guerre

  • Giustizia terrena

    Un cristiano non deve mai augurare la morte di una persona per quanto questi abbia commesso misfatti o sia pericoloso per altre persone, in certi casi per lo stesso genere umano.

    Nessuno, qualunque sia la religione alla quale fa riferimento, se veramente crede nel suo Dio, dovrebbe augurarsi la morte di altri.

    Ci possiamo però augurare, e se è possibile sperare, affinché persone pericolose, assetate a dismisura di potere, indifferenti alle tragedie che le loro azioni e dichiarazioni comportano, persone prive di valori, di empatia, di pietas, siano messe in condizioni di non nuocere ulteriormente.

    Ci possiamo augurare che i dittatori sanguinari od i presidenti folli perdano potere e siano isolati, e, nello specifico, che Trump perda le elezioni di metà mandato dopo aver trascinato mezzo mondo in guerre e disastri economici e che Putin debba finalmente fare i conti con il popolo che opprime, con i tanti morti che la sua sete di potere ha causato.

    Non si deve chiamare Dio a fare giustizia in terra, abbiamo il libero arbitrio e dobbiamo esercitarlo, la giustizia terrena spetta alle donne ed agli uomini di buona volontà che devono fare quanto possono per impedire che il male, l’ingiustizia, la violenza prevalgano.

  • La terra vittima delle guerre

    Il nostro settimanale si è più volte occupato della tragica, criminale guerra che la Russia sta da anni intentando all’Ucraina e dei troppi civili che sono diventati bersaglio preferito dei bombardamenti di Mosca ma in questa escalation di violenza c’è un’altra vittima illustre della quale si parla poco e dal ferimento della quale ci saranno altri morti anche nel futuro.

    La vittima della quale troppo poco si parla è la terra, la terra dove sorgeva uno dei più importanti granai del mondo che sfamava tante popolazioni di nazioni, le più povere, sofferenti per carestie o inondazioni.

    Nelle guerre nelle quali non c’è più limite al tipo di proiettili, bombe, distruzioni, il territorio diventa inagibile per anni ad ogni coltivazione, l’acqua è inquinata fin nelle falde e le molte macchine da guerra abbandonate, i molti morti sul campo, le distruzioni di aree vaste, lo scempio degli alberi, la fine di tanti animali  segneranno per molto tempo il territorio creando un danno ambientale, che riguarda la salute di tutti, ed un rischio per la sopravvivenza anche di coloro che credono di essere al sicuro perché  vivono lontani dalle nazioni in guerra.

    L’inquinamento della terra e dell’acqua è accompagnato da quello dell’aria e l’aria inquinata raggiunge altri paesi, altri popoli, con i veleni, le polveri, i fumi neri che si alzano dalle case, dalle fabbriche, dagli impianti petroliferi distrutti e che si espandono perché non hanno confini a fermarli.

    Forse anche di questo la comunità internazionale dovrebbe cominciare a parlare perché quanto è avvenuto e sta avvenendo in Ucraina o a Gaza avrà ripercussioni anche per il resto del pianeta, anche per noi, e uomini come Putin, non sono solo criminali di guerra ma anche criminali ambientali.

  • Ricordare l’11 settembre impone anche di ricordare Massoud

    Sono passati 25 anni dal tragico attentato alle Torri Gemelle, l’11 settembre del 2001 non ha segnato solo la morte di 2977 persone inermi ed il ferimento di più di altre 6000, ma la fine di un’epoca, di un mondo che prima non aveva mai dovuto confrontarsi con un terrorismo che diventava stato e predisponeva azioni globali e sanguinarie senza nessun freno e con eccezionale spregiudicatezza e preparazione organizzativa.

    Al-Qaeda, l’organizzazione terrorista nata nel 1988 e fondata da Osama bin Laden e Abd Allāh Yūsuf al-ʿAzzām, con l’11 settembre costringe il mondo a ridisegnare il futuro, non si tratta più di attentati terroristici circoscritti ad un’area, diventa una vera guerra tra il mondo civile e gli islamisti.

    Alle 8,46 il volo americano Airlines 11, decollato da Boston, si schianta contro la torre nord del World Trade Center a New York, alle 9,3 il volo 175, sempre da Boston, si schianta contro la torre sud, alle 9,37 l’americano Airlines 77, decollato da Washington, si schianta contro il Pentagono, alle 10,3 il volo 93 si schianta in Pennsylvania dopo una rivolta dei passeggeri contro i terroristi.

    Mentre ci si appresta alle commemorazioni di quel terribile 11 settembre, ben consapevoli che il terrorismo è ancora vivo ed attivo con diverse sigle, dall’Isis ad al-Quaeda agli al Shabaab, e con nefaste influenze sui disadattati e criminali che vivono in tutto il mondo costituendo una perennemente minaccia, ancora una volta ci si dimentica di un evento che ha preceduto l’11 settembre.

    Vogliamo ricordare l’attentato che il 9 settembre trucidò in Afghanistan il comandante Massoud, l’uomo che aveva difeso e difendeva il suo popolo prima dai russi e poi dai talebani ed integralisti.

    Massoud era venuto pochi mesi prima in Europa per chiedere gli aiuti necessari a contrastare gli integralisti terroristi e aveva lanciato chiari avvertimenti su azioni eclatanti che i terroristi avrebbero potuto compiere in Occidente.

    Non fu ascoltato, salvo poi piangerlo da morto dedicandogli, come fece il governo francese, anche un francobollo e molti libri.

    Il non ascoltarlo ci ha portato prima alla tragedia dell’11 settembre e poi alla disastrosa guerra in Afghanistan terminata decenni dopo con l’abbandono del paese, dopo tanto dispendio di vite umane e di armi, ai talebani ed alla sharia che ormai impedisce ogni libertà e diritto, specie alle donne.

    Ricordare l’11 settembre impone anche di ricordare il leone del Panshir e le persone, le donne che nel mondo sono ogni giorno sopraffatte da violenza, ingiustizia, terrore, l’integralismo dei vari califfati non si fermerà mai se non riusciremo ad integrare tra loro i nostri sistemi di intelligence e a contrastare tutti gli integralisti.

