Comunicazione

  • Troppa automazione, i consumatori perdono fiducia nelle comunicazioni commerciali delle aziende

    A maggio 2026 la fiducia dei consumatori italiani si è attestata a 93,4 punti, sotto i 96,8 di gennaio, segnale di un clima ancora prudente che sta cambiando il modo in cui le persone reagiscono ai messaggi commerciali delle aziende.

    Secondo i dati diffusi dall’ISTAT a fine maggio 2026, la fiducia delle famiglie resta più debole rispetto all’inizio dell’anno, in un contesto in cui cresce la cautela verso i consumi e verso le comunicazioni commerciali percepite come poco autentiche o troppo standardizzate.

    Il dato ha un risvolto concreto per qualsiasi azienda che comunica con i propri clienti. Gran parte di queste comunicazioni oggi è automatica. Sono le email che arrivano dopo l’iscrizione a un sito, i promemoria quando si lascia un prodotto nel carrello, gli aggiornamenti periodici di un negozio o i messaggi pensati per recuperare un cliente che non acquista da tempo. Si tratta spesso di email automatiche che hanno il fine di assistere il cliente nelle fasi di pre e post-acquisto ma che oggi possono e debbono servire anche come strumento per aumentare la fiducia nei confronti dei brand, a patto, naturalmente, di conoscere bisogni e desideri dei clienti, che è il principale obiettivo che le aziende che lavorano con la marketing automation devono porsi. Su questo lavora Active Powered, l’azienda che in Italia rappresenta ActiveCampaign e affianca oltre 1.200 imprese nella gestione del marketing automation.

    “In una fase di minore fiducia le persone alzano le difese e un messaggio uguale per tutti viene messo da parte in pochi secondi. Il rischio più concreto oggi è l’effetto ‘questo lo ha scritto un’intelligenza artificiale’. Quando un’email suona generica, standard, burocratica o impersonale, la credibilità dell’azienda cala, anche quando il prodotto è valido”, commenta Roberto Tarzia, COO e co-founder di Active Powered.

    Questi messaggi nascono per raggiungere migliaia di persone attraverso testi preimpostati. È un metodo efficiente, ma in un clima di sfiducia diventa anche il suo limite, perché chi legge riconosce subito lo schema e capisce di aver ricevuto una comunicazione inviata a tutti. L’uso poco attento dell’intelligenza artificiale accentua ulteriormente il problema, perché tende a rendere uguali tono e parole e produce testi corretti ma intercambiabili. Il risultato è una comunicazione piatta, che indebolisce il rapporto con il cliente invece di costruirlo.

    Il tema non riguarda solo l’umore dei consumatori, ma il valore stesso delle aziende. Secondo il Kantar BrandZ Most Valuable Italian Brands 2026, il valore complessivo dei 40 maggiori marchi italiani è cresciuto del 6% raggiungendo i 129 miliardi di dollari. A fare la differenza, però, non è la quantità di comunicazione, ma la capacità di un’azienda di restare rilevante e di distinguersi dalle altre, rispondendo a bisogni reali dei consumatori con una proposta riconoscibile e fortemente personalizzata su intenzioni e desideri del suo pubblico.

  • In attesa di Giustizia: vinca il peggiore

    Altro che diritto di cronaca, quello che ormai viene definito circo mediatico poco o nulla ha a che fare con il dovere di informazione e con il controllo dei cittadini sull’andamento della giurisdizione (La legge è amministrata in nome del popolo italiano…): come ha osservato la Corte d’Assise d’Appello di Milano nel caso di Alessia Pifferi questo fenomeno costituisce un vero e proprio corto circuito giuridico e culturale che perviene sino alla soglia della lapidazione verbale dell’accusato nell’ambito di quella metamorfosi del processo penale che lo ha trasformato in un genere televisivo di intrattenimento: una spettacolarizzazione che distrugge i principi di civiltà giuridica.

    L’ultima vittima di questo indegno fenomeno di costume è stata la madre di Andrea Sempio che ha tentato il suicidio: una reazione inquietante, estrema, ma pur sempre comprensibile dopo la devastazione della vita del figlio e di tutta la famiglia, due anni di scempio di ogni regola umana, costituzionale, penale e giornalistica.

