condanna

  • In attesa di Giustizia: giustizia scandalosa

    Sarebbe scontato affrontare in questa rubrica uno qualsiasi degli spunti che quotidianamente vengono offerti sull’asse Pavia – Brescia dove sembra che abbia piantato le tende il Circo Medrano a tre piste: ci sarà tempo e modo…torniamo, invece, ad una vicenda torinese di cui si è già accennato in un numero trascorso de Il Patto Sociale: quella del marito (senza dubbio violento) che ha dato pugno alla moglie che voleva separarsi e che è stato mandato sotto processo per lesioni aggravate – la frattura di uno zigomo –  e maltrattamenti in famiglia.

    Al termine di una istruttoria dibattimentale molto accurata è intervenuta una condanna solo per il primo reato. La condotta violenta, è scritto in sentenza, si è limitata a quel pur grave episodio, mentre la denunzia di altri comportamenti aggressivi e maltrattamenti non è risultata provata. Scandalo, un’assoluzione! La notizia travolge e oscura quella della condanna ad una pena ridotta per fondate ragioni tecniche che qui risparmiamo ai lettori. La reazione sui media e sui social è stata turbinosamente furibonda e giunge la notizia della proposta a firma della presidente della Commissione Parlamentare sul femminicidio, on. Semenzato, di convocare il giudice estensore della sentenza, perché ne renda conto ai rappresentanti del popolo anch’essi attoniti dinanzi a cotanta sconcezza.

    Di fronte ad una iniziativa così sconclusionata ci sarebbe stato da attendersi una settimana di sciopero proclamato in via di urgenza dall’Associazione Nazionale Magistrati, con le toghe armate di Costituzione d’ordinanza e – forse – anche Landini avrebbe gremito le piazze di ferrotranvieri ostili al metodo di giudizio del Tribunale di Torino. ANM invece tace: è dato esclusivamente leggere una tiepida nota della sezione torinese, in cui si accenna fuggevolmente al rispetto della indipendenza dei giudici  per poi prendere nettamente le distanze da alcune espressioni usate dalla sentenza, considerate superflue ed inappropriate, ma soprattutto vi è la rassicurazione che ci sarà l’appello (quell’istituto che mutatis mutandis non piace quando lo fanno gli imputati) perché a tutto c’è rimedio ed il Presidente di ANM, Parodi, fino a qualche settimana – prima di ascendere al soglio di Procuratore di Alessandria –  era proprio il coordinatore del Dipartimento violenza di genere e domestica di Torino.
    Da questa vicenda è possibile enucleare alcune sconfortanti considerazioni:

    al netto della totale ignoranza dei fatti ed atti di causa, da noi fanno scandalo solo le sentenze di assoluzione, mai quelle di condanna ed essere tecnicamente all’oscuro di ciò di cui si parla, e ci si indigna, segnatamente da parte della politica (a tacere di quotidiani, rubriche tv e social…), è diventata la regola.

    Manca ai commentatori qualsiasi nozione giuridica del reato di maltrattamenti in famiglia: quali siano gli elementi costitutivi di fattispecie, la natura del dolo richiesto il discrimine della condotta con altri reati (tanto per usare termini tecnici che i più, comprensibilmente, ignorano ma sono tanto complessi quanto essenziali per comprendere una vicenda ed una decisione). Quale migliore occasione per sbraitarne? E se qualcuno prova a spiegare è tacciato di essere un azzeccagarbugli. Ciò che, poi, fa notizia è il linguaggio usato nelle sentenze decontestualizzando acconciamente le espressioni secondo le esigenze di audience, e non i principi di diritto che si tenta di illustrare e rendere comprensibili: in quella sentenza si legge “come dargli torto” del marito che ha rotto lo zigomo della moglie ed i titoli dei giornali su questa frase si sono sprecati e poco conta che quell’espressione fosse riferita al fatto che il marito si dolesse di aver appreso per WhatsApp l’intenzione della moglie di separarsi; fa più effetto che il lettore pensi che il riferimento fosse al pugno così vendono più copie. Il linguaggio merita, quindi, censura solo se utilizzato in sentenze assolutorie. Mai letto un commento, una riflessione, una iniziativa parlamentare, o un documento di una sezione territoriale di ANM, censurare un ordine di cattura o una sentenza di condanna che abbia espresso ultronei giudizi etici e moralistici sull’imputato sul genere, per fare l’esempio storico di Enzo Tortora, “cinico mercante di morte”.

