Cina

  • La Svezia deciderà se estradare il funzionario cinese accusato di corruzione

    La corte suprema svedese deciderà sulla richiesta di estradizione, da parte della Cina, di Qiao Jingjun, che secondo il Partito comunista cinese sarebbe responsabile di appropriazione indebita di svariati milioni di dollari durante il periodo in cui è stato direttore di un magazzino di cereali ad Henan. Qiao è stato arrestato nei pressi di Stoccolma a giugno del 2018.

    Il caso è monitorato perché la Cina è stata spesso accusata di violazione dei diritti umani e per questo se da un lato i pubblici ministeri svedesi pare sostengano l’autorizzazione all’estradizione di Qiao la sua difesa si sta  invece battendo per evitarla. Il caso creerebbe un precedente in Europa.

    La Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) cerca di garantire la protezione dalla tortura e l’accesso ad un processo equo. I critici sono convinti che il processo di Qiao in Cina sarebbe uno show-trial, probabilmente televisivo, con l’imputato che viene istigato alla confessione. Inoltre, se l’estradizione andasse in porto, sarebbe processato da un tribunale speciale secondo un sistema che supervisiona i membri del partito, i lavoratori dello Stato e i funzionari amministrativi e che è completamente separato dal sistema legale tradizionale.

    Il caso svedese si svolge proprio mentre i manifestanti scendono nelle strade di Hong Kong per opporsi ad una nuova legge di estradizione che richiederebbe alle autorità del territorio di espelle i sospettati inviandoli in Cina.

    Il Paese asiatico sta perseguendo la cosiddetta operazione SkyNet, cercando di catturare i fuggiaschi ricercati per corruzione in tutto il mondo, avendo pubblicato una lista con 100 nomi in cui quello di Qiao è al terzo posto.

  • La comunità internazionale chiede di fare luce sulle violazioni dei diritti umani nel Kashmir

    La comunità internazionale, compresa l’Unione Europea, è sempre più preoccupata per il lungo conflitto tra India e Pakistan per la disputa sulla regione del Kashmir. La diatriba risale al 1948 quando, dopo la fine del dominio britannico, al popolo del Kashmir fu promesso dalle Nazioni Unite un voto plebiscitario sul suo status futuro. Dovevano cioè scegliere tra l’integrazione con l’India, il Pakistan oppure optare per  l’indipendenza. Sia l’India che il Pakistan rivendicavano la regione himalayana e la conseguenza fu lo scoppio di due guerre. Le tensioni più elevate si rilevano nella parte del Kashmir amministrata dall’India, dove vivono circa i due terzi della popolazione.

    L’India e il Pakistan, entrambe potenze nucleari, di recente sono tornate ad affrontarsi per la stessa questione e alla disputa si è aggiunta anche la Cina che esercita un’influenza crescente sulla regione in quanto le sue forze armate occupano piccole aree del Kashmir. Gli attacchi contro i civili sono frequenti, in particolare nella parte indiana del confine conteso, i prigionieri nel Kashmir amministrato dall’India sono stati sottoposti ad abusi e torture, tra cui “water-boarding, privazione del sonno e torture sessuali”, come rileva un rapporto di Association of Parents of Disappeared Persons e Jammu and Kashmir Coalition of Civil Society, due associazioni che si occupano di diritti umani. Le forze indiane sono state fortemente criticate per l’uso eccessivo della forza dall’ONU che ha chiesto un’indagine internazionale sulle violazioni dei diritti. Il responsabile per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, inoltre, ha chiesto di istituire una apposita commissione d’inchiesta.

    Secondo uno studio pubblicato nel 2015 da Medici senza frontiere il 19% della popolazione prevalentemente musulmana del Kashmir soffre di disturbo da stress post-traumatico a causa del conflitto e delle condizioni in cui è costretta a vivere.

