Cultura

  • Qhapaq Ñan. La grande strada Inca

    I musei di Milano cominciano ad aprire le porte al pubblico, tra questi il Mudec che dal 9 febbraio ha ripreso ad accogliere i visitatori con la nuova mostra archeologica “Qhapaq Ñan. La grande strada Inca”, visitabile con i nuovi orari del museo da martedì a venerdì, dalle ore 10 alle 19:30 (ultimo ingresso 30 minuti prima).

    Nonostante le difficoltà e la chiusura dovuta all’emergenza Covid il lavoro di ricerca e di studio del Mudec non si è mai fermato, e anzi l’impegno di tutto lo staff scientifico del museo ha permesso di accelerare un processo – già previsto e in corso da tempo – di riflessione ed evoluzione del lavoro di studio, conservazione e divulgazione, dando di fatto una spinta culturale innovativa che oggi si è concretizzata in un nuovo progetto espositivo.

    La mostra che ha appena aperto i battenti è il risultato del lavoro di studio e di ricerca che il Museo delle Culture porta avanti dal 2015, sia sul campo attraverso campagne di scavo su una serie di siti Inca provinciali in Argentina, sia nei depositi del museo dove ha sede un’importante collezione di reperti imperiali, alcuni dei quali verranno presentati e raccontati al pubblico attraverso questa mostra per la prima volta.

    Curata da Carolina Orsini, conservatrice delle raccolte archeologiche ed etnografiche del Museo delle Culture di Milano, la mostra è composta da sette sezioni e sarà l’occasione per far conoscere il patrimonio inca proveniente dalla collezione etnografica permanente del museo e per portare all’attenzione del pubblico i lavori di rilievo e scavo nonché le ultime scoperte effettuate dai ricercatori del Mudec lungo il cammino inca del nord ovest dell’Argentina.

    Con i suoi 30.000 chilometri di estensione dall’Ecuador fino all’Argentina, il Qhapaq Ñan o Strada Reale degli Inca è la più grande impresa ingegneristica del continente americano del periodo pre-conquista (XV-XVI sec.).

    Al suo arrivo in Perù nell’anno 1532, il cronista spagnolo Pedro Cieza de León scriveva con grande ammirazione che le strade locali “superavano quelle romane e quella che Annibale fece costruire sulle Alpi“. Si riferiva al grande sistema viario costruito dagli Inca per spostare uomini e merci lungo il loro vasto impero, ai tempi esteso dall’Ecuador al nord del Cile e dell’Argentina. Oggi, molte strade moderne seguono il suo antico tracciato.

    Seguendo idealmente una carovana di lama i visitatori conosceranno l’ingegneria della grande strada ma anche il suo significato sociale e simbolico.

    La mostra rimarrà visitabile – con ingresso libero senza prenotazione – fino al 25 aprile 2021.

  • Il teatro è adesso

    Il mondo del teatro, come quello degli eventi dal vivo, è fermo da quasi un anno. I lavoratori del settore sono più di mezzo milione e a rischio non c’è solo la loro sussistenza ma tutti i benefici che le arti dal vivo (e da vivi) portano alla società. Dall’arricchimento individuale e comunitario alla capacità di elaborare e condividere gioie e dolori. Cose tutt’altro che trascurabili. Se gli italiani hanno saputo fin da subito, a differenza di altri popoli (e se pur derisi da altri popoli), esprimere dal vivo, senza inibizione alcuna, dai loro balconi, le loro migliori performance teatrali e musicali è forse proprio perché è a partire dalle relazioni dal vivo (prima ancora che social) che si è sentita la necessità di dare forza al paese e l’esigenza di esorcizzare il grave lutto per la momentanea perdita delle relazioni interpersonali. Tutti d’accordo sul fatto che la priorità sia l’emergenza sanitaria ma dobbiamo essere anche tutti d’accordo sul fatto che l’industria culturale debba essere considerata alla pari degli altri settori produttivi. Cosa che in questo momento non sta avvenendo. Sul tema ho avuto modo e il piacere di poter intervistare il giornalista RAI Alessandro Gaeta, autore di reportage per Speciale Tg1 e Tv7, da sempre vicino al mondo del teatro il quale sta aiutando il Collettivo Natasha nella raccolta fondi per concludere il documentario indipendente e autoprodotto intitolato “Il teatro è adesso”.

    Come nasce il docu-film intitolato “Il teatro è adesso”?

    Nasce dalla consapevolezza che sulla chiusura dei teatri avvenuta a causa della pandemia ormai un anno fa non si è acceso nell’opinione pubblica alcun campanello d’allarme. Eppure dodici mesi di stop allo spettacolo non solo vuol dire migliaia tra autori, registi, attori e tecnici rimasti senza lavoro ma rappresenta anche una ferita profonda inferta alla formazione culturale di questo paese e al suo vivere sociale. Bisogna intervenire con urgenza. Per questo il titolo richiama il pensiero dell’attrice Judith Malina co-fondatrice del Living Theater (Il Living Theatre è una compagnia teatrale sperimentale contemporanea, fondata a New York nel 1947, n.d.r.)

