Bambini

  • Perché signor maestro?

    Per diversi anni ho avuto la fortuna e la grande responsabilità di partecipare a progetti di educazione ambientale in molte scuole di ogni ordine e grado del nostro Paese, da Nord a Sud. Migliaia gli studenti che ho incontrato e con i quali ho potuto condividere bellissimi momenti di formazione e dibattito sull’importanza di un ambiente pulito per la nostra sopravvivenza e sul peso che ogni nostra azione può comportare per le attuali e future generazioni.

    Molti erano adolescenti e studenti universitari ma moltissimi i bambini i quali, soprattutto loro, con la loro disarmante intelligenza e purezza d’animo hanno spesso fatto emergere tutte le più evidenti e macroscopiche contraddizioni del nostro sistema sociale e, più in generale, del nostro modo di vivere e pensare al loro futuro.

    “Perché signor maestro (così mi chiamavano i più piccoli) se sappiamo che ci sono cose che fanno male alla natura si continuano a fare?”

    Domanda che, tradotta in linguaggio adultese si traduce in altre mille sotto domande. Perché maestro se ci insegnate che possiamo vivere grazie all’ossigeno continuate ad abbattere boschi e foreste? Perché maestro se ci insegnate che possiamo vivere grazie all’acqua continuate a inquinarla? Perchè maestro se ci insegnate che le merendine industriali, le bevande zuccherate, i cibi con i coloranti, i conservanti, ecc fanno male alla salute continuate a produrli, a farli produrre, a pubblicizzarli, a comprarceli e a darceli nelle mense scolastiche?

    Perchè maestro se ci insegnate che la plastica, le automobili, le fabbriche chimiche, i vestiti sintetici, ecc fanno male all’ambiente (e alla salute di tutti) continuate a produrli e a farli produrre? Perchè maestro se ci insegnate che la guerra è brutta continuate a farla dentro e fuori casa? Perché maestro se sapete che portare zaini che pesano quasi la metà di noi provoca problemi alla nostra crescita continuate a farci avere sempre più libri? Perchè maestro se sapete che ci sono nel mondo milioni di persone (di cui la maggior parte bambini) che vengono sfruttate, torturate ed anche uccise per produrre beni di consumo per le nostre società continuate a commercializzarli e a comprarli? Perché maestro se ci insegnate a scuola (e anche a casa) a non litigare, a rispettare gli altri, a condividere con gli altri, a rimettere in ordine dopo aver giocato, a pulire dopo aver sporcato, a chiedere scusa dopo aver fatto un torto, a mangiare più verdure, a non sporcare per terra ecc voi continuate a mangiare male, a inquinare, a disboscare, a litigare, a fare guerre, a non tutelare i più deboli e a non pensare alle conseguenze delle vostre azioni?

    In altre parole ancora, perché maestro ci dite di fare quello che non fate e pretendete che noi facciamo quello che non fate voi?

    Signor Maestro, noi siamo solo dei bambini. Impariamo soprattutto per imitazione. Un gesto vale più di mille parole. È così oggi per noi come era così per voi alla nostra età. Credete davvero che sia sufficiente riempirci di tanti complimenti o di rimproveri per diventare persone positive per noi stessi e gli altri? Credete davvero che non vediamo come stanno veramente le cose? Quanto tempo passa, secondo voi, prima che comprendiamo che le favole (dei principi e delle principesse) non esistono? Se continuate a dirci di fare cose che voi non fate non impariamo altro che mentire a noi stessi e agli altri è quello che dobbiamo fare per (soprav)vivere. Se continuate a stare voi e a lasciare noi davanti alla televisione, al cellulare o al tablet per ore non impariamo altro, da tutto quello che vediamo, che per essere accettati dagli altri bisogna soprattutto truccarsi, trasformarsi ed atteggiarsi per quello che non siamo e che i vincitori il più delle volte sono i più furbi e i più violenti. Noi siamo solo dei bambini. Cuccioli d’uomo con un cervello evoluto per imparare a trovare soluzioni per sopravvivere. Vi rendete conto o no che ogni giorno, dappertutto (per strada, in TV, in internet, etc.) ci fate vedere centinaia di nuovi cibi, giocattoli, esperienze e tante altre cose che stimolano il nostro (e vostro) bulimico desiderio di possederle? Noi non siamo capricciosi di natura, è la vostra società che ci bombarda di sempre nuovi stimoli erotico-cibo-consumistici (“vieni”, “prendimi”, “comprami”, “mangiami” etc.). E quanto tempo passa ai giorni nostri, secondo voi, prima che ci formiamo l’idea che sia soprattutto il denaro il mezzo giusto per ottenere ciò che si vuole (indipendentemente se sia sano, utile o meno).

    Signor maestro, non meravigliatevi allora se molti di noi manifestano problemi comportamentali (tic, violenza, baby gangs, prostituzione per denaro, scarsa socializzazione, sindromi di ogni sorta, etc), problemi mentali (depressione, ansia, stress, schizofrenia, bipolarismo, scarsi livelli di attenzione, memoria, etc.) problemi fisici e alimentari (bulimia e/o anoressia, diabete, etc.)… o se esistono solo ospedali per bambini o solo carceri per adolescenti.

    Avete voluto (o accettato) questo modello di società che porta l’individuo a consumare in modo scriteriato, impulsivo e irrazionale? Figli compresi? Questo è il risultato: un pianeta distrutto e desertificato dalla somma dei consumi di tutti (i popoli più ricchi).

    Nessun giudizio. Per carità. Siamo solo dei bambini. Forse ci saremmo cascati anche noi ai vostri tempi. Soprattutto se si cresce educati che questa è la migliore società della storia. La migliore società possibile. Quella con più diritti per tutti.

