Bambini

  • Mio figlio potato via dalla mia ex moglie

    Riceviamo e pubblichiamo la lettera che ci ha inviato il Signor Giovanni Paolo Bocci al quale è stato sottratto il figlio, tenuto illegalmente in Kazakhstan dalla madre kazakha, destinataria di mandato di cattura internazionale e relativa richiesta di estradizione.

    Cara Redazione del Patto Sociale,

    Le scrivo in merito al caso di mio figlio Bocci Adelio Giovanni, cittadino italiano sottrattomi più di cinque anni fa.

    Ebbene, nonostante un mandato di cattura internazionale con estradizione emesso dal Tribunale di Brindisi e ricerche per mio figlio come minore scomparso dall’Italia, a tuttora le nostre istituzioni non hanno mosso un dito.

    Oltretutto ancora sto aspettando da parte del nostro ministero degli Esteri, dopo la lettera inviata nell’agosto del 2018 al ministro Moavero, una risposta riguardo al mio caso, di cui ve ne sarei grato se la pubblicate.

    Le amare conclusione di questa vicenda penosa sono:

    1) la mancanza di autorevolezza del nostro Paese, timido in materia di affrontare specialmente con paesi come il Kazakhstan di cui vi sono rapporti economici. Non capisco perché barattano la vita di un cittadino italiano, in questo caso mio figlio, portato illegalmente in questo paese.

    L’attività viene solo svolta in maniera burocratica senza il dovuto coordinamento tra le varie funzioni e competenze.

    2) Il nostro Paese e le sue decisioni non tutelano i propri cittadini come altri stati, impugnando fatti e battendo pugni sul tavolo.

    3) Non si vuol far capire che le vittime in tutto sono i bambini, cui vengono cancellati i legami con una parte importante della propria vita.

    Giovanni Paolo Bocci

  • Iniziativa di Banca Intesa con Lego per educare i bambini alla finanza

    Astronavi, castelli, palazzi e camioncini, tutti noi abbiamo usato i mattoncini per costruire qualcosa e dare libero sfogo alla nostra fantasia creativa, ma utilizzarli per spiegare l’inflazione, il PIL e i costi del cambiamento climatico rappresenta una vera novità. Nasce così il progetto Legonomia, promosso dalla Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio, che utilizza i mattoncini come strumento educativo per far avvicinare le famiglie ad alcuni contenuti economici e finanziari, in modo semplice e divertente. Il progetto si rivolge ai bambini fino ai 12 anni che potranno partecipare alle attività insieme ai loro genitori, trasformando così questo momento in un’occasione di apprendimento reciproco replicabile anche a casa. Insieme a Luciano Canova, autore, docente accademico e formatore accreditato LEGO®SERIOUS PLAY® e grazie alla collaborazione con il Museo del Risparmio di Intesa Sanpaolo è stato possibile realizzare il primo laboratorio su prezzi e inflazione. I successivi laboratori in presenza, Covid-19 permettendo, spazieranno dall’uso responsabile del denaro, all’economia comportamentale fino allo sviluppo sostenibile e saranno condotti il prossimo autunno a Torino presso il Museo del Risparmio, applicando tecniche di didattica ludica e di divulgazione scientifica.

  • Detective Stories: consigli per evitare di smarrire il proprio figlio in spiaggia

    Il lavoro dell’investigatore non finisce mai. Non esistono giorni di ferie o feste comandate che tengano. Quando si ha l’opportunità di svolgere una indagine o se il momento è propizio, non si può rinviare e bisogna necessariamente agire. La giornata lavorativa può andare ben oltre le canoniche 8 ore, ed una volta arrivati a casa, se si ha un caso particolarmente a cuore, si continua a pensare alle possibili soluzioni. Di fatto non si stacca mai, del resto le nostre capacità investigative potrebbero essere utili a qualcuno in un momento di necessità.

    Nell’agosto 2017 stavo effettuando un viaggio di piacere in Andalusia e, trovandomi a Malaga, decisi di passare una giornata di relax al mare nella vicina Torremolinos. Poco dopo pranzo la mia attenzione venne catturata da un bambino di circa 7 anni che camminava da solo, in costume da bagno e senza ciabattine. In realtà non era l’unico bambino nella zona intento a girovagare in prossimità della spiaggia, ma in questo caso era diverso. Lo avevo già notato passare davanti alla vetrina del ristorante nel quale mio trovavo per più di una volta, e nel suo sguardo, inequivocabilmente smarrito, notai paura, per questo decisi di avvicinarlo.