  • Continua in Cina la persecuzione dei cristiani

    Il 4 giugno 1989 non esiste per il regime comunista di Pechino. E’ stato un giorno critico e tragico per i cinesi, in cui il governo ha massacrato migliaia di dimostranti che reclamavano la democrazia nella piazza Tienanmen di Pechino. Lo ricorda un articolo del Wall Street Journal del 30 maggio scorso, che denuncia la continuazione della persecuzione dei cristiani. Lo stesso giorno, tra l’altro, i leader del partito comunista – rammenta il giornale – videro i candidati pro democrazia in Polonia soppiantare il potere comunista, con l’indispensabile sostegno di Papa Giovanni Paolo II. Questi due eventi avrebbero spinto Pechino a rafforzare il controllo sulla religione, ritenendo che essa avesse rappresentato un forte incentivo per le manifestazioni a favore della democrazia. Dopo la tragedia di Tienanmen, dunque, i gruppi cristiani furono obbligati a registrarsi presso associazioni statali “patriottiche”. Nell’intento di mantenere l’accesso ai mercati occidentali, Pechino applicò selettivamente queste regole nelle grandi città, al fine di non far scoppiare reazioni troppo travolgenti nei confronti del regime. Chi sopportò il peso della chiusura delle chiese e l’internamento di massa nei campi di concentramento furono i contadini cristiani clandestini. Nei successivi tre decenni dopo il famigerato 1989, il cristianesimo cinese avrebbe registrato una crescita spettacolare. Oggi potrebbero esserci oltre 100 milioni di cristiani cinesi. Tutti, tranne 36 milioni – riferisce sempre il giornale americano – praticano la loro fede, al di fuori del controllo del governo. Il sociologo Fenggang Yang, professore e direttore fondatore del Center on Religion and Chinese Society della Purdue University, situata a West Lafayette nello stato dell’Indiana (Usa), ha previsto che la Cina potrebbe avere circa 280 milioni di cristiani entro il 2030. Un dato comparativo è offerto dal Partito Comunista che conta 90 milioni di iscritti. L’anno scorso il presidente Xi Jinping, nel tentativo di frenare la crescita della Chiesa e di sottomettere la fede cristiana ai dettami del partito, affidò il controllo diretto delle chiese al Partito comunista ufficialmente ateo. Fu così che alcune mega chiese urbane clandestine sono state chiuse, migliaia di membri delle congregazioni arrestati e numerosi eminenti pastori protestanti sono stati condannati a lunghe pene detentive. Il regime ha inoltre lanciato, proprio in questi giorni, una campagna nazionale per sradicare le chiese che avevano rifiutato di registrarsi. Questa politica si chiama “sinicizzazione.” L’Istituto pontificio per le Missioni estere afferma che l’obiettivo di questa politica è rendere le religioni “strumenti di partito”. L’anno scorso nella provincia di Henan, 10.000 chiese protestanti sono state chiuse, anche se la maggior parte erano state registrate secondo le norme in vigore. Nel 2018, più di un milione di cristiani sono stati minacciati o perseguitati e 5.000 sono stati arrestati. Nelle chiese i simboli cristiani a volte vengono sostituiti con le immagini del presidente Xi. Le chiese sopravvissute devono sostituire gli insegnamenti biblici ed evangelici con i valori socialisti. C’è stato un accordo del Vaticano con Pechino sulle nomine episcopali, ma ciò nonostante i cattolici cinesi non sono stati risparmiati. Papa Francesco ha riconosciuto tutte e otto le selezioni dei vescovi fatte dal governo cinese, mentre lo stato cinese non ha ancora ricambiato con nessuno dei 30 vescovi selezionati dal Vaticano. Da quando l’accordo è stato firmato, inoltre, due popolari santuari mariani di pellegrinaggio sono stati demoliti. Diversi preti cattolici clandestini ed un vescovo sono stati detenuti e costretti alle sessioni di rieducazione del Partito comunista, che non smentisce sé stesso e come si è sempre comportato in tutti i Paesi del mondo dove è andato al potere: imporre l’ateismo come dottrina di Stato e fare piazza pulita del cristianesimo. Molti cattolici in Cina rimangono clandestini e sono critici nei confronti dell’accordo firmato dal Vaticano, perché, come temevano e denunciavano, l’accordo non sarebbe stato rispettato dal partito comunista. Sapeva tutte queste cose il Vicepresidente Di Maio quando è andato a Pechino a preparare l’adesione del governo italiano alla Nuova Via della Seta, adesione firmata in seguito a Roma, contro il parere di tutti gli Stati dell’Unione europea di cui l’Italia, fino a prova contraria, è uno dei membri fondatori? E se lo sapeva, quali sono i vantaggi che l’Italia pensa di ricavare da questa firma? E’ possibile andare a braccetto con chi, ancora oggi, pratica la persecuzione contro i cristiani, come avveniva ai tempi dell’Impero romano? Sì, per i nostri governanti è possibile, nonostante le chiacchiere quotidiane sui diritti umani.

