condanna

  • Appello per due gemelle e un’altra donna che l’Iran vuole impiccare

    Due gemelle iraniane arrestate a gennaio scorso durante l’ultima grande ondata di proteste contro il regime, Taraneh e Romina Rahimi, sono state condannata la prima a morte per impiccagione, l’altra a scontare 25 anni di carcere. Ed il mondo sembra voltare le spalle riguardo al loro destino così come le ha voltate a Benjamin Netanyahu durante il suo discorso all’assemblea generale dell’Onu.

    Tra l’8 e il 9 gennaio del 2026 le due sorelle, all’epoca diciannovenni e ancora studentesse al liceo, furono prelevate di notte dalle loro abitazioni a Isfahan da uomini incappucciati, in seguito identificati come appartenenti al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Per quattro mesi la madre delle due ragazze, Marzieh Nourmohammadi, ha cercato invano notizie delle figlie rivolgendosi a ospedali e istituzioni statali, prima di riuscire a rintracciarle in un carcere a Dowlatabad, nella città di Isfahan.

    Quando ha potuto visitarle in carcere, lo scorso maggio, le due ragazze – “trattenute in regime di isolamento” –  erano irriconoscibili, ha spiegato il cugino alla testata britannica. Il racconto che la madre ha fatto al cugino è agghiacciante: a stento ha riconosciuto le sue stesse figlie che, “a seguito di tremende percosse, avevano i volti gravemente tumefatti, con lividi su tutto il corpo, ai gomiti, alle nocche e avevano i piedi rotti”.

    In mancanza di una confessione credibile per il regime – come racconta la testata britannica Guardian – Taraneh avrebbe ricevuto dalle guardie carcerarie la minaccia di uno stupro ai danni della sorella Romina di fronte a lei. Il quotidiano riferisce anche che “il loro cuoio capelluto è stato completamente compromesso. Praticamente – racconta la madre – le due giovani non avevano più capelli perché venivano tirate per i capelli e trascinate da una cella all’altra”.  Una storia che si ripete inesorabile nella Repubblica islamica sciita, da 47 anni impegnata a combattere contro i capelli delle donne costrette a coprirli con un hijab obbligatorio sin dall’età di 7 anni. Così vuole la lettura della sharia e così aveva voluto e vuole la rivoluzione khomeinista.

    Secondo Hengaw, con sede in Norvegia, e dalla Human Rights Activists News Agency (Hrana), con sede negli Stati Uniti, la magistratura iraniana avrebbe condannato anche un’altra donna alla pena capitale con la stessa accusa. Si tratta di Leila Abolhasani 43 anni e madre di due adolescenti, è stata invece giudicata colpevole di aver incendiato un negozio durante le manifestazioni. I suoi familiari hanno respinto l’accusa, affermando che la donna si era limitata a filmare l’incendio.

    Insieme a loro per gli stessi disordini avvenuti in una piazza di Isfahan, sono stati condannati a morte anche nove uomini. Accusati di aver provocato la morte di due persone, tra cui un membro delle forze di sicurezza.

    Dall’inizio della guerra con gli Stati Uniti, Teheran ha giustiziato 29 uomini per reati legati alle proteste, secondo l’ong norvegese Iran Human Rights (IHR). E sono almeno 16 donne le donne “giustiziate” per altri reati dall’inizio dell’anno.

  • In attesa di Giustizia: l’ennesimo flop

    Otto condanne e sessanta assoluzioni. E’ il risultato di un ultimo processo, da poco terminato, nato da un’indagine coordinata da Nicola Gratteri quando era alla guida della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro: la maxi operazione “Black Wood”, del 2022, che ipotizzava il coinvolgimento della ’ndrangheta nella gestione della centrale a biomasse di Cutro e sull’utilizzo di rifiuti illeciti nel ciclo di produzione dell’energia. Su richiesta della Procura coordinata da Gratteri vennero arrestate trentuno persone.

