Cina

  • In Cina donne uigure sterilizzate con la forza

    Continuano le atrocità di Pechino nei confronti degli uiguri e questa volta le vittime sono le donne, stando ad un nuovo rapporto sulla persecuzione che si protrae da anni. Pare infatti che molte donne siano costrette ad essere sterilizzate o dotate di dispositivi contraccettivi nello Xinjiang nel tentativo di limitare l’aumento della popolazione di uiguri musulmani. Il Partito Comunista Cinese ha relegato negli ultimi tre anni la comunità uigura nel campo di rieducazione dello Xinjiang, una regione autonoma della Cina che confina con le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Pechino ha etichettato i campi come “centri di aiuto”, progettati, secondo il Partito Comunista, per combattere l’estremismo religioso. Precedenti documenti trapelati hanno però mostrato che si tratta invece di campi di rieducazione ideologica. Le Nazioni Unite stimano che oltre un milione di musulmani siano stati incarcerati nello Xinjiang. Il motivo principale per il quale le persone vengono mandate nei campi è quello di avere troppi bambini. Il rapporto cita statistiche del governo, documenti statali e interviste con ex detenuti e un ex istruttore del campo di detenzione. Le detenute hanno dichiarato di aver ricevuto iniezioni che hanno interrotto le mestruazioni o causato sanguinamenti insoliti in linea con gli effetti dei farmaci anticoncezionali. L’indagine ha rilevato che i funzionari sottopongono regolarmente le donne di minoranza uigura ai controlli di gravidanza e costringano centinaia di esse ad usare dispositivi intrauterini, alla sterilizzazione e persino all’aborto. Le associazioni per la difesa dei diritti hanno denunciato la pratica come un “genocidio lento e doloroso”. E’ probabile, secondo il rapporto in questione, che le autorità dello Xinjiang si stiano impegnando nella sterilizzazione di massa di donne con tre o più bambini. La Cina ha negato le accuse, definendole “prive di fondamento”.

  • Pechino vuole limitare i visti agli americani che difendono l’autonomia di Hong Kong

    La nuova e controversa legge sulla sicurezza nazionale fortemente voluta da Pechino per Hong Kong è in dirittura d’arrivo, anche perchè il primo luglio coincide con la data in cui, nel 1997, l’ex colonia britannica passò sotto la sovranità della Cina. Tra Pechino e Washington, intanto, è scoppiata la guerra dei visti con l’annuncio, più d’immagine che di sostanza, della stretta per quelli dei funzionari americani che “si sono comportati in modo oltraggioso” sulle vicende di Hong Kong. Il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian, illustrando la risposta a un’analoga mossa di Washington, ha chiesto agli Stati Uniti di fermare le sue interferenze sull’ex colonia minacciando in caso contrario “forti contromisure”.

    Venerdì 26 giugno, l’amministrazione Trump ha annunciato la stretta sui visti statunitensi per un certo numero di funzionari cinesi non precisati per la violazione dell’autonomia dell’ex colonia. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha spiegato che le restrizioni si sarebbero applicate ad “attuali ed ex” funzionari del Partito comunista cinese “ritenuti responsabili o complici della destabilizzazione dell’alto grado di autonomia di Hong Kong”. “Il piano di ostacolare l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale non potrà mai prevalere”, ha aggiunto Zhao, secondo cui “per prendere di mira le azioni illecite degli Stati Uniti, la Cina ha deciso di imporre restrizioni sui visti agli individui americani che si sono comportati in modo oltraggioso sulle questioni” dell’ex colonia, ha notato Zhao senza precisare i soggetti nel mirino.

    Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione europea e agenzia dell’Onu sui diritti umani hanno espresso timori che la legge possa essere usata per soffocare le critiche a Pechino, con mezzi simili seguiti sul fronte domestico per reprimere il dissenso. La Cina ha affermato che la nuova legge prenderà di mira solo un piccolo gruppo di persone, mentre affronta separatismo, sovversione, terrorismo e interferenze straniere a Hong Kong con pene che potrebbero contemplare, secondo i media locali, il carcere a vita, parte di un testo ancora sconosciuto e che lo potrebbe restare ancora per diverso tempo. Domenica 28 giugno il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo, il ramo legislativo del parlamento cinese, ha esaminato la bozza del disegno di legge: i media statali hanno riferito l’appoggio schiacciante ricevuto. Il governo centrale ha “una determinazione incrollabile di portare avanti la legge sulla sicurezza nazionale e di salvaguardare sovranità e interessi nazionali”, ha detto la tv statale Cctv, citando un portavoce. La legge sulla sicurezza nazionale segna “la fine della manipolazione Usa della società di Hong Kong. ‘Un Paese, due sistemi’ continuerà, ma Hong Kong sarà sempre una città cinese. Non sarà enclave politico Usa”, ha rincarato su Twitter Hu Xijin, editor-in-chief del tabloid nazionalista Global Times.

  • Il dialogo energetico UE-Cina si concentra sulle politiche ecologiche dopo il coronavirus

    La commissaria europea per l’energia Kadri Simson e il suo omologo cinese, Zhang Jianhua, amministratore della National Energy Administration of China, hanno discusso delle politiche in materia di energia pulita, nello sforzo di entrambe le parti per superare la crisi economica causata da COVID19.

    Durante il nono dialogo UE-Cina sull’energia, che si è svolto parallelamente al 22° vertice UE-Cina tramite videoconferenza, Simpson e Zhang hanno discusso del piano di ripresa dell’UE e del Green Deal europeo, nonché delle misure della Cina volte a stimolare lo sviluppo di energia pulita e la responsabilità condivisa di promuovere investimenti nel settore dell’energia verde nei paesi terzi.

    Simson e Zhang hanno anche discusso di problemi di sicurezza sui mercati globali dell’energia, diversificazione delle valute per le transazioni energetiche, progressi nelle riforme del mercato dell’energia nell’UE e in Cina, nonché di innovazione energetica e cooperazione commerciale. “Le imprese europee e cinesi sono state invitate a presentare le loro opinioni sulle opportunità e le sfide degli investimenti energetici in Cina”, si legge in un comunicato stampa della Commissione.

    Sono stati esaminati i progressi compiuti sull’attuazione della cooperazione energetica UE-Cina, che è stata firmata a margine del vertice UE-Cina del 2019. Simson e Zhang hanno anche fatto il punto sui progressi della piattaforma di cooperazione energetica tra i due Pesi, lanciata a maggio 2019, e hanno discusso delle attività previste nell’ambito del secondo programma di lavoro annuale della piattaforma.

     

  • Hong Kong police arrest dozens of pro-democracy protestors

    Dozens of pro-democracy protestors were arrested in Hong Kong on Tuesday after people took to the streets to mark the first anniversary of the anti-government movement.

    The demonstrators occupied roads and blocked traffic, carrying banners and yelling slogans, such as: “Hong Kong independence, the only way” and “Rejuvenate Hong Kong, revolution of our era”.

    Public gatherings have been banned since March because of the coronavirus pandemic. Police used pepper spray to disperse protesters. 53 people had been arrested for participating in an illegal assembly, police said, adding that it had used “minimum necessary force” to disperse the crowd.

    The demonstrations in Hong Kong began last year when people took to the streets to reject a bill that would have facilitated extradition to China. The protests, often followed by brutal crackdowns by security forces, evolved into a wider movement calling for greater freedoms in what is the most concerted challenge to Beijing’s rule since the former British colony’s 1997 handover. Beijing has denied the arrests were politically motivated and has blamed the West for provoking unrest.

    The protests escalated last month, when China’s parliament decided to impose national security laws on Hong Kong, and made it a criminal offence to disrespect the Chinese national anthem.

    City leader Carrie Lam said that “Hong Kong cannot afford such chaos”, adding that residents needed to prove Hong Kong people “are reasonable and sensible citizens of the People’s Republic of China” if they want their freedoms and autonomy to continue.