    Garlasco è uno strano caso ma sta diventando anche il benchmark della cronaca nera e giudiziaria in crowdsourcing, affollato di Youtuber, podcaster, influencer ed improbabili esperti (anche di qualche improbabile leguleio) che alimenta la tradizionale catena di demonizzazione.

    Stasi e Sempio, grazie anche alla contrapposizione dei ruoli tra condannato senza prove e presunto colpevole senza processo, sono diventati il pretesto ideale per dare vita ad una battaglia senza quartiere tra vecchi e nuovi padrini e padroni del linciaggio mediatico, è il sonno della ragione che genera mostri trasmutando financo il principio costituzionale secondo il quale le sentenze vengono pronunciate in nome del popolo Italiano nelle aule di giustizia e non dal Popolo Italiano con il televoto nel corso di sguaiati talk show.

    Siamo di fronte ad una deriva che – tristemente – non mostra segni di recupero, tutt’altro, con buona pace del giusto processo cui ha diritto ogni imputato ma che in certi casi soffre l’impatto distorsivo dei mass media che esercitano una pressione alla quale è estremamente difficile sottrarsi evitando gli effetti della ignobile gara per ottenere il maggior numero di like, di ascolti, di copie vendute

    Vincerà, come sempre, il peggiore: il più spietato.

  • I treni vogliono raggiungere le mete fissate dal Pnrr, ma per i viaggiatori sarà un’estate faticosa

    Per quest’estate Rete Ferroviaria Italiana (RFI) ha confermato un piano di investimenti record che vede oltre 1.300 cantieri aperti ogni giorno in tutta la penisola, così da rispettare le scadenze dei fondi PNRR per la modernizzazione della rete. I lavori si concentreranno nei mesi di luglio e agosto, sfruttando la chiusura delle scuole e il minor pendolarismo pendolare, ed avranno un forte impatto sul turismo e sull’Alta Velocità: si prevedono rallentamenti, deviazioni e allungamenti dei tempi di viaggio, in alcune tratte critiche fino a 90 minuti. L’ad di RFI, Aldo Isi, ha rassicurato che le grandissime direttrici turistiche costiere (come la dorsale Adriatica e quella Tirrenica) saranno preservate dai lavori nei momenti di picco.

    La mappa dei disagi e dei punti più critici dell’estate vede al primo posto la linea Milano – Genova, soprattutto nel periodo tra il 20 luglio e il 28 agosto. È prevista l’interruzione completa della linea in alcune tratte, i treni saranno deviati su percorsi alternativi via Piacenza-Voghera, con un incremento dei tempi di viaggio stimato tra i 40 e i 60 minuti. Anche prima e dopo questa finestra temporale, la circolazione sarà fortemente rallentata a causa del passaggio a binario unico.

    Ad agosto sono inoltre previsti interventi di rinnovo tecnologico e infrastrutturale su tre assi dell’Alta Velocità: la linea Milano – Venezia AV dal 2 al  16 agosto subirà un’interruzione totale della tratta tra Verona e Vicenza per consentire l’avanzamento dei lavori del nuovo nodo AV di Vicenza e della stazione di Montebello, vi saranno pertanto deviazioni e massiccio ricorso a bus sostitutivi; dal 10 al 17 agosto la linea Milano – Bologna AV non funzionerà tra Piacenza Est e Melegnano, perché i treni veloci verranno deviati sulla linea convenzionale, con ritardi e rimodulazioni d’orario; sulla linea Firenze – Roma AV dal 10 al  28 agosto si svolgeranno lavori tra Chiusi Sud e Orvieto Nord ed i treni utilizzeranno la “linea lenta” con aumenti dei tempi di percorrenza di circa 30 minuti.

    Ancora: sospensioni e binari unici colpiranno diverse tratte lombarde tra giugno e settembre. Tra i cantieri principali, i lavori tra Rho e Milano Certosa (fino al 12 settembre) e il blocco parziale di sei linee del Passante Ferroviario tra fine luglio e fine agosto. Stop temporanei anche sulla Treviglio-Bergamo (31 agosto – 6 settembre) e sulla Milano-Mortara. Sulla linea Milano – Domodossola la circolazione tra Iselle e Domodossola sarà bloccata dal 26 giugno al 26 luglio con ripercussioni sui collegamenti verso la Svizzera. A Firenze dal 5 al 9 luglio e dal 26 al 30 luglio la circolazione subirà forti modifiche per la sostituzione del cavalca ferrovia “Ponte al Pino”. Saranno attivati bus navetta tra le stazioni di Santa Maria Novella e Campo di Marte.