    Quanto, poi, ai reati di “violenza di genere” pare che non sia previsto in natura che una denuncia possa essere, anche solo parzialmente, non veritiera o magari strumentale alla connessa causa di separazione.

    Non osi il giudice assolvere, un processo senza condanna non ha senso, giammai in nome del Popolo Italiano.

  • Lo scoop sul Covid costa alla cronista cinese una seconda condanna a quattro anni

    La giornalista cinese Zhang Zhan, 42 anni, ha ricevuto un’altra condanna a quattro anni da parte del tribunale di Wuhan che va ad aggiungersi a quella che sta scontando dal 2020 per aver documentato le prime fasi dell’epidemia di Covid-19. Come reso noto dall’associazione internazionale Reporter senza frontiere Zhang Zhan è stata condannata con la vaga accusa di “aver provocato litigi e provocato problemi” in Cina, la stessa accusa che ha portato alla sua incarcerazione nel dicembre 2020 dopo aver pubblicato resoconti di prima mano dalla città centrale di Wuhan sulla diffusione precoce del coronavirus.

    “Dovrebbe essere celebrata a livello globale come un’eroina dell’informazione, non dovrebbe essere intrappolata in condizioni carcerarie brutali”, ha dichiarato Aleksandra Bielakowska, responsabile di RSF per l’Asia-Pacifico. «Il suo calvario e la sua persecuzione devono finire. È più urgente che mai che la comunità diplomatica internazionale faccia pressione su Pechino per il suo rilascio immediato».

    Zhang è stata inizialmente arrestata dopo la pubblicazione di alcuni reportage, inclusi alcuni video, in cui documentava gli ospedali affollati e le strade vuote che dipingevano un quadro iniziale della malattia più terribile rispetto alla narrativa ufficiale minimizzante. La stessa narrazione che portava nei primi momenti il nostro governo a evitare qualsiasi tipo di discriminazione nei confronti di chi veniva dalla Cina. Una misura che sarebbe dovuta essere sanitaria e non certo discriminatoria.

    Le autorità cinesi non hanno mai specificato pubblicamente per quali attività Zhang sia stata accusata. “Questa è la seconda volta che Zhang Zhan viene processata con accuse infondate che non sono altro che un palese atto di persecuzione per il suo lavoro giornalistico”, ha dichiarato Beh Lih Yi, direttore dell’Asia-Pacifico per il Comitato per la protezione dei giornalisti con sede a New York. “Le autorità cinesi devono porre fine alla detenzione arbitraria di Zhang, far cadere tutte le accuse e liberarla immediatamente”.

  • In attesa di Giustizia: disinformazione

    In questi giorni ha suscitato interesse mediatico una sentenza con cui il Tribunale di Torino ha “assolto” un uomo dalla contestazione di maltrattamenti in famiglia, condannandolo solo per il reato di lesioni in danno della moglie: contro questa decisione i vertici della Procura Sabauda hanno preannunciato appello strepitando tutto il loro sdegno per bocca dell’Aggiunto Cesare Parodi, meglio noto per essere il Presidente dell’A.N.M. che ha auspicato l’omicidio di un paio di magistrati per risollevare le sorti della credibilità dell’Ordine Giudiziario, in caduta libera da anni.

