Amazon

  • L’editore Jeff Bezos centra il record: è il primo uomo al mondo a valere 200 miliardi

    Jeff Bezos record. Il patron di Amazon nonché editore del Washington Post è sempre più saldamente alla guida dei paperoni mondiali: ormai vale più di 200 miliardi di dollari ed è il primo al mondo a superare tale soglia. Bill Gates resta al secondo posto con i suoi 124,3 miliardi, ovvero 78 in meno rispetto a Bezos. Completa il podio – secondo il Bloomberg Billionaires Index – Mark Zuckerberg, seguito da Elon Musk, il miliardario-visionario di Tesla che vale più di 101 miliardi.

    I tesoretti stellari confermano come la Silicon Valley e i tecnologici non solo hanno navigato la pandemia da coronavirus agilmente, ma ne sono usciti rafforzati. I lockdown che hanno costretto in casa miliardi di persone nel mondo li hanno infatti favoriti, spingendoli a Wall Street dove ormai sono i protagonisti incontrastati, una sorta di ‘beni rifugio’ per sfuggire al rallentamento dell’economia travolta dal virus. E Amazon è stata una delle aziende che più ha beneficiato dell’emergenza sanitaria: gli acquisti online sono infatti schizzati facendo volare i titoli a Wall Street. Dall’inizio dell’anno hanno guadagnato l’80%, consentendo a Bezos – che controllo l’11% di Amazon – di accumulare una ricchezza senza pari e proiettandolo nell’olimpo dei paperoni, in quel circolo ristrettissimo di chi vale oltre 200 miliardi di dollari. Un club talmente esclusivo di cui al momento è l’unico membro. Un traguardo che il patron di Amazon ha raggiunto nonostante un divorzio da record, il più costoso della storia. All’ex moglie MacKenzie Scott, Bezos ha infatti dato il 25% della sua quota di Amazon: una partecipazione che ora vale 63 miliardi di dollari e con la quale Scott è divenuta da un giorno all’altro la seconda donna più ricca al mondo, dietro all’ereditiera Francoise Bettencourt Meyers, e la tredicesima in generale precedendo il patron di Zara Amancio Ortega e Jack Ma di Alibaba.

    Bezos non è comunque l’unico ad aver approfittato della pandemia. I risultati sopra le attese del secondo trimestre di Facebook hanno spinto anche Zuckerberg. Ma è Musk l’altro miliardario che più ha tratto benefici dal coronavirus: sfidando il virus, la recessione e gli analisti, Tesla ha chiuso quattro trimestri consecutivi in utile e visto la sua capitalizzazione di mercato schizzare fino a superare anche Toyota e diventare regina del mondo. Un balzo che ha arricchito Musk, in corsa per un compenso record da 2,1 miliardi di dollari.

  • La rabbia di Amazon, Uber, Google, Twitter per il nuovo blocco dei visti di lavoro negli Stati Uniti

    Amazon, Uber, Google, Twitter e altre importanti società tecnologiche tutte contro il presidente americano Donald J. Trump perché ha firmato un ordine esecutivo il 22 giugno sospendendo nuovi visti per lavoratori stranieri, incluso l’H-1B per lavoratori altamente qualificati.

    L’intento è quello di garantire opportunità professionali agli americani che stanno pagando pesantissime conseguenze a causa del Coronavirus. Le restrizioni sono entrano in vigore dal 24 giugno e dureranno fino alla fine dell’anno. I colossi della tecnologia hanno affermato che il divieto renderebbe le aziende americane meno competitive e meno diversificate e hanno definito l’ordine esecutivo “una politica incredibilmente sbagliata” che minerebbe la ripresa economica dell’America e la sua competitività.

    L’H-1B in genere spinge i lavoratori del campo della tecnologia verso gli Stati Uniti in modo che possano aiutare le aziende americane a essere più competitive e aumentare la tecnologia e l’innovazione.

  • Amazon invitata a ritirare libri che esaltano la propaganda nazista

    I profitti di Amazon arrivano anche dalla vendita di libri che fanno feroce propaganda nazista antisemita come quelli di Julius Streicher, un nazista condannato per crimini contro l’umanità. Così si è espresso il Museo di Auschwitz che ha invitato la più importante piattaforma di vendita on line, nella persona del suo fondatore Jeff Bezos, a rimuovere le controverse pubblicazioni antisemite dell’era nazista. Nel corso dell’ultimo anno Amazon ha ritirato diversi libri di autori di estrema destra tra cui David Duke, ex leader del Ku Klux Klan, e George Lincoln Rockwell, fondatore del partito nazista americano.L’anno scorso, Amazon ha scatenato numerose proteste il 1° dicembre perché aveva messo in vendita ornamenti natalizi decorati con immagini del campo di concentramento di Auschwitz.

