guerre

  • Iran, Ucraina, fare la nostra parte

    Da un lato un popolo, oppresso da più di quaranta anni da un regime liberticida e violento, è sceso nelle piazze e nelle strade in cerca di libertà e giustizia, da un altro lato del mondo un popolo sta combattendo da quattro anni contro un invasore, spregiudicato e violento, per mantenere la propria libertà.

    I morti si assommano ai morti in Iran da dove le notizie arrivano molto ridotte mentre il regime spara sulle folle, in Ucraina gli edifici distrutti, compresi gli ospedali, le infrastrutture energetiche colpite testimoniano che Putin, incapace di vincere militarmente, cerca di distruggere la capacità di vivere e perciò di resistere dei civili.

    Nel frattempo a Gaza la fase due del piano di pace non può partire perché la fase uno, di fatto, non si è realizzata e sembra improbabile si realizzi mentre la popolazione civile continua a patire ed a morire.

    Non aiutano certo i palestinesi le violente manifestazioni italiane dei proPal ma forse aiuterebbe il popolo iraniano e quello ucraino se anche noi cittadini, che crediamo nella libertà e nella democrazia, facessimo sentire la nostra voce, al di là di ogni appartenenza politica e sostenessimo, sia nelle piazze che in tutte le occasioni possibili, la fine del regime degli ayatollah e il ritiro di Putin dalle terre ucraine.

    Aiuterebbe sapere con certezza che da oggi in avanti nessuno farà più affari di alcun tipo con l’Iran del regime e con la Russia di Putin, cessando le famigerate triangolazioni che hanno impedite di far sentire con più forza la stretta delle sanzioni ed hanno arricchito alcuni mentre tanti altri morivano.

    Tutti sanno che gli affari poco puliti aiutano i criminali, compresi quelli politici, tutti sembrano non ricordare che molta parte dello sviluppo economico della Cina, sostenitrice di Putin e dell’Iran, si è raggiunto per le tante merci contraffatte ed illegali che anche imprenditori italiani hanno commissionato e venduto.

    Cerchiamo di fare, per quel che possiamo, la nostra parte così, forse, anche la politica smetterà di polemizzare sul nulla e avvierà, anche da parte dell’opposizione, sempre più chiacchierona e mai propositiva, un nuovo percorso che aiuti chi sta morendo in nome della libertà e dei diritti umani che per noi, essendo la norma, sembrano non contare più a sufficienza.

  • Le politiche di Trump e il mondo che cambia

    Il mondo è molto cambiato dopo il crollo dell’impero sovietico. In tutti gli anni novanta e nella prima decade del duemila gli Stati Uniti erano sembrati essere diventati l’unica grande potenza mondiale e ci fu persino chi ipotizzava un nuovo mondo senza più “storia” perché ogni società si sarebbe incamminata verso il sistema liberista/liberale e avrebbe avuto proprio negli USA un faro guida verso cui puntare.

    Tra molti politologi americani il dibattito verteva solo su cosa fare per garantire che l’egemonia politica, militare e culturale da loro rappresentata durasse il più a lungo possibile. Il cittadino medio del Paese a stelle e strisce in buona fede fu sempre più convinto di avere una qualche missione divina che li spingeva a illuminare tutte le altre società offrendo loro l’esempio di come dovesse essere organizzato il mondo: libero mercato senza freni in un sistema che si definiva “globalizzazione”, democrazia rappresentata da elezioni libere e confronto tra varie lobby più o meno ufficiali, rispetto dei diritti umani e glorificazione dei “diversi”.

    Quel mondo costruito dagli americani non si basava solo sull’esercizio dell’egemonia, ma su una rete di Istituzioni internazionali ufficialmente aperte a tutti (il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e via dicendo). Non era certamente un atto di beneficenza, bensì un egoismo illuminato, benché totalizzante. Nei fatti, l’impegno americano verso il multilateralismo è sempre stato ambivalente e molto selettivo. Chi vi aderiva doveva accettare le condizioni imposte, direttamente o per via traversa, da Washington.

    La narrativa dominante era comunque così pervasiva e convincente che anche al di fuori degli Stati Uniti, e in particolare in Europa, sempre più persone credettero sinceramente che al sistema “occidentale” non esistessero alternative sane e tantomeno praticabili. Ovviamente, non tutte le Organizzazioni multilaterali erano controllabili o utili per gli USA e, infatti, non aderirono mai tra l’altro alla Convenzione sulla Diversità Biologica o alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla Legge del Mare.

    Nell’interesse dei popoli arretrati, e per questo reticenti, i valori americani dovevano, se necessario, essere esportati con la forza. A dire tutta la verità, Washington da dopo la seconda guerra mondiale non aveva lesinato il tentativo di imporsi molto di frequente proprio con la forza. Di sicuro non ha mai dichiarato guerra ad alcuno, poiché gli interventi del proprio esercito sono sempre stati presentati con altre motivazioni: difesa delle democrazie, tutela di popoli oppressi, scontro contro l’oppressione comunista, guerra (pardon: lotta) al terrorismo ecc. Poco importa che la narrazione non corrispondesse alla realtà storica dei fatti.

    Negli ultimi cinquant’anni l’esercito americano ha perso decine di migliaia di soldati in varie parti del mondo, ha rovesciato o tentato di rovesciare circa cinquanta governi, in gran parte democrazie, ha bombardato in trenta nazioni, ha tentato di assassinare decine di dirigenti politici, ha interferito in elezioni democratiche sia in Paesi alleati sia in quelli considerati nemici, ha finanziato o sostenuto le repressioni contro movimenti di liberazione in oltre venti Paesi. In altre parole, gli Stati Uniti hanno predicato bene e razzolato male.

    Non c’è però da stupirsene perché questa è sempre stata la politica di ogni potenza che voleva mantenere il ruolo di supremazia che la storia in quel momento gli stava attribuendo e voleva evitare che altri, chiunque fossero, insidiassero la sua posizione dominante. Oggi si guarda a Trump come qualcuno che sta deviando dalla storia “democratica e liberale” degli Stati Uniti ma che lui sia un’eccezione è soltanto un equivoco. La differenza tra lui e i suoi predecessori sta nel modo di porsi e nella rinuncia alla pudicizia che ogni diplomazia internazionale deve praticare, e lo ha fatto, nella maggior parte dei secoli. Il perché si comporti in questo modo mettendo così a rischio narrative che erano state vincenti sino a ora, almeno tra gli “alleati”, probabilmente va cercato nel carattere guascone che lo ha sempre contraddistinto. Oppure lo si potrebbe ritrovare nel libro che scrisse nel 1987 da semplice businessman in collaborazione col giornalista Tony Schwartz: The art of the deal (L’arte della negoziazione). In quel libro suggerisce a chi vuole contrattare di violare le regole o le norme consuetudinarie fino a indignare i suoi interlocutori. Costoro si sentiranno molto meno a loro agio e quindi, pur senza volerlo, saranno disponibili a un accordo migliore di quello ottenibile altrimenti.

    Di là dal suo insopportabile e pericoloso (per gli Usa e per il mondo) comportamento, occorre però dire che Trump è stato il primo Presidente a capire che il sistema precedente non reggeva più. Gli USA avevano sottovalutato totalmente gli effetti politici ed economici della crescita della Cina del dopo Mao. Deng Xiaoping aveva volutamente imposto un basso profilo per il suo Paese dicendo che ogni cosa doveva avere il suo tempo (“Be good at maintaining a low profile; and never claim leadership”). Era però perfettamente conscio di ciò che sarebbe successo nel corso di pochi anni se la Cina avesse saputo svilupparsi senza trovare ostacoli e così è stato.

