Bambini

  • Avviare una nuova politica per la tutela dei minori, in Italia e in Europa

    Puntualmente, sprezzanti delle celebrazioni del 20 novembre, la Giornata Universale dei Bambini, i giudici, forse nel tentativo di imitare lo Jugendamt tedesco, hanno portato via i bambini che vivevano nel bosco con i loro genitori.

    Siamo purtroppo abituati a vedere bambini semi abbandonati, dai campi rom a certe estreme periferie, senza che alcuno intervenga e vorremmo che il governo trovasse la formula per provvedere a questa emergenza, ma non avremmo mai immaginato che si potessero sottrarre i bambini ai genitori, con i quali vivono, accuditi pur nella totale semplicità.

    I motivi per togliere un minore ai propri genitori sono ben chiari: genitori drogati od alcolizzati, situazioni ambientali di grave degrado (violenze, immondizie, sporcizia), mancanza di cure sanitarie, mancanza di istruzione, mancanza di rapporti sociali, costrizione al lavoro, pratiche sessuali etc.

    Nessuno di questi motivi era presente nella vita dei bambini del bosco e non può essere certo la mancanza di elettricità una motivazione altrimenti per la mancanza d’acqua, in decine e decine di paesi in Sicilia, e non solo, i giudici dovrebbero sottrarre, alle famiglie, centinaia di bambini.

    Fortunatamente sembra, poi vedremo i risultati, che anche il governo abbia manifestato stupore e intenzione di indagare su quanto accaduto e che, da diverse parti politiche e mediatiche, si voglia andare a fondo per ripristinare il diritto, alla famiglia del bosco, di vivere in pace.

    Auguriamo ai bambini ed ai loro genitori di tornare presto, tutti insieme, nella loro casa, con i loro amici animali, in sicurezza e libertà.

    Speriamo vivamente che la vicenda non si trasformi nel solito contenzioso tra governo e magistratura o in una squallida operazione di contrapposizione politica.

    La vicenda potrebbe dare finalmente l’avvio ad una nuova politica per la tutela dei minori, in Italia e in Europa, cominciando anche a capire meglio l’incongruenza, specie nel terzo millennio, di un organismo come lo Jugendamt in Germania, con conseguenze anche per i cittadini di altri stati, e occupandosi, con nuove adeguate norme, di più e meglio dei bambini di famiglie povere e di quelli che vivono nei campi rom.

  • Da Putin allo Jugendamt la giornata internazionale dei bambini

    Il venti novembre è stata la Giornata Mondiale per l’Infanzia.

    La difesa dei bambini dovrebbe essere una priorità comune e condivisa

    Mentre in alcuni paesi i bambini sfilavano e enunciavano i punti della Carta, nata per difendere i loro diritti, in altri si contavano i bambini morti o gravemente feriti.

    Tanti ricordano, anche in modo non sempre civile, i bambini palestinesi che non sono stati risparmiati dalle bombe, pochi sottolineano come la guerra d’invasione, che Putin ha scatenato contro l’Ucraina, continui a massacrare bambini ed adolescenti.

    Se Israele bombardava alla ricerca dei terroristi di Hamas, Putin bombardava e bombarda le abitazioni civili solo per distruggere il popolo ucraino, e quale modo migliore, per cercare di piegare il coraggio disperato di chi difende la propria terra e libertà, se non quello di colpire gli inermi? Di minare il futuro uccidendo o sottraendo bambini?

    Tutti sappiamo che il futuro di ogni popolo è legato alla vita dei propri figli. Uccidere i bambini ucraini o rapirli e deportarli è la strada che Putin ha scelto per cercare di distruggere la storia, la cultura del popolo ucraino e questo delitto, che continua a perpetrare, non distoglie il presidente americano dal suo obiettivo di un accordo, per lui vantaggioso economicamente, che segni la resa dell’Ucraina allo zar, assassino e rapitore.

    Si parla poco di quanto è avvenuto ed avviene perché in fondo anche l’Europa ha i suoi scheletri nell’armadio, basta pensare allo Jugendamt, l’istituto tedesco che può sequestrare i bambini di coppie binazionali ed imporre loro di vivere in Germania senza più avere contatti col genitore non tedesco.

    La Carta Universale dei bambini elenca i loro diritti, il diritto alla famiglia è ben evidenziato ma ci sono troppi bambini che, per disgrazia, non ce l’hanno e troppi altri che ce l’hanno ma ne sono stati privati dalla mano di un uomo, come Putin, o da un ente pubblico come lo Jugendamt.

