inflazione

  • Le due inflazioni e le imbarazzanti deduzioni

    Grande risonanza hanno ottenuto, all’interno dei maggiori quotidiani nazionali, le deduzioni dai dati statistici presentati dall’Istat relativi al tasso di inflazione differenziale tra famiglie maggiormente e meno abbienti. A queste analisi statistico/numeriche, poi, sono seguiti altri imbarazzanti commenti riscontrabili nei maggiori media nazionali, anche economici.

    L’Istituto di Statistica (ISTAT) rileva come alle spese energetiche (gas, benzina, gasolio, bollette elettriche) le famiglie con minori risorse destinino il 14.5% del proprio reddito mentre per le spese alimentari oltre il 17% con un tasso di inflazione combinato e complessivo dell’1,8%.

    Viceversa le famiglie che appartengono alle fasce di reddito superiore destinano alle spese energetiche circa il 6,6% del proprio reddito mentre per quelle alimentari circa l’8,1%: con un conseguente tasso di inflazione combinato e complessivo del 1,3%.

    E’imbarazzante soprattutto il quadro complessivo dei commenti e delle analisi a questi dati in quanto emergerebbe scontata ed evidente (da una semplice preparazione di base) la considerazione secondo la quale le spese energetiche rappresentino delle “spese  incomprimibili” alle quali nessuna famiglia possa sottrarsi indipendentemente dal reddito. Logica conseguenza evidenzierebbe, in modo inequivocabile, come il valore delle percentuali destinate per tali costi incomprimibili  dipendano fondamentalmente dal reddito disponibile. Una considerazione talmente elementare che non dovrebbe suscitare alcun commento a livello statistico e tantomeno economico ma da considerarsi come accettata.

    Leggermente più complesso il confronto tra le diverse percentuali di reddito disponibile destinato alla spesa alimentare. Da un semplice confronto emerge evidente come il differenziale percentuale tra le due tipologie di spesa (energetica ed alimentare) aumenta nel caso di quella destinata ai generi alimentari: mentre il differenziale relativo alla sola spesa energetica è del 7,9% (14,5% e 6,6% tra famiglie appartenenti alle due fasce di reddito) nella spesa alimentare questo cresce fino all’ 8,9% (17% e 8,1% per fasce di reddito).

    All’interno infatti della rilevazione statistica per le spese alimentari ma soprattutto nelle analisi conseguenti NON si dovrebbe dimenticare la legge di Engel. Questa dimostra come al crescere del reddito della percentuale di reddito aggiuntivo cresca progressivamente quello destinato al consumo di altri beni diversi da quelli alimentari. In altre parole, al crescere del reddito disponibile non aumenta in modo proporzionato la spesa destinata ai generi alimentari perché buona parte del reddito aggiuntivo viene impiegato nel consumo di altri beni di non prima necessità.

    In più nelle fasce di reddito più basse l’alimentazione acquisisce una caratteristica di “consumo consolatorio” finalizzato al supporto di una condizione economica disagiata: risulta quindi percentualmente maggiore il differenziale con le fasce di popolazioni più agiate.

    Tornando alle Rivelazioni Statistiche che tanto interesse hanno suscitato emerge evidente come quello che per molti rappresenta un quadro statistico “nuovo ed articolato” altro non è che un consolidato schema supportato da un minimo di conoscenza delle regole economiche di base.

    I due diversi dati relativi alle due inflazioni o, meglio, il peso delle spese incomprimibili per fasce di reddito rappresentava per molti un fattore acquisito.

    L’imbarazzo nasce dalla semplice considerazione come non lo fosse per tutti. Anzi per troppi.

  • La crescita dei depositi bancari in dieci anni: +75%

    Negli ultimi dieci anni, sicuramente gli anni più difficili dal dopoguerra per la crisi economica originata dalla crisi finanziaria negli Stati Uniti ma arrivata da noi nella sua massima espressione nel novembre 2011 e nella quale ancora il nostro Paese si trova, il sistema bancario ha aumentato i propri depositi del 75%. Un dato sicuramente impressionante se confrontato con altri della economia reale in quanto a tale crescita di risorse depositate non ha fatto riscontro alcun aumento dell’attività bancaria istituzionale. Non da oggi l’accesso al credito, specialmente per le Pmi, vede un forte rallentamento degli investimenti anche nelle zone economiche (distretti industriali) che risultando export oriented e come tali rappresentano il modello vincente di economia (per visone dei dati completi anche riferiti agli ultimi quattro anni, https://www.ilpattosociale.it/2018/10/11/gli-istituti-bancari-abbandonano-i-distretti-industriali-massima-espressione-contemporanea-del-made-in-italy/).