    Secondo te perché è avvenuta questa distrazione collettiva?

    Tutti presi dalle cronache della pandemia e ormai affetti dalla sindrome di chi tende a guardarsi solo dentro e attorno al proprio ombelico, i grandi mezzi d’informazione distratti dai dibattiti spesso sterili e fini a sé stessi che agitano i social, hanno abdicato al loro compito primario che sarebbe quello di far emergere i grandi problemi di questo paese. Si tratta di un grande lavoro di scavo e di interpretazione dei malesseri sociali che il giornalismo italiano ormai svolge sempre più di rado

    E la politica?

    La politica si alimenta sempre meno sui giornali e sempre più sui social. Insegue i like e si cura dei problemi reali solo quando riguardano o interessano grandi masse di “amici” su Facebook o di followers su Instagram. Se di un tema non se ne parla abbastanza su internet difficile che la politica se ne occupi. Con una informazione così polarizzata e superficiale è chiaro che la crisi del teatro fatica a trovare spazio.

    Raccontaci del documentario

    Lo sta realizzando il Collettivo Natasha, un gruppo di autori e tecnici televisivi che coltiva progetti di reportage e documentari autoprodotti. Ho raccontato loro del dibattito tra la gente di spettacolo che nel primo lockdown infiammava la piattaforma Zoom e hanno colto subito l’urgenza di dare visibilità ai rischi che corre il teatro.

    Quali rischi?

    I rischi sono tanti ma quello che più di altri si fa fatica a comprendere è che la chiusura dei teatri non genera solo la perdita di introiti e di migliaia di posti di lavoro molto qualificati ma ferma e sterilizza la creazione. La vita della gente di spettacolo è fatta di immateriale, di idee che nascono e si sviluppano nel tempo, contrassegnato dalle scadenze dei bandi e dai calendari teatrali. Un tempo per la creazione, che spesso non è né considerato né retribuito. A maggior ragione oggi che non si sa quando i teatri torneranno ad alzare il sipario.

    È stata avviata una campagna di raccolta fondi (crowfunding)? Con quale scopo?

    Non solo la possibilità di riuscire a concludere la realizzazione del documentario ma quello di rompere il silenzio attorno ai rischi che corre il teatro e in generale tutto lo spettacolo dal vivo. Ci auguriamo che i sostenitori de “Il teatro è adesso” non si preoccupino solo di finanziare questo progetto ma che si facciano portavoce delle tematiche che il documentario racconta. Per questo, come la firma sotto una petizione, tutti i sostenitori – anche quelli che parteciperanno con pochi euro- saranno citati uno per uno nei titoli di coda. Questo è il sito dove poter contribuire liberamente alla realizzazione di questo progetto: https://www.produzionidalbasso.com/project/il-teatro-e-adesso/

  • La cultura dell’accettazione dipende dalla capacità di dialogo tra culture diverse

    Oggi, nel giorno dedicato al ricordo dell’olocausto, dopo avere tutti, speriamo, condannato nell’eternità le atroci, inumane, sadiche violenze del nazismo tramutiamo il ricordo in promessa ed impegno: ciascuno combatterà sempre ed ovunque per contrastare ed impedire qualunque forma di razzismo, di prevaricazione, di ingiustizia. Sia la memoria di quanto è successo ieri monito per impedire che oggi e domani si ricreino situazioni che potrebbero essere l’anticipo di nuovi orrori singoli e collettivi, come purtroppo segnalano molti tragici avvenimenti di questi ultimi anni.

    Ricordiamo, con l’olocausto, anche le troppe vittime, specie di religione ebraica, che altri regimi sanguinari hanno causato e che troppo spesso sono ignorate. Diciamo con voce chiara che la lotta contro l’antisemitismo passa anche dal completo riconoscimento, nel mondo, dello Stato di Israele. Bisogna sapere sradicare ogni tipo di estremismo religioso e politico e sapere che la cultura dell’accettazione e comprensione degli altri, base per una serena convivenza civile, dipende dalla capacità di dialogo tra culture diverse ma che non vi è cultura né civiltà né religione là dove sono negati i diritti umani.

  • Regole condivise da tutti

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Dario Rivolta

    Tra i lettori dei miei scritti, spesso critici, in merito ai fenomeni migratori c’è qualcuno che mi ha accusato di essere diventato xenofobo mentre qualcun altro mi ha definito perfino “razzista”. Io credo che la realtà sia un po’ diversa.

    Se io fossi un prete cattolico con la volontà di reclutare fedeli in tutto il mondo, userei, probabilmente, gli argomenti di papa Francesco e inviterei all’“accoglienza”, all’“amore universale”, al “dovere morale”.

    Se fossi un intellettuale e non mi curassi delle conseguenze delle mie teorie, i miei scritti sarebbero orientati verso sentimenti “umanitari”, discetterei di internazionalismo e di “fratellanza”. Potrei riempire interi libri di riflessioni su come la “diversità” arricchisca le società e sia stimolo alla sua evoluzione verso il futuro.