    Allora cerchiamo tutti di dire meno parole emozionanti e invece di adoperarci perché le ingiustizie finiscano ed i bambini tornino ai loro genitori, ai loro parenti e alle guerre ingiuste si sostituisca una pace giusta.

  • Orfani di femminicidio: un libro per richiamare l’attenzione sulle vittime collaterali

    Ci sono spesso delle vittime collaterali nei casi di femminicidio o comunque di assassinio di uno dei genitori da parte dell’altro (o della persona con cui si è creata una nuova relazione): sono i figli di chi viene assassinato.

    Giovanna Cardile, la cui madre Rosalba nel 1985 è stata uccisa da suo marito (padre della stessa Giovanna), porta in luce questa realtà attraverso il libro «Due vite in una – Storia di una rinascita» in cui racconta la sua esperienza e come ha subito e reagito a quel trauma. Il libro è dichiaratamente scritto proprio per offrire a chi abbia vissuto traumi analoghi l’aiuto ed i consigli di chi ha fatto quella stessa esperienza. E mira anche a richiamare l’attenzione dello Stato perché accanto alla prevenzione di simili episodi e alla punizione di chi non è stato bloccato per tempo provveda anche alla cura di chi è rimasto vittima collaterale di quella violenza. L’autrice invoca la creazione di un registro nazionale degli orfani di femminicidio (o anche, caso più raro nei fatti, di uccisione del padre da parte della compagna di questi) in base al quale fornite aiuto sia psicologico che materiale.

    Ad oggi la cura di chi resta orfano è affidata normalmente al più prossimo tra i parenti affidabili (tipicamente i suoi nonni, i genitori di chi è stato ucciso) ma la ‘privatizzazione’ di fatto della tutela di questi orfani non è sempre possibile come testimonia la stessa Giovanna, la cui nonna materna è stata uccisa insieme alla madre Rosalba.

    Allo stato dell’arte, la tutela degli orfani e delle famiglie affidatarie resta demandate a iniziative dei soggetti privati che operano in ambito sociale o di partenariati tra questi ultimi ed enti pubblici. La legge 4/2018 prevede il gratuito patrocinio degli orfani per ottenere il risarcimento del danno nei processi a carico di chi li ha resi orfani nonché un indennizzo a se stante in quanto vittime di reati intenzionali violenti e riconosce agli stessi orfani borse di studio, copertura delle spese per assistenza medica e psicologica. Manca ancora tuttavia una regia unitaria, come sottolinea la Cardile, manca una programmazione uniforme su tutto il territorio nazionale che per prima cosa censisca, attraverso apposito registro, quanti sono questi orfani, così che nei loro confronti possa essere attuato quanto prevede dalla legge 4/2018. I beneficiari della legge si stima siano 3.500 ma appunto è una stima. E manca ancora una regia che indichi delle linee guida riguardo a cosa fare, come fare per tutelare questi orfani e chi deve provvedere, così come manca una programmazione organica delle risorse necessarie per far fronte a tutto questo. Una messa a fattor comune delle attività che oggi vengono svolte frammentariamente e senza una regia a monte a tutela degli orfani consentirebbe anche di condividere le best practices, cioè i percorsi che si sono rivelati più proficui nel consentire agli orfani di superare il trauma e di avere uno sviluppo e una vita quanto più possibile identici a chi cresce in una famiglia in cui i dissapori tra i genitori (fisiologici) non sfocino in un dramma. Lo scorso 6 agosto la commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno del femminicidio ha presentato al Parlamento una relazione di 112 pagine, ma in attesa che il Parlamento prenda visione e valuti il da farsi la formazione di psicologi, avvocati e assistenti sociali che assistono gli orfani resta demandata ai soggetti che svolgono attività di filantropia.

  • Trump chiude il rubinetto all’ente che ha fatto emettere il mandato di arresto della Cpi per Putin

    Vladimir Putin è sotto mandato di arresto internazionale chiesto dalla Corte penale di giustizia (Cpi) perché accusato di sottrarre alle famiglie d’origine bambini in Ucraina per tramutarli in cittadini russi dopo averli assegnati a famiglie russe. L’accusa è stata mossa anche sulla base di una ricerca dello Yale School of Public Health’s Humanitarian Research Lab, che aveva documentato “un sistema su vasta scala di rieducazione, addestramento militare e dormitori senza precedenti” per gestire “a lungo” le migliaia di bambini ucraini (20mila secondo Kiev) rapiti in Ucraina e nei territori occupati sin dall’inizio dell’invasione nel 2022.