  • Sonos fa causa a Google per sottrazione di brevetti

    Sonos ha fatto causa a Google lanciando la sfida alla crescente dipendenza da Mountain View e Amazon che, a suo avviso, usano il loro peso per mettere all’angolo e schiacciare le società più piccole. Nell’azione legale il produttore di speaker wireless accusa Google di aver infranto cinque dei suoi brevetti e chiede il risarcimento dei danni e il divieto di vendita negli Stati Uniti di speaker, smartphone e laptop Google. «Google palesemente e consapevolmente copia la nostra tecnologia brevettata. Nonostante i nostri ripetuti sforzi negli ultimi anni, Google non ha mostrato alcuna volontà di lavorare con noi per una soluzione» ha affermato l’amministratore delegato di Sonos, Patrick Spence. 

    Sonos pubblicizza i suoi speaker su Google e li vende su Amazon: i servizi musicali e le assistenti virtuali dei due colossi sono inseriti direttamente nei prodotti Sonos. I dipendenti Sonos usano Gmail e il cloud computing di Amazon. Tutto ha funzionato fino a che Google e Amazon non hanno prodotto e lanciato i loro speaker, mettendo sotto pressione i prezzi di Sonos e, secondo i manager della stessa Sonos, rubato la sua tecnologia. I manager di Sonos, riporta il New York Times, hanno deciso di fare causa a Google perché non se la sono sentita di combattere i due giganti in un colpo solo in tribunale.

    Sonos ha fatto causa a Google alla corte federale di Los Angeles e all’International Trade Commissione americana, l’organismo chiamato a pronunciarsi sui casi riguardanti i brevetti e che ha la capacità di bloccare le importazioni dei prodotti che li violano. La causa di Sonos riguarda la violazione di cinque brevetti da parte di Google, ma Sonos ritiene che complessivamente Google e Amazon abbiano violato ognuna circa 100 brevetti. Google e Amazon respingono le accuse. «Siamo delusi dal fatto che Sonos abbia fatto causa invece di continuare le trattative in buona fede. Respingiamo le accuse e ci difenderemo» ha affermato Jose Castaneda, portavoce di Google. «La famiglia dei dispositivi Echo e la nostra tecnologia per la musica è stata sviluppata in modo indipendente da Amazon» ha messo in evidenza Natalie Hereth, portavoce del colosso di Jeff Bezos.

    L’evoluzione del rapporto fra Sonos e i giganti tecnologici riflette – sottolinea il New York Times – una lamentela ormai divenuta comune: i big hi tech sono diventati essenziali per raggiungere i consumatori ma il prezzo da pagare è alto, con i giganti che usano il loro peso per far leva sulle società più piccole per rubare le loro idee e i loro clienti.

  • Amazon e i lavoratori ancora ai ferri corti

    Amazon fa nuovamente discutere di sé. Per martedì 26 febbraio Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti hanno indetto uno sciopero tra i conducenti dei veicoli che assicurano le consegne per conto del colosso mondiale dell’e-commerce in Lombardia, territorio che vale ben il 60% del mercato italiano.

    I 700 addetti alle consegne in appalto per Amazon in Lombardia hanno incrociato le braccia per protestare contro i carichi e le condizioni di lavoro. Al centro della contestazione infatti ci sono i “ritmi di lavoro estenuanti, un sovraccarico che mette a rischio la sicurezza dei lavoratori e la qualità del servizio”. È proprio in questo ambito che è maturata la protesta. “Torniamo a scioperare nella filiera Amazon – spiega una nota di Filt Cgil, Fit Cisl e Uil Trasporti – per denunciare i carichi di lavoro cui sono sottoposti i driver che tutti i giorni consegnano i pacchi nelle case dei consumatori digitali. Le aziende in appalto per accaparrarsi qualche rotta in più spremono i dipendenti”.

    C’è poi anche il tema “picchi” con dipendenti triplicati durante il periodo di novembre-dicembre, ma poi lasciati a casa.

