inflazione

  • La sorgente inflattiva

    La politica monetaria espansiva nell’Unione Europea è cominciata nel 2015 con la Presidenza della BCE di Mario Draghi ed il governo Renzi ed ha avuto il merito di abbassare quasi a zero i tassi di interesse e, di conseguenza, i costi del servizio al debito con punte di rendite negative per i Bund tedeschi.

    Il nostro Paese, come sempre governato con una visione prospettica al massimo di quindici (15) giorni, invece di ridurre la massa debitoria grazie al risparmio di oltre 30 miliardi l’anno di interessi ha sempre aumentato la spesa pubblica fino alla pandemia alla quale si è presentato con il 135% di rapporto debito sul Pil pari a 2.409 miliardi e già alla fine del primo anno di pandemia segnava un aumento di oltre 160 miliardi.

    Quello che risulta interessante, tuttavia, è come la politica monetaria espansiva delle autorità monetarie europee e di quelle oltre oceano, pur ideata con la funzione di fornire strumenti finanziari per una ripresa di fronte alla stagnazione complessiva della economia europea e statunitense, di fatto non abbia prodotto alcun effetto collaterale (inflazione). L’effetto complessivo assolutamente marginale di questa strategia monetaria, infatti, veniva non solo confermato dal perdurare della stagnazione economica e contemporaneamente dei consumi quanto confermata da tassi di inflazione sempre vicini, se non addirittura inferiori al punto percentuale. In più il consumo complessivo, come espressione della stessa stagnazione e della sua aspettativa, ha determinato acquisti di beni a minore valore aggiunto anche per la presenza sempre più massiccia di presenza di prodotti provenienti dall’estremo Oriente, espressione delle delocalizzazioni.

    La mancanza di un tasso di inflazione perlomeno prossima al 2% preoccupava le varie classi politiche, ed in particolare quella italiana, le quali vedevano ogni aumento della spesa pubblica (trend assolutamente inarrestabile) riverberarsi in un sensibile peggioramento del rapporto debito Pil (quindi di difficile giustificazione) il quale nel caso, invece, di un tasso di inflazione vicino o superiore al 2% avrebbe raggiunto un equilibrio migliore.

    Il mercato globale, quindi, ha dimostrato sostanzialmente come una politica monetaria espansiva abbia determinato degli esiti quantomeno marginali e contemporaneamente con effetti quasi nulli rispetto alle dinamiche di un mercato complesso la cui globalità determina inevitabilmente la perdita di potere ed efficacia dei vecchi strumenti di indirizzo come le politiche monetarie.

    Viceversa la spesa pubblica (vera ed unica costante in questo mondo in continua evoluzione) ha conosciuto un ulteriore incremento, quasi le risorse disponibili a bassi interessi NON venissero più considerate come un debito.

    Successivamente la terribile pandemia ha bloccato e stravolto l’economia mondiale, dando inizio ad un’altra ed ancora più impegnativa elaborazione di una nuova strategia di politica economica di contrasto al disastroso trend economico. In questo frangente, tuttavia, le economie occidentali si trovano di fronte ad un’impennata dei costi di beni intermedi e strumentali e della gestione delle filiere o supply chain la cui somma finale inevitabilmente si riverbera sulla crescita dei prezzi finali al consumatore. Nel mondo delle imprese, addirittura, questa spirale inflattiva sta portando alla chiusura di attività imprenditoriali (vetrerie Murano-Venezia) o alla sospensione della produzione per mancanza di margine in rapporto alle esplosione dei costi dell’energia la quale comunque, in Italia, prima della pandemia risultava già superiore del 30% alla media europea.

    Sicuramente l’avvio anticipato dell’economia cinese, molto anticipata rispetto a quelle degli altri paesi, ha determinato una sostanziale scarsità di materie prime con un conseguente aumento complessivo dei prezzi. Ora risulta fondamentale, come risposta, la questione relativa alle strategie politiche, economiche e monetarie da adottare in relazione a questa impennata dei costi che minaccia intere filiere industriali ed il crollo dei consumi.

    Gli Stati Uniti hanno avviato una politica di tapering lasciando sostanzialmente invariati i tassi di interesse con una crescita sostanziale invariata mentre nell’Unione Europea si comincia a parlare di una stretta monetaria finalizzata al contrasto dell’inflazione.

    Dopo quasi due anni ormai di disastrosa crisi economica legata alla pandemia e con questa inaspettata spirale inflazionistica si dovrebbe partire considerando gli scarsi se non nulli effetti del periodo precedente della politica monetaria sia sotto il profilo del rilancio economico quanto di un riavvio dell’inflazione per scongiurare la allora tanto temuta deflazione.

    Nel caso opposto, cioè in previsione dell’adozione di una politica monetaria restrittiva, le conseguenze potrebbero addirittura rivelarsi disastrose per gli effetti sull’economia reale in quanto ridurrebbe, come sempre e per l’ennesima volta, il potere di acquisto (soprattutto per le fasce meno abbienti) e darebbe l’illusione alla classe politica di “avere ridotto” il debito pubblico quando a beneficiarne sarebbe solo il rapporto tra valori nominali (debito/Pil) amplificati dall’effetto inflattivo.