    Il bimbo era visibilmente scosso e non parlava. Cercai di chiedergli dove fossero i suoi genitori, prima in inglese e poi in spagnolo senza successo. Del resto i suoi tratti somatici suggerivano una provenienza medio orientale. Avevo bisogno di qualcuno che conoscesse l’arabo. Lo trovai e a quel punto ebbi la conferma che il piccolo Aamir si era perso e non riusciva a trovare i suoi genitori. Non era in grado di spiegarci dove si trovassero e nemmeno da quale lido provenisse o in quale hotel alloggiasse.

    Ci disse però che il suo albergo era molto grande e che dalla sua camera si poteva vedere il mare…non un grande aiuto considerando che Torremolinos è piena di palazzoni e hotel sul mare, ma se non altro avevamo ristretto il campo. Presumibilmente i suoi genitori si trovavano nel lido di qualche hotel frontemare, e non erano caucasici. Inoltre il costume di Aamir era di una marca famosa il che lasciava presupporre che i suoi genitori fossero benestanti ed alloggiassero in un hotel di lusso. Date le circostanze, non credevo che il bambino avesse percorso molta strada e cercai su internet gli hotel di lusso frontemare presenti nel raggio di 1 km.

    Misi Aamir a cavalcioni sulle mie spalle, gli comprai un gelato e mi diressi verso il primo degli hotel.

    Iniziai a girare per i lidi, finché, giunto presso il secondo hotel della mia lista, notai una signora abbastanza disperata…ovviamente si trattava della madre di Aamir, che corse subito verso di me ad abbracciare suo figlio.

    Era bastato un attimo di distrazione ed il bambino era svanito nel nulla dopo essersi allontanato di soli 20 metri ed uscendo dal campo visivo della madre, passando dietro ad un chiosco.

    Aamir è stato fortunato a trovare me ed altre persone disposte ad aiutarlo, ma se al posto mio avesse incontrato un malintenzionato?

    Ogni anno centinaia di bambini si perdono sulle spiagge italiane e la maggior parte di loro viene ritrovata dopo poche ore, o addirittura in pochi minuti, tuttavia il rischio di imbattersi in un orco, per quanto si tratti di una possibilità alquanto rara, è pur sempre esistente.

    Bisogna sempre fare attenzione ed utilizzare alcuni stratagemmi.

    Trovo molto utile l’utilizzo dei segnalatori di posizione bluetooth indossabili dai bambini. Una volta allontanatisi troppo ed oltrepassato il raggio di 5 metri, il cellulare dei genitori emette un alert, avvertendoli così prima che sia troppo tardi.

    Qualora non si volesse utilizzare un dispositivo indossabile, consiglio di posizionarsi sempre nei pressi del bagnino (il pericolo di annegamento è più probabile di quello di una sparizione) e di notare se nella zona sono presenti delle telecamere. Le videocamere di sorveglianza sono un forte deterrente e vengono quasi sempre notate dai malintenzionati, che solitamente evitano di agire in prossimità di queste.

    Altri accorgimenti utili, per evitare di perdere il proprio figlio o per avere maggiori possibilità di ritrovarlo sono:

    -vestirlo di colori vivaci.

    -addestrarlo a conoscere il numero di emergenza da chiamare, e memorizzare il nome dell’hotel.

    -tenere una foto recente da mostrare in caso di smarrimento.

    Nei casi di sparizione, i tempi di reazione e di intervento delle forze dell’ordine sono molto lunghi, tuttavia non esiteranno ad aiutarvi in casi di questo tipo (qualora si dovessero trovare in zona).

    Per questo è sempre utile avere con se uno fotografia recente e stampata da poter consegnare loro e facilitando così la ricerca, oppure si può sempre sperare di imbattersi in un detective privato pronto a fornire i propri servizi gratuitamente, forse l’unica nota positiva di un momento decisamente tragico.

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubrica: d.castro@vigilargroup.com

  • Detective Stories: uccisioni e sottrazioni di minore, quando il pericolo è il genitore

    Fra tutte le tipologie di crimini esistenti, l’omicidio di un bambino è certamente quello più terribile e che spesso non trova una spiegazione logica immediata. Quando viene ucciso un minore la nostra mente è portata a pensare subito all’intervento di un soggetto esterno, un malintenzionato, un orco…ma non è sempre così.

    Il dato più raccapricciante è che nella maggior parte dei casi ad agire è un familiare. Il più delle volte è la madre, anche se ultimamente le cronache ci restituiscono una immagine che vede coinvolti anche i padri in questi fenomeni patologici.

    Si tratta di casi rari ed isolati dei quali forse si sente parlare fin troppo spesso, casi di difficile comprensione ma che trovano una spiegazione negli angoli più bui dell’animo umano, ove regnano disperazione e disagio esistenziale.

    Statisticamente il fattore scatenante di tali gesti estremi risiede nell’abuso di droghe, anche se in generale possono influire anche gravi episodi depressivi, crisi economiche o dinamiche di violenza familiare. E’ facile che da queste condizioni, la violenza venga trasferita sui figli, ma ovviamente ogni caso è a se.

