Cultura

  • ‘L’atmosfera a Verbier? Divertimento!’. Intervista al Maestro Martin Engstroem, Fondatore e Direttore del prestigioso Festival della cittadina svizzera

    Segue la traduzione in italiano dell’intervista fatta in data 1° luglio 2026 al Maestro Martin Engstroem, Fondatore e Direttore del Prestigioso Verbier Festival (a seguire, il testo originale in lingua inglese).

    1. Maestro Engstroem, nel 1994 Lei ha trasformato un piccolo villaggio delle Alpi svizzere in una delle capitali mondiali della musica classica. Qual è stata l’intuizione iniziale e qual è un aneddoto unico o una sfida dei primissimi tempi che ricorda ancora con affetto?

    Sono sempre stato un imprenditore nel mondo della musica; ho sempre creato da solo le mie opportunità lavorative. Tra il 1975 e il 1987 ho diretto un’agenzia di management concertistico a Parigi, lavorando principalmente con cantanti e direttori d’orchestra. Tra i miei direttori d’orchestra figuravano Giuseppe Sinopoli, Karl Böhm ed Eugen Jochum; gestivo inoltre il management generale di Renato Bruson. Quando ho lasciato Parigi, nel 1987, curavo gli interessi di circa duecento artisti tra cantanti e direttori.

    La figura dell’agente si colloca costantemente tra l’artista e l’organizzatore, il che costringe ad essere un professionista del compromesso; è raro che le proprie idee personali trovino un reale spazio di ascolto. Ci si ritrova divisi tra l’artista, che esige sempre un compenso maggiore, e l’organizzatore, che richiede sempre più tempo per le prove: un equilibrio che andava e va gestito quotidianamente.

    Dopo aver lasciato l’agenzia mi sono trasferito con la mia famiglia a Montreux, in Svizzera. Verbier era molto vicina, a circa un’ora di distanza, ed è lì che abbiamo iniziato a sciare con i nostri figli, per poi affittare uno chalet. Poi, nel 1991 ho trascorso l’estate a Verbier con i ragazzi e ho scoperto la bellezza di questa stazione montana durante la stagione estiva. Era deserta, non c’erano quasi turisti; gli hotel e i ristoranti erano aperti, ma completamente vuoti. Ho pensato quindi che fosse il luogo ideale per dare vita a un festival. Poi, a tutto ciò si aggiungeva il fatto che Verbier sia una strada senza uscita, priva di traffico di transito: non ci si passa, infatti, per caso, Verbier dev’essere la propria destinazione intenzionale. La combinazione tra questa piccola isola tra le montagne e il mio desiderio di creare qualcosa di personale – non più come semplice agente, ma per tradurre in realtà le idee accumulate negli anni – ha rappresentato una grande sfida e un enorme stimolo. Desideravo inoltre fondare un festival che non includesse cantanti, poiché dopo dodici anni ne avevo abbastanza… ed ero anche sposato con una cantante, perciò volevo concentrarmi esclusivamente sugli strumentisti e sulle masterclass. È così che è nato il progetto.

    1. Creare dal nulla un festival di questa portata richiede una visione straordinaria. C’è stato un momento preciso in cui ha compreso che la scelta del villaggio di Verbier si fosse rivelata vincente?

    È difficile dirlo, poiché ogni aspetto rappresenta una costante battaglia. Non esiste un singolo momento in cui si possa affermare: «Ce l’ho fatta». Una volta concluso il festival, è necessario reperire quattordici milioni di franchi svizzeri per finanziare l’edizione dell’anno successivo. E per trovare tali fondi bisogna svegliarsi molto presto la mattina e bussare a moltissime porte. Nulla può essere dato per scontato. Siamo circondati da molte persone generose che ci sostengono finanziariamente, ma alcuni hanno interrotto le donazioni, altri sono venuti a mancare e altri ancora non desiderano più contribuire. Pertanto, è necessario ricercare costantemente nuove fonti di reddito. Di conseguenza, non si sperimenta mai un momento in cui poter dire con assoluta certezza: «Ce l’ho fatta».

    1. Milano e la Lombardia vantano una straordinaria tradizione musicale. Basti pensare al Teatro alla Scala o alle prestigiose scuole di musica presenti sul territorio. Qual è il Suo rapporto personale con la cultura musicale italiana?

    L’Italia è indubbiamente una nazione di cantanti per eccellenza. Vi è una tradizione di canto straordinaria: si canta ovunque, per strada, nei cori, a casa… Il canto fa parte del vostro DNA. Per questo motivo, ai miei occhi, l’Italia è sinonimo di voce. Naturalmente nel corso degli anni avete espresso violinisti eccellenti, come Uto Ughi e Salvatore Accardo, o pianisti del calibro di Maurizio Pollini, e oggi vi sono ottimi giovani pianisti. Tuttavia, il numero di cantanti e direttori d’orchestra rimane sbalorditivo. Per me, quindi, l’Italia è legata alla voce.

    Ciononostante, i migliori musicisti d’archi – come violinisti e violoncellisti – cantano attraverso i propri strumenti. Ritengo che molti di loro potrebbero trarre grande beneficio dalla tradizione italiana e dal vostro modo di fraseggiare. Ricollegandomi alla Sua domanda iniziale, credo che in Italia non vi siano molti festival di musica da camera o di musica strumentale. Vi sono moltissimi festival lirici, ma mancano grandi rassegne strumentali; spero dunque che gli italiani amanti del pianoforte, del violino, della musica strumentale o orchestrale decidano di venire a Verbier. Siamo estremamente vicini alla Valle d’Aosta e al confine italiano e potremmo certamente accogliere un pubblico ancora più numeroso proveniente dall’Italia.