    La crescita dei depositi poi dimostra in modo inequivocabile come l’incertezza, prima legata alla crisi economica internazionale successivamente alla solita politica italiana priva di ogni strategia economica di sviluppo, blocchi la propensione all’acquisto mortificando a sua volta la domanda interna e quindi l’economia stessa. I dati in questo senso sono sconfortanti. A fronte di una crescita del debito come della spesa pubblica, inarrestabili dal 2012 in poi, l’ultima rilevazione statica impietosamente dimostra, ancora una volta, l’assoluto fallimento delle politiche economiche dei governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte/Salvini/DiMaio.

    La crescita del Pil nell’ultimo trimestre è di + 0%, il che rende un miraggio il raggiungimento del 1,1% (sceso dalla previsione del +1,4% previsto “dall’esperto” Padoan), mentre i consumi risultano arretrati del 2,5%, con un calo allarmante degli acquisti dei beni alimentari dello -0,6% (prima volta dal 2012).

    I dati poi delle crescite precedenti del PIl sono attribuibili solo alla crescita della domanda delle filiere internazionali nelle quali per la grande capacità di innovazione le nostre Pmi vengono inserite assumendo dopo il confronto di quelli attuali e dimostrando la assoluta inconsistenza reale delle politiche dei governi precedenti. Solo un mese addietro il direttore di una società della grande distribuzione affermò come la crisi del consumi fosse da attribuire interamente alla diversità di tipologie di contratti negli ultimi anni. A tal fine, infatti, si ricorda come dal settembre 2017 al 2018 risultino diminuiti di 184.000 unità i contratti a tempo indeterminato mentre quelli a tempo determinato siano aumentati di 368.000 unità.

    Il saldo positivo di 184.000 contratti, quindi, sotto il profilo statistico si riverbera come un fattore fortemente negativo se venisse valutato l’effetto economico delle due tipologie di contratto sull’andamento dei consumi. Quindi, in attesa di entrare in una fase di recessione, il nostro paese vive da due trimestri una fase di stagflazione (https://www.ilpattosociale.it/2018/10/31/lincubo-stagflazione/) nella quale la crescita del Pil rimane abbondantemente al di sotto della crescita del Pil ed il cui differenziale si traduce in una perdita di potere di acquisto dei consumatori.

    In questo contesto economico quindi anche il settore del credito al consumo, ed in particolare quello relativo ai prestiti personali che indica una crescita del+2,7% per l’anno in corso, indica come una parte dei cittadini, sempre più incerti nella propria visione futura, da una parte mantenga liquido in banca parte del proprio reddito (riducendo la domanda interna) mentre l’altra ricorra sempre più al credito al consumo per “finanziare” la gestione quotidiana della propria vita. In questo contesto allora la crescita dei depositi bancari del 75% diventa un insulto alla economia reale.

    Il sistema bancario in altre parole certifica per l’ennesima volta il tradimento della propria funzione istituzionale non finanziando l’economia delle Pmi e dei distretti industriali ma utilizzando le immeritate nuove risorse finanziarie a disposizione per sostenere la deriva finanziaria del sistema nel suo complesso.

    Quando un sistema bancario cresce a discapito e durante una profonda crisi economica e finanziaria come quella italiana (che dura da 10 anni, unico paese del mondo!) dimostra il tradimento della propria funzione economica, come di quella istituzionale, con la complicità di una classe politica che al riparo da qualsiasi ricaduta diretta economica che la possa coinvolgere dimostra la propria incompetenza se non complicità.

