Bambini

  • Manifesto dei bambini italiani

    Lo Sportello Jugendamt dell’Ass. C.S.IN. Onlus, in collaborazione con l’Associazione Enfants Otages, CHIEDE ai CANDIDATI alle elezioni europee del 26 maggio di IMPEGNARSI PUBBLICAMENTE a difendere la causa dei bambini in ostaggio in Germania, compilando con il proprio nome il seguente manifesto: http://syrella.o2switch.net/euro2019/index.php?lang=it

    Chiediamo ad ognuno di voi che leggete di inviare questo link e la richiesta di sottoscrizione a tutti i candidati di tutti i partiti e gruppo politici, mettendoci in copia (sportellojugendamt@gmail.com).

    Sarà così pubblica la decisione di ognuno di impegnarsi o meno per questa causa giusta, la difesa concreta dei bambini privati del loro genitore non-tedesco. In questo modo verrà difeso anche l’interesse nazionale, perché si fermerà l’inimmaginabile flusso di denari verso le casse tedesche e si potrà dare un segnale chiaro alla Germania e all’Europa della ritrovata dignità del nostro paese e dei suoi rappresentanti.

    Grazie!

    TESTO DEL MANIFESTO:

    Le centinaia, ormai migliaia di genitori italiani di bambini binazionali, così come tutti i genitori italiani di bambini sottratti dalle amministrazioni tedesche in maniera “deutsch-legal” sostengono e sosterranno soltanto i candidati alle prossime elezioni che inseriranno nel loro programma i punti riportati più sotto.

    Ripercorriamo brevemente la tematica: la Repubblica Federale Tedesca si è organizzata per impossessarsi, anche grazie ai regolamenti europei vigenti, di tutti i bambini che risiedono per almeno 6 mesi in territorio tedesco.

    Benché esistano regolamenti che prevedono il riconoscimento in uno Stato dell’Unione di decisioni emesse in altro Stato, i codici di procedura tedeschi permettono a quel paese di non riconoscere le decisioni degli altri Stati, nello specifico quelle italiane.

    Tutte le Convenzioni e i regolamenti proclamano di voler tutelare il “bene del bambino”. Questo concetto non è giuridicamente definito e pertanto in Germania ha assunto il seguente significato:

    • il bambino non deve per nessun motivo lasciare la giurisdizione tedesca e deve crescere in Germania;
    • in caso di separazione, a breve, medio o lungo termine, il genitore non-tedesco perde l’affidamento e la responsabilità genitoriale;
    • parlare una lingua diversa dal tedesco lo confonderebbe, dunque deve parlare solo tedesco.

    Le conseguenze sono devastanti e creano migliaia di bambini orfani di genitori viventi.

    Nel solo anno 2016 sono stati presi in carico dallo Stato tedesco, tramite lo Jugendamt(Amministrazione per la gioventù, ente plenipotenziario, non soggetto a controllo ministeriale, parte in causa in ogni procedimento e terzo genitore di ogni bambino residente in Germania,) 84.230 bambini, dei quali il 60.869 con almeno un genitore non tedesco

    (fonti del Ministero tedesco Destatis, Statisches Bundesamt).

    Sempre più spesso vengono sottratti i figli anche a coppie italiane residenti in Germania per la diversa formazione culturale, la diversa metodologia educativa e la scarsa conoscenza della lingua tedesca. Pur in presenza di parenti in Italia che si occuperebbero del minore, il bene del bambino corrisponde a crescere presso una famiglia affidataria tedesca, secondo le autorità tedesche.

    Emigrare in Germania per lavoro significa dunque mettere a rischio la propria famiglia.

    Separarsi da un coniuge tedesco (o da quello più legato a lingua e cultura tedesca e determinato e restare in Germania, se entrambi non tedeschi) significa perdere con certezza l’affido dei figli (e facilmente anche la responsabilità genitoriale).

    Il genitore italiano dovrà pagare gli alimenti indipendentemente dal proprio reddito, sulla base di decisioni tedesche inaudita altera parte. Le ingiunzioni di pagamento vengono eseguite in Italia senza nessun tipo di controllo (RE 4/2009) e portano a pignoramenti sul suolo italiano, rendendo senza tetto dei genitori che hanno perso i figli senza colpe, che non hanno più contatti con loro (il contatto con il genitore italiano è nocivo per i motivi di cui sopra), che hanno lasciato tutti i loro risparmi agli avvocati e non riescono più a lavorare a causa dello stalking delle amministrazioni tedesche. Ma l’Italia esegue.