    Il Codacons ha lamentato che questa sarà “la terza estate consecutiva di pesanti disagi sui binari”, chiedendo a gran voce a Trenitalia e RFI una riduzione strutturale delle tariffe sui biglietti delle tratte interessate dai rallentamenti. A chi intende usare il treno si consiglia di consultare la sezione dedicata ai “Lavori Programmati” sui siti web di Trenitalia, Italo o Trenord, così da verificare se gli orari dei treni acquistati settimane fa abbiano subito variazioni. Attraverso e notifiche push dall’App di Trenitalia si potranno monitorare lo stato del treno in tempo reale ed in caso di ritardi prolungati dovuti ai cantieri che non preventivamente rimodulati nell’orario ufficiale di vendita si potrà chiedere il rimborso parziale del biglietto, come previsto dalle normative europee.

  • La mafia ora si mette in mostra vantando il proprio appeal su TikTok

    Anche la mafia si adegua ai tempi e dai pizzini passa alle comunicazioni digitali dopo aver rapidamente intuito il flusso degli affari che si sarebbe mosso anche nel dark web. Uno studio della Fondazione Magna Grecia segnala che la criminalità organizzata è arrivata su TikTok. E lo ha fatto «perché è su TikTok che si sono spostati i giovani», spiega Nicola Gratteri, capo della Procura di Napoli. «È a loro che le mafie parlano per aumentare il loro consenso in una dimensione ibrida –  tra reale e virtuale – ormai impossibile da ignorare».

    Ne è prova l’omicidio commesso a Palermo da Gaetano Maranzano, figlio di Vincenzo (condannato a 10 anni per tentato omicidio) che poco dopo aver sparato, sapendo che sarebbe stato arrestato, ha pubblicato su TikTok un video con la sua foto e in sottofondo l’audio di un passaggio della fiction “Il capo dei capi”, in cui Totò Riina sfida il poliziotto che lo sta arrestando. Un segnale che va letto con la logica del marketing che oggi guida le mafie su TikTok, dove «la criminalità organizzata si comporta come un vero e proprio brand e, al pari di un brand, si fa pubblicità», aggiunge Gratteri. Usando i mezzi tipici della piattaforma – musica, video, coreografie, hashtag – la criminalità spettacolarizza il lato “bello” del prodotto mafia (potere, soldi, lusso, fratellanza) e ne sminuisce la violenza e la portata criminale, facendo apparire la vita mafiosacome desiderabile e il boss come qualcuno da imitare.

    Marcello Ravveduto, professore di Digital Public History all’Università di Salerno e curatore della ricerca della Fondazione Magna Grecia su più di 6mila contenuti spiega che «tutto ruota attorno al concetto di “mafiosfera”, ovvero un ecosistema comunicativo parallelo che vive dentro l’informazione online, ma è in grado di capovolgerne i principi». In questo spazio la criminalità organizzata ha acquisito la capacità di suggestionare un pubblico sempre più ampio grazie a un nuovo protagonista: il “mafiofilo”. Prosumer (produttore-consumatore), non per forza coinvolto direttamente in attività illecite, il mafiofilo ha un’affinità emotiva e culturale verso la mafia. È lui che, come un curatore di immagine, la “veste” per esporla in vetrina. E per farlo usa codici visivi e sonori distintivi – musica neomelodica e trap, scene di lusso ostentato, abiti griffati, citazioni di serie di successo – con cui la spoglia di violenza e la trasforma in intrattenimento. In fiction, melodramma, dissolvendone la gravità morale. La mentalità mafiosa finisce con l’essere normalizzata e diventa più familiare al grande pubblico. Più pop. Mentre la natura criminale viene nascosta dietro la performance, divenendo attrattiva per i giovani. Acquistabile con un click: che è consumo in superficie, potere e controllo in profondità.

