Cina

  • L’Ue congela l’accordo sugli investimenti con la Cina

    L’Occidente c’è e vuole dimostrarlo alzando muri contro l’aggressività economica della Cina. Dall’Ue al G7 degli Esteri, il primo dell’era Biden, si tenta di arginare l’espansionismo di Pechino, attualmente il più grande grattacapo delle democrazie occidentali e non solo sul piano dei diritti umani.

    Alla luce dell’inasprimento delle relazioni tra Bruxelles e Pechino a colpi di sanzioni, la Commissione ha deciso di congelare gli sforzi per far ratificate dai 27 e dal Parlamento di Strasburgo l’accordo sugli investimenti concluso alla fine del 2020 con Xi Jinping. “Abbiamo per il momento sospeso lo sforzo di sensibilizzazione politica da parte della Commissione, perché è chiaro che nella situazione attuale l’ambiente non è favorevole alla ratifica dell’accordo”, ha spiegato il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis in un’intervista alla France Presse.

    Il clima sfavorevole a cui fa riferimento è quello delle sanzioni cinesi contro personalità europee – adottate come contromisura a quelle imposte dell’Ue contro Pechino – che hanno colpito anche europarlamentari e definite a Bruxelles “inaccettabili e deplorevoli”. “Le prospettive per la ratifica dell’accordo bilaterale sugli investimenti dipenderanno da come evolverà la situazione”, aveva avvertito Miriam Ferrer, portavoce per il commercio della Commissione europea, parlando con l’Ansa. Non solo. La vicepresidente Margrethe Vestager – come preannunciato la settimana scorsa – presenterà lo scudo Ue contro le scalate ostili da parte di aziende di Paesi terzi: una sorta di ‘golden power’ pensata principalmente contro le aziende di Pechino che, gonfie di sussidi governativi, sono ormai da anni iperattive sul territorio europeo approfittando delle difficoltà economiche dell’Europa, aggravate dalla crisi sanitaria. Mentre dalla riunione a Londra dei ministri degli Esteri arriva la proposta degli Stati Uniti di istituire un meccanismo di consultazione del G7 per garantire una risposta coordinata alle mosse di Pechino, considerate aggressive. L’iniziativa è trapelata da fonti presenti alle discussioni londinesi via Bloomberg, e non è stata ancora confermata dal Dipartimento di Stato, ma è chiaro ormai il cambio di passo dell’amministrazione Biden nei confronti del gigante asiatico, portando sulla propria linea anche i tre membri europei del G7: Italia, Francia e Germania. Anche secondo le parole del padrone di casa, il britannico Dominic Raab, le “società aperte e democratiche” devono “dimostrare unità” e fare fronte comune per “contrastare le sfide che condividiamo e le minacce che si moltiplicano”. Oltre al problema cinese, affrontato anche alla cena inaugurale di lunedì sera (circola anche l’ipotesi di costituire un gruppo di monitoraggio chiamato ‘Friends of Hong Kong’), sul tavolo dei capi diplomazia del G7, riuniti per la prima volta in presenza dall’inizio della pandemia, ci sono tutti i grandi dossier internazionali: dall’infinita guerra in Siria alla fragile stabilizzazione della Libia – temi presentati da Luigi Di Maio -, dall’Ucraina minacciata da Mosca all’Afghanistan in bilico tra il ritiro delle truppe Nato e il rigurgito talebano. Molti anche gli incontri bilaterali a margine dei lavori: piena sintonia tra Italia e Regno Unito è emersa, tra l’altro, sulla lotta ai cambiamenti climatici in “quest’anno di presidenze” – del G20 per Roma e del G7 per Londra, nonché di copresidenza della CoP26 – nel faccia a faccia tra Di Maio e Raab.

  • Concentrato di pomodoro cinese. No grazie

    L’Italia è il primo paese europeo per la produzione di pomodori e proprio nei giorni scorsi gli agricoltori hanno siglato i nuovi contratti ma, ancora una volta, una concorrenza sleale e, in alcuni casi pericolosa per la salute, arriva dalla Cina.