    Come vedremo, giornalisti a parte che qualche giustificazione in più ce l’hanno, nemmeno questo P.M. di (presunta) esperienza ci ha capito qualcosa offrendo conferma ad un vecchio detto popolare “studia, studia, altrimenti finirai a fare il pubblico ministero” oppure a quella che parla sempre in mala fede.

    Il Tribunale di Torino (tra l’altro con due donne nel Collegio, ma questo nessuno lo dice) ha escluso che in questo caso vi fossero gli elementi costitutivi del reato di maltrattamenti in famiglia che richiedono non tanto un episodico atto di violenza fisica quanto abitualità nell’infliggere sofferenze fisiche e/o psicologiche ad un famigliare: è richiesta, in sostanza quella che si definisce abitualità del comportamento.

    I giudici hanno spiegato nella motivazione tutte le ragioni per cui è stata ritenuta inattendibile la vittima “portatrice di macroscopici interessi personali e patrimoniali”, le cui dichiarazioni sono risultate caratterizzate dalla “tendenza a trasfigurare episodi che fanno parte dei consueti rapporti familiari in insopportabili soprusi”.

    Contrariamente rispetto a quanto affermato dalla donna si legge nella sentenza – “è palese che non vi furono atti di violenza fisica a parte un episodio del 2022 (per il quale c’è stata la condanna) e che, soltanto in una occasione, nel corso di una discussione, l’imputato –  forse – allontanò da sé il viso della moglie spingendolo con una mano: episodio evidentemente irrilevante ai fini del reato abituale di maltrattamenti”.

    Conclusione, quest’ultima, che secondo il Tribunale è risultata confermata dalle dichiarazioni di altri testimoni, tra i quali proprio il nuovo compagno della vittima che l’ha smentita in più punti della narrazione ed è un testimone che non può certo esser sospettato di parteggiare per l’imputato.

    Una condanna, comunque c’è stata, al di là della disinformazione servita dai media ai cittadini ma per un reato diverso da quello attribuito inizialmente e si chiama tecnicamente “derubricazione del fatto” e non assoluzione: lesioni volontarie conseguenti ad un pugno. Gli indignati in servizio permanente effettivo hanno però (di certo senza leggere e sicuramente senza capire la motivazione della sentenza) aspramente criticato che i Giudici abbiano ritenuto “umanamente comprensibile” la causa scatenante di quel pugno: un gesto volontario e senza cause di giustificazione ma comprensibile avendo appreso che un estraneo trascorreva del tempo in quella che per vent’anni era stata la sua casa coniugale e provava a sostituirsi a lui nel rapporto con i figli uno dei quali – appena dodicenne – aveva dovuto assistere anche ad atti sessuali tra la madre ed il nuovo compagno il che è inaccettabile dal punto di vista educativo.

    Queste considerazioni – concludono i giudici – “hanno grande importanza ai fini di una corretta valutazione perché, ““hanno diretta influenza sulla valutazione della capacita a delinquere, sul riconoscimento delle attenuanti generiche, sulla quantificazione della pena e sulla concessione della sospensione condizionale” che, in ogni caso è stata subordinata al risarcimento dei danni. Tradotto: paga la persona offesa per quello che le hai cagionato oppure andrai in galera.

    Tutto questo non è patriarcato, come suol dirsi, ma è frutto di interpretazione dei fatti, di applicazione della legge e di una motivazione completa sui punti più delicati della decisione: e almeno il Presidente dell’A.N.M. dovrebbe saperlo evitando di aprire bocca – come, ahimè, è sua consuetudine – per straparlare e disinformare.

  • In attesa di Giustizia: ricordatevi del povero fornaretto

    Roberto Saviano grida – come sua consuetudine – allo scandalo a causa della scarcerazione di alcuni imputati per fatti di criminalità organizzata in un processo in corso di celebrazione a Napoli e lo scandalo risiederebbe nella conseguenza di falle di un sistema normativo confuso.