    Gli esperti chiamano questo modo di usare i social mobstering: basta un selfie con posa intimidatoria, una didascalia in dialetto, un riferimento a un boss locale per entrare a far parte del gioco. Un esempio? Nel novembre 2023 a Pianura (Napoli), in seguito all’arresto di giovani spacciatori, familiari e amici hanno caricato video su TikTok con messaggi di sostegno come «La galera è il riposo del leone» o «Ti aspetto fuori, vita mia», mostrando così fedeltà al clan e disprezzo per le forze dell’ordine. C’è poi chi questa estetica la usa con maggiore maestria. È il caso del mobinfluencer, il volto più raffinato e pericoloso del marketing mafioso. Si legge nello studio: «Si tratta di un personaggio pubblico che cura meticolosamente il suo profilo, enfatizzando gesti di generosità verso la comunità e rimandando un’idea più glamour della vita criminale». Segue una narrativa rassicurante in cui la mafia si presenta come un marchio di identità collettiva, dotata di una personalità quasi umana, riconoscibile e desiderabile. Ne sono dimostrazioni eloquenti Crescenzo Marino, figlio di un boss napoletano, che ha raccolto migliaia di follower mostrando vacanze a Mykonos, Ferrari e champagne. O Tina Rispoli – vedova di camorra e oggi influencer – che ha usato la sua immagine per creare consenso e ottenere legittimazione come notabile locale.

    Il fenomeno però non è solo italiano, e lo studio ha il merito di raccontare anche l’evoluzione social dei cartelli messicani del narcotraffico, veri pionieri nella colonizzazione di YouTube prima e TikTok dopo. Con una differenza di fondo rispetto al nostro Paese: la propaganda mafiosa messicana infatti ruota attorno alla figura del ganginfluencer, molto più diretto e spettacolare nell’ostentazione della violenza. Il criminale messicano non cerca approvazione morale, ma dominio simbolico: i suoi video sono affermazioni di potere, scontri virtuali tra bande, provocazioni territoriali e rituali di appartenenza. In Italia le emoji sono metafore di valori – lealtà la catena, forza e coraggio il leone, potere la corona – per i cartelli messicani invece sono codici di affiliazione. La pizza per esempio, usata dopo “ch” (chapizza) indica chiaramente la vicinanza al Cartello di Sinaloa, richiamando la figura di El Chapo Guzmàn. Entrambe le pratiche però condividono la stessa logica: usare i social come arene di consenso e appartenenza, dove l’immaginario criminale diventa un prodotto culturale da consumare, imitare e diffondere. Gli algoritmi poi fanno il resto: amplificano i contenuti più virali, premiano le storie più estreme e annullano la distanza critica dello spettatore.

    In un mondo dominato dalla visibilità, anche il mafioso non si nasconde più: si racconta manipolando la verità, si espone e si vende addirittura come icona di potere e libertà. E le mafie non sono più soltanto denaro, trame e violenza, «ma sono sempre più ibride e algoritmiche, si muovono tra server, blockchain, social media e dark web», dice Antonio Nicaso, esperto di fenomeni criminali e docente alla Queen University del Canada. Che fare allora? Nicaso rilancia la lezione di Giovanni Falcone, aggiornata però all’era digitale: «Lui suggeriva di seguire il denaro per comprendere, intercettare e contrastare la criminalità organizzata». Questo Rapporto ci fa capire invece «che bisogna seguire i flussi, leggere sequenze nascoste, interpretare mondi digitali visibili e invisibili». “Follow the Flow”, insomma, potrebbe essere la nuova strategia nel contrasto alle mafie. Un concetto che Nicola Gratteri traduce in azione: «Urge svecchiare i protocolli d’indagine, dotarsi di personale altamente qualificato, omologare la strategia normativa».

  • How Iranians are evading internet blocks to contact family abroad

    On the Iran-Turkey border a man sells a service that helps Iranians outside their country keep in touch with loved ones inside.

    His secret is two phones – one connected to the Iranian phone network and one to the Turkish. It’s necessary because international calls into Iran are blocked.

    Customers outside Iran call his Turkish phone on WhatsApp and he then dials their loved ones on his Iranian mobile.

    He holds the two together so people desperate to hear from their families inside Iran can speak to them.

    As he’s on the border, the man can connect to both the Turkish and Iranian mobile networks at the same time.

    It is one of the ways Iranians are circumventing the blocks on internet and phone connections authorities have put in place during the war with the US and Israel – but these services are expensive and patchy.

    Calling abroad rarely works the first time and calls usually last two or three minutes before cutting out.

