Cina

  • Italia-Cina: un errore accettare negoziazioni bilaterali senza l’Europa, già la Germania se ne pentì

    Il nostro Governo sembra non aver data alcuna importanza alla valenza strategica (che io giudico pericolosa anche per l’Italia) del progetto cinese One Belt, One Road (da noi conosciuta come Nuova via della Seta) e, infischiandosene degli appelli provenienti dai nostri alleati americani e soprattutto da Bruxelles, ha firmato in pompa magna un pre-accordo con Pechino. Supponendo (e non abbiamo ragione di dubitarne) la buona fede dei nostri governanti, dobbiamo immaginare che abbiano sperato in chissà quali enormi contropartite commerciali che Pechino ci accorderebbe.

    In effetti, la nostra bilancia commerciale con la Cina è fortemente sfavorevole per noi: se guardiamo alle cifre del nostro export e le confrontiamo con quelle di altri paesi europei c’è anche da capire perché a Roma qualcuno ha deciso che dovevamo fare da soli e non ascoltare i richiami dell’Unione.

    Nel 2018 la Germania ha esportato in quel paese merci per ben 95 miliardi di euro, la Francia 21, la Gran Bretagna 23 e noi solo 13 miliardi (ci segue l’Olanda con 10). La quota di mercato tedesca verso la Cina costituisce il 5 per cento del totale delle loro esportazioni e per Berlino è il mercato più importante in assoluto al di fuori dell’Europa. Le merci più esportate sono quelle su cui anche noi potremmo agevolmente concorrere: l’automotive, la meccanica strumentale, l’elettrotecnica e la farmaceutica.

    Purtroppo, o per fortuna, la normale intelligenza auspicherebbe che nessun Governo agisca e prenda decisioni in base a puntigli o a rivalse, ma che, al contrario, si valutino tutti i pro e contro e si faccia tesoro delle altrui conosciute esperienze. Probabilmente, se fosse stato quest’ultimo atteggiamento ad ispirare Di Maio e compagni, ci saremmo rifiutati di incontrare i nostri interlocutori da soli e avremmo invece fatto come Macron, cioè avremmo accettato di negoziare con Pechino non in modo bilaterale ma soltanto a livello di Unione Europea. Naturalmente, lo avremmo fatto pretendendo dai partner le dovute garanzie per il rispetto del nostro ruolo di seconda potenza industriale del continente.

    La conferma che sia un errore accettare negoziazioni bilaterali viene proprio da chi ha saputo sfruttare, molto meglio di noi, le potenzialità del mercato cinese: la Germania.

    I tedeschi hanno investito in Cina cifre enormi (al 2016 erano già 76 miliardi di euro che davano lavoro in 5200 strutture a circa un milione di lavoratori) e grazie alla differenziazione delle produzioni tra i due Paesi hanno dato vita a una certa sinergia produttiva. Purtroppo per loro, col tempo si sono accorti che la differenziazione è andata riducendosi e che, anche a causa del non rispetto cinese della proprietà intellettuale (cioè dei brevetti) i cinesi stavano diventando sempre piu’ spesso concorrenti sui mercati di tutto il mondo delle stesse aziende tedesche.

    Resisi finalmente conto di quanto sta accadendo e del trend che si è innescato, la Confindustria tedesca ha elaborato all’inizio di questo anno un documento indirizzato al Governo di Berlino e alla Commissione di Bruxelles. Il testo chiede con forza che ogni trattativa con Pechino sia condotta dall’Europa soltanto in modo unitario, sia per avere un maggior potere contrattuale, sia per poter imporre condizioni che obblighino i cinesi ad attenersi alle vere regole del libero mercato.

