Cina

  • Così la guerra di Putin cambia gli equilibri globali

    Nulla sarà più come prima. La guerra di Putin in Ucraina è destinata a cambiare gli equilibri geopolitici e la scacchiera globale che conoscevamo poco più di un mese fa, prima che i tank e i missili russi riportassero una guerra novecentesca nel cuore dell’Europa. Molti cambiamenti sono già in atto, altri sono in parte prevedibili, altri ancora potrebbero sorprenderci nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

    È facile vedere quello che sta accadendo in Europa. Il futuro è già qui tra noi: il forte riavvicinamento tra Stati Uniti ed Unione europea dopo anni di rapporti faticosi, il rafforzamento della Nato che dalla ‘morte cerebrale’ vista da Macron adesso ha di nuovo un senso e un orizzonte, il passo deciso dell’Ue verso una politica estera comune e la creazione di un’identità di difesa comune, sempre che i leader europei non cadano di nuovo in qualcuna di quelle amnesie da cui ciclicamente sono colpiti.

    Sono passi che si pensava potessero richiedere anni e che invece stanno avvenendo, sotto i nostri occhi, in poche settimane. Ma allargando lo sguardo si può intuire come la guerra di Putin sia destinata a cambiare i rapporti diplomatici e gli schieramenti in tutti gli angoli del mondo.

    La Cina, suo malgrado, è al centro di queste novità. Pechino ha mantenuto una posizione volutamente ambigua ma sta già pianificando le mosse per i prossimi anni. Il recente rafforzamento delle relazioni voluto da Putin e Xi non è stato rinnegato. Ma la Cina da un lato evita di condannare esplicitamente Mosca e dall’altro continua a dire di credere nel dialogo e nel rispetto dell’integrità territoriale e della sovranità degli Stati. Il timore di Pechino è che la crisi economica conseguente alle sanzioni possa influire sul suo espansionismo centrato sul progetto nella ‘Nuova via della seta’.

    D’altra parte la globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi è destinata a mutare velocemente e l’interconnessione e l’interdipendenza dell’economia globale sicuramente subiranno sensibili passi indietro.

    La Cina non si esporrà sulla guerra e nel frattempo preparerà il terreno per nuove alleanze. Il ministro degli Esteri Wang si è recentemente recato in India, per la prima visita dagli scontri del 2020 sul confine himalayano che portarono a un rapido deterioramento dei legami tra i due Paesi più popolosi del mondo. Ora tutto sembra quasi dimenticato di fronte ai nuovi problemi da affrontare. Possibilmente insieme. La Cina e l’India importano energia dalla Russia e il 50 per cento degli armamenti indiani viene da Mosca.

    L’Occidente teme quindi che nel medio periodo si possa creare un’alleanza tra India e Cina che strizzi l’occhio alla Russia. Sarebbe uno scenario impazzito che riporterebbe il mondo diviso fra 2 fronti con una nuova forma di Guerra fredda. Ma stavolta a guidare il fronte orientale non sarebbe più Mosca ma Pechino.

    Ma sarebbe anche uno scenario che andrebbe, in parte, contro gli interessi cinesi: dove finirebbero gli scambi commerciali con gli Usa e l’Europa di un Paese che punta tutto o quasi sul commercio internazionale? Anche, e soprattutto, nelle scelte di Pechino e nella risposta a questa domanda, che potremmo avere da qui a pochi mesi, si formerà il nuovo assetto della geopolitica globale dei prossimi anni.

    Per capire quanto la guerra di Putin stia cambiando il mondo si può anche guardare all’America latina dove Argentina e Brasile sono molto cauti nella condanna all’invasione russa e pensano invece a sostituire Mosca e Kiev nelle esportazioni di mais nei mercati globali. Buenos Aires e Brasilia sono rispettivamente il secondo e il terzo produttore mondiale di mais e adesso guardano alla guerra con un’altra prospettiva.

    Il Donbass, un mese fa, sembrava molto lontano. Adesso dalla guerra nata in quella piccola regione nascono i cambiamenti globali che costruiranno il mondo di domani.

    E Putin, dando il via libera ai suoi carri armati, voleva cambiare la storia. Ed è quello che sta accadendo, ma non nella direzione che voleva lui.

  • Per mediare con lo zar occorrono solo un imperatore e un califfo?

    Le accuse di Pechino alla Nato ed agli Stati Uniti, considerati dal Dragone i responsabili della guerra in Ucraina, sono l’ennesimo esempio della strategia che la Cina ha messo in essere da tempo, ma questa ultima dichiarazione fa ben comprendere come sia difficile credere che l’imperatore cinese possa essere il mediatore più adatto a fermare Putin e a fargli accettare la pace.

