Bambini

  • Adozione dei bimbi ucraini orfani: Cristiana Muscardini scrive alla Presidente del Parlamento Europeo Metsola

    Gentile Presidente,

    la Sua nota e lodevole attenzione ai problemi derivati dalla  tragica guerra in Ucraina, voluta e continuata con estrema ferocia da Vladimir Putin, l’avrà certamente posta a conoscenza di tanti bambini, sia già precedentemente ospiti di orfanotrofi che rimasti privi di parenti.

    L’Ucraina è un Paese candidato all’adesione, la guerra, trascinandosi ormai per il quinto anno, vede molti bambini divenire adolescenti senza la vicinanza di una famiglia mentre vi sono molte persone, nei paesi dell’Unione, sia coppie che single, idonee all’adozione, persone che potrebbero garantire un’educazione e una crescita serene a coloro che sono da tempo vittime della tragica realtà del conflitto.

    Non ritiene che potrebbe essere aperto un canale, con le autorità ucraine, per poter agevolare il percorso adottivo dei bambini ucraini, privi di familiari, da parte di quei cittadini europei che potrebbero garantire loro una vita sicura e serena?

    L’infanzia e l’adolescenza sono, per molti aspetti, difficili per tutti, specie se si è contornati da realtà tragiche e dolorose e credo sarebbe giusto cercare una strada per alleviare le sofferenze e dare nuove opportunità ai bambini soli, attraverso l’affetto, la cura, l’attenzione, la sicurezza che adulti responsabili possono offrire.

    La ringrazio per l’attenzione e in attesa di conoscere il Suo pensiero Le formulo i migliori auguri per il Suo delicato e difficile impegno.

    Cristiana Muscardini

  • Prendere decisioni serie

    Continua la tragedia – farsa dei bambini nel bosco, mentre le guerre infuriano e tanti bambini rimangono orfani, sbalestrati da situazioni terrorizzanti, privi a volte della stessa identità, quando arrivano da soli sui barconi dei trafficanti di esseri umani, ed altri bambini rimangono feriti ed uccisi, rimane strabiliante la decisione di allontanare la mamma del bosco dai suoi bambini.

    I bambini continuano ad essere le prime vittime di magistrature politicizzate ed ideologizzate come abbiamo più volte scritto raccontando le tragedie umane prodotte dallo Jugendamt tedesco.

    L’Europa con le frontiere aperte per le merci, che legifera su tutto, anche su quanto sarebbe di miglior competenza degli Stati nazionali, non ha ancora trovato la volontà politica ed il coraggio di difendere i bambini e la loro necessità, eventualmente anche sotto un controllo di personale veramente qualificato, di vivere con i genitori.

    Sulla scia dello Jugendamt ora anche l’Italia, che non ha mai fatto niente per difendere i genitori italiani privati, dalla Germania, del loro diritto di vedere i figli, si adegua impedendo alla mamma di stare con i suoi bambini, anche all’interno della cosiddetta casa protetta.

    Nel frattempo i bambini dei nomadi non vanno a scuola, vivono nella sporcizia, imparano a rubare e a fare accattonaggio ed altri minori sono relegati nei campi e nelle strutture per extracomunitari perdendo ogni possibilità di inserimento.

    Dire che c’è qualcosa che non va è decisamente riduttivo, qui non stanno funzionando troppe cose e al di là delle dichiarazioni politiche, che servono solo a qualche riga sui social, è arrivato il momento di prendere decisioni serie.

    La vicenda dei bambini nel bosco dovrebbe imporre alle forze politiche a formulare finalmente proposte globali e serie per l’effettiva tutela dei minori non dimenticando che, da destra come da sinistra, il silenzio dei governi italiani ed europei, sullo Jugendamt e non solo, è una macchia che andrebbe finalmente cancellata.

  • Mamme

    C’è una mamma, nel bosco, che aspetta le ridiano i figli quasi sequestrati da apparati dello Stato che invece si guardano bene dall’intervenire nei tanti, troppi casi di maltrattamento, indigenza, sporcizia, degrado nei quali vivono bambini nomadi o figli di famiglie “precarie”.