  • Crescita, inflazione, consumi: gli effetti dei differenziali di crescita

    Oltre al sostegno al debito pubblico fortemente sostenuto dalla iniezione di liquidità della BCE con il Q.E., uno dei desideri reconditi inconfessabili del presidente della Banca Centrale Europea rimaneva  quello di stimolare non solo la ripresa economica ma anche parallelamente l’inflazione. Un desiderio inconfessabile condiviso anche dalla componente economica dei governi Renzi e Gentiloni i quali addirittura erano favorevoli all’aumento dell’IVA considerata strumento idoneo all’aumento dell’inflazione che ne sarebbe scaturita. Questi desideri nascevano dalla possibilità legata alla ripresa dell’inflazione di rendere inevitabilmente meno pesante il fardello del debito pubblico in costante crescita di circa 56 miliardi all’anno anche se veniva professata l’austerità che sarebbe stata imposta  dall’Europa. In altre parole si tentava con l’artificio valutario di coprire i disastri della gestione della spesa pubblica dei governi Renzi e Gentiloni.

    Tutto sommato con le opportune diversità questo pensiero o desiderio risulta simile a quello  dei sovranisti che vedono nel ritorno alla Lira e nella conseguente immediata esplosione dell’inflazione l’unico metodo per togliere peso al debito pubblico in aggiunta anche alla considerazione, assolutamente infantile in un contesto competitivo, che la stessa inflazione si trasformasse in  fattore competitivo per le stesse imprese e export oriented.

    Nel luglio 2018 tutte le tre, diverse per genesi ma coincidenti per fini desideri di inflazione, possono considerarsi soddisfatte. Dopo gli avveniristici indicatori di crescita coniati dal governo Gentiloni, supportati come sempre da Confindustria, indicati in un tasso di aumento del Pil a +1,4%, due successive correzioni hanno portato il tasso di crescita per il  2018 prima all’1,3% ed ora all’1,2% e all’ 1% per il 2019. Viceversa, l’inflazione dalle ultime rilevazioni risulta del +1,3% grazie soprattutto all’aumento della quotazione del barile di petrolio come nel contingente dall’aumento dei prezzi della verdura fresca del 2,2%.

    In altre parole la strategia economica monetarista, che ha fornito esclusivamente delle sterili iniezioni di liquidità ed inflazione conseguente (peraltro molto al di sotto delle previsioni a causa della domanda interna in continua a flessione), ha portato ad una crescita nominale del PIL inferiore all’inflazione stessa. Una perversa contraddizione in termini.

    Questo ovviamente determina una perdita di capacità di spesa dei consumatori italiani. L’andamento infatti dei consumi rileva un +1.1% per il 2018 il che dimostra ancora una volta l’effetto perverso del differenziale tra  crescita inflazione e consumi. Si evidenzia, ancora una volta, come l’inflazione che non risulti legata ad un aumento della domanda (quindi espressione di un economia in crescita e comunque calcolata  mediamente entro  il  +2%) ma a fattori esogeni, e quindi importata, potrà fornire un sollievo al peso del debito il cui costo comunque ancora una volta andrà a gravare sulle capacità economiche dei cittadini. Quindi, a fronte di una perdita del potere d’acquisto attribuibile al “costo dell’inflazione” nell’economia italiana ne consegue un ulteriore calo dei consumi legato alla politica valutaria.

    Draghi, Padoan, Calenda e sovranisti nel loro complesso, in questo spalleggiati ormai dalla sempre più ridicola posizione di Confindustria, potranno essere anche entusiasti degli obiettivi raggiunti ma che  verranno pagati in termini di minore  capacità e disponibilità economica dai cittadini italiani, come tutti gli indicatori economici stanno dimostrando.

    Sembra incredibile come, mentre tutti affermino che il mercato nella sua forma odierna  risulti  cambiato in virtù della globalizzazione, ancora oggi  si cerchino facili e banali ricerche e strategie di sviluppo attraverso la semplice leva monetaria la quale sta portando il nostro Paese verso la marginalità economica mondiale.

     

  • Pil ed inflazione: chi paga il differenziale

    Sembra incredibile come ancora oggi troppi esponenti, diretta espressione della linea politica economica dei partiti, continuino imperterriti a parlare di crescita economica italiana unita al raggiungimento degli obiettivi prefissati dagli ultimi governi successivi al 2013 (quindi dal governo Monti), quando i dati consuntivi, soprattutto i numeri negativi uniti alle prospettive di crescita, delineano un quadro assolutamente diverso. Uno scenario talmente fosco da assumere le tinte di una vera e propria recessione.