    In particolare, l’Associazione degli industriali tedeschi esprime 54 richieste sotto un titolo molto significativo: “Partner e competitore sistemico: Come trattare con l’economia cinese controllata dallo Stato?”. Nel documento si sottolinea che, contrariamente alle generali aspettative, “la Cina non sta sviluppando un’economia di mercato, né abbraccerà il concetto di libero mercato in un futuro prevedibile”. Continua affermando che, nonostante si voglia continuare ad approfittare delle opportunità offerte da quel mercato, “nessuno dovrebbe semplicemente ignorare le sfide che la Cina pone all’Europa e alla Germania”. Si chiede esplicitamente che l’Unione introduca regole che obblighino chiunque voglia avere a che fare con il nostro mercato unico a rispettare le stesse condizioni imposte alle nostre aziende e soprattutto che si escludano quelle società che beneficiano di aiuti di Stato. Non è infatti razionale che a operatori stranieri sia concesso ciò che è proibito alle nostre aziende. I venditori di prodotti con prezzi in dumping devono essere controllati attentamente per verificare se hanno ottenuto aiuti pubblici e si deve imporre a Pechino di intervenire ogni volta che si realizzi una violazione dei brevetti internazionali.

    E’ dunque evidente anche per chi ha una posizione dominante nei commerci con la Cina che un singolo Paese non è in grado, da solo, di competere politicamente con un gigante di tal fatta e solo una dimensione economica importante come quella europea, se unita, puo’ tenervi testa. Solo così si potrà proteggere le nostre aziende produttrici e quindi il nostro mercato del lavoro.

    Forse anche i “sovranisti” di vario genere dovrebbero andare a sentire cosa pensano, non per teoremi ma in base alla loro esperienza, gli industriali tedeschi.

    *Deputato dal 1996 al 2008

  • Chinese authorities round up priests and a Hong Kong activist

    A Chinese bishop from the banned Church of China taken into custody with his vicar general as part of a long-running government crackdown on priests who are not aligned with the official clergy sanctioned by the Chinese Communist Party.

    The Chinese government has been actively pursuing a campaign that removes or imprisons priests who are affiliated with an underground branch of the Catholic Church in China’s northern Hebei province.

    Bishop Augustine Cui Tai of Xuanhua is believed to have been arrested on 29 March, a day after his vicar general, Father Zhang Jianlin, was taken into custody by China’s security services.

    Cui has been a regular target of the Communist authorities, having been previously detained on several other occasions by the provincial government over the past decade. Recognised by the Holy See, but not by the Chinese government, Cui was been denounced by a regime-connected local priest, who accused him of not following an agreement signed between China and the Holy See six months ago.

    The Diocese of Xuanhua was founded by the Holy See in 1946, but in 1980 the government formed the official diocese of Zhangjiakou as joined it with that of Xuanhua. The diocese of Zhangjiakou is not recognised by the Vatican.

    The situation of clergy in detention remains unresolved, says the International Catholic News. “Religious liberties have been subjected to a crackdown over the past year across the country, with strengthened government oversight of religious activities,” said the International Catholic News, which added, “The government’s aim is to paralyse the diocese”

    The arrests come amid growing international concern about a fresh crackdown on religious freedom by the Communist authorities in China.

    A priest from the underground community said, “if the diocese fails to manage the community, then the government will use this as an opportunity to take it over”.

    Reports from China have also indicated that a prominent Catholic activist, Yip Po-lam of the Justice and Peace Commission of Hong Kong, was jailed for two weeks after a local court refused to hear her appeal against a conviction for causing a public disorder during demonstrations that took place outside Hong Kong’s Legislative Council five years ago.

    Jackie Hung, who is also from the Justice and Peace Commission, expressed fears that jail time for once-tolerated peaceful protests in Hong Kong is now on the rise as Beijing looks to tighten its grip on the region’s autonomous status.

  • Il litio argentino è sempre più affare di Pechino

    Con un investimento di ulteriori 160 milioni di dollari, la cinese Ganfeng ha ampliato la proprietà nei progetti di estrazione del litio in Argentina, in cooperazione con la canadese Lithium Americas Corp. La Ganfeng passa così dal 37,5% al 50% dei diritti nel consorzio di Cauchari-Olaroz. La Cina è interessata al mercato del litio in quanto elemento fondamentale per le batterie, da considerare in particolare per il crescente mercato delle auto elettriche. La Lithium Americas Corp., che ha interessi anche negli Stati Uniti, si è mostrata del tutto positiva a condividere al 50% con la Ganfeng il progetto argentino, anche se ha sottolineato che non intende cedere ulteriore spazio ai colleghi cinesi.