    Ora che il 90 per cento degli imputati è stato assolto qualcuno dall’ANM dirà che sono numeri fisiologici, che se ci sono le assoluzioni vuol dire che il sistema funziona. Ma non appare proprio normale il fatto che nove imputati su dieci siano assolti dopo quattro anni di calvario giudiziario, che vengano ritenuti esistenti i gravi indizi di colpevolezza per privare della libertà cittadini che poi verranno assolti e non è neppure normale che la matrice investigativa sia sempre in capo al medesimo magistrato. C’è quasi da rimpiangere Luigi De Magistris che, quando svolgeva le funzioni di P.M. in Calabria, venne soprannominato Gigi Flop per via degli esiti delle sue indagini.

    E pensare che nell’ottobre 2022 Gratteri illustrò i risultati dell’operazione spiegando in conferenza stampa che era stata sgominata una rete di persone che bruciavano rifiuti speciali alla centrale a biomasse di Cutro, ironizzando sul principio di presunzione di innocenza: “Questi presunti innocenti hanno gestito il controllo dei boschi, il controllo della Presila, partendo dal Crotonese fino alla provincia di Cosenza”, disse Gratteri. “Questi presunti innocenti nelle biomasse nel cippato mettevano spazzatura, scarti come catrame e asfalto, copertoni, residui delle lavorazioni sull’autostrada…Riuscivano in modo mafioso ad accaparrarsi il taglio dei boschi, a conferire a dei soci l’acquisto delle biomasse di Cutro e a inserire spazzatura nel cippato”. Più che una conferenza stampa una condanna mediatica anticipata in salsa di spirito di pessimo gusto.

    E dire che le intercettazioni, tanto care a Gratteri, offrivano un quadro completamente diverso e si sente chiaramente dire qualcosa che esclude un accordo illecito. raccomandando al fornitore di eliminare impurità, cartacce e plastica dal materiale consegnato, avvertendolo che, se il carico fosse arrivato sporco, sarebbe stato respinto: e qui non c’entrano le competenze in diritto, per fare giustizia l’ascolto di conversazioni come queste richiede la mera conoscenza della lingua italiana.

  • In attesa di Giustizia: vendetta di Stato

    Si parla un po’ meno di Garlasco, tiene banco l’attentato a Ranucci che si sta rivelando una gustosissima bufala e passa sotto silenzio la vicenda umana e giuridicamente incomprensibile che tocca Gilberto Cavallini…ma certo chi se ne frega di un fascista in carcere da quasi mezzo secolo?

    Per esempio “Nessuno tocchi Caino” che ha fatto in modo che fosse depositata un’interrogazione al Ministro della Giustizia su questa vicenda.

    Per chi non lo sapesse, Gilberto Cavallini, è un ex appartenente ai NAR, oggi ultrasettantenne e detenuto da 43 anni.

    Il 15 gennaio 2025, in seguito alla condanna definitiva all’ergastolo per la strage di Bologna, pronunciata 45 anni dopo l’attentato e dopo che in un precedente processo per gli stessi fatti era stato condannato ad undici anni riconoscendogli un ruolo marginale, a Cavallini sono stati revocati i benefici della semilibertà ed è stata disposta nei suoi confronti l’esecuzione di tre anni di isolamento diurno.

    Cavallini, l’anziano Cavallini è un signore che si è dissociato da tempo dalla lotta armata, si è laureato con 110 e lode all’Università Cattolica di Milano e, dopo un lungo periodo di condotta esemplare, aveva ottenuto nel 2017 il beneficio della semilibertà. Tuttavia, qualche mese fa, il Tribunale di Sorveglianza ha disposto la revoca della misura alternativa alla detenzione, sostenendo che doveva ancora espiare la sanzione dell’isolamento diurno, collegata a una condanna all’ergastolo inflittagli nel 1991 e che tale sanzione accessoria non fosse mai stata eseguita, nonostante ripetute circolari del DAP abbiano chiarito che l’isolamento diurno deve essere scontato nella fase iniziale della pena  per non compromettere il successivo percorso rieducativo. Inoltre, Cavallini era già stato ammesso in passato a benefici penitenziari ai quali non si può accedere senza aver prima espiato tale sanzione. Gli istituti penitenziari, tuttavia, non sono oggi in grado di documentare con certezza se l’isolamento diurno sia stato effettivamente scontato o meno. Resta il fatto che Cavallini è stato ricondotto in carcere e sottoposto a un regime che lo priva della possibilità di parlare con qualcuno che non siano gli agenti della polizia penitenziaria e i suoi avvocati, chiuso per 23 ore al giorno nella propria cella da cui può uscire sono per l’ora d’aria da trascorrere rigorosamente in solitudine.