     

  • Guerra dei dazi Usa-Cina, la Ue chiede di esentare i farmaci

    Se lo stallo con gli Usa sulla disputa Airbus-Boeing non si sblocca l’Ue “non avrà altra scelta” che imporre dazi punitivi su una lista di prodotti stelle e strisce. Potrà farlo a partire dal prossimo mese, quando il Wto renderà noto l’ammontare delle compensazioni cui l’Europa ha diritto per gli aiuti illegali di Washington alla Boeing. E’ in questi termini che il commissario Ue al commercio, Phil Hogan, ha riassunto ai ministri europei riuniti in teleconferenza la situazione sulla controversia parallela, sugli aiuti di Stato all’industria aeronautica civile, in cui sia l’europea Airbus che l’americana Boeing hanno ricevuto miliardi di dollari di sussidi irregolari. Ricevuto l’ok dal Wto per compensazioni record da 7,5 miliardi di dollari, gli Usa sono passati all’attacco nell’ottobre scorso, con dazi punitivi su un’ampia lista di prodotti europei, anche italiani. In febbraio, Washington avrebbe potuto infierire, ma non lo ha fatto. Sembrava fosse tregua. Invece, “dopo 9 mesi di sforzi per trovare una soluzione”, ha spiegato Hogan, “le posizioni sono distanti”. Senza una svolta l’Ue applicherà le sue misure punitive. Ma il politico irlandese non vuol sentire parlare di “escalation”. “Si tratta di una mossa pienamente in linea con i nostri diritti ed essenziale per riportare gli Stati Uniti al tavolo dei negoziati”, ha spiegato.

    Il clima elettorale negli Usa non semplifica le cose. Nel fine settimana il presidente americano Donald Trump è tornato a minacciare dazi sulle auto europee dal Maine, Stato grande produttore di aragoste, se l’Ue non eliminerà le tariffe dell’8% sulle importazioni dei crostacei stelle e strisce.

    Il Wto, la camera di compensazione pensata negli anni Novanta del secolo scorso, per ridurre le tensioni commerciali, ha perso già la funzionalità dell’organismo di appello per la risoluzione delle dispute e in agosto il direttore generale Roberto Azevedo lascerà il posto. L’Ue sta cercando di portare avanti un’agenda di riforma per l’organizzazione, con priorità come trasparenza, sostenibilità e, novità della pandemia, salute. Così la Commissione europea proporrà a breve a un gruppo ristretto di partner commerciali – il Gruppo di Ottawa, nato proprio per riformare il Wto – di agire in sede Wto per azzerare i dazi su farmaci, dispositivi e forniture mediche e rendere più difficile bloccare gli scambi di beni essenziali. L’accordo Wto del 1994 sull’accesso ai medicinali tra Ue, Usa e altri quattro Stati che rappresentavano il 90% degli scambi nel settore non basta più. Quella quota è diminuita di un terzo e, soprattutto, l’intesa non è sottoscritta dalle attuali ‘fabbriche’ di medicinali del mondo, Cina e India. L’iniziativa è anche di natura squisitamente commerciale, che riguarda il 12% delle esportazioni totali dell’Ue, ovvero 236 miliardi di euro. “Dobbiamo creare nuove opportunità di esportazione per i produttori di prodotti sanitari dell’Ue – sintetizza Hogan – e incentivare quindi una maggiore produzione nell’Ue.

  • US Congress approves China sanctions over Uyghur crackdown

    The United States House of Representatives on Wednesday approved a legislation calling for human rights sanctions on Chinese officials deemed responsible for the oppression of Uyghur Muslims.

    The Chinese Communist Party has for the last three years forced the Uyghur community into re-education camp in Xinjiang, an autonomous region in China that borders the former Soviet republics of Central Asia.

    Beijing has labelled the camps as “help centres”, which the Communist Party claims are designed to combat religious extremism. Leaked documents showed that the centers are forced ideological re-education camps. The United Nations estimates that more than a million Muslims have been incarcerated in the camps.

    The bill singles out the region’s Communist Party secretary, Chen Quanguo, a member of China’s political bureau, or Politburo, as responsible for “gross human rights violations” against the Uyghurs.