    Infine il tema stipendi, un accordo di filiera che i sindacati ritengono non rispettato anche nella parte di “timbratrici” per normare i tempi di lavoro. Da qui la richiesta ad Amazon di intervenire. Ma intanto è scattata la protesta. Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ha portato la solidarietà ai lavoratori in piazza, chiedendo “l’apertura di un tavolo”. “Questi lavoratori – ha spiegato – chiedono di applicare un accordo che prevede la timbratura e condizioni di lavoro meno pesanti e Amazon dovrebbe assumersi la responsabilità di far sì che le condizioni di chi lavora riguardino anche lei e, se non ha niente da nascondere, apra una trattativa”.

    Gli hanno fatto eco Annamaria Furlan (Cisl) e Carmelo Barbagallo (Uil). Furlan ha chiesto di far rispettare i contratti e tutelare la dignità di tutti i lavoratori della gig economy, dicendo no ad ogni forma di sfruttamento, a carichi di lavoro eccessivi, a mancata sicurezza. Per Barbagallo invece “non è accettabile che il sistema dell’impresa 4.0 si trasformi in una sorta di caporalato 4.0”.

    Nella sua replica Amazon tiene innanzitutto a precisare che “Amazon richiede che tutti i fornitori dei servizi di consegna rispettino le leggi vigenti e il Codice di Condotta dei Fornitori di Amazon, che prevede salari equi, orari di lavoro e compensi adeguati: effettuiamo verifiche regolari e conduciamo indagini su qualsiasi segnalazione di non conformità”.

    Quanto ai carichi e ritmi di lavoro “il numero di pacchi da consegnare è assegnato ai fornitori di servizi di consegna in maniera appropriata e si basa sulla densità dell’area in cui devono essere effettuate le consegne, sulle ore di lavoro, sulla distanza che devono percorrere. Amazon assegna le rotte ai fornitori di servizi di consegna che poi le assegnano ai loro autisti sulla base della loro disponibilità”.

    In merito invece al non rispetto degli orari di lavoro l’azienda fa sapere: “Non è assolutamente vero. Circa il 90% degli autisti termina la propria giornata di lavoro prima delle 9 ore previste. Nel caso in cui venga richiesto straordinario, viene pagato il 30% in più come previsto dal contratto nazionale Trasporti e Logistica”.

     

  • Amazon diventa concorrente di Poste Italiane

    Luigi Di Maio aveva invocato una Amazon italiana quando aveva lanciato la crociata contro le aperture domenicali degli esercizi commerciali, ma forse chi gli aveva replicato che un Amazon c’è già e funziona benissimo, alludendo al colosso dell’e-commerce, lo ha convinto. Fatto sta che il Ministero dello Sviluppo Economico ha autorizzato due società del gruppo americano, Amazon Italia Logistica e Amazon Italia Transport, a operare nel mercato italiano delle spedizioni, insieme ad altri 4.400 operatori, già iscritti nel relativo elenco.

    La scorsa estate l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni aveva multato il colosso dell’e-commerce per 300.000 euro, ma la scelta del dicastero retto dal ministro grillino consente ora ad Amazon di seguire (e gestire) tutta la filiera senza la paura di incorrere in sanzioni, a patto che Amazon Italia Logistica e Amazon Italia Transport osservino la legge vigente (la quale, per le aziende registrate all’elenco degli operatori postali del MiSE, prevede una tassa pari all’ 1,4 per mille dei ricavi e un adeguamento alle norme per i lavoratori che, da ora in poi, dovranno essere inquadrati nel Contratto Nazionale del Settore Postale).

    La licenza concessa alle due nuove aziende ha una durata di 6 anni e si applica su tutta la posta con peso superiore ai 2 chili, sui pacchi tra 20 e 30 chili e su servizi come pony express, raccomandate urgenti e consegna con data e ora certa, ma si parla anche di “servizi a valore aggiunto” per invii postali sino a 2 chili e pacchi fino a 20 chili.

  • Amazon amplia la propria offerta di prodotti Apple

    Amazon ha annunciato di aver stretto un accordo che consentirà al colosso dell’e-commerce di vendere un maggior numero di prodotti Apple, in tempo per la stagione di acquisti natalizi. L’intesa, annunciata nei giorni scorsi, prevede che nelle prossime settimane diversi prodotti col marchio della Mela entrino nei siti Amazon in Usa, Giappone, India e Paesi europei tra cui l’Italia.