    La Cina è negli anni diventata, a livello internazionale, un grandissimo produttore ed esportatore di salsa di pomodoro derivante da pomodori coltivati, per la maggior parte, dagli Uiguri, la minoranza etnica mussulmana in gran parte detenuta in campi di lavoro, secondo quanto affermano le Nazioni Unite. I campi di lavoro in Cina sono molti nei quali si coltivano prodotti agricoli o sono realizzati prodotti d’abbigliamento ed altri manufatti. L’Oviesse ha da poco dichiarato che per le violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo cinese specialmente nei campi di lavoro, e cioè in veri campi di concentramento, non comprerà più il cotone cinese.

    La Cina produce, con decine di aziende di trasformazione che lavorano i pomodori coltivati su migliaia di ettari, il triplo concentrato di salsa di pomodoro che è praticamente tutto esportato e che arriva in tutto il mondo, compresa una ingente quantità nel porto di Salerno. Qui alcune aziende italiane lo acquistano e, aggiungendo acqua e sale, lo trasformano in doppio concentrato prodotto in Italia… Questo doppio concentrato con bandierina tricolore è poi venduto ed esportato. Certo il pomodoro cinese costa meno perché la manodopera è sottopagata, o non pagata nel caso dei campi di lavoro, ed inoltre è utilizzato anche molto lavoro minorile. Se poi, oltre alla violazione dei diritti umani, teniamo conto che i sistemi di coltivazione in Cina non hanno certo le norme di controllo europee per vietare sostanze chimiche nocive per la salute si comprende bene come si debba vigilare con particolare attenzione su questo prodotto, vigilare attraverso le leggi e le autorità competenti ma anche come consumatori dobbiamo verificare, per quanti possibile, quello che acquistiamo. Le battaglie per l’ambiente e per un commercio corretto partono anche da qui, dal pomodoro.

  • Pandemia e inviti dell’Oms non fermano in Cina l’allevamento di cani per uso alimentare

    In una sua recente pronuncia l’Oms avverte del pericolo rappresentato dalla vendita, per uso alimentare, di animali selvatici vivi, infatti questi sono serbatoio del 70% delle malattie infettive che potrebbero essere trasmesse, in modi diversi, all’uomo causando nuove pandemie. In molti paesi, specialmente asiatici, i mercati che vendono animali selvatici vivi sono restati aperti nonostante le sollecitazioni di alcuni governi, come quello cinese, a cessare questo pericoloso commercio. Proprio in Cina continua, in molte regioni, l’utilizzo di carne di cani, allevati allo scopo alimentare, in allevamenti lager nonostante recenti leggi abbiano chiarito che i cani non sono da considerarsi animali per l’alimentazione. Resta da chiedersi come un governo, ed un sistema politico, così capace di farsi obbedire su tutto non sia ancora stato in grado di debellare gli allevamenti di cani da macello ed i mercati con selvatici vivi, nonostante tutti i problemi creatisi con l’insorgere della pandemia proprio in uno di questi mercati.

    L’Oms chiede anche maggiore pulizia, controlli e regole per gli allevamenti di animali da carne.

    Intanto ha dato buoni risultati la prima fase del vaccino anti covid 19 per i gatti e nelle prossime settimane si avranno i dati anche della seconda puntura, si pensa inoltre ad una sperimentazione sui visoni, animali che nei mesi scorsi si sono dimostrati particolarmente predisposti ad ammalarsi e a contagiare.

    Una buona notizia in Italia è che il Ministero della Salute abbia finalmente annunciato che entro il 2021 si potrà estendere a tutte le regioni il nuovo sistema di anagrafe per gli animali d’affezione, sistema al quale, per ora, le regioni potranno aderire volontariamente mentre invece dovrebbe essere obbligatorio un sistema nazionale di identificazione. I sistemi regionali, infatti, non essendo compatibili tra di loro e connessi in rete spesso ritardano, o impediscono, il riconoscimento di animali persi. Rimane anche il problema, per alcune regioni del sud, dell’omessa pratica per l’identificazione degli animali di proprietà lasciati spesso liberi intorno a casa o in campagna senza che sia possibile, di conseguenza, identificarne i proprietari, tale pratica aumenta anche il randagismo, infatti le cucciolate indesiderate sono abbandonate. Nel programma del Ministero vi è anche l’annuncio di un maggior coordinamento e controllo sulle strutture di vario genere che ospitano animali: canili, rifugi, allevamenti.