    Ora però, scrive il Financial Times, l’amministrazione Trump ha tagliato i finanziamenti per il laboratorio che ha anche smesso di trasferire i risultati delle sue ricerche alla Cpi (già fatta oggetto di sanzioni da parte del presidente americano), nel timore di ulteriori ritorsioni.

    Per i bambini ucraini è stata costituita “una vera e propria rete” di 210 siti, fra cui campi estivi, accademie militari, strutture mediche, campi in cui vengono sviluppati droni, strumenti per localizzare le mine, robot, di cui fa parte anche una base militare. Più della metà dei quali gestiti da entità di governo locali o federali, fra cui il ministero della Difesa e il dipartimento per la gestione delle proprietà del Cremlino. Nei due terzi di questi centri sono stati organizzati sforzi per la rieducazione dei bambini, in almeno 39 centri c’è stato indottrinamento e addestramento militare.

    Le dimensioni di questa rete hanno stupido i ricercatori che si aspettavano di scoprire un numero molto inferiore di siti. Alcuni di questi minorenni sono tornati a casa, alcuni altri sono stati individuati sui siti per le adozioni. Ma sono pochi. Melania Trump ha fatto pervenire a Vladimir Putin una lettera in cui chiedeva che i bambini fossero riportati alle loro famiglie.

     

  • Fewer school-age children vaping in Australia since ban, study says

    School-age children in Australia are vaping less, research suggests, a year after a government ban on disposable vapes came into effect.

    Vaping rates among 14 to 17 year olds fell from 17.5% at the start of 2023 to 14.6% in April this year, according to the latest update from Cancer Council Australia’s nationwide study Generation Vape.

    The survey also found rates for people aged over 15 reduced by more than a third.

    Australian Health Minister Mark Butler said vaping rates for young Australians “have now turned the corner”, adding that officials have seized more than 10 million illegal vapes in the past year.

    “Our education and prevention campaigns as well as support to deter people from taking up vaping and smoking or to quit are making a difference,” he said in a statement.

    New laws to stop single-use vapes from being made, imported, advertised and supplied in Australia were introduced in July 2024. Nicotine vapes can now only be legally purchased with a prescription at pharmacies. However, a black market for nicotine vapes has been thriving in the country for years.

    The UK similarly banned the sale of disposable vapes from June this year.

    Vapes are considered safer than normal cigarettes because they do not contain harmful tobacco – but health experts advise that they are not risk-free and the long-term implications of using them are not yet clear.

    Australian authorities – like those in the UK – were particularly concerned about the uptake of vapes by youth, with Mr Butler arguing the products were creating a new generation of nicotine addicts.

    The latest Generation Vape survey found that 85.4% of young people – from a pool of about 3,000 children aged between 14 to 17 – had never vaped.

    Less than a third of those teenagers expressed an interest in vaping, which the Cancer Council says represents a drop in curiosity about the products.

    Attitudes towards vaping among school-age children are changing too, the researchers said, pointing to interviews conducted in the study where many current or former vapers said they felt a sense of shame or embarrassment about their vape use.

    Though fewer teenagers are reporting that they’re able to buy their vapes themselves, however, tobacconists and vape shops remain a key source of vape sales, despite the new laws.

    Speaking to the Australian Broadcasting Corporation (ABC) on Wednesday, Mr Butler said he is confident the “peak of vaping” is behind Australia.

    “I know this is a really, really tough fight and we’ve got a lot more to do, not just in the area of vaping, but illicit tobacco as well,” he said.

    Tobacco use remains Australia’s leading cause of preventable death – despite some of the strongest anti-smoking laws in the world – and kills more than 24,000 people each year.

  • E’ sufficiente un passaporto americano?

    La efferata, terribile uccisione di una bambina di pochi mesi, trovata nel parco di Villa Panfili a Roma a pochi metri dal corpo della madre, assume sempre più gli aspetti di un giallo internazionale.

    Come tutti speriamo che l’uomo, dalla doppia identità, arrestato in Grecia possa essere estradato in Italia e che si possa fare luce sulle tragiche vicende che hanno portato la bambina a subire una morte atroce dopo essere stata prima affamata e picchiata.