    Amazon metterà in vendita i nuovi dispositivi hi-tech di Apple, dagli iPhone Xr e Xs all’iPad Pro, passando per l’ultima edizione dell’Apple Watch. Escluso dall’accordo è invece lo speaker da salotto HomePods, di cui Amazon produce e vende un diretto rivale, l’altoparlante Echo. Al momento sul portale di Jeff Bezos i prodotti di Apple sono presenti solo tramite venditori di terze parti, mentre la vendita diretta è limitata ad alcuni computer Mac e alle cuffie Beats.

    “Siamo costantemente al lavoro per migliorare l’esperienza del cliente, e uno dei modi in cui lo facciamo è aumentare la selezione dei prodotti che i clienti desiderano”, ha commentato un portavoce di Amazon.

  • Meglio un lavoratore ferito di uno monitorato? Ennesimo scandalo immotivato su Amazon

    Cercare di comporre un carrello della spesa ordinato, al supermercato, così da farci stare tutto è esperienza in cui probabilmente è incorso chiunque. Più complicato è comporre il carrello dei materiali che da un magazzino devono essere consegnati a domicilio e quindi anzitutto spediti via camion. Per questo, come sanno quanti hanno qualche conoscenza del mondo della logistica (una minoranza, certo, ché l’argomento non è dei più attraenti), la composizione del ‘carrello della spesa’ di magazzini e depositi viene spesso teleguidata da apparecchiature elettroniche che indicano l’ordine degli articoli da prendere e la collocazione ottimale dove porli. Il braccialetto di Amazon che tanto scandalo sollevò non era altro che un sistema volto a consentire di svolgere con ordine ed efficienza il lavoro di picking. Pur semplicistico, lo scandalo che sollevò non sorprende alla luce della (fisiologicamente) scarsa conoscenza del mondo della logistica. Di contro però, sistemi che guidano chi è preposto alla raccolta degli articoli (e dunque certo lo localizzano e controllano), mirano a garantire la stessa incolumità dell’operatore, nonché a garantire maggior celerità (se le consegne non arrivano per tempo non è solo il cliente finale che aspetta il suo tablet a innervosirsi, scattano anche penali perché l’intera catena di distribuzione va in fibrillazione, basti pensare all’importanza delle consegne sotto Natale per fare un esempio).

    Anche il Corriere della Sera, dopo aver dato spazio al caso dei braccialetti degli addetti di Amazon, fece luce, per aiutare a capire e non per polemizzare, sulla diffusione di sistemi di remote control per le attività di picking. Eppure adesso Amazon torna nel mirino, per una supposta gabbia di cui avrebbe depositato il brevetto nel 2016. Il brevetto, reso noto da uno studio di Kate Crawford (New York University) e Vladan Joler (Università di Novi Sad) riguarda una nuova postazione di lavoro ideata dal colosso di Seattle dotata di pedana in grado di muoversi con un braccio mobile per maneggiare i pacchi e di un joystick per manovrare il braccio. Pensata per trasportare il lavoratore in sicurezza mettendolo al riparo e proteggendolo dalle macchine con cui lavora fianco a fianco, la postazione di lavoro ha però la forma di una gabbia, a cui il lavoratore accede da una semplice porta con serratura che si sblocca solo digitando un codice, e tanto è bastato a suscitare scandalo. Forse che gli incidenti sul lavoro non suscitano scandalo (sacrosanto, al netto di anacronistiche strumentalizzazioni per denunciare lo sfruttamento del proletariato)? Forse che le imbragature che si richiedono per lo svolgimento di certi lavori possano essere seriamente paragonate a catene? No e in effetti non risulta ad oggi che nessuno abbia fatto un simile balzano paragone.

    Comunque sia, per la cronaca il vicepresidente di Amazon Dave Clark ha fatto sapere via Twitter che il brevetto non è mai stato utilizzato perché nel frattempo sono stati messi a punto altri sistemi di protezione dei lavoratori. Tirerà un respiro di sollievo anche il nostrano ministro delle corporazioni (ah no, pardon, dello sviluppo economico e del lavoro insieme), Luigi Di Maio, che nel propugnare la lotta alle aperture domenicali ha auspicato una Amazon del made in Italy (su Twitter gli è stato ricordato che a distribuire il made in Italy tra gli italiani provvede già benissimo l’originale americano coi depositi che ha attivato a Piacenza e in altre località italiane).