    Nel caso inverso (anche se raro, perché sono pochissimi i bambini sfuggiti al sistema tedesco) la Germania non esegue, perché è protetta dai suoi codici di procedura dallo spostamento di capitali dalla Germania verso l’estero.

    Si tenta di trattare questo tema in Europa da almeno 3 legislature (vedasi “Documento di Lavoro del Parlamento Europeo sulle misure discriminatorie e arbitrarie adottate dallo Jugendamt” > http://jugendamt0.blogspot.com/2014/06/documento-di-lavoro-del-parlamento.html)

    Ogni volta che si arriva a discussione gli eurodeputati tedeschi si coalizzano, al di là di gruppi e partiti, per difendere l’interesse nazionale, mentre troppi eurodeputati italiani lasciano fare, nella migliore delle ipotesi per ignoranza, nella peggiore per sottomissione a interessi altrui.

    Nel novembre 2018 si è tenuta l’ennesima discussione su questo tema. La proposta della Commissione Petizioni era piuttosto esplicita nelle accuse mosse alla Germania. Per indebolire dunque la risoluzione in seduta plenaria, gli eurodeputati tedeschi (e i loro alleati germanofili) hanno richiesto moltissimi emendamenti, anch’essi sottoposti a votazione. La maggior parte di tali emendamenti sono passati perché hanno ricevuto voto favorevole anche da moltissimi, troppi eurodeputati italiani, che hanno così votato contro l’interesse nazionale. Affinché tutto ciò non si ripeta più e gli eletti dal popolo italiano difendano gli interessi dei loro concittadini, anche quelli minorenni,

    chiediamo ai candidati alle prossime europee di dichiarare pubblicamente se intendono, in caso di elezione:

    • farsi carico del problema Jugendamt in Europa;
    • proporre modifiche normative ai Regolamenti in materia familiare che attualmente impongono il riconoscimento delle sentenze tedesche;
    • informarsi e informare i media e i cittadini di questo problema;
    • inserire questa tematica nel loro programma;
    • organizzare eventi e convegni coinvolgendo gli specialisti dello Jugendamt e del sistema familiare tedesco (anche se molti sono stati criminalizzati proprio per togliere loro credibilità e toglierne al tema, pur in presenza di fatti e documenti);
    • chiedere la sospensione della partecipazione della Germania al programma Erasmus, fino a chiarimento della problematica;
    • difendere concretamente i bambini italiani in Europa

    e di nuovo il link: http://syrella.o2switch.net/euro2019/index.php?lang=it

  • L’Oms testa in tre Paesi africani un vaccino contro la malaria

    Questo mese in Malawi è stata avviata una vaccinazione su larga scala per proteggere centinaia di migliaia di bimbi, nell’ambito di un progetto pilota dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) partito nelle scorse settimane, anche in Ghana e Kenya con l’obiettivo di raggiungere 360mila bambini l’anno. La malaria colpisce circa 219 milioni di persone ogni anno, soprattutto in Africa, e ne uccide 435.000, tra cui ben 250.000 bimbi sotto i 5 anni, ovvero uno ogni due minuti.

    Il lancio del primo e, finora, unico vaccino dimostratosi in grado di offrire una protezione parziale contro la malaria, è “un momento storico nella lotta a uno dei principali killer dei bimbi africani”, secondo le parole di Pedro Alonso, direttore del Programma Globale dell’Oms per la Malaria. Un momento frutto di un percorso iniziato oltre trenta anni fa, nel 1987. Dopo due decenni di progettazione e sviluppo, tra il 2009 e il 2014, il vaccino RTS,S è stato testato in uno studio di fase 3 su migliaia di bimbi, dimostrandosi in grado di prevenire 4 casi su 10 di malaria e un terzo dei casi più gravi, con riduzioni significative di ricoveri e trasfusioni di sangue.