    Se fossi un industriale non ne parlerei in pubblico ma, in cuor mio, sarei contento dell’arrivo di tante nuove braccia senza grandi pretese da poter utilizzare nelle mie aziende. Magari anche per ridimensionare un pochino le pretese dei mie attuali lavoratori.

    Se fossi un operatore delle ONG, magari di una tedesca, protesterei contro la “disumanità” di chi vuole non vedere le sofferenze altrui e mi farei beffe delle leggi di uno Stato che non apre le braccia (e i soldi) di chi ha più bisogno di noi crassi e opulenti europei.

    Se fossi un cittadino qualunque che chiacchiera al bar o sul tram potrei, alternativamente, criticare la cattiveria, certo esagerata, di chi vuole chiudere i porti o il lassismo, anch’esso esagerato, di chi pretende di accogliere e mantenere chiunque arrivi. Naturalmente le mie convinzioni del momento dipenderanno da chi saranno i miei interlocutori o dal tipo di bevanda che starò consumando.

    Ma io sono un politico (o almeno lo sono stato) e credo che i politici debbano prendere in considerazione tutte le sfaccettature possibili di ogni importante fenomeno sociale. Il loro dovere primario è innanzitutto di pensare cosa sia necessario fare per garantire la continuità del benessere della società che rappresentano e, se possibile, immaginare come incrementarlo.

    Rientra tra i compiti di un uomo politico cercare di evitare che la pace sociale sia turbata per qualunque ragione, che le leggi che approva siano realmente applicabili e che vengano fatte rispettare da tutti quelli che ne sono oggetto (o soggetto) all’interno del suo Paese. Deve auspicare che i cittadini si sentano protagonisti e parte viva della comune società e che l’appartenervi possa per loro essere motivo d’orgoglio.

    Tuttavia, lo sappiamo perché tutti gli studi storici e sociologici lo confermano, l’arrivo di un certo numero di “diversi”, in breve tempo e in un luogo dove la densità di popolazione è già elevata, causerà spontanei sentimenti di rigetto da parte degli autoctoni, con conseguenti tensioni sociali. Se sono tanti e con origini simili etnicamente o culturalmente, è evidente che quei “diversi”, anziché cercare di integrarsi con la cultura che troveranno, saranno spinti a fare comunella tra loro, che cercheranno di affermare (direi addirittura comprensibilmente) una loro propria identità che andrà contrapponendosi a quella che avranno trovato sul posto. Si creerebbe quindi il fenomeno di un “noi” e di un “loro”: esattamente il contrario dell’integrazione. Sicuramente col passare del tempo i rapporti potrebbero migliorare, ma quanti decenni ci vorranno? E, soprattutto, quale prezzo sociale dovrà essere pagato alla tranquillità serena della vita quotidiana?

    In Italia, nelle situazioni economiche attuali, non è possibile trovare per tutti loro un lavoro e un luogo adeguato dove vivere, magari con la loro stessa famiglia. Non solo: occorre pensare anche alle infrastrutture esistenti, a partire dai servizi sanitari. In alcune regioni questi ultimi sono già insufficienti per i connazionali. Costatare che i Pronto Soccorso impiegano ore e ore per sottoporre a triage chiunque si presenti, a causa di decine di clandestini privi di un medico di base causerà un disagio che sarà giudicato insopportabile da chi in questo Paese ha sempre lavorato e pagato le tasse.

    Di certo, l’Italia ha degli obblighi morali da rispettare e, assieme all’Europa tutta, deve fare i conti anche con una certa immagine di liberalità (che rasenta la filantropia) cui non può e non deve rinunciare per vari motivi. Una cosa, però, è accogliere degli sventurati che scappano da una guerra e che cercano un temporaneo rifugio nel nostro Paese. Un’altra è consentire a chiunque desideri migliorare il proprio tenore di vita (se pur l’atteggiamento è umanamente comprensibile) di entrare nel nostro Paese bypassando le procedure d’accesso stabilite dalle nostre leggi e vagabondare nelle nostre città o, in assenza di alternative praticabili, entrare a far parte di organizzazioni criminali.

    Tutti siamo consci che le pressioni migratorie sono fenomeni destinati a non calare nel vicino futuro ma un politico consapevole non può arrendersi ad eventi che possono inficiare la tenuta sociale ed economica del suo Paese senza reagire. E’ necessario che, se esistono delle leggi, siano fatte rispettare da chiunque calpesti il nostro suolo e le modalità legali per poter entrare in Italia sono chiare. Parlare poi di aiuto ai “naufraghi” è falso e fuorviante poiché tutti sappiamo che già dalla partenza è previsto che faranno in modo di farsi “soccorrere”.  Un “naufrago” è chi, contro la sua volontà, corre il pericolo di affogare in mare. Chi causa volontariamente il proprio “naufragio” è o un tentato suicida o sta cercando di ingannare qualcuno. In questi casi, una volta salvatagli la vita, deve immediatamente essere ricondotto nel luogo da cui proveniva. Ciò è ancor più doveroso quando si costata che tali “naufragi” sono in numero tale da escludere il trattarsi di coincidenze. Se non altro, il riportarli subito indietro può fungere da deterrente per altri tentativi.