    C’è una mamma in carcere perché ha ucciso la sua bambina di due anni portandone in giro il cadavere in macchina per ore e chi poteva intervenire prima non lo ha fatto, una mamma assassina e non è la sola.

    C’è una mamma che disperata spera in un cuore nuovo per il suo bambino martirizzato da un’operazione sbagliata, da incuria, ignoranza, pressappochismo.

    E ci sono le mamme ucraine che tremano ogni giorno per i loro figli al fronte ma ugualmente difendono con dignità e coraggio il diritto alla libertà della loro patria.

    E ci sono le mamme di Gaza, quelle che vedono la tragedia dei loro bambini vittime di altre madri che hanno insegnato ai loro figli non la pietà e l’amore ma l’odio ed il martirio dei kamikaze.

    Ci sono le mamme dei tanti paesi che vivono sotto dittature violente o assediate dalla violenza dei fanatici e dei terroristi, mamme senza cibo né acqua per i loro figli, mamme alle quali non diamo abbastanza ascolto.

  • Traffico di aspiranti calciatori, la versione della tratta di esseri umani del XXI secolo

    La tratta di essere umani esiste ancora oggi. Non nella versione dei secoli scorsi, ma sotto forma di “football trafficking”, tratta dei calciatori.

    Molti ragazzi del Vecchio Continente che sognano una carriera sui campi di calcio finiscono infatti vittime di truffe, ricatti ed estorsioni. Una promessa di un provino può facilmente adescare questi ragazzi e condurli a ritrovarsi vittime di rapimenti, nel migliore delle ipotesi a fini di riscatto, per ottenere versamenti in denaro da parte delle loro famiglie. Sono migliaia i ragazzi, spesso minorenni, che vengono portati illegalmente all’estero, con documenti falsificati e tutori fittizi; coloro che non riescono a ottenere un contratto vengono abbandonati senza soldi né documenti, diventando immigrati clandestini e prede facili di ulteriori forme di sfruttamento. Secondo l’ong Foot Solidaire, ogni anno circa 15.000 giovani da tutta l’Africa partono con la speranza di diventare calciatori professionisti. «Si parla di 60.000 minori coinvolti in dieci anni, ma ci sono anche stime che parlano di numeri ancora più alti» racconta Paola Cereda, psicologa e scrittrice.

    «La Fifa, la federazione internazionale del calcio, ha cercato di arginare il fenomeno vietando il trasferimento dei minori non accompagnati, ma le leggi vengono aggirate attraverso finte accademie di calcio e falsi procuratori» denuncia ancora Cereda. La morte del 17enne senegalese Cheikh Touré nei mesi scorsi è stato un triste monito per le migliaia di giovani talenti che ogni anno rischiano la vita cadendo vittime di reti di trafficanti senza scrupoli che mercificano e tradiscono il sogno.

    In Italia la Procura di La Spezia ha identificato i13 adolescenti nigeriani che tra il 2013 e il 2017 sono giunti dalla scuola calcio di Abuja e dopo essere transitati da un torneo giovanile in Europa, a Rijeka o in Liguria, sono arrivati in Italia come minori non accompagnati. Entrati nelle giovanili dello Spezia, sono stati affidati a famiglie italiane legate alla società ligure, parcheggiati in prestito in club dilettantistici della zona e infine ceduti altrove. Anche se l’inchiesta penale non è stata convalidata da sentenze di accoglimento delle ipotesi accusatorie dei PM da parte dei giudici, la Fifa ha comminato sanzioni alla società calcistica della città ligure.

  • Progetto in 250 scuole elementari contro la violenza di genere

    ‘Storie spaziali per maschi del futuro’ è il nome del progetto volto a proporre nuovi modelli contro gli stereotipi che in 250 scuole elementari si prefigge di contrastare la violenza di genere e far comprendere fin da bambini l’importanza del consenso nelle relazioni sociali, così da accompagnare i futuri ragazzi e adulti in un percorso di accettazione delle proprie fragilità e di gestione di emozioni come la rabbia e la tristezza. Guidato da fondazione Libellula con l’autrice Francesca Cavallo e ScuolAttiva Onlus, il progetto è stato presentato alla Camera alla presenza di parlamentari del Pd (Filippo Sensi), M5s (Stefania Ascari) e Avs (Francesca Ghirra): da marzo porterà fiabe, formazione docenti e strumenti educativi in 250 scuole su tutto il territorio nazionale (il 60% delle quali nelle periferie delle nostre città) coinvolgendo migliaia di bambini, insegnanti e famiglie per promuovere “modelli maschili più liberi, empatici e inclusivi”.