  • US moves against intel-linked Chinese tech companies

    The US is considering blacklisting the Chinese technology company Hikvision – a world leader in video surveillance products that include artificial intelligence, speech monitoring and genetic testing which broadens the capacity for facial and body traits recognition -after the Commerce Department brought forth foreign and human rights considerations to the House Armed Services and Intelligence Committees.
    Hikvision supplies surveillance cameras that the Chinese government uses in the Muslim-majority Xinjiang region, where more than 3 million ethnic Uyghurs, a Turkic-speaking Muslim people, are being rounded up by the Chinese Communist Party and thrown into reeducation camps.
    Washington could invoke the Magnitsky Act, which allows the US to sanction government officials implicated in human rights abuses, high-ranking officials such as Chen Quanguo, Xinjiang’s Communist Party head since August 2016.
    The technology developed by Hikvision is being exported to nations that seek a surveillance capacity similar to the what is employed by China’s secret police, including Ecuador, Pakistan, Uzbekistan, Zimbabwe, and the United Arab Emirates. Hikvision employs 34,000 staff worldwide and has also taken major contracts such as the Beijing Olympics, the Brazilian World Cup, and the Linate Airport in Milan. Since 2019, Congress has banned the use of Hikvision technology by federal agencies.
    US Secretary of State Mike Pompeo referred to Chinese surveillance capacity as “stuff reminiscent of the 1930s” and undermines US national security. The White House is campaigning to limit Chinese access to advanced American technology. The Department of Commerce is drawing up new regulations to restrict US exports of 14 advanced technologies, including robotics and quantum computing.
    Chinese companies spend billions in buying products from US companies and the move could hurt companies such as Qualcomm and Intel. Washington gives Huawei 90-day reprieve
    The Commerce Department issued a 90-day reprieve on their ban on dealing with Huawei. This will give the Chinese tech giant a temporary license to deal with US companies for a temporary transition period.
    “The Temporary General Licence grants operators time to make other arrangements and (gives) the Department space to determine the appropriate long-term measures for Americans and foreign telecommunications providers that currently rely on Huawei equipment for critical services,” said Secretary of Commerce Wilbur Ross.
    The delay does not change the ban imposed by the White House, which was based on national security grounds. US intelligence believes Huawei is backed by the Chinese military and its equipment provide Beijing’s intelligence services and serves as a backdoor into the communications networks of rival countries.
    Washington has applied pressure on its European allies – the second biggest market for Huawei after China – to ban the company from procurement for the development of 5G infrastructure.
    Google has already announced that it would restrict Huawei’s access to the Android operating software, a move that will be followed by US semiconductor manufacturers Intel, Broadcom, Qualcomm, Micron, and Cypress.
    The founder of Huawei, Ren Zhengfei, said Huawei was “very grateful” to US companies that were instrumental in building up the company, while also underscoring that the Chinese behemoth was instrumental in the growth of Android around the world.
    Huawei’s rival, ZTE, maybe in a worse position to deal with the disruption of supply in semiconductors as it produces none of its own. France will not exclude Huawei from 5G network development. France’s Finance Minister Bruno Le Maire said that any decision for the development of 5G network infrastructure will be based on security and performance considerations and that Huawei would be excluded in principle.
    “We will make decisions based on the technological interest and strategic security of our networks,” Le Maire said, while adding that it is not certain Huawei had the best technology in the sector, as Sweden’s Ericsson “is also competing for the same procurement contracts”.
    This echoed a statement by French President Emmanuel Macron, who appears to be steering France towards a collision course with the US government despite warnings that French telecoms would be at risk of being infiltrated by Chinese intelligence, France’s national regulatory authority for electronic communications, ARCEP, has instead opted to press forward as it does not want to delay the rollout of 5G infrastructure beyond 2020.

  • Servono volontari delle acque per prendersi cura dei fiumi

    Mentre il problema inquinamento delle acque, pulizia dei fiumi e loro esondazioni rimane inevaso, in Italia come in Europa, come dimostra anche il recente servizio tv sull’inquinamento del Tevere, i cinesi sono già andati avanti. Infatti Pechino ha deciso di nominare centinaia di migliaia di capi-fiume che saranno responsabili delle pulizie dei corsi d’acqua, sia direttamente che organizzando un sistema di controllo e pulizia. Ovviamente per i cinesi l’incarico al momento non è pagato, è al servizio dello Stato, Stato che da noi purtroppo è latitante. E proprio perché da noi lo Stato è latitante, abbiamo fortunatamente centinaia di miglia di persone che lavorano nel volontariato per supplire alle inefficienze ed inettitudini dell’apparato pubblico. Forse prendendo spunto dall’esperimento cinese potremmo cominciare anche noi a immaginare i volontari delle acque così che finalmente eviteremmo di vedere i greti dei fiumi sommersi da immondizie e da tronchi d’albero, i quali, nel caso di piene, come spesso è successo, travolgono ponti e infrastrutture. I volontari delle acque inoltre potrebbero finalmente vigilare, nessun altro di fatto lo fa, su quelle attività estrattive o di trasformazione che insistono proprio sulle rive dei fiumi e che in più casi sono state responsabili di gravi inquinamenti.

