella lotta al covid e nell’approvvigionamento globale del vaccino. Merkel e Macron hanno chiesto a Pechino “nuovi adeguamenti” per il risparmio per gli obiettivi di breve periodo sul CO2 e “nuovi sforzi per la protezione della biodiversità”, in vista del vertice sulla convenzione, che si terrà a Kunming. Poco dopo, a margine del processo di Berlino con i paesi dei Balcani occidentali, la Bundeskanzlerin ha poi risposto a una domanda sulle politiche cinesi in Africa: e qui, pur affermando di apprezzare la disponibilità mostrata “a cooperare in formati trilaterali e multilaterali” nel continente, ha insistito sull’invito a Pechino “ad allacciarsi alle iniziative dei Compact with Africa, in qualità di membro G20”. Troppi Paesi con approcci diversi destabilizzano chi riceve sostegno, la chiosa.

    Le relazioni Ue-Cina hanno alle spalle mesi di travaglio, culminati con il rifiuto del Parlamento europeo, il 20 maggio, alla ratifica dell’accordo sugli investimenti (Comprehensive Agreement on Investment), dopo le sanzioni scattate fra l’altro su cinque deputati europei, come ritorsione per le sanzioni dell’Ue su alcuni cittadini ed enti cinesi in materia di diritti umani, per le persecuzioni degli uiguri e la repressione di Hong Kong. Il G7 in Cornovaglia ha invece mostrato un’Europa meno rigida rispetto alla linea di Washington – le analisi hanno rilevato il rischio di una spaccatura, poi rientrata in una dichiarazione comune – col prevalere della linea Merkel-Draghi. Leader che spingono su una relazione con Pechino, articolata, nelle parole del premier italiano, su uno spirito di “competizione”, di “cooperazione” (indispensabile sui dossier del clima e della pandemia) e di “franchezza”, sul piano dei valori.

  • Silenzio cinese sul Festival della carne di Yulin

    Festival della carne di cane. Ogni anno oltre 10.000 cani (ma si parla anche del doppio) vengono ammassati in gabbia per le strade della città cinese per essere scelti dai “clienti”, uccisi con metodi brutali e cucinati. Fino allo scorso anno si trattava spesso di cani rubati alle famiglie o raccolti per strada, mentre solo una parte veniva allevata allo scopo. Si è calcolato che in seguito al consumo di carne infetta muoiano almeno 3.000 persone. Lo scorso anno però, una nuova classificazione del Ministero dell’Agricoltura aveva escluso i cani dagli animali da cibo e la municipalità di Shenzen, una delle più popolose città cinesi, ha introdotto il divieto di mangiare carne di cane e di gatto. Ad oggi, però, non si hanno notizie sul Festival della carne di cane, se cioè a fine giugno si ripeterà anche quest’anno. Come ogni anno, Diana Lanciotti, fondatrice del Fondo Amici di Paco, ha scritto all’ambasciatore cinese per avere notizie sul Festival della carne di cane, auspicando che da quest’anno venga finalmente abolito. Negli anni precedenti non è giunta alcuna risposta e niente lascia sperare che questa volta possa esserci un riscontro. La Lanciotti ha ideato una campagna contro il massacro dei cani in Cina che gli anni scorsi ha riscosso grandi consensi: “ANCH’IO ME LO MANGIO… DI BACI!” con la quale pone in risalto la differenza tra chi i cani li ama e rispetta e chi li considera raffinate pietanze.

    Fonte: Comunicato stampa Fondo Amici di Paco

  • Il Covid, la Cina e l’errore di laboratorio

    Nelle ultime settimane sono aumentate le voci che sostengono come la pandemia possa essere stata ingenerata da un “errore” di laboratorio. Anche nelle prime settimane del 2020 alcuni organi di informazione, tra i quali il nostro, e alcuni studiosi avevano sostenuto questa tesi viste le molte manchevolezze e i colpevoli ritardi del governo cinese nell’avvertire il resto del mondo. I dubbi sono ripresi in modo più consistente dopo che il gruppo di scienziati recatisi in Cina, per analizzare sul posto la nascita della pandemia, non ha potuto effettuare un indagine libera e completa. Qualche tempo fa diversi studiosi di vari Stati avevano firmato, congiuntamente, un documento nel quale manifestavano le loro perplessità sul fatto che il virus fosse passato dai pipistrelli ad altro animale per poi infettare esseri umani.