    Tralasciando le iniziative cinesi degli ultimi anni, acquisizioni di importanti porti internazionali come del debito di molti paesi africani, espansione continua della propria area di influenza politica e commerciale, dure repressioni verso coloro che rivendicavano un po’ di autonomia e libertà, come Hong Kong, o un minimo di diritti umani, come gli uiguri, non possiamo dimenticare i colpevoli silenzi e le informazioni che la Cina ha negato al mondo all’inizio della pandemia. Proprio in questi giorni nuovi studi rilanciano la sempre più consistente probabilità che il covid si sia espanso per la fuga del virus da un loro laboratorio. Inoltre già dalla scorsa estate i cinesi hanno iniziato due operazioni entrambi preoccupanti: l’acquisto e l’accantonamento di molti prodotti alimentari e di alcune materie prime e il rallentamento nelle consegna di molte merci destinate all’Occidente. Se aggiungiamo a questi pochi, ma significativi ed incontestabili fatti, che la Cina, da mesi, riceveva dalla  Russia più gas di quanto era contemplato dal  contratto, che è stato siglato da poche settimane un nuovo accordo per una ancor più ingente fornitura e che Putin e Xi Jinping hanno platealmente rinsaldato i loro rapporti di amicizia e collaborazione, si comprende bene come sia più che legittimo ritenere che il presidente cinese conoscesse, almeno in gran parte, le vere intenzioni di Putin verso l’Ucraina.

    C’è in gioco, per i due autocrati con ambizioni imperiali, la capacità di poter influenzare il resto del mondo sia economicamente che militarmente assicurandosi che nessuno possa frapporsi per impedire le loro mire espansioniste e la coercizioni che esercitano sui loro popoli e su quelli che hanno conquistato o conquisteranno.

    Il mondo libero deve cominciare a comprendere che sono messe in pericolo tutte le conquiste fatte nei decenni passati, dalla democrazia alla libertà, dai diritti umani al mercato e al benessere sociale.

    Gravi responsabilità pesano su alcuni governi ed istituzioni occidentali se, per avere un mediatore in grado di trattare con Putin, si deve sperare in Erdogan o in Xi Jinping, entrambi noti, all’interno e all’esterno del loro Paese, per il disprezzo che hanno dimostrato verso la democrazia ed il diritto.

    Terminata la guerra, ci auguriamo presto e senza altri drammatici eventi, il mondo libero dovrà cominciare seriamente a pensare a come rivedere il modo di rapportarsi, anche sul piano economico, con paesi e governi che non credono nei suoi valori fondanti.

  • Le sconfinate ambizioni del nuovo zar

    Putin ha ribadito che la sicurezza della Russia non è negoziabile, corretto, ogni Paese ha il diritto di difendere il proprio territorio ma nessuno ha mai messo, né mette in discussione, la sicurezza della Russia, anzi molti Stati europei hanno sempre intrattenuto con lui e con il suo Paese rapporti economici e politici di rilievo. Quando il presidente russo dichiara al mondo che la sicurezza della Russia non è negoziabile non può stupirsi che altrettanto legittimamente l’Ucraina abbia lo stesso diritto di difendere i suoi i confini e la sua sicurezza. Non esistono, almeno dove vi è il rispetto delle leggi, due pesi e due misure, quello che Putin rivendica come suo diritto è lo stesso diritto che hanno gli altri Stati e lui è il primo ed unico ad aver violato questo diritto prima annettendo la Crimea e poi sostenendo per anni gli insorti nel Donbas. La sua non è una iniziativa difensiva dovuta ad un pericolo, potrebbe essere un’azione preventiva secondo il vecchio detto latino “se vuoi la pace prepara la guerra”? Putin di fatto è già in guerra perché ha avallato otto anni di guerra nel Donbas dopo aver annesso, senza colpo ferire, la Crimea. Un’azione preventiva anche quella? Azione preventiva che si sviluppa annettendo territori o creando stati fantoccio che poi riconosce come alleati erodendo inesorabilmente l’Ucraina e spostando i confini della Federazione russa sempre più avanti, sempre più vicini ai Paesi europei e Nato?