    Non ho, per finire, alcuna ostilità preconcetta nei confronti di stranieri appartenenti ad altre culture o razze o etnie ma, in quanto politico, ho il dovere, prima di ogni altro sentimento o convinzione personale, di pensare al benessere generale del mio popolo, alla serenità massima possibile per ogni cittadino e alla credibilità delle sue Istituzioni. Ogni evento che può mettere a rischio uno qualunque tra questi tre impegni politici verso la mia collettività io lo devo combattere con tutti gli strumenti legittimi a mia disposizione. Se, da politico, non lo facessi, sarei o un incapace oppure un traditore dei miei connazionali.

  • Il negazionismo culturale

    La nostra cultura rappresenta la sintesi felice di una storia millenaria e si esprime attraverso dei capolavori unici che da ogni parte del mondo vengono ad ammirare.

    La bellezza e la capacità di rappresentarla attraverso una scultura, un quadro o un’altra opera diventano un capolavoro da osservare ed ammirare in religioso silenzio cogliendo in ogni particolare la grandezza dell’autore.

    Solo una mente malata e mediocre può immaginare di coprire le intimità di questa meraviglia con l’unico fine di non “offendere” culture diverse che potrebbero non apprezzare tale magnificenza.

    La cultura, va ricordato, rappresenta un valore universale in quanto espressione della mente e della capacità di rappresentare un pensiero nelle diverse forme artistiche. La sua espressione, quindi, non può trovare alcuna censura in quanto il pensiero è, per sua stessa natura, libero.

    Un capolavoro, inoltre, racchiude in sé, anche attraverso la semplice ammirazione, la possibilità di elevarsi a quote culturali nuove anche se mai prossime a quelle dell’autore.

    Il governo adesso intende coprire le nudità di questi capolavori dimostrando, con la medesima cecità culturale del negazionismo della Shoah, la volontà di un negazionismo culturale del nostro Paese è della nostra storia.

    Se, e solo se, il mondo culturale nella sua interezza dimostrerà di essere in grado di reagire al “colpo di stato culturale” opponendosi con forza a questa decisione scellerata del governo dimostreremo di avere ancora qualche possibilità di riprenderci da questa metastasi culturale negazionista.

    Mai come adesso risulta evidente come il politicamente corretto rappresenti una versione 4.0 della dottrina massimalista che vede in una nuova rivoluzione culturale di genesi maoista il futuro culturale del paese.

    In questa terribile visione anche un capolavoro artistico risulta assoggettato ad una valutazione arbitraria di soggetti politici tale da portarlo alla sua censura.

    Questo accade oggi in Italia. Un paese che velocemente sta passando da un negazionismo culturale ad un socialismo reale.

  • La mia Italia e la proprietà transitiva ideologica

    Trovo francamente miserabile utilizzare il clamore mediatico di alcuni episodi di cronaca nera per dipingere un quadro degradato del nostro Paese ma soprattutto degli italiani.

    Una tecnica politica rodata da anni e che mira ad affossare e svilire un riferimento (il primo termine di paragone, cioè la cittadinanza italiana) al fine di esaltare, viceversa, la propria differenza (ed ecco il secondo termine) e quindi élite personale, ancora più se politica.

    Risulta evidente come attraverso ogni strumento di comunicazione si cerchi di avviare un processo di identificazione tra il nostro Paese e questi efferati delitti di una banda di criminali o di un fratello intollerante nei confronti dei gusti sessuali della sorella attraverso l’applicazione di una “proprietà transitiva ideologica”, la quale trova la propria giustificazione in un sostanziale disprezzo per il popolo italiano.

    Nonostante questa disgustosa operazione, poi, in ambito prettamente politico, si propone come risposta all’applicazione della proprietà transitiva la propria esistenza politica la quale altrimenti risulterebbe difficile da giustificare ed identificare.

    L’Italia che io conosco e frequento, invece, è un insieme di persone perbene, che lavorano tra mille difficoltà, ma trovano anche il tempo per donare il sangue, amano le persone a loro vicine ma non per questo escludono l’attenzione per quelle a loro lontane.

    Dipingere il nostro Paese attraverso questi efferati delitti rappresenta una visione politica ed ideologica che disprezza la gente comune e che utilizza questi delitti per trovare motivazioni ad una visibilità ma soprattutto ad una propria superiorità ideologica. Considero queste persone delle vere e proprie espressioni della miseria politica ed umana imbevute di una volgare ideologia politica.

    L’Italia che io conosco e frequento è molto diversa da quella che viene dipinta da questi Miserabili.