    È di pochi giorni fa la notizia dell’uccisione da parte di un padre dei due figli minori nella provincia di Lecco. Non aveva accettato la separazione e con molta probabilità ha ucciso per colpire la moglie.  Guardando il suo profilo Instagram sembrava un padre amorevole, con molti post dedicati ai figli e al tempo trascorso con loro, ma evidentemente ad un certo punto qualcosa deve essere scattato nella sua mente. Si poteva prevedere e quindi evitare una simile tragedia?

    I nomi di bambini vittime di stragi familiari sono troppi, ma a volte la forza di alcuni di loro gli consente di sopravvivere.

    Come non dimenticarsi di David Rothenberg, il bimbo americano di 6 anni bruciato vivo nel sonno dal padre dopo avere trascorso una giornata insieme a lui a Disneyland. David sopravvisse ma rimase gravemente sfigurato. Gli dedicarono un film, diventò amico di Michael Jackson e poi un artista da grande. Una magra consolazione.

    David è stato l’esempio vivente di come quando sono i padri ad uccidere, o a tentare di farlo, si tratta perlopiù di eventi caratterizzati da una maggiore violenza, espressione di un malessere interiore dal quale non si può più fare ritorno.

    Ritengo che la violenza sui figli sia legata a quella delle donne da uno stesso denominatore comune, poiché quando è un padre ad uccidere, lo fa quasi esclusivamente per ferire la donna, privandola di ciò che di più caro ha al mondo.

    In altri casi, uno dei genitori decide di privare il partner del figlio “rapendolo” e portandolo a vivere in un altro paese, di fatto senza mai più farlo vedere.

    Non si tratta di uccisioni, ma certamente sono situazioni fortemente logoranti per le famiglie che lo subiscono.

    Spesso mi sono occupato di casi di questo tipo, riuscendo a scoprire la località nella quale il genitore stesse nascondendo il figlio, ma talvolta le difficoltà e le aree geografiche coinvolte non favoriscono il ritrovamento, basti pensare ai quei bambini sottratti e portati in paesi arabi o zone colpite dalla guerra.

    Alcuni anni fa si rivolse a me un uomo la cui figlia di 3 anni era stata portata via dalla madre. Mauro, (nome di fantasia), imprenditore milanese, aveva sposato Ilona (nome di fantasia), una indossatrice ucraina di 28 anni. Dopo la nascita della loro bambina, Ilona ebbe una depressione post parto e cominciò a bere sempre con una maggiore frequenza. I due litigavano spesso ed erano distanti l’uno dall’altro. Mauro chiese il divorzio. Pochi giorno dopo aver ricevuto la comunicazione, Ilona prese la bambina e andò via, spense il telefono e cancellò i propri social network.

    Solitamente in queste situazioni, le donne vanno da genitori o comunque da alcuni parenti, almeno nel primo periodo, nel caso di Ilona invece non fu così.  Non si riusciva a trovare da nessuna parte. Il motivo? Aveva agito con premeditazione e non di impulso, ma commise un errore. Analizzai il profilo social delle sue amiche più care e notai una amicizia in comune a tutte. Si trattava di un profilo privato che non accettava nessuna richiesta di amicizia. Poteva trattarsi di Ilona.

    Trovai un nickname molto simile utilizzato in un vecchio profilo Twitter ormai in disuso, ma era aperto. Analizzai i nomi dei follower e li cercai su Instagram. Avevo sufficienti conferme che si trattasse del network di amicizie di Ilona.

    Tenni sotto controllo le storie dei diversi profili ed un giorno vidi in uno dei video una bambina di circa 3 anni. La storia venne cancellata poco dopo. Avevo scoperto che Ilona si trovava in Ucraina presso un suo ex fidanzato con il quale era rimasta in contatto.

    L’iter legale successivo consentì a Mauro di ottenere l’affidamento della bambina.

    Uccisioni e sottrazioni sono frutto della stessa matrice, la volontà di chi compie tali gesti è quasi sempre quella di ferire il partner attraverso i figli. In alcuni casi è possibile prevedere tali eventi, ma come?

    E’ importante analizzare i cambiamenti dell’umore del partner, monitorare l’abuso di sostanze ed ogni eventuale situazione di insofferenza e disagio, soprattutto nelle dinamiche familiari.

    Non bisogna temere di riconoscere una malattia mentale all’interno della famiglia, spesso si può intervenire in tempo e superare le crisi grazie al supporto di un professionista.

    Infine, il dialogo è sempre utile, anche in situazioni difficili, quando si ha a che fare con soggetti violenti o particolarmente disturbati bisogna essere dei “bravi attori”, mediare il più possibile, assecondare il partner affinché non compia gesti inconsulti e prendere le opportune contromisure con il supporto di un professionista.