    Fu lungimirante e va ricordato che in un intervento pubblico in Mongolia nel 1987 disse:” Alcuni Paesi hanno il petrolio, noi abbiamo le terre rare”. Tali minerali, a parte il nome, non hanno alcunché di “raro”, ma per estrarne pochi grammi occorre muovere tonnellate di rocce con conseguenze ambientali e di inquinamento enormi. È per questo che i paesi occidentali hanno quasi del tutto rinunciato a lavorarle e si accontentano di importarle da chi lo fa con meno scrupoli.

    Gli americani, convinti di possedere la ricetta migliore per gestire il proprio potere nel mondo, furono coloro che spinsero anche gli europei a far entrare la Cina nel WTO. Furono loro a negoziare l’adesione di Pechino e ad aprire il loro mercato alle aziende cinesi. Fu così che consentirono alle fabbriche cinesi di diventare i fornitori del mondo, mettendo spesso in crisi le aziende autoctone. Ricordo che durante una tavola rotonda cui partecipai nel 2005, alla mia osservazione che la Cina avrebbe potuto diventare un temibile concorrente politico per gli USA, i politici americani partecipanti al dibattito mi zittirono con saccenza dicendomi che lo sviluppo economico in corso avrebbe obbligato anche il Partito Comunista ad allentare le briglie del controllo sul Paese, che sarebbe cresciuta una classe media che avrebbe imposto la democrazia. Quindi non c’era nulla da temere poiché anche la Cina si sarebbe “normalizzata”. In realtà intendevano dire che anche i cinesi avrebbero finito con l’accettare la supremazia americana. Poi però arrivò Xi Jinping.

    Mentre oggi lo sviluppo continua (seppur con alcuni problemi di carattere finanziario), il Partito non solo non molla la presa ma, anzi, la accentua utilizzando pure tutto ciò che la nuova tecnologia digitale consente di fare. Tra l’altro, tecnologia da loro portata all’estremo.

    Trump, dicevamo, lo aveva capito già nel suo primo mandato e la sua prima risposta fu di cercare di fermare lo sviluppo economico e tecnologico di Pechino. Non funzionò, e servì soltanto a obbligare Pechino a smettere con il basso profilo e lanciare la “diplomazia del lupo guerriero (Wolf warrior diplomacy)”. In questo secondo mandato, Trump ha cambiato strada. Pur continuando a rilasciare dichiarazioni aggressive e da spaccone, ora punta in tutt’altra direzione. Sa molto bene che, per ora, gli Stati Uniti sono ancora la prima potenza economica e militare del mondo ma si tratta di una forza basata su piedi d’argilla. Le avanzatissime armi possedute da marina, aviazione ed esercito statunitense necessitano, per funzionare, di tante terre rare e di minerali di cui i cinesi sono diventati quasi monopolisti. Se Pechino, come ha fatto per alcuni mesi durante il più duro e relativamente recente braccio di ferro iniziato da Trump stesso, ponesse limitazioni alla loro esportazione, gli armamenti americani non avrebbero più pezzi di ricambio e faticherebbero moltissimo a fabbricare nuovi armamenti. Va ricordato a questo proposito che, prima che gli USA entrassero in guerra contro il Giappone nel 1941, le forze armate giapponesi erano uguali o perfino più addestrate di quelle statunitensi. Furono la superiore capacità produttiva delle industrie americane dell’epoca a consentire Washington di sopravvivere e poi vincere la lunga guerra contro il Sol Levante.

    Oggi è vero il contrario: la superiorità manifatturiera cinese è enorme di fronte a un Paese de-industrializzato e gli USA, sebbene più sperimentati nei conflitti, non sarebbero in grado di affrontare, vincendola, una guerra lunga con Pechino. Solo per fare un esempio, la capacità cantieristica cinese è 200 volte superiore a quella americana. Lo stesso nella produzione di aerei e artiglieria. È anche per questo (e non solo per motivi economici) che Trump vuole re-industrializzare la propria economia. Ecco dunque il cambio di strategia.

    È inutile, oltre che troppo dispendioso, continuare a cercare di “contenere” la Russia tra l’altro gettandola nelle braccia dei cinesi. Per salvaguardare il ruolo dominante degli USA, magari un po’ meno totale ma più sicuro, è meglio fare dei patti. Con i russi dapprima e poi, se possibile, proprio con i cinesi. Ciascuno dei tre riconoscerà all’altro la propria zona d’influenza, magari negoziandola al meglio, ma comunque garantendola successivamente.

    Agli USA andrà concesso il controllo sul continente americano (l’operazione in Venezuela è forse stata pre-concordata con la Russia e le varie dichiarazioni sono solo teatro?) e sugli attuali alleati Occidentali (compreso Giappone e Corea del Sud), ai russi si lascia l’Ucraina e ciò che considerano indispensabile alla loro sicurezza, ai cinesi una parte asiatica da definirsi durante i negoziati.

    Arrivare a un tale accordo omnicomprensivo non sarà facile perché le condizioni non sono più quelle di Yalta, ma è comunque meglio e più sicuro che dover affrontare una guerra. O subire l’abbandono del dollaro dalla maggior parte degli scambi internazionali. A questo proposito, non si dimentichi che il dollaro, seppur il suo uso è in calo, rappresenta pur sempre più del 65% della valuta usata nel commercio internazionale. Fu Kissinger a concordare con i sauditi, allora il maggior esportatore di petrolio, che tutto l’oro nero scambiato nel mondo fosse prezzato e pagato in dollari e ciò obbligò tutti a dover avere riserve di quella valuta per poter effettuare i pagamenti e garantire la stabilità degli scambi (tale soluzione fu resa necessaria dopo la decisione di Nixon di disdire gli accordi di Bretton Woods, cosa che mise temporaneamente in crisi il dollaro per tutto il mondo Occidentale come valuta di riferimento). Da qualche tempo a questa parte, per vari motivi che sarebbe lungo elencare, anche i sauditi accettano pagamenti in Yuan, e così fanno, per molte transazioni, tutti i Paesi dei BRICS e quelli che hanno debiti di vario genere con Pechino. Se il dollaro venisse meno in modo drastico quale maggiore valuta di riferimento, anche l’attuale benessere dell’americano medio, sarebbe a forte rischio per una miriade di ragioni.

    Naturalmente, il mondo auspicato da Trump produce alcune incognite e conseguenze non gradite dai Paesi che ne sarebbero coinvolti. La prima delle incognite è l’India, un Paese di un miliardo e trecento milioni di persone e un’economia in (relativa) crescita.  Modi è stato, in un certo senso, obbligato ad aprire a buoni rapporti con la Cina a causa degli ultimatum americani contro il suo acquisto di petrolio russo ma le tensioni con Pechino non si possono considerare del tutto risolte, né per una questione di confine, né per i rapporti che Pechino ha con il Pakistan, acerrimo nemico di Nuova Dehli.

    Ovviamente l’India non accetterebbe mai di subire una supremazia della Cina e, come dimostrato dagli ultimi eventi, nemmeno degli Stati Uniti. L’india resta dunque un’incognita. Quanto agli effetti negativi di una spartizione del mondo tra le tre grandi potenze, chi tra gli alleati attuali ne pagherebbe maggiormente le spese sarebbero l’Europa e il Giappone. La prima ha pedissequamente seguito gli interessi americani nel cercare di “contenere” la Russia con l’allargamento della NATO dapprima e, poi, con la rottura completa dei rapporti a causa dell’Ucraina.

