educazione

  • Eredità

    Caro signore, non ricordo di avere letto il suo nome nelle recenti cronache che la descrivono autore di un pestaggio ai danni di un uomo gravemente infermo e incapace di difendersi.

    Tuttavia le va dato atto di avere agito con una certa nobiltà e senso della misura procurando, al mal capitato, solo un trauma cranico e varie lesioni.

    Davvero poca cosa se consideriamo che le era stato addirittura chiesto di allontanarsi da un luogo riservato.

    Il fatto poi che la sua vittima si aggrappasse, per stare in piedi, alla rete del campetto di calcio è un particolare che può facilmente e comprensibilmente esserle sfuggito nello stato di tensione cagionatole dalle forti aspettative legate alla presenza in campo del suo amatissimo figliuolo.

    Come vede mi sforzo di comprenderla inquadrando la sua condotta nel contesto di quella che definirei la banalità del nostro male quotidiano.

    E però mi prende un moto di disagio, il senso di una profonda ingiustizia e la sensazione di un doloroso rivissuto.

    Ora soccorrono antiche letture e so che, finalmente, posso almeno darle un nome: Maramaldo.

    Le riconosco, vede, un nobile casato e so che farà di tutto per mantenerlo e rafforzarlo.

    Temo però che, grazie al suo esempio ed alle sue cure, il suo giovane erede potrà’ essere un Maramaldo come lei, dentro e fuori il campetto di calcio.

    Spero di no. Auguri campioncino

  • L’umiliazione “educativa”?

    Il bullismo rappresenta sicuramente un aspetto problematico dell’area adolescenziale. Una complessità che nasce proprio in ragione della difficoltà di crescita dei giovani, all’interno della quale, oltre alla famiglia, la scuola dovrebbe proporre un quadro valoriale aggiuntivo di riferimento. In questo contesto, poi, sicuramente la maggiore tutela andrebbe assicurata alle vittime di queste violenze, fisiche e psicologiche, delle quali purtroppo molto spesso porteranno per tutta la vita i segni.

    Come in ambito penale, così anche in quello scolastico, dovrebbe valere il principio della certezza di una sanzione adeguata all’atto di bullismo come espressione, per quanto possibile, di una tutela a favore della vittima. Contemporaneamente si dovrebbe permettere all’autore del gesto non solo di pagare, ma anche magari di comprenderne la gravità e gli effetti del proprio comportamento.

    In questo contesto, quindi, anche l’introduzione dell’obbligo di aderire da parte del “bullo” a dei programmi di lavori socialmente utili potrebbe rappresentare una sanzione adeguata rispetto alle classiche sospensioni dalla frequentazione dell’istituto scolastico. In più si potrebbe interpretare soprattutto un primo atto “educativo” in grado di riconnettere il soggetto all’ambito sociale. Nello specifico, però, il Ministro dell’Istruzione indica la scelta dei lavori socialmente utili come una forma di deterrente per il compimento di altri atti di bullismo in quanto questi determinano una umiliazione per i soggetti aderenti a questo programma di pena alternativa.

    In un sol colpo non solo viene snaturata completamente la funzione stessa dei lavori socialmente utili, i quali rappresentano un’alternativa ad altre pene, ma offrono contemporaneamente la possibilità ai soggetti di riconnettersi con il contesto sociale proprio attraverso la consapevolezza del proprio operato.

    A maggior ragione nel caso dei ragazzi colpevoli di spregevoli atti di bullismo i lavori socialmente utili, proprio per la loro essenza, dovrebbero rappresentare un modo per riposizionarsi nella realtà circostante anche in considerazione della percezione della propria azione nell’attività alla quale verrebbero inviati.

    Viceversa, se questi vengono considerati semplicemente come uno strumento finalizzato ad umiliare uno studente, anche se colpevole di atti di bullismo, non solo vengono snaturati nella loro essenza ma in più determinano una crescita del distanziamento tra la realtà circostante ed il ragazzo, rendendo vana ogni speranza di un possibile o anche parziale recupero.

    Un sistema educativo può e deve proporre i più diversi valori educativi di riferimento, anche come espressione delle diverse ideologie declinate nell’ambito formativo.

    Viceversa nessuna “umiliazione educativa” di un giovane studente, anche se reo di gravi atti di bullismo, potrà mai rappresentare l’espressione di un modello educativo e tanto meno valoriale quando manifesta, in modo inequivocabile, la povertà intellettuale di una società e del ministro della Pubblica Istruzione che la propone.

  • Chi sevizia od uccide un animale è già un criminale e presto potrà diventare un assassino

    Ormai da tempo anche gli studi scientifici hanno rilevato come la maggior parte delle persone che commettono gravi violenze contro altri esseri umani abbiano, in precedenza, commesso atti violenti e crudeltà verso gli animali. Già dal 1996 l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva inserito, tra i disturbi comportamentali, il maltrattamento degli animali.

    In Italia l’associazione link-Italia si occupa di monitorare il legame tra devianze, violenze verso gli animali e violenza verso gli umani, spesso le violenze contro le donne ed i femminicidi sono preceduti da violenze contro gli animali, anche quelli di casa.

