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In attesa di Giustizia: l’ometto furioso

Riforma a firma Cartabia, referendum sulla Giustizia in arrivo (bene o male che andranno, la rapida e vincente raccolta di firme ha già espresso il sentiment di una larga fetta della popolazione), Davigo alla sbarra a Brescia: sono molte le ragioni di sofferenza per Marco Travaglio. E appena può si sfoga, soprattutto contro il nemico di sempre: quelle Camere Penali che avevano – invece – dalla loro parte Marco Pannella.

Pensando di essere un arguto spiritosone usa chiamarle “penose”; motivo cioè di sofferenza, di pena, di cruccio, per forza: provano sempre a togliergli i giocattoli dalle mani, perciò strepita, frigna e pesta i piedi.

L’ometto (ominicchio, se non peggio, lo definirebbe Leonardo Sciascia) dirige un quotidiano ormai per pochi intimi segnati da ossessione paranoide per manette, arresti, verbali di Polizia Giudiziaria, veline dei Servizi, il cui nome suona, se confrontato alla sua persona, come un ossimoro.

Il nostro, invero, con i fatti ha un rapporto idiosincratico: per lui sono un optional, ma in genere è meglio prescinderne.

Si è sgolato per anni nel dire che la prescrizione (suo chiodo fisso) è il privilegio di pochi potenti che se la procurano strapagando avvocati callidi e vagamente disonesti.

Non gli importa che le prescrizioni riguardino 120mila processi l’anno, di cui 80mila senza che si sia arrivati neppure alla sentenza di primo grado, quando gli avvocati non toccano nemmeno palla.

Lui deve dirlo a prescindere, tenere comizi in ospitali talk show senza – possibilmente – nessun contraddittore e gonfiandosi come un pavone: dei fatti, chissenefrega.

Può darsi, e bisogna comprenderlo, che abbia avuto problemi irrisolti nell’età evolutiva, periodo delicatissimo: forse, da bambino era l’unico ad avere in camera il poster del Commissario Basettoni e  schiumava rabbia apprendendo ogni settimana, in edicola, che la Banda Bassotti era ritornata a piede libero.

Se mai avrà letto “I Miserabili”, il suo cuore avrà palpitato per l’implacabile Ispettore Javert, giustamente a caccia di Jean Valejan, ladro recidivo specifico infraquinquennale, plurievaso, per di più liberato da un’amnistia: insomma un insopportabile pendaglio da forca beneficiato dal più peloso garantismo.

Al cinema, guardando “Fuga da Alcatraz”, narrano che sia uscito dalla sala ed abbia telefonato ai Carabinieri.

Senonché accade che non più solo gli “avvocatoni”, ma Procuratori Generali e Presidenti di Corte di Appello, da tutta Italia, abbiano bocciato la riforma  a lui più cara a firma Bonafede (tanto nomine nullum paret osseqium): quella sulla prescrizione. “Irrazionale, illogica, incostituzionale” sono state le definizioni più correnti.

Nel Paese che è riuscito a mandare al governo terrapiattisti e manettari guidati da un comico in disarmo, l’ometto è diventato il leader indiscusso del giustizialismo italiano.

Scrive di diritto pur ignorandone le fondamenta, assolve i buoni e condanna i cattivi, spiega ed interpreta sentenze, norme, disegni di legge e nei processi che lo vedono imputato per diffamazione si fa assistere da avvocati che ne chiedono il proscioglimento per prescrizione, rigorosamente a sua insaputa.

Sono momenti difficili, bisogna comprenderne la sofferenza: le elezioni si avvicinano e i terrapiattisti vanno dissolvendosi come neve al sole ancor prima di quanto si potesse ragionevolmente immaginare ed ora c’è pure il rischio referendum oltre ai vari tentativi per silurare la riforma della prescrizione, a tacere di quella brutta persona di Amara che ha fatto finire sotto processo mezza Procura di Milano e del duo Sallusti-Palamara con i loro inutili racconti di qualche innocua marachella per garantire che i processi, soprattutto quelli contro Berlusconi e Salvini, finissero secondo la sua personale visione della giustizia.

Uno così, se gli togli i giocattoli, non sai più come tenerlo.

Non andate al mare, il 12 giugno.

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