    Da questa Italia composta da simili sciacalli politici che sfruttano delitti efferati per ergersi a censori e giudici per proporre la propria visione politica ed etica mi allontano sempre più per sentirmi in questo caso veramente diverso.

  • Ripartono le mostre al MUDEC di Milano

    La programmazione del palinsesto delle mostre di 24 ORE Cultura previsto per il 2020 al MUDEC – Museo delle Culture di Milano, rimandato causa emergenza Covid-19, riprende con le nuove date di apertura delle mostre che erano già a calendario 2020:

    Robot. The Human Project – apertura al pubblico: 26 novembre 2020;

    Tina ModottiDonne, Messico e Libertà – apertura al pubblico: 19 gennaio 2021;

    L’apertura al pubblico della mostra DisneyL’arte di raccontare storie senza tempo, spostata in un primo tempo al 3 settembre 2020, sarà prevista invece per il 2021.

     

  • EMME22: raccontare all’antica ma con animo nuovo

    “Il nero è l’inizio di tutto, il grado zero, il profilo, il contenitore e il contenuto. Senza le sue ombre, il suo rilievo e il suo sostegno avrei l’impressione che gli altri colori non esistano”. La citazione è di Christian Lacroix, il nero al quale si fa riferimento, in questo caso, è l’elegante sfondo, il fil rouge che lega gli elementi della rivista telematica EMME22 della giornalista Clementina Speranza, nata da pochi giorni ma che promette, con classe, di raccontare il bello, l’eleganza, l’arte, la cultura che animano Milano, e non solo. Una bella sfida dopo il lungo periodo di lockdown e in tempi di grandi incertezze, ma, come si suol dire in certi casi, le migliori idee nascono proprio quando tutto sembra più difficile. Ci siamo incuriositi e abbiamo deciso di saperne di più dalla fondatrice di questa rivista glamour e scoppiettante al tempo stesso.

    Perché EMME22?

    Emme sta per Moda, Milano, Magazine. La rivista nasce a Milano ma tratta articoli a carattere nazionale e non solo. Con 22 si fa riferimento a Lettera 22, la macchina da scrivere dell’Olivetti, simbolo del giornalismo.

    E anche alla macchina da scrivere con la quale da bambina ho iniziato a battere le prime lettere che dedicavo a mio nonno.  Un’Olivetti Lettera 22 era custodita nel suo studio, rimasto, dopo la sua morte, così come lui l’aveva lasciato. Nonno era docente universitario e con quella macchina aveva scritto le sue pubblicazioni. A me piaceva l’idea di toccare i tasti che aveva sfiorato lui, purtroppo non l’ho conosciuto, è morto prima che io nascessi. Oggi la conservo gelosamente sulla mia scrivania.

    Da cosa nasce l’idea di una rivista on line?

    Già nel 2004 curavo una rubrica online, e oggi mi rendo conto che l’online costituisce il futuro. Resto comunque innamorata della carta stampata e mi piacerebbe proporre anche la versione cartacea. Nell’impostare EMME22 ho sempre tenuto in mente il formato tradizionale delle riviste: copertina, indice e notizie accompagnate da immagini.

    Emme22 ha una copertina come le riviste classiche, ma consente al lettore di cliccare e introdursi immediatamente nella sezione che più gli interessa.

    Quali sono state le difficoltà che hai incontrato nella realizzazione del tuo progetto?

    Avevo un’idea molto chiara sull’immagine grafica, ma non è stato facile trovare chi la realizzasse. Poi il problema è stato, ed è tutt’ora, trovare chi scrive con passione, chi non fa solo copia-incolla di comunicati stampa, chi davvero legge tutto un libro prima di recensirlo, chi ha voglia di intervistare e sbobinare, chi ancora svolge questo lavoro “all’antica” e con animo nuovo.

    Cosa offre di diverso EMME22 rispetto alle tante pubblicazioni che negli ultimi tempi sono nate anche grazie ai canali social?

    L’eterogeneità delle sezioni. Gli approfondimenti giornalistici tramite interviste e video interviste. Poi ci saranno anche le riprese durante sfilate di moda, presentazioni di nuovi prodotti e brand. Eventi in generale. E questo grazie anche alla collaborazione di bravi fotografi e video maker.

    Siamo sempre alla ricerca di aziende e di realtà interessanti da raccontare. Per eventuali proposte invitiamo a scrivere a: info@emme22.it

    Qual è il tuo pubblico di riferimento?

    Dal primo giorno del mio lavoro al Corriere della Sera mi hanno insegnato a utilizzare un linguaggio semplice per arrivare a tutti.  Propongo per questo anche una varietà di sezioni: Moda, Arte&Design, Salute-Wellness-Beauty, Libri, Food&beverage, No Profit, Sport, Viaggi. Più una per brevi interviste Video.

    Con i video che gireranno sui social desidero catturare l’attenzione e portare alla rivista quanti più lettori sia possibile.

    Arrivi dalla tv, dove hai raccontato storie imprenditoriali di successo, e dal mondo dell’economia. Quanto ha ereditato la rivista dalle tue esperienze passate e in cosa differisce da esse?

