arresto

  • Appello per due gemelle e un’altra donna che l’Iran vuole impiccare

    Due gemelle iraniane arrestate a gennaio scorso durante l’ultima grande ondata di proteste contro il regime, Taraneh e Romina Rahimi, sono state condannata la prima a morte per impiccagione, l’altra a scontare 25 anni di carcere. Ed il mondo sembra voltare le spalle riguardo al loro destino così come le ha voltate a Benjamin Netanyahu durante il suo discorso all’assemblea generale dell’Onu.

    Tra l’8 e il 9 gennaio del 2026 le due sorelle, all’epoca diciannovenni e ancora studentesse al liceo, furono prelevate di notte dalle loro abitazioni a Isfahan da uomini incappucciati, in seguito identificati come appartenenti al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Per quattro mesi la madre delle due ragazze, Marzieh Nourmohammadi, ha cercato invano notizie delle figlie rivolgendosi a ospedali e istituzioni statali, prima di riuscire a rintracciarle in un carcere a Dowlatabad, nella città di Isfahan.

    Quando ha potuto visitarle in carcere, lo scorso maggio, le due ragazze – “trattenute in regime di isolamento” –  erano irriconoscibili, ha spiegato il cugino alla testata britannica. Il racconto che la madre ha fatto al cugino è agghiacciante: a stento ha riconosciuto le sue stesse figlie che, “a seguito di tremende percosse, avevano i volti gravemente tumefatti, con lividi su tutto il corpo, ai gomiti, alle nocche e avevano i piedi rotti”.

    In mancanza di una confessione credibile per il regime – come racconta la testata britannica Guardian – Taraneh avrebbe ricevuto dalle guardie carcerarie la minaccia di uno stupro ai danni della sorella Romina di fronte a lei. Il quotidiano riferisce anche che “il loro cuoio capelluto è stato completamente compromesso. Praticamente – racconta la madre – le due giovani non avevano più capelli perché venivano tirate per i capelli e trascinate da una cella all’altra”.  Una storia che si ripete inesorabile nella Repubblica islamica sciita, da 47 anni impegnata a combattere contro i capelli delle donne costrette a coprirli con un hijab obbligatorio sin dall’età di 7 anni. Così vuole la lettura della sharia e così aveva voluto e vuole la rivoluzione khomeinista.

    Secondo Hengaw, con sede in Norvegia, e dalla Human Rights Activists News Agency (Hrana), con sede negli Stati Uniti, la magistratura iraniana avrebbe condannato anche un’altra donna alla pena capitale con la stessa accusa. Si tratta di Leila Abolhasani 43 anni e madre di due adolescenti, è stata invece giudicata colpevole di aver incendiato un negozio durante le manifestazioni. I suoi familiari hanno respinto l’accusa, affermando che la donna si era limitata a filmare l’incendio.

    Insieme a loro per gli stessi disordini avvenuti in una piazza di Isfahan, sono stati condannati a morte anche nove uomini. Accusati di aver provocato la morte di due persone, tra cui un membro delle forze di sicurezza.

    Dall’inizio della guerra con gli Stati Uniti, Teheran ha giustiziato 29 uomini per reati legati alle proteste, secondo l’ong norvegese Iran Human Rights (IHR). E sono almeno 16 donne le donne “giustiziate” per altri reati dall’inizio dell’anno.

  • In attesa di Giustizia: c’era una volta

    C’era una volta il reato di atti di libidine che ben si distingueva (anche per la definizione degli atti stessi e non solo per il nome) da quello che si chiamava di violenza carnale: era significativamente meno grave e punito con una sanzione altrettanto più contenuta; in realtà c’è ancora adesso solo che si tratta di una condotta indefinita, genericamente descritta all’interno della norma sulla violenza sessuale – di cui prende il nome – come di minore gravità.

    A questo proposito, da qualche giorno l’indignazione popolare è rivolta ad un magistrato (donna) di Torino colpevole di aver messo in libertà un extracomunitario accusato di violenza sessuale su una tredicenne: a questa rubrica il compito di provare a fare chiarezza a fronte delle tante corbellerie ed iniziative delle quali si legge.

    Il Giudice non ha convalidato il fermo di Polizia perché il soggetto è ben radicato sul territorio, ha un regolare permesso di soggiorno ed una lecita attività lavorativa. Dunque, il solo fatto di essere straniero non consente di controbilanciare questi dati evidenziando il pericolo che si dia alla fuga rendendosi irreperibile, ed il rischio di sottrazione alla autorità giudiziaria è il presupposto cardine della legittimità di un provvedimento di fermo (che in diritto è cosa ben diversa dall’arresto).