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubrica: d.castro@vigilargroup.com

     

  • Adozioni internazionali in calo anche nel 2019, ma l’Italia rimane la più accogliente d’Europa

    Non si arresta il trend negativo per le adozioni internazionali. Nel 2019, in Italia, è stato toccato il nuovo minimo storico tanto che per la prima volta il numero delle coppie che ha adottato è sceso a 969, -14% rispetto al 2018, circa la metà (-46,7%) rispetto a cinque anni prima quando erano state 1.819. Il numero dei bambini adottati scende a 1.205 (-13,6% rispetto al 2018, -45,6% rispetto al 2015). Il dato è stato fornito dalla Commissione per le adozioni internazionali (Cai) che ha pubblicato il report 2019 cui si conferma anche a livello mondiale il consistente calo: tra il 2004 e il 2018 nei 24 principali Paesi di accoglienza si è passati da 45.483 a 8.299 adozioni, l’81,7% in meno. Tuttavia l’Italia resta il primo Paese in Europa per numero di bambini adottati all’estero e si conferma al secondo posto nel mondo, dopo gli Usa, per numero assoluto.

    In Italia, per adottare un bambino straniero sono necessari, dal momento della domanda, in media 45 mesi. L’attesa varia da Paese a Paese: i tempi più lunghi si rilevano con Haiti (73,2 mesi) e Bulgaria (63,2); i più brevi con Ucraina e Burundi (36). In media, i bambini che arrivano nel nostro Paese hanno 6,6 anni (in linea con il 2018 e in crescita rispetto agli anni precedenti) e sono in maggioranza maschi (53,3%). Il Paese di origine che spicca è la Colombia che registrando 222 (+31,3% rispetto all’anno precedente) nel 2019 ha superato la Federazione Russa che è scesa a 159 da 200 (-20,5%). A seguire, Ungheria (129), Bulgaria e Bielorussia (81). Dei 1.205 bambini autorizzati all’ingresso in Italia, 774 (64,2%; il 70% nel 2018) hanno riguardato portatori di uno o più bisogni speciali.
    Solo cinque Regioni, nel 2019, hanno superano i 100 ingressi: Campania (153), Lombardia (151), Puglia (116), Veneto (110) e Toscana (104). Considerando le coppie, invece, Lombardia (128), Veneto (101) e Campania (104). Registrano un calo di oltre il 30%, Liguria e Sicilia; mentre sono in aumento, ci sono fra le altre, Trentino-Alto Adige, Umbria, Basilicata, Sardegna. I genitori adottivi hanno un’età media che aumenta; la maggiore frequenza, alla data del decreto di idoneità, si ha fra i 40 e 44 anni, il 35,6% per i mariti e il 38,3% per le mogli. Gli over 50 sono il 15% e il 6,5% e solo un marginale 0,1% dei mariti e 0,5% delle mogli ha meno di 30 anni. Mamme e papà adottivi hanno sempre un elevato livello di istruzione; la maggioranza ha la laurea (51,6% dei mariti e 60,7% delle mogli). Rispetto alle professioni, dove nel passato la maggioranza svolgeva attività impiegatizia, nel 2018 e 2019 il lavoro più diffuso ora riguarda professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione.
    Nel panorama mondiale, secondo il Segretariato de l’Aja nel periodo 2004-2018, il calo delle adozioni è significativo, -81,7%. Meno drammatico nell’arco temporale 2009-2018, -71,8%. La Cai sottolinea che il fenomeno delle adozioni non va letto solo dal punto di vista numerico: “Attribuire alla diminuzione dei casi una connotazione negativa assoluta, rischia di inquinare l’analisi del fenomeno”. E ricorda che il costante calo dell’ultimo decennio è dovuto principalmente alle trasformazioni interne nei paesi di origine; in molti casi, modifiche legislative per rendere le adozioni più trasparenti o miglioramenti di politiche per l’infanzia lasciando l’adozione come ultima ratio. Per la Cai, si assiste anche a modiche delle dinamiche interne dei paesi accoglienti, dove si registrano instabilità nelle relazioni di coppia e crisi economica. La Cai, sottolineando di aver promosso un “costante confronto e dialogo con i paesi di provenienza negoziando, stipulando e rinnovando accordi bilaterali o protocolli di intesa con le Autorità Centrali” (attività che ha contenuto il calo), precisa di essere
    impegnata “nell’apertura di nuove frontiere e nel rafforzamento degli accordi bilaterali già in essere”.

     

  • Detective Stories: il rintraccio di un figlio mai conosciuto

    Nell’immaginario comune, il lavoro di un investigatore privato prevede lunghi appostamenti, pedinamenti in auto e situazioni più o meno avventurose degne di un film noir, ma negli ultimi anni molto è cambiato.