    Mai come ora l’unica soluzione, compatibilmente con le varie realtà finanziarie dei singoli paesi ma inseriti in un mercato globale e con filiere sotto stress, dovrebbe essere quella di un “ammorbidimento fiscale” successivo ad una rimodulazione della spesa pubblica finalizzata a recuperare gli oltre 200 miliardi di sprechi certificati dalla Cgia di Mestre. Solo per offrire un esempio, se si volesse veramente mantenere inalterato il potere di acquisto delle fasce più deboli della popolazione si diminuirebbero le accise sui carburanti, specialmente quelle sul gasolio, in considerazione del fatto che oltre l’82% delle merci viaggia su gomma.

    Il solo modo, ormai, per ridare ossigeno all’economia è quello di riconsegnare un maggiore potere d’acquisto alle domande interne del continente europeo attraverso una diminuzione delle pressioni fiscali in seguito anche alla diminuzione delle spese correnti e contemporaneamente offrire uno scenario di certezza normativa fiscale ed economica. Invece, specialmente in Italia, si continua con le politiche dei bonus che privilegiano una categoria in nome di un’uguaglianza sempre più lontana ed espressione di arbitrarie attenzioni e quindi da un approccio politico nazionale sostanzialmente divisivo.

    Questa “ricerca” della uguaglianza, attraverso il perverso strumento della spesa pubblica, risulta invece talmente ideologica da ottenere negli ultimi trent’anni la diminuzione del reddito disponibile del -3,7% mentre nel medesimo periodo è cresciuta del +34,7% nella vicina Germania.

    La consueta richiesta di una stretta monetaria a fronte di una spirale inflazionistica della quale non si considera la sorgente dimostra come, ancora oggi, non sia compresa l’assoluta inconcludenza della politica monetaria in quanto il mercato globale ha cambiato le potenze di fuoco delle diverse teorie economiche in particolare della politiche monetarie. Ora più che mai, di fronte al pericolo di una politica monetaria restrittiva come azione deflattiva, sarebbe vitale comprendere come l’unico effetto si confermerà quello di penalizzare ancora una volta le fasce più deboli della popolazione lasciando inalterata la scellerata politica di espansione della spesa pubblica finanziata da un continuo aumento delle pressione fiscale.

    Si parla di globalizzazione senza ancora avere compreso le dinamiche complesse delle politiche economiche e soprattutto come la globalizzazione abbia disarmato le politiche monetarie all’interno di un sistema alla continua ricerca di un equilibrio il quale, per le complesse ed infinite variabili della globalità, non potrà mai venire raggiunto.

  • Chi paga l’inflazione

    Alla fine l’inflazione esogena* è arrivata con grande e malcelata soddisfazione da parte della classe politica e dirigente italiana. Di per se l’inflazione può divenire un indicatore di situazioni diverse tra loro. Un valore, infatti, attorno al +2-3% può esprimere un paese in crescita economia, quindi sintesi contemporanea di aumenti del Pil e dei consumi, e rappresenta un valore positivo certificando una crescita complessiva, non solo legata all’export.

    La medesima crescita del +2-3% di inflazione, ma in questo caso importazione, quindi legata l’andamento dei prezzi delle materie prime, dovrebbe indurre il governo in carica a tamponarne gli effetti attraverso un reale alleggerimento fiscale sia per l’utenza privata che per le imprese con l’obiettivo di evitare di deprimere consumi e crescita economica.

    L’aumento, Infatti, del solo valore nominale dei prodotti manifatturieri (come sintesi finale dell’impennata dei prezzi delle materie prime e di quelle energetiche a monte della filiera) e dei servizi migliora nel breve termine il rapporto con il debito pubblico. Non va in dimenticato, infatti, come il debito pubblico, indipendentemente dal contesto, continui la propria esplosione avendo raggiunto quota 2.727 miliardi di euro anche per effetto dei primi finanziamenti europei legati all’attuazione del PNRR. La previsione legata agli effetti dell’aumento dell’inflazione risulta quindi quella di passare, nel rapporto tra debito pubblico e PIL, da un recente 160% al 158/155% nel breve periodo.

    Da parecchi giorni, a dimostrazione di quanto detto, si nota come una parte degli esponenti del governo, spalleggiato da servili quotidiani, parli impropriamente di una “discesa del debito pubblico”, quando invece è in discesa il solo rapporto con il Pil.

    Dopo stagioni di crescita zero dei prezzi fino alla soglia della deflazione, “finalmente” la tanto agognata inflazione permette allo storytelling governativo di “testimoniare” l’esito positivo delle strategie governative e il proprio entusiasmo vantando una “riduzione” del debito pubblico quando invece si ottiene la riduzione del rapporto del debito sul PIL, in buona parte legata all’avvio dell’inflazione (3%)**.

    Ovviamente questo incremento del tasso di inflazione verrà interamente pagato dai cittadini in quanto a margine di una minima riduzione dell’incremento delle bollette elettriche e del gas attraverso una manovra fiscale rimangono assolutamente escluse da questi benefici fiscali ovviamente le medie e grandi imprese e quindi viene drasticamente ridotta la loro competitività. Ed ovviamente non si pensa assolutamente di ridurre le accise sui carburanti (scelta invece operata dal governo tedesco).