    Il G.I.P., inoltre, non ha “scarcerato il violentatore di minorenni”, bensì applicato una misura cautelare e di controllo graduata rispetto alla carcerazione preventiva richiesta dal P.M.: l’obbligo di presentazione e firma alla Polizia due volte al giorno ed ha ben spiegato la sua decisione motivando che si trattava proprio di una  ipotesi lieve  (un fugace palpeggiamento che una volta sarebbe stato qualificato senza esitazioni come atto di libidine e non violenza carnale) che prevede una pena finale in caso di condanna, molto inferiore a quella prevista per la violenza sessuale e la legge impone che la privazione della libertà sia proporzionata al fatto ed alla personalità dell’indagato.

    Il Giudice, ovviamente, ha spiegato anche perchè ha ritenuto attenuate ma non cessate le esigenze cautelari invocate dal P.M., tant’ è che ha optato per una misura di controllo, sia pure più blanda del carcere, tra quelle espressamente previste dal “catalogo” del codice. Senza leggere una sola riga del provvedimento (peggio ancora, leggendo senza avere neppure gli strumenti per comprenderlo) si è scatenata la furia degli indignati in servizio permanente effettivo e dispiace vedere che lo stesso Ministro Nordio che di legge ne capisce – conoscendolo lo immagino adeguarsi ob torto collo a indicazioni politiche – ha preannunciato un invio degli ispettori del Ministero a Torino; è questa una scelta completamente illogica posto che la decisione del Giudice non è illegittima, può certamente non essere condivisa e per questo ci sono i rimedi previsti dalla legge: è facoltà della Procura impugnare l’ordinanza al Tribunale del riesame che dovrà decidere se confermarla o meno.

    In questa bagarre, i ripetuti riferimenti mediatici alla nazionalità dell’indagato sono irrilevanti nel processo penale, giacchè l’essere straniero non è (o, per fortuna, non è ancora…) previsto come un’aggravante e c’è seriamente da rammaricarsi che la Nazionale neppure questa volta si sia qualificata per i Mondiali: almeno, ci sarebbe stato ancora da commentarne i risultati. Erano meglio i tempi in cui questo era un Paese di Commissari Tecnici e non di giuristi di accatto…

  • In attesa di Giustizia: rivalità transalpine

    Tra Italia e Francia sembra non esserci solo una sana rivalità ed una nobile gara sportiva nel football ma anche in materia di (in)giustizia, settore nel quale l’incertezza del risultato per la primazia non è per nulla inferiore a quella vissuta sui campi di calcio. Basti pensare che i transalpini inserirono il ripudio della pena di morte in costituzione un anno dopo aver perso la finale della Coppa del Mondo con gli azzurri sebbene quel raffinato metodo di esecuzione che è la ghigliottina fosse stato abolito con una legge ordinaria del 1981 che soppresse anche la pena capitale sia pure senza la sacralità – da noi riconosciuta nel 1948 – del canone costituzionale.

    Nel frattempo, però, da noi si offriva spettacolo con l’arresto – mediaticamente organizzato nei minimi dettagli – di Enzo Tortora le immagini del quale, se non altro, lo rappresentano con i braccialetti e non con i ceppi come Enzo Carra, politico democristiano condotto in udienza con schiavettoni ai polsi e catene per i corridoi del Tribunale di Milano richiamando alla memoria quell’Amatore Sciesa trascinato dagli sgherri austriaci per le pubbliche vie della città verso il patibolo.

    Ai francesi mancava qualcosa, si sentivano surclassati…la piazza d’onore non era abbastanza perché troppo risalente nel tempo l’ostensione di Maria Antonietta alla furia dei sanculotti mentre un carro trasferiva la Regina dalla Conciergerie a quella che oggi si chiama Place de la Concorde per tagliare la testa a colei che si era appena scusata con il boia per avergli pestato inavvertitamente un piede; all’improvviso, tuttavia, ecco presentarsi l’occasione propizia per riguadagnare posizioni nel ranking dei forcaioli: la carcerazione di Nicolas Sarkozy che con grande dignità ha scelto di costituirsi raggiungendo a piedi ed a testa alta la prigione de La Santè (un inferno da 600 posti che ospita 1200 detenuti gareggiando anche in questo settore con i nostri istituti penitenziari), accompagnato dalla moglie che lo teneva per mano. E’ un’immagine che al curatore di questa rubrica colma il cuore di tristezza, sperando di non essere il solo ad interpretarne i sottesi: questa volta non c’è nulla di gioioso in quel tenersi per mano di un uomo ed una donna che si vogliono bene, in quel gesto che molto dice della mutua protezione e dei sentimenti che dita intrecciate si sanno scambiare…all’opposto, vi è una struggente malinconia perché è sempre tragico il procedere verso una cella di uomo che sia egli innocente o malvissuto.