  • Cina e Russia si preparano a sfruttare la rotta dell’Artico

    Cina e Russia – come riferisce il Transatlantico diretto da Andrew Spannaus – stanno costruendo nuove rompighiaccio a reazione nucleare per utilizzare la rotta artica, la via più breve che unisce l’Atlantico al Pacifico. Il China General Nuclear Power Group ha svelato che Pechino sta approntando rompighiaccio lunghe 152 metri, larghe 30 e alte 18, per un peso di 30.000 tonnellate. Di poco più lunghe e pesanti delle attuali rompighiaccio russe classe Arktika, si muoveranno fra i ghiacci grazie a due reattori ad acqua pressurizzata da 25 MW (finora la Cina ha utilizzato rompighiaccio a motore diesel, le Xue Long (Drago di neve). Nei cantieri di San Pietroburgo la Russia ha invece avviato la costruzione delle rompighiaccio Progetto 22220: non si hanno dettagli del progetto ma pare che le navi in via di allestimento siano ancora più grandi delle rompighiaccio cinesi.

  • Il Regno Unito dice no al memorandum cinese sulla Nuova Via della Seta

    Il governo italiano, tutto allegro e soddisfatto, ha appena firmato, con la mano di Di Maio, vice presidente del Consiglio dei ministri, il memorandum d’intesa con la Cina sulla Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative – BRI). Abbiamo detto “tutto allegro” perché la firma è stata accompagnata da dichiarazioni che sottolineavano retoricamente, con l’importanza della firma,  la felice scelta fatta nell’interesse del popolo italiano. Si sottoscriveva non solo la nuova via della seta, ma anche la nuova politica estera italiana, sganciata da quella dei tradizionali alleati atlantici ed europei. Il tutto, e non è un tema di poco conto, senza un preventivo dibattito in parlamento e nessuna discussione sui media. L’opinione pubblica sembra aver accolto l’avvenimento senza eccessivo entusiasmo, anzi, senza entusiasmo del tutto. Ma per il governo questa scelta rappresenta una svolta importante che darà frutti in futuro.

    Nel frattempo, il 4 aprile scorso, la Commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni (Camera bassa) del Parlamento britannico, ha pubblicato un documento strategico in cui si raccomanda al governo di Sua Maestà di non firmare alcun Memorandum d’intesa con la Cina sulla BRI. Il documento, più che rappresentare un semplice atto britannico, ha voluto essere un modello per l’Unione europea e gli Stati Uniti. Esso, infatti, è stato rilasciato pochi giorni prima del vertice tra UE e Cina che ha avuto luogo a Bruxelles il 9 aprile scorso. Il documento riconosce gli effetti positivi degli investimenti della BRI nei Paesi in via di sviluppo, ma ammonisce che essi minacciano di minare l’ordine internazionale “liberale” basato sulle regole. Non riassumiamo il documento e passiamo direttamente alla raccomandazione finale del documento, che trascriviamo integralmente:“La BRI, nella forma in cui viene attualmente perseguita, solleva preoccupazioni in riguardo agli interessi del Regno Unito. Tra questi, il rischio che gli investimenti cinesi incoraggino i Paesi a concludere accordi che minino i criteri internazionali che il Regno Unito si adopera di promuovere, o lascino quei Paesi con debiti insostenibili che minino lo sviluppo e la stabilità politica. Vi è anche il rischio che la promessa di investimenti cinesi, o l’indebitamento coercitivo (sic) nei confronti della Cina, possano incoraggiare quei Paesi a unirsi agli forzi cinesi di minare alcuni aspetti del sistema internazionale basato sulle regole e indebolire le alleanze e i partenariati che contribuiscono a preservare la pace e la prosperità internazionali. Perciò, sulla base di questi rischi, approviamo la decisione del governo di non firmare un Memorandum d’Intesa a sostegno della BRI. Il governo fa inoltre bene a non accettare la richiesta cinese che il Regno Unito fornisca quel che sarebbe a tutti gli effetti un sostegno in bianco a ciò che è un pilastro chiave della sua politica estera.”