    In questo contesto una manovra fiscale con la riduzione del carico fiscale sull’utenza rappresenterebbe l’unico modo per mantenere invariato il potere d’acquisto.

    L’inflazione, infatti, rappresenta la perdita di potere d’acquisto e, di conseguenza, la possibilità di avere un incremento dei consumi il quale unito ad una crescita del PIL rappresenta l’unica forma di crescita economica.

    Uno scenario ancora molto lontano da quello raccontato dal ministro Brunetta il quale inneggia ad un nuovo boom economico semplicemente legato ad un aumento della produzione industriale (+7%???) e comunque già in discesa a settembre (-0,5%) il cui valore comunque è espressione della splendida versione export-oriented della manifattura italiana ma non certo una crescita sostanziale e complessiva del Paese.

    Alla fine come sempre, ancora una volta, i costi del maggior debito (2.727) verranno scaricati, anche attraverso l’artificio contabile che l’inflazione permette, interamente sui cittadini italiani con una sostanziale riduzione del loro potere di acquisto.

    Francamente, invece di incontrare Greta Thunberg, sarebbe molto meglio preoccuparsi degli effetti devastanti sul reddito disponibile che l’inflazione al 3% determinerà.

    (*) malefica perché di importazione e non espressione di una crescita economia e dei consumi

    (**) un maquillage contabile agognato anche dal ministro Padoan e v.ministro Calenda da sempre favorevoli all’aumento dell’Iva nei governi Renzi e Gentiloni

  • L’inflazione Usa è già al 3,1%

    Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi pubblicato su ItaliaOggi il 14 luglio 2021.    

    Il rischio di una ripresa dell’inflazione c’è oppure no? Non si tratta di una questione accademica che tiene impegnati economisti e giornalisti del settore. E’ in gioco la tenuta del sistema già provato da due pesantissime crisi economiche e finanziarie in poco più di un decennio. La discussione si è aperta anche all’interno del G30, il gruppo di esperti che hanno coperto le più alte cariche delle istituzioni monetarie e finanziarie internazionali.

    L’ex governatore della Bank of England, Mervyn King, senior member del G30, sostiene che «per la prima volta dagli anni Ottanta coesistono due fattori che rendono l’inflazione un rischio serio: un eccessivo stimolo monetario e fiscale e una debole resistenza politica alla minaccia inflattiva». È la stessa analisi espressa anche da Larry Summers, ex segretario al Tesoro americano, per quanto riguarda la situazione negli Usa e non solo.

    I lockdown hanno avuto un forte impatto sulla domanda e sull’offerta. I dati raccolti dal 2019 indicano che in UK la fluttuazione della produzione è stata grande, ma si è mantenuta in linea con l’andamento in calo della domanda. Oggi si stima che il gap di produzione sia dell’1% nel primo trimestre del 2021 e dovrebbe azzerarsi all’inizio del 2022. Sia chiaro.

    Nessuno mette in discussione il fatto che i governi e le banche centrali intervengano a sostegno delle economie, delle imprese e dei lavoratori. Se non fosse stato fatto, il mondo sarebbe sprofondato in una crisi economica e sociale senza precedenti. La questione è come gestire gli interventi futuri senza compromettere lo sforzo fatto finora. Il livello d’inflazione tollerabile è, quindi, cruciale.

    Si ricordi che l’aumento della spesa pubblica è finanziato non da tasse, ma dalla creazione di moneta da parte delle banche centrali, tanto che da marzo 2020 a giugno 2021 il bilancio della Bce è cresciuto da 5.000 a 7.900 miliardi di euro e quello della Fed è raddoppiato, passando da 4.200 a 8.100 miliardi di dollari.

    È vero quanto sostiene Draghi circa la differenza tra il debito buono, che crea nuova ricchezza, e quello cattivo, che copre le spese correnti e i buchi di bilancio. La questione si porrà quando si avranno dei tassi d’interesse più elevati e un’inevitabile contrazione dei bilanci delle banche centrali. Senza un aumento delle tasse, che nessun governo vorrebbe fare, come si finanzieranno i disavanzi? Si rischia una risposta troppo lenta ai segnali di aumento dell’inflazione. Anche un’eventuale brusca correzione del mercato avrebbe effetti preoccupanti per l’economia.

    Negli Usa il tasso d’inflazione di aprile su base annua è stato del 3,1%. I responsabili delle politiche della Fed hanno più volte affermato che considerano qualsiasi picco d’inflazione sopra la gamma accettabile, cioè il cosiddetto target del 2%, come puramente «transitorio». Tenendo presente le valutazioni sbagliate e le negative esperienze passate, «transitorio» è un aggettivo si dovrebbe attentamente evitare.

    Se la Fed si sbaglia nel ritenere che l’attuale aumento dell’inflazione sia transitorio, il resto del mondo non rimarrà incolume. Un rapido aumento dei tassi d’interesse statunitensi si tradurrà in un dollaro attraente rispetto ad altre valute. Le economie emergenti potrebbero sperimentare un rapido deflusso di capitali verso i mercati americani in cerca di rendimenti più elevati, creando una maggiore volatilità nei loro mercati, con tassi più elevati, una crescita più lenta e il rischio di una nuova recessione. I debiti in dollari diventeranno più costosi e cresceranno le difficoltà dei rimborsi.