    1. Gli appassionati di musica milanesi sono abituati a palcoscenici storici e teatri tradizionali. Cosa rende, a Suo avviso, l’esperienza d’ascolto del festival nel cuore delle montagne del Vallese così unica e imperdibile per il pubblico di Milano?

    Sono fermamente convinto che un festival musicale debba differire dai concerti che si ascoltano durante il resto dell’anno. Durante la stagione concertistica ordinaria ci si reca in un auditorium o in un teatro, spazi che per definizione sono al chiuso. È lo stesso luogo che si frequenta una volta alla settimana o una volta al mese, a seconda delle proprie abitudini, e l’attenzione è focalizzata principalmente sulla musica.

    Partecipare a un festival, pur rimanendo un evento musicale, si configura anche come un’esperienza sociale ed emotiva. Vivere un festival musicale tra le montagne amplifica del doppio o del triplo questa esperienza, poiché la natura si impone con forza. La struttura in cui si tengono i nostri concerti a Verbier è una tensostruttura solida, ma non è un edificio permanente; viene montata ogni anno appositamente per l’evento. Se fuori piove intensamente o se c’è un temporale, lo si avverte chiaramente all’interno. Ci si ritrova seduti con un piede nella natura e uno nella musica, e questo connubio è straordinario.

    Ritengo che ciò valga anche per gli artisti. C’è un’atmosfera speciale nel partecipare a un festival estivo. Verbier si popola di musicisti: vi sono violinisti, pianisti, studenti, e tutti assistono alle esibizioni reciproche. Può capitare che Evgeny Kissin tenga un recital e che in sala vi siano Yuja Wang o Martha Argerich ad ascoltarlo. La presenza di così tanti colleghi tra il pubblico è stimolante per alcuni musicisti, mentre per altri è fonte di grande tensione e ansia. In ogni caso, è un elemento che arricchisce l’evento. Questa è l’essenza di Verbier: una piccola isola densa di artisti, musicisti e studenti che si ascoltano a vicenda, dove la combinazione tra la presenza attiva dei giovani, dei grandi interpreti, dei concerti e della natura montana crea un insieme fantastico.

    1. Il Verbier Festival è celebre per la sua capacità di far dialogare grandi leggende della musica e i migliori giovani talenti mondiali attraverso la sua Academy. Qual è, secondo Lei, l’importanza di questo passaggio di testimone generazionale in un’epoca digitale così frenetica?

    Ho sempre pensato che il pubblico sia attratto principalmente da due categorie: le grandi celebrità o i giovani talenti emergenti. Questo principio ha sempre guidato la mia programmazione artistica. Per far salire il pubblico fino a Verbier devo proporre i nomi più altisonanti, ma desidero anche stuzzicare la loro curiosità introducendo volti nuovi. Il festival è da sempre questo connubio tra star e studenti. Pur rispettando la fascia intermedia di artisti, tendo a non invitarne molti. Di conseguenza, accogliamo moltissimi giovani musicisti di età compresa tra i 13 e i 25 anni e numerose celebrità.

    Molte di queste star, come Maxim Vengerov, Yuja Wang o Evgeny Kissin, sono giunte a Verbier quando erano ancora adolescenti. Non dimentichiamo che il festival ha ormai 33 anni di storia, il che significa che abbiamo visto passare quasi due generazioni di musicisti. Coltivo inoltre uno spirito di familiarità per cui amo invitare nuovamente, anno dopo anno, quegli artisti che hanno frequentato Verbier in tenera età. Khatia Buniatishvili, ad esempio, è arrivata qui a 15 anni e da allora è tornata ogni estate. Alcuni di questi artisti hanno mosso i primi passi proprio all’interno dell’Academy: Mao Fujita è venuto a Verbier per la prima volta a 17 anni come studente dell’Academy. Cerco quindi di supportare i giovani artisti, ma non in modo indiscriminato: mi concentro solo su coloro nei quali ritengo valga davvero la pena investire. La scelta degli inviti è fortemente soggettiva: posso invitare soltanto gli artisti in cui credo personalmente. Non convoco nessuno per il solo fatto che abbia vinto un concorso, o perché un mio sponsor mi riferisca che il proprio fratello suoni il pianoforte; non assecondo queste logiche. Chiunque giunga a Verbier è stato invitato da me in prima persona, e sono sempre in grado di spiegare al mio pubblico le ragioni di tale scelta.

    1. Se dovesse descrivere l’atmosfera di Verbier a un lettore che non ha ancora visitato il Festival, quali tre parole sceglierebbe?

    Divertimento, divertimento, divertimento! (Fun, fun, fun!)

    1. Guardando al futuro del Verbier Festival, quali sono le prossime sfide che desidera intraprendere o i sogni che vorrebbe vedere realizzati?

    Un sogno che ho già realizzato è stato quello di esportare il Verbier Festival in Asia. Tra i mesi di gennaio e febbraio scorsi abbiamo inaugurato il nostro primo festival in Cina, denominato Shenzhen Verbier Festival. Abbiamo siglato un accordo a lungo termine con la municipalità cinese, realizzando circa trenta concerti in dieci giorni, oltre a numerose masterclass; è stato un successo straordinario. Hanno preso parte all’evento Martha Argerich, Mikhail Pletnev, Joshua Bell, Gautier Capuçon, Mischa Maisky, Lang Lang, Yuja Wang e molti altri amici storici di Verbier. Creare un festival musicale in Asia era un mio grande desiderio: in Europa si contano migliaia di festival e in America centinaia, mentre in Asia ne esistono soltanto quattro o cinque, e non di particolare rilievo. Il format del Verbier Festival si è rivelato un grande successo e intendiamo proseguire questa avventura.