    Il nome dato al progetto rimanda al libro scritto da Cavallo, “Storie spaziali per Maschi del Futuro”, una raccolta di fiabe che affronta gli stereotipi di genere che “danneggiano non solo le bambine, ma anche i bambini maschi, mettendo in discussione modelli tradizionali di maschilità legati al principe azzurro al supereroe – si spiega -. Attraverso la narrazione il libro apre spazi nuovi per immaginare un maschile capace di fragilità, ascolto ed empatia”.

    Al 30 settembre scorso, secondo l’Osservatorio permanente sui delitti di genere pubblicato sul sito di ‘Non una di meno’, in Italia risultavano «70 femminicidi, 3 suicidi indotti di donne, 1 suicidio indotto di un ragazzo trans, 1 suicidio indotto di una persona non binaria, 1 suicidio indotto di un ragazzo, 6 casi in fase di accertamento. Inoltre, ci sono stati almeno altri 62 tentati femminicidi riportati nelle cronache on line di media nazionali e locali e almeno due ragazzi uccisi dal padre». «Tra le persone uccise – si legge sul sito -, la vittima più giovane aveva 1 anno, la più anziana 93. Le vittime hanno un’età media di 55 anni. Si contano 12 casi con denunce o segnalazioni per violenza, stalking, persecuzione nei mesi precedenti. Due persone uccise erano sex worker, 13 persone uccise avevano una disabilità o una malattia grave, spesso cronica o degenerativa, 10 i casi in cui gli minori hanno assistito al femminicidio, 54 gli minori sono rimasti orfani in seguito al femminicidio della madre».

    Il report ha analizzato anche l’identità degli assassini e le modalità delle aggressioni: «Nei 70 casi accertati di omicidio, il colpevole o presunto tale ha un’età media di 51 anni. Il più giovane aveva 19 anni al momento del delitto, il più anziano 91. Ventidue uomini colpevoli si sono suicidati subito dopo aver compiuto l’omicidio. Ciò significa che non sarà possibile procedere per via giudiziaria e dunque attestare la gravità del gesto e le motivazioni di genere e patriarcali della violenza espressa. Altri 6 uomini colpevoli hanno tentato di togliersi la vita». «Nella quasi totalità dei casi – si legge ancora -, l’assassino era conosciuto dalla persona uccisa. Nel 50 per cento dei casi l’assassino era il marito, il partner, il convivente (35 casi). In 13 casi, a compiere il gesto è stato l’ex partner da cui la persona uccisa si era separata o aveva espresso l’intenzione di separarsi. In 11 casi, l’omicida è il figlio. Negli altri casi la relazione con la vittima era: amico, nipote, cliente, o conoscente». E ancora: «Dei 70 casi accertati di omicidio, 21 sono morte per accoltellamento, e 12 per i colpi di arma da fuoco. Altre cause del decesso sono soffocamento o strangolamento (16), percosse, colpi di forbici, colpi d’ascia, caduta dalla finestra».

  • Nel mondo 160 milioni di bambini lavorano anziché andare a scuola

    L’Unicef stima che più di 160 milioni di bambini siano coinvolti in forme di lavoro minorile, diffuso soprattutto nell’Asia-Pacifico e nell’Africa subsahariana. Secondo la Banca Mondiale, poi, 69 milioni di bambini soffrono di malnutrizione, e tre quarti di loro vivono nei Paesi in via di sviluppo.

    Famiglie con un tenore di vita inferiore ai due dollari al giorno, come accade al 40% della popolazione dell’Africa subsahariana, tendono a vedere nei figli una risorsa economica piuttosto che qualcuno da educare, tramite la scuola.