    Nel 2015 l’Agenzia europea per i farmaci (Ema) ha emesso parere scientifico positivo e nei test clinici su larga scala che hanno coinvolto migliaia di bambini africani il vaccino è stato generalmente ben tollerato. Ora l’avvio di un programma pilota permetterà di evidenziare dati in grado di influenzare le raccomandazioni politiche a un uso più ampio. Coordinato dall’Oms, vede la collaborazione di numerosi partner internazionali, tra cui GSK (lo sviluppatore e produttore di vaccini) che donerà a 10 milioni di dosi. A finanziare il progetto, una collaborazione tra GAVI Alliance (Alleanza globale per i vaccini), Unitaid e il Fondo globale per la lotta a Aids, tubercolosi e malaria. I Paesi pilota coinvolti, Ghana, Kenya e Malawi sono stati selezionati sulla base di criteri chiave come la presenza di sistemi di vaccinazione ben funzionanti.

    Il programma riguarderà aree con trasmissione della malaria moderata-alta, in cui il vaccino può avere il maggiore impatto.   Qui sarà somministrato ai bimbi in 4 dosi: 3 dosi tra 5 e 9 mesi di età e la quarta a 2 anni. Tuttavia, ricorda l’Oms in vista del World Day, l’immunizzazione andrà ad aggiungersi, e non potrà sostituirsi, alle armi oggi in uso e che hanno permesso di fare ampi progressi: ovvero zanzariere imbevute di insetticidi, spray repellenti, disinfestazioni, diagnosi tempestiva e trattamento con antimalarici.

  • In occasione della Giornata Mondiale dell’Autismo Fondazione Sacra Famiglia presenta i risultati del servizio di ‘Counseling Territoriale per l’Autismo’

    In occasione della Giornata Mondiale della consapevolezza sull’Autismo, il prossimo 2 aprile, Fondazione Sacra Famiglia presenta i risultati del servizio di Counseling Territoriale per l’Autismo, progetto sperimentale nato nel 2013 per rispondere a un crescente bisogno di aiuto da parte delle famiglie.

    Il servizio Counseling, guidato dal dottor Lucio Moderato, Direttore dei Servizi Innovativi per l’Autismo, segue a oggi quasi 600 persone, di età compresa tra i 3 e i 29 anni, di cui l’84% bambini e adolescenti fino ai 16 anni; l’età media delle persone che hanno aderito al servizio è di 10 anni. Due, in media, gli interventi settimanali erogati: il 69% ambulatoriali, il 14% in ambito scolastico, l’8% domiciliari.

     Ancor più importanti sono gli effetti positivi fatti registrare dal Counseling sulle persone con autismo. Dal 2015 al 2018, infatti, si è verificato uno sviluppo positivo del 44% nelle abilità cognitive culturali, del 18% nella socializzazione, del 15% nella comunicazione e il 12% nell’auto accudimento. Nel loro complesso, le valutazioni indicano una progressione e confermano una dinamicità variabile dello sviluppo, in quanto i primi anni di trattamento sono quelli in cui si vede il maggior livello di sviluppo e una maggiore stabilità nella progressione del miglioramento.

    Favorevole la valutazione delle famiglie verso il Counseling che ha portato serenità, equilibrio e considerevoli miglioramenti nel comportamenti dei figli, come si rileva da un’indagine svolta da Sacra Famiglia su un campione di genitori di utenti del servizio. In particolare, il 61% del campione ha registrato un minor dispendio di tempo per ottenere informazioni e servizi per il figlio, soprattutto grazie alla figura dell’educatrice, persona di riferimento cui rivolgersi per necessità quali la gestione quotidiana dei figli o le questioni burocratiche (normative, rapporti con enti pubblici, agevolazioni, contatti con professionisti). Dal punto di vista economico, il 57% delle famiglie ha dichiarato di aver ottenuto un risparmio economico (+33% rispetto al 2016), grazie al voucher che Regione Lombardia ha erogato a favore degli utenti del progetto, che ha permesso la riduzione degli interventi a pagamento (logopedia, visite specialistiche ecc.). Il risparmio medio mensile è stato pari a 238 euro.

    Quanto al benessere generale, ben il 79% (era il 65% nel 2016) dei genitori ha osservato un miglioramento dello stato psicofisico proprio e di quello degli altri caregiver grazie al progetto Counseling. Inoltre, viste le migliori capacità di adattamento del figlio, il 64% delle famiglie ha potuto destinare parte del budget ad attività creative e culturali. Il 74% afferma di aver avuto meno bisogno di ricorrere a sedute psicologiche, non sentendosi più abbandonato ma, al contrario, adeguatamente sostenuto. Anche i passi avanti dei figli, soprattutto nelle autonomie, danno maggiore speranza ai genitori, che così affrontano la vita con più serenità.