    Siamo di fronte ad una regressione trattamentale senza precedenti e senza giustificazioni ma nessuno o quasi ne parla e se ne preoccupa: forse perché questo trattamento sancisce la morte civile di un detenuto modello che, però, non può ostentare il patentino antifa e, in fondo, uccidere un fascista non è un reato come intonavano i cori estremisti negli anni ’70.

    Gilberto Cavallini è stato un giovane feroce che sparava e uccideva ma mezzo secolo dopo è un uomo molto diverso e chi conosce le carte della strage di Bologna sa benissimo che a carico dei NAR e Cavallini non c’è uno straccio di prova degna di questo nome: quella raccontata questa settimana è una storia di clamorosa ingiustizia, di furia giustizialista, di pura vendetta dello Stato che offende lo stato di diritto dimenticando che l’Italia ha firmato una convenzione internazionale che vieta la durata dell’isolamento diurno oltre i quindici giorni; la cosa, però, sembra non interessare nessuno sebbene uccidere un fascista sia un reato e farlo come lo si sta facendo con Gilberto Cavallini è un reato molto grave.

  • In attesa di Giustizia: l’ultimo raglio

    “I fatti riportati nelle notizie di stampa dalle quali ha tratto origine il presente supplemento di attività non corrispondono al vero e non sono emersi fatti contrastanti con il quadro probatorio già acquisito sulla domanda di grazia”. Così annota Francesca Nanni, Procuratore Generale di Milano, in merito al provvedimento di clemenza che ha riguardato Nicole Minetti, suscitando le ire di Marco Travaglio che scaglia un anatema nei confronti dell’alto magistrato milanese: “Egregia procuratrice, lei è libera di credere a Santa Nicole Minetti, di passare un colpo di spugna su gravissimi reati senza che abbia scontato un minuto di pena…ciò che lei non può fare  è infangare e diffamare con accuse di falso il lavoro giornalistico di un quotidiano, il Fatto, in un comunicato che non ammette contraddittorio”.

    Con questo raglio – che fa anche rima con il cognome –  il Direttore sembra essere nella imminenza di proporre una querela nei confronti del Procuratore Generale di Milano “se non si rimangiano tutto e ci chiedono scusa” e nel frattempo, sulla prima pagina del suo rotolone Regina quotidiano pubblica un articolo dal titolo gravemente irrispettoso  “Grazia, Graziella e Mattarella” nel quale non manca di dare ulteriore prova del difetto congenito di cultura costituzionale, se non di semplice umanità lamentando nuovamente che a Nicole Minetti non sia stata fatta scontare nemmeno un po’ di galera…dove rischia di finire lui se quella querela per diffamazione verrà davvero proposta trattandosi di un’accusa palesemente calunniosa e ribadita continuando a sproloquiare nelle ospitate sulle reti televisive amiche o sulle colonne della sua creatura editoriale.

    C’è da temere che non finirà qui: il Procuratore Generale di Milano è persona riservata, equilibrata e composta nei modi, che parla solo attraverso atti del Suo Ufficio, per cui è altamente improbabile che alimenti questa sterile polemica ma qualcun altro potrebbe farlo ergendosi a difensore di strampalate teorie.

    Il primo che viene in mente è un esperto del settore: il senatore grillino Roberto Scarpinato, uomo che nella sua precedente vita da magistrato è stato cultore della cosmologia manettara e dell’esoterismo giudiziario capace – in una delle sue tante e fallimentari indagini – di ipotizzare stragi di mafia per annientare i vecchi referenti politici frutto di un concerto dei boss con il  criminale di guerra Arkan, con la destra eversiva, Licio Gelli e leghe separatiste, non senza il contributo di un avvocato faccendiere. L’avvocato farabutto non poteva mancare…

    Ci sarà, dunque, un ultimo raglio, sperando che tale sia davvero? Lo sapremo solo vivendo.