    Non giudichiamo. Siamo solo dei bambini. Ci sembrerebbe logico consigliarvi di smettere innanzitutto voi adulti di fare tutte quelle cose che ci insegnate che fanno male ma è chiaro che o non avete capito che fanno male o siete ormai troppo dipendenti dalle stesse per riuscire a smettere di farle.

    Nel contempo, signori maestri, il nostro diritto di vivere e crescere sani in un ambiente sano è sempre meno garantito, così come il nostro futuro.

  • “Piccole Vittime Invisibili”: la campagna per sostenere le vittime dei nuovi media e sensibilizzare i giovani e le famiglie sui pericoli della rete

    Riceviamo e pubblichiamo un comunicato dell’Associazione ProVita e Famiglia

    Daresti un’arma a un bambino di otto anni? Molti genitori lo fanno, senza piena consapevolezza…

    Nei giorni scorsi è diventato “virale” l’intervento di Anna Cucuruto, sovrintendente della Polizia di Stato a Reggio Calabria, che da anni si occupa di cyberbullismo. Si tratta di un suo discorso tenuto in una scuola, davanti a numerosi studenti che l’ascoltavano con estrema attenzione. Nell’aula non volava una mosca.

    L’ufficiale della Polizia aveva avuto a che fare con episodi tragici dovuti all’uso che i bambini e i giovani fanno dei social. Ha detto chiaramente: “Quando i vostri genitori vi danno in mano un telefono, vi stanno consegnando un’arma”.

    Il telefonino nelle mani di un bambino è un’arma la cui potenza lo supera immensamente: molti giovani (e persino bambini) si scambiano foto “sexy” o sessualmente esplicite e poi rischiano di diventare vittime del “revenge porn” (la diffusione senza consenso delle proprie immagini “intime” per spirito di vendetta o comunque per danneggiare). Talvolta, la piccola vittima arriva a togliersi la vita. In altri casi, navigando su internet, il minore incontra falsi amici che poi si rivelano essere adescatori e pedofili. Anche quando non si arriva a fatti criminali, il minore è continuamente confrontato con modelli sessualizzati e irreali, che inducono un senso di insicurezza, bassa autostima, comportamenti sessuali precoci e pericolosi.

    Subito dopo Natale, Pro Vita & Famiglia rilancerà la campagna “Piccole Vittime Invisibili” per sostenere le vittime dei nuovi media e sensibilizzare i giovani e le famiglie sui pericoli della rete.

    Troppe persone sono all’oscuro della gravità e dell’ampiezza del fenomeno.

    L’ufficiale di Polizia ha cominciato a dire agli studenti i nomi dei ragazzi vittime della rete: “Edith, 8 anni e mezzo, si è impiccata in un armadio. Matteo 11 anni, si è impiccato nella sede degli scout. Stefano, 17 anni, si è buttato giù da un ponte. Amanda, 16 anni, ha bevuto la candeggina perché le dicevano «fai schifo». … Ma noi non ce li ricordiamo, li lasciamo al loro trafiletto di cronaca e andiamo oltre: tutto quello che facciamo è mettere un “mi piace”, un “like”….”

    Se tutto questo è già tragico, sappi che internet ha degli aspetti forse ancora più oscuri. Nel docufilm che abbiamo realizzato con Don Fortunato Di Noto, raccontiamo la diffusione abnorme della pedofilia e della pedopornografia online, che raggiunge livelli difficili da comprendere: video di abusi indicibili, perpetrati talvolta persino su neonati; addirittura un mercato di immagini di ecografie, in quanto alcune menti assurdamente perverse vorrebbero sollecitare i loro appetiti snaturati con immagini di bambini ancora nel grembo.

    Davanti a tutto ciò non possiamo rimanere indifferenti.

    Questo mondo oscuro contrasta con la pace e la purezza di Natale, dell’Amore che la Sacra Famiglia manifesta ad ogni persona. Pro Vita & Famiglia ti invita a partecipare alla campagna “Piccole Vittime Invisibili” proprio in questo periodo natalizio, affinché la luce della Natività possa dissipare le tenebre dell’abuso, dell’iper-sessualizzazione dei minori e della violenza agevolati dalla rete e permetterci di aiutare i bambini e le famiglie in pericolo…

  • Bambini che giocano un ruolo chiave nei conflitti in Africa

    Nei conflitti armati nell’Africa occidentale e centrale vengono reclutati più bambini che in qualsiasi altra parte del mondo. A dichiararlo è l’ONU che con la sua agenzia per l’Infanzia, l’Unicef, parla di più di 20.000 bambini che si sono uniti a gruppi armati negli ultimi cinque anni.

    I bambini sono usati come combattenti ma anche come messaggeri, spie, cuochi, addetti alle pulizie, guardie e facchini in paesi dal Mali alla Repubblica Democratica del Congo.

    L’Africa occidentale e centrale ha registrato anche il maggior numero di bambini vittime di violenza sessuale nel mondo e il secondo numero di rapimenti.

    La regione ha diversi conflitti armati in corso, tra cui insurrezioni islamiste e guerre separatiste.

    L’Unicef, oltre a tenere sempre accesa l’attenzione sulla situazione, chiede un maggiore sostegno agli sforzi per prevenire e rispondere alle gravi violazioni contro i bambini.

  • La Fondazione Mariani celebra il ventennale del Centro FM per le Malattie mitocondriali pediatriche presso l’Istituto Besta

    Si è svolto martedì 26 ottobre, all’Istituto dei Ciechi di Milano, il convegno Oltre l’idea di fare da soli per celebrare il ventennale del Centro FM per le Malattie mitocondriali pediatriche presso l’Istituto Neurologico C. Besta della ‘Fondazione Mariani’.