    Stupidamente, gli europei volevano “punire” la Russia pensando di farlo a costo zero e si sono trovati ad avere la propria economia e le proprie finanze messe in ginocchio. Non solo l’Europa è oggi obbligata a pagare gas e petrolio a prezzi dettati dagli USA, ma si è anche impegolata a dover comprare altri miliardi di dollari dai produttori di armamenti a stelle e strisce e a de-industrializzarsi per favorire la re-industrializzazione d’oltre-oceano. Oggi, con il cambio di strategia trumpiano gli europei si sentono messi in angolo e cercano di alzare la voce (vedi i “Volonterosi”) sperando di poter aver una qualche voce in capitolo nel futuro dell’Ucraina.

    Abbandonati dagli USA nella NATO, Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino minacciano di inviare loro truppe a contrastare la Russia ma nessuno crede che possano farlo davvero sia per l’ostilità delle loro stesse popolazioni, solo parzialmente istupidite dall’assillante propaganda che predica un inesistente “pericolo russo”, sia per l’evidente impossibilità di avere una macchina bellica minimamente in grado di contrapporsi a Mosca, se davvero ce ne fosse l’esigenza. Parlano di “difesa europea” sapendo bene che non esiste alcuna Europa politica: chi mai comanderebbe un ipotetico esercito europeo se anche fosse creato sulla carta? La Von der Leyen? O lo farebbero da soli i militari? E in questo caso, quali? Gli inglesi? O i francesi? I tedeschi no di sicuro perché, almeno per ora, sono (anche grazie, tra gli altri, al loro Ministro della difesa Von Der Leyen) le forze armate più scalcagnate d’Europa.

    Quello “europeo” è quindi solo un bluff e, se il piano di Trump riuscisse, tutto avverrebbe sopra le nostre teste e da pseudo-colonie, diventeremmo colonie a tutti gli effetti. Certo, se avessimo avuto politici più lungimiranti e si fossero costituiti gli Stati Uniti d’Europa in forma federale tutto sarebbe stato differente. Ma così non è stato. Quando avremmo potuto pensarci, anziché l’”allargamento” avremmo dovuto fare prima l’”approfondimento”. E solo con chi ci stava. Oggi stiamo faticando perfino ad essere non solo un nano politico ma anche un gigante economico.  Il Giappone, seppur con storia e situazione diverse, non sta molto meglio. Un accordo tra Cina e USA passerebbe anche sulle loro teste ed è per questo che stanno correndo ai ripari ri-armandosi, pur tradendo la loro stessa Costituzione. Se guardiamo a Taiwan la situazione può essere ancora peggiore. In ogni tipo di possibile accordo, Pechino non potrebbe permettersi di rinunciare al possesso dell’isola e ciò diventerebbe una conditio sine qua non per ogni esito positivo delle negoziazioni.

    Per ora dobbiamo soltanto stare a vedere e, come sta facendo la nostra Meloni, tenerci aperte quante più porte possibili.

  • Il documento di Trump ‘Strategia di Sicurezza Nazionale’ chiarisce i suoi obiettivi

    Il documento di Trump “Strategia di Sicurezza Nazionale” chiarisce i suoi veri obiettivi.

    Appare evidente la forzatura di alcuni passaggi che mettono l’Europa all’interno di critiche offensive ed esagerate e in larga parte false e strumentalizzate, per tentare la disgregazione dell’Europa e dare vita a logiche divisive degli Stati del Vecchio Continente e favorire gli interessi dei partiti sovranisti e populisti europei, da tempo foraggiati dalla Russia, ed ora anche dagli USA, secondo la logica del divide et impera, in quanto i singoli Stati da soli non hanno la forza per potersi difendere dalle superpotenze. Perché il compito dei sovranisti e populisti è unicamente la cancellazione dell’UE e della democrazia, per ridurre gli Stati Europei a colonie o protettorati asserviti al potere supremo degli autocrati. Sorprende che Trump abbia di fatto emulato parzialmente la strategia del BRICS, e cioè degli stati nemici dell’occidente capitanati da Cina e Russia, che appunto da anni tentano di attuare le stesse strategie che risultano nel documento strategico e cioè la cancellazione della democrazia. Non solo quindi l’occidente, sulla base del documento di Trump, è rappresentato solo dagli USA, rompendo 80 anni di alleanza basata fondamentalmente sulla comune fedeltà alla democrazia, ma addirittura vuole realizzare il “nuovo ordine mondiale” imponendo il criterio della spartizione delle “aree di influenza” da dividere tra le tre superpotenze, e sottomettere tutta la terra.

    Ecco perché si vuole la cancellazione dell’Europa e dei suoi sistemi democratici, che hanno contribuito alla realizzazione di uno stile di vita e di un imponente progresso di welfare sconosciuto nel resto del mondo, USA compresi. L’unica differenza con le strategie del BRICS è la sostituzione della Cina con gli USA, e per questo Trump vuole portare Putin dalla sua parte, malgrado la sua totale dipendenza dalla Cina, che non consentirà mai a Putin di cambiare casacca.

    Pur di avere l’alleanza di Putin, che non avrà mai, Trump lo ha riabilitato, gli vuole offrire una vittoria che in quattro anni non ha saputo conquistare, sta facendo di tutto per imporre all’Ucraina una pace che somiglia ad una capitolazione, per niente dignitosa, che l’Ucraina non merita per il coraggio dimostrato e perché non è stata sconfitta sul campo di battaglia, ma addirittura, come ulteriore grazioso omaggio a Putin, ha voluto la rottura dell’alleanza con l’Europa, lasciando il vecchio continente, militarmente debole, in balia di un personaggio che costituisce una minaccia fortissima per il suo futuro di indipendenza e libertà.