    Rimangono ancora senza risposta anche le motivazioni che, a fronte di più controlli, effettuati in giorni diversi anche a seguito di segnalazioni da parte della polizia italiana, non si siano fatti adeguati accertamenti e non si sia portato l’uomo, più volte trovato in stato di ebrezza e in situazioni violente, in una stazione di Polizia o dei Carabinieri visto che la donna, da lui definita sua moglie, non aveva documenti e che la bambina è stata più volte vista piangere e non essere in condizione idonea per una bimba di pochi mesi.

    Un passaporto americano è sufficiente a passare sopra a comportamenti gravi che avrebbero fatto scattare invece seri provvedimenti se si fosse trattato di persona di diversa nazionalità?

    Controlli appropriati avrebbero molto probabilmente evitato almeno la morte della bambina.

  • Maltrattamenti su bambini e adolescenti: aumentati del 58% in cinque anni

    In Italia risultano in carico ai servizi sociali 374.310 minorenni, di questi 113.892 sono vittime di maltrattamento, ovvero il 30,4%. Si tratta al 31 dicembre 2023 di un aumento del 58% rispetto alla precedente indagine del 2018, in cui i minorenni in carico ai servizi sociali vittime di maltrattamento rappresentavano il 19,3%. Sul totale della popolazione minorenne residente in Italia questo significa un passaggio da 9 a 13 minorenni maltrattati ogni mille. Un’impennata registrata nell’arco di soli cinque anni.

    È quanto emerge dalla III Indagine nazionale sul maltrattamento di bambini e adolescenti in Italia, condotta Terre des Hommes e Cismai per l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, che è stata presentata stamattina nella Sala polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei ministri dall’Autorità garante Marina Terragni, dalla presidente della Fondazione Terre des Hommes Italia, Donatella Vergari, e dalla presidente Cismai, Marianna Giordano. Presente la Ministra della famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella.

    La forma di maltrattamento più frequente è il Neglect (trascuratezza) subito dal 37% dei minori, seguita dalla violenza assistita, al 34%. Violenza psicologica e maltrattamento fisico, invece, incidono rispettivamente per il 12% e l’11%. Meno diffuse risultano la patologia delle cure (4%) e l’abuso sessuale (2%). Il maltrattamento colpisce indistintamente maschi e femmine ma l’indagine riporta, per la prima volta, anche un quadro puntuale delle forme in cui ciascun genere ne è vittima. Un dato balza all’occhio: nell’87% dei casi il maltrattante appartiene alla cerchia famigliare ristretta, senza differenze a livello territoriale.

    La III Indagine nazionale sul maltrattamento di bambini e adolescenti in Italia prende in considerazione 326 comuni italiani, selezionati da ISTAT, a fronte dei 196 considerati nell’edizione precedente del 2021, comprese 12 città metropolitane, coprendo così un bacino di 2.733.645 minorenni. L’indagine analizza il fenomeno con dati al 31 dicembre 2023 e rappresenta l’unica fotografia post pandemia da Covid-19 del maltrattamento ai danni di infanzia e adolescenza.

    Dato impressionante, tra gli altri, quello della violenza assistita, che riguarda un terzo dei casi di maltrattamento. Unitamente al fatto che ben l’87 per cento di tutti i maltrattamenti avviene all’interno della cerchia familiare ristretta, quel dato segnala la necessità e l’urgenza di porre la massima attenzione alla famiglia, colpita da una crisi sempre più diffusa e profonda”, commenta l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni.

    Con questa Indagine consegniamo alle istituzioni uno strumento fondamentale affinché il nostro Paese possa costruire una risposta sempre più efficace e al passo con le avanguardie internazionali, contro la violenza a danno di bambini e bambine. – dichiara Donatella Vergari, Presidente di Terre des Hommes Italia –  A cominciare da azioni di rafforzamento del tessuto sanitario, educativo e sociale, per una più qualificata e pronta segnalazione delle vittime e per l’individuazione e accompagnamento delle fragilità genitoriali. Fattori imprescindibili di cui tenere conto in ottica di prevenzione del fenomeno.