    All’incontro hanno partecipato Lodovico Barassi e Maria Majno, rispettivamente presidente e vicepresidente di Fondazione Mariani (FM); Luisa Bonora, vicepresidente e nipote della fondatrice di FM Luisa Mariani; Andrea Gambini, presidente della Fondazione Besta; Eleonora Lamantea, ricercatrice e Barbara Garavaglia, direttrice del Centro Fondazione Mariani (FM) per le Malattie mitocondriali pediatriche che quest’anno appunto celebra il suo ventennale.

    La ‘Fondazione Mariani’ è nata nel 1984 da un ingente lascito per volere della benefattrice Luisa Mariani alla morte del marito Pierfranco, imprenditore milanese. Oggi mostra i frutti della sua evoluzione. Da realtà che sostiene e ha sostenuto progetti di assistenza, ricerca e formazione a favore della Neurologia infantile e di una migliore qualità della vita dei bambini e delle loro famiglie, è cresciuta così da realizzare e promuovere nuovi progetti, sul filo di strategie innovative che si rivolgono a obiettivi sempre più alti.

    In vent’anni numerosi sono stati gli studi e gli esperimenti che hanno consentito al Centro di offrire eccellenza nella ricerca e nella diagnosi, per decifrare le malattie neurologiche rare nonché per trovare migliori terapie farmacologiche per i piccoli pazienti.

    Ad oggi sono oltre 300 gli studi scientifici pubblicati negli ultimi 20 anni dal Centro FM per le Malattie mitocondriali pediatriche per studiare patologie genetiche rare, malattie che raggruppano forme molto eterogenee e causate da alterazioni nel funzionamento dei mitocondri: un contributo fondamentale per la ricerca, grazie al quale il Centro FM è riuscito a “dare un nome” alla malattia in circa il 40% dei casi.

    All’Istituto Besta, centro di eccellenza nel nostro Paese, ogni anno vengono ricoverati circa 1.200 bambini (il 45% dei quali provenienti da fuori Regione Lombardia) e sono 14mila le prestazioni annue soltanto per l’area infantile. Il Dipartimento di Neuroscienze Pediatriche è centro di riferimento per diverse patologie pediatriche e per la diagnosi e il trattamento delle malattie neurologiche rare.

    In prospettiva, nel futuro del Centro FM, ci si attende un aumento dello score diagnostico. Inoltre, grazie alle nuove tecniche di biologia cellulare, sarà possibile mettere a punto delle terapie sia di tipo genico che farmacologico, per poter finalmente arrivare a terapie efficaci per questi piccoli pazienti.

    Insieme al Centro FM per le Malattie mitocondriali pediatriche, vi è un altro storico centro di ricerca intitolato alla Fondazione: il LAMB – Laboratorio per l’Analisi del Movimento nel Bambino “Pierfranco e Luisa Mariani”.

    Ai centri di ricerca si affiancano quelli dove si svolge l’attività clinica. Sono stati creati di recente tre nuovi “Centri Fondazione Mariani” dedicati a specifiche patologie e si sta già lavorando per costituirne un altro a breve, affinché si realizzi una Rete di centri che operino come punti di riferimento a livello nazionale per le patologie trattate. In più di 30 anni di attività oltre 20mila bambini e le loro famiglie hanno ricevuto cure e assistenza attraverso i Centri FM.

    ‘Fondazione Mariani’ è oggi partner strategico dei Centri di ricerca, per sviluppare network e strumenti di lavoro condivisi che contribuiscano a curare in modo ancora più incisivo i piccoli pazienti affetti da malattie neurologiche. Nel 2021 sono sorte cinque Reti Fondazione Mariani per lo sviluppo di piattaforme-registri multicentrici per gruppi di patologie.

    Nella storia della Fondazione, più di 18mila medici e operatori sanitari hanno frequentato corsi di specializzazione, formazione e aggiornamento promossi da FM sulla neurologia pediatrica. A livello internazionale ‘Fondazione Mariani’ è referente di primo piano con il suo progetto “Neuromusic” che pone in relazione le neuroscienze e la musica, a favore dell’armonia della crescita nei bambini verso uno sviluppo migliore.

     

  • Covid: Thousands of children left without parents in Iran

    More than 51,000 children in Iran have lost a parent to the Covid-19 pandemic, Iranian welfare authorities say.

    One such case is that of Eliza, aged four.

    Eliza was very attached to her father. They read together, sang together, and he was always there to put her to bed.

    But then one day he started coughing and was taken to hospital. Her father, who was 40, died of Covid.

    “She gets very nervous if I’m out of her sight for one minute, she thinks I might not come back, like daddy,” says Afrooz, Eliza’s mother.

    Eliza is one of thousands of children who are coping with the loss of a mother or father to Covid in Iran.

    Many of these children have been home-schooled for the last 18 months and have little access to their support network due to the pandemic restrictions. It is feared the impact could be far-reaching.

    “Children who lose parents feel life is unpredictable,” says Dr Samineh Shaheem, Professor of Psychology and Leadership in London.

    “They feel that they have lost their agency and have little control over their lives. This may have long-term consequences, while increasing the risk of short-term trauma and adverse effects on their health.”

    Compared to many of these children, Eliza is in a better situation because her mother is a teacher and can provide for her.

    For many families though, life is much more difficult – especially those who have lost their primary breadwinner.

    ‘Dire consequences’

    When the pandemic began, the Iranian economy was already struggling due to US-led economic sanctions, widespread corruption and mismanagement.

    In the first year of the crisis more than one million Iranians lost their job, according to Iran’s Islamic Parliament Research Center, with dire consequences.

    “The economic uncertainty and financial difficulties may push some older children out of the education system so that they can provide for their younger siblings, making them vulnerable to exploitation, which may have dire consequences for the whole family,” says Dr Shaheem.