    And BBC Persian has found that, with money transfer fees, it costs about £28 ($38) for a four- or five-minute call.

    But customers feel it’s a price worth paying.

    Ava (whose name, like the other people quoted in this article, has been changed) was due to get married this week. Her fiance lives in Canada and was due to fly to Tehran for the ceremony before the war brought air travel to an abrupt halt.

    “I’m paying a huge amount of money to be able to connect to the internet to talk to him right now,” she says.

    Hamid also lives in Tehran and has been desperate to find ways to keep in touch with his wife and other relatives abroad.

    “In these past days I tried everything just to connect,” he says. “The cost didn’t matter to me, even though it was a financial burden. I just wanted them to feel a little calmer.”

    He’s been using a virtual private network (VPN), which can bypass the restrictions the Iranian authorities have put on the internet, allowing people to message and call abroad.

    Hamid says the cost of VPNs has “skyrocketed” to around £15 ($20) for a gigabyte of data – a considerable amount given the monthly minimum wage in Iran is only $100 – and that the connection was still “extremely unstable”.

    If the connection cuts out while he is using the VPN, he adds, the data he has bought is gone and cannot be refunded.

    “Whenever I managed to connect to the internet, even briefly, I would message everyone and ask them to send me their families’ phone numbers so I could check on them and send news back,” he says.

    “When I call a mother and mention the name of the child who asked about her, the sound of her laughter and excitement changes my whole world.”

    Negar, who lives in Toronto, Canada, says her family have been managing to make short calls to reassure her they are okay, knowing how anxious she was during the deadly anti-government protests in Iran in January. These have done little to allay her worries.

    “The worst part of the story is that they are under heavy bombardment, yet they call me and say: ‘We’re fine, don’t worry about us.’ That is what is killing me.”

    Shadi lives in Melbourne, in Australia, but her parents’ home is in a neighbourhood of Tehran known as “the hornet’s nest”. It’s close to a major oil depot hit on 7 March and other sensitive sites such as the Ministry of Defence.

    They, too, gather news from relatives and neighbours so it can be passed on to family abroad when they are able to connect, she says.

    Shadi says her father has stopped going for walks after “black rain” fell on him following the nearby oil depot strike.

    Zahra lives in Europe and is anxiously staying in touch with her brother in Iran, who uses a VPN to access Telegram.

    “If he goes offline for more than half an hour or an hour, all kinds of frightening thoughts start running through my mind,” she says.

    Her brother said her family rarely leaves the house given the “terrifying” sounds of fighter jets and explosions.

    She recalls him saying: “Outside, there are also patrols everywhere, standing at every intersection, staring into your eyes. If they don’t like the way you look, they stop you.”

    Being able to work across different platforms and use technical tricks to evade the restrictions has made it hard for less tech-savvy relatives to stay in touch.

    The only person Pooneh, who lives in London, can contact is her sister – “maybe because she is more comfortable with technology and finds ways to make the call”, she explains.

    “I can’t call [my family],” Pooneh adds. “Even this simple thing creates a strange feeling, as if nothing is in my control.”

    Like many, she and her sister have a two-way exchange, the person inside Iran passing on family messages and the one abroad giving updates about the war not available in Iran due to government censorship.

    “It feels as if each of us is missing part of the story, and we have to piece it together through each other.”

  • Con i nostri animali possiamo essere liberi

    Cani e gatti, ma anche altri animali da compagnia, fanno ormai parte della gran parte delle nostre famiglie e già in passato avevamo ricordato come la loro vicinanza, il rapporto affettivo che si crea e il gesto di accarezzarli comportasse benefici come l’abbassamento dei battiti cardiaci ed una migliore circolazione del sangue.

    Studi scientifici hanno anche dimostrato l’importanza di parlare con i nostri amici pelosi, gli stessi psicologi invitano a farlo abitualmente perché parlare proietta sugli animali una delle nostre necessità emotiva e sociale: comunicare, inoltre parlare con loro li aiuta ad acquisire un linguaggio sempre più vasto che facilita la reciproca comunicazione e comprensione.

    Con i nostri animali possiamo essere liberi, non saremo mai giudicati ma, se saremo capaci di instaurare un vero rapporto comunicativo, saremo accuditi con tenerezza, compresi per quello che siamo veramente non perché belli, ricchi o famosi ma perché capaci di empatia, e chi riesce ad essere empatico con gli animali riuscirà ad esserlo anche con gli altri umani.