    In verità Putin ha deciso che questo è il momento per tentare di coronare il suo sogno: passare alla storia come uno zar dei tempi moderni, il federatore di territori immensi e stati diversi, il creatore di un nuovo impero russo che renda l’Europa sempre meno influente e la Cina consapevole di non poter continuare essa stessa ad espandersi nel mondo diventando di fatto la prima super potenza. La Cina, che è il nuovo grande alleato di Putin, è però un alleato scomodo perché diventa, di momento in momento, sempre più potente con le sue diramazioni, proprietà, interessi economici vitali nella maggior parte del mondo. Questo è il momento ideale per Putin per dare corpo al suo sogno, è ancora abbastanza giovane e potente al suo interno, dove rende gli avversari inoffensivi imprigionandoli, e varie contingenze sembrano essergli favorevoli: l’Europa non ha una politica comune, neppure quella per gli approvvigionamenti energetici, e i costi di gas e petrolio stanno mettendo in grave crisi famiglie e produzioni mentre l’economia e la pubblica opinione sono ancora  scossi per i problemi conseguenti la pandemia, la Germania non ha più un forte cancellierato, l’Italia soffre per le risse tra i partiti in vista delle elezioni nazionali, in Francia sono imminenti le elezioni per la presidenza, gli Stati Uniti, reduci dal disastro dell’Afghanistan soffrono di gravi incertezze per una presidenza di fatto debole e per l’aggravarsi di problemi razziali ancora irrisolti, la Nato può intervenire eventualmente solo per difendere il territorio di Stati membri e per altro non ha mai particolarmente brillato per successi, in concreto nessuno manderà soldati all’Ucraina, solo armi e soldi e non si sa fino a quando. Le mosse di Putin hanno reso l’Ucraina debolissima sul piano economico, chi vorrebbe oggi investire in un Paese così a rischio? Solo qualche oligarca russo o legato alla Russia che in questo modo potrebbe facilmente impossessarsi di gran parte dei suoi gangli economici più importanti. L’Ucraina ha sopportato la perdita della Crimea e la guerra del Donbas in pratica senza poter fare nulla di utile alla, almeno parziale, risoluzione dei tanti problemi. A questo aggiungiamo che molti Paesi europei non possono dare sanzioni che taglino l’arrivo del gas, in effetti anche Putin ha necessità di venderlo perché è una delle più importanti entrate della Russia e per questo ha siglato un nuovo accordo con Pechino aumentando considerevolmente le sue forniture di gas verso la Cina. Se aggiungiamo che le sanzioni che l’Europa metterà porteranno un danno anche a noi europei, sia per le mancate esportazioni verso la Russia che per l’evidente calo nel settore turistico, si comprende bene perché sia questo il momento migliore per Putin per sferrare la sua offensiva militare e diplomatica. Che fare allora? Certamente continuare con la diplomazia ma cercando di avere ben chiaro cosa vuole Putin e cosa si può concedergli ottenendo in cambio altre concessioni che garantiscano la sicurezza e l’indipendenza non solo dell’Ucraina ma anche di tutti gli stati che, avendo cittadini di lingua russa o di origini russe, potrebbero un domani entrare nel mirino del nuovo zar.

    Diplomazia ed accordi, compromessi onorevoli che impediscano azioni con risultati irreversibili e tragici. Un problema che anche Putin, speriamo non accecato da eccessivo orgoglio e onnipotenza, deve comprendere prima di insanguinare ulteriormente il suolo ucraino e prima di vedere tornare in Russia le bare dei suoi soldati perché in questo caso l’amore, il rispetto del suo popolo potrebbe tramutarsi in odio. E i soldati russi è bene che comincino a capire che se sarà guerra anche loro moriranno in tanti, vittime sacrificali al sogno di grandezza di Putin

  • Azione dell’UE nei confronti della Cina in sede di OMC a difesa del settore dell’alta tecnologia

    L’Unione europea ha avviato un’azione nei confronti della Cina in sede di Organizzazione mondiale del commercio (OMC) per le restrizioni imposte alle imprese dell’UE che adiscono un tribunale straniero per proteggere e utilizzare i loro brevetti.

    La Cina impone gravi restrizioni alle imprese dell’UE che godono di diritti su tecnologie chiave (come il 3G, il 4G e il 5G), in quanto limita le possibilità che queste imprese hanno di proteggere tali diritti da un uso illegale o non adeguatamente compensato dei loro brevetti, ad esempio da parte dei fabbricanti cinesi di telefoni cellulari. I titolari di brevetti che si rivolgono comunque a tribunali al di fuori della Cina sono spesso soggetti a pesanti ammende in Cina e, in sostanza, a pressioni affinché accettino diritti di licenza più bassi rispetto alle tariffe di mercato.

    Questa politica cinese è estremamente dannosa per l’innovazione e la crescita in Europa e, di fatto, priva le imprese tecnologiche europee della possibilità di esercitare e far rispettare i diritti che conferiscono loro un vantaggio tecnologico.