  • In attesa di Giustizia: BARD

    Stasi è innocente ma deve restare in galera: non è solo uno caso giudiziario, è uno scandalo. Tutta la vicenda era dall’inizio piena di dubbi ragionevoli in presenza dei quali il codice dice che si deve assolvere. Ora però siamo molto oltre il ragionevole dubbio: c’’è addirittura una Procura della Repubblica che esclude la presenza di Alberto Stasi sulla scena del delitto, e sostiene questa sua tesi sulla base di elementi che solo in parte sono noti perché non sono state ancora concluse le indagini consentendo l’accesso a tutti gli atti di investigazione.

    Sarebbe, tra l’altro, stato accertato che alcuni indizi ritenuti utili per condannare Stasi sono stati manipolati, e soprattutto che l’orario del delitto non è quello stabilito dalla sentenza di condanna ma è spostato di un paio d’ore e dunque coincide con un momento nel quale Stasi aveva l’alibi. Tutto questo è indipendente dal fatto che la Procura ipotizza che Andrea Sempio sia colpevole, che agì da solo: che sia colpevole o innocente, a questa stregua, non incide con il fatto che comunque Stasi possa essere, e sia, innocente. Con tutti questi elementi nuovi che sono emersi dalla indagine del P.M. Napoleone siamo molto oltre il ragionevole dubbio sulla sua colpevolezza, siamo molto vicini alla prova provata della sua innocenza, tuttavia Alberto Stasi resta in prigione dopo aver scontato dieci anni di pena, trascinato nel fango come assassino della sua fidanzata. Un più che presunto innocente rimane in carcere perché così vuole la burocrazia penale. Sarà necessario che arrivi la richiesta di rinvio a giudizio per Sempio, poi che questa richiesta sia accettata, poi dovrà essere avviato il processo a suo carico, e solo a questo punto sarà possibile chiedere la revisione di quello per Stasi e, se la richiesta sarà accolta, bisognerà aspettare il nuovo dibattimento, che sarà a carico di una persona che la stessa giustizia, prima di processare, ha ritenuto implicitamente innocente.

    Il caso Garlasco è un simbolo, è un esempio…Negativo, un po’ come lo è stato il caso Tortora. Ci indica tutti i limiti della giustizia ed è ben vero che l’errore giudiziario è sempre possibile, non si può evitare, ma basterebbe attenersi scrupolosamente all’articolo 533 del codice di procedura penale contenente la regola che impone il proscioglimento o l’assoluzione se sussistono dei dubbi. Anche minimi dubbi: è la regola BARD, Beyond Any Reasonable Doubt, per dirla all’americana che fa più fine, peraltro sistematicamente ignorata in parte per superficialità dei giudici, in parte per la pressione giustizialista che esercita la stampa, talvolta per la pressione della politica. Nel caso di Stasi successe che nei giorni precedenti all’ultima sentenza di condanna un grande giornale mandò in edicola un libretto riassuntivo della vicenda in chiave colpevolista, che probabilmente influenzò i giudici, perlomeno i giudici popolari, frutto di una tendenza forcaiola, che pervade le istituzioni, la magistratura e i mezzi di informazione.