    Parlare con gli animali riduce ansia e stress e dà a loro nuove e più vaste capacità di comunicazione con noi, è vero che specialmente i cani, ma anche i gatti, comunicano con le posture del corpo e con gli occhi ed intuiscono i nostri stati d’animo anche se siamo silenziosi ma parlare con loro ha per tutti un effetto benefico e in poco tempo vedrete quante parole sono capaci di imparare.

  • Luci e ombre su un vertice intergovernativo

    Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie

    George Orwell

    Giovedì scorso, 13 novembre, si è svolto il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania. Il vertice ha avuto luogo a Villa Doria Pamphili a Roma ed è stato presieduto dalla Presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia e il Primo Ministro d’Albania. I rappresentanti dei due governi hanno firmato 16 diversi accordi che riguardano la cooperazione tra i due Paesi in vari settori come quelli della migrazione, delle infrastrutture, della difesa e sicurezza, dell’energia, dell’ambiente, della salute, dell’innovazione e della formazione.

    Una particolare attenzione durante quel vertice l’ha avuta la situazione dei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) costruiti ormai in Albania. Si tratta di una questione molto dibattuta sia in Italia che in Albania, ma anche a livello internazionale. Dibattiti, critiche, contestazioni e proteste, ma anche convinzione ed ottimismo che si susseguono e si esprimono dal 6 novembre 2023, giorno in cui la Presidente del Consiglio di Ministri d’Italia ed il primo ministro d’Albania hanno firmato a Roma il Protocollo tra il governo della Repubblica d’Italia e il Consiglio dei Ministri della Repubblica di Albania per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria.

    Il nostro lettore è stato informato, a tempo debito sia sul Protocollo che sulle reazioni pubbliche ed istituzionali, a livello locale ed internazionale. L’autore di queste righe scriveva una settimana dopo che la notizia fosse resa pubblica: “Lunedì scorso, il 6 novembre, a Roma è stato firmato, dai rispettivi primi ministri, un accordo tra l’Italia e l’Albania. Secondo quell’accordo l’Italia potrà beneficiare dei territori in Albania per organizzare e gestire due campi dove arriveranno circa 36.000 profughi all’anno per almeno cinque anni! … Profughi che l’Italia non ha potuto, nonostante un accordo firmato recentemente con la Tunisia, fermare ad arrivare nelle coste italiane. Ma per fortuna il primo ministro italiano ha un ‘caro amico” in Albania, il primo ministro albanese”. (Un autocrate irresponsabile e altri che seguono i propri interessi; 14 novembre 2023).

    Ed era proprio quel primo ministro che solo due anni prima, il 18 novembre 2021, aveva dichiarato convinto e perentorio che “L’Albania non sarà mai un Paese dove paesi molto ricchi possano creare campi per i loro rifugiati. Mai!”. Chissà perché due anni dopo lui ha cambiato completamente la sua opinione?! Ed è lo stesso che adesso ha cominciato il suo quarto mandato consecutivo, dopo il massacro elettorale del 11 maggio scorso. Come altri autocrati, suoi simili.

    Durante il vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania svoltosi a Roma giovedì scorso, compresa anche la conferenza stampa dei due capi del governo, il tema del trattamento dei profughi, nei due campi sul territorio albanese, ha ottenuto un ampio spazio. Tutto dovuto alle continue contestazioni da parte dei rappresentanti dell’opposizione in Italia, alle decisioni della sezione per i diritti della persona e immigrazione del Tribunale di Roma sui profughi arrivati in Albania, nonché alle molte critiche ufficialmente espresse da diverse istituzioni e organizzazioni internazionali che si occupano dei diritti dell’uomo.

    La presidente del Consiglio dei Ministri’d’Italia, durante la congiunta conferenza stampa con il suo omologo albanese, ha dichiarato, riferendosi al Protocollo sui migranti, che “Non tutti hanno compreso la validità del modello”. E poi ha aggiunto convinta: “…tanti hanno lavorato per frenarlo o bloccarlo, ma noi siamo determinati ad andare avanti, perché è un meccanismo che ha la potenzialità di cambiare il paradigma sulla gestione dell’immigrazione”.