    In support of the bill, congressman Michael McCaul stressed that Beijing is out to “completely eradicate an entire culture simply because it doesn’t fit within what the Chinese Communist Party deems ‘Chinese’”.

    The Uyghur Human Rights Act will now be sent to the White House, where president Donald Trump can either veto the bill or sign it into law. Uyghur activists urged Trump to sign it into law “as a matter of priority and take immediate steps to implement it”.

  • Il Kazakistan riduce le forniture di gas alla Cina

    Il Kazakistan ha ridotto le forniture di gas alla Cina del 12-15%, fino a 18 milioni di metri cubi al giorno. L’iniziativa è stata presa proprio dalla Cina che ha inviato una lettera a KazTransGaz in seguito alla chiusura delle imprese cinesi e della loro incapacità di consumare le forniture di gas dell’Asia centrale. Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan stanno discutendo una riduzione generale delle forniture di gas alla Cina perché quest’anno la domanda da parte di Pechino è diminuita a causa delle misure adottate per combattere la diffusione del coronavirus. Il Kazakistan ha annunciato di aver ridotto le sue forniture di gas naturale 20-25% dopo che PetroChina ha emesso una notifica di forza maggiore delle importazioni a marzo. Il gas dei paesi dell’Asia centrale arriva in Cina attraverso il gasdotto Turkmenistan-Uzbekistan-Kazakistan-Cina che ha una capacità di 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno.

    L’anno scorso, il Kazakistan ha esportato 7,1 miliardi di metri cubi di gas in Cina, l’Uzbekistan circa 10 miliardi e il Turkmenistan circa 33,2 miliardi.

  • Giù la maschera dal covid alla repressione ad Hong Kong

    Sempre più alta la tensione ad Hong Kong, dopo le manifestazioni dei giorni scorsi per protestare contro la nuova legge che il governo di Pechino vuole applicare anche in totale spregio dei trattati internazionali. La popolazione, nonostante il corona virus, ha ripreso a scendere per le strade. La legge, che il governo di Pechino vuole sia ugualmente applicata sia per la Cina che per Hong Kong, può portare a tre anni di carcere anche solo per aver partecipato ad una manifestazione. La polizia è da subito intervenuta in modo molto duro e già dopo alcune ore vi erano stati 150 arresti. Anche se da tutte le nazioni libere si sono alzate voci di netta protesta il governo cinese continua implacabile a procedere per la sua strada ed i manifestanti sono colpiti non solo con i consueti cannoni ad acqua e lacrimogeni ma anche con pallottole di gomma e gas gravemente urticanti.

    L’Unione Europea ha chiesto alla Cina di rispettare gli accordi internazionali che stabiliscono per Hong Kong statuti, libertà e leggi diverse rispetto a quelle applicate in Cina e ovviamente il presidente americano ha nuovamente minacciato pesanti ritorsioni. La Cina in questo momento si trova a dover decidere quale percorso intraprendere dopo che la sua credibilità internazionale è sicuramente mutata non solo a causa del covid che ha contagiato praticamente tutto il mondo. Il ritardo con il quale ha dato l’allarme all’Organizzazione Mondiale della Sanità, ritardo che ha portato drammatiche conseguenze in tutti i paesi sia per numero di contagi che di morti, il ritardo nel fare conoscere il genoma del virus, il rifiuto ad una inchiesta internazionale per studiare le cause della malattia, la fornitura a paesi europei di mascherine non conformi e di ventilatori difettosi e pericolosi non possono essere facilmente dimenticati. La cosiddetta via della seta si è per ora rivelata la via del virus e se ora si aggiungono misure repressive e violente ad Hong Kong il vero volto dell’imperialismo cinese, connubio tra un comunismo feroce ed un capitalismo senza regole, non potrà nascondersi dietro una mascherina. E’noto a tutti cosa è accaduto al medico che aveva individuato il virus, prima la chiusura del suo laboratorio e la sua sparizione per qualche giorno poi, di fronte all’evidenza del dilagare del covid a Wuhan, la riabilitazione quando ormai era tardi anche per il povero scienziato morto dopo qualche giorno.