  • L’Oms critica la Cina e vuole nuove indagini sul Covid

    E’ passato un anno ma l’origine della pandemia resta un mistero e la Cina è tornata sul banco degli imputati. L’Ue, gli Stati Uniti, altri Paesi ma soprattutto l’Oms hanno accusato Pechino di non aver fornito pieno accesso ai dati agli esperti internazionali, compromettendo l’esito della missione che si è svolta lo scorso gennaio a Wuhan. Sullo sfondo di queste nuove accuse torna ad aleggiare l’ipotesi di una fuga del virus da un laboratorio, che non è stata affatto archiviata, anzi: la stessa Organizzazione mondiale della sanità, oggi, ha chiesto ulteriori indagini.

    Il rapporto elaborato dagli esperti internazionali nominati dall’Oms e dalle loro controparti cinesi dopo la visita nel primo focolaio della pandemia, appena pubblicato, ha stimato come “molto probabile” che il Covid-19 sia passato dai pipistrelli all’uomo attraverso un animale intermedio. Ed “estremamente improbabile” che il virus sia fuggito da un laboratorio. Il lavoro degli scienziati è stato “importante” ma si è limitato a classificare una serie di ipotesi in base al loro grado di attendibilità, senza fornire conclusioni definitive, ha tenuto a chiarire il direttore dell’agenzia Onu Tedros Adhanom

    Ghebreyesus in un briefing con gli Stati membri, ribadendo un concetto già espresso. Più inaspettato, invece, è stato l’attacco alla Cina. Il capo dell’Oms, accusato da alcuni nei mesi scorsi di sudditanza nei confronti di Pechino, si è detto “preoccupato” per il fatto che il team internazionale abbia avuto un difficile accesso ai dati grezzi durante la visita a Wuhan. Ed ha auspicato una condivisione dei dati “più tempestiva e completa”. A quel punto l’alto funzionario etiope ha riproposto la necessità di “ulteriori indagini” sull’ipotesi della “fuoriuscita del virus da un laboratorio”, con “nuove missioni di esperti specializzati”. Di nuovo la fuga dal laboratorio, quindi, che è stata al centro delle tesi complottiste ma anche delle critiche dell’Occidente nei confronti della Cina. Per scarsa trasparenza e tempestività nella condivisione delle sue informazioni, dopo i primi casi di contagio. Allo stesso modo, gli Stati Uniti e 13 Paesi alleati hanno espresso “preoccupazione” per l’esito dell’indagine del team Oms a Wuhan ed hanno esortato la Cina a fornire “pieno accesso agli esperti”. Quanto all’Ue, pur giudicando il rapporto un “utile primo passo”, ha anch’essa sollecitato “ulteriori indagini” e soprattutto “l’accesso a tutti i luoghi appropriati ed a tutti i dati disponibili”.

    In attesa comunque che si faccia piena luce sul Covid-19, la comunità internazionale prova ad unire i suoi sforzi per affrontare meglio le crisi future. Una ventina di leader mondiali, da Draghi a Merkel, da Macron a Johnson, hanno firmato un appello per un nuovo trattato per la preparazione e la risposta alle pandemie. La proposta, lanciata dal presidente del Consiglio Ue Michel, dovrebbe essere discussa a maggio nell’assemblea generale dei 194 Stati membri dell’Oms. L’obiettivo, ha spiegato Tedros, è un approccio coordinato alle nuove crisi, perché “il Covid ha messo in luce le debolezze e le divisioni delle nostre società” ed ha aumentato le diseguaglianze tra i più ricchi ed i più poveri. Tra i firmatari dell’appello, per la verità, mancano membri chiave del G20 come Stati Uniti, Russia, Cina, Giappone, India e Brasile, ma l’Oms ha assicurato di aver ricevuto segnali positivi da Pechino e Washington.