     Il Counseling Territoriale per l’Autismo ha due obiettivi: da una parte favorire il miglior adattamento possibile delle persone al proprio ambiente, incentivare l’integrazione sociale e garantire una soddisfacente qualità di vita; dall’altra attivare procedure di abilitazione specifiche, anche all’interno dei normali contesti di vita perché l’ambiente familiare gioca un ruolo chiave per sostenere chi ha bisogno.

    La famiglia al centro è una prerogativa di Fondazione: il Counseling propone infatti servizi di orientamento in supporto alle famiglie, attraverso un sostegno psicoeducativo e attività di “family training”. A questi, si aggiunge il fondamentale coordinamento con gli operatori della rete per coinvolgere comuni, scuole, insegnanti ed educatori che insieme rappresentano i punti di riferimento nella vita del bambino autistico.

    Nello specifico, il Counseling Territoriale per l’Autismo propone programmi personalizzati per ogni utente e training individuali che permettano di acquisire abilità per affrontare la realtà della vita quotidiana. Gli interventi psicoeducativi sono declinati con diversi gradi di intensità, in differenti contesti: in ambulatorio, a domicilio, a scuola, in ambito lavorativo o nel contesto sociale.

    Obiettivo è aiutare le persone a migliorare le proprie capacità comunicative, cognitive, incoraggiare la socializzazione, la lettura, scrittura, le abilità logico-deduttive, promuovere il rispetto delle regole, l’autonomia di movimento e di gestione economica e in particolare l’inclusione sociale.

  • La Svezia è restia a rimpatriare i bambini dell’ISIS

    Le autorità svedesi non possono portare a casa i figli dei membri svedesi dell’ISIS che si trovano nei campi profughi in Siria e che per tanto sono rimasti bloccati. E’ quanto ha stabilito il ministro degli Interni, Mikael Damberg, il 12 marzo. Si pensa che ci siano 30-40 bambini nati da genitori svedesi che si sono uniti all’ISIS e che attualmente vivono in campi profughi in aree controllate da forze governative fedeli al dittatore siriano Bashar al-Assad.

    La Svezia diventa così il secondo paese dell’UE a prendere una posizione dura contro il ritiro dei figli degli ex militanti dell’ISIS. Già il ministro degli Interni del Regno Unito, Sajid Javid, ha rifiutato di assumersi la responsabilità di rimpatriare Shamima Bagum, una ragazza di 19 anni che ha lasciato il Regno Unito a 15 anni per la Siria unendosi allo Stato islamico. Rispondendo a una domanda del ministro degli Interni ombra, Diane Abbott, Javid ha specificato che il Regno Unito non ha una presenza consolare in Siria e non è stato quindi in grado di aiutare Bagum.

    Un tribunale belga ha ordinato al governo di rimpatriare sei bambini i cui genitori si sono uniti all’ISIS, mentre allo stesso tempo il governo francese sta affrontando la questione del rimpatrio dei minori ISIS caso per caso.

  • La Commissione registra l’iniziativa dei cittadini europei “Europe CARES – Un’istruzione di qualità e inclusiva per i bambini con disabilità”

    La Commissione europea ha deciso di registrare un’iniziativa dei cittadini europei dal titolo “Europe CARES — Un’istruzione di qualità e inclusiva per i bambini con disabilità”.

    Scopo dell’iniziativa è garantire: “Il diritto all’istruzione inclusiva dei bambini e degli adulti con disabilità all’interno dell’Unione europea”. Come si afferma nell’iniziativa, pur se “oltre 70 milioni di cittadini dell’UE hanno una disabilità e 15 milioni di bambini hanno esigenze educative speciali“, molti “incontrano ostacoli eccessivi nell’esercizio del loro diritto a un’istruzione inclusiva di qualità“. Gli organizzatori invitano pertanto la Commissione a “elaborare un progetto di legge su un quadro comune dell’UE in materia di istruzione inclusiva che garantisca che nessun bambino resti indietro per quanto riguarda i servizi di intervento precoce, l’istruzione e la transizione verso il mercato del lavoro.”

    I trattati stabiliscono che l’UE può intervenire giuridicamente per combattere le discriminazioni fondate sulla disabilità e sostenere l’impegno degli Stati membri in relazione ai sistemi di istruzione e di formazione professionale. La Commissione ha pertanto ritenuto giuridicamente ammissibile l’iniziativa e ha deciso di registrarla. In questa fase della procedura, la Commissione non analizza il merito.