    Insieme alla ripresa di interesse per il caso Garlasco, in questi giorni ha fatto scalpore quella della grazia concessa a Nicole Minetti e in proposito – anzi a sproposito – si è detto di tutto: è una mascalzonata colpa di Nordio (Ranucci che fa il saputello ignora il perché il Ministero non si chiama più di Grazia e Giustizia ma solo di Giustizia) o forse di Mattarella, magari – questo sì ma lo sussurra solo qualche avvocataccio che ha votato SI al referendum – della lentezza con cui (parliamo di anni) è stata trattata la richiesta della condannata di espiare la pena con affidamento in prova ai servizi sociali che sarebbero terminati prima della presentazione della domanda di grazia se solo si fosse fissata un’udienza. Tuttavia, un colpevole in questo caso si è trovato con certezza, basta leggere il parere favorevole formulato dalla Procura Generale di Milano: ove si parla di “presa di distanza dal passato deviante…dal contesto ambientale in cui sono stati commessi i reati della Minetti…nei quali protagonisti erano personalità di potere e di rilevanza pubblica come il Presidente del Consiglio dei Ministri…che indubbiamente crearono un clima idoneo a condizionare le scelte di una giovane donna ingenerando un senso di impunità e assenza di limiti al controllo sociale…”. Ecco, in questo caso un colpevole si è trovato oltre ogni ragionevole dubbio: Silvio Berlusconi, chi altri?

  • Australian pleads guilty to creating deepfake porn in landmark case

    An Australian teenager has pleaded guilty to creating deepfake pornography, in a landmark case.

    William Hamish Yeates, 19, is the first person to be charged under a new national law which criminalises the manipulation of sexual images and carries a maximum penalty of seven years in prison.

    Experts says deepfake pornography – often created through artificial intelligence technology, and overwhelmingly targeting women and girls – is the new frontier of gendered, image-based abuse and school bullying.

    Yeates did not comment as he left court after admitting four offences on Wednesday. He will return for a hearing in April.

    Yeates was previously facing 20 Commonwealth charges, but the Commonwealth Director of Public Prosecutions (CDPP) withdraw some of them after he pleaded guilty to creating or altering sexual material without consent and distributing it, as well as using a carriage service in a harassing or offensive way.

    The court heard Yeates had distributed images of his alleged victim across multiple X accounts without her consent.

    A spokesman for Commonwealth prosecutors previously confirmed it was the first prosecution of its kind, though some states also have their own laws relating to deepfake material.

    Australia’s internet regulator, the eSafety Commission, has been warning of the rising threat of AI manipulated material, and has been fighting to ban apps that ‘nudify’ subjects in Australia.

    “There is compelling and concerning data that explicit deepfakes have increased on the internet as much as 550% year on year since 2019,” Julie Inman Grant wrote after advising parliament on the new laws in 2024.

    “It’s a bit shocking to note that pornographic videos make up 98% of the deepfake material currently online and 99% of that imagery is of women and girls.”

  • UN votes to recognise slavery as ‘gravest crime against humanity’

    The United Nations General Assembly has voted to recognise the slave trade as “the gravest crime against humanity”, a move advocates hope will pave the way for healing and justice.

    The resolution – proposed by Ghana – called for this designation, while also urging UN member states to consider apologising for the slave trade and contributing to a reparations fund. It does not mention a specific amount of money.

    The proposal was adopted with 123 votes in favour and three against – the United States, Israel and Argentina.

    Fifty-two countries abstained, including the United Kingdom and European Union member states.

    Countries like the UK have long rejected paying reparations, saying today’s institutions cannot be held responsible for past wrongs.

    Before the vote, Samuel Okudzeto Ablakwa, Ghana’s foreign minister, told the BBC’s Newsday programme: “We are demanding compensation – and let us be clear, African leaders are not asking for money for themselves.

    “We want justice for the victims and causes to be supported, educational and endowment funds, skills training funds.”

    The campaign for reparations has gained significant momentum in recent years – “reparatory justice” was the African Union’s official theme for 2025 and Commonwealth leaders have jointly called for dialogue on the matter.

    Ablakwa also said that, with the resolution, Ghana was not ranking its pain above anyone else’s, but simply documenting a historical fact.

    Between 1500 and 1800, around 12-15 million people were captured in Africa and taken to the Americas where they were forced to work as slaves. It is estimated that over two million people died on the journey.

    The resolution, backed by the African Union and the Caribbean Community, states that the consequences of slavery persist in the form of racial inequalities and underdevelopment “affecting Africans and people of African descent in all parts of the world”.

    Ablakwa told the BBC: “Many generations continue to suffer the exclusion, the racism because of the transatlantic slave trade which has left millions separated from the continent and impoverished.”