    Troppi misteri dietro il dragone che, nella crisi globale, resta comunque il più grande produttore di tutti quei presidi sanitari che servono a curare e contrastare il covid tanto che non riesce tempestivamente a fare fronte alle richieste che arrivano da tutto il mondo. E’ l’unico Stato che riesce a fare affari anche in questa debacle ma, nonostante questo, non riuscirà a garantire a tutti i suoi abitanti quel minimo di benessere che aveva promesso e probabilmente si accentueranno le disparità e le insofferenze. Aprire perciò un nuovo capitolo di repressione ad Hong Kong potrebbe rivelarsi molto pericoloso, sempre che gli altolà che arrivano dall’Unione Europea non siano un fuoco di paglia e che il consesso internazionale una volta tanto agisca senza minacce alla Trump ma in modo compatto e determinato. Certo è che l’Europa e l’Italia in particolare dovrebbero dire che la via della seta resterà chiusa almeno fino a quando non sarà garantito il rispetto dell’accordo internazionale a Hong Kong e chiariti, con un inchiesta scientifica, tutti i molti punti interrogativi che riguardano il  covid e la pandemia.

  • Nuovo provvedimento allo studio di Pechino rinfocola le tensioni con Hong Kong

    La Cina si avvia a imporre una nuova legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, gettando le basi per nuove tensioni con gli attivisti pro democrazia dell’ex colonia, dopo le dure e violente proteste del 2019. La norma è in discussione a Pechino, ma il presidente degli Stati Uniti Donald Trump – sempre più in rotta con la Cina su diversi fronti, a cominciare dalle accuse sulle responsabilità cinesi sulla pandemia da Covid-19 – ha già avvertito: se la nuova legge entrerà in vigore, gli Usa reagiranno con forza. Mentre l’Unione europea insiste sul principio ‘un Paese, due sistemi’ e su un “dibattito democratico a Hong Kong e il rispetto dei diritti e delle libertà”.

    L’obiettivo di Pechino è quello di “istituire un quadro giuridico e un meccanismo di applicazione migliorati per la protezione della sicurezza nazionale” nell’ex colonia, ha detto nella conferenza stampa tenuta in tardissima serata da Zhang Yesui, portavoce del Congresso nazionale del popolo, in merito ai temi che saranno discussi da domani nella sessione plenaria dell’assemblea parlamentare cinese i cui lavori si chiudono il 28 maggio. Pechino ha chiarito più volte, con maggiore insistenza negli ultimi tempi, di volere una nuova legislazione sulla sicurezza da applicare a Hong Kong dopo le turbolenze dello scorso anno, tra proteste sfociate in autentici scontri violenti, sulla base della considerazione che la situazione dell’ex colonia rappresenti un buco nella sicurezza nazionale del Dragone.

    La proposta rafforzerebbe i “meccanismi di applicazione” della delicata normativa nell’hub finanziario, ha osservato Zhang. E farebbe leva sull’articolo 23 della mini-costituzione di Hong Kong, la Basic Law, secondo cui la città deve emanare leggi sulla sicurezza nazionale per proibire “tradimento, secessione, sedizione (e) sovversione” contro il governo cinese. La clausola non è mai stata applicata a causa dei profondi timori che potesse produrre la riduzione dei diritti e dello status speciale di Hong Kong, dove è ad esempio tutelata la libertà di espressione, nell’ambito degli accordi siglati da Cina e Gran Bretagna prima del passaggio dei territori sotto la sovranità di Pechino nel 1997. Un tentativo di emanare l’articolo 23 nel 2003 fu bruscamente accantonato dopo che mezzo milione di persone scese per le strade a protestare. Ora, il controverso disegno di legge è ritornato sul tavolo in risposta all’ascesa del movimento democratico nell’ex colonia britannica.