    La registrazione dell’iniziativa avrà luogo il 4 marzo 2019, data dalla quale decorrerà il periodo di un anno per la raccolta delle firme a sostegno dell’iniziativa da parte degli organizzatori. Se l’iniziativa riceverà un milione di dichiarazioni di sostegno in almeno sette Stati membri nell’arco di un anno, la Commissione la esaminerà e reagirà entro tre mesi. Essa potrà decidere di dare o di non dare seguito alla richiesta e, in entrambi i casi, dovrà giustificare la sua decisione.

  • Achtung Binational Babies: i bambini non sono tutti uguali

    Riceviamo e pubblichiamo lo scritto della D.ssa Marinella Colombo[1] che da oltre 10 anni si batte per il diritto dei bambini alla bigenitorialità e affinché lo Stato Italiano inizi davvero a difendere i propri figli, soprattutto contro gli abusi del sistema familiare tedesco controllato dallo Jugendamt.

    “All’inizio di maggio del 2009, i miei bambini sono stati prelevati con la forza dalla scuola elementare (https://www.youtube.com/watch?v=l7IXfmQRtoE&t=70s ) che, con accordo scritto del padre tedesco (accordo firmato davanti al vice questore di Milano), stavano frequentando. A mia insaputa, avevano tutti cambiato idea, i miei figli dovevano tornare in Germania. Per ottenerlo, la pressione tedesca su politici e magistrati italiani è stata inaudita. L’ubbidienza totale. L’ufficio dell’allora ministro Franco Frattini rispose alla mia richiesta di giustizia con il commento: “abbiamo troppi interessi commerciali con la Germania, se vogliono questi due ragazzini, diamoglieli”. Da allora la persecuzione alla mia persona, provatamente finalizzata ad ottenere il mio silenzio, non è ancora terminata. Dopo la prigione, la confisca dei miei risparmi, il sequestro di quelli di mia mamma e la condanna a pagare quasi 100.000 euro di risarcimento alla parte tedesca che, forte del sostegno totale del SUO sistema, mi ha impedito di mantenere una relazione con i miei figli, ricevo pochi giorni fa la comunicazione dell’agenzia delle entrate che vi invio. Sto ancora pagando il risarcimento a chi non ha rispettato gli accordi, ma evidentemente non basta: l’agenzia delle entrate mi chiede di pagare la mensa di figli che sono stati impacchettati e spediti in Germania, perché non ho dato la disdetta con il dovuto preavviso!

    Qualcuno potrà chiedersi perché ho aspettato tanti anni, facendo salire gli interessi e i costi reclamati fino a 700,- euro. Non è così. Quando ho ricevuto la prima comunicazione (2013-2014) mi sono rivolta al Comune di Milano, all’origine della richiesta. Mi ha ricevuto il sig. Basilio Rizzo, al tempo Presidente del Consiglio Comunale (Giunta Pisapia), assicurandomi che il problema sarebbe stato risolto poiché si trattava di un’ingiustizia. Lo richiamai due o tre volte per esserne certa, poi in effetti non ricevetti più nulla. Fino alla settimana scorsa. Vi scrivo perché sono certa di non essere l’unica a subire tali soprusi, perché i bambini italiani trattenuti in Germania sono migliaia e perché è ora che, quando si affronta il tema dei bambini, ci si ricordi che i bambini sono tutti uguali, che possono avere diversi colori di pelle e di capelli, provenire da famiglie agiate o modeste, ma hanno tutti il diritto a non subire traumi e a vivere un’infanzia serena. Anche i bambini italiani.

    Vorrei chiedere a quei politici, scrittori e cantanti che sono scesi in piazza affinché i bambini stranieri potessero usufruire della mensa scolastica anche in mancanza della presentazione completa per l’esenzione, perché non una parola per il problema che da anni rappresento in tutte le sedi, quello dei bambini italiani mandati o trattenuti all’estero?  Perché vengono idolatrati i sindaci che dichiarano di non voler rispettare una Legge dello Stato e invece una madre che ha aperto il vaso di Pandora delle relazioni italo-tedesche viene trattata per questo come una criminale?