    Non risulta che Saviano sia un cultore del diritto processuale penale ma, si direbbe, neppure di una corretta informazione: diversamente avrebbe appreso che quelle scarcerazioni sono conseguenza del superamento dei termini massimi di carcerazione preventiva previsti dal nostro ordinamento che, sotto questo punto di vista, è allineato a quelli di tutte le democrazie occidentali prevedendo che la libertà personale non possa essere limitata oltre un certo numero di anni, sì di anni non di mesi o settimane, se non interviene almeno una sentenza di condanna di primo grado.

    Se Saviano si documentasse studiando gli argomenti sui quali pretende di pontificare saprebbe che quelle che definisce falle di un sistema normativo confuso sono regole processuali che affondano le radici nella Costituzione, espressamente all’articolo 13, non meno che al 27 che tratta della presunzione di non colpevolezza: altro principio giuridico condiviso dagli Stati di Diritto e sarebbe, forse, pretendere troppo che Saviano conosca la storia di quella che viene chiamata “legge Valpreda”: roba vecchia, del 1972, iniziativa del Guardasigilli Gonella di cui è impossibile che abbia memoria chi non studia prima di dare aria alla bocca.

    Non è la prima volta che questa rubrica lo evidenzia: la conoscenza ed il rispetto della Costituzione sembrano essere una opzione più che un obbligo; tuttavia, finché gli strafalcioni provengono da un presunto saggista che ha scritto più libri di quanti siano i suoi lettori, pazienza…il peggio è quando la Costituzione viene dimenticata da coloro che ne fanno un usbergo e la sventolano ad ogni manifestazione organizzata dal loro sindacato: i magistrati.

    E così è che nella indagine sulla edilizia privata milanese, l’ennesimo Vaso di Pandora scoperchiato grazie agli eroi della Procura di Milano, si scopre che sono state acquisite conversazioni in chat – subitaneamente pubblicate in violazione della legge – intercorse tra un costruttore e l’europarlamentare Maran nonostante che il Giudice delle Leggi abbia stabilito che ciò è possibile solo previa autorizzazione del Parlamento.

    D’altronde, proprio quella indagine passando al vaglio del Tribunale della Libertà sta incappando nelle prime severe censure: tutti gli arrestati sono stati scarcerati e, per quanto le motivazioni non siano ancora depositate, si intuisce che l’esito sia dovuto ad una riqualificazione “al ribasso” di illeciti difficilmente sostenibili come, d’atro canto, era stato subito annotato su queste colonne. Tutto ciò con buona pace del GIP che si è tormentato i polpastrelli per dattiloscrivere quattrocento pagine di ordinanza di cattura in pochi giorni. E qualcuno avrà di ridire perché la libertà sembra quasi corrispondere a denegata giustizia in questo sventurato Paese, immemore che persino il Consiglio dei Dieci della Repubblica di Venezia, prima di ritirarsi in camera di consiglio, veniva così ammonito e richiamato ad equilibrio e prudenza dal cancelliere: “Ricordatevi del povero fornaretto”, protagonista di un tragico errore giudiziario la cui storia chi vuole ed è interessato (certo non molti P.M. né Saviano, Travaglio, Barbacetto e compagni) può rileggerla nei cinque atti del dramma storico firmato da Francesco Dall’Ongaro.

  • Oltre 1000 detenuti in Italia sono over 70

    Oltre mille detenuti su 62mila hanno più di settant’anni secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. E secondo il Consiglio d’Europa, inoltre, l’Italia è il Paese europeo con più detenuti oltre i 65 anni d’età.

    Franco Della Casa, professore emerito di Diritto processuale penale all’Università di Genova, già docente di Diritto penitenziario nella stessa Università, parla di una “crescente moltitudine di invisibili”, riferendosi alla popolazione anziana detenuta. Valentina Calderone, Garante delle persone private della libertà personale del Comune di Roma, fa notare: “Se guardiamo la serie storica, dal 2005 il numero degli over 70 reclusi è costantemente cresciuto: dato che può essere collegato anche all’aumento degli ergastoli e che fa ipotizzare che una parte di queste persone siano diventate anziane in carcere”.