    Il lavoro minorile più diffuso è quello familiare: invisibile, difficile da quantificare, ma presente in ogni angolo del mondo. Il 72% dei minori lavoratori si muove tra campi, cucine, stalle e botteghe. Le cifre sono parlano di più di 122 milioni di bambini lavorano in agricoltura, solo 37 milioni nelle zone urbane. Tra i 5 e gli 11 anni, un bambino su quattro svolge mansioni pericolose per la salute, la sicurezza o la dignità. E chi non va a scuola ha più del doppio delle probabilità di lavorare. Le bambine poi in Paesi come Pakistan e Afghanistan sono costrette ad abbandonare la scuola molto prima dei loro coetanei maschi per occuparsi di cure domestiche, lavori informali o fare i conti con gravidanze precoci e matrimoni forzati.

    Esiste poi purtroppo anche la tratta di minori. Ogni anno migliaia di minori vengono sottratti alle loro famiglie con false promesse: un lavoro, un futuro, una cura. Secondo l’Unodoc (United nations office on drugs and crime), nel 2020 quasi 20.000 minori sono stati identificati come vittime di tratta. Ma il numero reale è molto più alto. La percentuale è triplicata in 15 anni. In Africa subsahariana, i bambini trafficati vengono sfruttati nel lavoro forzato. In America Centrale, le adolescenti finiscono in reti di sfruttamento sessuale. In Asia meridionale il matrimonio forzato è ancora pratica diffusa.

    «Il mondo ha compiuto progressi significativi nella riduzione del numero di bambini e adolescenti costretti al lavoro. Eppure, troppi bambini continuano a lavorare nelle miniere, nelle fabbriche o nei campi, spesso svolgendo lavori pericolosi per sopravvivere», ha dichiarato Catherine Russell, Direttrice Generale dell’UNICEF. «Sappiamo che i progressi per porre fine al lavoro minorile sono possibili attraverso l’applicazione di tutele legali, l’estensione della protezione sociale, l’investimento in un’istruzione gratuita e di qualità e il miglioramento dell‘accesso al lavoro dignitoso per gli adulti. I tagli su scala globale dei finanziamenti minacciano di far retrocedere le conquiste faticosamente ottenute. Dobbiamo impegnarci a garantire che i bambini siano nelle aule e nei campi da gioco, non al lavoro».

  • Avviare una nuova politica per la tutela dei minori, in Italia e in Europa

    Puntualmente, sprezzanti delle celebrazioni del 20 novembre, la Giornata Universale dei Bambini, i giudici, forse nel tentativo di imitare lo Jugendamt tedesco, hanno portato via i bambini che vivevano nel bosco con i loro genitori.

    Siamo purtroppo abituati a vedere bambini semi abbandonati, dai campi rom a certe estreme periferie, senza che alcuno intervenga e vorremmo che il governo trovasse la formula per provvedere a questa emergenza, ma non avremmo mai immaginato che si potessero sottrarre i bambini ai genitori, con i quali vivono, accuditi pur nella totale semplicità.

    I motivi per togliere un minore ai propri genitori sono ben chiari: genitori drogati od alcolizzati, situazioni ambientali di grave degrado (violenze, immondizie, sporcizia), mancanza di cure sanitarie, mancanza di istruzione, mancanza di rapporti sociali, costrizione al lavoro, pratiche sessuali etc.

    Nessuno di questi motivi era presente nella vita dei bambini del bosco e non può essere certo la mancanza di elettricità una motivazione altrimenti per la mancanza d’acqua, in decine e decine di paesi in Sicilia, e non solo, i giudici dovrebbero sottrarre, alle famiglie, centinaia di bambini.

    Fortunatamente sembra, poi vedremo i risultati, che anche il governo abbia manifestato stupore e intenzione di indagare su quanto accaduto e che, da diverse parti politiche e mediatiche, si voglia andare a fondo per ripristinare il diritto, alla famiglia del bosco, di vivere in pace.

    Auguriamo ai bambini ed ai loro genitori di tornare presto, tutti insieme, nella loro casa, con i loro amici animali, in sicurezza e libertà.

    Speriamo vivamente che la vicenda non si trasformi nel solito contenzioso tra governo e magistratura o in una squallida operazione di contrapposizione politica.