    Un secondo sogno, non ancora realizzato, consiste nella costruzione di una sala da concerto permanente a Verbier. Abbiamo avviato i lavori di progettazione: disponiamo di un piano d’azione, del terreno e del benestare delle autorità comunali locali. Il team è di altissimo livello e comprende l’architetto Kengo Kuma e il miglior ingegnere acustico al mondo, Yasuhisa Toyota. Ora spetta a me reperire i fondi necessari, quantificabili in circa ottanta milioni di franchi svizzeri. Confido tuttavia che riusciremo nell’intento e che nell’estate del 2031 potremo accomodarci all’interno di una sala permanente. Sono convinto che se un festival di questa natura, situato in montagna, si dota di una sala da concerto propria, si trasforma in un’istituzione permanente. In questo modo, ricollegandomi alla Sua prima domanda, la continuità del festival anno dopo anno diventerà una certezza e non più un interrogativo.

    Note biografiche del Maestro Engstroem:

    www.verbierfestival.com/en/musician/engstroem-martin/

    Segue l’intervista in lingua originale (inglese).

    Intervista trascritta dalla professionista interprete Irene Borgatti in data 1 luglio 2026.

    1. Maestro Engstroem, in 1994, you transformed a small village in the Swiss Alps into one of the world capitals of classical music. What is it that initially sparked this idea, and what is a unique anecdote or challenge from the very early days that you still remember fondly?

    I’ve always been an entrepreneur in music. I’ve always created my own jobs. I used to have a concert management agency in Paris between 1975 and 1987. I was working mainly for singers and conductors. Some of my conductors were Giuseppe Sinopoli, I worked with Karl Böhm, with Eugen Jochum, I had the general management of Renato Bruson, I had many, many, about 200 singers and conductors when I left Paris in 1987. When you are an agent, you’re always between the artist and the organizer, so you’re always an agent of compromise, and it’s rare that your ideas will find some interest. It’s between the artist, who always wanted more money, and the organizer who always wanted more rehearsal time, so you had to balance this constantly. Once I left the agency, I came to Montreux in Switzerland with my family, and Verbier was very close to Montreux. It still is, it’s one hour. And we started skiing there with our children and then we rented a chalet. In 1991, I spent the summer in Verbier with my children, and there was a moment where I discovered this beautiful mountain resort in the summer. It was empty, there were hardly any tourists, and the hotels and restaurants were all open, but nobody was there. So, I thought this was an ideal place to make a festival and then also the fact that Verbier is a dead end, there’s no traffic going through Verbier. You don’t come to Verbier by accident, you really have to see it as your destination. And so the combination of this little island in the mountain and also me, who was ready to create something for myself, not only being an agent, but, really, to transform all the ideas I had over the years into a reality, that was a big challenge and a big interest, and also, I wanted to create a festival without any singers, because after 12 years I had had enough of singers. I was also married to a singer, so I wanted to concentrate on instrumentalists and masterclasses, so that’s how it came to be.

    1. Creating a festival of this magnitude out of nothing requires an extraordinary vision. Was there a specific moment when you realized that it had paid off to choose the village of Verbier for the Festival?

    It’s difficult to say, because everything is a fight. There is never one moment when you can say “I made it”. Because once the festival is over, you have to find 14 million Swiss francs to create next year’s festival. And where do you find that money? You have to get up very early in the morning and knock on very many doors. So, there’s nothing you can take for granted. We have many generous people around us who give us money, but some people stopped, some people passed away, and some people don’t want to give any longer. So, you constantly have to find new sources of income. So there’s never really a moment where you can say “I made it”.

    1. Milan and the Lombardy region of Italy have a great musical tradition. Just think of the Teatro alla Scala or the many great music schools that are found in this region. What is your personal relationship with the musical culture of Italy?

    Italy is, of course, a nation especially of singers. It is an amazing tradition in Italy to sing. You sing everywhere, you sing on the street, you sing in choruses, you sing everywhere, at home… Singing is in your blood. Therefore, for me Italy is all about the voice. Of course, you have had some very good violinists over the years, such as Uto Ughi and Salvatore Accardo, Maurizio Pollini, and now there are also some good young pianists. But the amount of singers and conductors is amazing. So for me Italy is about the voice. But, you know, the best string players, such as violinists and cellists, sing on their instruments. So I think that many string players could learn a lot from Italian traditions and the way of phrasing. Coming back to your initial question, I think they are not many chamber music festivals or instrumental festivals in Italy. There are very many opera festivals, but not really big instrumental festivals, so I would hope that Italians who like pianists, violinists, and instrumental music or orchestra music would come to Verbier. We’re so close to Aosta Valley, we’re so close to Italy. But we still could have more public from Italy.

    1. The music lovers of Milan are accustomed to historical stages and traditional theaters. What, in your opinion, makes the listening experience of the festival, in the heart of the Valais mountains, so unique, and something that even a Milan audience will not want to miss?