    Il governo italiano, a differenza di quello britannico, ha invece rilasciato un assegno in bianco al pilastro chiave – come il documento della Commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni chiama la BRI – della politica estera cinese. In cambio di che? Il Regno Unito sarà un po’ squinternato sul problema Brexit, ma è certo che in ordine alla geopolitica (ed alla geoeconomia che ne consegue) nessuno può contestare la sua lucidità. Nebbia intensa, invece, sulla penisola italica.

  • Politica fiscale ed Iva: il paradosso democratico

    L’incertezza relativa alle dinamiche economiche di un mercato globale sempre più articolato e  complesso investono anche la Cina. L’esito stesso delle trattative relative ad un accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina rappresentano di per sé un fattore di incertezza non indifferente.

    Il colosso asiatico, infatti, a fronte di una riduzione delle previsioni di crescita per il 2019 che passano da un +7.5% ad un “modesto” +6/6.5% (l’Italia invece da un +1,2% ad un disastroso -0,2%!), ha avviato una sostanziale modifica della strategia economica ma soprattutto della politica  fiscale. A  conferma di questo cambiamento strategico l’IVA nel settore manifatturiero passa dal 16% al 13% (nove [9] punti in meno della attuale aliquota italiana) mentre quella applicata al settore trasporti e costruzioni dal 10% al 9%. Nel settore dei servizi rimane invece invariata al 6% ma vengono aumentate alle deduzioni. Quindi, uno stato come quello cinese, che certamente non rappresenta un esempio classico di “applicazione del principio democratico” e che per tale propria strutturazione non è vincolato dalla ricerca di un consenso elettorale, vara una politica che tende a privilegiare i consumi ed incrementa gli stessi come volano della ripresa della corsa economica che ha subito un minimo rallentamento attraverso una riduzione della pressione fiscale.

    Viceversa nella ‘democratica’ Italia l’IVA rappresenta una spada di Damocle introdotta dal governo Berlusconi ed applicata da tutti i governi successivi come elemento di “finanza creativa” sostenuta  da Tremonti e successivamente utilizzata da tutti i titolari del dicastero economico. Al di là dell’aspetto funzionale di “clausola di salvaguardia” va infatti ricordato come l’aumento dell’Iva fosse tutto sommato appoggiato anche dai ministro Padoan e vice ministro Calenda. Questo infatti confidavano attraverso l’aumento dell’IVA in una spirale inflattiva che avrebbe ridotto il peso del debito pubblico (secondo la loro visione monetaristica ormai ridicola all’interno di una valuta come l’euro). Il fatto poi che questo ulteriore aumento della pressione fiscale avrebbe diminuito ancora di più i consumi riducendo la capacità di acquisto dei cittadini italiani non era un problema preso in alcuna considerazione dai dotti esponenti del governo Renzi. La vicenda dell’ IVA italiana, in altre parole, dimostra ancora una volta come l’intera compagine politica dell’intero arco costituzionale utilizzi la leva fiscale solo ed esclusivamente al fine di incrementare la spesa pubblica corrente ed improduttiva in modo da ottenere strumenti finanziari per il proprio giardino elettorale (https://www.ilpattosociale.it/2018/11/26/la-vera-diarchia/).

    Il paradosso dell’IVA dimostra in modo brutale ma inequivocabile come uno stato democratico che dovrebbe perseguire il raggiungimento del massimo benessere per i propri cittadini, dai quali  è democraticamente eletto, come propri rappresentanti si dimostri invece, attraverso una gestione della leva fiscale, assolutamente autoreferenziale (anche a confronto di uno Stato autoritario come la Cina) finalizzata solo al mantenimento del potere attraverso la gestione della spesa pubblica.

    Viceversa uno stato certamente molto meno democratico come la Repubblica cinese per perseguire gli obiettivi di crescita economica che sono fondamentali per mantenere il potere all’interno delle diverse espressioni dell’unico partito al potere attraverso delle politiche fiscali espansive determina  l’aumento del potere d’acquisto dei propri cittadini che ne risultano i primi beneficiari.