    La vicenda potrebbe dare finalmente l’avvio ad una nuova politica per la tutela dei minori, in Italia e in Europa, cominciando anche a capire meglio l’incongruenza, specie nel terzo millennio, di un organismo come lo Jugendamt in Germania, con conseguenze anche per i cittadini di altri stati, e occupandosi, con nuove adeguate norme, di più e meglio dei bambini di famiglie povere e di quelli che vivono nei campi rom.

  • Da Putin allo Jugendamt la giornata internazionale dei bambini

    Il venti novembre è stata la Giornata Mondiale per l’Infanzia.

    La difesa dei bambini dovrebbe essere una priorità comune e condivisa

    Mentre in alcuni paesi i bambini sfilavano e enunciavano i punti della Carta, nata per difendere i loro diritti, in altri si contavano i bambini morti o gravemente feriti.

    Tanti ricordano, anche in modo non sempre civile, i bambini palestinesi che non sono stati risparmiati dalle bombe, pochi sottolineano come la guerra d’invasione, che Putin ha scatenato contro l’Ucraina, continui a massacrare bambini ed adolescenti.

    Se Israele bombardava alla ricerca dei terroristi di Hamas, Putin bombardava e bombarda le abitazioni civili solo per distruggere il popolo ucraino, e quale modo migliore, per cercare di piegare il coraggio disperato di chi difende la propria terra e libertà, se non quello di colpire gli inermi? Di minare il futuro uccidendo o sottraendo bambini?

    Tutti sappiamo che il futuro di ogni popolo è legato alla vita dei propri figli. Uccidere i bambini ucraini o rapirli e deportarli è la strada che Putin ha scelto per cercare di distruggere la storia, la cultura del popolo ucraino e questo delitto, che continua a perpetrare, non distoglie il presidente americano dal suo obiettivo di un accordo, per lui vantaggioso economicamente, che segni la resa dell’Ucraina allo zar, assassino e rapitore.

    Si parla poco di quanto è avvenuto ed avviene perché in fondo anche l’Europa ha i suoi scheletri nell’armadio, basta pensare allo Jugendamt, l’istituto tedesco che può sequestrare i bambini di coppie binazionali ed imporre loro di vivere in Germania senza più avere contatti col genitore non tedesco.

    La Carta Universale dei bambini elenca i loro diritti, il diritto alla famiglia è ben evidenziato ma ci sono troppi bambini che, per disgrazia, non ce l’hanno e troppi altri che ce l’hanno ma ne sono stati privati dalla mano di un uomo, come Putin, o da un ente pubblico come lo Jugendamt.

    Allora cerchiamo tutti di dire meno parole emozionanti e invece di adoperarci perché le ingiustizie finiscano ed i bambini tornino ai loro genitori, ai loro parenti e alle guerre ingiuste si sostituisca una pace giusta.

  • Orfani di femminicidio: un libro per richiamare l’attenzione sulle vittime collaterali

    Ci sono spesso delle vittime collaterali nei casi di femminicidio o comunque di assassinio di uno dei genitori da parte dell’altro (o della persona con cui si è creata una nuova relazione): sono i figli di chi viene assassinato.

    Giovanna Cardile, la cui madre Rosalba nel 1985 è stata uccisa da suo marito (padre della stessa Giovanna), porta in luce questa realtà attraverso il libro «Due vite in una – Storia di una rinascita» in cui racconta la sua esperienza e come ha subito e reagito a quel trauma. Il libro è dichiaratamente scritto proprio per offrire a chi abbia vissuto traumi analoghi l’aiuto ed i consigli di chi ha fatto quella stessa esperienza. E mira anche a richiamare l’attenzione dello Stato perché accanto alla prevenzione di simili episodi e alla punizione di chi non è stato bloccato per tempo provveda anche alla cura di chi è rimasto vittima collaterale di quella violenza. L’autrice invoca la creazione di un registro nazionale degli orfani di femminicidio (o anche, caso più raro nei fatti, di uccisione del padre da parte della compagna di questi) in base al quale fornite aiuto sia psicologico che materiale.