    Ghana, one of the main gateways for the trade, has long been a leading advocate for reparations.

    Forts, where tens of thousands of enslaved Africans were once held under inhuman conditions, remain standing along the West African country’s coast.

    The resolution also calls for cultural artefacts stolen during the colonial era to be returned to their countries of origin.

    “We want a return of all those looted artefacts, which represent our heritage, our culture and our spiritual significance. All those artefacts looted for many centuries into the colonial era ought to be returned,” Ablakwa said.

    Ghana’s President John Dramani Mahama told the UN on Tuesday that the resolution was “historic” and “a safeguard against forgetting”.

    He also criticised Donald Trump’s administration for “normalising the erasure of black history”.

    Since returning to power, the US president has targeted American cultural and historical institutions for promoting what he calls “anti-American ideology”.

    Trump’s orders have led to moves such as the restoration of Confederate statues and an attempt to dismantle a slavery exhibit in Philadelphia.

    “These policies are becoming a template for other governments as well as some private institutions,” Mahama said.

  • In attesa di Giustizia: giustizia scandalosa

    Sarebbe scontato affrontare in questa rubrica uno qualsiasi degli spunti che quotidianamente vengono offerti sull’asse Pavia – Brescia dove sembra che abbia piantato le tende il Circo Medrano a tre piste: ci sarà tempo e modo…torniamo, invece, ad una vicenda torinese di cui si è già accennato in un numero trascorso de Il Patto Sociale: quella del marito (senza dubbio violento) che ha dato pugno alla moglie che voleva separarsi e che è stato mandato sotto processo per lesioni aggravate – la frattura di uno zigomo –  e maltrattamenti in famiglia.

    Al termine di una istruttoria dibattimentale molto accurata è intervenuta una condanna solo per il primo reato. La condotta violenta, è scritto in sentenza, si è limitata a quel pur grave episodio, mentre la denunzia di altri comportamenti aggressivi e maltrattamenti non è risultata provata. Scandalo, un’assoluzione! La notizia travolge e oscura quella della condanna ad una pena ridotta per fondate ragioni tecniche che qui risparmiamo ai lettori. La reazione sui media e sui social è stata turbinosamente furibonda e giunge la notizia della proposta a firma della presidente della Commissione Parlamentare sul femminicidio, on. Semenzato, di convocare il giudice estensore della sentenza, perché ne renda conto ai rappresentanti del popolo anch’essi attoniti dinanzi a cotanta sconcezza.

    Di fronte ad una iniziativa così sconclusionata ci sarebbe stato da attendersi una settimana di sciopero proclamato in via di urgenza dall’Associazione Nazionale Magistrati, con le toghe armate di Costituzione d’ordinanza e – forse – anche Landini avrebbe gremito le piazze di ferrotranvieri ostili al metodo di giudizio del Tribunale di Torino. ANM invece tace: è dato esclusivamente leggere una tiepida nota della sezione torinese, in cui si accenna fuggevolmente al rispetto della indipendenza dei giudici  per poi prendere nettamente le distanze da alcune espressioni usate dalla sentenza, considerate superflue ed inappropriate, ma soprattutto vi è la rassicurazione che ci sarà l’appello (quell’istituto che mutatis mutandis non piace quando lo fanno gli imputati) perché a tutto c’è rimedio ed il Presidente di ANM, Parodi, fino a qualche settimana – prima di ascendere al soglio di Procuratore di Alessandria –  era proprio il coordinatore del Dipartimento violenza di genere e domestica di Torino.
    Da questa vicenda è possibile enucleare alcune sconfortanti considerazioni:

    al netto della totale ignoranza dei fatti ed atti di causa, da noi fanno scandalo solo le sentenze di assoluzione, mai quelle di condanna ed essere tecnicamente all’oscuro di ciò di cui si parla, e ci si indigna, segnatamente da parte della politica (a tacere di quotidiani, rubriche tv e social…), è diventata la regola.