    Chi sevizia od uccide un animale è già un criminale e presto potrà diventare un violentatore e un assassino in una escalation di violenza verso chi è più debole ed indifeso. Per questo è molto importante che ciascuno di noi impari a non voltarsi da un’altra parte quando vede qualcuno che commette violenza contro un animale, ogni violenza va denunciata anche nella speranza di impedire un futuro delitto contro un essere umano.

    È molto importante che in famiglia e nella scuola si insegni il rispetto per tutto quello che è vivo intorno a noi, si ricreino le condizioni perché tutti tornino a provare sentimenti di empatia affinché nessuno ignori la sofferenza altrui.

    Siamo in una società difficile, spesso violenta e perciò proprio i bambini e gli adolescenti devono essere guidati, indirizzati sulla strada del rispetto dell’altro, in questi anni anche l’aumento del bullismo nelle scuole dimostra purtroppo come ci sia molto da ricostruire e costruire per arrivare ad una società meno permissiva e tollerante di fronte a tante violenze e tanti soprusi.

  • Sport, Salute e Sanità

    Qualsiasi attività sportiva offre sempre un quadro valoriale aggiuntivo, familiare e scolastico, a quello proposto alle giovani generazioni. Nella vita di un ragazzo, inoltre, concorre in maniera fondamentale ad un corretto sviluppo armonico del fisico in crescita. L’agonismo, in più, sublima l’impegno del singolo e della squadra finalizzato  al conseguimento di un risultato e ad una supremazia sportiva sui concorrenti.

    In un simile contesto l’effetto di questo way of life (stile di vita) inevitabilmente si ripercuote positivamente sullo stato generale della salute, specialmente nelle decadi successive. Di conseguenza, all’interno della complessa gestione delle risorse pubbliche, anche in ambito sanitario, questo “stile di vita sportivo” si potrà tradurre in una minore spesa sanitaria (come risparmio) grazie alla minore incidenza delle malattie cardiocircolatorie, solo per fare un esempio. Una relazione causa effetto che nasce da una precisa strategia imperniata sulla doppia valenza, sportiva e sanitaria, i cui effetti si manifesteranno nel medio e lungo termine, molto diversa perciò dal  semplice dirottamento di risorse pubbliche dalla sanità al settore sportivo.

  • Non serve l’omologazione dei genitori, serve piuttosto l’uniformità tra i banchi di scuola

    Nelle scorse settimane si è creata la solita bagarre sulla dichiarazione di Matteo Salvini «Sulla carta d’identità tornano mamma e papà, via genitore 1 e genitore 2». Contro questa iniziativa si è anche espressa la sindaco Chiara Appendino, sostenendo che Torino  «è a fianco delle famiglie omogenitoriali» e che «sarebbe un passo indietro in tema di diritti». Ovviamente anche l’Arcigay ha detto la sua sostenendo sempre i diritti delle famiglie omogenitoriali, le quali, per quanto ne sappiamo tutti, esistono da tempo e continueranno ad esistere senza che ci sia necessità di identificare madre e padre col nome di genitore 1 e genitore 2. Infatti, se mettiamo genitore 1 e genitore 2 le famiglie omogenitoriali hanno lo stesso problema! Nessuno peraltro si è mai posto il problema di chi sia il genitore 1 e il genitore 2, rispettata la parità dei sessi chi è l’1 e chi il 2, visto che il 2 è sempre secondo all’1. Moltissime note coppie gay quando si sposano, nei Paesi dove è consentito, definiscono il proprio coniuge o moglie o marito, pertanto i termini genitore 1 e genitore 2 sono soltanto un modo per scardinare ulteriormente la famiglia tradizionale e soprattutto per creare ulteriore confusione nei bambini. Ci sono coppie tradizionali, ci sono coppie gay, ci sono famiglie unigenitoriali, ci sono famiglie che lodevolmente adottano bambini: quando le norme sono chiare e la società è sana non c’è bisogno di fare la guerra alle parole, come hanno fatto e fanno coloro che vogliono eliminare il concetto di padre e di madre. E perciò in questa occasione, e non sono molte, siamo d’accordo con Salvini, sperando che questo ritorno sulla carta d’identità non sia stato solo un annuncio.

    Siamo anche d’accordo sulla proposta di riportare nelle scuole un grembiule o una divisa che eviti sia la messa in competizione tra chi ha più o meno denaro da spendere per acquistare capi firmati, sia per evitare anche abbigliamenti che nulla hanno a che vedere con il sistema scolastico e l’istruzione. La scuola dovrebbe aiutare a far sentire tutti uguali, possibilmente con le stesse chances di apprendimento, per dare alla fine un giudizio sulla voglia di applicazione e sull’impegno e non su altro. Forse anche tanto bullismo nasce, oltre che dall’uso sbagliato dei social, dalle ‘sicurezze’ che danno certi abbigliamenti. Già qualche anno fa, recandomi a Madrid in alcuni ministeri del governo spagnolo, avevo apprezzato come i dipendenti non usassero gli abiti scollacciati che invece avevo visto nei ministeri italiani. Un vecchio detto dice che l’abito non fa il monaco ma spesso il cardinale e bisogna rispettare anche nella forme le istituzioni che rappresentiamo. Non è una diminuito della nostra personalità e libertà che semmai sono minate proprio dalle travolgente e insana voglia di apparire e di farsi notare a tutti i costi.

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