    Dall’agosto 2020 i tribunali cinesi emettono decisioni – note come “anti-suit injunction”, ossia inibitorie volte a vietare le azioni in giudizio – per esercitare pressioni sulle imprese dell’UE che detengono brevetti ad alta tecnologia e impedire loro di proteggere legittimamente le loro tecnologie. I tribunali cinesi ricorrono anche alla minaccia di pesanti ammende per dissuadere le imprese europee dall’adire tribunali stranieri.

    Le imprese europee ad alta tecnologia si trovano pertanto in una posizione di notevole svantaggio nel battersi per far valere i loro diritti. I fabbricanti cinesi chiedono queste “anti-suit injunction” per beneficiare di un accesso alla tecnologia europea a un costo inferiore o senza alcun esborso.

    L’UE ha sollevato la questione con la Cina in varie occasioni nel tentativo di trovare una soluzione, ma senza successo. Poiché secondo l’UE i provvedimenti cinesi sono incompatibili con l’accordo dell’OMC sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio (TRIPS), l’UE ha avanzato richiesta di consultazioni in sede di OMC.

    Le consultazioni richieste dall’UE per la risoluzione della controversia rappresentano il primo passo della procedura di risoluzione delle controversie dell’OMC. Se non condurranno a una soluzione soddisfacente entro 60 giorni, l’UE potrà chiedere all’OMC di istituire un panel che decida in merito alla questione.

    I brevetti oggetto della controversia sono brevetti essenziali (SEP), ossia brevetti che sono indispensabili per fabbricare prodotti conformi a una determinata norma tecnica internazionale. Poiché l’uso delle tecnologie protette da tali brevetti è obbligatorio per la produzione, ad esempio, di un telefono cellulare, i titolari dei brevetti si sono impegnati a concederli in licenza ai fabbricanti a condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie (FRAND). Per tali brevetti un fabbricante di telefoni cellulari dovrebbe pertanto ottenere una licenza (dietro pagamento di diritti di licenza negoziati con il titolare del brevetto). Se un fabbricante non ottiene una licenza e/o si rifiuta di pagare, il titolare del brevetto può esigere il rispetto del brevetto e rivolgersi a un tribunale per far bloccare le vendite dei prodotti che incorporano quella tecnologia senza una regolare licenza.

    Nell’agosto 2020 la Corte suprema del popolo cinese ha stabilito che i tribunali cinesi possono vietare ai titolari di brevetti di adire un tribunale non cinese per ottenere il rispetto dei loro brevetti emettendo una “anti-suit injunction”; la Corte suprema del popolo ha anche stabilito che la violazione dell’ordinanza può essere punita con un’ammenda giornaliera di 130 000 €. Da allora i tribunali cinesi hanno emesso quattro “anti-suit injunction” nei confronti di titolari di brevetti stranieri.

    Fonte: Commissione europea

  • Perché l’eventuale conflitto tra Russia e Ucraina riguarda l’Europa?

    La vicenda della minaccia bellica russa all’Ucraina è molto più seria di una semplice crisi tra due paesi confinanti.  E non solo per l’odioso atteggiamento di Putin che agisce come se fosse il Presidente dell’URSS e non della Federazione Russa, ritenendosi a tutti gli effetti il detentore del diritto di decidere sulle alleanze di uno stato sovrano, non più assoggettato ai desiderata del Cremlino. Ma piuttosto proprio per la delicatezza della questione che invece, da parte di molti, si sta affrontando con il solito spirito di tifoseria, propendendo a seconda delle personali convinzioni politiche, a favore di Biden o di Putin, senza riuscire a vedere le rilevanti implicazioni che ci riguardano in prima persona, e non solo per la vicinanza geografica di una guerra dagli esiti certamente disastrosi.

    La verità è che il mondo negli ultimi 10-12 anni è profondamente cambiato, e dalla presenza per una ventina di anni degli USA come unica superpotenza mondiale, dopo l’implosione dell’URSS, pian piano sono emerse altre due super potenze, la Federazione Russa e la Cina che, insieme agli USA, con crescente arroganza stanno cercando di dominare il mondo.

    L’Ucraina per la Russia fa il paio con Taiwan per la Cina, senza contare tutte le operazioni economiche e militari in Africa, in America latina ed anche in Europa, che stanno fortemente spostando gli equilibri complessivi, ovviamente a discapito e senza alcuna reazione dei Paesi Europei.

    Trattare la vicenda dell’Ucraina come fosse un derby tra Russia e USA e non l’ennesimo segnale di allarme per l’Europa rischia di distogliere l’attenzione dal vero problema. E cioè rispondere alla domanda: ma di questo passo quale sarà il ruolo dell’Europa nel mondo?

    Siamo davvero sicuri che l’alleanza con gli USA ci consentirà livelli di protezione sufficienti, o non ha insegnato nulla la vicenda dell’Afghanistan?