  • Anche in Cina rischi finanziari

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ‘ItaliaOggi’ il 24 marzo 2021

    Anche la Cina sta facendo i conti con le sue bolle finanziarie, create nei passati due decenni con la scadente applicazione del modello finanziario speculativo americano. Perciò è scesa in campo la potentissima China Banking and Insurance Regulatory Commission, l’agenzia governativa di controllo sulle attività bancarie e assicurative, attraverso il suo presidente Guo Shuqing, manager competente e uomo forte del Partito Comunista Cinese.

    Il problema numero uno è il rischio rappresentato dal debito corporate cinese e del crescente stock di non performing loans (npl), i crediti inesigibili delle imprese.

    Secondo l’International Capital Market Association, l’associazione degli investitori nel fixed income, il mercato obbligazionario cinese interno in yuan, è equivalente a circa 15 mila miliardi di dollari, il secondo al mondo dopo quello Usa. La parte strettamente relativa al debito corporate non finanziario sarebbe pari a 3.700 miliardi di dollari. Il mercato obbligazionario cinese offshore è di 752 miliardi di dollari. È in grande crescita e legato soprattutto al settore immobiliare.

    Il 2020 è stato l’anno che ha certamente scioccato la Cina e i mercati internazionali per i debiti corporate interni: circa 40 fallimenti per 30 miliardi di dollari, il 14% in più rispetto al 2019. Anche 12 imprese cinesi offshore sono fallite coinvolgendo obbligazioni per 7 miliardi di dollari. Ciò sta provocando forti preoccupazioni per una possibile crisi del debito nel periodo post Covid. Infatti, nel 2021 bond per 7,1 trilioni di yuan (6,5 yuan sono equivalenti a 1 dollaro) arriveranno a scadenza sul mercato interno. Alcune delle imprese fallite sono controllate dallo Stato e ciò solleva dubbi anche sulla garanzia, finora certa, di salvataggi pubblici.

    Nel recente incontro con la stampa, Guo Shuqing ha dato un quadro preoccupante della situazione: «Nel 2020, il rimborso di 6,6 trilioni di yuan di prestiti è stato differito». Per quanto riguarda gli npl ha detto: «Un numero considerevole di imprese potrebbe dover affrontare una riorganizzazione o liquidazione fallimentare. Pertanto, l’aumento dei crediti in sofferenza è una tendenza inevitabile. Nel 2020, abbiamo ceduto 3,02 trilioni di yuan di attività deteriorate. È possibile che i crediti in sofferenza aumentino nel 2021 e anche nel 2022».

    Guo Shuqing ha annunciato alcuni programmi d’intervento e illustrato i risultati già ottenuti. In primo piano vi è la riduzione dell’elevato effetto leva all’interno del sistema finanziario, che aveva visto una pericolosa crescita nel periodo 2017-19. Sarebbe in atto lo smantellamento del settore bancario ombra, la cui portata è diminuita nel 2020 di circa 20 trilioni di yuan. All’inizio dell’anno il totale era di 85 trilioni di yuan, pari all’86% del pil cinese.

    La Regulatory Commission teme che alcune attività ad alto rischio dello shadow banking possano ripresentarsi sotto forma di pseudo «innovazioni». Perciò, per l’internet private banking, saranno applicate le stesse regole di adeguatezza patrimoniale e di garanzie valide per il settore bancario.

    Guo ha ammesso che «nel settore immobiliare la finanziarizzazione e la tendenza a diventare una bolla sono ancora relativamente forti, anche se nel 2020 il tasso di crescita dei prestiti investiti nel real estate è sceso per la prima volta sotto quello medio dei prestiti».

    È un pericoloso «rinoceronte grigio», perché «molte persone comprano case non per abitarci, ma per investimenti o per speculazioni. Se in futuro il mercato dovesse scendere, potrebbero esserci grandi perdite e i prestiti non sarebbero rimborsati, mandando le banche e l’intera economia in sofferenza». Usa docent.

