Bambini

  • Pillole di felicità

    1963 Entra in commercio il Diazepam (Valium), il primo psicofarmaco della categoria delle benzodiazepine.

    1980 Durante il convegno del Medical Research Council della Gran Bretagna, viene diramata la notizia che le benzodiazepine provocano l’atrofia cerebrale. Gli psicofarmaci della categorie delle benzodiazipine sono ancora in commercio.

    2001 L’azienda farmaceutica Glaxo Smith Kline (GSK) pubblica uno studio clinico (noto come studio 329) dove dimostra l’efficacia e la sicurezza nel trattamento dei sintomi depressivi della paroxetina un farmaco appartenente alla categoria degli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina). Le vendite di questo farmaco ed altri simili subirono da subito una fortissima impennata. Le sole ricette prescritte per i bambini e gli adolescenti arrivarono a circa due milioni l’anno. Ma qualcosa non funzionava. Alcuni bambini iniziarono a manifestare diversi e gravi problemi di salute, sia fisica che mentale.

    2004 La procura generale di New York (Stati Uniti) denuncia la GSK per frode contro i consumatori per aver contraffatto i dati e diffuso informazioni false. La causa si concluse con il pagamento di una multa e nessuna restrizione sul suo commercio.

    2005 Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti denuncia la GSK per truffa nei confronti di Medicare e Medicaid (le principali agenzie assicuratrici pubbliche che finanziano la Sanità in America) per aver diffuso affermazioni false o fraudolente. Anche in questo caso l’azienda pagò una multa ma non furono presi provvedimenti restrittivi sul suo commercio.

    2015 Il British Medical Journal rivela come la GSK ha alterato i dati sull’antidepressivo paroxetina. L’articolo scientifico era accompagnato da numerosi documenti che confermano l’aumento di crimini violenti nei giovani che assumono farmaci antidepressivi come la paroxetina (commercializzata come Daparox, Dropaxin, Eutimil, Sereupin e Seroxat) e la fluoxetina (commercializzata come Prozac). Tutti farmaci facilmente reperibili anche senza ricetta.

    2015 La Food and Drug Administration degli Stati Uniti pubblica una serie di avvisi pubblici sulla salute che mettono in allarme sul fatto che il Ritalin e medicinali simili (farmaci prescritti anche ai bambini per combattere insonnia e depressione) possono causare allucinazioni visive, pensieri suicidi e comportamenti psicotici, oltre a comportamenti aggressivi o violenti. Ritalin è il nome comune del metilfenidato, classificato come narcotico di Classe II: la stessa classificazione della cocaina, della morfina e delle anfetamine. Ovvero un potente stimolante del sistema nervoso centrale (cervello e spina dorsale). Farmaco ancora in commercio e facilmente reperibile senza ricetta su internet o agli angoli di certe strade.

    2016 Stati Uniti: 14 milioni di bambini ogni anno affrontano una visita psichiatrica. In Italia non esistono stime ufficiali.

    2018 Le Associazioni di Psichiatri e Specialisti italiani si pronunciano per il via libera alle medicine per curare i disturbi mentali dei più piccoli “purché”, si legge in una nota del sottosegretario del Ministero della Salute A. Guidi, “non diventino delle scorciatoie”. Il Telefono Azzurro dichiara che un bambino o adolescente ogni 6 ha un disturbo mentale. Eurispes pubblica uno studio in cui si legge che il 40% di bambini e adolescenti seguiti da un servizio di salute mentale presentano più disturbi: il 18.6% usa tranquillanti (11,7% delle ragazze contro il 5,3% dei ragazzi), il 14,7% antidepressivi (il 7,4% delle ragazze contro il 2.7% dei ragazzi).

    2018 Il World Drug Report della Unodc (il report sulla droga a cura delle Nazioni Unite), considera il consumo di psicofarmaci una delle grandi minacce emergenti di salute pubblica, inserendo le benzodiazepine tra le prime tre sostanze di abuso comunemente usate in 40 Paesi. Tutti farmaci facilmente reperibili senza ricetta su internet o agli angoli di certe strade.

    2019 L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) stima che nel mondo sono oltre 15 milioni i minori in terapia farmacologica, per le più diverse patologie e il ricorso ai farmaci antidepressivi per trattare bambini e adolescenti è in crescita. I dati di uno studio scientifico pubblicato sullo European Journal of Neuropsychopharmacology dimostrano che in Gran Bretagna il numero di antidepressivi prescritti ai minori è cresciuto del 54%, del 60% in Danimarca, del 49% in Germania, del 26% negli Stati Uniti e del 17% in Olanda; maggiori incrementi si sono registrati nelle fasce d’età tra 9 e 19 anni, e i farmaci più utilizzati sono quelli a base di paroxetina, citalopram, fluoxetina e sertralina.

    2019 Il rapporto ESPAD (European School Survey Project on Alcohol and other Drugs) rileva che il 10% dei minori italiani utilizza psicofarmaci per le più svariate motivazioni: dal miglioramento delle performance scolastiche alla gestione di depressioni passeggere etc., senza alcuna ricetta medica, acquistandoli da spacciatori o direttamente sul web.

    2020 L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) stima che nel mondo sono oltre 21 milioni i minori in terapia farmacologica nonostante si moltiplicano gli studi che riferiscono sugli effetti negativi degli psicofarmaci e degli ansiolitici quali deficit cognitivo, amnesia, depressione, allucinazioni e pensiero delirante, comportamento anormale, rischi di suicidio o di tentativi di suicidio, violenza, ostilità e agitazione. Non sarebbe doveroso monitorarne e limitarne oltre che la prescrizione anche la produzione?