    Iran has suffered one of the worst coronavirus outbreaks in the Middle East.

    The official death toll in the country has reached more than 120,000, but Iranian authorities admit that the real number is much higher.

    Many Iranians blame the scale of Covid fatalities on the decision of Iran’s Supreme Leader, Ayatollah Ali Khamenei, to ban the import of US- and UK-developed vaccines last winter.

    These vaccines are being imported now, but only 20% of the population have been double-jabbed so far.

    Iran’s president, Ebrahim Raisi, had promised that 70% of the population would be vaccinated by the end of September – a promise that hasn’t been fulfilled.

    And all of this is too late for Eliza’s father.

    Eliza’s mother says: “She keeps saying that when Covid is gone, daddy will come back.”

    It is an impossible wish. Moreover, many children like her will grow up wondering whether the death of their parents could have been prevented, had the vaccine import not been banned.

  • Achtung, binational babies: Tutelare la psiche togliendo la vita

    Un bambino viene accoltellato e muore dissanguato in ambiente protetto, cioè proprio nel luogo in cui avrebbe dovuto essere protetto e dove invece è stato condotto a forza e lasciato solo. Per la Corte di Cassazione italiana e anche per la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non ci sono responsabili per la fine violenta di questa vita. L’Ente che ha organizzato tale incontro e la persona che avrebbe dovuto essere presente e tutelare il bambino non hanno, secondo le più alte Corti, nessuna responsabilità nella morte di questo bimbo. Stiamo parlando del caso di Federico Barakat, condotto a forza nella ASL di San Donato Milanese, in provincia di Milano, per incontrare il padre che lo ha ucciso e poi si è suicidato. Il bambino, afferma il medico che ha effettuato l’autopsia, si è difeso da solo, ma è poi morto dissanguato perché lasciato a lungo senza soccorsi, dopo aver ricevuto 37 coltellate.

    La madre ha chiesto che i responsabili venissero indicati e condannati. Si tratta di una madre rimasta sola, dopo che il padre era improvvisamente scomparso e che, al suo ritorno, si era rivolta alle istituzioni affinché suo figlio venisse tutelato, a seguito delle numerose minacce ricevute. La risposta delle istituzioni fu la privazione dell’affido del figlio, diritto/dovere conferito ai servizi sociali locali. Ognuno di noi capisce che i servizi sociali avrebbero dovuto tutelare e favorire l’equilibrio psico-fisico del bambino, favorendo anche gli incontri con il padre, se ritenuti positivi per tale equilibrio. Ma mentre molti padri italiani restano esclusi dal contatto con i propri figli per anni, questo padre egiziano (o forse libanese – pare avesse più di una identità) poteva invece incontrare suo figlio, anche se accompagnato da un educatore, in apparente ossequio al principio ormai da molti definito dell’auto-razzismo delle istituzioni italiane: se sei un Italiano all’estero vieni discriminato perché sei straniero, se sei un Italiano in Italia impegnato in un contenzioso con un cittadino di altra nazionalità vieni discriminato perché italiano. La madre, che mai si è ripresa da questa perdita, ha tentato attraverso tutti i gradi di giudizio italiani e la corte europea di dare giustizia a suo figlio. Dalle sentenze emerge invece che per la Corte di Cassazione italiana e per la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo i Servizi Sociali avevano il compito di tutelare la salute psichica del bambino, ma non quella fisica!

    Come si può tutelare la salute psichica di un cuoricino che non batte più?

    La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha infatti stabilito che in questa vicenda non si ravvisa la violazione dell’articolo 2 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’unione Europea che recita: “Ogni individuo ha diritto alla vita. Nessuno può essere condannato alla pena di morte, né giustiziato”. Eppure anche l’articolo seguente, il numero 3 della stessa Carta precisa: “Ogni individuo ha diritto alla propria integrità fisica e psichica”, ribadendo così l’inscindibilità dell’integrità fisica da quella psichica. La madre, Antonella Penati, ha presentato ricorso alla Grande Camera della Corte di Strasburgo. Si saprà a breve se la Grande Camera si occuperà del ricorso o lo respingerà.

    Questa vicenda non riguarda, come si è troppo spesso cercato di far credere, i dissidi fra i genitori. Riguarda invece la banalità del male del modus operandi degli operatori che, eseguendo ognuno l’ordine del diretto superiore e perdendo di vista la situazione complessiva, hanno consegnato un bambino innocente nelle mani avide della morte.

    Membro della European Press Federation

    Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus – Roma

    Membro dell’Associazione European Children Aid (ECA) – Svizzera

    Membro dell’Associazione Enfants Otages – Francia

  • Anche i libri per bambini di Hong Kong nel mirino del regime di Pechino

    Anche i testi illustrati per bambini sono finiti nelle strette maglie della sicurezza nazionale di Hong Kong. La polizia ha arrestato cinque associati dell’Unione generale dei logopedisti, una sigla sindacale locale, a causa di “tre libri sediziosi” per bambini con pecore sospettate di incitare all’odio verso i governi dell’ex colonia e di Pechino, rappresentati dai lupi.