    E prima ancora del Vietnam?

    Ecco perché la cosa più giusta sarebbe la veloce ripresa del processo di costituzione della Federazione degli Stati Uniti d’Europa, che è l’unico modo per superare l’Unione Europea, inadeguata alla difesa della libertà e dell’indipendenza dei popoli Europei perché incapace per sua natura di avere una politica estera unica ed un esercito all’altezza delle tre super potenze.

    Se gli Stati Europei continueranno ad ignorare o a sottovalutare l’aggressività e la prepotenza delle tre superpotenze e a non organizzarsi al più presto per la tutela della loro indipendenza e libertà faranno la fine dei piccoli stati italiani preunitari e presto potranno esercitare solo un diritto, quello di scegliere di quale, tra i tre imperi, diventare colonia o protettorato.

    *già Sottosegretario per i Beni e le Attività Culturali

  • Biden, l’Europa, Putin e l’amico cinese

    La questione Russia-Ucraina, oltre che molto pericolosa, è diventata surreale con le diplomazia non in grado di formulare proposte e Capi di Stato che rischiano, con dichiarazioni e minacce, di peggiorare una situazione esplosiva per tutti. Come i cani maschi marcano il loro territorio con l’urina così i leader cercano di marcare nuovi territori politici ed economici con le parole e lo spostamento di soldati, mezzi bellici e persone. In concreto cosa vuole Putin? Che l’Ucraina non entri nella Nato per non avere ai propri confini la presenza, più o meno forte, dell’Occidente e in particolare degli Stati Uniti. E’ un problema di leadership, di potere, ma non solo perché, come sempre, incombe anche l’ombra dello spionaggio, militare ed economico. Putin ha già annesso la Crimea  e rivendica altri territori ucraini dove vivono sia russi che ucraini favorevoli alla Russia e dove, ormai da anni, vi è di fatto una guerra non dichiarata. Molti ucraini vivono in Russia e i due Stati sono legati, tramite i loro cittadini, da odi profondi ma anche da forti rapporti di parentele ed amicizie. Non è certo una novità che il presidente russo cerchi di allargare sempre più il suo raggio di influenza tramite annessioni o stringendo rapporti sempre più stretti con governi a lui vicini. Anche la recente missione in Kazakistan ne è una prova.

    In un mondo dove gli Stati liberali e democratici stanno perdendo colpi  e un certo benessere ingenera lotte interne tra i partiti, a tutto danno proprio della democrazia, gli Stati totalitari, tramite la gestione diretta di un sistema economico che ha tramutato il libero mercato in un mercato oligarchico, cercano di allargare la loro area di influenza, un esempio per tutti l’espansionismo  cinese in Africa.

    Putin vuole siano tolte le sanzioni che gravano sul suo Paese e ha una forte leva perché produce e commercializza quel gas che per l’Europa è vitale, gas che a noi centellina mentre lo offre alla Cina in quantità superiori a quelle stabilite da contratto. E Putin ha, nei giorni scorsi, siglato un nuovo patto di amicizia e collaborazione con il presidente cinese stabilendo aree di pertinenza e strategie. Guardando lontano però Putin potrebbe avere problemi con la Cina, infatti Xi Jinping è al momento il più forte e se Putin dovesse perdere nelle richieste che ha fatto all’Occidente diventerebbe per i cinesi un alleato debole e la Russia dovrebbe guardarsi non solo dagli Stati Uniti e dalla molle Europa. Battaglioni schierati, navi in esercitazione davanti a Kiev, aerei russi che violano lo spazio aereo del Regno Unito, l’organizzazione Wagner presente non solo in Libia ma in vari contesti di guerriglia in Africa, sono alcuni strumenti che Putin usa per consolidare la sua immagine all’interno e rafforzare il suo peso all’esterno. Il presidente russo non retrocederà se non potrà dimostrare di aver portato a casa qualcosa e non credo proprio che la minaccia di nuove sanzioni sia lo strumento idoneo per trovare una via d’uscita.

    È il momento di scegliere un compromesso onorevole per tutti, di concedere qualcosa a Putin per avere in cambio la garanzia del rispetto della sovranità dell’Ucraina e di qualunque  altro Paese, non possiamo infatti dimenticare che domani potremmo trovarci ad affrontare anche la minaccia di invasione delle repubbliche baltiche. Al tavolo delle trattative con il presidente russo non bisogna però dimenticare la Cina ed i suoi progetti vicini e lontani, e al mondo occidentale giova tentare in ogni modo che l’alleanza tra Putin e Xi Jinping non  diventi strutturale.