    2030 L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) afferma che fra dieci anni la depressione sarà la patologia più diffusa al mondo, anche fra i bambini. Per qualcuno è una bruttissima notizia. Per qualcun altro, no.

    C’è chi fa parte del problema, chi della soluzione e chi del paesaggio.

    Dal film “Ronin” (1998)

  • La Bibbia per un bambino

    I corpi di Betty June Binnicker (11 anni) e di Mary Emma Thames (7 anni) furono trovati in un fosso il 23 marzo 1944 nella piccola cittadina di Alcolu, nella Carolina del Sud (Stati Uniti). Le due bambine non erano rientrate a casa il giorno prima e tutto il paese si era dato da fare per cercarle compresa la comunità afroamericana, fra i quali George Senior.

    I due medici che fecero l’esame post mortem dissero che erano state uccise in modo brutale. Molto probabilmente con un oggetto metallico. Nella stessa giornata la polizia arrestò due ragazzini afroamericani, George Junius Stinney, di 14 anni e suo fratello Charles, di 12 anni con l’accusa di omicidio. Siamo nel 1944. Siamo nel Sud degli Stati Uniti dove gli afroamericani erano lasciati in vita solo perché il loro sfruttamento sul lavoro portava maggiori profitti. E Acolu era una piccola cittadina di quelle zone dove i bianchi e gli afroamericani vivevano separati e andavano in scuole e chiese separate. George viveva con suo padre George Senior, sua madre Aime e i suoi 4 fratelli, 2 maschi (di 17 e 12 anni) e due femmine (di 10 e di 7 anni).

    Charles fu rilasciato subito mentre George, nonostante una sorella dichiarasse che era con lui quando si stabilì che le bambine vennero aggredite, venne trattenuto nella prigione dello sceriffo il quale dichiarò ai giornali che il ragazzino aveva confessato. Da quel momento fu tutto un susseguirsi in paese di voci (le famosissime e ammirevolissime pie voci) che dicevano che loro “lo sapevano”, che “il ragazzino era rissoso”, “un bullo” e che “aveva già minacciato di uccidere qualcuno!”. I più valorosi e coraggiosi uomini bianchi, invece, chiedevano di poter fare giustizia con le loro (sempre pie) mani. Il rischio del linciaggio era alto, così, nel giro di poche ore George venne trasferito nella prigione di Colombia (a 130 km di distanza) mentre il padre veniva licenziato e costretto a trasferirsi con tutta la famiglia in una catapecchia (ancor più catapecchia di quella già abitata) poco fuori paese. Il compagno di cella di George affermerà in seguito che il ragazzino piangeva tutti i giorni dicendo che era innocente e che lo avevano tenuto senza cibo e picchiato per costringerlo ad una spontanea confessione. Dopo soli ottantatré giorni dal suo arresto (dei quali ben ottantuno passati in cella senza poter mai parlare, né tantomeno abbracciare la sua mamma e i suoi familiari), dopo meno di tre ore di processo davanti a una giuria (selezionata lo stesso giorno) di pii uomini e donne bianche, George Junius Stinney venne condannato a morte. La sua esecuzione ebbe luogo presso il Central Correctional Institution di Colombia il 16 giugno 1944 alle 19:30. I secondini gli diedero una Bibbia affinché ci si sedesse sopra. George, infatti, era alto poco più di un metro e mezzo e le cinghie della sedia elettrica non erano pensate per le misure di un bambino. Così come la maschera facciale. Le cronache del tempo, infatti, riportano che dopo la prima scarica di duemila e quattrocento Volt, la maschera che gli copriva il volto saltò via “rivelando tante lacrime sul suo volto e molta schiuma sulla sua bocca”. Durante le successive scosse anche le sue piccole mani uscirono dalle cinghie che le trattenevano. George venne ufficialmente dichiarato morto dopo quattro minuti dalla prima folgorazione.

    Nessuna dichiarazione di confessione scritta è stata mai depositata agli atti. George è stato interrogato da solo, senza i suoi genitori o un avvocato. Quello nominato dal tribunale, il sig. Charles Plowden (un commissario delle tasse in corsa per l’elezione all’ufficio locale – che di leggi non sapeva nulla) non solo non ha mai contestato la totale assenza di prove oggettive che collegassero George al duplice omicidio ma non ha né contestato le enormi divergenze nelle dichiarazioni dei tre poliziotti su quanto George avrebbe (a detta loro) confessato spontaneamente né ha portato testimoni (perché afroamericani?) e né ha interrogato i testimoni dell’accusa. E, come se non bastasse, sebbene il rapporto del medico legale avesse escluso la violenza sessuale, il Giudice acconsentì che l’accusa aprisse un dibattito sulla possibilità di stupro. Anche in questo caso l’avvocato non fece opposizione. Ricordo che siamo nel civilizzato Sud degli Stati Uniti. Siamo in un’aula di tribunale. Ci sono un giudice (bianco), una giuria (composta solo da uomini e donne bianchi), avvocati e personale del tribunale (bianchi) e più di mille persone (bianche – perché agli afroamericani era proibito entrarvi) ammassate per assistere al grande spettacolo del momento: la condanna a morte di un ragazzino non bianco di 14 anni.