    Il problema, al di là dell’equità della carcerazione chi è anziano e del sovraffollamento delle carceri, è che le condizioni di salute delle persone anziane detenute sono ovviamente più cagionevoli e che molte delle patologie riscontrate sono una diretta conseguenza della detenzione prolungata. Per giunta l’architettura penitenziaria, anche in condizioni non sovraffollate, risulta ostile di per sé, è con l’avanzare dell’età che quelle barriere carcerarie finiscono per essere insostenibili.

    Peraltro, chi è in carcere, anche in età avanzata, non sempre lo è in quanto riconosciuto definitivamente colpevole. Dei 54.372 detenuti censiti a fine gennaio 2022, si calcola che il 30% non stesse scontando una pena definitiva e restasse in cella in attesa di giudizio (definitivo) di terzo grado. Una parte significativa dei detenuti di 65 anni o più, invece, sono appartenenti alla criminalità organizzata condannati all’ergastolo e l’Italia è uno dei Paesi a livello europeo in cui il regime detentivo per chi sconta un ergastolo è più duro, in termini di permessi e di possibilità di uscire temporaneamente dal carcere.

    A livello mondiale risulta che negli Usa vi è un tasso di mortalità elevato, anche in età relativamente giovane, per chi sconta pene detentive lunghe mentre in Giappone molte donne commettono reati appositamente per essere incarcerate e trovare così un luogo di conforto ove sfuggire alla solitudine dell’età avanzata.

  • In attesa di Giustizia: femminismo punitivo

    Ad metalla, ad bestias!  L’ergastolo non basta: si è scatenata la querelle mediatica con un attacco frontale alla motivazione della sentenza di condanna di Filippo Turetta per l’omicidio della fidanzata, alimentata da indignati in servizio permanente effettivo che fomentano furori di piazza fuori luogo semplificando il senso di una decisione, attaccando giudicanti ed avvocati (per non farsi mancare mai nulla) nella più totale ignoranza del diritto.

    Lo scandalo, denunciato con informazione spazzatura, non è altro che l’applicazione di giurisprudenza stabilizzata e costante della Cassazione in tema di aggravante della crudeltà nel reato di omicidio. Cerchiamo di fare chiarezza partendo dal presupposto che ogni omicidio è espressione di una forma di crudeltà ma la “crudeltà” che era stata in origine contestata a Turetta è qualcosa di differente, è una circostanza aggravante del reato…e qui non guasterebbe anche una dignitosa conoscenza del latino – ma sarebbe pretendere troppo –  per meglio comprendere il significato di “circostanza”: qualcosa che sta intorno e che in diritto penale caratterizza una particolarità, negativa o positiva (sì: esistono anche le circostanze attenuanti per chi non lo sapesse) dell’azione nel commettere un reato. Dunque nel caso Turetta come in altri, qualcosa in più rispetto alla mera azione omicidiaria della quale deve essere valutata la modalità complessiva e l’intenzionalità soggettiva di infliggere un tormento aggiuntivo al dolore già generato dalla inflizione dei colpi.

    Questo qualcosa in più (quid pluris, per gli addetti ai lavori…) non sta, dunque, necessariamente nel mezzo usato o nel numero di ferite inferte per uccidere ma nella provocazione voluta di una sofferenza: si pensi, per esempio, all’incaprettamento tipico di esecuzioni mafiose o qualsiasi lesione letale che però, volutamente, cagioni la morte solo a seguito di una lenta e tormentata agonia.