    Dai senatori repubblicani Ted Cruz e Mitt Romney all’ex consigliera di Obama, Susan Rice, è un coro bi-partisan quello che si è alzato negli Stati Uniti in difesa di Hong Kong e di condanna alla Cina. Sui social da ieri notte si moltiplicano i messaggi di critiche a Pechino, dopo la decisione di inasprire le leggi che prevedono l’arresto, nella regione autonoma, di chiunque venga accusato di “tradire la Cina”. Romney scrive: “Io sto con il popolo di Hong Kong nella continua ricerca di libertà e autonomia”.  Critiche alla Cina arrivano anche dal senatore Josh Hawley, tra i promotori del documento di condanna bi-partisan del Congresso e dal senatore, ed ex candidato presidenziale, Cruz secondo il quale le “nuove leggi imposte da Pechino segnano la fine dell’autonomia di Hong Kong”. Rice, ex consigliera di Barack Obama e ambasciatrice Usa all’Onu, “La Cina sta marchiando ciò che è rimasto della democrazia di Hong Kong. E cosa ha fatto o detto finora Trump? Niente. Lascia che se ne occupi il ragazzo Mike Pompeo. Trump dimostra ancora quanto sia debole e spaventato da Pechino”.

    Sottolineando in una nota che “l’Ue ritiene che il dibattito democratico, la consultazione delle principali parti interessate e il rispetto dei diritti e delle libertà a Hong Kong rappresenterebbero il modo migliore di procedere nell’adozione della legislazione nazionale in materia di sicurezza, come previsto dall’articolo 23 della legge di base” l’Alto rappresentante Ue Josep Borrell ha affermato che la stessa Ue “sostiene al contempo l’autonomia di Hong Kong e il principio ‘un Paese due sistemi’ e continuerà a seguire da vicino gli sviluppi”.

    Gran Bretagna, Australia e Canada hanno a loro volta espresso “profonda preoccupazione” per la legge sulla sicurezza che la Cina intende introdurre a Hong Kong. Attraverso una dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri, Dominic Raab, Marise Payne e Francois-Philippe Champagne che è stata diffusa dal Foreign Office, i tre Paesi ricordano gli impegni “legalmente vincolanti” sull’autonomia di Hong Kong firmati nelle dichiarazione congiunta che segnò la restituzione alla Cina della ex colonia britannica.

  • La Ue stoppa un tentativo cinese di clonare lo scooter Vespa

    La Ue stoppa un tentativo cinese di copiare stile della Vespa, icona italiana oltre che marchio aziendale. L’invalidity division dell’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo) ha infatti dichiarato nullo il design registrato a giugno 2019 da un soggetto cinese, usato per giustificare la produzione di scooter simili alla Vespa esposti al salone milanese delle due ruote, Eicma, nel novembre 2019, fatti rimuovere dall’ente Fiera su iniziativa di Piaggio. La registrazione è stata annullata, poiché “incapace di suscitare un’impressione generale differente rispetto al design registrato” della Vespa Primavera, evidenziando che ne rappresentava un illecito tentativo di riproduzione dei suoi fregi estetici.

    Vespa Primavera è protetta dal design registrato dal gruppo Piaggio nel 2013, dal marchio tridimensionale relativo allo scooter Vespa e dal diritto d’autore che tutela il valore artistico della forma di Vespa, icona di stile dal 1946. Non è però il primo prodotto che l’azienda cerca di tutelare con “una più ampia attività di lotta alla contraffazione che il gruppo intraprende da anni e che prevede il costante monitoraggio delle banche dati di design e marchi a livello internazionale, che ha portato tra l’altro a ottenere la cancellazione di oltre 50 marchi registrati da terzi negli ultimi due anni, a seguito di procedimenti di opposizione instaurati da Piaggio”, con sentenze anche fuori dall’Europa, come in Vietnam, e un’azione attiva ad esempio in India. Stavolta però il tentativo è andato oltre. Il contraffattore è arrivato per la prima volta a clonare il design, ovvero la forma, e cercando di farlo apparire legale, ovvero, come spiegano dalla Piaggio, “al tentativo di tutelare il prodotto clone, depositandone il design”. La tutela del design risulta del resto più complessa di quella dei brevetti, per cui viene effettuata a priori una ricognizione del pregresso. Per i design invece l’unica possibilità è a posteriori con azioni di invalidità, come quella con cui Piaggio ha ottenuto ragione.

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