    Un paradosso talmente stridente che dovrebbe finalmente aprire una seria riflessione relativamente al peso dello Stato ma soprattutto della propria classe politica e dirigente all’interno della democrazia italiana. Se non per rivedere la sempre maggiore ingerenza dello stato nell’economia quantomeno nella individuazione degli obiettivi da conseguire attraverso le politiche fiscali i cui risultati ed effetti ormai si dimostrano paradossali.

  • Cina: una minaccia o una opportunità?

    Giovedì 4 aprile, alle ore 18,30, a Palazzo delle Stelline a Milano (C.so Magenta, 61) verrà presentato il libro di Antonio Selvatici La Cina e la nuova Via della Seta: progetto per una nuova invasione globale nell’ambito del convegno ‘La proiezione italiana nel commercio internazionale: la minaccia cinese e le nuove opportunità’ organizzato dall’eurodeputato Stefano Maullu. All’evento parteciperanno Mauro Mamoli, Presidente Federmobili, Gian Micalessin de Il Giornale, Andrea Vento, Vento&Associati, Scipione M. Maggi, Italia Atlantica, il giornalista Paolo Panerai e il deputato Marco Osnato. Moderatore Fabrizio Zucca, Strategia e Sviluppo Consultants.

  • Dal sovranismo all’isolazionismo economico e politico

    Al fine di valutare la validità di un accordo bilaterale tra due nazioni, che peraltro non presentano alcuna “vicinanza” nella forma di  di governo e tanto meno risultano espressione dei medesimi principi democratici,  esistono diversi parametri che permettono di valutarne  gli effetti immediati ma anche quelli  più complessivi, soprattutto nel medio e lungo termine.

    La banale e semplicistica euforia dimostrata dal Presidente del Consiglio e dal vicepremier Di Maio in relazione ai possibili dati economici  di tale accordo è assolutamente infantile ma soprattutto ridicola. Dei ventinove (29) accordi sottoscritti tra i rappresentanti istituzionali diciannove (19, quindi oltre il 65% complessivo) riguardano la pubblica amministrazione. Quindi solo dieci (10) si presentano come intese reali, cioè basi di processi di sviluppo tra aziende cinesi ed  italiane: il tutto per un valore di circa 2,5 miliardi di euro.

    Pur riconoscendo i dati governativi, assolutamente ottimistici, tuttavia va ricordato come all’interno di un accordo internazionale di questo genere subentrino altri parametri legati ad un contesto politico economico internazionale con l’obiettivo di valutare complessivamente il nuovo scenario economico politico.

    Al di là dei diversi schieramenti che compongono la maggioranza governativa del  governo in carica risulta evidente come le inutili quanto insistenti pressioni dei governi tedeschi e francesi, i quali chiedevano una posizione più complessiva europea (una delle poche volte per altro), si tradurranno sicuramente in un costo politico ma soprattutto economico aggiuntivo rispetto al quale i 2,5 miliardi sbandierati dal governo risultano risibili.

    La sordità del Presidente del Consiglio alla richiesta di una posizione mediana e quindi maggiormente allineata con quelle dell’Unione Europea rasenta un comportamento narcisistico e in pieno delirio di onnipotenza. Un comportamento, ma soprattutto un atteggiamento, inappropriato all’interno di uno scenario politico istituzionale che offrirà nuove sostanziose argomentazioni per mantenere il rapporto privilegiato tra Germania e Francia e relegando inevitabilmente il nostro Paese in una posizione sempre più marginale all’interno delle politiche di sviluppo economiche dell’Unione europea.

    Questo è un errore epocale per una nazione che è la seconda economia manifatturiera ma contemporaneamente continua ad accumulare nuovo debito pubblico. L’accordo tra il nostro Paese la Repubblica cinese rappresenta l’ultima tappa di uno scellerato percorso privo di ogni considerazione per le ricadute politico economiche e con una  visione prospettiva che non va oltre la settimana successiva.