    I truly believe that a music festival should be different from a concert during the year, because when you go to a concert during the year, you go to a concert hall. A concert hall is, by definition, inside. It is the same place you go to once a week or once a month, it depends on how often you go. It’s more about the music. Going to a festival is, of course, also a musical event, but it’s also a social event. It’s also an emotional event. Having a music festival in the mountains is for me doubling or tripling the experience, because the nature is so strong. The place where we have our concerts in Verbier is a strong tent, but it’s not a permanent building. It’s a building which we erect every year for the festival, so when it rains a lot outside, you hear it, if there is thunder, you hear it. So, you sit with one foot in the nature, and you sit with one foot in the music, and this combination is fantastic. I also think that, for the artists. There is a special feeling going into a music festival in the summer. Because Verbier is full of artists: there are so many violinists, so many pianists, so many students, and they all go and listen to each other. You have Kissin playing a recital, you have Yuja Wang in the hall, you have Martha Argerich listening to him… you have lots of colleagues listening, and for some musicians, this is fantastic. For other musicians, it’s a catastrophe, because they get so nervous having their colleagues listening in the hall. But it adds something. And this is Verbier. It’s a little island full of artists, full of musicians, full of students who listen to each other, and this combination between active students, active artists, and concert, mountains, nature, is a fantastic combination.

    1. The Verbier Festival is renowned for bringing together musical legends and the worlds best young talents through its Academy. What, in your opinion, is the importance of this generational passing of the baton, in this fast-paced digital age?

    I always thought that the public is interested in two things: either in the stars or in the young up-and-coming artists. That has always been how I work on my artistic programming. To get public coming up to Verbier, I have to offer them the biggest names, but I also want to tickle their curiosity, I want to introduce new names. And Verbier has always been this combination between stars and students. The middle section of artists I, of course, respect, but I don’t invite so many of them. So you have lots of young musicians, between 13 and 25 years old, and you have lots of stars. Some of these stars, like Maxim Vengerov, Yuja Wang, Kissin, and so on, they came to Verbier when they were teenagers. Don’t forget our festival is 33 years old, so it’s almost two generations of musicians who have come to Verbier. I also have this feeling of family attitude whereby I like to have musicians back, year after year, who came to Verbier as very young. Khatia Buniatishvili, for instance, she came to Verbier when she was 15, she came every year. Some of these artists also started in the Academy. Mao Fujita came to Verbier for the first time when he was 17 and he went to the Academy. So I try to take care of young artists, but not of everybody: just those I think are worth investing in. It’s all very subjective, who you invite. I can only invite those that I believe in myself. I don’t invite people automatically because they want a competition or because my sponsor tells me that his brother plays the piano… I don’t do any of that. Everybody who comes to Verbier I have invited and I can tell my public why I invited this person.

    1. If you were to describe the atmosphere of Verbier to a reader who has not yet been to the Festival, what three words would you choose?

    Fun, fun, fun!

    1. Looking to the future of the Verbier Festival, what are the next challenges you want to take on, or the dreams you want to see realized?

    One dream I have realized is to create a Verbier Festival in Asia. Last January and February, we created our first festival in China, it’s called the Shenzhen Verbier Festival. We have made a long-term agreement with this Chinese town and we had about 30 concerts there in ten days and masterclasses, and it was fantastic. There were Martha Argerich, Pletnev, Joshua Bell, Gautier Capuçon, Misha Maisky, Lang Lang, Yuja Wang, lots of friends from Verbier. It was always a dream for me to create a music festival in Asia, because there are thousands of festivals in Europe, there are hundreds of festivals in America, but there are only four or five festivals in Asia, and they’re not very interesting festivals. So the concept of the Verbier Festival became a big success, and so now we are continuing this adventure. Another dream which is not yet realized is to construct a concert hall in Verbier. We have started working on it, we have a plan, we have a piece of land, we have the OK from the local authorities, from the commune, we have an architect called Kengo Kuma, we have an acoustician, the best in the world, called Yasuhisa Toyota, so we have a good team. I have to look for the money. I have to look for about 80 million Swiss francs. But I think we’ll get there, and I think in summer 2031 we will sit in a permanent concert hall. I think that if a festival like this, in the mountains, has a concert hall, it becomes an institution, it becomes something permanent, and that way, I think, coming back to your first question, it will be less of a question every year whether the festival will continue or not.

  • A Milano la mostra ‘Depero Space to Space – La creazione della memoria’

    Meno di un mese alla chiusura di ‘Depero Space to Space. La creazione della memoria’, mostra che il Museo Bagatti Valsecchi di Milano dedica ad uno degli esponenti più riconoscibili del Futurismo del panorama artistico mondiale.

    L’esposizione, inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026 e realizzata in collaborazione con il Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, sarà visitabile fino al 2 agosto.

    L’obiettivo del progetto è di mettere in evidenza un parallelismo che lega, seppur in tempi differenti, i baroni Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi a Fortunato Depero, accomunati dal medesimo sogno di abitare dentro spazi sospesi tra antico e contemporaneo.

    L’esposizione sancisce il ritorno a Milano di Depero dopo 35 anni dall’ultima retrospettiva che lo vide protagonista e propone un percorso inedito, facendo interagire la collezione permanente del Museo Bagatti Valsecchi con le creazioni di Depero. Queste diventano ospiti in un singolare allestimento con l’obiettivo di esaltare la collocazione spazio-temporale di opere d’arte in un contesto abitativo con un’identità ben definita.

    Ospitando oltre quaranta opere che vanno dagli anni Trenta agli anni Cinquanta, provenienti dalla Casa D’Arte Futurista Depero e dal Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, il Museo Bagatti Valsecchi vuole rafforzare ancora di più il suo ruolo di Casa delle collezioni. Una casa museo creata verso la fine dell’Ottocento da due fratelli che allestirono la propria dimora in stile tardo rinascimentale, con dipinti e manufatti d’arte applicata, vivendola fino al 1974, dialoga con una casa d’arte futurista, dedicata a Fortunato Depero negli anni Cinquanta del secolo scorso, con il medesimo slancio di trovare la stessa identità tra luogo e opera d’arte.