    Tanto rumore per nulla dunque? L’ennesima polemica esagerata? Si, verrebbe da dire, quasi riscoprendo come un saggio quel Karl Marx (non proprio un amante del capitalismo) che ammoniva che la storia si presenta una prima volta come tragedia e una seconda come farsa.

  • Profumo di monopolio

    Ed alla fine, com’era inevitabile, Amazon comincia ad aumentare le quote dell’abbonamento Prime del 80% avendo raggiunto, attraverso l’aggressività delle proprie politiche commerciali, una posizione di assoluto predominio. Quello che era stato indicato come la forma più moderna e democratica, quindi più interessante, della distribuzione da parte di tutti gli economisti e docenti europei sta diventando un semplice e tutto sommato già conosciuta posizione di monopolista la quale, avendo sbaragliato la concorrenza fisica dei negozi e dei centri commerciali, ora può  avviare le proprie strategie di sviluppo in regime di semi monopolio.

    A nulla è valsa l’esperienza che avrebbe dovuto insegnare il passaggio dal “dettaglio indipendente”, cresciuto nel dopoguerra fino alla metà degli anni ’80 con il proprio posizionamento all’interno delle nostre città, successivamente messo in crisi dai centri commerciali come dagli stessi  negozi monomarca di quelle aziende che la stessa distribuzione indipendente aveva contribuito a far crescere.

    Allora come adesso nella logica della distribuzione, come di quella economica ed in senso generale quindi anche industriale, non può risultare vincente un unico top player distributivo il quale possa avvalersi di una propria maggiore capacità economica ma soprattutto sostenibilità finanziaria (e quindi disponibile anche a reggere diversi esercizi in perdita).

    In questo senso la normativa europea, tanto  particolareggiata nella definizione dei calibri di zucchine e vongole, ha evitato di cimentarsi nella dottrina e soprattutto nella normativa di questo nuovo canale distributivo dimostrando ancora una volta il  proprio ritardo culturale e cognitivo.

    In questo senso infatti risulta assolutamente migliore un sistema nel quale vengano tutelate tutte le più diverse manifestazione di strutture imprenditoriali nel settore industriale come anche nel settore della distribuzione. Il favore con il quale il mondo politico ed accademico hanno invece salutato il notevole spazio che l’e-commerce ha saputo avere, per le proprie capacità, nel mercato della distribuzione dimostra ancora una volta sostanzialmente la mancanza di qualsiasi tipo di strategia non solo economica ma anche distributiva nella visione del medio lungo termine da parte di tutta l’Unione Europea. Il medesimo entusiasmo dimostrato per  l’arrivo sul mercato di Uber o l’avvento per le piattaforme professionali espressione della Gig Economy, considerate e valutate positivamente solo in quanto espressione di una innovazione tecnologica senza considerare i costi sociali, politici ed economici che queste inevitabilmente comportano.

    Il fallimento della catena Trony come la chiusura di oltre 257 negozi della Foot Locker dimostrano come per contrastare qualsiasi tipo di monopolio (esistente o in via di definizione non comporta alcuna differenza), proprio al fine di tutelare il consumatore finale, la classi politiche dirigenti ed economiche italiane ed europee avrebbero dovuto avviare delle politiche che garantissero la distribuzione ordinaria in considerazione del continuo aumento della pressione fiscale la quale  inevitabilmente si trasforma in un indiretto vantaggio competitivo di questi top player legati all’e-commerce.

    In questo contesto la politica come il mondo accademico e quello ancora più variegato degli economisti non dovrebbero dimostrare di scegliere uno dei tanti contendenti in campo economico  ma viceversa assicurarsi che tutti abbiano il medesimo trattamento, in particolar modo in relazione al sistema fiscale. Di contro tanto in Italia quanto in Europa si è dato ridicolo spazio al tentativo di mistificare una semplice accisa del 3% sul fatturato dei giganti di internet come se risultasse una tassazione sull’attività di impresa. L’ennesima riprova della disonestà intellettuale attraverso la quale  poter ottenere un vantaggio finanziario per la cui nascita la Ue si manifesta disponibile a mentire sul carattere dell’origine normativa invece di definirla una legittima scelta politica.