    Vorrei che qualcuno mi spiegasse per quale motivo i bambini e i genitori italiani hanno meno diritti degli altri; vorrei sapere perché si infrange la legge pur di trasformare in criminale ogni genitore con i figli all’estero e che tenta di battersi, forzatamente da solo, per riportare a casa il suo tesoro più grande.

    Come hanno agito i governi passati, lo sappiamo. Al governo attuale chiedo si metta fine all’autorazzismo e al complesso di inferiorità nei confronti degli altri Stati e della Germania in particolare; chiedo si concluda questa persecuzione pseudo legale contro di me, contro chi ha aperto questo vaso di Pandora: guardateci in quel vaso, troverete un disgustoso commercio di bambini finalizzato a convenienze politiche.

    Sono mesi che chiedo di mostrarvi le evidenze e sottoporvi le soluzioni elaborate insieme ad un gruppo di esperti, ma c’è sempre qualche tema più urgente. Ma i bambini crescono in fretta e in un attimo sono uomini e donne traumatizzati. Per favore non attendiamo oltre.

    I bambini sono tutti uguali. Anche quelli italiani!

    Vi ringrazio per l’attenzione.

    Dott.ssa Marinella Colombo

    [1] Membro della European Press Federation, Responsabile nazionale dello Sportello Jugendamt, Associazione C.S.IN. Onlus, Membro dell’Associazione Enfants Otages, Membro dell’Associazione Federiconelcuore Onlus, Membro dell’Associazione Crisalide Onlus.

  • Come una bella anima, il racconto di Cuba di Massimo Tramontana tra immagini e parole

    Partivo senza meta, aspettando che la strada me la indicasse. Volevo che fosse lei, la Isla, ad ispirarmi. A me toccava capire cosa volesse propormi. Sono rimasto in attesa. In attesa di segnali profondi”. E’ un passo di Come una bella anima, libro di debutto di Massimo Tramontana, imprenditore di professione, artista poliedrico e fotografo per passione. La bella anima è l’acronimo di Cuba, ma è anche e soprattutto il riferimento alla bellezza dell’anima dei bambini. Come una bella anima, infatti, è un progetto, da tempo nel cassetto, realizzato da Tramontana solo quando è riuscito a trovare la motivazione giusta per dare un senso più concreto alla vita: supportare con la donazione dei proventi del libro e di tutte le iniziative ad esso correlate l’Associazione CAF, Onlus che accoglie e cura bambini e ragazzi vittime di abusi e gravi maltrattamenti. Come una bella anima è una sequenza di immagini ambientate nell’isola di Cuba che colgono istanti di vita quotidiana, espressioni e sentimenti di persone vere, immagini che trasmettono emozioni profonde. E’ un viaggio intimo che racconta una Cuba insolita, lontana dagli stereotipi, la cui destinazione è solo un pretesto per guardare la realtà con gli occhi dell’anima.

  • Achtung Binational Babies: Adelio, un piccolo Italiano abbandonato dal suo Paese

    Nella vita di Giovanni c’è un grande amore, quello per suo figlio e un immenso dolore unito alla delusione per quello che non hanno fatto le Istituzioni Italiane per riportare a casa questo nostro piccolo connazionale e soprattutto per tutelarlo dalla violenza.

    Per questo caso di sottrazione internazionale, già tre anni fa, la Farnesina “seguiva la vicenda con attenzione”. A tante belle parole, come quasi sempre, non è seguito nulla di veramente efficace. Gli avvocati hanno incassato numerose parcelle di almeno cinque cifre, ma non hanno ottenuto niente. I tribunali italiani hanno emesso condanne che non hanno avuto nessun effetto, peggio ancora, hanno complicato la situazione.

    Il piccolo A. si trova ora in Kazakistan, dove lo ha condotto la madre, cittadina di quel paese e al tempo moglie di Giovanni. Il bambino ha dunque la doppia nazionalità. Il Kazakistan non aveva al tempo ratificato la convenzione dell’Aja e per questo non è stato chiesto il suo rimpatrio. Il tribunale kazako ha pertanto deciso sull’affidamento del piccolo, fissando la sua residenza in quel paese. In Italia, la madre è stata condannata, in via ormai definitiva, per sottrazione internazionale ed è stata richiesta la sua estradizione. Perché l’Italia chiede l’estradizione di una cittadina kazaka e illude il padre del piccolo, sapendo che il Kazakistan non estrada i suoi concittadini?