    Ma la cosa peggiore è stata il silenzio di tutti i leader europei, nonché purtroppo le dichiarazioni di due alti personaggi dell’UE che hanno proseguito con la minimizzazione delle decisioni di Trump e addirittura concedendo alcune affermazioni positive sul documento della strategia del Presidente USA. Ha sbagliato infatti l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Kaja Callas che ha dichiarato: “Gli Stati Uniti sono ancora il nostro più grande alleato” e “Alcune critiche sono anche fondate” e il Premier Meloni che già aveva commentato positivamente l’ignobile intervento di J.D. Vance vicepresidente degli USA, tenuto a Monaco il 15 febbraio 2025, con la frase: “J.D. Vance ha ragione, l’Europa si è persa”, e, dopo mesi di invito a tutti i colleghi Europei di assecondare e non irritare Trump, rilascia una intervista a Mentana su La7 dove dichiara: “Il documento strategico di Trump, al di là di alcuni giudizi sulla politica dell’Unione Europea che CONDIVIDO […]” ed ancora: ”Gli americani decidono oggi come difendere i loro interessi perché hanno la forza per farlo (a nostro discapito!). Quando l’Europa vuole difendere i suoi interessi?”. Quindi il Premier Meloni condivide molti insulti degli americani all’Europa, non dice nulla sulle altre affermazioni altrettanto gravi, accetta che possano decidere di fare i loro interessi a nostro discapito, e non spiega come l’Europa dovrebbe difendere i suoi interessi, perché certamente l’idea della Commissione UE del riarmo dei singoli stati è una totale stupidaggine. E ciò perché 27 piccoli eserciti di 27 nazioni divise, non potrebbero mai essere la soluzione della sicurezza dei nostri confini esterni. E quindi il Premier non ha alcuna strategia. Tutti sanno che l’unica soluzione è la costituzione della Federazione degli Stati d’Europa con chi ci sta. A maggior ragione, oggi, che è definitivamente imploso l’ombrello USA. Ed allora perché il Premier Meloni, l’intera maggioranza e tutta l’opposizione, seguono la linea della congiura del silenzio, e nessuno, malgrado qualche voce nel deserto autorevolissima, affronta questo tema, e da anni, dopo l’inizio dell’aggressione dell’Ucraina, si è solo fatto finta di trovare altre soluzioni che di fatto non esistono? Questa mancanza di dibattito, il fatto di ignorare che l’UE non può coordinare un esercito europeo, perché non è una entità statuale, e perché gli Stati ne hanno inutilmente la totale sovranità, come potrebbe mai funzionare il “riarmo”? La federazione, di cui c’è bisogno estremo ed immediato, dovrebbe costituire, come avevano pensato i nostri padri fondatori, lo strumento unitario per la difesa con il solo compito di unificare le forze armate, garantire una politica estera unica e un governo guidato dal Presidente eletto dai cittadini degli stati federati. Il resto dei poteri resterebbe agli Stati. Il premier Meloni che ha dichiarato che: “l’Italia non è in condizione di difendersi”, avrebbe dovuto spingere su questa direzione e non affidarsi all’alleanza USA, specie con l’attuale ormai dichiarata rottura, sulla quale insiste forse perché pensa che, siccome si va verso la disgregazione dell’Europa, l’Italia, grazie al suo rapporto con Trump, sarebbe comunque protetta? Ma, a parte il fatto che questo famoso rapporto non ha dato finora alcuna concreta prova di esistenza, come sarebbe garantita questa eventuale protezione speciale, considerato che dal documento di Trump l’obiettivo è di spostare tutto il potenziale bellico dall’Europa al Pacifico? Ma soprattutto come dimenticare l’abitudine storica degli Americani di abbandonare gli alleati al loro destino, dall’oggi al domani, se la guerra non conviene più, come nel caso di Vietnam e Afghanistan? Ed infine, dov’è il senso vero del sovranismo al potere, se dove governa non è neanche in grado di garantire la sicurezza dei confini ai suoi cittadini e l’unico obiettivo è quello di cancellare la democrazia e consegnare gli Europei ai tiranni? E come si può accettare che si rinunci, per pura ideologia sovranista, alla Federazione dell’Europa, che mette alla pari tutti i cittadini degli Stati che aderiscono, e che è l’unico modo per garantirci dalla minaccia delle superpotenze, guidate da autocrati senza etica e rispetto per nessuno, ed evitare di diventarne coloni e sudditi? Questo è l’esatto contrario della difesa dell’interesse nazionale, e piuttosto somiglia al tradimento di ogni speranza di un futuro di pace, benessere, libertà e indipendenza dei popoli europei.

  • Entro il 2030 30 milioni di bambini rischiano di morire prima dei 5 anni

    30 milioni di bambini nei prossimi 5 anni rischiano di morire a causa di conflitti, cambiamenti climatici e violenza diffusa e della parallela diminuzione dei fondi per la cooperazione internazionale.

    La denuncia arriva da Fondazione CESVI che, in occasione della Giornata Mondiale dell’Infanzia, ricorda che, solo nell’ultimo anno, il taglio dei finanziamenti ha messo a rischio i servizi e i progetti di lotta alla fame e alla malnutrizione di cui beneficiano oltre 14 milioni di minori, rischiando di lasciare senza assistenza 2,3 milioni di bambini affetti da deperimento acuto e di causare fino a 369mila decessi infantili in più, oltre mille al giorno.

    Attualmente, nel mondo, sono quasi 40 milioni i bambini con meno di 5 anni che soffrono di malnutrizione acuta mentre circa 1 miliardo di minori è esposto a shock climatici e ambientali con quasi il 90% del carico globale delle malattie associate ai cambiamenti climatici, al degrado ambientale e all’inquinamento che ricade proprio sui più piccoli. A questo si aggiunge la violenza causata dall’uomo: nell’ultimo anno le Nazioni Unite hanno rilevato oltre 41mila gravi violazioni contro i bambini durante conflitti armati tra cui quasi 12mila casi di uccisione o mutilazione e oltre 7.400 casi di reclutamento o utilizzo di minori come soldati e quasi 5mila casi di rapimento.  I conflitti nella Striscia di Gaza, in Sudan, in Myanmar e in Burkina Faso sono stati i più letali per i bambini.

    Complessivamente, sono oltre 500 milioni i minori che vivono in zone colpite da intensi conflitti, di cui 218 milioni nella sola Africa, dove ben il 32,6% del totale dei bambini risiede in zone colpite da violenza armata. Tra i contesti più drammatici, il Sudan, il Paese con la più grave crisi umanitaria al Mondo (30,4 milioni di persone, più di 3 sudanesi su 5, con bisogni umanitari urgenti), dove la guerra ha stravolto la vita di 24 milioni di bambini esponendoli anche ad uccisioni, mutilazioni, rapimenti, violenze sessuale e reclutamento da parte di gruppi armati e dove più di 12 milioni di persone sono a rischio di violenza di genere e abusi. Nel Paese, grazie al sostegno della Cooperazione Italiana, CESVI ha avviato un progetto dedicato alla protezione delle donne, dei bambini e dei sopravvissuti alla violenza di genere e sta realizzando spazi sicuri (Protection Safe Corners) all’interno dei centri di salute, dove le persone più vulnerabili possano ricevere assistenza psicologica e supporto legale in un ambiente protetto, riservato e dignitoso. In questi spazi, gestiti da psicologi e operatori specializzati, vengono forniti servizi di assistenza sociale per le vittime, supporto psicosociale, sostegno economico e distribuzione di kit per l’igiene e la dignità femminile.

    Anche in Italia, seppure di diversa origine, si registrano significative situazioni di pericolo per bambini e adolescenti. In particolare, in Italia 1 minore su 4 è a rischio di povertà ed esclusione sociale anche a causa di esposizione al rischio di maltrattamento. Secondo l’ultima edizione dell’Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia in Italia di Fondazione CESVI, le regioni italiane dove è più pericoloso essere bambini sono Campania, Sicilia, Puglia e Calabria, dove non solo sono presenti fattori di rischio elevati, ma si riscontrano anche importanti criticità sul fronte del sistema dei servizi di contrasto, che risultano al di sotto della media nazionale.  In linea generale, quasi tutte le regioni del Meridione, secondo il rapporto,  sono “ad elevata criticità” sul fronte del rischio del maltrattamento, anche a causa di condizioni socio-economiche più difficili: nelle regioni del Mezzogiorno il 43,6% dei bambini e ragazzi con meno di 16 anni è a rischio di povertà o di esclusione sociale, un dato estremamente più elevato sia rispetto alla media nazionale (26,7%) che rispetto ai dati territoriali relativi al Centro (26,2%) e al Nord Italia (14,3%).

  • Trump e il lupo

    Una volta c’era il detto “il lupo perde il pelo ma non il vizio”, in verità il lupo è un animale nobile non ha vizi ma ha abitudini, dovuti anche alle regole sociali del suo branco ed alla necessità di sopravvivere.

    Chi invece ha vizi manifesti, specialmente quelli di cambiare idea con la velocità della luce, di contraddirsi in continuazione, di rimangiarsi promesse e dichiarazioni e di lodarsi ad ogni piè sospinto è il presidente Trump.

    Certo il cessate il fuoco a Gaza è stata una sua vittoria e gliene diamo merito, ripetiamo il cessate il fuoco, per altro non proprio totale visto che, ogni giorno, ci sono ancora azioni violente, con morti, da ambo le parti.