    Nicolas e Carla sembrano i protagonisti di una (brutta) favola moderna che non viene dettata dal cuore, dalla fantasia, da sentimenti, dal desiderio di coltivare e condividere sogni ma sembra un copione scritto dagli autori di quelle trasmissioni specializzate nella ricostruzione di crime stories che alimentano morbosa e malsana curiosità degli spettatori.

    C’è da provare disgusto per chi, quasi fosse l’arrivo del Tour de France, ha scelto di trasmettere la diretta del momento – ignominioso per chiunque – in cui Sarkozy si avvia al luogo che vide prigioniero Landru, Alfred Dreyfus e persino Apollinaire mentre sul suo cammino, si applaude ed ingiuria e c’è chi canta la Marsigliese.

    E’ tale la volgare barbarie insita nel riprendere queste immagini in nome del diritto alla informazione – ed è sempre un parere personale – da rendere questo congedo dalla libertà un momento estremamente dignitoso e struggente nel suo ultimo atto che vede Nicolas e Carla che, ancora mano nella mano, si avviano fino alla porta del carcere uniti ed insensibili alla livella che azzera privilegi e cancella sperequazioni, che ha più il sapore di una rivincita sociale che di giustizia valutando con equilibrio i fatti e sanzionandoli secondo quanto prevedono i codici, bensì come rappresentazione emotiva e risarcimento simbolico delle ingiustizie sociali.

    Tutto ciò induce a escludere qualsiasi possibilità di interrogarsi sul senso della pena e sulla sua utilità, sul suo significato se applicata nei confronti di un uomo della personalità e dell’età di Sarkozy per quanto i reati per i quali è stato condannato siano gravi: associazione a delinquere per aver consentito che i suoi collaboratori chiedessero finanziamenti illeciti al regime di Gheddafi, al fine di sostenere la campagna elettorale per le presidenziali del 2007.

    Oggi, però, non discutiamo di innocenza o colpevolezza: piuttosto si dubita della opportunità dello scempio mediatico fatto di un momento di dolce intimità che nulla ha a che vedere con il trionfo della giustizia e tra le cui righe piace leggere il capitolo una fiaba che non è finita ed e rimasta tale anche nella mesta passeggiata mano nella mano fino a La Santè.

  • In attesa di Giustizia: arrestateli!

    Forse non servivano ulteriori conferme di una esondazione della magistratura dai propri compiti istituzionali perimetrati dal principio costituzionale della separazione dei poteri e dalla guarentigia di indipendenza: potevano bastare, dopo le ragionevoli intuizioni maturate dai primi anni ’90, le confidenze di uno dei componenti del collegio della Cassazione (composto con modalità abnormi in pieno periodo feriale) che confermò, rigettando il ricorso, l’unica condanna di Silvio Berlusconi con la conseguente applicazione della “Legge Severino”, implicando la sua immediata decadenza da parlamentare.

    Se mai qualcuno avesse avuto dei dubbi sulle implicazioni, sottostanti alle affermazioni di quel giudice passato nel frattempo a miglior vita ed alla loro genuinità, il libro-intervista firmato da Sallusti e Palamara tra le tante ragioni di inquietudine rassegna il contenuto di una conversazione intercettata in cui, in sostanza, si dice che – seppur con imputazioni azzardate – Salvini va fermato ad ogni costo: la contiguità subalterna ad una parte politica è indiscutibile.

    La corrispondenza mail intercorsa tra magistrati, diciamo progressisti per evitare almeno qualche querela, che rappresenta la preoccupazione di trovare un metodo per “fermare” un Presidente del Consiglio senza scheletri nell’armadio segna, peraltro, uno dei momenti più bui della lunga notte della Repubblica.