    In EMME 22 c’è tutta la mia esperienza. I miei studi passati nell’ambito dell’arte e nella moda, poi la mia conduzione di programmi televisivi e la collaborazione con il Corriere Economia. Ho insegnato giornalismo per 5 anni, a Milano, a contatto con i giovani ho capito cosa più li attrae, e con loro ho esplorato il mondo dei blogger.

    EMME22 vuole essere il punto di incontro di tante esperienze. E poi, sono sempre aperta a nuove idee.

    Quanto c’è della tua Sicilia nel racconto della Milano di EMME22?

    La Sicilia c’è sempre. Anche al Corriere proponevo aziende siciliane. Si fa più fatica a scrivere di loro perché spesso non sono supportate dagli uffici stampa e molti imprenditori non sono abituati alle interviste. Ma in Sicilia ci sono bellissime realtà imprenditoriali e mi piace scovarle e farle conoscere. Nella sezione “Video”, per esempio, tra le sfilate milanesi c’è l’intervista a Pucci Scafidi, il fotografo palermitano che in occasione dei 30 anni di carriera ha presentato, a Milano, l’ultimo suo libro Fimmina. 21 volti di donne siciliane, tra cui l’attrice Maria Grazia Cucinotta, la chef stellata Patrizia di Benedetto, la Presidentessa nazionale di terziario donna di Confcommercio Patrizia di Dio, la scrittrice Stefania Auci. Nella sezione “Food6&Beverage”, a fianco di brand che raccontano di champagne, franciacorta e Brunello, ci sono le storie di alcune cantine siciliane. Attualmente quella di Musita, a Salemi: un’azienda attenta all’ambiente e all’ecosostenibilità, che nel 2015 riceve il premio per il “Miglior Spumante della Sicilia”.

    C’è la storia di Teo Musso e la nascita di Baladin, la birra artigianale che fino a quel momento non esisteva in Italia. A raccontarla Paolo Di Caro, Presidente di Fondazione Italiana Sommelier Sicilia.

    Cosa ti aspetti da questa avventura?

    EMME22 è una mia creatura. Muove adesso i suoi primi passi, mi auguro che cresca, si sviluppi e incontri il favore del pubblico.

  • In arrivo a Milano alla Fabbrica del Vapore ‘Frida Kahlo. Il caos dentro’

    Frida Khalo torna a Milano dopo quasi due anni per aprirci il suo mondo, i suoi colori, le sue passioni, le sue stanze. Dal 10 ottobre 2020 al 28 marzo 2021 alla Fabbrica del Vapore di Milano arriva infatti Frida Khalo. Il caos dentro, un percorso sensoriale altamente tecnologico e spettacolare che immerge il visitatore nella vita della grande artista messicana, esplorandone la dimensione artistica, umana, spirituale.

    Prodotta da Navigare con il Comune di Milano, con la collaborazione del Consolato del Messico di Milano, della Camera di Commercio Italiana in Messico, della Fondazione Leo Matiz, del Banco del Messico, della Galleria messicana Oscar Roman, del Detroit Institute of Arts e del Museo Estudio Diego Rivera y Frida Khalo, la mostra è curata da Antonio Arèvalo, Alejandra Matiz, Milagros Ancheita e Maria Rosso e rappresenta un’occasione unica per entrare negli ambienti dove la pittrice visse, per capire, attraverso i suoi scritti e la riproduzione delle sue opere, la sua poetica e il fondamentale rapporto con Diego Rivera, per vivere, attraverso i suoi abiti e i suoi oggetti, la sua quotidianità e gli elementi della cultura popolare tanto cari all’artista.

    In attesa di visitarla raccontiamo cosa lo spettatore potrà vedere nei prossimi mesi, provando ad immaginare il tripudio di colori e fantasia al quale assisterà.

    La mostra, dopo una spettacolare sezione multimediale con immagini animate e una avvincente cronistoria raccontata attraverso le date che hanno segnato le vicende personali e artistiche della pittrice, entra nel vivo con la riproduzione minuziosa dei tre ambienti più vissuti da Frida a Casa Azul, la celebre magione messicana costruita in stile francese da Guillermo Kahlo nel 1904 e meta di turisti e appassionati da tutto il mondo: la camera da letto, lo studio realizzato nel 1946 al secondo piano e il giardino.

    Dopo la sezione ‘I colori dell’anima’ con i magnifici ritratti fotografici di Frida realizzati dal celebre fotografo colombiano Leonet Matiz Espinoza, si passa al piano superiore con una sezione dedicata a Diego Rivera in cui verranno proiettate le lettere più evocative che Frida scrisse al marito. E una stanza dedicata alla cultura e all’arte popolare in Messico, che tanta influenza ebbero sulla vita della Khalo, trattate su grandi pannelli grafici dove se ne raccontano le origini, le rivoluzioni, l’iconografia, gli elementi dell’artigianato: collane, orecchini, anelli e ornamenti propri della tradizione che hanno impreziosito l’abbigliamento di Frida. Nella sezione seguente sono esposti gli abiti della tradizione messicana che hanno ispirato ed influenzato i modelli usati dalla celebre artista.