    Dopo la sentenza del giudice la famiglia di George e la National Association for the Advancement of Colored People si appellarono al governatore Olin D. Johnston per ottenere clemenza ma egli, non solo diede ordine di procedere con l’esecuzione ma rispose che “Potrebbe essere interessante sapere che Stinney uccise la ragazza più piccola per violentare quella più grande, poi uccise la ragazza più grande e violentò il suo cadavere. Venti minuti dopo tornò e tentò di violentarla di nuovo, ma il suo corpo era troppo freddo”. Affermazioni mai supportate da nessun testimone o da alcuna dichiarazione, né tantomeno dal medico legale. Il giorno della condanna di George, sia il Giudice che lo ha condannato che tutti i giurati e i testimoni pronunciarono con la (pia) mano sul petto la solenne frase: “Giuro fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti d’America. Una nazione unita dalla fede in Dio, indivisibile, con libertà e giustizia per tutti”.

    Il 17 novembre 2014 (settant’anni dopo) il Giudice Carmen Mullen (bianca) ha annullato la condanna a morte di George affermando che “sebbene potrebbe aver commesso questo crimine, non ha avuto un equo processo”. Chapeau!

    17 novembre 2020. Dal giornale La Repubblica “Genitori più aggressivi con i figli durante il lockdown: lo studio dell’Università Bicocca di Milano”.

    E questa è solo una delle migliaia di notizie possiamo leggere sulle violenze, da quelle fisiche a quelle psicologiche, che i bambini subiscono ogni giorno.

    Non esiste pianta, o insetto o animale che agisca contro natura e contro la propria progenie. Sebbene la nostra strada sia segnata, non disperiamoci. Non tutto è perso. Non tutti i popoli hanno perso questa ancestrale memoria.

    Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio […] E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, ponendo le mani su di loro.

    Mc 10,13, 14, 16

  • Mio figlio potato via dalla mia ex moglie

    Riceviamo e pubblichiamo la lettera che ci ha inviato il Signor Giovanni Paolo Bocci al quale è stato sottratto il figlio, tenuto illegalmente in Kazakhstan dalla madre kazakha, destinataria di mandato di cattura internazionale e relativa richiesta di estradizione.

    Cara Redazione del Patto Sociale,

    Le scrivo in merito al caso di mio figlio Bocci Adelio Giovanni, cittadino italiano sottrattomi più di cinque anni fa.

    Ebbene, nonostante un mandato di cattura internazionale con estradizione emesso dal Tribunale di Brindisi e ricerche per mio figlio come minore scomparso dall’Italia, a tuttora le nostre istituzioni non hanno mosso un dito.

    Oltretutto ancora sto aspettando da parte del nostro ministero degli Esteri, dopo la lettera inviata nell’agosto del 2018 al ministro Moavero, una risposta riguardo al mio caso, di cui ve ne sarei grato se la pubblicate.

    Le amare conclusione di questa vicenda penosa sono:

    1) la mancanza di autorevolezza del nostro Paese, timido in materia di affrontare specialmente con paesi come il Kazakhstan di cui vi sono rapporti economici. Non capisco perché barattano la vita di un cittadino italiano, in questo caso mio figlio, portato illegalmente in questo paese.

    L’attività viene solo svolta in maniera burocratica senza il dovuto coordinamento tra le varie funzioni e competenze.

    2) Il nostro Paese e le sue decisioni non tutelano i propri cittadini come altri stati, impugnando fatti e battendo pugni sul tavolo.

    3) Non si vuol far capire che le vittime in tutto sono i bambini, cui vengono cancellati i legami con una parte importante della propria vita.

    Giovanni Paolo Bocci

  • Iniziativa di Banca Intesa con Lego per educare i bambini alla finanza

    Astronavi, castelli, palazzi e camioncini, tutti noi abbiamo usato i mattoncini per costruire qualcosa e dare libero sfogo alla nostra fantasia creativa, ma utilizzarli per spiegare l’inflazione, il PIL e i costi del cambiamento climatico rappresenta una vera novità. Nasce così il progetto Legonomia, promosso dalla Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio, che utilizza i mattoncini come strumento educativo per far avvicinare le famiglie ad alcuni contenuti economici e finanziari, in modo semplice e divertente. Il progetto si rivolge ai bambini fino ai 12 anni che potranno partecipare alle attività insieme ai loro genitori, trasformando così questo momento in un’occasione di apprendimento reciproco replicabile anche a casa. Insieme a Luciano Canova, autore, docente accademico e formatore accreditato LEGO®SERIOUS PLAY® e grazie alla collaborazione con il Museo del Risparmio di Intesa Sanpaolo è stato possibile realizzare il primo laboratorio su prezzi e inflazione. I successivi laboratori in presenza, Covid-19 permettendo, spazieranno dall’uso responsabile del denaro, all’economia comportamentale fino allo sviluppo sostenibile e saranno condotti il prossimo autunno a Torino presso il Museo del Risparmio, applicando tecniche di didattica ludica e di divulgazione scientifica.

  • Detective Stories: consigli per evitare di smarrire il proprio figlio in spiaggia

    Il lavoro dell’investigatore non finisce mai. Non esistono giorni di ferie o feste comandate che tengano. Quando si ha l’opportunità di svolgere una indagine o se il momento è propizio, non si può rinviare e bisogna necessariamente agire. La giornata lavorativa può andare ben oltre le canoniche 8 ore, ed una volta arrivati a casa, se si ha un caso particolarmente a cuore, si continua a pensare alle possibili soluzioni. Di fatto non si stacca mai, del resto le nostre capacità investigative potrebbero essere utili a qualcuno in un momento di necessità.