    C’è anche chi, come l’ex economista capo del Fmi, Kenneth Rogoff della Harvard University, anche lui membro del G30, da anni sostiene che il toccasana per l’economia e per l’abbassamento del debito sarebbe un forte tasso di «inflazione controllata» del 4-6 % annuo per diversi anni per abbreviare il periodo di «doloroso deleveraging (riduzione del debito) e di crescita lenta». Ricette un po’ superficiali ma molto rischiose. Un vecchio proverbio popolare dice che a giocare con il fuoco ci si scotta.

    *già sottosegretario all’Economia **economista

  • Le due inflazioni e le imbarazzanti deduzioni

    Grande risonanza hanno ottenuto, all’interno dei maggiori quotidiani nazionali, le deduzioni dai dati statistici presentati dall’Istat relativi al tasso di inflazione differenziale tra famiglie maggiormente e meno abbienti. A queste analisi statistico/numeriche, poi, sono seguiti altri imbarazzanti commenti riscontrabili nei maggiori media nazionali, anche economici.

    L’Istituto di Statistica (ISTAT) rileva come alle spese energetiche (gas, benzina, gasolio, bollette elettriche) le famiglie con minori risorse destinino il 14.5% del proprio reddito mentre per le spese alimentari oltre il 17% con un tasso di inflazione combinato e complessivo dell’1,8%.

    Viceversa le famiglie che appartengono alle fasce di reddito superiore destinano alle spese energetiche circa il 6,6% del proprio reddito mentre per quelle alimentari circa l’8,1%: con un conseguente tasso di inflazione combinato e complessivo del 1,3%.

    E’imbarazzante soprattutto il quadro complessivo dei commenti e delle analisi a questi dati in quanto emergerebbe scontata ed evidente (da una semplice preparazione di base) la considerazione secondo la quale le spese energetiche rappresentino delle “spese  incomprimibili” alle quali nessuna famiglia possa sottrarsi indipendentemente dal reddito. Logica conseguenza evidenzierebbe, in modo inequivocabile, come il valore delle percentuali destinate per tali costi incomprimibili  dipendano fondamentalmente dal reddito disponibile. Una considerazione talmente elementare che non dovrebbe suscitare alcun commento a livello statistico e tantomeno economico ma da considerarsi come accettata.

    Leggermente più complesso il confronto tra le diverse percentuali di reddito disponibile destinato alla spesa alimentare. Da un semplice confronto emerge evidente come il differenziale percentuale tra le due tipologie di spesa (energetica ed alimentare) aumenta nel caso di quella destinata ai generi alimentari: mentre il differenziale relativo alla sola spesa energetica è del 7,9% (14,5% e 6,6% tra famiglie appartenenti alle due fasce di reddito) nella spesa alimentare questo cresce fino all’ 8,9% (17% e 8,1% per fasce di reddito).

    All’interno infatti della rilevazione statistica per le spese alimentari ma soprattutto nelle analisi conseguenti NON si dovrebbe dimenticare la legge di Engel. Questa dimostra come al crescere del reddito della percentuale di reddito aggiuntivo cresca progressivamente quello destinato al consumo di altri beni diversi da quelli alimentari. In altre parole, al crescere del reddito disponibile non aumenta in modo proporzionato la spesa destinata ai generi alimentari perché buona parte del reddito aggiuntivo viene impiegato nel consumo di altri beni di non prima necessità.

    In più nelle fasce di reddito più basse l’alimentazione acquisisce una caratteristica di “consumo consolatorio” finalizzato al supporto di una condizione economica disagiata: risulta quindi percentualmente maggiore il differenziale con le fasce di popolazioni più agiate.

    Tornando alle Rivelazioni Statistiche che tanto interesse hanno suscitato emerge evidente come quello che per molti rappresenta un quadro statistico “nuovo ed articolato” altro non è che un consolidato schema supportato da un minimo di conoscenza delle regole economiche di base.

    I due diversi dati relativi alle due inflazioni o, meglio, il peso delle spese incomprimibili per fasce di reddito rappresentava per molti un fattore acquisito.

    L’imbarazzo nasce dalla semplice considerazione come non lo fosse per tutti. Anzi per troppi.

  • La crescita dei depositi bancari in dieci anni: +75%

    Negli ultimi dieci anni, sicuramente gli anni più difficili dal dopoguerra per la crisi economica originata dalla crisi finanziaria negli Stati Uniti ma arrivata da noi nella sua massima espressione nel novembre 2011 e nella quale ancora il nostro Paese si trova, il sistema bancario ha aumentato i propri depositi del 75%. Un dato sicuramente impressionante se confrontato con altri della economia reale in quanto a tale crescita di risorse depositate non ha fatto riscontro alcun aumento dell’attività bancaria istituzionale. Non da oggi l’accesso al credito, specialmente per le Pmi, vede un forte rallentamento degli investimenti anche nelle zone economiche (distretti industriali) che risultando export oriented e come tali rappresentano il modello vincente di economia (per visone dei dati completi anche riferiti agli ultimi quattro anni, https://www.ilpattosociale.it/2018/10/11/gli-istituti-bancari-abbandonano-i-distretti-industriali-massima-espressione-contemporanea-del-made-in-italy/).