    Come i fratelli Bagatti Valsecchi aderirono allo stile neorinascimentale proposto dalla monarchia sabauda come esempio di arte nazionale, senza rinunciare però ad elementi di novità come il riscaldamento, l’acqua corrente e la luce elettrica, analogamente Fortunato Depero, ritrovandosi ad allestire un antico edificio come un museo moderno, sistemò opere degli anni Cinquanta in un contesto arcaico ottenendo un risultato assolutamente originale e unico. La comune capacità dei fratelli e dell’artista di mettere in relazione epoche remote e contemporaneità, rendendo possibile una visione corale ed omogenea, è la base di partenza su cui si è sviluppato il concept della mostra Depero Space to Space. La creazione della memoria. Le opere infatti non sono collocate come elementi estranei, ma entrano nella Casa Museo “piegandosi” allo spazio: quadri che sostituiscono temporaneamente opere storiche della casa, o che diventano “complemento” degli arredi Bagatti Valsecchi, presentandoli in maniera inattesa. Ogni stanza diventa un’esperienza che consente di vivere l’arte di Depero e lo spazio neorinascimentale concepito dai fratelli Bagatti Valsecchi con uno spirito nuovo.

    Il percorso espositivo termina con la rievocazione del ViBi Bar, Vino-Birra Bar, il leggendario locale dove Depero nel 1937 creò la decorazione con sette tarsie in panno inserite in una boiserie, per le Cantine Cavazzani di Bolzano. Per i pannelli Depero utilizza cinque progetti e crea due tarsie realizzate appositamente per il bar, Allegoria della birra e del vino e il Grappolo d’uva, diventato poi ispirazione per il logo delle Cantine Cavazzani.

    La mostra di Fortunato Depero al Museo Bagatti Valsecchi significa anche raccontare il rapporto cruciale dell’artista con Milano, sua città d’elezione, dove nel 1946 presenta una personale alla Galleria Il Camino, sostenuto dall’amico collezionista Gianni Mattioli. La sua rivalutazione critica post mortem nel 1962 è ancora a Milano, con una retrospettiva curata da Guido Ballo, seguita dall’esposizione alla Villa Reale, nel 1989. Oggi Depero torna a Milano al Bagatti Valsecchi per proseguire il suo sogno eclettico, dinamico e futuribile.

  • Ulisse Edizioni lancia il nuovo progetto editoriale “Saga di Impresa e Cultura – le Eredità del Made in Italy”

    Ulisse Edizione lancia “Saga di Impresa  e Cultura – le Eredità del Made in Italy”, una nuova collana editoriale dedicata a valorizzare “il pensare e l’agire italiano” attraverso le biografie di donne e uomini che in vari campi hanno contribuito e contribuiscono con la loro creatività e la loro determinazione al progresso culturale ed economico del Paese.

    Per Ulisse Editore raccontare le loro storie significa proteggere e valorizzare il nostro patrimonio trasformando le biografie in strumenti di tutela della nostra identità culturale e produttiva.

    La prima uscita è dedicata ad una delle prime 100 imprenditrici scelte dal Mimit per la mostra itinerante che ha appena fatto tappa anche in Regione Lombardia.

    La nuova collana editoriale non è una semplice raccolta di biografie ma, con una serie di narrazioni capaci di trasformarsi in veri manuali di leadership moderna,

    Ad inaugurare questo viaggio sarà il volume in uscita dedicato a Nadia Bragalini, dal titolo “Il Codice dell’Undici”, scritto da Benedetta Borsani.

    In questa biografia romanzata, Borsani delinea il profilo di una “Tessitrice” d’impresa capace di intrecciare relazioni umane, ricerca scientifica e amore incondizionato per il proprio lavoro accompagnando il lettore attraverso le sfide della pandemia fino alla nascita di un vero e proprio “tempio” produttivo a Castelvetro Piacentino: la G&G Pet Food.

    Ulisse Edizioni è una realtà editoriale, nata nel 2001, con sede a Milano e dedicata alla valorizzazione della cultura nelle sue varie forme attraverso la pubblicazione di libri che osano affrontare anche argomenti che non sempre hanno trovato la dovuta attenzione da parte delle grandi case editrici

  • Cinquecentoquarantamila visitatori per le giornate del Fai di primavera

    Sono stati 540mila gli italiani che hanno visitato nel weekend del 21 marzo e 22 marzo i 780 luoghi d’arte, storia e natura aperti al pubblico in 400 città nelle ‘Giornate Fai di primavera’. L’appuntamento, arrivato alla 34esima edizione, ha riscosso anche quest’anno un grande successo.

    Il luogo più visitato è stato lo stadio Diego Armando Maradona a Napoli, secondo posto per la Corte Suprema di Cassazione con sede presso il Palazzo di Giustizia a Roma; sempre a Roma terzo posto per il Palazzo della Cancelleria, quarto posto per Porta Nuova e Cavallerizza presso il C.M.E. ‘Sicilia’ a Palermo. Chiude la classifica dei primi cinque il Giardino storico di Villa Sgariglia a Grottammare (AP). Le regioni che hanno registrato maggiore pubblico sono state Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.