    Femminismo punitivo, è questo che si vuole: inutile e fuori dalle regole? E’ comprensibile l’orrore provocato da taluni fatti di sangue non lo è lo stimolo a voler allontanare da noi un soggetto deviante dipingendolo a tutti i costi come un mostro che non solo uccide ma lo fa con crudeltà; certamente così  è più facile perché è anche un facile modo per autoassolverci in quanto si tratta di un ragazzo come tanti, ahimè cresciuto in una società che non ha saputo educarlo a gestire le proprie emozioni e ad accettare un rifiuto, un ragazzo che sicuramente non ha mai tenuto un coltello in mano e che in quel contesto ha agito in modo confuso e violento. Ma la crudeltà è un’altra cosa.

    Il terreno del dibattito è delicatissimo e scivoloso, in parte costruito e sorretto dalle emozioni ma prima di insultare e strepitare occorrerebbero almeno una decina di anni di studi giuridici, possibilmente non conseguendo il titolo abilitativo su Facebook o Chat CPT che consentono unicamente di iscriversi all’Albo degli Imbecilli, istruiti si fa per dire, da docenti poco meno che analfabeti: quelli che parlano di “reato penale”, per intenderci.

  • Global executions at highest level since 2015, report says

    The number of state executions around the world has reached its highest level in ten years, a new report by Amnesty International has said.

    More than 1,500 recorded executions took place in 2024 with Iran, Iraq and Saudi Arabia accounting for a combined 1,380 and the United States for 25, the charity found.

    Despite this rise, the report also found that the total number of countries carrying out the death penalty stood at 15 – the lowest number on record for the second consecutive year.

    Amnesty International’s Secretary General Agnes Callamard said the “tide is turning” on capital punishment, adding that “it is only a matter of time until the world is free from the shadow of the gallows”.

    While these figures are the highest they have been since 2015 – when at least 1,634 people were subject to the death penalty – the true overall figure is likely to be higher.

    Amnesty International says the figure does not include those killed in China, which it believes carries out thousands of executions each year. North Korea and Vietnam are also not included.

    Data on the use of the death penalty is classified as a state secret both in China and Vietnam, meaning that the charity has been unable to access statistics.

    Other obstacles, such as restrictive state practices or the ongoing crises in Gaza and Syria, meant that little or no information was available for those areas.

    The report, entitled Death Sentences and Executions 2024, cited that Iran, Iraq and Saudi Arabia were responsible for the overall rise in known executions.

    Iraq almost quadrupled its executions from at least 16 to at least 63, while Saudi Arabia doubled its yearly total from 172 to at least 345.

    Executions in Iran rose from at least 853 in 2023 to at least 972 in 2024.

    The report also said that the two main reasons for the spike in the use of capital punishment was down to “countries weaponising the death penalty against protesters” and for “drug-related crimes”.

    The charity found that more than 40% of executions in 2024 were carried out for drug-related offences, which it said was unlawful under human rights law.

    In 2024, Zimbabwe signed into law a bill that abolished the death penalty for ordinary crimes and, since September 2024, the world has seen two cases where death row inmates in Japan and the US have been acquitted and granted clemency respectively.

    The charity also said more than two thirds of all UN member states voted in favour of a moratorium on the use of the death penalty last year.

  • Bolivian ex-leader’s looming arrest warrant triggers protests

    Supporters of former Bolivian president Evo Morales have clashed with police after a prosecutor said she would order his arrest.

    Morales, who governed Bolivia from 2006 to 2019, is under investigation for alleged statutory rape and human trafficking, which he denies.

    The accusations against the 64-year-old have resurfaced ahead of presidential elections next year, in which he plans to run.

    The prosecutor announced she would issue an arrest warrant after Morales failed to attend a hearing in the case last week.

    Tension has been high in Bolivia for months, with supporters of Morales clashing with those of the current president, Luis Arce.

    Both men belong to the governing Mas party and are battling over who will be the party’s candidate in the presidential election scheduled for August 2025.

    Three weeks ago, the two rival groups of supporters came to blows in the city of El Alto.

    The investigation into Morales has further heightened the already volatile atmosphere.

    On Monday, Morales’s followers erected blockades on two major roads, which police tried to lift. At least 12 people were arrested and one police officer was injured.