    Nella sezione FRIDA E IL SUO DOPPIO sono esposte le riproduzioni in formato modlight di quindici tra i più conosciuti autoritratti che la Khalo realizzò nel corso della sua carriera artistica, tra cui Autoritratto con collana (1933), Autoritratto con treccia (1941), Autoritratto con scimmie (1945), La colonna spezzata (1944), Il cervo ferito (1946), Diego ed io (1949).

    A conferma della grande fama globale di cui la pittrice messicana gode, la mostra prosegue con una straordinaria collezione di francobolli, dove Frida è stata effigiata, una raccolta unica con le emissioni di diversi Stati.

    Il percorso comprende anche l’opera originale di Frida del 1938 Piden Aeroplanos y les dan Alas de Petate – Chiedono aeroplani e gli danno ali di paglia – e sei litografie acquerellate originali di Diego Rivera.

    Lo spazio finale è riservato alla parte ludica e divertente dell’esposizione: la sala multimediale 10D combina video ad altissima risoluzione, suoni ed effetti speciali ed è una esperienza sensoriale di realtà aumentata molto emozionante, adatta a grandi e piccoli.

    Non resta che aspettare qualche mese per essere catapultati, come d’incanto, dal centro di Milano alla casa Azul.

  • I vigliacchi della notte hanno distrutto il Teatro Nazionale

    La luce è venuta al mondo, ma gli uomini hanno amato più
    le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie.

    Dal Vangelo secondo Giovanni; 3,19

    I vigliacchi, che temono e odiano la luce, scelgono sempre le tenebre per le loro opere malvagie. Lo testimonia anche l’evangelista Giovanni nel terzo capito del suo Vangelo. Racconta di Nicodèmo, un noto fariseo e uno dei capi dei giudei, che incontra Gesù e gli chiede di spiegargli diverse cose che non riusciva a capire. Gesù risponde a Nicodèmo, dando delle risposte semplici, ma facili da capire. E ribadisce che, nonostante la bontà del Creatore, “…la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male odia la luce e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate (Gv. 3/19-20)”. Papa Francesco, il 22 aprile scorso, durante l’omelia della messa a Santa Marta, riprendendo questo passaggio della Bibbia, ha detto: ”C’è gente […] che non può vivere nella luce perché è abituata alle tenebre. La luce la abbaglia, è incapace di vedere. Sono dei pipistrelli umani, soltanto sanno muoversi nella notte […]. E tanti scandali umani, tante corruzioni ci segnalano questo. I corrotti non sanno cosa sia la luce…”.