    I dati relativi alla crescita economica per il 2018 parlano di una crescita del PIL pari a 1,5 % (a tal proposito si ricorda che, come sempre da oltre vent’anni,a settembre si assiste ad un ritocco decimale al ribasso). Assolombarda prevede invece la crescita dell’inflazione, sempre per l’anno 2018, pari al 1,7%. Il differenziale, cioè lo 0,2%, indica chiaramente ed inequivocabilmente la decrescita reale del potere d’acquisto dei cittadini, quindi da una vera e propria recessione del valore nominale nella capacità di acquisto, espressione forse impropria ma reale di una recessione economica. Il tutto frutto di una crescita inferiore persino al tasso di inflazione, quindi essa stessa espressione di una domanda interna e conseguentemente di una frenata anche dell’export.

    La risultante dell’incrocio di questi dati delinea una situazione paradossale se confrontata con le  teorie economiche che negli ultimi anni hanno assunto la centralità della discussione economica e politica italiana.

    Il risultato di tale aumento dell’inflazione superiore al PIL viene determinato dall’importazione dell’inflazione stessa attraverso l’aumento delle materie prime, in particolare i prodotti petroliferi, come delle tariffe pubbliche, soprattutto quelle legate ai servizi offerti dalle aziende partecipate e dagli enti locali, espressione della mancanza di concorrenza ed ancora oggi di rendite di posizione. Come non ricordare la posizione favorevole all’aumento dell’IVA dei ministri Padoan e Calenda i quali si illudevano, attraverso l’impostazione dell’IVA, di ottenere l’obiettivo di ridurre il peso del debito pubblico.

    Un’opinione questa condivisa anche dal presidente della BCE Draghi il quale, nonostante la politica monetaria fortemente espansiva, non riuscì a ottenere un sostanziale aumento dell’inflazione, addirittura dirottando  la speranza nell’aumento del prezzo del greggio e dimostrando, ancora una volta, come tanto i politici italiani quanto i presidenti europei non si siano mai posti il problema di chi avrebbe pagato differenziale tra un aumento del PIL inferiore al tasso di inflazione.

    Dall’altra parte di questa contesa politica ed economica ci sono i sostenitori dell’inflazione legata magari  ad una moneta debole la quale darebbe impulso all’esportazione rendendo competitivi i prodotti italiani. In questo senso ecco allora i sostenitori del ritorno alla liretta, visionari ma soprattutto pericolosi in quanto l’inflazione provoca una sostanziale perdita del potere d’acquisto dei cittadini a reddito fisso e, di conseguenza, la nuova competitività andrebbe tutta a carico dei cittadini stessi. Agli smemorati sostenitori di questa dottrina si ricorda come negli anni ‘70 venne introdotta la scala mobile la quale a sua volta generò  nuova inflazione tanto da dover essere abolita all’inizio degli anni ‘80 per fermare la spirale inflattiva che in pratica impoveriva il ceto medio. Senza dimenticare la problematica relativa al Fiscal Drag, cioè all’aumento del prelievo fiscale allegato all’aumento dei valori nominali delle retribuzioni.

    Per quanto riguarda invece le previsioni del 2019, il grafico nella foto riporta come la nostra decrescita economica risulterà ancora maggiore in quanto il PIL crescerà solo del +1.2% (quindi con un – 0,3% di crescita economica) al quale contemporaneamente seguirà un aumento dell’inflazione pari al +1,4%.

    Il terribile combinato di frenata della crescita del PIL, unito comunque ad una infrazione che risulta superiore dello 0,2% al PIL stesso, determinerà ancora, una volta, una perdita del potere d’acquisto dei cittadini, quindi una ulteriore flessione della domanda interna che rappresenta una delle motivazioni per la quale non si riesce a trovare una crescita stabile dell’economia del nostro Paese.

    Un quadro a dir poco allarmante per non dire disastroso che evidentemente non riesce a suscitare alcuna reazione nel mondo politico come in quello economico, entrambi rivolti verso teorie  e strategie economiche  espressione di un asset economico ormai superato dal mercato globale. Si guarda al passato per non dimostrare l’incapacità di comprendere il presente e di delineare uno scenario futuro.

  • 11 marzo 2018: la spesa pubblica

    Questa data passerà alla storia in quanto è stato “finalmente” raggiunto il livello di 2300 miliardi di debito pubblico, come si può tranquillamente verificare consultando il sito dell’Istituto Bruno Leoni di Milano (http://www.brunoleoni.it/debito-pubblico-italiano.htm).