    Il sovrintendente senior Steve Li del dipartimento della Sicurezza nazionale ha spiegato le ragioni alla base delle accuse con le pecore identificate con la gente di Hong Kong, mentre nelle storie compaiono a un certo punto i lupi famelici che, nell’interpretazione, sono ritenuti essere la Cina. “Un libro mostrava le pecore molto pulite e i lupi molto sporchi. Ha cercato di accusare la Cina di aver portato il virus”, ha detto Li in una surreale conferenza stampa. Le prefazioni in due dei tre testi collegano le storie alle proteste contro il governo del 2019 e, sul punto, Li ha specificato che le pubblicazioni mirano a glorificare la violenza e ad incitare i bambini a odiare il governo e la magistratura della città. Un’altra storia alluderebbe a uno sciopero tenuto dagli operatori sanitari all’inizio del 2020 per cercare di fare pressione sul governo sulla chiusura delle frontiere con la Cina a causa della pandemia del Covid-19. “Il libro mostrava che le pecore erano molto pulite e i lupi molto sporchi. Ha cercato di accusare la Cina di aver portato il virus – ha osservato -. I libri, per esempio, mostravano i lupi mentre gettavano spazzatura e sputavano dappertutto”.

    Le persone arrestate sono due uomini e tre donne di età compresa tra i 25 e i 28 anni con l’accusa di aver cospirato per la pubblicazione di materiale sedizioso, tra cui il presidente il vicepresidente, il segretario e il tesoriere dell’Unione.

    Li ha invitato i genitori e i distributori a liberarsi dei libri incriminati: “Tutte le pubblicazioni sono rivolte a bimbi di età compresa tra i 4 e i 7 anni, età cruciale per sviluppare la conoscenza morale ed etica. Insegnando loro che il bianco è nero e il nero è bianco, con quali valori cresceranno? Potrebbero finire per avere intenzioni criminali”, ha azzardato il sovrintendente, non escludendo altri arresti.

    La Confederazione dei sindacati (CTU) pro-democrazia ha espresso forte preoccupazione per il caso, ritenuto il segnale di un’escalation volta a strangolare la libertà di espressione, nonché “una campana a morto per la libera creazione artistica. Oggi un libro per bambini è definito sedizioso. Domani qualsiasi metafora potrebbe essere letta come tale”, ha affermato la CTU in una nota. “Questo spiega anche perché molti creatori si autocensurano, ritirando le loro opere dagli scaffali. Il caso mostra ancora una volta come la legge sia stata usata dalle autorità per diffondere la paura”.

    Intanto il tribunale di West Kowloon ha negato la libertà su cauzione a quattro ex alti dirigenti dell’Apple Daily, il tabloid pro-democrazia fondato da Jimmy Lai e costretto alla chiusura il 24 giugno, accusati di aver violato la legge sulla sicurezza nazionale. L’editore associato Chan Pui-man, il capo editoriale della sezione di notizie in inglese Fung Wai-kong, il caporedattore esecutivo Lam Man-chung e l’editorialista Yeung Ching-kei devono rispondere di cospirazione e collusione con le forze straniere per il fatto di aver chiesto sanzioni contro Hong Kong e la Cina.

  • Intervista ad Andrea Revel Nutini, Presidente della Fondazione ‘Principessa Laetitia Onlus” e vicepresidente del “Comitato Difesa legale Possessori di Armi”

    1. Nel mondo ci sono milioni di bambini che non possono né studiare ne giocare, nella sua esperienza come presidente della Fondazione ‘Principessa Laetitia’ qual è la reale situazione oggi in Italia?

    Oggi la situazione Italiana è differente anche se tutt’altro che ottimale soprattutto se si considera che siamo un paese “civile”. Non per tutti i bambini è possibile l’accesso ai giochi ed all’istruzione, per inefficienza di molti edifici scolastici, per la povertà economica che sta ridiventando una terribile scriminante, per il totale disinteresse di gran parte delle istituzioni, per le famiglie e perché i costi dello studio stanno diventando proibitivi. I nostri bambini, il nostro futuro, patiscono di riflesso povertà e conflitti sociali, sviluppando anche numerose patologie, e questo davvero non dobbiamo permetterlo!  I recenti terribili scandali sono uno spaccato di un sistema sociale che non funziona più. I bambini sono e saranno le più grandi vittime di in mondo che lasciamo disfunzionare, mentre dovremmo preoccuparci di offrire loro un futuro meno sclerotizzato, meno legato a categorie decise da adulti maniaci del controllo, un mondo di creatività e semplicità che oggi abbiamo perduto. Ciò che noi adulti accettiamo per paura o per fede sociale e politica per un bambino è spesso incomprensibile. Così come è incomprensibile per me come nel 2021 si stia ancora parlando di bambini che non possono studiare né giocare!

    2. Perché è importante che i bambini possano crescere anche attraverso il gioco?

    Oggi risponderei che intanto i bambini devono poter semplicemente crescere, e spesso non è così! Il gioco è la chiave per l’ingresso nel mondo degli adulti; è il primo approccio con le regole, ma intese come codici di gioco, come spazi ove giocando ci si comincia a confrontare, spazi che oggi troppo spesso mancano. Giocare porta naturalmente i bambini a comprendere quello che sarà il loro approccio futuro al mondo. Oggi la forte insicurezza sociale nega loro spazi di gioco sicuri, possibilità di scoprire la città senza rischiare, costringe le famiglie a soffocarli di attività sostitutive che li imprigionano. Io personalmente ritengo che sia necessario anche il “tempo” per la noia, per la riflessione, per l’elaborazione, specialmente per un bambino, al posto di folli corse tra un corso e l’altro, o tra uno sport e l’altro, che magari piace più ai genitori che ai figli. Rimpiango le mie ore in poltroncina da bambino, seduto a pensare alle cose viste e scoperte in un solo giorno. I bambini che vedo ogni settimana mi raccontano questo.

    3. Lei ha vissuto in diversi paesi nel mondo, quali sono le esperienze che le saranno utili come futuro amministratore comunale per dare un nuovo corso a Torino, città che da anni vive pesanti conflitti sociali?