    Nei giorni scorsi l’oncologo Angus Dolgleish ed il virologo Birger Sorensen hanno pubblicato uno studio con il quale sostengono che il covid è nato da esperimenti di laboratorio alterando il genoma di un virus per renderlo più infettivo, questo tipo di esperimento che si fa nei laboratori cinesi è vietato negli Stati Uniti per la sua pericolosità. La prova, secondo i due scienziati, è la catena dei quattro aminoacidi della Spike attraverso la quale il virus si lega alle cellule umane, infatti in natura è praticamente impossibile che tre, in questo caso addirittura quattro, aminoacidi positivi possano legarsi insieme in quanto tra di loro si respingono. Non vogliamo credere che la diffusione del covid sia un test mal riuscito sulla capacità di diffusione e di cura o, ancor peggio, un vero attacco economico senza tenere conto delle ricadute in termini di morti ma ci sembra difficile escludere a priori altre ipotesi come abbiamo scritto nel libro “I nostri domiciliari”. Riteniamo possibile, a fronte della realtà cinese, che uno o più animali usati ed infettati per i test di laboratorio siano potuti uscire per negligenza o che le loro carcasse siano state smaltite male lasciandole all’esterno della struttura. Non è neppure impossibile che animali infettati siano stati venduti da inservienti sui mercati di Wuhan. Certo è comunque che la Cina è l’unico paese nel quale il virus non si è propagato come è successo in tutti gli altri paesi, che il loro vaccino è stato approntato con grande velocità e venduto in molti altri paesi pur essendo efficace in modo ridotto. Altro dato certo è che la Cina, nonostante la pandemia globale, ha aumentato il Pil e aveva a disposizione quantità enormi di mascherine ed altri presidi sanitari che ha venduto al resto del mondo in tempi record anche quando non avevano le caratteristiche necessarie a difendere dal virus.

  • Una protesta a Berlino per invitare il governo tedesco a riconoscere il genocidio degli uiguri

    Il 17 maggio la commissione per i diritti umani e gli aiuti umanitari del Bundestag tedesco terrà un’audizione pubblica sul tema “Valutazione giuridica internazionale delle violazioni dei diritti umani contro gli uiguri”. Lo stesso giorno, nel pomeriggio, il Congresso mondiale degli uiguri terrà una manifestazione davanti alla Paul-Löbe-Haus di Berlino per invitare il Bundestag tedesco a essere all’altezza delle sue responsabilità e riconoscere le violazioni dei diritti umani contro gli uiguri e altri popoli turchi come genocidio.

    L’udienza arriva in un momento cruciale, pochi mesi dopo che i parlamenti olandese, canadese e britannico, nonché il governo degli Stati Uniti, hanno stabilito che le violazioni dei diritti umani contro il popolo uiguro sono un genocidio. Poiché la Cina non ha ratificato lo Statuto di Roma e ha espresso riserve contro la giurisdizione della Corte internazionale di giustizia, i tradizionali meccanismi legali internazionali non possono essere applicati per ritenere la Cina responsabile. In quanto tali, i parlamenti nazionali e i governi sono l’unica opzione per ritenere il governo cinese responsabile delle sue politiche genocide contro il popolo uiguro.