    Nell’agosto 2017 stavo effettuando un viaggio di piacere in Andalusia e, trovandomi a Malaga, decisi di passare una giornata di relax al mare nella vicina Torremolinos. Poco dopo pranzo la mia attenzione venne catturata da un bambino di circa 7 anni che camminava da solo, in costume da bagno e senza ciabattine. In realtà non era l’unico bambino nella zona intento a girovagare in prossimità della spiaggia, ma in questo caso era diverso. Lo avevo già notato passare davanti alla vetrina del ristorante nel quale mio trovavo per più di una volta, e nel suo sguardo, inequivocabilmente smarrito, notai paura, per questo decisi di avvicinarlo.

    Il bimbo era visibilmente scosso e non parlava. Cercai di chiedergli dove fossero i suoi genitori, prima in inglese e poi in spagnolo senza successo. Del resto i suoi tratti somatici suggerivano una provenienza medio orientale. Avevo bisogno di qualcuno che conoscesse l’arabo. Lo trovai e a quel punto ebbi la conferma che il piccolo Aamir si era perso e non riusciva a trovare i suoi genitori. Non era in grado di spiegarci dove si trovassero e nemmeno da quale lido provenisse o in quale hotel alloggiasse.

    Ci disse però che il suo albergo era molto grande e che dalla sua camera si poteva vedere il mare…non un grande aiuto considerando che Torremolinos è piena di palazzoni e hotel sul mare, ma se non altro avevamo ristretto il campo. Presumibilmente i suoi genitori si trovavano nel lido di qualche hotel frontemare, e non erano caucasici. Inoltre il costume di Aamir era di una marca famosa il che lasciava presupporre che i suoi genitori fossero benestanti ed alloggiassero in un hotel di lusso. Date le circostanze, non credevo che il bambino avesse percorso molta strada e cercai su internet gli hotel di lusso frontemare presenti nel raggio di 1 km.

    Misi Aamir a cavalcioni sulle mie spalle, gli comprai un gelato e mi diressi verso il primo degli hotel.

    Iniziai a girare per i lidi, finché, giunto presso il secondo hotel della mia lista, notai una signora abbastanza disperata…ovviamente si trattava della madre di Aamir, che corse subito verso di me ad abbracciare suo figlio.

    Era bastato un attimo di distrazione ed il bambino era svanito nel nulla dopo essersi allontanato di soli 20 metri ed uscendo dal campo visivo della madre, passando dietro ad un chiosco.

    Aamir è stato fortunato a trovare me ed altre persone disposte ad aiutarlo, ma se al posto mio avesse incontrato un malintenzionato?

    Ogni anno centinaia di bambini si perdono sulle spiagge italiane e la maggior parte di loro viene ritrovata dopo poche ore, o addirittura in pochi minuti, tuttavia il rischio di imbattersi in un orco, per quanto si tratti di una possibilità alquanto rara, è pur sempre esistente.

    Bisogna sempre fare attenzione ed utilizzare alcuni stratagemmi.

    Trovo molto utile l’utilizzo dei segnalatori di posizione bluetooth indossabili dai bambini. Una volta allontanatisi troppo ed oltrepassato il raggio di 5 metri, il cellulare dei genitori emette un alert, avvertendoli così prima che sia troppo tardi.

    Qualora non si volesse utilizzare un dispositivo indossabile, consiglio di posizionarsi sempre nei pressi del bagnino (il pericolo di annegamento è più probabile di quello di una sparizione) e di notare se nella zona sono presenti delle telecamere. Le videocamere di sorveglianza sono un forte deterrente e vengono quasi sempre notate dai malintenzionati, che solitamente evitano di agire in prossimità di queste.

    Altri accorgimenti utili, per evitare di perdere il proprio figlio o per avere maggiori possibilità di ritrovarlo sono:

    -vestirlo di colori vivaci.

    -addestrarlo a conoscere il numero di emergenza da chiamare, e memorizzare il nome dell’hotel.

    -tenere una foto recente da mostrare in caso di smarrimento.

    Nei casi di sparizione, i tempi di reazione e di intervento delle forze dell’ordine sono molto lunghi, tuttavia non esiteranno ad aiutarvi in casi di questo tipo (qualora si dovessero trovare in zona).

    Per questo è sempre utile avere con se uno fotografia recente e stampata da poter consegnare loro e facilitando così la ricerca, oppure si può sempre sperare di imbattersi in un detective privato pronto a fornire i propri servizi gratuitamente, forse l’unica nota positiva di un momento decisamente tragico.

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubrica: d.castro@vigilargroup.com

  • Detective Stories: uccisioni e sottrazioni di minore, quando il pericolo è il genitore

    Fra tutte le tipologie di crimini esistenti, l’omicidio di un bambino è certamente quello più terribile e che spesso non trova una spiegazione logica immediata. Quando viene ucciso un minore la nostra mente è portata a pensare subito all’intervento di un soggetto esterno, un malintenzionato, un orco…ma non è sempre così.

    Il dato più raccapricciante è che nella maggior parte dei casi ad agire è un familiare. Il più delle volte è la madre, anche se ultimamente le cronache ci restituiscono una immagine che vede coinvolti anche i padri in questi fenomeni patologici.

    Si tratta di casi rari ed isolati dei quali forse si sente parlare fin troppo spesso, casi di difficile comprensione ma che trovano una spiegazione negli angoli più bui dell’animo umano, ove regnano disperazione e disagio esistenziale.

    Statisticamente il fattore scatenante di tali gesti estremi risiede nell’abuso di droghe, anche se in generale possono influire anche gravi episodi depressivi, crisi economiche o dinamiche di violenza familiare. E’ facile che da queste condizioni, la violenza venga trasferita sui figli, ma ovviamente ogni caso è a se.