    Torino è da sempre stata un immenso laboratorio di idee, di innovazione, di moda e di contenuta eleganza. Ma è stata anche una città di grandi conflitti sociali, oggi esplosi specie per colpa di un totale abbandono delle periferie e della scomparsa del lavoro. Come in molte città americane anche a Torino si creano ghetti dove in realtà non dovrebbero esserci, e si lavora a due velocità riportando odi di classe spesso per soli fini politici. Credo che la prima ricetta sia la dignità del lavoro, scomparso con la perdita delle grandi fabbriche e con l’attuale politica assistenziale. Ma la creazione del lavoro passa dal sostegno ai lavoratori alle piccole ditte, agli artigiani, alla micro impresa tramite misure di aiuto concreto che dovrebbero essere destinati anche ai proprietari dei muri ove queste attività rinascono. Io credo nel decoro urbano, nel senso di creare spazi anche per chi oggi è in profonda difficoltà, per ridare “dignità” a tutti, per costruire una città moderna ma a misura d’uomo. Torino può essere un’enorme risorsa turistica, gastronomica, di innovazione, ma occorre assolutamente un totale rinnovamento in tempi brevi. Le soluzioni e gli spazi esistono ma ci vuole una precisa e veloce volontà politica che oggi invece va assolutamente nel senso opposto.

    4. In Italia è aumentata la percezione del pericolo e molti sono gli italiani che per motivi diversi sono possessori di armi, ritiene che dovrebbe essere consigliato o resa obbligatoria una verifica annuale, in un centro autorizzato, per rinfrescare le norme da rispettare e per una sessione di tiro?

    Domanda molto interessante, in un ambito che davvero conosco molto bene. Oggi il possesso delle armi in Italia è sottoposto a strette regolamentazioni, molto maggiori di quanto non raccontino i poco informati media. Ci sono visite e certificati medici, ci sono draconiani controlli da parte delle Forze dell’Ordine e purtroppo anche frequentissimi abusi di discrezionalità nei confronti dei cittadini a fronte di una casistica di incidenti e delitti quasi irrilevante. Lo ha dimostrato un recentissimo studio dell’Università La Sapienza di Roma, davvero approfondito, che ho raccontato recentemente in due differenti convegni. L’incidenza nei delitti con armi da parte dei legali possessori (che sono quasi 5 milioni in Italia con meno di un milione di porti d’arma o meglio licenze prevalentemente di “trasporti” d’arma) è inferiore al 3%. Questo di fronte a numeri infinitamente maggiori di delitti compiuti con armi illegali, che sono il vero drammatico problema. L’italiano, per dirla semplicemente, per difesa non spara quasi mai e quando lo fa viene messo sotto processo in modi più brutali di quelli riservati agli stessi delinquenti. Rispondendo alla domanda in termini di “allenamento”, moltissimi lo fanno, e lo vedo essendo istruttore di tiro, ed è giusto dire che fatti delittuosi ove il cittadino si sia difeso colpendo persone estranee fondamentalmente non esistono. Credo che sia necessario semplificare la complicatissima normativa vigente, spesso contraddittoria, e prevedere differenti licenze e situazioni specifiche, queste sì vincolate a frequenze in poligono. Ma questa materia va innovata con la partecipazione di veri esperti e non solo di meri burocrati, come avviene ora.

    5. Cosa non funziona a suo avviso nella normativa sull’autodifesa?

    Il problema è la discrezionalità. Ovvero non il concetto stesso, che è compito dell’autorità giudiziaria, ma come esso viene interpretato. Ciò che avviene realmente in una situazione di pericolo estremo, intendo dire le reazioni fisiche, i mutamenti di percezione, la paura, la velocità con il quale un delinquente motivato può uccidere, è davvero sconosciuto ai più. Il problema reale non è “quanto” mi difendo ma “perchè e dove” mi difendo, poichè la prima vita a dover essere tutelata è quella della vittima e quella dei suoi cari. Bisognerebbe portare i legislatori in un campo di tiro a provare delle simulazioni per dare loro un barlume di comprensione. Oggi la delinquenza è feroce, motivata ed abituata all’impunità ed il mondo è profondamente cambiato, e lo Stato percepito è come assente, ma nessuno pare volersene occupare.

    Inoltre la recente riforma ha fondamentalmente escluso la tutela degli animali domestici, che ormai quasi tutte le famiglie hanno, oggi considerati esseri senzienti e non persone o beni, e già lo scorso anno avevamo sensibilizzato su questo tema, ma senza successo. Speriamo presto di poter portare questo importante tema.

  • Azione dell’UE sui diritti dei bambini: un investimento per il futuro

    Il 31 maggio il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ha tenuto un’audizione sul tema La strategia dell’UE sui diritti dell’infanzia e lgaranzia europea per l’infanzia, per esaminare le due iniziative della Commissione europea volte a proteggere meglio tutti i bambini.

    Al centro della strategia dell’UE sui diritti del bambino ci sono varie priorità, quali la partecipazione alla vita politica e democratica, la giustizia a misura di bambino, la lotta alla violenza, la società digitale e dell’informazione e l’inclusione socioeconomica. Sebbene il 18,3% della popolazione totale dell’UE e un terzo della popolazione mondiale sia costituito da bambini, i loro diritti sono spesso trascurati. Oltre il 22% dei bambini nell’UE è a rischio di povertà ed esclusione sociale, nel mondo, il 9,6% di loro è costretto al lavoro minorile. Sono spesso vittime di violenza, sia offline che online, come dimostrano le statistiche: metà di tutti i bambini nel mondo subiscono violenza ogni anno. Nel 2020, il 33% delle ragazze e il 20% dei ragazzi ha riscontrato contenuti inquietanti online una volta al mese.
    La pandemia ha speso reso più difficoltosa la vita dei bambini ed è sempre più provabile che i problemi si acuiranno per i piccolo che provengono da famiglie a basso reddito e da ambienti svantaggiati. La crisi ha anche messo a dura prova la loro salute mentale, con 1 bambino su 5 che dichiara di sentirsi sempre triste.