    Di fatto si è creata la situazione che sempre si andrebbe a creare se passasse la proposta di legge che prevede addirittura di considerare la sottrazione internazionale come un sequestro di persona (reato dunque molto più grave): l’unica possibilità di riportare il bambino in Italia era la mediazione, era il tentativo di convincere la madre a rientrare nel nostro paese, dove avrebbe giovato di condizioni di vita più agiate. Sarebbe stato possibile, soprattutto perché Giovanni più che degni di questo nome, che non ha perso di vista il bene di suo figlio e non si è lasciato prendere dal desiderio di vedere innanzi tutto in carcere la donna che lo ha sottratto La mediazione però non si può più fare perché la donna, rientrando in Italia, verrebbe immediatamente condotta in carcere ed è pertanto ormai decisa a restare nel suo paese e ha interrotto ogni dialogo con l’ex coniuge.

    Ciò che è successo a questa famiglia è ciò che succede praticamente sempre nei casi di sottrazione internazionale. Da tre anni un padre, un cittadino italiano, si batte (e si dissangua!) per un figlio che presto verrà allontanato definitivamente da lui, dalla sua lingua e dalla sua famiglia nella totale indifferenza dei media e della politica.

    Ma in questa vicenda c’è un risvolto ben più grave: il bambino di fatto non vive con la mamma. Vive con persone che lo picchiano e lo maltrattano, mentre la madre lavora a migliaia di chilometri di distanza. Provate ad immaginare cosa si prova nel vedere, nei rari contatti concessi con la webcam, il proprio figlio che non ti mostra più affetto, ma soprattutto viene picchiato con la cinghia da uno sconosciuto. E tu sei lì che guardi impotente, pur avendo fatto il possibile e l’impossibile per riportare a casa tuo figlio, e ti senti tradito e vilipeso in primo luogo da chi ha speso solo parole vuote, da chi – ora lo sai – ha solo fatto finta di aiutarti e dal quel baraccone istituzionale che ha solo pensato a svuotarti le tasche. Ti chiedi se è questo il significato dell’essere cittadino Italiano. L’Italia è un grande Paese che rispetta i diritti di tutti, tranne che dei propri connazionali, soprattutto dei più deboli e indifesi. Ci si mobilita per le bambine indiane in India, i bambini brasiliani in Brasile, gli Africani in Africa, ma mai una parola e soprattutto mai un gesto concreto per tutelare i diritti fondamentali dei bambini italiani all’estero.

    Ormai solo la politica potrà salvare il piccolo A., ma non la politica che abbiamo conosciuto fino ad ora, quella che per diplomazia intende sottomissione, bensì una nuova politica che esiga il rispetto dei diritti fondamenti, che intervenga con determinazione e non farfugli sommessamente, ma parli ad alta voce e riporti a casa anche questo piccolo connazionale. Anche lui ha diritto, come tutti i bambini, a crescere in un ambiente sereno, senza violenza né maltrattamenti. Questo diritto non gli può essere negato oltre, solo perché Italiano!