    Tuttavia tornando al valore della conoscenza ma soprattutto della comprensione della lezione che la storia sa offrire rimane incredibile come lo stesso scenario legato ai cambiamenti distributivi degli anni ottanta, attraverso la perdita di centralità di  un dettaglio indipendente posto in difficoltà prima dai centri commerciali e contemporaneamente dai negozi monomarca, non fornisca alcun dettaglio per interpretare gli scenari a medio lungo termine. In questo senso vanno ricordate tutte le analisi assolutamente postume che avevano individuato nella scelta scellerata italiana di non intervenire attraverso un’azione imprenditoriale nel settore della distribuzione organizzata. Uno dei motivi per il quale il nostro commercio si è sempre più trovato in forte difficoltà e con lui tutte le PMI italiane. Basti  ricordare in questo senso la vendita alla Rinascente da parte del gruppo Fiat.

    La recente acquisizione invece da parte del gruppo svizzero Richmond, leader mondiale nell’alta orologeria svizzera, della piattaforma italiana Yoox dimostra invece come anche un gruppo industriale possa investire in una piattaforma digitale per completare il controllo del ciclo di vita del prodotto dalla sua ideazione fino alla commercializzazione.

    Un investimento questo nello specifico che manifesta la volontà del controllo assoluto dell’intera filiera del prodotto, dalla sua ideazione fino alla commercializzazione compresa.

    Una scelta strategica che conferma ancora una volta quanto risulti vincente il modello aziendale “in-sourching “applicato da molte aziende svizzere le quali inseriscono all’interno del perimetro aziendale tutte le aziende fornitrici di servizi e nello specifico anche le piattaforme web. Quando invece in Italia ancora adesso sia preponderante la filosofia e la struttura aziendale Out-sourcing. Un successo confermato dai record ottenuti nelle esportazioni nel biennio 2016/2017 del sistema inerziale svizzero nonostante l’apprezzamento del Franco Svizzero divenuto valuta di rifugio e che toglie anche ogni valore agli effetti delle politiche monetarie tanto care ai nostalgici della lira. Ora che negli Stati Uniti i titoli della distribuzione organizzata vengono definiti junk e col passare degli anni anche i centri commerciali cominceranno a dimostrare i propri limiti dimostrando così ancora una volta l’assoluta mancanza di una strategia distributiva che vede coinvolti anche i massimi vertici dell’imprenditoria italiana.

    L’effetto di tale mancanza come di qualsiasi tipo di iniziativa si manifesta ora attraverso le prove che fanno trapelare una posizione assolutamente dominante di Amazon. Questa fotografia che sta delineando il nuovo futuro nella distribuzione moderna potrebbe dovrebbe viceversa venire contrastata esattamente mediando, adottando ed imparando dall’evoluzione storica della distribuzione fisica.

    In altre parole le aziende italiane che producono un prodotto ad alto livello o alto di gamma della filiera italiana (in questo prendo spunto dalle top player del lusso mondiale) potrebbero e dovrebbero creare un proprio monomarca digitale e-commerce che permetta di proporre solo prodotti garantiti dalla gestione diretta della propria azienda. In altre parole dovrebbero investire dalla nascita in una piattaforma nella quale risulti evidente il controllo della filiera produttiva e commerciale, sintesi felice del made in Italy. Il tutto ovviamente all’interno di un quadro normativo che avesse la finalità di assicurare all’interno di una nuova forma di distribuzione della piattaforma commerciale la storica certificazione della filiera espressione del made in Italy.

    Se questo non fosse possibile da parte una piccola azienda dovrebbero essere le associazioni di categoria a proporre e a gestire per i propri associati queste  piattaforme che forniscano garanzia della filiera. Associazioni di categoria che invece si ostinano ad organizzare convegni uguali per temi trattati e personalità intervenute non avendo ancora compreso che le soluzioni vanno trovate nell’immediato per quanto riguarda il sostegno alle imprese all’interno di un mercato sempre più competitivo anche nel settore distributivo. Le nostre associazioni di categoria invece con questa politica “relativa alle tematiche” finalizzata alla conferma della propria centralità ottenibile più che attraverso servizi alle imprese si dimostrano incapaci di cogliere l’ennesima occasione per dimostrare le proprie potenzialità ed eventualmente una nuova  propria centralità rispetto alle problematiche economiche e nello specifico distributive.

    Il perseguire con questa politica delle associazioni di categoria imitando l’assoluto ritardo dell’Unione Europea viceversa avrà come unico effetto rendere l’attuale profumo di monopolio sussurrato di Amazon una realtà assolutamente del medio lungo termine trasformando il profumo in un odore insopportabile.

     

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