    Egli, inoltre, ha spostato l’attenzione sui mercati finanziari negli Usa e in Europa che opererebbero «in contraddizione con l’economia reale».

    «Il mercato finanziario dovrebbe riflettere lo stato dell’economia reale, ha detto, altrimenti sorgeranno problemi e sarà costretto alla fine ad adeguarsi. Pertanto, siamo molto preoccupati per il giorno in cui scoppierà il mercato finanziario, in particolare la bolla delle attività finanziarie estere».

    Considerazioni corrette, che valgono anche per i comportamenti finanziari della Cina e per i rischi sistemici che stanno creando. Alla fine, in Cina o negli Usa, in Africa o in Europa, la finanza iperspeculativa è sempre un pericolo per l’economia reale.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Chinese hackers used Facebook to target Uighurs abroad, company says

    (Reuters) – Facebook Inc said on Wednesday it had blocked a group of hackers in China who used the platform to target Uighurs living abroad with links to malware that would infect their devices and enable surveillance.

    The social media company said the hackers, known as Earth Empusa or Evil Eye in the security industry, targeted activists, journalists and dissidents who were predominantly Uighurs, a largely Muslim ethnic group facing persecution in China.

    Facebook said there were less than 500 targets, who were largely from the Xinjiang region but were primarily living abroad in countries including Turkey, Kazakhstan, the United States, Syria, Australia and Canada.

    It said the majority of the hackers’ activity occurred away from Facebook and that they used the site to share links to malicious websites rather than directly sharing the malware on the platform.

    “This activity had the hallmarks of a well-resourced and persistent operation, while obfuscating who’s behind it,” Facebook cybersecurity investigators said in a blog post. (bit.ly/3lLi8wY)

    Facebook said the hacking group used fake Facebook accounts to pose as fictitious journalists, students, human rights advocates or members of the Uighur community to build trust with their targets and trick them into clicking malicious links.

    It said hackers both set up malicious websites using look-alike domains for popular Uighur and Turkish news sites and compromised legitimate websites visited by the targets. Facebook also found websites created by the group to mimic third-party Android app stores with Uighur-themed apps, like a prayer app and dictionary app, containing malware.

    Facebook said its investigation found two Chinese companies, Beijing Best United Technology Co Ltd (Best Lh) and Dalian 9Rush Technology Co Ltd (9Rush) had developed the Android tooling deployed by the group.

    The Chinese Embassy in Washington did not immediately return a message seeking comment on Facebook’s report. Beijing routinely denies allegations of cyber espionage.

    Reuters was not immediately able to locate contact information for Dalian 9Rush Technology Co Ltd. A man who answered the number listed for Beijing Best United Technology Co Ltd hung up.

    Facebook said it had removed the group’s accounts, which numbered less than 100, and had blocked the sharing of the malicious domains and was notifying people it believed were targets.

    Reporting by Elizabeth Culliford in New York and Raphael Satter in Washington; Editing by Lisa Shumaker

    Our Standards: The Thomson Reuters Trust Principles.

  • Cina più produttiva: produzione industriale su del 35% mentre l’impiego di lavoratori frena

    La produzione industriale e le vendite al dettaglio hanno avuto in Cina un’impennata a gennaio-febbraio, rispettivamente del 35,1% e del 33,8%, aggiungendo note di ottimismo a una ripresa economica che non è “ancora consolidata”.

    La prudenza mostrata dall’Ufficio nazionale di statistica poggia su diversi fattori, a partire dalla disoccupazione che nelle aree urbane, quelle di fatto attentamente monitorate, è risalita nello stesso periodo al 5,50%, a fronte del 5,20% di dicembre. A distanza di un anno dall’esplosione della pandemia del Covid.19, l’occupazione giovanile stenta a decollare: i senza lavoro di età compresa tra i 16 e i 24 anni è pari al 13,1%, allo stesso livello del primo trimestre del 2020, nel pieno della crisi del nuovo coronavirus. Il premier Li Keqiang ha ribadito l’ambizioso obiettivo di nuovi posti di lavoro creati nell’ esercizio in corso oltre quota 11 milioni, parlando la scorsa settimana in conferenza stampa alla fine della sessione annuale del parlamento cinese.