  • Italia-Cina: un errore accettare negoziazioni bilaterali senza l’Europa, già la Germania se ne pentì

    Il nostro Governo sembra non aver data alcuna importanza alla valenza strategica (che io giudico pericolosa anche per l’Italia) del progetto cinese One Belt, One Road (da noi conosciuta come Nuova via della Seta) e, infischiandosene degli appelli provenienti dai nostri alleati americani e soprattutto da Bruxelles, ha firmato in pompa magna un pre-accordo con Pechino. Supponendo (e non abbiamo ragione di dubitarne) la buona fede dei nostri governanti, dobbiamo immaginare che abbiano sperato in chissà quali enormi contropartite commerciali che Pechino ci accorderebbe.

    In effetti, la nostra bilancia commerciale con la Cina è fortemente sfavorevole per noi: se guardiamo alle cifre del nostro export e le confrontiamo con quelle di altri paesi europei c’è anche da capire perché a Roma qualcuno ha deciso che dovevamo fare da soli e non ascoltare i richiami dell’Unione.

    Nel 2018 la Germania ha esportato in quel paese merci per ben 95 miliardi di euro, la Francia 21, la Gran Bretagna 23 e noi solo 13 miliardi (ci segue l’Olanda con 10). La quota di mercato tedesca verso la Cina costituisce il 5 per cento del totale delle loro esportazioni e per Berlino è il mercato più importante in assoluto al di fuori dell’Europa. Le merci più esportate sono quelle su cui anche noi potremmo agevolmente concorrere: l’automotive, la meccanica strumentale, l’elettrotecnica e la farmaceutica.

    Purtroppo, o per fortuna, la normale intelligenza auspicherebbe che nessun Governo agisca e prenda decisioni in base a puntigli o a rivalse, ma che, al contrario, si valutino tutti i pro e contro e si faccia tesoro delle altrui conosciute esperienze. Probabilmente, se fosse stato quest’ultimo atteggiamento ad ispirare Di Maio e compagni, ci saremmo rifiutati di incontrare i nostri interlocutori da soli e avremmo invece fatto come Macron, cioè avremmo accettato di negoziare con Pechino non in modo bilaterale ma soltanto a livello di Unione Europea. Naturalmente, lo avremmo fatto pretendendo dai partner le dovute garanzie per il rispetto del nostro ruolo di seconda potenza industriale del continente.

    La conferma che sia un errore accettare negoziazioni bilaterali viene proprio da chi ha saputo sfruttare, molto meglio di noi, le potenzialità del mercato cinese: la Germania.

    I tedeschi hanno investito in Cina cifre enormi (al 2016 erano già 76 miliardi di euro che davano lavoro in 5200 strutture a circa un milione di lavoratori) e grazie alla differenziazione delle produzioni tra i due Paesi hanno dato vita a una certa sinergia produttiva. Purtroppo per loro, col tempo si sono accorti che la differenziazione è andata riducendosi e che, anche a causa del non rispetto cinese della proprietà intellettuale (cioè dei brevetti) i cinesi stavano diventando sempre piu’ spesso concorrenti sui mercati di tutto il mondo delle stesse aziende tedesche.

    Resisi finalmente conto di quanto sta accadendo e del trend che si è innescato, la Confindustria tedesca ha elaborato all’inizio di questo anno un documento indirizzato al Governo di Berlino e alla Commissione di Bruxelles. Il testo chiede con forza che ogni trattativa con Pechino sia condotta dall’Europa soltanto in modo unitario, sia per avere un maggior potere contrattuale, sia per poter imporre condizioni che obblighino i cinesi ad attenersi alle vere regole del libero mercato.