    Una vittoria che rischiamo non porti però all’obiettivo che deve essere raggiunto, disarmare Hamas, ridare ai palestinesi un governo che li conduca alla libertà ed alla sicurezza, garantire ad Israele il pieno riconoscimento e la pace, dopo aver finalmente onorato e seppellito tutti gli ostaggi morti ed, ovviamente, nel tempo necessario, dare vita a due popoli, due Stati che convivono.

    Dopo questo iniziale successo a Gaza che ha acceso la speranza anche in Ucraina, molti hanno pensato che se Trump era riuscito a convincere, almeno in parte, Hamas avrebbe potuto anche ottenere da Putin almeno un cessate il fuoco che porterebbe ai passi necessari per una seria trattativa che porti alla pace, dopo l’infingarda guerra scatenata dallo zar russo.

    Purtroppo siamo alle solite, la mattina Trump dichiara che l’Ucraina potrebbe anche vincere la guerra e promette l’invio dei missili Tomahawk e già il giorno dopo parla con Putin, decide che i Tomahawk non possono essere inviati perché servono alla difesa americana, non si sa da quale imminente attacco, butta per terra le mappe militari che Zelensky gli ha portato, per metterlo al corrente della realtà, e invita gli ucraini a cedere un’intera regione, il Donetsk, particolarmente importante per le sue prerogative economiche, salvo poi disdire, per il momento, l’incontro con Putin

    Come fidarsi di un tale continuo volteggiare tra un invito a difendersi ed un invito ad arrendersi!

    Riconfermando tutto l’appoggio all’Ucraina, insieme a coloro che credono nella libertà e nella democrazia, al rispetto delle regole internazionali e della incolumità dei civili, continuamente bombardati da Putin, non siamo più di tanto stupiti dalle ultime dichiarazioni di Trump che, già nel passato, aveva fatto vergognosi voltafaccia rimanendo sempre teso a fare affari, anche con Putin, e a cercare di accreditarsi come l’uomo che fa scoppiare la Pace anche dove non sembra possibile.

    Intanto rivolgiamo nuovamente un appello ai leader europei: bisogna armarsi, per essere in grado di difenderci, è una necessità urgente, si stanno spendendo troppe parole rispetto ai pochi fatti necessari ed urgenti e continuare a sostenere l’Ucraina è un dovere imprescindibile anche per la nostra sicurezza.

    Se il presidente americano si contraddice ogni momento dimostriamo da europei che la nostra cultura e civiltà ci sostengono e ci guidano impedendoci di essere ondivaghi, ricattabili, indifesi ed indifferenti verso il popolo ucraino e verso i nostri cittadini.

  • Non nel nome di Dio

    Da un lato una gran parte della società, in tutto il mondo, dipende dai social, è interessata, influenzata da tutto ciò che appare e che vuole imitare, o almeno crede di poter imitare, perciò per tanti è meglio digiunare per potersi comperare un oggetto firmato o per andare, una volta almeno, in un ristorante stellato per far vedere che si fa parte del mondo che conta.

    In questa società odiatori da tastiera e giovani rimbambiti, dall’uso smodato ed ossessivo della rete, sono quanto di più lontano possiamo immaginare da quanti possono avere ed hanno attenzione od interesse per qual si voglia religione.

    Dall’altro lato, invece, sono riprese proprio le guerre di religione, specie a danno dei cristiani e dei cattolici, come dimostrano le centinaia di attentati e di uccisioni avvenuti in questi anni, ovunque nel mondo. Dal quel famigerato, tragico 7 ottobre del 2023 sono ripresi gli atti e le intimidazioni contro gli ebrei mentre l’islamismo, unica religione che, secondo l’interpretazione di molti religiosi islamisti, predica così fortemente il martirio, se compiuto per combattere gli infedeli, trova proseliti anche nei paesi occidentali.

    Negli Stati Uniti, dove con buona pace di Trump, che continua a negarlo, vi sono più armi che cittadini, infatti in molti hanno più di un arma in casa, si sta dando vita ad una vera crociata che vede da un lato colpite chiese o sette cristiane e dall’altro cristiani, o presunti tali, che si ritengono gli unici detentori della verità.

    Le guerre di religione in effetti sono solo, come sempre, guerre di potere, economico, elettorale, politico, che si ammantano di pretesti religiosi e che usano le persone invocando Dio, come bandiera ed arma.

    Lo vediamo anche in Russia dove la chiesa ortodossa è non solo schierata ma attiva alleata della miserabile guerra che Putin ha scatenato contro l’Ucraina. Il dissidio tra gli ortodossi, proprio per le azioni del patriarca Kirill, alleato di Putin anche per i trascorsi da Kgb, ha portato ad una totale frattura tra la chiesa di Mosca e quella degli altri Stati come l’Ucraina e la Romania.

    Più la tecnologia avanza impedendo lo sviluppo del pensiero e, sostituendosi al nostro cervello, ci toglie la capacità di ragionamento e moderazione più nascono movimenti integralisti e l’odio tra singoli, gruppi, popoli è fomentato da leader tesi solo all’affermazione di sé stessi.

    Che le persone si uccidano reciprocamente, che nei secoli proprio le religioni siano state il pretesto per scatenare veti stermini non è una novità ma che nel terzo millennio si debba ancora usare il nome di Dio per commettere atti infami dovrebbe farci riflettere molto sul grado di imbarbarimento morale della società nella quale viviamo.

  • Guerre d’America

    Sarebbe utile domandarsi perché un numero crescente di Stati al mondo sembra voler condividere le ambizioni russo-cinesi di porre fine all’unipolarismo americano per stabilire al suo posto un nuovo e diverso ordine mondiale. Quali errori abbiamo commesso noi Occidentali per non essere riusciti a convincere tutti che il nostro sistema politico ed economico era, ed è, il migliore possibile?

    Cercheremo di capirlo attraverso qualche analisi della storia recente ma prima è bene cominciare col ricordare che, dopo il 1945, gli Stati Uniti non hanno mai fatto, o iniziato o partecipato, a una guerra. Infatti, le dichiarazioni di guerra, secondo la Costituzione americana, possono e devono essere decise e votate solo dal Congresso e ciò non è mai avvenuto. Eppure, dirà qualcuno: come è allora successo che più di centomila soldati americani siano morti all’estero in situazioni che sembravano di guerra?

    Vediamolo nel dettaglio.

    1950-1953 Corea Gli USA intervennero in aiuto a un governo alleato (Corea del Sud) come “azione di polizia” su mandato dell’ONU (Risoluzione 82, approvata per l’assenza della Russia).

    1964-73 Vietnam Si inventò un attacco vietnamita (del Nord) del 4 agosto 1964 (appurato anni dopo come inventato di sana dal Dipartimento della Difesa USA) contro una nave americana. La cosa consentì al Congresso di dare al Presidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson l’autorità di “assistere” qualsiasi paese del sud-est asiatico il cui governo fosse considerato messo in pericolo dall’aggressione comunista.

    1983 Invasione di Grenada. Decisione presidenziale (Reagan), giustificata come protezione dei cittadini USA e stabilizzazione regionale.

    1989 Invasione di Panama. Decisione presidenziale (Bush Sr.), per proteggere cittadini USA e arrestare Noriega

    1991 Prima guerra del Golfo. Il Congresso approvò a favore del Presidente una “Authorization for Use of Military Force” (AUMF) per liberare il Kuwait.