    La III Indagine rappresenta un’importante tappa rispetto alla conoscenza, all’analisi ed alla misurazione del multiforme fenomeno del maltrattamento all’infanzia nel nostro Paese – dichiara Marianna Giordano, Presidente Coordinamento Italiano Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia (Cismai)  Lo studio permette di riflettere sull’impatto a breve medio e lungo termine sulle traiettorie di vita di bambine, bambini, adolescenti e rappresenta uno strumento prezioso per i decisori politici, per gli amministratori locali, per le operatrici e gli operatori territoriali per definire e realizzare politiche ed azioni appropriate in tutto il Paese per prevenire e contrastare la violenza e curare le piccole vittime ed i loro genitori vulnerabili”.

  • Il coraggio della paura

    Di fronte ad un episodio di tale violenza nei confronti di una bambina di prima media come quello avvenuto giovedì 10 a Mestre, non si possono esprimere parole o concetti che siano in grado anche solo fornire una vaga idea della gravità della violenza subita da una bambina di undici anni ed il dramma della bimba e dei suoi genitori.

    Il fatto che questa ragazza sia stata seguita dalla palestra e successivamente fino a casa, nonostante fosse al telefono con la sua amica, tuttavia spinge a delle considerazioni fondamentali per quanto riguarda anche il nostro sistema educativo e i valori e le sicurezze che dovremmo trasmettere ai ragazzi.

    La paura è un sentimento umano, molto spesso nasce dalla suggestione e per fortuna anche dalla semplice fantasia. Tuttavia, specialmente in realtà cittadine come quelle di Mestre, emerge come sia vitale educare le ragazze ed i ragazzi a non avere alcuna vergogna di provare una qualsiasi forma di paura e soprattutto, in questo frangente, a non vergognarsi di manifestarla chiedendo aiuto a chiunque abbiano di fronte o semplicemente entrando in un bar o un negozio per cercare un primo riparo.

    Se una ragazza si sente pedinata o in pericolo dovrebbe essere sicura e quindi non provare alcuna vergogna nel fermare le persone che possa trovare di fronte o, nel caso del tram, di chiedere aiuto al guidatore. Oppure, una volta scesa dal mezzo pubblico, entrare immediatamente in un bar e in un negozio e chiedere aiuto alle persone all’interno. E magari, contemporaneamente, chiamare la polizia ed i carabinieri dichiarando il proprio nome e cognome, l’età e chiedere aiuto in quanto si sente in pericolo a causa di un uomo che la sta seguendo.

    Quando una bambina si dovesse trovare in una situazione così terribile dovrebbe sapere di poter contare sulla possibilità di chiedere aiuto a chiunque e non affidarsi al telefonino dove trovare una voce amica ma che purtroppo la isola dal contesto. In altre parole, la tensione e lo sfaldamento sociale della nostra società fa sì che i ragazzini e le ragazzine non abbiano quella sana percezione di vivere in una società disponibile sempre ad aiutarli ed eventualmente a salvarli da situazioni potenzialmente pericolose. Questa sensazione nasce probabilmente anche da una sostanziale sfiducia nei confronti della società stessa che i giovani ragazzi non percepiscono come amica e che magari avvertono tale anche dai comportamenti degli adulti.

    Al di là delle solite, rituali quanto inutili discussioni che seguiranno questo terribile episodio, le quali otterranno il medesimo risultato di quelle successive alla morte di quel povero ragazzo in Corso del Popolo sempre a Mestre, sarebbe ora di tempo che si cominciasse a valutare e magari aggiornare anche il sistema educativo nel quale dovrebbe essere previsto anche un paradigma di comportamenti da seguire nel caso che si trovi in una situazione di paura. In questo nuovo contesto educativo la società dovrebbe insegnare alle ragazzine e a chiunque percepisca una situazione di pericolo o di paura di non vergognarsi di queste sensazione ma, viceversa, di sentirsi in diritto di cercare di superarla attraverso la richiesta di aiuto verso chiunque si trovi lungo il proprio percorso.

    E’, infatti, assolutamente incredibile che nel luogo in cui questo inseguimento è avvenuto, alle 18:30, nessuno abbia compreso la paura di questa ragazza e come lei, forse per una intima vergogna, non si sia rivolta a chiunque lei avesse incontrato per chiedere un primo aiuto.

    Molto spesso, anzi troppo spesso, si parla di società inclusiva, una definizione ideologica incapace di affrontare le problematiche sociali ma che assicura una visibilità politica ed ideologica a chi la definisce. Tanto poi, alla fine, tutti noi non siamo in grado neppure di salvare da una situazione di pericolo una bambina di 11 anni. Troppo distratti dalle nostre misere realtà quotidiane tanto da dimostrarci incapaci persino di vedere la disperazione nel volto di una bimba.