    In altre parole, dopo le farneticanti posizioni “sovraniste legate ad un ridicolo ritorno alla lira” il nostro Paese passa ad una posizione di assoluto “isolazionismo politico ed economico” all’interno della stessa Unione Europea. Un isolazionismo già dimostrato con la ridicola posizione relativa al corridoio Tav i cui effetti si andranno a sommare alla posizione odierna del governo dopo l’accordo con la Cina. Un isolazionismo già evidente e comunque ancora oggi sottostimato dalla compagine governativa ma i cui effetti risultano già in parte evidenti. Basti ricordare come in tutte le trattative a livello europeo per il rinnovo delle cariche istituzionali e finanziarie non sia presente un candidato italiano espressione dello spessore politico del governo in carica.

    I costi economici complessivi, sinonimo dell’effetto combinato economico – politico e della posizione isolazionista italiana, rappresentano in modo evidente la assoluta inadeguatezza della attuale classe politica e dirigente e condannano il nostro Paese alla più assoluta marginalità già nel contesto europeo.

  • La giornalista Diana Lanciotti invita il Governo italiano ad affrontare con il Presidente Xi Jinping anche il tema dei diritti degli animali in Cina

    Riceviamo e pubblichiamo la lettera che Diana Lanciotti, giornalista, scrittrice e fondatrice del ‘Fondo Amici di Paco’, in occasione della visita in Italia del Presidente cinese Xi Jinping, ha inviato al Presidente del Consiglio e ai Ministri dell’Ambiente e degli Esteri per invitarli ad affrontare anche il tema dei diritti degli animali spesso violati in Cina, con particolare riferimento alla manifestazione “Festival della carne di cane”, che si svolge ogni anno a Yulin, a partire dal 21 giugno.


    Presidente del Consiglio Giuseppe Conte
    Ministro dell’Ambiente Sergio Costa
    Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi
    p.c. Ministro dell’Interno Matteo Salvini

    Desenzano del Garda, 21 marzo 2019

    OGGETTO: Rapporti Italia-Cina e diritti degli animali

    Egregio Presidente, egregi Ministri,

    in occasione della visita in Italia del Presidente cinese vorrei portare alla vostra attenzione il “Festival della carne di cane”, una tristissima manifestazione che ogni anno si svolge a Yulin, in Cina, a partire dal 21 giugno.
    Un’usanza che comporta l’uccisione di 10.000 cani (ma si parla anche del doppio) che vengono stipati in gabbia per le strade per essere scelti dai “clienti”, e poi essere uccisi e cucinati.
    Un’atrocità che non si può giustificare appellandosi alla tradizione.

    Da alcuni anni, secondo l’approccio “non urlato” e pacato che ci contraddistingue, il Fondo Amici di Paco ha richiamato l’attenzione di media e istituzioni sul “Festival di Yulin” e ho personalmente scritto all’Ambasciatore cinese in Italia per invitarlo a far pressioni sul proprio governo affinché questa manifestazione, che giustamente indigna il resto del mondo, venga annullata per sempre.

    Mi permetto perciò di indicarvi il link al mio sito (https://www.dianalanciotti.it/2018/06/festival-della-carne-di-cane-di-yulin-ancho-me-lo-mangio-di-baci/) da cui l’anno scorso ho lanciato una campagna di sensibilizzazione sul “Festival della carne di cane”, pregandovi di voler trattare con i vostri interlocutori cinesi anche questo argomento e, più estesamente, quello dei diritti degli animali, in varie circostanze violati in Cina. Come nel caso delle “fattorie della bile”, in cui gli orsi sono tenuti prigionieri in condizioni terrificanti per estrarre loro la bile per usi “medicamentosi”, e gli allevamenti di animali da pelliccia.

    Sono sicura che prenderete a cuore la mia richiesta, che interpreta le aspettative di milioni di persone che considerano il rispetto verso ogni essere vivente un valore fondante della società civile.