    È di pochi giorni fa la notizia dell’uccisione da parte di un padre dei due figli minori nella provincia di Lecco. Non aveva accettato la separazione e con molta probabilità ha ucciso per colpire la moglie.  Guardando il suo profilo Instagram sembrava un padre amorevole, con molti post dedicati ai figli e al tempo trascorso con loro, ma evidentemente ad un certo punto qualcosa deve essere scattato nella sua mente. Si poteva prevedere e quindi evitare una simile tragedia?

    I nomi di bambini vittime di stragi familiari sono troppi, ma a volte la forza di alcuni di loro gli consente di sopravvivere.

    Come non dimenticarsi di David Rothenberg, il bimbo americano di 6 anni bruciato vivo nel sonno dal padre dopo avere trascorso una giornata insieme a lui a Disneyland. David sopravvisse ma rimase gravemente sfigurato. Gli dedicarono un film, diventò amico di Michael Jackson e poi un artista da grande. Una magra consolazione.

    David è stato l’esempio vivente di come quando sono i padri ad uccidere, o a tentare di farlo, si tratta perlopiù di eventi caratterizzati da una maggiore violenza, espressione di un malessere interiore dal quale non si può più fare ritorno.

    Ritengo che la violenza sui figli sia legata a quella delle donne da uno stesso denominatore comune, poiché quando è un padre ad uccidere, lo fa quasi esclusivamente per ferire la donna, privandola di ciò che di più caro ha al mondo.

    In altri casi, uno dei genitori decide di privare il partner del figlio “rapendolo” e portandolo a vivere in un altro paese, di fatto senza mai più farlo vedere.

    Non si tratta di uccisioni, ma certamente sono situazioni fortemente logoranti per le famiglie che lo subiscono.

    Spesso mi sono occupato di casi di questo tipo, riuscendo a scoprire la località nella quale il genitore stesse nascondendo il figlio, ma talvolta le difficoltà e le aree geografiche coinvolte non favoriscono il ritrovamento, basti pensare ai quei bambini sottratti e portati in paesi arabi o zone colpite dalla guerra.

    Alcuni anni fa si rivolse a me un uomo la cui figlia di 3 anni era stata portata via dalla madre. Mauro, (nome di fantasia), imprenditore milanese, aveva sposato Ilona (nome di fantasia), una indossatrice ucraina di 28 anni. Dopo la nascita della loro bambina, Ilona ebbe una depressione post parto e cominciò a bere sempre con una maggiore frequenza. I due litigavano spesso ed erano distanti l’uno dall’altro. Mauro chiese il divorzio. Pochi giorno dopo aver ricevuto la comunicazione, Ilona prese la bambina e andò via, spense il telefono e cancellò i propri social network.

    Solitamente in queste situazioni, le donne vanno da genitori o comunque da alcuni parenti, almeno nel primo periodo, nel caso di Ilona invece non fu così.  Non si riusciva a trovare da nessuna parte. Il motivo? Aveva agito con premeditazione e non di impulso, ma commise un errore. Analizzai il profilo social delle sue amiche più care e notai una amicizia in comune a tutte. Si trattava di un profilo privato che non accettava nessuna richiesta di amicizia. Poteva trattarsi di Ilona.

    Trovai un nickname molto simile utilizzato in un vecchio profilo Twitter ormai in disuso, ma era aperto. Analizzai i nomi dei follower e li cercai su Instagram. Avevo sufficienti conferme che si trattasse del network di amicizie di Ilona.

    Tenni sotto controllo le storie dei diversi profili ed un giorno vidi in uno dei video una bambina di circa 3 anni. La storia venne cancellata poco dopo. Avevo scoperto che Ilona si trovava in Ucraina presso un suo ex fidanzato con il quale era rimasta in contatto.

    L’iter legale successivo consentì a Mauro di ottenere l’affidamento della bambina.

    Uccisioni e sottrazioni sono frutto della stessa matrice, la volontà di chi compie tali gesti è quasi sempre quella di ferire il partner attraverso i figli. In alcuni casi è possibile prevedere tali eventi, ma come?

    E’ importante analizzare i cambiamenti dell’umore del partner, monitorare l’abuso di sostanze ed ogni eventuale situazione di insofferenza e disagio, soprattutto nelle dinamiche familiari.

    Non bisogna temere di riconoscere una malattia mentale all’interno della famiglia, spesso si può intervenire in tempo e superare le crisi grazie al supporto di un professionista.

    Infine, il dialogo è sempre utile, anche in situazioni difficili, quando si ha a che fare con soggetti violenti o particolarmente disturbati bisogna essere dei “bravi attori”, mediare il più possibile, assecondare il partner affinché non compia gesti inconsulti e prendere le opportune contromisure con il supporto di un professionista.

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubrica: d.castro@vigilargroup.com

     

  • Adozioni internazionali in calo anche nel 2019, ma l’Italia rimane la più accogliente d’Europa

    Non si arresta il trend negativo per le adozioni internazionali. Nel 2019, in Italia, è stato toccato il nuovo minimo storico tanto che per la prima volta il numero delle coppie che ha adottato è sceso a 969, -14% rispetto al 2018, circa la metà (-46,7%) rispetto a cinque anni prima quando erano state 1.819. Il numero dei bambini adottati scende a 1.205 (-13,6% rispetto al 2018, -45,6% rispetto al 2015). Il dato è stato fornito dalla Commissione per le adozioni internazionali (Cai) che ha pubblicato il report 2019 cui si conferma anche a livello mondiale il consistente calo: tra il 2004 e il 2018 nei 24 principali Paesi di accoglienza si è passati da 45.483 a 8.299 adozioni, l’81,7% in meno. Tuttavia l’Italia resta il primo Paese in Europa per numero di bambini adottati all’estero e si conferma al secondo posto nel mondo, dopo gli Usa, per numero assoluto.