    Il linguaggio impiegato nelle mail, pur correndo sul filo del rasoio, è attento ad evitare l’evidenza di un reato o dell’istigazione a commetterne uno: sono pur sempre magistrati e sanno come esprimersi, un po’ meno si possono definire servitori dello Stato, ma – senza neppure forzare troppo la mano – ce ne sarebbe abbastanza per iscrivere gli autori sul registro delle notizie di reato e approfondire in che modo si stia incitando i propri sodali a porre in essere attività volte a sovvertire l’ordine costituzionale per una volta tanto frutto del voto dei cittadini.

    Ce n’è di sicuro abbastanza per promuovere un disciplinare ma è improbabile che lo faccia il Procuratore Generale della Cassazione visto che uno dei più scalmanati è uno dei suoi colleghi di Ufficio; si può sempre confidare nel Ministro della Giustizia che, pare, abbia già interessato il C.S.M.

    Sarebbero tutti da arrestare ma non nel senso che intendono le Signorie Loro, tanto affezionate al tintinnare delle manette, ma in quello di arginare l’impunito strapotere di cui si stanno appropriando e nutrendo: se non ora, che l’indice di fiducia della magistratura segna i minimi storici, quando? C’è da temere mai.

    Servirebbero una politica diversa, che non si sia indebolita da sola modificando l’articolo 68 della Costituzione dopo averne abusato, e un Ordine Giudiziario che sappia sedere educatamente al tavolo delle istituzioni, stando al suo posto.

    Servirebbero dei pubblici funzionari, dunque anche tutti i rappresentanti eletti, che abbiano almeno letto una volta l’articolo 54 prendendo consapevolezza che le loro mansioni vanno svolte con disciplina e onore.

    E se qualcuno sembra che sia venuto meno ai propri doveri, si tenga pure lo stipendio purchè sia messo in condizione di non nuocere, se non altro fin quando le sue responsabilità non siano confermate o escluse: e fa specie – ma non poi così tanto – che il C.S.M. garantisca la poltrona a magistrati condannati già in primo grado…un po’ a seconda della corrente di appartenenza, questo è anche vero…mentre un sindaco rischia di essere destituito grazie alla Legge Severino solo perché ha autorizzato un ristorante alla realizzazione di una veranda sospettandosi un retrostante fatto corruttivo e prima ancora che siano concluse le indagini.

    Questioni di opportunità suggeriscono che i partecipanti ad una mailing list, chiaramente sovversiva, invece che sedere in Cassazione o in qualche ruolo di prestigio e potere, pur nel rispetto del principio di non colpevolezza, dovrebbero essere spediti velocemente ad ammortare cambiali nella sezione distaccata di Tribunale di Capracotta.

    E dire che fu proprio Davigo ad affermare che “i politici che delinquono vanno mandati a casa prima del giudizio definitivo”: perché i magistrati, no, allora, seguendo questo giacobino ragionamento? Non vale anche per costoro l’articolo 54? Forse no, o forse la presunzione di non colpevolezza per costoro è più intensa? E l’A.N.M. si faccia una ragione che l’Ordine Giudiziario non è più in grado di ammantarsi di quella cultura della giurisdizione rispetto alla quale, a troppi magistrati, manca l’alfabeto di base.

  • In attesa di Giustizia: il buon selvaggio

    Bravi, davvero bravi gli investigatori, sono Carabinieri, e bravo il P.M. che ha coordinato le indagini sull’omicidio di Sharon Verzeni: non era di facile soluzione come non lo è nessun delitto che – almeno all’apparenza – non ha un movente che può far risalire al possibile autore restringendo la rosa dei sospetti: e questo non ne aveva nessuno come si è accertato in seguito.

    Un lavoro certosino che è andato avanti settimane, per esclusione, scandagliando nella vita privata della vittima, ascoltando le persone a lei vicine, analizzando il contenuto del suo computer e del telefono cellulare, guardando ore di filmati delle telecamere di sorveglianza fino a portare l’attenzione su un misterioso ciclista notturno che avrebbe potuto essere un testimone e, invece, sembra proprio essere il responsabile di un fatto di sangue assolutamente gratuito, avendolo confessato, ed avendo alle spalle un passato di comportamenti anomali, aggressivi, ed un abuso di stupefacenti.

    Ha sortito effetto un richiamo alla cittadinanza affinchè qualcuno si facesse avanti per contribuire alla identificazione di quell’uomo che – comunque – dalle immagini ed in contestualità temporale era in prossimità del luogo del delitto e avrebbe potuto vedere qualcosa e invece…

    L’indagine è tutt’altro che finita: ci sono ancora zone d’ombra ma la macchina della giustizia sembra funzionare e bisognerà attendere il processo per averle completamente rischiarate ma, nel frattempo, serpeggia già nell’opinione pubblica un anelito di punizione corrispondente alla gravità del reato ed il Ministro Salvini si è subitaneamente messo alla testa delle brigate giustizialiste invocando una pena esemplare e senza sconti.