  • Apertura culturale

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo dell’On. Dario Rivolta

    Da molto tempo la sempre più diffusa conoscenza delle lingue straniere e l’incremento enorme dei viaggi internazionali hanno reso il mondo più “piccolo” e hanno creato le condizioni per una potenziale apertura di orizzonte culturale. Ciò nonostante, educati sin da bambini a guardare tutto il mondo dalla nostra prospettiva, a studiare la storia da un punto di vista nazionale o, al massimo, europeo, a pensare che quelli che crediamo essere i “nostri valori” siano naturalmente “universali”, non ci rendiamo conto che possano esistere anche altre realtà ben diverse da quelle che noi immaginiamo essere uniche. Non è solo il cittadino qualunque a negarsi una prospettiva più ampia ma ciò che è drammatico è che anche la maggior parte dei nostri intellettuali (o pseudo-tali) e, ancora peggio, dei nostri politici non riesce a immaginare che il mondo sia diverso da ciò che secoli di imperialismo politico e culturale ispano-franco-anglo-sassone hanno dipinto e continuano a fare.

    Purtroppo questo egocentrismo formativo ci induce a non considerare il pensiero e le prospettive altrui, finendo con indurci verso errori i le cui conseguenze politiche possono diventare per noi molto negative.

    Uno degli effetti che si dimostreranno sempre più contrari ai nostri interessi presenti e futuri è il rapporto con il mondo arabo. A nessuno di noi sfugge quanto sia stato, ed è, importante il rapporto con Israele, ma gli atti criminali del governo Netanyahu che noi sottovalutiamo continuando a minimizzarli e a mantenere con Tel Aviv rapporti sostanzialmente formali ci hanno alienato la simpatia di tutte le popolazioni arabe. I rapporti di Arab Barometer, un’organizzazione con sede presso la Princeton University negli Stati Uniti, a seguito di un’indagine condotta in Egitto, Iraq, Giordania, Libano, Marocco, Palestina, Siria e Tunisia dimostrano che la stragrande maggioranza degli intervistati hanno perso ogni fiducia in un ordine regionale guidato dall’Occidente e dagli USA in particolare. Quando le domande riguardavano quale Paese proteggesse maggiormente la libertà, la maggior parte ha scelto Cina, Iran e Russia piuttosto che un qualunque Paese occidentale. Il nostro problema non è con i governi autoritari di questi Stati che, si sa, sarebbero disposti a dimenticare ogni torto subito dai palestinesi e a non vedere i massacri compiuti dai sionisti a Gaza, nei Territori e in Libano, bensì con le loro popolazioni. Ogni governo, per quanto autoritario, è preoccupato dalla prospettiva di proteste di massa ed è limitato nelle proprie azioni dall’opinione pubblica. Una dimostrazione è che Riad era già pronta ad un accordo con Israele aderendo al Patto di Abramo ma, dopo la reazione spropositata israeliana a Gaza, ha dovuto fermarsi e rinunciare. Le politiche estere di Trump quasi ovunque in quei paesi trovano un apprezzamento popolare che mai supera il 24% e in Giordania è addirittura del solo 12%. In Egitto ben il 66% pensa che perfino Biden fosse migliore di Trump e più o meno è quanto si nota anche negli altri paesi arabi. Tra i paesi europei, solo la Spagna raccoglie un qualche consenso mentre la Cina, seguita dalla Russia, è di gran lunga preferita quasi ovunque. Perfino l’Iran, storico nemico dei governi arabi sunniti, raccoglie, salvo in Siria, una simpatia crescente. Noi ci riempiamo la bocca con la fola del “diritto internazionale” ma che sia una copertura fittizia di una nostra ipocrisia basata sul doppio standard è così chiaro all’egiziano medio (ricordiamo che l’Egitto è tra i migliori alleati degli USA tra i Paesi non-NATO) che il 58% afferma che chi meglio lo rappresenta è la Cina.

    Le cose non vanno meglio per noi in Asia, in Africa e in sud-America ove incontriamo le maggiori critiche quando affrontiamo il tema dei rapporti con la Russia. In quei Paesi non è solo l’ormai evidente “doppio standard” da noi applicato che ci viene rimproverato, ma c’è anche chi allude alla “stupidità” di noi europei che abbiamo politici totalmente asserviti a interessi americani con il risultato di distruggere le nostre economie. In particolare il riferimento è all’atteggiamento europeo nella guerra in Ucraina. Già molti pensatori occidentali importanti quali l’ex diplomatico americano George Kennan o l’australiano Owen Harris avevano avvertito, decenni orsono, che l’allargamento della NATO verso est avrebbe infine provocato una reazione russa. Il presidente brasiliano Lula Da Silva nel maggio 2022 disse pubblicamente: “Putin non avrebbe dovuto invadere l’Ucraina. Ma non è solo Putin a essere colpevole. Anche gli Stati Uniti e l’UE sono colpevoli. Qual è stata la ragione dell’invasione dell’Ucraina? NATO? Allora gli USA e l’Europa avrebbero dovuto dire: l’Ucraina non entrerà nella NATO. Questo avrebbe risolto il problema”. Oggi è ancora peggio. Trump ha capito che l’azione americana in Ucraina fu un errore e ha cercato di cambiare strada puntando a un accordo con Mosca ma i leader europei hanno cercato da subito di far fallire i suoi sforzi incoraggiando Zelensky a non scendere a compromessi per un accordo di pace. L’UE si è poi macchiata di ridicolo e perfino un noto anti-russo come il leader polacco Tusk lo ha ammesso: “500 milioni di europei stanno implorando protezione da 300 milioni di americani contro 140 milioni di russi che non sono riusciti a sconfiggere 50 milioni di ucraini per tre (oggi quattro) anni”.

    Kishore Mahbubani, un diplomatico di Singapore che rappresentò il suo Stato anche all’ONU tra il 1984 e il 1989, tra il 1998 e il 2004, fu Presidente del United Nations Security Council nel 2001 e 2002 ed è professore di geopolitica in varie università asiatiche e statunitensi, scrive: “La triste verità è che l’Occidente non sembra disposto ad ascoltare il Sud globale. I Paesi del Sud globale non condividono tutti le prospettive occidentali dominanti sull’ordine mondiale…Molti dei 3,3 miliardi di persone che non sono cinesi insieme a molti dei circa 1,5 miliardi di persone che vivono in Africa e oltre 600 milioni che vivono in America Latina, vedono la Cina e la Russia in modo diverso”. E continua: “I leader dell’UE sono rimasti per lo più in silenzio mentre Israele distruggeva Gaza. Non solo molti più civili sono morti a Gaza che in Ucraina ma le azioni militari israeliane potrebbero aver causato la morte del 5/10 percento della popolazione di Gaza prima della guerra (cita stime pubblicate su Foreign Affairs), una cifra esponenzialmente superiore al bilancio della guerra russa in Ucraina”. E aggiunge: “Nessuno rispetta un prete adultero che predica in chiesa la fedeltà coniugale. Ma è così che i leader europei sono visti nel Sud globale”.