    1999 Kossovo. Decisione presidenziale (Clinton) con la NATO. La motivazione formale fu di voler impedire un genocidio contro il popolo kossovaro perpetrato dai Serbi. Medici inviati in loco dal Tribunale Penale Internazionale dopo la fine dei bombardamenti per accertare le responsabilità penali scoprirono che un genocidio non era mai avvenuto ma si trattò invece di propaganda ottimamente realizzata proprio per giustificare l’intervento. Senza alcun mandato ONU.

    2001-2024 Afghanistan. AUMF del 14 settembre 2001, contro responsabili dell’11 settembre.

    2003-2011 (e oltre) Iraq. AUMF del 2002, per disarmare Saddam Hussein dalle sue armi di distruzione di massa (mai esistite, come accertato). Senza alcun mandato ONU

    2011 Libia. Intervento aereo ordinato da Obama senza dichiarazione né autorizzazione preventiva. Anche in questo caso la motivazione ufficiale fu di difendere i cittadini locali da un possibile sterminio ad opera di Gheddafi. In realtà si trattò sempre, e soltanto, di una guerra civile organizzata dai servizi segreti francesi contro il RAS. Il prosieguo degli eventi ha dimostrato la verità.

    2014 Siria. Operazioni militari contro ISIS giustificate usando l’AUMF del 2001, anche se all’epoca concepita per Al-Qaeda/Talebani.

    2015 ad oggi Yemen. Supporto “anti-terrorismo” alla coalizione saudita, giustificato con AUMF 2001.

    Durante gli ultimi anni Somalia, Pakistan, altre varie operazioni speciali sempre giustificate tramite AUMF 2001, ufficialmente contro gruppi terroristici.

    Come si può vedere, gli USA non sono mai entrati in guerra ma hanno solo invocato “operazioni di polizia”, “interventi umanitari”, “difesa o esportazione della democrazia”, “lotta al terrorismo”, “peace enforcing” o altro, secondo le circostanze. Tutto ciò senza che il popolo americano potesse esprimersi attraverso chi ufficialmente lo rappresenta: il Congresso o il Senato.

    È comprensibile che chi crede che in una democrazia il popolo sia sovrano resterà un poco sorpreso. Eppure ci è stato insegnato che il Governo è un organo esecutivo e cioè deve eseguire ciò che l’organo legislativo, unico e vero rappresentante della volontà popolare, decide di fare. Ovviamente sono previste eccezioni quali l’urgenza, una calamità imprevista, un rischio capitale per il Paese, ma per questo esistono i Decreti che, non a caso, devono essere convertiti in legge entro un certo limite di tempo. Visto tutti quegli interventi bellici sopra menzionati decida chi legge, caso per caso, se esistevano o meno le ragioni dell’urgenza o del grave rischio nazionale.

    Se qualcuno decide che “forse” in quei casi si è verificato un qualche infrangimento delle normali regole democratiche, allora guardi cosa è successo alla democrazia italiana in circostanze similari.

    L’articolo 11 della nostra Costituzione recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…” Ebbene, la nostra Costituzione aggiunge l’art 78: “Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari.” È mai successo che le Camere lo abbiano fatto dopo il 1945?

    Mai.

    Eppure: a partire dal 17 gennaio 1991 i Tornado italiani furono impiegati in missioni di attacco a bassa quota contro obiettivi strategici e militari in Iraq. Fu un’azione di guerra o una gita turistica? Si disse che si trattava di una volontà dell’ONU cui noi aderivamo e il Parlamento con specifici provvedimenti finanziò e prorogò le operazioni, ma senza dichiarazione di guerra.

    Un po’ diversamente andarono le cose nel 1999. L’aviazione militare italiana condusse attacchi al suolo contro infrastrutture militari serbe (depositi, ponti e centri di comando). Tuttavia la guerra contro la Serbia non fu mai autorizzata dall’ONU. Fu una decisione autonoma della NATO, motivata da ragioni umanitarie (poi rivelatisi false) e politiche, ma priva di copertura legale nel diritto internazionale classico. Colmo dell’ipocrisia: l’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema, nel rispondere a un’interrogazione, mentì al Parlamento affermando che i nostri aerei avevano compiuto solo voli di ricognizione.

    Un’altra volta che conducemmo azioni belliche senza che le Camere dichiarassero guerra fu nell’aprile 2011, quando il governo Berlusconi autorizzò anche la partecipazione diretta ai bombardamenti contro obiettivi militari libici (depositi di munizioni, sistemi radar, mezzi corazzati). L’Italia compì allora circa 1.900 sortite aeree, di cui oltre 500 con impiego diretto di armamenti.

    Evidentemente il popolo italiano non poté esprimersi attraverso i suoi formali rappresentanti per derogare dall’art. 11 della nostra Costituzione. Ma non si diceva che la nostra è la migliore Costituzione del mondo e va sempre rispettata?

    Fortunatamente la nostra, in Occidente, è una ottima “democrazia compiuta”, tanto da avere chi pensa sia indispensabile “esportarla”. E perché no? Fare una guerra (tanto non serve nemmeno dichiararla) contro quei Paesi che hanno scelto altre forme istituzionali.

  • Chi si dimostra in grado di interpretare le aspettative della società civile?

    Molto spesso si indica nella crisi della politica e di chi la rappresenta la sostanziale distanza tra le priorità espresse dalle istituzioni con quelle della società civile. Una tesi assolutamente corretta che trova una ulteriore conferma quando tali aspettative della società civile vengono espresse all’interno di un contesto internazionale così problematico come quello attuale.

    Dal dopoguerra ad oggi, andrebbe sempre ricordato, non si è mai vissuto un periodo così complicato sotto il profilo politico ed economico, in più con tre guerre in corso il cui esito, anche geopolitico, avrà sicuramente delle conseguenze: russo-ucraina, israelo-palestinese, tra Israele Iran e che ora sembra estendersi persino alla Siria.

    Questi conflitti rappresentano ormai la normale quotidianità, ai quali andrebbero comunque aggiunti la guerra sottotraccia tra lo Yemen e l’Arabia Saudita, che coinvolge anche gli Stati Uniti d’America, ed i vari focolai come quello rappresentato da India e Pakistan, anche in considerazione degli arsenali nucleari. Soprattutto andrebbe sempre tenuta nella dovuta considerazione la prospettiva futura più volte confermata dalla Cina di una possibile invasione di Taiwan.

    Inevitabilmente questa complessa situazione internazionale richiederebbe tanto dalla politica quanto dalla società civile una capacità “terza” di analisi (intesa come capacità non schierata politicamente) in modo da affrontare non solo nell’immediato gli effetti, ma soprattutto dimostrarsi in grado di esprimere delle strategie per porre rimedio alle cause scatenanti, magari adottando anche un minimo di autocritica relativamente alle scelte politiche del decennio passato (*).

    In questo processo sarebbe molto interessante poter coinvolgere anche una parte di quella società civile, la quale ormai difficilmente trova un proprio riferimento tanto nel corpo dei giornalisti quanto nello scenario nazionale delle diverse associazioni, anche di categoria o meno, le quali invece sembrano impegnate ad acquisire un ruolo politico e soprattutto si adoperano per mantenere la struttura.

    Anche le stesse fondazioni, in particolare quelle che si rifanno al pensiero dei padri fondatori della Repubblica Italiana, potrebbero avere un ruolo decisivo, qualora si dimostrassero in grado di esprimere competenze idonee alle problematiche dell’ultimo trentennio, dalla caduta del muro di Berlino in poi.