    In particolare, l’Associazione degli industriali tedeschi esprime 54 richieste sotto un titolo molto significativo: “Partner e competitore sistemico: Come trattare con l’economia cinese controllata dallo Stato?”. Nel documento si sottolinea che, contrariamente alle generali aspettative, “la Cina non sta sviluppando un’economia di mercato, né abbraccerà il concetto di libero mercato in un futuro prevedibile”. Continua affermando che, nonostante si voglia continuare ad approfittare delle opportunità offerte da quel mercato, “nessuno dovrebbe semplicemente ignorare le sfide che la Cina pone all’Europa e alla Germania”. Si chiede esplicitamente che l’Unione introduca regole che obblighino chiunque voglia avere a che fare con il nostro mercato unico a rispettare le stesse condizioni imposte alle nostre aziende e soprattutto che si escludano quelle società che beneficiano di aiuti di Stato. Non è infatti razionale che a operatori stranieri sia concesso ciò che è proibito alle nostre aziende. I venditori di prodotti con prezzi in dumping devono essere controllati attentamente per verificare se hanno ottenuto aiuti pubblici e si deve imporre a Pechino di intervenire ogni volta che si realizzi una violazione dei brevetti internazionali.

    E’ dunque evidente anche per chi ha una posizione dominante nei commerci con la Cina che un singolo Paese non è in grado, da solo, di competere politicamente con un gigante di tal fatta e solo una dimensione economica importante come quella europea, se unita, puo’ tenervi testa. Solo così si potrà proteggere le nostre aziende produttrici e quindi il nostro mercato del lavoro.

    Forse anche i “sovranisti” di vario genere dovrebbero andare a sentire cosa pensano, non per teoremi ma in base alla loro esperienza, gli industriali tedeschi.

    *Deputato dal 1996 al 2008

  • Chinese authorities round up priests and a Hong Kong activist

    A Chinese bishop from the banned Church of China taken into custody with his vicar general as part of a long-running government crackdown on priests who are not aligned with the official clergy sanctioned by the Chinese Communist Party.

    The Chinese government has been actively pursuing a campaign that removes or imprisons priests who are affiliated with an underground branch of the Catholic Church in China’s northern Hebei province.

    Bishop Augustine Cui Tai of Xuanhua is believed to have been arrested on 29 March, a day after his vicar general, Father Zhang Jianlin, was taken into custody by China’s security services.

    Cui has been a regular target of the Communist authorities, having been previously detained on several other occasions by the provincial government over the past decade. Recognised by the Holy See, but not by the Chinese government, Cui was been denounced by a regime-connected local priest, who accused him of not following an agreement signed between China and the Holy See six months ago.

    The Diocese of Xuanhua was founded by the Holy See in 1946, but in 1980 the government formed the official diocese of Zhangjiakou as joined it with that of Xuanhua. The diocese of Zhangjiakou is not recognised by the Vatican.

    The situation of clergy in detention remains unresolved, says the International Catholic News. “Religious liberties have been subjected to a crackdown over the past year across the country, with strengthened government oversight of religious activities,” said the International Catholic News, which added, “The government’s aim is to paralyse the diocese”

    The arrests come amid growing international concern about a fresh crackdown on religious freedom by the Communist authorities in China.

    A priest from the underground community said, “if the diocese fails to manage the community, then the government will use this as an opportunity to take it over”.

    Reports from China have also indicated that a prominent Catholic activist, Yip Po-lam of the Justice and Peace Commission of Hong Kong, was jailed for two weeks after a local court refused to hear her appeal against a conviction for causing a public disorder during demonstrations that took place outside Hong Kong’s Legislative Council five years ago.

    Jackie Hung, who is also from the Justice and Peace Commission, expressed fears that jail time for once-tolerated peaceful protests in Hong Kong is now on the rise as Beijing looks to tighten its grip on the region’s autonomous status.

  • Il litio argentino è sempre più affare di Pechino

    Con un investimento di ulteriori 160 milioni di dollari, la cinese Ganfeng ha ampliato la proprietà nei progetti di estrazione del litio in Argentina, in cooperazione con la canadese Lithium Americas Corp. La Ganfeng passa così dal 37,5% al 50% dei diritti nel consorzio di Cauchari-Olaroz. La Cina è interessata al mercato del litio in quanto elemento fondamentale per le batterie, da considerare in particolare per il crescente mercato delle auto elettriche. La Lithium Americas Corp., che ha interessi anche negli Stati Uniti, si è mostrata del tutto positiva a condividere al 50% con la Ganfeng il progetto argentino, anche se ha sottolineato che non intende cedere ulteriore spazio ai colleghi cinesi.