    In Italia, per adottare un bambino straniero sono necessari, dal momento della domanda, in media 45 mesi. L’attesa varia da Paese a Paese: i tempi più lunghi si rilevano con Haiti (73,2 mesi) e Bulgaria (63,2); i più brevi con Ucraina e Burundi (36). In media, i bambini che arrivano nel nostro Paese hanno 6,6 anni (in linea con il 2018 e in crescita rispetto agli anni precedenti) e sono in maggioranza maschi (53,3%). Il Paese di origine che spicca è la Colombia che registrando 222 (+31,3% rispetto all’anno precedente) nel 2019 ha superato la Federazione Russa che è scesa a 159 da 200 (-20,5%). A seguire, Ungheria (129), Bulgaria e Bielorussia (81). Dei 1.205 bambini autorizzati all’ingresso in Italia, 774 (64,2%; il 70% nel 2018) hanno riguardato portatori di uno o più bisogni speciali.
    Solo cinque Regioni, nel 2019, hanno superano i 100 ingressi: Campania (153), Lombardia (151), Puglia (116), Veneto (110) e Toscana (104). Considerando le coppie, invece, Lombardia (128), Veneto (101) e Campania (104). Registrano un calo di oltre il 30%, Liguria e Sicilia; mentre sono in aumento, ci sono fra le altre, Trentino-Alto Adige, Umbria, Basilicata, Sardegna. I genitori adottivi hanno un’età media che aumenta; la maggiore frequenza, alla data del decreto di idoneità, si ha fra i 40 e 44 anni, il 35,6% per i mariti e il 38,3% per le mogli. Gli over 50 sono il 15% e il 6,5% e solo un marginale 0,1% dei mariti e 0,5% delle mogli ha meno di 30 anni. Mamme e papà adottivi hanno sempre un elevato livello di istruzione; la maggioranza ha la laurea (51,6% dei mariti e 60,7% delle mogli). Rispetto alle professioni, dove nel passato la maggioranza svolgeva attività impiegatizia, nel 2018 e 2019 il lavoro più diffuso ora riguarda professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione.
    Nel panorama mondiale, secondo il Segretariato de l’Aja nel periodo 2004-2018, il calo delle adozioni è significativo, -81,7%. Meno drammatico nell’arco temporale 2009-2018, -71,8%. La Cai sottolinea che il fenomeno delle adozioni non va letto solo dal punto di vista numerico: “Attribuire alla diminuzione dei casi una connotazione negativa assoluta, rischia di inquinare l’analisi del fenomeno”. E ricorda che il costante calo dell’ultimo decennio è dovuto principalmente alle trasformazioni interne nei paesi di origine; in molti casi, modifiche legislative per rendere le adozioni più trasparenti o miglioramenti di politiche per l’infanzia lasciando l’adozione come ultima ratio. Per la Cai, si assiste anche a modiche delle dinamiche interne dei paesi accoglienti, dove si registrano instabilità nelle relazioni di coppia e crisi economica. La Cai, sottolineando di aver promosso un “costante confronto e dialogo con i paesi di provenienza negoziando, stipulando e rinnovando accordi bilaterali o protocolli di intesa con le Autorità Centrali” (attività che ha contenuto il calo), precisa di essere
    impegnata “nell’apertura di nuove frontiere e nel rafforzamento degli accordi bilaterali già in essere”.

     

  • Detective Stories: il rintraccio di un figlio mai conosciuto

    Nell’immaginario comune, il lavoro di un investigatore privato prevede lunghi appostamenti, pedinamenti in auto e situazioni più o meno avventurose degne di un film noir, ma negli ultimi anni molto è cambiato.

    Le persone lasciano le proprie tracce non solo nella vita reale, ma anche a livello virtuale, sulla rete, nei forum e nei social network, con i propri veri nomi nascosti da alias e nickname di vario tipo.

    Alcuni anni fa ricevetti una richiesta da parte di una signora disperata. Maria (nome di fantasia), over 70, malata e sola, voleva ritrovare il proprio figlio dato in adozione subito dopo la nascita. Ai tempi era molto difficile per una ragazza madre (perlopiù minorenne), pensare di sposarsi e mettere su famiglia e data la sua situazione economica difficile, le suore del brefotrofio la convinsero che il bimbo avrebbe avuto un futuro migliore con una famiglia americana.

    Maria, forse un po’ sconvolta dagli eventi, subito dopo il parto firmò alcuni documenti senza ben capire, il bambino venne portato via dalle suore e lei non lo rivide più. Cambiò subito idea, ma ormai era troppo tardi, Il bimbo era già in America. Lei non si diede mai per vinta e lo cercò per tutta la vita, senza mai trovarlo.

    Quando si rivolse a me aveva pochissime informazioni in mano, solo il nome di battesimo del bambino (probabilmente cambiato) e la sua data di nascita.

    Con i dati a mia disposizione non avevo trovato nessuna persona corrispondente in America. Era praticamente certo che al bambino avessero cambiato il nome. Potevo basarmi solo sull’età e purtroppo le persone nate in quella data erano diverse migliaia. Era come trovare l’ago in un pagliaio. Provai a rivolgermi a colleghi del posto, ma senza ottenere alcun risultato. Con i dati in nostro possesso la risposta era solo una: “negative”.

    Di certo c’era solo una cosa. Il figlio di Maria doveva necessariamente aver lasciato delle tracce di se, inoltre all’epoca dei fatti, non era comune fare viaggi internazionali per adottare un bambino…la famiglia adottiva doveva quindi essere “particolare”.