    Uno scacchiere complesso che richiede nervi saldi e ampiezza di vedute geopolitiche per il presente ed il futuro, la pace di oggi va garantita e consolidata per garantire la pace anche domani ed è difficile immaginare che lo si possa fare solo scambiandosi reciproche minacce. I negoziatori devono essere ben consapevoli di cosa si può dare e di quanto si deve ottenere in cambio.

    E in ogni trattativa bisogna ricordare di non mettere mai l’avversario nella condizione di non potere avere una onorevole possibilità di cambio di rotta.

  • Pronto il piano della Ue per ridurre la dipendenza dai chip dall’Asia

    L’Europa scommette sui microchip fatti in casa e lancia il suo piano da quasi 50 miliardi di euro per ridurre la dipendenza dai giganti asiatici. Dopo mesi di attesa, martedì Bruxelles svelerà in dettaglio il contenuto dello European Chips Act, il progetto di legge per spingere la produzione europea dei semiconduttori portandola dal 10% su scala globale di oggi al 20% entro la fine del decennio. Un piano che, almeno nelle intenzioni, vuole segnare una svolta sulla via della sovranità strategica europea, allontanando il rischio di quelle strozzature nella filiera che tanto hanno fatto soffrire l’intera industria, automotive in testa, in questi mesi.

    Con la domanda mondiale di chip destinata a raddoppiare nei prossimi 8 anni e le crescenti incertezze sul piano geopolitico, l’Europa non può ritrarsi dalla partita con le potenze globali. E, per farlo, sa di avere bisogno di soldi, impianti e nuove regole commerciali. Tutti elementi inseriti nel maxi-piano che il commissario europeo per l’Industria, Thierry Breton, è stato chiamato ad illustrare l’8 febbraio. Si parte dai finanziamenti: 12 miliardi di euro di fondi pubblici (6 dal bilancio comune e 6 dai governi nazionali) per la ricerca e lo sviluppo. A cui si aggiungono oltre 30 miliardi di euro già previsti nei Pnrr e bilanci nazionali, e poi ancora un fondo da 5 miliardi di euro dedicato alle start-up.

    Ma per ambire alla leadership tecnologica servirà anche adattare la politica commerciale. Non si tratta di “protezionismo” ma di essere “realisti”, aveva precisato nei giorni scorsi Breton. Di fatto, il modello potrebbe essere quello usato per assicurarsi l’approvvigionamento dei vaccini un anno fa. “L’obiettivo dell’Europa sarà di stabilire un approccio cooperativo” con i rivali principali nel settore, come Taiwan, Singapore, Giappone, Corea del sud e Stati Uniti. Tuttavia, si legge nella bozza del regolamento, “l’Ue dovrebbe essere preparata a un fallimento” della cooperazione, “a un cambiamento improvviso della situazione politica o a crisi impreviste”. Tutte eventualità che, è il ragionamento di Bruxelles, non possono mettere in ginocchio l’intera industria europea. Per questo, l’esecutivo propone di introdurre un meccanismo di autorizzazione delle esportazioni, da attivare in caso di crisi, per bloccare l’export di microchip e componenti in determinate circostanze.

    Prima di parlare di contromisure commerciali, comunque, la priorità è quella di intensificare la produzione per avere un’alternativa alle forniture asiatiche. L’idea è di procedere con la creazione di nuove ‘Mega fab’ sul territorio europeo da finanziare con ingenti sovvenzioni pubbliche. Al pari dei cosiddetti Ipcei, i progetti di interesse comune europeo che uniscono più Stati membri per dare vita a campioni industriali in grado di competere con le grandi multinazionali asiatiche e americane. Nel Chips Act ci saranno alcune novità e istruzioni per l’uso sulle regole per gli aiuti di Stato. Allentarle, però, non sarà semplice. Nei mesi scorsi Bruxelles ha già acconsentito ad alcune eccezioni per i settori strategici, chip compresi. Ma la guardiana della concorrenza Ue, la danese Margrethe Vestager, è stata chiara: bisogna evitare una corsa ai sussidi all’interno dell’Ue che penalizzerebbe i Paesi più piccoli.

  • Il surplus commerciale della Cina nel 2021 è volato a 676 miliardi

    La Cina ha registrato un boom dell’interscambio commerciale nel 2021 con un surplus di 676,8 miliardi di dollari, il più ampio dall’inizio della raccolta dei dati del 1950, contro i 535,03 miliardi del 2020, beneficiando dell’impennata dell’export del 29,9% (+30,1% l’import) con le robuste spedizioni di beni della meccanica e dell’elettronica. Solo a dicembre, il saldo è stato di 94,46 miliardi, pari al nuovo record su base mensile.