    La crescita dei depositi poi dimostra in modo inequivocabile come l’incertezza, prima legata alla crisi economica internazionale successivamente alla solita politica italiana priva di ogni strategia economica di sviluppo, blocchi la propensione all’acquisto mortificando a sua volta la domanda interna e quindi l’economia stessa. I dati in questo senso sono sconfortanti. A fronte di una crescita del debito come della spesa pubblica, inarrestabili dal 2012 in poi, l’ultima rilevazione statica impietosamente dimostra, ancora una volta, l’assoluto fallimento delle politiche economiche dei governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte/Salvini/DiMaio.

    La crescita del Pil nell’ultimo trimestre è di + 0%, il che rende un miraggio il raggiungimento del 1,1% (sceso dalla previsione del +1,4% previsto “dall’esperto” Padoan), mentre i consumi risultano arretrati del 2,5%, con un calo allarmante degli acquisti dei beni alimentari dello -0,6% (prima volta dal 2012).

    I dati poi delle crescite precedenti del PIl sono attribuibili solo alla crescita della domanda delle filiere internazionali nelle quali per la grande capacità di innovazione le nostre Pmi vengono inserite assumendo dopo il confronto di quelli attuali e dimostrando la assoluta inconsistenza reale delle politiche dei governi precedenti. Solo un mese addietro il direttore di una società della grande distribuzione affermò come la crisi del consumi fosse da attribuire interamente alla diversità di tipologie di contratti negli ultimi anni. A tal fine, infatti, si ricorda come dal settembre 2017 al 2018 risultino diminuiti di 184.000 unità i contratti a tempo indeterminato mentre quelli a tempo determinato siano aumentati di 368.000 unità.

    Il saldo positivo di 184.000 contratti, quindi, sotto il profilo statistico si riverbera come un fattore fortemente negativo se venisse valutato l’effetto economico delle due tipologie di contratto sull’andamento dei consumi. Quindi, in attesa di entrare in una fase di recessione, il nostro paese vive da due trimestri una fase di stagflazione (https://www.ilpattosociale.it/2018/10/31/lincubo-stagflazione/) nella quale la crescita del Pil rimane abbondantemente al di sotto della crescita del Pil ed il cui differenziale si traduce in una perdita di potere di acquisto dei consumatori.

    In questo contesto economico quindi anche il settore del credito al consumo, ed in particolare quello relativo ai prestiti personali che indica una crescita del+2,7% per l’anno in corso, indica come una parte dei cittadini, sempre più incerti nella propria visione futura, da una parte mantenga liquido in banca parte del proprio reddito (riducendo la domanda interna) mentre l’altra ricorra sempre più al credito al consumo per “finanziare” la gestione quotidiana della propria vita. In questo contesto allora la crescita dei depositi bancari del 75% diventa un insulto alla economia reale.

    Il sistema bancario in altre parole certifica per l’ennesima volta il tradimento della propria funzione istituzionale non finanziando l’economia delle Pmi e dei distretti industriali ma utilizzando le immeritate nuove risorse finanziarie a disposizione per sostenere la deriva finanziaria del sistema nel suo complesso.

    Quando un sistema bancario cresce a discapito e durante una profonda crisi economica e finanziaria come quella italiana (che dura da 10 anni, unico paese del mondo!) dimostra il tradimento della propria funzione economica, come di quella istituzionale, con la complicità di una classe politica che al riparo da qualsiasi ricaduta diretta economica che la possa coinvolgere dimostra la propria incompetenza se non complicità.

  • Crescita, inflazione, consumi: gli effetti dei differenziali di crescita

    Oltre al sostegno al debito pubblico fortemente sostenuto dalla iniezione di liquidità della BCE con il Q.E., uno dei desideri reconditi inconfessabili del presidente della Banca Centrale Europea rimaneva  quello di stimolare non solo la ripresa economica ma anche parallelamente l’inflazione. Un desiderio inconfessabile condiviso anche dalla componente economica dei governi Renzi e Gentiloni i quali addirittura erano favorevoli all’aumento dell’IVA considerata strumento idoneo all’aumento dell’inflazione che ne sarebbe scaturita. Questi desideri nascevano dalla possibilità legata alla ripresa dell’inflazione di rendere inevitabilmente meno pesante il fardello del debito pubblico in costante crescita di circa 56 miliardi all’anno anche se veniva professata l’austerità che sarebbe stata imposta  dall’Europa. In altre parole si tentava con l’artificio valutario di coprire i disastri della gestione della spesa pubblica dei governi Renzi e Gentiloni.

    Tutto sommato con le opportune diversità questo pensiero o desiderio risulta simile a quello  dei sovranisti che vedono nel ritorno alla Lira e nella conseguente immediata esplosione dell’inflazione l’unico metodo per togliere peso al debito pubblico in aggiunta anche alla considerazione, assolutamente infantile in un contesto competitivo, che la stessa inflazione si trasformasse in  fattore competitivo per le stesse imprese e export oriented.