    La situazione dei diritti umani nel Turkistan orientale è peggiorata drasticamente dal 2017, quando il governo cinese ha introdotto il suo perfido sistema di campi di internamento. La distruzione del patrimonio culturale, il lavoro forzato, la sterilizzazione forzata, lo stupro, la separazione dei bambini dalle loro famiglie e la tortura sono tra le tante violazioni dei diritti umani commesse dal governo cinese contro gli uiguri. Il rapporto della scorsa settimana dell’Australian Strategic Policy Institute mostra che i tassi di natalità sono diminuiti di quasi la metà tra il 2017 e il 2019 nel Turkistan orientale, proporzionalmente il calo più evidente dei tassi di natalità a livello globale dal 1950.

    Nel complesso, i crimini del governo cinese contro gli uiguri e altri popoli turchi soddisfano i criteri dei crimini contro l’umanità e il genocidio ai sensi degli articoli 6 e 7 dello Statuto di Roma e dell’articolo 2 della Convenzione delle Nazioni Unite sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, secondo gli avvocati dell’Essex Court Chamber e 50 esperti di diritti umani del Newlines Institute. Anche il Tribunale uiguro, guidato dall’avvocato per i diritti umani Sir Geoffrey Nice, affronterà la questione nella sua prima udienza pubblica dal 4 al 7 giugno.

  • Videocamere di fabbricazione cinese: dopo la denuncia di Report il governo italiano faccia luce

    La trasmissione Report di lunedì scorso ha evidenziato e denunciato i gravi problemi connessi all’utilizzo di videocamere di controllo di fabbricazione cinese anche in aree molto sensibili, telecamere in grado di trasmettere in Cina dati riservati o comunque potenzialmente utilizzabili dai cinesi. Il Patto Sociale, in diversi articoli, ha più volte evidenziato come la Cina utilizzi all’estero strumenti che si possono definire di spionaggio mentre sul proprio territorio produce attraverso veri e propri campi di lavoro forzato. La nostra redazione, ricordando anche gli interventi al Parlamento europeo dell’on. Cristiana Muscardini e le confuse ed inutili risposte della Commissione europea, si augura che il governo italiano, presa visione dei documenti forniti da Report, si attivi, in Italia ed in Europa, per fare luce sui fatti denunciati e per impedire che, nel presente e nel futuro, atteggiamenti lassisti o interessi economici distorti, creino problemi all’Italia, all’Europa, ai singoli ed alla collettività.

  • Ancora Africa e Cina anche nel libro di Riccardi

    L’ultimo libro di Riccardi, Riccardi vivendo da anni a Shangai e viaggiando per il mondo ha ben presenti i vari aspetti del problema Africa-Cina, affronta la realtà, spesso ignorata più o meno volutamente, dei rapporti tra il continente africano e la mega potenza cinese, rapporti sui quali, in diverse occasioni, ci siamo soffermati sul Patto Sociale. Nel libro si evidenzia come il continente africano potrebbe arrivare, nel 2050, ad avere una popolazione di due miliardi e mezzo, con la Nigeria che potrebbe superare gli Stati Uniti per numero di abitanti, inoltre, dopo la pandemia, è prevista in Africa una notevole crescita del Pil, solo per la regione sub sahariana si parla di un incremento del 3,4% con una crescita record per il Kenya del 7,6.

    Oggi la Cina, che da molti anni investe in più comparti ed in modi diversificati in Africa, è la più grande economia del mondo per Pil a parità di potere d’acquisto ed è il primo paese nel commercio globale. I cinesi nell’ormai lontano 2003 avevano investito in Africa 75 milioni di dollari e nel 2019 sono arrivati ad investimenti per 2,7 miliardi di dollari! Per il continente africano la Cina è il primo partner commerciale visto che investe ogni anno diversi miliardi e che sono più di 10.000 le aziende cinesi che operano nei vari stati africani.

    Il resto del mondo si sappia regolare ma soprattutto l’Unione Europea, area nella quale è costante e sempre più numeroso l’arrivo di migranti e profughi dall’Africa mentre non decollano, in modo idoneo e sufficiente, le nostre politiche economiche, commerciali e sociali verso il continente africano.

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