  • South Korea admits to ‘mass exporting’ children for adoption

    South Korean governments committed numerous human rights violations over decades in a controversial programme that sent at least 170,000 children and babies abroad for adoption, a landmark inquiry has found.

    It said the government’s lack of oversight enabled the “mass exportation of children” by private agencies that were driven by profit, and found examples of fraud, falsified records and coercion.

    Since the 1950s, South Korea has sent more children abroad for adoption than any other country, with most sent to Western countries.

    South Korea has sinced moved to tighten its adoption processes, but some adoptees and their biological parents say they are still haunted by what they went through. The BBC spoke to one woman who claimed her adoptive parents “took better care of the dog than they ever did of me”.

    “This is a shameful part of our history,” said Park Sun-young, the chairperson of the commission, at a press briefing.

    “While many adoptees were fortunate to grow up in loving families, others suffered great hardship and trauma due to flawed adoption processes. Even today, many continue to face challenges.”

    The report was released on Wednesday by the independent Truth and Reconciliation Commission following an investigation that began in 2022.

    Since then, 367 adoptees – all of which were sent overseas between 1964 and 1999 – had filed petitions alleging fradulent practices in their adoption process.

    Some 100 petitions have been analysed so far, of whom 56 adoptees were recognised as victims of human rights violations. The commission is still investigating other cases, with the inquiry set to end in May.

    In the aftermath of the Korean war, South Korea was one of the poorest countries in the world and few families were keen on adopting children.

    South Korea’s government then began a transnational adoption programme handled by private agencies, which were given significant powers through special adoption laws.

    But there was a “systemic failure in oversight and management”, which led to numerous lapses committed by these agencies, according to the report.

    The report noted that foreign agencies had demanded a set number of children every month and Korean agencies complied, “facilitating large-scale intercountry adoptions with minimal procedural oversight”.

    With no government regulation on fees, the Korean agencies charged large amounts and demanded “donations”, which turned adoptions into “a profit-driven industry”, according to the report.

    Other lapses include adoptions conducted without proper consent from birth mothers and inadequate screening of adoptive parents.

    The agencies also fabricated reports that made children appear as if they were abandoned and put up for adoption; and intentionally gave children wrong identities.

    Because many adoptees had false identities listed in their paperwork, they now struggle to obtain information about their birth families and are left with inadequate legal protection, the report noted.

    The commission has recommended the government deliver an official apology, and to comply with international standards on transnational adoptions.

    ‘I have had a painful and miserable life’

    South Korea has moved to tighten its adoption processes in recent years. In 2023, it passed a law ensuring that all overseas adoptions would be handled by a government ministry instead of private agencies, which is due to come into effect by July.

    The South Korean government has yet to respond to Wednesday’s report.

    Inger-Tone Ueland Shin, 60, was one of the petitioners whose cases were investigated by the commission. She was adopted by a Norwegian couple when she was 13 – and discovered later on that her adoption was illegal.

    The couple, who were in their 50s at the time, had initially applied to adopt but were rejected by Norwegian authorities as they were too old.

    They then travelled to South Korea and visited an orphanage, where they selected Inger-Tone and took her with them to Norway.

    The couple only submitted an adoption application to Norwegian authorities years later. The authorities approved it, despite acknowledging the illegality of Inger-Tone’s situation, because they determined that by then she had “no connection to Korea anymore”.

    Inger-Tone told the BBC she had great difficulty adjusting to life in Norway, and also alleged her adoptive father sexually abused her.

    “They took better care of the dog than they ever did of me,” she said. “It was so painful. I wasn’t able to talk or express myself, other than crying at night”.

    In 2022, she successfully sued her local government in Norway and was awarded damages. She also received her local government’s acknowledgment that it was liable for “failing to supervise” her adoptive home.

    Her adoptive parents have since died.

    “They have never spent time in prison for what they’ve done to me. They criminally picked up a child outside of the country… nobody has taken responsibility for what they did to me,” she said.

    While she is satisfied with the results of the commission’s investigation, she said: “I have been living in the wrong country and I have had a painful and miserable life.”

    “I don’t wish this for anyone and I sincerely hope they do not adopt any more children out of Korea.”

