guerre

  • Mauritania accuses Malian army of killing its citizens

    Mauritania’s foreign ministry has accused Mali’s army of crimes against its nationals after dozens of protesters said their fellow countrymen had been killed “in cold blood”.

    Mali’s ambassador Mohamed Dibassy was called in to hear a “strong protest against the recent, recurring criminal acts”, committed by the army following the disappearance of several Mauritanians just over the border, the ministry said.

    In January, seven Mauritanians died in a border region, although after an inquiry, Bamako said there was no evidence linking its army to the deaths.

    Another incident took place over the weekend when two Mauritanians were shot at on their way back to Abel Bagrou, near the Malian border.

    Sources say some of the killed Mauritians were accused of links to jihadist groups operating in Mali.

    The Jeune Afrique website says they were shot by a group “affiliated to Mali’s army” said to be Russia’s Wagner Group, which is believed to be helping Mali tackle the Islamist militants.

    Mali’s ruling military junta has not reacted to Mauritania’s accusations.

    Since West African regional body Ecowas imposed sanctions on Mali because of the military takeover, Mauritania has been one of the few countries helping it get round the isolation.

  • Sudan’s prime minister warns of risk of chaos, civil war

    KHARTOUM, June 15 (Reuters) – Sudan’s prime minister warned on Tuesday of the risk of chaos and civil war fomented by loyalists of the previous regime as he sought to defend reforms meant to pull the country out of a deep economic crisis and stabilise a political transition.

    Abdalla Hamdok made the comments in a televised address days after young men carrying clubs and sticks blocked roads in the capital Khartoum following the removal of fuel subsidies.

    Hamdok’s government serves under a fragile military-civilian power-sharing deal struck after a popular uprising spurred the army to overthrow veteran leader Omar al-Bashir in April 2019.

    The transition is meant to last until the end of 2023, leading to elections.

    “The deterioration of the security situation is mainly linked to fragmentation between components of the revolution, which left a vacuum exploited by its enemies and elements of the former regime,” Hamdok said.

    He said that without reform of Sudan’s sprawling security sector, which expanded under Bashir as he fought multiple internal conflicts, Sudan will continue to face internal and external threats.

    “These fragmentations can lead us to a situation of chaos and control by gangs and criminal groups, just as it can lead to the spread of conflict among all civilian groups and might lead to civil war.”

    Though Sudan has won international praise for economic reforms since Bashir’s fall and has made progress towards debt relief, many Sudanese face food shortages or have struggled to make ends meet as prices have soared over the past year.

    Inflation hit 379% in May and electricity or water outages occur daily.

    While roadblocks have often been used in protests triggered by economic or political grievances since 2018, a Reuters witness saw more aggression around the barriers set up in recent days.

    The state government said police and prosecutors would deal with what it called the gangs involved in blocking the roads, but there appeared to be little police presence on the streets.

  • Quelle strade di polvere rossa

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Marco Zacchera tratto da ‘Il Punto’ n. 804 del 26 febbraio 2021

    E’ con commozione che va un ricordo all’ambasciatore Luca Attanasio e a Vittorio Iacovacci, il suo carabiniere di scorta.

    Vedendo l’immagine di Attanasio riverso – pallido e morente – su un fuoristrada mentre lo portavano in un ospedale lungo quelle strade di polvere rossa (dove ben difficilmente l’avrebbero comunque salvato) non potevo che ricordare viaggi vicini e lontani nel tempo tra quella stessa polvere rossa dell’altipiano, quella che si infila ovunque e – appena piove – diventa subito un fango spesso, pesante, che ti si attacca alle suole e resta incollato ai piedi di chi le scarpe neppure le ha.

    Il “mio” Burundi, le cannonate in Rwanda, i tanti profughi che camminano verso il Congo nell’eterna lotta tra hutu e tutsi con le distruzioni e i massacri, le case di mattoni crudi abbandonate con i tetti bruciati e che così si sbriciolano presto.

    Capanne buie, colline terrazzate dove si piantano fagioli in ogni punto possibile pur di avere qualcosa da mangiare, galline che piluccano tra le corsie ospedaliere (dove i pazienti devono farsi da mangiare da soli) in edifici cadenti dove la cosa che ti colpisce di più è l’odore di marcio e di urina.

    E intorno hai sempre tanti, tanti bambini.

    Missionari e volontari eroici, gente di poche parole e da prima linea, quelli che spesso devono fuggire per le minacce di politici corrotti perché sono testimoni pericolosi. Insicurezza totale, campi profughi sterminati, giovani fumati e donne con i figli sulle spalle e una fascina o la tanica d’acqua in testa, perché le fontane sono sempre lontane da casa e ogni volta devi risalire a piedi tutta la collina con il solito fango che ti fa scivolare, eppure le taniche restano sempre diritte…

    Ogni tanto vedi passare i gipponi bianchi dell’ONU o delle grandi associazioni umanitarie con gli altri volontari, quelli che –  ben pagati – il “volontario” lo fanno di mestiere e di solito vivono nelle ville nei quartieri “bene” delle capitali, quasi mai tra la gente disperata.

    Intorno, uno scenario sempre uguale tra mille colline verdi, deforestate e popolate da formiche che sono una umanità povera, divisa, remissiva, paziente, che però ogni tanto si scatena in gesti di violenza inaudita e di lotte tribali.