    Manca ai commentatori qualsiasi nozione giuridica del reato di maltrattamenti in famiglia: quali siano gli elementi costitutivi di fattispecie, la natura del dolo richiesto il discrimine della condotta con altri reati (tanto per usare termini tecnici che i più, comprensibilmente, ignorano ma sono tanto complessi quanto essenziali per comprendere una vicenda ed una decisione). Quale migliore occasione per sbraitarne? E se qualcuno prova a spiegare è tacciato di essere un azzeccagarbugli. Ciò che, poi, fa notizia è il linguaggio usato nelle sentenze decontestualizzando acconciamente le espressioni secondo le esigenze di audience, e non i principi di diritto che si tenta di illustrare e rendere comprensibili: in quella sentenza si legge “come dargli torto” del marito che ha rotto lo zigomo della moglie ed i titoli dei giornali su questa frase si sono sprecati e poco conta che quell’espressione fosse riferita al fatto che il marito si dolesse di aver appreso per WhatsApp l’intenzione della moglie di separarsi; fa più effetto che il lettore pensi che il riferimento fosse al pugno così vendono più copie. Il linguaggio merita, quindi, censura solo se utilizzato in sentenze assolutorie. Mai letto un commento, una riflessione, una iniziativa parlamentare, o un documento di una sezione territoriale di ANM, censurare un ordine di cattura o una sentenza di condanna che abbia espresso ultronei giudizi etici e moralistici sull’imputato sul genere, per fare l’esempio storico di Enzo Tortora, “cinico mercante di morte”.

    Quanto, poi, ai reati di “violenza di genere” pare che non sia previsto in natura che una denuncia possa essere, anche solo parzialmente, non veritiera o magari strumentale alla connessa causa di separazione.

    Non osi il giudice assolvere, un processo senza condanna non ha senso, giammai in nome del Popolo Italiano.

  • Lo scoop sul Covid costa alla cronista cinese una seconda condanna a quattro anni

    La giornalista cinese Zhang Zhan, 42 anni, ha ricevuto un’altra condanna a quattro anni da parte del tribunale di Wuhan che va ad aggiungersi a quella che sta scontando dal 2020 per aver documentato le prime fasi dell’epidemia di Covid-19. Come reso noto dall’associazione internazionale Reporter senza frontiere Zhang Zhan è stata condannata con la vaga accusa di “aver provocato litigi e provocato problemi” in Cina, la stessa accusa che ha portato alla sua incarcerazione nel dicembre 2020 dopo aver pubblicato resoconti di prima mano dalla città centrale di Wuhan sulla diffusione precoce del coronavirus.

    “Dovrebbe essere celebrata a livello globale come un’eroina dell’informazione, non dovrebbe essere intrappolata in condizioni carcerarie brutali”, ha dichiarato Aleksandra Bielakowska, responsabile di RSF per l’Asia-Pacifico. «Il suo calvario e la sua persecuzione devono finire. È più urgente che mai che la comunità diplomatica internazionale faccia pressione su Pechino per il suo rilascio immediato».

    Zhang è stata inizialmente arrestata dopo la pubblicazione di alcuni reportage, inclusi alcuni video, in cui documentava gli ospedali affollati e le strade vuote che dipingevano un quadro iniziale della malattia più terribile rispetto alla narrativa ufficiale minimizzante. La stessa narrazione che portava nei primi momenti il nostro governo a evitare qualsiasi tipo di discriminazione nei confronti di chi veniva dalla Cina. Una misura che sarebbe dovuta essere sanitaria e non certo discriminatoria.

    Le autorità cinesi non hanno mai specificato pubblicamente per quali attività Zhang sia stata accusata. “Questa è la seconda volta che Zhang Zhan viene processata con accuse infondate che non sono altro che un palese atto di persecuzione per il suo lavoro giornalistico”, ha dichiarato Beh Lih Yi, direttore dell’Asia-Pacifico per il Comitato per la protezione dei giornalisti con sede a New York. “Le autorità cinesi devono porre fine alla detenzione arbitraria di Zhang, far cadere tutte le accuse e liberarla immediatamente”.