    Ad oggi la cura di chi resta orfano è affidata normalmente al più prossimo tra i parenti affidabili (tipicamente i suoi nonni, i genitori di chi è stato ucciso) ma la ‘privatizzazione’ di fatto della tutela di questi orfani non è sempre possibile come testimonia la stessa Giovanna, la cui nonna materna è stata uccisa insieme alla madre Rosalba.

    Allo stato dell’arte, la tutela degli orfani e delle famiglie affidatarie resta demandate a iniziative dei soggetti privati che operano in ambito sociale o di partenariati tra questi ultimi ed enti pubblici. La legge 4/2018 prevede il gratuito patrocinio degli orfani per ottenere il risarcimento del danno nei processi a carico di chi li ha resi orfani nonché un indennizzo a se stante in quanto vittime di reati intenzionali violenti e riconosce agli stessi orfani borse di studio, copertura delle spese per assistenza medica e psicologica. Manca ancora tuttavia una regia unitaria, come sottolinea la Cardile, manca una programmazione uniforme su tutto il territorio nazionale che per prima cosa censisca, attraverso apposito registro, quanti sono questi orfani, così che nei loro confronti possa essere attuato quanto prevede dalla legge 4/2018. I beneficiari della legge si stima siano 3.500 ma appunto è una stima. E manca ancora una regia che indichi delle linee guida riguardo a cosa fare, come fare per tutelare questi orfani e chi deve provvedere, così come manca una programmazione organica delle risorse necessarie per far fronte a tutto questo. Una messa a fattor comune delle attività che oggi vengono svolte frammentariamente e senza una regia a monte a tutela degli orfani consentirebbe anche di condividere le best practices, cioè i percorsi che si sono rivelati più proficui nel consentire agli orfani di superare il trauma e di avere uno sviluppo e una vita quanto più possibile identici a chi cresce in una famiglia in cui i dissapori tra i genitori (fisiologici) non sfocino in un dramma. Lo scorso 6 agosto la commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno del femminicidio ha presentato al Parlamento una relazione di 112 pagine, ma in attesa che il Parlamento prenda visione e valuti il da farsi la formazione di psicologi, avvocati e assistenti sociali che assistono gli orfani resta demandata ai soggetti che svolgono attività di filantropia.

  • Trump chiude il rubinetto all’ente che ha fatto emettere il mandato di arresto della Cpi per Putin

    Vladimir Putin è sotto mandato di arresto internazionale chiesto dalla Corte penale di giustizia (Cpi) perché accusato di sottrarre alle famiglie d’origine bambini in Ucraina per tramutarli in cittadini russi dopo averli assegnati a famiglie russe. L’accusa è stata mossa anche sulla base di una ricerca dello Yale School of Public Health’s Humanitarian Research Lab, che aveva documentato “un sistema su vasta scala di rieducazione, addestramento militare e dormitori senza precedenti” per gestire “a lungo” le migliaia di bambini ucraini (20mila secondo Kiev) rapiti in Ucraina e nei territori occupati sin dall’inizio dell’invasione nel 2022.

    Ora però, scrive il Financial Times, l’amministrazione Trump ha tagliato i finanziamenti per il laboratorio che ha anche smesso di trasferire i risultati delle sue ricerche alla Cpi (già fatta oggetto di sanzioni da parte del presidente americano), nel timore di ulteriori ritorsioni.

    Per i bambini ucraini è stata costituita “una vera e propria rete” di 210 siti, fra cui campi estivi, accademie militari, strutture mediche, campi in cui vengono sviluppati droni, strumenti per localizzare le mine, robot, di cui fa parte anche una base militare. Più della metà dei quali gestiti da entità di governo locali o federali, fra cui il ministero della Difesa e il dipartimento per la gestione delle proprietà del Cremlino. Nei due terzi di questi centri sono stati organizzati sforzi per la rieducazione dei bambini, in almeno 39 centri c’è stato indottrinamento e addestramento militare.

    Le dimensioni di questa rete hanno stupido i ricercatori che si aspettavano di scoprire un numero molto inferiore di siti. Alcuni di questi minorenni sono tornati a casa, alcuni altri sono stati individuati sui siti per le adozioni. Ma sono pochi. Melania Trump ha fatto pervenire a Vladimir Putin una lettera in cui chiedeva che i bambini fossero riportati alle loro famiglie.

     

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