    Viceversa, ancora una volta, queste si rivelano come organi autoreferenziali e si dimostrano incapaci di affrontare la complessità economica e politica internazionale, tanto da non comprendere neppure l’opportunità della tempistiche relative a proprie iniziative di carattere espressamente politico. “Da Fondazione Einaudi proposta per reintrodurre immunità parlamentare. E’ stata presentata stamane in Cassazione, 15 luglio 2025” (fonte Ansa). Si può anche discutere dell’opportunità politica relativa ad una reintroduzione dell’immunità parlamentare, ma farlo ora, in un contesto internazionale così complesso, dimostra semplicemente la pochezza di chi l’ha presentata e della stessa fondazione che in modo improprio intenderebbe interpretare il pensiero di un padre fondatore della nostra Repubblica e società.

    Anche la società civile meriterebbe dei migliori interpreti delle sue priorità.

    (*) Una facoltà assolutamente sconosciuta alle maggiori istituzioni occidentali come la Nato e l’Unione Europea.

  • Similes cum similibus congregantur

    Ancora una volta gli Stati Uniti tolgono munizioni e sistemi di difesa all’Ucraina mentre Putin aumenta, con una continua violenta escalation, la sua sciagurata guerra.

    Non c’è molto da dire, l’hanno già detto gli antichi: similes cum similibus congregantur.

    E cioè i simili vanno con i loro simili, Trump e Putin sono uomini di violenza e d’affari, il loro unico fine è il potere e non hanno nulla a che vedere con il rispetto di regole o diritti internazionali, con i diritti dell’uomo o con la giustizia.

    Noi dobbiamo tutti subire di fronte ai signori della guerra, la guerra delle armi o dei dazi, delle menzogne o dei ricatti, degli affari di pochi contro il diritto dei molti, questa è la realtà, possiamo criticarla ma dobbiamo subirla perché lentamente abbiamo lasciato ad un pugno di uomini nel mondo il diritto e la forza di decidere per tutti.

    Subire o ribellarsi? Occorrerebbe avere almeno gli attributi necessari ma tutti teniamo famiglia, i nostri interessi, piccoli ma sempre interessi, e siamo ormai troppo abituati al nostro smartphone, ai giochini, ai social, al Grande Fratello, all’Isola dei famosi, alle coglionate che ci propinano e che alla fine ci piacciono perché ci distraggono dalla realtà, dal dover prendere posizione.

    Perciò diamoci pace, prima moriranno gli ucraini e poi tutti gli altri, noi compresi, fatto salvi quegli utili idioti che servono al potere, chi vuole si dia pace io continuerò a sostenere l’Ucraina anche con piccoli gesti quali non comperare nulla di russo, americano o cinese e ad augurarmi che il Kim Jong-un della Corea del Nord affoghi nel suo grasso.

  • Dietro lo scontro tra Congo e Rwanda la competizione tra superpotenze per le risorse minerarie

    L’escalation dei combattimenti tra le Forze armate congolesi (Fardc) e i ribelli del Movimento 23 marzo (M23) nell’est della Repubblica democratica del Congo (Rdc), e in particolare nella provincia del Nord Kivu, ha riacceso il mai sopito conflitto regionale che affonda le sue radici nel genocidio del Ruanda del 1994, ma che trae origine dalla lotta per il controllo e lo sfruttamento delle risorse minerarie di cui la regione è ricca, a cominciare dal cobalto. I ribelli M23, sostenuti dal Ruanda, hanno infatti rivendicato il controllo della città strategica di Goma, capoluogo del Nord Kivu, fulcro di una regione che contiene migliaia di miliardi di dollari di ricchezze minerarie ancora in gran parte inutilizzate. Il gruppo – che è una delle oltre 100 fazioni armate che lottano per un punto d’appoggio nel Congo orientale – è composto principalmente da combattenti di etnia tutsi che non sono riusciti a integrarsi nell’esercito congolese, e che già nel 2012 guidarono un’insurrezione fallita contro il governo di Kinshasa, per poi restare dormienti per un decennio, fino alla ripresa delle attività ostili a Kinshasa nel 2022.

    Tra il 1996 e il 2003 la regione è stata al centro di un conflitto prolungato soprannominato “la guerra mondiale dell’Africa”, che causò la morte di circa 6 milioni di persone, mentre gruppi armati combattevano per l’accesso a metalli e minerali di terre rare come rame, cobalto, litio e oro. In un mondo che fa sempre più affidamento sui metalli e sui minerali rari, per via della crescente importanza che questi rivestono nella rivoluzione tecnologica e nella transizione “verde”, la posta in gioco è ora aumentata, così come gli interessi dei vicini Ruanda e Uganda, ma anche delle grandi potenze come Stati Uniti e Cina.

    Secondo il dipartimento del Commercio Usa, la Rdc è il principale produttore mondiale di cobalto (si stima che fornisca circa il 70% della produzione mondiale), un elemento essenziale per la produzione di batterie dei veicoli elettrici. Ciò nonostante, la maggior parte delle risorse minerarie del Paese – il cui valore è stimato in 24mila miliardi di dollari – resta inutilizzata. Inoltre, soltanto una minima parte della ricchezza prodotta dallo sfruttamento dei minerali è finora stata convogliata alla popolazione congolese, di cui il 60% vive al di sotto della soglia di povertà.

    La Rdc è il più grande produttore di cobalto al mondo con una produzione che si è attestata a 130mila tonnellate nel 2022, ovvero quasi il 70 per cento del cobalto prodotto a livello mondiale. Il Paese è anche il quarto produttore di diamanti industriali, con una produzione di 4,3 milioni di carati, mentre non dispone attualmente di miniere di litio attive, anche se sono in fase di sviluppo diversi progetti, tra cui quello relativo allo sfruttamento della miniera di Manono-Kitolo, che in passato produceva stagno e coltan fino alla sua chiusura, avvenuta alla fine del 1982. Il Congo vanta alcune delle riserve di rame di qualità più elevata al mondo, con alcune miniere che si stima contengano gradi superiori al 3 per cento, significativamente più alti della media globale, pari allo 0,6-0,8 per cento. Anche il settore dell’oro della Rdc sta assistendo a un rinnovato interesse da parte delle società minerarie, e nel 2021 la produzione di risorse minerarie è aumentata da 10 mila a quasi un milione di tonnellate.

    È in questo contesto che va inquadrato il conflitto in atto nel Nord Kivu, che ha conosciuto una significativa recrudescenza nelle ultime settimane con l’arrivo a Goma dei ribelli M23, sostenuti militarmente e finanziariamente dal Ruanda. L’offensiva dell’M23 sembra seguire una logica chiara, vale a dire il controllo sulle risorse naturali della regione: oro, cassiterite, coltan, cobalto e diamanti. Dopo aver inizialmente conquistato vaste aree delle regioni di Rutshuru e Masisi, i ribelli si stanno ora spostando verso l’area di Walikale, nota per la sua significativa produzione di coltan, un minerale strategicamente importante per la transizione energetica. Per queste ragioni, la crisi interessa da vicino le due grandi superpotenze globali, gli Stati Uniti e la Cina, e s’intreccia con il grande progetto infrastrutturale noto come Corridoio di Lobito, il maxi progetto ferroviario lungo 1.300 chilometri – finanziato dagli Stati Uniti e dall’Unione europea – che mira a collegare i bacini minerari della Rdc allo Zambia e al porto angolano di Lobito, sull’Oceano Atlantico. Un progetto che, nelle intenzioni di Washington, punta ad essere la risposta alla Nuova via della seta cinese (Belt and road initiative, Bri).