    Nel luglio 2018 tutte le tre, diverse per genesi ma coincidenti per fini desideri di inflazione, possono considerarsi soddisfatte. Dopo gli avveniristici indicatori di crescita coniati dal governo Gentiloni, supportati come sempre da Confindustria, indicati in un tasso di aumento del Pil a +1,4%, due successive correzioni hanno portato il tasso di crescita per il  2018 prima all’1,3% ed ora all’1,2% e all’ 1% per il 2019. Viceversa, l’inflazione dalle ultime rilevazioni risulta del +1,3% grazie soprattutto all’aumento della quotazione del barile di petrolio come nel contingente dall’aumento dei prezzi della verdura fresca del 2,2%.

    In altre parole la strategia economica monetarista, che ha fornito esclusivamente delle sterili iniezioni di liquidità ed inflazione conseguente (peraltro molto al di sotto delle previsioni a causa della domanda interna in continua a flessione), ha portato ad una crescita nominale del PIL inferiore all’inflazione stessa. Una perversa contraddizione in termini.

    Questo ovviamente determina una perdita di capacità di spesa dei consumatori italiani. L’andamento infatti dei consumi rileva un +1.1% per il 2018 il che dimostra ancora una volta l’effetto perverso del differenziale tra  crescita inflazione e consumi. Si evidenzia, ancora una volta, come l’inflazione che non risulti legata ad un aumento della domanda (quindi espressione di un economia in crescita e comunque calcolata  mediamente entro  il  +2%) ma a fattori esogeni, e quindi importata, potrà fornire un sollievo al peso del debito il cui costo comunque ancora una volta andrà a gravare sulle capacità economiche dei cittadini. Quindi, a fronte di una perdita del potere d’acquisto attribuibile al “costo dell’inflazione” nell’economia italiana ne consegue un ulteriore calo dei consumi legato alla politica valutaria.

    Draghi, Padoan, Calenda e sovranisti nel loro complesso, in questo spalleggiati ormai dalla sempre più ridicola posizione di Confindustria, potranno essere anche entusiasti degli obiettivi raggiunti ma che  verranno pagati in termini di minore  capacità e disponibilità economica dai cittadini italiani, come tutti gli indicatori economici stanno dimostrando.

    Sembra incredibile come, mentre tutti affermino che il mercato nella sua forma odierna  risulti  cambiato in virtù della globalizzazione, ancora oggi  si cerchino facili e banali ricerche e strategie di sviluppo attraverso la semplice leva monetaria la quale sta portando il nostro Paese verso la marginalità economica mondiale.

     

  • Pil ed inflazione: chi paga il differenziale

    Sembra incredibile come ancora oggi troppi esponenti, diretta espressione della linea politica economica dei partiti, continuino imperterriti a parlare di crescita economica italiana unita al raggiungimento degli obiettivi prefissati dagli ultimi governi successivi al 2013 (quindi dal governo Monti), quando i dati consuntivi, soprattutto i numeri negativi uniti alle prospettive di crescita, delineano un quadro assolutamente diverso. Uno scenario talmente fosco da assumere le tinte di una vera e propria recessione.

    I dati relativi alla crescita economica per il 2018 parlano di una crescita del PIL pari a 1,5 % (a tal proposito si ricorda che, come sempre da oltre vent’anni,a settembre si assiste ad un ritocco decimale al ribasso). Assolombarda prevede invece la crescita dell’inflazione, sempre per l’anno 2018, pari al 1,7%. Il differenziale, cioè lo 0,2%, indica chiaramente ed inequivocabilmente la decrescita reale del potere d’acquisto dei cittadini, quindi da una vera e propria recessione del valore nominale nella capacità di acquisto, espressione forse impropria ma reale di una recessione economica. Il tutto frutto di una crescita inferiore persino al tasso di inflazione, quindi essa stessa espressione di una domanda interna e conseguentemente di una frenata anche dell’export.

    La risultante dell’incrocio di questi dati delinea una situazione paradossale se confrontata con le  teorie economiche che negli ultimi anni hanno assunto la centralità della discussione economica e politica italiana.

    Il risultato di tale aumento dell’inflazione superiore al PIL viene determinato dall’importazione dell’inflazione stessa attraverso l’aumento delle materie prime, in particolare i prodotti petroliferi, come delle tariffe pubbliche, soprattutto quelle legate ai servizi offerti dalle aziende partecipate e dagli enti locali, espressione della mancanza di concorrenza ed ancora oggi di rendite di posizione. Come non ricordare la posizione favorevole all’aumento dell’IVA dei ministri Padoan e Calenda i quali si illudevano, attraverso l’impostazione dell’IVA, di ottenere l’obiettivo di ridurre il peso del debito pubblico.

    Un’opinione questa condivisa anche dal presidente della BCE Draghi il quale, nonostante la politica monetaria fortemente espansiva, non riuscì a ottenere un sostanziale aumento dell’inflazione, addirittura dirottando  la speranza nell’aumento del prezzo del greggio e dimostrando, ancora una volta, come tanto i politici italiani quanto i presidenti europei non si siano mai posti il problema di chi avrebbe pagato differenziale tra un aumento del PIL inferiore al tasso di inflazione.