  • Cina e Russia si preparano a sfruttare la rotta dell’Artico

    Cina e Russia – come riferisce il Transatlantico diretto da Andrew Spannaus – stanno costruendo nuove rompighiaccio a reazione nucleare per utilizzare la rotta artica, la via più breve che unisce l’Atlantico al Pacifico. Il China General Nuclear Power Group ha svelato che Pechino sta approntando rompighiaccio lunghe 152 metri, larghe 30 e alte 18, per un peso di 30.000 tonnellate. Di poco più lunghe e pesanti delle attuali rompighiaccio russe classe Arktika, si muoveranno fra i ghiacci grazie a due reattori ad acqua pressurizzata da 25 MW (finora la Cina ha utilizzato rompighiaccio a motore diesel, le Xue Long (Drago di neve). Nei cantieri di San Pietroburgo la Russia ha invece avviato la costruzione delle rompighiaccio Progetto 22220: non si hanno dettagli del progetto ma pare che le navi in via di allestimento siano ancora più grandi delle rompighiaccio cinesi.

  • Il Regno Unito dice no al memorandum cinese sulla Nuova Via della Seta

    Il governo italiano, tutto allegro e soddisfatto, ha appena firmato, con la mano di Di Maio, vice presidente del Consiglio dei ministri, il memorandum d’intesa con la Cina sulla Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative – BRI). Abbiamo detto “tutto allegro” perché la firma è stata accompagnata da dichiarazioni che sottolineavano retoricamente, con l’importanza della firma,  la felice scelta fatta nell’interesse del popolo italiano. Si sottoscriveva non solo la nuova via della seta, ma anche la nuova politica estera italiana, sganciata da quella dei tradizionali alleati atlantici ed europei. Il tutto, e non è un tema di poco conto, senza un preventivo dibattito in parlamento e nessuna discussione sui media. L’opinione pubblica sembra aver accolto l’avvenimento senza eccessivo entusiasmo, anzi, senza entusiasmo del tutto. Ma per il governo questa scelta rappresenta una svolta importante che darà frutti in futuro.

    Nel frattempo, il 4 aprile scorso, la Commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni (Camera bassa) del Parlamento britannico, ha pubblicato un documento strategico in cui si raccomanda al governo di Sua Maestà di non firmare alcun Memorandum d’intesa con la Cina sulla BRI. Il documento, più che rappresentare un semplice atto britannico, ha voluto essere un modello per l’Unione europea e gli Stati Uniti. Esso, infatti, è stato rilasciato pochi giorni prima del vertice tra UE e Cina che ha avuto luogo a Bruxelles il 9 aprile scorso. Il documento riconosce gli effetti positivi degli investimenti della BRI nei Paesi in via di sviluppo, ma ammonisce che essi minacciano di minare l’ordine internazionale “liberale” basato sulle regole. Non riassumiamo il documento e passiamo direttamente alla raccomandazione finale del documento, che trascriviamo integralmente:“La BRI, nella forma in cui viene attualmente perseguita, solleva preoccupazioni in riguardo agli interessi del Regno Unito. Tra questi, il rischio che gli investimenti cinesi incoraggino i Paesi a concludere accordi che minino i criteri internazionali che il Regno Unito si adopera di promuovere, o lascino quei Paesi con debiti insostenibili che minino lo sviluppo e la stabilità politica. Vi è anche il rischio che la promessa di investimenti cinesi, o l’indebitamento coercitivo (sic) nei confronti della Cina, possano incoraggiare quei Paesi a unirsi agli forzi cinesi di minare alcuni aspetti del sistema internazionale basato sulle regole e indebolire le alleanze e i partenariati che contribuiscono a preservare la pace e la prosperità internazionali. Perciò, sulla base di questi rischi, approviamo la decisione del governo di non firmare un Memorandum d’Intesa a sostegno della BRI. Il governo fa inoltre bene a non accettare la richiesta cinese che il Regno Unito fornisca quel che sarebbe a tutti gli effetti un sostegno in bianco a ciò che è un pilastro chiave della sua politica estera.”

    Il governo italiano, a differenza di quello britannico, ha invece rilasciato un assegno in bianco al pilastro chiave – come il documento della Commissione Affari Esteri della Camera dei Comuni chiama la BRI – della politica estera cinese. In cambio di che? Il Regno Unito sarà un po’ squinternato sul problema Brexit, ma è certo che in ordine alla geopolitica (ed alla geoeconomia che ne consegue) nessuno può contestare la sua lucidità. Nebbia intensa, invece, sulla penisola italica.

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