    L’accorpamento bimestrale delle statistiche, in più, amplifica il balzo del 2021 visto che sullo stesso periodo del 2020 hanno pesato sia il fermo delle attività per il Capodanno lunare, spalmato su gennaio, sia l’emergenza sanitaria.

    La produzione industriale, tuttavia, continua il percorso positivo dopo il +7,3% di dicembre, a fronte di un consensus degli analisti a +30%. In forte avanzata le attività minerarie (+17,5% da +4,9% di dicembre), le utility (+19,8% da +6,1%) e manifatturiero (+39,5% da +7,7%), ancora grazie alla spinta del comparto medicale legato al Covid-19 destinato all’export.

    Le vendite al dettaglio, invece, accelerano sul +4,6% di dicembre e il +32% atteso dai mercati, grazie ai consumi legati allo scorso Capodanno lunare. E’ ancora presto per dire se i consumi sono ai livelli sperati per attuare la ‘doppia circolazione’, il nuovo modello di sviluppo appena ratificato dal nuovo piano quinquennale 2021-25: la grande circolazione domestica è il pilastro dell’economia e con quella internazionale c’è una promozione reciproca.

    Gli investimenti fissi, inoltre, salgono del 35%, a 4.520 miliardi di yuan (circa 700 miliardi di dollari), a gennaio-febbraio 2021, a fronte del +2,9% del 2020 e del 40% stimato dagli analisti. Il trend è sostenuto dalla componente pubblica in aumento del 32,9% (+5,3% nel 2020), mentre quella privata vede una accelerazione del 36,4% (da +1%).

    Altro capitolo delicato è quello dei prezzi delle nuove case: il monitoraggio nelle 70 principali città del Paese segnala a febbraio una crescita del 4,3% annuo, più ampia del 3,9% di gennaio e al passo più rapido da ottobre 2020, malgrado i tentativi del governo centrale e delle autorità monetarie di raffreddare il settore. Con un’inflazione a -0,2% e un tasso sui depositi allo 0,35%, la temperatura immobiliare è alta e resta un fattore di instabilità.

  • Il braccio di ferro tra Cina e Usa si estende alle Olimpiadi invernali del 2022

    A meno di un anno dall’accensione del tripode olimpico, gli Stati Uniti non hanno ancora deciso se partecipare ai Giochi invernali di Pechino 2022. Uno scenario che, oltre a scontare la variabile del Covid-19, contribuisce ad agitare gli spettri del nuovo braccio di ferro tra le due super potenze mondiali e del boicottaggio. Alimentato anche dalla chiamata internazionale in crescita per le accuse alla Cina sulla violazione dei diritti umani tra Xinjiang e Tibet, e la stretta su Hong Kong.

    “La politicizzazione dello sport internazionale va contro lo spirito olimpico e danneggia gli interessi degli atleti di tutti i Paesi”, ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri cinese Wang Wenbin, commentando le parole espresse giovedì sul tema dalla portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki, secondo cui manca una “decisione finale” sulla partecipazione e gli Usa seguiranno le direttive della commissione olimpica.

    “Tutti nella comunità internazionale, compreso il Comitato olimpico Usa, si oppongono a questo tipo di boicottaggio o alla chiamata di cambio della sede dei Giochi”, ha proseguito Wang, per il quale “i fatti sconfiggeranno le menzogne. Crediamo con forza che attraverso gli sforzi congiunti di tutte le parti, le Olimpiadi invernali di Pechino 2022 diventeranno sicuramente uno straordinario evento olimpico”.

