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  • In attesa di Giustizia: i misteri di Garlasco

    Laura Barbaini, chi era costei? Sostituto Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Milano è uno dei non pochi protagonisti che hanno contribuito a generare il lato oscuro di quello che possiamo definire l’affaire Garlasco: volutamente questa rubrica aveva cessato di occuparsene ma l’emersione di un carteggio e di evidenze inquietanti che non possono essere smentite impongono di rompere il silenzio.

    Laura Barbaini è un magistrato che ha costruito una pluridecennale carriera in Procura a Milano occupandosi di criminalità organizzata, lavorando sulle infiltrazioni nel tessuto economico della ’ndrangheta, riciclaggio e confische. Un profilo, dunque, che ostenta specializzazione sul versante finanziario del diritto penale. È il tipo di magistrato che, sulla carta, dovrebbe ispirare metodo nelle ricostruzioni bancarie e capacità di collaborazione con le autorità antiriciclaggio. Nessuno, fuori dal caso Garlasco, le ha mai contestato nulla di sostanziale.

    Quando arriva all’appello bis dopo l’annullamento da parte della Cassazione, il caso di Alberto Stasi viene assegnato a Laura Barbaini per sostenere l’accusa ed in un processo che aveva già visto due assoluzioni chiede trent’anni con l’aggravante della crudeltà. La sentenza che esce è di sedici. Suol dirsi “poca prova poca pena” e, per la verità, sarebbe più giusto dire poca prova niente pena. Laura Barbaini, però, si accontenta ed il caso, per lei, è chiuso. Stasi è il colpevole.

    Il problema è che – per incomprensibili ragioni – non si è limitata a sostenere quell’accusa in aula. Anni dopo, quando la difesa di Stasi deposita materiale che punta su Andrea Sempio e sul DNA sotto le unghie di Chiara Poggi, è ancora lei chiamata a fare una valutazione preliminare ed esprimere un parere. Ed è lei a scrivere, nel 2017, un appunto di tredici pagine al P.M. di Pavia, Mario Venditti, in cui le ipotesi alternative vengono liquidate come prive di ogni razionalità e plausibilità. Sempio non sarebbe stato in confidenza con la vittima, il DNA insufficiente e degradato, niente da approfondire. E l’archiviazione arriva. Il bello – si fa per dire – è che Venditti, in un’intercettazione, la indica come la persona che lo spingeva a chiedere quella archiviazione. Consulente, la chiama, non collega: ma che significa?! Poi, la Procura di Pavia riapre tutto ma Laura Barbaini non sparisce. Secondo quanto risulta agli atti, avrebbe suggerito alla famiglia Poggi di coinvolgere formalmente la Procura Generale di Milano, quasi a esercitare un potere di controllo sull’attività di Pavia. Nelle intercettazioni della famiglia emerge la frase secca: “gliel’ha consigliato la Barbaini”. Se le cose vanno in un senso che non piace, si interviene da Milano. È un comportamento del tutto anomalo quasi che fosse volto a presidiare un risultato.

    E non bisogna dimenticare la fuga di documenti: l’esposto della difesa Stasi, quantunque secretato, finisce nelle mani dei legali di Sempio e di Luciano Garofano ed è una copia compatibile con quella in possesso della Barbaini: post-it manoscritto, marca da bollo non timbrata, graffette comprese e la grafia del post-it coincide con una annotazione del 2011 firmata sempre da lei. Gli investigatori hanno ricostruito il flusso di documenti usciti dalla sua stanza e finiti sulla scrivania di Garofano: non è una coincidenza marginale ed è un fatto materiale, certificato negli atti.

    Barbaini ha risposto, nell’ottobre 2025, con una lunga nota. Ha ribadito che gli elementi non erano idonei. Che la valutazione si basava sulle sentenze già passate in giudicato e non c’era un colpevole alternativo. Una posizione rigida, intonsa dal benchè minimo dubbio e tutto questo sarebbe ammissibile perchè trattasi di un’opinione personale, magari non condivisibile ma rispettabile, finchè non si accompagna ad interventi, note, consigli e rilascio di documenti ben al di fuori dei confini del ruolo. Un magistrato che ha inseguito i patrimoni mafiosi e dovrebbe sapere quanto conta la tracciabilità ed in questo caso la tracciabilità di ingiustificabili carteggi e contatti porta a lei.

    Questa non è teoria del complotto ma una sintesi della lettura degli atti di Pavia e dell’ascolto delle intercettazioni che non fanno altro che infittire il mistero intorno ad una opinabile condanna ed ai tentativi di impedirne la revisione, si direbbe a qualsiasi prezzo. E’ un segnale di grande civiltà quello di un sistema giuridico –  come il nostro – capace di riconoscere e rimediare ai propri errori: il percorso, tuttavia, è già abbastanza lungo e complesso senza che misteriose interferenze dilatino l’attesa di giustizia. Che interessa tanto gli autori o presunti tali di un delitto quanto le vittime.

  • Ustica e Mattei continuano ad alimentare la polemica dell’Italia verso la Francia

    Qualcuno non ama la Francia in Italia. A decenni di distanza, vengono ancora agitati i casi di Ustica e di Mattei per accusare Parigi di aver orchestrato i due episodi.

    Per la morte di Mattei le indagini giudiziarie si sono concluse senza colpe accertare ma a 60 e passa anni dalla sua morte si ricorda che tra i tanti nemici che il fondatore dell’Eni si era fatto vi era anche la Francia, al cui interno vi era chi (l’Osa, Organisation de l’Armée Secrète) era ben poco felice della fornitura d’armi al Fronte di Liberazione Nazionale algerino. Nel corso delle indagini, Fulvio Martini, ex direttore del Sismi, aveva parlato senza indugi di «responsabilità francese, tenuto conto della determinazione con cui agivano nel Continente africano». Anche il professor Francesco Forte, vicepresidente Eni dal 1971 al 1975, dichiarò che all’interno dell’ente di Stato «era pacifico per tutti che Mattei fosse stato ucciso dai francesi». A riproporre accuse alla Francia sono stati peraltro saggi sia transalpini che italiani, come il libro pubblicato nel 1968 da Fayard in Francia: “Le Monde parallèle ou la Vérité sur l’espionnage” e “L’Italia nel petrolio e il sogno infranto dell’indipendenza energetica”, dei giornalisti Giuseppe Oddo e Riccardo Antoniani .

    Come per Mattei, anche per Ustica, 81 vittime dell’aereo dell’Itavia precipitato il 27 giugno 1980, all’inizio si accreditò la tesi dell’incidente, di un “cedimento strutturale”, ma è poi spuntata la tesi di un missile francese. La tesi fu lanciata da un personaggio di assoluto rilievo e grande conoscenza delle relazioni internazionali, come Francesco Cossiga, che nel 1980 era presidente del Consiglio. Nel 2008 dichiarò che «i servizi segreti italiani mi informarono, così come fecero con l’allora sottosegretario Giuliano Amato, che erano stati i francesi con un aereo della Marina a lanciare un missile non ad impatto ma a risonanza. Se fosse stato ad impatto non ci sarebbe nulla dell’aereo». Lo stesso Giuliano Amato l’anno scorso ha improvvisamente rilanciato quella pista, con un’intervista al Corriere della Sera in cui lanciava il dubbio che la Francia continui a nascondere qualcosa all’Italia.

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