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In attesa di Giustizia: la guerra dei trent’anni

C’è probabilmente chi il suo San Valentino lo festeggia il 17 febbraio. Penso a Marco Travaglio e Piercamillo Davigo: una cenetta intima per celebrare il trentennale di Mani Pulite nel giorno in cui – anno 1992 – fu arrestato Mario Chiesa. Una data perfetta per gli eterni innamorati delle manette mentre, combinazione vuole, il 14 febbraio è l’anniversario fondativo della Unione delle Camere Penali.

Una ricorrenza che, viceversa e con quanto di continuo accade, può solo evocare lo sfacelo della nostra giustizia e la inarrestabile deriva delle garanzie dei cittadini di fronte alla pretesa punitiva dello Stato.

E’ doveroso contrastare la corruzione ed il malaffare in generale e punirne i responsabili ma uno Stato di diritto non abdica ai suoi principi: le folle plaudenti davanti al Palazzo di Giustizia (?) di Milano, i capannelli animati da morbosa curiosità davanti alla porta carraia di San Vittore per vedere sfrecciare le volanti che portano in carcere il potente del giorno sono state le prime manifestazioni di populismo, che hanno contribuito a che si disperdesse il valore della separazione dei poteri ed il rispetto delle regole di giudizio, trasformando una Procura della Repubblica nella Repubblica della Procura.

Cosa c’è da festeggiare? Gabriele Cagliari che si suicida infilando la testa in un sacchetto di plastica dopo essere stato rassicurato sul suo destino da un P.M. che, finito l’interrogatorio in carcere, è andato in ferie dimenticandosi di lui? Raul Gardini che prima si suicida e poi rimette la pistola sul comodino? E come loro altri che – se non la vita, ma in molti casi anche quella – hanno perduto libertà, onorabilità, lavoro, famiglia, perché c’era chi, investito da sacro furore inquisitorio e sobillato da un’opinione pubblica miope e pronta solo al lancio delle monetine, ha proclamato l’intenzione di “rivoltare l’Italia come un calzino” e chi ha spiegato che “non è vero che incarceriamo gli indagati per farli confessare ma è vero che li scarceriamo se confessano”.

Ma cosa c’è da festeggiare se è vero come è vero che unici frutti maturati sono una  magistratura con un ego espanso sino a delegittimarsi e una politica debole e subalterna al potere giudiziario mentre la corruzione, tutt’altro che debellata, ha solo elevato le tariffe a fronte di un rischio aumentato?

Il diritto penale, che dovrebbe avere una funzione meramente sussidiaria di controllo sociale, è diventato  strumento primario in luogo della prevenzione con un abbassamento progressivo delle garanzie come dimostrato da incessanti casi di cronaca caratterizzati anche dalla lentezza del sistema.

Basta chiedere, per fare qualche esempio tra i più recenti (e in questa rubrica non mancano), a Fausta Bonino, infermiera di Livorno, arrestata nel 2016 con l’accusa di aver ucciso almeno dieci pazienti con massicce dosi di eparina, che nel 2109 era stata condannata all’ergastolo. Pochi giorni fa è stata assolta per non aver commesso il fatto: «Sono stati – ha detto – sei anni da incubo, con il peso dell’infamia». E il marito ha aggiunto: «Ci hanno distrutti sia emotivamente che economicamente».

Chiedete a Flavio Briatore che tredici (!) anni fa si è visto abbordare lo yacht dai finanzieri spediti da un magistrato per una esibizione militare ridicola ma di sostanziosa efficacia mediatica. Con l’accusa di evasione fiscale, la barca è stata sequestrata e data in custodia. Poche settimane fa la Corte d’Appello ha assolto l’imprenditore perché il fatto non costituisce reato, ha annullato il sequestro e disposto la restituzione del natante. Peccato che questo, nel frattempo e commettendo un grossolano errore, fosse stato messo all’asta e venduto sottocosto. La “majesté de la loi”, come la definiva ironicamente Anatole France, era arrivata in ritardo.

Accanto a queste altre decine di inchieste hanno deturpato la nostra storia giudiziaria e logorato vite umane: certo è che la storia è piena di errori giudiziari, perché la nostra imperfetta natura non ci ha programmati per giudicare il prossimo, visto che a malapena riusciamo a farlo con noi stessi. E del resto la nostra civiltà nella sua costituzione scientifica, filosofica e religiosa poggia su tre processi conclusi con sentenze inique: Galileo, Socrate e Gesù ne sono testimoni. Ciò che invece dobbiamo chiederci è se il nostro sistema faccia il possibile per ridurre questo rischio mortale. E la risposta è nettamente negativa.

Ridurre al minimo i tempi dei procedimenti e limitare al massimo la carcerazione preventiva sarebbero un primo passaggio fondamentale: esattamente il contrario dell’insegnamento di Mani Pulite che ci hanno regalato  trent’anni di strisciante guerra civile.

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