    Oltre alla ostilità verso la Russia, l’Europa ha anche criticato la Cina per motivi “morali “(sic!) in merito a mancanza di democrazia e rispetto dei diritti umani ma si dimentica che il tanto vituperato Partito Comunista Cinese attuale (verso il quale non nutro alcuna particolare simpatia politica-N.D.A.) in quarant’anni ha portato il Paese dall’essere un produttore insignificante a livello mondiale a coprire oggi più del 30% dei beni commerciati a livello globale. Contemporaneamente va ricordato che nel 1990 il livello di povertà assoluta in Cina era stimato essere del 99,7% e oggi, secondo l’ONU, è pari allo 0%. In altre parole, oltre 800 milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema dal 1990. Come conseguenza il PCC gode di un grande rispetto e legittimità agli occhi dei cinesi e in molti Paesi asiatici. Eppure, noi continuiamo ad auspicare un “cambio di regime”! Continua Mahbubani: “(i leader occidentali) non si rendono conto di apparire perfettamente ridicoli agli occhi dell’88% della popolazione mondiale che vive fuori dall’Occidente”.

    In un suo libro (L’ultima possibilità dell’Occidente) il Presidente della Finlandia Alexander Stbb scrive: “I governi dell’Occidente globale possono mantenere la loro fiducia nella democrazia e nel mercato ma senza insistere che siano applicabili universalmente; in altri posti possono prevalere modelli differenti”.

    A proposito dell’Occidente, chiediamocelo: cosa è esattamente? O almeno: cosa è diventato? Abbiamo una cultura in comune veramente molto sentita? E qual è oggi? Ciò che veramente ci accomuna, oltre a subire una tradizione geopolitica radicata nell’imperialismo anglo-sassone, è di aver subordinato la politica all’economia e l’economia alle oligarchie finanziarie. Siamo diventati estranei a ogni spiritualità, a ogni filosofia, a ogni forma artistica. Siamo oramai alieni da ogni concetto che vada oltre il rapporto costi-benefici. E continuiamo a pensare di poter insegnare al mondo i nostri “valori”? Magari di imporli con le armi?

    La nostra totale cecità, la faziosità stupida, l’inconsapevolezza della realtà del mondo odierno è ben raffigurata dalle affermazioni idiote del pur colto Presidente francese Macron quando, mentre gli israeliani e gli americani bombardano l’Iran costui chiama il Presidente iraniano al telefono per chiedergli di “smettere di attaccare i Paesi regionali”. In altre parole gli dice che anche se i bombardamenti partono dai Paesi del Golfo senza preavviso o dichiarazioni di guerra per la seconda volta in meno di un anno, loro, gli iraniani, devono farsene una ragione e smetterla di reagire. Il meno colto Merz (forse non a caso ex dirigente di Blackrock per l’Europa), a sua volta, dimostra la piccineria intellettuale dei leader europei affermando: “Il diritto internazionale non si applica più efficacemente all’Iran…Non è il momento di fare la predica agli Stati Uniti e a Israele sulla legalità delle loro azioni…Anni di sanzioni e condanne contro Teheran non hanno prodotto risultati tangibili”. Evidentemente, non ci resta che bombardarli? O, come affermato da Trump, distruggere totalmente la loro millenaria civiltà°?

    Ci dobbiamo dunque stupire se il resto del mondo sta cominciando a prendere le distanze da noi “Occidentali” e guardare altrove?

  • Iran, Ucraina, fare la nostra parte

    Da un lato un popolo, oppresso da più di quaranta anni da un regime liberticida e violento, è sceso nelle piazze e nelle strade in cerca di libertà e giustizia, da un altro lato del mondo un popolo sta combattendo da quattro anni contro un invasore, spregiudicato e violento, per mantenere la propria libertà.

    I morti si assommano ai morti in Iran da dove le notizie arrivano molto ridotte mentre il regime spara sulle folle, in Ucraina gli edifici distrutti, compresi gli ospedali, le infrastrutture energetiche colpite testimoniano che Putin, incapace di vincere militarmente, cerca di distruggere la capacità di vivere e perciò di resistere dei civili.

    Nel frattempo a Gaza la fase due del piano di pace non può partire perché la fase uno, di fatto, non si è realizzata e sembra improbabile si realizzi mentre la popolazione civile continua a patire ed a morire.

    Non aiutano certo i palestinesi le violente manifestazioni italiane dei proPal ma forse aiuterebbe il popolo iraniano e quello ucraino se anche noi cittadini, che crediamo nella libertà e nella democrazia, facessimo sentire la nostra voce, al di là di ogni appartenenza politica e sostenessimo, sia nelle piazze che in tutte le occasioni possibili, la fine del regime degli ayatollah e il ritiro di Putin dalle terre ucraine.

    Aiuterebbe sapere con certezza che da oggi in avanti nessuno farà più affari di alcun tipo con l’Iran del regime e con la Russia di Putin, cessando le famigerate triangolazioni che hanno impedite di far sentire con più forza la stretta delle sanzioni ed hanno arricchito alcuni mentre tanti altri morivano.

    Tutti sanno che gli affari poco puliti aiutano i criminali, compresi quelli politici, tutti sembrano non ricordare che molta parte dello sviluppo economico della Cina, sostenitrice di Putin e dell’Iran, si è raggiunto per le tante merci contraffatte ed illegali che anche imprenditori italiani hanno commissionato e venduto.

    Cerchiamo di fare, per quel che possiamo, la nostra parte così, forse, anche la politica smetterà di polemizzare sul nulla e avvierà, anche da parte dell’opposizione, sempre più chiacchierona e mai propositiva, un nuovo percorso che aiuti chi sta morendo in nome della libertà e dei diritti umani che per noi, essendo la norma, sembrano non contare più a sufficienza.

  • Le politiche di Trump e il mondo che cambia

    Il mondo è molto cambiato dopo il crollo dell’impero sovietico. In tutti gli anni novanta e nella prima decade del duemila gli Stati Uniti erano sembrati essere diventati l’unica grande potenza mondiale e ci fu persino chi ipotizzava un nuovo mondo senza più “storia” perché ogni società si sarebbe incamminata verso il sistema liberista/liberale e avrebbe avuto proprio negli USA un faro guida verso cui puntare.