    Come non ricordare quella mattina presto di metà aprile (avevo proprio l’età di Attanasio ed ero stato appena eletto deputato) quando nella foschia dell’alba per cinquanta metri sbagliammo direzione e finimmo in mezzo ai ribelli che controllavano la strada. Un albero di traverso per obbligarci a frenare e poi quegli occhi rossi dietro la punta del kalashnikov puntato diritto in faccia, con nemmeno il tempo di avere paura.

    La vita che va e che viene, dipende dall’umore di quegli occhi rossi che ti fissano.

    A noi andò bene e bastarono tre pacchetti di sigarette per poter tornare indietro, ma soprattutto servirono le parole tranquille e convincenti di un missionario saveriano che parlava bene il kirundo.

    A Luca e Vittorio è andata male: è la roulette della vita, un soffio che vola leggero se vai in giro per quelle strade di terra rossa, quella di un’Africa che molti non immaginano neppure.

    Loro passavano di là non per depredare ma per aiutare, ed è proprio per questo che resteranno ben vivi nel nostro ricordo.

    PS: Forse pochi sanno che una qualsiasi nostra ambasciata nel mondo (e il personale che vi lavora) è “difesa” da pochissimi carabinieri –  che anche in Africa al massimo si contano sulle dita di una mano e solo per le sedi più critiche – e un assalto, un agguato, una qualsiasi aggressione può avvenire in un attimo, sia in sede che all’esterno, quando allora conta ben poco la difesa di una pistola d’ordinanza.

    Così come nessuno difende normalmente la sede di un consolato, a volte unica presenza italiana per interi paesi quando le nostre ambasciate – ridotte all’osso – “coprono” diversi stati anche lontani tra loro. Altro che le scorte (inutili) per centinaia di politici e di VIP che scorrazzano con le auto di rappresentanza e le luci blu lampeggianti per le vie di Roma…

  • Il Qatar si offre come mediatore tra Usa e Iran

    In attesa di conoscere le prime mosse di politica mediorientale del nuovo presidente americano Joe Biden e di capire cosa rimarrà delle scelte prese dall’ormai ex presidente Usa Donald Trump, il Qatar si offre come possibile mediatore tra Stati Uniti e Iran, ma chiede che Washington torni a essere più presente nei vari scenari di crisi della regione, dalla Libia al Golfo passando per i Territori palestinesi.

    In una intervista con l’Ansa, la portavoce del ministero degli esteri di Doha, Lolwa al Khater ha raccontato quanto la crisi economica globale e regionale, aggravata dalla pandemia, abbia contribuito ad accelerare la fine del blocco commerciale imposto nel 2017 dall’Arabia Saudita, dall’Egitto, dal Bahrein e dagli Emirati Arabi Uniti.

    Poche settimane fa l’Arabia Saudita e gli altri tre Paesi alleati di Riad hanno deciso di metter fine assieme al Qatar alla crisi scoppiata alla metà del 2017, quando Riad e i suoi alleati avevano imposto a Doha un assedio marittimo, aereo e terrestre, accusando il Qatar, alleato della Turchia, di sostenere il terrorismo. Quelle accuse sembrano improvvisamente svanite, tanto che al Khater afferma: “Era evidente che era una crisi creata ad arte”.

    La velocità con cui si è apparentemente risolta la crisi del Golfo è stata forse dovuta al persistere di altre crisi, giudicate più dannose ai rispettivi interessi nazionali: la crisi economica, aggravata dalla crisi del Covid-19. Proprio al vertice saudita dei primi di gennaio, ricorda al Khater, tutti i paesi erano “consapevoli che questi anni di crisi (del Golfo) hanno creato perdite per tutti”. Ecco perché – ha aggiunto – ci si è accordati di riattivare i diversi progetti di cooperazione che erano stati sospesi a causa della crisi (del Golfo) e riprendere la collaborazione anche in ambito sanitario”.

    Gli occhi sono ora tutti puntati su Biden e sulla prossima politica mediorientale degli Stati Uniti. L’ex presidente Trump sarà da molti ricordato come colui che ha contribuito a esasperare le tensioni con l’Iran, che ha di recente ripreso l’attività di arricchimento dell’uranio.

    Il Qatar, a due passi dalla costa iraniana, si sente “nel cuore della questione”. Ma da Doha non si sbilanciano: “è difficile parlare in nome di un’amministrazione (Biden) che finora ha detto poco sull’argomento”. Ma si dicono pronti a svolgere un ruolo di mediatori per “abbassare la tensione”.  “Il Qatar è pronto a svolgere una mediazione tra le parti, a patto che tutte le parti ci chiedano di avere questo ruolo”, ha detto la portavoce in collegamento audio-video da Doha. Anche con i ritrovati alleati arabi del Golfo, tra cui l’Arabia Saudita, arcinemica dell’Iran, il Qatar è comunque d’accordo su un punto: “nessuno vuole una nuova guerra nella regione”. Il Qatar, come molti altri attori dell’area, è coinvolto anche in Libia e nella questione palestinese. Su questo al Khater lancia un appello proprio a Biden: gli Stati Uniti devono tornare a essere presenti nella regione.

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