    Le persone lasciano le proprie tracce non solo nella vita reale, ma anche a livello virtuale, sulla rete, nei forum e nei social network, con i propri veri nomi nascosti da alias e nickname di vario tipo.

    Alcuni anni fa ricevetti una richiesta da parte di una signora disperata. Maria (nome di fantasia), over 70, malata e sola, voleva ritrovare il proprio figlio dato in adozione subito dopo la nascita. Ai tempi era molto difficile per una ragazza madre (perlopiù minorenne), pensare di sposarsi e mettere su famiglia e data la sua situazione economica difficile, le suore del brefotrofio la convinsero che il bimbo avrebbe avuto un futuro migliore con una famiglia americana.

    Maria, forse un po’ sconvolta dagli eventi, subito dopo il parto firmò alcuni documenti senza ben capire, il bambino venne portato via dalle suore e lei non lo rivide più. Cambiò subito idea, ma ormai era troppo tardi, Il bimbo era già in America. Lei non si diede mai per vinta e lo cercò per tutta la vita, senza mai trovarlo.

    Quando si rivolse a me aveva pochissime informazioni in mano, solo il nome di battesimo del bambino (probabilmente cambiato) e la sua data di nascita.

    Con i dati a mia disposizione non avevo trovato nessuna persona corrispondente in America. Era praticamente certo che al bambino avessero cambiato il nome. Potevo basarmi solo sull’età e purtroppo le persone nate in quella data erano diverse migliaia. Era come trovare l’ago in un pagliaio. Provai a rivolgermi a colleghi del posto, ma senza ottenere alcun risultato. Con i dati in nostro possesso la risposta era solo una: “negative”.

    Di certo c’era solo una cosa. Il figlio di Maria doveva necessariamente aver lasciato delle tracce di se, inoltre all’epoca dei fatti, non era comune fare viaggi internazionali per adottare un bambino…la famiglia adottiva doveva quindi essere “particolare”.

    Cominciai a setacciare i database alla ricerca di persone aventi quella specifica data di nascita con una attenzione ai loro nuclei familiari. Il mio intuito mi suggeriva che la famiglia adottiva doveva essere numerosa.

    Tra i vari risultati, notai una famiglia della provincia di Philadelphia piuttosto interessante: si trattava di un nucleo piuttosto numeroso, con molti figli maschi e femmine, inoltre l’età di uno di loro, Michael, combaciava con quella del figlio di Maria.

    Trovai su internet il necrologio della potenziale madre adottiva nel quale si parlava di come la donna avesse dedicato tutta la vita alla famiglia viaggiando per il mondo, promuovendo l’allattamento naturale…e se uno di questi viaggi la avesse portata in Italia?

    Su “Michael” non trovai nulla in internet, e solo allora mi concentrai sulla ricerca di profili social dei suoi possibili fratelli e sorelle. Forse in qualcuna delle loro foto avrei potuto notare Michael. Di tutti i fratelli, sorelle e membri della famiglia solo il profilo Facebook di Elisabeth mi dava le conferme che stavo cercando… la donna del profilo proveniva dalla stessa località della famiglia che avevo trovato sul database. Inoltre tra le sue amicizie risultava collegata con alcuni soggetti presenti nel database (suoi fratelli e sorelle, tutti tranne Michael). Tra gli album Facebook di Elisabeth, trovai alcune vecchie foto di un matrimonio, ed in una di quelle notai un giovane ragazzo, scuro di carnagione non molto alto e con i capelli neri, tratti somatici tipici del sud Italia. Era completamente diverso da tutti gli altri commensali, molto chiari e di probabile origine irlandese.

    Dentro di me sentivo di averlo ritrovato. Scrissi ad Elisabeth, presentandomi e spiegandole il perché del mio messaggio. Le raccontai la storia di Maria e del mio ruolo nella ricerca del figlio dato in adozione e mai incontrato. Infine lasciai il mio numero di telefono e restai in attesa.

    Dopo due giorni, un numero americano mi telefonò, sotto al numero la scritta Philadelphia. Era Elisabeth.

    Piuttosto sbalordita e con voce emozionata mi fece molte domande, del resto ricevere un messaggio da parte di un investigatore privato che chiede informazioni riservate su fatti personali non è cosa da tutti i giorni, ed Elisabeth voleva essere sicura circa la bontà del mio intervento.

    Dopo una lunghissima conversazione, Elisabeth mi disse che ero riuscito a trovare il figlio di Maria, Michael, il quale purtroppo era deceduto tre anni prima per una malattia.

    Fu molto difficile per me dire la verità a Maria, ma se non altro in tutti questi tipi di casi conoscere la realtà dei fatti è utile alle famiglie per avere una “chiusura” della vicenda.