    Per rispondere alle esigenze dei bambini svantaggiati e vulnerabili, la strategia dell’UE sui diritti del bambino sarà integrata dalla garanzia per l’infanzia: un’iniziativa faro del pilastro europeo dei diritti sociali.
    La garanzia per l’infanzia obbliga gli Stati membri a elaborare piani d’azione nazionali per il periodo fino al 2030. Essi dovranno proporre misure specifiche per i bambini bisognosi, compresi i bambini senzatetto, quelli con disabilità o migranti o appartenenti a minoranze razziali come i rom, e i bambini in accoglienza eterofamiliare o in una situazione familiare precaria.
    Le misure dovrebbero essere orientate a garantire il loro libero accesso all’educazione e cura della prima infanzia, all’istruzione e alle attività scolastiche, almeno un pasto sano ogni giorno di scuola, assistenza sanitaria, alimentazione sana e alloggi adeguati.

  • Achtung, binational babies: Perché Hitler influenza ancora oggi l’educazione dei bambini-Parte 3

    Proponiamo questa settimana la terza ed ultima parte della traduzione di un interessante inchiesta di Anne Kratzer, pubblicata un paio di anni fa in Germania. La prima parte si trova qui: https://www.ilpattosociale.it/rubriche/achtung-binational-babies-perche-hitler-influenza-ancora-oggi-leducazione-dei-bambini-parte-1/ e la seconda qui: https://www.ilpattosociale.it/rubriche/achtung-binational-babies-perche-hitler-influenza-ancora-oggi-leducazione-dei-bambini-parte-2/

    Avevamo analizzato le ricerche sulle conseguenze dell’educazione tedesca nel periodo nazista (Johanna Haarer Die deutsche Mutter und ihr erstes Kind (La madre tedesca e il suo primo figlio), riscontrabili ancora oggi nella cittadinanza di quel paese. Il principio di Johanna Haarer era quello di non dare attenzione al bambino quando esso la richiede. Ma un neonato dispone solo di gesti e mimica per comunicare, pertanto, se non ottiene nessuna reazione, imparerà che le sue comunicazioni espressive non hanno nessun valore. I neonati provano inoltre una paura mortale quando sentono la fame o la solitudine e quando non vengono tranquillizzati da chi li accudisce. Nel peggiore dei casi tali esperienze possono in seguito provocare un trauma da attaccamento che rende difficile più tardi nella vita a queste persone tessere relazioni con gli altri.

    Ancora prima di pubblicare la sua “bibbia dell’educazione”, Johanna Haarer aveva già scritto per alcuni giornali sul tema della cura dei bambini e in seguito pubblicò altri libri, tra cui Mutter, erzähl von Adolf Hitler (Madre, racconta di Adolf Hitler), una sorta di favola intrisa di antisemitismo e anticomunismo in forma comprensibile ai bambini, e Unsere kleinen Kinder (I nostri bambini piccoli), un’altra guida per genitori. Dopo il periodo nazista, la donna originaria di Monaco di Baviera, fu internata per un anno e mezzo. Secondo due delle sue figlie, rimase comunque un’entusiasta nazionalsocialista fino alla sua morte sopravvenuta nel 1988. Non solo la sua personale visione educativa sopravvisse al Terzo Reich, ma anche la sua opera principale Die deutsche Mutter und ihr erstes Kind (La madre tedesca e il suo primo figlio), che rimase in circolazione ancora per molto tempo. Dalla pubblicazione alla fine della guerra il libro vendette 690.000 copie, promosse dalla propaganda nazista. Ma anche dopo la guerra, in una versione epurata dal gergo nazista più grossolano, ne vendette altrettante. Nel 1987 il totale delle vendite era di 1,2 milioni di copie.

    Di generazione in generazione

    Questi numeri mostrano quanto fascino avesse ancora nel dopoguerra la visione del mondo secondo la Haarer. Innanzi tutto bisogna chiedersi perché le madri implementarono un approccio così innaturale. “Non erano tutte d’accordo”, sostiene Hartmut Radebold. Lo psichiatra, psicoanalista e scrittore, studiò a fondo la generazione dei bambini di guerra. Egli presume che la guida educativa della Haarer abbia avuto un’influenza in particolare su due gruppi: sui genitori che si identificavano fortemente con il regime nazista, e sulle giovani donne che – spesso a causa della prima guerra mondiale – provenivano da famiglie distrutte e quindi non sapevano cosa e come fosse una buona relazione. Se inoltre si ritrovavano sole, perché i mariti stavano combattendo al fronte, erano anche sopraffatte e insicure, e quindi particolarmente ricettive nei confronti della propaganda educativa della Haarer.

    Inoltre anche prima del 1934 un’educazione estremamente rigorosa era già pratica comune in Prussia. Grossmann ritiene che solo una cultura con una certa precedente inclinazione verso queste idee di durezza e di imposizioni avrebbe potuto attuare cose del genere. Questo coinciderebbe anche con i risultati degli studi effettuati negli anni ’70, che indicano, per esempio, che a Bielefeld in quel periodo circa un bambino su due mostrava un comportamento di attaccamento insicuro, mentre a Ratisbona, nella Germania meridionale, che non è mai appartenuta alla sfera di influenza prussiana, nemmeno un bambino su tre.