    Ai siti di Yanqing, alle porte di Pechino, i lavori vanno avanti: ospiteranno le gare di sci alpino, mentre la pista di bob e slittino, la prima mai realizzata in Cina, è la più lunga al mondo con i suoi quasi 2 km di tracciato ed è coperta da un tetto in legno in stile tradizionale. Xu Zhijun, vicesegretario generale del comitato organizzatore, aveva promesso Olimpiadi sicure dicendo che la costruzione dei luoghi delle competizioni è stata di fatto completata entro il 2020. E a dispetto della pandemia, aveva aggiunto Xu, incontrando i media internazionali in visita ai siti a inizio mese.

    All’inizio della settimana, tuttavia, la Camera dei Comuni canadese ha approvato la mozione che definisce “genocidio” le politiche di Pechino nello Xinjiang a danno della minoranza uigura di fede musulmana, insieme alla richiesta di ritiro dei Giochi olimpici invernali a Pechino 2022, in linea con la richiesta lanciata da una coalizione di 180 gruppi che si battono per i diritti. E voci simili si sono sollevate altrove, come al Congresso Usa e al parlamento britannico.

    La Cina risponderà al boicottaggio “con pesanti sanzioni verso i Paesi che vi aderiranno”, ha assicurato Hu Xijin, direttore del Global Times, il tabloid del Quotidiano del Popolo che di solito tradisce l’umore della leadership comunista. “Boicottare i giochi invernali è un’idea impopolare che non avrà un ampio supporto”, ha scritto Hu su Twitter.

    Il Cio ha in gran parte ignorato gli appelli e il suo presidente Thomas Bach ha definito i preparativi per i Giochi “quasi un miracolo”, malgrado le sfide della pandemia. La posizione finale della Casa Bianca potrebbe però generare clamorosi scossoni. I media statali cinesi, non a caso, hanno intensificano i segnali di irritazione sulle prospettive di ripristino delle relazioni tra Pechino e Washington, notando che la politica messa in campo dal presidente Joe Biden “sa di trumpismo”. L’approccio iniziale, ha scritto il China Daily in un editoriale, “offre poco ottimismo”.

  • La Cina è sempre più vicina

    Mentre tutto il mondo affronta la pandemia e, di conseguenza, vede una grave recessione economica l’unica nazione che sembra in buona salute, nonostante il covid sia partito da lì, è la Cina che continua ad espandersi anche acquisendo sempre più importanti pezzi di aziende e strutture nel mondo ed in Italia, come dimostra un rapporto del Copasir. Secondo un’analisi, che si ferma al 2019, già due punti del nostro Pil sarebbero in mani asiatiche, sono infatti 405 le imprese italiane in mano ai cinesi e 760 sono le imprese partecipate, come riporta anche un articolo di Carlo Cambi. Oltre a queste ci sono le molte imprese avviate direttamente dai cinesi in Italia che, in città come Prato, posseggono interi quartieri ed hanno affittato rami d’azienda anche di supermercati. Il capo del colosso della farmaceutica mondiale Chem China ha comperato la produzione di gomme della Pirelli e sta acquisendo molte aziende agricole e vitivinicole con proprietà estese per 40.000 ettari. Anche le penne Omar sono ormai cinesi come gli yacht Ferretti, la moda per bambini o vari impianti di imballaggi di carta, ed ancora la Candy e le cucine Berloni, per non parlare della produzione di olio. I cinesi sono entrati nel capitale di Cassa Depositi e Prestiti e perciò hanno il 35% delle nostre reti energetiche. Ora la Cina si sta interessando alle medie imprese in vari settori, imprese, le medie e le piccole, che sono la colonna portante del nostro sistema ma che, a causa del covid, hanno sofferto in modo particolare diventando, molte, l’anello debole aggredibile sia dai capitali cinesi che dalle organizzazioni criminali che, come i cinesi, dispongono di molta liquidità. Particolare interesse hanno, i cinesi, per le imprese di robotica e delle nuove tecnologie, infatti hanno già acquisito, come soci, quote della Epistolio di Varese e l’Istituto italiano di tecnologia nel quale lavorano più di 1.700 ricercatori provenienti da tutto il mondo. La Cina ha rilevanti quote di capitale di Enel, Terna, Snam, Ansaldo Energia, e sulla così detta Via della Seta gli acquisti continuano anche in altri settori, dall’immobiliare al turismo. A Venezia, Firenze, Roma, Milano locali storici, palazzi, alberghi sono diventati e continuano a diventare di proprietà del dragone. I cinesi, con i tedeschi, sono nel gruppo Aspi (autostrade) e hanno messo gli occhi sul porto di Taranto. In un mondo libero dove vigesse un mercato corretto saremmo preoccupati solo in parte ma conosciamo bene come il governo cinese attui in molti settori il dumping, anche sociale, e come regole diverse, all’interno della stessa Organizzazione Mondiale del Commercio, non garantiscano, purtroppo, una leale concorrenza. Se a questo aggiungiamo i molti problemi legati alla contraffazione ed all’ingresso in Europa di merci illegali comprendiamo bene che ai problemi economici si aggiungano quelli della sicurezza e della salute e che il danno colpisce il sistema Italia consumatori compresi.