    Tra molti politologi americani il dibattito verteva solo su cosa fare per garantire che l’egemonia politica, militare e culturale da loro rappresentata durasse il più a lungo possibile. Il cittadino medio del Paese a stelle e strisce in buona fede fu sempre più convinto di avere una qualche missione divina che li spingeva a illuminare tutte le altre società offrendo loro l’esempio di come dovesse essere organizzato il mondo: libero mercato senza freni in un sistema che si definiva “globalizzazione”, democrazia rappresentata da elezioni libere e confronto tra varie lobby più o meno ufficiali, rispetto dei diritti umani e glorificazione dei “diversi”.

    Quel mondo costruito dagli americani non si basava solo sull’esercizio dell’egemonia, ma su una rete di Istituzioni internazionali ufficialmente aperte a tutti (il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e via dicendo). Non era certamente un atto di beneficenza, bensì un egoismo illuminato, benché totalizzante. Nei fatti, l’impegno americano verso il multilateralismo è sempre stato ambivalente e molto selettivo. Chi vi aderiva doveva accettare le condizioni imposte, direttamente o per via traversa, da Washington.

    La narrativa dominante era comunque così pervasiva e convincente che anche al di fuori degli Stati Uniti, e in particolare in Europa, sempre più persone credettero sinceramente che al sistema “occidentale” non esistessero alternative sane e tantomeno praticabili. Ovviamente, non tutte le Organizzazioni multilaterali erano controllabili o utili per gli USA e, infatti, non aderirono mai tra l’altro alla Convenzione sulla Diversità Biologica o alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla Legge del Mare.

    Nell’interesse dei popoli arretrati, e per questo reticenti, i valori americani dovevano, se necessario, essere esportati con la forza. A dire tutta la verità, Washington da dopo la seconda guerra mondiale non aveva lesinato il tentativo di imporsi molto di frequente proprio con la forza. Di sicuro non ha mai dichiarato guerra ad alcuno, poiché gli interventi del proprio esercito sono sempre stati presentati con altre motivazioni: difesa delle democrazie, tutela di popoli oppressi, scontro contro l’oppressione comunista, guerra (pardon: lotta) al terrorismo ecc. Poco importa che la narrazione non corrispondesse alla realtà storica dei fatti.

    Negli ultimi cinquant’anni l’esercito americano ha perso decine di migliaia di soldati in varie parti del mondo, ha rovesciato o tentato di rovesciare circa cinquanta governi, in gran parte democrazie, ha bombardato in trenta nazioni, ha tentato di assassinare decine di dirigenti politici, ha interferito in elezioni democratiche sia in Paesi alleati sia in quelli considerati nemici, ha finanziato o sostenuto le repressioni contro movimenti di liberazione in oltre venti Paesi. In altre parole, gli Stati Uniti hanno predicato bene e razzolato male.

    Non c’è però da stupirsene perché questa è sempre stata la politica di ogni potenza che voleva mantenere il ruolo di supremazia che la storia in quel momento gli stava attribuendo e voleva evitare che altri, chiunque fossero, insidiassero la sua posizione dominante. Oggi si guarda a Trump come qualcuno che sta deviando dalla storia “democratica e liberale” degli Stati Uniti ma che lui sia un’eccezione è soltanto un equivoco. La differenza tra lui e i suoi predecessori sta nel modo di porsi e nella rinuncia alla pudicizia che ogni diplomazia internazionale deve praticare, e lo ha fatto, nella maggior parte dei secoli. Il perché si comporti in questo modo mettendo così a rischio narrative che erano state vincenti sino a ora, almeno tra gli “alleati”, probabilmente va cercato nel carattere guascone che lo ha sempre contraddistinto. Oppure lo si potrebbe ritrovare nel libro che scrisse nel 1987 da semplice businessman in collaborazione col giornalista Tony Schwartz: The art of the deal (L’arte della negoziazione). In quel libro suggerisce a chi vuole contrattare di violare le regole o le norme consuetudinarie fino a indignare i suoi interlocutori. Costoro si sentiranno molto meno a loro agio e quindi, pur senza volerlo, saranno disponibili a un accordo migliore di quello ottenibile altrimenti.

    Di là dal suo insopportabile e pericoloso (per gli Usa e per il mondo) comportamento, occorre però dire che Trump è stato il primo Presidente a capire che il sistema precedente non reggeva più. Gli USA avevano sottovalutato totalmente gli effetti politici ed economici della crescita della Cina del dopo Mao. Deng Xiaoping aveva volutamente imposto un basso profilo per il suo Paese dicendo che ogni cosa doveva avere il suo tempo (“Be good at maintaining a low profile; and never claim leadership”). Era però perfettamente conscio di ciò che sarebbe successo nel corso di pochi anni se la Cina avesse saputo svilupparsi senza trovare ostacoli e così è stato.

    Fu lungimirante e va ricordato che in un intervento pubblico in Mongolia nel 1987 disse:” Alcuni Paesi hanno il petrolio, noi abbiamo le terre rare”. Tali minerali, a parte il nome, non hanno alcunché di “raro”, ma per estrarne pochi grammi occorre muovere tonnellate di rocce con conseguenze ambientali e di inquinamento enormi. È per questo che i paesi occidentali hanno quasi del tutto rinunciato a lavorarle e si accontentano di importarle da chi lo fa con meno scrupoli.

    Gli americani, convinti di possedere la ricetta migliore per gestire il proprio potere nel mondo, furono coloro che spinsero anche gli europei a far entrare la Cina nel WTO. Furono loro a negoziare l’adesione di Pechino e ad aprire il loro mercato alle aziende cinesi. Fu così che consentirono alle fabbriche cinesi di diventare i fornitori del mondo, mettendo spesso in crisi le aziende autoctone. Ricordo che durante una tavola rotonda cui partecipai nel 2005, alla mia osservazione che la Cina avrebbe potuto diventare un temibile concorrente politico per gli USA, i politici americani partecipanti al dibattito mi zittirono con saccenza dicendomi che lo sviluppo economico in corso avrebbe obbligato anche il Partito Comunista ad allentare le briglie del controllo sul Paese, che sarebbe cresciuta una classe media che avrebbe imposto la democrazia. Quindi non c’era nulla da temere poiché anche la Cina si sarebbe “normalizzata”. In realtà intendevano dire che anche i cinesi avrebbero finito con l’accettare la supremazia americana. Poi però arrivò Xi Jinping.

    Mentre oggi lo sviluppo continua (seppur con alcuni problemi di carattere finanziario), il Partito non solo non molla la presa ma, anzi, la accentua utilizzando pure tutto ciò che la nuova tecnologia digitale consente di fare. Tra l’altro, tecnologia da loro portata all’estremo.