    Dall’altra parte di questa contesa politica ed economica ci sono i sostenitori dell’inflazione legata magari  ad una moneta debole la quale darebbe impulso all’esportazione rendendo competitivi i prodotti italiani. In questo senso ecco allora i sostenitori del ritorno alla liretta, visionari ma soprattutto pericolosi in quanto l’inflazione provoca una sostanziale perdita del potere d’acquisto dei cittadini a reddito fisso e, di conseguenza, la nuova competitività andrebbe tutta a carico dei cittadini stessi. Agli smemorati sostenitori di questa dottrina si ricorda come negli anni ‘70 venne introdotta la scala mobile la quale a sua volta generò  nuova inflazione tanto da dover essere abolita all’inizio degli anni ‘80 per fermare la spirale inflattiva che in pratica impoveriva il ceto medio. Senza dimenticare la problematica relativa al Fiscal Drag, cioè all’aumento del prelievo fiscale allegato all’aumento dei valori nominali delle retribuzioni.

    Per quanto riguarda invece le previsioni del 2019, il grafico nella foto riporta come la nostra decrescita economica risulterà ancora maggiore in quanto il PIL crescerà solo del +1.2% (quindi con un – 0,3% di crescita economica) al quale contemporaneamente seguirà un aumento dell’inflazione pari al +1,4%.

    Il terribile combinato di frenata della crescita del PIL, unito comunque ad una infrazione che risulta superiore dello 0,2% al PIL stesso, determinerà ancora, una volta, una perdita del potere d’acquisto dei cittadini, quindi una ulteriore flessione della domanda interna che rappresenta una delle motivazioni per la quale non si riesce a trovare una crescita stabile dell’economia del nostro Paese.

    Un quadro a dir poco allarmante per non dire disastroso che evidentemente non riesce a suscitare alcuna reazione nel mondo politico come in quello economico, entrambi rivolti verso teorie  e strategie economiche  espressione di un asset economico ormai superato dal mercato globale. Si guarda al passato per non dimostrare l’incapacità di comprendere il presente e di delineare uno scenario futuro.

  • 11 marzo 2018: la spesa pubblica

    Questa data passerà alla storia in quanto è stato “finalmente” raggiunto il livello di 2300 miliardi di debito pubblico, come si può tranquillamente verificare consultando il sito dell’Istituto Bruno Leoni di Milano (http://www.brunoleoni.it/debito-pubblico-italiano.htm).

    Se confrontato al momento di massima difficoltà dello Stato italiano individuabile nel novembre 2011, che comportò l’arrivo alla Presidenza del Consiglio di Mario Monti, il debito allora segnava un livello di 1987 miliardi. Quindi  tutti i governi, Monti,Letta, Renzi e Gentiloni, hanno aumentato il debito di oltre 315 miliardi ai quali bisogna aggiungere i valori delle varie manovre finanziarie (il  solo governo Monti ne varò una da 92 miliardi) per una somma complessiva di circa 250 miliardi. A tutto ciò si somma una novità assoluta per lo stato italiano di questi ultimi tre anni: circa 55 miliardi di nuovo debito non in bilancio (una sorta di nero di Stato), come confermato dalla Corte dei Conti.

    In altre parole dal novembre 2011 lo Stato italiano, tra debito pubblico per finanziare nuova spesa pubblica e manovre finanziarie, ha gestito  circa seicentoventi (620!!!) miliardi di risorse pubbliche per ritrovarsi nella medesima situazione a distanza di sette anni addietro. Perché nonostante questa iniezione di risorse finanziarie e dando anche per mediamente veritieri i dati relativi alla crescita italiana (la quale al netto dell’inflazione risulta essere di più 0,3%) mai come oggi un quarto della popolazione risulta a rischio povertà, come confermato dalla Banca d’Italia.

    Ovviamente le responsabilità di tale situazione vanno distribuite equamente alle politiche ottuse e miopi dei governi degli ultimi venticinque/trent’anni che hanno puntato alla deindustrializzazione del nostro paese portata avanti con cieca costanza fino alla crisi epocale del novembre 2011 nella  quale sono riemerse come fattore centrale finalmente le ritrovate possibilità di crescita legate alle PMI e all’Industria nel suo complesso. Politiche talmente a senso unico e miopi che però hanno visto sempre il pieno sostegno dei media come di tutto il mondo accademico e di tutti i politici pseudoesperti di economia.

    Tuttavia risulta evidente che se gli indici che determinano il livello di consumi non aumentano lo sviluppo attuale sarà semplicemente una partita di giro legato agli sgravi fiscali che vengono riconosciuti giustamente per la digitalizzazione dell’industria italiana. Al di là delle differenze attribuibili al diverso posizionamento politico all’interno dell’arco parlamentare e al di là dei risultati che le singole coalizioni riusciranno ad ottenere, il minimo comune denominatore di tutti quanti i programmi elettorali e politici viene rappresentato dall’invocato ricorso ad un maggiore utilizzo della spesa pubblica come elemento e fattore fondamentale per la ripresa economica ed occupazionale.

    La spesa pubblica quindi viene individuata o meglio il suo ulteriore aumento rispetto al già insostenibile livello attuale viene indicato come il fattore determinante per la ripresa in contrapposizione “all’austerità fino a qui imposta dall’Europa”. Paradossale come questo ragionamento risulti anacronistico, specialmente in rapporto ai diversi rilevatori economici.