  • Pechino conferma l’arresto della reporter accusata di aver spiato per l’Australia

    Cheng Lei, ex giornalista e volto noto della Cgtn, il canale della tv statale cinese in lingua inglese, è stata arrestata il 5 febbraio per spionaggio con l’accusa formale di “aver fornito segreti di Stato all’estero”. Cheng, nata nella provincia di Hunan, ma in possesso della cittadinanza australiana dopo essere emigrata da bambina, fu presa in custodia a Pechino dalla polizia del dipartimento sulla sicurezza nazionale lo scorso agosto senza spiegazioni, quando i suoi figli, di nove e undici anni, erano dai nonni in Australia durante la chiusura delle scuole per la pandemia del Covid-19.

    La svolta è stata riferita lunedì in mattinata dal ministro degli Esteri australiano Marise Payne, rimarcando che il governo australiano “ha espresso le sue serie preoccupazioni sulla detenzione di Cheng” in merito “al suo benessere e alle condizioni di detenzione”. Payne ha riferito che i funzionari consolari hanno visitato la donna sei volte finora, di cui l’ultima a fine gennaio. Cheng, che alla Cgtn ha lavorato per quasi un decennio, aveva regolarmente partecipato agli eventi tenuti dall’ambasciata australiana. Poche ore dopo è maturata la conferma del ministero degli Esteri di Pechino, secondo cui il suo caso “è in fase di ulteriore elaborazione”, assicurando che “tutti i diritti di Cheng sono stati completamente garantiti. Speriamo che l’Australia rispetti la sovranità giudiziaria cinese e la smetta di interferire nella gestione del caso in qualsiasi modo”, ha affermato in conferenza stampa il portavoce Wang Wenbin.

    La vicenda è destinata a infiammare ancora di più i pessimi rapporti esistenti tra Pechino e Canberra, in uno scontro a tutto campo dalla diplomazia al commercio. Le tensioni hanno avuto un’impennata dopo che Canberra ha chiesto un’indagine internazionale sull’origine della pandemia e Pechino ha risposto con rappresaglie commerciali. Un altro australiano, lo scrittore Yang Hengjun, è sotto processo a Pechino, accusato di spionaggio dopo l’arresto di gennaio 2019 all’aeroporto di Guangzhou.

    A Hong Kong, intanto, all’attivista radiofonico pro-democrazia Wan Yiu-sing, 52 anni, è stata contestata la “sedizione”, per quello che è il secondo caso finora registrato dal ritorno dell’ex colonia nel 1997 sotto la sovranità cinese. Il dipartimento di polizia sulla sicurezza nazionale ha notificato quattro capi d’accusa, tutti riconducibili ad altrettante trasmissioni radiofoniche online dello scorso anno.  Intanto, si avvicina il processo per altri 8 attivisti, tra cui 3 ex parlamentari, per le proteste dello scorso anno: le contestazioni si riferiscono all’incitamento del 30 giugno a partecipare a una manifestazione non autorizzata del giorno dopo. Tra gli imputati, Wu Chi-wai del Democratic Party e 4 esponenti della League of Social Democrats, incluso il carismatico ex deputato ‘Long Hair’ Leung Kwok-hung.

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