    Trump, dicevamo, lo aveva capito già nel suo primo mandato e la sua prima risposta fu di cercare di fermare lo sviluppo economico e tecnologico di Pechino. Non funzionò, e servì soltanto a obbligare Pechino a smettere con il basso profilo e lanciare la “diplomazia del lupo guerriero (Wolf warrior diplomacy)”. In questo secondo mandato, Trump ha cambiato strada. Pur continuando a rilasciare dichiarazioni aggressive e da spaccone, ora punta in tutt’altra direzione. Sa molto bene che, per ora, gli Stati Uniti sono ancora la prima potenza economica e militare del mondo ma si tratta di una forza basata su piedi d’argilla. Le avanzatissime armi possedute da marina, aviazione ed esercito statunitense necessitano, per funzionare, di tante terre rare e di minerali di cui i cinesi sono diventati quasi monopolisti. Se Pechino, come ha fatto per alcuni mesi durante il più duro e relativamente recente braccio di ferro iniziato da Trump stesso, ponesse limitazioni alla loro esportazione, gli armamenti americani non avrebbero più pezzi di ricambio e faticherebbero moltissimo a fabbricare nuovi armamenti. Va ricordato a questo proposito che, prima che gli USA entrassero in guerra contro il Giappone nel 1941, le forze armate giapponesi erano uguali o perfino più addestrate di quelle statunitensi. Furono la superiore capacità produttiva delle industrie americane dell’epoca a consentire Washington di sopravvivere e poi vincere la lunga guerra contro il Sol Levante.

    Oggi è vero il contrario: la superiorità manifatturiera cinese è enorme di fronte a un Paese de-industrializzato e gli USA, sebbene più sperimentati nei conflitti, non sarebbero in grado di affrontare, vincendola, una guerra lunga con Pechino. Solo per fare un esempio, la capacità cantieristica cinese è 200 volte superiore a quella americana. Lo stesso nella produzione di aerei e artiglieria. È anche per questo (e non solo per motivi economici) che Trump vuole re-industrializzare la propria economia. Ecco dunque il cambio di strategia.

    È inutile, oltre che troppo dispendioso, continuare a cercare di “contenere” la Russia tra l’altro gettandola nelle braccia dei cinesi. Per salvaguardare il ruolo dominante degli USA, magari un po’ meno totale ma più sicuro, è meglio fare dei patti. Con i russi dapprima e poi, se possibile, proprio con i cinesi. Ciascuno dei tre riconoscerà all’altro la propria zona d’influenza, magari negoziandola al meglio, ma comunque garantendola successivamente.

    Agli USA andrà concesso il controllo sul continente americano (l’operazione in Venezuela è forse stata pre-concordata con la Russia e le varie dichiarazioni sono solo teatro?) e sugli attuali alleati Occidentali (compreso Giappone e Corea del Sud), ai russi si lascia l’Ucraina e ciò che considerano indispensabile alla loro sicurezza, ai cinesi una parte asiatica da definirsi durante i negoziati.

    Arrivare a un tale accordo omnicomprensivo non sarà facile perché le condizioni non sono più quelle di Yalta, ma è comunque meglio e più sicuro che dover affrontare una guerra. O subire l’abbandono del dollaro dalla maggior parte degli scambi internazionali. A questo proposito, non si dimentichi che il dollaro, seppur il suo uso è in calo, rappresenta pur sempre più del 65% della valuta usata nel commercio internazionale. Fu Kissinger a concordare con i sauditi, allora il maggior esportatore di petrolio, che tutto l’oro nero scambiato nel mondo fosse prezzato e pagato in dollari e ciò obbligò tutti a dover avere riserve di quella valuta per poter effettuare i pagamenti e garantire la stabilità degli scambi (tale soluzione fu resa necessaria dopo la decisione di Nixon di disdire gli accordi di Bretton Woods, cosa che mise temporaneamente in crisi il dollaro per tutto il mondo Occidentale come valuta di riferimento). Da qualche tempo a questa parte, per vari motivi che sarebbe lungo elencare, anche i sauditi accettano pagamenti in Yuan, e così fanno, per molte transazioni, tutti i Paesi dei BRICS e quelli che hanno debiti di vario genere con Pechino. Se il dollaro venisse meno in modo drastico quale maggiore valuta di riferimento, anche l’attuale benessere dell’americano medio, sarebbe a forte rischio per una miriade di ragioni.

    Naturalmente, il mondo auspicato da Trump produce alcune incognite e conseguenze non gradite dai Paesi che ne sarebbero coinvolti. La prima delle incognite è l’India, un Paese di un miliardo e trecento milioni di persone e un’economia in (relativa) crescita.  Modi è stato, in un certo senso, obbligato ad aprire a buoni rapporti con la Cina a causa degli ultimatum americani contro il suo acquisto di petrolio russo ma le tensioni con Pechino non si possono considerare del tutto risolte, né per una questione di confine, né per i rapporti che Pechino ha con il Pakistan, acerrimo nemico di Nuova Dehli.

    Ovviamente l’India non accetterebbe mai di subire una supremazia della Cina e, come dimostrato dagli ultimi eventi, nemmeno degli Stati Uniti. L’india resta dunque un’incognita. Quanto agli effetti negativi di una spartizione del mondo tra le tre grandi potenze, chi tra gli alleati attuali ne pagherebbe maggiormente le spese sarebbero l’Europa e il Giappone. La prima ha pedissequamente seguito gli interessi americani nel cercare di “contenere” la Russia con l’allargamento della NATO dapprima e, poi, con la rottura completa dei rapporti a causa dell’Ucraina.

    Stupidamente, gli europei volevano “punire” la Russia pensando di farlo a costo zero e si sono trovati ad avere la propria economia e le proprie finanze messe in ginocchio. Non solo l’Europa è oggi obbligata a pagare gas e petrolio a prezzi dettati dagli USA, ma si è anche impegolata a dover comprare altri miliardi di dollari dai produttori di armamenti a stelle e strisce e a de-industrializzarsi per favorire la re-industrializzazione d’oltre-oceano. Oggi, con il cambio di strategia trumpiano gli europei si sentono messi in angolo e cercano di alzare la voce (vedi i “Volonterosi”) sperando di poter aver una qualche voce in capitolo nel futuro dell’Ucraina.