    In occasione di questa grande ‘festa diffusa della cultura’ hanno aperto quindi le loro porte 780 luoghi in 400 città in tutte le regioni – spesso poco conosciuti o poco valorizzati, e molti dei quali solitamente inaccessibili – con visite a contributo libero rese possibili grazie all’impegno di 7.500 volontari delle delegazioni e dei gruppi Fai e di 17.000 apprendisti ciceroni, studenti della scuola secondaria appositamente formati dai loro docenti per raccontare le bellezze che li circondano. In entrambi i giorni, sottolinea il Fai, “si è registrato un eccezionale successo di pubblico, con code ordinate in attesa di entrare in numerosi luoghi visitabili, specchio dell’interesse vivo e appassionato dei cittadini per le bellezze, spesso inattese e sempre sorprendenti, che caratterizzano ogni angolo d’Italia”.

    Tra i partecipanti alle ‘Giornate Fai di primavera’ anche il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che sabato mattina ha accolto i visitatori al Palazzo del ministero, progettato da Cesare Bazzani nel 1912 ed eccezionalmente aperto nel fine settimana per sottolineare il grande valore educativo dell’evento. Anche i Beni del Fai, regolarmente aperti al pubblico, hanno partecipato alla grande festa delle ‘Giornate di primavera’, accogliendo migliaia di visitatori: il bene più visto è stato Villa dei Vescovi a Luvigliano di Torreglia (Pd), secondo posto a parimerito per Villa Gregoriana a Tivoli (Rm) e Villa del Balbianello a Tremezzina (Co), terza posizione per Villa Necchi Campiglio a Milano.

  • La Commissione annuncia 60 milioni di euro nell’ambito di Europa creativa per promuovere la cooperazione nei settori culturali e creativi

    La Commissione europea ha pubblicato l’invito 2026 a presentare progetti di cooperazione europea nell’ambito di Europa creativa, il programma faro dell’UE dedicato ai settori culturali e creativi. Con una dotazione di 60 milioni di euro, l’invito sosterrà circa 150 progetti che realizzeranno un’ampia gamma di attività culturali e creative, promuovendo tra l’altro la cooperazione transfrontaliera, lo sviluppo delle capacità, il talento artistico e le pratiche innovative. I progetti coinvolgeranno artisti e organizzazioni attivi in tutti i settori della sezione Cultura di Europa creativa, tra cui teatro, danza, musica, patrimonio culturale, architettura, letteratura, design e moda.

    I candidati provenienti dai paesi che partecipano al programma Europa creativa avranno tempo fino al 5 maggio 2026 per presentare le loro proposte.

  • A 10 anni dalla scomparsa del Duca Bianco esce la biografia “David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo” di Paul Morley

    A dieci anni dalla scomparsa di David Bowie, il 9 gennaio 2026 esce per Hoepli la biografia “David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo” di Paul Morley, uno dei biografi più autorevoli del mondo musicale britannico, giornalista di NME, autore anche del volume di successo “The Age of Bowie”.

    La versione italiana, curata da Ezio Guaitamacchi, con la traduzione di Leonardo Follieri, è accompagnata da una prefazione scritta a quattro mani di Manuel Agnelli e Paolo Fresu.

    Non una semplice biografia, ma un viaggio a struttura tematica dentro l’universo di un artista che ha riscritto le regole della musica, dell’arte e dell’identità. Dalla Londra ribollente degli anni ’60 alla Berlino sperimentale, dalla nascita di Ziggy Stardust al mistero del Duca Bianco, fino all’ultimo saluto cosmico di Blackstar: ogni tappa rivela un Bowie diverso, sempre un passo avanti al proprio tempo.

    Il libro è organizzato in capitoli che riflettono la natura duale dell’artista (“Fantasia e realtà”, “Sopravvivenza ed esistenza”, “Arte e morte”, “Est e Ovest”, “Caso e ordine”, ecc.). Morley delinea il paesaggio culturale e sociale in cui Bowie si muove, ne racconta gli incontri, le ispirazioni, i timori, anche attraverso estratti di interviste e analisi di performance e collaborazioni, costruendo una sorta di “playlist” esistenziale, che va oltre le sue hit e mostra come l’artista abbia saputo anticipare estetiche e paure del XXI secolo.

  • Nasce a Piacenza spazio ‘694 per incontri, mostre e presentazioni

    A Piacenza è nato un nuovo spazio per incontri, mostre e presentazioni. E’ lo spazio ‘694 e si trova in un oratorio del ‘600 recentemente ristrutturato. Si tratta di un oratorio della fine del XVI secolo, in una delle strade più antiche della città, vicina alla stazione e al polo universitario di architettura e ingegneria. Nella ristrutturazione sono stati messi in luce gli affreschi del catino dell’abside e di una parte delle due pareti laterali. La chiesetta, che era dedicata a Santa Maria delle Grazie, è collegata a una stanza con attrezzature da cucina di estrema modernità e a un delizioso cortiletto.
    Una cornice particolare che unisce la suggestione del luogo alla funzionalità degli spazi, per eventi culturali o incontri professionali o anche tra amici. Il luogo può essere raggiunto facilmente ed è vicino a una delle più antiche trattorie piacentine. L’ambiente è avvolgente ed accogliente e gode di un’ottima acustica.
    Per lo spazio ‘694 si può contattare adamolinar@gmail.com o mandare un messaggio whatsapp 3465254914.
  • ‘Il Giudice e il bambino’ di Dario Levantino vince il ‘Premio Megliounlibro 2025’

    “Dario Levantino ha spinto oltre la sua immaginazione e ha ambientato il romanzo in un Paradiso dove il giudice deve ascoltare ed esaminare le “anime sospese” prima che entrino definitivamente. Una narrazione onirica ma non troppo, uno straordinario pugno sullo stomaco per parlare di malvagità, di mafia, di rancori. Del mistero dell’amore e di Dio”. Così scrive Megliounlibro, il magazine di orientamento alla lettura di qualità che da 28 anni che segnala le “perle” nel mare dell’offerta editoriale, a proposito di Dario Levantino, giovane scrittore nato a Palermo e docente di Lettere in Lombardia, che è riuscito a dar voce al giudice Borsellino e al piccolo Giuseppe Di Matteo, i quali si incontrano in un immaginifico aldilà, e a tutto il dolore generato dalla delinquenza mafiosa, arrivando dritto al cuore.