  • In attesa di Giustizia: disinformazione

    In questi giorni ha suscitato interesse mediatico una sentenza con cui il Tribunale di Torino ha “assolto” un uomo dalla contestazione di maltrattamenti in famiglia, condannandolo solo per il reato di lesioni in danno della moglie: contro questa decisione i vertici della Procura Sabauda hanno preannunciato appello strepitando tutto il loro sdegno per bocca dell’Aggiunto Cesare Parodi, meglio noto per essere il Presidente dell’A.N.M. che ha auspicato l’omicidio di un paio di magistrati per risollevare le sorti della credibilità dell’Ordine Giudiziario, in caduta libera da anni.

    Come vedremo, giornalisti a parte che qualche giustificazione in più ce l’hanno, nemmeno questo P.M. di (presunta) esperienza ci ha capito qualcosa offrendo conferma ad un vecchio detto popolare “studia, studia, altrimenti finirai a fare il pubblico ministero” oppure a quella che parla sempre in mala fede.

    Il Tribunale di Torino (tra l’altro con due donne nel Collegio, ma questo nessuno lo dice) ha escluso che in questo caso vi fossero gli elementi costitutivi del reato di maltrattamenti in famiglia che richiedono non tanto un episodico atto di violenza fisica quanto abitualità nell’infliggere sofferenze fisiche e/o psicologiche ad un famigliare: è richiesta, in sostanza quella che si definisce abitualità del comportamento.

    I giudici hanno spiegato nella motivazione tutte le ragioni per cui è stata ritenuta inattendibile la vittima “portatrice di macroscopici interessi personali e patrimoniali”, le cui dichiarazioni sono risultate caratterizzate dalla “tendenza a trasfigurare episodi che fanno parte dei consueti rapporti familiari in insopportabili soprusi”.

    Contrariamente rispetto a quanto affermato dalla donna si legge nella sentenza – “è palese che non vi furono atti di violenza fisica a parte un episodio del 2022 (per il quale c’è stata la condanna) e che, soltanto in una occasione, nel corso di una discussione, l’imputato –  forse – allontanò da sé il viso della moglie spingendolo con una mano: episodio evidentemente irrilevante ai fini del reato abituale di maltrattamenti”.

    Conclusione, quest’ultima, che secondo il Tribunale è risultata confermata dalle dichiarazioni di altri testimoni, tra i quali proprio il nuovo compagno della vittima che l’ha smentita in più punti della narrazione ed è un testimone che non può certo esser sospettato di parteggiare per l’imputato.

    Una condanna, comunque c’è stata, al di là della disinformazione servita dai media ai cittadini ma per un reato diverso da quello attribuito inizialmente e si chiama tecnicamente “derubricazione del fatto” e non assoluzione: lesioni volontarie conseguenti ad un pugno. Gli indignati in servizio permanente effettivo hanno però (di certo senza leggere e sicuramente senza capire la motivazione della sentenza) aspramente criticato che i Giudici abbiano ritenuto “umanamente comprensibile” la causa scatenante di quel pugno: un gesto volontario e senza cause di giustificazione ma comprensibile avendo appreso che un estraneo trascorreva del tempo in quella che per vent’anni era stata la sua casa coniugale e provava a sostituirsi a lui nel rapporto con i figli uno dei quali – appena dodicenne – aveva dovuto assistere anche ad atti sessuali tra la madre ed il nuovo compagno il che è inaccettabile dal punto di vista educativo.

    Queste considerazioni – concludono i giudici – “hanno grande importanza ai fini di una corretta valutazione” perché, ““hanno diretta influenza sulla valutazione della capacita a delinquere, sul riconoscimento delle attenuanti generiche, sulla quantificazione della pena e sulla concessione della sospensione condizionale” che, in ogni caso è stata subordinata al risarcimento dei danni. Tradotto: paga la persona offesa per quello che le hai cagionato oppure andrai in galera.

    Tutto questo non è patriarcato, come suol dirsi, ma è frutto di interpretazione dei fatti, di applicazione della legge e di una motivazione completa sui punti più delicati della decisione: e almeno il Presidente dell’A.N.M. dovrebbe saperlo evitando di aprire bocca – come, ahimè, è sua consuetudine – per straparlare e disinformare.

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