    Durante la stessa conferenza stampa il primo ministro albanese ha dichiarato che “…l’Italia può chiedere all’Albania quello che gli viene in mente e noi risponderemo di sì”. Poi ha replicato ad un giornalista di Rai3 che gli aveva chiesto se si fosse pentito dell’Accordo sui migranti del 6 novembre 2023, che ancora non era entrato a regime e se lo riproporrebbe ad altri Paesi europei. Il primo ministro, che è abituato ormai ad essere duro e anche minaccioso con quei giornalisti che gli fanno delle domande a lui non gradite, ha risposto “…Se non si è pentito lei che fa da due anni la stessa domanda, come posso pentirmene io”. E poi ha aggiunto “…Non so cosa capiranno quelli che seguiranno la sua cronaca”.

    In seguito a quell’atteggiamento scontroso del primo ministro albanese ha subito reagito anche il Comitato di redazione di Rai3. A nome di tutti i giornalisti della rete, il Comitato, riferendosi alla domanda del giornalista, dichiara che “… La domanda è più che mai attuale e interessante. In un Paese democratico si risponde o, magari, non si risponde, ma non è accettabile che si attacchi frontalmente l’intervistatore facendo del sarcasmo prolungato e fuori luogo e pretendendo, come è successo oggi a Villa Pamphili, di dettare al giornalista cosa dovrebbe scrivere. Crediamo che le domande siano il prerequisito indispensabile di uno Stato libero e democratico. Per questo noi certamente non ci vergogniamo, anzi, siamo orgogliosi di continuare a farne”.

    Durante il primo vertice intergovernativo tra l’Italia e l’Albania di giovedì scorso, sono stati firmati il memorandum tra i ministri degli Esteri sulla cooperazione nel settore della sicurezza cibernetica, il memorandum di cooperazione tra ministri dell’Interno per il contrasto al traffico di droga, degli accordi di cooperazione nel settore della difesa, compresi quelli della collaborazione tra alcune imprese italiane ed albanesi, l’accordo per il potenziamento del settore neonatale albanese, l’accordo per un credito d’aiuto della cooperazione allo sviluppo a favore della Protezione civile albanese ecc..

    Sempre nell’ambito del Protocollo sui migranti tra l’Italia e l’Albania, è stata firmata anche l’intesa tecnica per la consegna di due pattugliatori alla Guardia Costiera albanese. Sono state immediate però le critiche in Albania da parte degli specialisti. Secondo loro la rottamazione dei due vecchi pattugliatori “donati” costa molto di più del loro reale valore finanziario. Ma soprattutto, la “donazione” delle due navi che pattuglieranno insieme con le navi italiane permetterà l’attivazione dei due Centri di permanenza per i rimpatri che si trovano in Albania, evitando anche le decisioni della sezione per i diritti della persona e immigrazione del Tribunale di Roma. Sì, perché catturato e fatto salire su una nave che batte bandiera albanese, il profugo è entrato nel territorio albanese, un Paese non comunitario, dove si trovano anche i due Centri di permanenza per i rimpatri. Perciò il caso non può essere più giudicato da un tribunale italiano.

    Durante il sopracitato vertice la Presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia ha espresso il suo pieno appoggio per sostenere l’avanzamento dell’Albania nel suo processo europeo. Una manna santa per il suo “caro amico”, il primo ministro albanese. Colui che ormai, non avendo più cosa promettere, sta cercando di ingannare gli albanesi con la “promessa europea”. Al vertice di Roma era presente però anche la vice primo ministro e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia. Forse la presidente del Consiglio dei Ministri d’Italia non sapeva che lei, insieme con il primo ministro, sono i principali accusati per corruzione in uno scandalo clamoroso reso pubblico recentemente. Perché se no, avrebbe cambiato alcune sue dichiarazioni, soprattutto quelle riguardanti il processo europeo dell’Albania. Un processo che non dovrebbe mai e poi mai “assolvere” la corruzione.

    Chi scrive queste righe per il momento si ferma qui, ma pensa che spesso si avvera l’affermazione di George Orwell: “Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie”.

  • Avviso ai naviganti

    Restiamo tutti in attesa che la politica, a livello mondiale vista la vastità del problema, trovi soluzioni per impedire l’uso scorretto, o addirittura criminale, della rete, e il problema non sarà di facile soluzione perché lo si è lasciato incancrenire senza adeguati controlli ed interventi, nonostante i tanti segnali allarmanti che sono arrivati in questi anni.