    Così non va per niente bene: la pena non deve mai essere esemplare, perché ciò implica che la amministrazione della giustizia serva a dare esempi svolgendo funzione di deterrenza,  ma giusta e quanto agli sconti è opportuno ricordare che non è più possibile ricorrere al il giudizio abbreviato, che prevedeva – e neppure sempre – la sostituzione dell’ergastolo (ipotizzabile in questo caso con le aggravanti che sono state contestate) con la pena a trent’anni di reclusione; caso mai, e non è invece da escludere a priori, l’imputato risultasse affetto da vizi di mente le conseguenze non sono certo quelle di un sistema troppo incline alla clemenza.

    Di esemplare, come si è voluto ricordare all’inizio, vi sono stati – viceversa – l’impegno e l’intuito degli inquirenti per i quali non vi è stata una sola parola di apprezzamento che da un rappresentante delle Istituzioni sarebbe stata la scelta migliore e l’unica da favorire mentre, secondo costume, non sono mancati i riferimenti alla origine etnica dell’indagato dimenticando due cose per nulla banali: che è nato e cresciuto in Italia con tutte le opportunità date da una famiglia già normoinserita, né più né meno come il giovane che ha contribuito ad individuarlo in maniera decisiva con la sua testimonianza e non ritiene neppure di dover essere ringraziato perché ha fatto solo il suo dovere civico.

    Probabilmente l’“Emile ou de l’education” di Rousseau non è posato sul comodino di Matteo Salvini e vi è quindi da dubitare che ne conosca la teoria del buon selvaggio secondo la quale nessun uomo nasce malvagio e che la natura – quindi l’origine – non insegna mai il male: quegli insegnamenti derivano, se mai, dal contesto, dalla società e dal modello di civilizzazione in cui si cresce e se due giovani, due “italiani” di seconda generazione sono uno l’antipodo dell’altro non è certo l’etnia su cui si misurano le sentenze. Nemmeno quelle della voce popolare.

  • Giornalista ai domiciliari in Russia per aver diffuso notizie sulla strage di Bucha

    Un tribunale russo, secondo quanto ha riferito l’agenzia di stampa “Ria Novosti”, ha ordinato che il giornalista dell’edizione russa di Forbes, Sergej Mingazov, sia messo agli arresti domiciliari. Il suo avvocato, Konstantin Bubon, ha reso noto sulla propria pagina Facebook che Mingazov è stato arrestato a Khabarovsk con l’accusa di aver diffuso false informazioni sull’esercito russ: il giornalista aveva pubblicato sul suo canale Telegram notizie circa gli eventi nella città ucraina di Bucha, dove la popolazione fu trovata sterminata poco dopo l’inizio delle ostilità russe in Ucraina.

    Oltre a scrivere per “Forbes”, infatti, Mingazov ha gestito in passato un canale Telegram, “Khabarovskaja Mingazeta”, dedicato agli eventi che riguardano la regione di Khabarovsk e l’Estremo Oriente della Russia. E proprio attraverso questo canale Mingazov avrebbe “ripostato”, secondo le accuse, dei messaggi presi da altre fonti che accusano l’esercito russo di aver ucciso dei civili a Bucha.

    Nel 2022, Mingazov aveva rilanciato dei messaggi pubblicati su altri canali Telegram che accusavano la Russia di aver commesso un massacro a Bucha. Bubon ha precisato ieri che le autorità hanno perquisito l’abitazione di Mingazov, confiscando telefonini e computer di tutti i membri della sua famiglia.

    Procedendo all’arresto le autorità hanno anche perquisito l’abitazione di Mingazov, confiscando telefonini e computer di tutti i membri della sua famiglia.

  • Piccione arrestato in India per 8 mesi come sospetta spia della Cina

    Un piccione sospettato di essere stato inviato dalla Cina a scopo di spionaggio è stato catturato in India e tenuto in custodia per otto mesi, per poi essere liberato. Lo riferisce l’agenzia di stampa “Press Trust of India” (“Pti”), citando la polizia di Mumbai. L’uccello, infatti, secondo quanto riportato, è stato catturato lo scorso maggio nel sobborgo di Chembur della capitale dello Stato del Maharashtra.

