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In attesa di Giustizia: terapia intensiva

I contagi stanno diminuendo, o forse no, tuttavia lo stato di emergenza dovrebbe terminare a fine mese…quella sanitaria; a parte quella indotta dalla guerra in Ucraina, ve n’è un’altra – per così dire – in servizio permanente effettivo: quella nel settore della Giustizia che i due anni di pandemia hanno portato in prossimità del collasso definitivo soprattutto nel settore penale a causa del rinvio di decine di migliaia di udienze determinate dal lock down o da problemi successivi di contagio equamente distribuiti tra giudici, avvocati, cancellieri, testimoni, parti ed esigenze di sanificazione delle aule e degli uffici infettati.

Non di rado, l’impossibilità di celebrare un’udienza si scopre solo il giorno stesso in cui si dovrebbe tenere: qualcuno non è stato fatto entrare nel Palazzo perché la temperatura era superiore a 37,5° (oppure non è neppure uscito di casa), qualcun altro ha un famigliare convivente che si è scoperto positivo la sera prima…: le possibilità sono infinite e, talvolta, comportano che non una sola udienza ma tutte quelle iscritte a ruolo vengano differite, come nel caso che la criticità tocchi il magistrato assegnato.

In qualche caso, disperatamente, si cerca di recuperare con iniziative che si collocano oltre il limite dell’impraticabile, sconfinando nella fantascienza: onore all’impegno ma, senza fare nomi, in più di una sede di Tribunale sono state inserite al ruolo di un unico giudicante ed in un solo giorno oltre una cinquantina di cause che non potranno mai essere portate avanti. Ma, tanto, non si prescrive più quasi nulla e l’onore è salvo.

Per dare un’idea, se un’udienza deve essere solamente rinviata per mancanza di una o più notifiche  (particolarmente quelle “saltate” durante la prima fase emergenza, quando i cancellieri erano in finto smart working, a casa senza gli strumenti per operare) tra verifica dei presenti, della regolarità o meno degli avvisi agli assenti – a volte più di uno se gli imputati e gli avvocati sono molteplici – e dettatura della verbale al segretario con indicazione di quanto necessario fare per la volta successiva (nella speranza che venga fatto…) servono almeno dieci minuti ed una giornata in tribunale, considerando anche qualche attività più consistente, dovrebbe prevedere una durata superiore alle dieci ore. Il tutto immaginando che non vengano fatte pause neppure per un caffè molto ristretto.

L’“effetto valanga” determinato dai vecchi processi che non si fanno, cui si aggiungono quelli nuovi, è facilmente immaginabile. Per la verità di nuovi processi se ne vedono pochi perché anche le Procure della Repubblica, che sono il primo motore della giustizia penale sono con il motore ingolfato non solo a causa della pandemia ma anche per altri motivi che hanno toccato soprattutto alcune tra le maggiori, con  la “decapitazione” dei vertici per irregolarità nelle nomine (Roma), pensionamenti (Milano) e anche qualche arresto (Taranto). E questo solo per ricordare esempi noti, a tacere dei problemucci che si sono riversati su altre figure della magistratura ancorchè non apicali.

Le Procure, però, sono preoccupate di una cosa: la statistica! Dovendo dare prova di produttività  ecco che si vedono – un po’ dovunque – chiusure di indagini e rinvii a giudizio per crimini efferati come la mancata comunicazione alla Questura di tre ospiti in un albergo, lesioni volontarie diagnosticate come guaribili in un giorno, ritardata comunicazione ai vigili del fuoco della installazione di una caldaia nuova in un condominio. Sono casi reali, ancora una volta citati paradigmaticamente e senza pretesa di esaurirne la serie infinita di altri analoghi. Di indagini serie non c’è traccia e non dipende solo dalla mancanza di personale, dal covid,  dalla complessità delle investigazioni: il punto è che con il blocco della prescrizione, a cu si è già accennato, ce la si può prendere molto comoda ed in presenza di altre discutibili giustificazioni il piccolo cabotaggio, tanto per dare un segnale di esistenza in vita, è la soluzione.

Anche per questo sarà ricordato l’ispiratore di una delle più miopi e scellerate riforme che si siano prodotte da sempre. E tu ridi pagliaccio, vesti la giubba (della Polizia Penitenziaria) e la tua faccia infarina: tanto, la Giustizia può attendere anche se ormai  è in terapia intensiva.

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