    In questa attesa ciascuno deve difendersi come può, non mettere foto, non farsi riprendere anche da persone ritenute intime, controllare i propri figli ed il tempo che trascorrono soli e collegati alla rete, etc etc, tutti gli accorgimenti che da tempo conosciamo e che quasi nessuno mette in pratica.

    Il vero consiglio utile sarebbe di chiudere per un certo tempo i social, di tornare a vivere come si faceva fino a pochi anni fa: le persone si sentono per telefono, le notizie si danno se sono importanti, gli amici sono solo quelli che conosciamo veramente.

    Chiudete per un po’ i social, tornate a vivere normalmente, a nessuno importa dove siete stati in vacanza salvo a quelli che vogliono sfruttare le vostre foto in bichini da mettere poi, manipolate, su qualche sito pornografico e solo ai ladri interessa sapere che partite e che la vostra casa è libera per loro.

    Per sentirsi vivi non c’è bisogno di avere l’“amicizia” di sconosciuti che non incontrerete mai, di follower  o di like ma di coltivare meglio i rapporti con chi conoscete, di riprendere a parlare con la voce e non con la tastiera, di rendersi irreperibili per i troppi svitati, quando non mascalzoni e criminali, che viaggiano sulla rete in cerca di inconsapevoli vittime.

  • Nuovo polo dell’Osservatorio europeo dei media digitali per Ucraina e Moldova contro la disinformazione

    Con il sostegno della Commissione europea è stato istituito un nuovo polo regionale dell’Osservatorio europeo dei media digitali (EDMO) concernente l’Ucraina e la Moldova.

    Il polo, FACT, aiuterà l’Ucraina, la Moldova e i paesi dell’UE della regione a rendere la società più resiliente nei confronti delle ingerenze straniere e della disinformazione, grazie a una comunità multidisciplinare dedicata a individuare e analizzare le campagne di manipolazione e disinformazione, in particolare la disinformazione russa. Nell’ambito della sua missione, FACT condurrà anche un monitoraggio dedicato durante il prossimo periodo elettorale in Moldova, contribuendo a garantire l’integrità elettorale.

    Il varo di questo nuovo polo porta a 15 il numero totale di poli nazionali o multinazionali della rete dell’Osservatorio europeo dei media digitali, che copre tutta l’UE e oltre.

    Sono inoltre stati messi a disposizione finanziamenti per sei poli dell’Osservatorio esistenti i cui contratti di finanziamento scadranno nel 2025, affinché possano continuare il loro lavoro nelle rispettive aree geografiche.

    Le sette proposte relative a questi poli dell’Osservatorio sono state selezionate da un gruppo di esperti indipendenti e beneficeranno di circa 8,8 milioni di € di sostegno finanziario a titolo del programma Europa digitale per un periodo compreso tra 30 e 36 mesi.

    L’Osservatorio europeo dei media digitali e i suoi poli regionali sono indipendenti da qualsiasi autorità pubblica nazionale o dell’UE e comprendono organizzazioni che aderiscono ai più elevati standard di integrità professionale, condotta etica e indipendenza.

  • La Commissione accoglie con favore la decisione del Consiglio di integrare l’Ucraina nella zona di roaming dell’UE

    La Commissione accoglie con favore l’adozione da parte del Consiglio della proposta della Commissione di integrare l’Ucraina nella zona di roaming a tariffa nazionale dal 1o gennaio 2026. Ciò consentirà agli ucraini di chiamare, inviare messaggi di testo e utilizzare i loro dati mobili da numeri di telefono ucraini nei 27 paesi dell’UE senza costi aggiuntivi ed estenderà gli stessi vantaggi agli utenti finali dell’UE che si trovino in Ucraina.

    L’attuale accordo volontario tra gli operatori di telecomunicazioni dell’UE e dell’Ucraina è stato prorogato con successo fino al 31 dicembre 2025, con l’assunzione di ulteriori impegni da parte degli operatori e l’apertura della partecipazione. Ciò permetterà che europei e ucraini continuino a godere di comunicazioni a prezzi accessibili fino a quando l’Ucraina non entrerà effettivamente a far parte della zona di roaming dell’UE.

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