    Morales supporters have said they will keep the blockade up “indefinitely” and could extend it to affect major roads across the country should he be arrested.

    The allegations against Morales are not new.

    In 2020, the ministry of justice filed a criminal complaint against the ex-president, accusing him of rape and human trafficking.

    In the complaint, prosecutors argued that sexual encounters Morales allegedly had in 2015 with a girl who was reportedly under age at the time constituted statutory rape.

    They said he had taken the girl on trips abroad, which they said amounted to human trafficking.

    Morales argued the accusations were part of a right-wing vendetta against him by the interim president who replaced him in office after his resignation in 2019 following allegations of vote-rigging.

    Morales, who was living in exile at the time, was also accused of sedition and terrorism and an arrest warrant for him was issued.

    However, the arrest warrant was annulled after his lawyers argued successfully that due process had not been followed.

    Morales returned to Bolivia a day after Luis Arce from Morales’s Mas party was sworn in as president in November 2020.

    But the two erstwhile allies have since fallen out and their relations have become even more acrimonious since both announced their intentions to run as the Mas party’s candidate in the 2025 presidential election.

    Both politicians have groups of loyal supporters willing to take to the streets – and in some cases engage in street brawls – to show their backing for their candidate.

    Followers of Morales have threatened to paralyse the country should he be arrested.

    Sandra Gutiérrez, the prosecutor in the case against Morales, said on Thursday that a warrant for his arrest would be issued after he failed to appear at a hearing.

    On Monday, the chief of police said he had not yet been issued with orders to detain the former president.

    But the police chief stressed that, once he received the order to arrest Morales, he would carry it out.

  • In attesa di Giustizia: mani pulite in salsa belga

    Non è vero che mettiamo in carcere gli indagati per farli confessare, è vero – però – che li scarceriamo quando confessano”. Così parlò, ai tempi di Mani Pulite, il Procuratore della Repubblica di Milano Francesco Saverio Borrelli.

    Ebbene, gli obbrobri e le forzature della legge nella gestione di quella indagine (che, forse, sarebbe più corretto denominare “mani ammanettate”), di cui scontiamo tutt’ora le conseguenze, sembrano aver trovato degli emulatori esteri.

    O, forse, sarà  in ossequio ai principi che regolano i rapporti tra le diverse Autorità Giudiziarie dell’UE, basati sul principio del mutuo riconoscimento delle decisioni che trova il suo fondamento nella reciproca fiducia che ogni Stato dell’Unione può riporre nella legislazione degli altri partner: fatto sta che Pubblici Ministeri e Giudici Istruttori belgi stanno dimostrando di avere imparato la lezione di Davigo e Di Pietro;  ovvero, se preferite, di Alberto Sordi nei panni del magistrato Annibale Salvemini nel predittivo film “Tutti dentro” del 1984, che oggi  fa amaramente sorridere.

    Stiamo parlando, ovviamente, dell’inchiesta soprannominata “Qatargate” della quale molto si parla e molto altro si ignora o – comunque – è blandamente evidenziato dalle cronache.

    Sappiamo, per esempio, che l’ex europarlamentare Antonio Panzeri ha scelto di confessare (anche, presunte, altrui malefatte: altrimenti la confessione vale poco…) e ciò gli vale un liberatorio patteggiamento alla pena di un anno, che nemmeno sconterà, per reati che in Italia ne valgono una decina malcontati e – questo sì –  la confisca di una considerevole somma di denaro…magari una quota sacrificabile del totale.

    Sembrerebbe, dunque, che la lectio magistralis impartita dal Procuratore di Milano negli anni ’90, richiamata all’inizio, sia stata seguita con la dovuta attenzione, soprattutto per quello che andremo subito ad illustrare.