    Spesso nei casi di ricerca di persone che ho affrontato, i dubbi e le paure dei familiari possono logorare più della certezza della morte. E’ la parte difficile di chi ha scelto di essere un investigatore, rappresentare la verità, bella o brutta che sia, al di sopra di ogni ragionevole dubbio.

    Maria e la famiglia adottiva di Michael strinsero una forte amicizia e le fu certamente di grande aiuto scoprire quanto Michael fosse stato amato durante la sua vita, una vita che insieme riuscimmo a ricostruire nei minimi dettagli, dal momento del suo sbarco all’aeroporto JFK negli anni 70, fino al giorno della sua morte.

    Quello di Maria e Michael fu un caso molto particolare, forse meno avventuroso di altri, ma certamente ricco di emozioni soprattutto per le vicende umane che lo hanno caratterizzato.

    Un caso risolto dalla mia scrivania, con un computer, un telefono e parecchio intuito. Fu un parziale insuccesso o un successo senza lieto fine.

    Rintracciare una persona di cui si sono perse le tracce è alla portata di tutti? Forse no, ma certamente avendo a disposizione i dati corretti, oggi può essere molto più semplice.

    Esistono dei siti che consentono alle persone adottate di inserire i propri dati e fotografie al fine di facilitarne il ritrovamento da parte dei familiari, ma anche di risalire ai propri genitori biologici.

    In Cina, dove esiste un grave problema di rapimenti legati al mondo delle adozioni, ci sono siti web che mostrano dei render del probabile aspetto da adulto del minore rapito, per farlo vengono utilizzati dei software per l’invecchiamento del volto. Diverse persone si sono riconosciute ed hanno ritrovato i propri cari in questo modo.

    Si tratta di piccoli passi nell’evoluzione delle tecnologie per il ritrovamento delle persone scomparse e forse in futuro, proseguendo per questa strada, riusciremo a ritrovare le persone a noi care in tempi minori e con meno sforzi.

     

    Per domande e consigli di natura investigativa e/o di sicurezza, scrivetemi e vi risponderò direttamente su questa rubricad.castro@vigilargroup.com

  • La convivenza domestica forzata aumenta le violenze

    Ancora femminicidi e sangue tra le mura domestiche. Dopo la vicenda del 45enne che per ‘vendetta’
    sulla ex ha ucciso i suoi due figli gemelli nel Lecchese prima di togliersi la vita, si registrano nuovi casi: da Grosseto, dove un uomo si è suicidato dopo aver tentato di uccidere la moglie, ora in gravi condizioni, fino al litorale laziale dove a Fregene un 39enne è stato arrestato per aver cercato di colpire
    con una cesoia la moglie in fuga da lui. Episodi che tornano tristemente all’ordine del giorno per gli investigatori: nell’ultimo Report realizzato dall’Organismo permanente di monitoraggio durante l’emergenza coronavirus, si rileva che a partire dalla fine di marzo si assiste ad un costante graduale
    incremento dei ‘reati spia’ della violenza di genere (atti persecutori, maltrattamenti e violenza sessuale), che dagli 886 di fine marzo sono arrivati a 1.080 al 10 maggio 2020, in corrispondenza del progressivo allentamento delle misure restrittive. Il reato che subisce un aumento più significativo è quello dei maltrattamenti contro familiari e conviventi. Dal primo marzo al 10 maggio, rispetto al periodo di riferimento dello scorso anno, si registra il -46,67% di femminicidi rispetto all’anno precedente (da 30 nel 2019 a 16 nel 2020), il calo è anche in ambito familiare e affettivo (da 23 a 15). Sono anche aumentate le telefonate al numero antiviolenza 1522 del Dipartimento per le Pari Opportunità, nato per sostenere ed aiutare le donne vittime di violenza. Il reato che subisce un aumento più significativo è quello dei maltrattamenti contro familiari e conviventi. L’elevato numero di richieste di aiuto pervenute al numero dedicato lascia presumere il senso di solitudine e di smarrimento connesso alla difficoltà per le donne di rivolgersi alle forze di polizia. Calano – secondo i dati della Criminalpol – anche le violenze sessuali, al -66%. Ma gli episodi proseguono e dopo il lockdown il rischio è che in questa fase 3 possano registrarsi invece nuovi picchi. Tra le vicende più recenti, c’è quella di un 64enne trovato morto e sua moglie ferita gravemente in una casa alla periferia di Grosseto. L’ipotesi al momento è che l’uomo si sia tolto la vita dopo aver tentato di uccidere la moglie. A Reggio Emilia, invece, un 42enne di origini napoletane è stato arrestato dai carabinieri per aver distrutto l’auto della moglie e poi per aver tentato di aggredire gli stessi militari. La donna, quando è rientrata dal mare, si è persino trovata il marito in casa nonostante nei confronti di quest’ultimo il giudice avesse disposto allontanamento dall’abitazione e divieto di avvicinamento alla coniuge a causa di maltrattamenti subiti in precedenza. A Fregene, invece, la polizia ha messo le manette a un cittadino marocchino di 39 anni, fermato subito dopo aver tentato di uccidere la moglie, una 35enne romana con la quale è sposato da oltre 10 anni. La donna nei giorni scorsi era
    scappata dalla casa in cui vivevano insieme ai loro tre figli, perché esasperata dalle violenze subite negli anni e si era rifugiata nella villetta di famiglia a Fregene. Quando la 35enne è rincasata, se l’è trovato alle spalle con in mano una grossa cesoia con la quale ha tentato di colpirla. Soltanto la prontezza di riflessi della vittima le ha permesso di fuggire, riuscendo ad entrare nell’abitazione e chiudendo dietro la grata della porta, sulla quale si è andato ad infrangere il colpo. Violenze e drammi colpiscono anche i minori: a Genova una studentessa di 16 anni, vittima di una violenza sessuale qualche mese fa, ha tentato il suicidio. A salvarla è stato l’amico del cuore, a cui la ragazza aveva scritto un disperato messaggio.