  • Ancora troppe lacune sul ruolo di donne e bambini nello stato islamico

    “Donne e minori sono pronti a svolgere un ruolo significativo nel portare avanti l’ideologia e l’eredità dell’IS dopo la caduta fisica del suo califfato verso la fine del 2017”. E’ quanto emerge dal rapporto del dipartimento di studi di guerra del King’s College di Londra del 23 luglio, secondo il quale  il numero di donne e minori che ritornano in Europa dallo Stato islamico in Iraq e in Siria è molto più alto di quanto si pensasse. Sembra infatti che un quarto dei circa 41.490 cittadini di tutto il mondo che hanno aderito allo Stato islamico tra aprile 2013 e giugno 2018 siano donne e minori e, sempre  secondo il rapporto,  per minori bisogna intendere neonati (0-4 anni), bambini (5-14 anni) e adolescenti (15-17 anni). L’Europa occidentale, rispetto a tutte le altre regioni del mondo, ha visto la seconda percentuale più alta di rimpatriati femminili e di minorenni fino al 55%, mentre l’Europa dell’Est ha registrato il 18%. La maggior parte dei rimpatriati dello stato islamico dell’Europa occidentale è finita nel Regno Unito, seguito da Francia e Germania. Delle 1.765 persone che sono note per essere tornate nell’Europa occidentale, circa il 47%, è costituito da minori e un altro 8% da donne. Le cifre però sono sottostimate perché mancano dati ufficiali dei governi. Si parla infatti anche di ‘affiliati’, non solo di ‘rimpatriati’, intendendo così tutte quelle persone che in un modo o nell’altro hanno avuto viaggiato, volontariamente o perché costretti, nelle aree occupate dallo stato islamico. Si ritiene che tali affiliati siano circa 5.904 nell’Europa occidentale, di cui circa il 25% minorenni e il 17% donne. Di questi, la maggior parte arriva dalla Francia (1.910), seguita dalla Germania al (960) e dal Regno Unito, 850. Se alcuni sono tornati, di altri non si sa nulla di certo, mentre altri ancora sono morti.  Il Regno Unito stima, per esempio, che circa il 20% dei suoi cittadini sia stato ucciso, mentre oltre il 50% è tornato. Per la Francia, si stima che il numero di minori nell’IS superi o addirittura sia il doppio di quello delle donne, con un massimo di 700 minori (compresi i bambini nati nei teatri di guerra) che dovrebbero rientrare dalla zona di conflitto. Il rapporto afferma inoltre che i paesi con la più alta percentuale di minori sono Kazakistan (65-78 per cento), Paesi Bassi (58%), Francia (24-37%); Cina (35%) e Finlandia (34%). E stima che circa 730 bambini sono nati nel califfato da cittadini stranieri di cui 566 nati solo da europei occidentali. In alcuni casi, come il Belgio, il numero di bambini nati sotto l’IS (105) è più del doppio di quello dei bambini e adolescenti (45), sottolineando così la necessità per gli Stati di prepararsi a un numero ancora maggiore di minori rimpatriati e in particolare di neonati. Se la situazione europea fornisce una serie di dati parziali, tante invece sono le lacune circa i paesi del nord Africa, così come delle zone direttamente coinvolte nel conflitto, rendendo difficile perciò avere un quadro generale della situazione.

  • Achtung Binational Babies: un’altra mamma si avvia verso la prigione

    Valérie, che vive in Francia, alla frontiera con la Germania, si era separata dal marito quando i due bambini erano piccoli. Lui, come spesso succede, li ha trattenuti in Germania. I bambini non hanno più visto la mamma. La giustizia francese, incapace di far rientrare i due bambini, aveva però sentenziato con il divorzio che nessun alimento era dovuto. La giustizia tedesca, che ritiene di NON dover considerare le decisioni emesse in altri Paesi dell’Unione (!), ha invece preteso da lei gli alimenti per i due figli che Valérie non vede da 13 anni per volontà del padre, sostenuto dall’apparato familiare del suo paese. Da un po’ di tempo Valérie paga 150 euro al mese, come accordato nel procedimento che si è aperto in Francia dopo la visita dell’ufficiale giudiziario, deciso a pignorare, su incarico dall’avvocato dell’ex-marito.

    Ma questo non basta ai dominatori dell’Europa: pochi giorni fa, questa mamma si è vista recapitare un’ordinanza penale. Valérie è stata condannata al pagamento di 3.600 euro di alimenti, in alternativa 3 mesi di prigione!

    Valérie, che dopo il dolore e lo sconforto per la perdita dei due figli, è riuscita a rifarsi una vita, oggi ha un marito e una figlia piccola, ma è pronta ad andare in prigione, gridando al mondo non più soltanto il suo dolore, ma anche la rabbia, ormai condivisa da migliaia di genitori non tedeschi, contro questa Europa che continua a permettere alla Germania di commettere tali barbarie!!!

    In Francia già un altro papà, Lionel, aveva scelto la prigione, pur di non sottomettersi ai diktat di uno Stato che gli aveva fatto sapere, tramite il lungo braccio del suo Jugendamt, che avrebbe dovuto pagare per i due figli di cui non sapeva nulla da anni fino a quando non ne avesse ricevuto “il loro certificato di morte”.

    In Italia la dott.ssa Colombo, i cui figli sono stati mandati in Germania sulla base di una traduzione dolosamente falsificata e scientemente germanizzati (qui lo Jugendamt era in famiglia, nella persona dell’ex-cognato), si è vista condannare al pagamento di 2.060 euro mensili (più di quello che guadagna), dopo aver scontato una condanna penale di quasi due anni.

    Quanto ci vorrà ancora per capire che il problema non è familiare né giuridico, ma politico e soprattutto di dignità nazionale?

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