    Cominciai a setacciare i database alla ricerca di persone aventi quella specifica data di nascita con una attenzione ai loro nuclei familiari. Il mio intuito mi suggeriva che la famiglia adottiva doveva essere numerosa.

    Tra i vari risultati, notai una famiglia della provincia di Philadelphia piuttosto interessante: si trattava di un nucleo piuttosto numeroso, con molti figli maschi e femmine, inoltre l’età di uno di loro, Michael, combaciava con quella del figlio di Maria.

    Trovai su internet il necrologio della potenziale madre adottiva nel quale si parlava di come la donna avesse dedicato tutta la vita alla famiglia viaggiando per il mondo, promuovendo l’allattamento naturale…e se uno di questi viaggi la avesse portata in Italia?

    Su “Michael” non trovai nulla in internet, e solo allora mi concentrai sulla ricerca di profili social dei suoi possibili fratelli e sorelle. Forse in qualcuna delle loro foto avrei potuto notare Michael. Di tutti i fratelli, sorelle e membri della famiglia solo il profilo Facebook di Elisabeth mi dava le conferme che stavo cercando… la donna del profilo proveniva dalla stessa località della famiglia che avevo trovato sul database. Inoltre tra le sue amicizie risultava collegata con alcuni soggetti presenti nel database (suoi fratelli e sorelle, tutti tranne Michael). Tra gli album Facebook di Elisabeth, trovai alcune vecchie foto di un matrimonio, ed in una di quelle notai un giovane ragazzo, scuro di carnagione non molto alto e con i capelli neri, tratti somatici tipici del sud Italia. Era completamente diverso da tutti gli altri commensali, molto chiari e di probabile origine irlandese.

    Dentro di me sentivo di averlo ritrovato. Scrissi ad Elisabeth, presentandomi e spiegandole il perché del mio messaggio. Le raccontai la storia di Maria e del mio ruolo nella ricerca del figlio dato in adozione e mai incontrato. Infine lasciai il mio numero di telefono e restai in attesa.

    Dopo due giorni, un numero americano mi telefonò, sotto al numero la scritta Philadelphia. Era Elisabeth.

    Piuttosto sbalordita e con voce emozionata mi fece molte domande, del resto ricevere un messaggio da parte di un investigatore privato che chiede informazioni riservate su fatti personali non è cosa da tutti i giorni, ed Elisabeth voleva essere sicura circa la bontà del mio intervento.

    Dopo una lunghissima conversazione, Elisabeth mi disse che ero riuscito a trovare il figlio di Maria, Michael, il quale purtroppo era deceduto tre anni prima per una malattia.

    Fu molto difficile per me dire la verità a Maria, ma se non altro in tutti questi tipi di casi conoscere la realtà dei fatti è utile alle famiglie per avere una “chiusura” della vicenda.

    Spesso nei casi di ricerca di persone che ho affrontato, i dubbi e le paure dei familiari possono logorare più della certezza della morte. E’ la parte difficile di chi ha scelto di essere un investigatore, rappresentare la verità, bella o brutta che sia, al di sopra di ogni ragionevole dubbio.

    Maria e la famiglia adottiva di Michael strinsero una forte amicizia e le fu certamente di grande aiuto scoprire quanto Michael fosse stato amato durante la sua vita, una vita che insieme riuscimmo a ricostruire nei minimi dettagli, dal momento del suo sbarco all’aeroporto JFK negli anni 70, fino al giorno della sua morte.

    Quello di Maria e Michael fu un caso molto particolare, forse meno avventuroso di altri, ma certamente ricco di emozioni soprattutto per le vicende umane che lo hanno caratterizzato.

    Un caso risolto dalla mia scrivania, con un computer, un telefono e parecchio intuito. Fu un parziale insuccesso o un successo senza lieto fine.

    Rintracciare una persona di cui si sono perse le tracce è alla portata di tutti? Forse no, ma certamente avendo a disposizione i dati corretti, oggi può essere molto più semplice.

    Esistono dei siti che consentono alle persone adottate di inserire i propri dati e fotografie al fine di facilitarne il ritrovamento da parte dei familiari, ma anche di risalire ai propri genitori biologici.

    In Cina, dove esiste un grave problema di rapimenti legati al mondo delle adozioni, ci sono siti web che mostrano dei render del probabile aspetto da adulto del minore rapito, per farlo vengono utilizzati dei software per l’invecchiamento del volto. Diverse persone si sono riconosciute ed hanno ritrovato i propri cari in questo modo.

    Si tratta di piccoli passi nell’evoluzione delle tecnologie per il ritrovamento delle persone scomparse e forse in futuro, proseguendo per questa strada, riusciremo a ritrovare le persone a noi care in tempi minori e con meno sforzi.