    L’edificio del Teatro Nazionale in Albania è stato classificato da Europa Nostra come uno dei sette oggetti più a rischio in Europa e, perciò, da essere seriamente protetto. Da sottolineare che Europa Nostra è una federazione paneuropea specializzata per il patrimonio culturale in Europa. Ed è anche collaboratrice ufficiale dell’UNESCO, nonché di altre istituzioni dell’Unione europea. Secondo la sua valutazione espressa ufficialmente nel marzo scorso, l’edificio del Teatro Nazionale in Albania rappresenta un “…esempio straordinario dell’architettura moderna italiana degli anni ’30 (del secolo passato; n.d.a.), che è [anche] uno dei più spiccati centri culturali del paese”. Ebbene, da ieri, domenica 17 maggio, prima dell’alba, l’edificio del Teatro Nazionale a Tirana non esiste più. Lo hanno demolito, lo hanno distrutto in fretta e furia, dopo un barbaro e vigliacco assalto notturno di ingenti forze speciali della polizia di Stato ed altre strutture paramilitari. È stata veramente una barbarie, una malvagia opera ideata, programmata e messa in atto finalmente dagli individui delle tenebre. Partendo dal primo ministro e dal sindaco della capitale. Barbari, come i famigerati militanti fanatici dell’ISIS che, dal 2015 e fino al 2017, hanno distrutto moltissime preziose opere d’arte dell’antica città di Palmira, in Siria. E che avevano minato e fatto saltare in aria tra l’altro, anche il santuario di Baal-Shamin e la cella del tempio di Bell. Con la sola differenza però, che hanno usato delle giganti ruspe, invece che della dinamite. Anche perché l’edificio del Teatro Nazionale era in pienissimo centro di Tirana e circondato da vari ministeri. Barbari anche come i talebani che agli inizi degli anni 2000 hanno distrutto molti oggetti ed opere d’arte della cultura millenaria indo-greca, sia in Pakistan che in Afghanistan. Una cultura che va dal V secolo a.C. al II secolo d.C. e che rappresentava delle figure religiose nelle quali si mescolavano la tradizione indiana in vesti tipiche della cultura greca. Fra queste le prime rappresentazioni del Buddha in forma umana che assume i connotati delle divinità greche e, in particolare, del Dio Apollo. Ma almeno i talebani e i fanatici militanti dell’ISIS agivano “nel nome di Allah”. Invece i barbari che ieri a Tirana, notte tempo, hanno vigliaccamente distrutto l’edificio del Teatro Nazionale sono stati motivati semplicemente da loschi affari corruttivi, in connivenza con la criminalità organizzata, per riciclare miliardi ed investirli poi in edilizia. Perché, come il nostro lettore è stato informato da precedenti articoli, l’unico e vero motivo che ha spinto l’attuale primo ministro a distruggere l’edificio del Teatro Nazionale era proprio quello. Un’idea fissa e un progetto reso pubblico dal 1998, da quando lui era ministro della Cultura! Si, proprio così. Un ministro della Cultura che voleva distruggere il Teatro Nazionale per costruire dei grattacieli! Le cattive lingue dicono però che possa trattarsi anche di uno scandalo milionario da coprire. Uno scandalo che risale a circa venti anni fa, firmato proprio dall’allora ministro della Cultura. Scandalo che si poteva coprire solo e soltanto con la distruzione dell’edificio, perché “l’imbroglio” si basava proprio sulla manipolazione delle superfici. Chissà se le cattive lingue hanno ragione?! Ma in Albania spesso hanno azzeccato però. Comunque sia, documenti e fatti accaduti alla mano, la distruzione di quell’edificio è stata sempre motivata da ingenti e continui guadagni finanziari. L’autore di queste righe, riferendosi a questo, scriveva nel giugno 2018, che “Siamo davanti, perciò, ad un affare speculativo edilizio che comporterebbe profitti finanziari elevatissimi”. Dei profitti derivati dal “riciclaggio di denaro sporco proveniente dai traffici illeciti, aumentati paurosamente in questi ultimi anni (Il tempo è dei farabutti ma….; 18 giugno 2018)”. Nello stesso articolo chi scrive queste righe metteva in evidenza anche i tanti riconosciuti e indiscussi valori culturali, storici ed emotivi dell’edificio del Teatro Nazionale. Egli scriveva allora: “Bisogna sottolineare che il Teatro Nazionale non è semplicemente un edificio e basta. Il Teatro Nazionale rappresenta la storia della nascita e dell’evoluzione di tutte le arti sceniche in Albania. Quell’edificio, progettato da noti architetti italiani a fine anni ’30 del secolo passato, dal 1945 in poi è stato la culla di tutte le scuole artistiche albanesi. Lì hanno debuttato l’orchestra filarmonica, il circo e il teatrino delle marionette. Il Teatro rappresenta, però, anche un importante aspetto umano, spirituale ed emozionale, non solo per gli attori e altri che hanno lavorato lì, ma per tante altre persone di diverse generazioni. Il Teatro è parte integrante della storia della capitale, dichiarata come tale soltanto nel 1920. Perciò abbattendo quell’edificio, si abbattono, si distruggono e si perdono per sempre tutti questi valori. Semplicemente per far guadagnare miliardi ad alcuni farabutti”.

    Proprio quell’edificio è stato abbattuto ieri, prima dell’alba, dopo un assalto militare di centinaia di agenti armati delle truppe speciali, della polizia di Stato ed altri. Un assalto come se di fronte ci fossero stati dei pericolosi terroristi! Hanno però assalito e brutalmente aggredito quei pochi attivisti pacifici dell’Alleanza per la Difesa del Teatro che, da luglio 2019 e fino a ieri, si organizzavano a turni per essere presenti lì, temendo proprio quello che poi è accaduto. Le fotografie e i video che hanno fissato quel banditesco assalto di ieri, il barbaro trattamento degli attivisti dell’Alleanza per la Difesa del Teatro e l’immediato abbattimento dell’edificio sono e saranno una preziosa testimonianza di tutte quelle oscenità, messe in atto dallo Stato contro i Valori culturali, storici ed artistici, nonché contro degli attivisti inermi e pacifici. E tutto ciò in piena e ben evidenziata violazione delle leggi e delle procedure in vigore. Quanto è accaduto e quello che ha “giustificato” l’assalto e la demolizione, compresi gli ideatori e tutte le persone coinvolte, verrà un giorno giudicato. Ma non però, dall’attuale sistema “riformato” di giustizia, totalmente e personalmente controllato dal primo ministro. Intanto oggi pomeriggio, alle 16.30, l’Alleanza per la Difesa del Teatro ha convocato i cittadini ad unirsi con loro in una massiccia protesta pacifica. Che sia anche l’inizio di una vera e indispensabile svolta politica in Albania!

    Chi scrive queste righe promette al nostro lettore di informarlo di tutti gli inevitabili ed attesi sviluppi, dopo che i vigliacchi della notte hanno distrutto ieri il Teatro Nazionale. Perché è noto che i corrotti, i pipistrelli umani, non sanno cosa sia la luce. Perciò agiscono solo di notte!

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