    Per questa delicatezza e originalità nella narrazione che il suo più recente romanzo Il giudice e il bambino riceverà, il prossimo 15 novembre, il ‘Premio Megliounlibro’, edizione 2025.

    Levantino è un autore che riesce a parlare a più generazioni e ha esplorato il confine tra realtà e fantasia trattando un tema scomodo come la mafia, e con essa la giustizia, il perdono, l’amore ed il rancore, con incredibile delicatezza riuscendo a trasmettere luce.

    Il ‘Premio Megliounlibro’ nasce nel 2019 “per valorizzare testi scelti tra quelli recensiti di recente, che più degli altri abbiano saputo rapire il lettore, trasportandolo in una dimensione ricca di messaggi e portatrice di bellezza nelle sue variegate sfaccettature”.

    La Giuria popolare seleziona “la perla tra le perle” tra 300 titoli recensiti nel corso dell’anno. Poi le proposte passano alla Giuria di esperti. Già assegnato alla Bologna International Children Book Fair, per la sezione Infanzia, in questa IV edizione si rivolge alla Narrativa per premiare uno scrittore di talento, un romanzo per commuoversi e non dimenticare storie che hanno colpito il nostro Paese nel profondo.

    Nel 2025 il Premio viene dedicato alla prof. Maria Serena Bianchi, indimenticabile cofondatrice di Megliounlibro, già docente di Lettere e dirigente scolastica.

    L’appuntamento è alle ore 14 al Centro Internazionale Brera (Via Formentini, 10 – Milano). Con l’autore dialogherà Laura Prinetti, direttore responsabile del magazine ‘Megliounlibro’. L’evento, dal titolo ‘Mafia, pentimento, perdono: tra attualità e letteratura’ si colloca all’interno della rassegna BookcityMilano

  • Granaio berbero restaurato in Tunisia con l’aiuto dell’Italia

    È stato inaugurato a Tataouine, regione meridionale della Tunisia, il Ksar Ouled Soltane, uno storico granaio fortificato di origine berbera, restaurato con il sostegno dell’Italia. Alla cerimonia d’inaugurazione hanno partecipato l’ambasciatore d’Italia a Tunisi Alessandro Prunas, la direttrice dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) a Tunisi Isabella Lucaferri, il direttore dell’Istituto nazionale del patrimonio tunisino (Inp) Tarek Baccouche e rappresentanti delle autorità locali. Lo ksar, restaurato con il sostegno dell’Aics, si sviluppa su due cortili, ognuno dei quali è circondato da un perimetro di cantine a più piani con soffitto a volta, o ghorfas. Come altri ksour (plurale di ksar) costruiti dalle comunità berbere, Ksar Ouled Soltane si trova sulla cima di una collina, in una posizione strategica per la difesa dalle incursioni in epoche passate.

    In questa occasione, l’ambasciatore Prunas e la direttrice dell’Aics Lucaferri hanno inoltre inaugurato il punto vendita di prodotti locali gestito dal Gruppo di sviluppo agricolo (Gda) femminile di Tataouine, dove vengono proposti prodotti locali e testimonianze sulla storia della comunità. Questi risultati sono parte integrante del progetto Rinova – Risanamento dell’ambiente, creazione di posti di lavoro e promozione del territorio a Tataouine, attuato dal Comune di Nuoro, in collaborazione con l’associazione Arcs Tunisie. Il programma mira a promuovere uno sviluppo territoriale sostenibile e resiliente attraverso tre pilastri fondamentali: la gestione dei rifiuti, il sostegno all’economia locale e la valorizzazione del patrimonio culturale materiale e immateriale. Durante la cerimonia, l’ambasciatore italiano ha espresso la sua “ammirazione per il coinvolgimento attivo delle donne”, sottolineando il loro “contributo essenziale” alle dinamiche locali e all’innovazione sociale. Il punto vendita di Tataouine rappresenta un significativo esempio di cooperazione italo-tunisina al servizio dei territori e delle comunità locali, sottolinea Aics in un post sui propri canali social.

    Tataouine, città situata nel sud-est della Tunisia, a 531 chilometri da Tunisi e capoluogo dell’omonimo governatorato, è nota come la “porta del deserto”. Il suo nome deriva dal berbero “tiṭṭawin”, plurale di “tiṭṭ” che significa “occhio”. Oltre al suo fascino paesaggistico e alla ricchezza culturale, Tataouine ha conquistato fama internazionale grazie alla celebre saga cinematografica Guerre Stellari: alcune scene furono infatti girate nel suo deserto, che ispirò il nome del pianeta immaginario “Tatooine”, reso celebre dal franchise. Il restauro e la valorizzazione del patrimonio storico e culturale della regione di Tataouine offrono nuove opportunità di sviluppo, in particolare per il turismo culturale, rivolto sia ai visitatori provenienti da tutta la Tunisia che ai suoi stessi abitanti e alle comunità locali.