    Con i più cordiali saluti, vi ringrazio e vi auguro buon lavoro

    Diana Lanciotti
    Fondatrice e presidente onorario Fondo Amici di Paco

     

  • La via della seta e l’imbarazzante strategia governativa

    La proposta del governo di Pechino di aderire a questa opera infrastrutturale, ma soprattutto la valutazione del suo impatto economico, dimostra il livello di preparazione culturale ed economica tanto del governo italiano in carica quanto dell’Unione europea. Entrambi i soggetti politici infatti dimostrano un “infantilismo economico” assolutamente imbarazzante. Il Presidente del Consiglio assieme agli esponenti dei 5 Stelle si dimostrano convinti che questa infrastruttura permetterà alle nostre merci di avere un accesso diretto al mercato cinese e, di conseguenza, si trasformerebbe in un veicolo di sviluppo delle esportazioni italiane. Sembra incredibile come questi non risultino in grado di comprendere come il nostro asset industriale ed imprenditoriale sia la declinazione di mercato concorrenziale ed al tempo stesso di strutture politiche democratiche.

    Attraverso l’adesione a questo progetto, viceversa, tutti gli asset economici ed industriali italiani si troveranno  in competizione con altrettante aziende, direttamente o meno, supportate da politiche anche di fiscalità di vantaggio di un regime autoritario nel quale la programmazione viene effettuata solo ed esclusivamente dal comitato politico.

    In altre parole, grazie alla scelta di questo governo, si aprirà la porta principale all’invasione dei prodotti cinesi (molti dei quali già delocalizzati in aree a minore costo della manodopera), espressioni di quadri normativi inesistenti rispetto a quelli italiani. Uno scenario assolutamente disastroso, in particolar modo nel settore dei  beni intermedi, che metteranno in serie difficoltà le nostre PMI appartenenti alle filiere nazionali e soprattutto internazionali. A tal proposito si ricorda come infatti alle PMI vada riconosciuto il merito di aver mantenuto in equilibrio export-oriented la nostra economia come unica espressione di crescita economica. Questa  incapacità di analisi politica, tuttavia, che va interamente attribuita al Presidente del Consiglio e al partito di maggioranza relativa trova una sponda anche all’interno dell’Unione Europea.

    Innanzitutto la Germania rimane su una posizione molto negativa rispetto alla via della seta (pur essendo l’interscambio con la Cina di oltre 200 miliardi). Addirittura, poi, il governo tedesco assieme all’associazione della Confindustria tedesca stanno creando un fondo che potrà venire utilizzato per opporsi alle scalate ostili da parte di capitali cinesi nei confronti di aziende tedesche ritenute strategiche.

    In Italia,  invece, l’intera classe politica ed anche Confindustriale plaudono alla vendita di un’azienda ad un colosso all’estero, intesa come dimostrazione della appetibilità del nostro settore manifatturiero.

    Va altresì ricordato ovviamente come in Germania l’associazione degli industriali si associ ed elabori un’azione di difesa delle aziende considerate strategiche .

    La nostra associazione di categoria confindustriale invece si diletta in modo altrettanto infantile nelle previsioni di crescita o di reddito di cittadinanza dimostrando anch’essa un declino culturale imbarazzante.

    Inoltre, ad aprire il mercato attraverso le opere infrastrutturali alla potenza cinese, va ricordato come la stessa Unione Europea operi contro le forme di aggregazione di colossi europei che possano competere nel mercato mondiale.

    La decisione della commissione antitrust contraria alla fusione tra Alstom e Siemens dimostra essenzialmente la visione domestica e non mondiale delle dinamiche economiche del mercato alla  quale invece si risponde proprio con la creazione di colossi europei (https://www.ilpattosociale.it/2019/02/11/lunione-europea-espressione-del-ritardo-culturale/). E’ imbarazzante in questo senso la assoluta incapacità della burocrazia europea di comprendere come i termini e le dinamiche siano mondiali e all’interno di queste i colossi europei possono competere solo ed esclusivamente attraverso le associazioni o la fusione di imprese.

    In altre parole la via della seta dimostra ancora una volta il declino culturale della classe politica italiana ora al governo quanto dell’Unione Europea incapace di comprendere come le regole del mercato devono necessariamente partire da una analisi e da una successiva elaborazione di un quadro normativo comune. Questo sarebbe infatti  la base per rendere la concorrenza espressione dell’aumento della produttività e della ricerca tecnologica invece di un approccio speculativo ad un minore costo della manodopera. Tutto questo conferma, ancora una volta, come il declino della nostra società sia legato ad una incapacità culturale della classe politica e dirigente tanto italiana e quanto europea.

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