    Se confrontato al momento di massima difficoltà dello Stato italiano individuabile nel novembre 2011, che comportò l’arrivo alla Presidenza del Consiglio di Mario Monti, il debito allora segnava un livello di 1987 miliardi. Quindi  tutti i governi, Monti,Letta, Renzi e Gentiloni, hanno aumentato il debito di oltre 315 miliardi ai quali bisogna aggiungere i valori delle varie manovre finanziarie (il  solo governo Monti ne varò una da 92 miliardi) per una somma complessiva di circa 250 miliardi. A tutto ciò si somma una novità assoluta per lo stato italiano di questi ultimi tre anni: circa 55 miliardi di nuovo debito non in bilancio (una sorta di nero di Stato), come confermato dalla Corte dei Conti.

    In altre parole dal novembre 2011 lo Stato italiano, tra debito pubblico per finanziare nuova spesa pubblica e manovre finanziarie, ha gestito  circa seicentoventi (620!!!) miliardi di risorse pubbliche per ritrovarsi nella medesima situazione a distanza di sette anni addietro. Perché nonostante questa iniezione di risorse finanziarie e dando anche per mediamente veritieri i dati relativi alla crescita italiana (la quale al netto dell’inflazione risulta essere di più 0,3%) mai come oggi un quarto della popolazione risulta a rischio povertà, come confermato dalla Banca d’Italia.

    Ovviamente le responsabilità di tale situazione vanno distribuite equamente alle politiche ottuse e miopi dei governi degli ultimi venticinque/trent’anni che hanno puntato alla deindustrializzazione del nostro paese portata avanti con cieca costanza fino alla crisi epocale del novembre 2011 nella  quale sono riemerse come fattore centrale finalmente le ritrovate possibilità di crescita legate alle PMI e all’Industria nel suo complesso. Politiche talmente a senso unico e miopi che però hanno visto sempre il pieno sostegno dei media come di tutto il mondo accademico e di tutti i politici pseudoesperti di economia.

    Tuttavia risulta evidente che se gli indici che determinano il livello di consumi non aumentano lo sviluppo attuale sarà semplicemente una partita di giro legato agli sgravi fiscali che vengono riconosciuti giustamente per la digitalizzazione dell’industria italiana. Al di là delle differenze attribuibili al diverso posizionamento politico all’interno dell’arco parlamentare e al di là dei risultati che le singole coalizioni riusciranno ad ottenere, il minimo comune denominatore di tutti quanti i programmi elettorali e politici viene rappresentato dall’invocato ricorso ad un maggiore utilizzo della spesa pubblica come elemento e fattore fondamentale per la ripresa economica ed occupazionale.

    La spesa pubblica quindi viene individuata o meglio il suo ulteriore aumento rispetto al già insostenibile livello attuale viene indicato come il fattore determinante per la ripresa in contrapposizione “all’austerità fino a qui imposta dall’Europa”. Paradossale come questo ragionamento risulti anacronistico, specialmente in rapporto ai diversi rilevatori economici.

    Innanzitutto non è vero che negli ultimi anni i governi che si sono succeduti alla guida del paese non abbiano ampiamente fatto ricorso alla spesa pubblica con l’obiettivo di invertire il trend negativo che stava bloccando ogni tipo di crescita italiana. Si pensi ad esempio agli oltre 313 miliardi di nuovo debito ai quali vanno aggiunti altri 55 miliardi fuori bilancio che rappresentano e certificano il ricorso ad aumento della spesa pubblica al fine di finanziare le scelte politiche i cui risultati tuttavia risultano fortemente deludenti. Già la premessa su cui si basa questo minimo comune denominatore di tutti i programmi elettorali risulta perciò assolutamente inconsistente ed errata. Viceversa sarebbe interessante introdurre il parametro relativo all’efficacia della spesa pubblica stessa e quindi al valore aggiunto della interposizione che vede come protagonista lo Stato nella erogazione dei servizi ai cittadini. Solo per fornire un elemento indicativo risulterebbe sufficiente confrontare la spesa complessiva per il sistema del welfare scandinavo (indicato come il migliore per quanto riguarda l’erogazione di servizi e al tempo stesso il più oneroso) rispetto alla quale il nostro sistema richiede un onere superiore di circa 20 punti percentuali in più rispetto al modello scandinavo. Logica conseguenza individuerebbe nella centralità del problema la interposizione dello Stato nella erogazione dei servizi nei confronti dei cittadini italiani.