    Abbandonati dagli USA nella NATO, Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino minacciano di inviare loro truppe a contrastare la Russia ma nessuno crede che possano farlo davvero sia per l’ostilità delle loro stesse popolazioni, solo parzialmente istupidite dall’assillante propaganda che predica un inesistente “pericolo russo”, sia per l’evidente impossibilità di avere una macchina bellica minimamente in grado di contrapporsi a Mosca, se davvero ce ne fosse l’esigenza. Parlano di “difesa europea” sapendo bene che non esiste alcuna Europa politica: chi mai comanderebbe un ipotetico esercito europeo se anche fosse creato sulla carta? La Von der Leyen? O lo farebbero da soli i militari? E in questo caso, quali? Gli inglesi? O i francesi? I tedeschi no di sicuro perché, almeno per ora, sono (anche grazie, tra gli altri, al loro Ministro della difesa Von Der Leyen) le forze armate più scalcagnate d’Europa.

    Quello “europeo” è quindi solo un bluff e, se il piano di Trump riuscisse, tutto avverrebbe sopra le nostre teste e da pseudo-colonie, diventeremmo colonie a tutti gli effetti. Certo, se avessimo avuto politici più lungimiranti e si fossero costituiti gli Stati Uniti d’Europa in forma federale tutto sarebbe stato differente. Ma così non è stato. Quando avremmo potuto pensarci, anziché l’”allargamento” avremmo dovuto fare prima l’”approfondimento”. E solo con chi ci stava. Oggi stiamo faticando perfino ad essere non solo un nano politico ma anche un gigante economico.  Il Giappone, seppur con storia e situazione diverse, non sta molto meglio. Un accordo tra Cina e USA passerebbe anche sulle loro teste ed è per questo che stanno correndo ai ripari ri-armandosi, pur tradendo la loro stessa Costituzione. Se guardiamo a Taiwan la situazione può essere ancora peggiore. In ogni tipo di possibile accordo, Pechino non potrebbe permettersi di rinunciare al possesso dell’isola e ciò diventerebbe una conditio sine qua non per ogni esito positivo delle negoziazioni.

    Per ora dobbiamo soltanto stare a vedere e, come sta facendo la nostra Meloni, tenerci aperte quante più porte possibili.

  • Il documento di Trump ‘Strategia di Sicurezza Nazionale’ chiarisce i suoi obiettivi

    Il documento di Trump “Strategia di Sicurezza Nazionale” chiarisce i suoi veri obiettivi.

    Appare evidente la forzatura di alcuni passaggi che mettono l’Europa all’interno di critiche offensive ed esagerate e in larga parte false e strumentalizzate, per tentare la disgregazione dell’Europa e dare vita a logiche divisive degli Stati del Vecchio Continente e favorire gli interessi dei partiti sovranisti e populisti europei, da tempo foraggiati dalla Russia, ed ora anche dagli USA, secondo la logica del divide et impera, in quanto i singoli Stati da soli non hanno la forza per potersi difendere dalle superpotenze. Perché il compito dei sovranisti e populisti è unicamente la cancellazione dell’UE e della democrazia, per ridurre gli Stati Europei a colonie o protettorati asserviti al potere supremo degli autocrati. Sorprende che Trump abbia di fatto emulato parzialmente la strategia del BRICS, e cioè degli stati nemici dell’occidente capitanati da Cina e Russia, che appunto da anni tentano di attuare le stesse strategie che risultano nel documento strategico e cioè la cancellazione della democrazia. Non solo quindi l’occidente, sulla base del documento di Trump, è rappresentato solo dagli USA, rompendo 80 anni di alleanza basata fondamentalmente sulla comune fedeltà alla democrazia, ma addirittura vuole realizzare il “nuovo ordine mondiale” imponendo il criterio della spartizione delle “aree di influenza” da dividere tra le tre superpotenze, e sottomettere tutta la terra.

    Ecco perché si vuole la cancellazione dell’Europa e dei suoi sistemi democratici, che hanno contribuito alla realizzazione di uno stile di vita e di un imponente progresso di welfare sconosciuto nel resto del mondo, USA compresi. L’unica differenza con le strategie del BRICS è la sostituzione della Cina con gli USA, e per questo Trump vuole portare Putin dalla sua parte, malgrado la sua totale dipendenza dalla Cina, che non consentirà mai a Putin di cambiare casacca.

    Pur di avere l’alleanza di Putin, che non avrà mai, Trump lo ha riabilitato, gli vuole offrire una vittoria che in quattro anni non ha saputo conquistare, sta facendo di tutto per imporre all’Ucraina una pace che somiglia ad una capitolazione, per niente dignitosa, che l’Ucraina non merita per il coraggio dimostrato e perché non è stata sconfitta sul campo di battaglia, ma addirittura, come ulteriore grazioso omaggio a Putin, ha voluto la rottura dell’alleanza con l’Europa, lasciando il vecchio continente, militarmente debole, in balia di un personaggio che costituisce una minaccia fortissima per il suo futuro di indipendenza e libertà.