    “Il commercio sta affrontando una crescente incertezza, instabilità e squilibrio”, ha affermato il portavoce delle Dogane, Li Kuiwen, presentando i dati. “L’economia cinese ha di fronte una triplice pressione, tra cui la contrazione della domanda, lo shock dell’offerta e le aspettative più deboli”, mentre “la pandemia globale rimane grave, l’ambiente esterno sta diventando più complesso e incerto e, dopo il balzo del 2021, il commercio nel 2022 dovrà affrontare una certa pressione”.

    I segnali di un rallentamento economico generale sono già emersi con la crescita delle importazioni di dicembre sotto le attese (+19,5% contro 26,3%), anticipando un trend che sconta le strette della ‘tolleranza zero’ di contenimento del Covid-19 e della sua temuta variante Omicron, il cui primo focolaio interno è stato rilevato a Tianjin. L’economia cinese ha avuto un inizio solido del 2021, trainata dall’export, ma ha iniziato a perdere vigore nella seconda metà dell’anno a causa della serie di misure restrittive nel settore immobiliare, tecnologico e dell’istruzione, della crisi energetica e del costo eccessivo delle materie prime. Mentre i consumi, che dovrebbero essere con l’export i pilastri della strategia di crescita della doppia circolazione, restano asfittici.

    La Cina pubblicherà lunedì il Pil del quarto trimestre, con le aspettative di un ulteriore rallentamento sul 4,9% di luglio-settembre, fino al 3,6% nelle stime degli analisti. La Banca mondiale e il Fmi hanno già declassato la crescita cinese all’8% per il 2021 dalle proiezioni precedenti, rispettivamente dell’8,5% e dell’8,1%, mentre Goldman Sachs ha appena tagliato l’outlook del 2022 dal 4,8% al 4,3%.

    Gli Stati Uniti restano il principale partner commerciale su base nazionale, ma si piazzano al terzo posto dopo Asean e Ue nel calcolo per macroaree: l’export cinese verso gli Usa è aumentato del 27,5%, a 576,11 miliardi, mentre l’import del 32,7%, a 179,53 miliardi, generando un surplus di 396,58 miliardi, in rialzo per il secondo anno consecutivo dopo il calo accusato tra il 2018 e il 2019 in scia alla guerra dei dazi avviata dall’amministrazione di Donald Trump. La ‘fase 1’ dell’accordo sul commercio di gennaio 2020 prevedeva che Pechino avrebbe dovuto aumentare gli acquisti di beni americani di 200 miliardi negli anni 2020 e 2021, rispetto ai valori del 2017, al fine di riequilibrare il deficit commerciale: tuttavia, la Cina avrebbe raggiunto solo il 60% del target pattuito, in base ai dati di novembre compilati dal Peterson Institute for International Economics.

    Infine, l’interscambio commerciale tra Cina e Italia ha avuto una forte spinta nel 2021, salendo 34,1% a 73,95 miliardi di dollari, con un surplus a favore di Pechino di 13,30 miliardi, in aumento sui 10,70 del 2020: l’import cinese di prodotti italiani è salito del 36,3%, a 30,22 miliardi, mentre l’export verso il Belpaese ha toccato i 43,63 miliardi (+32,6%). “La maggiore crescita delle nostre esportazioni – ha detto all’Ansa il direttore dell’Ufficio Ice di Pechino, Gianpaolo Bruno – è un segnale molto positivo che è stato alimentato dagli strumenti messi a disposizione dal Patto per l’export. L’auspicio è adesso riuscire a consolidare e a migliorare il trend per l’anno in corso, in un contesto che presenta criticità”.

  • India alternativa alla Cina per gli investitori post-Covid, ma non mancano le ombre

    Kongthong è un villaggio indiano di 700 anime dove i figli vengono chiamati con un fischio: a ogni bambina e bambino appena nati viene assegnato dalla madre un motivetto che si porterà per l’intera vita, suo ed esclusivo. Come riferisce un reportage di Sette, il supplemento settimanale del Corriere della Sera, il sistema si chiama Jingrwai Iawbei. Lo scorso settembre, il governo di Delhi ha candidato Kongthong a entrare nella lista dei Migliori Villaggi Turistici della World Tourist Organization dell’Onu, perché questo luogo remoto anche per gli indiani, grazie ai nomi fischiati, sta diventando un’attrazione.