    Rimanendo questa inefficienza e tale rapporto assolutamente squilibrato tra costi e benefici, l’idea  di fornire a questo sistema ulteriori risorse finanziarie dimostra una miopia o forse peggio una connivenza molto pericolosa. In più, nel libro dei sogni di questo famoso minimo comune denominatore si legge anche che l’aumento della spesa pubblica aumenterebbe le opportunità di lavoro. Una visione decisamente superata e legata agli asset industriali tipici degli  anni ‘70 con aziende a ciclo completo.

    Viceversa  la rivoluzione industriale degli anni ‘80  trasformò le aziende in un network nel quale ciascuna forniva il proprio know-how alla realizzazione del prodotto finito. Precedentemente a fronte di  nuova  opera da realizzare talvolta l’azienda indicata come esecutrice dell’opera poteva aumentare il proprio numero di dipendenti e di conseguenza determinare delle occasioni di nuova occupazione.

    Attualmente invece, a fronte della realizzazione di un’opera pubblica, si assiste a una asta pubblica europea che spesso individua il committente in un big contractor molto spesso privo di alcuna  struttura ma che demanda a società di servizi e cooperative la realizzazione della stessa. Con il risultato di vedere alla fine di tutto questo iter solo personale extracomunitario alla realizzazione  dell’opera. Con la beffa aggiuntiva che circa un terzo delle retribuzioni poi si trasformino giustamente in rimesse verso le famiglie nei paesi di origine. Quindi nessuna occupazione aggiuntiva di buon livello e la perdita molto spesso anche di un terzo delle retribuzioni: oltre al danno la beffa. Tutto questo non significa che la spesa pubblica non possa avere un ruolo importante nell’agevolare la ripresa economica e aumentare la competitività del sistema imprenditoriale italiano, ciò ovviamente succede quando essa sia finalizzata alla creazione di fattori competitivi che pongono le imprese italiane sullo stesso livello delle proprie concorrenti.

    Sì pensi ad esempio al notevole risparmio in termini di costi per un’azienda tedesca rispetto ad una italiana la quale non solo paga il 30% di gasolio in meno (valore calcolato comprendente i diversi valori di reddito dei due paesi) per ogni movimentazione ma usufruisce anche delle “Autobahn”gratuite per i cittadini tedeschi.

    Alla fine risulta quindi la necessità di una riformulazione completa della spesa pubblica la quale viene sorretta da un carico fiscale divenuto insostenibile, raddoppiato ad una velocità e ad un valore doppio rispetto all’inflazione negli ultimi vent’anni (1996/2016: Inflazione +40,3% – Tassazione +80,1% ).

    Tornando quindi al concetto tanto caro ai sostenitori della economia keynesiana (maggiore spesa pubblica) ai quali si contrappongono i sostenitori del libero mercato che invece, in modo altrettanto miope, individuano nel solo aumento della produttività il fattore per ritrovare competitività, annullando  il dumping fiscale, sociale e normativo tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, solo e ribadisco solo (o se si preferisce conditio sine qua non) la rimodulazione della spesa pubblica rappresenta sicuramente un fattore determinante nel medio, come nel lungo termine per offrire uno scenario di crescita economica al nostro paese.

    In un mercato talmente complesso, in cui al suo ingresso nel WTO alla Repubblica Popolare Cinese nel WTO veniva riconosciuto un ritrovato DNA democratico, ora invece ci si ritrova un concorrente che pianifica la propria economia in modo non molto difforme da uno Stato Socialista.

    In questo mercato non solo sotto il profilo economico ma anche politico chiunque individui o indichi in un’unica iniziativa la soluzione di tutti i problemi, che invece  risultano essere la conseguenza di oltre trent’anni  anni di politica economica disastrosa, dimostra il proprio livello culturale assolutamente insufficiente per affrontare le sfide epocali dei prossimi anni.

    Solo l’analisi degli errori di strategia economica dei governi italiani dalla fine degli anni ottanta  ad oggi permetterebbe la nascita di una strategia economica di sviluppo per il nostro paese.

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