Sarebbe scontato affrontare in questa rubrica uno qualsiasi degli spunti che quotidianamente vengono offerti sull’asse Pavia – Brescia dove sembra che abbia piantato le tende il Circo Medrano a tre piste: ci sarà tempo e modo…torniamo, invece, ad una vicenda torinese di cui si è già accennato in un numero trascorso de Il Patto Sociale: quella del marito (senza dubbio violento) che ha dato pugno alla moglie che voleva separarsi e che è stato mandato sotto processo per lesioni aggravate – la frattura di uno zigomo – e maltrattamenti in famiglia.
Al termine di una istruttoria dibattimentale molto accurata è intervenuta una condanna solo per il primo reato. La condotta violenta, è scritto in sentenza, si è limitata a quel pur grave episodio, mentre la denunzia di altri comportamenti aggressivi e maltrattamenti non è risultata provata. Scandalo, un’assoluzione! La notizia travolge e oscura quella della condanna ad una pena ridotta per fondate ragioni tecniche che qui risparmiamo ai lettori. La reazione sui media e sui social è stata turbinosamente furibonda e giunge la notizia della proposta a firma della presidente della Commissione Parlamentare sul femminicidio, on. Semenzato, di convocare il giudice estensore della sentenza, perché ne renda conto ai rappresentanti del popolo anch’essi attoniti dinanzi a cotanta sconcezza.
Di fronte ad una iniziativa così sconclusionata ci sarebbe stato da attendersi una settimana di sciopero proclamato in via di urgenza dall’Associazione Nazionale Magistrati, con le toghe armate di Costituzione d’ordinanza e – forse – anche Landini avrebbe gremito le piazze di ferrotranvieri ostili al metodo di giudizio del Tribunale di Torino. ANM invece tace: è dato esclusivamente leggere una tiepida nota della sezione torinese, in cui si accenna fuggevolmente al rispetto della indipendenza dei giudici per poi prendere nettamente le distanze da alcune espressioni usate dalla sentenza, considerate superflue ed inappropriate, ma soprattutto vi è la rassicurazione che ci sarà l’appello (quell’istituto che mutatis mutandis non piace quando lo fanno gli imputati) perché a tutto c’è rimedio ed il Presidente di ANM, Parodi, fino a qualche settimana – prima di ascendere al soglio di Procuratore di Alessandria – era proprio il coordinatore del Dipartimento violenza di genere e domestica di Torino.
Da questa vicenda è possibile enucleare alcune sconfortanti considerazioni:
al netto della totale ignoranza dei fatti ed atti di causa, da noi fanno scandalo solo le sentenze di assoluzione, mai quelle di condanna ed essere tecnicamente all’oscuro di ciò di cui si parla, e ci si indigna, segnatamente da parte della politica (a tacere di quotidiani, rubriche tv e social…), è diventata la regola.
Manca ai commentatori qualsiasi nozione giuridica del reato di maltrattamenti in famiglia: quali siano gli elementi costitutivi di fattispecie, la natura del dolo richiesto il discrimine della condotta con altri reati (tanto per usare termini tecnici che i più, comprensibilmente, ignorano ma sono tanto complessi quanto essenziali per comprendere una vicenda ed una decisione). Quale migliore occasione per sbraitarne? E se qualcuno prova a spiegare è tacciato di essere un azzeccagarbugli. Ciò che, poi, fa notizia è il linguaggio usato nelle sentenze decontestualizzando acconciamente le espressioni secondo le esigenze di audience, e non i principi di diritto che si tenta di illustrare e rendere comprensibili: in quella sentenza si legge “come dargli torto” del marito che ha rotto lo zigomo della moglie ed i titoli dei giornali su questa frase si sono sprecati e poco conta che quell’espressione fosse riferita al fatto che il marito si dolesse di aver appreso per WhatsApp l’intenzione della moglie di separarsi; fa più effetto che il lettore pensi che il riferimento fosse al pugno così vendono più copie. Il linguaggio merita, quindi, censura solo se utilizzato in sentenze assolutorie. Mai letto un commento, una riflessione, una iniziativa parlamentare, o un documento di una sezione territoriale di ANM, censurare un ordine di cattura o una sentenza di condanna che abbia espresso ultronei giudizi etici e moralistici sull’imputato sul genere, per fare l’esempio storico di Enzo Tortora, “cinico mercante di morte”.
Quanto, poi, ai reati di “violenza di genere” pare che non sia previsto in natura che una denuncia possa essere, anche solo parzialmente, non veritiera o magari strumentale alla connessa causa di separazione.
Non osi il giudice assolvere, un processo senza condanna non ha senso, giammai in nome del Popolo Italiano.