    In questo contesto, appare significativo il fatto che di recente Molly Phee, ex assistente del segretario di Stato per gli Affari africani sotto l’amministrazione Biden, abbia affermato che gli Usa avrebbero proposto – senza successo – di coinvolgere anche il Ruanda nello sviluppo della maxi infrastruttura ferroviaria, in cambio del ritiro del proprio sostegno ai ribelli M23. “Avevamo proposto a entrambe le parti (Ruanda e Congo) che, se fossimo riusciti a stabilizzare la Rdc orientale, avremmo potuto lavorare allo sviluppo di una diramazione dal Corridoio di Lobito attraverso la Rdc orientale. (I ruandesi) non hanno permesso quell’azione”, ha detto Phee in un’intervista rilasciata ai media internazionali prima della fine del suo mandato. “Abbiamo cercato di offrire incentivi positivi. Esiste un quadro autentico, fondamentalmente negoziato dalle parti, e al momento il Ruanda sembra essersi tirato indietro”, ha aggiunto. Secondo la diplomatica statunitense, l’offerta includeva anche una stretta sulle Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), il gruppo ribelle hutu ruandese attivo nel Congo orientale dal genocidio del 1994, ritenuto fuorilegge dal governo di Kigali. Al contrario, nel settembre scorso il governo ruandese ha preferito siglare un importante accordo che prevede la costruzione di una ferrovia a scartamento standard che collegherà il porto di Isaka, in Tanzania, alla capitale ruandese, Kigali.

    Le abbondanti risorse naturali presenti nel sottosuolo congolese hanno finito per globalizzare il conflitto nella Rdc orientale. Mentre un tempo le aziende statunitensi possedevano vaste miniere di cobalto in Congo, negli ultimi anni la maggior parte di esse è stata venduta a società cinesi, tanto che il “South China Morning Post” descrive il Paese come “l’epicentro degli investimenti cinesi in Africa”. L’ascesa della Cina nell’industria estrattiva del cobalto della Rdc è stata causata dalla significativa diminuzione degli investimenti statunitensi. Nel 2016, ad esempio, la società mineraria dell’Arizona Freeport-McMoRan ha venduto Tenke Fungurume – un sito di estrazione di rame e cobalto – alla China Molybdenum Company. Nel 2020, inoltre, la Freeport-McMoRanha effettuato un’altra vendita di un sito di rame e cobalto non sviluppato alla China Molybdenum Company. In entrambi i casi, le uniche aziende con offerte competitive erano aziende cinesi. Le principali imprese di Pechino che operano nel Paese includono Chengtun Mining, China Molybdenum, China Nonferrous e Huayou Cobalt. Secondo l’Istituto di studi strategici (Ssi) dello Us Army War College, le imprese statali e le banche cinesi controllano l’80 per cento della produzione totale di cobalto congolese, e delle dieci miniere più grandi al mondo, nove si trovano nella regione del Katanga, nel sud della Rdc: di queste, la metà è di proprietà di aziende cinesi. Anche nella raffinazione del cobalto la posizione delle imprese statali cinesi è dominante: le loro raffinerie rappresentano tra il 60% e il 90% della fornitura globale. Inoltre, il 67,5% del cobalto raffinato della Cina proviene dalla Rdc.

    Secondo il Council on Foreign Relations (Cfr), think tank statunitense specializzato in politica estera e affari internazionali, le società collegate alla Cina controllano tuttora la maggior parte delle miniere di cobalto, uranio e rame di proprietà straniera nella Rdc e l’esercito congolese è stato ripetutamente schierato nei siti minerari nell’est del Paese per proteggere le aziende cinesi. La Cina è inoltre pienamente coinvolta nel conflitto interno nell’est della Rdc e nella sua economia: il governo congolese sta infatti combattendo i ribelli M23 con l’aiuto di droni e armi cinesi, e la vicina Uganda – schierata al fianco del governo di Kinshasa – ha acquistato armi cinesi per svolgere operazioni militari all’interno dei confini congolesi. Gli accordi che Pechino ha negoziato con la leadership congolese, in particolare durante la presidenza di Joseph Kabila, hanno aiutato le aziende cinesi a garantire un accesso senza precedenti ai metalli che consentono loro di produrre in serie elettronica e tecnologie per l’energia pulita.

    Il predominio della Cina nella filiera del cobalto è il risultato degli investimenti di Pechino nelle miniere della Rdc e di quelli a lungo termine nelle infrastrutture di trasporto nei Paesi circostanti, come Tanzania e Zambia. È il caso dell’accordo siglato nel settembre scorso con i governi di Dodoma e Lusaka per ristrutturare e ammodernare la vecchia ferrovia Tanzania-Zambia (Tazara), lunga 1.860 chilometri e che collega la città zambiana di Kapiri Mposhi al porto tanzaniano di Dar es Salaam. Un’intesa che rientra pienamente nell’ambito dell’Iniziativa Nuova Via della seta cinese. La linea ferroviaria fu costruita tra il 1970 e il 1975 grazie a un prestito non oneroso della Cina, offrendo una rotta per il trasporto merci dalle miniere di rame e cobalto dello Zambia alla costa tanzaniana, aggirando così il Sudafrica e l’ex Rhodesia (l’attuale Zimbabwe). La ferrovia attualmente esporta cobalto e altri minerali dallo Zambia e, in futuro, potrebbe essere un modo importante per le aziende cinesi di estrarre cobalto dalla regione del Katanga meridionale, nella Rdc, e di trasportarlo fino a Dar es Salaam. Nel febbraio 2024 Pechino ha peraltro annunciato l’intenzione di spendere fino a un miliardo di dollari per modernizzare la ferrovia Tan-Zam, in cambio del suo controllo operativo, il che potrebbe aumentare esponenzialmente le esportazioni di minerali essenziali verso la Cina.

    Qualcosa, tuttavia, sembra essere cambiato con l’ascesa al potere a Kinshasa del presidente Felix Tshisekedi, subentrato a Kabila nel 2019. In quello stesso anno la Rdc ha stretto un accordo di cooperazione militare con gli Stati Uniti, che prevedeva tra le altre cose l’addestramento di ufficiali congolesi negli Usa. Nel 2023 il governo di Kinshasa ha inoltre chiesto e ottenuto la rinegoziazione di un accordo da 6 miliardi di dollari siglato nel 2008 con Pechino, ritenuto troppo svantaggioso per il Paese africano. L’anno dopo, nel 2024, gli Stati Uniti hanno sanzionato i ribelli dell’Alleanza del fiume Congo (Afc), della quale fa parte l’M23, accusati di voler rovesciare il governo di Kinshasa e di alimentare il conflitto nell’est del Paese africano. Un mese dopo, Tshisekedi ha apertamente accusato il suo predecessore, Kabila, di appoggiare i ribelli con l’obiettivo di “preparare un’insurrezione”.

    L’idea che proprio di un’insurrezione si tratti sembra essere confermata in questi giorni dal leader dell’Afc, Corneille Nangaa, che ha chiarito che l’offensiva non si fermerà a Goma e che l’obiettivo finale è Kinshasa. L’avanzata ribelle, insomma, sembra voler impedire a Tshisekedi un possibile riavvicinamento a Washington, con tutto ciò che ne consegue in termini di sfruttamento dell’immenso potenziale minerario del Paese. Il Ruanda, che di questo tentativo appare il manifesto regista, potrebbe invece aver trovato una importante sponda internazionale in Pechino. I due Paesi hanno di recente elevato le relazioni al rango di partenariato strategico lo scorso settembre e a dicembre, durante una visita a Doha, Kagame ha elogiato pubblicamente il ruolo della Cina in Africa. “È una relazione senza le tante condizioni poste da altri Paesi del mondo, da cui riceviamo tanto in termini di lezioni e poco in termini di valore”, ha detto

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