     

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubricad.castro@vigilargroup.com

  • La convivenza domestica forzata aumenta le violenze

    Ancora femminicidi e sangue tra le mura domestiche. Dopo la vicenda del 45enne che per ‘vendetta’
    sulla ex ha ucciso i suoi due figli gemelli nel Lecchese prima di togliersi la vita, si registrano nuovi casi: da Grosseto, dove un uomo si è suicidato dopo aver tentato di uccidere la moglie, ora in gravi condizioni, fino al litorale laziale dove a Fregene un 39enne è stato arrestato per aver cercato di colpire
    con una cesoia la moglie in fuga da lui. Episodi che tornano tristemente all’ordine del giorno per gli investigatori: nell’ultimo Report realizzato dall’Organismo permanente di monitoraggio durante l’emergenza coronavirus, si rileva che a partire dalla fine di marzo si assiste ad un costante graduale
    incremento dei ‘reati spia’ della violenza di genere (atti persecutori, maltrattamenti e violenza sessuale), che dagli 886 di fine marzo sono arrivati a 1.080 al 10 maggio 2020, in corrispondenza del progressivo allentamento delle misure restrittive. Il reato che subisce un aumento più significativo è quello dei maltrattamenti contro familiari e conviventi. Dal primo marzo al 10 maggio, rispetto al periodo di riferimento dello scorso anno, si registra il -46,67% di femminicidi rispetto all’anno precedente (da 30 nel 2019 a 16 nel 2020), il calo è anche in ambito familiare e affettivo (da 23 a 15). Sono anche aumentate le telefonate al numero antiviolenza 1522 del Dipartimento per le Pari Opportunità, nato per sostenere ed aiutare le donne vittime di violenza. Il reato che subisce un aumento più significativo è quello dei maltrattamenti contro familiari e conviventi. L’elevato numero di richieste di aiuto pervenute al numero dedicato lascia presumere il senso di solitudine e di smarrimento connesso alla difficoltà per le donne di rivolgersi alle forze di polizia. Calano – secondo i dati della Criminalpol – anche le violenze sessuali, al -66%. Ma gli episodi proseguono e dopo il lockdown il rischio è che in questa fase 3 possano registrarsi invece nuovi picchi. Tra le vicende più recenti, c’è quella di un 64enne trovato morto e sua moglie ferita gravemente in una casa alla periferia di Grosseto. L’ipotesi al momento è che l’uomo si sia tolto la vita dopo aver tentato di uccidere la moglie. A Reggio Emilia, invece, un 42enne di origini napoletane è stato arrestato dai carabinieri per aver distrutto l’auto della moglie e poi per aver tentato di aggredire gli stessi militari. La donna, quando è rientrata dal mare, si è persino trovata il marito in casa nonostante nei confronti di quest’ultimo il giudice avesse disposto allontanamento dall’abitazione e divieto di avvicinamento alla coniuge a causa di maltrattamenti subiti in precedenza. A Fregene, invece, la polizia ha messo le manette a un cittadino marocchino di 39 anni, fermato subito dopo aver tentato di uccidere la moglie, una 35enne romana con la quale è sposato da oltre 10 anni. La donna nei giorni scorsi era
    scappata dalla casa in cui vivevano insieme ai loro tre figli, perché esasperata dalle violenze subite negli anni e si era rifugiata nella villetta di famiglia a Fregene. Quando la 35enne è rincasata, se l’è trovato alle spalle con in mano una grossa cesoia con la quale ha tentato di colpirla. Soltanto la prontezza di riflessi della vittima le ha permesso di fuggire, riuscendo ad entrare nell’abitazione e chiudendo dietro la grata della porta, sulla quale si è andato ad infrangere il colpo. Violenze e drammi colpiscono anche i minori: a Genova una studentessa di 16 anni, vittima di una violenza sessuale qualche mese fa, ha tentato il suicidio. A salvarla è stato l’amico del cuore, a cui la ragazza aveva scritto un disperato messaggio.

  • In crescita il numero dei minori adescati sul web durante il lockdown

    Con la quarantena sono aumentati i casi di pedofilia. E’ l’allarme lanciato da don Fortunato di Noto in occasione della 24esima Giornata Bambini Vittime della pedofilia, da lui istituita in concomitanza proprio con quello che era il giorno dell’orgoglio pedofilo, il 25 aprile. Intervistato da Pro Vita & Famiglia il sacerdote che da sempre si batte contro questo reato ha denunciato l’aumento di adescamenti e casi di pedofilia online in questi giorni di quarantena. “Il mondo reale è affiancato da quello virtuale e il lockdown ha consentito a moltissimi bambini di stare molto più tempo sul Web. Con questo, ovviamente, non vogliamo demonizzare la Rete, che ha tantissime note positive e migliora le nostre vite; ma è anche uno strumento di dipendenza e che può sfuggire ai controlli dei genitori. Ecco quindi che diventa terreno fertile per i pedofili e così è sempre stato e lo è maggiormente ora, poiché riescono a trovare più facilmente dei minori collegati online. Il panorama telematico è enorme, parliamo infatti di telegram, whatsapp, facebook, instagram. Nel solo mese di marzo abbiamo denunciato oltre 200 chat con adescatori e potenziali pedofili”. Don Di Noto parla addirittura di 34mila file che riguardano circa 30mila bambini intercetti grazie anche alle segnalazioni di tanti genitori che hanno ravvisato tentativi di adescamento e produzione copiosa di materiale pedo-pornografico. E non sempre purtroppo è facile risalire ai colpevoli perché, malgrado l’ottimo lavoro della polizia postale, non è facile ricevere risposte da istituzioni estere o da server che si appellano al diritto alla Privacy. Don Di Noto, nella sua intervista parla anche di uno scarso controllo, in tanti casi, da parte dei genitori che lasciano i figli per troppo tempo da soli alle prese con il web e i pericoli che ne scaturiscono. “Occorre fare un grande e accorato appello ai genitori, agli adulti. Tanti, purtroppo, non si rendono conto della gravità del problema perché tante situazioni di abusi e violenze non vengono viste dai cittadini, ma li vediamo solo noi che ci occupiamo in prima linea di questi argomenti”. E a proposito di silenzi il sacerdote sottolinea con amarezza la scarsa attenzione che media e istituzioni rivolgono al fenomeno quasi mancasse la volontà di intervenire in maniera concreta per non turbare istituzioni e pubblica opinione.

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