    Alle zampe aveva due anelli, uno di rame e uno di alluminio, mentre sul lato inferiore di entrambe le ali c’erano messaggi scritti in cinese. Il volatile è stato trattenuto nella clinica veterinaria Bai Sakarbai Dinshaw Petit per tutta la durata delle indagini, che hanno però dimostrato l’infondatezza del sospetto. Alla fine, infatti, si è scoperto che il piccione era stato impiegato in una gara in acque aperte organizzata a Taiwan ed era fuggito. Chiusa l’inchiesta per spionaggio, la polizia ha autorizzato la liberazione, avvenuta l’altro ieri, assicurando che l’animale era in buone condizioni di salute.

  • In attesa di Giustizia: fuga dalla giustizia

    Devo ammettere che il sistema di consegna delle persone ricercate noto con l’acronimo MAE (Mandato di Arresto Europeo) non mi ha mai convinto molto: sul presupposto che i Paesi Membri della UE condividano sistemi giudiziari e tradizioni giuridiche comuni e condivisibili ed il conseguente principio di mutuo riconoscimento delle decisioni giudiziarie, la richiesta di arresto di un cittadino in area Schengen sfugge nella maggior parte dei casi ad un controllo sostanziale dell’Autorità richiesta di valutarne la legittimità limitando la valutazione ad una verifica formale.

    Invero, ritenere che possa esservi una reale omogeneità tra sistemi penali che – viceversa – affondano le loro radici su culture fortemente dissimili costituisce una forzatura: basti pensare al diverso trattamento riservato a chi violi la legge sugli stupefacenti in Olanda, che rischia poco più che una ramanzina, piuttosto che in Italia dove le pene vanno fino a trent’anni di carcere ovvero alla circostanza che in Irlanda si rischia la reclusione per oltraggio alla Corte se non ci si presenta al processo mentre da noi (e anche altrove) è una libera scelta.

    Una tipicità del Mandato d’Arresto Europeo che lo distingue dalle convenzioni di estradizione è, però, pienamente condivisibile: l’avere sottratto al potere esecutivo la decisione finale sulla consegna al Paese richiedente, cioè a dire che il Ministro della Giustizia può decidere di darvi luogo o meno anche se l’Autorità Giudiziaria ha deciso diversamente. Una determinazione fondata esclusivamente su ragioni politiche.

    Cesare Battisti per lustri si è avvantaggiato di tale caratteristica restando a lungo gradito ospite in Francia ben protetto dalla cosiddetta “dottrina Mitterand” dal nome del Presidente che ne fu ispiratore e che era volta a concedere il diritto d’asilo a chi fosse ricercato per reati violenti ma di ispirazione politica. Purché, sia chiaro, non diretti contro la Repubblica Francese…Ne discendeva il rifiuto di qualsiasi richiesta di arresto ed estradizione da parte di Paesi terzi, soprattutto l’Italia negli “anni di piombo”.

    In vista dell’adozione del sistema MAE, che avrebbe posto nel nulla le garanzie ricevute, l’omonimo dell’eroe della Grande Guerra, che – al contrario – affrontò il patibolo austriaco piuttosto che l’onta della fuga, si organizzò una serena prosecuzione della latitanza trasferendosi, come noto, in Brasile dove certamente aveva già avuto rassicurazioni che il capo dello Stato, diciamo…progressista, lo avrebbe posto al riparo dalle pretese italiane.

    E così è stato fino a pochi giorni fa: il cambio di regime e del vertice istituzionale ha, però, fatto venir meno i presupposti di una libera permanenza al sole dei tropici per il pluriomicida. Peraltro, anche questa volta, il mutamento di tendenza era atteso e Battisti si è reso irreperibile: il Brasile è molto grande ma, soprattutto, è vicino alla Bolivia che, con il suo assetto politico attuale potrebbe essere il nuovo buen retiro di un fuggitivo il quale, anche questa volta si è sicuramente preparato al cambiamento con anticipo facendosi beffe di due Nazioni.

    Oltreoceano sono sbarcate le nostre Forze dell’Ordine per contribuire a ricerche che potrebbero essere tanto lunghe e complesse quanto vane e verosimilmente si tratta di un reparto altamente specializzato; ma un motivo di rammarico risiede nel fatto che, nonostante un facile pronostico sulle mosse di Battisti, le Autorità brasiliane non ne abbiano presidiato le prevedibili mosse, scongiurando la fuga.

    L’attesa di assicurare alla Giustizia un criminale continua, succube di scelte che con la Giustizia stessa non hanno alcuna affinità.

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