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In attesa di Giustizia: carenze d’organico

Qualche settimana addietro, questa rubrica si è occupata delle scoperture di organico dei funzionari amministrativi di Tribunali e Procure: nessuna riforma della Giustizia – né quella appena licenziata a firma Cartabia, né altre future – potranno ottenere risultati se non si rimedia a questa criticità non meno che a quella analoga che riguarda i ruoli dei magistrati, recentemente stigmatizzata dal  vice Presidente del CSM, le cui parole sono chiarissime: «Nonostante i concorsi già banditi, considerati i magistrati annualmente in uscita per anzianità, dimissioni o altro, e il fatto che ai prossimi vincitori di concorso saranno conferite le funzioni non prima del 2024, si arriverà presto ad una scopertura di oltre il 20%».

L’Italia si colloca tra gli ultimi Paesi in Europa per numero di magistrati ogni centomila abitanti ed aggiungendo a questi dati le ricordate carenze – se possibile ancora più gravi – del personale amministrativo, appaiono evidenti le ragioni del disastro della giustizia italiana in termini di irragionevole durata dei processi.

Questa situazione endemica non sembra tuttavia preoccupare più di tanto la politica (ovviamente c’è anche un problema di fondi da destinare agli stipendi, così opportunamente evitato) ed, anzi, sotto stimolo della stessa magistratura, si preferisce affrontare gli interventi sulla durata dei giudizi intervenendo sulle regole processuali, in particolare su quelle poste a garanzia dei diritti di difesa sostenendo che la lentezza del sistema – ogni riferimento è principalmente rivolto al processo penale –  sarebbe frutto di superflue regole ipergarantiste, cui occorre porre un limite. Per esempio, quelle brutte persone che sono gli avvocati si ostinano a pretendere che il giudice che pronuncia la sentenza sia il medesimo che ha sentito i testimoni:  un principio fissato dal codice che impone, se cambia il giudice, la ripetizione della istruttoria per una regola di buon senso prima ancora che di garanzia. Troppo complicato e allora ci ha pensato la giurisprudenza a “riscrivere” quella norma e, di regola, in caso di mutazione del giudice, non si ripete un bel nulla, salvo cervellotiche eccezioni. Avrà ben più diritto il giudice di cambiare sezione, o funzione, o Foro, del cittadino ad essere giudicato dal medesimo giudice che ha istruito il processo, giusto?

Gli esempi potrebbero proseguire a lungo ma non è il caso di avvilire i lettori oltre un certo limite; vale, piuttosto, la pena considerare, sulla scorta della denuncia proveniente dai vertici del CSM, che se pure il nuovo Governo decidesse il giorno dopo il suo insediamento una corposa implementazione degli organici, dovremmo attendere alcuni anni per averne i primi benefici.

Una soluzione non definitiva ma di qualche utilità immediata potrebbe consistere nel fatto che il nuovo Governo eviti di richiedere al CSM la messa fuori ruolo di quei circa 200 magistrati che, come accade sistematicamente da decenni, vengono immancabilmente trasferiti presso i Ministeri.

Si tratta di una pratica sconosciuta – certamente con queste dimensioni e questa sistematicità – in ogni altro Paese civile e la ragione risiede nel fatto che le democrazie funzionano solo se si garantisce la più rigorosa separazione dei poteri. Qui invece abbiamo una commistione fisica tra quello  giudiziario e l’esecutivo, con evidente squilibrio verso il primo cui la Magistratura italiana tiene moltissimo con i governi che a secondo del proprio colore prediligono questa o quella corrente, ed i magistrati che, acquisendo ruoli apicali di decisivo peso politico (capo di Gabinetto, capo dell’Ufficio legislativo, capo del personale, ecc.) entrano a piedi uniti nella concreta gestione e nel reale orientamento della politica giudiziaria del Paese.

Ma come faranno le esangui casse dello Stato a fronteggiare anche i costi del reclutamento accessorio di magistrati? Questo sarà il vero problema: qualcosina si risparmia sulle indennità dei capi dipartimento e di gabinetto dei ministeri – più o meno 12.000 euro netti al mese moltiplicati per 13 e per quei 200 fortunati circa di cui si è detto – ed anche sui generosi incentivi economici applicati allo stipendio base di coloro che, invece, restano in ruolo e vengono destinati alle cosiddette sedi disagiate, cioè Tribunali con significative scoperture di organico, che non è detto siano luoghi dimenticati da Dio e dagli uomini, ma – per esempio – Venezia o Mantova.

L’attesa di giustizia, ancora una volta,  è servita.

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