    Ma mentre si impegna tanto per sdoganarsi sul mercato globale del turismo, il Paese si sottrae all’impegno della comunità internazionale per l’eliminazione drastica delle centrali a carbone chiesta da altri alla Cop26 di Glasgow. Eppure L’India non è certamente un Paese arretrato: a Bangalore (ora rinominata Bengaluru), nel centro del cono Sud della penisola, Sette riferisce che sono registrate 67mila aziende dell’Information Technology e vi hanno stabilito attività praticamente tutti i grandi nomi dell’hi-tech globale: i campioni nazionali Infosys e Wipro, ma anche Amazon, Ibm, Dell, Microsoft, Siemens, Sap, Google, Nokia e via dicendo. Chennai, la ex Madras, conta 4mila imprese tecnologiche. Hyderabad, più a Nord, è un altro centro per lo sviluppo del software. E poi naturalmente Delhi, Bombay (Mumbai), Calcutta (Kolkata). Dall’inizio del 2021, inoltre 35 start up diventate “unicorni”, hanno cioè superato il valore di un miliardo di dollari. E, in generale, la dinamicità che l’economia dell’India sta mostrando dopo i disastri nella gestione della pandemia s’incontra con la necessità di molti investitori di mettere meno denaro in Cina, dove Xi Jinping sta conducendo una serrata repressione tra le imprese private, soprattutto hi-tech, e di trovare alternative. Il Financial Times ha riportato che nel settore tecnologico quest’anno gli investimenti nelle imprese indiane sono cresciuti del 287%, contro il 118% di quelli nelle aziende cinesi. Nel trimestre luglio-agosto 2021, per ogni dollaro investito in una società hi-tech cinese, un dollaro e mezzo è andato a una indiana. L’orgoglio dell’establishment, a cominciare da quello del primo ministro Narendra Modi, si è ulteriormente gonfiato in ottobre quando il Fondo monetario internazionale ha previsto che l’economia del Paese crescerà del 9,5% quest’anno e dell’8,5% il prossimo, contro i rispettivi 8% e 5,6% della Cina.

    Nonostante il Paese sia il maggior produttore di vaccini al mondo, la campagna di immunizzazione ha avuto ritardi e solo da pochi giorni ha superato il miliardo di dosi somministrate (la popolazione sfiora gli 1,4 miliardi). La burocrazia elefantiaca e la corruzione restano una palla al piede. I contadini continuano ad assediare Delhi per protesta contro una riforma modernizzatrice della distribuzione dei prodotti agricoli. C’è un grande bisogno di riforme ma farle è straordinariamente faticoso in un Paese povero, diviso in 28 Stati e 8 Territori dell’Unione, nel quale si parlano 22 lingue riconosciute nella Costituzione. Popolato da lobby, divisioni religiose, partiti politici locali. C’è, appunto l’India che corre, alle velocità delle start-up e della Borsa o con il passo più lento del villaggio dei nomi musicati, e c’è l’India che sta ferma e frena.

  • Imperatore della Cina libera

    Zhang Zhan è una cittadina cinese che ha avuto il coraggio di denunciare da subito i tentativi del governo cinese di mettere la museruola ed obbligare al silenzio i giornali indipendenti che pubblicavano le vere notizie sulla pandemia. E’ la cittadina che ha cercato di far sapere, ai cinesi ed al mondo, con parole ed immagini, come erano trattate le famiglie dei pazienti ammalati di covid 19. Per questo è stata incriminata e condannata a quattro anni di carcere senza neppur poter ricevere visite dai famigliari. Dal maggio 2020 ha più volte fatto lo sciopero della fame ed ora è allo stremo delle forze. Altre persone, medici, giornalisti, cittadini comuni hanno subito e continuano a subire l’intollerante Potere dell’“imperatore cinese” Xi Jinping mentre il dragone allunga sempre più le mani in ogni area del mondo, Italia compresa, non solo con la Via della Seta ma specialmente con l’istituto Confucio che apparentemente promuove lo studio della lingua cinese ma, nella realtà, si incunea nella cultura e nelle abitudini degli altri paesi creando dipendenze e sottraendo informazioni.

    Certo nessuno di noi, singolarmente, avrà la forza di far liberare Zhang Zhan né altre persone ingiustamente incarcerate in Cina, in Turchia e in tanti altri paesi dove la parola giustizia e democrazia non compaiono nel vocabolario del Potere. Ma le nostre voci insieme possono aiutare molto chi sta soffrendo ingiustamente e ciascuno di noi può, anche attraverso le azioni quotidiane, dimostrare che non accettiamo più di comperare ed usare i prodotti, non solo cinesi, fatti da veri e propri schiavi. Ciascuno di noi può, ogni giorno, ricordare a se stesso e a chi ha intorno che la democrazia nella quale viviamo, per quanto imperfetta, è un bene inestimabile che dobbiamo saper difendere da chi, anche oggi, in casa nostra, con parole e fatti di odio mina il vivere civile.

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