    Il restauro del Ksar Ouled Soltane, realizzato nell’ambito del progetto Rinova, non si limita alla mera salvaguardia del monumento, ma rappresenta un motore per lo sviluppo locale. Oltre alla creazione del Gda, composto da una ventina di donne del villaggio, che propongono prodotti tipici del territorio, è stato creato il marchio “Tataoui”, la cui gestione è affidata all’Istituto delle regioni aride, con l’obiettivo di promuovere l’identità e le eccellenze locali. Il patrimonio culturale è un ambito cruciale in cui si intrecciano la memoria, la diversità e lo sviluppo delle culture. Il patrimonio archeologico, in particolare, costituisce una parte fondamentale della cultura e della storia della società tunisina.

    Nell’ambito della collaborazione tra Arcs Tunisie e Inp a Tataouine, sono stati anche avviati i lavori di restauro a Ksar Zenata, situato nel villaggio di Maztouria e considerato il più antico della regione (XII secolo). L’Inp ha garantito una parte del finanziamento e la direzione tecnica dei lavori, mentre il progetto Rinova ha fornito il restante finanziamento e la gestione logistica e amministrativa dell’operazione. Il potenziamento e lo sviluppo del turismo archeologico, oltre alla creazione di nuovi posti di lavoro, rappresentano un investimento per il rinnovamento e la diversificazione dell’offerta turistica. La conservazione del patrimonio crea un ponte tra le generazioni, mantenendo vivi segni identitari fondamentali nel tempo.

  • Il coraggio della paura

    Di fronte ad un episodio di tale violenza nei confronti di una bambina di prima media come quello avvenuto giovedì 10 a Mestre, non si possono esprimere parole o concetti che siano in grado anche solo fornire una vaga idea della gravità della violenza subita da una bambina di undici anni ed il dramma della bimba e dei suoi genitori.

    Il fatto che questa ragazza sia stata seguita dalla palestra e successivamente fino a casa, nonostante fosse al telefono con la sua amica, tuttavia spinge a delle considerazioni fondamentali per quanto riguarda anche il nostro sistema educativo e i valori e le sicurezze che dovremmo trasmettere ai ragazzi.

    La paura è un sentimento umano, molto spesso nasce dalla suggestione e per fortuna anche dalla semplice fantasia. Tuttavia, specialmente in realtà cittadine come quelle di Mestre, emerge come sia vitale educare le ragazze ed i ragazzi a non avere alcuna vergogna di provare una qualsiasi forma di paura e soprattutto, in questo frangente, a non vergognarsi di manifestarla chiedendo aiuto a chiunque abbiano di fronte o semplicemente entrando in un bar o un negozio per cercare un primo riparo.

    Se una ragazza si sente pedinata o in pericolo dovrebbe essere sicura e quindi non provare alcuna vergogna nel fermare le persone che possa trovare di fronte o, nel caso del tram, di chiedere aiuto al guidatore. Oppure, una volta scesa dal mezzo pubblico, entrare immediatamente in un bar e in un negozio e chiedere aiuto alle persone all’interno. E magari, contemporaneamente, chiamare la polizia ed i carabinieri dichiarando il proprio nome e cognome, l’età e chiedere aiuto in quanto si sente in pericolo a causa di un uomo che la sta seguendo.

    Quando una bambina si dovesse trovare in una situazione così terribile dovrebbe sapere di poter contare sulla possibilità di chiedere aiuto a chiunque e non affidarsi al telefonino dove trovare una voce amica ma che purtroppo la isola dal contesto. In altre parole, la tensione e lo sfaldamento sociale della nostra società fa sì che i ragazzini e le ragazzine non abbiano quella sana percezione di vivere in una società disponibile sempre ad aiutarli ed eventualmente a salvarli da situazioni potenzialmente pericolose. Questa sensazione nasce probabilmente anche da una sostanziale sfiducia nei confronti della società stessa che i giovani ragazzi non percepiscono come amica e che magari avvertono tale anche dai comportamenti degli adulti.

    Al di là delle solite, rituali quanto inutili discussioni che seguiranno questo terribile episodio, le quali otterranno il medesimo risultato di quelle successive alla morte di quel povero ragazzo in Corso del Popolo sempre a Mestre, sarebbe ora di tempo che si cominciasse a valutare e magari aggiornare anche il sistema educativo nel quale dovrebbe essere previsto anche un paradigma di comportamenti da seguire nel caso che si trovi in una situazione di paura. In questo nuovo contesto educativo la società dovrebbe insegnare alle ragazzine e a chiunque percepisca una situazione di pericolo o di paura di non vergognarsi di queste sensazione ma, viceversa, di sentirsi in diritto di cercare di superarla attraverso la richiesta di aiuto verso chiunque si trovi lungo il proprio percorso.

    E’, infatti, assolutamente incredibile che nel luogo in cui questo inseguimento è avvenuto, alle 18:30, nessuno abbia compreso la paura di questa ragazza e come lei, forse per una intima vergogna, non si sia rivolta a chiunque lei avesse incontrato per chiedere un primo aiuto.

    Molto spesso, anzi troppo spesso, si parla di società inclusiva, una definizione ideologica incapace di affrontare le problematiche sociali ma che assicura una visibilità politica ed ideologica a chi la definisce. Tanto poi, alla fine, tutti noi non siamo in grado neppure di salvare da una situazione di pericolo una bambina di 11 anni. Troppo distratti dalle nostre misere realtà quotidiane tanto da dimostrarci incapaci persino di vedere la disperazione nel volto di una bimba.

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