    Ma la cosa peggiore è stata il silenzio di tutti i leader europei, nonché purtroppo le dichiarazioni di due alti personaggi dell’UE che hanno proseguito con la minimizzazione delle decisioni di Trump e addirittura concedendo alcune affermazioni positive sul documento della strategia del Presidente USA. Ha sbagliato infatti l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Kaja Callas che ha dichiarato: “Gli Stati Uniti sono ancora il nostro più grande alleato” e “Alcune critiche sono anche fondate” e il Premier Meloni che già aveva commentato positivamente l’ignobile intervento di J.D. Vance vicepresidente degli USA, tenuto a Monaco il 15 febbraio 2025, con la frase: “J.D. Vance ha ragione, l’Europa si è persa”, e, dopo mesi di invito a tutti i colleghi Europei di assecondare e non irritare Trump, rilascia una intervista a Mentana su La7 dove dichiara: “Il documento strategico di Trump, al di là di alcuni giudizi sulla politica dell’Unione Europea che CONDIVIDO […]” ed ancora: ”Gli americani decidono oggi come difendere i loro interessi perché hanno la forza per farlo (a nostro discapito!). Quando l’Europa vuole difendere i suoi interessi?”. Quindi il Premier Meloni condivide molti insulti degli americani all’Europa, non dice nulla sulle altre affermazioni altrettanto gravi, accetta che possano decidere di fare i loro interessi a nostro discapito, e non spiega come l’Europa dovrebbe difendere i suoi interessi, perché certamente l’idea della Commissione UE del riarmo dei singoli stati è una totale stupidaggine. E ciò perché 27 piccoli eserciti di 27 nazioni divise, non potrebbero mai essere la soluzione della sicurezza dei nostri confini esterni. E quindi il Premier non ha alcuna strategia. Tutti sanno che l’unica soluzione è la costituzione della Federazione degli Stati d’Europa con chi ci sta. A maggior ragione, oggi, che è definitivamente imploso l’ombrello USA. Ed allora perché il Premier Meloni, l’intera maggioranza e tutta l’opposizione, seguono la linea della congiura del silenzio, e nessuno, malgrado qualche voce nel deserto autorevolissima, affronta questo tema, e da anni, dopo l’inizio dell’aggressione dell’Ucraina, si è solo fatto finta di trovare altre soluzioni che di fatto non esistono? Questa mancanza di dibattito, il fatto di ignorare che l’UE non può coordinare un esercito europeo, perché non è una entità statuale, e perché gli Stati ne hanno inutilmente la totale sovranità, come potrebbe mai funzionare il “riarmo”? La federazione, di cui c’è bisogno estremo ed immediato, dovrebbe costituire, come avevano pensato i nostri padri fondatori, lo strumento unitario per la difesa con il solo compito di unificare le forze armate, garantire una politica estera unica e un governo guidato dal Presidente eletto dai cittadini degli stati federati. Il resto dei poteri resterebbe agli Stati. Il premier Meloni che ha dichiarato che: “l’Italia non è in condizione di difendersi”, avrebbe dovuto spingere su questa direzione e non affidarsi all’alleanza USA, specie con l’attuale ormai dichiarata rottura, sulla quale insiste forse perché pensa che, siccome si va verso la disgregazione dell’Europa, l’Italia, grazie al suo rapporto con Trump, sarebbe comunque protetta? Ma, a parte il fatto che questo famoso rapporto non ha dato finora alcuna concreta prova di esistenza, come sarebbe garantita questa eventuale protezione speciale, considerato che dal documento di Trump l’obiettivo è di spostare tutto il potenziale bellico dall’Europa al Pacifico? Ma soprattutto come dimenticare l’abitudine storica degli Americani di abbandonare gli alleati al loro destino, dall’oggi al domani, se la guerra non conviene più, come nel caso di Vietnam e Afghanistan? Ed infine, dov’è il senso vero del sovranismo al potere, se dove governa non è neanche in grado di garantire la sicurezza dei confini ai suoi cittadini e l’unico obiettivo è quello di cancellare la democrazia e consegnare gli Europei ai tiranni? E come si può accettare che si rinunci, per pura ideologia sovranista, alla Federazione dell’Europa, che mette alla pari tutti i cittadini degli Stati che aderiscono, e che è l’unico modo per garantirci dalla minaccia delle superpotenze, guidate da autocrati senza etica e rispetto per nessuno, ed evitare di diventarne coloni e sudditi? Questo è l’esatto contrario della difesa dell’interesse nazionale, e piuttosto somiglia al tradimento di ogni speranza di un futuro di pace, benessere, libertà e indipendenza dei popoli europei.

  • Entro il 2030 30 milioni di bambini rischiano di morire prima dei 5 anni

    30 milioni di bambini nei prossimi 5 anni rischiano di morire a causa di conflitti, cambiamenti climatici e violenza diffusa e della parallela diminuzione dei fondi per la cooperazione internazionale.

    La denuncia arriva da Fondazione CESVI che, in occasione della Giornata Mondiale dell’Infanzia, ricorda che, solo nell’ultimo anno, il taglio dei finanziamenti ha messo a rischio i servizi e i progetti di lotta alla fame e alla malnutrizione di cui beneficiano oltre 14 milioni di minori, rischiando di lasciare senza assistenza 2,3 milioni di bambini affetti da deperimento acuto e di causare fino a 369mila decessi infantili in più, oltre mille al giorno.

    Attualmente, nel mondo, sono quasi 40 milioni i bambini con meno di 5 anni che soffrono di malnutrizione acuta mentre circa 1 miliardo di minori è esposto a shock climatici e ambientali con quasi il 90% del carico globale delle malattie associate ai cambiamenti climatici, al degrado ambientale e all’inquinamento che ricade proprio sui più piccoli. A questo si aggiunge la violenza causata dall’uomo: nell’ultimo anno le Nazioni Unite hanno rilevato oltre 41mila gravi violazioni contro i bambini durante conflitti armati tra cui quasi 12mila casi di uccisione o mutilazione e oltre 7.400 casi di reclutamento o utilizzo di minori come soldati e quasi 5mila casi di rapimento.  I conflitti nella Striscia di Gaza, in Sudan, in Myanmar e in Burkina Faso sono stati i più letali per i bambini.

    Complessivamente, sono oltre 500 milioni i minori che vivono in zone colpite da intensi conflitti, di cui 218 milioni nella sola Africa, dove ben il 32,6% del totale dei bambini risiede in zone colpite da violenza armata. Tra i contesti più drammatici, il Sudan, il Paese con la più grave crisi umanitaria al Mondo (30,4 milioni di persone, più di 3 sudanesi su 5, con bisogni umanitari urgenti), dove la guerra ha stravolto la vita di 24 milioni di bambini esponendoli anche ad uccisioni, mutilazioni, rapimenti, violenze sessuale e reclutamento da parte di gruppi armati e dove più di 12 milioni di persone sono a rischio di violenza di genere e abusi. Nel Paese, grazie al sostegno della Cooperazione Italiana, CESVI ha avviato un progetto dedicato alla protezione delle donne, dei bambini e dei sopravvissuti alla violenza di genere e sta realizzando spazi sicuri (Protection Safe Corners) all’interno dei centri di salute, dove le persone più vulnerabili possano ricevere assistenza psicologica e supporto legale in un ambiente protetto, riservato e dignitoso. In questi spazi, gestiti da psicologi e operatori specializzati, vengono forniti servizi di assistenza sociale per le vittime, supporto psicosociale, sostegno economico e distribuzione di kit per l’igiene e la dignità femminile.

    Anche in Italia, seppure di diversa origine, si registrano significative situazioni di pericolo per bambini e adolescenti. In particolare, in Italia 1 minore su 4 è a rischio di povertà ed esclusione sociale anche a causa di esposizione al rischio di maltrattamento. Secondo l’ultima edizione dell’Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia in Italia di Fondazione CESVI, le regioni italiane dove è più pericoloso essere bambini sono Campania, Sicilia, Puglia e Calabria, dove non solo sono presenti fattori di rischio elevati, ma si riscontrano anche importanti criticità sul fronte del sistema dei servizi di contrasto, che risultano al di sotto della media nazionale.  In linea generale, quasi tutte le regioni del Meridione, secondo il rapporto,  sono “ad elevata criticità” sul fronte del rischio del maltrattamento, anche a causa di condizioni socio-economiche più difficili: nelle regioni del Mezzogiorno il 43,6% dei bambini e ragazzi con meno di 16 anni è a rischio di povertà o di esclusione sociale, un dato estremamente più elevato sia rispetto alla media nazionale (26,7%) che rispetto ai dati territoriali relativi al Centro (26,2%) e al Nord Italia (14,3%).