  • Allarme sanitario dell’Unicef per l’Africa sudorientale

    Le emergenze sanitarie, tra cui i focolai di colera, di vaiolo e, più recentemente, di febbri emorragiche virali, rappresentano una minaccia significativa per la sicurezza e il benessere di milioni di bambini nell’Africa orientale e meridionale. Lo denuncia in una nota il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), secondo cui l’elevato numero di crisi sanitarie, spesso aggravate da shock climatici, sta colpendo comunità già vulnerabili e aggrava i rischi per i bambini della regione. “L’allarmante frequenza delle emergenze sanitarie e delle epidemie nella regione sta distruggendo le reti di sicurezza vitali per i bambini, privandoli del diritto a un ambiente sicuro e accogliente”, ha dichiarato Etleva Kadilli, direttrice regionale dell’Unicef per l’Africa orientale e meridionale. “Le parti interessate a livello globale e regionale devono unirsi per rafforzare i sistemi di protezione offerti dalle famiglie, dalle comunità e dai servizi statali per garantire che ogni bambino possa crescere, anche di fronte a molteplici sfide”, ha aggiunto.

    Nel 2025, 17 Paesi dell’Africa orientale e meridionale sono alle prese con molteplici emergenze sanitarie, la maggior parte delle quali è costituita da focolai di malattie prevenibili da vaccino come la poliomielite, il morbillo e la difterite. Anni di tassi di immunizzazione stagnanti e in calo in molti Paesi della regione hanno portato a una recrudescenza di queste malattie prevenibili. La regione sta vivendo importanti focolai di febbri emorragiche virali, tra cui la malattia da virus Marburg in Tanzania e la malattia di Ebola causata dal virus Sudan in Uganda. Inoltre, il vaiolo continua a rappresentare un problema sanitario significativo, in particolare in Burundi e Uganda, con rischi di trasmissione transfrontaliera a causa degli elevati livelli di movimento della popolazione. Inoltre, il colera sta attualmente colpendo 12 Paesi, tra cui Angola, Burundi, Sud Sudan, Zambia e Zimbabwe, con la regione che registra il maggior numero di decessi per colera e diarrea acquosa acuta a livello globale. I bambini sono intrinsecamente più vulnerabili all’impatto fisico di queste malattie a causa del loro sistema immunitario in via di sviluppo e delle loro caratteristiche fisiologiche uniche. I rischi sono ancora maggiori per i bambini che soffrono di malnutrizione.

    Inoltre, quando un membro della famiglia si ammala, è più probabile che i bambini sperimentino un disagio psicologico e siano maggiormente a rischio di abusi, violenze o addirittura lavoro minorile come strategia di sopravvivenza per le famiglie colpite. I rischi per i bambini, in particolare per le bambine, che spesso sono responsabili dell’assistenza ai membri della famiglia colpiti, aumentano con il convergere di crisi multiple. Durante le emergenze sanitarie, le donne e le bambine sono spesso a maggior rischio di abusi sessuali, violenza e sfruttamento a causa della separazione familiare, dell’interruzione dei servizi sociali come l’istruzione e l’assistenza sanitaria e della maggiore vulnerabilità economica. Queste emergenze concomitanti e spesso cicliche mettono a dura prova le capacità di risposta, compromettendo gli importanti risultati ottenuti nel rafforzamento dei servizi sociali. Oltre a fornire forniture essenziali, lavorare con le comunità e sostenere l’accesso all’istruzione, alla salute, alla nutrizione, all’acqua e ai servizi igienici, l’Unicef sta lavorando in tutta la regione per proteggere i bambini da abusi, sfruttamento e violenza.

    L’Agenzia Onu sta inoltre lavorando per garantire la continuazione dei servizi essenziali per i bambini in modo sicuro, rispettoso e dignitoso per le bambine e i bambini di tutte le età, compresi i bambini con disabilità e altri gruppi vulnerabili. Tuttavia, data la portata delle emergenze sanitarie, l’aumento dei finanziamenti e il sostegno internazionale restano fondamentali. “In qualsiasi emergenza, i bambini e le persone più vulnerabili sono quelli che soffrono di più”, ha dichiarato Kadilli. “Oltre agli investimenti nelle infrastrutture e nei servizi essenziali, alla promozione dell’immunizzazione di routine e all’intervento sui determinanti sociali della salute, è necessario continuare a dare priorità a finanziamenti sostenuti per gli sforzi di protezione, al fine di sostenere il benessere generale dei bambini nella regione”, ha concluso.

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