    Tra le cose di cui si tratta meno, infatti, c’è che alla ex vice presidente dell’Europarlamento Eva Kaili dopo ben ventotto giorni di detenzione è stato consentito di trascorrere un paio d’ore con la figlioletta di soli venti mesi (il cui padre, pure, è detenuto), rigorosamente in carcere neanche fosse una madre che debba rispondere di avere trucidato il fratellino o che vi sia il fondato sospetto che la bimba sia una pericolosa complice da istruire per inquinare le prove.

    La netta sensazione è che – insieme alla privazione della libertà – sia questo un metodo per effettuare pressioni e conquistare l’agognata ammissione di responsabilità…possibilmente condita da qualche accusa nei confronti di altri compartecipi.

    Il termine da utilizzare, di fronte a ciò è uno solo: vergogna. Allora, tanto valeva rinchiudere questa indagata in una vergine Norimberga o strapparle le unghie per vedere se confessava invece di paludarsi da Stato di diritto quando dello Stato di diritto vengono ignorate o infrante regole fondamentali; allora è fuor di luogo puntare l’indice proprio contro il Qatar perché laggiù non vi sarebbe rispetto dei diritti umani.

    Ebbene, sì: par proprio che una identità culturale ed una tradizione giuridica comune tra Italia e Belgio si possano riconoscere traendo spunto da un caso come questo.

    Questa è l’Europa dalle comuni radici cristiane, dell’agognato ravvicinamento dei sistemi penali dei Paesi Membri, la Mani Pulite in salsa belga.

  • Taliban conduct first public execution since return to power

    The Taliban have carried out what is thought to be their first public execution since their return to power in Afghanistan last year.

    A Taliban spokesperson said a man was killed at a crowded sports stadium in south-western Farah province after he confessed to murder.

    Dozens of the group’s leaders, including most top ministers in their government, attended the hanging.

    It comes weeks after judges were instructed to fully enforce Sharia law.

    The Taliban’s supreme leader Haibatullah Akhundzada issued the edict last month, ordering judges to impose punishments that may include public executions, public amputations and stoning.

    However, the exact crimes and corresponding punishments have not been officially defined by the Taliban.

    While several public floggings have been carried out recently – including that of a dozen people before a crowded football stadium in Logar province last month – it marks the first time the Taliban have publicly acknowledged carrying out an execution.

    According to their spokesperson Zabihullah Mujahid, the execution was attended by several Supreme Court justices, military personnel and senior ministers – including the justice, foreign and interior ministers.

    Mohammad Khaled Hanafi, charged with imposing the Taliban’s strict interpretation of Islamic law as minister for vice and virtue, was also present. However, Prime Minster Hasan Akhund did not attend, the statement said.

    According to the Taliban, the executed man named Tajmir, a son of Ghulam Sarwar and a resident of Herat province, had stabbed a man named Mustafa about five years ago.

    He was subsequently convicted by three Taliban courts and his sentence was approved by Mullah Akhundzada.

    Before the execution, a public notice was issued publicising the event and “asking all citizens to join us in the sport field”.

    The murdered man’s mother told the BBC that Taliban leaders had pleaded with her to forgive the man, but she had insisted upon his execution.

    “Taliban came to me and begged me to forgive this infidel,” she said. “They insist me to forgive this man in sake of God, but I told them that this man must be executed and must be buried the same as he did to my son.

    “This could be a lesson to other people,” she added. “If you do not execute him he will commit other crimes in the future.”

    A listener to the BBC’s Afghan radio service in Farah said his son had witnessed the execution.

    “The victim was executed by the father of the man who was killed five years ago,” the man said.

    During their rule from 1996-2001, the Taliban were condemned for regularly carrying out punishments in public, including executions at the national stadium in Kabul.

    The Taliban vowed that they would not repeat the brutal repression of women. Since they seized power, women’s freedoms have been severely curbed and a number of women have been beaten for demanding rights.

    At present, no country has recognised their new government and the World Bank has withheld around $600m (£458m), after the Taliban banned girls from returning to secondary schools.

    The US has also frozen billions of dollars held by Afghanistan’s central bank in accounts around the world.

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