  • In crescita il numero dei minori adescati sul web durante il lockdown

    Con la quarantena sono aumentati i casi di pedofilia. E’ l’allarme lanciato da don Fortunato di Noto in occasione della 24esima Giornata Bambini Vittime della pedofilia, da lui istituita in concomitanza proprio con quello che era il giorno dell’orgoglio pedofilo, il 25 aprile. Intervistato da Pro Vita & Famiglia il sacerdote che da sempre si batte contro questo reato ha denunciato l’aumento di adescamenti e casi di pedofilia online in questi giorni di quarantena. “Il mondo reale è affiancato da quello virtuale e il lockdown ha consentito a moltissimi bambini di stare molto più tempo sul Web. Con questo, ovviamente, non vogliamo demonizzare la Rete, che ha tantissime note positive e migliora le nostre vite; ma è anche uno strumento di dipendenza e che può sfuggire ai controlli dei genitori. Ecco quindi che diventa terreno fertile per i pedofili e così è sempre stato e lo è maggiormente ora, poiché riescono a trovare più facilmente dei minori collegati online. Il panorama telematico è enorme, parliamo infatti di telegram, whatsapp, facebook, instagram. Nel solo mese di marzo abbiamo denunciato oltre 200 chat con adescatori e potenziali pedofili”. Don Di Noto parla addirittura di 34mila file che riguardano circa 30mila bambini intercetti grazie anche alle segnalazioni di tanti genitori che hanno ravvisato tentativi di adescamento e produzione copiosa di materiale pedo-pornografico. E non sempre purtroppo è facile risalire ai colpevoli perché, malgrado l’ottimo lavoro della polizia postale, non è facile ricevere risposte da istituzioni estere o da server che si appellano al diritto alla Privacy. Don Di Noto, nella sua intervista parla anche di uno scarso controllo, in tanti casi, da parte dei genitori che lasciano i figli per troppo tempo da soli alle prese con il web e i pericoli che ne scaturiscono. “Occorre fare un grande e accorato appello ai genitori, agli adulti. Tanti, purtroppo, non si rendono conto della gravità del problema perché tante situazioni di abusi e violenze non vengono viste dai cittadini, ma li vediamo solo noi che ci occupiamo in prima linea di questi argomenti”. E a proposito di silenzi il sacerdote sottolinea con amarezza la scarsa attenzione che media e istituzioni rivolgono al fenomeno quasi mancasse la volontà di intervenire in maniera concreta per non turbare istituzioni e pubblica opinione.

  • Addio a Carlo Casini: magistrato, politico e strenuo difensore della vita

    Lo scorso 23 marzo è venuto a mancare, dopo una lunga malattia, Carlo Casini, magistrato, deputato italiano ed europeo per più legislature. Esponente della Democrazia Cristiana e successivamente del PPI, del Centro Cristiano Democratico (CCD) e infine dell’UDC fu protagonista del cattolicesimo impegnato nella società civile a difesa della vita nascente e contro l’aborto. Fondatore nel 1980 del Movimento per la vita italiano del quale fu a lungo presidente e dal quale sono nati i CAV (Centri di aiuto alla Vita), ha sempre creduto fortemente in un’Europa unita sulla base dell’autentica cultura dei diritti umani e per questo ha combattuto con coraggio e lealtà per il riconoscimento del diritto alla vita dei più poveri tra i poveri quali sono i bambini non nati. L’ultima battaglia di Carlo Casini è stata la campagna ‘Uno di Noi’ del 2013 che con una mobilitazione popolare in tutti e 28 (allora) paesi dell’Unione Europea consentì la raccolta di ben due milioni di firme a sostegno della petizione europea per la salvaguardia dell’embrione umano e dei suoi diritti.