    Per valutare quanto è sicuro il legame tra madre o padre e bambino, Grossmann e altri ricercatori usano spesso lo Stranger Situations Test (experiments on attachment quality) sviluppato dalla psicologa statunitense Mary Ainsworth. In tale esperimento, una madre entra in una stanza con il suo bambino e lo mette a sedere con un giocattolo vicino. Dopo 30 secondi si siede su una sedia e legge una rivista. Dopo non più di due minuti, suona un segnale per ricordare alla madre di incoraggiare il bambino a giocare, in caso non lo stia già facendo. A ulteriori intervalli, da uno a tre minuti, si svolgono poi le seguenti scene: una donna sconosciuta appare nella stanza e tace, poi le due donne parlano tra loro, la sconosciuta si occupa del bambino, la madre mette la sua borsetta sulla sedia e lascia la stanza. Dopo poco la madre torna nella stanza e la sconosciuta se ne va. Poco dopo se ne va anche la madre, lasciando il bambino da solo. Dopo alcuni minuti la sconosciuta torna nella stanza e si occupa del bambino, solo dopo arriva la madre.

    Gli studiosi dell’attaccamento hanno osservato attentamente il comportamento del bambino. Se è brevemente irritato e piange nella situazione di separazione, ma si calma velocemente, si considera che abbia un saldo rapporto di attaccamento. Se non si calma – oppure non reagisce per niente alla scomparsa della mamma – si considera che abbia un rapporto di attaccamento insicuro. Grossmann ha fatto il test in diversi contesti culturali. Durante le osservazioni lo studioso ha constatato che in Germania, diversamente da altri paesi occidentali, un numero particolarmente elevato di adulti sarebbe positivamente impressionato dal fatto che i bambini non reagiscano alla scomparsa della mamma o della principale persona di riferimento. I genitori percepiscono tale comportamento come quello di una personalità “indipendente”. 

    Come i genitori così i bambini

    Tali studi suggeriscono inoltre che i bambini, una volta divenuti adulti e genitori a loro volta, trasmettano inevitabilmente questo tipo di relazione dell’attaccamento alla generazione successiva. In uno degli studi compiuti, Grossmann e colleghi hanno anche osservato lo stile di attaccamento dei genitori dei bambini osservati, con l’aiuto di interviste realizzate quattro o cinque anni dopo aver effettuato lo Stranger Situation Test. Nella loro valutazione, gli studiosi hanno incluso non solo il contenuto delle risposte, ma anche le emozioni degli adulti durante l’intervista. Per esempio, i ricercatori hanno annotato anche tratti dei soggetti come l’abitudine a cambiare spesso argomento, dare solo risposte monosillabiche o generalizzare troppo, lodando i propri genitori senza descrivere situazioni specifiche. Il risultato della pubblicazione del 1988 fu che tra i 65 casi di genitori e figli analizzati, il tipo di relazione di attaccamento dei bambini corrispondeva a quello dei loro genitori con una frequenza dell’80%. Una meta-analisi pubblicata nel 2016 dal gruppo di ricercatori guidati da Marije Verhage dell’Università di Amsterdam, che aveva analizzato i dati di 4.819 persone, confermò l’effetto della trasmissione del tipo di relazione di attaccamento da una generazione all’altra.

    In che modo esattamente i genitori trasmettano le esperienze negative della propria infanzia ai figli è ancora oggetto di varie teorie. Tuttavia è ormai riconosciuto che anche i fattori biologici possano avere un ruolo importante. Nel 2007, per esempio, Dahlia Ben-Dat Fisher della Concordia University di Montreal e i suoi colleghi constatarono che la prole di madri che erano state trascurate durante la loro infanzia mostrava al mattino livelli regolarmente più bassi dell’ormone dello stress, il cortisolo. I ricercatori interpretano questo fatto come un segno di elaborazione anormale dello stress.

    Nel 2016, un team guidato da Tobias Hecker dell’Università di Zurigo confrontò i bambini della Tanzania che avevano affermato di aver subito molta violenza fisica e psicologica con quelli che avevano riferito solo un piccolo abuso. Nel primo gruppo, constatarono non solo una maggiore incidenza di problemi medici, ma anche una metilazione anomala del gene che codifica la proteina proopiomelanocortina. Questo è il precursore di tutta una serie di ormoni, tra cui l’ormone dello stress adrenocorticotropina, che è prodotto nella ghiandola pituitaria. I modelli di metilazione del DNA alterati possono influenzare l’attività di un gene – e con ogni probabilità essere trasmessi di generazione in generazione. Gli studiosi osservarono questo fenomeno in dettaglio negli esperimenti sugli animali, ma il quadro è meno chiaro rispetto a quanto avvenga negli esseri umani.

    A livello comportamentale, si può trasmettere solo ciò che si conosce in termini di esperienza, spiega Grossmann. Per essere sicuri, i genitori possono consapevolmente confrontarsi con la propria esperienza di attaccamento e cercare di crescere i propri figli in modo diverso. “Ma nei momenti di stress, spesso si ricade nei modelli appresi e inconsci”, dice Grossmann. Forse è per questo che Gertrud Haarer, la più giovane delle figlie di Johanna Haarer, non volle mai avere figli. Criticò pubblicamente sua madre e, dopo una grave depressione, scrisse un libro sulla vita di sua mamma e sulle sue idee. La figlia stessa riconosce di essere stata a lungo una persona incapace di avvicinarsi agli altri e inoltre confessa di non avere memoria della sua infanzia. “Evidentemente sono stata talmente traumatizzata da pensare di non essere in grado di crescere dei bambini“, ha spiegato in un’intervista alla Bayerischer Rundfunk.

    Fonte: https://www.spektrum.de/news/paedagogik-die-folgen-der-ns-erziehung/1555862

    M.C.: Membro della European Press Federation

    Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus – Roma

    Membro dell’Associazione European Children Aid (ECA) – Svizzera

    Membro dell’Associazione Enfants Otages – Francia

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