  • Trump e il lupo

    Una volta c’era il detto “il lupo perde il pelo ma non il vizio”, in verità il lupo è un animale nobile non ha vizi ma ha abitudini, dovuti anche alle regole sociali del suo branco ed alla necessità di sopravvivere.

    Chi invece ha vizi manifesti, specialmente quelli di cambiare idea con la velocità della luce, di contraddirsi in continuazione, di rimangiarsi promesse e dichiarazioni e di lodarsi ad ogni piè sospinto è il presidente Trump.

    Certo il cessate il fuoco a Gaza è stata una sua vittoria e gliene diamo merito, ripetiamo il cessate il fuoco, per altro non proprio totale visto che, ogni giorno, ci sono ancora azioni violente, con morti, da ambo le parti.

    Una vittoria che rischiamo non porti però all’obiettivo che deve essere raggiunto, disarmare Hamas, ridare ai palestinesi un governo che li conduca alla libertà ed alla sicurezza, garantire ad Israele il pieno riconoscimento e la pace, dopo aver finalmente onorato e seppellito tutti gli ostaggi morti ed, ovviamente, nel tempo necessario, dare vita a due popoli, due Stati che convivono.

    Dopo questo iniziale successo a Gaza che ha acceso la speranza anche in Ucraina, molti hanno pensato che se Trump era riuscito a convincere, almeno in parte, Hamas avrebbe potuto anche ottenere da Putin almeno un cessate il fuoco che porterebbe ai passi necessari per una seria trattativa che porti alla pace, dopo l’infingarda guerra scatenata dallo zar russo.

    Purtroppo siamo alle solite, la mattina Trump dichiara che l’Ucraina potrebbe anche vincere la guerra e promette l’invio dei missili Tomahawk e già il giorno dopo parla con Putin, decide che i Tomahawk non possono essere inviati perché servono alla difesa americana, non si sa da quale imminente attacco, butta per terra le mappe militari che Zelensky gli ha portato, per metterlo al corrente della realtà, e invita gli ucraini a cedere un’intera regione, il Donetsk, particolarmente importante per le sue prerogative economiche, salvo poi disdire, per il momento, l’incontro con Putin

    Come fidarsi di un tale continuo volteggiare tra un invito a difendersi ed un invito ad arrendersi!

    Riconfermando tutto l’appoggio all’Ucraina, insieme a coloro che credono nella libertà e nella democrazia, al rispetto delle regole internazionali e della incolumità dei civili, continuamente bombardati da Putin, non siamo più di tanto stupiti dalle ultime dichiarazioni di Trump che, già nel passato, aveva fatto vergognosi voltafaccia rimanendo sempre teso a fare affari, anche con Putin, e a cercare di accreditarsi come l’uomo che fa scoppiare la Pace anche dove non sembra possibile.

    Intanto rivolgiamo nuovamente un appello ai leader europei: bisogna armarsi, per essere in grado di difenderci, è una necessità urgente, si stanno spendendo troppe parole rispetto ai pochi fatti necessari ed urgenti e continuare a sostenere l’Ucraina è un dovere imprescindibile anche per la nostra sicurezza.

    Se il presidente americano si contraddice ogni momento dimostriamo da europei che la nostra cultura e civiltà ci sostengono e ci guidano impedendoci di essere ondivaghi, ricattabili, indifesi ed indifferenti verso il popolo ucraino e verso i nostri cittadini.

  • Non nel nome di Dio

    Da un lato una gran parte della società, in tutto il mondo, dipende dai social, è interessata, influenzata da tutto ciò che appare e che vuole imitare, o almeno crede di poter imitare, perciò per tanti è meglio digiunare per potersi comperare un oggetto firmato o per andare, una volta almeno, in un ristorante stellato per far vedere che si fa parte del mondo che conta.

    In questa società odiatori da tastiera e giovani rimbambiti, dall’uso smodato ed ossessivo della rete, sono quanto di più lontano possiamo immaginare da quanti possono avere ed hanno attenzione od interesse per qual si voglia religione.

    Dall’altro lato, invece, sono riprese proprio le guerre di religione, specie a danno dei cristiani e dei cattolici, come dimostrano le centinaia di attentati e di uccisioni avvenuti in questi anni, ovunque nel mondo. Dal quel famigerato, tragico 7 ottobre del 2023 sono ripresi gli atti e le intimidazioni contro gli ebrei mentre l’islamismo, unica religione che, secondo l’interpretazione di molti religiosi islamisti, predica così fortemente il martirio, se compiuto per combattere gli infedeli, trova proseliti anche nei paesi occidentali.

    Negli Stati Uniti, dove con buona pace di Trump, che continua a negarlo, vi sono più armi che cittadini, infatti in molti hanno più di un arma in casa, si sta dando vita ad una vera crociata che vede da un lato colpite chiese o sette cristiane e dall’altro cristiani, o presunti tali, che si ritengono gli unici detentori della verità.

    Le guerre di religione in effetti sono solo, come sempre, guerre di potere, economico, elettorale, politico, che si ammantano di pretesti religiosi e che usano le persone invocando Dio, come bandiera ed arma.

    Lo vediamo anche in Russia dove la chiesa ortodossa è non solo schierata ma attiva alleata della miserabile guerra che Putin ha scatenato contro l’Ucraina. Il dissidio tra gli ortodossi, proprio per le azioni del patriarca Kirill, alleato di Putin anche per i trascorsi da Kgb, ha portato ad una totale frattura tra la chiesa di Mosca e quella degli altri Stati come l’Ucraina e la Romania.

    Più la tecnologia avanza impedendo lo sviluppo del pensiero e, sostituendosi al nostro cervello, ci toglie la capacità di ragionamento e moderazione più nascono movimenti integralisti e l’odio tra singoli, gruppi, popoli è fomentato da leader tesi solo all’affermazione di sé stessi.

    Che le persone si uccidano reciprocamente, che nei secoli proprio le religioni siano state il pretesto per scatenare veti stermini non è una novità ma che nel terzo millennio si debba ancora usare il nome di Dio per commettere atti infami dovrebbe farci riflettere molto sul grado di imbarbarimento morale della società nella quale viviamo.

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