  • Achtung, binational babies: Lo Jugendamt ai tempi del coronavirus

    Ai tempi del Coronavirus, mentre in Italia si susseguono gli appelli di genitori e associazioni affinché non vengano negati ai bambini che vivono in istituto, lontano dalla famiglia d’origine, almeno i contatti telefonici, in Germania vanno oltre. Sono sempre un passo (o anche due) più avanti. Il canale televisivo RTL, nella sua pagina online pubblica un appello quanto meno preoccupante. Analizziamolo paragrafo per paragrafo. Il titolo già riassume una chiara presa di posizione: “In quarantena per il Coronavirus con genitori stressati – Bambini in pericolo, maltrattati e abusati”. Il sottotitolo è altrettanto eloquente: “I “protettori dei bambini” [lo Jugendamt] danno l’allarme. Poi l’affermazione: Vivere insieme in famiglia può essere estenuante e stressante, per alcuni bambini può rappresentare anche un pericolo di vita”. E prosegue, “È con queste drastiche parole che i “protettori dei bambini” [lo Jugendamt] si rivolgono all’opinione pubblica. In tempi di isolamento sociale è più importante che mai tenere d’occhio i membri più deboli della nostra società”. Come vedete il ruolo della famiglia non è più quello della naturale, amorevole, ovvia ed insita protezione, vivere in famiglia viene presentato come costrizione a condividere spazi e, in questo momento di quarantena, una costrizione che può diventare pericolosa. In un paese nel quale ogni anno vengono sottratti ai genitori circa 80.000 bambini, è evidente che si sta qui parlando della programmazione di ulteriori sottrazioni. I bambini veramente in pericolo saranno, con tutta probabilità, tra gli 80.000 già allontanati annualmente, qui si cerca invece di incrementare gli interventi o, nel migliore dei casi, di non abbassare la media. L’articolo procede con un eloquente secondo paragrafo dal titolo Quando genitori e figli si trasformano in delinquenti e vittime. La vita sociale in Germania è ferma. Scuole, asili, circoli, piscine: tutto è chiuso. I cittadini sono invitati a ridurre al minimo i contatti sociali per rallentare la diffusione del coronavirus. E’ questa una situazione che può essere fatale per i bambini maltrattati e, nel peggiore dei casi, sessualmente abusati. Essi sono indifesi, alla mercé dei loro genitori. “Durante la quarantena non ci sono più le routine quotidiane, asili e scuole resteranno chiusi per settimane – cioè i luoghi privilegiati per l’allontanamento dei bambini -. Il parco giochi è chiuso, i vicini si tengono a distanza, il bambino è solo con i genitori. […] Chi vede e sente ora i bambini maltrattati e abusati?” Insomma sembra proprio che il più grande attacco al benessere del bambino sia rappresentato dai genitori. Si passa dunque all’implicita affermazione che il numero di bambini già allontanati non sia sufficiente: “Il numero di casi non ancora noti di abusi, violenze psicologiche e fisiche nelle famiglie è elevato”. Si diffonde il sospetto che ogni famiglia rappresenti il luogo di abusi e dunque: “Ora la politica deve agire, chi ha isolato i bambini dal mondo esterno per molte settimane deve anche mettere in campo progetti per intervenire nelle famiglie in cui il rapporto tra genitori e bambino diventa un rapporto tra carnefice e vittima“. Il condizionale è stato abbandonato, l’articolo impiega il tempo presente: “il rapporto tra genitori e bambino diventa un rapporto tra carnefice e vittima”. Si è dunque passati da un terribile dubbio ad una certezza, per poter invocare a gran voce la delazione, o senso civico, come lo chiamano in Germania. L’articolo conclude infatti affermando: “La politica deve agire – e anche ognuno di noi. Si chiede pertanto al governo di fornire sostegno alle famiglie a rischio. Ma deve impegnarsi anche ognuno di noi: i vicini, il postino, il cassiere del supermercato. Insomma tutti noi. “Se avete dubbi sul benessere di un bambino nel vostro territorio, comunicate allo Jugendamt [Amministrazione per la gioventù] le vostre preoccupazioni. Può essere fatto anche in forma anonima“. Se c’è il sospetto di comportamenti criminali, va informata anche la polizia”.

    A seguito dell’annuncio del governo tedesco di voler stanziare varie centinaia di miliardi di euro a sostegno della propria economia, pare che lo Jugendamt voglia assicurarsene una bella fetta. I bambini che risiedono in Germania (ovviamente anche quelli italiani) rischiano di perdere, insieme alla libertà di movimento, anche la propria famiglia.

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