    Innanzitutto non è vero che negli ultimi anni i governi che si sono succeduti alla guida del paese non abbiano ampiamente fatto ricorso alla spesa pubblica con l’obiettivo di invertire il trend negativo che stava bloccando ogni tipo di crescita italiana. Si pensi ad esempio agli oltre 313 miliardi di nuovo debito ai quali vanno aggiunti altri 55 miliardi fuori bilancio che rappresentano e certificano il ricorso ad aumento della spesa pubblica al fine di finanziare le scelte politiche i cui risultati tuttavia risultano fortemente deludenti. Già la premessa su cui si basa questo minimo comune denominatore di tutti i programmi elettorali risulta perciò assolutamente inconsistente ed errata. Viceversa sarebbe interessante introdurre il parametro relativo all’efficacia della spesa pubblica stessa e quindi al valore aggiunto della interposizione che vede come protagonista lo Stato nella erogazione dei servizi ai cittadini. Solo per fornire un elemento indicativo risulterebbe sufficiente confrontare la spesa complessiva per il sistema del welfare scandinavo (indicato come il migliore per quanto riguarda l’erogazione di servizi e al tempo stesso il più oneroso) rispetto alla quale il nostro sistema richiede un onere superiore di circa 20 punti percentuali in più rispetto al modello scandinavo. Logica conseguenza individuerebbe nella centralità del problema la interposizione dello Stato nella erogazione dei servizi nei confronti dei cittadini italiani.

    Rimanendo questa inefficienza e tale rapporto assolutamente squilibrato tra costi e benefici, l’idea  di fornire a questo sistema ulteriori risorse finanziarie dimostra una miopia o forse peggio una connivenza molto pericolosa. In più, nel libro dei sogni di questo famoso minimo comune denominatore si legge anche che l’aumento della spesa pubblica aumenterebbe le opportunità di lavoro. Una visione decisamente superata e legata agli asset industriali tipici degli  anni ‘70 con aziende a ciclo completo.

    Viceversa  la rivoluzione industriale degli anni ‘80  trasformò le aziende in un network nel quale ciascuna forniva il proprio know-how alla realizzazione del prodotto finito. Precedentemente a fronte di  nuova  opera da realizzare talvolta l’azienda indicata come esecutrice dell’opera poteva aumentare il proprio numero di dipendenti e di conseguenza determinare delle occasioni di nuova occupazione.

    Attualmente invece, a fronte della realizzazione di un’opera pubblica, si assiste a una asta pubblica europea che spesso individua il committente in un big contractor molto spesso privo di alcuna  struttura ma che demanda a società di servizi e cooperative la realizzazione della stessa. Con il risultato di vedere alla fine di tutto questo iter solo personale extracomunitario alla realizzazione  dell’opera. Con la beffa aggiuntiva che circa un terzo delle retribuzioni poi si trasformino giustamente in rimesse verso le famiglie nei paesi di origine. Quindi nessuna occupazione aggiuntiva di buon livello e la perdita molto spesso anche di un terzo delle retribuzioni: oltre al danno la beffa. Tutto questo non significa che la spesa pubblica non possa avere un ruolo importante nell’agevolare la ripresa economica e aumentare la competitività del sistema imprenditoriale italiano, ciò ovviamente succede quando essa sia finalizzata alla creazione di fattori competitivi che pongono le imprese italiane sullo stesso livello delle proprie concorrenti.

    Sì pensi ad esempio al notevole risparmio in termini di costi per un’azienda tedesca rispetto ad una italiana la quale non solo paga il 30% di gasolio in meno (valore calcolato comprendente i diversi valori di reddito dei due paesi) per ogni movimentazione ma usufruisce anche delle “Autobahn”gratuite per i cittadini tedeschi.

    Alla fine risulta quindi la necessità di una riformulazione completa della spesa pubblica la quale viene sorretta da un carico fiscale divenuto insostenibile, raddoppiato ad una velocità e ad un valore doppio rispetto all’inflazione negli ultimi vent’anni (1996/2016: Inflazione +40,3% – Tassazione +80,1% ).

    Tornando quindi al concetto tanto caro ai sostenitori della economia keynesiana (maggiore spesa pubblica) ai quali si contrappongono i sostenitori del libero mercato che invece, in modo altrettanto miope, individuano nel solo aumento della produttività il fattore per ritrovare competitività, annullando  il dumping fiscale, sociale e normativo tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, solo e ribadisco solo (o se si preferisce conditio sine qua non) la rimodulazione della spesa pubblica rappresenta sicuramente un fattore determinante nel medio, come nel lungo termine per offrire uno scenario di crescita economica al nostro paese.

    In un mercato talmente complesso, in cui al suo ingresso nel WTO alla Repubblica Popolare Cinese nel WTO veniva riconosciuto un ritrovato DNA democratico, ora invece ci si ritrova un concorrente che pianifica la propria economia in modo non molto difforme da uno Stato Socialista.

    In questo mercato non solo sotto il profilo economico ma anche politico chiunque individui o indichi in un’unica iniziativa la soluzione di tutti i problemi, che invece  risultano essere la conseguenza di oltre trent’anni  anni di politica economica disastrosa, dimostra il proprio livello culturale assolutamente insufficiente per affrontare le sfide epocali dei prossimi anni.

    Solo l’analisi degli errori di strategia economica dei governi italiani dalla fine degli anni ottanta  ad oggi permetterebbe la nascita di una strategia economica di sviluppo per il nostro paese.

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